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Il diritto delle persone con disabilità alla dimensione affettiva e sentimentale

19 Ottobre 2026 - 12:40pm

Una quotidianità fatta di lavoro, relazioni, sport, musica, comunicazione e volontariato, ma quando chiede di partecipare a un incontro per single, per conoscere nuove persone, si sente rispondere che le persone con disabilità non sono ammesse, senza alcuna spiegazione sul perché: una vicenda che richiama ancora una volta l’attenzione sul diritto delle persone con disabilità a essere considerate pienamente anche nella loro dimensione affettiva e sentimentale

Voleva semplicemente partecipare a un incontro per single, conoscere nuove persone e concedersi la stessa opportunità che viene offerta a tutti gli altri partecipanti. Ma quando Stefano, 42 anni, residente a Manerbio, in provincia di Brescia, ha chiesto di poter prendere parte all’iniziativa, si è sentito rispondere che le persone con disabilità non sono ammesse. Una risposta netta che, secondo quanto riferito da lui stesso, non è stata accompagnata da ulteriori spiegazioni o dalla proposta di possibili soluzioni alternative.

Stefano convive dalla nascita con una tetraparesi spastica che limita i movimenti degli arti e utilizza una carrozzina. Una condizione che non gli ha impedito di studiare, lavorare, coltivare passioni, impegnarsi nel volontariato e costruire negli anni una vita professionale e sociale particolarmente attiva. Dopo il diploma di tecnico della gestione aziendale, ha frequentato un corso come webmaster e amministratore di reti locali. Da molti anni lavora come impiegato informatico per una fonderia, attraverso il telelavoro.
Grande appassionato di sport, calcio e musica, per alcuni anni è stato allenatore di squadre giovanili. La passione per la radio e per il mondo digitale lo ha inoltre portato a creare Steradiodj, una web radio attiva 24 ore su 24, attraverso la quale alterna dirette, musica, notizie e interviste. Nel corso degli anni ha avuto modo di incontrare e intervistare numerosi artisti e di partecipare a dibattiti, incontri e rubriche dedicate anche a tematiche sociali.
È inoltre volontario onorario del Comitato di Brescia della Croce Rossa Italiana, testimonial e amico della Sezione bresciana dei City Angels Italia e recentemente è diventato addetto stampa e collaboratore nella gestione dei canali social della Brixia PowerChairFootball, realtà bresciana dedicata al calcio in carrozzina.
Una quotidianità, dunque, fatta di lavoro, relazioni, sport, musica, comunicazione e volontariato. Ed è proprio per questo che quanto accaduto solleva una questione che va oltre il singolo episodio: la possibilità per una persona con disabilità di vivere pienamente anche la propria dimensione affettiva, sentimentale e relazionale.

«Quando ho chiesto di partecipare non cercavo agevolazioni o un trattamento particolare – racconta Stefano -. Volevo fare quello che fanno tante altre persone single: uscire, conoscere qualcuno, parlare, magari incontrare una persona con cui nasce qualcosa. Sentirmi dire che non potevo partecipare perché sono disabile mi ha ferito, soprattutto perché non mi è stata data alcuna spiegazione. La disabilità fa parte della mia vita, ma non può essere ciò che decide a priori se posso conoscere qualcuno, innamorarmi o avere una relazione. Non chiedo di essere trattato diversamente: chiedo di poter avere le stesse opportunità degli altri».
L’episodio apre così una riflessione più ampia sul tema dell’inclusione. Perché abbattere le barriere non significa soltanto rendere accessibili edifici, trasporti o luoghi di lavoro. Significa anche evitare che possano esistere barriere nell’accesso alle occasioni di socialità e di incontro.
La vicenda di Stefano pone quindi una domanda semplice: può una condizione di disabilità essere, da sola, il motivo per escludere preventivamente una persona da un’occasione organizzata per favorire la conoscenza tra single?
Stefano ha deciso di raccontare pubblicamente quanto gli è accaduto non soltanto per sé, ma per richiamare l’attenzione su un aspetto della disabilità di cui ancora si parla troppo poco: il diritto delle persone con disabilità a essere considerate pienamente anche nella loro dimensione affettiva e sentimentale.
«Vorrei che da questa esperienza – conclude – nascesse almeno una riflessione, ossia che dietro una carrozzina c’è una persona con desideri, emozioni, passioni e progetti esattamente come chiunque altro. Anche il desiderio di conoscere qualcuno. Prima di decidere che una persona non può partecipare, bisognerebbe almeno incontrarla, ascoltarla e conoscerla».

*abceventi.press@gmail.com.

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L’evoluzione delle parole deve camminare di pari passo con quella dei fatti

16 Ottobre 2026 - 6:27pm

«L’evoluzione delle parole – scrive Salvatore Cimmino – deve camminare di pari passo con quella dei fatti. In altre parole, affrancare il linguaggio sulla disabilità dai vecchi pregiudizi e democratizzare, ad esempio, le tecnologie assistive sono due facce della stessa medaglia: i passi fondamentali per abbattere ogni barriera. Eppure, questa spinta verso il futuro si scontra ancora troppo spesso con una realtà burocratica miope e discriminatoria» Una realizzazione grafica dedicata alle tecnologie assistive e al Progetto di vita delle persone con disabilità

Le parole che scegliamo non si limitano a descrivere la realtà, la costruiscono. Quando si parla di disabilità, il confine tra inclusione e stigma passa inevitabilmente attraverso il vocabolario che utilizziamo quotidianamente.
Per decenni, la società ha fatto ricorso a termini denigratori o pietistici o a definizioni cliniche che riducevano l’individuo alla sua sola patologia. Dire il disabile, infatti, significa identificare interamente l’essere umano con la sua limitazione, cancellandone la complessità. Oggi, la rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno parte proprio dal capovolgimento di questa prospettiva.
Mettere al centro la persona significa comprendere che la disabilità non è una caratteristica intrinseca e totalizzante dell’individuo, ma il risultato dell’interazione tra le barriere esterne e le diverse specificità fisiche, sensoriali o cognitive di ciascuno. In questo senso, espressioni come persona con disabilità restituiscono dignità e centralità all’identità del singolo, anteponendo l’umanità del soggetto a qualsiasi limitazione funzionale.

Tuttavia, l’evoluzione delle parole deve camminare di pari passo con quella dei fatti: senza un accesso diffuso alle nuove tecnologie assistive, ad esempio, il linguaggio rischierebbe di svuotarsi di significato. Ed è qui che entra in gioco il ruolo cruciale della bioingegneria della riabilitazione e dell’ergonomia avanzata. Quest’ultima è la scienza che progetta ambienti, prodotti, tecnologie e flussi di lavoro su misura per le reali capacità e limitazioni psicofisiche dell’essere umano, abbandonando l’idea superata di un utente medio. Invece di chiedere all’individuo di adattarsi al mondo, l’ergonomia avanzata modifica il mondo per adattarlo all’individuo.
Per una persona con disabilità, questo approccio non è un semplice comfort, ma rappresenta la chiave d’accesso fondamentale all’autonomia, alla dignità e alla qualità della vita.

Garantire l’accesso universale a queste innovazioni scientifiche significa dunque ridisegnare la quotidianità collettiva. L’impatto della bioingegneria riabilitativa migliora concretamente la mobilità urbana, ottimizza i trasporti pubblici, trasforma gli ambienti di lavoro e rende lo spazio domestico un luogo realmente autonomo e sicuro. La diversità cessa così di essere un ostacolo da arginare e diventa una risorsa che spinge la società ad evolversi, abbandonando la retorica della compassione per abbracciare quella dei diritti.
Affrancare il linguaggio dai vecchi pregiudizi e democratizzare le tecnologie assistive sono due facce della stessa medaglia: i passi fondamentali per abbattere ogni barriera. Eppure, questa spinta verso il futuro si scontra tragicamente con una realtà burocratica miope e discriminatoria.
Non si può parlare di dignità e diritti senza denunciare con forza il comportamento sistematico e anticostituzionale di quelle ASL che, negando la riabilitazione congeniale alle reali esigenze dei pazienti, bloccando terapie essenziali e razionando le tecnologie assistive di ultima generazione, violano apertamente il diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione.
Questo ostruzionismo, infatti, non infligge solo un danno irreparabile e disumano alla vita delle persone, ma si traduce in un paradosso economico devastante per lo Stato stesso. La miopia di una gestione che taglia sulla prevenzione, sulla cura personalizzata e sull’autonomia non fa che gonfiare a dismisura i costi pubblici a lungo termine. E la spesa sociale e sanitaria esplode letteralmente, per tamponare le emergenze causate da ospedalizzazioni evitabili, aggravamenti cronici e la cronicizzazione della dipendenza dai caregiver.

Abbandonare la logica del mero assistenzialismo e investire nella scienza riabilitativa su misura non è dunque solo un dovere morale ed etico, ma una necessità di sostenibilità economica.
Finché la burocrazia sanitaria continuerà a negare il progresso scientifico a chi ne ha diritto, la nostra società rimarrà monca. Abbattere le barriere culturali e fisiche significa, prima di tutto, costringere lo Stato a curare i propri cittadini, trasformando la salute da concessione amministrativa a pilastro invalicabile di civiltà.

*https://www.salvatorecimmino.it.

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Bambini e ragazzi con la sclerosi multipla: siamo molto altro!

16 Ottobre 2026 - 5:52pm

Circa il 10% delle persone con sclerosi multipla o patologie correlate riceve la diagnosi in età infantile o adolescenziale ed è per rispondere a tale bisogno che l’AISM ha realizzato il “Kit neodiagnosticati”, presentato e distribuito a Genova in occasione di “#SonoMoltoAltro”, evento nazionale per le famiglie che affrontano la sclerosi multipla o patologie correlate in età pediatrica. Un incontro voluto in particolare per dire ai bambini e ai ragazzi che la diagnosi non li definisce Una realizzazione grafica elaborata dall’AISM e dedicata alla sclerosi multipla pediatrica

Quando una diagnosi di sclerosi multipla o patologie correlate (NMOSD o MOGAD) entra nella vita di una famiglia, arrivano dubbi, paure e disorientamento. Circa il 10% delle persone con sclerosi multipla riceve la diagnosi in età infantile o adolescenziale ed è per rispondere a tale bisogno che l’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) ha realizzato il Kit neodiagnosticati, finanziato da Fondazione Mediolanum e presentato e distribuito a Genova in occasione di #SonoMoltoAltro, evento nazionale per le famiglie che affrontano la sclerosi multipla o patologie correlate in età pediatrica, svoltosi nei giorni scorsi.

Va subito precisato che il kit non è un manuale medico, ma è pensato per la vita di tutti i giorni, le emozioni, le domande senza risposta. Esso contiene due opuscoli, ossia Un giorno alla volta, per i genitori, con due sezioni dedicate ai genitori di bambini fino a 10 anni e di ragazzi tra gli 11 e i 17 anni. Vi si affrontano i temi più sentiti, dal come parlare della diagnosi ai figli alla stanchezza invisibile, dal bilanciare protezione e autonomia al prendersi cura di sé, e propone esercizi e suggerimenti da condividere in famiglia.
L’altro opuscolo si chiama Fuori programma ed è dedicato ai ragazzi, con un linguaggio diretto e ironico, a metà tra diario e libro da usare “come ti pare”. Ogni colore corrisponde a uno stato d’animo, dalla rabbia alla stanchezza, dalla leggerezza ai pensieri che la sera non si spengono, con spazi da riempire e piccoli “trucchi” per la vita quotidiana.
«Quando arriva una diagnosi – sottolinea Michela Bruzzone, che nell’AISM dirige l’Area Servizi e Progetti Socio Sanitari -, le famiglie non hanno bisogno solo di risposte mediche, ma di qualcuno che dica loro che non sono sole. Con #SonoMoltoAltro abbiamo voluto dire a bambini e ragazzi che la diagnosi non li definisce, e il kit che abbiamo distribuito all’evento di Genova porta questo messaggio nelle case di chi ne ha più bisogno, di chi sta cominciando ora il proprio percorso».

