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“ExpoAid” e la sfida della continuità: la partecipazione agli eventi e la costruzione dei diritti

«Da un lato – scrive Vincenzo Falabella – l’evento “ExpoAid” ha portato a una significativa ricchezza di contenuti, relazioni e consapevolezze, dall’altro, la consapevolezza che la partecipazione non è ancora pienamente garantita e che permangono barriere rilevanti. La sfida è quindi quella di costruire spazi permanenti, realmente accessibili e inclusivi e in questo percorso, le associazioni devono rafforzare la propria funzione originaria di rappresentanza e costruzione del confronto pubblico, tornando a essere luoghi aperti e inclusivi, capaci di accogliere la pluralità delle posizioni» Vincenzo Falabella a “ExpoAid 2026”

I tre giorni dell’evento ExpoAid a Rimini si sono appena conclusi e il primo elemento che emerge non riguarda tanto il bilancio immediato dell’evento, quanto la necessità di interrogarsi sul suo lascito. Più che sulla riuscita della manifestazione in sé, infatti, l’attenzione si concentra su ciò che resta: come il patrimonio di idee, esperienze e confronto possa tradursi in una maggiore capacità di incidere sulle politiche pubbliche del nostro Paese.
È su questo piano che si colloca la riflessione più rilevante. La questione non è soltanto se si stia parlando di un evento ben riuscito, ma se e in che misura esso possa rappresentare un tassello di un processo più ampio e continuativo. In altre parole, il punto decisivo riguarda la capacità di trasformare gli spunti emersi in azioni concrete, in grado di orientare in modo strutturale le scelte pubbliche. Ciò che si è appena concluso, infatti, non è stato soltanto un appuntamento organizzativo, ma un’esperienza collettiva che interroga direttamente il rapporto tra partecipazione, rappresentanza e reale attuazione dei diritti delle persone con disabilità.

Nelle tre giornate in Romagna si sono intrecciati linguaggi, esperienze e livelli istituzionali differenti, dando vita a un confronto articolato e ricco di contenuti. Proprio questa ricchezza, tuttavia, pone una domanda ulteriore: quanto di ciò che emerge nei grandi eventi pubblici riesce effettivamente a tradursi in cambiamenti strutturali nelle politiche nazionali e territoriali? È un interrogativo che non riguarda solo ExpoAid, ma più in generale il funzionamento dei processi di ascolto e decisione sui temi della disabilità nel nostro Paese.
L’articolato e autorevole dibattito sviluppatosi nei numerosi panel di ExpoAid ha attraversato in modo trasversale i principali àmbiti della vita delle persone con disabilità, restituendo la complessità di una condizione che non può essere letta per compartimenti separati. Il confronto ha infatti messo in relazione temi solo apparentemente distinti – scuola, lavoro, autonomia personale, servizi territoriali, accessibilità, progettazione universale e ruolo dei caregiver – evidenziando invece la loro profonda interdipendenza. Ne emerge un quadro unitario, in cui le diverse dimensioni della vita quotidiana si intrecciano e si condizionano reciprocamente: l’effettivo accesso all’istruzione incide sulle opportunità lavorative, la disponibilità di servizi territoriali adeguati determina i livelli di autonomia, mentre l’accessibilità degli ambienti e dei contesti sociali rappresenta la condizione preliminare per la piena partecipazione.
Proprio questa trasversalità ha reso il dibattito particolarmente significativo, perché ha consentito di superare una lettura frammentata dei bisogni, restituendo invece l’immagine di una realtà complessa che richiede politiche integrate, coerenti e capaci di tenere insieme le diverse dimensioni della vita delle persone.
In altre parole, la disabilità non può essere ricondotta a una dimensione unica, ma va letta come intreccio di esperienze che richiedono risposte integrate e coerenti.

Dentro questo percorso si inserisce una riflessione ormai consolidata. Per lungo tempo la disabilità è stata interpretata prevalentemente secondo il modello medico, centrato sulla condizione individuale. A partire dagli Anni Novanta, anche grazie alla crescita del movimento associativo, si è progressivamente affermato il modello sociale della disabilità, spostando l’attenzione sulle barriere ambientali, culturali e organizzative.
Questo cambiamento ha trovato un riconoscimento fondamentale nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità del 2006, che ha sancito un principio decisivo: la disabilità è una questione di diritti umani e non una caratteristica individuale da correggere. Da quel momento, la sfida non ha riguardato più soltanto l’inclusione, ma la piena cittadinanza.
In questo quadro si colloca anche il ruolo della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) che da anni opera nei contesti istituzionali portando avanti una posizione chiara: i diritti non sono oggetto di negoziazione, ma di piena attuazione. Il confronto riguarda gli strumenti e le modalità di implementazione, non la loro sostanza.

Accanto alla ricchezza dei contenuti emersi, dalle osservazioni circolate anche sui social emerge tuttavia un nodo critico: la partecipazione non è stata pienamente accessibile a tutti. Le cause sono molteplici e strutturali. Barriere economiche, difficoltà organizzative, costi legati alla mobilità e ai supporti necessari, insieme a una disomogenea disponibilità dei servizi, hanno limitato l’accesso.
Questo dato evidenzia una contraddizione ancora aperta: la partecipazione è formalmente riconosciuta come diritto, ma non sempre è garantita in modo sostanziale. In particolare per le persone con disabilità e le loro famiglie, la possibilità di partecipare non dipende solo dalla volontà, ma anche da condizioni materiali spesso sfavorevoli. Gli spostamenti, l’assistenza, la disponibilità di mezzi adeguati e la complessità logistica incidono in modo significativo. Ne deriva il rischio che il diritto alla partecipazione resti diseguale, riproducendo forme di esclusione proprio nei contesti che dovrebbero promuovere inclusione [a tal proposito, ricordiamo, sulle nostre pagine, il contributo di Germano Tosi, presidente di ENIL, intitolato “Perché non potrò essere presente a Rimini”, N.d.R.].
È tuttavia opportuno sottolineare che tali criticità non possono essere attribuite all’organizzazione di ExpoAid, che non ne è responsabile. E posso formulare queste considerazioni anche sulla base di un’esperienza diretta. Ho partecipato all’evento non come semplice presenza istituzionale o come una mera passerella, ma contribuendo attivamente al dibattito in diversi panel e momenti di confronto. Questo mi ha consentito di seguire da vicino il lavoro sviluppato nel corso dei tre giorni, ascoltando posizioni differenti e confrontandomi con rappresentanti delle istituzioni, del mondo associativo, con professionisti, persone con disabilità e loro familiari. Le riflessioni che propongo, pertanto, non sono il risultato di una lettura indiretta dell’evento né delle suggestioni, talvolta inevitabilmente parziali, emerse sui social network, ma derivano da una conoscenza diretta dei contenuti affrontati, delle criticità emerse e delle prospettive che ExpoAid ha saputo delineare.

