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Portare l’idea dell’accessibilità dentro le scelte concrete della gestione condominiale

28 Ottobre 2026 - 2:00pm

«L’obiettivo di questo incontro – è portare l’idea dell’accessibilità dentro le scelte concrete della gestione condominiale, superando l’idea che riguardi soltanto situazioni eccezionali o singole categorie di persone»: viene presentato così l’evento formativo “Condomini e Accessibilità”, organizzato per il 30 ottobre a Zola Predosa (Bologna), dall’ANACI Emilia Romagna, in collaborazione con l’ANMIC Emilia Romagna e Parma,Parmaccessibile e la Rete CAAD Emilia Romagna

Come rendere più accessibili gli edifici in cui viviamo? Quali interventi sono possibili, quali strumenti offre la normativa e quale ruolo hanno gli amministratori di condominio? Saranno queste le domande al centro di Condomini e Accessibilità, evento formativo a partecipazione gratuita organizzato per il pomeriggio del 30 ottobre a Zola Predosa, presso Bologna (Amatì Design Hotel, ore 14.30-18.30), dall’ANACI Emilia Romagna (Associazione Nazionale Amministratori Condominiali e Immobiliari), in collaborazione con l’ANMIC Emilia Romagna e Parma (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili), Parmaccessibile e la Rete CAAD Emilia Romagna (Centri per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico), mettendo attorno allo stesso tavolo rappresentanti delle Istituzioni, professionisti, esperti di accessibilità e persone che vivono direttamente le conseguenze delle barriere architettoniche.
Con la moderazione di Mattia Boscherini, presidente dell’ANACI Emilia Romagna, interverranno Vincenzo Paldino, consigliere della Regione Emilia Romagna; Walter Antonini, presidente dell’ANMIC Emilia-Romagna e Parma; Margherita Borri, coordinatrice del CAAD di Bologna; il geometra Fernando Delfrate; l’imprenditore Michael Aversano; Roberto Romeo, responsabile del Dipartimento MAUD (Mobilità, Accessibilità e Universal Design) di ANMIC Italia; il professore e avvocato Giuseppe Musolino.
È previsto anche un saluto video della campionessa paralimpica Giulia Ghiretti, medaglia d’oro ai Giochi di Parigi 2024.
«L’obiettivo di questo incontro – sottolineano i promotori – è portare l’idea dell’accessibilità dentro le scelte concrete della gestione condominiale, superando l’idea che riguardi soltanto situazioni eccezionali o singole categorie di persone. Un percorso da fare insieme, per rendere gli spazi di tutti davvero vivibili». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo, a quest’altro link un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: marketing@siacond.it.

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Le risorse necessarie per il Progetto di Vita delle persone con disabilità e per garantirne l’efficacia

28 Ottobre 2026 - 1:03pm

Nel corso di un incontro in programma per il 30 ottobre a Montopoli in Val d’Arno (Pisa), dedicato al Progetto di Vita delle persone con disabilità, il Centro Studi di ABC Italia presenterà il primo passaggio di uno studio preliminare statistico nazionale sul fabbisogno e la fattibilità del Progetto di Vita stesso, condotto su un campione di quasi 17.000 casi reali Il documento in fase di realizzazione da parte del Centro Studi di ABC Italia

Nel pomeriggio del 30 ottobre (ore 17-19), presso la Pubblica Assistenza di Montopoli in Val d’Arno, in provincia di Pisa (Via Enrico Mattei, 4), si terrà il convegno Il Progetto di Vita della persona con disabilità: il Decreto 62/2024, i diritti, l’autonomia e la partecipazione – Costruire un progetto individuale, personalizzato e co-progettato, iniziativa promossa dalla Fondazione Dopo di Noi Toscana, in collaborazione con la Città di Montopoli in Val d’Arno, il Comune di San Miniato e la Pubblica Assistenza di Montopoli, nell’àmbito del percorso Costruire il futuro della persona con disabilità: progetto di vita, diritti, protezione giuridica e tutela patrimoniale.

Dopo i saluti istituzionali affidati a Linda Vanni, sindaca di Montopoli in Val d’Arno e Pier Luigi Ciari, presidente della Fondazione Dopo di Noi Toscana, interverranno gli esperti dell’ABC Italia (Associazione Bambini Cerebrolesi), impegnati da tempo su questo fronte, vale a dire Francesca Palmas, che in tale Associazione è responsabile per la Scuola e del Centro Studi e il presidente Marco Espa. Si tratta anche dei co-autori del libro Progetto di Vita. Domande e risposte. Normative, applicazioni e buone prassi (Erickson, 2025), «testo agile e stimolante – come scritto sulle nostre pagine a suo tempo da Salvatore Nocera – utile a far sì che i Progetti di Vita personalizzati e partecipati possano veramente diventare l’unica soluzione per assicurare una vita dignitosa e soddisfacente a tutte le persone con disabilità».
Ma non solo, durante l’incontro in Toscana, infatti, verrà anche presentato il primo passaggio di uno studio preliminare statistico nazionale sul fabbisogno e la fattibilità del Progetto di Vita, condotto dal Centro Studi di ABC Italia su un campione di 16.921 casi reali.
«Questo lavoro – sottolineano Palmas ed Espa – analizza un tema centrale per il futuro delle politiche sociali nel nostro Paese, ossia quante risorse per il Progetto di Vita sono necessarie a regime per il nostro Paese e come garantirne l’efficacia. È uno studio che offre dati concreti per stimare il fabbisogno economico e sostenere una reale ed efficace applicazione delle nuove tutele previste dal Decreto Legislativo 62/24». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria@dopodinoitoscana.it; abc@abcitalia.org.

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Alcune priorità individuate dall’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento Europeo

28 Ottobre 2026 - 12:33pm

Nel corso di una recente riunione, i componenti dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento Europea hanno chiesto una più incisiva attuazione dei diritti delle persone con disabilità, concentrandosi in particolare sull’estensione della Carta Europea della Disabilità  ai diritti sociali e lavorativi, su un taglio netto ai finanziamenti destinati alle strutture residenziali che favoriscono la segregazione, reindirizzandoli verso la vita indipendente, e sulla garanzia di comunicazioni di emergenza accessibili attive 24 ore su 24 in tutta l’Unione Europea

Nel corso di una recente riunione, i componenti dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento Europea – dopo avere ascoltato sui vari temi un aggiornamento da parte dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, rappresentato da Alexandre Bloxs, membro del Comitato Esecutivo del Forum stesso – hanno chiesto una più incisiva attuazione dei diritti delle persone con disabilità, concentrandosi in particolare sul rafforzamento della Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità, passaggio in via di definizione. In particolare, si sono focalizzati su tre azioni previste dalla Strategia, ossia estendere la Carta Europea della Disabilità, in modo da includere i diritti sociali e lavorativi, tagliare decisamente i finanziamenti destinati alle strutture residenziali che favoriscono la segregazione, reindirizzandoli verso la vita indipendente, garantire comunicazioni di emergenza accessibili, attive 24 ore su 24, in tutta l’Unione Europea.

Per quanto riguarda la Carta Europea della Disabilità, l’eurodeputato Sergey Lagensiepen ha ricordato che essa è nata da una richiesta avanzata dal movimento delle persone con disabilità e che pertanto le fasi successive dovrebbero essere definite in collaborazione con tale movimento, rispecchiandone le istanze.
La Settimana Europea dei Diritti delle Persone con Disabilità, in programma dal 30 novembre al 7 dicembre prossimi, oltre a rappresentare in generale un’occasione per illustrare i progressi compiuti in materia di diritti delle persone con disabilità, servirà anche a promuovere le tappe successive relative alla Carta Europea. In tal senso e in vista di quella ricorrenza, i componenti dell’Intergruppo inviteranno tutti gli Eurodeputati a chiedere ai vari Ministri Nazionali competenti in materia di trasporti, digitalizzazione e giustizia sociale, informazioni sullo stato di attuazione della Carta Europea della Disabilità e anche del Contrassegno Europeo di Parcheggio nei rispettivi Stati Membri.

Altro passaggio molto importate della riunione è stato quello in cui i partecipanti hanno chiesto con forza che si ponga fine al finanziamento per la costruzione di nuove grandi strutture residenziali che segregano le persone con disabilità, sollecitando invece a dare priorità alla vita indipendente.
L’eurodeputata Tilly Metz ha espresso rammarico per la mancanza di una solida base per la deistituzionalizzazione nell’Unione Europea, mentre l’eurodeputato Alex Agius Saliba ha portato l’esempio positivo del proprio Paese (Malta), sottolineando la necessità di distinguere accuratamente tra le diverse tipologie di strutture: quelle che privano le persone con disabilità dell’autonomia e del potere decisionale, da un lato, e quelle che mirano all’integrazione sociale, dall’altro. Ha inoltre avvertito che la deistituzionalizzazione dev’essere accompagnata dall’integrazione nella comunità, al fine di prevenire un’ulteriore esclusione sociale.
A conclusione del dibattito, Katrin Langensiepen ha ribadito che lo stop ai finanziamenti dell’Unione Europea destinati all’istituzionalizzazione è una richiesta quanto mai chiara da parte del Parlamento Europeo.

Da ricordare infine che nel corso dell’incontro si sono discussi anche i progressi verso una futura Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone Anziane, ritenuta come foriera di possibili benefìci anche per le persone con disabilità. (S.B.)

A questo link è disponibile l’elenco completo di tutti i componenti dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento Europeo (i membri italiani sono Brando Benifei, Salvatore De Meo, Chiara Gemma, Paolo Inselvini, Lara Magoni, Aldo Patriciello e Marco Tarquinio ). A quest’altro link vi è un ulteriore approfondimento (in inglese) sul recente incontro dell’Intergruppo, a cura dell’EDF.

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Inserimento lavorativo delle persone con disabilità: superare la logica del mero adempimento

27 Ottobre 2026 - 6:22pm

«L’inclusione lavorativa non può ridursi al rispetto di un obbligo normativo, ma deve tradursi in opportunità concrete di autonomia, dignità e partecipazione sociale»: è la sintesi del messaggio al centro del convegno “Oltre l’obbligo, il lavoro. A 23 anni dalla Legge Biagi: l’art. 14 tra inclusione, disabilità e responsabilità sociale”, promosso per il 29 ottobre a Roma da AGCI Imprese Sociali, il settore sociale dell’Associazione Generale Cooperative Italiane

«L’inclusione lavorativa non può ridursi al rispetto di un obbligo normativo, ma deve tradursi in opportunità concrete di autonomia, dignità e partecipazione sociale»: è la sintesi del messaggio che sarà al centro del convegno denominato Oltre l’obbligo, il lavoro. A 23 anni dalla Legge Biagi: l’art. 14 tra inclusione, disabilità e responsabilità sociale, promosso per la mattinata del 29 ottobre a Roma (Sala delle Vele della Scuola d’Arte e dei Mestieri, Via di San Giacomo, 11, ore 10-13) da AGCI Imprese Sociali, il settore sociale dell’Associazione Generale Cooperative Italiane.
«Con questa iniziativa – spiegano i promotori – L’iniziativa di AGCI Imprese Sociali, , intende approfondire il ruolo dell’articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03, la cosiddetta “Legge Biagi”, riguardante le convenzioni e gli appalti riservati, quali strumenti per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, superando la logica del mero adempimento e promuovendo un sistema capace di valorizzare competenze e professionalità».

