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Una conferenza internazionale dedicata alla distrofia muscolare di Becker

Il 10 e l’11 ottobre ad Assago, presso Milano, vi sarà la prima Conferenza Internazionale dedicata alla distrofia muscolare di Becker, organizzata da Parent Project e da Parent Project Muscular Dystrophy, in collaborazione con Treat-NMD, con un programma articolato che darà spazio sia agli aspetti medico-scientifici che a quelli psicologici e sociali e che permetterà a pazienti, familiari, clinici e altri soggetti chiave della rete legata a questa forma di distrofia di incontrarsi per due giorni di dialogo e approfondimenti

«Storicamente – spiegano dall’Associazione Parent Project – la distrofia muscolare di Becker è stata a lungo considerata una forma meno grave della distrofia muscolare di Duchenne. Nel tempo, però, si è manifestata sempre più l’esigenza di studiarla ed affrontarla come una patologia a sé stante. Oggi, infatti, esistono ricerche e studi più specifici sulla Becker ed è possibile adottare approcci clinici mirati. In tal senso, nel 2021 abbiamo curato la pubblicazione delle prime Linee guida per famiglie dedicate alla diagnosi e gestione della distrofia di Becker e, negli ultimi anni, si sono moltiplicate, all’interno degli eventi e del programma di attività associative le iniziative e gli spazi rivolti proprio alle persone con questa forma di distrofia. Ora, quindi, siamo particolarmente lieti di poter organizzare e ospitare un primo, grande evento focalizzato sulla distrofia di Becker, rivolto alla comunità di pazienti italiana e internazionale».
Si tratta di quella che il 10 e l’11 ottobre ad Assago, presso Milano (NH Milano Congress Center), sarà appunto la prima Conferenza Internazionale dedicata alla distrofia di Becker, organizzata da Parent Project e da Parent Project Muscular Dystrophy, in collaborazione con Treat-NMD.
La due giorni – che comprenderà 4 sessioni scientifiche, altrettante tavole rotonde e vari laboratori e spazi dedicati alla comunità di pazienti – prevede la partecipazione dei maggiori esperti del settore, in un programma che darà spazio sia agli aspetti medico-scientifici che a quelli psicologici e sociali, consentendo a pazienti, familiari, clinici e altri soggetti chiave della rete legata alla distrofia di Becker di incontrarsi per due giorni di dialogo e approfondimenti. (S.B.)

A questo link sono disponibili tutte le informazioni e il programma completo della Conferenza. Per ulteriori informazioni: e.poletti@parentproject.it.

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Gli stanziamenti per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione

Come segnalato dal Ministero per le Disabilità, dopo un’Intesa in Conferenza Unificata sul Decreto Ministeriale che ripartisce le risorse destinate a Comuni e Regioni per gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione di alunni/alunne e studenti/studentesse con disabilità, il relativo stanziamento è passato da 200 a 288 milioni di euro. Per la prima volta, inoltre, il riparto delle risorse è stato effettuato su base triennale Assistente all’autonomia e alla comunicazione con un bimbo

Come segnalato dal Ministero per le Disabilità, dopo un’Intesa in Conferenza Unificata sul Decreto Ministeriale che ripartisce le risorse destinate a Comuni e Regioni per gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione di alunni/alunne e studenti/studentesse con disabilità, il relativo stanziamento è passato da 200 a 288 milioni di euro. Per la prima volta, inoltre, il riparto delle risorse è stato effettuato su base triennale, e anche con la garanzia, per il 2027, di mantenere almeno l’85% delle risorse assegnate in quest’anno, pur nell’eventualità di una riduzione numerica degli studenti con disabilità.
Un’ulteriore novità riguarda la definizione di un obiettivo di servizio per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione, «passaggio ritenuto significativo – sottolinea la ministra per le Disabilità Locatelli – in vista del percorso che porterà, nel 2028, al passaggio ai LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni)».
Dal prossimo anno, infine, il fondo sarà destinato a confluire nel percorso di autonomia concordato con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con il trasferimento diretto delle relative risorse alle Regioni, chiamate a gestire e programmare quei servizi nell’àmbito delle proprie competenze. (S.B.)

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«Ma lei ha una 104?»: un quesito da mettere subito al bando

«Vorrei parlare – scrive Liana Cappato – del diritto al lavoro di quei caregiver che non sono nelle condizioni di fare altrimenti, o che semplicemente vogliono (e ne hanno pieno diritto) lavorare. Ad essi viene posta frequentemente una domanda: “Ma lei ha una 104?”. Ed è lì che incomincia una sorta di “mobbing legalizzato”, mentre dovrebbe essere un pieno diritto, per il lavoratore caregiver, di non essere discriminato perché ha un congiunto da assistere»

Come recita la nostra Costituzione, «L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro» ed è proprio così che dovrebbe essere per tutti e tutte, nessuno escluso.
Non voglio soffermarmi sul diritto al lavoro per le persone con disabilità, che viene quotidianamente offeso, calpestato, dimenticato, perché sarei ridondante e i contenuti sarebbero una mera ripetizione di quanto ho abbondantemente detto e scritto in passato, come hanno fatto tantissime altre persone molto più competenti di me. Oggi voglio piuttosto parlare del diritto al lavoro di quei caregiver che non sono nelle condizioni di fare altrimenti, o che semplicemente vogliono (e ne hanno pieno diritto) lavorare.

Finalmente si è capito che per consentire ad un caregiver di poter proseguire la sua attività lavorativa, un “accomodamento ragionevole”, per quanto riguarda orari e sede di lavoro, sia assolutamente necessario, ma non sempre, ahimè, sufficiente.
Il rapporto «lavoratore-datore di lavoro» è di per sé molto delicato perché esistono, com’è giusto che sia, gerarchie che vanno rispettate, altrimenti sarebbe il caos. Spesso, però, accanto a persone corrette e integerrime, appartenenti a queste categorie dirigenziali, hanno fatto notizia alcuni datori di lavoro che, di fronte a giovani donne aspiranti a un posto di lavoro, ponevano una domanda scomoda e sessista, invisa alla stragrande maggioranza delle persone con un minimo di senso di ciò che è giusto: «Signorina, cosa vorrebbe lei dalla vita? Vorrebbe dei figli?».
Oramai questa domanda non si fa più perché la più ingenua delle aspiranti, magari già “in dolce attesa”, risponderebbe che assolutamente non ha istinto materno. Allora càpita che l’attenzione di questi “alcuni datori di lavoro” si sposti sul “grande privilegio”” che noi caregiver, contenti del nostro ruolo e soprattutto del nostro dono (la disabilità dei nostri cari), avremmo e che, di conseguenza, cambi la domanda: «Signora, ma lei ha una 104? O due 104?».
«Non ho una 104! 104 è un numero! Ho un figlio con disabilità che richiede supporto e quindi lo Stato prova a tutelare lui e me con la Legge Quadro 104/92 e con altre leggi e decreti, il più delle volte disattesi. Perché me lo chiede?». «Signora, niente di che, mi devo solo regolare!».
Ed è in questo preciso momento che inizia quello che io chiamo, in modo piuttosto fantasioso, un “mobbing legalizzato”. Ci sono infatti situazioni in cui questa domanda può comportare che il lavoratore, magari con competenze comprovate, con anni di servizio alle spalle, con amore per il proprio lavoro che sa fare, venga collocato in posizioni più dequalificanti rispetto alle proprie competenze e rispetto a colleghi magari meno preparati, se non altro per questioni anagrafiche.

Prendiamo per esempio la scuola: un insegnante che, per svariati motivi, sia costretto a fare domanda di trasferimento dopo decenni di servizio, da sempre abituato a lavorare su una o due classi (nella scuola primaria), si ritrova a dover rispondere a questa feroce domanda proprio nel luogo dove l’inclusione, l’abbattimento di barriere ideologiche e la partecipazione si dovrebbero respirare a pieni polmoni. In questo caso dobbiamo dire grazie alla “buona scuola” che ha introdotto la figura del “docente di potenziamento”.
Ebbene, una volta che si risponde all’incauta domanda, il Dirigente Scolastico, in teoria, ha piena facoltà di non affidare al docente in questione alcuna classe o disciplina, ma di collocarlo appunto su “posto di potenziamento”, a orario anche intero. Per i “non addetti ai lavori”, questo dovrebbe essere una risorsa per le classi, ma chi lavora nella scuola sa che la risorsa di cui stiamo parlando equivale sì e no al vecchio “supplente”, nemmeno riconosciuto dai bambini stessi come figura di riferimento. E questo è fortemente punitivo (a meno che non lo richieda egli stesso) per un docente con anni di esperienza alle spalle, con viaggi in capo al mondo per insegnare in scuole dove, ai tempi (lì sì), era chiamato come supplente a fare quella “gavetta” che in tutte le professioni e mestieri si è chiamati a fare (quando si è giovani, alle prime armi e soprattutto, il più delle volte, senza figli o genitori con disabilità), e soprattutto con una situazione familiare già di per sé drammatica.
Sia chiaro, l’intento di queste righe non è certamente quello di sminuire la figura del “docente di potenziamento”, quanto piuttosto di ribadirne la valenza, senza dimenticare però che questa figura professionale può e dovrebbe rappresentare un “momento di crescita” costruttivo, per arrivare a gestire in autonomia una classe, con tutte le criticità annesse e connesse dei tempi che stiamo vivendo.

Ora mi piacerebbe che un dirigente, un capo d’azienda, un qualsiasi datore di lavoro, se proprio sente l’esigenza di investigare sulla vita privata delle persone, lo faccia per pura curiosità e non con secondi fini, perché, come non si deve chiedere a una donna se voglia o meno dei figli per decidere di assumerla e in che termini, la stessa cosa dovrebbe valere per i caregiver che si vedono discriminati rispetto ai giovani che invece avrebbero tanto bisogno di imparare dalla “vecchia guardia” e, nel caso della scuola, spesso trovano colleghi talmente pieni di sé i quali in classe, quando il docente di potenziamento chiede, ad esempio, se debba andare nella sezione A o B, rispondono: «È indifferente, vai dove preferisci…». È una situazione estremamente imbarazzante, per non dire frustrante per chi è “innamorato del suo lavoro” e lo svolge con coscienza nonostante le difficoltà che deve quotidianamente affrontare.

Ribadisco, questo io (e valgo solo per me) lo chiamo “mobbing legalizzato”. Essere caregiver e lavorare fuori casa non è semplice, e un Dirigente che sappia fare il proprio mestiere deve anche occuparsi del benessere del suo subalterno, perché da questo benessere ha origine il buon esito del lavoro che egli sarà chiamato a svolgere.
Il diritto ad astenersi dal lavoro tre giorni al mese non è un diritto proprio del lavoratore, non è la possibilità di riposarsi gratis per tre giorni, ma un diritto della persona con disabilità ad essere seguita per quei famigerati tre giorni non da un estraneo, ma da una persona a lei cara, e vale per tutte le persone con disabilità; per questa ragione non lo si deve chiamare “privilegio”. Privilegio è quel diritto che non è per tutti, mentre i tre giorni di permesso da Legge 104 sono previsti per tutte le persone con disabilità, non solo per alcuni. Quello che invece dovrebbe essere un diritto per il lavoratore caregiver è quello di non essere discriminato perché ha un congiunto da assistere.
Quindi chiedo a gran voce che la fatidica domanda («Ma lei ha la 104?») venga messa al bando, alla stregua dell’altro precedente quesito («Ma lei vuole avere dei figli?»), perché il risultato è similare.

*Presidente dell’Associazione Autismo Fuori dal Coro.

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Un dossier sulle limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona

Verrà presentato il 10 ottobre, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, “Il Diritto Fragile. Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona”, dossier nel quale l’Associazione Diritti alla Follia ha raccolto una parte delle testimonianze e delle esperienze emerse durante la propria attività, mettendole in relazione con il quadro dei diritti e delle garanzie che dovrebbero tutelare le persone sottoposte a forme di coercizione o di limitazione della libertà

Verrà presentato pubblicamente il 10 ottobre, durante un incontro online promosso in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, Il Diritto Fragile. Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona, importante dossier nel quale l’Associazione Diritti alla Follia ha raccolto una parte delle testimonianze e delle esperienze emerse nel corso della propria attività, mettendo le stesse in relazione con il quadro dei diritti e delle garanzie che dovrebbero tutelare le persone sottoposte a forme di coercizione o di limitazione della libertà.
Il webinar verrà registrato e trasmesso in differita alle 20,30 sulla pagina Facebook dell’Associazione. L’incontro sarà, appunto, «una presentazione pubblica, ma non una celebrazione», precisano da Diritti alla Follia, ritenendo che il dossier non rappresenti un punto di arrivo, ma «uno strumento per aprire ulteriori occasioni di confronto, online e in presenza, con persone direttamente interessate, professionisti, associazioni, ricercatori e istituzioni».

