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Tra empatia e gentilezza: restituire alla persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità

«Nel contesto di una “nuova pedagogia della persona con deficit” – scrive Tonino Urgesi -, l’empatia significa restituire alla stessa persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità: non soltanto come qualcuno che riceve aiuto, ma come una persona capace di desiderare, scegliere, amare, costruire relazioni e vivere pienamente la propria corporeità»

In un mondo in cui spesso prevalgono la velocità, il giudizio e l’indifferenza, la gentilezza rappresenta un gesto profondamente rivoluzionario. Essa non è semplicemente una forma di educazione o una pratica di cortesia superficiale; quando si intreccia con l’empatia, diventa una scelta etica e antropologica, perché implica il riconoscimento dell’altro nella sua piena umanità.
Essere empatici significa vedere la persona prima della sua condizione, del suo ruolo sociale o delle sue difficoltà. Significa incontrare l’altro senza pregiudizi, attraverso uno sguardo capace di accogliere la complessità della sua esperienza e di riconoscerne il valore intrinseco. L’empatia richiede la capacità di andare oltre ciò che appare immediatamente visibile, per incontrare la persona nella sua unicità e nella ricchezza della sua storia.
La vera empatia, inoltre, nasce dall’ascolto e dalla capacità di considerare l’altro non come un oggetto di cura, ma come un soggetto portatore di diritti, emozioni, aspirazioni e libertà. Essa richiede sensibilità, rispetto e la disponibilità ad accogliere ciò che spesso rimane invisibile o non riconosciuto.
In questa prospettiva si apre la necessità di una “nuova pedagogia della persona con deficit”: una pedagogia fondata non sulla mancanza, sul limite o sulla dipendenza, ma sulla valorizzazione della persona nella sua interezza.
Questo principio assume un’importanza fondamentale soprattutto quando incontriamo una persona con deficit. Troppo spesso, infatti, lo sguardo sociale si concentra esclusivamente sulla fragilità, sulla dipendenza o sul bisogno di assistenza, dimenticando che ogni individuo possiede una dimensione emotiva, relazionale, corporea e progettuale che costituisce parte integrante della propria identità.
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” richiede dunque un cambiamento di prospettiva: passare da una visione centrata sul bisogno a una visione centrata sulla persona. Il che significa riconoscere ogni individuo come protagonista della propria esistenza, capace di autodeterminazione, partecipazione e scelta. L’educazione e la cura non devono limitarsi a compensare una difficoltà, ma devono creare condizioni affinché ciascuno possa esprimere le proprie potenzialità e costruire il proprio progetto di vita.

In questo contesto, l’empatia significa restituire alla persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità: non soltanto come qualcuno che riceve aiuto, ma come una persona capace di desiderare, scegliere, amare, costruire relazioni e vivere pienamente la propria corporeità.
Uno degli aspetti più frequentemente negati riguarda proprio la dimensione affettiva e sessuale. Nella nostra società, infatti, permane ancora una difficoltà culturale nel riconoscere che anche le persone con deficit possiedono bisogni affettivi e sessuali, desideri, curiosità, necessità di intimità e il diritto di vivere una relazione autentica con il proprio corpo e con gli altri.
Spesso la persona viene infantilizzata e privata simbolicamente della propria maturità affettiva, come se il deficit potesse cancellare il desiderio o rendere marginale la dimensione sessuale e psico-corporea. Questo rappresenta una forma di invisibilità che incide profondamente sulla dignità della persona, perché nega la complessità dell’essere umano e riduce l’identità individuale alla sola condizione di fragilità.
Riconoscere il bisogno sessuale della persona con deficit non significa ridurre l’individuo alla dimensione istintiva o fisica, ma comprendere che la sessualità è una componente naturale dell’essere umano. Essa riguarda il modo in cui percepiamo noi stessi, il bisogno di vicinanza, il desiderio di essere riconosciuti, accolti e amati. Anche questa dimensione appartiene al diritto della persona di vivere pienamente la propria soggettività.
Quando questa dimensione viene ignorata, la persona rischia di vivere una condizione di solitudine ancora più profonda: non soltanto perché può incontrare ostacoli pratici o sociali, ma perché viene privata dello spazio simbolico in cui poter esprimere una parte essenziale della propria identità.

L’empatia autentica, accompagnata dalla gentilezza, diventa allora anche la capacità di ascoltare ciò che spesso rimane inespresso. Significa creare contesti educativi e relazionali nei quali la persona con deficit possa parlare dei propri sentimenti, dei propri desideri e delle proprie pulsioni senza vergogna né giudizio. Essere gentili significa non decidere al posto dell’altro ciò che può o non può provare. Significa non imporre limiti determinati dal pregiudizio, ma accompagnare ogni persona nel percorso di conoscenza di sé e nella costruzione della propria autonomia affettiva, relazionale e sociale.
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” si fonda proprio su questo principio: educare allo sguardo, alla relazione e al riconoscimento. Non si tratta soltanto di offrire sostegno, ma di costruire ambienti capaci di accogliere la persona nella sua totalità, valorizzandone la voce, le scelte, i desideri e la capacità di partecipare alla vita sociale.

Viviamo in una società nella quale spesso le persone vengono ridotte alle loro funzioni: il “cliente”, l’“utente”, il “paziente”, il “lavoratore”. Anche la persona con deficit rischia di essere considerata soltanto attraverso il ruolo di chi riceve assistenza. Ma prima di ogni definizione vi è una persona, con una storia, un corpo, un desiderio, una dignità e un progetto di vita che chiedono di essere riconosciuti.
L’empatia è proprio questo: restituire umanità agli incontri quotidiani. È fermarsi abbastanza a lungo da vedere davvero l’altro. È comprendere che ogni persona non ha bisogno soltanto di cura, ma anche di relazione, affetto, rispetto, tempo per vivere pienamente se stessa e possibilità concrete di essere riconosciuta nella propria complessità.
La più grande rivoluzione del nostro tempo consiste nel superare l’indifferenza e costruire una cultura dell’incontro, nella quale anche la persona con deficit possa essere riconosciuta nella sua interezza: non soltanto come qualcuno da proteggere, ma come qualcuno capace di desiderare, amare ed essere amato.
La “nuova pedagogia della persona con deficit” invita quindi a superare ogni sguardo riduttivo e a promuovere una cultura della possibilità, nella quale la diversità non venga interpretata come assenza o limite, ma come una delle molteplici forme attraverso cui si manifesta l’esperienza umana.
L’empatia, in fondo, è il linguaggio attraverso cui diciamo all’altro: «Ti vedo. Ti riconosco. La tua vita, i tuoi desideri e la tua umanità hanno valore».

*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Arriva la tappa di Anzio per il viaggio di “Ocean Bird”

Partito dalla Spezia, il giro d’Italia a vela di “Ocean Bird”, iniziativa denominata “BuonVento – Tutti a bordo”, che accoglie persone con autismo, sindrome dell’X Fragile, sindrome di Down e altre condizioni di neurodivergenza, insieme alle loro famiglie e alle Associazioni del territorio, sta per approdare ad Anzio (Roma). Si tratta, lo ricordiamo, di un progetto dello skipper Pietro Frisani, che ha messo a disposizione il proprio veliero  e che sostiene le spese di navigazione, organizzazione e gestione, con il contributo organizzativo di FIA e ANGSA A bordo di “Ocean Bird”

Partito il 26 giugno dal porto della Spezia, come avevamo segnalato sulle nostre pagine, sta per arrivare ad Anzio /(Roma) il giro d’Italia a vela del natante Ocean Bird, iniziativa denominata BuonVento – Tutti a bordo, che accoglie persone con autismo, sindrome dell’X Fragile, sindrome di Down e altre condizioni di neurodivergenza, insieme alle loro famiglie e alle Associazioni del territorio.
Si tratta, lo ricordiamo, di un progetto unico nel suo genere ideato dallo skipper Pietro Frisani, velista esperto che mette a disposizione il veliero due alberi di 16 metri, con il quale ha completato il giro del mondo. Tutte le spese di navigazione, organizzazione e gestione sono sostenute dallo stesso Frisani, che si avvale del fondamentale contributo organizzativo della FIA (Fondazione Italiana Autismo) e dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo).

Tre, dunque, le giornate previste per Ocean Bird ad Anzio, da domani, 7 luglio, fino a giovedì 9, con il coinvolgimento di circa 40 persone con neurodivergenze e accompagnatori.
Il programma prevede, come per ogni tappa del viaggio, due uscite in mare ogni giorno, una alla mattina alle 9 con rientro alle 13 e la seconda nel pomeriggio dalle 16 alle 20, con a bordo sette persone. Quattro ore a bordo della grande barca a vela, dunque, ossia il tempo giusto per scoprire le emozioni del mare e del viaggiare con il vento.
Da segnalare anche che nella mattinata di domani, 7 luglio, a portare il saluto della città ai naviganti vi sarà il sindaco di Anzio Aurelio Lo Fazio.

Dopo la Spezia e Anzio, Ocean Bird punterà su Maratea (Potenza), Vibo Valentia, Tropea (Vibo Valentia), Scilla (Reggio Calabria) e Milazzo (Messina). Risalendo poi lungo l’Adriatico, raggiungerà i porti di Taranto, Brindisi, Trani, Ancona, Ravenna, Chioggia (Venezia), Venezia e Trieste, «tredici tappe totali – sottolinea Frisani – che trasformeranno il mare in uno spazio di incontro, esperienza e partecipazione» Il tutto coinvolgendo in totale circa 230 persone tra persone con neurodivergenza, familiari e operatori che saliranno a bordo per un viaggio nel vento. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Luca Benigni (luca.benigni@gmail.com).

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Equità sanitaria e persone con disabilità: il Centro TincTec dell’Università di Macerata nella Rete dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

Un prestigioso riconoscimento internazionale è stato conseguito da TincTec, Centro di ricerca su didattica, inclusione, disabilità e tecnologie educative dell’Università di Macerata, diretto da Catia Giaconi, che è entrato ufficialmente a far parte del “WHO Disability Health Equity Network”, rete internazionale per l’equità sanitaria delle persone con disabilità, promossa e ospitata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il biennio 2026-2028 Lo staff del Centro TincTec diretto da Catia Giaconi (in primo piano)

Un prestigioso riconoscimento internazionale è quello conseguito da TincTec, Centro di ricerca su didattica, inclusione, disabilità e tecnologie educative del Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali e del Turismo dell’Università di Macerata, diretto da Catia Giaconi, che è entrato ufficialmente a far parte del WHO Disability Health Equity Network, rete internazionale per l’equità sanitaria delle persone con disabilità, promossa e ospitata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il biennio 2026-2028.
«L’ingresso nel WHO Disability Health Equity Network – sottolinea la professoressa Giaconi – rafforza ulteriormente la dimensione internazionale del nostro Centro e della stessa Università di Macerata, confermandone l’impegno nella promozione di una ricerca capace di generare impatto sociale e di contribuire attraverso il dialogo con le principali istituzioni internazionali, al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e alla costruzione di società più inclusive, eque e partecipative. Il riconoscimento conferma la centralità della Terza Missione del nostro Ateneo e l’impatto sociale delle ricerche dei nostri studiosi sui temi dell’inclusione».

