Lasciami provare! Il tempo, la fatica e la fiducia nell’autonomia dei bambini con grave disabilità visiva
«Lascia, faccio io»: è una frase che tutti, prima o poi, abbiamo pronunciato con l’intenzione di aiutare un bambino. La diciamo quando abbiamo fretta, quando vediamo che sta facendo fatica, quando temiamo che possa farsi male o, semplicemente, quando ci sembra più facile e veloce sostituirci a lui.
Dietro queste parole, molto spesso, c’è amore. C’è il desiderio di proteggere, di evitare una frustrazione, di risparmiare al bambino una fatica che ci sembra eccessiva. C’è anche, però, la difficoltà dell’adulto nel tollerare che un bambino possa avere bisogno di un tempo diverso dal nostro per imparare e per compiere un’azione.
Nel mio lavoro di educatrice e pedagogista questa è una delle riflessioni che più frequentemente mi accompagna: quanto siamo capaci noi adulti di tollerare il tempo e la fatica necessari affinché un bambino possa imparare a fare da solo? La domanda riguarda tutti i bambini, ma assume un significato particolare quando parliamo di bambini o bambine con grave disabilità visiva.
Viviamo in un’epoca nella quale tutto sembra dover essere veloce. Anche l’apprendimento rischia di essere vissuto secondo questa logica: ci aspettiamo che i bambini imparino, comprendano ed eseguano in tempi che spesso rispondono più alle esigenze degli adulti che ai loro reali tempi di crescita. Ma ogni bambino ha un proprio tempo: personale, unico, diverso da quello degli altri.
Per un bambino con grave disabilità visiva questo aspetto può essere ancora più delicato. Può avere bisogno di più tempo per vestirsi, cercare un oggetto, organizzare il proprio materiale, preparare lo zaino, utilizzare il computer, muoversi in un ambiente o imparare una nuova procedura.
Avere bisogno di più tempo, però, non significa essere meno capaci. La cecità, di per sé, non implica un deficit cognitivo. Ciò che cambia è il modo in cui vengono raccolte, esplorate, organizzate e controllate le informazioni necessarie per compiere un’azione.
La vista consente normalmente di cogliere moltissimi dati contemporaneamente e con grande rapidità. Possiamo osservare come una persona svolge un’azione, comprenderne la sequenza e spesso riprodurla. Quando però la vista non è disponibile, molte di queste informazioni devono essere ricercate e costruite attraverso il tatto, l’udito, il movimento, il linguaggio, l’esplorazione e strategie specifiche. Questo può richiedere più passaggi e, di conseguenza, più tempo.
Quel tempo in più non è necessariamente lentezza. Può essere semplicemente il tempo necessario per fare un’azione in un modo diverso. Ed è proprio qui che noi adulti siamo chiamati a compiere un esercizio tutt’altro che semplice: aspettare.
Aspettare senza anticipare, senza completare continuamente l’azione, senza trasformare la nostra fretta in un aiuto che, involontariamente, impedisce al bambino di sperimentarsi.
Perché a volte il problema non è il tempo del bambino, ma è la nostra difficoltà a tollerare quel tempo.
A questa difficoltà si aggiunge poi la fatica. Vedere il proprio figlio fare fatica non è semplice per nessun genitore, soprattutto quando si confronta un’azione del bambino con quella, apparentemente semplice e automatica, dei suoi coetanei. Un bambino vedente acquisisce molte competenze quotidiane anche attraverso l’osservazione. Osservando e imitando costruisce progressivamente un patrimonio di esperienze. Il bambino cieco non può costruire nello stesso modo questo patrimonio attraverso la semplice osservazione visiva. Questo non significa che non possa imparare. Significa che ha bisogno di percorsi che sostengano la sua motivazione, strategie specifiche ed esperienze concrete che gli permettano di costruire modalità alternative per affrontare la quotidianità.
Dobbiamo aiutarlo a scoprire come può fare lui.
Questo obiettivo è fondamentale nei percorsi di autonomia personale e diventa particolarmente prezioso nei laboratori di gruppo, durante i quali, alcune volte, vengono invitati a partecipare anche i genitori insieme ai loro figli. Ricordo, per esempio, la reazione di alcuni genitori quando hanno visto il proprio ragazzo di dieci anni tagliare autonomamente gli alimenti. Per loro il coltello continuava a rappresentare un oggetto pericoloso e, nella quotidianità, poteva quindi sembrare naturale e rassicurante utilizzarlo al posto suo. Durante il laboratorio, invece, il ragazzo aveva imparato una modalità adeguata per organizzare l’azione e utilizzare lo strumento in sicurezza.
Il genitore, osservandolo, è giunto ad affermare: «Non pensavo potesse farlo». È una frase molto significativa, perché in quel momento non stava cambiando soltanto ciò che il bambino sapeva fare. Stava cambiando lo sguardo del genitore sulle sue possibilità. Per noi possono sembrare azioni automatiche; per una persona con grave deficit visivo richiedono invece di conoscere gli strumenti, organizzare la sequenza, costruire riferimenti e trovare strategie per agire in modo ordinato e sicuro.
Quando il bambino riesce, non ha semplicemente acquisito una nuova abilità. Ha fatto un’esperienza molto più importante: «Sono capace!».
È proprio questo vissuto di autoefficacia che i percorsi educativi, ma anche le esperienze quotidiane, dovrebbero avere come obiettivo fondante. Non si tratta di pretendere che il bambino faccia tutto da solo, né di lasciarlo solo davanti alla difficoltà. Si tratta di offrirgli condizioni, strumenti e sostegno affinché possa sperimentare le proprie possibilità. Per questo parlare di iperprotezione con i genitori richiede grande delicatezza. Non credo sia utile giudicare una madre o un padre dicendo che «fa troppo» o che «non lascia fare». Come scrive il pediatra T. Berry Brazelton, ogni genitore desidera fare il meglio per il proprio figlio. E credo che questo debba essere il nostro punto di partenza.