Il dossier nasce dall’esigenza di rispondere alla seguente domanda: «cosa accade quando, accanto alla narrazione istituzionale e professionale della psichiatria, vengono ascoltate le persone che quelle pratiche le hanno vissute direttamente?» Le risposte ottenute riguardano «TSO [Trattamenti Sanitari Obbligatori, N.d.R.], ricoveri psichiatrici, contenzione, trattamenti farmacologici non consensuali, misure di sicurezza, strutture residenziali, amministrazione di sostegno, procedimenti giudiziari e percorsi nei quali la possibilità di decidere, dissentire, uscire da una struttura o riappropriarsi della propria vita è stata vissuta come fortemente limitata». Si tratta di testimonianze individuali, che vengono presentate come tali, senza trasformare le stesse in statistiche, né affermare che ogni vicenda raccontata costituisca una violazione di legge o dei diritti umani.
Eppure la scelta di presentare il dossier il 10 ottobre non è casuale, perché Lived experiences heard: real voices, real change (“Esperienze vissute ascoltate: voci vere, cambiamento reale”) è esattamente il tema scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’edizione 2026 della Giornata Mondiale della Salute Mentale. Un tema che lega il “cambiamento reale” all’ascolto delle “voci vere”. Pertanto «ascoltare le persone, celebrare le loro “voci” e parlare di partecipazione ha senso soltanto se quelle voci possono realmente mettere in discussione ciò che esiste e contribuire a cambiarlo – sottolineano da Diritti alla Follia –. Altrimenti il rischio è che l’esperienza vissuta venga trasformata in una testimonianza da ascoltare per un giorno, mentre le decisioni continuano a essere prese altrove e da altri».

«Il nostro dossier – aggiungono dall’Associazione – prova a fare questo: non parlare delle persone senza le persone, ma partire dalle loro esperienze per interrogare il sistema nel quale quelle esperienze si sono prodotte. Nel dibattito pubblico sulla psichiatria, infatti, molto spesso la voce delle persone direttamente interessate rimane sullo sfondo. Si parla di diagnosi, trattamenti, servizi, protocolli, sicurezza, presa in carico. Si parla di ciò che dovrebbe essere fatto per una persona. Più raramente ci si ferma a chiedere che cosa abbia significato per quella persona vivere un TSO, essere contenuta, ricevere un trattamento contro la propria volontà, essere sottoposta a una misura di sicurezza, entrare in una struttura dalla quale non era possibile allontanarsi liberamente o vedere altri decidere al proprio posto. Il dossier prova a spostare il punto di osservazione. Non per sostituire una narrazione con un’altra narrazione dominante, ma per aggiungere appunto alla discussione ciò che troppo spesso manca: le esperienze di chi quelle decisioni le ha subite o vissute direttamente. È una forma di contro-informazione, nel senso di mettere a disposizione informazioni, testimonianze e questioni che normalmente faticano a trovare spazio nel racconto pubblico».

Proprio per rimarcare che le testimonianze raccolte non sono fini a se stesse, esse sono state «accompagnate da un’analisi delle questioni giuridiche e dei diritti fondamentali che entrano in gioco: libertà personale, autodeterminazione, consenso, capacità giuridica, garanzie giudiziarie, diritto all’informazione, possibilità di contestare una misura, condizioni di privazione della libertà e divieto di trattamenti inumani o degradanti». Un lavoro che ha assunto come riferimenti la Costituzione Italiana, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, gli standard internazionali in materia di diritti umani e quelli elaborati dal CPT (Comitato Europeo per la Prevenzione della tortura).
«Il dossier è già stato trasmesso a diversi organismi istituzionali nazionali e internazionali affinché le esperienze raccolte possano essere conosciute anche da chi ha responsabilità di monitoraggio, tutela e promozione dei diritti».

In conclusione segnaliamo che il testo completo del dossier Il Diritto Fragile. Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona”, curato da Diritti alla Follia, è già fruibile online sia nella versione italiana (a questo link), sia in lingua inglese (a quest’altro link). (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: dirittiallafollia@gmail.com; sito dell’Associazione Diritti alla Follia e pagina Facebook da cui è possibile seguire il webinar di presentazione del dossier previsto per il 10 ottobre alle 20,30).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La Giornata Mondiale della Vista nel segno della prevenzione: alcuni appuntamenti

«Prevenzione, diagnosi precoce e riabilitazione visiva rappresentano strumenti fondamentali per intervenire tempestivamente e contribuire a preservare il più a lungo possibile autonomia e qualità della vita»: viene presentata così la Giornata Mondiale della Vista di oggi, 8 ottobre, promossa da IAPB, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, in occasione della quale numerose sono le iniziative curate dalle Sezioni locali dell’UICI. Ne segnaliamo alcune, in Basilicata, a Reggio Emilia e a Torino

Come abbiamo già segnalato nei giorni scorsi, oggi, 8 ottobre, è la Giornata Mondiale della Vista, evento promosso ogni secondo giovedì di ottobre dalla IAPB, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, e nel nostro Paese numerose sono le iniziative, elencate a questo link nel sito di IAPB Italia.
«Prevenzione, diagnosi precoce e riabilitazione visiva – come viene sottolineato in sede di presentazione dell’evento – rappresentano strumenti fondamentali per intervenire tempestivamente e contribuire a preservare il più a lungo possibile autonomia e qualità della vita». A tal proposito, risultano particolarmente importanti i controlli oculistici gratuiti promossi in collaborazione con varie Sezioni locali dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e Ipovedenti).
Dopo avere quindi segnalato ieri quelli promossi dall’UICI di Modena (a questo link), oggi ricordiamo anche quelli in Basilicata ad Avigliano e Matera, a cura dell’UICI di Potenza e dell’UICI di Matera (a questo link un approfondimento; per ulteriori informazioni: Sissi Ruggi, ufficiostampa@sissiruggi.com), a Reggio Emilia, coincidenti anche con una conferenza stampa regionale a Olimpia di Gualtieri (a questo link un approfondimento; per ulteriori informazioni: Marzia Mecozzi, m.mecozzi@audiotre.com) e a Torino, anche qui con una conferenza in programma presso la Città della Salute del capoluogo piemontese (a questo link un approfondimento; per ulteriori informazioni: Lorenzo Montanaro, ufficio.stampa@uictorino.it). (S.B.)

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Le barriere condominiali e la complessa tutela dell’accessibilità domestica

Tra delibere assembleari fraintese, ritardi cronici nei contributi della Legge 13/89 e preventivi fuori mercato, il percorso verso l’autonomia domestica resta spesso un labirinto per persone con disabilità e caregiver. Vediamo perché il diritto alla mobilità e alla vita indipendente all’interno della propria abitazione continua a scontrarsi con barriere burocratiche, relazionali ed economiche che vanno cioè ben oltre i gradini di una scala

Il diritto alla mobilità e alla vita indipendente all’interno della propria abitazione continua a scontrarsi con barriere che vanno ben oltre i gradini di una scala. Esistono infatti barriere burocratiche, relazionali ed economiche che trasformano l’installazione di un ausilio per l’accessibilità – come un servoscala a poltroncina o una pedana per carrozzine – in un percorso logorante per le famiglie.
Dall’esperienza quotidiana di ascolto e orientamento a diretto contatto con persone con disabilità motoria e caregiver familiari emergono due criticità strutturali: la diffusa disinformazione sulla normativa condominiale e la totale asimmetria informativa sui costi effettivi di mercato.

L’ostacolo del condominio, ovvero il falso mito del “veto assembleare”
Uno dei motivi principali di rinuncia o rinvio dell’installazione è il timore dell’opposizione dei vicini di casa. Persiste ancora oggi la convinzione che, senza il consenso unanime o la maggioranza assembleare, sia impossibile installare un montascale nelle parti comuni dell’edificio. Ma la realtà normativa è profondamente diversa.
La Legge 13/89 e la successiva giurisprudenza civilistica stabiliscono un iter chiaro:
° La richiesta formale: la persona con disabilità (o chi ne cura gli interessi) richiede per iscritto all’amministratore la convocazione dell’assemblea per deliberare sulle innovazioni volte al superamento delle barriere architettoniche. L’assemblea deve pronunciarsi entro tre mesi, con la maggioranza agevolata prevista dall’articolo 1120 del Codice Civile.
° L’attivazione dell’articolo 1102 del Codice Civile: qualora l’assemblea respinga la richiesta o non assuma alcuna delibera entro il termine di tre mesi, la persona con disabilità ha il pieno diritto di installare a proprie spese l’impianto, purché non alteri la destinazione d’uso della scala e non impedisca agli altri condòmini di farne paritetico uso.
La giurisprudenza ha più volte ribadito che il diritto primario all’accessibilità prevale sui meri disagi estetici o su minime riduzioni della larghezza della rampa, a patto di salvaguardare il passaggio in sicurezza e i requisiti antincendio. Ciononostante, la mancanza di una figura tecnica neutrale porta spesso le famiglie a subire opposizioni illegittime e a rinunciare a un proprio diritto fondamentale.

La trappola dei contributi e l’opacità dei prezzi di mercato
Il secondo grande scoglio è di natura economica. I contributi a fondo perduto previsti dalla Legge 13/89 a gestione regionale e comunale risentono spesso di graduatorie sature e tempi di erogazione che possono superare i due o tre anni. Nel frattempo, l’esigenza di mobilità è quotidiana e non procrastinabile.
In questo quadro si inserisce una problematica commerciale complessa: nel mercato degli impianti di accessibilità non esistono listini ufficiali consultabili liberamente.
Questa asimmetria genera dinamiche distorte:
1. L’assenza di riferimenti oggettivi: come evidenziato dalle rilevazioni dell’Osservatorio sui costi dei montascale curato da Italia MontaScale, i prezzi reali di fornitura e posa per un impianto rettilineo standard si collocano mediamente tra i 3.000 e i 4.500 euro, mentre per scale curve o a più rampe la spesa oscilla tra i 7.000 e i 12.000 euro a seconda della complessità del tracciato.
2. Preventivi disomogenei e vendite aggressive: non conoscendo questi parametri, l’utente medio riceve preventivi commerciali con scarti anche di oltre il 60% per prodotti di pari categoria, spesso vincolati a sconti “validi solo se firmati oggi” durante il primo sopralluogo a domicilio.
A ciò si aggiunga la frequente confusione tra l’applicazione dell’IVA agevolata al 4%, la detrazione ordinaria per ristrutturazione edilizia e i requisiti legati alla Legge 104, su cui i cittadini faticano a trovare indicazioni coordinate e non di parte.

Verso una tutela preventiva
Garantire l’accessibilità abitativa non significa soltanto vendere e installare macchinari, ma tutelare il diritto del cittadino a compiere scelte consapevoli. Fornire alle famiglie strumenti di pre-qualifica indipendenti, chiarire in anticipo i limiti tecnici della propria scala e i diritti sanciti dalla legge prima di far entrare venditori in casa è il primo passo per rendere l’accessibilità un diritto reale, trasparente e privo di speculazioni.

*Co-fondatore dell’Osservatorio Indipendente Italia MontaScale.