«L’ingresso nel Network – si legge in una nota diffusa dall’Università marchigiana – rappresenta un importante riconoscimento del lavoro scientifico e istituzionale che il Centro TincTec svolge nei settori della pedagogia speciale per l’inclusione, delle disabilità e dell’innovazione educativa e didattica, rafforzandone il posizionamento all’interno di una rete internazionale impegnata nella promozione dell’inclusione sociale e della partecipazione attiva delle persone con disabilità. Questo passaggio consentirà alle ricercatrici e ai ricercatori del TincTec di contribuire a una comunità globale di ricerca composta da università, centri di ricerca, organizzazioni internazionali e associazioni rappresentative, favorendo lo sviluppo di collaborazioni scientifiche, la condivisione di evidenze e la definizione di strategie orientate a promuovere politiche sempre più inclusive».

Nel dettaglio, il Centro dell’Ateneo marchigiano contribuirà a due linee di lavoro strategiche, ossia Rafforzare la leadership in materia di equità sanitaria tra le persone con disabilità e Definire indicatori, dati e sistemi di monitoraggio affidabili e in tali àmbiti, metterà a disposizione le proprie competenze di ricerca per sostenere il rafforzamento della leadership delle persone con disabilità e lo sviluppo di sistemi di monitoraggio a supporto delle politiche internazionali per l’inclusione. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@unimc.it.

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“I luoghi della discriminazione”: se il cambiamento comincia dallo sguardo

“I luoghi della discriminazione: quello che una persona con disabilità non deve sopportare” è un libro di Sabrina Francavilla, consulente filosofica e attivista per i diritti delle persone con disabilità, che non racconta episodi di discriminazione, né intende suscitare indignazione, ma prova ad interrogarsi su dove nascano davvero quei meccanismi culturali e relazionali che continuano, spesso in modo quasi impercettibile, a limitare la libertà e il pieno riconoscimento delle persone con disabilità. Ne parliamo con l’Autrice

Non è un libro costruito per raccontare episodi di discriminazione, né per suscitare indignazione. I luoghi della discriminazione: quello che una persona con disabilità non deve sopportare di Sabrina Francavilla prova piuttosto a fare un passo ulteriore: interrogarsi su dove nascano davvero quei meccanismi culturali e relazionali che continuano, spesso in modo quasi impercettibile, a limitare la libertà e il pieno riconoscimento delle persone con disabilità.
Laureata in Filosofia, consulente filosofica e attivista per i diritti delle persone con disabilità, Francavilla affronta il tema senza necessariamente soffermarsi sul racconto della propria esperienza personale. La sua vicenda diventa il punto di partenza per una riflessione che chiama in causa il nostro modo di concepire la dignità, l’autonomia, la cura e le relazioni. Abbiamo parlato con lei di alcuni dei temi centrali del volume.

Sabrina, il tuo libro non si limita a raccontare la discriminazione. Cerca soprattutto di comprenderne le radici. Qual è stata la domanda da cui sei partita?
«Mi sono chiesta perché, nonostante i progressi compiuti sul piano dei diritti, tante forme di discriminazione continuino a riprodursi nella vita quotidiana. Mi sono resa conto che spesso non dipendono da comportamenti apertamente ostili, ma da atteggiamenti che consideriamo normali e che, proprio per questo, passano inosservati. Ho sentito l’esigenza di provare a raccontare questi meccanismi, perché è lì che il cambiamento può davvero iniziare».

Nel titolo parli di “luoghi della discriminazione”. Non sono soltanto spazi fisici. Quali sono oggi quelli che ti preoccupano maggiormente?
«Parlo di tutti quei contesti nei quali una persona costruisce la propria vita: la famiglia, la scuola, il lavoro, i servizi, le relazioni quotidiane. Mi soffermo in particolare sulla famiglia perché dovrebbe essere, per definizione, il luogo dell’accoglienza e della libertà. Eppure, proprio lì, talvolta possono nascere dinamiche che limitano l’autonomia, quasi sempre in buona fede, nel tentativo di proteggere. È una forma di discriminazione difficile da riconoscere proprio perché si presenta con il volto dell’affetto».

Nel libro emerge anche l’idea che non sempre la discriminazione nasca dall’ostilità.
«Esattamente. Siamo portati a pensare che, se un gesto nasce da una buona intenzione, non possa essere discriminatorio. Ma quando la protezione si trasforma nell’abitudine a decidere al posto dell’altro, oppure quando si presume di sapere sempre quale sia la scelta migliore, il rischio è quello di limitare la libertà della persona. È un meccanismo molto sottile, che raramente nasce dalla cattiveria, ma che proprio per questo merita di essere riconosciuto».

Dedichi ampio spazio anche al linguaggio. Negli ultimi anni se ne discute molto. Che ruolo attribuisci alle parole?
«Le parole hanno un peso enorme perché riflettono il modo in cui guardiamo le persone. Tuttavia non credo che basti sostituire un termine con un altro per cambiare davvero la realtà. Il linguaggio è importante se accompagna una trasformazione culturale. Altrimenti rischia di diventare soltanto un esercizio formale».

La tua formazione filosofica attraversa tutto il libro. In che modo ha influenzato il tuo sguardo?
«La filosofia mi ha insegnato a non fermarmi ai fenomeni, ma a cercarne le cause profonde. La disabilità non riguarda soltanto la salute o la condizione individuale. Interroga il nostro modo di pensare la persona, la libertà, la giustizia, la dignità. È questo lo sguardo che ho cercato di mantenere lungo tutto il libro».

Se dovessi indicare il messaggio più importante che vorresti arrivasse a chi legge, quale sarebbe?
«Mi piacerebbe che, terminata la lettura, le persone imparassero a riconoscere la discriminazione anche quando non assume forme evidenti. Non per alimentare sensi di colpa, ma per accrescere la consapevolezza. Credo che ogni autentico cambiamento culturale inizi proprio dalla capacità di osservare le relazioni quotidiane con occhi diversi».

Il merito principale del libro di Sabrina Francavilla è quello di non offrire risposte semplici a questioni complesse, ma invitare a riflettere su aspetti della vita quotidiana che troppe volte rimangono sullo sfondo. La discriminazione, ci ricorda l’Autrice, non è soltanto una questione di diritti negati o di episodi eclatanti. Può annidarsi anche nelle relazioni più vicine, nelle aspettative, nelle parole e perfino nelle attenzioni che nascono dalle migliori intenzioni.
Per questo I luoghi della discriminazione è un libro che merita di essere letto e discusso: non perché distribuisca giudizi, ma perché è capace di offrire strumenti per comprendere meglio una realtà che riguarda il modo in cui una società riconosce, o talvolta fatica ancora a riconoscere, la piena dignità di ogni persona.

I luoghi della discriminazione: quello che una persona con disabilità non deve sopportare di Sabrina Francavilla è disponibile anche in e-book.

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Accessibilità e anti-abilismo nel lavoro audiovisivo e negli eventi cinematografici

L’Associazione professionale WIFTMI (Women in Film Television & Media Italia) ha creato il gruppo “Access Team”, dedicato all’accessibilità e all’anti-abilismo nel lavoro audiovisivo e negli eventi cinematografici, che verrà presentato durante un incontro online del 6 luglio

L’Associazione professionale WIFTMI (Women in Film Television & Media Italia) ha creato il gruppo Access Team, dedicato all’accessibilità e all’anti-abilismo nel lavoro audiovisivo e negli eventi cinematografici, che verrà presentato nel pomeriggio del 6 luglio (ore 18), durante un incontro online.
Per l’occasione, a parlare di disabilità, neurodivergenza, accessibilità, lavoro, rappresentazione, linguaggio, abilismo e stereotipi, sullo sfondo dell’audiovisivo, saranno Marzia Macchiarella, Marina Cuollo, Meltea Keller e Chiara Zanini. (S.B.)

Per partecipare all’incontro online (piattaforma Zoom), accedere a questo link. Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa.zanini@gmail.com.

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Il diritto alla cura come valore universale e responsabilità condivisa

Un’occasione per approfondire il tema dell’inclusione, dei diritti dei caregiver e dell’accesso alla cura, attraverso testimonianze, riflessioni e un confronto aperto sul significato di una società che non lasci indietro nessuno: sarà questo l’incontro del 6 luglio a Milano, che coinciderà con l’uscita del libro “La cura riguarda tutti. Nessuno è escluso” di Fortunato Nicoletti e Maria Coppola

In occasione dell’uscita del libro La cura riguarda tutti. Nessuno è escluso (In Dialogo, 2026), gli autori dello stesso, Fortunato Nicoletti e Maria Coppola, dialogheranno nel pomeriggio del 6 luglio a Milano (Sala Convegni dell’Arcivescovado, Piazza Fontanas, 2, ore 17.45) con la consigliera regionale della Lombardia, avvocata e attivista per i diritti delle persone con disabilità Lisa Noja, nel corso di un incontro moderato dal giornalista del «Giorno» Giambattista Anastasio.
Sarà un’occasione propizia, come si legge nella presentazione editoriale, per approfondire il tema dell’inclusione, dei diritti dei caregiver e dell’accesso alla cura, attraverso testimonianze, riflessioni e un confronto aperto sul significato di una società che non lasci indietro nessuno. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: associazione@nessuno-escluso.it.

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Diventare invalidi non può costare alle persone straniere la gratuità delle cure: una Sentenza della Consulta

Da molti anni sopravviveva un vero e proprio paradosso: nel momento in cui il bisogno di cure si faceva più urgente, ossia quando le persone straniere già titolari di un regolare permesso di soggiorno diventavano invalide, esse perdevano il diritto all’assistenza sanitaria gratuita, vedendosi chiedere un contributo annuo di 2.000 euro. Ora la Corte Costituzionale ha stabilito che quelle persone abbiano diritto all’iscrizione gratuita al Servizio Sanitario Nazionale

Con la Sentenza n. 97, depositata il 5 giugno scorso, la Corte Costituzionale ha stabilito che le persone straniere già titolari di un regolare permesso di soggiorno e diventate invalide abbiano diritto all’iscrizione gratuita al Servizio Sanitario Nazionale. Non sono quindi tenute a versare il contributo minimo annuo di 2.000 euro che fino a oggi veniva loro richiesto.
La questione riguarda le persone straniere che, dopo avere soggiornato regolarmente in Italia per motivi di lavoro o familiari, sono diventate invalide e hanno ottenuto la conversione del permesso di soggiorno in “permesso per residenza elettiva”, previsto per chi percepisce una pensione di invalidità italiana.
Questo tipo di permesso non è incluso nell’elenco di quelli che, secondo il Testo Unico sull’Immigrazione (Decreto Legislativo 286/98), danno diritto all’iscrizione obbligatoria e gratuita al Servizio Sanitario Nazionale. L’esito di questa situazione era paradossale: infatti, proprio nel momento in cui il bisogno di cure si faceva più urgente, queste persone perdevano il diritto all’assistenza sanitaria gratuita e si vedevano chiedere un contributo annuo estremamente oneroso.

