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Un aperitivo con il gin tonic

«Dove c’è lei – racconta Elena Malagoli -, c’è sempre anche lui. Le cammina dietro con un po’ di difficoltà e si guarda intorno da dietro gli occhiali spessi, con quell’espressione stupita e curiosa da perenne ragazzino. Invece è un uomo di 32 anni che una malattia genetica ha reso fragile, sia fisicamente che mentalmente e che la madre ha cresciuto da sola. “Facciamo l’aperitivo?”, chiede emozionato e questa sua emozione è per il fatto di essere anche lui in mezzo alla gente a fare l’aperitivo, non gli succede spesso…» (Immagine tratta da “Pixabey”)

Sono al tavolino di un bar all’aperto e arriva lei, la riconosco da lontano per i vestiti colorati che indossa abitualmente, tipo “figlia dei fiori” Anni ’70. E dove c’è lei, c’è sempre anche lui. E infatti eccolo, le cammina dietro con un po’ di difficoltà, cercando di starle al passo. E nel mentre si guarda intorno da dietro gli occhiali spessi, con quell’espressione stupita e curiosa da perenne ragazzino.
Invece è un uomo di trentadue anni, e lei – sua madre – è una donna ancora bellissima, ma visibilmente provata dalla fatica e da una vita dura. È rimasta sola trent’anni fa a crescere questo figlio “diverso”, che una malattia genetica ha reso fragile, sia fisicamente che mentalmente.
Si siedono al tavolo, è tanto che non ci vediamo. «Come stai?», le chiedo. «Abbiamo passato un periodo difficile, per vari problemi di salute, sia io che lui, ma adesso cominciamo a stare un po’ meglio». Li guardo e in effetti noto che hanno entrambi il volto provato.
Il ragazzo continua a sorridere, è visibilmente emozionato di trovarsi al bar tra la gente, e il suo volto mi sembra troppo stanco e troppo adulto per sorrisi così puri. «E come vanno le cose?», chiedo. «Al solito», mi dice lei, tentando di addolcire la risposta con un bel sorriso, che però risulta triste. È una risposta che racconta più di trent’anni in solo due parole.
Lui mi guarda da dietro gli occhialoni strizzando gli occhi: «Facciamo l’aperitivo?», chiede emozionato. So che questa sua emozione è per il fatto di essere uscito, di essere anche lui in mezzo alla gente a fare l’aperitivo, non gli succede spesso.
«Io prendo il gin tonic», dice. E io guardo sua madre un po’ incredula: «Un gin tonic, ma davvero?!?». «Sì – mi dice lei sottovoce – quello analcolico, quello finto, ma che ha lo stesso sapore di quello vero». «Ah, ma allora lo prendo anch’io che sono astemia!». «Io lo prendo vero invece, che ne ho bisogno», dice lei ridendo.
Arrivano i grandi bicchieri, pieni di ghiaccio, con le cannucce. Li facciamo tintinnare in un brindisi. «Sto bevendo il gin tonic anche io», dice il ragazzo al colmo della gioia. «Sì, stai bevendo il gin tonic anche tu», gli dice tenera sua madre, e gli fa una carezza.
Mi si riempie il cuore di commozione, perciò distolgo lo sguardo, lo faccio vagare intorno, e nel mentre lo sento succhiare vigorosamente e allegramente dalla cannuccia.
E poi rialziamo i bicchieri, e brindiamo ancora, “cin” diciamo in coro, “cin” ripete lui ridendo. Ed è un momento così dolce e così struggente che quasi mi ubriaca.

*Caregiver familiare, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro “Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie”.

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Non solo diplomi di maturità, ma anche il segno che si può continuare a guardare al futuro

Luca lo ha fatto in videoconferenza, altri cinque lo hanno fatto neelle rispettive sedi scolastiche: sono stati sei gli studenti che hanno frequentato la Scuola in Ospedale dell’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna) e tutti hanno superato l’esame di maturità. I loro diplomi assumono un significato che va oltre il risultato scolastico: confermano infatti come il percorso di cura possa accompagnarsi, giorno dopo giorno, alla crescita personale e alla costruzione di nuove prospettive Luca durante l’esame di maturità svolto in videoconferenza dall’Istituto Riabilitativo Montecatone

Luca ha sostenuto l’esame di maturità da una delle aule dell’Istituto Riabilitativo Montecatone – la nota struttura di Imola (Bologna) impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita -, collegato in videoconferenza con la commissione dell’IIS Borsellino e Falcone di Zagarolo (Roma), la sua scuola. Ha superato l’esame con la votazione di 93/100, raggiungendo un traguardo scolastico che si intreccia con un percorso di riabilitazione ancora in corso. Ricoverato infatti a Montecatone dal novembre dello scorso anno, in seguito a un grave incidente sul lavoro, il diciannovenne aveva interrotto gli studi alcuni mesi prima per iniziare a lavorare; durante il colloquio d’esame ha raccontato quindi come la possibilità di riprendere la scuola in ospedale abbia rappresentato una seconda opportunità, un tassello importante nel percorso per riprendersi la propria vita.
Al termine della prova la commissione lo ha salutato con un lungo applauso e uno dei docenti gli ha detto: «Oggi ho ricevuto una lezione di vita importante».

La storia di Luca racconta un risultato più ampio: quest’anno, infatti, sono stati sei gli studenti che hanno frequentato la Scuola in Ospedale di Montecatone e tutti hanno superato l’esame di maturità. Cinque l’hanno sostenuto nelle rispettive sedi scolastiche, uno – Luca, appunto – direttamente dall’Istituto. «È il segno concreto – commentano da Montecatone – di un servizio che consente agli studenti ricoverati di non interrompere il proprio percorso di studi».

La Scuola in Ospedale è un progetto nazionale promosso dal Ministero dell’Istruzione e coordinato dagli Uffici Scolastici Regionali, con l’obiettivo di garantire la continuità didattica agli alunni che, a causa della degenza, non possano frequentare temporaneamente la scuola di appartenenza.
A Montecatone tale servizio è attivo dal 2004, grazie alla collaborazione con l’Istituto Alberghiero Bartolomeo Scappi di Castel San Pietro Terme le cui docenti progettano percorsi educativi personalizzati in costante raccordo con gli istituti di provenienza degli studenti. «Si tratta di un lavoro – sottolineano dalla struttura imolese – che permette di mantenere continuità negli apprendimenti e, insieme, di preservare una dimensione fondamentale della quotidianità. Per chi affronta un lungo ricovero, infatti, la scuola non rappresenta soltanto un luogo di studio, ma è uno spazio nel quale continuare a immaginare il futuro, mantenere relazioni, fissare obiettivi e ritrovare normalità. Anche per questo i sei diplomi conseguiti quest’anno assumono un significato che va oltre il risultato scolastico: confermano come il percorso di cura possa accompagnarsi, giorno dopo giorno, alla crescita personale e alla costruzione di nuove prospettive». (S.B.)

A questo link è disponibile il sito dell’Istituto Riabilitativo Montecatone, recentemente oggetto di una profonda ristrutturazione (se ne legga a quest’altro link), dopo anche l’introduzione di un nuovo logo. Per altre informazioni: Comunicazione e Ufficio Stampa dell’Istituto Riabilitativo Montecatone (Massimo Boni), massimo.boni@montecatone.com.

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Il “Durante Noi”, il tempo della responsabilità e il passaggio decisivo dall’ideale all’azione

«Non abbiamo bisogno soltanto di più servizi per la disabilità – scrive Tonino Urgesi -, abbiamo bisogno di una società più capace di riconoscere l’umano nelle sue diverse forme. E la sfida del futuro non è costruire luoghi dove “collocare le persone fragili”, ma è costruire comunità dove nessuno venga percepito come fuori posto. Il cosiddetto “Durante Noi”, quindi  dovrebbe diventare il tempo della responsabilità condivisa in cui si prepara una società capace di accogliere il “Dopo di Noi”»

La domanda «Dopo di noi, dove vivrà nostro figlio?» attraversa da anni il cuore di molte famiglie che vivono l’esperienza della disabilità. È una domanda profondamente umana, nata dalla paura della solitudine, dell’abbandono, dell’incertezza. È la domanda di chi ama e vuole proteggere. Ma forse oggi siamo chiamati a porci una domanda ancora più profonda, più vera: che idea di persona e di comunità abbiamo costruito, se il futuro di una persona con deficit continua a essere pensato soprattutto come un problema da risolvere quando i genitori non ci saranno più?
Il punto centrale non è soltanto il “dopo”. Il punto centrale è il “durante”. Perché il futuro di una persona non si prepara nell’ultimo tratto della vita dei genitori. Si costruisce giorno dopo giorno, attraverso relazioni, esperienze, possibilità, appartenenze. Il “Durante Noi” è il tempo educativo e sociale nel quale una persona con deficit viene riconosciuta, accompagnata e messa nelle condizioni di diventare protagonista della propria esistenza. Il “Dopo di Noi”, infatti, rischia di arrivare troppo tardi se prima non abbiamo costruito un “Durante Noi” autentico.

Per troppo tempo la disabilità è stata letta attraverso il paradigma della mancanza. La persona con deficit è stata definita da ciò che non può fare, dalle sue difficoltà, dai suoi limiti. Anche se animata dalle migliori intenzioni, la cultura dell’assistenza ha spesso prodotto uno sguardo riduttivo: prima il bisogno, poi la persona. Ma una persona non coincide mai con il proprio deficit. La domanda pedagogica fondamentale non è: «Di cosa ha bisogno questa persona?», ma: «Chi è questa persona? Quale desiderio porta con sé? Quale possibilità di vita possiamo costruire insieme?».
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” deve compiere un passaggio culturale decisivo: dalla logica della compensazione alla logica della generatività. Non si tratta soltanto di colmare una mancanza, ma di creare condizioni affinché ogni persona possa esprimere la propria unicità.
La persona con deficit non è un oggetto di cura, ma un soggetto di relazione. Non è soltanto destinataria di interventi, ma parte della costruzione della comunità.
Abbiamo dunque bisogno di una nuova pedagogia della persona con deficit: un pensiero capace di superare la separazione tra “normale” e “diverso”, perché la disabilità non è una condizione che riguarda soltanto alcune persone, ma è una dimensione dell’umano che interroga tutti noi. E ogni società si misura dal modo in cui accoglie la fragilità, perché la fragilità non è un’eccezione, ma appartiene alla vita.