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A Pagani nuovi spazi e opportunità per persone con autismo, ma anche memoria e impegno civile

Domani, 8 ottobre, la Cooperativa Sociale Autismo e ABA di Pagani (Salerno) inaugurerà la seconda sede del proprio Polo per l’Autismo, ampliando gli spazi e le opportunità dedicati alle persone con disturbo dello spettro autistico, attraverso percorsi terapeutici, educativi, riabilitativi, laboratoriali e di inclusione sociale. E quegli spazi di cura e crescita, dedicati a vittime della criminalità mafiosa, saranno anche luoghi di memoria e testimonianza

Realtà impegnata da anni nel sostegno alle persone con autismo e alle loro famiglie, di cui segnaliamo spesso le iniziative, la Cooperativa Sociale Autismo e ABA di Pagani (Salerno) inaugurerà domani,  8 ottobre, la seconda sede del proprio Polo per l’Autismo (Via Ammaturo, Pagani, ore 19.30), con l’obiettivo di ampliare gli spazi e le opportunità dedicati alle persone con disturbo dello spettro autistico, attraverso percorsi terapeutici, educativi, riabilitativi, laboratoriali e di inclusione sociale.
«Un elemento che riteniamo particolarmente importante e simbolico della nuova sede – sottolineano da Autismo e ABA – è rappresentato dalla scelta di intitolare gli ambienti di terapia a vittime della criminalità mafiosa (Piersanti Mattarella, Simonetta Lamberti, Giancarlo Siani, Michele Ciarlo, Aniello Giordano, Carlo Alberto Dalla Chiesa), trasformando gli spazi dedicati alla cura e alla crescita dei nostri ragazzi anche in luoghi di memoria e testimonianza. Questa scelta nasce dalla nostra volontà di mantenere vivo il valore della memoria e dell’impegno civile. Anche nella nostra prima sede, del resto, alcuni ambienti erano stati dedicati a vittime della criminalità mafiosa, tra cui Marcello Torre, Antonio Esposito Ferraioli e Marco Pittoni, oltre alla Sala Falcone e Borsellino. L’inaugurazione di questa seconda sede, dunque, vuole rappresentare non soltanto l’apertura di una nuova struttura, ma la prosecuzione di un percorso che mette insieme autismo, inclusione, diritti, memoria e impegno sociale, attraverso un’esperienza territoriale che cerca appunto di coniugare la qualità dei percorsi rivolti alle persone con autismo, con una forte attenzione ai valori della solidarietà e della cittadinanza attiva». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@autismoeaba.it.

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Ad “ArTelesia” il cinema diventa spazio di partecipazione

Non limitarsi a portare la cultura a pubblici diversi, ma creare le condizioni perché detenuti, studenti e persone con disabilità possano entrare nell’esperienza culturale come soggetti attivi: è la cifra della XVIII edizione del “Social Film Festival ArTelesia”, in corso a Benevento fino all’11 ottobre, con due proiezioni specificamente dedicate alla disabilità nella giornata del 9 (“Iva Inclusa” e “Confianza”) Il cortometraggio “Iva Inclusa” verrà proiettato il 9 ottobre al “Social Film Festival ArTelesia” di Benevento

Da oggi, 7 ottobre, fino a domenica 11, torna a Benevento il Social Film Festival ArTelesia, giunto alla sua diciottesima edizione. Cinque giornate nelle quali il cinema e l’audiovisivo diventano strumenti per mettere in relazione mondi ed esperienze differenti: la scuola, il carcere, la disabilità, le nuove generazioni.
Il tema scelto quest’anno è Eroi, termine che il Festival prova a sottrarre alla sua accezione più tradizionale per rivolgere lo sguardo anche alle persone che quotidianamente si confrontano con barriere, marginalità e stereotipi. L’obiettivo è soprattutto quello di non considerarle semplicemente destinatarie di un racconto, ma coinvolgerle direttamente nell’esperienza culturale e, quando possibile, nella sua costruzione.

In questa prospettiva si inseriscono due appuntamenti dedicati alla disabilità, in programma nel pomeriggio del 9 ottobre al Teatro Comunale Vittorio Emanuele. Vi sarà presentato in anteprima Iva Inclusa, cortometraggio diretto da Marianna Sartore e Mariella Rotondaro e prodotto dall’Associazione Culturale Libero Teatro, in collaborazione con l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down.
Nella stessa sezione sarà proposto Confianza, docuspot diretto da Pierluigi Porta e realizzato nell’àmbito del progetto Open Stage Inclusion. Due lavori nei quali le persone con disabilità entrano nei processi creativi, andando oltre la più consueta rappresentazione della disabilità come semplice tema da raccontare.

Un analogo principio di partecipazione attraversa Cortincarcere, progetto che porta il cinema all’interno della Casa Circondariale di Benevento. Il 9 ottobre vi sarà proiettato Macbeth – Black Heart di Paola Beatrice Ortolani, alla presenza della regista, che incontrerà i detenuti per un confronto sul film. La cultura assume così anche la funzione di creare occasioni di relazione e di garantire l’accesso alla vita culturale in un luogo di restrizione della libertà.
Spazio quindi anche agli studenti, che attraverso il progetto Back to School non saranno soltanto spettatori delle opere in concorso, ma componenti delle giurie chiamate a valutarle. Scuole e università diventano quindi parte integrante del Festival, con incontri che vedranno tra gli ospiti Andrea Pisani e Stefano Fresi.
E ancora, il programma comprende anche l’anteprima mondiale di A Million Yard Stare di Ravi Gautam, l’8 ottobre, cui seguirà un confronto con il regista e alcuni membri della comunità ucraina.
La manifestazione si concluderà l’11 ottobre con il concerto del Laboratorio musicale didattico e inclusivo della Cooperativa Sociale iCare di Cerreto Sannita (Benevento), diretto dal maestro Marco Rosiello.

È il passaggio dalla presenza alla partecipazione a costituire uno degli aspetti più interessanti di questa edizione di ArTelesia: non limitarsi cioè a portare la cultura a pubblici diversi, ma creare le condizioni perché detenuti, studenti e persone con disabilità possano entrare nell’esperienza culturale come soggetti attivi. (F.V.)

A questo link è disponibile il programma completo del Festival. Per ulteriori informazioni: antolibere@gmail.com (Antonella Vitelli).

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Il “Dopo di Noi” non può restare una semplice promessa affidata alla tenacia dei genitori

«Il successo della Legge 112/16 sul “Dopo di Noi” – scrive Guido Trinchieri – non si misura soltanto contando i progetti approvati o le somme impegnate. Si misura nella possibilità di scegliere dove e con chi vivere, nella qualità dei sostegni, nella continuità delle relazioni e nella serenità di una famiglia che finalmente intravede un futuro affidabile. E il “Dopo di Noi” non può restare una semplice promessa affidata alla tenacia dei genitori»

«Che cosa accadrà a mio figlio quando non potrò più essergli accanto?»: è una domanda che accompagna la vita di tante famiglie, spesso silenziosamente. Dentro ci sono amore, paura e il bisogno di sapere che il futuro della persona amata non dipenderà soltanto dalla propria capacità di resistere.
La Legge 22 giugno 2016, n. 112 è nata proprio per dare una risposta a questa preoccupazione. Si rivolge alle persone con disabilità grave, non determinata dall’invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, prive di sostegno familiare oppure in vista del suo venir meno. Prevede di preparare questo passaggio già durante la vita dei genitori, attraverso una progressiva presa in carico rispettosa della volontà della persona.
La promessa di tale norma era importante: trasformare una preoccupazione vissuta come privata in una responsabilità condivisa dalle istituzioni, dai servizi e dalle comunità. Costruire, cioè, le condizioni perché ogni persona possa continuare a vivere con dignità relazioni significative e sostegni adeguati, anche quando la famiglia non sia più in grado di garantirli.
La legge avrebbe dovuto determinare un cambiamento non soltanto culturale, ma anche concreto nella vita delle nostre comunità. Riconoscere alla persona con disabilità un futuro proprio avrebbe dovuto tradursi in opportunità abitative, assistenza, servizi competenti e reti di prossimità. Avrebbe dovuto modificare il modo di programmare gli interventi, passando dalla gestione dell’emergenza alla preparazione del futuro.
Perché una casa, da sola, non basta. Servono persone di fiducia, continuità nei sostegni, occasioni di partecipazione e possibilità di scelta. È su questo terreno che si misura la distanza tra una buona legge e la sua effettiva attuazione.

Purtroppo, in troppi territori l’innovazione normativa non è stata accompagnata dalla preparazione necessaria per accoglierla. Procedure complesse, responsabilità frammentate, carenze organizzative e difficoltà di raccordo tra servizi hanno ostacolato la costruzione dei percorsi.
La Corte dei Conti, nella relazione approvata nel dicembre 2022, ha documentato ritardi nei trasferimenti e nella rendicontazione, oltre a difficoltà nel verificare l’effettivo utilizzo delle risorse per le finalità previste.
La burocrazia, anziché accompagnare l’attuazione della legge con regole chiare e controlli adeguati, rischia così di diventare un ostacolo. Le famiglie si trovano a inseguire informazioni, presentare documenti e attendere risposte, mentre il tempo della loro vita continua a scorrere.
A pagarne le conseguenze sono soprattutto le persone con disabilità e i loro familiari. Per un’amministrazione, un rinvio può essere una scadenza spostata; per un genitore che invecchia può significare un altro anno senza sapere chi si prenderà cura del proprio figlio. Per la persona con disabilità può essere un’opportunità di autonomia che non arriva.
Le risorse rimaste inutilizzate rendono questa distanza ancora più dolorosa. Occorre distinguere fondi non trasferiti, somme non spese, mancate rendicontazioni e restituzioni, senza confondere situazioni diverse. Ma esistono anche casi concreti di fondi restituiti: a Catanzaro, secondo quanto riportato nel dicembre 2025, oltre 404.000 euro delle annualità 2016 e 2018 sono stati restituiti dal Comune alla Regione Calabria. Non alle casse dello Stato, dunque, ma comunque risorse che in quel territorio non si sono trasformate tempestivamente nei sostegni attesi.
Dietro una somma non utilizzata non c’è soltanto un problema contabile. Può esserci un percorso mai avviato, una soluzione abitativa non realizzata, una famiglia rimasta sola. Non possiamo chiedere nuovi finanziamenti senza pretendere che quelli disponibili raggiungano le persone. Né possiamo interpretare le difficoltà di spesa come assenza di bisogni: dobbiamo individuare e rimuovere gli ostacoli che impediscono di dare risposte.

In questo quadro va chiarito anche il rapporto tra “Durante Noi” e “Dopo di Noi”. Preparare il futuro mentre i genitori sono presenti è coerente con la legge ed è spesso indispensabile. Il problema nasce quando questa preparazione si riduce a iniziative episodiche, prive di obiettivi verificabili e di una prospettiva di continuità. Un’esperienza temporanea fuori casa può avere grande valore se permette alla persona di conoscere un ambiente, costruire relazioni e sperimentare sostegni. Ma deve inserirsi in un percorso riconoscibile. La persona e la sua famiglia devono poter comprendere quali passi seguiranno, con quali risorse e con quali garanzie. Altrimenti si rischia di finanziare attività che terminano senza aver costruito una risposta duratura.
Il passaggio dalla casa familiare a un diverso contesto di vita richiede tempo e delicatezza. Coinvolge affetti, abitudini e fiducia. Non può essere imposto né affrontato soltanto quando una malattia o un lutto rendono tutto urgente. Va preparato gradualmente, ascoltando la persona con disabilità e accompagnando i familiari, senza colpevolizzarli per le difficoltà che incontrano.
La riforma introdotta dal Decreto Legislativo n. 62 del 2024 offre un riferimento essenziale: il progetto di vita parte dai desideri, dalle aspettative e dalle preferenze della persona e individua i sostegni necessari a realizzarli. La preparazione al venir meno del sostegno familiare deve trovare spazio dentro questa visione, evitando percorsi separati e risposte frammentarie.
Servono quindi Regioni capaci di guidare la programmazione e servizi territoriali messi nelle condizioni di lavorare insieme. Servono personale formato, procedure accessibili, responsabilità riconoscibili e finanziamenti che assicurino continuità. Soprattutto, serve il coinvolgimento effettivo delle persone con disabilità, delle famiglie e delle associazioni nella costruzione e nella verifica degli interventi.

Il successo della Legge 112/16 non si misura soltanto contando i progetti approvati o le somme impegnate. Si misura nella possibilità di scegliere dove e con chi vivere, nella qualità dei sostegni, nella continuità delle relazioni e nella serenità di una famiglia che finalmente intravede un futuro affidabile. E il “Dopo di Noi” non può restare una semplice promessa affidata alla tenacia dei genitori. Deve diventare una presenza concreta delle istituzioni e della comunità nella vita delle persone. È questo il cambiamento che la Legge 112/16 aveva indicato e che abbiamo ancora il dovere di realizzare.