All’incontro #SonoMoltoAltro hanno partecipato 15 famiglie da 7 Regioni, dalla Liguria alla Sicilia e alla Sardegna, tra cui Puglia, Basilicata e Campania, insieme a neurologi, psicologi e ricercatori da tutta Italia. Il filo conduttore è stato il mare: una diagnosi in età pediatrica cambia infatti il modo di guardare al presente e al futuro, e serve una rotta da seguire. Nessuno, però, coincide con la propria malattia: da qui il nome dell’evento, Sono molto altro, per invitare a guardare oltre ciò che si vede e molte volte a cambiare rotta. «Un’iniziativa – dicono quindi dall’AISM – nata per creare un luogo sicuro, accogliente e concreto in cui bambini, ragazzi e famiglie potessero trovare informazioni affidabili, ascolto, confronto e nuove prospettive».
Durante l’incontro genitori e ragazzi hanno seguito percorsi paralleli ma complementari. Nell’Agorà, lo spazio di confronto, hanno potuto partecipare a una tavola rotonda sui diritti e fare domande ai neurologi in sessioni di “botta e risposta” dedicate alla sclerosi multipla, a NMOSD (disturbi dello spettro della neuromielite ottica) e MOGAD (malattia infiammatoria che danneggia la mielina, legata alla presenza di anticorpi diretti contro la proteina MOG, e che può interessare nervi ottici, midollo spinale e cervello). Hanno inoltre lavorato sulle emozioni con gli psicologi e discusso di stili di vita e di ricerca con i ricercatori.
Nel Cantiere della Scienza hanno quindi approfondito, con attività pratiche, i temi scientifici legati alle tre patologie e alle risorse cognitive, mentre il Cantiere delle Parole è stato un laboratorio creativo manuale aperto per tutta la durata dell’evento, dove grandi e piccoli hanno dato forma a storie personali e a un racconto collettivo usando colla, forbici, pennarelli e carta.
Nel Cantiere delle Idee, infine, adulti e ragazzi hanno immaginato e progettato insieme le rotte future.
Tra le esperienze senz’altro più coinvolgenti, il Village Lab Ti sento ma non ti vedo in cui, con cuffie wireless, le famiglie hanno ascoltato i suoni delle 8 specie di cetacei del Mar Mediterraneo, animali che si orientano e comunicano attraverso il suono. La visita all’Acquario di Genova ha chiuso la due giorni.

#SonoMoltoAltro si è avvalso del patrocinio della Città Metropolitana di Genova, del Comune di Genova e dell’AINMO (Associazione Italiana Neuromielite Ottica) ed è stato realizzato con il supporto di Fondazione Mediolanum. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Dall’assistenza come concessione alla cura come patto sociale

16 Ottobre 2026 - 5:18pm

Riportare al centro dell’attenzione pubblica il valore della cura, i diritti delle persone con disabilità e la responsabilità che istituzioni e società devono assumersi nei confronti delle persone e delle famiglie: è il senso della nuova presentazione del libro “La cura riguarda tutti. Nessuno è escluso”, pubblicato da Fortunato Nicoletti con Maria Coppola, in programma per il 19 ottobre a Roma, presso il Senato

«Basta poco per iniziare a spostare il paradigma: dall’assistenza come concessione alla cura come patto sociale»: questa frase riassume già molto del senso stesso del libro La cura riguarda tutti. Nessuno è escluso (In Dialogo, 2026), pubblicato da Fortunato Nicoletti con Maria Coppola, già da noi segnalato qualche tempo fa e del quale vi sarà ora una nuova presentazione, nel pomeriggio del 19 ottobre a Roma (ore 16.30), presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato.
«L’iniziativa – spiegano gli autori – nasce dalla volontà di riportare al centro dell’attenzione pubblica il valore della cura, i diritti delle persone con disabilità e la responsabilità che istituzioni e società devono assumersi nei confronti delle persone e delle famiglie». (S.B.)

A questo link il programma completo dell’incontro del 19 ottobre. Per ulteriori informazioni: associazione@nessuno-escluso.it.

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Dalla domanda su ciò che una persona non può fare alla ricerca di ciò che può essere, vivere, comunicare

16 Ottobre 2026 - 4:57pm

«La vera sfida educativa – scrive Tonino Urgesi – consiste nel trasformare lo sguardo: passare dalla domanda su ciò che una persona non può fare alla ricerca di ciò che può essere, vivere, comunicare e costruire nella relazione con gli altri. In questa prospettiva, la persona con deficit non rappresenta un’eccezione rispetto all’umano, ma una presenza che aiuta l’intera comunità a comprendere più radicalmente che cosa significhi essere umani» Keith Haring, “Untitled (People)”, 1985

Questa mia riflessione vuole porre una questione pedagogica e filosofica fondamentale: che cosa intendiamo quando parliamo di “normalità” e, soprattutto, a chi appartiene il compito di definirla? L’analisi qui condotta conduce a mettere in discussione l’idea secondo cui la normalità possa essere attribuita alle persone sulla base delle loro capacità, della loro autonomia o della loro efficienza. Al contrario, la normalità dovrebbe riguardare i contesti, le relazioni e i sistemi sociali, cioè il modo in cui una comunità è capace di rispondere ai bisogni dei propri membri e di permettere a ciascuno di partecipare alla vita comune.
Questa prospettiva incontra profondamente la tesi secondo cui è preferibile parlare di pedagogia della persona con deficit, piuttosto che di pedagogia della disabilità. Quest’ultima espressione, infatti, rischia di trasformare una condizione della persona in una sorta di identità totale, facendo coincidere l’essere umano con il suo deficit. Ma la persona non può mai essere ridotta alla propria condizione funzionale. Prima della diagnosi, della classificazione e della valutazione, esiste sempre un soggetto portatore di una storia, di relazioni, di desideri, di affettività, di sesso e di sessualità, di possibilità e di una dignità che non dipende dalle sue prestazioni.
In questo senso, un principio antropologico particolarmente importante è che l’aggettivo “normale” non dovrebbe essere riferito alle persone. Se la normalità viene utilizzata per distinguere alcuni individui da altri, essa rischia inevitabilmente di produrre una contrapposizione tra chi corrisponde a un determinato modello e chi viene percepito come distante da esso. La classificazione della disabilità introduce invece una prospettiva relazionale: il funzionamento e la disabilità emergono dall’interazione tra la condizione di salute e i fattori contestuali, ambientali e personali, che possono costituire barriere oppure facilitatori.

È proprio qui che la pedagogia della persona con deficit vuole assumere una responsabilità decisiva. Se il contesto può diventare una barriera, allora l’educazione non può limitarsi a intervenire sulla persona affinché si adatti a un ambiente già costituito. Deve interrogarsi anche sull’ambiente stesso, sulle relazioni, sui linguaggi, sulle aspettative e sulle norme culturali che possono produrre esclusione. Educare significa allora anche educare il contesto, affinché sia capace di riconoscere la pluralità delle forme dell’umano.
La persona con deficit diventa, in questa prospettiva, una presenza pedagogicamente significativa non perché rappresenti un “problema” da risolvere, ma perché rende visibili alcune contraddizioni della cultura contemporanea. Una società che misura il valore dell’individuo prevalentemente attraverso l’autonomia, la produttività, la prestazione e l’efficienza tende a considerare la dipendenza come una condizione negativa. La persona che necessita di cure rischia così di essere interpretata soprattutto attraverso ciò che non può fare. Tramite il riferimento alla cura, alla reciprocità e alla vulnerabilità, viene mostrato come la dipendenza non costituisca un’eccezione assoluta, ma una dimensione dell’esperienza umana. L’essere umano nasce dipendente, cresce grazie alla cura degli altri e attraversa, nel corso della vita, diverse condizioni di vulnerabilità. L’autonomia, quindi, non può essere pensata come autosufficienza assoluta: essa si realizza all’interno di una rete di relazioni e di forme di interdipendenza.

Quest’ultima considerazione ha una particolare rilevanza pedagogica. Se ogni essere umano è costitutivamente relazionale, allora la persona con deficit non deve essere considerata soltanto come destinataria di una relazione di aiuto, ma è anche soggetto della relazione stessa, capace di modificare lo sguardo dell’altro e di contribuire alla costruzione della comunità. La cura, pertanto, non può essere concepita unicamente come un movimento unidirezionale dal “soggetto competente” verso il “soggetto fragile”. La relazione educativa autentica è sempre trasformativa e reciproca: mentre accompagna l’altro, modifica anche chi accompagna.
Da questo punto di vista assume particolare importanza il concetto di dignità. Se la dignità dipendesse dall’autonomia, dalla razionalità, dalla produttività o dalla capacità di ricambiare ciò che si riceve, alcune persone si troverebbero inevitabilmente in una posizione di minore valore. La prospettiva che ci offre la filosofa Simone Weil permette invece di pensare l’obbligo verso l’altro come precedente rispetto alla possibilità di ricevere qualcosa in cambio. La persona merita riconoscimento non perché possiede determinate capacità, ma perché è persona.
Questa impostazione rafforza ulteriormente la necessità di una pedagogia della persona con deficit. Una pedagogia autenticamente umana non dovrebbe partire dalla domanda “che cosa manca a questa persona?”, ma dalla domanda “chi è questa persona e quali condizioni possono permetterle di esprimere la propria umanità?”. Il passaggio è significativo: dal deficit come centro dell’osservazione, alla persona come centro della relazione educativa.

Anche il tema della contemporaneità digitale, presente nella tesi proposta dal sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, può essere collegato a questa riflessione. Viviamo in una società caratterizzata da una moltiplicazione delle connessioni, ma la connessione non coincide necessariamente con la relazione. Mostrare un’immagine di sé, comunicare informazioni o mantenere un contatto digitale non significa necessariamente conoscere l’altro nella sua profondità. La conoscenza autentica della persona richiede invece tempo, presenza, ascolto e capacità di riconoscere anche ciò che non appare immediatamente.
Questo aspetto diventa particolarmente importante quando si incontra una persona con deficit. Se lo sguardo si ferma alla diagnosi o alla prestazione, la persona rischia di essere conosciuta soltanto attraverso una categoria. Se invece la società accoglie la storia individuale, le modalità comunicative, le emozioni, i desideri, le relazioni e le possibilità della persona con i suoi bisogni, allora il deficit smette di essere una definizione totalizzante e diventa una delle dimensioni, certamente importante, ma non esaustiva, dell’identità.