Parallelamente, l’evento ha evidenziato anche una forte polarizzazione del dibattito. Da un lato, chi ne ha valorizzato il ruolo come spazio di confronto e visibilità; dall’altro, chi ha espresso critiche radicali, talvolta complessive. La pluralità delle posizioni è fisiologica e, in molti casi, necessaria. Tuttavia, una contrapposizione così netta rischia di ridurre il confronto a dinamiche sterili, poco utili alla comprensione dei temi affrontati.
Il rischio principale è che il dibattito stesso si sposti su una logica di schieramento, allontanandosi dall’oggetto reale della discussione: i diritti, i sostegni e la qualità della vita delle persone. Per questo motivo, il confronto dovrebbe essere ricondotto con maggiore forza nei luoghi istituzionali, dove le differenze possono tradursi in elaborazione condivisa e miglioramento delle politiche pubbliche.
In tal senso, è fondamentale ribadire un principio: la politica partitica non dovrebbe occupare in modo diretto questo livello di confronto. Non perché la politica non abbia un ruolo, ma perché il tema della disabilità richiede uno spazio di elaborazione che resti centrato sui diritti, al di là delle appartenenze. La dimensione più autentica è quella della politica sociale ed etica, costruita quotidianamente attraverso il lavoro congiunto di associazioni, famiglie, professionisti e istituzioni.
E in questo contesto, il movimento associativo assume un ruolo decisivo. Le associazioni non sono soltanto soggetti di rappresentanza, ma strumenti di democrazia sostanziale: danno voce a esperienze diffuse, trasformano bisogni individuali in istanze collettive e contribuiscono a orientare le politiche pubbliche. La FISH, in particolare, svolge una funzione di raccordo tra istituzioni e realtà sociali, mantenendo saldo il collegamento tra processi decisionali ed esperienza concreta delle persone con disabilità.
Ed è proprio in occasione di ExpoAid che la FISH ha voluto rilanciare con particolare forza il tema dell’unità del movimento delle persone con disabilità, non con l’obiettivo di appiattire le differenze o di ridurre la pluralità delle posizioni, ma per riconoscere che solo dentro un quadro di confronto stabile e strutturato le diversità possono diventare una risorsa e non un fattore di frammentazione. In questo senso, la Federazione si è proposta come spazio aperto di dialogo e di confronto, capace di favorire l’incontro tra sensibilità diverse e di costruire, pur nella complessità delle posizioni, una possibile convergenza sui principi fondamentali. L’unità, infatti, non coincide con l’uniformità, ma con la capacità di tenere insieme voci differenti attorno a obiettivi comuni e non negoziabili, rafforzando così la forza complessiva di rappresentanza e di incidenza del movimento sui processi decisionali e sulle politiche pubbliche.
La pluralità delle voci rappresenta una risorsa imprescindibile, ma necessita di momenti di sintesi e coordinamento. Le differenze di visione sono inevitabili e, spesso, preziose; tuttavia, senza una convergenza su obiettivi comuni rischiano di indebolire la capacità complessiva di incidere sulle politiche.
La storia dei movimenti sociali insegna che i progressi più significativi si sono realizzati quando le differenze interne hanno saputo convergere su princìpi condivisi e non negoziabili. Anche nel campo della disabilità questo resta un punto centrale: la forza non risiede nell’uniformità, ma nella capacità di costruire unità attorno ai diritti fondamentali.
Allo stesso tempo, l’esperienza dell’evento ha confermato il valore insostituibile del confronto in presenza. In un contesto dominato dalla comunicazione digitale, spesso frammentata e polarizzata, gli spazi fisici di dialogo restano essenziali per costruire ascolto reciproco, mediazione e sintesi condivise.

Il bilancio di ExpoAid è dunque duplice. Da un lato, una significativa ricchezza di contenuti, relazioni e consapevolezze. Dall’altro, la consapevolezza che la partecipazione non è ancora pienamente garantita e che permangono barriere rilevanti. Ed è proprio dentro questa tensione che si apre la sfida più importante: trasformare cioè ExpoAid da evento in processo. Non si tratta di moltiplicare occasioni episodiche di confronto, ma di costruire spazi permanenti, realmente accessibili e inclusivi, capaci di superare le barriere economiche, organizzative e territoriali che ancora condizionano l’esigibilità dei diritti.
In questo senso, non possono essere i social network il luogo in cui si esaurisce un dibattito tanto complesso. Essi possono svolgere una funzione di supporto, ma non sostituire gli spazi strutturati del confronto e della decisione democratica. Il passaggio necessario è quello da una partecipazione episodica a una partecipazione strutturale, stabile e continuativa.
In questo percorso, il ruolo delle associazioni diventa ancora più centrale. Esse non devono soltanto partecipare ai tavoli istituzionali, ma rafforzare la propria funzione originaria di rappresentanza e costruzione del confronto pubblico, tornando a essere luoghi aperti e inclusivi, capaci di accogliere la pluralità delle posizioni.
Ed è questa la direzione in cui si inserisce anche il lavoro della FISH, impegnata nella costruzione di modelli di confronto più ampi e strutturati, che non puntino all’omologazione delle posizioni, ma alla loro composizione dentro un quadro comune di diritti non negoziabili. Costruire questi spazi significa rafforzare la qualità della democrazia partecipativa e rendere il confronto un processo continuo, capace di incidere realmente sulle politiche pubbliche. Solo così il passaggio dall’evento al processo può diventare concreto e produrre effetti reali nella vita delle persone. Solo così, in altre parole, la partecipazione può diventare sostanziale e non formale. E solo così il movimento delle persone con disabilità può rafforzare la propria capacità di incidere sulle politiche del Paese: non nella frammentazione, ma nella costruzione condivisa di diritti, dignità e piena cittadinanza.