Ad aprire i lavori saranno Massimo Mota, presidente nazionale dell’AGCI, Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità e la deputata Cristina Almici.
Due le sessioni in programma la prima delle quali dedicata agli strumenti normativi e alle esperienze delle imprese, la seconda alle politiche per il futuro e al ruolo delle istituzioni, delle parti sociali e della cooperazione sociale. Vi parteciperanno Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione Sociale e ai Servizi alla Persona della Regione Lazio; Massimo Temussi, direttore generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Fabrizio Paramucchi, responsabile del SILD (Servizio Inserimento Lavoro Disabili); Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali; Marco Olivieri, vicepresidente vicario di AGCI Imprese Sociali; il deputato Arturo Scotto, componente della Commissione Lavoro Pubblico e Privato della Camera; Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, alla Formazione e al Lavoro di Roma Capitale; Matilde Madrid, assessora al Welfare, alla Salute e alla Fragilità del Comune di Bologna; Antonio Buzzi, vicepresidente di Confcooperative – Federsolidarietà; Pierandrea Costa della Presidenza di AGCI Imprese Sociali.
Interverranno quindi con una serie di testimonianze Cristian Monari, Group HR Director di Arcese; Paola Cavalieri del Coordinamento Diversity & Inclusion nell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato; Floriana Moneti, manager workplace experience di Philip Morris Italia.
Il confronto sarà moderato da Stefano Arduini, direttore di «Vita Magazine» e di «Vita.it» e le conclusioni affidate a Pietro Segata, presidente di AGCI Imprese Sociali.

«Con questo appuntamento – aggiungono da AGCI Imprese Sociali – vogliamo rilanciare una riflessione concreta sul valore della cooperazione sociale nella costruzione di percorsi occupazionali efficaci e duraturi. Perché il lavoro non è soltanto un obbligo da assolvere, ma un diritto da rendere effettivo e un’opportunità da garantire a tutti e tutte». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiocomunicazione@agci.it.

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Alfredo Catarsini a Roma e l’impegno per l’accessibilità della Fondazione a lui dedicata

27 Ottobre 2026 - 5:45pm

Promossa dalla Camera dei Deputati, continuerà a Roma fino al 30 ottobre la mostra antologica accessibile “Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, nuova uscita dell’esposizione itinerante organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899 e che come media partner vede la nostra testata Superando. Già domani, 28 ottobre, è previsto però un incontro di “Finissage”, centrato sulla presenza di Alfredo Catarsini a Roma, ma anche sulle attività della Fondazione legate all’accessibilità Alfredo Catarsini (1899-1993) è ricordato anche come “Il ritrattista dell’anima”

Come avevamo segnalato sulle nostre pagine, è visitabile a Roma fino al 30 ottobre (Complesso di Vicolo Valdina, Piazza in Campo Marzio, 42), promossa dalla Camera dei Deputati, la mostra antologica completamente accessibile Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, nuova uscita di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto realizzato con il contributo della Regione Toscana, che lo patrocina insieme al Ministero della Cultura, e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

Come detto, la chiusura sarà il 30 ottobre, ma nella mattinata di domani, 28 ottobre (ore 11) è previsto nell’àmbito della mostra un incontro di Finissage, centrato innanzitutto sulla presenza di Alfredo Catarsini a Roma, ma anche sulle attività della Fondazione legate all’accessibilità perché, come sottolinea da sempre Elena Martinelli, «tutto ciò che la nostra Fondazione produce, dalle mostre ai libri di Catarsini, che era anche scrittore, è accessibile, in particolare guardando alle persone con disabilità visive».

Domani, 28 ottobre, dunque, si inizierà con un’esercitazione nel laboratorio esperienziale su opera tattile. Successivamente, introdotti e moderati da Elena Martinelli, interverranno Riccardo Luciani, direttore generale della Fondazione La Quadriennale di Roma, Gabriella Cetorelli, esperta di accessibilità universale dei patrimoni Unesco e componente del Comitato Unico di Garanzia del Ministero della Cultura, Maria Concetta Cassata, già dirigente e presidente del Comitato Unico di Garanzia del Ministero della Cultura. Le conclusioni saranno affidate al deputato Alessandro Amorese, componente della Commissione Cultura della Camera.
A seguire (ore 12-17), vi saranno visite guidate alla mostra (per prenotarsi chiamare il numero 338 1995851). (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento, in particolare sulla presenza di Alfredo Catarsini a Roma. Per ogni altra informazione: info@fondazionecatarsini.com.

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SLA e medicina personalizzata: l’Italia è già al lavoro, pronta a fare la propria parte

27 Ottobre 2026 - 5:17pm

Quanto detto in televisione da Matteo Materazzi, persona con la SLA, che ha raccontato del mese e mezzo negli Stati Uniti per accedere a una terapia sperimentale personalizzata, ha aperto una domanda riguardante l’intera comunità delle persone con la SLA: «Quella possibilità può esistere anche per me?». Ad essa rispondono congiuntamente l’AISLA, la Fondazione ARISLA, e i neurologi della Società Italiana di Neurologia, sottolineando «un fatto semplice e decisivo, ossia che quella ricerca è già anche italiana»

La storia raccontata durante il programma televisivo di Canale 5 Verissimo, da Matteo Materazzi, procuratore sportivo, ex calciatore e fratello del campione del mondo di calcio Marco, insieme alla moglie Maura, ha portato davanti a milioni di spettatori una delle frontiere più avanzate della ricerca sulla SLA (sclerosi laterale amiotrofica), malattia della quale Matteo Materazzi è affetto. Per l’occasione ha parlato del mese e mezzo trascorso negli Stati Uniti per accedere a una terapia sperimentale personalizzata, ciò che ha aperto una domanda riguardante l’intera comunità delle persone con la SLA e delle loro famiglie: «Questa possibilità può esistere anche per me?».
A questa domanda hanno voluto rispondere congiuntamente, in una nota, l’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), l’ARISLA, che è la fondazione italiana dedicata alla ricerca sulla SLA e i neurologi italiani del Gruppo di Studio Malattie del Motoneurone della SIN (Società Italiana di Neurologia) e la loro risposta, complessa da un punto di vista scientifico, parte però da quello che viene definito come «un fatto semplice e decisivo», ossia che quella ricerca è già anche italiana.
«Infatti – si legge nella nota congiunta -, è da un anno che una task force scientifica Italia–USA studia le forme rare di SLA associate a varianti del gene TARDBP. Il percorso sperimentale raccontato da Materazzi nasce dal lavoro sviluppato negli Stati Uniti, ma ciò che può portare quella conoscenza oltre il singolo caso si sta costruendo insieme. L’Italia, infatti, mette in campo neurologi, genetisti, laboratori, centri clinici, dati e persone: tutto ciò che serve perché questa frontiera possa diventare conoscenza condivisa e una possibilità da valutare anche per chi vive la malattia nel nostro Paese».

«Al centro – si legge ancora – c’è un’idea semplice da comprendere e complessa da realizzare: partire dal profilo genetico e molecolare di una persona per costruire una possibile risposta terapeutica. Si parte quindi a una persona, ma ciò che si apprende non finisce con quella persona. Diventa conoscenza, metodo, capacità di riconoscere altre persone che potrebbero presentare caratteristiche molecolari compatibili. Occorre però studiare in profondità il DNA, individuare il preciso bersaglio molecolare e verificarne la compatibilità con le condizioni cliniche e i requisiti di sicurezza. Nello specifico caso raccontato, il possibile rallentamento della malattia è un’osservazione importante, ma non costituisce una prova di efficacia. Saranno infatti necessari ulteriori dati e un’attenta valutazione clinica per comprendere se il trattamento possa influenzare la progressione della malattia. La notizia, dunque, non è soltanto che questa possibilità sia stata aperta negli Stati Uniti. La notizia è che gli stessi ricercatori statunitensi stanno già lavorando con una rete italiana di neurologi, genetisti e laboratori, per costruire le condizioni scientifiche e organizzative necessarie a nuove opportunità terapeutiche sperimentali».

Viene quindi spiegato nel dettaglio il percorso adottato: «L’AISLA e la Fondazione AriSLA lavorano con Neil Shneider della Columbia University e con la Silence ALS Initiative. Il programma è coordinato clinicamente da Mario Sabatelli e Christian Lunetta. Piera Pasinelli della Thomas Jefferson University e Sabrina Paganoni del Massachusetts General Hospital e Harvard Medical School hanno contribuito alla costruzione della collaborazione e al raccordo scientifico tra Italia e Stati Uniti. La rete riunisce gli Istituti Clinici Scientifici Maugeri IRCCS, il Centro Clinico NeMO Roma–Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS, l’Istituto Auxologico Italiano IRCCS, il CRESLA dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, il Centro Clinico NeMO Trento, l’Università Federico II di Napoli, l’ASL Lecce, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Cagliari e il CNR-NANOTEC di Lecce. Nello scorso mese di febbraio, con il Gruppo di Studio Malattie del Motoneurone della SIN, coordinato da Cristina Moglia, è stata avviata una ricognizione nazionale delle persone con SLA associata a varianti di TARDBP e dei portatori non affetti. Hanno risposto 26 centri italiani. Casistiche rarissime, fino a quel momento distribuite tra luoghi diversi, hanno cominciato a diventare patrimonio di una comunità clinica e scientifica nazionale. Dal canto suo, l’ARISLA ha destinato al progetto 700.000 euro, per sostenere Italian TARDBP Trial Readiness, lo studio osservazionale multicentrico nato appunto per identificare e caratterizzare le persone, approfondirne i profili genetici e molecolari e preparare la rete alle future possibilità terapeutiche. In parallelo, l’AISLA ha avviato e prosegue un confronto con il Ministero della Salute e con l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), per definire i percorsi necessari allo sviluppo e all’eventuale accesso a terapie individualizzate: qualità della produzione, autorizzazioni, somministrazione, monitoraggio e criteri trasparenti di valutazione. È un percorso complesso, nel quale ogni candidato richiede un investimento specifico, con risorse ingenti e dedicate».

«Essere pronti – aggiungono da AISLA, ARISLA e Gruppo di Studio Montoneuroni della SIN – significa questo: la rete esiste, la ricognizione nazionale è iniziata, la collaborazione con gli Stati Uniti è attiva e il percorso regolatorio è già al centro del confronto con le Istituzioni. Se emergerà una possibilità scientificamente fondata, dovremo essere capaci di riconoscerla, valutarla e accompagnarla. Nessuno deve restare solo davanti a un referto genetico o nella ricerca di una risposta».

«Un percorso come questo – concludono – comincia da una persona: il compito della ricerca è fare in modo che ciò che si impara da quell’uno diventi conoscenza per tutti e che ogni nuova possibilità trovi una comunità pronta a riconoscerla. L’Italia quella comunità l’ha già costruita e il 18 novembre possimo comincerà a raccontarla pubblicamente».
Il 18 novembre a Roma, infatti, durante la diretta streaming La Promessa, promossa dall’AISLA, l’intera task force Italia–Stati Uniti presenterà pubblicamente il programma. Il 19 e 20 novembre a Milano, quindi, durante il X Convegno scientifico ARISLA, il confronto proseguirà con la presentazione del protocollo di Italian TARDBP Trial Readiness, del ruolo dei centri, dei criteri scientifici e delle modalità di partecipazione alla ricerca quando ricorrano le necessarie condizioni genetiche e cliniche. (S.B.)

