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A Torino c’è il grande tennis in carrozzina

22 Luglio 2026 - 5:27pm

Organizzato dalla Società Sportiva Dilettantistica Volare, in collaborazione con l’ITF (International Tennis Federation) e la FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel), ha preso il via a Torino e si protrarrà fino al 26 luglio, uno degli eventi paralimpici più importanti del panorama nazionale, vale a dire la diciottesima edizione del “Trofeo della Mole 2.0” di tennis in carrozzina, torneo internazionale dedicato alla memoria di Mariella Echampe

Ha preso il via a Torino, presso i campi del Circolo della Stampa-Sporting, e si protrarrà fino a domenica 26 luglio, uno degli eventi paralimpici più importanti del panorama nazionale, vale a dire la diciottesima edizione del Trofeo della Mole 2.0 di tennis in carrozzina, torneo internazionale dedicato alla memoria di Mariella Echampe, figura storica del movimento paralimpico e del tennis in carrozzina italiano.
Organizzata dalla Società Sportiva Dilettantistica Volare, in collaborazione con l’ITF (International Tennis Federation) e la FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel), la manifestazione fa parte dell’Uniqlo Wheelchair Tennis Tour e gode del patrocinio della Regione Piemonte, della Città Metropolitana di Torino e della Città di Torino, oltreché del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), di Turismo Torino e Provincia, dell’ANA di Torino (Associazione Nazionale Alpini), Sezione “La Veja” e del Panathlon Club Torino Olimpica.
Classificata come ITF 100 di wheelchair tennis, l’iniziativa è un appuntamento di grande livello e anche una vera e propria rampa di lancio per atleti emergenti, nonché una vetrina di prestigio per i migliori interpreti della disciplina.
La presente edizione può contare sulla partecipazione di 52 atleti/atlete provenienti da 17 Paesi, nelle categorie Open, Femminile e Quad, sia in singolare che in doppio, con tabelloni di consolazione per garantire il massimo del gioco e dell’inclusione. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@ssdvolare.com.

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Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi: 1.024 segnalazioni nel 2025 e la scuola resta uno dei terreni più critici

22 Luglio 2026 - 4:52pm

Dal 2015 offre consulenza gratuita a persone con disabilità, familiari e organizzazioni che si trovano ad affrontare una situazione di discriminazione: è il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione lombarda LEDHA, che nel 2025 ha ricevuto 1.024 segnalazioni, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. E la scuola è risultata essere sempre uno dei terreni più critici

Dal 2015 offre consulenza gratuita a persone con disabilità, familiari e organizzazioni che si trovano ad affrontare una situazione di discriminazione: è il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che ha pubblicato in questi giorni la propria relazione annuale (disponibile a questo link), informando di avere ricevuto, nel 2025, esattamente 1.024 segnalazioni, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente.
«Nel 72% dei casi – spiegano dal Centro – la richiesta si è risolta con attività di informazione e consulenza. Negli altri casi, invece, siamo intervenuti con assistenza legale vera e propria, tramite diffide formali, incontri con i soggetti o gli enti indicati come responsabili e, quando la via stragiudiziale non è stata sufficiente, accompagnando le famiglie nell’avvio di un’azione in tribunale».

È risultata essere sempre la scuola uno dei terreni più critici, tra mancate convocazioni del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), PEI inadeguati (Piani Educativi Individualizzati), ore di sostegno e di assistenza all’autonomia insufficienti o ridotte in modo arbitrario, riduzione dell’orario scolastico per il solo alunno con disabilità, richieste da parte di scuole paritarie di addebitare alle famiglie il costo dell’insegnante di sostegno.
Accanto a tutto ciò, i temi maggiormente ricorrenti sono stati la compartecipazione alla spesa per i servizi e la presa in carico da parte dei Comuni, le barriere architettoniche negli spazi pubblici e nelle attività private aperte al pubblico, i permessi e gli accomodamenti ragionevoli sul lavoro, l’amministrazione di sostegno, i ricorsi contro i verbali di invalidità civile.
La maggior parte delle segnalazioni arriva dai familiari e dopo una prima verifica, i legali del Centro coinvolgono direttamente la persona con disabilità, perché possa esprimere la propria volontà e scegliere quali azioni intraprendere.

«Tra i risultati ottenuti nel 2025 – viene sottolineato dal servizio della LEDHA -, da ricordare che nel mese di dicembre il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di una donna di origine straniera da noi assistita, stabilendo che applicare in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute significa escludere in partenza le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.]».
Il lavoro del Centro, per altro, non si esaurisce nella gestione dei casi: nel corso del 2025, infatti, i legali dello stesso hanno tenuto docenze sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, sull’inclusione scolastica, sul Decreto Legislativo 62/24 e sulla violenza nei confronti delle donne con disabilità, in collaborazione tra gli altri con l’Ordine degli avvocati di Milano, l’Università degli Studi di Milano e l’Università Milano-Bicocca. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Dieci anni di “Telefono Blu” sull’autismo: assistenza gratuita a 2.000 famiglie

22 Luglio 2026 - 4:11pm

Frutto di un progetto nato dalla collaborazione tra la Fondazione FIA e l’Associazione ANGSA, compie dieci anni “Telefono Blu”, servizio gratuito dedicato al supporto di genitori e familiari di persone con disturbi dello spettro autistico, iniziativa che in questo decennio ha messo al centro la volontà di dare competente sostegno alla famiglie, ma anche il supporto a insegnanti e operatori sociali. Si tratta di un traguardo importante per un’iniziativa che dal 2016 ad oggi ha fornito assistenza a circa 2.000 famiglie

Attivato nel mese di luglio del 2016, compie in questi giorni dieci anni Telefono Blu (che risponde al numero 800 031819), servizio gratuito dedicato al supporto di genitori e familiari di persone con disturbi dello spettro autistico, iniziativa che in questo decennio ha messo al centro la volontà di dare competente sostegno alla famiglie, ma anche il supporto a insegnanti e operatori sociali.
Si tratta di un traguardo importante, frutto di un progetto nato dalla collaborazione tra la FIA (Fondazione Italiana per l’Autismo) e l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo), che dal 2016 ad oggi ha fornito assistenza a circa 2.000 famiglie, diventando per loro una vera e propria bussola utilizzata nei momenti di difficoltà, per orientarsi nei meandri della burocrazia, dei servizi di assistenza e sanitari delle Regioni.
Telefono Blu è stato tra l’altro il primo progetto finanziato dalla FIA, Fondazione presieduta dal deputato Davide Faraone, diventato poi strutturale, poiché la stessa FIA ha deciso successivamente di sostenere l’iniziativa in maniera continuativa.
La gestione è affidata all’ANGSA che grazie alla diffusione di Associazioni in tutte le Regioni può consigliare sulle realtà che operano nei diversi territori.
Il servizio è attivo dal lunedì al venerdì (ore 9.30-12.30) e oltre al citato numero verde 800 031819, dispone anche dell’indirizzo telefonoblu@angsa.it. A rispondono sono persone esperte di comunicazione sull’autismo, individuate dall’ANGSA, in grado appunto di dare indicazioni utili e scientificamente corrette, nonché sostegno solidale prima e dopo la diagnosi di un disturbo dello spettro autistico. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa ANGSA Nazionale (Luca Benigni), luca.benigni@gmail.com.

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Ridurre l’orario scolastico agli alunni con disabilità per carenza di sostegno è discriminazione

22 Luglio 2026 - 1:56pm

Tramite una recente Sentenza, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai genitori di un alunno con disturbo dello spettro autistico, stabilendo che la riduzione dell’orario scolastico, motivata esclusivamente dall’insufficienza delle ore di sostegno, si configura come una discriminazione. Il medesimo pronunciamento ha ribadito che il diritto degli alunni con disabilità di frequentare la scuola al pari degli altri bambini (anche una scuola paritaria) è «pieno, incondizionato e anche finanziariamente incomprimibile»

Tramite una recente Sentenza, pubblicata lo scorso 16 luglio, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai genitori di un alunno con disturbo dello spettro autistico, e ha stabilito che la riduzione dell’orario scolastico, motivata esclusivamente dall’insufficienza delle ore di sostegno, si configura come una discriminazione.

Il caso da cui è scaturito il pronunciamento riguarda un bambino frequentante una scuola dell’infanzia paritaria nell’anno scolastico 2019/2020. L’alunno era in possesso della certificazione di handicap con connotazione di gravità (oggi “disabilità con necessità di sostegno elevato o intensivo”) ai sensi dell’articolo 3, comma 3 della Legge 104/92.
Mentre per i compagni di classe l’attività scolastica giornaliera si protraeva fino alle 16, offrendo l’opportunità di seguire ulteriori lezioni e momenti di gioco libero, all’alunno con disabilità era richiesto di uscire alle 14.30.
Le motivazioni addotte dalla scuola sul fatto che l’alunno con disabilità fosse stato ammesso a frequentare la scuola con orario scolastico ridotto, durante il quale veniva assistito da un insegnante di sostegno, erano state che egli, se non adeguatamente supportato, teneva un comportamento potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri. La scuola aveva inoltre argomentato che la riduzione dell’orario scolastico per l’anno 2018/2019 era stata prevista in conformità del PEI (Piano Educativo Individualizzato) concordato con i genitori, mentre, per l’anno successivo, la proposta della scuola di mantenere un orario ridotto era stata rifiutata dagli stessi.

Già nel 2023, nel primo grado di giudizio, il Tribunale di Treviso aveva ritenuto che la condotta della scuola fosse discriminatoria, pertanto l’aveva condannata al risarcimento di 10.000 euro per danno non patrimoniale e aveva intimato alla stessa di non reiterare la condotta discriminatoria. Ma successivamente la Corte d’Appello di Venezia aveva ribaltato il pronunciamento, ritenendo che le condizioni cliniche dell’alunno e il fatto che nello stesso PEI fosse prevista una frequenza ridotta giustificassero la scelta della scuola.
Tuttavia, come accennato, la Cassazione ha ribaltato nuovamente il pronunciamento affermando che una deroga all’orario di frequenza pieno può essere giustificata soltanto in casi eccezionali, allorché ricorrano valide e certificate ragioni nell’interesse dello stesso alunno con disabilità, avuto riguardo alle sue specifiche esigenze di cura e di salute.
«La riduzione [dell’orario di frequenza, N.d.R.] si configura come illegittima se imposta unilateralmente dalla scuola, non formalizzata nel PEI, non motivata clinicamente, utilizzata per gestire comportamenti complessi, proposta per mancanza del docente di sostegno o di altre figure di riferimento o utilizzando un margine di discrezionalità non consentito dai parametri normativi», è scritto nella Sentenza della Suprema Corte (grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni).