In tale prospettiva si comprende anche il significato dell’espressione “società del deficit”. Il deficit non appartiene necessariamente soltanto alla persona che presenta una determinata condizione. Può manifestarsi anche nella società quando questa non possiede gli strumenti culturali per riconoscere la differenza. Una comunità può essere tecnologicamente avanzata e, nello stesso tempo, pedagogicamente fragile, se continua a valutare le persone secondo criteri rigidi di efficienza e produttività.
La persona con deficit diventa allora una sorta di specchio antropologico della società: rende visibili i limiti di un modello umano fondato sull’autosufficienza. La sua presenza interroga la comunità intera e chiede ad essa di ripensare le proprie categorie. Non è dunque soltanto la persona che deve essere accompagnata in un percorso di crescita; anche la comunità deve essere educata a riconoscere la pluralità dell’umano.

Da qui deriva una conseguenza fondamentale: l’inclusione non può significare semplicemente inserire la persona in un sistema già costituito. Se l’ambiente rimane immutato e viene richiesto alla persona di adattarsi continuamente alle sue regole, l’inclusione rischia di diventare una forma più raffinata di assimilazione. L’interazione autentica, invece, implica una trasformazione reciproca: la persona entra nella comunità, ma la sua presenza contribuisce anche a trasformare la comunità.
La normalità non deve essere cercata nella persona, ma nella qualità delle relazioni e delle strutture sociali. Un sistema è realmente umano quando non chiede alle persone di “meritare il sostegno” attraverso la propria produttività, ma riconosce i bisogni e crea le condizioni affinché ciascuno possa partecipare e contribuire secondo le proprie possibilità.
In questo quadro, anche l’educazione deve liberarsi da una concezione esclusivamente prestazionale. Educare non significa rendere ogni persona efficiente secondo uno standard prestabilito, ma accompagnarla nella costruzione della propria identità e nella possibilità di vivere relazioni significative. La finalità educativa non può essere soltanto l’autonomia intesa come indipendenza dagli altri; deve comprendere anche la capacità di vivere forme mature di interdipendenza, di ricevere e di offrire, di essere sostenuti e, quando possibile, di sostenere.
La persona con deficit ci ricorda così una verità antropologica essenziale: nessuno è completamente autosufficiente. La dipendenza non è semplicemente ciò che accade agli altri; appartiene, in forme diverse, alla condizione umana. La differenza è che alcune persone rendono questa verità più visibile. Per questo esse non devono essere poste ai margini della riflessione educativa, ma possono diventare una delle esperienze attraverso cui la pedagogia comprende più profondamente l’essere umano.

In conclusione, condividere la prospettiva significa riconoscere che il compito della pedagogia non consiste nel costruire una persona capace di adeguarsi a un modello astratto di normalità. Consiste piuttosto nel costruire contesti capaci di riconoscere ogni persona nella sua unicità. Ed è per questa ragione, va ribadito, che la definizione di una pedagogia della persona con deficit appare particolarmente significativa: essa mantiene al centro non la mancanza, ma l’essere umano; non la diagnosi, ma la storia personale; non l’adattamento unilaterale, ma la relazione; non la prestazione, ma la dignità.
La vera sfida educativa consiste allora nel trasformare lo sguardo: passare dalla domanda su ciò che una persona non può fare alla ricerca di ciò che può essere, vivere, comunicare e costruire nella relazione con gli altri. In questa prospettiva, la persona con deficit non rappresenta un’eccezione rispetto all’umano, ma una presenza che aiuta l’intera comunità a comprendere più radicalmente che cosa significhi essere umani.
Una pedagogia autenticamente dell’umano non elimina il limite e non nega il bisogno di sostegno. Al contrario, li riconosce senza permettere che diventino definizioni totali della persona. La persona viene prima del deficit, la dignità prima della prestazione e la relazione prima di ogni classificazione. È proprio da questo riconoscimento che può nascere una cultura realmente interattiva, nella quale la differenza non venga semplicemente tollerata, ma diventi occasione di trasformazione educativa, sociale e antropologica.

*Esperto di affettività e sessualità delle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Il Piano Educativo Individualizzato deve restare lo strumento chiave

16 Ottobre 2026 - 4:24pm

Una memoria contenente una serie di emendamenti al Decreto Legge 170/26, il cosiddetto “Decreto Scuola”, per sottolineare la centralità del Piano Educativo Individualizzato (PEI) nell’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità, definendolo come «lo strumento chiave per trasformare la conoscenza della persona e dei suoi bisogni in obiettivi e sostegni concreti», è stata presentata dalla Federazione FISH, in sede di audizione presso la 7ª Commissione Permanente del Senato

Una memoria contenente una serie di emendamenti al Decreto Legge 170/26, il cosiddetto “Decreto Scuola”, per sottolineare la centralità del Piano Educativo Individualizzato (PEI) nell’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità, definendolo come «lo strumento chiave per trasformare la conoscenza della persona e dei suoi bisogni in obiettivi e sostegni concreti», è stata presentata, in sede di audizione presso la 7ª Commissione Permanente del Senato (Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica, ricerca scientifica, spettacolo e sport), dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), secondo la quale, «per essere davvero efficace, la progettazione del PEI deve basarsi sulla collaborazione tra le parti interessate, su responsabilità chiare, su risorse adeguate e sulla capacità di adattarsi all’evoluzione del percorso formativo dell’alunno».
Su tali basi, la Federazione ha evidenziato come «eventuali interventi di semplificazione normativa non debbano mai compromettere la qualità del PEI né la tempestività dei sostegni. Risulta quindi fondamentale valorizzare la partecipazione attiva delle famiglie, il lavoro di squadra del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione) e il coinvolgimento diretto degli studenti per integrare competenze e aspettative diverse».

«Il PEI – ha sottolineato Roberto Speziale, vicepresidente vicario della FISH che ha rappresentato la Federazione all’audizione – non rappresenta un mero adempimento formale o uno strumento di gestione delle risorse disponibili, ma deve rimanere il risultato di una valutazione individualizzata e partecipata, dalla quale discendano gli interventi e i sostegni necessari a garantire il diritto all’istruzione. È fondamentale ricordare sempre che dietro ad esso ci sono alunni e alunne con disabilità con una propria storia, con proprie necessità e una propria individualità, e non numeri, e che quindi come tali hanno il diritto di andare a scuola con adeguati e giusti sostegni che sono il cuore del PEI e il frutto di una corresponsabilità educativa condivisa. Proprio per salvaguardare questo diritto, le nostre osservazioni sono volte ad evitare che la semplificazione delle procedure e l’introduzione di termini più stringenti siano causa di indebolimento della progettazione individualizzata, della partecipazione delle famiglie e delle persone con disabilità e delle garanzie relative ai sostegni».

«Per questo – ha concluso – riteniamo fondamentale: salvaguardare la verifica collegiale annuale e consentire a tutte le componenti del GLO, comprese le famiglie, di richiedere un aggiornamento; estendere la definizione del fabbisogno anche agli altri sostegni non didattici, compresa l’assistenza per l’autonomia e la comunicazione, evitando differenti livelli di tutela all’interno dello stesso PEI; garantire la continuità didattica; avere garanzie rafforzate per la partecipazione delle famiglie e delle persone con disabilità e degli altri componenti previsti al GLO; prevedere un aggiornamento dei modelli nazionali di PEI e delle relative Linee Guida; valutare un regime transitorio per l’anno scolastico 2026/2027, anche in considerazione del fatto che alcuni dei termini introdotti dal Decreto risultano già decorsi all’entrata in vigore di esso».

«Le nostre proposte – riassumono dunque dalla FISH – mirano a richiedere regole chiare e uniformi a livello nazionale, evitando incertezze operative e disparità territoriali, con l’obiettivo finale di garantire a ciascun studente un effettivo diritto all’istruzione e all’inclusione». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.
Al dibattito sul “Decreto Scuola” abbiamo finora dedicato i seguenti testi: Ma il Piano Educativo Individualizzato non è un impiccio burocratico! di ANFFAS Nazionale e AIPD Nazionale (a questo link); I nostri figli con disabilità non sono una pratica da snellire! di Marie Helene Benedetti (a questo link); Tutti quelli che dicono: il Piano Educativo Individualizzato non è affatto un impiccio burocratico! (a questo link); Piani Educativi Individualizzati di studenti e studentesse con disabilità: il Ministro scrive ai genitori (a questo link); Ancora a proposito dei Piani Educativi Individualizzati degli studenti e delle studentesse con disabilità di Roberto Speziale e Gianfranco Salbini (a questo link); Piani Educativi Individualizzati: la diagnosi può essere la stessa, un bambino no di ABC Italia (a questo link); Alcune ragioni per cui il nuovo “Decreto Scuola” fa arretrare di parecchio l’inclusione scolastica di Paola Di Michele (a questo link); L’inclusione degli alunni con disabilità è un processo dinamico basato sul Progetto di Vita di Vari docenti ed educatori della scuola (a questo link); Le critiche dell’Autorità Garante al “Decreto Scuola” (a questo link).

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“Venezia a 4 ruote By Night”: l’accessibilità, il diritto alla bellezza e al tempo libero non si spengono al calar del sole

16 Ottobre 2026 - 1:59pm

Il messaggio è chiaro: l’accessibilità, il diritto alla bellezza e al tempo libero non hanno orari e non si spengono quando cala il sole. Ed è il messaggio della quarta edizione di “Venezia a 4 ruote By Night”, che domani, 17 ottobre, vedrà oltre 40 bambini, adolescenti e ragazzi con patologie neuromuscolari complesse, insieme a circa 200 familiari, amici e volontari, attraversare le calli, le rive e i traghetti di Venezia, sulle loro carrozzine elettroniche, vivendo e rendendo accessibile la città lagunare fino a tarda notte

Oltre 40 bambini, adolescenti e ragazzi con patologie neuromuscolari complesse come la SMA (atrofia muscolare spinale), insieme a circa 200 familiari, amici e volontari, attraverseranno nella serata di domani, 17 ottobre, le calli, le rive e i traghetti di Venezia a bordo delle loro carrozzine elettroniche, vivendo e rendendo accessibile la città lagunare fino a tarda notte.
È l’iniziativa denominata Venezia a 4 ruote By Night, giunta alla sua quarta edizione, ideata e promossa dal gruppo di genitori SMAttivi, in collaborazione con il SAPRE (Settore di Abilitazione PREcoce dei Genitori della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano), per lanciare un messaggio chiaro: l’accessibilità, il diritto alla bellezza e al tempo libero non hanno orari e non si spengono quando cala il sole. (S.B.)

A questo link è disponibile un approfondimento sull’iniziativa. Per ulteriori informazioni: Irene Canziani (irene.canziani@gmail.com).

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La domanda da fare è: che cosa serve a nostro figlio per stare bene?

16 Ottobre 2026 - 1:37pm

«Vorremmo che tutti – scrive Paola Bombaci -, servizi e famiglie, partissimo dalla domanda: che cosa serve a nostro figlio per stare bene, in un posto che sia davvero casa sua, con persone che lo conoscono? Serve una medicina che collabora, invece di prendere in carico, servizi che modificano gli ambienti, invece di spostare le persone e un tavolo di valutazione dove nostro figlio sia presente, e non soltanto discusso» Un giovane con autismo insieme a un’operatrice

Ho letto su queste stesse pagine l’approfondimento di Francesco Crisafulli intitolato Disabilità intellettiva, disturbi del neurosviluppo e complessità comportamentale: chi affianca la rete educativa e le famiglie? nel quale l’autore si chiede chi affianchi educatori, operatori e famiglie quando i comportamenti di una persona adulta con disabilità intellettiva o autismo diventano difficili da reggere.
Sono la madre di un uomo autistico adulto. Nostro figlio non comunica con le parole e la sua situazione è quella che i servizi chiamano “complessa”. Come famiglia, quella domanda la conosciamo dall’interno. Sappiamo cosa vuol dire sentirsi soli davanti a una crisi, e cosa vuol dire bussare a porte che restano chiuse. Proprio per questo, leggendo l’articolo, abbiamo sentito che mancava qualcosa: si parla molto di chi deve sostenere noi, quasi mai di chi sostiene lui. Chi prova a capire che cosa ci sta dicendo, quando non ha le parole per dirlo? Chi difende il suo diritto a una vita sua, anche quando è faticoso accompagnarla?