Una comunità realmente educativa non chiede alla persona fragile di adattarsi a un mondo già costruito. È il mondo che deve imparare a trasformarsi, per permettere a ciascuno di partecipare. La vera interazione non è mettere una persona dentro uno spazio predisposto per lei. È costruire spazi nei quali la sua presenza sia considerata naturale.
Ma vi è un aspetto che considero essenziale. La sensibilizzazione non può esaurirsi nella riflessione, per quanto profonda essa sia. Se il pensiero non si traduce in una trasformazione dello sguardo e, successivamente, in un cambiamento delle pratiche quotidiane, rischia di rimanere confinato nell’ambito delle opinioni. Il senso di queste riflessioni è proprio quello di contribuire a generare una diversa cultura della relazione. Ogni autentico cambiamento educativo nasce, prima di tutto, da una conversione dello sguardo: è nel modo in cui riconosciamo l’altro che prendono forma le nostre scelte, i nostri gesti e le nostre responsabilità.
Esiste un’affermazione che sintetizza efficacemente questa prospettiva: «Tutto è utopico, fino a quando non arriva qualcuno e lo mette in pratica». È una frase che richiama il passaggio decisivo dall’ideale all’azione. Una nuova pedagogia della persona con deficit può nascere proprio da questa convinzione: un’idea acquista valore soltanto quando diventa prassi educativa, relazione autentica e riconoscimento concreto della dignità dell’altro.
Se quindi anche una sola persona, dopo avere letto queste riflessioni, iniziasse a vedere prima la persona e solo successivamente il suo deficit, quell’utopia avrebbe già iniziato a trasformarsi in realtà. Ed è proprio in questi piccoli cambiamenti, spesso silenziosi ma profondi, che prendono avvio le autentiche rivoluzioni educative.

La Legge sul “Dopo di Noi” [Legge 112/16, N.d.R.] ha rappresentato un passaggio importante nella storia dei diritti delle persone con deficit. Ha riconosciuto il bisogno di progettare il futuro e di superare l’idea dell’istituzionalizzazione come unica risposta. Tuttavia, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci sui limiti di quella norma. Se gli strumenti previsti funzionano soprattutto per chi possiede patrimoni, proprietà, conoscenze giuridiche e reti familiari capaci di orientarsi tra fondazioni, vincoli e procedure amministrative, rischiamo di creare una nuova forma di disuguaglianza. Che cosa accade, infatti, alla persona con deficit che non erediterà nulla? Che cosa accade alle famiglie prive di risorse economiche o culturali?
La dignità non può dipendere da un’eredità ricevuta. Un diritto universale non può essere costruito sulla capacità privata delle famiglie di organizzare una soluzione individuale. La vita di una persona non può essere garantita dalla ricchezza dei genitori, ma dalla responsabilità della comunità.
Invece, il “Durante Noi” ci obbliga a cambiare prospettiva. Non dobbiamo aspettare che venga meno la famiglia per chiederci quale sarà il futuro di una persona. Dobbiamo costruire quel futuro mentre la famiglia è ancora presente. Questo significa educare all’autonomia possibile, creare reti sociali, favorire amicizie, esperienze lavorative, partecipazione culturale, appartenenza ai luoghi. Significa permettere alla persona con disabilità di esercitare il diritto alla scelta, anche quando la scelta è accompagnata e sostenuta.
L’autonomia non significa fare tutto da soli. Nessun essere umano è completamente autonomo: tutti viviamo grazie a relazioni e interdipendenze. La vera autonomia è poter partecipare alla propria vita con gli strumenti necessari per esprimere se stessi.

Il volontariato ha avuto e continua ad avere un ruolo fondamentale. Ha saputo trasformare il dolore delle famiglie in solidarietà, costruendo risposte dove spesso mancavano. Ma la disabilità non può essere affidata soltanto alla generosità dei volontari. La questione riguarda il modello culturale di una società intera. Riguarda la scuola, il lavoro, la politica, l’urbanistica, i servizi, i luoghi della cultura, le relazioni quotidiane. Non abbiamo bisogno soltanto di più servizi per la disabilità. Abbiamo bisogno di una società più capace di riconoscere l’umano nelle sue diverse forme. E la sfida del futuro non è costruire luoghi dove “collocare le persone fragili”, ma è costruire comunità dove nessuno venga percepito come fuori posto.
Il “Durante Noi” dovrebbe quindi diventare il tempo della responsabilità condivisa: il tempo in cui si prepara una società capace di accogliere il “Dopo di Noi”, non perché ha trovato un luogo dove collocare qualcuno, ma perché ha costruito legami nei quali nessuno è lasciato solo.
La domanda finale non dovrebbe essere soltanto: «Dove vivrà mio figlio quando io non ci sarò?». La domanda più grande è, e rimane: «Che tipo di comunità stiamo costruendo oggi, affinché mio figlio possa vivere pienamente quando io ci sono ancora e quando io non ci sarò più?». Perché il futuro non si eredita. Il futuro si educa, si costruisce e si condivide.

*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Arriva per la terza volta a Monfalcone il Giro d’Italia di Handbike

Dopo il grande successo ottenuto con le prime due tappe di Noventa di Piave (Venezia) e Cesano Maderno (Monza-Brianza), siamo alla vigilia del terzo appuntamento con il 16° Giro d’Italia di Handbike, manifestazione divenuta leader di settore anche a livello continentale, che il 12 luglio approderà a Monfalcone (Gorizia), città del Friuli Venezia Giulia che accoglierà per la terza volta l’evento La partenza della tappa di Cesano Maderno (Monza-Brianza) del 16° Giro d’Italia di Handbike

Dopo il grande successo ottenuto con le prime due tappe di Noventa di Piave (Venezia) e Cesano Maderno (Monza-Brianza) (i relativi approfondimenti sono disponibili rispettivamente a questo e a questo link), siamo ora alla vigilia del terzo appuntamento con il 16° Giro d’Italia di Handbike, manifestazione divenuta leader di settore anche a livello continentale, che il 12 luglio approderà a Monfalcone (Gorizia), città del Friuli Venezia Giulia che accoglierà per la terza volta l’evento.
Il Giro tornerà quindi, dopo la pausa estiva, con le ultime due tappe di Carugate (Milano) il 6 settembre e di Biella il 4 ottobre. (S.B.)

A questo link è disponibile un approfondimento di presentazione della tappa del Giro di Monfalcone. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@girohandbike.it (Angela Grassi).

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Formazione gratuita a giovani donne sull’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali

Per tentare di rispondere alla sfide riguardanti l’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali, che stanno ridefinendo il mercato del lavoro e il futuro della società, oltreché per colmare il divario di genere in tale settore, la Federazione FISH, in partnership con varie altre organizzazioni, ha promosso il progetto “Donne e intelligenza artificiale”, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, iniziativa formativa online gratuita, rivolta a giovani donne tra i 16 e i 25 anni. Le iscrizioni saranno aperte fino al 15 settembre

L’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali stanno ridefinendo il mercato del lavoro e il futuro della società. Per tentare di rispondere a questa sfida e colmare il divario di genere in tale settore, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), in partnership con AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con lesione al midollo spinale), AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente Umbria), la Federazione lombarda LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), FISH Calabria, FISH Basilicata e UILDM Mazara del Vallo (Trapani), ha promosso il progetto denominato Donne e intelligenza artificiale, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, iniziativa formativa online gratuita, rivolta esclusivamente a giovani donne di età compresa tra i 16 e i 25 anni.

«Con questo progetto – spiegano dalla FISH – ci proponiamo di intercettare ragazze motivate, curiose e desiderose di dare una svolta decisiva al proprio percorso di studi e professionale. Attraverso percorsi didattici mirati, le partecipanti avranno l’opportunità di sviluppare e migliorare le proprie competenze digitali, acquisendo familiarità con gli strumenti dell’intelligenza artificiale».
«Offrire a giovani donne tra i 16 e i 25 anni gli strumenti per padroneggiare l’intelligenza artificiale – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – significa dare loro un vantaggio competitivo reale per il proprio futuro professionale e personale. L’innovazione e la transizione digitale devono essere inclusive e accessibili a tutti e tutte: solo investendo sulle competenze delle nuove generazioni possiamo costruire una società più equa, moderna e aperta al cambiamento».

La formazione è pensata per garantire un alto standard di apprendimento e per questo motivo, i posti sono limitati a un massimo di 52 partecipanti per ciascun corso. Le iscrizioni rimarranno aperte fino al 15 settembre prossimo. (S.B.)