Per la Corte di Cassazione, la garanzia di un orario di frequenza pari a quello degli altri studenti trova «il proprio fondamento nella dimensione sostanziale dell’eguaglianza, che impone alle Istituzioni di rimuovere gli ostacoli che, di fatto, limitano il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione alla vita scolastica. La parità dell’orario di frequenza non rappresenta una mera uniformità quantitativa rispetto agli altri alunni, ma costituisce una manifestazione del dovere dell’istituzione scolastica di garantire una partecipazione piena, continuativa e inclusiva al percorso educativo, evitando che le difficoltà organizzative o la complessità della situazione individuale si traducano in una compressione di un diritto fondamentale».

«In favore del bambino con disabilità – si legge ancora nella Sentenza – deve riconoscersi il diritto – pieno, incondizionato e anche finanziariamente incomprimibile – di frequentare la scuola al pari dei bambini normodotati, anche quando vi sia uno scarto tra le ore di sostegno assegnate e l’orario di frequenza, essendo precipuo compito dell’istituzione scolastica approntare gli strumenti e le strategie necessari per promuoverne l’inclusione, sostenuta dalla ricerca di un ragionevole accomodamento nell’interesse di chi, svantaggiato, attende la solidarietà dell’altro».

Il PEI, dunque, non può essere utilizzato per comprimere il diritto all’istruzione e all’inclusione degli alunni, e se le ore previste sono insufficienti, l’amministrazione è tenuta a intervenire per garantire le risorse necessarie. La circostanza che i genitori non abbiano impugnato il PEI stesso, non trasforma automaticamente una carenza organizzativa in una scelta legittima. E poiché le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico, sono anch’esse tenute ad accogliere chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda l’iscrizione, compresi gli alunni e gli studenti con disabilità.

Infine, la Sentenza ha affermato il seguente principio di diritto: «La riduzione dell’orario di frequenza scolastica imposta all’alunno con grave handicap iscritto alla scuola dell’infanzia, costretto, in via di pratica costante, a uscire da scuola prima del suono della campanella, determina una compressione del diritto all’istruzione e all’inclusione scolastica del bambino disabile e integra una forma di discriminazione, vietata dall’articolo 2 della Legge n. 67 del 2006. Non assume rilievo, al fine di escludere tale discriminazione, la circostanza che la scelta dell’amministrazione sia stata determinata dall’insufficiente numero di ore di sostegno assegnate, né che il relativo piano educativo individualizzato non sia stato impugnato dai genitori dell’alunno dinanzi al competente giudice amministrativo». (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Revisione del Codice della Strada: meno burocrazia e parità di diritti per le persone con disabilità

22 Luglio 2026 - 1:34pm

L’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati, la semplificazione delle pratiche burocratiche e i costi eccessivi riguardanti le patenti di guida speciali, l’istituzione dei Centri per la Mobilità e la ricostituzione del Comitato Tecnico Interministeriale sulla mobilità delle persone con disabilità: sono state alcune delle istanze presentate dalla Federazione FISH, nel corso di una consultazione pubblica presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, riguardante il percorso di revisione del Codice della Strada La Federazione FISH ha ribadito presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti la necessità di contrastare con maggiore efficacia l’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati

Convocata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nell’àmbito della consultazione pubblica riguardante il percorso di revisione del Codice della Strada, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) ha evidenziato alcune priorità che richiedono un intervento normativo e amministrativo urgente.
Come si legge infatti in una nota diffusa dalla Federazione, quest’ultima «ha ribadito la necessità di contrastare con maggiore efficacia l’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati, che limita il diritto alla mobilità e all’autonomia delle persone con disabilità». Ha evidenziato inoltre «l’importanza di digitalizzare la documentazione, dal CUDE alle pratiche per la patente di guida, per rendere il rapporto tra Cittadini, Cittadine e Pubblica Amministrazione più semplice, rapido e accessibile».

L’intervento della FISH si è concentrato quindi anche sul tema delle patenti di guida, ponendo l’accento «sulla necessità di semplificare le pratiche burocratiche per il conseguimento, il rinnovo e l’aggiornamento delle patenti speciali, in modo tale da garantire procedure trasparenti e uniformi su tutto il territorio nazionale». E sul medesimo tema è stato sottolineato anche un punto ritenuto centrale, quello cioè concernente la sostenibilità economica: «I costi attuali – è stato detto in tal senso – risultano spesso un peso ingiustificato che genera un’evidente disparità di trattamento».
Infine, è stata data particolare rilevanza alle persone con epilessia o condizioni assimilabili, chiedendo «maggiore chiarezza sia sulle certificazioni di idoneità da inviare alla Motorizzazione, sia sulla normativa relativa all’uso di farmaci anticrisi, affinché le terapie prescritte non comportino limitazioni ingiustificate alla guida rispetto all’effettiva capacità della persona».

E ancora, sempre durante la consultazione pubblica, la Federazione ha proposto anche l’istituzione dei Centri per la Mobilità, «quali strutture per garantire valutazioni multidisciplinari, orientamento, consulenza tecnica e supporto nell’individuazione degli adattamenti dei veicoli, assicurando uniformità di trattamento e qualità dei servizi su tutto il territorio nazionale». Ha sollecitato infine la ricostituzione del Comitato Tecnico Interministeriale dedicato alla mobilità delle persone con disabilità, «quale sede permanente di confronto tra istituzioni, amministrazioni competenti e organizzazioni rappresentative, indispensabile per accompagnare l’attuazione delle riforme e affrontare in maniera strutturale le criticità del settore».

«Continueremo dunque a seguire il percorso di revisione del Codice della Strada – conclude la nota della FISH -, mettendo a disposizione delle Istituzioni competenze, esperienza e il contributo delle organizzazioni aderenti alla nostra Federazione, con l’obiettivo di costruire un sistema della mobilità sempre più accessibile, inclusivo e rispettoso dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Occhi aperti sulla Sjögren: conoscere per riconoscere

22 Luglio 2026 - 1:08pm

In occasione della dodicesima Giornata Mondiale sulla Sindrome di Sjögren di domani, 23 luglio, l’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren) proporrà a Napoli, in collaborazione e con il patrocinio dell’Ordine dei Medici del capoluogo campano e presso la sede di quest’ultimo, il convegno denominato “Occhi aperti sulla Sjögren: conoscere per riconoscere” Il logo internazionale della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Sjögren di domani, 23 luglio

In occasione della dodicesima Giornata Mondiale sulla Sindrome di Sjögren di domani, 23 luglio, l’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren) proporrà a Napoli, in collaborazione e con il patrocinio dell’Ordine dei Medici del capoluogo campano e presso la sede di quest’ultimo (ore 8.30-15.20), il convegno denominato Occhi aperti sulla Sjögren: conoscere per riconoscere, incontro voluto per celebrare l’evento e approfondire le prospettive sulla malattia, una circostanza idonea ad affrontare la necessità di ambulatori dedicati multidisciplinari con la presa in carico e l’inserimento della stessa sindrome di Sjögren primaria sistemica come malattia rara nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).
Vi interverranno le Autorità locali, regionali, alcuni esperti della patologia e ricercatori e per l’occasione verrà anche proiettato il cortometraggio L’amante Sjögren, interpretato dagli attori Daniela Poggi e Gabriele Rossi, e realizzato da Maurizio Rigatti, per conto dell’ANIMASS.

«Le malattie rare in tutto il mondo rappresentano una condizione difficilissima per chi le vive – sottolinea Lucia Marotta, presidente dell’ANIMASS -, una lotta, a volte, contro un fantasma senza nome e pertanto non riconosciuto dalle autorità della politica sanitaria. Questo determina una sottrazione di risorse per queste patologie, che peggiora la possibilità e la speranza di un futuro migliore per le persone che ne sono colpite. Ed è proprio questa la storia della sindrome di Sjögren primaria sistemica, non ancora inserita nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e nel Registro Nazionale delle Malattie Rare, condizione che aumenta appunto il disagio e la sofferenza delle persone malate per le quali non ci sono farmaci curativi, ma solo palliativi e l’uso di sostituti, farmaci di fascia C, terapie riabilitative fisiche e cure odontoiatriche a carico di chi soffre. Ancora oggi, inoltre vengono effettuate diagnosi errate di sindrome di Sjögren, o accorpamenti impropri ad altre patologie».

Patologia che colpisce in grande maggioranza le donne (in proporzione di 9 a 1), la sindrome di Sjögren è una malattia autoimmune, sistemica, degenerativa e inguaribile che può attaccare tutte le mucose dell’organismo: occhi, bocca, naso, reni, pancreas, fegato, cuore, apparato cardiocircolatorio, apparato osteo-articolare e polmonare, degenerando spesso in linfoma non-Hodgkin, con conseguenze fatali per il 5-8% delle circa 12.000/16.000 persone malate. Tra le malattie autoimmuni è quella con il più alto rischio di linfoproliferazioni (44 volte superiore alla popolazione generale), oltre a provocare gravi effetti non soltanto sotto l’aspetto clinico e psicologico, ma anche nei confronti della vita sociale e affettiva.
A causa della complessità clinica, una diagnosi precoce e una prevenzione mirata sono sempre molto difficili, ma assolutamente necessarie e per superare questo pesante ostacolo identificativo è opportuno lavorare in rete per la presa in carico a trecentosessanta gradi delle persone malate. Ed è importante anche la conoscenza tra i giovani, per creare attenzione e accoglienza nei confronti dei coetanei/coetanee colpiti da una malattia rara invisibile come questa, che coinvolge anche la fascia pediatrica. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del convegno di domani, 23 luglio, a Napoli. Per ogni altra informazione: animass.sjogren2005@gmail.com.