A questo link è disponibile il testo integrale della nota congiunta diffusa da AISLA, ARISLA e Gruppo di Studio Motoneurone della SIN. Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: ufficiostampa@aisla.it (Elisa Longo); simona.caporali@arisla.org (Simona Caporali).

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Barriere architettoniche nei Comuni: il Garante avvia il monitoraggio dei PEBA

27 Ottobre 2026 - 4:30pm

Quante barriere architettoniche sono state davvero eliminate nei Comuni italiani? A partirte da tale quesito, l’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità ha avviato un monitoraggio nazionale dei PEBA (Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche), rivolto in una prima fase sperimentale a sei Comuni (Foligno, Lipari, Pompei, Reggio Calabria, Roma Capitale e Verona), mettendo a punto un metodo che verrà poi progressivamente esteso a tutti gli altri Comuni d’Italia

Quante barriere architettoniche sono state davvero eliminate nei Comuni italiani? Per tentare di rispondere a questa domanda, l’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità ha avviato un monitoraggio nazionale dei PEBA (Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche), rivolto, in una prima fase sperimentale, a sei Comuni, ovvero Foligno (Perugia), Lipari (Messina), Pompei (Napoli), Reggio Calabria, Roma Capitale e Verona. Questi ultimi hanno ricevuto una richiesta formale dell’Autorità con una checklist di ricognizione, la stessa che sarà usata nel sistema informatico nazionale di monitoraggio. Entro 30 giorni dovranno indicare se il PEBA è stato adottato, quali barriere sono state rilevate, quali interventi sono stati programmati, finanziati e conclusi e quante criticità sono state effettivamente risolte, allegando la documentazione. Entro 5 giorni, inoltre, ogni Amministrazione dovrà nominare un responsabile del procedimento.
Dopo l’esame delle risposte, il Garante incontrerà i rappresentanti di ciascun Comune per verificare la situazione e concordare un programma operativo, articolato per fasi e per zone del territorio, con priorità, risorse, responsabili e tempi.
«L’obiettivo – dichiarano dal Collegio dell’Autorità Garante, composto dal presidente Maurizio Borgo, dal componente vicario Francesco Vaia e dall’altro componente Antonio Pelagatti – non è soltanto verificare che un PEBA esista, ma capire quante barriere siano state effettivamente rimosse, dove e con quali risorse. A tal proposito vogliamo lavorare insieme ai Comuni e accompagnarli nella costruzione di percorsi concreti e verificabili. Solo dove, nonostante il confronto, non si registrassero progressi, ricorreremo agli strumenti previsti dalla legge, compresa la richiesta al giudice amministrativo di nominare un commissario ad acta».

Previsti ormai molti anni fa, dalla Legge 41/86 e successivamente dalla Legge 104/92, i PEBA servono a individuare gli ostacoli presenti negli edifici e negli spazi pubblici e a programmarne la rimozione. Oggi però manca un quadro nazionale omogeneo su quanti Comuni li abbiano adottati e su quanti interventi siano stati realizzati.
La fase pilota, decisa all’unanimità dal Collegio dell’Autorità Garante, servirà a mettere a punto il metodo prima di estendere progressivamente il monitoraggio a tutti gli altri Comuni. (S.B.)

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“Toccare il suono – Impronte sonore”: a Milano le sculture audiotattili di Andrea Strizzi

27 Ottobre 2026 - 1:54pm

Resa ancora più speciale dall’intervento del maestro Enrico Intra, vi è stata presso l’UICI di Milano l’inaugurazione della mostra “Toccare il suono – Impronte sonore”, organizzata nell’ambito dell’11° Festival “JAZZMI”, iniziativa che fino al 1° novembre consentirà di scoprire le particolari opere dell’artista Andrea Strizzi, sculture audiotattili capaci di creare un dialogo tra arte, musica e percezione sensoriale Andrea Strizzi, protagonista della mostra di Milano, con una sua scultura audiotattile (©Night & Day)

È stata inaugurata presso la sede dell’UICI di Milano (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), in Via Mozart, 16, la mostra denominata Toccare il suono – Impronte sonore, organizzata nell’ambito dell’11° Festival JAZZMI.
Dopo l’apertura di Alberto Piovani, presidente dell’UICI di Milano, il pubblico ha potuto scoprire le particolari opere dell’artista Andrea Strizzi, sculture audiotattili capaci di creare un dialogo tra arte, musica e percezione sensoriale. E a rendere ancora più speciale l’inaugurazione è stato l’intervento del maestro Enrico Intra, che ha eseguito alcuni brani al pianoforte.
La mostra rimarrà aperta fino al 1° novembre, «offrendo ai visitatori – come viene sottolineato da chi l’ha promossa – l’opportunità di vivere un’esperienza artistica inclusiva, nella quale il tatto e l’ascolto diventano strumenti privilegiati di conoscenza e partecipazione». (S.B.)

L’ingresso alla mostra presso l’UICI di Milano è gratuito (ore 9-13 e 14-17). Per ulteriori informazioni: Francesco Cusati (francesco.cusati@uicimilano.org).

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Un libro per far conoscere e riconoscere le discriminazioni quotidiane delle persone con disabilità

27 Ottobre 2026 - 1:33pm

In genere la cronaca e l’attenzione pubblica si risvegliano solo quando le persone con disabilità sono vittime di violenza o vivono in condizioni di abbandono. Tutti però sanno che gran parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie vivono condizioni di fatica, disagio e spesso di solitudine e isolamento, ciò che non fa notizia perché, purtroppo, considerato “normale” e in qualche modo inevitabile. Il libro di Laura Abet e Alberto Fontana “Disabilità e discriminazione” illustra i tanti e diversi modi in cui le persone con disabilità vengono discriminate

La cronaca e l’attenzione pubblica si risvegliano solo in alcune situazioni, particolarmente gravi: quando cioè le persone con disabilità sono vittime di violenza (in famiglia e soprattutto nei servizi residenziali) oppure vivono in condizioni di abbandono, tali da poter essere definite – con il linguaggio dei diritti umani – “inumani e degradadanti”. Tutti però sanno – più o meno consapevolmente – che gran parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie vivono condizioni di fatica, disagio e spesso di solitudine e isolamento: l’esperienza e la pecezione personale corrisponde ai dati statistici che confermano come la disabilità comporti maggiori difficoltà a scuola, nel lavoro come nella vita familiare, sociale e di relazione. Tutto questo però non fa notizia perché è purtroppo considerato “normale” e in qualche modo inevitabile.

Sin dal titolo (Disabilità e discriminazione) il recente libro di Laura Abet e Alberto Fontana [se ne legga già anche la nostra presentazione, N.d.R.] parla della vita delle persone con disabilità da un altro punto di vista e in modo diverso. Utilizzando infatti come lente il lavoro del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione lombarda LEDHA, la trama di questo saggio illustra in modo chiaro e concreto i tanti e diversi modi in cui le persone con disabilità vengono trattate male. Maltrattamenti che, senza l’azione associativa a tutela dei loro diritti, sarebbero continuati nel tempo e passati inosservati. Qui invece il faro si accende sui danni creati alla vita delle persone dalla persistenza delle barriere architettoniche piuttosto che dal rifiuto di alcune scuole di garantire i sostegni e le opportunità necessarie o alle situazioni in cui le aziende ignorano le specifiche esigenze dei familiari caregiver: poi ancora dal costo richiesto alle persone e alle famiglie per l’assistenza, alla difficoltà di ottenere sostegni per “uscire di casa”, nonché alle situazioni, anche di violenza, cui devono fare fronte le ragazze e le donne con disabilità.

Nell’opera, giustamente, si racconta di storie “che finiscono bene” come sono spesso quelle che incontrano il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi sulla loro strada: ma si tratta comunque di storie tristi ed emblematiche che illustrano come gran parte dei problemi e delle fatiche che le persone con disabilità incontrano nella loro vita non sono connesse alla loro compromissione o menomazione ma da condizioni di discriminazione dirette (per via di regole e atteggiamenti escludenti), indirette (anche “solo” per il mancato accesso a sostegni necessari) o di molestie.
Situazioni che hanno sia ragioni strutturali, cioè dovute all’impianto stesso delle nostre politiche di welfare e non solo, ma anche create da comportamenti e scelte discrezionali di enti, o delle stesse persone, spesso con incarichi di responsabilità pubblica.

L’obiettivo del libro è ambizioso e cioè quello di far conoscere e riconoscere la discriminazione quotidiane delle persone con disabilità, invitando tutti ad agire per contrastarla.
Come scrive Giuseppe Guzzetti nella prefazione, l’auspicio è che «questo libro sia quindi una bussola: per chi governa, per chi educa, per chi lavora nel Terzo Settore, per chi progetta politiche e per ciascuno come cittadino».

*Direttore della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

Alberto Fontana, Laura Abet, Disabilità e discriminazione. Conoscere, riconoscere e agire, prefazione di Giuseppe Guzzetti, La Vita Felice, 2026 (disponibile anche in ebook).
Una nuova presentazione del libro è in programma per il 4 novembre a Milano (Sala Arena di Factory Plus, BASE Milano, Via Bergognone, 34, ore 18), nel corso di un incontro in cui gli autori dialogheranno con Alberto Guariso, Giuseppe Arconzo e Claudia Sorlini, con gli interventi anche della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, di Giuseppe Guzzetti, già presidente della Fondazione Cariplo e autore della prefazione del volume e di Isabel Ananos, portavoce del Gruppo di Autorappresentanza dell’ANFFAS Nord Milano (a questo link un approfondimento sull’incontro).

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“La mano”: il primo episodio del podcast sull’afasia della Fondazione Carlo Molo

27 Ottobre 2026 - 1:02pm

Si intitola “La mano”, il primo episodio del podcast sull’afasia recentemente avviato dalla Fondazione Carlo Molo, e vi si racconta il momento in cui l’afasia fa il proprio ingresso nella vita quotidiana, a partire dall’incapacità improvvisa di compiere i gesti più semplici. Esso fa parte della rubrica “Emozioni”, all’interno del ciclo “A come Afasia”, percorso speciale in più puntate basato sul reading teatrale tratto dal libro “Ogni parola che sapevo” del giornalista e scrittore Andrea Vianello La copertina di “Ogni parola che sapevo”, libro del giornalista e scrittore Andrea Vianello

Come avevamo segnalato sulle nostre pagine, in occasione della recente XIX Giornata Nazionale dell’Afasia, la Fondazione Carlo Molo ha avviato il proprio canale podcast (questo il link per iscriversi) del quale è stato reso disponibile il primo episodio, intitolato La mano.
Vi si racconta il momento spiazzante in cui l’afasia fa il proprio ingresso nella vita quotidiana, a partire dall’incapacità improvvisa di compiere i gesti più semplici. Esso fa parte della rubrica Emozioni, all’interno del ciclo A come Afasia, un percorso speciale in più puntate basato sul reading teatrale tratto dal libro Ogni parola che sapevo del giornalista e scrittore Andrea Vianello. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: Ufficio Stampa Fondazione Carlo Molo (daniela.trunfio@fastwebnet.it). L’afasia
Si tratta di un’alterazione del linguaggio dovuta a lesioni alle aree del cervello deputate all’elaborazione di esso. Le alterazioni possono riguardare vari aspetti del linguaggio: comprensione, produzione, ripetizione, strutturazione.
Tra le cause più frequenti dell’insorgere dell’afasia, vanno individuati: ictus, ischemia transitoria, emorragia cerebrale, processi espansivi (tumori), processi degenerativi (atrofie cerebrali). La disabilità che ne consegue intacca la sfera sociale e relazionale, ponendo molto spesso la persona afasica in una situazione di disagio, depressione e isolamento.