Le giovani interessate possono accedere al modulo di iscrizione tramite questo link e inviarlo quindi, insieme agli allegati richiesti, a segreteria@fishets.it. Per altre informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“A Suon di Padel”: lo sport come strumento di inclusione, partecipazione e crescita personale

Lo sport come strumento di inclusione, partecipazione e crescita personale è il messaggio che ha caratterizzato il progetto “A Suon di Padel”, iniziativa dell’ENS di Sassari, realizzata grazie al contributo della Fondazione di Sardegna, nata con l’obiettivo di rendere l’attività sportiva realmente accessibile anche alle persone con disabilità uditiva. Vi si sofferma Claudia Porcu, che l’ha ideata, raccontando anche di un convegno dedicato sempre allo sport come strumento di inclusione, che ha potuto contare su alcuni illustri ospiti Foto di gruppo per il progetto sassarese “A Suon di Padel”

Lo sport come strumento di inclusione, partecipazione e crescita personale: è il messaggio che ha caratterizzato il progetto denominato A Suon di Padel, iniziativa dell’ENS di Sassari (Ente Nazionale Sordi), ideata da chi scrive [Claudia Porcu] e realizzata grazie al contributo della Fondazione di Sardegna, nata con l’obiettivo di rendere l’attività sportiva realmente accessibile anche alle persone con disabilità uditiva.
Lo sport, infatti, è molto più di una pratica agonistica o di un semplice momento di svago: è un linguaggio universale capace di unire persone di età, culture, abilità e percorsi di vita differenti. Attraverso tale pratica si costruiscono relazioni, si promuove il rispetto reciproco, si superano barriere e pregiudizi e si sviluppa un autentico senso di appartenenza alla comunità. Quando è accessibile e aperto a tutti, diventa un potente strumento di inclusione sociale, capace di valorizzare le diversità come una risorsa e di offrire a ciascuno l’opportunità di esprimere il proprio potenziale.

Il progetto A Suon di Padel è nato proprio da questa visione. Attraverso un corso di 20 ore, svoltosi a Sassari, presso lo Sporting Milano 26 e guidato dagli istruttori qualificati Giuseppe Cardin e Ginevra Ciafardini, i partecipanti sordi hanno avuto l’opportunità di avvicinarsi al padel non soltanto come disciplina sportiva, ma come esperienza di incontro, socializzazione e condivisione.
Oltre all’apprendimento delle tecniche di gioco, il percorso ha favorito la nascita di nuove relazioni e la condivisione di momenti significativi all’interno di un ambiente inclusivo e stimolante.
Il padel si è rivelato uno strumento particolarmente efficace per raggiungere questi obiettivi perché, essendo uno sport di gruppo, favorisce la collaborazione, la comunicazione, la fiducia reciproca e lo spirito di squadra.
Uno degli aspetti più significativi del progetto è stato il coinvolgimento non solo degli atleti con sordità, ma anche degli istruttori e di tutto lo staff dello Sporting Milano 26. Durante il percorso, tecnici e operatori hanno affrontato un’importante esperienza culturale e umana che li ha resi maggiormente consapevoli di quelle che sono le esigenze delle persone con sordità. Hanno infatti acquisito gli accorgimenti per comunicare in modo efficace con le persone sorde e anche alcuni segni della LIS Lingua dei Segni Italiana.
È stato insomma un percorso che ha dimostrato come l’inclusione autentica nasca dalla conoscenza reciproca, dall’ascolto delle esigenze di ciascuno e dalla volontà di creare spazi realmente accessibili.

Proprio questi temi sono stati approfonditi durante un convegno in giugno al Pegasus Hotel di Sassari, dedicato a sport e inclusione, durante il quale sono stati presentati i risultati raggiunti e condivise le esperienze di atleti provenienti da discipline diverse. Dallo sci nautico al nuoto, dal padel al surf, è emerso un messaggio comune: lo sport come potente strumento di inclusione, capace di valorizzare le differenze e trasformarle in una risorsa.
A portare il proprio contributo sono stati relatori di spicco del panorama sportivo e sociale. Tra questi Jeff Onorato, pluricampione di sci nautico e fondatore della Scuola Sci Saint Tropez di La Maddalena, che ha condiviso la propria esperienza sportiva e il valore della disciplina come percorso di crescita personale. La scuola, attiva da oltre vent’anni, accoglie atleti con e senza disabilità, provenienti da tutto il mondo che arrivano a la Maddalena per imparare e praticare lo sci nautico, in un contesto di libertà, sicurezza e inclusione.
È intervenuto poi Manolo Cattari, psicologo e psicoterapeuta dello sport e presidente del Progetto AlbatroSS, realtà che promuove l’attività in acqua come strumento di inclusione sociale, benessere e partecipazione. Nel corso del suo intervento, insieme agli atleti con disabilità presenti, sono state condivise esperienze di impegno, risultati e crescita continua, offrendo testimonianze significative del valore trasformativo dello sport. Il Progetto AlbatroSS ha inoltre sviluppato iniziative di respiro locale e internazionale, con l’obiettivo di creare connessioni tra comunità diverse attraverso lo sport.
Il terzo intervento è stato quello di Marco Pistidda, fondatore della Bonga Surf School a Porto Ferro (Sassari), che ha sviluppato progetti di surf therapy e inclusione rivolti in particolare alle persone neurodivergenti e con la malattia di Parkinson, attraverso attività che mettono al centro il benessere, la sicurezza e l’accessibilità dell’esperienza del mare.
A chiudere è stato infine Manuel Vanuzzo, ex capitano storico della Dinamo Sassari di basket, oggi impegnato nella gestione dello Sporting Milano 26, punto di riferimento cittadino per il tennis, il calcetto e soprattutto il padel, e che rappresenta un contesto attivo anche sul piano sociale.
La giornata successiva è stata invece dedicata al gioco e alla partecipazione attiva, con un torneo che ha visto scendere in campo insieme persone sorde e udenti, dando vita a un autentico momento di condivisione, collaborazione e divertimento.

È stata un’esperienza significativa che resterà a lungo nella memoria di tutti i partecipanti e che porteremo nel cuore. Il progetto è stato rifinanziato e si prevede di proseguire il percorso coinvolgendo nuove persone sorde, con l’obiettivo di continuare a promuovere inclusione, partecipazione e crescita condivisa.

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In una classe di scuola, dove il pregiudizio non si dichiara quasi mai, ma si deposita nei gesti

«Nessuno, in una classe di scuola, si alza per dire di avere un pregiudizio – scrive Giorgio Sama -, lo negherebbe in buona fede. Eppure il pregiudizio lavora lo stesso, e lo fa nei dettagli: il banco scelto una fila più in là, gli occhi che si spostano quando l’altro parla, la mano che al momento di formare le coppie cerca qualcun altro, il nome di quel compagno pronunciato solo quando serve un favore. Non è la disabilità a isolare, ma è ciò che il gruppo ne fa, giorno dopo giorno»

Nessuno, in una classe di scuola, si alza per dire di avere un pregiudizio. Lo negherebbe in buona fede. Eppure il pregiudizio lavora lo stesso, e lo fa nei dettagli: il banco scelto una fila più in là, gli occhi che si spostano quando l’altro parla, la mano che al momento di formare le coppie cerca qualcun altro, il nome di quel compagno pronunciato solo quando serve un favore.
Il sociologo Erving Goffman aveva descritto bene questo meccanismo: lo stigma non abita l’attributo di una persona, nasce invece nella relazione che quell’attributo costruisce attorno a lei. Non è la disabilità a isolare. È ciò che il gruppo ne fa, giorno dopo giorno.
Sotto la superficie c’è un secondo piano, più difficile da raggiungere. Lo psicologo Renato Tagiuri parlava di percezione sociale per indicare un calcolo che facciamo di continuo: non solo chi scelgo e chi evito, ma cosa immagino che gli altri pensino, di me e di lui. Un ragazzo, a 14 anni, non si allontana da un compagno con disabilità soltanto per quello che prova. Si allontana anche per timore di come verrebbe giudicato se gli restasse vicino. Spesso il pregiudizio è una forma di prudenza: l’adeguamento muto a una temperatura del gruppo che nessuno ha dichiarato e che tutti rispettano.

La cosa sorprendente è che questo sentire sommerso si può perfino misurare. Negli Anni Cinquanta, lo psicologo Charles Osgood mise a punto il “differenziale semantico”. Invece di chiedere «cosa pensi di lui?», domanda alla quale ognuno risponde come si conviene, fa collocare una persona tra coppie di aggettivi opposti, vicino o lontano, sicuro o inquietante, su una scala muta. Lì, dove sembra di non esporsi, l’ago si sposta. Affiora la connotazione, il colore emotivo che la parola «compagno» prende quando accanto c’è una diagnosi. Le parole dicono una cosa, la scala ne registra un’altra, e quello scostamento costituisce la misura precisa di una lontananza che a voce nessuno avrebbe ammesso.

Tutto questo cambia il modo di stare in una classe di scuola. Davanti a una battuta infelice smette di avere senso la sola indignazione, perché quasi mai la frase è il vero problema. Il problema è l’ago, lo scarto fra ciò che si dichiara e ciò che si prova, e su quello si può lavorare. Le prediche spostano le parole e lasciano l’ago dov’era. Il tempo passato insieme, una responsabilità condivisa, le vicinanze ripetute durante un’attività comune, quelle sì, col tempo, spostano la connotazione.

Resta un punto da non dimenticare. Una misura, da sola, non ha mai avvicinato nessuno. Il dispositivo dice con precisione dove passa la frattura, una precisione che l’occhio nudo non possiede; ma attraversarla è un lavoro lento, fatto di gesti e non di numeri. Misurare ha valore solo se serve a restituire a un ragazzo un percorso, e ad aprirgli accanto lo spazio per stare, un giorno, fra gli altri, senza che a nessuno costi uno sforzo.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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Elena Tomei in scena con il monologo “Immobile”

Apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico di cui seguiamo sempre con piacere le varie performance, Elena Tomei porterà in scena l’11 luglio a Roma, nell’àmbito dell’edizione 2026 della rassegna “Corti d’Estate”, il monologo “Immobile”, scritto e diretto da Salvatore Riggi, in cui si racconta il trauma di una sopravvissuta al terremoto dell’Irpinia del 1980 Elena Tomei, interprete di “Immobile”, insieme all’autore e regista del monologo Salvatore Riggi

Apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico di cui seguiamo sempre con piacere le varie performance, Elena Tomei porterà in scena nella serata dell’11 luglio, al Piccolo Teatro dell’Arte di Roma, nell’àmbito dell’edizione 2026 della rassegna Corti d’Estate (a tema Dal tramonto all’alba), il monologo Immobile, scritto e diretto da Salvatore Riggi.
In esso si racconta il trauma di una sopravvissuta al terremoto dell’Irpinia del 1980, segnata da ricordi frammentati e da una perdita che il tempo non riesce a colmare. Bloccata sotto un tavolo durante il sisma, resta intrappolata emotivamente in quell’istante. Anni dopo, continua a sentirsi immobile, sospesa tra memoria e dolore. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: elenatomei1990@gmail.com.