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Istruttoria conoscitiva dell’Autorità Garante sull’imbarco aereo negato agli atleti con disabilità

22 Luglio 2026 - 12:29pm

L’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità ha avviato un’istruttoria conoscitiva, tramite l’invio di una richiesta di informazioni a easyJet Airline Company Limited e alla Società Aeroporti di Roma, in riferimento alla vicenda di cui anche il nostro giornale si è occupato nei giorni scorsi, riguardante quanto accaduto all’Aeroporto di Roma Fiumicino agli atleti della  Nazionale Italiana di powerchair football cui la compagnia aerea easyJet ha negato l’imbarco La delegazione della Nazionale di powerchair football bloccata all’Aeroporto di Roma Fiumicino

È arrivata all’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità la vicenda da noi segnalata in questi giorni, che aveva suscitato dure prese di posizione da parte della ministra per le Disabilità Locatelli e della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), riguardante quanto accaduto all’Aeroporto Leonardo da Vinci di Roma Fiumicino, dove agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) è stato impedito di imbarcarsi su un volo easyJet diretto a Glasgow, in Scozia, per partecipare a un importante torneo internazionale in vista dei prossimi Campionati del Mondo in Argentina, nonostante la stessa FIPPS avesse richiesto e ottenuto, con largo anticipo, tutte le autorizzazioni necessarie al trasporto. L’Autorità Garante, infatti, ha avviato un’istruttoria conoscitiva, tramite l’invio di una richiesta di informazioni a easyJet Airline Company Limited e alla Società Aeroporti di Roma, ciascuno per quanto di rispettiva competenza, ai sensi del Decreto Legislativo 20/24 (articolo 4, comma 1, lettera f)*. La stessa comunicazione è stata trasmessa, per conoscenza, anche all’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile), che ha già reso noto l’avvio di una propria indagine sull’accaduto.

Come si legge in una nota diffusa dall’Autorità Garante, quest’ultima ha chiesto a easyJet «chiarimenti sulle comunicazioni ricevute prima della partenza, sulle autorizzazioni eventualmente fornite, sulle caratteristiche degli ausili da trasportare, sulle limitazioni tecniche, operative o di sicurezza che avrebbero impedito l’imbarco dell’intera delegazione e sulle soluzioni alternative prospettate».
Ad Aeroporti di Roma, invece, sono state richieste «informazioni sui servizi di assistenza predisposti ed erogati, sulle interlocuzioni tra gestore, vettore, operatori di handling, personale di assistenza e Federazione, nonché su eventuali criticità nelle procedure di scambio delle informazioni».

«L’Autorità Garante – viene sottolineato dal Collegio della stessa – ha il dovere di acquisire tempestivamente un quadro completo dei fatti quando emergono situazioni che possono incidere sull’effettivo esercizio dei diritti delle persone con disabilità. In questa fase, dunque, l’attività è esclusivamente istruttoria e conoscitiva, senza alcuna valutazione definitiva sulla dinamica dell’episodio o sull’individuazione di eventuali responsabilità. È però necessario verificare cosa sia accaduto, quali informazioni siano state scambiate e quali soluzioni siano state offerte agli atleti e alla delegazione. Alla luce infatti della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, in casi simili occorre verificare se siano stati adottati adeguati accomodamenti ragionevoli, intesi come le modifiche e gli adattamenti necessari e appropriati per garantire alle persone con disabilità l’effettivo esercizio dei propri diritti in condizioni di uguaglianza, salvo che comportino un onere sproporzionato o eccessivo».

La compagnia easyJet e Aeroporti di Roma sono stati dunque invitati a fornire un riscontro completo e documentato entro sette giorni dal ricevimento della richiesta dell’Autorità, con quest’ultima «che valuterà gli elementi acquisiti nell’àmbito delle proprie competenze istituzionali, anche in raccordo con l’ENAC». (S.B.)

*All’articolo 4, comma 1, lettera f, il Decreto Legislativo 20/24 (Istituzione dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, in attuazione della delega conferita al Governo) recita: «Il Garante richiede alle amministrazioni e ai concessionari di pubblici servizi di fornire le informazioni e i documenti necessari allo svolgimento delle funzioni di sua competenza. […] in caso di silenzio, inerzia o rifiuto, il Garante può proporre ricorso ai sensi dell’articolo 116 del codice del processo amministrativo di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104».

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La dignità per cui ha lottato Laura non può essere garantita solo alla fine della vita, ma dev’essere garantita ogni giorno!

21 Luglio 2026 - 6:24pm

«Dare senso alla battaglia di Laura Santi, che un anno fa ricorse al suicidio assistito – scrive Raffaele Goretti -, significa certamente continuare a confrontarsi sul tema del fine vita e sul diritto di ogni persona a decidere della propria esistenza. Ma significa anche, e necessariamente, interrogarsi sulle condizioni concrete di vita delle tante persone con disabilità grave e gravissima e delle loro famiglie. Perché la dignità per la quale ha lottato Laura non può essere garantita soltanto alla fine della vita, ma dev’essere garantita ogni giorno» Laura Santi, scomparsa il 21 luglio di un anno fa

A un anno dalla scomparsa di Laura Santi [giornalista perugina, affetta da una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla, morta a casa sua dopo essersi auto-somministrata un farmaco letale, N.d.R.]. Era.], ricordare la sua storia e la sua battaglia per il diritto all’autodeterminazione e al fine vita rappresenta un dovere civile e politico.
La sua vicenda ha posto con forza una domanda fondamentale: può esistere una vera libertà di scelta sul fine vita quando, durante la propria esistenza, non sono garantite pienamente le condizioni necessarie per vivere con dignità, autonomia e libertà?
Dare senso alla battaglia di Laura significa certamente continuare a confrontarsi sul tema del fine vita e sul diritto di ogni persona a decidere della propria esistenza. Ma significa anche, e necessariamente, interrogarsi sulle condizioni concrete di vita delle tante persone con disabilità grave e gravissima e delle loro famiglie.

In Umbria si parla di circa 60.000 persone che vivono condizioni di disabilità grave o gravissima. Per queste persone, i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità non possono rimanere soltanto princìpi solenni e dichiarazioni di intenti. Devono tradursi in politiche, servizi, strumenti e risorse concrete.
La Convenzione ONU, infatti, richiama il diritto alla dignità, all’autodeterminazione, alla vita indipendente, all’inclusione nella società, alla salute, all’assistenza, all’accessibilità e alla partecipazione. Diritti che devono essere garantiti nella vita quotidiana, attraverso un sistema di sostegni adeguato, continuativo e realmente personalizzato.
Per questo è necessario porre con chiarezza alcune domande alle Istituzioni nazionali in primis, ma anche a quelle regionali e locali:
° Quali politiche concrete sono state realizzate per garantire la vita indipendente delle persone con disabilità grave e gravissima?
° Quali risorse sono state stanziate e quali strumenti sono stati messi a disposizione delle persone e delle loro famiglie?
° Quali percorsi personalizzati di assistenza e sostegno sono effettivamente accessibili?
° Come viene garantita la partecipazione diretta delle persone con disabilità alle decisioni che riguardano la loro vita?
° Quali obiettivi sono stati raggiunti nell’attuazione della Convenzione ONU e quali impegni concreti si intendono assumere per il futuro? Anche legati alle norme attuative della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e successivi Decreti (in particolare il Decreto Legislativo 62/24)?

Il diritto a scegliere sul proprio fine vita non può essere separato dal diritto a vivere una vita dignitosa. Una società realmente libera deve garantire entrambe le dimensioni: la libertà di scegliere e la possibilità concreta di vivere con dignità, senza essere costretti alla dipendenza, all’isolamento o all’abbandono a causa dell’insufficienza dei servizi e dei sostegni.
Ricordare Laura Santi significa quindi non soltanto mantenere viva la memoria della sua battaglia, ma assumere l’impegno di costruire una società nella quale nessuna persona con disabilità debba sentirsi privata della propria libertà, della propria dignità o della possibilità di progettare la propria vita.
Per questo si chiede un impegno concreto sulle politiche regionali e territoriali rivolte alle persone con disabilità grave e gravissima. Un impegno che dovrà materializzarsi, nello specifico dell’Umbria, all’indomani del licenziamento del PRINA (Piano Regionale Integrato Non Autosufficienza). In tal senso chiediamo trasparenza sulle risorse, verifica dei risultati, strumenti adeguati e un piano di azioni capace di dare piena attuazione ai diritti sanciti dalla Convenzione ONU.

La memoria di Laura Santi, dunque, può e deve diventare un grande impegno politico. Un impegno che non si limiti a ricordare, ma che sappia costruire condizioni concrete affinché ogni persona possa vivere, scegliere e partecipare pienamente alla vita della comunità.
Perché la dignità, per la quale ha lottato Laura, non può essere garantita soltanto alla fine della vita, ma deve essere garantita ogni giorno.
P.S.: E usiamo sempre il termine “Persona con disabilità” piuttosto che il termine generico “Fragili”!

*Presidente della Fondazione Serena-Olivi di Perugia.