*Presidente dell’UFHA (Unione Famiglie Persone con Disabilita).

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Alcune ragioni per cui il nuovo “Decreto Scuola” fa arretrare di parecchio l’inclusione scolastica

Assegnazione delle ore di sostegno, le scadenze, il ruolo del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), il valore giuridico del titolo di studio, il PEI (Piano Educativo Individualizzato) e la sua natura: «sono i temi – scrive Paola Di Michele – su cui vorrei soffermarmi, per spiegare perché il recente “Decreto Scuola” fa compiere, a mio parere, un salto indietro di vent’anni all’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità» «È notorio, o dovrebbe esserlo – scrive Paola Di Michele – che il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), è ciò che, in piccolo, definiamo “comunità educante”. Ma in realtà, per chi lavora a scuola, i GLO sono l’essenza di ciò che non funziona»

Da oltre quindici anni si assiste ad una fiorente messe normativa che riguarda l’inclusione scolastica e alla relativa “fatica” delle singole scuole di comprenderla e tentare, spesso pro domo sua, di interpretarla.
Da quindici anni mi trovo nella perigliosa posizione di chi spiega la ratio e la tecnica della compilazione del PEI, il Piano Educativo Individualizzato (prima nei corsi regionali per assistenti all’autonomia e comunicazione e poi nei TFA sostegno, i Tirocini di Formazione Attiva), di chi ne parla nei convegni (soprattutto nell’aspetto per cui il PEI è parte attiva e integrante del Progetto di Vita), ma, soprattutto, nella posizione di chi il PEI materialmente lo scrive, lo coordina, lo mette in atto e lo valuta.
Ecco perché stavolta, digerita la prima dose di incredulità, mi ritrovo a dover elencare, punto per punto, i motivi per cui questo “urgente” “Decreto Scuola” [Decreto Legge 170/26, N.d.R.], fa compiere un salto indietro di vent’anni all’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità, nell’articolo, il primo, che la riguarda direttamente.
Tacerò dunque sulla storia del “tetto” per gli stranieri, tacendo altresì sul mancato utilizzo della terminologia corretta da parte del Ministero (ovvero “studenti Nuovi Arrivati in Italia”) o sull’evidente questione dell’inverno demografico che ci attanaglia da anni; tacerò sulla storia dei fantomatici burka e nikab che mai mi è stato concesso di vedere in alcuna scuola. Mi limiterò dunque ad un elenco che riguarda la sola inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità.

L’assegnazione delle ore di sostegno
Se lo scopo è garantire le ore di sostegno richieste dal GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), allora la modalità non è questa; notoriamente, sono gli Uffici Scolastici a destinare, centellinandole, le risorse. Prova ne è lo stillicidio di bollettini con cui vengono effettuate le nomine su sostegno dalle graduatorie provinciali e il fatto che, a tutt’oggi, circa un terzo degli insegnanti è “stabilmente” precario; ragionando in modo controintuitivo, inoltre, parlare di ore assegnate stabilmente è quanto di più lontano dalle logiche dell’ICF [la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.], per cui le necessità, per fattori di sviluppo e di contesto, possono variare e può essere anche utile, a volte, diminuire il supporto necessario.
Come avrebbe detto Andrea Canevaro, e come dico spesso ai miei studenti, «A ciascuno ciò che spetta, né di più, né di meno», ovvero, è necessario sempre un ragionamento pedagogico serio che definisca i livelli di supporto necessari di volta in volta, per favorire l’autodeterminazione e non alimentare il cosiddetto “circolo dell’impotenza appresa”, favorendo le imperanti logiche di delega al sostegno che sono seriamente il vulnus più grande all’attuazione reale dell’inclusione scolastica.

Le scadenze
Sembrerebbe un’ovvietà, ma a quanto pare non lo è. A fine giugno, l’anno termina e si compila la Sezione 11 del PEI, ovvero la Relazione finale in cui si elencano i risultati raggiunti, quelli non raggiunti e quelli parzialmente raggiunti, cerando di comprenderne il perché e proporre eventuali aggiustamenti per l’anno successivo. Ergo, ciò che si fa a giugno è valutare l’efficacia del progetto passato, non definire il nuovo. Ed è proprio all’inizio dell’anno successivo che si scrive, ex novo, il nuovo PEI. Per altro, data la girandola di nomine (su tutte le classi di concorso, beninteso), raramente l’organico è completo e definitivo prima della fine di ottobre. E dunque, come può anche solo venire in mente che si possa approvare il PEI definitivo il 15 ottobre, realizzando in un mese l’osservazione, la progettazione di tutto il Consiglio di Classe e la relativa convocazione del GLO? Come si può ignorare che la piattaforma SIDI (Sistema Informativo dell’Istruzione), dove si potrebbe compilare il PEI online, risolvendo così l’annoso problema dell’accessibilità al documento da parte di tutti i membri del GLO, non sia ancora attiva?

Il ruolo del Gruppo di Lavoro Operativo
È notorio, o dovrebbe esserlo, che il GLO, il già citato Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione, è ciò che, in piccolo, definiamo “comunità educante”. Comprende tutto: il Consiglio di Classe, il Dirigente Scolastico, i genitori, le figure interne e esterne (ovvero i poveri assistenti all’autonomia e comunicazione che non vengono neanche citati dalla normativa) e i rappresentanti di ASL e Comuni.
Per chi lavora a scuola, i GLO sono l’essenza di ciò che non funziona: GLO convocati in orario di servizio che diventano un colloquio triste e solitario fra sostegno e genitori; GLO disertati dalle ASL e dai rappresentanti degli Enti Locali, in cui la scuola è l’ultimo e unico baluardo del diritto all’inclusione; GLO in cui la partecipazione dei docenti curricolari è una battaglia che spesso viene persa perché la logica della delega al sostegno regna sovrana; GLO in cui gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione non vengono convocati o perché gli Enti Locali non pagano o perché, semplicemente, ci si dimentica di loro.
Ecco perché avallare l’assenza di una delle componenti ai fini della validità del GLO (i genitori) significa avallare una serie di cattivissime pratiche contro cui ci si batte da anni, perdendo sempre più terreno.

Il PEI e il valore giuridico del titolo di studio
Qui scendo più nel dettaglio. Nella scuola secondaria di secondo grado, dove ho la gioia di prestare servizio, gli insegnanti del Consiglio di Classe sono chiamati ad un compito ancora più gravoso nella stesura del PEI, ovvero decidere sul Percorso B, personalizzato che dà accesso al diploma, e il Percorso C, differenziato, che rilascia un semplice attestato delle competenze. Diventa cruciale, in questa modalità, un’accurata stesura della sezione curricolare, in cui ogni docente deve, in base alla progettazione curricolare di ciascun anno, personalizzare obiettivi disciplinari specifici, competenze, abilità e metodi di verifica. Si tratta di un compito delicato e importante, che serve a certificare, di anno in anno, gli obiettivi didattici e l’effettivo raggiungimento di competenze che cambiano perché cambiano, di anno in anno, i curricola didattici e il carico cognitivo che ogni disciplina richiede. E questo vale anche per il percorso differenziato. Perché il raggiungimento di competenze spendibili è lo scopo primario che porta all’autodeterminazione dello studente con disabilità. Perché, teniamolo bene a mente, il PEI è parte integrante del Progetto di Vita e ciò che progettiamo oggi determina la vita di domani.
Ergo, dopo anni passati ad inseguire e spiegare ai colleghi curricolari la necessità di compilare bene questa parte, è arrivato il momento di certificare la sconfitta della pedagogia delle competenze e del coinvolgimento di tutti nel processo di inclusione?

Il PEI e la sua natura: pedagogia vs burocrazia
E giungo alle considerazioni finali. Esiste da sempre una tendenza a burocratizzare l’educazione. A ridurla a griglie, dipartimenti, indicazioni nazionali e mappe concettuali linde e sintetiche. A semplificare, snaturare, anestetizzare la pedagogia a favore della burocrazia più sterile. Ma l’educazione è altro.
L’educazione è il regno dell’insondabile, del mutevole, del divenire. Ridurre il PEI a pura burocrazia è ciò contro cui lottano da sempre i bravi (e stanchi) educatori. Mi riferisco agli anni dei PEI in fotocopia, all’abitudine di scrivere il PEI in solitaria da parte degli insegnanti di sostegno, alla nuovissima tendenza dei PEI by chatgpt [tramite l’intelligenza artificiale, N.d.R.].
Ma ogni PEI è un oggetto vivo, mobile, umbratile. Suscettibile di errori e di cambiamenti. Perché ogni alunno/alunna è un universo in perenne mutazione. Parlare di «sopravvenute condizioni delle persone» le riduce a mera diagnosi, codice numerico, etichetta. Ignora gli aspetti psico-sociali, ovvero la relazione, lo sviluppo (rapido, a scatti, insondabile), il contesto.
Ciascuno di noi è tutto questo. E cristallizzare il PEI senza tenerne conto è dare ragione a tutti quelli che, in fondo, l’inclusione non la vogliono, non ne vogliono la fatica, non ne vogliono la sfida, non ne vogliono la difficoltà di immaginare una scuola per tutti e per ciascuno, in grado di cambiare tutte le volte che serve.
Panta rei, “tutto scorre”. Nulla è immutabile. Soprattutto se ci si assume la responsabilità di educare, di includere, di immaginare, per i nostri studenti e studentesse, un futuro che ancora non esiste.

*Insegnante di sostegno, già assistente all’autonomia e alla comunicazione.

Alla questione trattata nel presente contributo abbiamo dedicato i seguenti testi: Ma il Piano Educativo Individualizzato non è un impiccio burocratico! di ANFFAS Nazionale e AIPD Nazionale (a questo link); I nostri figli con disabilità non sono una pratica da snellire! di Marie Helene Benedetti (a questo link); Tutti quelli che dicono: il Piano Educativo Individualizzato non è affatto un impiccio burocratico! (a questo link); Piani Educativi Individualizzati di studenti e studentesse con disabilità: il Ministro scrive ai genitori (a questo link); Ancora a proposito dei Piani Educativi Individualizzati degli studenti e delle studentesse con disabilità di Roberto Speziale e Gianfranco Salbini (a questo link); Piani Educativi Individualizzati: la diagnosi può essere la stessa, un bambino no di ABC Italia (a questo link).

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A Viareggio il cinema che racconta le differenze senza stereotipi

Sarà una giornata dedicata al cinema e ai suoi diversi modi di raccontare la disabilità, la fragilità e le differenze quella in programma per l’11 ottobre a Viareggio (Lucca), dove si terrà l’evento conclusivo del “Diversamente Film Festival”, manifestazione ideata e organizzata dall’Associazione K-Antares e dedicata all’inclusione, proponendo opere che cercano di rappresentare la disabilità e la diversità attraverso sguardi lontani dagli stereotipi

Sarà una giornata dedicata al cinema e ai suoi diversi modi di raccontare la disabilità, la fragilità e le differenze quella in programma per l’11 ottobre al Principino di Viareggio (Lucca), dove si terrà la premiazione finale del Diversamente Film Festival, ideato e organizzato dall’Associazione K-Antares.
Nato come festival cinematografico italiano dedicato all’inclusione, il Diversamente Film Festival propone opere che cercano di rappresentare disabilità e diversità attraverso sguardi lontani dagli stereotipi. Un progetto che nel tempo ha assunto una dimensione sempre più internazionale: per l’edizione 2026, infatti, sono state candidate oltre 3.000 opere provenienti da numerosi Paesi.
Nel corso della giornata saranno dunque proiettati e premiati i cortometraggi, i documentari e le animazioni finalisti, tra i quali anche produzioni attente all’accessibilità e alla CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa). La mattinata, dalle 10 alle 13, sarà riservata alla sezione internazionale, mentre dalle 15 alle 18 sarà la volta di quella italiana.