Il caso era stato sollevato dal Tribunale del Lavoro di Milano, su ricorso di due cittadini stranieri con disabilità grave ai quali la Regione Lombardia aveva negato l’iscrizione gratuita al Sistema Sanitario Nazionale. La Corte Costituzionale, dunque, non ha dichiarato la norma incostituzionale, ma ha imposto un’interpretazione costituzionalmente orientata, basata sul fatto che l’elenco contenuto nell’articolo 34 del citato Testo Unico sull’Immigrazione non va letto come tassativo, anche perché risale al 1998, quando il permesso per residenza elettiva non esisteva ancora. Chi ottiene quel permesso per conversione, a seguito del riconoscimento dell’invalidità civile, conserva quindi il diritto all’iscrizione gratuita che aveva in precedenza.

«La cosa paradossale – osserva Alberto Guariso, avvocato e referente dell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), che ha seguito il contenzioso – è che questa situazione si protrae da ben 26 anni. E fino ad ora nessuno si è occupato di risolvere questo problema, né di dire chiaramente alle Regioni che stavano applicando la norma in modo sbagliato. Eppure, nel giudizio davanti alla Corte Costituzionale, anche la Presidenza del Consiglio ha dato ragione ai ricorrenti».
«Siamo molto soddisfatti per l’esito di questa vicenda -commenta dal canto suo Laura Abet, responsabile del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) -. Siamo intervenuti nel procedimento presentando alla Corte Costituzionale un’opinione scritta, evidenziando le criticità e la discriminazione intersezionale di questa disciplina e il suo impatto concreto sulla vita delle persone con disabilità di origine straniera».

Ora, dunque, si apre un’altra partita: le persone che per anni hanno versato allo Stato una somma non dovuta possono presentare domanda per avere un rimborso. La palla passa quindi alle Regioni che dovranno organizzarsi in tal senso. (LEDHA)

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Il compleanno di Alessandro e l’impegno di un’Associazione sul fronte delle malattie metaboliche rare

Non sarà una semplice festa di compleanno, quella per i 30 anni di Alessandro, ma sarà la celebrazione di una vita che molti ritenevano impossibile e la dimostrazione vivente che quando competenza, assistenza specialistica, famiglia e associazioni di pazienti (come l’Associazione AISMME) camminano insieme, anche i percorsi più complessi possono diventare storie di vita, di speranza, di relazioni e di futuro Alessandro, insieme ai genitori e al fratello Matteo

Un centinaio di persone si riuniranno domani, 4 luglio, a Piombino Dese, in provincia di Padova, per festeggiare un compleanno. Saranno familiari, amici, educatori e chi, come i medici, per trent’anni è rimasto accanto ad Alessandro, ai suoi genitori e al fratello maggiore Matteo. Ma sarà molto più di una semplice festa di compleanno, sarà infatti la celebrazione di una vita che molti ritenevano impossibile. «Ogni anno abbiamo festeggiato a casa, questa volta vogliamo mettere insieme chi ci è stato vicino, ognuno come ha potuto, in questi anni – spiega Cristina, la mamma di Alessandro -, sarà un modo per ringraziarli».

«Alessandro – spiegano dall’AISMME (Associazione Italiana Sostegno Malattie Metaboliche Ereditarie) – convive con una malattia ereditaria rarissima, il deficit di piruvato carbossilasi. Alla sua nascita la prognosi era di pochi mesi, al massimo un anno di vita. Il 1° luglio ha compiuto 30 anni e ci risulta che egli sia l’unico paziente al mondo ad avere tagliato questo traguardo».
«A pochi giorni dalla nascita – racconta ancora la mamma Cristina -, quando dopo alcuni esami mi dissero che Alessandro non sarebbe sopravvissuto se non pochi giorni, ho pensato “è nato e se ne andrà senza che nessuno l’abbia conosciuto”. Invece non è stato così. Ma Alessandro non è solo arrivato all’incredibile traguardo dei suoi 30 anni: negli anni, infatti, è diventato un simbolo per molti genitori, e la sua storia è stata raccontata sui canali tv e sulla stampa nazionale, per accendere i riflettori sulle malattie metaboliche rare. Ha lasciato un segno e spero che sia di aiuto ad altre famiglie che, come la mia, si sono trovate a dover affrontare un’esistenza diversa, legata ad una malattia che non ha cura».

«La sua – prosegue il racconto – è una malattia incompatibile con la vita, come ci dissero alla nascita, molto severa, molto complessa nella gestione. Ho trascorso tutta la mia vita a seguirlo e a farlo stare meglio possibile». «Una frase – commentano dall’AISMME – che racchiude trent’anni di dedizione, condivisa con il marito e il figlio maggiore, di attenzione continua, di decisioni prese in pochi istanti per riconoscere un sintomo, prevenire una crisi metabolica, capire quando intervenire a casa e quando raggiungere immediatamente un Centro altamente specializzato. Una quotidianità fatta di competenze acquisite sul campo, di esercizi fisioterapici, comunicazione visiva, organizzazione di ogni uscita e di ogni giornata. Un impegno che non lascia spazio all’improvvisazione né alla normalità della vita, ma che non cancella l’amore e la gioia». «Perché Alessandro – dice Cristina – è un ragazzo sereno, ama andare in bicicletta portato da noi, uscire in passeggiata con la carrozzina, mangiare un gelato, stare con le persone che conosce. Ma deve avere la sua routine e i suoi tempi e si stanca molto. Non metabolizza i nutrienti per trasformarli in energia, va in accumulo di acido lattico: è fragile e prezioso. A 17 anni ha iniziato a frequentare il Centro Diurno Betulla di Piombino Dese, dove ha costruito relazioni, trovato nuovi punti di riferimento e conquistato una maggiore autonomia. Per me è stato difficilissimo lasciarlo andare, ma poi l’ho visto felice, accolto, capito e rispettato nei suoi tempi e insieme ad altre persone. È diventato più tranquillo, e meno difficile da gestire, ha pazienza, aspetta, un tempo non potevo neanche fermarmi in bicicletta a parlare con qualcuno. È un bene che si stacchi da noi e che noi riusciamo a fare le cose di tutti i giorni: è una conquista per lui e anche per noi. Insomma, il bambino che vive isolato dal mondo e vede il mondo dalla finestra, ora non esiste più».

«Purtroppo invecchiando – sottolinea la mamma di Alessandro -, non abbiamo più l’energia di una volta è tutto più faticoso. Devo fare tutto per lui, quello che riesce a fare da solo richiede comunque un controllo, non può stare mai da solo. Ho lasciato il lavoro da impiegata, che mi piaceva molto, sapendo che Alessandro non sarebbe mai migliorato. Nei suoi primi sette anni è stato ospedalizzato con piccole interruzioni: gli anni più difficili. Non abbiamo mai vissuto la normalità di una famiglia, e abbiamo dovuto abbandonare la vita di relazione. Ci sono e ci saranno ancora rinunce, non c’è libertà. Ma accanto a me c’è sempre mio marito, e mio figlio più grande, Matteo, con i quali ho condiviso i momenti brutti e quelli belli, da sola sarebbe stato impossibile».
Cristina, dunque, non nasconde che il pensiero del cosiddetto “dopo di noi” accompagna come un tarlo loro e ogni altro genitore di una persona con grave disabilità, ma la storia del figlio racconta anche un’altra realtà comune a molte famiglie che si prendono cura di un congiunto che vive con una malattia metabolica rara e rarissima, ossia quella della solitudine. «Quando una patologia è rarissima e in più comporta disabilità e fragilità – spiega – il confronto e il rapporto con altre famiglie spesso non esiste e restiamo molto soli. È difficile per gli altri capire cosa significa vivere con il suo passo, devi esserci dentro, viverlo ogni giorno, tutti i giorni, per capirlo. Si diventa una sorta di “isola”, costretti a costruire da soli competenze, strategie e risposte».

È proprio qui che il ruolo di un’Associazione come l’AISMME diventa fondamentale, per creare comunità, condividere esperienze, orientare le famiglie nei percorsi di cura, promuovere diritti e servizi, fare rete con i Centri specialistici e con le Istituzioni affinché nessuno resti indietro. Ed è stata la stessa Cristina, nel 2005, a fondare insieme ad altri genitori la stessa AISMME, impegnata da allora per far sì che ogni persona con una malattia metabolica rara possa contare su una presa in carico continua e di qualità lungo tutto l’arco della vita e nessuna famiglia sia lasciata sola ad affrontare il proprio cammino. Ed è lì a dimostrarlo la storia di Alessandro, vale a dire che una presa in carico globale e ad alta specializzazione, accompagnata dell’impegno costante della famiglia, può permettere ai neonati con malattie metaboliche rare una vita compatibile con le loro condizioni. E anche di diventare grandi».

Grazie oggi allo screening neonatale esteso, uno dei principali temi di impegno dell’AISMME, per oltre dieci anni, molti bimbi con malattie metaboliche stanno diventando grandi e conducono una vita normale, senza disabilità. Lo sceening permette infatti la diagnosi precoce di oltre 50 malattie metaboliche ereditarie e dal 2016, anno della sua applicazione gratuita e universale, ogni anno vengono identificati circa 350 bimbi, immediatamente trattati con terapie farmacologiche e dietetiche, bloccando il decorso di disabilità e talvolta di decesso causati dalla patologia. Sempre più bambini, quindi, diventano adolescenti e adulti, con una buona qualità di vita.
«Purtroppo – ricorda Cristina – la malattia di Alessandro non è tra quelle identificate con lo screening neonatale esteso, perché rarissima e incompatibile con la vita, ma la sua nascita mi ha fatto capire come fosse un mio dovere impegnarmi per permettere a bimbi affetti da patologie trattabili, se prese in tempo, una vita diversa e per dare un senso alla mia vita e a quella di mio figlio». Un’ esigenza che l’AISMME ha trasformato nell’impegno per l’approvazione della Legge 167/16, che dieci anni fa ha reso obbligatorio, gratuito e per tutti i neonati in Italia lo screening neonatale esteso. Ora l’obiettivo è che sempre più patologie siano incluse nel pannello di screening il più velocemente possibile, stando al passo con la ricerca che propone costantemente nuovi trattamenti e terapie. A questo l’Associazione affianca il lavoro per migliorare la cura e l’assistenza, per l’efficace transizione dall’assistenza pediatrica a quella dell’adulto, per il sostegno a Centri di riferimento di eccellenza, con équipe specialistiche e medici adeguatamente formati, e per il supporto ai caregiver, con servizi non solo in ospedale ma anche sul territorio.