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Provincia di Pavia: presentata l’app che indicherà l’accessibilità di 14 punti di interesse turistico

21 Luglio 2026 - 5:55pm

Nell’àmbito del progetto “STAI 2” (Servizi per un Turismo Accessibile e Inclusivo), promosso dalla Regione Lombardia e realizzato con il contributo del Ministero per le Disabilità, è stata presentata nei giorni scorsi un’applicazione mobile che sarà scaricabile a partire dal prossimo autunno e che indicherà i livelli di accessibilità fisica e sensoriale di quattordici punti di interesse turistico della Provincia di Pavia La Certosa di Pavia è uno dei punti d’interesse presenti nella nuova applicazione mobile che sarà scaricabile dal prossimo autunno

Come segnala la Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), è stata presentata nei giorni scorsi a Pavia l’applicazione mobile sviluppata nell’ambito del progetto STAI 2 (Servizi per un Turismo Accessibile e Inclusivo).
Realizzata da Tim Enterprise, l’app sarà scaricabile a partire dal prossimo autunno e indicherà i livelli di accessibilità fisica e sensoriale di quattordici punti di interesse turistico della Provincia di Pavia, dalla Greenway Voghera-Varzi al centro storico di Vigevano, passando per l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio, la Certosa e il castello di Pavia.
«L’obiettivo dichiarato del progetto – spiegano dalla LEDHA – è rendere il patrimonio storico, culturale e paesaggistico lombardo conoscibile e fruibile senza barriere. Ma l’impostazione non si esaurisce nella rimozione degli ostacoli fisici e sensoriali: le persone con disabilità sono infatti coinvolte direttamente nella progettazione dei percorsi, che nascono quindi dal confronto con chi quei percorsi dovrà usarli. All’incontro di presentazione partner e portatori d’interesse locali hanno portato il proprio contributo sulle attività già avviate e sui progetti futuri».

STAI 2 è un progetto promosso dalla Regione Lombardia, realizzato con il contributo del Ministero per le Disabilità e che ha come capofila la Provincia di Pavia. Si è avviato nel mese di giugno dello scorso anno e si protrarrà fino al mese di giugno del 2027, su due territori, ovvero appunto la Provincia di Pavia, con itinerari culturali, terme accessibili e percorsi urbani inclusivi, e la Provincia di Sondrio.
Oltre ai due Enti Locali, vi partecipano l’Università di Pavia, la Camera di Commercio di Cremona, Mantova e Pavia, la Fondazione Triulza ETS, l’ENS (Ente Nazionale Sordi), il CRABA (Centro Regionale per l’Accessibilità e il Benessere Ambientale) della stessa LEDHA, l’UICI Lombardia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), l’ANFFAS Lombardia (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) e l’ANMIC Lombardia (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili), che ha promosso l’iniziativa dell’app e organizzato l’incontro. Attorno ai partner si è costituita inoltre una community di oltre 40 sostenitori e l’eredità attesa è un modello replicabile in tutta la Lombardia. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Una medaglia d’argento, l’amicizia e tante persone da tutto il mondo

21 Luglio 2026 - 5:12pm

Avevamo segnalato l’arrivo in Svezia dell’Accademia Sport di Porte (Torino), per la 14^ edizione del “Gothia Special Olympics Trophy”, evento internazionale riservato a formazioni aderenti a Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive. Ne registriamo ora il ritorno in Italia con una bella medaglia d’argento. E al di là dello stesso risultrato sportivo, uno dei giocatori ha detto: «L’atmosfera di amicizia e conoscere persone provenienti da tutto il mondo: ecco cosa non dimenticherò mai» La squadra dell’Accademia Sport di Porte (Torino), classificatasi seconda in Svezia

Ne avevamo segnalato l’arrivo a Göteborg, per la 14^ edizione del Gothia Special Olympics Trophy, evento internazionale riservato a formazioni aderenti a Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, nell’àmbito della 51^ edizione della Gothia Cup, il più grande torneo di calcio giovanile al mondo. Ne registriamo ora il ritorno in Italia con una bella medaglia d’argento al collo: la squadra dell’Accademia Sport di Porte (Torino) ha concluso infatti la sua avventura in Svezia classificandosi seconda, battuta in finale solo per 4-2 ai calci di rigore dallo Special Olympic Polonia.

L’Accademia Sport di Porte, lo ricordiamo, ha rappresentato in Scandinavia SKF Italia, componente nazionale dell’azienda svedese SKF, che è lo sponsor ufficiale del Gothia Cup. E l’opportunità di partecipare alla grande manifestazione internazionale era arrivata a fine aprile, con la vittoria nel torneo SKF Italia Meet the World, di cui ci eravamo occupati anche sulle nostre pagine, dedicato appunto da molti anni a calciatori con disabilità intellettive.
«Quanto vissuto nelle giornate di Göteborg – sottolineano inoltre da SKF Italia – va ben oltre lo stesso risultato sportivo. Lontani da casa, infatti, i ragazzi hanno condiviso emozioni, sfide e traguardi che porteranno con sé molto più a lungo di qualsiasi medaglia. Come ha detto uno di loro: “L’atmosfera di amicizia e conoscere persone provenienti da tutto il mondo: ecco cosa non dimenticherò mai”». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ilaria Teresa Del Monte (ilaria.delmonte@studio.ey.com).

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E poi c’è anche la violenza dell’abbandono e dei diritti negati…

21 Luglio 2026 - 4:40pm

«La violenza fisica – scrive Gianfranco Vitale – subita da quella madre caregiver e dai suoi figli di cui si è letto anche su queste pagine, ha lasciato sangue sul pavimento di casa ed è un atto di barbarie indegno di una società civile. Ma la violenza ha molte facce e non sempre lascia macchie visibili. Lascia invece famiglie sfinite, genitori che invecchiano nella paura del “dopo di noi”, caregiver costretti a rinunciare al lavoro, alla salute, spesso perfino alla propria vita sociale, persone con disabilità private di opportunità che dovrebbero essere garantite»

La violenza commessa nei confronti di Anna Combatti e dei suoi figli, della quale si è occupata con grande sensibilità anche Superando [“L’arroganza (e la violenza) di chi vuole impadronirsi delle cose altrui senza rispettare le regole”], riprendendo il contributo della sempre ottima Simona Lancioni, pubblicato nel sito del Centro Informare un’h, è un atto di barbarie indegno di una società civile. Esprimo, come tanti, la più ferma condanna nei confronti dei responsabili di questo gesto efferato e auspico non solo che siano inflitte pene adeguate, ma soprattutto che vengano effettivamente scontate. Stabilire le responsabilità e la misura delle sanzioni spetta esclusivamente alla magistratura. Nessuno può trasformarsi in giustiziere o sostituirsi allo Stato di diritto. Sarebbe una deriva gravissima.
Proprio partendo da questa vicenda, però, vorrei provare ad allargare lo sguardo e aprire una riflessione sul significato della parola violenza.

La violenza, infatti, ha molte facce. Esiste una violenza brutale, evidente, che lascia lividi, ferite e sangue. È quella che ha colpito Anna Combatti e la sua famiglia e che tutti, giustamente, condanniamo senza esitazione. Ma esiste anche una violenza diversa, meno appariscente e per questo spesso ignorata. Una violenza silenziosa, che non rompe ossa ma spezza vite; che non lascia segni sul corpo ma consuma lentamente la dignità delle persone. È una violenza che si annida nell’indifferenza, nelle omissioni, nelle promesse disattese, nella sistematica negazione dei diritti.
Le due forme di violenza non sono identiche. Sarebbe sbagliato affermarlo. Ma hanno un elemento in comune: entrambe colpiscono la dignità umana e producono sofferenza.
Per questo mi domando: perché la prima suscita indignazione collettiva, mentre la seconda viene spesso considerata quasi normale? Quando lo Stato, attraverso le proprie istituzioni e i propri servizi, non garantisce diritti che esso stesso ha riconosciuto, non esercita forse anch’esso una forma di violenza?
La violenza istituzionale si manifesta ogni volta che una famiglia si scontra contro il muro della burocrazia. Si manifesta quando i caregiver familiari sono costretti ad abbandonare il lavoro per assistere a tempo pieno un figlio, un fratello o un genitore. Si manifesta quando ottenere un sostegno diventa una corsa a ostacoli che dura anni.
Le interminabili liste d’attesa per accedere ai centri diurni, la cronica insufficienza di strutture residenziali adeguate, la discontinuità dell’assistenza domiciliare, l’assenza di un autentico progetto di vita individuale non sono semplici inefficienze amministrative. Sono negazioni concrete di diritti fondamentali.

L’Italia dispone di una legislazione che, almeno sulla carta, è tra le più avanzate d’Europa. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, recepita dal nostro Paese [Legge 18/09, N.d.R.], afferma princìpi chiari e inequivocabili. Eppure la quotidianità racconta un’altra storia.
Una storia fatta di famiglie lasciate sole. Di persone con disabilità che attendono anni per ricevere servizi essenziali. Di genitori anziani che vivono ogni giorno con l’angoscia del futuro. Di caregiver consumati dalla fatica fisica, psicologica ed economica.
Lasciare nell’abbandono migliaia di famiglie, negare la presa in carico delle persone con disabilità grave, ridurre gli assegni di cura invece di rafforzarli, non costruire una rete di servizi territoriali, rendere di fatto inaccessibile il diritto al lavoro sancito dalla Costituzione: tutto questo rappresenta oppure no una forma di violenza? Io credo di sì. Perché la violenza non consiste soltanto nell’aggressione fisica. Esiste anche quando un diritto viene sistematicamente negato, quando una persona viene costretta a vivere senza le opportunità che la legge le riconosce, quando lo Stato rinuncia al proprio dovere di proteggere i cittadini più fragili.
Eppure di questa violenza si parla pochissimo. Troppo spesso si giustificano i mancati investimenti nel welfare richiamando la scarsità delle risorse. Ma ogni bilancio pubblico è, prima di tutto, una scelta politica. Dice quali siano le priorità di un Paese. Se si continua a considerare la disabilità un capitolo residuale della spesa pubblica, il problema non è soltanto economico: è culturale.

Come denunciano da anni Associazioni, Organizzazioni Sindacali e realtà del Terzo Settore, non mancano soltanto le risorse. Manca spesso la capacità di programmare, utilizzare e trasformare i finanziamenti disponibili in servizi concreti. Così fondi già stanziati rimangono inutilizzati nei bilanci di Regioni ed Enti Locali mentre le famiglie continuano ad affrontare da sole problemi enormi. Il risultato è una discriminazione tanto silenziosa quanto profonda.
Le famiglie sono costrette a sostituirsi allo Stato, sostenendo costi economici e umani insostenibili pur di garantire ai propri cari una vita dignitosa.