*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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Progetto di Vita: una Sentenza del Consiglio di Stato destinata a fare scuola

Tramite una recente Sentenza, il Consiglio di Stato ha accolto l’appello proposto da una famiglia associata all’ANFFAS Corigliano Rossano (Cosenza), censurando il sistema con cui l’Amministrazione locale aveva calcolato il contributo economico richiesto a una persona con disabilità e alla sua famiglia per l’attuazione dei sostegni indicati nel Progetto individuale. Un pronunciamento il cui valore va ben oltre il singolo caso trattato

Con la Sentenza n. 4571 pubblicata il 5 giugno scorso (disponibile a questo link), il Consiglio di Stato si è pronunciato su una vicenda riguardante un progetto individuale per una persona con disabilità redatto ai sensi dell’articolo 14 della Legge 328/00, poiché all’epoca non era ancora operativo nella Provincia coinvolta il recente Decreto Legislativo 62/24 sul Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato.
Tale pronunciamento ha dunque accolto l’appello proposto da una famiglia associata all’ANFFAS Corigliano Rossano (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), in provincia di Cosenza, famiglia patrocinata, nel giudizio di secondo grado, dallo studio dell’avvocato Nesi del Foro di Firenze. E lo ha accolto censurando il sistema con cui l’Amministrazione locale aveva calcolato il contributo economico richiesto alla persona con disabilità e alla sua famiglia per l’attuazione dei sostegni indicati nel Progetto individuale.

«Con questa Sentenza – spiegano dall’ANFFAS Nazionale – il Consiglio di Stato ha ritenuto illegittima la determinazione della compartecipazione economica nella parte in cui l’Amministrazione aveva fatto riferimento all’ISEE familiare anziché all’ISEE sociosanitario ristretto; aveva cioè valorizzato la capacità economica dei soggetti tenuti agli obblighi alimentari e imposto una quota di compartecipazione, nonostante il valore nullo dell’ISEE, e aveva computato tra le risorse destinate ai sostegni anche il contributo caregiver già assegnato alla famiglia. Importante risulta, inoltre, il passaggio della Sentenza nel quale il Consiglio di Stato conferma la validità del Progetto Individuale redatto, ribadendo la centralità del percorso di valutazione multidimensionale e progettazione personalizzata che aveva condotto all’individuazione dei sostegni necessari alla persona con disabilità interessata».

«Questo pronunciamento – dichiara Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS – assume un valore che va ben oltre il singolo caso. Il Consiglio di Stato, infatti, riafferma princìpi fondamentali che riguardano il modo stesso in cui devono essere costruiti e attuati i progetti individuali delle persone con disabilità. La valutazione multidimensionale, la partecipazione della persona e della famiglia, l’individuazione dei sostegni necessari a partire dai bisogni, dai desideri e dalle aspettative rappresentano il cuore del progetto individuale e non possono essere successivamente svuotati attraverso meccanismi che finiscono per trasferire impropriamente sulle famiglie il costo dei sostegni individuati come necessari. È una decisione che valorizza un approccio che la nostra Associazione promuove da anni e che oggi trova ulteriore conferma in un’importante pronuncia del massimo giudice amministrativo».
«Questa Sentenza – afferma dal canto suo Maria Alesina, presidente dell’ANFFAS Corigliano Rossano e coordinatrice regionale dell’ANFFAS Calabria – assume per noi un significato particolare perché riguarda un progetto costruito attraverso un percorso di valutazione multidimensionale che la nostra Associazione aveva realizzato su basi scientifiche grazie alle elevate competenze dei propri consulenti. È una vicenda che abbiamo seguito, con il supporto del Centro Studi Giuridici e Sociali dell’ANFFAS Nazionale, fin dall’inizio, accanto alla persona con disabilità e alla sua famiglia, condividendo tanti anni di aspettative, difficoltà e speranze. Alla fine, il lavoro svolto insieme alla famiglia, ai servizi e agli altri soggetti coinvolti ha consentito di sbloccare una situazione complessa, individuando in modo puntuale i sostegni necessari per migliorare la qualità della vita e favorire l’inclusione sociale. La Sentenza del Consiglio di Stato valorizza l’importanza di questo approccio e richiama le Amministrazioni alla necessità di rispettare il quadro normativo vigente».
«In questi anni – concludono dalla famiglia coinvolta – abbiamo chiesto che venisse costruito un percorso attorno ai bisogni, alle aspirazioni e agli obiettivi di vita di nostro figlio e che i sostegni individuati non fossero messi in discussione da valutazioni estranee alla finalità del progetto. Per una famiglia che ha avviato questo percorso oltre cinque anni fa, questa decisione rappresenta un importante riconoscimento e restituisce fiducia nel fatto che i diritti delle persone con disabilità possano trovare concreta tutela. Auspichiamo pertanto che quanto affermato dal Consiglio di Stato possa essere utile anche ad altre famiglie che ogni giorno affrontano percorsi analoghi». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net.

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Quanto ci coinvolgono, quelle parole di Enzo Jannacci!