Vogliamo dirlo subito: in alcune parole ci siamo riconosciuti. Il compimento dei 18 anni, per noi, è stato un precipizio. La Neuropsichiatria Infantile chiude, e dall’altra parte non trovi nessuno che ti aspetti davvero.
Ha ragione anche quando racconta il rimpallo tra servizi. Il Centro di Salute Mentale ti rimanda al sociale, il sociale ti rimanda alla sanità. Come se l’autismo fosse una condizione ferma, senza sofferenza psichica possibile.
E ha ragione sull’offuscamento diagnostico. Quando un figlio non può dirti «mi fa male», ogni suo malessere rischia di diventare “il suo comportamento”. Un dolore, una tristezza, una paura passano inosservati. Questo, le famiglie di chi non parla lo temono più di ogni altra cosa.
Però l’articolo guarda tutto dal lato di chi gestisce. Gli educatori, gli operatori, le strutture, e anche noi famiglie. Nostro figlio, e quelli come lui, restano sullo sfondo. Se ne parla, ma non parlano mai.
Le parole scelte lo dicono. “Complessità comportamentale”, comportamenti “non de-escalabili”, contesti messi a dura prova. Il metro è quanto regge l’ambiente, non come sta la persona. Noi, quando nostro figlio è in crisi, non pensiamo alla tenuta del contesto. Pensiamo a cosa gli sta succedendo.

In questi anni abbiamo imparato una cosa. Quasi sempre il suo comportamento ci sta dicendo qualcosa. Che c’è troppo rumore, che qualcosa gli fa male, che è cambiato qualcosa che non ha capito, che non trova il modo di farsi capire. Quando qualcuno si è fermato a cercare quel messaggio, le cose sono cambiate. Quando ci si è limitati a contenere, sono peggiorate.
Ci ha colpito soprattutto la proposta sull’Unità di Valutazione Multidimensionale. L’autore la immagina come tavolo paritetico tra clinici, educatori, assistenti sociali, familiari e amministratori di sostegno. Nostro figlio, in quell’elenco, non c’è. Eppure il Decreto Legislativo 62/24 mette la persona con disabilità al primo posto tra i componenti dell’Unità di Valutazione.
Sappiamo bene che nostro figlio non può partecipare a una riunione come la intende un ufficio. Proprio per questo serve uno sforzo in più: tempi, modi, strumenti di comunicazione che gli permettano di esserci. Noi siamo lì per parlare con lui, non al posto suo.
E ci preoccupa vedere l’Unità di Valutazione Multidimensionale descritta come il luogo dove ripartire i costi tra i servizi. Per una famiglia come la nostra, quel tavolo è dove si costruisce la vita di nostro figlio. Non una camera di compensazione tra enti.

L’autore dice di non voler “sanitarizzare” la disabilità. Ma propone che, per chi ha comportamenti aggressivi non gestibili con l’educazione, la titolarità del percorso resti al presidio clinico. E non solo durante la crisi. Come famiglia, questa frase ci spaventa. Il Progetto di Vita appartiene a nostro figlio: ai suoi desideri, alle sue abitudini, a quello che lo fa stare bene. I medici possono e devono aiutarci, e spesso li abbiamo cercati invano. Ma aiutare non è decidere al suo posto dove e come vivrà.
E chi stabilisce che un comportamento non è “de-escalabile”? Spesso proprio il servizio che non è riuscito a capirlo. Abbiamo paura che sia nostro figlio a pagare i limiti di chi dovrebbe sostenerlo. Con più farmaci, più controllo, meno libertà.

C’è poi la contenzione. Nell’articolo compare solo come qualcosa che gli educatori non sono autorizzati a fare, da passare quindi ad altri. Nessuno si chiede se debba accadere. Per una famiglia, l’idea che il proprio figlio venga contenuto non è una questione di competenze professionali. È una ferita. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, agli articoli 14 (Libertà e sicurezza della persona), 15 (Diritto di non essere sottoposto a tortura, a pene o a trattamenti crudeli, inumani o degradanti) e 17 (Protezione dell’integrità della persona), chiede di prevenirla e superarla, non di spostarla di casella.
L’articolo descrive Centri Diurni, comunità e gruppi appartamento come luoghi poco attrezzati dal punto di vista sanitario. Ma non si chiede mai se siano adatti a chi li frequenta. Eppure è lì che si gioca gran parte della partita.
Per una persona autistica, una giornata in un ambiente collettivo può essere estenuante. Rumori continui, luci, voci, orari decisi da altri. Compagni non scelti, operatori che cambiano. Nessuno strumento per comunicare, o strumenti usati solo ogni tanto. Ci chiediamo quanti di noi, in quelle condizioni e senza parole, reggerebbero senza esplodere.
Nell’articolo, la parola deistituzionalizzazione non compare mai. Si parla di «appropriatezza del setting». Noi temiamo che, per figli come il nostro, “appropriato” finisca per voler dire sempre più protetto, più sanitario, più lontano da casa e dalla vita di tutti.

E c’è una frase che ci ha fatto male. L’autore parla di quadri «scarsamente comprensibili», davanti ai quali l’intervento educativo mostrerebbe i suoi limiti. Nostro figlio, per molti, è stato incomprensibile. Ma non lo è per chi ha avuto la pazienza di conoscerlo. Quando non capiamo una persona, il limite è nostro, non suo. Ed è da questa idea di “caso impossibile” che per decenni sono nati gli istituti.
Chiediamo una medicina e una psichiatria che si mettano al servizio della vita di nostro figlio. Chiediamo che medici e psichiatri guardino alla persona, oltre la diagnosi. Una crisi non è mai “solo autismo”: è un segnale, e va capito. Le cause possono essere fisiche, come un dolore ai denti, un problema intestinale, una crisi epilettica o l’effetto di un farmaco. Possono essere anche psicologiche: un cambiamento improvviso di routine o di ambiente, il sovraccarico sensoriale di un luogo troppo rumoroso o affollato, la perdita di una persona di riferimento, l’ansia, la paura, la frustrazione di non riuscire a farsi capire. Chi non parla non può dirci dove ha male o perché sta male. Qualcuno deve cercarlo.
Chiediamo che la riforma della disabilità venga presa sul serio: il budget di progetto, perché le risorse seguano la persona e non il posto letto; l’assistenza personale; un abitare supportato in uno spazio suo che può organizzare come vuole per svolgere le attività desiderate, da cui può entrare e uscire quando vuole e accogliere le persone care. Sono queste le cose che prevengono le crisi, perché cambiano le condizioni in cui nascono.
E chiediamo che nostro figlio venga ascoltato con i suoi mezzi. La comunicazione aumentativa, le immagini, il tempo necessario per capire non sono un di più. Sono il modo in cui può partecipare alle decisioni sulla propria vita. Anche ascoltare gli adulti autistici che possono raccontare la loro esperienza aiuterebbe tutti a capire meglio.

Francesco Crisafulli chiude chiedendo chi affianca la rete educativa e le famiglie. È una domanda che ci riguarda, e lo ringraziamo per averla posta in pubblico. Ma vorremmo che tutti, servizi e famiglie, partissimo da un’altra domanda. Che cosa serve a nostro figlio per stare bene, in un posto che sia davvero casa sua, con persone che lo conoscono? Se partiamo da lì, le risposte cambiano. Una medicina che collabora, invece di prendere in carico. Servizi che modificano gli ambienti, invece di spostare le persone. Un tavolo di valutazione dove nostro figlio è presente, e non soltanto discusso.
Noi non cerchiamo qualcuno che ci sollevi da nostro figlio. Cerchiamo qualcuno che stia dalla sua parte insieme a noi. Il Progetto di Vita sarà qualcosa di più di un adempimento solo se resterà suo. Anche, e soprattutto, nei giorni in cui è più difficile.

*Madre di un uomo autistico adulto.

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Le nuove tecnologie al servizio dell’autonomia delle persone con disabilità visive: un progetto nel Lazio

16 Ottobre 2026 - 12:07pm

Un’iniziativa che nasce con l’obiettivo di mettere innovazione digitale, tecnologie assistive e intelligenza artificiale al servizio dell’autonomia e dell’inclusione delle persone con disabilità visiva: è il progetto regionale “IA4Vision”, avviato all’inizio di questo mese di ottobre dal Consiglio Regionale UICI del Lazio, in partenariato con le Sezioni Territoriali dell’UICI stessa, avvalendosi di un finanziamento regionale

Ha preso il via all’inizio di questo mese di ottobre IA4Vision, progetto regionale promosso dal Consiglio Regionale UICI del Lazio (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), in partenariato con le Sezioni Territoriali dell’UICI stessa, e finanziato dalla Regione Lazio nell’ambito dell’Avviso pubblico Pr@.m.II.S (Promuovere Inclusione e Intelligenze Solidali).
«L’iniziativa – spiegano i promotori – nasce con l’obiettivo di mettere innovazione digitale, tecnologie assistive e intelligenza artificiale al servizio dell’autonomia e dell’inclusione delle persone con disabilità visiva e coinvolgerà, nel corso di 18 mesi di attività, almeno 110 persone cieche e ipovedenti provenienti dai diversi territori del Lazio. In sostanza, IA4Vision parte da una consapevolezza sempre più attuale: l’accesso alle tecnologie digitali rappresenta oggi una componente fondamentale della partecipazione sociale e della cittadinanza e per una persona con disabilità visiva, strumenti digitali accessibili e applicazioni di intelligenza artificiale possono contribuire concretamente a rendere più autonomo l’accesso alle informazioni, ai servizi, alla formazione e alle opportunità sociali e professionali».

Il progetto, dunque, prevede innanzitutto una fase di mappatura e individuazione dei destinatari, con particolare attenzione alle persone che vivono condizioni di maggiore svantaggio o incontrano maggiori difficoltà nell’accesso alle tecnologie. Seguiranno percorsi di formazione digitale personalizzati, finalizzati a sviluppare competenze nell’utilizzo consapevole e sicuro degli strumenti digitali, delle tecnologie assistive e delle applicazioni di Intelligenza Artificiale.
Verranno inoltre attivati due HUB regionali, a Roma e Frosinone, che rappresenteranno punti di riferimento per la formazione, la sperimentazione delle tecnologie e il supporto agli utenti, prevedendo inoltre anche la realizzazione di due piattaforme digitali accessibili, dedicate all’informazione e all’orientamento, nonché all’e-commerce sicuro di ausili e soluzioni tecnologiche.