«Oggi – conclude Cristina – Alessandro è diventato un uomo, che ha imparato a comunicare con i gesti e con le immagini, che riconosce le persone che ama, che aspetta con pazienza una passeggiata in bicicletta e che, con la sua presenza, ha insegnato alla sua famiglia a guardare all’essenziale. Ci ha cambiato la vita. Ci ha insegnato a dare valore alle cose piccole e a vivere con il suo passo. Il suo non è soltanto un compleanno straordinario, ma è la dimostrazione che quando competenza, assistenza specialistica, famiglia e associazioni di pazienti camminano insieme, anche i percorsi più complessi possono diventare storie di vita, di speranza, di relazioni e di futuro». (S.B.)

Per ogni informazione e approfondimento: info@aismme.org.

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Meno progetti, più diritti

«Il vero progetto di vita – scrive Gianfranco Vitale – non è un documento né una procedura amministrativa,ma è una comunità che decide di non lasciare indietro nessuno. E forse dovremmo parlare meno di roboanti “progetti di vita” e impegnarci di più a costruire condizioni di vita dignitose. Meno parole e più responsabilità collettiva. Meno enunciati e più diritti. Perché la dignità delle persone autistiche – e delle persone con disabilità in generale – non appartiene al futuro. È una questione che riguarda il presente»

Da alcuni anni il “progetto di vita” è diventato una delle espressioni più ricorrenti nel dibattito sulla disabilità. Lo si richiama nei convegni, nei documenti istituzionali, nelle riforme legislative e nelle dichiarazioni programmatiche. L’idea che ogni persona con disabilità abbia diritto a costruire il proprio percorso esistenziale, secondo desideri, aspirazioni e bisogni, è difficilmente contestabile. Anzi, rappresenta uno dei princìpi più avanzati affermati dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Proprio per questo credo sia necessario interrogarsi sul significato concreto che attribuiamo a questa espressione. Perché una cosa è riconoscere un principio, altra cosa è creare le condizioni affinché quel principio possa diventare realtà. E quando il linguaggio dei diritti rischia di trasformarsi in una formula rassicurante, ma priva degli strumenti necessari per essere attuata, qualche domanda diventa inevitabile.

Il tema merita attenzione, soprattutto perché la Riforma della disabilità (Legge Delega 227/21) e il successivo Decreto Legislativo 62/24 attribuiscono al progetto di vita un ruolo centrale che, dal 1° gennaio 2027, dovrebbe estendersi all’intero territorio nazionale. Secondo molti osservatori si tratterebbe di un passaggio destinato a modificare profondamente il sistema dei servizi: non più interventi costruiti intorno alle strutture esistenti, ma percorsi modellati sulla persona e sulle sue esigenze.
Se questa prospettiva dovesse realizzarsi, sarebbe certamente un cambiamento positivo. Tuttavia, prima di celebrare una rivoluzione, sarebbe opportuno chiedersi se siano davvero presenti le condizioni necessarie perché essa possa compiersi.
Tra gli argomenti più frequentemente utilizzati dai sostenitori della riforma vi è l’idea che il progetto di vita diventi finalmente un diritto pienamente esigibile. Si afferma che, laddove le Istituzioni non garantiscano risposte adeguate, le persone con disabilità e le loro famiglie potranno far valere le proprie ragioni anche in sede giudiziaria.
Confesso che l’espressione “diritto esigibile” non mi ha mai convinto fino in fondo. Ne ho scritto in passato e continuo a nutrire le stesse perplessità. Se un diritto ha bisogno di essere qualificato come esigibile, il rischio è che si insinui l’idea che esistano altri diritti che esigibili non sono. Io credo invece che tutti i diritti, proprio perché tali, debbano essere pienamente esigibili senza eccezioni. Non esistono “diritti di serie A” e “diritti di serie B” e la piena consapevolezza dei propri diritti rappresenta uno degli strumenti più importanti per contrastare gli arroccamenti e le resistenze di chi, detenendo il potere, tende a difendere privilegi e posizioni consolidate.
Per questo motivo faccio anche fatica a considerare un progresso il fatto che sempre più famiglie possano essere costrette a rivolgersi ai tribunali per ottenere ciò che dovrebbe essere loro riconosciuto fin dall’inizio. Il ricorso alla giustizia amministrativa può certamente rappresentare una tutela necessaria, ma non può diventare il principale strumento attraverso il quale si affermano diritti fondamentali. Quando il riconoscimento della dignità delle persone dipende dalla capacità economica, culturale e psicologica di affrontare una lunga battaglia legale, qualcosa non funziona.

Le conquiste più importanti non sono mai state il risultato di una somma di vittorie individuali. Sono state il frutto di battaglie collettive, culturali e politiche. Ed è sul terreno della politica che continua a giocarsi la partita decisiva per il futuro delle persone autistiche e delle loro famiglie, nonché per le persone con disabilità in generale.
Nel mondo della disabilità il termine “progetto” compare ormai ovunque. Progetti sperimentali. Progetti innovativi. Progetti pilota. Progetti territoriali. Progetti di vita. Talvolta viene da chiedersi se esistano più progetti che persone!
Naturalmente non mancano iniziative serie e importanti, capaci di produrre risultati concreti. Ma accanto a queste ve ne sono altre che sembrano svolgere una funzione diversa: dimostrare che qualcosa si sta facendo, senza modificare realmente le condizioni di vita delle persone.
Nel frattempo continuano a rimanere sullo sfondo le questioni essenziali. Il diritto alla salute. Il diritto ad abitare. Il diritto a un lavoro vero e non simbolico. Il diritto alla partecipazione sociale. Il diritto a servizi adeguati. Il diritto delle famiglie a non essere lasciate sole.
Su questi temi sembra essersi consolidata una sorta di rassegnazione collettiva che finisce per alimentare l’inerzia della peggiore politica.
Vale allora la pena porsi una domanda semplice: qual è il vero progetto di vita? Sia chiaro: non sto mettendo in discussione il valore del progetto di vita così come delineato dalla nuova normativa. L’idea di costruire percorsi personalizzati partendo dai bisogni, dalle aspirazioni e dalle scelte della persona rappresenta un principio che condivido pienamente. La domanda è un’altra: quali condizioni materiali, sociali ed economiche devono esistere affinché quel principio possa tradursi in realtà? È l’ennesimo documento programmatico? È l’ennesima sperimentazione destinata a esaurirsi quando termineranno i finanziamenti? Oppure è la scelta politica di investire in modo stabile nelle persone, nei servizi e nelle comunità?

Niente è frutto del caso. Nel campo della disabilità, più che in molti altri àmbiti, il problema non risiede tanto nell’assenza di leggi. Le norme esistono e, almeno nei loro princìpi generali, sono spesso ben formulate. Ciò che manca sono strumenti di attuazione efficaci e vincolanti. Le risorse disponibili risultano insufficienti e discontinue. Le competenze tra i diversi soggetti coinvolti restano spesso poco chiare. I meccanismi di controllo sono deboli. Le responsabilità vengono distribuite in modo confuso e le inadempienze raramente producono conseguenze concrete.
Tutto questo, ripeto, non è casuale. La nostra società e la nostra economia valutano gli individui quasi esclusivamente in base a quanto producono e a quanto costano. Con questa logica, le persone più vulnerabili smettono di essere viste come cittadini con pieni diritti e diventano, agli occhi del sistema, solo voci di spesa da tagliare. Che fare, allora?
Da padre di un figlio autistico adulto con bisogni di sostegno importanti, ho imparato che il problema non è immaginare il futuro. Il problema è affrontare il presente. Credo che occorra anzitutto riconoscere la causa profonda delle difficoltà che viviamo insieme ai nostri figli: il progressivo indebolimento dei legami comunitari e della responsabilità collettiva verso le persone più vulnerabili. Solo comprendendo questa radice si può capire perché certe carenze, certe disuguaglianze e certe esclusioni siano diventate così normali da apparire quasi inevitabili.
Per parlare seriamente di progetto di vita dobbiamo avere il coraggio di smettere di confondere le parole con le soluzioni. Perché i cambiamenti siano duraturi devono trasformarsi anche le strutture sociali, economiche e culturali che oggi rendono possibile questa fragilità. Senza servizi adeguati, senza sostegni continuativi, senza ricerca scientifica, senza lavoro, senza politiche pubbliche all’altezza della sfida, il rischio è che il progetto di vita rimanga una formula rassicurante più che una concreta opportunità di emancipazione.
I princìpi sono importanti. Le dichiarazioni d’intenti lo sono molto meno se non producono cambiamenti reali. Le persone autistiche adulte non hanno bisogno di slogan, ma di diritti concretamente garantiti.
Per questo continuo a pensare che il vero progetto di vita non sia un documento né una procedura amministrativa. Il vero progetto di vita è una comunità che decide di non lasciare indietro nessuno.
Forse dovremmo parlare meno di roboanti “progetti di vita” e impegnarci di più a costruire condizioni di vita dignitose. Meno parole e più responsabilità collettiva. Meno enunciati e più diritti.
Perché la dignità delle persone autistiche non appartiene al futuro. È una questione che riguarda il presente.

*Padre di un figlio autistico adulto con bisogni di sostegno importanti.