«Partendo da se stesso – scrive Luca Grecchi -, ma senza farlo emergere, per attribuire al brano maggiore universalità, in “Vengo anch’io, no tu no” il grande cantautore Enzo Jannacci si immedesimava con le persone escluse, che trascorrono la giovinezza, e spesso l’intera vita, senza amici. Quante volte le persone con disabilità, soprattutto intellettiva, vengono in maniera analoga emarginate dai coetanei! Un papà o una mamma sanno bene cosa vuol dire sentirsi dire sempre di no, che i propri figli non possono andare con gli altri, “perché no”!» Enzo Jannacci (1935-2013)

Il grande cantautore milanese Enzo Jannacci, morto nel 2013 a 77 anni, era noto per la sua sensibilità verso i cosiddetti “ultimi”. Molte sue canzoni, infatti, lasciano traccia di una profonda vicinanza nei confronti di figure umane marginali, o comunque sole, che egli non descriveva mai in maniera pietistica, ma sempre mostrandone la reale umanità, senza addolcirla. Ne escono ritratti, come quello del protagonista di Per un basin che, insieme, fanno sorridere e commuovere. Si tratta di una capacità che, come già Platone sottolineava, soltanto i maggiori artisti possiedono. La vita umana, infatti, non si compone solo di tratti comici, ordinari, ma anche tragici, che solo gli autori più completi sanno elaborare insieme.
Non è mia intenzione svolgere una disquisizione dotta su tutto il repertorio di Jannacci, per individuare quando la specificità dei personaggi delle sue canzoni poteva sconfinare nella disabilità. Mi soffermerò solo su due brani famosissimi, nei quali mi pare chiaramente emergere la difficoltà di adattamento delle due figure principali rappresentate. Si tratta di Vengo anch’io, no tu no e di El purtava i scarp del tennis, nella speranza di potere in futuro approfondire l’intera “filosofia” del Nostro con qualche Associazione che, tuttora, fa riferimento alla sua opera.

In merito, in ogni caso, alla prima canzone, ricordo che, quando ero piccolo, veniva spesso trasmessa alla radio. Vengo anch’io, no tu no era generalmente considerata un motivetto allegro, rappresentando il quale Jannacci, nelle sue esibizioni televisive, sempre piuttosto “strane” (come appunto si considerava lui, che pure era anche medico), si presentava al pubblico come una “macchietta”.
Quella canzone, tuttavia, a me non faceva ridere, sebbene allora non capissi bene perché. Solo negli anni, dopo avere conosciuto Andrea Pedrinelli, un importante critico musicale autore di un libro sull’opera del cantautore milanese, sono venuto a conoscenza di una intervista di Jannacci, in cui lui diceva, sostanzialmente, queste parole: «Quello lì, quello che chiedeva sempre se poteva andare anche lui, con gli altri, allo zoo comunale, o con la bella sottobraccio a parlare d’amore, e che domandava perché non lo facevano mai andare, ero io. Nessuno infatti, quando ero ragazzino, mi voleva insieme, perché ero brutto, strano e povero».
Avevo scoperto, in questo modo, il motivo per cui quella canzone un po’ mi rattristava: partendo da se stesso – ma senza farlo emergere, per attribuire al brano maggiore universalità –, Jannacci si immedesimava con le persone escluse, le quali trascorrono la giovinezza, e spesso l’intera vita, senza amici. Allora, come oggi, le persone con disabilità, soprattutto intellettiva, vengono in maniera analoga emarginati dai coetanei. Bisogna essere un papà, o una mamma, per capire bene cosa significa “vedere di nascosto l’effetto che fa”, sui propri figli, sentirsi dire sempre di no, ossia che loro non possono andare con gli altri, “perché no”.

Il grande capolavoro del Nostro fu, tuttavia, El purtava i scarp del tennis. Si tratta, anche in questo caso, della storia di una persona esclusa, un “barbone”, che indossava, probabilmente, l’unico paio di scarpe che era riuscito a reperire, o che qualcuno gli aveva dato. L’identità di quella persona, tuttavia, non si riduceva per il Nostro a quelle scarpe fuori contesto, come egli racconta appunto in maniera poetica, col suo stile insieme ironico e commovente. Mi si conceda allora qualche parola su questa canzone, che potrebbe a mio avviso essere inserita in una storia della letteratura contemporanea.
Innanzitutto, i primi versi: «Scusatemi, ma io voglio raccontare…». A differenza di Omero, che narrava le gesta di eroi e divinità, e che per questo non si scusava col pubblico, invocando anzi la vicinanza delle Muse, Jannacci si scusa, in quanto l’oggetto del suo canto erano i poveri, gli emarginati, i barboni, coloro che la società capitalistica nemmeno vuole vedere, per il fastidio che provoca la loro stessa presenza.
Più precisamente, che cosa vuole raccontare Jannacci? Vuole raccontare “di un suo amico”. Qui sta la grandezza del Nostro: questo barbone non era infatti solo un disadattato, verso il quale al più mostrare compassione, ma una persona nei cui confronti era possibile anche sentire amicizia, dato che si era ambedue esseri umani (il barbone, inoltre, «aveva due occhi da buono»), con molto da condividere, forse lo stesso disagio esistenziale, pur manifestato in forme differenti.
Ed ancora: che cosa faceva questo suo amico? Jannacci dice che, essendo senza casa, era andato in una roggia «a fare il bagno sullo stradone per andare all’Idroscalo», luogo che, come sanno i milanesi, non è sicuramente centrale. Queste persone, infatti, pur non avendo colpe, si vergognano di solito della loro vita, per cui tendono a defilarsi, a non disturbare, ad autoemarginarsi.
Ma c’è di più. Quando ripercorre lo stradone, pur essendo stato trattato male da un automobilista, il barbone non se la prende, dato che incrocia con lo sguardo il suo «grande amore, roba minima» – dice lui –, «roba da barboni». A lei, però, non è in grado di dire nulla, per timidezza, ossia in quanto l’amore, soprattutto se molto desiderato, lascia davvero senza parole. Questo uomo, che solitamente «parlava da solo», forse per una forma psicotica, o appunto in quanto sempre solo, rincorreva infatti «da tempo un bel sogno d’amore», ovvero, come ogni essere umano, cercava innanzitutto una persona, meglio se amata, ma anche solo amica, con cui condividere qualche brandello di vita.