«Un ruolo centrale – viene sottolineato ancora dall’UICI laziale – sarà svolto dal coaching digitale personalizzato, attraverso il quale gli operatori accompagneranno i partecipanti nell’individuazione delle soluzioni tecnologiche più adeguate alle proprie esigenze, con l’obiettivo di favorire una maggiore autonomia nella vita quotidiana, nella mobilità, nell’accesso alle informazioni e nei percorsi di inclusione sociale e lavorativa. Ma accanto alla dimensione tecnologica, IA4Vision dedicherà particolare attenzione anche alla persona e al suo benessere, prevedendo attività di consulenza alla pari (peer counseling), mutuo aiuto e supporto psicologico attraverso modalità accessibili e strumenti digitali, così da facilitare la partecipazione anche di chi vive in territori distanti dai principali centri di servizio. E da ultimo, mas non ultimo, il progetto avrà una forte componente di sensibilizzazione e diffusione della cultura dell’accessibilità, attraverso la campagna denominata Il Futuro è Accessibile, rivolta a scuole, enti locali, imprese e comunità territoriali. A tal proposito verranno organizzati incontri e momenti di approfondimento dedicati alla cittadinanza attiva, alle opportunità di tutela giuridica e patrimoniale previste dalla Legge 112/16 (Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare), alle tecnologie assistive e alle nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale».

«Con IA4Vision – commenta Claudio Cola, presidente del Consiglio Regionale UICI del Lazio – vogliamo affrontare una delle grandi sfide del nostro tempo: fare in modo che l’innovazione tecnologica non crei nuove disuguaglianze, ma diventi uno strumento concreto di autonomia e partecipazione. L’intelligenza artificiale e le tecnologie assistive stanno infatti aprendo possibilità importanti per le persone cieche e ipovedenti e il nostro compito è quello di accompagnarle nell’utilizzo di queste opportunità, mettendo sempre al centro i loro bisogni, i loro diritti e la loro autodeterminazione».

Ricapitolando in conclusione, con l’avvio di IA4Vision si è aperto un percorso di 18 mesi che punta a costruire una rete regionale di competenze, servizi e strumenti accessibili, per trasformare l’innovazione digitale in una concreta opportunità di autonomia, inclusione e partecipazione per le persone con disabilità visiva. «Il futuro è accessibile – sottolineano infatti dall’UICI laziale – quando la tecnologia è progettata e utilizzata per tutti e tutte». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@uicroma.it (Giovanni Fornaciari).

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La partecipazione delle persone con disabilità è uno dei modi più concreti per misurare la qualità della democrazia

15 Ottobre 2026 - 6:31pm

«Il Commento Generale n. 11 del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – scrivono da Attiva-Mente -, dedicato alla partecipazione alla vita politica e pubblica e le nuove Linee Guida OSCE/ODIHR sui Parlamenti inclusivi delle persone con disabilità offrono riferimenti che meritano attenzione, per interrogarsi sulle condizioni che permettono alle persone, comprese quelle con disabilità, di partecipare alla vita pubblica, di esercitare le proprie funzioni e contribuire alle decisioni» Una realizzazione grafica finlandese dedicata alla partecipazione politica e pubblica delle persone con disabilità (illustrazioni di Väinö Heinonen)

Due recenti documenti internazionali offrono, dal nostro punto di vista, riferimenti che meritano attenzione, per interrogarsi sulle condizioni che permettono alle persone, comprese quelle con disabilità, di partecipare alla vita pubblica, di esercitare le proprie funzioni e contribuire alle decisioni.
Il primo di tali documenti è il Commento Generale n. 11 del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, dedicato alla partecipazione alla vita politica e pubblica. Adottato il 27 agosto scorso, esso approfondisce il significato e l’attuazione dell’articolo 29 (Partecipazione alla vita politica e pubblica) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e la sua importanza sta nel chiarire quanto sia necessario fare perché un diritto già riconosciuto non rimanga soltanto sulla carta. Il Comitato mette in relazione la partecipazione delle persone con disabilità con l’organizzazione e il funzionamento delle Istituzioni, richiamando la distanza che può separare l’ammissione formale a un processo dalla possibilità concreta di contribuirvi. La domanda, quindi, non è soltanto se una persona possa partecipare secondo la legge, ma se sia realmente messa nelle condizioni di farlo.
Uno dei passaggi più significativi riguarda le forme di esclusione che si producono anche in assenza di un divieto esplicito: norme frammentate, procedure e sistemi digitali inaccessibili, informazioni non fruibili, sostegni insufficienti e garanzie scarsamente applicate possono sommare i propri effetti, fino a impedire l’esercizio di un diritto formalmente riconosciuto.
Per questo, la presenza di una persona con disabilità in un processo pubblico non dimostra, da sola, che quel processo sia accessibile. Quando partecipare dipende dalla determinazione individuale, dall’aiuto informale o da un’eccezione concessa, un risultato personale non può essere scambiato per una garanzia del sistema.
Il Comitato ribadisce inoltre l’incompatibilità con la Convenzione delle restrizioni dei diritti politici fondate sulla disabilità, comprese quelle derivanti dalla negazione o limitazione della capacità giuridica. In tal senso, il documento colloca questo principio in una lettura complessiva della partecipazione, che tiene insieme riconoscimento giuridico, accessibilità, sostegni e rimozione delle discriminazioni. Questa partecipazione riguarda il voto, la candidatura e l’esercizio delle funzioni pubbliche, ma anche il dibattito pubblico, le assemblee, le manifestazioni e le proteste pacifiche: àmbiti nei quali le persone con disabilità devono poter esercitare la propria cittadinanza su base di uguaglianza.
Servono quindi procedure accessibili, coordinamento tra Istituzioni e responsabilità chiare, con attenzione alle diverse condizioni di vita e agli ostacoli che continuano a escludere alcune persone.

A questo quadro si affiancano le nuove Linee Guida OSCE/ODIHR sui Parlamenti inclusivi delle persone con disabilità, presentate il 12 ottobre scorso a Varsavia insieme all’Assemblea Parlamentare dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).
La pubblicazione propone una metodologia di valutazione articolata in quattro àmbiti: rappresentanza, attività legislativa, controllo parlamentare e accessibilità. Offre così uno strumento concreto per esaminare quanto l’inclusione sia presente nell’organizzazione e nel lavoro quotidiano delle Istituzioni parlamentari.
La metodologia assegna un ruolo essenziale al coinvolgimento delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni rappresentative nella valutazione. Le Istituzioni sono chiamate a esaminare il proprio funzionamento anche attraverso l’esperienza di chi incontra gli ostacoli, per individuare priorità e interventi dei quali verificare i risultati.
L’accessibilità dei documenti e delle comunicazioni, le modalità e i tempi delle consultazioni, i sostegni necessari per esercitare un mandato e la possibilità di contribuire alla formazione delle leggi sono questioni concrete. Affrontarle mentre si elaborano le riforme, permetterebbe di tradurre il riconoscimento dei diritti in regole, responsabilità e condizioni di partecipazione verificabili.

Con questa convinzione ci auguriamo che queste nostre riflessioni possano offrire elementi utili per considerare, nel lavoro sulle Istituzioni, anche l’esperienza e i diritti di chi continua a incontrare ostacoli nell’esercizio della propria cittadinanza. La partecipazione delle persone con disabilità, infatti, non è una questione separata dalla qualità della democrazia, ma è uno dei modi più concreti per misurarla.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Per tre giorni Torino tornerà ad essere la capitale del canottaggio senza barriere

15 Ottobre 2026 - 6:07pm

Una gara per canottieri con disabilità e compagni di allenamento, di tutte le età ed esperienze, ma più in generale tre giornate di sport, festa e inclusione: sarà questo la ventesima edizione del “Trofeo Rowing for Los Angeles – Paralympic Games 2028”, evento promosso come sempre a Torino dalla Società Canottieri Armida, in programma da domani, 16 ottobre, a domenica 18, con la partecipazione di oltre 350 atleti, molti provenienti anche dall’estero Equipaggi impegnati in una delle precedenti edizioni della manifestazione torinese

Una gara per canottieri con disabilità e compagni di allenamento, di tutte le età ed esperienze, ma più in generale tre giornate di sport, festa e inclusione: sarà questo la ventesima edizione del Trofeo Rowing for Los Angeles – Paralympic Games 2028, evento promosso come sempre a Torino dalla Società Canottieri Armida, in programma da domani, 16 ottobre, a domenica 18.
È infatti dal 2004 che le squadre d’élite del pararowing d’Italia e anche di una serie di club europei, con i migliori atleti impegnati nelle principali gare nazionali ed internazionali (quali i Giochi Paralimpici), si danno appuntamento ogni ottobre per celebrare uno sport immerso nel verde, la cui immagine è percepita come simbolo di lavoro di squadra e impegno.
Dal 2012, poi, l’evento si arricchisce della presenza dei principali team italiani di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, e dal 2021 dell’entusiasmo dell’IMAS (International Mixed Ability Sports). La partecipazione di entrambi i movimenti sportivi ha di fatto aperto l’evento a club di canottaggio europei di tutti i livelli di esperienza e formazione, cosicché sono attesi nei prossimi giorni oltre 350 atleti, pronti a sfidarsi sul Po.
Questa ventesima edizione della manifestazione sarà anche preceduta, domani, 16 ottobre, da un Workshop Mixed Ability. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore, ampio approfondimento sulla manifestazione. Per altre informazioni: Ufficio stampa Società Canottieri Armida (Martina Tartaglino), tartaglinom@gmail.com.

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“Pensiero Imprudente”: restare a bocca aperta

15 Ottobre 2026 - 5:22pm

«Il/la badante – scrive Claudio Imprudente nella sua rubrica “Pensiero Imprudente” – fa assistenza oppure dà importanza alla persona e al suo Progetto di Vita? Perché se è così, è necessario cambiare formalmente tipologia di contratto a quelli che assistono al Progetto di Vita, migliorandone le condizioni lavorative e riconoscendone una maggiore dignità. Vorrebbe dire supportare un cambio di paradigma a livello culturale che rafforzerebbe l’autodeterminazione, decentrando quello che si definisce come Progetto di Vita dai concetti di mera assistenza e cura» Claudio Imprudente, che cura per Superando la rubrica “Pensiero Imprudente”

Spesso la gente, quando mi vede in compagnia di una persona che spinge la carrozzina, mi chiede se l’accompagnatore/trice in questione sia il/la badante.
Molto bene! Ragioniamoci su un momento… La parola “badante” è proprio il participio presente del verbo “badare”, che ho scoperto derivare dal latino medievale batare, cioè “stare a bocca aperta”. Un fatto davvero curioso perché questa azione può essere riconducibile sia allo sbadiglio che ad una manifestazione di meraviglia.
Uno sbadiglio è infatti un riflesso che si manifesta quando dovremmo prestare attenzione a qualcosa, ma è come se ci venisse sonno; però restare a bocca aperta può essere, come accennavo prima, una manifestazione di meraviglia; così, il termine batare ha acquisito nel tempo anche il significato di “guardare con stupore”, assumendo varie sfumature di significato tra cui quella di indugiare.
Infatti, come si può leggere nell’Enciclopedia Treccani, la parola “indugiare” significa “trattenersi, perder tempo” e la parola badare anche “far caso, dare importanza a cosa o persona”.

