Inclusione e risata, ovvero il coraggio di incontrarsi davvero
Quando parliamo di inclusione, spesso pensiamo alla possibilità di garantire a ogni persona gli stessi diritti, le stesse opportunità e la possibilità di partecipare alla vita sociale. È certamente questo, ma l’inclusione, a mio avviso, è qualcosa di ancora più profondo. Non significa soltanto permettere a qualcuno di esserci, ma creare le condizioni perché quella persona possa sentirsi realmente parte di ciò che sta vivendo.
Perché si può essere presenti senza sentirsi accolti. Si può stare in mezzo agli altri e, nello stesso tempo, percepire una distanza difficile da colmare. Si può essere invitati a partecipare e continuare a sentirsi osservati attraverso ciò che ci rende diversi.
L’inclusione vera nasce quando quella diversità smette di rappresentare una barriera e diventa semplicemente una delle tante caratteristiche che compongono una persona.
Ed è proprio qui che, nel mio percorso personale e professionale, ho incontrato un elemento che considero straordinariamente potente: la risata.
Non parlo della risata utilizzata per prendere in giro qualcuno, per sottolinearne una caratteristica o per creare complicità escludendo qualcun altro. Quella è una risata che separa. Parlo della risata condivisa, quella che nasce nello stare insieme e che può creare, anche in pochi istanti, una sensazione di vicinanza e di appartenenza.
La risata che crea un ponte
Ci sono momenti in cui le parole diventano complicate. Abbiamo storie diverse, esperienze diverse, modi diversi di comunicare e di percepire il mondo. A volte proprio queste differenze possono creare una distanza che non sappiamo come attraversare. Una risata condivisa, invece, può aprire una piccola porta. Non perché cancelli le differenze, ma perché per un momento ci permette di incontrarci su un terreno comune.
Quando ridiamo insieme non abbiamo bisogno di essere uguali. Non dobbiamo dimostrare di avere le stesse capacità, la stessa storia o lo stesso modo di vedere la vita. Possiamo semplicemente condividere un’emozione. Ed è questo, secondo me, uno degli aspetti più belli della risata: può ricordarci che, prima delle caratteristiche che ci distinguono, esiste una dimensione profondamente umana che ci accomuna.
Abbiamo tutti bisogno di sentirci accolti, riconosciuti e rispettati. Abbiamo tutti bisogno di relazioni nelle quali poter essere noi stessi senza sentirci costantemente giudicati. La risata, quando è autenticamente condivisa, può contribuire a creare proprio questo tipo di spazio.
Prima di chiedere inclusione agli altri, dobbiamo imparare ad accogliere noi stessi
C’è però un’altra forma di inclusione della quale si parla meno: quella verso noi stessi. Per molto tempo possiamo essere stati noi i primi a considerarci sbagliati, inadeguati o fuori posto. Possiamo avere imparato a guardare ciò che ci manca molto più di ciò che abbiamo, a concentrarci sui nostri limiti invece che sulle nostre possibilità, a confrontarci continuamente con gli altri fino a convincerci che la nostra vita avrebbe avuto valore soltanto se fosse stata diversa.
Anch’io ho conosciuto questa sensazione. Sono nata con una sordità profonda e per una parte importante della mia vita la mia disabilità è stata qualcosa che faticavo ad accettare. Non era soltanto una caratteristica della mia vita: era diventata, nel mio modo di guardarmi, una lente attraverso la quale interpretavo me stessa.
Ci sono stati periodi in cui non mi amavo, non riuscivo a riconoscere il mio valore e non vedevo con chiarezza un significato o uno scopo nella mia vita. Mi sembrava di essere finita dentro quelle sabbie mobili che, più cerchi di uscire, più sembrano trascinarti verso il basso.
Poi, nel mio cammino, è arrivato lo Yoga della Risata. Non è stata una bacchetta magica e non ha cancellato le difficoltà. Non ha cambiato la mia storia e non ha fatto sparire ciò che avevo vissuto. Ha però contribuito a cambiare il modo in cui stavo dentro quella storia. Attraverso la risata ho riscoperto una parte di me che avevo lasciato in secondo piano: la possibilità di giocare, di stare con gli altri, di lasciarmi andare, di esprimere emozioni e, soprattutto, di vivere un momento senza sentire continuamente il bisogno di dimostrare qualcosa. È stato un percorso nel quale ho iniziato, lentamente, a guardarmi con occhi diversi.