Negare diritti significa rendere invisibili. Ed è proprio questa invisibilità che dovrebbe preoccuparci.
Naturalmente lo Stato non è responsabile delle azioni criminali di chi ha aggredito Anna Combatti e suo figlio. La responsabilità penale appartiene esclusivamente agli autori di quell’atto barbaro. Ma una domanda credo sia legittimo porsela: “Quando una società abitua i propri cittadini a considerare le persone con disabilità invisibili, marginali, un problema privato delle loro famiglie, non contribuisce forse a creare un terreno culturale nel quale il disprezzo, l’arroganza e perfino la violenza trovano più facilmente spazio?”.
Se i diritti vengono continuamente presentati come favori, se l’accesso ai servizi dipende dalla fortuna, dalle conoscenze o dalla capacità di protestare, non rischiamo forse di trasmettere il messaggio che anche il rispetto delle persone più fragili sia qualcosa di opzionale?
Per questo il vuoto da colmare non è soltanto organizzativo o normativo. È soprattutto culturale. Occorre insegnare fin dalla scuola il valore della dignità della persona, della solidarietà, del rispetto delle differenze e della cultura dei diritti.
Occorre promuovere campagne pubbliche permanenti che ricordino che una persona con disabilità non è un cittadino di serie B e che il rispetto dei suoi diritti riguarda tutti noi.
Occorre, soprattutto, cambiare paradigma.
La disabilità non può continuare a essere considerata un problema assistenziale da affrontare quando esplode un’emergenza. Deve essere riconosciuta come una questione di cittadinanza, di uguaglianza sostanziale, di diritti esigibili.
Non servono proclami. Non bastano riforme annunciate con enfasi se poi la vita concreta delle famiglie rimane immutata. Il sistema continua a scaricare quasi interamente sulle spalle dei familiari il peso dell’assistenza, tradendo il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.
Uno Stato che non sostiene realmente le persone più fragili e chi ogni giorno se ne prende cura incrina il proprio patto sociale. Trasforma la cura in un privilegio privato anziché riconoscerla come un diritto pubblico universale.

L’aggressione subita da Anna Combatti ha lasciato sangue sul pavimento di casa. La violenza istituzionale, invece, non lascia macchie visibili. Lascia famiglie sfinite. Lascia genitori che invecchiano nella paura del “dopo di noi”. Lascia caregiver costretti a rinunciare al lavoro, alla salute, spesso perfino alla propria vita sociale. Lascia persone con disabilità private di opportunità che dovrebbero essere garantite.
Anche questo è violenza. E una società davvero civile dovrebbe indignarsi con la stessa forza davanti a entrambe. Perché la solidarietà espressa davanti ai fatti di cronaca è doverosa. Ma senza il coraggio di trasformarla in politiche pubbliche, servizi efficienti e diritti realmente garantiti, rischia di rimanere soltanto un’emozione di un giorno.
Il giorno dopo, per migliaia di famiglie, ricomincia la stessa, interminabile, silenziosa violenza di sempre.

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Decisioni sulla terapia farmacologica nell’autismo: alcune riflessioni

21 Luglio 2026 - 12:02pm

«“I clinici dovrebbero spiegare cosa è noto e cosa è ignoto in merito alle opzioni terapeutiche sull’autismo; i pazienti (o i genitori) dovrebbero descrivere le loro preferenze, le loro priorità e le loro preoccupazioni e insieme sviluppare un piano terapeutico”: lo si legge – scrive Daniela Mariani Cerati – in un articolo di “The New England Journal of Medicine” e se per chi quotidianamente si interessa di autismo, sono considerazioni ben note, è significativo leggerle in una delle riviste scientifiche più lette e importanti al mondo»

La vecchia frase «lo devi fare perché lo ha detto il dottore» è diventata obsoleta, non vale più. Lo dice molto bene Sandro Spinsanti nel libro Un’altra pratica della cura. Un ponte tra due sponde (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), da cui riprendo quanto segue: «Il nuovo profilo della pratica medica non richiede solo un professionista sanitario diverso, ma anche la formazione di un malato più consapevole del compito che incombe su di lui nel cercare la giusta risposta ai problemi di salute in collaborazione con il professionista; il buon malato dei nostri tempi non è colui che tace, si sottomette e segue alla lettera la prescrizione. Essere un buon malato oggi richiede intelligenza, volontà e un certo numero di virtù. Perché la cura dell’epoca moderna il malato non la riceve passivamente, ma la confeziona insieme al curante. […] la medicina non è una scienza esatta. Anche il medico più competente non può escludere un margine di errore o una zona di incertezza».
Se queste sono considerazioni valide in generale nel rapporto medico-paziente, esse lo sono all’ennesima potenza nel rapporto medico-genitore di una persona con autismo o, nel caso di adulti, talvolta con il paziente stesso.

Ne parlano estesamente Yaara Zisman‑Ilani e colleghi in un recente articolo della rivista scientifica «The New England Journal of Medicine» (a questo link l’abstract), da cui di seguito riporto alcuni passaggi tradotti.
«Le persone autistiche, le loro famiglie e i clinici si trovano spesso nel dilemma di dover scegliere tra la necessità impellente di lenire sintomi intollerabili e la consapevolezza che le opzioni disponibili sono associate a benefici incerti e a potenziali gravi rischi. […] L’incertezza è una delle caratteristiche che definiscono lo stato attuale del trattamento dell’autismo. Per esempio l’irritabilità, le difficoltà di attenzione e i disturbi del sonno sono comuni nelle persone autistiche, ma i farmaci che sono efficaci in queste condizioni nelle persone neurotipiche hanno effetti meno prevedibili, e talvolta paradossi, nelle persone autistiche. […]. A dispetto dell’inconsistenza dei trattamenti attualmente disponibili e della mancanza di prove di efficacia, molti bambini e adulti autistici assumono più psicofarmaci insieme, la qualcosa pone rischi di effetti avversi e di interazioni farmacologiche. […] Il ricorso a psicofarmaci è dovuto anche alle sostanziali barriere all’accesso agli interventi comportamentali ed educativi. L’Analisi Applicata del Comportamento (ABA), gli interventi naturalistici comportamentali e di sviluppo, la logopedia e la terapia occupazionale hanno mostrato diversi livelli di efficacia nel migliorare i sintomi correlati all’autismo. Tuttavia, anche applicando al meglio i trattamenti comportamentali “basati sull’evidenza”, i sintomi debilitanti e i ritardi nello sviluppo spesso persistono.     Non sorprende pertanto che il 90 per cento circa delle persone autistiche dichiarino di avere utilizzato terapie che sono supportate da poca o nessuna evidenza di efficacia. […]. Il mondo parallelo della medicina complementare e alternativa, praticata al di fuori dei sistemi medici convenzionali, sottolinea la necessità di un dialogo strutturato tra clinici e famiglie che assicuri che queste prendano decisioni informate. […]. I clinici spesso operano ai limiti delle loro conoscenze quando trattano l’autismo, bilanciando l’imperativo etico di evitare un danno rispetto al desiderio di rispondere all’urgenza e alla frustrazione che spesso esprimono le persone autistiche e le loro famiglie. La situazione può portare i clinici stessi a prescrivere farmaci per i quali c’è un’evidenza di beneficio limitata o incerta, spesso senza comunicare chiaramente questa incertezza. […] Questo vuoto terapeutico ha influenzato anche le decisioni degli enti regolatori. Ad esempio, l’FDA statunitense (Food and Drug Administration) ha in un primo tempo allargato l’indicazione dell’acido folinico all’autismo per poi fare marcia indietro. […] Per migliorare la qualità della vita e la prognosi dell’autismo i passi di un imminente futuro dovrebbe essere i seguenti:
° sviluppare farmaci che agiscano sui sintomi propri dell’autismo;
° rendere gratuiti gli interventi comportamentali;
° fare formazione di base e permanente a chi opera in questo settore;
° integrare specialisti dei disturbi del neurosviluppo nei dipartimenti delle cure primarie. […]
Per arrivare a questi obiettivi occorrono anni. Nel presente le persone autistiche, le loro famiglie e i clinici hanno bisogno di consigli sul come giungere a decisioni terapeutiche condivise. […] I clinici dovrebbero spiegare cosa è noto e cosa è ignoto in merito alle opzioni terapeutiche; i pazienti (o i genitori) dovrebbero descrivere le loro preferenze, le loro priorità e le loro preoccupazioni; e insieme dovrebbero valutare benefìci e rischi e partendo da questi sviluppare un piano terapeutico. […]. I clinici dovrebbero essere molto chiari nel dichiarare i limiti dei trattamenti disponibili, cercando di non innescare aspettative che inevitabilmente andrebbero deluse [grassetti redazionali in queste citazioni, N.d.R.]».

Ebbene, una cosa che trovo importante è il fatto che queste considerazioni – ben note e addirittura ovvie per chi quotidianamente si interessa di autismo – siano state pubblicate non su una rivista “di nicchia”, ma su The New England Journal of Medicine, una delle riviste più lette e importanti al mondo, seguita da medici, ricercatori, studenti, scienziati, insegnanti e dirigenti ospedalieri.

*Componente dell’APRI (Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l’autismo e il danno cerebrale); moderatrice del forum “Autismo-Biologia” in autismo33.it.

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Imbarco aereo negato: non un mero disservizio (e agire “a frittata fatta” non va bene!)