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“Donne divergenti in una società disabile”: un convegno a Roma

27 Ottobre 2026 - 12:39pm

È in programma per il 30 ottobre a Roma il convegno denominato “Donne divergenti in una società disabile”, promosso dall’UDI (Unione Donne in Italia), con il patrocinio del Municipio XI Roma Arvalia Portuense, iniziativa che intende affrontare le tematiche femminili in prospettiva intersezionale, con particolare attenzione alla condizione delle donne con disabilità

Si terrà a Roma, nella mattinata del 30 ottobre, Donne divergenti in una società disabile, convegno promosso dall’UDI (Unione Donne in Italia), con il patrocinio del Municipio XI Roma Arvalia Portuense, iniziativa che intende affrontare le tematiche femminili in prospettiva intersezionale, con particolare attenzione alla condizione delle donne con disabilità.
L’evento si svolgerà dalle 10 alle 13, sarà introdotto dai saluti istituzionali della consigliera Maria Pina Egidi e moderato da Ilaria Scalmani, responsabile nazionale dell’UDI.
Nella parte iniziale saranno esposti i seguenti interventi: La discriminazione multipla delle donne con disabilità, a cura di chi scrive [Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h, N.d.R.]; La dimensione della possibilità. Uno sguardo differente, una prospettiva differente di Giovanna Crivelli dell’UDI Catania. Successivamente interverranno Marina Avitabile del Coordinamento SPI CGIL dell’XI Municipio di Roma e un’attivista di Giulia Parla ONLUS che presenterà il progetto GIRL Z. Infine l’attivista Simona Toscano esporrà l’intervento intitolato Una vita da Red Carpet.
Il convegno sarà ospitato nella Sala Consiliare del Municipio XI “L. Petroselli” (Via Marino Mazzacurati, 75). (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: udinazionale@gmail.com.
La presente nota è già apparsa in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripresa, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Qual è la vita che vuoi vivere e quali sostegni dobbiamo garantirti perché tu possa viverla?

27 Ottobre 2026 - 12:13pm

A proposito della riforma della disabilità, «la questione adesso non è tanto “quale altra legge dobbiamo approvare?” – scrive Raffaele Goretti -, quanto come trasformare le norme e le risorse in libertà concreta nella vita quotidiana delle persone». E a proposito della Legge Regionale sul suicidio medicalmente assistito approvata in Umbria, afferma che «la libertà di scegliere come affrontare il proprio fine vita ha un significato pieno soltanto se prima esiste una libertà altrettanto concreta di poter vivere la propria esistenza in condizioni dignitose» Realizzazione grafica elaborata in occasione di un ciclo di incontri formativi proposti nel 2024 da Spazio DirSI – Disabilità in rete a Siena

Il tema posto da Laura Santi [giornalista perugina, affetta da una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla, morta a casa sua nel luglio 2025, dopo essersi auto-somministrata un farmaco letale, N.d.R.] era stato chiaro e si basava su una domanda fondamentale: può esistere una vera libertà di scelta sul fine vita quando, durante la propria esistenza, non sono garantite pienamente le condizioni necessarie per vivere con dignità, autonomia e libertà? In altre parole, il diritto a scegliere sul fine vita non può essere separato dal diritto ad avere una vita realmente vivibile, autonoma e dignitosa quando si convive con una disabilità grave.
Si tratta di una precisazione importante rispetto alla situazione attuale: nei giorni scorsi, infatti, ossia il 22 ottobre, l’Assemblea Legislativa dell’Umbria ha approvato la Legge Regionale sul suicidio medicalmente assistito, norma che disciplina soprattutto le procedure e i tempi della presa in carico sanitaria e che non istituisce il diritto sostanziale derivante dal quadro costituzionale e dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale.
Parallelamente, il Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, sta introducendo una trasformazione molto più ampia: la persona con disabilità deve essere messa nelle condizioni di costruire, insieme ai servizi, il proprio progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. La riforma, com’è noto, entrerà a regime su tutto il territorio nazionale dal 1° gennaio 2027.
Cosa dovrebbe concretamente cambiare, quindi? Il punto fondamentale è evitare che il “progetto di vita” diventi semplicemente un altro documento burocratico. Il Decreto 62/24, infatti, dice qualcosa di molto più ambizioso: il progetto deve partire dai desideri, dalle aspettative e dalle scelte della persona, individuando sostegni, servizi, risorse e accomodamenti necessari per partecipare alla vita sociale, abitativa, lavorativa, scolastica, culturale e sportiva.
Per questo, Stato, Regione, Comuni e Aziende USL dovrebbero intervenire almeno sui seguenti dieci fronti.

1. Un vero budget individuale di progetto
Ogni progetto di vita dovrebbe avere dietro di sé un budget certo, individualizzato e flessibile, non una semplice somma di prestazioni predefinite. Il Decreto 62/24 parla espressamente di un budget formato integrando risorse pubbliche e, quando disponibili, private, professionali, tecnologiche e strumentali. In pratica: se una persona vuole vivere a casa, lavorare, studiare, avere assistenza personale e partecipare alla vita della comunità, il sistema dovrebbe comporre le risorse intorno a quel progetto, invece di costringere la persona ad adattarsi ai servizi esistenti.

2. Assistenza personale e vita indipendente
Per le persone con necessità di sostegno elevato o molto elevato, occorre aumentare concretamente le ore di assistenza personale, anche attraverso strumenti che consentano alla persona di scegliere e coordinare i propri assistenti. La libertà di scegliere dove e con chi vivere, che il Decreto considera parte del progetto di vita, rimane infatti puramente teorica se una persona non dispone dell’assistenza necessaria.

3. Diritto alla casa, non soltanto un posto in struttura
Regione e Comuni dovrebbero finanziare molto di più:
° abitazioni accessibili;
° co-housing e soluzioni abitative individualizzate;
° adattamento degli appartamenti;
° domotica e tecnologie assistive;
° assistenza domiciliare;
° percorsi di uscita dalle strutture;
° sostegno alla vita autonoma.
Il principio dovrebbe essere: la persona sceglie il proprio ambiente di vita; i servizi si organizzano per renderlo possibile.

4. Sanità territoriale realmente integrata con i Servizi Sociali
Il progetto di vita non può essere costruito separatamente da ASL, Comune, Servizi Sociali e Famiglia. La valutazione multidimensionale prevista dal Decreto 62/24 serve proprio a superare la frammentazione e a mettere insieme dimensione sanitaria, sociale e assistenziale. Quindi occorrono équipe stabili, formate e realmente multidisciplinari, con un responsabile del progetto facilmente individuabile dalla persona.

5. Cure palliative e controllo del dolore accessibili a tutti
Questo è particolarmente importante nel rapporto con il tema del fine vita. Non basta infatti dire alla persona «puoi scegliere il fine vita». Prima deve poter dire: «Ho avuto accesso a tutte le cure, all’assistenza, al controllo del dolore, al sostegno psicologico, all’assistenza personale e alle condizioni sociali necessarie per vivere». È significativo che proprio nella discussione della legge umbra sul fine vita sia stato posto il tema del potenziamento delle cure palliative.

6. Sostegno concreto alle famiglie e ai caregiver
Una persona con grave disabilità non può essere assistita prevalentemente grazie alla disponibilità gratuita e indefinita dei familiari. Servono:
° assistenza domiciliare sufficiente;
° sollievo temporaneo;
° sostegno psicologico;
° formazione;
° contributi adeguati;
° servizi diurni flessibili;
° sostituzione temporanea del caregiver;
° pianificazione del “Dopo di Noi”.
L’Umbria ha già programmato risorse per il “Dopo di Noi” e per il caregiver, ma la questione fondamentale sarà quanto queste risorse riescano effettivamente a tradursi in ore di assistenza e autonomia nella vita quotidiana.

7. Lavoro, formazione e reddito
La qualità della vita non è soltanto assistenza sanitaria. Il progetto di vita previsto dal Decreto 62/24 deve comprendere anche gli àmbiti lavorativi, scolastici, culturali e sportivi. Perciò servono maggiori investimenti in:
° formazione professionale accessibile;
° inserimento lavorativo personalizzato;
° accomodamenti ragionevoli;
° lavoro agile, quando appropriato;
° trasporto accessibile;
° università accessibile;
° attività culturali e sportive.

8. Mobilità e accessibilità universale
Un progetto di vita è inutile se la persona non può uscire di casa. Quindi Stato, Regione e Comuni dovrebbero legare il progetto individuale anche a:
° trasporto pubblico accessibile;
° trasporto sociale;
° abbattimento delle barriere architettoniche;
° accessibilità digitale;
° ausili tecnologici;
° accessibilità degli spazi pubblici;
° continuità degli interventi passando da un Comune all’altro.
Il Decreto 62/24 prevede espressamente che il progetto debba continuare a essere attuato anche quando cambia il contesto territoriale e di vita della persona.

9. La persona deve avere realmente voce nella decisione
Questo forse è il passaggio più importante. La valutazione, cioè, non deve essere «Che cosa possiamo offrirle?», ma: «Che vita vuole vivere questa persona e quali sostegni servono perché possa viverla?».
Il Decreto richiede infatti che la persona partecipi alla valutazione e alla costruzione del progetto, con gli accomodamenti necessari anche quando abbia necessità di sostegni ad altissima intensità. Questo significa anche investire nella CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), negli interpreti, negli strumenti di comunicazione e negli accomodamenti cognitivi e relazionali.

10. Trasparenza: misurare se il progetto funziona davvero
Infine, servirebbe un sistema pubblico di monitoraggio. Non dovrebbe bastare sapere quanti progetti di vita sono stati “aperti”. Bisognerebbe misurare, ad esempio:
° quante persone vivono nella soluzione abitativa scelta;
° quante hanno assistenza personale sufficiente;
° quante lavorano o studiano;
° quante possono uscire e partecipare alla comunità;
° tempi di attesa per i servizi;
° ore effettive di assistenza ricevute;
° ricorso alle strutture residenziali;
° soddisfazione della persona;
° continuità dell’assistenza.

Ma l’Umbria, concretamente, da dove parte? Qui c’è un elemento molto interessante: l’Umbria non parte da zero. La Regione, infatti, ha già esteso la sperimentazione del Decreto 62/24 all’intero territorio regionale e nel 2025 ha approvato le proprie linee di indirizzo e governance. Inoltre, nel febbraio di quest’anno ha presentato il piano Umbria per tutti, dichiarando oltre 14 milioni di euro aggiuntivi per il triennio 2026-2028 destinati alle politiche per le persone con disabilità.
Quindi la questione adesso non è tanto “quale altra legge dobbiamo approvare?”, quanto come trasformare queste norme e queste risorse in libertà concreta nella vita quotidiana delle persone. E c’è una scadenza molto vicina, il 1° gennaio 2027, come detto, quando il nuovo sistema dovrà essere operativo sull’intero territorio nazionale.