Alla base della manifestazione vi è l’idea che la partecipazione delle persone con disabilità non debba riguardare soltanto le storie raccontate sullo schermo, ma anche i processi attraverso i quali quelle storie vengono create. È la prospettiva che accompagna l’attività stessa di K-Antares, Associazione che dal 2013 promuove percorsi legati alla musica, al canto, al teatro e al cinema, nei quali persone con disabilità e fragilità sono coinvolte direttamente nella creazione artistica.

L’appuntamento dell’11 ottobre, a ingresso libero, sarà aperto al pubblico, alle famiglie, alle scuole, agli operatori sociali e culturali e alle associazioni. Una giornata, dunque, per incontrare opere e autori e per interrogarsi anche su come il cinema possa contribuire a costruire rappresentazioni della disabilità più autentiche e meno convenzionali. (F.V.)

Per ogni ulteriore informazione: ass.kantares@gmail.com.

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Accomodamento ragionevole, persone con disabilità (e anche caregiver): non un favore, ma un diritto

L’accomodamento ragionevole non è una concessione a discrezione di chi lo deve attuare, non un modo elegante per dire “contenimento della spesa pubblica”, oppure un “venirsi incontro” quando le risorse scarseggiano: è un diritto verificabile, con criteri scritti nella legge, un percorso per il rispetto dei diritti delle persone con disabilità. Vediamo perché e anche come fare rispettare i propri diritti

Immaginate un dipendente con una grave disabilità motoria che lavora in un ufficio comunale. Dopo un peggioramento delle sue condizioni, non riesce più a raggiungere la propria postazione, situata al primo piano, perché l’ascensore è troppo stretto per la sua carrozzina. Il Comune potrebbe limitarsi a dirgli che gli uffici sono quelli e che i lavori di adeguamento richiederanno mesi. Oppure, dopo averlo ascoltato e valutato le sue esigenze, potrebbe trasferire la sua postazione al piano terra, riorganizzando gli spazi e le attività. Ecco, in una scena, cos’è l’accomodamento ragionevole: non un favore, non un compromesso al ribasso, ma un adattamento su misura che rende davvero esercitabile un diritto che altrimenti resterebbe sulla carta.
È un concetto che dal mese di gennaio di quest’anno è tornato centrale nel dibattito pubblico, perché il Decreto Legislativo 62/24 – che ha riformato profondamente il sistema di accertamento della disabilità in Italia – ha portato a compimento la propria attuazione sul territorio nazionale, e insieme ad esso una fitta giurisprudenza degli ultimi due anni ha reso l’accomodamento ragionevole tutt’altro che un’astrazione giuridica.

Cos’è, davvero, l’accomodamento ragionevole
Partiamo da un equivoco molto diffuso. In tanti – anche tra addetti ai lavori – pensano che “accomodamento ragionevole” sia un modo elegante per dire “contenimento della spesa pubblica”, oppure un “venirsi incontro” quando le risorse scarseggiano. Non è così, e la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009) lo chiarisce da tempo: l’accomodamento ragionevole non serve a limitare un diritto, ma a garantirlo, proprio quando le norme generali non bastano a farlo esercitare pienamente, in condizioni di parità con gli altri.
Il già citato Decreto 62/24, all’articolo 17, ha dato a questo principio una casa precisa nel nostro ordinamento: ha inserito nella Legge 104/92 un nuovo articolo, il 5-bis, in vigore già dal 30 giugno 2024. Il testo lo definisce come le «misure e gli adattamenti necessari, pertinenti, appropriati e adeguati» che permettono alla persona con disabilità di esercitare un diritto quando la disciplina generale non glielo garantisce, senza imporre a chi deve attuarli un onere sproporzionato o eccessivo.
Due cose contano più di ogni altra:
° È sussidiario, non sostitutivo: l’accomodamento ragionevole non toglie né riduce nulla di ciò che la persona con disabilità ha già diritto a ricevere per legge (prestazioni, servizi, sostegni). Interviene solo dove quel diritto, per il caso concreto, rischia di restare inapplicato.
° È cucito sulla singola persona: non è una misura di sistema – come il docente di sostegno, previsto in generale per tutti gli alunni con disabilità – ma una soluzione pensata per quella specifica persona, in quella specifica situazione.
Vale la pena ricordarlo con chiarezza: secondo la stessa Convenzione ONU, rifiutare un accomodamento ragionevole è, a tutti gli effetti, una forma di discriminazione.

Come si applica: esempi concreti
La teoria prende forma solo con i casi pratici, e qui la letteratura ne offre alcuni istruttivi.
Il caso di una studentessa sorda che deve sostenere un esame universitario orale. L’università ha predisposto le prove secondo modalità uguali per tutti, ma la studentessa non riesce a comprendere le domande formulate oralmente dal docente e chiede quindi all’ateneo di poter sostenere l’esame con il supporto di un interprete della LIS (Lingua dei Segni Italiana), oppure attraverso una modalità scritta equivalente, che consenta di verificare le stesse conoscenze richieste agli altri studenti. Spetta all’università esaminare la richiesta, ascoltare la studentessa e individuare una soluzione adeguata, senza modificare gli obiettivi formativi dell’esame. Non si tratta di concedere un vantaggio, ma di rimuovere un ostacolo che impedisce alla studentessa di esercitare, in condizioni di parità, il proprio diritto allo studio.
Il caso del lavoro: è probabilmente l’àmbito dove la giurisprudenza recente ha inciso di più. La Cassazione, con la Sentenza n. 605 del 10 gennaio 2025, ha stabilito che un lavoratore con gravi deficit visivi ha diritto di svolgere il proprio lavoro in smart working o da remoto, considerato accomodamento ragionevole, visto che era già stato utilizzato durante la pandemia e non implicava oneri sproporzionati per l’azienda.
Un elemento che rende questi esempi coerenti tra loro: la valutazione procede sempre in due fasi. Prima si individua quale misura risponda davvero al bisogno della persona; solo dopo si verifica se quella misura sia sproporzionata o eccessivamente onerosa per chi deve attuarla. Non è un caso che il Decreto inverta l’ordine “naturale” con cui spesso si ragiona (prima i costi, poi il bisogno): la Convenzione ONU chiede l’esatto contrario.

Le sentenze, gli obblighi delle aziende e i rischi di chi si rifiuta
Il 2026 è stato descritto da diversi osservatori come un punto di svolta per le aziende italiane sul tema dell’accomodamento ragionevole, in seguito a tre Sentenze della Cassazione tra il 2025 e il 2026 che hanno reso il tema concretamente operativo. E le implicazioni pratiche non sono astratte: l’obbligo di accomodamento ragionevole si applica infatti a tutti i datori di lavoro, indipendentemente dalla dimensione dell’azienda, senza una soglia minima.
C’è poi uno sviluppo che allarga significativamente la platea degli interessati, e che finora è stato raccontato meno di altri: recentemente, infatti, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha esteso il principio dell’accomodamento ragionevole anche a chi assiste un familiare con disabilità – i caregiver – in particolare per quanto riguarda orari, turni e mansioni lavorative. Il messaggio della Corte di Giustizia europeo è chiaro: conciliare lavoro e cura non è più una richiesta personale, ma un diritto da rispettare. Non parliamo più solo di chi ha una disabilità, ma anche di chi se ne prende cura: un pubblico molto più ampio di quanto si immagini.
E i rischi per chi ignora questi obblighi? Sono tutt’altro che simbolici: i licenziamenti possono essere dichiarati nulli, possono esserci richieste di risarcimenti, eventuali segnalazioni all’UNAR (l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che si occupa anche di discriminazioni per disabilità).
Un rifiuto è legittimo solo quando la mansione è oggettivamente incompatibile con l’accomodamento richiesto – pensiamo a un chirurgo o a un operaio di linea che non possono lavorare da remoto – mai per generiche preferenze organizzative.

Ma chi decide se un accomodamento è “ragionevole”?
È la domanda che, alla fine, conta di più e la risposta ha più livelli.
In prima battuta, decide chi è tenuto ad attuarlo: una Pubblica Amministrazione, un concessionario di servizio pubblico (pensiamo al trasporto), oppure un soggetto privato. La persona con disabilità (o chi la rappresenta legalmente) presenta una richiesta scritta, può proporre già una propria soluzione, e chi riceve la richiesta deve prima verificare se quella proposta è accoglibile, prima di valutarne eventualmente altre.
Ma questa non è una decisione insindacabile. Se la Pubblica Amministrazione nega l’accomodamento, deve farlo con un provvedimento motivato, indicando un’alternativa che risponda comunque ai criteri di necessità, adeguatezza, pertinenza e appropriatezza. E se la persona non è soddisfatta, ha due strade, anche cumulabili:
° Rivolgersi all’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che può emettere un parere motivato e, in caso di inerzia dell’Amministrazione, portarla persino davanti al TAR.
° Fare ricorso in giudizio per discriminazione, ai sensi della Legge 67/06, la stessa via percorribile anche contro concessionari di servizi pubblici e soggetti privati.
Un dettaglio poco noto ma prezioso: queste azioni possono essere attivate non solo dalla persona interessata, ma anche da Associazioni ed Enti legittimati ad agire contro le discriminazioni per disabilità, presenti in tutta Italia (ANFFAS, AISM, UICI e decine di altre realtà territoriali).

In conclusione, la sostanza è questa: l’accomodamento ragionevole non è una concessione a discrezione di chi lo deve attuare. È un diritto verificabile, con criteri scritti nella legge, un percorso per il rispetto dei diritti delle persone con disabilità.

*Direttore dell’ASP (Azienda Pubblica di Servizi alla Persona) Ambito 9 di Jesi (Ancona).

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“Vite in volo”, il secondo romanzo di Francesco Mercurio

Cieco dalla nascita, ha iniziato a perdere l’udito dall’età di 10 anni: Francesco Mercurio, presidente del Comitato delle Persone Sordocieche della Lega del Filo d’Oro, è stato certamente la prima persona sordocieca a partecipare nei mesi scorsi come autore al Salone Internazionale del Libro di Torino, con il suo primo libro. Ora ne è uscito il secondo romanzo, “Vite in volo”, che verrà presentato domani, 8 ottobre, presso la Fondazione Lega del Filo d’Oro di Osimo (Ancona) Francesco Mercurio

Cieco dalla nascita, ha iniziato a perdere l’udito dall’età di 10 anni: come avevamo segnalato anche sulle nostre pagine, Francesco Mercurio, presidente del Comitato delle Persone Sordocieche della Lega del Filo d’Oro, è stato certamente la prima persona sordocieca a partecipare nei mesi scorsi come autore al Salone Internazionale del Libro di Torino, con il suo libro Boris Giuliano, un poliziotto del XXIII secolo, thriller fantascientifico ambientato in un immaginifico 2200.
Ora, sempre dalle Edizioni Accornero, ne è uscito il secondo romanzo, Vite in volo, che verrà presentato nel pomeriggio di domani, 8 ottobre (ore 17), presso la Sala Polifunzionale del Centro Nazionale della Fondazione Lega del Filo d’Oro (Via Linguetta 3, Osimo, in provincia di Ancona), in un incontro aperto al pubblico, moderato dal giornalista Maurizio Socci e con la partecipazione del violinista Marco Santini.

Per Mercurio, da sempre impegnato nella tutela dei diritti delle persone sordocieche, la scrittura rappresenta una passione coltivata nel tempo, alimentata dalla determinazione con cui ha sempre affrontato nuove sfide, senza mai arrendersi di fronte ai no.
Questa sua seconda prova letteraria è, come la prima, ambientata nel futuro, ovvero nei primi decenni del XXIII secolo, quando i Paesi della Terra si sono federati sotto l’Unione Umana e l’umanità ha superato la crisi climatica. Ma la storia vera e propria si svolge nelle Marche, dove attorno a un antico campo di volo riportato a nuova vita da Flavia, eccentrica e ricca signora sessantenne e pilota di elicotteri, si intrecciano storie di dolore, riscatto, amore, amicizia, volo e vita. Sullo sfondo, le vicende degli elisoccorritori dei Vigili del Fuoco di Ancona e delle Fate Lauretane, squadra femminile di Artistic Aerocross, protagonisti di due mondi del volo molto diversi ma destinati a incontrarsi. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Federica Pugliese (f.pugliese@inc-comunicazione.it).