21 Luglio 2026 - 11:20am

«Se quanto ricostruito dovesse trovare conferma, saremmo di fronte a una grave compressione del diritto alla mobilità e dei principi di pari opportunità e di uguaglianza delle persone con disabilità»: lo dicono dalla Federazione FISH, a proposito di quanto accaduto all’Aeroporto di Roma Fiumicino agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football cui la compagnia EasyJet ha negato l’imbarco. Quest’ultima, nel frattempo, promette un’indagine interna e una soluzione, ma come per le barriere, le soluzioni “a frittata fatta” lasciano il tempo che trovano La delegazione della Nazionale di powerchair football bloccata all’Aeroporto di Roma Fiumicino

Già ieri avevamo segnalato sulle nostre pagine la dura presa di posizione della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, rispetto a quanto accaduto all’Aeroporto Leonardo da Vinci di Roma Fiumicino agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport), cui è stato impedito di imbarcarsi su un volo easyJet diretto a Glasgow, in Scozia, per partecipare a un importante torneo internazionale in vista dei prossimi Campionati del Mondo in Argentina, nonostante la stessa FIPPS avesse richiesto e ottenuto, con largo anticipo, tutte le autorizzazioni necessarie al trasporto.
Altrettanta indignazione esprime anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), sottolineando in una nota che «se le circostanze finora emerse fossero confermate, ci troveremmo di fronte a un episodio di estrema gravità che impone un immediato accertamento delle responsabilità e una rigorosa verifica del rispetto della normativa nazionale ed europea poste a tutela dei diritti delle persone con disabilità».
«Se quanto ricostruito fino ad oggi dovesse trovare conferma – dichiara Vincenzo Falabella, presidente della FISH – saremmo di fronte a una grave compressione del diritto alla mobilità e dei principi di pari opportunità e di uguaglianza delle persone con disabilità. Non è accettabile che autorizzazioni regolarmente rilasciate vengano disattese, impedendo ad atleti che rappresentano l’Italia in una competizione internazionale di imbarcarsi. Un episodio di questo tipo, se confermato, non solo appare inaccettabile sotto il profilo giuridico e civile, ma evidenzia anche possibili criticità organizzative e procedurali che devono essere chiarite senza ambiguità».

La Federazione ricorda dunque che il Regolamento (CE) n. 1107/2006 «tutela in modo inequivocabile i diritti delle persone con disabilità e delle persone a mobilità ridotta nel trasporto aereo, vietando il rifiuto della prenotazione o dell’imbarco per ragioni connesse alla disabilità, salvo gli specifici e tassativi casi previsti dalla normativa europea. L’accaduto richiama, inoltre, i princìpi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, che riconosce il diritto all’accessibilità, alla mobilità personale, alla non discriminazione, alla piena partecipazione e all’uguaglianza, impegnando gli Stati e tutti i soggetti coinvolti a rimuovere ogni barriera che ne ostacoli l’effettivo esercizio. E da ultimo, ma non certo ultimo, la vicenda appare altresì incompatibile con i princìpi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, che agli articoli 2 e 3 riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona e impone la rimozione degli ostacoli che limitano la libertà, l’uguaglianza e la piena partecipazione di tutti i cittadini alla vita del Paese, nonché con l’articolo 16, che tutela la libertà di circolazione».
«Episodi come questo – conclude Falabella – non possono essere liquidati come meri disservizi. Quando viene impedito l’esercizio di un diritto fondamentale, è lo Stato di diritto a essere chiamato in causa. La tutela dei diritti non può essere rimessa a valutazioni discrezionali o a prassi organizzative difformi dalla legge».

Dal canto nostro prendiamo certamente atto del messaggio ricevuto dall’Ufficio Stampa della Compagnia easyJet da cui si scrive che: «Siamo profondamente dispiaciuti per l’esperienza del gruppo della Nazionale Italiana di Powerchair Football. Abbiamo avviato un’indagine interna per ricostruire l’accaduto e nel frattempo siamo in contatto con i passeggeri e stiamo facendo tutto il possibile per trovare una soluzione. Rendere il viaggio aereo accessibile a tutti i passeggeri è una priorità per EasyJet e prendiamo questa vicenda con la massima serietà».
Bene, dunque, apprendere che «rendere il viaggio aereo accessibile a tutti i passeggeri» sia «una priorità per easyJet», e da parte nostra seguiremo gli sviluppi dell’annunciata indagine interna. Quel che comunque resta è che – come quasi sempre accade anche in situazioni di barriere architettoniche o senso-percettive – il tentativo di rimediare arriva “a frittata fatta”. E questo non va affatto bene. (S.B.)

Per informazioni sulla presa di posizione della FISH: ufficiostampa@fishets.it.

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Tre giornate di screening oculistici gratuiti a Trento

20 Luglio 2026 - 6:33pm

Anche per questo 2026, la Cooperativa Sociale AbilNova di Trento ha confermato la propria adesione alla campagna nazionale “La prevenzione non va in vacanza”, promossa da IAPB Italia e in tal senso offrirà il 22, 23 e 30 tre giornate di screening oculistici gratuiti, nella propria città, oltre a fornire, in tali occasioni, informazioni sulle principali patologie della vista, sugli ausili e sulle tecnologie disponibili per le persone con disabilità visiva

La Cooperativa Sociale AbilNova, che opera a Trento dal 2008 nel campo dei servizi alle persone con disabilità, offrendo percorsi personalizzati di supporto educativo, riabilitativo e di inclusione sociale, ha confermato anche per questo 2026 la propria adesione alla campagna nazionale La prevenzione non va in vacanza, promossa da IAPB Italia, la Sezione Italiana dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, allo scopo di richiamare l’attenzione delle istituzioni e della cittadinanza sull’importanza della prevenzione visiva in ogni periodo dell’anno.
Alla luce del grande successo avuto con le precedenti edizioni dell’iniziativa, AbilNova organizzerà tre giornate di screening oculistici gratuiti presso gli ambulatori del proprio Centro di Prevenzione e Riabilitazione a Trento (Via Guardini, 75), nelle giornate del 22, 23 e 30 luglio.
In tali occasioni, medici oculisti e ortottisti saranno a disposizione per effettuare controlli e fornire indicazioni utili alla tutela della salute visiva.
Nel corso dell’iniziativa, inoltre, gli operatori di AbilNova offriranno informazioni sulle principali patologie della vista, sugli ausili e sulle tecnologie disponibili per le persone con disabilità visiva, nonché sui servizi e sui percorsi che Ca cooperativa promuove a favore dell’autonomia, della qualità della vita e dell’inclusione sociale.
«La campagna La prevenzione non va in vacanza – ricordano da AbilNova – nasce dalla constatazione che durante l’estate, sole, vento, sabbia e disidratazione possono mettere a rischio la salute degli occhi. In tal senso IAPB Italia raccomanda di indossare occhiali da sole certificati, proteggersi nelle ore più calde e mantenersi idratati». (S.B.)

Per prenotare gli screening a Trento, tel. 0461 1959595. Per ogni altra informazione. ufficiostampa@abilnova.it.

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Il cinema e la filosofia dell’accessibilità in Salento, per le proiezioni in spiaggia di “Ombra Sociale”

20 Luglio 2026 - 6:02pm

Nell’àmbito del progetto “Ombra Sociale”, nato in Salento con l’obiettivo di trasformare le spiagge in spazi realmente aperti a tutti e tutte, con particolare attenzione a persone con disabilità, famiglie in difficoltà, anziani e soggetti fragili, la seconda edizione dell’iniziativa “Cinema in spiaggia” prevede domani, 21 luglio, e il 25 agosto, la proiezione a Ugento (Lecce) di due noti film d’animazione “sotto le stelle” “Cinema in spiaggia” di Ombra Sociale

Abbiamo già avuto occasione di occuparci di Ombra Sociale, progetto nato in Salento, che si propone di trasformare le spiagge in spazi realmente aperti a tutti e tutte, con particolare attenzione a persone con disabilità, famiglie in difficoltà, anziani e soggetti fragili, attraverso azioni concrete e sinergie tra pubblico, privato e Terzo Settore. Torniamo a farlo in occasione della riproposizione di Cinema in spiaggia, iniziativa promossa in collaborazione con la Pro Loco Lido Marini di Presicce Acquarica e CineMare Puglia, che prevede, presso La Friscura Lido Marini di Ugento (Lecce), due appuntamenti, sotto le stelle, che combineranno la tradizione del cinema itinerante con la filosofia dell’accessibilità propria di Ombra Sociale, ossia il mare come bene comune e non come privilegio di pochi.
Accadrà dunque domani, 21 luglio (ore 20.30), con il film Luca dell’animatore e sceneggiatore genovese Enrico Casarosa, e il 25 agosto con l’altro pluripremiato film di animazione WALL•E di Andrew Stenton.
Le proiezioni saranno precedute da un momento divulgativo sulla gestione equa e sostenibile dell’ambiente e domani, 21 luglio, ampia visibilità verrà anche data alla seconda edizione del concorso fotografico Il mare è di tutti al quale sono aperte le iscrizioni, in vista della premiazione del 25 agosto. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ampio approfondimento. Per altre informazioni: comunicati.erba@gmail.com (Claudia Erba).

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Gravissimo e inaccettabile negare l’imbarco in aereo a quegli atleti con disabilità

20 Luglio 2026 - 5:05pm

«È gravissimo e inaccettabile avere negato l’imbarco a sei atleti con disabilità, nonostante la FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) avesse per tempo richiesto e ottenuto la formale autorizzazione al trasporto degli stessi atleti»: lo dichiara la ministra per le Disabilità Locatelli, in riferimento a quanto accaduto all’Aeroporto di Roma Fiumicino agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS cui la compagnia EasyJet ha appunto negato l’imbarco Gli atleti con disabilità bloccati all’Aeroporto di Roma Fiumicino

«Avere negato l’imbarco a sei atleti con disabilità, nonostante la FIPPS avesse preventivamente richiesto e ottenuto dalla compagnia aerea, sin dal mese di aprile, la formale autorizzazione al trasporto degli stessi atleti, con al seguito sia le carrozzine per la mobilità quotidiana che le 6 carrozzine speciali da gioco, lascia senza parole»: a dirlo in una nota è Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità, ritenendo «gravissimo e inaccettabile» quanto accaduto all’Aeroporto di Roma Fiumicino agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport), che erano in attesa di imbarcarsi su un volo EasyJet diretto a Glasgow, in Scozia, per partecipare a un importante torneo internazionale in vista dei prossimi Campionati del Mondo in Argentina.
«Mi auguro – aggiunge Locatelli – che EasyJet risponda immediatamente chiarendo la sua posizione dopo avere impedito il diritto di viaggio ai passeggeri con disabilità». (S.B.)