Colpisce, alla fine del brano, la solitudine, nonché l’indifferenza generale, in cui muore questo barbone, che rimanda molto, per analogia, alla solitudine e all’indifferenza in cui sono lasciate vivere anche oggi molte persone con disabilità, soprattutto quando le famiglie non possono più prendersi cura di loro. Ciò per altro, prima o poi, accade sempre, costituendo per quei genitori, che non possono nemmeno morire tranquilli, una delle maggiori fonti di sofferenza.
Ecco, nelle ultime parole del testo, come Jannacci descrive il ritrovamento del corpo del suo amico, che per il mondo non contava nulla, ma per lui sì: «L’hanno trovato, sotto un mucchio di cartone, che a guardare, pareva nessuno. L’hanno toccato, ma sembrava che dormisse. Lascia stare, è tutta roba da barboni».

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Cittadini in azione, perché una società accessibile è migliore per chiunque e non solo per chi ha una disabilità

«La mancata accessibilità delle informazioni nel web relative a un servizio pubblico essenziale come quello dell’acqua non discrimina solo chi, come me, ha una disabilità visiva, ma riguarda il diritto di tutti i cittadini e le cittadine ad accedere in modo semplice, trasparente e autonomo alle informazioni pubbliche e ai servizi erogati da un soggetto che gestisce una funzione essenziale per la collettività»: lo ha affermato un cittadino siciliano, che ha quindi deciso di agire concretamente e le prime risposte positive sono arrivate

Nella scorsa settimana, Gioachino Parla, cittadino siciliano di Canicattì (Agrigento) e persona con disabilità visiva, aveva trasmesso una formale diffida nei confronti dell’AICA (Azienda Idrica Comuni Agrigentini), nonché una segnalazione all’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e al Difensore Civico per il Digitale, per denunciare le criticità di accessibilità riscontrate nella consultazione dei calendari della turnazione idrica e dei servizi digitali messi a disposizione dell’utenza dall’AICA stessa.
Sacrosanta la motivazione addotta da Parla, ossia il fatto che «le informazioni relative all’erogazione dell’acqua, servizio pubblico essenziale, risultano di difficile o impossibile fruizione per gli utenti che utilizzano tecnologie assistive, quali screen reader e software di sintesi vocale».
«Questa vicenda – aveva anche aggiunto il cittadino canicattinese – non riguarda esclusivamente una persona non vedente, ma riguarda il diritto di tutti i cittadini e le cittadine ad accedere in modo semplice, trasparente e autonomo alle informazioni pubbliche e ai servizi erogati da un soggetto che gestisce una funzione essenziale per la collettività. L’accessibilità digitale, del resto, non rappresenta una concessione o un favore, ma un diritto sancito dalla normativa nazionale ed europea e un presupposto fondamentale per una pubblica amministrazione moderna e inclusiva».

Contemporaneamente era stata anche evidenziata una positiva iniziativa “dal basso”, curata da un’altra persona della stessa città, il giovane Emanuele Trupia, che aveva sviluppato gratuitamente una web-app dedicata appunto alla consultazione dei turni idrici, «dimostrando – aveva commentato Parla – che l’innovazione civica e la partecipazione dei cittadini possono contribuire concretamente a migliorare l’accesso alle informazioni pubbliche, soprattutto quando riguardano servizi essenziali per la vita quotidiana».

Qualche giorno dopo, dunque, l’AICA ha risposto ufficialmente alla lettera di diffida, dichiarando «di essere pienamente consapevole dell’importanza dell’accessibilità digitale» e comunicando che «è già in corso un’attività di miglioramento tecnico e semantico del portale istituzionale». A tal proposito, «la sezione dedicata ai turni idrici costituisce un àmbito prioritario di intervento al fine di garantirne la piena accessibilità».
Nel prendere atto dell’impegno assunto per migliorare l’accessibilità dei servizi digitali – pur non indicando l’AICA tempi certi, un cronoprogramma degli interventi o elementi concreti che consentano di verificare quando le criticità saranno effettivamente superate -, Gioachino Parla ritiene questo «un passaggio importante», perché, afferma, «viene di fatto riconosciuta la necessità di intervenire su un servizio che riguarda un bene essenziale come l’acqua e che deve poter essere consultato in autonomia da tutti i cittadini, comprese le persone con disabilità visiva».
«È dunque il momento che anche le Istituzioni facciano la propria parte – conclude – perché l’accessibilità digitale non riguarda una minoranza, ma riguarda la qualità dei servizi pubblici e il grado di civiltà di una comunità».
È una vicenda, questa, che fa registrare un bell’esempio di cittadini in azione, con la piena consapevolezza, ancora una volta, che una società accessibile – digitale e non – è una società migliore per tutti e tutte e non solo per le persone con disabilità. Da parte nostra, naturalmente, non mancheremo di aggiornare Lettori e Lettrici su quanto promesso dall’Azienda agrigentina in termini di risoluzione dei problemi di accessibilità digitale. (S.B.)