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Roberto, Elena e Roger Rabbit: destinazione Asia

Singapore, Giappone e Corea del Sud, ossia le tappe di un viaggio che fino al 27 ottobre metterà insieme danza, incontri, università, accessibilità e anche un po’ di diplomazia culturale. Protagonisti di esso Roberto Lachin ed Elena Travaini, persone cieche, insieme a Roger Rabbit, il loro cane guida che per la prima volta prende parte a una tappa internazionale di “MOTTO on Tour”, progetto che prende il nome dall’esperienza del seguitissimo “MOTTO Podcast” Roberto Lachin ed Elena Travaini con Roger Rabbit

Saranno Singapore, Giappone e Corea del Sud le tappe di un viaggio iniziato nei giorni scorsi e che fino al 27 ottobre metterà insieme danza, incontri, università, accessibilità e anche un po’ di diplomazia culturale. A compiere questo tour asiatico sono Roberto Lachin ed Elena Travaini, entrambi persone cieche, insieme a un terzo protagonista, Roger Rabbit, il loro cane guida che per la prima volta prende parte a una tappa internazionale di MOTTO on Tour. È questo, infatti, il progetto che prende il nome dall’esperienza di MOTTO Podcast, ideato e condotto da Lachin insieme a Travaini, e che questa volta assume le dimensioni di un vero e proprio viaggio attraverso tre Paesi molto diversi tra loro. Non soltanto, infatti, una serie di appuntamenti sulla disabilità, ma occasioni per incontrare bambini, studenti universitari, rappresentanti delle Istituzioni e italiani che vivono all’estero, utilizzando linguaggi differenti: dalla danza al racconto, dalle masterclass alle interviste.
Una parte importante del programma sarà occupata da Blindly Dancing, progetto ideato da Elena Travaini, che propone l’esperienza della danza anche attraverso l’uso della benda, mettendo temporaneamente da parte la vista e affidandosi maggiormente agli altri sensi, al movimento e alla relazione con il partner.

La prima tappa sarà Singapore, dove Travaini danzerà con Graziano Zaniboni, maestro e direttore della scuola Fusion Dance Group di Brescia, mentre Marco Buttini, allievo di Zaniboni nonché video maker di Motto on Tour già presente in tappe precedenti, parteciperà all’esperienza danzando bendato. Sono anche previsti incontri con rappresentanti delle Istituzioni locali e italiane e una masterclass alla German European School Singapore con la partecipazione di un’ottantina di bambini tra gli 8 e i 10 anni.
Il viaggio proseguirà quindi alla volta del Giappone. A Tokyo gli appuntamenti coinvolgeranno l’Istituto Italiano di Cultura e la Toyo University. Nell’università giapponese sono previsti un incontro con gli studenti, organizzato in collaborazione con la professoressa Toko Uchida, e un secondo momento rivolto a bambini ciechi e ipovedenti e alle loro famiglie.
Per Lachin quella giapponese rappresenterà anche una tappa dal significato particolare. Alla Waseda University visiterà infatti la Biblioteca Haruki Murakami, dove donerà una copia della propria tesi di laurea, conseguita all’Università Ca’ Foscari di Venezia e contenente la traduzione del romanzo d’esordio dello stesso scrittore Murakami, Ascolta la canzone del vento.
Ultima destinazione, infine, la Corea del Sud. Qui il programma prevede tre sessioni, due delle quali al Seoul Institute of the Arts, con il coinvolgimento del professor Andrea Paciotto e alcune performance di improvvisazione coreutica.

Mentre Elena porterà soprattutto la danza nei diversi luoghi attraversati dal tour, Roberto ne racconterà persone e realtà in una serie di speciali per il seguitissimo MOTTO Podcast. Sono previste interviste a rappresentanti delle Istituzioni diplomatiche e culturali italiane, ma anche incontri con italiani che vivono in Asia. E una parte del lavoro sarà dedicata anche a osservare direttamente il grado di accessibilità urbana e museale dei Paesi visitati.
E poi Roger Rabbit, addestrato presso il Servizio Cani Guida dei Lions di Limbiate Milano. Per lui sarà il primo MOTTO on Tour internazionale, ma la sua presenza racconta forse meglio di molte parole uno dei temi che accompagneranno l’intero viaggio: la possibilità per una persona cieca di muoversi, conoscere luoghi lontani, lavorare, incontrare altre persone e attraversare confini.

Fino al 27 ottobre, dunque, Roberto Lachin, Elena Travaini e Roger Rabbit percorreranno migliaia di chilometri, non semplicemente per portare in Asia un messaggio sull’inclusione, ma per condividere esperienze e, soprattutto, per vedere – ciascuno a modo proprio – che cosa accade dall’altra parte del mondo. (F.V.)

Per ulteriori informazioni: mottopod@gmail.com.

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Servono Centri sanitari dedicati alle persone con disabilità che non possono collaborare

«Servono Centri sanitari dedicati, pubblici o accreditati – scrive Daniela Mignogna -, per persone con disabilità intellettiva grave, autismo o condizioni che rendono impossibile o estremamente difficile la collaborazione durante una visita o un esame. Perché se per curare una persona con grave disabilità occorre ogni volta che la famiglia combatta contro il sistema sanitario, il problema non è la disabilità, ma è un sistema sanitario che non è ancora organizzato per quella disabilità»

Vorrei spiegare perché oggi quello che serve sono strutture sanitarie specificamente organizzate per persone con disabilità intellettiva grave, autismo o condizioni che rendono impossibile o estremamente difficile la collaborazione durante una visita o un esame. Oggi, infatti, molte persone non riescono ad accedere concretamente a prestazioni sanitarie perché non possono stare ferme, comprendere le indicazioni, comunicare il dolore, tollerare un prelievo, una visita odontoiatrica, una risonanza, un’ecografia o una procedura invasiva. E spesso il problema ricade interamente sulla famiglia.
La stessa Regione Emilia Romagna, da cui scrivo, riconosce che le persone con disabilità possono avere bisogni comunicativi, cognitivi, comportamentali e relazionali tali da rendere necessaria la presenza continuativa del caregiver durante il percorso sanitario.

Cosa dovrebbe essere dunque un vero Centro sanitario dedicato? Dovrebbe avere medici e infermieri formati sulla disabilità intellettiva grave e sulla “non collaborazione”; tempi di visita più lunghi e ambienti tranquilli, senza attese interminabili; possibilità di accesso del caregiver durante tutto il percorso; personale capace di comunicare anche attraverso comportamenti e comunicazione non verbale; odontoiatria dedicata, compresi i casi che richiedono sedazione o anestesia; possibilità di effettuare prelievi, ecografie, visite specialistiche ed esami diagnostici con protocolli specifici; quando necessario, sedazione/anestesia programmata in sicurezza, evitando che ogni esame diventi un ricovero o un’impresa familiare; un percorso unico, nel quale più prestazioni possano essere concentrate nella stessa giornata; una presa in carico che non costringa il genitore a spiegare ogni volta da capo chi è quella persona e quali sono le sue difficoltà.

La Regione [Emilia Romagna] dispone già di una rete di servizi socio-sanitari per la disabilità, ma i centri diurni esistenti hanno principalmente finalità assistenziali, educative e riabilitative: non sono la risposta specifica al problema dell’accesso alle cure sanitarie delle persone non collaboranti. E questa distinzione è importante.
Servono dunque Centri sanitari per chi non può collaborare, perché una persona con grave disabilità intellettiva non può essere esclusa dalle cure perché non riesce a stare ferma, non comprende le istruzioni del medico, non sa spiegare dove ha dolore o non tollera una procedura.
Oggi troppe famiglie sono costrette a trasformare ogni visita, ogni prelievo, ogni esame diagnostico o intervento odontoiatrico in una vera e propria emergenza organizzativa. Ma non è la persona con disabilità che deve adattarsi a una Sanità pensata per chi è autonomo e collaborante, bensì la Sanità che deve organizzarsi per accogliere anche chi non può collaborare.

Vale la pena ribadirlo in conclusione: servono Centri sanitari dedicati, pubblici o accreditati, con personale formato, tempi adeguati, ambienti appropriati, presenza del caregiver e possibilità di eseguire anche esami complessi e procedure in sedazione o anestesia quando necessario. Il diritto alla salute, infatti, non può dipendere dalla capacità di una persona di stare ferma, capire una domanda o aprire la bocca quando glielo chiede un medico. Perché se per curare una persona con grave disabilità occorre ogni volta che la famiglia combatta contro il sistema sanitario, il problema non è la disabilità, ma è un sistema sanitario che non è ancora organizzato per quella disabilità.

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Quel ragazzo non ha bisogno di commozione, ma di qualcuno disposto a fermare quel braccio

«Quel ragazzo di Pinerolo – scrive tra l’altro Gennaro Pezzurro, a proposito di quanto accaduto in Piemonte, dove risulta che un ragazzo con disabilità sia stato ustionato da un compagno con un accendino, mentre gli altri compagni filmavano la scena – non ha bisogno della nostra commozione, ha bisogno che nelle aule dove tornerà ci sia qualcuno disposto a fermare quel braccio. Un compagno che si alzi, un professore che si accorga, un genitore che abbia insegnato al figlio che il coraggio non è fare il duro, è non voltarsi dall’altra parte»

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo il seguente contributo di Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che prende spunto dal grave episodio accaduto in Piemonte, a Pinerolo, dove risulta che un ragazzo con disabilità sia stato ustionato da un compagno con un accendino, mentre gli altri compagni filmavano la scena. 

Sempre prima i disabili: il diverso è la prova generale…
Immaginate di essere lui. Un bagno di scuola, le piastrelle fredde, quell’odore di urina e di paura. Una fiamma piccola, quasi ridicola, che si avvicina alla pelle. E intorno dei volti che conoscete, quelli con cui condividete l’aula, la ricreazione, le gite. Nessuno si muove. Qualcuno ha il telefono in mano e il pollice sul rosso.
Secondo quanto raccontato dalla preside di quella scuola di Pinerolo, Roberta Martino, è andata così. Ho letto e riletto, e il pensiero non è andato a chi teneva l’accendino. Il cattivo c’è sempre stato, in ogni scuola e in ogni epoca. Una volta, però, trovava davanti a sé qualcuno che gli dicesse basta. Il pensiero è andato agli altri, a quelli che guardavano. Perché la barbarie, quando arriva, ha sempre bisogno di un pubblico.

Conosciamo bene il meccanismo. Per due giorni l’Italia si commuove: gli editoriali, le lacrime, il «ragazzo speciale», «un angelo», «un esempio». È l’Inspiration Porn: la disabilità ridotta a una favola edificante per consolare chi sta bene. Poi la notizia scade, come il latte, e il giorno dopo si torna a considerare quel ragazzo quello che per molti è sempre stato: un intralcio, un costo, un’ombra in fondo al corridoio.
Pietismo e crudeltà non sono nemici. Sono due facce della stessa moneta, perché in entrambi i casi l’altro non è un pari, è un oggetto: da compatire o da bruciare. La commozione di cui abbiamo bisogno è un’altra: non quella che ci fa sentire buoni, ma quella che ci fa alzare dalla sedia.
Dire che «la barbarie torna» è retorica solo finché non guardi come comincia. Non comincia con i lager. Comincia con lo sguardo che smette di riconoscere un volto. La psicologia sociale lo studia da decenni. Susan Fiske ha mostrato che le persone con disabilità cadono tipicamente nella casella del «caldo ma incompetente»: suscitano una pietà paternalistica che, quando l’altro diventa un peso, può rovesciarsi in disprezzo. Lei stessa, con Lasana Harris, ha documentato per i gruppi più emarginati una sorta di spegnimento dei circuiti cerebrali con cui riconosciamo l’altro come persona. Nick Haslam ha dato un nome a questo processo, la deumanizzazione. Martha Nussbaum, in Nascondere l’umanità, ha spiegato come il disgusto, quel brivido verso il corpo che non somiglia al nostro, sia stato per secoli il carburante dell’esclusione.