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Ci siamo anche noi: Elena Tomei, il teatro e il diritto di trovare il proprio posto

20 Luglio 2026 - 4:45pm

Nel percorso di Elena Tomei, attrice e persona con neurodivergenza, l’arte non cancella quest’ultima e non la trasforma in un elemento spettacolare. Le permette piuttosto di darle voce, di raccontarla senza esserne imprigionata e di affermare la propria presenza come donna e come attrice. «Vorrei dire: ci siamo anche noi», sottolinea. Ci siamo anche noi, con talenti, fragilità, desideri, paure e possibilità. Ci siamo, non ai margini della scena, ma dentro la vita comune Elena Tomei

«Mi chiedevo quale fosse il mio posto»: in questa frase di Elena Tomei c’è forse il punto da cui partire per raccontarne il percorso.
Attrice romana, neurodivergente, Elena ha trovato nel teatro molto più di un linguaggio artistico. Sul palcoscenico ha riconosciuto uno spazio dove esprimersi, costruire relazioni, affrontare paure e trasformare alcune esperienze dolorose in racconto.
La sua passione per il teatro nasce presto e si accompagna, negli anni, ad altri interessi artistici, dal cinema alla danza, fino a una formazione sempre più ampia e articolata. Elena si definisce una persona curiosa, desiderosa di sperimentare e di misurarsi con obiettivi nuovi. Ogni stagione artistica diventa così un’occasione per crescere, cercare nuove possibilità e non perdere mai di vista la propria identità.
«Quando sono sul palco non dimentico chi sono», mi dice. Il teatro, per lei, non rappresenta una fuga dalla vita quotidiana, ma piuttosto un modo per abitarla con maggiore forza. Recitare significa entrare in relazione con gli altri, conoscere persone, superare alcune difficoltà e trovare forme di comunicazione che, fuori dalla scena, possono essere più complesse.
È proprio questa dimensione relazionale a emergere con maggiore evidenza nel suo racconto. Grazie agli spettacoli, alle rassegne e ai laboratori teatrali e non, Elena ha incontrato colleghe e colleghi che sono diventati amici. Fra questi: Lucia Ciardo, Veronica Liberale, Romina Bufano, Cristina Nardelli e Barbara Sirtoli. Il teatro le ha permesso di sentirsi parte di un gruppo e di sperimentare quella reciprocità che, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza, non era sempre riuscita a trovare.
A scuola, infatti, Elena ha vissuto episodi di esclusione. Cercava la vicinanza delle compagne, ma spesso il suo modo di porsi non veniva compreso. «Mi dicevano: “No, tu no”», ricorda. Gli altri la consideravano invadente, mentre lei non riusciva a capire pienamente che cosa stesse accadendo né perché venisse allontanata.

Da una di queste esperienze è nato Le gomme da cancellare, monologo scritto per lei da Barbara Sirtoli e diretto da Lucia Ciardo. Il testo prende spunto da un ricordo dell’infanzia: Elena cercava un contatto con le sue compagne, una risposta, ma riceveva silenzi o rifiuti. Portare oggi quell’episodio sul palco significa restituire ad esso un senso nuovo, trasformando un’esperienza personale di esclusione in una riflessione sul bullismo, sull’incomprensione e sul bisogno di essere riconosciuti.
Il teatro diventa così anche uno strumento di comunicazione sociale. Nei suoi spettacoli e monologhi Elena affronta temi complessi e attuali, come le relazioni tossiche nate in rete, la fragilità, la discriminazione e l’autismo. Nel monologo Varco della soglia virtuale, testo e regia di Cristina Nardelli, interpreta una donna vittima di una relazione tossica nata online. Sono situazioni che, osserva, possono colpire con maggiore facilità persone fragili o maggiormente esposte al bisogno di accettazione.
Un altro progetto cui Elena è particolarmente legata è lo spettacolo Come dentro un film, scritto e diretto da Veronica Liberale e interpretato insieme a Romina Bufano. Tale rappresentazione racconta l’amicizia tra una ragazza autistica e un’attrice, ma soprattutto mette in luce le contraddizioni e le ipocrisie che ancora attraversano la società e il mondo dello spettacolo, del cinema in particolare.
Si parla molto di inclusione, infatti, ma non sempre alle parole seguono i fatti. Può accadere che una persona neurodivergente venga accolta formalmente e poi esclusa nel momento in cui emergono modalità di comunicazione, bisogni o comportamenti che non corrispondono alle aspettative degli altri. In questi casi la disponibilità iniziale lascia spazio alle giustificazioni: quella persona crea confusione, richiede troppo tempo, è difficile da gestire.

Un’altra immagine dell’attrice romana

Anche nel mondo del teatro Elena ha avuto a che fare con esperienze diverse. Ci sono stati registi e colleghi, fra cui Roberto Biasini, Claudio Natili, Brunella Platania e, attualmente, Francesco Olivieri, capaci di accompagnarla, di spiegarle con chiarezza alcune dinamiche e di aiutarla a comprendere quali comportamenti potessero creare difficoltà agli altri. Ma ci sono state anche persone che hanno guardato alla sua neurodivergenza con diffidenza o disappunto.
La questione, però, non riguarda soltanto il teatro. Riguarda il modo in cui la società considera le differenze e il tempo necessario per costruire relazioni realmente accessibili.
«Bisogna dedicare tempo alle persone autistiche e introdurle nella vita lavorativa», afferma Elena. «Non è tempo perso, è tempo prezioso. Se le cose ci vengono spiegate e veniamo aiutati a inserirci, possiamo dare e fare tanto».
Le sue parole riportano il discorso agli “accomodamenti ragionevoli”, spesso evocati ma ancora poco applicati concretamente. Non sempre servono interventi complessi. A volte può bastare una spiegazione più chiara, una maggiore gradualità, la disponibilità a non dare per scontate regole implicite che per alcune persone risultano difficili da interpretare.
Il problema nasce quando un solo modello di comportamento viene considerato naturale e universale. Chi non vi corrisponde, infatti, rischia di essere percepito come inadeguato, anziché come una persona che necessita di modalità diverse per esprimere le proprie capacità.

Elena porta questi temi anche nelle scuole attraverso incontri nei quali racconta la propria esperienza insieme ad altre persone con disabilità. L’obiettivo non è soltanto parlare agli studenti, ma offrire strumenti anche agli insegnanti, affinché sappiano riconoscere le difficoltà e accompagnare i ragazzi senza ridurli a una mera diagnosi.
Proprio dalle scuole sono arrivati alcuni dei segnali più incoraggianti. Elena ricorda studenti attenti, capaci di ascoltare e, in alcuni casi, di presentare personalmente gli ospiti ai propri compagni. Piccoli gesti, forse, ma in grado di mostrare quanto l’incontro diretto possa modificare lo sguardo.

Nel percorso di Elena Tomei, l’arte non cancella la neurodivergenza e non la trasforma in un elemento spettacolare. Le permette piuttosto di darle voce, di raccontarla senza esserne imprigionata e di affermare la propria presenza come donna e come attrice.
Alla domanda su che cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé dopo averla vista recitare, Elena risponde con poche parole tratte dal progetto Prima che sia prima, ideato dall’AICAB APS nella persona di Pierluigi Nicoletti: «Vorrei dire: ci siamo anche noi». Non una richiesta di attenzione compassionevole, dunque, ma un’affermazione di presenza. Ci siamo anche noi, con talenti, fragilità, desideri, paure e possibilità. Ci siamo, non ai margini della scena, ma dentro la vita comune.

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Anche quest’anno l’APIC è partner, in Piemonte, del “Narrazioni Parallele Festival”

20 Luglio 2026 - 1:22pm

Manifestazione fatta di musica, teatro, danza e spettacoli immersivi, che dedica grande attenzione all’accessibilità, il “Narrazioni Parallele Festival”, già in corso di svolgimento in Piemonte, ha anche quest’anno tra i propri partner l’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare)

Ha già preso il via in Piemonte, all’inizio di luglio a Torino, il Narrazioni Parallele Festival, che proseguirà nei prossimi giorni al Forte di Fenestrelle e in agosto a Bardonecchia e Rochemolles. Si tratta di una manifestazione fatta di musica, teatro, danza e spettacoli immersivi, che dedica grande attenzione all’accessibilità, come dimostra il fatto che ogni evento in programma è pensato guardando in particolare anche alle persone con disabilità.
E anche quest’anno l’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare) è partner del Festival, definendolo «una splendida occasione per vivere momenti di cultura in luoghi straordinari, condividendo i valori dell’inclusione e dell’accessibilità che ,a nostra Associazione promuove da sempre». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@apic.torino.it.

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L’arroganza (e la violenza) di chi vuole impadronirsi delle cose altrui senza rispettare le regole

20 Luglio 2026 - 1:02pm

Aggrediti sin dentro casa per avere chiesto di spostare la propria auto a delle persone che avevano occupato abusivamente un parcheggio per persone con disabilità personalizzato. È accaduto ad una madre caregiver che vive a Casoria (Napoli), mentre nella stanza accanto c’era il figlio con disabilità, e l’altro figlio, intervenuto per proteggerla, è stato colpito al volto con un casco, riportando una frattura al setto nasale

Anna Combatti è una donna che abita a Casoria, Comune di 73.000 abitanti della Città Metropolitana di Napoli, e che presta assistenza continuativa al figlio diciasettenne con disabilità e necessità di sostegno intensivo. Come previsto dalla normativa, Combatti ha chiesto e ottenuto un parcheggio personalizzato, quello contrassegnato con un numero di assegnazione che ne consente l’uso al solo titolare, e non a qualunque persona con disabilità.
Ebbene, con un post pubblicato sulla propria pagina Facebook, Combatti ha raccontato che il 14 luglio scorso lei e uno dei suoi figli sono stati vittime di una terribile aggressione da parte di un gruppo di persone che avevano occupato abusivamente lo stallo personalizzato.
La madre caregiver racconta di avere chiesto ad una signora, che aveva indebitamente parcheggiato nel posto riservato, di spostare la propria auto perché quello era, appunto, un parcheggio personalizzato. Ma invece di spostare il mezzo, la donna ha ribattuto: «anche mio padre è disabile, quindi lo usiamo noi». Dunque Combatti ha provato a spiegarle che se aveva bisogno di uno stallo riservato, poteva farne richiesta, seguendo la stessa procedura che lei e suo figlio avevano utilizzato dodici anni prima, ma che non era legittimo appropriarsi di un parcheggio già assegnato. Tuttavia la donna non ne voleva sapere di spostare la macchina, e Combatti ha trovato che anche la targhetta col numero di assegnazione dello stallo applicata dai vigili urbani, era stata staccata e buttata a terra. Invece di scusarsi, la donna pretendeva che fosse Combatti a dimostrare la titolarità del diritto. «Mi ha sfidata: “Chiama pure i vigili, io da qui la macchina non la tolgo”, lasciando l’auto bloccata lì con il bloccasterzo inserito», racconta Combatti.