Tutto questo per sollevare un paio di riflessioni: l’etimo, ormai non più in uso, di “indugiare” è diventato consueto di fare attenzione/assistere, un’azione generalmente di competenza del/della badante; la seconda considerazione riguarda un dubbio che vi pongo: il/la badante fa assistenza oppure dà importanza alla persona e al suo Progetto di Vita?
Nel giugno scorso ho partecipato come relatore al panel sulla vita indipendente dell’evento ExpoAID 2026, organizzato a Rimini dalla ministra per le Disabilità Locatelli. Tra i vari interventi mi ha colpito quello di Christopher Castellini, una persona con disabilità che svolge la professione di “illusionista della mente”, secondo il quale coloro che accompagnano le persone con disabilità nel loro Progetto di Vita non possono essere considerati/e semplici badanti, persone che nel nostro Paese hanno un contratto di lavoro domestico come “assistente personale”.
Il Progetto di Vita è un salto di qualità: oltre all’assistenza, che è necessaria, c’è tutto un altro aspetto che è quello di valorizzare le capacità delle persone con disabilità, tramite il supporto di tutti quei promotori d’inclusività che collaborano alla realizzazione del loro progetto.
Cambiare formalmente tipologia di contratto a quelli che assistono al Progetto di Vita, migliorandone le condizioni lavorative e riconoscendone una maggiore dignità, significa supportare un cambio di paradigma a livello culturale che avvalora e rafforza l’autodeterminazione, cioè le scelte personali di ciascuna persona con disabilità.
Tutto ciò comporta una rivoluzione dal punto di vista politico, perché decentra quello che si definisce come Progetto di Vita dai concetti di mera assistenza e cura.

Tutto questo è un pensiero che si sta sviluppando in questo periodo nel nostro Bel Paese. Non è facile fare un ragionamento culturale e politico, ma credo che sia l’unica strada per affrontare meglio questo processo, sia da parte delle Associazioni di categoria, sia dei singoli protagonisti del progetto che devono lottare per il cambiamento.
So bene che non è semplice, perché c’è tutto un discorso di informazione che rema al contrario, togliendo importanza alle risorse destinate al Progetto di Vita.
Spero dunque che questa riflessione sia utile per “stare a bocca aperta”, indugiando e dando importanza alle persone e contribuendo al cambiamento.
E voi, date importanza alle persone? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di sant’Antonio», con il titolo “Restare a bocca aperta!” e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Persona ben nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia,  Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il più recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana), oggetto, quest’ultimo, della presentazione del 7 ottobre.
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.

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Due anni dopo la “Carta di Solfagnano”

15 Ottobre 2026 - 5:00pm

In occasione della seduta di domani, 16 ottobre, dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità (OND), uno specifico momento sarà dedicato al secondo anniversario della firma della “Carta di Solfagnano”, per fare il punto sulle otto priorità in àmbito di diritti delle persone con disabilità, individuate in quel documento, prodotto il 16 ottobre 2024 in Umbria, a conclusione del “G7 Inclusione e Disabilità”

In occasione della seduta dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità (OND), convocata per la mattinata di domani, 16 ottobre, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, uno specifico momento celebrativo e di approfondimento sarà dedicato al secondo anniversario della firma della Carta di Solfagnano, documento prodotto nell’ottobre del 2024 in Umbria, a conclusione del G7 Inclusione e Disabilità.
«Sarà un’occasione utile – afferma la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli – per fare il punto sulle attività e sugli impegni portati avanti e per riflettere sulle prospettive future, ripercorrendo le otto priorità individuate dal documento finale del primo G7 dedicato ai temi dell’Inclusione e della Disabilità, adottato il 16 ottobre 2024». (S.B.)

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Due eventi tragici e una domanda che non può restare senza risposta: chi protegge le persone più fragili?

15 Ottobre 2026 - 4:39pm

«Le famiglie che assistono quotidianamente figli con disabilità non possono essere costrette ad aggiungere alle tante difficoltà anche il timore che i luoghi destinati alla cura e all’educazione non siano sufficientemente sicuri»: lo scrive Marco Macrì, a proposito di quanto accaduto nei giorni scorsi in Campania, dove un giovane con autismo di 24 anni è morto precipitando dal terrazzo di una struttura riabilitativa, e un anno fa in Liguria, dove un bimbo con autismo ha riportato gravissime lesioni, dopo una caduta dal terrazzo di una scuola

La morte del giovane autistico di 24 anni precipitato nei giorni scorsi da una struttura riabilitativa a Monterusciello di Pozzuoli (Napoli) [di tale vicenda si legga già sulle nostre pagine a questo link, N.d.R.] e il gravissimo incidente che ha coinvolto un bambino autistico di 7 anni, caduto dal terrazzo della Scuola De Amicis di Genova Voltri nel settembre 2025, riportano al centro una questione che riguarda famiglie, istituzioni, scuole e servizi sociosanitari: la sicurezza delle persone con disabilità affidate alle strutture di assistenza e agli istituti scolastici.
Due vicende diverse, che dovranno essere valutate sulla base degli accertamenti e delle eventuali responsabilità individuali. Non è compito di chi scrive anticipare le conclusioni delle indagini, è però doveroso chiedere che venga fatta piena luce su quanto accaduto. Infatti, quando una famiglia affida il proprio figlio a una scuola o a una struttura riabilitativa, non sta chiedendo un favore. Sta affidando una persona, spesso con bisogni assistenziali complessi, a un servizio che deve garantire condizioni adeguate di sicurezza e tutela. È pertanto legittimo domandarsi se le misure adottate siano state sufficienti e se tutte le procedure previste siano state rispettate, oltre a richiamare l’attenzione sulla distanza che può esistere tra il principio dell’inclusione e la sua concreta applicazione quotidiana.

Si parla molto di inclusione, autonomia e diritti, ma l’inclusione non può essere soltanto una parola da utilizzare nelle celebrazioni ufficiali, deve tradursi in personale adeguato, vigilanza effettiva, ambienti sicuri, formazione e protocolli applicati. Non basta inserire una persona in un contesto educativo o assistenziale: bisogna metterla nelle condizioni di essere tutelata.
La vicenda di Voltri ha colpito profondamente la comunità genovese, quella di Pozzuoli riporta oggi la stessa questione all’attenzione pubblica, con un esito tragico. In entrambi i casi, il rispetto delle persone coinvolte impone di evitare strumentalizzazioni, ma non di rinunciare alle domande.
Come Genova Inclusiva chiediamo che venga garantita la massima trasparenza sugli accertamenti, che siano verificate le condizioni di sorveglianza e sicurezza nei rispettivi contesti e che, qualora emergano carenze o responsabilità, vengano adottati i provvedimenti previsti dalla legge.
Le famiglie che assistono quotidianamente figli con disabilità conoscono bene la fatica di ottenere sostegno, continuità assistenziale e servizi adeguati. Non possono essere costrette ad aggiungere a queste difficoltà anche il timore che i luoghi destinati alla cura e all’educazione non siano sufficientemente sicuri.

La sicurezza delle persone con disabilità non è un dettaglio organizzativo, né una spesa accessoria. È una responsabilità concreta. Non chiediamo quindi condanne preventive, ma chiediamo verità, verifiche serie e risposte. Perché dietro ogni caso di cronaca ci sono persone, famiglie e vite che non possono essere ridotte a poche righe sui giornali. L’inclusione si misura soprattutto nella capacità di proteggere chi ha più bisogno di noi.

*Portavoce di Genova Inclusiva (marcopompierege@gmail.com).

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Matteo Scapin: quando la musica elettronica diventa un’esperienza per tutti

15 Ottobre 2026 - 1:52pm

Nel percorso di Matteo Scapin, la musica elettronica non è solo ricerca stilistica o intrattenimento, ma uno strumento potentissimo di relazione e di abbattimento delle barriere. Il suo bagaglio di storie e riflessioni è ora confluito in “Frequenza Fondamentale”, libro in cui intreccia narrativa, divulgazione e pratica musicale, con la visione di fondo che ne guida il lavoro, ossia la musica come diritto universale, come pratica che non cerca il virtuosismo a tutti i costi, ma l’ascolto e la scoperta reciproca

Quando pensiamo alla musica elettronica, la mente in genere corre subito ai beat martellanti di un club affollato, ai festival oceanici o ai dj set sotto una pioggia di laser. C’è però un altro lato di questo universo sonoro, meno noto e patinato ma infinitamente più inclusivo, che ribalta il concetto stesso di fare musica. È quello che esplora da anni Matteo Scapin – in arte “Matthew S” – musicista, produttore e sound designer vicentino, classe 1989, di cui il nostro giornale ha già avuto il piacere di occuparsi in passato.
Nel suo percorso, che spazia dalle atmosfere sognanti dell’ambient alle contaminazioni house e techno, l’elettronica non è solo ricerca stilistica o intrattenimento, ma strumento potentissimo di relazione e di abbattimento delle barriere.

Il nostro incontro/intervista, nato anche da una condivisione di background e dalla curiosità – anche il sottoscritto fin da ragazzo è stato rapito dalle infinite possibilità espressive dei sintetizzatori –, non poteva che partire dai suoni, dagli strumenti e dalle tecnologie. Ma il vero cuore della conversazione è il lunghissimo impegno di Matteo Scapin nell’àmbito della disabilità.
La passione per i suoni in lui nasce molto presto. Ancora ragazzino si avvicina al mondo dei DJ, cominciando a esibirsi nelle prime feste e successivamente nei locali. Con il passare del tempo, però, proporre la musica degli altri non gli basta più: vuole creare qualcosa di proprio, sperimentare, costruire trame e composizioni personali. È così che intraprende la strada della produzione musicale, affiancandola all’attività di performer. Un percorso artistico che nel 2015 lo porterà a ricevere il prestigioso Best New Generation Electro agli MTV Italia Awards, tappa fondamentale che lo vedrà collaborare con diverse realtà del settore, calcare palchi internazionali come la Latin Alternative Music Conference di New York e firmare progetti di sound design per il Gruppo L’Espresso e il Gruppo Magnolia.
Oggi, accanto alla produzione e ai live, si dedica all’insegnamento della produzione musicale e del DJing, collaborando con l’Istituto Musicale Veneto di Thiene (Vicenza) e il PantaRhei della città berica.

Matteo Scapin insieme a un bimbo impegnato nei laboratori di “Music4All”

La produzione di Matteo riflette un’indole eclettica e trasversale: «Molto dipende dallo stato d’animo, dal momento che sto vivendo e dal desiderio di sperimentare», racconta, rifiutando ogni etichetta o vincolo di genere.
Ma la musica, per Scapin, non è soltanto una professione da studio o da palcoscenico. Da circa quindici anni è anche al centro di un intenso percorso di condivisione che lo vede lavorare al fianco di persone con disabilità, bambini, ragazzi e anziani. «Ho sempre pensato che non fosse giusto riservare la possibilità di fare musica solo a chi non vive una condizione di disabilità», racconta, sfatando un divario culturale che troppo spesso taglia fuori i più fragili dall’accesso agli strumenti.
La svolta nasce quasi per caso, quando un genitore gli chiede di portare la sua esperienza di produttore all’interno di un gruppo di ragazzi. Scapin accetta, dando vita a Music4All, un progetto che negli anni si è strutturato in una rete preziosa di collaborazioni con famiglie, associazioni, fondazioni e istituti scolastici.
Ciò che rende unici questi laboratori è l’approccio materiale: Scapin non semplifica o sminuisce l’esperienza, ma porta sul campo gli stessi strumenti che adopera nel suo studio – sintetizzatori, campionatori, drum machine e software per la produzione musicale. I partecipanti possono così plasmare la materia sonora in prima persona, accedendo a un’espressività che spesso si immagina riservata solo ai professionisti. L’interazione passa anche attraverso i canali del tatto e della vista, sfruttando superfici, comandi fisici e feedback luminosi calibrati sulle esigenze di ciascuno. «Lavoro praticamente dai 5 ai 99 anni», sorride.