Sono gli stessi ingredienti che, negli Anni Venti e Trenta, prepararono il terreno al nazifascismo, che le persone con disabilità chiamava «vite indegne di essere vissute» e che eliminò per prime, con i programmi di “eutanasia” che furono il laboratorio di ciò che venne dopo. Non è un paragone iperbolico, è storia: il diverso è sempre la prova generale.
Oggi il vento soffia nella stessa direzione. Una politica mondiale che esalta la forza, la prestazione, il vincente; che trasforma la fragilità in colpa e la diversità in minaccia; che premia la brutalità del linguaggio e il disprezzo per chi resta indietro. Un ragazzo di 16 anni non ha bisogno di leggere un trattato per capire chi, nel mondo che vede ogni giorno sul telefono, vale e chi no.
E allora mettiamo in guardia tutti, perché le premonizioni ci sono, e chi dice di non averle viste mente o non ha voluto guardare. Il linguaggio che si indurisce, le parole del disprezzo che tornano a circolare senza più vergogna, il fastidio per chi chiede diritti spacciato per buonsenso, la fragilità trattata come una colpa: sono i sintomi che la storia ci ha già mostrato.
Primo Levi ci lasciò una frase che dovremmo appendere in ogni aula: «È accaduto, dunque può accadere di nuovo». Non è una minaccia, è un avvertimento. E vale per tutti, non solo per chi oggi vive con una disabilità: perché la barbarie comincia sempre dai più fragili, ma non si ferma mai lì. Chi crede di essere al sicuro perché oggi non tocca a lui sta solo aspettando il suo turno.

C’è poi un fenomeno che chi lavora sul campo conosce, ma di cui si parla poco: il rancore di chi ce l’ha fatta. Michael Sandel, nella Tirannia del merito, descrive l’arroganza dei vincitori: chi crede di dovere tutto a se stesso finisce per pensare che chi è rimasto indietro se lo meriti.
Jonathan Mijs ha mostrato che più una società è diseguale, più i suoi cittadini credono nella meritocrazia: la disuguaglianza produce l’ideologia che la giustifica. Jim Sidanius e Felicia Pratto, con la teoria della dominanza sociale, hanno descritto la spinta a difendere le gerarchie di cui ci si sente beneficiari.
Io aggiungo un’ipotesi, che le ricerche rendono plausibile senza trasformarla in legge: per chi si è appena arrampicato fuori da una condizione di fragilità, la fragilità altrui è uno specchio insopportabile. Odiare il debole è un modo di scacciare il ricordo di esserlo stato.
È il meccanismo che Primo Levi, nei Sommersi e i salvati, chiamò la «zona grigia». Nei lager, i kapò erano spesso prigionieri come gli altri, ma a cui il sistema aveva concesso un gradino di privilegio: una razione in più, un po’ di potere sui compagni. E quel gradino bastava. Il potere non ha bisogno di convincere gli oppressi a stare dalla sua parte: gli basta offrire loro qualcuno su cui scaricare l’umiliazione. Il neofita della ricchezza, come il kapò, è spesso il più feroce guardiano del recinto, perché ha più da perdere e più da dimenticare. Levi ci mise in guardia dal giudicare con leggerezza chi finì in quella zona, e aveva ragione. Ma ci disse anche che bisogna conoscerla, perché è lì che il male si organizza.

Questo vale anche per i luoghi dove i ragazzi, di fatto, oggi si formano: gli schermi.
C’è stato un tempo in cui la televisione pubblica italiana credeva di avere un compito. Negli Anni Sessanta un maestro, Alberto Manzi, insegnava a leggere e scrivere a milioni di adulti analfabeti con Non è mai troppo tardi. La Rai portava nelle case i grandi romanzi in forma di sceneggiato, dai Promessi sposi all’Odissea. Dal 1981 Piero Angela spiegava la scienza a un Paese che di scienza non masticava, con pazienza, chiarezza e rispetto per l’intelligenza di chi guardava. Quella televisione non era perfetta, spesso era paternalista e ingessata. Ma partiva da un’idea: che il pubblico fosse fatto di cittadini da elevare, non di consumatori da trattenere.
Poi, a partire dagli Anni Ottanta, qualcosa si è spezzato. L’arrivo della TV commerciale ha cambiato la domanda, da «che cosa è utile sapere?» a «che cosa tiene incollati?». E la risposta è stata la velocità, il frammento, l’emozione immediata, la rissa. Neil Postman, già nel 1985, in Divertirsi da morire, avvertiva che non saremmo stati rovinati da ciò che odiamo, come in Orwell, ma da ciò che amiamo, come in Huxley: un flusso continuo di intrattenimento che ci rende incapaci di prendere sul serio qualunque cosa.
Marshall McLuhan lo aveva intuito prima di tutti: il medium è il messaggio. Non conta solo ciò che un mezzo dice, ma ciò che fa a chi lo usa: come educa lo sguardo, la memoria, il tempo dell’attenzione. Un mezzo che premia il frammento produce menti fatte a frammenti. Studiosi come Nicholas Carr e Maryanne Wolf hanno sostenuto che la lettura profonda, quella che richiede tempo e silenzio, si indebolisce quando passiamo la giornata a saltare da uno stimolo all’altro. Il dibattito scientifico su quanto e come è aperto, ma la domanda che pongono è inevitabile: la mente è un muscolo e se non la alleniamo, si assottiglia. E una mente superficiale è una mente che non sa mettersi nei panni di nessuno, perché mettersi nei panni di qualcuno richiede lentezza, immaginazione, fatica.
Abbiamo consegnato l’educazione dei nostri figli a piattaforme private, nate altrove, con interessi che non coincidono con i nostri e con un modello di business fondato sull’attenzione e sull’indignazione. Non è un’accusa moralistica, è una descrizione del loro modello economico: più ci arrabbiamo, più restiamo, più valiamo.
La televisione pubblica è di tutti, e proprio per questo ha un dovere: non rincorrere i social, ma competere con loro sul loro terreno, con linguaggi nuovi, contenuti pedagogici, pensiero critico, cultura della convivenza. Il servizio pubblico non è un lusso. È l’ultima infrastruttura che abbiamo per raccontarci una storia diversa da quella dello scontro.

Ora tocco il nervo scoperto del nostro mondo. Abbiamo una delle legislazioni più avanzate d’Europa e dobbiamo avere il coraggio di dirci che non basta. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvata nel 2006 e ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009, è un testo straordinario, ma soprattutto è un testo pedagogico. L’articolo 8 (Accrescimento della consapevolezza) impegna gli Stati a sensibilizzare la società, a combattere stereotipi e pregiudizi, a promuovere una rappresentazione rispettosa nei media, a coltivare fin dalla più tenera età, nel sistema educativo, un atteggiamento di rispetto verso i diritti delle persone con disabilità. L’articolo 24 (Educazione) chiede una scuola davvero inclusiva a ogni livello.
Si può fare un’inclusione di carta, ed è quella che abbiamo fatto troppo a lungo: i decreti, le circolari, gli adempimenti. Ma una norma non ha mani per fermare un braccio in un bagno. Le ha solo la cultura. E la cultura non si decreta: si coltiva, con la pazienza e gli investimenti che si dedicano alle cose che contano davvero.
Alcune scelte recenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito rischiano di sembrare mosse di facciata, annunci buoni per il titolo del giorno e poco altro. Non è questione di colore politico: la scuola non si cambia a colpi di spot. Servono più coraggio e più visione, il coraggio di investire in un’educazione innovativa e, soprattutto, di insegnare ai ragazzi a pensare. Spirito critico, capacità di dubitare, di non farsi trascinare dal branco, di dire «no» quando tutti stanno guardando. Non esistono scorciatoie: l’inclusione nasce solo da lì.

E il coraggio ha un prezzo, che va scritto nero su bianco: servono risorse economiche e finanziarie, stanziate in modo strutturale, per gli Enti del Terzo Settore veri, quelli che lavorano da anni accanto alle famiglie e ai ragazzi, e che dell’educazione sono il complemento naturale.
Strutturale significa stabile, programmato, pluriennale, non l’elemosina del bando che scade a giugno. Basta con i progetti nelle scuole: il progetto sulla legalità, quello sul bullismo, quello sull’inclusione, il laboratorio di tre incontri e l’attestato finale, la giornata celebrativa con le foto per i social. Sono pannicelli caldi, che permettono a tutti di dire «abbiamo fatto qualcosa» senza che cambi nulla. L’educazione civile non è un evento, è un’abitudine, e le abitudini si costruiscono con la continuità, non con la sagra.

Infine, una cosa che dobbiamo dirci in casa nostra. Il disimpegno civile è la malattia di questo tempo. Quando le persone perbene si ritirano nel privato, a indignarsi dal divano, gli spazi non restano vuoti: li occupano altri, e non sono i migliori. Chi crede ancora nella civiltà europea, quella dei diritti, della tolleranza, della dignità di ogni persona, quella che sembra sparita dai radar, deve tornare a fare politica sul serio. Non per sdegno, per mestiere. Entrare nei consigli, nelle scuole, nelle redazioni, nei luoghi dove si decide. Sporcarsi le mani. Unirsi, che è la parola più dimenticata del nostro tempo.
E l’impegno si impara, come si imparano le tabelline. Per questo la scuola deve tornare a essere ciò che è stata nei suoi momenti migliori: un motore di civiltà, il luogo dove un ragazzo scopre che esiste una cosa chiamata cittadinanza e che non è una materia da interrogazione, ma un modo di stare al mondo. Dove si impara a discutere senza azzannarsi, a decidere insieme, a prendersi cura di qualcosa che non sia solo il proprio voto. Non un parcheggio noioso per giovani in attesa della vita vera, né un posto di lavoro di ripiego per laureati disoccupati, a cui nessuno ha mai chiesto se hanno la vocazione di educare. Chi insegna deve essere scelto, formato, pagato e rispettato come chi ha in mano il futuro del Paese, perché è esattamente ciò che ha in mano.
Il ragazzo di Pinerolo non ha bisogno della nostra commozione, ha bisogno che nelle aule dove tornerà ci sia qualcuno disposto a fermare quel braccio. Un compagno che si alzi, un professore che si accorga, un genitore che abbia insegnato al figlio che il coraggio non è fare il duro, è non voltarsi dall’altra parte.
Cominciamo a costruire quelle aule, e quelle persone, prima che il silenzio diventi la lingua di tutti.

*Presidente della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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PANS/PANDAS: il ruolo della scuola nelle condizioni neuroinfiammatorie pediatriche

Accendere i riflettori sul ruolo fondamentale della scuola nel riconoscimento e nella gestione delle difficoltà vissute dai bambini e dai ragazzi affetti da PANS e PANDAS, condizioni pediatriche complesse, caratterizzate dall’insorgenza improvvisa di sintomi neuropsichiatrici, comportamentali e cognitivi, spesso accompagnati da un grave impatto sulla vita scolastica, familiare e sociale: è l’obiettivo dell’incontro di domani, 7 ottobre, a Roma, nell’imminenza della Giornata Mondiale delle Sindromi PANS/PANDAS del 9 ottobre

Nell’imminenza della Giornata Mondiale delle Sindromi PANS/PANDAS del 9 ottobre, è in programma per domani, 7 ottobre, a Roma (Sala Capitolare del Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva, Piazza della Minerva, 38, ore 9.30-18), l’incontro denominato Riconoscimento e responsabilità: il ruolo della scuola nelle condizioni neuroinfiammatorie pediatriche, promosso su iniziativa della senatrice Elena Murelli e organizzato in collaborazione con l’Associazione Genitori PANS PANDAS BGE, avvalendosi del patrocinio del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
L’evento nasce con l’obiettivo di accendere i riflettori sul ruolo fondamentale della scuola nel riconoscimento e nella gestione delle difficoltà vissute dai bambini e dai ragazzi affetti da PANS e PANDAS, condizioni pediatriche complesse, caratterizzate dall’insorgenza improvvisa di sintomi neuropsichiatrici, comportamentali e cognitivi, spesso accompagnati da un grave impatto sulla vita scolastica, familiare e sociale.
«Quando un bambino cambia improvvisamente comportamento – spiegano dall’Associazione Genitori PANS PANDAS BGE -, manifesta un disturbo ossessivo-compulsivo, ansia intensa, regressioni, difficoltà di apprendimento, crisi emotive, rifiuto scolastico o importanti alterazioni alimentari, ciò che appare come oppositività, svogliatezza o mancanza di educazione potrebbe essere, in realtà, il segnale di una condizione neuroinfiammatoria. La scuola non è chiamata a formulare diagnosi, ma può svolgere un ruolo decisivo nell’osservazione dei cambiamenti, nell’accoglienza delle difficoltà e nella costruzione di un percorso educativo realmente inclusivo».
Nel corso della giornata interverranno neurologi, neuropsichiatri infantili, psicologi, psicoterapeuti, pedagogisti, biologi nutrizionisti e avvocati, offrendo una lettura multidisciplinare delle PANS e PANDAS e del loro impatto nel contesto scolastico.
In occasione poi della Giornata del 9 ottobre, le caserme del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, monumenti, edifici pubblici e luoghi simbolici in Italia e all’estero si illumineranno di verde, nell’àmbito della campagna internazionale #LightUp4PANS, sostenuta da una rete di associazioni e comunità. (S.B.)