A quel punto, quando Combatti ha concretamente manifestato l’intenzione di inviare le foto dell’auto alle autorità competenti per denunciare l’abuso e dall’auto sono scese quattro donne che l’hanno assalita e aggredita proprio davanti alla porta di casa, arrivando a entrare fin dentro l’inizio del corridoio. «Non hanno avuto un briciolo di pietà o di decenza, sapendo che dentro quella stessa casa c’era l’altro mio figlio, un ragazzo che vive attaccato ai macchinari e che non doveva assolutamente subire un trauma e uno shock del genere», racconta. Mentre quindi Combatti cercava di difendersi, è intervenuto l’altro suo figlio, che ha cercato di proteggere la madre e di dividere le donne. Ma le assalitrici, prima di irrompere nell’abitazione, avevano avvertito un proprio fratello che è arrivato subito dopo, e senza informarsi sulla dinamica dell’accaduto, né dire una parola, è entrato dal portoncino del palazzo e, con violenza, ha cercato di colpire il volto di Anna Combatti con il casco che si era portato dietro. Ma invece di riuscire a colpirla, il casco ha preso in pieno la faccia del figlio che cercava di farle da scudo. Il sangue è schizzato ovunque, il giovane col viso tumefatto ha rischiato di svenire. Portato dapprima all’Ospedale di Frattamaggiore, dove è stato tenuto in osservazione per una notte, successivamente è stato trasferito a quello di Pozzuoli per ulteriori accertamenti. Dalla diagnosi risulta una frattura del setto nasale, per la quale dovrà portare un tutore e sottoporsi ad ulteriori controlli.

«Tutto questo per cosa? – commenta amara Combatti – Per l’arroganza di chi vuole impadronirsi delle cose altrui senza rispettare le regole, senza aspettare i propri tempi, pretendendo di farsi legge da soli con la violenza». «Non staremo in silenzio. Questa brutalità dev’essere punita», conclude.
Ci uniamo dunque alle tante persone che in questi giorni hanno espresso solidarietà ad Anna Combatti e ai suoi figli. È sempre difficile capacitarsi di come da un banale diverbio possano scaturire reazioni così brutali e sproporzionate. Da diversi decenni si parla dell’analfabetismo emotivo che si riscontra talvolta negli adolescenti, ossia dell’incapacità di riconoscere, comprendere, nominare le proprie emozioni. Ma vicende come queste fanno comprendere che dovremmo iniziare a occuparcene anche in relazione agli adulti. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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All’origine di ogni discriminazione c’è il “noi” e il “loro”

20 Luglio 2026 - 12:37pm

«Nella mentalità comune – scrive Luca Grecchi – risulta ancora frequente sentir parlare, in rapporto a vari gruppi minoritari di persone, come gli stranieri, i poveri o le persone con disabilità, di “noi” e “loro”. Finché, tuttavia, non si prenderà atto della comune umanità di tutti gli esseri umani, nessuno escluso, la separazione tra “noi” e “loro”, nelle sue varie forme, continuerà a sussistere, con il suo carico di discriminazione»

Risulta ancora frequente, nella mentalità comune, sentir parlare, in rapporto a vari gruppi minoritari di persone, come gli stranieri, i poveri o le persone con disabilità, di “noi” e “loro”. Ritenersi parte del “noi” produce l’effetto rassicurante di costituire un’identità di appartenenza maggioritaria. La presenza di un “noi” richiede però, appunto, la presenza di un “loro”, ossia di un gruppo sociale che per vari motivi – culturali, economici, psicofisici – viene considerato inferiore, da cui prendere le distanze. Questo processo sociale di “alterizzazione”, ossia di creazione della figura dell’altro, recide tuttavia in modo artificioso l’unità sostanziale del genere umano, con effetti che sono sempre dannosi, i quali stanno all’origine di ogni discriminazione.

Chi distingue tra un “noi” e un “loro” non è necessariamente razzista, classista, abilista ecc., ma è anzi solitamente una persona che, all’interno di un contesto sociale gerarchico e competitivo come quello attuale, semplicemente segue la corrente, immaginandosi, tra i vari gruppi in cui viene suddivisa la società, in quello più forte, spesso soprattutto per ridurre il timore di appartenere a quello più debole. Da sempre, del resto, il potere si struttura dividendo le persone. La politica, tuttavia, come prevede la Costituzione, incentrata su una filosofia di matrice personalista – che pone a fondamento del vivere civile il carattere universale dell’essere umano –, dovrebbe sul piano culturale allontanare proprio da questa deriva, ossia dalla diffusione di differenze discriminanti. Accade però, sovente, il contrario.

Le differenziazioni non necessarie sono in effetti oggi molto diffuse, come si può notare, ad esempio, riflettendo sul caso della creazione di uno specifico Ministero per le Disabilità. Anche qualora, infatti, il Governo che lo ha istituito fosse stato mosso da finalità inclusive, si dovrebbe quanto meno sottolineare, in merito, che ha compiuto un’operazione culturalmente inopportuna.
La disabilità è in effetti una condizione trasversale, che può riguardare tutte le persone, per cui occuparsi delle persone con disabilità richiede, semplicemente, occuparsi di tutti, e non creare situazioni speciali. Per questo motivo non occorre un Ministero ad hoc, ma che le risorse siano disponibili, gli ospedali funzionino, le opportunità lavorative esistano, e così via.
Le persone con disabilità sono esattamente come tutte le altre e la presenza di un Ministero apposito produce invece l’effetto, nel senso comune, di alimentare una presunta differenza, rafforzando nell’immaginario collettivo l’idea che “loro” siano beneficiarie di chissà quali risorse supplementari rispetto a “noi”.

Ritorniamo, in ogni caso, al carattere filosofico della questione, il quale mostra chiaramente che, in generale, ogni divisione tra “noi” e “loro” risulta essere arbitraria. Ciò si evince, per altro, già dal fatto che non è mai univoco il punto in cui dovrebbe determinarsi tale divisione. In questo senso, la separazione tra persone “abili” e “disabili” è solo un caso particolare della regola generale. Molteplici sono in effetti le abilità degli esseri umani, per cui non si comprende quali, e di quanto, esse dovrebbero risultare mancanti affinché le persone fossero inserite nell’una o nell’altra delle due categorie. Ciò può essere soltanto l’esito di una convenzione sociale, come tale appunto, nel contenuto, arbitraria. Come ricordato, comunque, è la stessa idea di una possibile cesura all’interno del genere umano ad essere, filosoficamente, ingiustificata.
Il genere umano è infatti unitario. Gli esseri umani, cioè, come scriveva Aristotele nelle Categorie, sono tutti sostanze della medesima specie, per cui sono, nella loro essenza, tutti uguali. Ciò che cambia sono esclusivamente, in ogni individuo, gli elementi individuali, che in quanto tali non sono, appunto, essenziali – ossia non determinano le caratteristiche generali dell’umanità, ma solo i tratti specifici del singolo –, per cui non producono alcuna separazione ontologica all’interno del genere.
A tutte le sostanze, quali sono come detto anche gli esseri umani (in greco anthropoi), appartiene inoltre sia la proprietà di non ammettere contrario (non esiste il contrario di anthropos), sia di non ammettere differenze di grado (non si può essere più o meno anthropoi).
Per questo non è possibile effettuare, in maniera fondata, alcuna cesura all’interno del genere umano, tale da porre alcuni soggetti da una parte ed altri dalla parte contraria, a causa di una loro presunta minore umanità.

Essere “disabile”, nei vari modi in cui si può esserlo, è pertanto solo una delle molteplici caratteristiche di ogni persona, così come essere saggia, mancina, magra ecc. Per questo le cesure che dividono in due l’intero campo della realtà umana, considerando come determinante un unico aspetto di quella che è invece la pluralità composita delle dotazioni di ogni persona, risultano inopportune.
Non è casuale, in proposito, che proprio da queste separazioni binarie siano nate, nella storia, le maggiori forme di differenziazione, tutte con effetti dannosi. Tale fu, ad esempio, in alcuni decenni del V secolo avanti Cristo, la distinzione oppositiva tra greci e barbari operata nella Grecia classica, una delle prime contrapposizioni occidentali poste in essere tra un “noi” e un “loro”.
Vorrei però ricordare, in merito, che già Platone, nel Politico, criticava questa opposizione effettuata soprattutto dal senso comune. I barbari erano infatti, per lui, semplicemente i “non greci”, o meglio i “non parlanti in lingua greca”, e non individui invasori “meno umani” di altri. Egli riteneva che questa distinzione contrastiva costituisse un’operazione ontologicamente insensata, come dividere i numeri naturali separando il 10.000 da tutti gli altri numeri, oppure dividere il regno animale separando gli esseri umani da tutti gli altri animali.
Nel Sofista, inoltre, sempre Platone disapprovava ogni dicotomia applicata a entità complesse, ovvero costituite da una molteplicità di caratteristiche essenziali, proprio in quanto la riduzione delle stesse ad una sola semplificava in maniera eccessiva, quindi arbitraria, la realtà. Una separazione dicotomica, infatti, può essere applicata soltanto a entità semplici potenzialmente binarie (come ad esempio l’insieme dei numeri naturali, effettivamente divisibile nelle due categorie escludentisi di pari e dispari), non a entità complesse come il genere umano, con riferimento al quale le cesure agiscono in maniera inevitabilmente riduzionistica.
Finché, tuttavia, non si prenderà atto della comune umanità di tutti gli esseri umani, nessuno escluso, la separazione tra “noi” e “loro”, nelle sue varie forme, continuerà a sussistere, con il suo carico di discriminazione.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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