Il criterio decisivo
Io tradurrei il senso del Decreto 62/24 in una domanda molto semplice, per altro insita nella stessa norma, che dovrebbe essere rivolta a ogni persona con disabilità: «Qual è la vita che vuoi vivere, e quali sostegni dobbiamo garantirti perché tu possa viverla?». Se lo Stato e la Regione Umbria [tutte le Regioni, N.d.R.] riusciranno a rispondere concretamente a questa domanda – con casa, assistenza personale, cure, reddito, lavoro, mobilità, relazioni, tecnologia, tempo libero e libertà di scelta – allora il “progetto di vita” avrà realmente cambiato il paradigma.
E questo è anche il punto di collegamento più forte con la vicenda di Laura Santi, richiamata inizialmente: la libertà di scegliere come affrontare il proprio fine vita ha un significato pieno soltanto se prima esiste una libertà altrettanto concreta di poter vivere la propria esistenza in condizioni dignitose. L’Umbria, tra l’altro, ha già previsto il coinvolgimento delle Associazioni delle persone con disabilità e delle famiglie nella governance della sperimentazione. Il passo successivo dovrebbe essere far diventare quella partecipazione una vera coprogettazione delle politiche e un controllo pubblico sull’attuazione.
La sfida posta da Laura con il suo coraggio e la sua determinazione ad esigere il diritto di scegliere, parte da questi presupposti; se ciò non avverrà, avremo perso la battaglia per una società più giusta, solidale e rispettosa delle diversità umane.

*Presidente della Fondazione Serena-Olivi di Perugia.

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Il rapporto tra alimentazione e malattie neuromuscolari e l’importanza di un approccio personalizzato

26 Ottobre 2026 - 6:29pm

Nel corso dell’incontro online “Presa in carico nutrizionale nelle malattie neuromuscolari”, organizzato per il 2 novembre dalla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e condotto dalla nutrizionista Jessica Lops, si parlerà del rapporto tra nutrizione e malattie neuromuscolari (distrofie muscolari, atrofie muscolari spinali, miopatie, miotonie ecc.) e dell’importanza di un approccio personalizzato

L’alimentazione può avere un ruolo importante nel percorso di vita e di cura delle persone con malattie neuromuscolari (distrofie muscolari, atrofie muscolari spinali, miopatie, miotonie ecc.). Le esigenze nutrizionali, infatti, possono variare e richiedere un’attenzione specifica, anche in relazione alle caratteristiche e all’evoluzione della patologia.
Di questo si parlerà nel pomeriggio del 2 novembre (ore 16) con la nutrizionista Jessica Lops, nel corso dell’incontro online Presa in carico nutrizionale nelle malattie neuromuscolari, organizzato dalla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e dedicato appunto al rapporto tra nutrizione e malattie neuromuscolari e all’importanza di un approccio personalizzato. (S.B.)

Per iscriversi al webinar accedere a questo link. Per ulteriori informazioni: uildmcomunicazione@uildm.it.

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Scuola: favorire da subito forme di convivenza democratica quanto più possibile partecipate

26 Ottobre 2026 - 6:10pm

«Forme autoritarie nella gestione dell’insegnamento – scrive Luca Grecchi – non fanno altro che destrutturare la relazione educativa, la quale è invece, per sua natura, comunitaria. E in una comunità, pur svolgendo differenti funzioni, i membri, anche i più deboli, sono tutti considerati di uguale valore. L’uguaglianza, del resto, come la cooperazione, è amica del benessere, dunque dell’apprendimento, nonché dell’inclusione. Per questo essa va ricercata in ogni modo, favorendo a scuola, fin dalla primaria, forme di convivenza democratica quanto più possibile partecipate»

Nelle scorse settimane sono stati pubblicati, su queste stesse pagine, alcuni miei articoli contenenti riflessioni finalizzate, principalmente, a favorire l’inclusione scolastica degli studenti e delle studentesse con disabilità. Nel mio ultimo contributo, in particolare [“Cooperazione e umiltà dei docenti, due caratteristiche fruttuose per studenti con e senza disabilità”, N.d.R.], ho sostenuto, tra le altre cose, che un atteggiamento “umile” da parte dei docenti, ossia rispettoso, comprensivo, non autoritario, favorisce in aula quel clima cooperativo imprescindibile affinché tutti gli studenti, soprattutto quelli più bisognosi di supporto, possano formarsi e relazionarsi nella maniera migliore.
Nel confronto dialettico, sempre positivo, che ne è scaturito con alcuni esponenti del mondo della scuola, mi sono state rivolte due osservazioni.
La prima è quella secondo cui, in un momento storico in cui la figura del docente risulta già molto deprezzata, sminuirne l’“autorità”, richiedendo “umiltà”, potrebbe creare un’ulteriore riduzione di status della categoria, indebolendo il prestigio sociale della stessa. Tale timore non è tuttavia, a mio avviso, fondato, per le ragioni che cercherò ora di esporre.
In primo luogo, la figura del docente non mi pare oggi così generalmente svalutata. Essa, ad esempio, viene valorizzata da pressoché tutti i più importanti maîtres à penser della cultura italiana. I più noti filosofi, psicologi, pedagogisti, spesso professori universitari, sottolineano in effetti la necessità di riconoscere notevole autorità alla classe docente, nei confronti soprattutto di studenti e famiglie.
Detto questo, a mio parere, valutare la questione educativa in termini di “autorità” è poco corretto. Tra le varie componenti della scuola deve infatti regnare un clima democratico, non gerarchico, affinché possa crearsi un contesto realmente collaborativo che favorisca l’apprendimento e l’inclusione.
In secondo luogo, come ricordato anche nel precedente articolo, non credo che l’incremento del carattere comunitario della scuola produca una riduzione dell’autorità degli insegnanti. Ai docenti continua per altro ad essere riconosciuta la qualifica di pubblico ufficiale nello svolgimento delle proprie funzioni, per cui gli stessi dispongono di poteri ampi da utilizzare. La cooperazione, inoltre, non riduce mai l’autorità, ma anzi incrementa l’autorevolezza degli insegnanti. Chi, infatti, sa far crescere gli studenti agendo bene, supportando la loro autonomia e sapendo giustificare le scelte educative fatte, non può che risultare massimamente autorevole agli occhi di tutti.

La seconda osservazione che mi è stata rivolta – la quale mi consente di entrare propriamente nel merito della tematica odierna – è quella per cui, auspicando un atteggiamento “umile” nei docenti, funzionale all’attuazione di processi educativi comunitari, violerei in sostanza l’assunto di una presunta “neutralità tecnica” che la soggettività docente dovrebbe possedere. Per molti insegnanti, infatti, il proprio compito è semplicemente l’istruzione, ovvero impartire conoscenze, per cui nessuna loro caratteristica etica, ossia comportamentale, almeno entro limiti deontologici accettabili, è ritenuta rilevante: basta la competenza nella materia.
Come recita tuttavia anche il Testo Unico sulla Scuola (Decreto Legislativo 297/94), il fine della stessa non è la mera istruzione, che al più è strumento, bensì l’educazione, e in questo tipo di relazione, sempre bilaterale, la postura caratteriale non è affatto secondaria. Una struttura della personalità “umile”, in effetti, consente agli studenti di non aver paura di sbagliare, di porre domande qualora non capiscano, di esprimere critiche senza timore di ripercussioni ecc. Una struttura della personalità “autoritaria”, invece, determina – anche mediante modi e tempi di apprendimento identici per tutti – l’aumento delle frustrazioni negli studenti più in difficoltà, nonché, nel tempo, maggiori insuccessi e abbandoni scolastici. In tema di inclusione, insomma, tale struttura caratteriale si rivela deleteria.

Dato che ogni valutazione sulle forme della personalità più adatte all’insegnamento rimane un tabù nella scuola italiana, può forse essere utile provare a svolgere in questa sede qualche riflessione. Mi sembra in effetti doveroso interrogarsi sul fatto se, per favorire i processi educativi, sia preferibile uno stile di insegnamento democratico, dunque comunitario, con il docente nei panni di “guida”, oppure uno stile di insegnamento gerarchico, quindi autoritario, con il docente nei panni di “giudice”. In merito, il primo approccio mi pare molto migliore. Il docente detiene infatti sempre – attuando la cooperazione – la propria autorità, ma, agendo in modo comunitario, evita la “degenerazione autoritativa” potenzialmente insita nel suo ruolo. Questa degenerazione si realizza in effetti ogni volta che l’esercizio del potere connesso alla funzione docente – in termini non solo di modalità didattiche adottate ma anche di rispetto delle normative inclusive – risulti tale da impedire il fine educativo che pure caratterizza l’attività di insegnamento. Non sono poche, infatti, le situazioni scolastiche che, con riferimento a tali tematiche, finiscono ogni anno nei tribunali e che vedono sovente vittoriose le famiglie, nonostante l’onere della prova dei comportamenti discutibili praticati dai docenti ricada in larga parte su di loro.
Anche, in ogni caso, eliminando gli episodi limite, per uno studente con bisogni educativi speciali ricevere un insegnamento impartito in termini autoritari, dunque nella modalità «spiego come voglio (nel solo modo che conosco), studiate e verifico», risulta spesso dannoso. Eppure, ancora oggi, la maggior parte dei docenti italiani imposta in tale maniera la propria attività didattica, basandola in sostanza sul sistema dei premi e delle punizioni, ossia dei voti positivi e negativi, senza porre troppo riguardo alle difficoltà personali dei singoli studenti, né a modalità di apprendimento cooperative, che sarebbero invece molto utili.

Diversi studi internazionali (OCSE-PISA, OCSE-TALIS e altri) mostrano che il sistema scolastico del nostro Paese è tra quelli al mondo in cui si effettua il maggior numero di verifiche e nel quale, per conseguenza – dato che le verifiche sottraggono tempo alle spiegazioni – si assegna la maggiore quantità di studio da svolgere a casa. Tali analisi sono inoltre concordi nel ritenere che i più penalizzati da questa situazione sono proprio gli studenti con maggiori difficoltà, che avrebbero al contrario bisogno di un surplus di insegnamento. Quasi mai, per altro, i voti negativi, presi per se stessi, raggiungono l’effetto di migliorare il rendimento di uno studente. Spesso, anzi, di fronte a continui insuccessi non accompagnati da motivate strategie di apprendimento alternative, essi innescano comportamenti oppositivi, o, ancor più frequentemente, cali di autostima che provocano un generale senso di inadeguatezza, con successivo abbandono scolastico.

Come scriveva in effetti, tra gli altri, lo psicoanalista e psichiatra Jean Oury nel 1956, la bocciatura non è mai stata efficace come strumento educativo: «Il concetto di punizione si pone infatti soltanto in un sistema la cui struttura è fondata su relazioni personali di tipo padrone-schiavo», ossia in un contesto gerarchico, mentre la scuola dovrebbe essere – anche per preparare socialmente alla democrazia – un contesto democratico. Costanti voti negativi, le cui cause non siano indagate dal docente, e su cui di conseguenza non vengano intrapresi interventi adeguati, producono solo effetti negativi sugli studenti più in difficoltà. Gli stessi esiti delle prove INVALSI dimostrano chiaramente, ogni anno, che chi è già stato bocciato rimane tra i peggiori anche negli anni successivi, tanto che spesso viene ancora respinto.
La comprensione delle cause dei problemi e la loro condivisione con lo studente, ma soprattutto la disponibilità a porre in atto tutto ciò che prevedono, nella fattispecie, le normative inclusive, costituiscono le uniche modalità per evitare, per gli studenti con disabilità o DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), l’insuccesso nella scuola secondaria. Finché i docenti non comprenderanno che il fine principale della loro funzione educativa è realizzare soprattutto il bene di questi allievi, molti degli stessi continueranno a lasciare gli studi, provando per tutta la vita avversione verso i propri insegnanti, che pure avrebbero potuto essere i loro principali modelli etici di riferimento.