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Una giornata in cui Matteo si è sentito accolto (ma l’inclusione non può essere un evento)

All’evento “ExpoAid” di Rimini, Matteo, persona adulta con disabilità, ha vissuto una giornata piacevole, ricca di incontri, di esperienze e di scoperte. Una giornata in cui si è sentito accolto. La mamma Laura riflette e si chiede: «Come è possibile che lo stesso sistema che dimostra di possedere risorse, competenze, capacità organizzative e visione sufficienti per realizzare un evento così ben progettato faccia poi così tanta fatica a garantire, nella vita quotidiana, quella stessa qualità alle persone con disabilità?» Il palacongressi di Rimini, dove a fine giugno si è tenuto l’evento “ExpoAid”

«A me l’ExpoAid di Rimini è piaciuta tanto perché le persone erano gentili e ho ballato i Gioca Jouer nella stanza della calma e mi sono divertito tanto e ho visto i modellini di alcuni sottomarini del Gruppo Sommergibili Italiano che erano davvero molto belli e poi c’erano tutte le forze dell’ordine italiane e anche l’esercito, anche questo mi è piaciuto tanto».
Se dovessi raccontare l’evento di Rimini ExpoAid 2026 attraverso gli occhi di Matteo, partirei da qui. Non dai convegni, non dalle istituzioni, non dagli slogan. Dalla semplicità di una persona che ha vissuto una giornata piacevole, ricca di incontri, di esperienze e di scoperte. Una giornata in cui si è sentito accolto.

Siamo andati a Rimini insieme. Non era una semplice visita a una fiera, ma una tappa di un percorso più ampio. Matteo è un adulto con disabilità e sta lavorando, come tante altre persone, sul proprio progetto di vita e sulla propria autodeterminazione. Per questo era importante che partecipasse in prima persona a un evento nazionale dedicato all’inclusione, osservando, scegliendo, esprimendo preferenze, confrontandosi con realtà diverse e costruendo progressivamente la propria capacità di decidere.
Il viaggio è stato parte integrante dell’esperienza. Durante il tragitto in macchina abbiamo ascoltato la registrazione dell’intervento di Corinne Ceraolo Spurio, componente del Centro Studi Giuridici e Sociali dell’ANFFAS Nazionale [Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo, N.d.R.], dedicato al tema Autodeterminazione e autorappresentanza: origini e sviluppo. Un modo interessante per entrare nel clima della manifestazione e riflettere sul significato profondo delle parole che spesso utilizziamo quando parliamo di diritti, inclusione e partecipazione.
Solo successivamente abbiamo scoperto che tutti i contenuti dell’evento sarebbero stati resi disponibili anche online. È stata certamente una buona notizia, ma è un’informazione che, a nostro avviso, avrebbe meritato maggiore evidenza fin dall’inizio. La partecipazione digitale costituisce infatti un’importante opportunità di uguaglianza per chi, per ragioni economiche, organizzative, familiari o di salute, non può affrontare uno spostamento. Rendere note queste possibilità con chiarezza e tempestività significa ampliare realmente la partecipazione.

Siamo arrivati a ExpoAid con un obiettivo molto semplice: visitare gli stand. I seminari della giornata risultavano infatti già completi e non era più possibile registrarsi. Questa apparente limitazione si è trasformata però in un’opportunità, consentendoci di dedicare tutto il tempo all’esplorazione degli spazi espositivi, agli incontri e alle attività presenti.
Sin dall’ingresso siamo rimasti colpiti dalla qualità dell’organizzazione. Impeccabile il check-in: ciascun partecipante disponeva del proprio pass personalizzato con nome, cognome e QR Code. Tutto era chiaro, ordinato, immediato. Gli spazi erano ben distribuiti, con aree dedicate al ristoro, luoghi per il riposo, ambienti per chi aveva bisogno di tranquillità e perfino spazi destinati all’intrattenimento. La “stanza della calma”, citata da Matteo tra i suoi ricordi più belli, rappresenta forse meglio di ogni altra cosa l’attenzione posta alle diverse esigenze delle persone.
In ogni dettaglio emergevano competenza, cura e una reale volontà di rendere l’evento accessibile a tutti e tutte. Alla fine della visita, ogni partecipante ha ricevuto un gradito omaggio: una borsa in cotone ecologico, una palla gonfiabile da spiaggia, un cappellino, una maglietta e quaderni per appunti, tutti personalizzati con il marchio ExpoAid. Un gesto semplice ma curato, che contribuiva a lasciare un ricordo positivo della giornata.

Insomma, per chi vi ha partecipato, ExpoAid è stato un evento quasi perfetto. Ed è proprio qui che nasce una riflessione che mi accompagna ancora oggi. Come è possibile che lo stesso sistema che dimostra di possedere risorse, competenze, capacità organizzative e visione sufficienti per realizzare un evento così ben progettato faccia poi così tanta fatica a garantire, nella vita quotidiana, quella stessa qualità alle persone con disabilità? Perché ciò che è stato possibile costruire per due giorni all’interno di una fiera non riesce sempre a tradursi in normalità nei territori, nei servizi, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle comunità?
Le persone con disabilità non hanno bisogno di eventi straordinari. Hanno bisogno che siano applicate le leggi esistenti, che gli operatori siano adeguatamente formati, che gli ambienti siano realmente accessibili e dignitosi, che siano disponibili i sostegni sociali ed economici indispensabili per costruire una vita autonoma e partecipata.
Forse il successo più grande di ExpoAid non dovrebbe essere soltanto aver mostrato ciò che è possibile fare quando tutto funziona bene. Dovrebbe essere quello di ricordarci che quella qualità, quell’attenzione e quel rispetto non devono restare confinati dentro i padiglioni di una manifestazione.
Per Matteo, la parte migliore è stata ballare il Gioca Jouer, vedere i modellini dei sottomarini e incontrare persone gentili. E, in fondo, è proprio questo il punto. L’inclusione non è un evento. È permettere a ciascuno di vivere con naturalezza esperienze che gli altri considerano normali ogni giorno.

*Il presente contributo di riflessione è già apparso in Informareun’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Un lavoratore con disabilità è statisticamente più esposto ad assenze dal lavoro: così è cambiata la giurisprudenza

Quando il datore di lavoro conosce o può ragionevolmente conoscere la condizione di disabilità del dipendente, non può limitarsi a verificare il superamento del comporto, ossia del tempo di assenza dal lavoro determinato dalla legge (o dalla contrattazione colletiva) e causato dalla disabilità stessa: deve invece attivarsi per comprendere le ragioni delle assenze e valutare possibili accomodamenti ragionevoli. È la svolta di questi ultimi anni, giunta a seguito di una serie di provvedimenti della Corte di Cassazione

Per lungo tempo il licenziamento per superamento del “periodo di comporto” è stato considerato una delle fattispecie più stabili del diritto del lavoro. La regola appariva semplice: il lavoratore assente per malattia conserva il posto per un periodo determinato dalla legge o dalla contrattazione collettiva; superato quel limite, il datore di lavoro può recedere dal rapporto.
Negli ultimi anni, però, questo schema ha iniziato a mostrare i propri limiti. L’emersione del tema della disabilità, l’influenza del diritto europeo e una serie di importanti decisioni della magistratura hanno progressivamente modificato il significato stesso del comporto, aprendo una riflessione che va ben oltre il semplice conteggio dei giorni di assenza.

Il punto di partenza: la Sentenza della Cassazione del 2018
Una tappa fondamentale è rappresentata dalla Sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 12568 del 2018. In quella decisione la Corte ha chiarito che il licenziamento intimato prima della scadenza del periodo di comporto è radicalmente nullo. La tutela della salute del lavoratore, sancita dall’articolo 32 della Costituzione e dall’articolo 2110 del Codice Civile, non può infatti essere compressa da un recesso anticipato.
Il pronunciamento ha inoltre ribadito l’autonomia del licenziamento per comporto rispetto al licenziamento per giustificato motivo oggettivo: la malattia non costituisce un inadempimento del lavoratore e il recesso trova la propria disciplina in una fattispecie specifica.
Per anni questa ricostruzione ha rappresentato il principale punto di riferimento della giurisprudenza. Tuttavia, il tema della disabilità era ancora destinato a diventare il terreno sul quale si sarebbero sviluppate le maggiori innovazioni.

Il caso di Vicenza e il confronto con il diritto europeo
Nel 2022 il Tribunale di Vicenza è stato chiamato a pronunciarsi sul caso di una lavoratrice con una patologia cronica invalidante licenziata dopo il superamento del comporto previsto dal contratto collettivo. La questione era particolarmente delicata: le assenze collegate alla disabilità dovevano essere conteggiate allo stesso modo delle altre?
Ebbene, il Tribunale ha riconosciuto la rilevanza dei princìpi europei in materia di discriminazione e accomodamenti ragionevoli, ma ha ritenuto legittimo il licenziamento. Secondo il giudice, l’azienda non disponeva di elementi sufficienti per collegare le assenze alla condizione invalidante della dipendente e aveva comunque adottato alcune misure organizzative ritenute adeguate.
Questa decisione fotografa bene una fase di transizione: da un lato emerge la crescente attenzione verso il rischio di discriminazione indiretta, dall’altro permane una forte fiducia nella disciplina tradizionale del comporto e nel ruolo della contrattazione collettiva.