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Per trasformare idee imprenditoriali di persone con disabilità in progetti concreti

Favorire l’inclusione lavorativa e l’imprenditorialità delle persone con disabilità su tutto il territorio nazionale, ispirandosi segnatamente al modello sociale della disabilità, che individua nelle barriere sociali, culturali e organizzative i principali ostacoli alla piena partecipazione: avevamo presentato così, alla fine dello scorso anno, gli obiettivi di LADI, la Libera Associazione Disabili Imprenditori, che ora ha lanciato “YES!”, programma con cui trasformare idee in progetti concreti, rafforzando autonomia, competenze e visione imprenditoriale

«Con questa nostra iniziativa vogliamo trasformare la disabilità in opportunità, passando dall’assistenzialismo alla partecipazione reale e all’innovazione sociale»: a dirlo, sulle nostre pagine, era stato Alessandro Cataldo, presidente della LADI (Libera Associazione Disabili Imprenditori), organizzazione della quale era stata resa nota la nascita ufficiale in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità dello scorso anno, presentata appunto con l’obiettivo di favorire l’inclusione lavorativa e l’imprenditorialità delle persone con disabilità su tutto il territorio nazionale, ispirandosi segnatamente al modello sociale della disabilità, che individua nelle barriere sociali, culturali e organizzative i principali ostacoli alla piena partecipazione.
Qualche settimana fa, la LADI ha lanciato YES!, primo percorso di incubazione imprenditoriale per persone con disabilità, vale a dire un programma di sei mesi tra formazione, mentoring e validazione, per trasformare idee in progetti concreti e rafforzare autonomia, competenze e visione imprenditoriale.

«Questa nostra iniziativa – è stato detto in sede di presentazione di YES! – si rivolge a persone con disabilità che vogliano mettere alla prova un’idea di impresa, sia individualmente che in team, in modo serio, strutturato e accompagnato, offrendo uno spazio in cui lavorare sull’idea stessa con metodo, confronto e strumenti concreti secondo le proprie necessità. Non un’iniziativa simbolica, dunque, ma un’esperienza costruita per aiutare le persone a comprendere meglio un bisogno reale, testare una possibile risposta, chiarire il proprio posizionamento e prendere decisioni più solide sul proprio futuro professionale».

Nel dettaglio, ci si potrà candidare a YES! fino al 16 agosto prossimo e l’iniziativa si svilupperà poi, come detto, nell’arco di sei mesi, prevedendo workshop tematici, mentoring individuale, momenti di confronto e un Demo day conclusivo per presentare le idee. Durante il programma, i partecipanti lavoreranno sulla definizione del problema, sulla proposta di valore, sulla verifica con potenziali clienti o utenti, sulla sostenibilità economica e sulla costruzione dei passi successivi.
«L’impostazione da noi scelta – dicono da LADI – porterà a un risultato finale che non coinciderà necessariamente con la costituzione immediata di un’impresa. In alcuni casi, infatti, il lavoro svolto potrà portare alla nascita di un’attività, in altri a una fase successiva di sviluppo, in altri ancora a una ridefinizione consapevole della direzione da prendere. In ogni caso, l’obiettivo è lasciare competenze forti, maggiore autonomia e strumenti utili anche oltre il singolo progetto».

«Puntiamo a cambiare il paradigma imprenditoriale italiano – sottolinea Alessandro Cataldo, presidente di LADI -, con le persone con disabilità che non devono più essere considerate destinatarie passive di opportunità pensate da altri, ma protagoniste di percorsi di crescita, lavoro e impresa. L’imprenditorialità, se affrontata con metodo, modalità e con gli strumenti giusti, può diventare uno spazio reale di autodeterminazione, innovazione e costruzione di futuro».
«Con il lancio di YES! – aggiunge Davide Rizzo, vicepresidente di LADI – intendiamo rafforzare il nostro impegno nel promuovere percorsi in cui accessibilità e innovazione camminino insieme, mettendo al centro lavoro, autodeterminazione e possibilità concrete di attivazione professionale».

Accanto alle attività riservate ai partecipanti selezionati, YES! darà vita anche ad alcuni appuntamenti aperti all’esterno, pensati come occasioni di approfondimento e posizionamento pubblico sui temi del lavoro, dell’innovazione e della cultura imprenditoriale inclusiva.
L’iniziativa può contare sul sostegno dell’Associazione InnovUp e di StartupBusiness quale media partner. (S.B.)

Ricordiamo ancora che le candidature per il progetto YES! si chiuderanno il 16 agosto. Tutte le informazioni e le modalità di candidatura sono disponibili a questo link. Per altre informazioni: press@ladiets.org.

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Lombardia: chiediamo alla Regione di tornare al confronto e di non tradire più il principio di sussidiarietà

In una lettera inviata al Presidente della Regione Lombardia e a quello del Consiglio Regionale, numerose organizzazioni, tra cui anche la Federazione LEDHA, hanno espresso il proprio disappunto per il mancato coinvolgimento rispetto all’approvazione del “Testo Unico sulla disabilità”, ritenuto come «l’ultimo di una serie di episodi di mancato coinvolgimento delle realtà più attive nel campo della disabilità nei momenti di dibattito che hanno preceduto l’approvazione di altri importanti provvedimenti»

In una lettera inviata al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e al presidente del Consiglio Regionale Federico Romani, il Forum Terzo Settore Lombardia, la LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), ACI Welfare, il Coordinamento Regionale Lombardo dell’AIAS, la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) e l’Uneba hanno espresso il proprio disappunto per il mancato coinvolgimento della società civile – e in particolare delle Associazioni impegnate sulla fronte della disabilità – rispetto alla recente approvazione, da parte del Consiglio Regionale della Lombardia, Testo Unico degli interventi regionali per l’inclusione sociale e la tutela delle persone con disabilità o in condizioni di fragilità per le attività di assistenza e cura, ciò che viene giudicato come un vero e proprio «tradimento del principio di sussidiarietà che contraddistingue ormai da tanti anni l’azione della Regione Lombardia nel campo sociale».