Per concludere, forme autoritarie nella gestione dell’insegnamento non fanno altro che destrutturare la relazione educativa, la quale è invece, per sua natura, comunitaria. In una comunità, pur svolgendo differenti funzioni, i membri, anche i più deboli, sono tutti considerati di uguale valore. Non così accade in un contesto gerarchico, nel quale, al contrario, il più potente decide per gli altri, guardando solo al proprio presunto vantaggio. L’uguaglianza, tuttavia, come la cooperazione, è amica del benessere, dunque dell’apprendimento, nonché dell’inclusione. Per questo essa deve essere ricercata in ogni modo, favorendo a scuola, fin dalla primaria, forme di convivenza democratica quanto più possibile partecipate.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Fare teatro insieme alle persone, con e senza disabilità: un nuovo progetto della Rete campana CIVES

26 Ottobre 2026 - 5:26pm

“Il Teatro delle Possibilità” è un’iniziativa avviata qualche settimana fa dalla Rete campana CIVES, rivolta in particolare a persone con disabilità visiva, ma aperta a tutti e tutte, persone con qualsiasi tipo di disabilità o senza disabilità, vedenti e non vedenti, che vogliano recitare, collaborare o semplicemente contribuire alla nascita di una nuova compagnia teatrale

Ha preso il via qualche settimana fa Il Teatro delle Possibilità, laboratorio teatrale inclusivo promosso dalla Rete campana CIVES, che ha sede a Sant’Anastasia (Napoli), progetto che mette al centro il teatro come strumento di inclusione, formazione e aggregazione. «Abbiamo scelto il teatro – spiega Giuseppe Fornaro, presidente di CIVES – perché è uno strumento straordinario di aggregazione e formazione, che permette di mettersi in gioco, acquisire sicurezza, scoprire nuove capacità e soprattutto creare relazioni. Il nostro obiettivo è costruire una compagnia nella quale persone con e senza disabilità possano lavorare fianco a fianco, senza barriere e con lo stesso ruolo da protagonisti».
L’iniziativa, infatti, è rivolta in particolare a persone con disabilità visiva, ma è aperta a tutti e tutte, persone con qualsiasi tipo di disabilità o senza disabilità, vedenti e non vedenti, che vogliano recitare, collaborare o semplicemente contribuire alla nascita di una nuova compagnia teatrale.

Il percorso durerà fino al mese di maggio del prossimo anno, articolato su 30 incontri di 90 minuti, guidati dalla docente Elena Scala. Dieci partecipanti saranno accompagnati in un percorso fatto di teatro, musica, creatività e socializzazione, con l’obiettivo di arrivare alla realizzazione di una manifestazione finale aperta alla cittadinanza.
Il Teatro delle Possibilità nasce quindi con l’ambizione di andare oltre il semplice laboratorio, se è vero che la Rete CIVES vuole costruire una compagnia aperta a chiunque abbia voglia di fare teatro e di dare il proprio contributo, anche senza avere esperienza. Nei prossimi mesi il gruppo lavorerà alla costruzione dello spettacolo finale, trasformando il percorso formativo in un momento di incontro con la comunità.
«Non vogliamo un teatro “per” le persone con disabilità, ma un teatro insieme alle persone – aggiunge Fornaro – dando il benvenuto a chiunque abbia voglia di partecipare, recitare, collaborare o dare una mano. Questa compagnia, infatti, nasce proprio per questo: dimostrare che sul palco c’è spazio per tutti». (S.B.)

La nostra redazione coglie l’occasione per porgere le più sentite condoglianze al presidente della Rete CIVES, Giuseppe Fornaro, colpito nei giorni scorsi da un grave lutto, la scomparsa del fratello Antonio.

Per ulteriori informazioni sul Teatro delle Possibilità: segreteriacives@gmail.com.

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(In)Intelligenza Artificiale

26 Ottobre 2026 - 4:58pm

«Ho posto all’Intelligenza Artificiale il quesito “È bello avere una disabilità e quindi essere disabili?”. La risposta è stata immediata e la ripropongo, seguita dai miei brevi commenti»: è questa la nuova incursione di Gianni Minasso nella sua rubrica “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, spazio fatto di pungente ironia, di grottesco e talora anche della comicità più o meno involontaria che, come ogni altra faccenda umana, può riguardare anche il mondo della disabilità Realizzazione grafica di Gianni Minasso

Ormai in qualsiasi contesto, dalle pettinatrici alle aule dei corsi di meditazione trascendentale, si discute sui pro e contro dell’Intelligenza Artificiale. Personalmente, lo ammetto, non ho le competenze chiromantiche adeguate per esprimere un’idea precisa su questa rivoluzione tecnologica che, a seconda dei pareri altrui, potrebbe volta per volta trasformarsi in una catastrofe planetaria (la maggioranza) oppure in un’alba radiosa per il genere umano (una minoranza sempre più esigua). Di conseguenza preferisco non addentrarmi in valutazioni superficiali, anche se mi è difficile fingere di non avvertire un pizzico d’inquietudine.
Di norma la uso con parsimonia, però, grazie alla disponibilità di Gemini (l’assistente IA di Google), ho potuto lenire i postumi della puntura praticatami in una chiappa dal calabrone della satira. Come? Beh, ho provato a tenderle una trappola con un quesito insidioso, quasi assurdo e per certi versi tendenzioso, a cui, ne converrete, è impossibile rispondere in modo universalmente sensato. La domanda era: «È bello avere una disabilità e quindi essere disabili?». La risposta è stata immediata e ve la ripropongo con i miei brevi commenti inseriti tra parentesi quadre.

Introduzione
Vivere con una disabilità non è di per sé un’esperienza “bella” o “brutta” [dammi retta, è brutta, è brutta!], ma una condizione complessa che comporta sfide oggettive e opportunità di crescita [o, più facilmente, di decrescita] uniche. La disabilità in sé non definisce la felicità o il valore di una persona [okay], ma influenza profondamente il modo in cui ci si relaziona con il mondo [e, spesso purtroppo, il modo in cui il mondo si relaziona con noi disabili]. Per capire a fondo questa realtà, è utile analizzare sia le difficoltà concrete sia gli aspetti di riscatto e valore personale [boh, proviamo].

Le sfide e le barriere quotidiane
La percezione della disabilità è spesso legata agli ostacoli [tanti, troppi] che la società frappone sul cammino delle persone:
1. Barriere architettoniche: gradini, trasporti non accessibili e spazi stretti limitano fortemente l’autonomia [ma va? Non ce n’eravamo accorti].
2. Barriere sociali e culturali: i pregiudizi, l’emarginazione o, al contrario, il pietismo feriscono la dignità delle persone [soprattutto fanno a pezzi la dignità di chi ne è responsabile].
3. Costi emotivi e fisici: molte condizioni [il 99,9%] comportano dolore cronico, terapie continue e una fatica quotidiana superiore alla norma [e anche giramenti di scatole derivanti dalle rotture di… vabbè, ci siamo capiti].

La prospettiva del valore e della crescita
Allo stesso tempo, molte persone con disabilità costruiscono vite piene, ricche e soddisfacenti [ah sì? non me n’ero proprio reso conto, ma dove sono ’sti handy, su Marte?]. Questo accade perché:
1. Sviluppo di una forte resilienza: superare ostacoli continui porta a sviluppare una straordinaria capacità di adattamento e problem-solving [se non si naufraga prima].
2. Unicità e identità: la disabilità è una sfaccettatura dell’identità che offre un punto di vista unico e prezioso sul mondo [“unico” di sicuro, “prezioso” è ancora tutto da dimostrare].
3. Consapevolezza del valore della vita: Spesso spinge a ridefinire le priorità, concentrandosi su ciò che conta davvero, come le relazioni umane e l’espressione personale [«ciò che conta davvero»? te lo dico io, disabile di professione: respirare, mangiare, bere, deglutire bene, scongiurare i decubiti, evitare di cadere, lavarsi, andare al gabinetto quando scappa eccetera, queste sono le vere priorità!].

Il ruolo fondamentale della società
La disabilità non è semplicemente una “malattia”, ma il risultato dell’interazione tra la condizione di salute di una persona e l’ambiente in cui vive [yes sir]. In un mondo pienamente accessibile, inclusivo e privo di pregiudizi, la disabilità smette di essere un limite invalicabile e diventa una semplice caratteristica della diversità umana [appunto, però tutto ciò, come ipotizzavamo poco fa, forse avviene solo su Marte].

Spesso si usano le parole “disabile” e “invalido” come se fossero la stessa cosa. Ma non lo sono [anche perché, vivaddio, gli invalidi esistono solo più nella mente di medici legali, burocrati e avvocati]:
1. Disabile è una persona che incontra barriere, negli spazi, nei servizi e negli atteggiamenti, e trova modi diversi per superarle [non sempre, informati meglio IA, non sempre].
2. Invalido, invece, è un termine che indica una condizione fisica o sanitaria che limita alcune capacità, ma non dice nulla su chi sei, su cosa fai o su come vivi [privacy, vi prego!].
Essere disabile non vuol dire essere invalido. Essere invalido non vuol dire non avere valore. Parlarne serve a capire meglio, rispettare di più e usare le parole giuste [bah, per lo più dipende dalla quantità di cervello che si ha nella calotta cranica].

Alla fine di tutta ’sta pappardella, la tentatrice IA mi ha proposto un terzetto di approfondimenti: «Ti interessa esplorare un tipo specifico di disabilità (fisica, sensoriale, cognitiva)?», «Vuoi conoscere le leggi attuali sull’inclusione o sull’abbattimento delle barriere?», «Stai cercando storie e testimonianze di persone che hanno raggiunto grandi traguardi?». Per fortuna ho avuto la prontezza di declinare l’offerta: no grazie, per oggi basta cosi. Comunque, se starete bravi, in futuro provvederò a formulare altre domande all’IA per poi sghignazzare con voi sulle sue risposte.

Post Scriptum
A un certo punto della stesura di questo pezzo, sono stato assalito da un dubbio e ho provato in tempi diversi a ripetere la stessa domanda all’IA, ottenendo, volta per volta, risposte sempre differenti. Gliene ho chiesto direttamente conto e lei mi ha confidato: «Non consulto un database di risposte già pronte, ma calcolo la mia risposta parola per parola, in base a probabilità statistiche, e questo genera variazioni naturali nel testo. Poi fattori come l’ora corrente, la data, la tua posizione geografica [sic!] o le informazioni fresche recuperate dal web, modificano la base dei dati che utilizzo per risponderti. Inoltre i miei algoritmi includono un parametro di creatività chiamato “temperatura” e se questo valore è superiore allo zero, il sistema sceglie intenzionalmente sinonimi o strutture di frasi diverse per evitare di sembrare un disco rotto [ari-sic!]».
Ecco, forse è questo il vero pericolo dell’IA: l’aver presto imparato da noi umani la suprema arte della paraculaggine, cioè, come dice lei stessa interrogata su questo vocabolo, «Un misto di furbizia, opportunismo e spiccata capacità di destreggiarsi a proprio vantaggio, sapendo sempre come cadere in piedi, evitando le responsabilità e traendo profitto dalle varie situazioni grazie alle vaste conoscenze». Il tutto infine, incoronato dalla quintessenza del paraculismo: prima pontificare e poi concludere sempre con diciture tipo: «Le risposte dell’AI potrebbero contenere errori». Morìammazzata!