Nel 2023 la svolta
Ma il vero punto di svolta arriva con la Sentenza n. 9095 del 2023 della Corte di Cassazione. Qui, infatti, per la prima volta la Suprema Corte afferma in modo esplicito che l’applicazione uniforme del periodo di comporto può produrre una discriminazione indiretta nei confronti delle persone con disabilità.
Il ragionamento è semplice ma rivoluzionario: un lavoratore con disabilità è statisticamente più esposto ad assenze dovute alle proprie condizioni di salute. Applicare lo stesso limite previsto per tutti i dipendenti significa quindi trattare come uguali situazioni che uguali non sono.
La Corte recepisce così l’orientamento sviluppato dalla giurisprudenza europea e sposta l’attenzione dal semplice dato quantitativo delle assenze agli effetti concreti che la regola produce sui lavoratori più vulnerabili.

Gli accomodamenti ragionevoli diventano centrali
Le successive Sentenze della Cassazione del maggio 2024 (n. 11731 del 2 maggio; n. 11865 del 2 maggio; n. 14316 del 22 maggio; n. 15282 del 31 maggio) hanno rafforzato ulteriormente questa impostazione. I giudici affermano che il datore di lavoro, quando conosce o può ragionevolmente conoscere la condizione di disabilità del dipendente, non può limitarsi a verificare il superamento del comporto. Deve invece attivarsi per comprendere le ragioni delle assenze e valutare possibili accomodamenti ragionevoli.
Non esiste una soluzione valida per ogni situazione. Gli strumenti possono essere diversi: modifiche organizzative, adattamenti delle mansioni, flessibilità oraria, periodi di aspettativa o altre misure compatibili con le esigenze aziendali.
L’elemento decisivo è che il licenziamento non può più essere considerato una conseguenza automatica del superamento di una soglia numerica.

Collaborazione tra impresa e lavoratore
Con l’Ordinanza n. 170 del 2025 la Cassazione compie quindi un ulteriore passo avanti, introducendo con maggiore forza il tema del dialogo tra impresa e lavoratore. Quando cioè emerge una situazione di disabilità, entrambe le parti sono chiamate a collaborare per individuare soluzioni idonee a mantenere il rapporto di lavoro.
L’azienda deve attivarsi concretamente per valutare possibili accomodamenti. Il lavoratore, a sua volta, è chiamato a fornire le informazioni necessarie senza che ciò comporti una rinuncia alla propria riservatezza.
La logica non è più quella dello scontro giudiziario successivo al licenziamento, ma quella della ricerca preventiva di un equilibrio tra tutela della salute e organizzazione del lavoro.

Un cambiamento che riguarda il futuro del lavoro
L’evoluzione della giurisprudenza dimostra come il comporto non possa più essere considerato soltanto un istituto tecnico del diritto del lavoro e dietro il dibattito sui giorni di assenza si nasconde una questione più ampia: il modo in cui la società decide di includere o escludere le persone con disabilità dal mondo del lavoro.
Per decenni l’uguaglianza è stata interpretata come applicazione uniforme delle stesse regole a tutti. Oggi sta emergendo una diversa concezione, nella quale l’effettiva parità richiede anche la capacità di riconoscere le differenze e di adottare misure adeguate per compensarle.
Il percorso non è concluso. Molti aspetti attendono ancora chiarimenti legislativi e contrattuali. Tuttavia una direzione appare ormai tracciata: il periodo di comporto non è più soltanto un limite temporale oltre il quale il rapporto può cessare, ma uno degli strumenti attraverso cui si misura la reale capacità del sistema lavorativo di garantire inclusione, dignità e uguaglianza sostanziale.

*Giurista specializzata in Genetica Forense e in Giurisprudenza, con focus sul Diritto del Lavoro.

Indicazioni bibliografiche:
° Cristina Alessi, Disabilità, accomodamenti ragionevoli e oneri probatori, in «Rivista Italiana di Diritto del Lavoro», 2023, II, pp. 617 e seguenti.

° Vincenzo Luciani, Il comporto nel licenziamento del disabile “europeo” tra tutela antidiscriminatoria e accorgimenti ragionevoli, in «Diritto delle Relazioni Industriali», 2024, pp. 1171 e seguenti.
° Simone Varva, Malattie croniche e lavoro tra normativa e prassi, in «Rivista Italiana di Diritto del Lavoro», 2018, I, pp. 115 e seguenti.

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Fabbri 1905 a fianco della “Frolleria ANFFAS di Mirandola”

Due giorni di formazione dedicati a persone con disabilità, e la fornitura di 250 grembiuli: così Fabbri 1905, la celebre azienda alimentare operante nel settore dolciario, della gelateria e della pasticceria, si è schierata a Rimini, in occasione dell’evento “ExpoAid 2026”, a fianco della “Frolleria di Mirandola”, progetto dell’ANFFAS di Mirandola (Modena), che coinvolge persone con disabilità dalla produzione del prodotto dolciario, fino alla vendita al dettaglio dei biscotti artigianali realizzati Il team di “Frolleria ANFFAS Mirandola” a “ExpoAid 2026”, con Carlotta Fabbri, quinta generazione di Fabbri 1905 (prima a sinistra), Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS (quarto da sinistra, dietro), il pasticciere formatore Domenico Costanza (sesto da sinistra, dietro) e Marzia Manderioli, presidente dell’ANFFAS di Mirandola (ottava da sinistra, dietro)

Confermando il proprio impegno nel campo dell’inclusione, Fabbri 1905, la celebre azienda alimentare operante nel settore dolciario, della gelateria e della pasticceria, si è schierata recentemente a Rimini, in occasione dell’evento ExpoAid 2026, a fianco della Frolleria di Mirandola, progetto dell’ANFFAS di Mirandola (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Nreurosviluppo), in provincia di Modena, che coinvolge persone con disabilità dalla produzione del prodotto dolciario, fino alla vendita al dettaglio dei biscotti artigianali realizzati.
Durante la manifestazione riminese, l’azienda bolognese ha sponsorizzato infatti due giorni di formazione dedicati a persone con disabilità, supportando laboratori di pasticceria professionale e fornendo 250 grembiuli con i loghi di Fabbri 1905, Frolleria ed Expo AID 2026.

«È un privilegio – ha dichiarato per l’occasione Carlotta Fabbri, esponente della quinta generazione alla guida di Fabbri 1905 – poter sostenere le Associazioni del nostro territorio con un’azione concreta, facendo una formazione vera e tangibile. I biscotti erano buonissimi: pasta frolla e Amarena Fabbri hanno conquistato tutti».
«Siamo fermamente convinti – ha aggiunto – che ogni persona abbia il proprio valore e vogliamo ringraziare Frolleria ANFFAS di Mirandola per averci proposto di supportarli in questo progetto che ci ha emozionato e reso orgogliosi». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: fabbri1905.ufficiostampa@leadcom.it.

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L’audiodescrizione del murale di Piacenza “Tributo a Giorgio Armani”

L’Associazione Blindsight Project ha realizzato l’audiodescrizione del murale dedicato allo stilista Giorgio Armani, inaugurato a Piacenza, sua città natale, in occasione dell’anniversario della sua nascita, che ricorrerà l’11 luglio. L’opera, realizzata dal pittore e urban artist Kotè, rientra nella collezione di audiodescrizioni di “Talking-Italy©”, iniziativa di Blindsight Project attraverso cui molte opere d’arte e interi complessi museali sono diventati accessibili a persone con disabilità visive Il murale di Piacenza “Tributo a Giorgio Armani”, realizzato da Kotè

L’audiodescrizione è certamente una delle attività nelle quali l’Associazione Blindsight Project investe maggiormente, basti pensare a Talking-Italy©, l’importante iniziativa attraverso cui molte opere d’arte ed interi complessi museali, proprio attraverso le audiodescrizioni artistico-museali, sono diventati accessibili a persone con disabilità visive.
È notizia di questi giorni che l’Associazione ha realizzato anche l’audiodescrizione del nuovo murale dedicato allo stilista Giorgio Armani (1934-2025), inaugurato a Piacenza, sua città natale, in occasione dell’anniversario della sua nascita, che ricorrerà l’11 luglio. Anche tale audiodescrizione è ospitata nella collezione di audiodescrizioni Talking-Italy©, ed è fruibile da questo link.
Oltre all’audiodescrizione in italiano, interpretata dalla speaker professionista Antonella Giannini, è stata realizzata anche la versione in inglese tradotta dal team di Blindsight Project e registrata dalla Pselion Web Agency con una voce sintetica basata sull’intelligenza artificiale, a conferma di un impegno finalizzato ad integrare innovazione tecnologica e accessibilità. Mentre il testo di questo tributo è stato prodotto a quattro mani da Alessandra Paganelli e Laura Raffaeli.

Il murale Tributo a Giorgio Armani, questo il nome dell’opera, è stato realizzato da Kotè, un pittore e urban artist di origini salernitane. È ospitato sulla facciata di un edificio del condominio Farnesiana, nell’omologo quartiere, e occupa una superficie che si estende per 24 metri di altezza e per 11 metri di larghezza.
Blindsight Project ringrazia ArteViva ETS per avere scelto di commissionare alla propria Associazione l’audiodescrizione dell’opera, nonché il Comune di Piacenza e l’ASP della città emiliana (Azienda Servizi alla Persona), per avere sostenuto concretamente questo progetto, dimostrando che l’accessibilità può e deve essere parte integrante della cultura.
«Ci auguriamo che iniziative come questa – dichiara Laura Raffaeli, presidente di Blindsight Project – aprano la strada a un nuovo modo di progettare e descrivere l’arte pubblica: prevedere fin dall’inizio anche un’audiodescrizione significa rendere le opere fruibili dalle persone cieche e ipovedenti, ampliarne il pubblico e arricchire l’esperienza di tutti. È un intervento dal costo contenuto, ma dal valore culturale e sociale enorme. Perché l’accessibilità non aggiunge solo valore all’arte, ma ne rivela il valore universale».