Questa parte della mia vita è diventata anche una parte importante del mio lavoro e della mia testimonianza. Nel mio libro Vivere felicemente la disabilità (Poliedricamente Edizioni ETS) ho raccontato il percorso che mi ha portata, attraverso momenti difficili e profonde trasformazioni, a cambiare il modo di guardare alla mia disabilità e, soprattutto, a me stessa.
Scrivere quella storia è stato un modo per dare un significato a ciò che avevo vissuto e per trasformare un’esperienza personale in qualcosa che potesse essere utile anche ad altre persone. Perché credo che raccontare le proprie fragilità non significhi mostrarsi deboli, ma avere il coraggio di condividere ciò che abbiamo imparato lungo il cammino.
E tra le esperienze che hanno contribuito a trasformare il mio modo di vivere e di relazionarmi con gli altri c’è stata proprio la risata. Una risata che, nel tempo, è diventata per me non soltanto uno strumento di benessere, ma anche una possibilità di incontro, di connessione e di inclusione.
L’inclusione non chiede di cancellare le differenze
A volte, quando parliamo di inclusione, rischiamo involontariamente di trasmettere un messaggio paradossale: per stare bene insieme dovremmo smettere di vedere le differenze. Io penso invece che sia esattamente il contrario. Le differenze esistono e fanno parte della ricchezza dell’umanità. Non abbiamo bisogno di eliminarle, ma di imparare a non trasformarle in gerarchie.
Una persona non vale di più perché sente, vede, cammina, comunica o apprende in un determinato modo. Allo stesso tempo, una persona non vale di meno perché il suo modo di vivere il mondo è differente da quello della maggioranza. L’inclusione non significa dire: «Siamo tutti uguali». Significa riuscire a dire: «Siamo diversi e possiamo appartenere tutti allo stesso spazio».
Questa distinzione, apparentemente piccola, cambia completamente la prospettiva. Perché quando smettiamo di considerare la diversità come qualcosa che deve essere nascosto, corretto o superato, possiamo finalmente iniziare a incontrare la persona che abbiamo davanti. E quando incontriamo davvero una persona, non incontriamo più una categoria. Incontriamo una storia.
Anche la felicità è una questione di relazione
Nel mio percorso di “Vivere felicemente” ho sempre considerato la felicità non come una condizione permanente nella quale vivere senza difficoltà, ma come un percorso fatto di consapevolezza, emozioni, relazioni, valori, crescita personale e capacità di dare significato alla propria vita. Per questo oggi sento che parlare di felicità senza parlare anche di inclusione sarebbe incompleto.
Possiamo lavorare sulla nostra autostima, imparare a riconoscere le nostre emozioni, scoprire i nostri valori e sviluppare maggiore consapevolezza, ma siamo comunque esseri relazionali. Il nostro benessere è influenzato anche dalla qualità delle relazioni che viviamo e dalla possibilità di sentirci parte di qualcosa. E sentirsi parte non significa necessariamente avere tante persone intorno. Significa poter essere se stessi all’interno delle relazioni che abbiamo. Significa non dover nascondere continuamente una parte della propria identità per paura di essere rifiutati. Significa poter portare nel mondo la propria unicità senza sentirsi costretti a chiedere il permesso di esistere.
Da questo punto di vista, anche la risata può diventare una piccola esperienza di felicità condivisa. Quando ridiamo insieme, infatti, possiamo sperimentare leggerezza, vicinanza, complicità e connessione. E non è necessario che tutto sia perfetto perché questo accada. Anzi, forse è proprio nella possibilità di lasciar andare per qualche momento il bisogno di essere perfetti che possiamo incontrarci davvero.
Quando la risata diventa incontro
La risata, soprattutto quando è spontanea e condivisa, può creare uno spazio nel quale le persone si sentono più vicine. Non servono necessariamente parole perfette, non è necessario avere la stessa storia o condividere lo stesso modo di vedere il mondo. A volte basta un momento di leggerezza vissuto insieme per sentirsi, semplicemente, parte di qualcosa.