Intelli G. Enza e Artifici Ale

Per i testi del periodo 2004-2024 pubblicati da Gianni Minasso sulle nostre pagine, nell’àmbito della rubrica “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, fare riferimento a questo link. Per quelli invece dell’anno 2025 e dell’anno in corso, fare riferimento alla funzione “Cerca” in alto a destra della nostra home page.

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I principali controllori dobbiamo essere noi, persone con disabilità

26 Ottobre 2026 - 4:26pm

«Bisogna tenere sotto stretto controllo proprio i controllori – scrive Maurizio Cocchi – perché se abbiamo leggi sulla disabilità che non vengono fatte funzionare e diciamo che è per la mancanza di controlli, diventa urgente spostare la nostra attenzione proprio sui controllori che mancano o che non funzionano. E ricordo che i principali controllori siamo noi persone con disabilità e che spesso siamo noi a non funzionare, quando stiamo zitti per quieto vivere, non interveniamo per pigrizia o ci nascondiamo per paura di ritorsioni»

Quante volte abbiamo sentito dire, o ci siamo detti, che in Italia abbiamo le leggi a tutela delle persone con disabilità fra le migliori del mondo? E quante volte ci siamo detti e abbiamo constatato che sono ancora troppe le cose a non funzionare?
A tutti i livelli, non solo nei servizi sociali e per il rispetto dei diritti delle persone con disabilità, sentiamo dire come il più inutile dei mantra, che mancano o non funzionano le strutture di controllo. È dunque arrivato il momento di occuparsi del funzionamento e dell’efficienza degli organismi di vigilanza e controllo. Ma da dove cominciare?
Beh, per noi persone con disabilità è facile, abbiamo la neonata Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità, cominciamo col verificarne il funzionamento e soprattutto i risultati ottenuti.

Alla fine di giugno ho mandato una segnalazione all’Autorità e nei giorni scorsi ho segnalato lo stesso problema, con queste parole: «Concessione dei permessi di uscita all’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola: in giugno sono stato ricoverato all’Istituto di Riabilitazione di Montecatone per quasi tutto il mese. Al momento di chiedere di lasciare la struttura per dei permessi temporanei, mi è stato detto che per i permessi giornalieri occorrevano delle motivazioni sanitarie, in altri termini si poteva lasciare la struttura solo per usufruire di altre prestazioni mediche o infermieristiche. Per quanto riguarda i permessi che prevedevano il pernottamento all’esterno, era consentita soltanto la permanenza fuori dall’istituto per tre notti per l’intero periodo del ricovero, indipendentemente dalla sua durata. Alla domanda se queste restrizioni fossero legate a motivazioni mediche e se con il parere medico fosse possibile superarle, la risposta è stata che si trattava di misure previste da regolamento e che quindi non potevano essere messe in discussione in nessun modo. I ricoveri in questa struttura possono essere anche molto lunghi e quindi queste regole, per altro poco motivate, risultano particolarmente penalizzanti. Più in generale, occorre osservare come la restrizione della libertà senza motivazioni di legge ed in assenza di certificazione medica, risulta come una palese violazione dei diritti delle persone con disabilità, se non addirittura dei diritti umani in generale».

La segnalazione all’Autorità, dunque, va fatta in un apposito form, raggiungibile con SPID o CIE, e una volta inviato il contenuto, compare la seguente dicitura: «Successo! Segnalazione inviata con successo!». A seguire, il vuoto più assoluto, nessuna tracciabilità, nessuna comunicazione di protocollo, nessuna comunicazione di presa in carico, nessun avviso di incongruenza di quanto segnalato, niente.
Dove è finita la mia segnalazione? Nel corso di una mia intervista audiovideo ripresa anche su queste pagine, il Presidente dell’Autorità Garante ebbe a dire che avevano ricevuto in pochi mesi più di 2.000 segnalazioni, ma cosa ne è stato fatto? Quante ne sono state esaminate?
Nella Relazione Annuale 2025 l’Autorità Garante, nell’Introduzione, dichiara (pagina 5 righe 16-18): «Occorre sottolineare un elemento essenziale: l’Autorità Garante, nel 2025, era una istituzione ancora giovane e inizialmente poco conosciuta. Nonostante questo, sono pervenute circa milletrecento segnalazioni, un numero significativo se rapportato alla recente istituzione dell’Autorità e alla fase ancora iniziale della sua conoscenza da parte dei cittadini, e che si è ampliato progressivamente nel corso dei mesi, continuando a crescere con l’aumentare della conoscenza del ruolo e delle funzioni dell’Autorità».
Quindi, siamo in presenza di una stima approssimata, neanche scritta in cifre, ma buttata lì, in un ragionamento che evidenzia l’importanza dell’Autorità Garante e l’enormità del fabbisogno. Ma quante di queste segnalazioni sono state prese in carico e la presa in carico ha dato risultato positivo, risolvendo il problema, o i trasgressori hanno fatto spallucce e tirato avanti come se niente fosse?

Ma andiamo con ordine, come vengono trattate le segnalazioni? Diamo un’occhiata alle pagine 11 e 12 della citata Relazione: «A tal fine, l’Autorità Garante, per l’anno 2025, ha stipulato un Protocollo d’Intesa con l’UNAR, l’ufficio costituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, avviando una procedura “sperimentale” di gestione delle segnalazioni pervenute tramite molteplici canali sia al Garante che all’UNAR stesso. L’Autorità Garante, attraverso il proprio Ufficio, ha inoltrato all’UNAR le segnalazioni ricevute, unitamente ad un elenco sintetico delle stesse e ad una preliminare valutazione di pertinenza, aggiornato e condiviso tra gli uffici per la definizione del singolo caso; l’UNAR ha proceduto, per ciascuna segnalazione ricevuta, al caricamento dei dati, dei documenti e di ogni informazione utile nell’applicativo già in uso per la gestione delle proprie segnalazioni; l’UNAR, dopo aver effettuato l’esame preliminare delle segnalazioni, ha restituito all’Autorità Garante il report contenente la proposta di azione individuata, nell’ambito delle competenze e funzioni assegnate, indicando, altresì, le segnalazioni aventi particolare urgenza, per i seguiti operativi affidati all’Autorità Garante stessa; l’UNAR – a sua volta – ha inoltrato all’Autorità Garante le segnalazioni acquisite nell’esercizio dei propri compiti, aventi ad oggetto la violazione dei diritti delle persone con disabilità, per le valutazioni e le attività di competenza. Ogni segnalazione non è stata trattata come un mero procedimento amministrativo, ma come una testimonianza diretta di realtà spesso non rilevabili attraverso i dati ufficiali. Le segnalazioni hanno rappresentato una forma concreta di partecipazione civica: cittadini e associazioni che si rivolgono all’istituzione di garanzia per chiedere tutela, orientamento e giustizia».
Beh, una cosa l’ho capita. Ho fatto bene a mandare due volte la stessa segnalazione, in questo valzer viennese qualche pratica potrebbe sempre perdersi. Ciò che risulta meno chiaro, è chi debba occuparsi di risolvere i problemi segnalati dai cittadini.

Nella stessa Relazione si fa un cenno ai principali interventi effettuati dall’Autorità; eccoli in estrema sintesi:
° Garantire le prestazioni mediche ad un ragazzo autistico in àmbito scolastico: sì insomma nessuno voleva dargli le medicine.
° Stalli di sosta personalizzati: sembra che da qualche parte nel nostro Bel Paese i parcheggi riservati costituiscano un privilegio e che ci siano persone con disabilità che ne approfittano.
° Università accessibile: viene riportato un caso di una persona con disabilità che chiede il trasferimento ad una università vicino a casa.
° Inserimento lavorativo con facilitazioni: veniva negato lo smart working a una persona con disabilità con mansioni amministrative in tribunale.
Quanti casi vengono raccontati, come “storielle da romanzo d’appendice”, in quella Relazione? Se contiamo l’incredibile storia degli stalli, possiamo arrivare a al massimo a 10-20 situazioni affrontate e risolte, ma tutte le altre, 1.280, che fine hanno fatto? Hanno trovato una soluzione? Sono state esaminate, prese in carico o sono ancora lì che “rimbalzano” tra l’Autorità Garante e l’UNAR?
In tutta la relazione – 34 pagine A4 – ci fosse almeno una tabella a parlarci di che fine hanno fatto le segnalazioni, cosicché alla fine di tutte le fiere non sappiamo neanche quante sono state esattamente e “un circa” non basta, non è rispettoso verso tutti coloro che le hanno fatte, perdendo tempo nella speranza di risolvere il loro problema.
Anche guardando il sito dell’Autorità al link Amministrazione Trasparente, troviamo tutta una serie di procedure con relativo riferimento di legge, ma nessuna indicazione su come vengono trattate le segnalazioni pervenute. Il risultato è che abbiamo 1.300, pardon 1.280, segnalazioni che ancora aspettano una risposta e non sanno neanche se la loro richiesta è legittima, inutile o improponibile.
Ora, io non so bene quali siano i compiti dell’Autorità Garante, e mi riprometto di approfondire l’argomento in una prossima occasione, ma se deve servire solo a segnalare ad altre fantomatiche autorità preposte, beh, allora grazie, ma bastano l’associazionismo e le persone con disabilità in primo luogo.

Effettivamente, in questo mio intervento, intendo solo segnalare l’esigenza di tenere sotto stretto controllo proprio i controllori, perché se abbiamo leggi che non vengono fatte funzionare e diciamo per mancanza di controlli, diventa urgente spostare il fuoco della nostra artiglieria proprio sui controllori, per quelli che mancano e soprattutto per quelli che non funzionano.
Infine, mi permetto di ricordare che i principali controllori siamo noi persone con disabilità e in molti casi siamo noi a non funzionare, quando stiamo zitti per quieto vivere, quando non interveniamo per pigrizia, quando ci nascondiamo per paura di ritorsioni. Evitiamolo, è meglio!

*Persona con disabilità, pedagogista, già presidente di Cooperativa Sociale, attivista per le persone con disabilità, formatore socratico (info@mauriziococchi.net).