In conclusione segnaliamo i principali complessi artistici e le singole opere rese accessibili da Blindsight Project attraverso il progetto Talking Italy©: il Parco dei Mostri di Bomarzo, l’Antiquarium di Sutri e il Museo Colle del Duomo a Viterbo, Villa d’Este a Tivoli, il Complesso Monumentale di Sant’Agnese e Santa Costanza, la Chiesa di San Luigi dei Francesi e la Basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma, l’audio-tour Michelangelo audiodescritto (in fase di completamento), le audiodescrizioni degli spazi e dell’opera di Anselm Kiefer Il grande carico, ospitata presso la Biblioteca San Giorgio a Pistoia e appunto quella del murale di Kotè Tributo a Giorgio Armani a Piacenza. (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: president@blindsight.eu o info@blindsight.eu.
Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La salute mentale non può essere considerata come un capitolo separato dalla cura di una malattia rara

Il messaggio emerso da un incontro organizzato dall’OMaR (Osservatorio Malattie Rare) è chiaro: la salute mentale non può essere considerata un capitolo separato dalla cura di una malattia. Per le persone con patologie rare, in particolare, il benessere psicologico incide direttamente sulla qualità della vita, sull’aderenza alle terapie, sulla partecipazione sociale e sulla possibilità di costruire un progetto di vita. E riconoscere questo legame significa compiere un passo decisivo verso una Sanità più equa e inclusiva

Ansia, depressione, isolamento sociale, difficoltà lavorative e relazionali: per chi convive con una malattia rara, il peso della patologia non si misura soltanto attraverso sintomi e referti clinici. Eppure il supporto psicologico continua spesso a occupare una posizione marginale nei percorsi di cura. Si tratta di un vuoto che istituzioni, specialisti e associazioni chiedono oggi di colmare, riconoscendo la salute mentale come parte integrante del diritto alla salute.
La diagnosi di una malattia rara, infatti, non segna soltanto l’inizio di un percorso clinico, ma per molte persone rappresenta l’ingresso in una realtà fatta di incertezze, visite specialistiche, difficoltà organizzative e interrogativi sul futuro, un percorso che può avere conseguenze profonde sul benessere psicologico, sia dei pazienti sia delle loro famiglie.

Di tutto questo si è discusso durante il recente incontro Oltre la diagnosi. Salute mentale e malattie rare: la mastocitosi sistemica come caso di studio [se ne legga la nostra presentazione a questo link, N.d.R.], promosso dall’OMaR (Osservatorio Malattie Rare), con il contributo non condizionante di Blueprint Medicines. Tale confronto ha riunito clinici, professionisti della salute mentale, rappresentanti delle istituzioni e associazioni di pazienti, per riflettere sulla necessità di una presa in carico realmente multidisciplinare.
Negli ultimi anni, del resto, la salute mentale è entrata progressivamente nell’agenda dei sistemi sanitari internazionali, ma nel contesto delle malattie rare, la questione assume caratteristiche particolarmente complesse. Il ritardo diagnostico, infatti, che spesso è lungo anni, l’incertezza sull’evoluzione della patologia, la difficoltà di trovare specialisti competenti e l’impatto sulla vita quotidiana possono generare un carico emotivo significativo. A questo si aggiunga la sensazione, frequentemente riportata dai pazienti, di non essere compresi o riconosciuti.
«La salute mentale è oggi uno dei grandi temi della medicina contemporanea e riguarda tutti noi. È arrivato il momento di superare definitivamente lo stigma che ancora accompagna il disagio psicologico e di considerarlo una componente essenziale della salute della persona», ha spiegato per l’occasione Jacopo Casiraghi, psicologo e psicoterapeuta e coordinatore degli psicologi dei Centri Clinici NeMO (NeuroMuscular Omnicentre).
Secondo l’esperto, nelle malattie rare esistono diversi fattori che possono compromettere il benessere mentale: il lungo percorso verso la diagnosi, la gestione della cronicità, l’incertezza e il peso che la malattia esercita sulle relazioni personali e sociali.

Tra le patologie rare, la mastocitosi sistemica rappresenta un esempio particolarmente significativo del legame tra salute fisica e salute mentale. La malattia, infatti, è caratterizzata da un accumulo anomalo di mastociti in organi e tessuti e può manifestarsi con sintomi molto diversi tra loro, spesso imprevedibili e persistenti nel tempo. Studi scientifici internazionali hanno evidenziato come l’impatto di essa non riguardi soltanto la dimensione clinica, ma coinvolga profondamente la qualità della vita delle persone. Limitazioni nelle attività quotidiane, difficoltà lavorative, riduzione della partecipazione sociale e sofferenza emotiva sono aspetti frequentemente segnalati dai pazienti.
«La mastocitosi sistemica, e in particolare la forma “indolente” di essa, rappresenta un esempio molto chiaro di quanto il peso di una malattia rara non possa essere valutato soltanto in termini di sopravvivenza o di parametri clinici tradizionali», ha sottolineato Massimo Triggiani, docente ordinario di Medicina Interna all’Università di Salerno.
Pur non essendo generalmente associata a una riduzione significativa dell’aspettativa di vita, la patologia può quindi compromettere in modo rilevante il benessere della persona, una condizione che, secondo gli specialisti, rende indispensabile superare una visione esclusivamente organica della malattia.

Il tema richiama anche una questione più ampia: il diritto delle persone con malattia rara a essere considerate nella loro globalità. «Quando parliamo di malattie croniche e rare non possiamo limitarci alla patologia, ma dobbiamo guardare alla persona nella sua interezza», ha ricordato il senatore Ignazio Zullo durante l’incontro promosso dall’OMaR. Un principio, questo, che richiama direttamente la definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, fondata sul benessere fisico, psicologico e sociale. In questa prospettiva, il supporto psicologico non rappresenta un servizio aggiuntivo o facoltativo, ma una componente essenziale del percorso assistenziale.
Lo stesso concetto è stato ribadito dalla deputata Ilenia Malavasi, secondo la quale «pazienti e caregiver devono poter accedere, quando necessario, a percorsi di sostegno psicologico e psichiatrico adeguati e strutturati. Garantire questo accesso significa infatti promuovere una medicina realmente centrata sulla persona e ridurre le disuguaglianze che ancora caratterizzano il sistema sanitario, soprattutto a livello territoriale».

A raccogliere quotidianamente le conseguenze di queste difficoltà sono le Associazioni di pazienti. «Ci confrontiamo ogni giorno con persone che, oltre a gestire una patologia rara e complessa, devono affrontare il peso emotivo dell’incertezza, della cronicità e spesso dell’incomprensione da parte di chi le circonda», ha raccontato Patrizia Marcis, presidente dell’ASIMAS (Associazione Italiana Mastocitosi). Proprio per rispondere a questo bisogno, la stessa ASIMAS ha avviato un percorso dedicato alla salute mentale attraverso incontri con una psichiatra e una psicoterapeuta, offrendo ai pazienti uno spazio di ascolto e confronto.
«Tale esperienza – ha spiegato ancora Marcis -, sta dimostrando quanto la domanda di supporto sia concreta e diffusa. Ma evidenzia anche una criticità ancora irrisolta: la difficoltà di integrare stabilmente i professionisti della salute mentale nei percorsi di cura delle malattie rare».

Pertanto, il messaggio emerso dall’incontro è chiaro: la salute mentale non può essere considerata un capitolo separato dalla cura di una malattia. Per le persone con patologie rare, in particolare, il benessere psicologico incide direttamente sulla qualità della vita, sull’aderenza alle terapie, sulla partecipazione sociale e sulla possibilità di costruire un progetto di vita. E riconoscere questo legame significa compiere un passo decisivo verso una Sanità più equa e inclusiva. Perché una presa in carico davvero completa non si limita a curare la malattia, ma accompagna la persona nella sua interezza, affrontando anche quelle fragilità invisibili che troppo spesso restano fuori dalle corsie degli ospedali e dalle priorità delle politiche sanitarie.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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“Adventure Camp ASBI 2026”: crescita personale, socializzazione e sviluppo dell’autonomia

L’“Adventure Camp” dell’ASBI (Associazione Spina Bifida Italia) è un’importante occasione di crescita personale, socializzazione e sviluppo dell’autonomia tramite attività che spaziano dalle esperienze nella natura allo sport, fino a momenti di gruppo e di condivisione, rivolgendosi a ragazze e ragazzi dai 10 ai 16 anni, con e senza disabilità. Quest’anno si terrà dal 2 all’8 agosto a Orta San Giulio (Novara) e l’“Open Experience”, permetterà anche alle famiglie di avvicinarsi all’esperienza con maggiore gradualità