Per approfondire ulteriormente, fare riferimento a questo link. Per altre informazioni: pandasbge@gmail.com.

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Visite oculistiche gratuite a Modena per la Giornata Mondiale della Vista

Alla vigilia della Giornata Mondiale della Vista dell’8 ottobre, l’UICI di Modena, in collaborazione con il locale Rotary Club, offrirà domani, 7 ottobre, a cittadine e cittadini, la possibilità di effettuare visite oculistiche gratuite, occasione particolarmente utile dal punto di vista della prevenzione, ossia di quello che è il filo conduttore stesso delle Giornata Mondiale

Alla vigilia della Giornata Mondiale della Vista dell’8 ottobre, evento promosso dalla IAPB, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, l’UICI di Modena (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), in collaborazione con il Rotary Club Modena L.A. Muratori, offrirà domani, 7 ottobre, a cittadine e cittadini, la possibilità di effettuare visite oculistiche gratuite, occasione particolarmente utile dal punto di vista della prevenzione, ossia di quello che è il filo conduttore stesso delle Giornata Mondiale.
Le visite si terranno nel pomeriggio (ore 15-17.40), presso il Policlinico della città emiliana. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per altre informazioni: uicmo@uiciechi.it.

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“Oltre il punto di vista”: una nuova tappa a Napoli del progetto della FAIS “Siamo un’Opera d’Arte”

Il progetto della FAIS (Federazione delle Associazioni Incontinenti e Stomizzati) “Siamo un’Opera d’Arte” vivrà da domani, 7 ottobre e fino al 19 del mese, un’ulteriore evoluzione al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con il nome di “Oltre il punto di vista”, basandosi sulla medesima idea iniziale: davanti cioè ad alcuni capolavori della statuaria classica, verranno installati pannelli autoportanti in plexiglass trasparente, su cui saranno applicate stampe in alta definizione raffiguranti i presìdi medici utilizzati dalle persone incontinenti e/o stomizzate

Già a suo tempo avevamo dato ampio spazio all’iniziativa Siamo un’Opera d’Arte, progetto di comunicazione sociale promosso dalla FAIS (Federazione delle Associazioni Incontinenti e Stomizzati). Ora quell’iniziativa lanciata qualche anno fa vivrà un’ulteriore evoluzione nei prossimi giorni al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, quando la stessa FAIS, in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale, porterà il progetto tra i marmi della Sala Collezione Farnese e della Sala della Meridiana, con il nome di Oltre il punto di vista, basandosi sulla medesima idea iniziale: davanti cioè ad alcuni tra i capolavori più celebri della statuaria classica (l’Ercole Farnese, la Venere Callipigia, i Tirannicidi, l’Apollo Citaredo, i Corridori e il Gruppo dei Satiri), verranno installati pannelli autoportanti in plexiglass trasparente, su cui saranno applicate stampe in alta definizione raffiguranti i presìdi medici utilizzati dalle persone incontinenti e/o stomizzate, calibrate prospetticamente per allinearsi ai corpi scultorei.
L’inaugurazione è in programma per domani, 7 ottobre e in seguito l’esposizione sarà visitabile fino al 19 ottobre. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: anitafiaschetti@gmail.com (Anita Fiaschetti).

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Intelligenza artificiale e disabilità nel lavoro: quando è l’algoritmo a selezionare

«Il dibattito su intelligenza artificiale e disabilità nel lavoro – scrive Rafael Patron, presidente del Comitato Tecnico-Scientifico dell’AIPIA (Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale) – si concentra quasi sempre sui posti che l’automazione cancellerà. C’è però una trasformazione più silenziosa, già in corso: prima ancora di sostituire una mansione, l’intelligenza artificiale decide sempre più spesso chi arriva al colloquio. Ma gli strumenti per difendersi esistono ed è assai bene conoscerli»

Il dibattito su intelligenza artificiale e disabilità nel lavoro si concentra quasi sempre sui posti che l’automazione cancellerà. C’è però una trasformazione più silenziosa, già in corso: prima ancora di sostituire una mansione, l’intelligenza artificiale decide sempre più spesso chi arriva al colloquio.

Una porta che si restringe
Su queste stesse pagine [“Intelligenza artificiale: quanti e quali posti di lavoro resteranno disponibili per le persone con disabilità?”, N.d.R.], Marino Bottà, presidente dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro), ha posto una domanda scomoda: quanti e quali posti di lavoro resteranno disponibili per le persone con disabilità? La sua analisi mette in fila le mansioni più esposte all’automazione, dal confezionamento all’assemblaggio, dal magazzino al front office, e osserva che sono proprio quelle attraverso cui molte persone con disabilità intellettiva hanno trovato finora un’occupazione. Accanto, Bottà richiama un’indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e dell’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), condotta su quasi 500 famiglie di persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Solo il 10,9% ha trovato lavoro attraverso i canali istituzionali del collocamento mirato.
Il quadro, quindi, è già fragile. Se a ridursi sono sia le mansioni accessibili sia i canali pubblici che dovrebbero accompagnare l’inserimento, conta ancora di più come funzionano le altre strade: le agenzie, le piattaforme di reclutamento, gli uffici del personale delle aziende. Ed è lì che l’intelligenza artificiale è già entrata.

Annunci, filtri, punteggi: dove l’intelligenza artificiale lavora già
Chi oggi invia una candidatura a una media o grande impresa ha buone probabilità di incontrare un software prima di una persona. Sono sistemi che decidono a chi mostrare un annuncio, che leggono i curriculum e li ordinano, che assegnano un punteggio a un test online o a un video colloquio registrato. Il loro valore dichiarato è la rapidità: centinaia di candidature ridotte in pochi minuti a una lista breve.
Il problema, per una persona con disabilità, sta nei criteri che il sistema ha imparato. Un modello addestrato sui percorsi dei dipendenti “di successo” del passato tende a premiare carriere lineari, senza interruzioni, con titoli di studio standard. Si pensi a un vuoto di due anni nel curriculum dovuto a un periodo di cura, a un tirocinio svolto in una cooperativa sociale, a un percorso scolastico con un PEI (Piano Educativo Individualizzato). Un selezionatore esperto sa leggerli. Un filtro automatico può scartarli senza che nessuno se ne accorga. E lo stesso vale per i test a tempo, per l’analisi del linguaggio o delle espressioni del volto, per i questionari che non prevedono formati accessibili.
Nessuno di questi strumenti nasce per escludere. Il rischio è che lo faccia in modo invisibile, e quindi difficile da contestare.

Cosa prevede la Direttiva Europea sull’intelligenza artificiale per la selezione del personale
Il legislatore europeo ha riconosciuto questo rischio in modo esplicito. Il Regolamento (UE) 2024/1689, ossia l’AI Act, classifica come sistemi ad alto rischio, al punto 4 dell’Allegato III, quelli destinati all’assunzione o alla selezione di persone fisiche, in particolare per pubblicare annunci di lavoro mirati, analizzare o filtrare le candidature e valutare i candidati. Nella stessa categoria rientrano i sistemi usati per decidere su condizioni di lavoro, promozioni e cessazioni, per assegnare compiti o per monitorare le prestazioni.
La classificazione comporta obblighi precisi per chi usa questi strumenti, che il regolamento chiama deployer. Nello specifico l’articolo 26 chiede di affidare la sorveglianza umana a persone con la competenza, la formazione e l’autorità necessarie, e di garantire che i dati di input sotto il loro controllo siano pertinenti e sufficientemente rappresentativi. Prevede inoltre che il datore di lavoro, prima di mettere in servizio un sistema ad alto rischio sul luogo di lavoro, informi i rappresentanti dei lavoratori e i lavoratori interessati. L’articolo 86 riconosce a chi è oggetto di una decisione basata su questi sistemi il diritto di ottenere spiegazioni chiare sul ruolo che il sistema ha avuto.
A questo si aggiunge una norma che in Italia esiste da tempo: l’articolo 3, comma 3-bis, del Decreto Legislativo 216/03 obbliga infatti i datori di lavoro pubblici e privati ad adottare accomodamenti ragionevoli, secondo la definizione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Un processo di selezione automatizzato resta un processo di selezione, e quell’obbligo lo accompagna.

Cinque domande prima di adottare uno strumento
Per un’azienda, una cooperativa sociale di tipo B o un servizio per il lavoro che valuta un software di selezione, le domande utili al fornitore sono poche e concrete.
Su quali dati è stato addestrato il sistema, e con quali verifiche sul rischio di discriminazione? Quali criteri usa per ordinare o scartare le candidature, e si possono conoscere? Come si richiede e si applica un accomodamento, per esempio più tempo per un test o un formato alternativo? Chi, in azienda, rivede gli scarti automatici e con quale autorità per ribaltarli? E come può una persona esclusa chiedere una spiegazione e ottenere un riesame?
Se il fornitore non sa rispondere, la risposta è già un’informazione.

Associazioni e servizi, una vigilanza che serve a tutti
Le persone con disabilità e le loro famiglie non dovrebbero dover scoprire da sole che un algoritmo le ha scartate. Associazioni, servizi per il collocamento mirato e cooperative sono nella posizione migliore per accorgersi degli schemi ricorrenti. Il candidato che non supera mai lo stesso test online, l’annuncio che non arriva a chi usa un lettore di schermo, il punteggio che crolla per chi ha un percorso formativo diverso: raccogliere queste segnalazioni, portarle alle aziende e ai rappresentanti dei lavoratori, usare il diritto alla spiegazione quando serve. Si tratta di un lavoro di tutela che ha basi normative solide, a patto che qualcuno lo sappia esercitare.
La citata indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e dell’ANFFAS Nazionale indica anche una leva che funziona: quando un’azienda assume una persona con disabilità intellettiva, la misura più diffusa è l’affiancamento di un tutor, nell’83,2% dei casi. La mediazione umana resta dunque ciò che rende possibile l’inserimento e la tecnologia dovrebbe lasciarle spazio, non toglierglielo.

Capire la norma per poterla usare
L’articolo 4 del citato IA Act chiede a fornitori e deployer di adottare misure per sviluppare l’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale del proprio personale, tenendo conto di conoscenze, esperienza e contesto d’uso. Nel campo della selezione, questa formula ha una traduzione molto concreta: il responsabile del personale deve sapere che cosa fa il software che usa, dove può sbagliare e quando fermarlo. Ma la stessa consapevolezza serve anche dall’altra parte, a chi accompagna le persone con disabilità nella ricerca di un lavoro.
Superando dà voce da anni alle Associazioni e alle Persone con disabilità, e i contributi ospitati sull’intelligenza artificiale mostrano quanto il tema sia ormai quotidiano per chi segue l’inclusione lavorativa. La nostra Associazione (AIPIA-Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale) lavora sullo stesso terreno da un’altra prospettiva, quella di chi progetta e governa questi sistemi. Ha reso disponibile una guida all’AI Act pubblica e gratuita, pensata per orientarsi tra categorie di rischio e obblighi di chi usa i sistemi.
Per un operatore del collocamento mirato o per un’Associazione di famiglie, sapere che la selezione automatizzata è un sistema ad alto rischio, con doveri di sorveglianza e di spiegazione, cambia il tipo di domande che si possono fare a un’azienda. Quando qualcuno chiede «chi ha scartato questa candidatura, e perché?», l’algoritmo smette di essere una scatola chiusa e torna a essere una scelta organizzativa, con un responsabile e un nome. È da quella domanda, più che dalla tecnologia in sé, che dipende se la selezione automatizzata diventerà un filtro in più o un’occasione per rendere i criteri finalmente visibili.

*Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico dell’AIPIA (Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale).

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