È questo uno degli aspetti che amo maggiormente della risata: la sua capacità di avvicinare le persone senza chiedere loro di essere uguali. Possiamo avere esperienze, capacità e caratteristiche completamente differenti e, nello stesso momento, trovare qualcosa che ci accomuna.
Per questo, quando parlo di risata e inclusione, penso soprattutto alla possibilità di ridere insieme, creando uno spazio nel quale ciascuno possa sentirsi libero di partecipare, di esprimersi e di essere se stesso. La risata, allora, non diventa soltanto un’espressione di gioia, ma può trasformarsi in un’occasione di incontro, di connessione e di appartenenza.
L’inclusione trasforma chi viene accolto, ma anche chi accoglie
C’è un aspetto dell’inclusione che considero particolarmente importante: non è un processo a senso unico. Quando accolgo qualcuno, non sto semplicemente facendo qualcosa per quella persona. Sto anche permettendo a me stesso di ampliare il mio modo di vedere il mondo. Incontro una storia diversa dalla mia, un’esperienza che forse non conosco, un modo differente di affrontare la quotidianità. E se scelgo di ascoltare davvero, posso scoprire che ciò che inizialmente percepivo come distanza può trasformarsi in curiosità, conoscenza e arricchimento.
L’inclusione, quindi, non riguarda soltanto chi rischia di essere lasciato fuori. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che impariamo a guardare una persona oltre la sua etichetta, diventiamo un po’ più capaci di vedere l’essere umano che abbiamo davanti. Ogni volta che sostituiamo il giudizio con la curiosità, apriamo una possibilità. Ogni volta che scegliamo l’incontro invece della distanza, costruiamo un piccolo pezzo di quella società nella quale vorremmo vivere.
Il coraggio di incontrarsi
Forse, alla fine, inclusione, crescita personale e risata hanno più cose in comune di quanto potremmo pensare. Tutte e tre ci invitano ad uscire, almeno per un momento, da una visione rigida di noi stessi e degli altri. Ci ricordano che possiamo cambiare il nostro modo di guardarci, che possiamo mettere in discussione alcune convinzioni che ci hanno accompagnato per anni, che possiamo imparare a riconoscere le nostre risorse e che non siamo definiti soltanto dalle difficoltà che abbiamo attraversato.
Possiamo scegliere di non vivere più la nostra diversità come una condanna. Possiamo imparare ad accogliere le nostre fragilità senza permettere che siano loro a raccontare tutta la nostra storia. Possiamo scoprire risorse che non sapevamo di avere e possiamo continuare a crescere senza dover rinunciare a ciò che ci rende unici.
E possiamo farlo insieme agli altri. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a diventare qualcun altro per sentirsi parte del mondo. Ognuno di noi ha il diritto di trovare il proprio modo di stare nella vita, di crescere, di esprimersi e, perché no, anche di ridere.
La vera inclusione, forse, comincia proprio quando smettiamo di chiederci come rendere le persone più simili a noi e iniziamo a domandarci come possiamo creare spazi nei quali ciascuno possa essere pienamente se stesso.
E allora la risata diventa qualcosa di più di un semplice gesto. Può diventare un ponte, un’occasione di incontro, un modo per avvicinarci senza paura e un piccolo esercizio di libertà. Perché quando riusciamo a ridere insieme, non abbiamo necessariamente smesso di essere diversi. Abbiamo semplicemente scoperto che la nostra diversità non ci impedisce di condividere qualcosa.
E forse è proprio questo il senso più autentico dell’inclusione: non cancellare ciò che ci rende unici, ma creare un mondo nel quale le nostre unicità possano incontrarsi. Con consapevolezza, con rispetto, con coraggio e, qualche volta, anche con una bella risata.
Perché vivere felicemente non significa avere una vita senza difficoltà. Significa imparare, giorno dopo giorno, a stare nella propria vita con maggiore consapevolezza, autenticità, coraggio e connessione. E magari scoprire che, proprio quando smettiamo di sentirci soli nelle nostre differenze, possiamo finalmente iniziare a ridere insieme.
*Life Happiness & Inclusion Coach, Teacher Ambassador Yoga della Risata. Autrice del libro “Vivere felicemente la disabilità”.
L'articolo Inclusione e risata, ovvero il coraggio di incontrarsi davvero proviene da Superando.






