«Questa esclusione – hanno per altro sottolineato le varie organizzazioni – costituisce solo l’ultimo di una serie di episodi di mancato coinvolgimento delle realtà più attive nel campo della disabilità nei momenti di dibattito che hanno preceduto l’approvazione di altri importanti provvedimenti, quali il Piano di Azione Regionale per le politiche in favore delle persone con disabilità (PAR) 2026-2028, il Piano Formativo Regionale sull’applicazione del Decreto 62/24, inviato al Ministero per le disabilità e il Monitoraggio della Legge Regionale 25/22 (Politiche di welfare sociale regionale per il riconoscimento del diritto alla vita indipendente e all’inclusione sociale di tutte le persone con disabilità). E a questo si aggiunga anche la mancata risposta alla lettera inviata sulla questione della somministrazione dei farmaci nelle Unità di Offerta».
«Non si tratta solo o tanto di mancati adempimenti formale – scrivono ancora le organizzazioni, nella lettera inviata al Presidente della regione e al Presidente del Consiglio Regionale -, giacché questa serie di provvedimenti risente in modo significativo, dal punto di vista della qualità dei contenuti, del fatto di essere stati realizzati senza un adeguato momento di confronto con le nostre realtà, che sono le più prossime alle persone con disabilità e ai loro familiari».

In tal senso, il nuovo “Testo Unico” (Legge Regionale 13/26 dell’11 giugno scorso) accorpa cinque Leggi Regionali approvate tra il 2015 e il 2022, che riguardano àmbiti centrali delle politiche per la disabilità: dal diritto alla vita indipendente all’inclusione sociale, dal sostegno ai caregiver familiari al lavoro degli assistenti familiari, fino agli interventi per la comunicazione e la sicurezza nelle strutture residenziali. «Se ci aveste interpellato – si legge nella lettera delle organizzazioni – avremmo potuto dirvi che il semplice accorpamento di cinque leggi non comporta alcun vantaggio reale alla vita delle persone con disabilità e dei loro familiari. Queste operazioni, infatti, hanno senso se, con attenzione e prudenza, si interviene su testi tra loro vicini per renderli complementari ed, eventualmente, per integrarli, al fine di rendere più facile l’accesso ai sostegni da parte delle persone. E avremmo potuto anche dirvi che un’operazione di questa natura a invarianza delle risorse economiche è priva di ogni efficacia».

L’auspicio espresso in conclusione da Forum Terzo Settore Lombardia, LEDHA, ACI Welfare, AIAS Lombardia, FAND e Uneba è che i recenti episodi di mancato coinvolgimento «si rivelino una serie di incidenti di percorso» e che si possa riprendere nel più breve tempo possibile «la strada del libero confronto che da tanti anni caratterizza la relazione con la nostra Regione». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@ledha.it.

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Non solo l’aggiornamento di un termine superato, ma l’affermazione di una diversa concezione della disabilità

«Bene – scrive Gianfranco Salbini – la sostituzione nella Costituzione del termine “minorati” con l’espressione “persone con disabilità”. Come Associazione di familiari di persone con sindrome di Down lo sappiamo bene: le parole sono pietre e lame e tante volte, usate male, feriscono i nostri figli e noi. Ma non si tratta soltanto di aggiornare un termine ormai superato, bensì anche di affermare una diversa concezione della disabilità, che metta al centro la persona e la sua partecipazione alla vita sociale» La Gazzetta Ufficiale del 27 dicembre 1947 che pubblicò la nostra Costituzione

Abbiamo accolto con favore il primo via libera, da parte della Commissione Affari Costituzionali del Senato, alla modifica costituzionale che nell’articolo 38 della Carta sostituisce il termine “minorati” con l’espressione “persone con disabilità”. Le parole, infatti, hanno un peso e contribuiscono a definire il modo in cui la società guarda alle persone e ne riconosce la dignità.
Come Associazione di familiari di persone con sindrome di Down lo sappiamo bene: le parole sono pietre e lame e tante volte, usate male, feriscono i nostri figli e noi. Per questo riteniamo importante che anche il linguaggio della Costituzione si allinei a una visione fondata sui diritti umani, sul rispetto della persona e sulla piena inclusione.
Si tratta infatti di un segnale culturale significativo, coerente con i principi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, di cui tra l’altro, nel prossimo mese di dicembre, celebreremo i 20 anni. Non si tratta soltanto di aggiornare un termine ormai superato, ma di affermare una diversa concezione della disabilità, che metta al centro la persona e la sua partecipazione alla vita sociale.
Il via libera da parte della Commissione del Senato è per altro solo il primo passo del lungo iter di una revisione costituzionale, previsto dall’articolo 138 della Costituzione: i prossimi passaggi saranno l’approvazione dell’Aula del Senato, il successivo esame della Camera e una seconda deliberazione da parte di entrambe le Camere a distanza di almeno tre mesi dalla prima votazione. Solo al termine di questo percorso la modifica potrà entrare in vigore.
Il voto unanime in Commissione rappresenta in ogni caso un primo passaggio istituzionale importante verso l’aggiornamento del linguaggio costituzionale in materia di disabilità. Auspichiamo quindi che l’iter parlamentare possa concludersi positivamente e in tempi rapidi, portando a compimento una riforma dal forte valore simbolico e civile.

*Presidente nazionale dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down).

Al tema delle modifiche costituzionali legate alla disabilità abbiamo già dedicato i testi:
° Per il pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone con disabilità nella nostra Costituzione.
° Disabilità un mondo a parte? Attenzione a non rafforzare questo pregiudizio di Katia Caravello.
° La disabilità in Costituzione è una scelta di civiltà che rafforza la Repubblica
di Vincenzo Falabella.
° I diritti delle persone con disabilità non possono rimanere semplici dichiarazioni di principio
di Raffaele Goretti.
° La disabilità in Costituzione, la “discriminazione positiva” e la mancata attuazione dei diritti
di Salvatore Nocera.
° La Costituzione e la disabilità: le parole non possono restare a metà strada di Daniele Romano.