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“Estate Paideia”: tutti i componenti della famiglia si sentono accolti

«Per le famiglie che convivono con la disabilità, l’estate spesso coincide con l’aumento delle responsabilità. Quando la scuola chiude, infatti, e i servizi si interrompono, il carico di cura diventa continuo e la parola “vacanza” rischia di sembrare un lusso riservato agli altri»: è con questa consapevolezza che la Fondazione Paideia di Torino promuove da 25 anni il progetto “Estate Paideia”, permettendo alle famiglie con bimbi o bimbe con disabilità di vivere una settimana di vacanza fatta di svago e benessere “Estate Paideia” (immagine di repertorio)

«Per molte famiglie l’estate comincia con una promessa di leggerezza. Per quelle che convivono con la disabilità, spesso coincide con l’aumento delle responsabilità. Quando la scuola chiude, infatti, e i servizi si interrompono, il carico di cura diventa continuo e la parola “vacanza” rischia di sembrare un lusso riservato agli altri»: con questa consapevolezza la Fondazione Paideia di Torino si riferisce al proprio progetto Estate Paideia, progetto totalmente gratuito per le famiglie e i volontari che vi partecipano, iniziativa che da ben 25 anni permette alle famiglie con bimbi o bimbe con disabilità di vivere una settimana di vacanza fatta di svago, benessere e felicità. Un’iniziativa promossa in collaborazione con Orsolina28 Art Foundation che ogni anno trasforma l’estate di quelle famiglie in un tempo possibile: di riposo, amicizia, autonomia e scoperta.
«Tra le colline del Monferrato – spiegano da Paideia -, negli spazi immersi nella natura di Orsolina28 Art Foundation, decine di famiglie trovano qualcosa che spesso manca nella quotidianità. Non si tratta semplicemente di una vacanza ma di poter lasciare andare, anche solo per qualche giorno, il peso della gestione continua, vedendo il proprio figlio giocare con altri bambini in un ambiente pensato davvero per lui, concedendosi una lezione di yoga, una nuotata, una passeggiata senza dover restare sempre in allerta, cenando con altre famiglie che conoscono la stessa fatica e la stessa forza».

In questo 2026, dunque, sono 46 le famiglie coinvolte nel progetto e per 18 di loro sarà la prima volta, anche grazie al prezioso contributo di quasi 60 volontari.
«Gli altri mi dicono: portiamo tuo figlio a fare un viaggio con noi. Voi mi dite: andiamo tutti insieme a fare una vacanza», racconta una mamma che ha partecipato a una precedente edizione di Estate Paideia, parole in cui risiede il cuore stesso del progetto, creare cioè occasioni in cui ogni membro della famiglia possa sentirsi accolto, visto, parte della stessa esperienza. I bambini, infatti, partecipano a laboratori, attività creative, giochi all’aperto e in piscina. I fratelli e le sorelle – i cosiddetti sibling – trovano spazi propri, amicizie, nuove autonomie. E i genitori possono finalmente respirare per un po’.

Accanto poi all’esperienza residenziale, la Fondazione Paideia promuove anche il Centro Estivo, che tra giugno e luglio accoglie decine di bambini tra i 5 e i 14 anni al Centro Paideia e presso le due sedi della Fattoria Sociale della Fondazione, sulla collina torinese e nella campagna di Caramagna Piemonte (Cuneo). «Un progetto – viene sottolineato – costruito su percorsi personalizzati, attività inclusive e rapporti educativi calibrati sui bisogni di ciascuno».
«E quando l’estate finisce – concludono da Paideia , restano le fotografie, le amicizie nate quasi per caso, i numeri salvati sul telefono. Ma soprattutto resta una certezza: non essere soli. Ed è una forma di vacanza anche questa». (S.B.)

Per altre informazioni: Luna Rondana (lrondana@maybepress.it).

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L’ostinata testimonianza di “ottimismo della volontà” di Raffaele Iosa

«Ci ha lasciato in questi giorni Raffaele Iosa – scrivono dal MUISS (Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale) – che è stato un presidio storico, professionale e culturale dell’inclusione scolastica in Italia. Nonostante il suo “pessimismo della ragione”, la sua presenza nel nostro percorso ha testimoniato un “ottimismo della volontà” ostinato e, in ultima analisi, non privo di speranza» Raffaele Iosa (1952-2026)

Ci ha lasciato in questi giorni Raffaele Iosa, un presidio storico, professionale e culturale dell’inclusione scolastica in Italia. La storia del suo impegno è già stata raccontata da molti, legittimata da conoscenza diretta e collaborazioni decennali [si legga ad esempio sulle nostre pagine Salvatore Nocera, “La mia amicizia e il mio debito di riconoscenza nei confronti di Raffaele Iosa”, N.d.R.]. Noi vogliamo parlare del suo coinvolgimento nel nostro Movimento MUISS (Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale), a partire dalla fondazione dello stesso, a inizio 2025: gli era piaciuta l’idea lanciata da Nicola Striano, e raccolta da molti, di un Movimento (“qualcosa che si muove”) Unitario (che si muove insieme, al suo interno, e con altri all’esterno) per l’Inclusione Scolastica e Sociale (parole da riscoprire e risignificare).
Nonostante l’analisi impietosa – le sue analisi erano sempre impietose, ma veritiere e condivisibili – della situazione attuale dell’inclusione, soprattutto scolastica, lui aveva accettato la sfida di questo Gruppo. La sua attenzione si era concentrata ultimamente sul fenomeno che definiva “l’esplosione delle certificazioni”: in un suo scritto del 2024 (Il tramonto dell’inclusione, pubblicato da «educationduepuntozero»), individuava tra le possibili cause l’incapacità della scuola di rispondere alle complessità attuali e la tendenza alla facile scorciatoia della medicalizzazione, favorita anche dall’infelice equazione “più disabilità, più sostegno” e da quella, forse meno esplicitata, ma molto presente “più sostegno più delega” da parte dei docenti curricolari.
La tematica, presentata al Gruppo di Promozione e Coordinamento del MUISS fin dai primi incontri, è diventata oggetto di uno dei Tavoli di Lavoro in cui sono attualmente impegnati i membri del Movimento e anche alcune preziose competenze esterne; se ne vedranno gli esiti nei prossimi mesi.
Ci mancherà la capacità di Raffaele Iosa di individuare con acutezza e senza ipocrisie le criticità, l’originalità nell’analizzarne le cause profonde da punti di vista insoliti, la passione e la veemenza del suo argomentare.
Pensiamo di poter affermare che, nonostante il “pessimismo della ragione”, la sua presenza nel nostro percorso testimoni un “ottimismo della volontà” ostinato e, in ultima analisi, non privo di speranza. Per questo continueremo ad impegnarci in prima persona e ad appellarci a tutte le donne e gli uomini di buona volontà per difendere insieme fattivamente i valori di equità, giustizia sociale e democrazia che sono il cuore dell’inclusione “all’italiana”.

*Il MUISS è il Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale (nicstriano56@gmail.com).

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Una nuova presentazione del terzo Piano di Azione per i diritti e l’inclusione delle Persone con Disabilità

Una nuova presentazione del terzo Piano di Azione triennale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità è in programma per domani, 3 luglio, a Milano (ma accessibile anche da remoto), iniziativa promossa dalle Federazioni FISH e FAND, insieme all’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, avvalendosi del patrocinio della Regione Lombardia

Dopo quella dei giorni scorsi a Genova, è in programma per la mattinata di domani, 3 luglio a Milano (Sala Gonfalone di Palazzo Pirelli, Via Fabio Filzi, 22, ore 9), una nuova presentazione del terzo Piano di Azione triennale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle Persone con Disabilità, iniziativa promossa dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), dall’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità e dalla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), con il patrocinio della Regione Lombardia.
Dopo i saluti istituzionali – tra cui i videomessaggi della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli e dell’assessora regionale della Lombardia alla Famiglia e alla Disabilità Elena LucchiniSerafino Corti, coordinatore dell’Osservatorio Nazionale, illustrerà i contenuti generali del Piano. Seguirà la presentazione delle singole linee di intervento del Piano stesso e a concludere una tavola rotonda coordinata da Lella Brambilla, portavoce del Forum Lombardo Terzo Settore, con la partecipazione di Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH), Angelo Achilli, presidente della FAND Lombardia e un rappresentante dell’ANCI Lombardia (Associazione Nazionale Comuni Italiani). (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro che sarà accessibile sia in presenza che da remoto (in entrambi i casi è necessario registrarsi tramite quest’altro link). Sono previsti sottotitolazione e interpretariato LIS.

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La risposta non è separare gli studenti con disabilità, ma mettere la scuola nelle condizioni di includere davvero

«La risposta alle criticità riguardanti l’inclusione scolastica – scrivono dall’ANFFAS Nazionale – non è separare gli studenti con disabilità, ma mettere la scuola nelle condizioni di includere davvero ciascuno, riconoscendo nelle differenze non un limite da gestire, ma una risorsa per la crescita dell’intera comunità»

Le recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci, favorevoli alla creazione di classi distinte in base al merito e al rendimento, riportano al centro del dibattito pubblico un tema che riguarda, e mette in discussione, il modello di scuola che il nostro paese ha scelto di costruire a partire dagli Anni Settanta e, più in generale, l’idea stessa di scuola delineata dalla Costituzione e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09.
Sarebbe semplice limitarsi ad esprimere indignazione, ma riteniamo più utile interrogarsi sulle ragioni per cui affermazioni di questo tipo trovino oggi spazio nel dibattito pubblico e, in alcuni casi, consenso. Solo infatti comprendendo le ragioni di questo fenomeno è possibile affrontarlo senza ridurlo a una contrapposizione ideologica o liquidarlo come una semplice provocazione.

La nostra Associazione [ANFFAS, N.d.R.] ritiene, senza dubbio, anche alla luce del vigente quadro normativo, che la risposta non possa essere un arretramento rispetto alle conquiste degli ultimi cinquant’anni, né tanto meno la messa in discussione del modello inclusivo italiano. Al contrario, le criticità che ancora oggi caratterizzano il sistema scolastico devono spingerci a rafforzarlo, correggendone le distorsioni e pretendendone la piena attuazione.
Occorre, innanzitutto, chiarire un equivoco sempre più diffuso: il modello inclusivo non si realizza per il solo fatto che l’alunno/a con disabilità sia presente all’interno della classe, né la qualità dell’inclusione si misura dal numero di ore trascorse nello stesso ambiente dei compagni. Si tratta di un processo di trasformazione dei contesti, delle relazioni, delle metodologie didattiche, dell’organizzazione scolastica e dell’intera comunità educante, affinché ogni alunno/a possa partecipare realmente alla vita scolastica, apprendere, costruire relazioni significative e sviluppare al massimo le proprie potenzialità, in coerenza con il proprio progetto di vita.

È questa la prospettiva introdotta dalla Convenzione ONU e progressivamente sviluppata nel nostro ordinamento, in particolare dal Decreto Legislativo 66/17 e, più recentemente, dal Decreto Legislativo 62/24. Una prospettiva che supera l’idea che le persone con disabilità debbano semplicemente essere integrate in un contesto immutato e afferma, invece, il principio secondo cui è il contesto stesso che deve modificarsi, eliminando le barriere e predisponendo accomodamenti ragionevoli e sostegni adeguati.
È proprio questa diversa concezione dell’inclusione che consente di comprendere come la partecipazione non rappresenti un modello alternativo, ma ne costituisca il naturale risultato. Per questa ragione non condividiamo quelle ricostruzioni che, sempre più frequentemente, tendono a contrapporre il modello inclusivo al modello della partecipazione come fossero paradigmi distinti.