Ormai da anni l’Adventure Camp dell’ASBI (Associazione Spina Bifida Italia) rappresenta un’importante occasione di crescita personale, socializzazione e sviluppo dell’autonomia tramite attività di una settimana che spaziano dalle esperienze nella natura allo sport, fino ai momenti di gruppo e di condivisione, sempre con l’accompagnamento da educatori, volontari e personale infermieristico, per garantire un ambiente accogliente e sicuro.
Quest’anno le date da annotare sono quelle che andranno dal 2 all’8 agosto a Orta San Giulio (Novara), e i destinatari saranno sempre ragazze e ragazzi dai 10 ai 16 anni, con e senza disabilità. Ma questa volta ci sarà anche una novità sostanziale, ossia l’Open Experience (“Esperienza aperta”), formula pensata per le famiglie che desiderino avvicinarsi al Camp con maggiore gradualità. Si potrà infatti partecipare per una o due giornate, con la possibilità di fermarsi anche per il pernottamento, condividendo le attività con i giovani già presenti. Il tutto con l’obiettivo di offrire ai ragazzi/ragazze e alle loro famiglie l’opportunità di conoscere da vicino l’organizzazione, lo staff e il clima che caratterizza questa esperienza, prima di scegliere un’eventuale partecipazione all’intera settimana.
«Abbiamo scelto di introdurre questa nuova modalità – spiega Cristina Dieci, presidente dell’ASBI e madre di una ragazza con spina bifida – perché sappiamo che, soprattutto per chi si avvicina per la prima volta a un’esperienza di questo tipo, può essere importante fare un primo passo senza sentirsi obbligati a partecipare all’intera settimana. L’Open Experience permetterà quindi di conoscere il Camp con serenità, rispettando i tempi e le esigenze di ogni famiglia».
Da segnalare, in conclusione, che l’Adventure Camp dell’ASBI si avvale della collaborazione dell’Associazione Free Rider Sport Events, oltreché del sostegno di FISH (Federazione Italiana di Persone con Disabilità e Famiglie) e FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con lesione al midollo spinale). (S.B.)

Le adesioni all’Adventure Camp 2026 dovranno essere confermate entro il 15 luglio, per consentire all’organizzazione di predisporre al meglio le attività. Per ogni approfondimento, accedere a questo link. Per altre informazioni: presidenza@spinabifidaitalia.it.

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“Ultimi fuochi” a Seravezza, per la mostra accessibile su Alfredo Catarsini

Gli ultimi giorni della tappa di Seravezza (Lucca) della mostra itinerante “Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, di cui Superando è media partner, coinciderà domani, 10 luglio, con la traslazione, presso la Biblioteca di Palazzo Mediceo, dell’opera vincitrice dell’ultimo “Premio Catarsini”, ossia la reinterpretazione delle “Cave di marmo” di Alfredo Catarsini e anche con il quinto laboratorio esperienziale per persone con disabilità visiva lungo il percorso del “Cammino I luoghi di Catarsini”

Gli ultimi giorni della tappa di Seravezza (Lucca) della mostra itinerante Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, da noi già ampiamente presentata e di cui la nostra testata è media partner, coinciderà nella mattinata di domani, 10 luglio, con la traslazione, presso la Biblioteca di Palazzo Mediceo, dell’opera vincitrice dell’ultimo Premio Catarsini, ossia, come avevamo raccontato, della reinterpretazione in marmo statuario, da parte degli studenti della Sezione di Seravezza dell’ISI Marconi, dell’opera di Catarsini Cave di marmo.
Sempre domani, 10 luglio, è previsto inoltre il quinto laboratorio esperienziale per non vedenti e ipovedenti lungo il percorso del Cammino I luoghi di Catarsini, grande mostra diffusa – che gode dell’Alto Patronato del Parlamento Europeo – concepita per collegare vari punti significativi del territorio legati alla vita e all’opera di Alfredo Catarsini e anche l’unico Cammino in Italia interamente accessibile anche a persone con disabilità visiva. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@fondazionecatarsini.com.

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Ci serve il necessario, ma chiediamo anche il bello!

«Quando nasce un bambino con disabilità – scrivono gli Autorappresentanti con disabilità dell’ANFFAS Nordmilano – ci si preoccupa giustamente di quello di cui ha bisogno. Quando diventa adulto, ci si preoccupa del suo futuro. Davanti a tutto questo, cose più leggere come lo svago, il divertimento, il passatempo, il tempo libero, sembrano meno importanti, ma invece per noi sono importantissime perché la cultura, ad esempio, è bella e quando vediamo qualcosa di bello e interessante ci rimane dentro e ci dà gioia» Autorappresentanti dell’ANFFAS Nordmilano

La cultura è bella, quando vediamo qualcosa di bello e interessante ci rimane dentro, resta in mente perché ci dà gioia.
Quando nasce un bambino con disabilità ci si preoccupa giustamente della sua salute, del suo sviluppo, di quello di cui ha bisogno, che possa crescere bene.
Quando cresce e diventa adulto o adulta, ci si preoccupa del suo futuro. A volte le persone con disabilità hanno bisogno di sostegno e questo preoccupa molto i genitori.

Davanti a tutte queste preoccupazioni, le cose più leggere come lo svago, il divertimento, il passatempo, il tempo libero, sembrano meno importanti.
Ma sono importantissime perché sono quelle che creano la qualità delle nostre vite, che rendono la vita migliore, che fanno in modo che la vita sia piacevole, divertente, degna di essere vissuta.

Le persone senza disabilità si godono il piacere della cultura mentre noi spesso viviamo delle difficoltà economiche o fisiche o sociali che rendono difficile partecipare
e restiamo lì a guardare.
Il diritto al divertimento dovrebbe essere accessibile a tutti, ma oggi se vogliamo partecipare a concerti o ad altre occasioni culturali, dobbiamo scrivere numerose email per capire se il luogo è accessibile, se possiamo partecipare come tutti gli altri stando vicini ai nostri amici e non in posti dedicati separati da loro e dare tutte le informazioni rispetto alla nostra invalidità che ci garantisce un accesso più facile.

Abbiamo scoperto da poco che esiste un’applicazione appena inventata che si chiama IMVisible che permette di prendere i biglietti per gli eventi in modo semplice, come fanno solitamente tutti gli altri, facendo click.
Ancora non ci sono tutti gli eventi e i concerti ma se la facciamo crescere potrebbe diventare uno strumento comodo per vivere esperienze divertenti.

Nel passato le persone con disabilità avevano molte meno possibilità di visitare musei, di frequentare luoghi pubblici, biblioteche, locali, pizzerie, mostre e concerti.
Ora ci sono più opportunità di accesso alla cultura ma sono ancora poche. Ad esempio, ci sono ancora pochissimi libri tradotti in linguaggio facile da leggere, i documenti ufficiali non sono ancora accessibili, le guide nei luoghi di cultura spesso parlano in modo troppo complicato.
Uno strumento che ci aiuta è il linguaggio facile da leggere, grazie al quale noi abbiamo imparato ad esprimere concetti complicati in modo semplice. Da quando abbiamo imparato ad usarlo, teniamo lezioni a convegni e in Università utilizzando delle slide che sono scritte in linguaggio facile da leggere.
Il linguaggio facile da leggere ci ha permesso di conoscere diverse realtà e partecipare ad eventi molto belli. Per esempio, abbiamo fatto da lettori di prova per la guida accessibile della Biennale di Venezia. Con questa esperienza abbiamo collaborato con Caterina della Biennale per correggere la guida sociale già tradotta dal Centro Diurno Sant’Alvise di Venezia, della Cooperativa Sociale CSSA.
Leggendo la guida ci è venuta voglia di andare a visitare la Biennale e quando siamo andati abbiamo trovato due guide che spiegavano tutto in modo facile e dei laboratori artistici accessibili.

Nel corso degli anni abbiamo anche conosciuto Massimo, che è un baritono, e che ci ha aiutato a scoprire la lirica. Abbiamo scoperto che ci appassionava molto, tanto da decidere di andare all’Arena di Verona, con Arena Per Tutti, a vedere l’Aida.
Questa esperienza ci ha commosso molto, siamo rimasti letteralmente senza parole davanti a tanta bellezza.

Nel nostro piccolo, tanti anni fa, abbiamo partecipato a una progettazione europea fornendo un percorso guidato totalmente accessibile della Villa Ghirlanda di Cinisello Balsamo (Milano) e scrivendo una guida in linguaggio facile da leggere grazie all’aiuto di ReGiS, Rete dei Giardini Storici.
Abbiamo anche tradotto in linguaggio facile da leggere la spiegazione delle Paralimpiadi per il portale di Regione Lombardia.
Usare il linguaggio facile da leggere ci aiuta nell’accesso e aiuta non solo le persone con disabilità, ma anche gli anziani, i bambini, gli stranieri.

Però questo è un solo strumento mentre le persone con disabilità sono tante con necessità diverse. È quindi importante che ci siano tanti strumenti per rendere accessibile la cultura come ad esempio: video, foto, audio, LIS, Braille, CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) e ogni cosa che possa aiutare a creare un mondo culturale veramente per tutti.

*L’ANFFAS è l’Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo. Il sito dell’ANFFAS Nordmilano è a questo link.

Il presente contributo è già apparso in Persone con disabilità.it e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Il turismo accessibile esce dalla “nicchia” e diventa qualità dell’accoglienza per tutti

Il turismo accessibile entra con una pagina dedicata in “Italia.it”, portale ufficiale del turismo italiano, al pari di tutti gli altri settori, con piena visibilità e dignità. Si tratta di un cambio di prospettiva che sposta l’accessibilità dal terreno della nicchia a quello della qualità dell’accoglienza per tutti e che è il frutto del risultato di una collaborazione tra il Ministero del Turismo e la nota rete dell’ospitalità accessibile Village for all–V4A®

«Vedere il turismo accessibile riconosciuto sul portale ufficiale del turismo italiano significa affermare un principio semplice: viaggiare deve essere possibile per tutti! E mettere a disposizione del Tourism Digital Hub le nostre informazioni e le nostre guide era il modo più concreto per trasformare un valore in un’opportunità reale, per le persone e per le strutture che sanno offrire un’ospitalità accessibile»: così Roberto Vitali co-fondatore e amministratore delegato della nota rete per l’ospitalità accessibile Village for all–V4A®, commenta con soddisfazione l’inserimento di una pagina interamente dedicata al turismo accessibile in Italia.it, portale ufficiale del turismo italiano, risultato che nasce dalla collaborazione tra il Ministero del Turismo e la stessa rete Village for all–V4A®, partner del Ministero, che ha appunto messo a disposizione tutte le informazioni necessarie e le guide pubblicate nel corso degli anni.