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“Quando l’assistenza diventa abuso”: un incontro ad Ancona

26 Ottobre 2026 - 2:08pm

«Quando l’assistenza diventa controllo, negazione dei diritti o violenza, occorre riconoscerlo e intervenire. E i maltrattamenti nei confronti delle persone con disabilità possono verificarsi in famiglia, nei contesti assistenziali e nelle strutture residenziali, ma spesso restano invisibili o vengono normalizzati»: così l’AVI Marche presenta il seminario “Quando l’assistenza diventa abuso”, organizzato per il 18 novembre ad Ancona, ma per partecipare al quale è necessario iscriversi entro il 31 ottobre

Organizzato dall’AVI Marche, l’Associazione Vita Indipendente delle Persone con Disabilità delle Marche, il seminario Quando l’assistenza diventa abuso si terrà ad Ancona il prossimo 18 novembre. «L’assistenza deve sostenere le scelte della persona. Quando diventa controllo, negazione dei diritti o violenza, occorre riconoscerlo e intervenire – spiegano dall’Associazione –. I maltrattamenti nei confronti delle persone con disabilità possono verificarsi in famiglia, nei contesti assistenziali e nelle strutture residenziali. Spesso restano invisibili o vengono normalizzati».
L’incontro si propone come un momento di confronto per dare voce a queste realtà e parlare di prevenzione, diritti e autodeterminazione. «Più risorse per la Vita Indipendente, meno maltrattamenti», è lo slogan che accompagna l’iniziativa. Riconoscere l’abuso è il primo passo. Difendere la libertà di scelta è una responsabilità che riguarda tutti e tutte.

Sono previsti i seguenti interventi: Invisibilizzazione e normalizzazione di diverse forme di violenza nei confronti delle persone con disabilità, esposto da chi scrive (Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h); Violenza sulle donne con disabilità in Italia e in Europa. Modelli, strumenti e buone pratiche per la prevenzione e l’accesso ai servizi di Emma Colombatti del CBM Italia; Accorciare le distanze: le linee guida per il sostegno alla donna con disabilità sopravvissuta alla violenza di genere e discriminazioni multiple di Corine Giangregorio dell’Associazione Mondo Donna; …e poi, solo dopo, arrivano le botte: la violenza invisibile dell’istituzionalizzazione di Giovanni Merlo della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

L’incontro sarà a partecipazione gratuita e aperto a tutte le persone interessate, ai soci e agli assistenti sociali. Si svolgerà nel pomeriggio del 18 novembre (ore 15-18.30, con accoglienza prevista dalle 14.30), presso l’H3 Coworking & Conference Center di Ancona (Via Luigi Albertini, 36). (Simona Lancioni)

Per partecipare è necessario iscriversi entro il 31 ottobre, inviando una mail a info@avimarche.org. Lo stesso riferimento può essere utilizzato per chiedere informazioni.
L’incontro è accreditato dall’Ordine degli Assistenti Sociali (2 crediti formativi + 1 credito deontologico). Sono previsti 45 posti riservati agli assistenti sociali, previa iscrizione.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Patenti speciali: bene la formazione alle Commissioni Mediche, ma gli adattamenti costano ancora troppo

26 Ottobre 2026 - 1:50pm

In meno di due anni sono più che raddoppiate le persone con disabilità motorie in possesso di una patente speciale che si sono rivolte allo CSIMA, il Centro Superiore Integrato per la Mobilità Accessibile dell’Associazione ANGLAT, per individuare gli adattamenti del veicolo più adatti alle loro condizioni, ma resta il problema dell’accessibilità economica: infatti, anche quando la valutazione individua soluzioni tecniche adeguate, realizzarle per chi ne ha bisogno è spesso un ostacolo ancora insuperabile Il simulatore di guida sviluppato dallo CSIMA, il Centro Superiore Integrato per la Mobilità Accessibile dell’ANGLAT

In meno di due anni sono più che raddoppiate le persone con disabilità motorie in possesso di una patente speciale che si sono rivolte allo CSIMA, il Centro Superiore Integrato per la Mobilità Accessibile dell’ANGLAT (Associazione Nazionale Guida Legislazioni Andicappati Trasporti), per individuare gli adattamenti del veicolo più adatti alle loro condizioni. «Un trend e un risultato – dicono dall’Associazione – che dimostrano l’efficacia della formazione da noi promossa insieme al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, destinata alle Commissioni Mediche locali delle Direzioni Generali Territoriali d’Italia. Resta il tema dell’accessibilità economica: infatti, anche quando la valutazione individua soluzioni tecniche adeguate, realizzarle per chi ne ha bisogno è spesso un ostacolo ancora insuperabile».

Sono circa 260.000 le persone con disabilità che in Italia guidano con una patente speciale e per le quali l’esito della valutazione può incidere direttamente sulla possibilità di guidare, muoversi e mantenere la propria autonomia. È a tal proposito che l’ANGLAT sta conducendo, come sottolineato, un percorso di formazione nazionale, rivolto appunto alle Commissioni Mediche locali delle Direzioni Generali Territoriali, che ha al centro il nuovo Prontuario Adattamenti, di cui si può leggere anche sulle nostre pagine, strumento che dal 2024 fornisce criteri per la valutazione dell’idoneità alla guida e degli adattamenti su misura pensati anche per le forme di disabilità più severe. Si tratta di un percorso tramite il quale supportare le Commissioni a riconoscere i casi più complessi e a valutarli con i medesimi criteri in tutta Italia, riducendo il rischio che la stessa condizione riceva risposte diverse da una Regione all’altra.
Dopo Roma e Bologna, dunque, il programma è arrivato recentemente anche in Lombardia, dove, secondo i dati dell’ANGLAT, sono circa 45.000 le persone che guidano con una patente speciale e ha raggiunto per la prima volta la Direzione Generale Territoriale del Nord Ovest a Milano.

«Il valore di questo nostro percorso – afferma Claudio Puppo, presidente nazionale dell’ANGLAT – è proprio nella sua dimensione nazionale: l’obiettivo è fare in modo che l’aggiornamento tecnico diventi competenza applicata nelle Commissioni e capacità di affrontare correttamente anche le situazioni più complesse. Da quando le Commissioni Mediche Locali partecipano alla nostra formazione, sono aumentati gli accessi allo CSIMA di persone con esigenze specifiche di adattamento e con patologie particolarmente complesse come tetraplegia, distrofia muscolare e sclerosi multipla».

Centrali, nel percorso avviato dallo CSIMA dell’ANGLAT, sono il simulatore di guida e il valutatore tecnico il primo dei quali riproduce in sicurezza le condizioni di guida, permettendo alla persona di sperimentare gli adattamenti prima ancora di salire su un veicolo reale, mentre il secondo misura in modo oggettivo le forze e i movimenti residui del conducente, certificando quali comandi può effettivamente utilizzare. Due strumenti, quindi, che rendono la valutazione meno soggetta all’interpretazione del singolo esaminatore e che consentono anche percorsi di addestramento sicuri prima della guida su strada.
«Un criterio tecnico più preciso – sottolinea Stefano Venturini, segretario nazionale dell’ANGLAT – si traduce in un diritto riconosciuto per un numero crescente di persone, che oggi finalmente ricevono una risposta che prima non potevano avere».

Per i casi più complessi, pertanto, la valutazione tecnica individua soluzioni avanzate quali i comandi hand-controls (leve e cerchielli sul volante che agiscono su freno e acceleratore) i quali permettono di guidare senza l’uso dei pedali, il pedale dell’acceleratore spostato a sinistra o pedali utilizzabili dal piede sano, adattamenti con impugnature per lo sterzo (pomello o sistema joystick/servo-sterzo per facilitare la sterzata con una mano), nonché sistemi di comandi integrati per facilitare l’accesso a luci/frecce/clacson all’interno del raggio d’azione del conducente. E tuttavia, come accennato in precedenza, quando i costi di allestimento del veicolo restano troppo alti, il diritto riconosciuto dalla Commissione Medica può restare inapplicato per ragioni economiche: molte persone, infatti, non riescono a tradurre la valutazione tecnica in autonomia reale.
«Siamo al lavoro su più fronti istituzionali – spiega Venturini – per l’ampliamento e l’applicazione delle agevolazioni fiscali che possano risolvere questo paradosso: stiamo ad esempio dialogando con il Consiglio Regionale del Lazio per le agevolazioni sulle Leggi Regionali, e con la Ministra per le Disabilità per le leggi nazionali. Inoltre, partecipiamo, insieme ad altri Enti, al tavolo di lavoro istituito presso l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, per affrontare le problematiche di applicazione delle agevolazioni fiscali nel settore auto».

A questo punto, l’ANGLAT, per abbracciare in modo uniforme anche altre forme di mobilità, ha già presentato al Ministero gli aggiornamenti dei Prontuari dedicati alla guida di motocicli e quad (patente AS) e alla guida con ausilio di protesi, fermi al 2003 e attualmente in fase di revisione da parte del Ministero stesso. «È un ulteriore passaggio – concludono dall’Associazione – per mantenere criteri, competenze e soluzioni tecniche al passo con l’evoluzione della tecnologia e le diverse esigenze funzionali delle persone con disabilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Katia Pallone (katia.pallone@gmail.com).

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Democrazia, partecipazione e Terzo Settore

26 Ottobre 2026 - 1:16pm

«La crisi democratica e di partecipazione che attraversa il Paese interroga anche il Terzo Settore: quali ne sono le cause e, soprattutto, quali idee e azioni può mettere in campo il mondo dell’associazionismo, del volontariato e dell’impresa sociale per rispondere alla sfiducia e alla disgregazione sociale?», il Forum del Terzo Settore presenta così il tema centrale dell’incontro “Democrazia e partecipazione: il ruolo del Terzo Settore”, promosso dal Forum stesso per il 29 ottobre a Roma, ma fruibile anche in diretta streaming

«La crisi democratica e di partecipazione che attraversa il Paese interroga anche il Terzo Settore: quali ne sono le cause e, soprattutto, quali idee e azioni può mettere in campo il mondo dell’associazionismo, del volontariato e dell’impresa sociale per rispondere alla sfiducia e alla disgregazione sociale?», il Forum del Terzo Settore presenta così il tema centrale dell’incontro denominato Democrazia e partecipazione: il ruolo del Terzo Settore, promosso dal Forum stesso, in occasione dell’Assemblea dei propri soci, per il 29 ottobre a Roma (Eurostars Roma Aeterna, Via Casilina, 125, ore 10.30, ma fruibile anche in diretta streaming).
«Sta emergendo con sempre maggiore forza – dichiara Giancarlo Moretti, portavoce del Forum del Terzo Settore – un problema sociale che chiama in causa tutti, dalle istituzioni alla società civile. Come Terzo Settore, operando per la riduzione delle disuguaglianze e per la coesione sociale, contribuiamo alla tenuta del tessuto democratico e ci sentiamo responsabili. Le esperienze portate avanti da questo mondo sono in grado di produrre un cambiamento sociale positivo e devono rappresentare una fonte importante di riflessione, sia dentro che fuori il Terzo Settore stesso».

Nella prima parte dell’incontro del 29 ottobre, dunque, offriranno il loro autorevole contributo alla riflessione il vicepresidente della Corte Costituzionale Luca Antonini, che presenterà una relazione sul tema La società solidale, presidio della Democrazia e Paolo Venturi, direttore dell’AICCON Research Center, con l’intervento La postura politica del Terzo Pilastro. Identità, valore e rappresentanza del Terzo Settore per la trasformazione del Paese.
Seguirà un dibattito, moderato da Chiara Ludovisi di «Vita», con la partecipazione di Giancarlo Moretti, Marta Battioni, vicepresidente di Legacoopsociali, Stefano Granata, presidente di Confcooperative Federsolidarietà, Emiliano Manfredonia, presidente delle ACLI e Walter Massa, presidente dell’ARCI. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro che si potrà seguire in diretta streaming sul canale YouTube del Forum del Terzo Settore. Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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