Affermare il valore del modello inclusivo non significa neppure negare le difficoltà che ancora caratterizzano la scuola italiana, come la cronica carenza di continuità didattica, l’insufficiente formazione del personale scolastico, la difficoltà di costruire una reale corresponsabilità educativa, l’assenza, ancora troppo frequente, delle componenti sanitarie nei GLO (Gruppi di Lavoro Operativo per l’Inclusione), la riduzione del PEI (Piano Educativo Individualizzato) a un mero adempimento burocratico, la scarsa integrazione tra scuola, servizi sanitari ed enti locali e la difficoltà di garantire sostegni tempestivi e realmente calibrati sui bisogni della persona. A ciò si aggiunga la persistente difficoltà di considerare il percorso scolastico come parte integrante del progetto di vita della persona con disabilità.
È proprio la “cattiva inclusione”, quindi, a rischiare di diventare il principale argomento di chi propone un ritorno a modelli separati e, in tal caso, diventa inevitabile che qualcuno finisca per individuare nel modello inclusivo la causa dei problemi, anziché interrogarsi sulle responsabilità di chi avrebbe dovuto garantirne la corretta attuazione.
In questo senso, preoccupa non tanto che simili posizioni vengano espresse da chi è estraneo al mondo della scuola, quanto il fatto che analoghe riflessioni emergano anche al suo interno. Ciò impone una riflessione sulle condizioni in cui oggi operano le istituzioni scolastiche e sulla necessità di sostenere dirigenti, docenti e personale educativo affinché possano realizzare un’inclusione autentica e di qualità.

Se non è possibile arretrare rispetto ai diritti conquistati, al contempo, però, occorre investire con maggiore efficacia sulla qualità dell’inclusione e sulla piena realizzazione del sistema delineato dalla normativa vigente.
Proprio per questo riteniamo non più rinviabile dare piena attuazione agli strumenti di monitoraggio previsti a partire dal citato Decreto Legislativo 66/17 che affida all’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione.), sentito l’Osservatorio Ministeriale Permanente per l’Inclusione Scolastica, il compito di contribuire alla valutazione della qualità dell’inclusione attraverso specifici indicatori. A distanza di quasi dieci anni, è necessario chiedersi quale sia stato il concreto sviluppo di tali strumenti e sollecitare il Ministero dell’Istruzione e del Merito affinché il monitoraggio diventi finalmente operativo, permettendo sia di individuare le criticità del sistema e gli interventi necessari, sia di orientare le politiche pubbliche.
Si tratta di temi che la nostra Associazione ha già portato all’attenzione delle Istituzioni, da ultimo nel marzo scorso, anche attraverso il lavoro svolto con la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e in seno al succitato Osservatorio, evidenziando la mancata attuazione di numerose disposizioni del Decreto 66/17, tra cui quelle relative agli strumenti di monitoraggio della qualità dell’inclusione, alla formazione del personale, ai livelli di coordinamento territoriale e al raccordo tra inclusione scolastica e progetto di vita. Prima di mettere in discussione il modello inclusivo, occorrerebbe pertanto chiedersi quanto di quel modello sia stato realmente attuato.

È in questa prospettiva che continueremo a svolgere il nostro ruolo di proposta, collaborazione e stimolo istituzionale, promuovendo formazione, informazione, supporto alle famiglie e agli operatori e contribuendo, attraverso la nostra esperienza, al miglioramento della qualità dell’inclusione scolastica. Perché la risposta alle criticità non è separare gli studenti con disabilità, ma mettere la scuola nelle condizioni di includere davvero ciascuno, riconoscendo nelle differenze non un limite da gestire, ma una risorsa per la crescita dell’intera comunità.

*L’ANFFAS è l’Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo.

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Fundraising all’ultimo respiro

«Le immagini sono quanto di più lontano esista riguardo ai lasciti testamentari di cui si parla: gente in salute, felice e ridente, rosei bambini in carrozzina a cui vecchietti del mulino bianco offrono fiorellini…»: è un passaggio del nuovo testo di Gianni Minasso nella sua rubrica “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, spazio fatto di pungente ironia, di grottesco e talora anche della comicità più o meno involontaria che, come ogni altra faccenda umana, può riguardare anche il mondo della disabilità Realizzazione grafica di Gianni Minasso

Ragazzi, oggi non parleremo di noccioline, bensì di una robaccia indigesta soprattutto per i superstiziosi e comunque dura da affrontare anche per i più scafati razionalisti. Quindi il mio consiglio per tutti è quello di astenersi dalla lettura. In ogni caso avviso l’esiguo gruppetto dei coraggiosi in vena di proseguire che questa volta ci sarà poco da ridere perché, come dice Totò nella famosa poesia della Livella, «Nuje simmo serie… appartenimmo a’ morte!».

Come ben si può immaginare, le organizzazioni di volontariato (d’ora in poi odv), e in particolar modo quelle incentrate sulla disabilità, non sono organizzazioni monolitiche e invariabili nel tempo, bensì mutano pelle, si trasformano, mettono in cantiere attività inedite, reagiscono a nuove situazioni e si spostano nel panorama sociale. Insomma se oggi le vedi qua, magari un poco mosce, ecco che domani le troverai laggiù, pimpanti, più belle e più superbe che pria. Bravo! Grazie.
Ebbene, nelle odv si è fatta largo in questi ultimi anni una nuova tendenza che ha preso vita e forza da alcuni fattori fondamentali: esiguità di contributi pubblici ricevuti, maggiori difficoltà di fundraising, concorrenza spietata di altri organismi e crisi economica.
A questo punto parecchie di loro sono state costrette a cercare nuove strade di finanziamento e dove pensate che, fra le altre cose, siano approdate? Sì, avete (credo) indovinato. Sono pervenute ad affrontare uno dei più grandi tabù dell’uomo, soprattutto di quello moderno: non già l’assenza di campo per il proprio cellulare, bensì lei, la terribile signora nerovestita con la falce, la Morte [qui col maiuscolo per scaramanzia! N.d.A.].

Incuranti del fatto che la morte, ahinoi, tocca da vicino (e purtroppo più spesso del normale) proprio le Associazioni di persone disabili e parlarne in esse equivale a citare la famosa corda in casa dell’impiccato, ci si è ben presto adeguati all’andazzo.
Qualcuno potrebbe obiettare che chiedere eredità in giro sarebbe moralmente un’indelicatezza, ma a questo proposito la legislazione è chiara: «È giuridicamente lecito e corretto che le odv, in quanto enti del Terzo Settore, ricevano eredità o legati, a patto che vengano rispettate le norme di legge, in particolare le quote di legittima spettanti agli eredi familiari e non sussistano pressioni indebite, specialmente su persone anziane, sole o vulnerabili». Resta la questione che tale prassi è un’alea, poiché non può di certo costituire una voce sicura dei bilanci preventivi, ma possiede ben altri pregi in quanto, a parte la detassazione, costa poca fatica: una legacy campaign ben orchestrata dai soliti esperti, un poco di pubblicità, due pissi pissi nelle orecchie dei notai, un buon passaparola e il gioco è fatto, basta una vecchia babbiona che s’intenerisca dei disabilini per raddrizzare i conti e vivere nel lusso per anni.

Riguardo alla pubblicità di queste iniziative così particolari, si possono osservare diversi approcci, ma praticamente tutti simili tra di loro. Innanzitutto le immagini sono quanto di più lontano esista riguardo alla morte: gente in salute, felice e ridente, rosei bambini in carrozzina a cui vecchietti del mulino bianco offrono fiorellini, nonnette arzille che stringono la mani a ricercatrici fasciate in camici bianchi come pin-up, cuoricini a profusione, abbracci intergenerazionali, mani che firmano atti notarili eccetera, il tutto immerso in panorami fiabeschi, contesti naturali (nota bene) primaverili, interni di laboratori, corsie di ospedali ri-eccetera.
Riguardo invece ai testi pubblicitari è tutto un fiorire di eufemismi, toni melliflui, arditi voli retorici, suggestioni poetiche, incredibili testimonianze post mortem, stucchevoli vittimismi e pure qualche lacrimuccia. Infatti, saltabeccando qua e là, ci imbattiamo in slogan (o claim che dir si voglia) come «Dare futuro alla vita e alla scienza», «Tramandare i propri valori insieme a ciò che si sceglie di donare», «Non serve un grande patrimonio: anche un piccolo lascito può fare una grande differenza, trasformando la tua volontà in un’eredità di valore e speranza», «Non per essere ricordata, ma perché voglio che la mia vita conti anche dopo di me», «Un atto di amore e responsabilità», «È una scelta che ti permette di contribuire a cambiare il mondo, anche dopo la vita», «La tua generosità attraverserà il tempo, accendendo la speranza, costruendo il futuro, facendo progredire la scienza», «Per noi sei importante!», «Lasciare un segno duraturo, capace di generare valore nel tempo» e «Il modo più bello per continuare ad esserci, anche domani». Tuttavia questi lirici aneliti confluiscono spesso in pragmatiche regole meticolose, per evitare possibili sbagli dei testatori, elenchi di contatti e di referenti a disposizione per eventuali chiarimenti, FAQ sulle prassi ereditarie e addirittura apposite guide ai lasciti solidali da scaricare gratuitamente.

Per carità, è una cosa buona e giusta che le odv cerchino di incamerare qualche risorsa extra da questo ampio bacino potenziale di lugubre solidarietà, e quindi vorrei evitare ogni commento. Mi permetto unicamente di sussurrare che il possibile rischio non è solo di stufare la gente, ma anche quello di incappare nello sgradevole “effetto avvoltoio”, cioè di fare la figura di chi se ne sta appollaiato su un ramo ad aspettare i suoi prossimi pasti. Tutto qui.
Infine, mi scuso con i lettori per gli eventuali errori di ortografia e di sintassi presenti in questo articolo, poiché la mia trattazione di questo argomento così scabroso è stata disturbata dal dover tenere di continuo una mano appoggiata su… Vabbè, avete capito cosa.