Il problema, quindi, non è l’amore. È ciò che può accadere quando l’amore si accompagna alla paura e al desiderio di evitare al figlio qualsiasi difficoltà.
Proteggere un bambino da ogni fatica può impedirgli di scoprire che quella fatica può essere affrontata. Evitare ogni errore può impedirgli di sperimentare che si può sbagliare, trovare una strategia diversa e riprovare. Fare sistematicamente al posto suo può impedirgli di costruire quella fiducia nelle proprie capacità che nasce dall’esperienza diretta. Per questo l’autonomia non può essere rimandata a quando il bambino sarà grande. È importante iniziare presto, non per pretendere che faccia tutto da solo, ma per permettergli di scoprire progressivamente che cosa può fare e come può farlo.
Le paure e le preoccupazioni degli adulti rischiano, infatti, di accompagnare il bambino anche nelle fasi successive della crescita, arrivando talvolta fino all’adolescenza e all’età adulta. Ciò che nasce come desiderio di proteggerlo può trasformarsi nel tempo nella persona in insicurezza, dipendenza dall’altro o difficoltà a riconoscere e fidarsi delle proprie capacità. Offrire occasioni di autonomia fin dall’infanzia significa quindi anche aiutare a costruire, passo dopo passo, fiducia in se stessi.
Questo significa accettare che il suo modo di fare possa essere diverso dal nostro. Potrebbe essere più lento, più articolato, richiedere strategie che una persona vedente non avrebbe bisogno di utilizzare. Ma se quella modalità gli permette di raggiungere il risultato in maniera ordinata, precisa e sicura, allora è una modalità valida. L’obiettivo è che trovi il proprio modo di farle.
E qui arriviamo a un punto che considero fondamentale: autonomia non significa non avere bisogno degli altri. Nessuno di noi è completamente autosufficiente. Una persona autonoma è colei che può scegliere se fare da sola oppure chiedere aiuto.
Nel corso del mio lavoro mi capita di incontrare l’iperprotezione anche nelle relazioni tra adulti: tra genitori e figli ormai grandi, tra familiari, ma anche all’interno della coppia, quando una persona tende ad anticipare continuamente i bisogni dell’altra o a fare al suo posto ciò che potrebbe imparare a gestire da sola.
Anche in questi casi alla base possono esserci amore e preoccupazione autentici. Ma vale la pena chiedersi: quando l’aiuto diventa sostituzione, stiamo davvero sostenendo l’altro oppure gli stiamo togliendo la possibilità di sentirsi capace? Forse, quindi, l’autonomia non è una conquista che appartiene soltanto all’infanzia. È una dimensione della persona che dovremmo continuare a rispettare in ogni fase della vita.
C’è una frase che, idealmente, vorrei poter ascoltare sempre più spesso dai bambini e dalle persone: «Lasciami provare». Non significa «Non ho bisogno di te», significa «Ho bisogno che tu creda che posso provarci».
Questa è forse una delle forme più profonde di fiducia che un adulto possa offrire. Nei percorsi di autonomia non cresce soltanto il bambino. Cresce anche l’adulto, che impara ad aspettare, a distinguere il rischio reale dalla propria paura e a fare un passo indietro.
E quel passo indietro non è abbandono. Non è disinteresse. È fiducia. È poter dire: «Io ci sono. Se hai bisogno, ti aiuto. Ma prima prova tu».
Forse questa è una delle cose più difficili che noi adulti siamo chiamati a fare: lasciare andare. Lo dico come professionista, ma anche come mamma. Perché quando si è genitori non è affatto semplice vedere i propri figli fare fatica, sbagliare, arrabbiarsi o non riuscire al primo tentativo. Una parte di noi vorrebbe proteggerli sempre, evitare le delusioni, risparmiare loro la sofferenza. Ma crescere significa anche fare esperienze che nessun altro può fare al posto nostro.
Il nostro compito non è eliminare tutte le difficoltà dalla strada dei nostri figli, è aiutarli a costruire gli strumenti per poterla percorrere, sapendo che noi ci siamo. Per me, quindi, l’autonomia non coincide con il fare tutto da soli. Significa soprattutto avere la possibilità di scegliere: scegliere se chiedere aiuto, quale sostegno accettare, che cosa desideriamo fare e come farlo.
E la libertà comincia molto prima dell’età adulta: comincia ogni volta che un bambino ha la possibilità di provare. Comincia ogni volta che un adulto riesce a trattenere quella frase così spontanea – «Lascia, faccio io» – e a sostituirla con un’altra: «Prova tu. Io sono qui». Perché a volte il regalo più grande che possiamo fare a un bambino non è rendergli la strada più facile, ma è fargli scoprire che, anche quando la strada è più lunga, più lenta o diversa da quella degli altri, può imparare a percorrerla. E che noi possiamo essere al suo fianco senza percorrerla al posto suo.
Forse è proprio questo il significato più profondo dell’accompagnare: non trattenere, non sostituire, non anticipare continuamente, ma esserci. Con fiducia, con pazienza e con la consapevolezza che lasciare spazio all’altro significa anche permettergli, passo dopo passo, di diventare pienamente se stesso e trovare la propria identità.
*Pedagogista, educatrice e tecnico dell’orientamento, della mobilità e dell’autonomia personale nell’àmbito della disabilità visiva.
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