Tra i progetti più recenti spicca Dialoghi Sonori, un laboratorio pensato per gli anziani e aperto anche a persone affette da Alzheimer, affiancato dalla supervisione di uno psicologo per monitorare le dinamiche relazionali. Tra i ricordi di questo viaggio umano, uno in particolare esprime il senso profondo dell’iniziativa: dopo tre incontri, un partecipante con Alzheimer lo ha riconosciuto mentre sistemava i cavi e gli ha chiesto: «Ma tu sei quello degli strumenti strani?». Un lampo di memoria e di connessione che vale più di mille relazioni tecniche.
Scapin tiene tuttavia a precisare che il suo non è un intervento di musicoterapia: «Collaboro con i professionisti del settore, ma io non sono un musicoterapeuta». Il suo obiettivo non è la clinica, ma la restituzione del puro piacere di creare, esprimersi e stare insieme. Un concetto chiave spesso dimenticato: la musica non deve per forza avere uno scopo riabilitativo; è, prima di tutto, uno spazio di libertà e condivisione.

Questo bagaglio di storie e riflessioni è confluito in Frequenza Fondamentale, un volume in cui Scapin intreccia narrativa, divulgazione e pratica musicale. Attraverso le vicende di tre adolescenti – Leo, Zoe e Amina – l’autore usa i concetti cardine dell’elettronica come chiavi di lettura della vita: la timeline diventa una lezione sul rispetto dei tempi altrui; il campionamento insegna a trasformare il vissuto; il filtro passa-basso invita a escludere il rumore dei pregiudizi; e persino il glitch, l’errore digitale, si fa metafora del valore dell’imperfezione.
Arricchito da pillole di storia della musica e laboratori pratici, il libro si chiude con una dedica toccante a Filippo, amico e maestro di vita: «Che la vita non si misura dalla perfezione delle sue note, ma dalla forza immensa con cui decidiamo di farla risuonare».
Nel nostro confronto tra musicisti, parlando di macchine, frequenze e limiti da superare, è emersa con forza la visione di fondo che guida il lavoro di Scapin: la musica come diritto universale, come pratica che non cerca il virtuosismo a tutti i costi, ma l’ascolto e la scoperta reciproca. Più che un’intervista, quindi, la nostra è stata una piacevolissima jam session di parole e di idee sulla musica.

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Dalle scale di un progetto all’intelligenza artificiale: il processo che rende l’accessibilità un risultato

15 Ottobre 2026 - 1:22pm

L’accessibilità non può essere verificata alla fine, quando le decisioni che la determinano sono già state prese, ma va costruita lungo tutto il processo progettuale, con il coinvolgimento diretto delle persone: sarà questo, il 17 ottobre a Firenze, il filo conduttore di “Design for All Process: strategie per l’inclusione”, la Giornata Nazionale dell’Associazione Design for All Italia, centrata sul tema “Dalle scale del progetto fino all’intelligenza artificiale: il processo che rende l’accessibilità un risultato”

Design for All Process: strategie per l’inclusione, ovvero la Giornata Nazionale dell’Associazione Design for All Italia, centrata sul tema Dalle scale del progetto fino all’intelligenza artificiale: il processo che rende l’accessibilità un risultato, in programma il 17 ottobre a Firenze (Innovation Center, Lungarno Soderini, 21), in collaborazione con Toscana Accessibile, l’AIPI (Associazione Italiana Professionisti Interior Designers) e Codesign Toscana, avvalendosi del patrocinio di EIDD Design for All e di CNR-INO Istituto Nazionale di Ottica.
Filo conduttore dell’evento un concetto assai caro anche a Superando, ovvero che l’accessibilità non può essere verificata alla fine, quando le decisioni che la determinano sono già state prese, ma va costruita lungo tutto il processo progettuale, con il coinvolgimento diretto delle persone.
E la giornata di Firenze lo racconterà attraverso scale diverse, dall’anteprima di una pubblicazione sul percorso condotto con il Settore Musei Civici di Bologna – dodici sedi affrontate con un unico approccio -, ai tavoli di co-design con le comunità, fino alle linee guida; da un caso di progettazione inclusiva alla scala del prodotto industriale, fino a un dialogo con l’architetto Paolo Barberis sull’intelligenza artificiale come leva di autonomia personale. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo e un approfondimento dei contenuti. Per opgni altra informazione: info@dfaitalia.it.

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“Ritrovare un amico”: le persone con afasia al centro del Congresso Nazionale AITA di Rimini

15 Ottobre 2026 - 12:53pm

In occasione della XIX Giornata Nazionale dell’Afasia del 17 ottobre, da domani, 16 ottobre, a lunedì 19, vi sarà a Rimini il XII Congresso Nazionale AITA, centrato sul tema “Ritrovare un amico”, promosso dall’AITA Nazionale, in collaborazione con ALICE Nazionale e con l’Associazione Afasici Toscana Una rappresentazione grafica riguardante l’afasia

Come segnalato nei giorni scorsi, a proposito dei vari eventi promossi a Torino, in vista della XIX Giornata Nazionale dell’Afasia del 17 ottobre, da domani, 16 ottobre, a lunedì 19, vi sarà a Rimini (Hotel Continental, Via Vespucci, 40) il XII Congresso Nazionale AITA, centrato sul tema Ritrovare un amico, promosso dall’AITA Nazionale (Associazioni Italiane Afasici), in collaborazione con ALICE Nazionale (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) e con l’Associazione Afasici Toscana.
L’evento riunirà le persone con afasia, i loro familiari e caregiver, i volontari e i professionisti della riabilitazione, in un percorso condiviso di partecipazione, sostegno e crescita, articolandosi su incontri, testimonianze, attività culturali e momenti di comunità. (S.B.)

A questo link vi è il programma completo del convegno di Rimini. Per ulteriori informazioni: Davide Crovetti (davide@crovetti.com). L’afasia
Si tratta di un’alterazione del linguaggio dovuta a lesioni alle aree del cervello deputate all’elaborazione di esso. Le alterazioni possono riguardare vari aspetti del linguaggio: comprensione, produzione, ripetizione, strutturazione.
Tra le cause più frequenti dell’insorgere dell’afasia, vanno individuati: ictus, ischemia transitoria, emorragia cerebrale, processi espansivi (tumori), processi degenerativi (atrofie cerebrali). La disabilità che ne consegue intacca la sfera sociale e relazionale, ponendo molto spesso la persona afasica in una situazione di disagio, depressione e isolamento.

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Bene snellire la burocrazia, ma bisogna affrontare anche il costo dei carburanti

15 Ottobre 2026 - 12:05pm

Nell’accogliere con favore le parti riguardanti le persone con disabilità presenti nello schema di decreto del “Nuovo Codice della Strada”, che ha formalmente iniziato il proprio iter legislativo, e in particolare l’introduzione dell’obbligo per i Comuni di aderire alla Piattaforma Nazionale CUDE, la Federazione FISH sottolinea tuttavia che in questa fase, per rendere effettiva la libertà di movimento, bisogna affrontare anche il tema del costo dei carburanti

La FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) accoglie con favore le parti riguardanti le persone con disabilità presenti nello schema di decreto del Nuovo Codice della Strada, approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri e che quindi ha formalmente iniziato il proprio iter legislativo, come abbiamo segnalato ieri sulle nostre pagine.
In particolare il commento della Federazione è positivo per l’introduzione dell’obbligo per i Comuni di aderire alla Piattaforma Nazionale CUDE (Contrassegno Unificato Disabili Europeo), avviata a suo tempo per consentire l’accesso automatizzato alle ZTL (Zone a Traffico Limitato) su tutto il territorio nazionale, obbligo da rispettare, pena non poter più utilizzare i dispositivi per l’accertamento a distanza delle violazioni del Codice. «Spostarsi per lavorare, studiare, curarsi o incontrare gli amici è un diritto di cittadinanza: non può dipendere da una comunicazione da ripetere a ogni Comune», dicono infatti dalla FISH.

«In parallelo – commentano poi con analogo favore dalla Federazione – lo schema di decreto risponde anche all’urgente necessità di contrastare l’uso illecito o fraudolento del contrassegno, inasprendo le relative sanzioni amministrative a garanzia di chi necessita realmente di tali tutele, senza dimenticare l’introduzione di criteri di rilascio e linee guida medico-legali finalmente omogenei su tutto il territorio nazionale, né la gestione delle aree di sosta per i monopattini, puntando a ridurre gli ostacoli urbani, per tutelare la sicurezza e l’accessibilità dei cittadini e delle cittadine con disabilità visiva».

E tuttavia, in àmbito di mobilità delle persone con disabilità, in questa fase c’è anche un rovescio della medaglia, come sottolinea il presidente della FISH Vincenzo Falabella: «Questo provvedimento – afferma – evidenzia come il mezzo privato sia indispensabile per le persone con disabilità, soprattutto a causa delle diffuse barriere che rendono ancora inaccessibile il trasporto pubblico. Per molti, infatti, l’automobile è l’unica opzione per garantire l’autonomia negli spostamenti verso il lavoro, lo studio, le cure e la vita sociale. Proprio per questo, però, occorre affrontare anche il tema dei costi: come rendere effettiva la libertà di movimento se il prezzo dei carburanti rischia di rendere gli spostamenti economicamente insostenibili? Per chi non dispone di alternative accessibili, ridurre l’uso dell’auto può significare rinunciare a molti aspetti della propria vita. Alla semplificazione amministrativa devono quindi accompagnarsi misure capaci di sostenere i costi della mobilità delle persone con disabilità e delle loro famiglie». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Sperare nell’autista “buono”? No, c’è in gioco la libertà di movimento

15 Ottobre 2026 - 11:20am

«È necessario – scrive Claudio Calligaris, segnalando alcuni episodi di persone con disabilità lasciate a terra dagli autobus a causa dei loro ausili – un intervento a livello nazionale che adegui la normativa e garantisca a tutti il diritto a muoversi liberamente. L’attuale dicitura è infatti troppo restrittiva, consentendo di fatto il trasporto pubblico solo alle carrozzine in autospinta (e neppure a tutte), quando la motorizzazione delle carrozzine stesse è oramai, fortunatamente, diffusissima e dà a tante persone una grande autonomia» Un autobus del trasporto pubblico di Udine