Eredite Remo

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La saggezza delle mani

Un uomo con pluridisabilità, «che mi ripete “Ciao, ciao, ciao” – racconta Elena Malagoli -, e se non gli rispondo lui lo urla ancora più forte. Non riesco a parlare, nemmeno ad ascoltare il medico con cui sto parlando, sento che comincio ad innervosirmi. Poi lo prendo sottobraccio, stretto stretto, e con la mano libera tengo la sua mano fra le mia. Sorrido, e penso che le nostre mani sono state molto più sagge di me: hanno saputo prendersi il tempo di un incontro, mentre io, invece, cercavo solo di liberarmi di un problema» (Immagine tratta da “Pixabey”)

Nell’istituto che accoglie persone con disabilità, dove mia figlia svolge alcune terapie, ho bisogno di un chiarimento su una questione in sospeso, ci faccio un salto al volo e chiedo se posso parlare con il medico giusto un paio di minuti.
Mentre aspetto nel corridoio affollato, mi raggiunge S., un uomo con pluridisabilità. Mi viene vicino, quasi addosso, e comincia a ripetermi «Ciao, ciao, ciao». Io gli sorrido, «Ciao» gli rispondo più volte, con un tono di voce accogliente, di cui – me ne accorgo dopo – in fondo mi compiaccio un po’ (quanto ci piace sentirci “buoni”!).
Poi arriva il medico che aspettavo, parliamo lì in corridoio, fra gente che va e che viene, urla, confusione.
E S. sempre appiccicato, «Ciao, ciao, ciao», mi ripete, e se non gli rispondo lui lo urla ancora più forte. Non riesco a parlare, nemmeno ad ascoltare, sento che comincio ad innervosirmi.
Passa un operatore che si intromette: «Gli dica ciao – mi fa – altrimenti non la smette». Penso che gliel’ho già detto decine di volte ma non ha smesso lo stesso. «Non può portarlo via?», vorrei dirgli, ma non oso e taccio.
Il medico mi sta dicendo qualcosa ma io non capisco. Ad un certo punto involontariamente mi parte un moto di stizza, scuoto la testa, con il tipico gesto di chi è esasperato. Solo a quel punto il medico mi dice che possiamo spostarci da lì e andare in un posto più tranquillo.
Mentre ci allontaniamo, mi volto. S. ci segue a distanza, sussurrando piano il suo «ciao», con un’espressione così delusa che mi vergogno subito per essere stata così impaziente.
Mi fermo, lo chiamo, lo prendo sottobraccio, stretto stretto, e con la mano libera tengo la sua mano fra le mia. Lui si tranquillizza, sembra si metta ad ascoltare, con un’espressione seria e buffa sul viso, guarda me quando parlo, poi guarda il medico quando risponde, allungando il collo come in uno sforzo esagerato di attenzione. Mi fa ridere, e infatti lo guardo e rido, lui ride e dice «ciao». Non gli lascio mai la mano, lui non lascia mai la mia.

In pochi minuti io e il medico chiariamo tutto, ho finito, posso andare. «Ciao, ciao, S. – gli dico – io adesso devo andare». «Ciao, ciao», mi risponde, e se ne va sorridendo, con un passo incerto che sembra una specie di saltello, un’andatura che lo fa sembrare un po’ un bimbo felice.
Sorrido, e penso che le nostre mani sono state molto più sagge di me: hanno saputo prendersi il tempo di un incontro, mentre io, invece, cercavo solo di liberarmi di un problema.

*Caregiver familiare, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro “Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie”.

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Scuola: non basta esserci per partecipare, ovvero L’inclusione si costruisce, non si improvvisa!

Con la chiusura dell’anno scolastico si apre il tempo della programmazione ed è proprio durante l’estate che si devono porre le basi dell’inclusione per il prossimo anno. Ricordando sempre che, come sottolinea Francesca Palmas, pedagogista e responsabile Scuola e Centro Studi della Federazione ABC Italia, «l’inclusione autentica non significa semplicemente essere presenti in aula. Significa poter partecipare, apprendere, scegliere e costruire il proprio futuro insieme agli altri»

Le scuole hanno ufficialmente concluso il 30 giugno le procedure di chiusura dell’anno scolastico, ma il lavoro per costruire una scuola davvero inclusiva è tutt’altro che terminato. Anzi, è proprio nei mesi estivi che si preparano le condizioni organizzative, educative e professionali che permetteranno, da settembre, a ogni alunno e a ogni alunna di partecipare pienamente alla vita scolastica. L’inclusione, infatti, non è un gesto di buona volontà né un intervento improvvisato, ma è il risultato di una progettazione condivisa, di una precisa organizzazione e della corresponsabilità di tutti i soggetti coinvolti.

Il PEI: uno strumento di progettazione condivisa
Con la conclusione dei GLO (Gruppi di Lavoro Operativi per l’Inclusione), sono stati sottoscritti i PEI (Piani Educativi Individualizzati), elaborati con la partecipazione della scuola, delle famiglie e dei professionisti coinvolti. Il PEI rappresenta molto più di un documento amministrativo: è il progetto educativo che definisce gli interventi, i sostegni e le strategie necessarie affinché l’inclusione diventi una pratica concreta.
Non riguarda soltanto gli studenti con disabilità, ma orienta l’intera organizzazione della scuola verso ambienti di apprendimento accessibili, flessibili e capaci di valorizzare le caratteristiche di ciascuno. Personalizzazione degli interventi, relazioni tra pari e partecipazione attiva diventano così elementi essenziali di una scuola che educa tutti.

Le pre-condizioni che rendono possibile l’inclusione
Perché il diritto all’inclusione possa tradursi in realtà, servono solide precondizioni organizzative. Gli esperti parlano di veri e propri “indicatori strutturali dell’inclusione”, elementi che consentano alla scuola di funzionare come comunità educativa aperta e accessibile.
Tra questi rientrano la disponibilità di insegnanti di sostegno qualificati, educatori e assistenti adeguatamente formati, docenti curricolari preparati sui temi dell’inclusione, ambienti privi di barriere architettoniche e sensoriali, spazi accoglienti, strumenti tecnologici e materiali didattici specifici – dai software dedicati ai libri tattili, fino ai supporti per la CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa).
Anche il trasporto scolastico rappresenta un tassello fondamentale, perché l’autonomia inizia dal poter raggiungere la scuola nelle condizioni più adeguate.
Ma non basta contare le risorse disponibili. È necessario valutarne la qualità. L’inclusione, infatti, non può essere affidata all’improvvisazione o alla capacità di arrangiarsi. Richiede competenze, formazione continua e interventi realmente personalizzati. Non ci si può permettere di sperimentare sulla pelle dei ragazzi e delle ragazze.

Numeri in crescita, ma la sfida riguarda la qualità
Secondo i dati riportati dal «Sole 24 Ore», il 97% degli studenti/studentesse con disabilità partecipa alle attività comuni della classe. Un dato positivo che però convive con una criticità significativa: quasi il 30% non consegue il diploma di scuola secondaria superiore.
Negli ultimi anni gli studenti/studentesse con disabilità sono aumentati sensibilmente, passando dai 216.452 dell’anno scolastico 2015/2016 ai 312.235 del 2022/2023. Parallelamente è cresciuto anche il numero degli insegnanti di sostegno, migliorando il rapporto tra docenti e alunni/alunne con disabilità da 0,59 a 0,70, grazie anche alle deroghe regionali rispetto allo standard nazionale di un insegnante ogni due studenti.
Tuttavia permane una criticità strutturale: una quota significativa dei docenti impiegati sul sostegno non possiede una formazione specifica e oltre la metà è costituita da personale precario. Per questo i dati non devono essere letti soltanto in termini quantitativi. La vera sfida, infatti, riguarda la qualità degli interventi, la continuità educativa e gli investimenti sulla scuola. Politiche orientate esclusivamente al contenimento della spesa o misure che rischiano di limitare la partecipazione producono effetti opposti rispetto agli obiettivi dell’inclusione.

Dal PEI al Progetto di Vita
Oggi il Piano Educativo Individualizzato non può più essere considerato un percorso isolato. Deve essere infatti parte integrante del più ampio Progetto di Vita, che accompagna la persona sin dalla scuola dell’infanzia. È proprio nei primi anni di scuola che prende forma la prospettiva richiamata a suo tempo dal pedagogista Mario Tortello con un invito ancora attualissimo: «Pensami adulto!». Questo significa progettare fin da subito guardando al futuro, collegando scuola, famiglia, servizi e territorio in un percorso continuo capace di sviluppare autonomia, autodeterminazione e partecipazione sociale.
Lo stesso PEI, nella sua struttura, prevede già il raccordo con il Progetto Individuale, favorendo un allineamento tra tutti gli interventi che riguardano la vita della persona. Si tratta di un approccio definito “ecologico” e ispirato al modello bio-psico-sociale, che supera una lettura esclusivamente sanitaria della disabilità e considera invece la persona nella relazione con il proprio ambiente di vita.
Una progettazione multidisciplinare di questo tipo non produce benefìci soltanto per gli studenti coinvolti, ma contribuisce a costruire comunità più inclusive, capaci di riconoscere il valore delle differenze come risorsa collettiva.

Una scuola che prepara il futuro
L’attuazione del Decreto Legislativo 62/24 (applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità) completerà il percorso avviato con il Decreto Legislativo 66/17, rafforzando il collegamento tra inclusione scolastica e Progetto di Vita. La scuola diventerà così il primo luogo in cui costruire la cittadinanza delle persone con disabilità, accompagnandole lungo un percorso che non si esaurisce tra i banchi, ma guarda all’età adulta, al lavoro, alla partecipazione sociale e all’autonomia.
Perché l’inclusione autentica non significa semplicemente essere presenti in aula. Significa poter partecipare, apprendere, scegliere e costruire il proprio futuro insieme agli altri.

*Pedagogista e responsabile Scuola e Centro Studi della Federazione ABC Italia (Associazione Bambini Cerebrolesi).

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Viene accolta la prima famiglia dalla “Casa di Silvia” a Savona

Progetto nazionale nato dall’Associazione AISLA, ma frutto di una responsabilità condivisa e del gesto generoso della famiglia di Silvia Codispoti, “La Casa di Silvia”, a pochi mesi dalla posa della prima pietra, verrà inaugurata domani, 3 luglio, a Savona, dotando la città ligure di uno spazio di accoglienza e sollievo per persone con la SLA e per le loro famiglie. E per l’occasione vi verrà anche accolta la prima famiglia AISLA che vi soggiornerà

Nato dall’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), come avevamo ampiamente raccontato nel marzo scorso, in occasione della posa del primo mattone, si appresta a vivere la propria inaugurazione La Casa di Silvia, progetto nazionale promosso a Savona, per fornire accoglienza temporanea e pensato per offrire alle persone con la SLA e alle loro famiglie un’esperienza di soggiorno accessibile, inclusiva e orientata al sollievo.
Tutto era partito, come avevamo spiegato, dall’esperienza di vita di Silvia Codispoti, volontaria dell’AISLA che aveva convissuto con la SLA per oltre vent’anni senza mai perdere il proprio amore per la vita e per il mare di Savona e che proprio quella casa aveva scelto come luogo di libertà. Dopo la sua scomparsa, il generoso gesto della famiglia Codispoti e l’impegno condiviso della comunità AISLA, fatta di volontari, donatori e istituzioni, ha portato a trasformare il ricordo di Silvia in un’opportunità concreta per molte altre famiglie, «diventando – come sottolineano dalla stesa AISLA – un modello innovativo di ospitalità accessibile nel panorama nazionale».