Grazie dunque all’inserimento nel portale nazionale Italia.it dei link utili e delle guide di Village for all, tutte le strutture affiliate alla rete V4A® e le destinazioni certificate con il marchio Destination4All®, sono rintracciabili direttamente dal portale stesso, in modo che i viaggiatori con esigenze di accessibilità — persone con disabilità motorie, sensoriali, cognitive, persone anziane, famiglie con bambini piccoli — possono raggiungere le strutture accessibili dallo stesso canale che promuove l’intera offerta turistica del Paese.
«Si tratta di un passo in avanti significativo – ribadisce Vitali – per il riconoscimento del turismo accessibile, che entra nel portale ufficiale al pari di tutti gli altri settori, con piena visibilità e dignità. Un cambio di prospettiva che sposta l’accessibilità dal terreno della nicchia a quello della qualità dell’accoglienza per tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@villageforall.net.

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Una preziosa occasione di visibilità per la figura del disability manager

Durante il recente evento di Rimini “ExpoAid 2026”, per tre giorni lo stand di SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) e AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager) ha rappresentato un punto di informazione, orientamento e confronto, dedicato alla conoscenza della realtà associativa e alla promozione della figura del disability manager. E per l’occasione le due organizzazioni hanno anche proposto il seminario intitolato “La figura del disability manager” I partecipanti al seminario promosso a Rimini da SIDIMA e AIDIMA

Durante il recente evento di Rimini ExpoAid 2026, per tre giorni lo stand di SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) e AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager) ha rappresentato un punto di informazione, orientamento e confronto, dedicato alla conoscenza della realtà associativa e alla promozione della figura del disability manager. Numerose persone con disabilità, caregiver, professionisti, associazioni, studenti, cittadini e rappresentanti delle Istituzioni hanno avuto quindi l’opportunità di conoscere più da vicino le attività delle due organizzazioni e di confrontarsi sui temi dell’inclusione, dell’accessibilità e della partecipazione. Le numerose richieste di informazioni e il dialogo sviluppatosi nel corso della manifestazione hanno per altro confermato il crescente interesse verso la figura del disability manager e il valore che questa professionalità può esprimere nei diversi contesti organizzativi, istituzionali e sociali.

Sempre a Rimini, SIDIMA e AIDIMA hanno anche proposto il seminario intitolato La figura del disability manager, centrato su due direttrici complementari, ossia da un lato il ruolo e le competenze del disability manager nei diversi contesti operativi, dall’altro il contributo che le due organizzazioni offrono alla crescita di tale figura professionale attraverso la formazione, la produzione culturale, il lavoro di rete e la collaborazione con istituzioni e organizzazioni.
Ad aprire il seminario è stato Rodolfo Dalla Mora, presidente di SIDIMA e AIDIMA, con un intervento dedicato all’evoluzione storica e culturale della figura del disability manager e al percorso di crescita della propria realtà associativa. Sono quindi intervenuti Gloria Tessarolo, assessora alla Città Solidale e Inclusiva, alla Famiglia e alla Disabilità del Comune di Treviso, che ha illustrato l’esperienza degli Enti Locali; Palma Marino Aimone, vicepresidente dell’AIDIMA e componente del Disability Management della RAI, sul ruolo del disability manager nel mondo del lavoro; Mimoza Doci, terapista occupazionale, sull’àmbito socio-sanitario; Alessandra Martelli, docente dell’Università di Teramo, sull’àmbito universitario; Cristina Casali, esperta di accessibilità, sul contributo del disability manager nel settore turistico.
Il confronto è proseguito sul ruolo svolto da SIDIMA e AIDIMA nello sviluppo della professione. A tal proposito, formazione, produzione culturale, reti territoriali, protocolli di collaborazione e confronto interdisciplinare sono stati indicati come strumenti fondamentali per consolidare competenze, favorire il riconoscimento della figura del disability manager e sostenere la crescita di una comunità professionale sempre più qualificata.
Su questi temi sono intervenuti nuovamente Rodolfo Dalla Mora e Palma Marino Aimone, seguiti da Orianna Romanello, amministratrice delegato dell’ORAS (Ospedale Riabilitativo ad Alta Specializzazione di Motta di Livenza, in provincia di Treviso), sull’esperienza del disability manager nella propria realtà organizzativa; Simona Sforzin, direttrice dei Servizi Socio-Sanitari dell’ULSS Marca Trevigiana, sul valore della rete territoriale di prossimità; Christian Parone, disability manager dell’AIDIMA, che ha illustrato il Protocollo d’Intesa dell’Associazione con l’AITO (Associazione Italiana di Terapia Occupazionale).
A conclusione dell’incontro, Stefano Sacchetti, sociologo e disability manager, ha presentato la collana editoriale dell’editore il Prato, denominata “Per una Nuova Cultura della Disabilità”, alla quale abbiamo dedicato ampio spazio anche sulle nostre pagine, evidenziandone il valore come strumento di approfondimento, formazione e diffusione di una cultura dell’inclusione fondata su competenze, diritti e responsabilità condivise.

Soddisfazione ha espresso Dalla Mora per la partecipazione all’evento di Rimini, sottolineando come «occasioni di confronto di questo livello contribuiscano a rafforzare il riconoscimento della figura del disability manager e a diffonderne la cultura nei diversi contesti istituzionali, professionali e sociali». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa.sidima@gmail.com.

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“Navigare insieme: l’Italia senza barriere”: una rete fatta di sport, collaborazione e opportunità

Dopo le tappe che hanno attraversato l’Italia negli ultimi mesi, approderà domani, 9 luglio, e venerdì 10, a la Spezia, “Navigare insieme: l’Italia senza barriere”, progetto promosso dalla FIV (Federazione Italiana Vela), con il sostegno di UniCredit attraverso il Fondo Carta Etica, offrendo ai partecipanti la possibilità di vivere altre due giornate di vela in un contesto aperto e accessibile a tutti e tutte Le imbarcazioni “Hansa 303”, protagoniste del progetto “Navigare insieme: l’Italia senza barriere”

Dopo le tappe che hanno attraversato l’Italia negli ultimi mesi – si legga sulle nostre pagine di quella a Porto San Giorgio nelle Marche – sta per approdare a la Spezia, per una nuova due giorni all’insegna dell’inclusione e della condivisione, Navigare insieme: l’Italia senza barriere, progetto promosso dalla FIV (Federazione Italiana Vela), con il sostegno di UniCredit attraverso il Fondo Carta Etica e, per l’occasione, avvalendosi della collaborazione con il Circolo Velico affiliato, la Lega Navale Italiana-Sezione la Spezia, il Comitato I Zona FIV e la Sezione Velica del Comando Interregionale Marittimo Nord.
Accadrà domani, 9 luglio e venerdì 10, offrendo ai partecipanti la possibilità di vivere la vela in un contesto aperto e accessibile a tutti e tutte.

Nel dettaglio, il programma prevede attività a terra e in acqua a bordo delle imbarcazioni Hansa 303, progettate per garantire autonomia, sicurezza e partecipazione.
Il 10 luglio, poi, è in programma un Workshop per lo sviluppo del parasailing sul territorio, rivolto alle Associazioni locali e dedicato al confronto e alla condivisione di esperienze, idee e buone pratiche per promuovere una vela sempre più inclusiva.
«Tappa dopo tappa – sottolinea Fabio Colella, consigliere federale della FIV con delega al parasailing – stiamo vedendo crescere qualcosa che va ben oltre i numeri. Ogni territorio che ci ospita, infatti, aggiunge valore al progetto, grazie al lavoro dei circoli, dei volontari e di tutte le persone che credono nella forza inclusiva della vela. Vedere sempre più partecipanti vivere il mare con entusiasmo e naturalezza ci conferma che stiamo percorrendo la strada giusta. Navigare Insieme continua quindi a costruire una rete fatta di sport, collaborazione e opportunità, dimostrando che la vela può davvero essere un’esperienza aperta a tutti». (S.B.)

Per ogni altra informazione: parasailingacademy@federvela.it.

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Formazione per i docenti su ADHD e DSA: molte firme raccolte e le riflessioni del Ministero

Ha raccolto ad oggi 16.388 firme la petizione nel web di cui avevamo riferito un paio di mesi fa, voluta per chiedere che tutti i docenti di ogni scuola italiana ricevano un’adeguata formazione su ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Fatto poi ulteriormente significativo, una volta resa nota e formalizzata ai rappresentanti delle Istituzioni nazionali, quell’istanza è stata anche inoltrata agli uffici competenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito

Ha raccolto ad oggi 16.388 firme verificate, la petizione nel web lanciata da Sonia Brescianini, di cui avevamo riferito nel maggio scorso, per chiedere che tutti i docenti di ogni scuola italiana ricevano un’adeguata formazione su ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Fatto poi ulteriormente significativo, una volta resa nota e formalizzata ai rappresentanti delle Istituzioni nazionali, quell’istanza è stata anche inoltrata agli uffici competenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
«A questo punto – commenta la promotrice dell’iniziativa – non si tratta più solo di una raccolta firme, per quanto cospicue e importanti, ma di un percorso che sta effettivamente stimolando una riflessione nelle sedi ministeriali sulla necessità di fornire appunto ai docenti strumenti psicologici e tecnici concreti per gestire le sfide delle neurodivergenze in classe». (S.B.)

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