Un socio della nostra Associazione [Associazione Tetra-Paraplegici del Friuli-Venezia Giulia, N.d.R.] è stato lasciato a terra! Gli è stato cioè negato l’accesso a un autobus del Trasporto Pubblico Regionale perché si muoveva con una carrozzina motorizzata, il Triride, per capirsi.
Il motivo sta in un regolamento dell’azienda che, richiamandosi a direttive nazionali sul trasporto pubblico, esclude le sedie a rotelle la cui forma, altezza o dimensioni non consentano l’aggancio sicuro delle cinture di ritenuta; esclude sempre gli scooter elettrici e i dispositivi assimilabili; esclude infine le sedie a rotelle o i dispositivi che, insieme al peso della persona e di eventuali apparecchiature mediche collegate, superino complessivamente i 300 chili.
Non è un episodio isolato. Mesi fa un altro nostro socio si è visto rifiutare la salita perché l’autista non era “abilitato” alla manovra della rampa: a una persona è stato dunque impedito di viaggiare non per un suo limite, ma per una lacuna nella formazione di chi guidava.
Di fatto, esci di casa e, per prendere l’autobus, devi sperare nell’autista “buono”. È una situazione inaccettabile: andare al lavoro, a una visita medica, a trovare un amico non può dipendere dalla fortuna di incontrare la persona giusta. Le norme devono essere uniche, chiare e non lasciate alla discrezione di ciascun trasportatore. Ma devono essere anche congrue. Sostenere che non si può salire sugli autobus in carrozzina motorizzata perché la si equipara a uno scooter elettrico è un azzardo, se non un errore grossolano. È pertanto necessario, e non più rinviabile, un intervento a livello nazionale che adegui la normativa e garantisca a tutti il diritto a muoversi liberamente. L’attuale dicitura è infatti troppo restrittiva: di fatto consente il trasporto pubblico solo alle carrozzine in autospinta (e neppure a tutte), quando la motorizzazione è oramai, fortunatamente, diffusissima e dà a tante persone una grande autonomia. Impedirne l’uso significa fare un salto indietro di decenni.
Tutto questo, probabilmente, in nome della “sicurezza” e dell’ingombro. Ma chi afferma che il Triride è uguale a uno scooter elettrico, siamo sicuri che ne abbia mai visto uno? E un passeggino doppio per gemelli, quanto ingombra? Si può forse agganciare con le cinture? Eppure nessuno lo lascia a terra. E allora perché gli scooter sotto i 300 chili non dovrebbero poter salire?
Non si tratta di un dettaglio burocratico: qui è in gioco la libertà di movimento, e con essa il lavoro, la salute, la vita sociale di molte persone.
C’è ancora tantissimo da fare perché il diritto alla mobilità di tutti diventi finalmente realtà, e non resti un’affermazione di principio smentita alla prima fermata.

*Presidente dell’Associazione Tetra-Paraplegici del Friuli-Venezia Giulia.

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Cooperazione e umiltà dei docenti, due caratteristiche fruttuose per studenti con e senza disabilità

14 Ottobre 2026 - 6:35pm

«Saper cooperare a scuola – scrive Luca Grecchi – avvantaggerebbe davvero tutti, dagli studenti, che guadagnerebbero libertà di espressione, ai genitori, che potrebbero condividere in modo più partecipato i processi di apprendimento dei figli, ai docenti stessi, che potrebbero svolgere meglio la loro funzione educativa. Ma solo un insegnante umile, caratterizzato da rispetto e cura verso studenti, famiglie e colleghi, può agevolare quei processi cooperativi di apprendimento volti a creare comunità»

In un mio precedente articolo su queste stesse pagine (Solo la cooperazione può agevolare a scuola un ambiente inclusivo), mi ero soffermato sulla necessità di utilizzare maggiormente, nel percorso educativo scolastico, modalità di tipo cooperativo anziché competitivo, rispetto a quanto oggi quasi sempre viene fatto. Solo la creazione di comunità, che si ottiene appunto realizzando collaborazione per finalità buone, consente infatti di agevolare, a scuola come in ogni altro àmbito, l’inclusione, ovvero la partecipazione di tutti su base di uguaglianza.
Le tesi ivi esposte, considerando i commenti che mi sono finora giunti, non hanno trovato obiezioni sostanziali. Ne deduco che, probabilmente, si è per lo più convinti del fatto che la cooperazione, nel processo di apprendimento, sia preferibile alla competizione individuale, anche per agevolare l’inclusione.

Mi sono state rivolte, tuttavia, due osservazioni. Alcuni docenti hanno rimarcato infatti come, a loro avviso, la competizione stimoli a creare i migliori professionisti dopo la scuola, quelli cui ci rivolgeremo un domani per i nostri bisogni. A questo proposito vorrei però ricordare che nella scuola dell’obbligo, a cui quell’articolo principalmente si riferiva, gli studenti sono giovani e hanno tempo davanti per acquisire questo tipo di preparazione; una preparazione che non è detto, per altro, venga favorita dall’abitudine a competere più che da quella a cooperare. La scuola dell’obbligo, inoltre, non dovrebbe promuovere tanto le attitudini professionali dei futuri lavoratori, quanto lo sviluppo educativo dei futuri cittadini in senso comunitario. Per questo i docenti hanno un importante compito sociale, oltre che formativo ed etico.

Una seconda osservazione – in quello che auspico possa essere, anche in futuro, un dialogo costruttivo con le varie voci della scuola – ha invece fatto emergere una sostanziale diffidenza circa la “democrazia” in classe, che una visione comunitaria dell’attività educativa necessariamente sottintende. Il timore espresso è che la “democrazia” possa andare a discapito dell’“autorità” dei docenti. Mi chiedo tuttavia, malgrado effettivamente la struttura della scuola non nasca democratica, per quale motivo una cooperazione ben coordinata dovrebbe mettere in discussione l’autorevolezza di chi insegna. Un docente autorevole (non autoritario), ovvero che conosca ciò che deve insegnare e come farlo tenendo conto della specificità di ogni allievo, non ha bisogno di rimarcare continuamente il proprio potere. Gli studenti comprendono infatti facilmente chi, tra i propri insegnanti, sa favorire il loro bene, e tendono a seguirlo in maniera spontanea.
Penso inoltre, in merito, che saper cooperare a scuola avvantaggerebbe davvero tutti, dagli studenti, che guadagnerebbero libertà di espressione, ai genitori, che potrebbero condividere in modo più partecipato i processi di apprendimento dei figli, ai docenti stessi, che potrebbero svolgere meglio la loro funzione educativa.

Per insegnare ai propri allievi a cooperare occorre tuttavia, appunto, saper porre in secondo piano, con umiltà, il potenziale autoritarismo insito nel proprio ruolo. Dato che l’umiltà costituisce una virtù per ogni essere umano e favorisce i rapporti sociali, essa andrebbe maggiormente praticata anche nei contesti scolastici. Solo, infatti, un insegnante umile, caratterizzato da rispetto e cura verso studenti, famiglie e colleghi, può agevolare quei processi cooperativi di apprendimento volti a creare comunità. Il docente che si pensa invece autoritariamente come un “giudice monocratico”, incaricato non di formare persone, ma di stilare classifiche di “sommersi e salvati”, risulta senza dubbio dannoso.
La struttura della personalità di un insegnante non è, in effetti, un dettaglio marginale nel processo educativo, ma un elemento fondamentale. Troppi episodi scolastici, segnalati soprattutto da genitori di figli con disabilità, lasciano però purtroppo ritenere che questo aspetto sia, ancora oggi, molto trascurato nelle procedure di selezione del corpo docente, nonché di successivo controllo dei comportamenti tenuti in aula. Ci torneremo prossimamente, ma ora soffermiamoci sul fatto che, in generale, un atteggiamento educativo umile favorisce l’apprendimento.

Un docente umile, innanzitutto, è una persona consapevole dei propri limiti, non autocentrata, priva del bisogno compensativo di dover rimarcare sempre il proprio status, che pertanto sa abbassare le sue barriere difensive nei rapporti con gli altri, rendendo il dialogo con le persone più costruttivo, a beneficio di tutti. Un docente umile non ha bisogno, inoltre, di “dividere” i propri studenti per “dominarli”, ma sa, al contrario, che realizzare il loro bene significa unirli, ovvero lasciarli apprendere facendoli cooperare. Collaborando per un fine buono, infatti, il gruppo classe si aggrega in maniera comunitaria, e può dunque affrontare in modo coeso le questioni culturali più importanti, che sono poi quelle che la scuola dovrebbe proporre, facendo sì che si possa arrivare tutti insieme, ciascuno dando il proprio contributo, all’elaborazione migliore delle stesse. I grandi problemi del mondo, del resto, si risolvono solo cooperando, non agendo ognuno per proprio conto, sperando ciascuno di cavarsela. Ciò non è quasi mai detto dall’attuale società individualista, ma funziona così da sempre, e per sempre così funzionerà, poiché i maggiori problemi umani sono collettivi, ovvero riguardano tutti, per cui possono essere risolti solo in modo collettivo, ossia con la collaborazione di tutti.

Instaurando una dialettica comunitaria a scuola, faremo forse perdere tempo agli studenti più dotati, obbligandoli a rallentare per dare una mano agli altri? Oppure, in tal modo, li aiuteremo a maturare, nonché a migliorare il mondo, creando una società più inclusiva, in cui anche chi è in difficoltà possa crescere insieme a tutti, senza sentirsi uno scarto? Per il poco che vale la questione, il migliore, in ogni aula scolastica, anche universitaria, non è mai, a mio avviso, chi riesce a elaborare da solo la risposta giusta a una domanda, tenendosela per sé fino alla verifica, ma, al contrario, chi mette ogni proposta di soluzione in comune, facendola fruttare nel dialogo. Il sapere, infatti, trattenuto avidamente come in un forziere, non dà frutto, così come non ne dà il chicco di grano che non viene unito agli altri elementi della natura. Oggi invece, purtroppo, le modalità di apprendimento in prevalenza nella scuola, incoraggiano ciascuno a pensare solo al proprio presunto vantaggio, in maniera, tuttavia, miope, per i singoli come per la comunità.

Il passaggio a un processo educativo maggiormente cooperativo dovrebbe, per produrre il migliore risultato, essere avviato sin dalla scuola primaria. Se infatti, sin da quando sono piccoli, ai bambini si lasciano introiettare solo modelli di trasmissione passiva del sapere, e di conseguente valutazione competitiva delle conoscenze, difficilmente potrà poi partire da loro, negli altri àmbiti della vita sociale, la costruzione di inclusive modalità comunitarie.
Ai docenti che adottano questo metodo di insegnamento si dovrebbe, pertanto, ricordare che già Platone, nel Simposio, argomentava che il passaggio del sapere da una persona all’altra non avviene come il passaggio dell’acqua da un vaso all’altro, attraverso un filo di lana imbevuto (la lezione). A scuola si affrontano infatti contenuti educativi complessi, che vanno elaborati insieme per poter essere realmente interiorizzati. La scuola non può quindi limitarsi a dare informazioni da memorizzare, come fa la biglietteria di una stazione. Il vero sapere è insieme razionale e morale, per cui può costruirsi solo nel dialogo partecipato. La conoscenza autentica richiede in effetti, per poter essere fatta propria, compartecipazione emotiva ai temi culturali, dunque condivisione con insegnanti che siano anche buoni riferimenti etici, ovvero persone disposte a porsi davvero al servizio del bene degli studenti.

Modalità di apprendimento cooperative, se attuate, possono favorire l’inclusione di tutti anche nella futura vita sociale, dato che l’educazione è necessariamente un atto politico, come già sapevano i grandi filosofi antichi. La comunità è tuttavia, oggi, osservata con sospetto dal potere. Così è in quanto bambini che imparano sin da piccoli, con umiltà, a cooperare senza escludere nessuno, anzi avendo cura dei più fragili, interiorizzano modalità di vita che poi, da adulti, rischiano di risultare incompatibili con le strutture individualistiche dell’attuale modo di produzione sociale.
Anche per questo è difficile che quanto qui proposto possa trovare, in tempi brevi, attuazione. Una volta si diceva, però, che ciò che non è sul giornale non esiste, per cui non se ne può nemmeno parlare. Ecco: ora questa cosa è sul giornale, per cui se ne può, almeno, (ri)cominciare a parlare.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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