A pochi mesi, dunque, dalla posa del primo mattone, il progetto giunge a compimento e La Casa di Silvia, struttura situata nel centro di Savona, consentirà alle persone con la SLA e ai loro cari di vivere momenti di vacanza e benessere in un contesto pienamente accessibile, favorendo autonomia, partecipazione e qualità della vita. E in occasione dell’inaugurazione, in programma nella mattinata di domani, 3 luglio, verrà anche accolta la prima famiglia AISLA che soggiornerà nella struttura.
Interverranno per l’occasione Riccardo Viaggi, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Savona; Marco Russo, sindaco della città ligure; don Camillo Podda, vicario generale di Savona; Vincenzo Soverino, consigliere nazionale dell’AISLA; Valentina Sguerso, presidente dell’AISLA di Savona Imperia; la Famiglia Codispoti; Ugo Cappello, fondatore della spiaggia accessibile Lo Scaletto senza Scalini, presso la quale ci si trasferirà successivamente, per la presentazione dei servizi di essa. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@aisla.it (Elisa Longo).

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Una rete nazionale di Agenzie, per contribuire all’attuazione concreta della riforma sulla disabilità

Verrà lanciato domani, 3 luglio, nel corso di un evento online, il progetto “Rete62” con il quale l’ANFFAS Nazionale intende contribuire, in tre anni di attività, all’attuazione concreta della riforma sulla disabilità, in particolare creando una rete nazionale di Agenzie, per supportare le persone con disabilità e le loro famiglie lungo tutto il percorso di definizione e realizzazione del Progetto di Vita, strumento cardine della riforma stessa

Sarà lanciato e presentato ufficialmente nella mattinata di domani, 3 luglio, durante un evento online (ore 10-12), il nuovo progetto dell’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), denominato Rete62, con il quale si intende, nell’arco di tre anni di attività, contribuire all’attuazione concreta della riforma sulla disabilità (Legge Delega 227/21 e Decreti Attuativi della stessa). «In particolare – viene sottolineato dall’Associazione -, attraverso questa nuova progettualità, ci proponiamo di creare una rete nazionale di Agenzie, composta da un’Agenzia Nazionale di coordinamento e da almeno 20 Agenzie Territoriali ANFFAS attive in almeno 12 Regioni, al fine di operare in sinergia con i servizi pubblici e con gli attori del territorio, per supportare le persone con disabilità e le loro famiglie lungo tutto il percorso di definizione e realizzazione del Progetto di Vita, strumento cardine della riforma. L’obiettivo dell’iniziativa, infatti, è rafforzare la capacità delle persone con disabilità e delle loro famiglie nell’esercizio concreto dei propri diritti, promuovendo conoscenze, competenze e strumenti utili all’attuazione della riforma della disabilità».
«La riforma – sottolinea in tal senso Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS – rappresenta una delle più importanti innovazioni degli ultimi anni relativamente alle politiche per la disabilità, con un forte impatto sulla vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie: per questo è assolutamente necessario lavorare e investire in termini di informazione, formazione, accompagnamento e partecipazione».

Il progetto prevede dunque:
° attività di informazione e sensibilizzazione rivolte a cittadini, famiglie, operatori e istituzioni, per diffondere la conoscenza della riforma e dei diritti delle persone con disabilità;
° percorsi formativi specialistici per operatori, professionisti e personale coinvolto nelle Agenzie Territoriali;
° percorsi formativi sulla Valutazione di Base ai professionisti operanti all’interno delle Commissioni preposte;
° accompagnamento personalizzato delle persone con disabilità nella costruzione del proprio Progetto di Vita, inclusa la definizione del budget di progetto e il supporto nelle fasi amministrative;
° sviluppo e sperimentazione di modelli collaborativi tra Pubblica Amministrazione ed Enti del Terzo Settore, anche attraverso processi di coprogrammazione e coprogettazione;
° produzione di strumenti operativi (manuali, linee guida, contenuti digitali accessibili) per facilitare l’applicazione della riforma.

«Si tratta quindi – annotano in conclusione dall’ANFFAS – di una programmazione a trecentosessanta gradi che riguarda persone con disabilità, familiari, operatori, professionisti, enti associativi e portatori d’interesse territoriali, per fornire loro una quanto più completa conoscenza delle opportunità offerte dalla riforma e contribuire allo sviluppo delle competenze necessarie per renderla realmente efficace nei territori. Fondamentali, a tal proposito, saranno anche gli Sportelli Accoglienza e Informazione ANFFAS (SAI), che consolideranno il loro ruolo di presidio per la diffusione delle informazioni e per l’orientamento delle persone e delle famiglie sui nuovi strumenti introdotti dalla riforma». (S.B.)

L’evento di lancio di domani, 3 luglio, si svolgerà online, come detto, su piattaforma Zoom (il link per il collegamento verrà pubblicato sui profili social dell’ANFFAS Nazionale (qui e qui), nella mattinata di domani stesso. Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net.

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“Piano Casa”: l’accessibilità deve diventare un principio strutturale delle politiche abitative

Divenuto Legge in questi giorni, il cosiddetto “Piano Casa”, secondo la FISH, «potrebbe e dovrebbe diventare un intervento strategico per mettere al centro dell’attenzione l’accessibilità e la fruibilità degli spazi interni ed esterni, garantendo pari opportunità per tutti e non escludendo nessuno». In tal senso la Federazione continuerà il proprio confronto con Governo e Parlamento affinché i provvedimenti attuativi trasformino il “Piano Casa” stesso, rendendo l’accessibilità un principio strutturale delle politiche abitative

La FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) invita a prestare «particolare attenzione a non perdere l’occasione rappresentata dal cosiddetto “Piano Casa”», sancito dal Decreto Legge 66/26, convertito in questi giorni in Legge. Secondo la Federazione, infatti, il provvedimento «potrebbe e dovrebbe diventare un intervento strategico per mettere al centro dell’attenzione l’accessibilità e la fruibilità degli spazi interni ed esterni, garantendo pari opportunità per tutti e non escludendo nessuno». «Le risorse destinate alla riqualificazione del patrimonio abitativo – sottolinea in tal senso il presidente della FISH Vincenzo Falabella – devono diventare un’opportunità concreta per garantire il diritto all’abitare delle persone con disabilità e delle loro famiglie”.

Su un piano in generale, la Federazione ha accolto con interesse l’approvazione del “Piano Casa”, sottolineando come esso «introduca misure per ampliare l’offerta abitativa, recuperare il patrimonio edilizio esistente e promuovere la rigenerazione urbana, prevedendo la riqualificazione di circa 60.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica».
Particolarmente positiva, viene ritenuta inoltre dalla FISH, la scelta «di destinare risorse al recupero del patrimonio abitativo esistente, privilegiando la rigenerazione urbana rispetto al consumo di nuovo suolo e favorendo il riuso di immobili oggi inutilizzati o degradati. Si tratta di un’opportunità significativa anche per migliorare la qualità della vita di molte persone con disabilità e delle loro famiglie». «E tuttavia – viene sottolineato -, il provvedimento non riconosce ancora l’accessibilità universale, la progettazione universale e la qualità inclusiva dell’abitare come princìpi strutturali delle politiche abitative. La principale criticità del provvedimento, infatti, è l’assenza di criteri chiari e vincolanti, volti a garantire che gli investimenti pubblici producano sistematicamente abitazioni accessibili, usabili e inclusive, in coerenza con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e con la Norma UNI EN 17210:2021 (Accessibilità e usabilità dell’ambiente costruito – Requisiti funzionali)».
Quest’ultimo tema, tra l’altro, si raccorda pienamente con il terzo Piano di Azione triennale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità, prodotto dall’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, adottato con Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che individua proprio nell’accessibilità la prima linea strategica di intervento. Le proposte della FISH rappresentano quindi una concreta attuazione di quell’indirizzo e possono trovare piena applicazione attraverso i Decreti Attuativi del “Piano Casa”.

«Le risorse destinate alla riqualificazione del patrimonio abitativo – afferma Falabella – devono diventare un’opportunità concreta per garantire il diritto all’abitare anche delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Il “Piano Casa”, infatti, contiene interventi significativi, ma sarebbe un errore limitarsi a riqualificare gli edifici senza interrogarsi su chi potrà realmente viverli in condizioni di pari dignità e autonomia. L’accessibilità, infatti, non è un elemento aggiuntivo, ma una condizione essenziale per garantire autonomia, partecipazione e pari opportunità. Per questo lavoreremo affinché i Decreti Attuativi recepiscano i princìpi della progettazione universale e valorizzino le risorse già previste dal Piano Casa. Solo così questa riforma potrà diventare una vera politica per i diritti, oltre che per l’abitare».
La Federazione, quindi, intende continuare il confronto con Governo e Parlamento affinché appunto i provvedimenti attuativi trasformino il “Piano Casa” in una concreta occasione di inclusione, rendendo l’accessibilità un requisito ordinario delle politiche abitative e degli investimenti pubblici. (S.B.)

A questo link è disponibile l’approfondimento Piano Casa e persone con disabilità, elaborata dalla FISH in collaborazione con il CRABA (Centro Regionale per l’Accessibilità e il Benessere Ambientale) della Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) e in particolare con il contributo dell’architetto Armando De Salvatore, direttore tecnico dello stesso CRABA.

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Anche il concerto di Zucchero a Udine accessibile alle persone con disabilità sensoriali

Un’audiointroduzioneun’audiodescrizione live, la sottotitolazione e la “Soundshirt”, dispositivo che traduce il suono in sensazioni tattili percepibili in tempo reale: grazie a tali iniziative, frutto di una collaborazione tra FVG Music Live, la Società Sub-Ti Access, e il CRIBA FVG (Centro Regionale d’Informazione su Barriere Architettoniche e Accessibilità), anche il concerto del 4 luglio a Udine di Zucchero sarà accessibile alle persone con disabilità sensoriali, come già i concerti di Vasco Rossi dei giorni scorsi

Come già accaduto nei giorni scorsi per i concerti di Vasco Rossi (se ne legga sulle nostre pagine), anche il concerto di Zucchero del 4 luglio al Bluenergy Stadium di Udine sarà accessibile alle persone con disabilità sensoriali, grazie a una collaborazione tra FVG Music Live, la Società Sub-Ti Access e il CRIBA FVG (Centro Regionale d’Informazione su Barriere Architettoniche e Accessibilità).
Nello specifico saranno disponibili un’audiointroduzione, per ascoltare le principali informazioni relative all’evento prima del suo inizio, un’audiodescrizione live, la sottotitolazione e la Soundshirt, dispositivo indossabile che traduce il suono in sensazioni tattili percepibili in tempo reale. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e adesioni (posti limitati): inclusione@subti.com.

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