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Il lavoro agile dei dipendenti pubblici con disabilità: una Raccomandazione dell’Autorità Garante

«L’accesso al lavoro agile, se richiesto da una persona con disabilità, deve essere valutato in modo concreto, individualizzato e complessivo, tenendo conto delle attività effettivamente svolte, dell’organizzazione dell’ufficio, delle esigenze funzionali della persona e delle soluzioni ragionevolmente praticabili»: lo si legge in una recente Raccomandazione prodotta dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, riguardante i dipendenti pubblici con disabilità

Il lavoro agile quale accomodamento ragionevole nei confronti dei dipendenti pubblici con disabilità: è questo il tema della Raccomandazione n. 4 prodotta il 29 maggio scorso dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, atto con cui vengono richiamate le Amministrazioni Pubbliche sulla necessità «di evitare esclusioni automatiche, dinieghi generici o valutazioni fondate soltanto sul profilo professionale formale del dipendente o sulla qualificazione astratta della mansione». L’accesso al lavoro agile, quindi, se richiesto da una persona con disabilità, «deve essere valutato in modo concreto, individualizzato e complessivo, tenendo conto delle attività effettivamente svolte, dell’organizzazione dell’ufficio, delle esigenze funzionali della persona e delle soluzioni ragionevolmente praticabili».

«Questa Raccomandazione – si legge in una nota diffusa dall’Autorità Garante – afferma in sostanza un principio centrale: il lavoro agile, nei casi in cui le attività siano compatibili, anche solo parzialmente, con modalità di svolgimento a distanza, può costituire uno strumento idoneo a realizzare un accomodamento ragionevole, volto a garantire alla persona con disabilità il pieno esercizio del diritto al lavoro in condizioni di uguaglianza, dignità, continuità professionale e pari opportunità».
«Il lavoro agile non può essere negato sulla base di automatismi organizzativi o formule generiche: quando è necessario a rimuovere ostacoli legati alla condizione di disabilità, deve essere preso in considerazione come possibile misura di accomodamento ragionevole», sottolineano i componenti del Collegio dell’Autorità Garante, il presidente Maurizio Borgo, il componente vicario Francesco Vaia e l’altro componente Antonio Pelagatti. «Il punto – aggiungono – non è stabilire in astratto se un profilo professionale sia compatibile con il lavoro agile, ma verificare, nel caso concreto, quali attività siano effettivamente svolte e quali soluzioni organizzative possano rendere possibile la prosecuzione del rapporto di lavoro senza discriminazioni».

Secondo l’Autorità, quindi, prima di negare l’accesso al lavoro agile, l’Amministrazione deve dimostrare di avere verificato tutte le soluzioni ragionevolmente praticabili. Inoltre, il trasferimento o l’assegnazione ad altro ufficio possono costituire soluzioni organizzative ragionevoli, solo se finalizzate a garantire il diritto al lavoro e la piena inclusione della persona. «Non possono invece tradursi – come si legge nel testo della Raccomandazione – in misure espulsive, marginalizzanti o punitive, né comportare dequalificazione professionale, perdita di responsabilità, riduzione del trattamento economico, penalizzazioni nella valutazione della performance o pregiudizi nelle prospettive di carriera».
L’eventuale diniego del lavoro agile dovrà pertanto essere motivato «in modo puntuale, concreto e documentato. Solo dopo avere verificato tutte le soluzioni alternative e solo in presenza di un onere sproporzionato o eccessivo adeguatamente dimostrato potrà ritenersi giustificata la mancata adozione di esso o di altra misura organizzativa idonea».
La Raccomandazione invita in conclusione le Amministrazioni Pubbliche a «garantire un’applicazione della disciplina del lavoro agile coerente con il principio di uguaglianza sostanziale, con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, con il divieto di discriminazione e con l’obbligo di accomodamento ragionevole».

Da ricordareanche che il nuovo atto dell’Autorità Garante è stato trasmesso al Ministro per la Pubblica Amministrazione, al Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio, alla Conferenza delle Regioni e Province Autonome, all’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e all’UPI (Unione Province Italiane), «per favorire la più ampia diffusione possibile dell’orientamento e promuovere un’applicazione uniforme dei princìpi richiamati nelle amministrazioni pubbliche». (S.B.)

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Il futuro delle città dovrà passare anche dalla loro capacità di essere accessibili a tutte le persone che le abitano

L’imponente crescita del mercato delle ristrutturazioni urbane deve riferirsi anche alla necessità di adattare il patrimonio edilizio alle trasformazioni demografiche e sociali del presente, riconoscendo che l’inclusione non è un elemento accessorio della progettazione urbana, ma uno dei criteri fondamentali per misurare la qualità di una comunità. Perché il futuro delle città non dipenderà soltanto da quanto saranno intelligenti o sostenibili, maanche dalla loro capacità di essere realmente accessibili a tutte le persone che le abitano Disegno raffigurante un’ideale città accessibile

Secondo le stime contenute nel recente Rapporto Europe Remodeling Market, il mercato europeo delle ristrutturazioni crescerà di oltre il 40% entro il 2034. Una crescita che non riguarda soltanto il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici o la loro riqualificazione estetica, ma che coinvolge in maniera sempre più significativa il tema dell’accessibilità e dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Il settore supererà i 3,2 miliardi di dollari già in questo 2026, confermando come la rigenerazione urbana sia ormai uno dei principali motori dello sviluppo delle città europee.

Se questo tema interessa l’intera Europa, in Italia esso assume una rilevanza particolare. Oltre il 70% degli edifici residenziali del nostro Paese, infatti, è stato costruito prima del 1980 e più del 40% prima del 1961. Si tratta di immobili progettati in epoche in cui accessibilità, inclusione e mobilità delle persone con disabilità non rappresentavano ancora elementi centrali della progettazione architettonica. Le conseguenze sono evidenti: scale all’ingresso, ascensori troppo piccoli per accogliere una carrozzina, pianerottoli stretti, dislivelli e ostacoli che trasformano attività quotidiane apparentemente semplici in percorsi complessi e faticosi.
Questa situazione riguarda milioni di cittadini, se è vero che in Italia oltre 3 milioni e mezzo di persone convivono con una disabilità e circa 2 milioni e mezzo sono persone anziane. A questi numeri si aggiungono le esigenze di chi vive condizioni temporanee di ridotta mobilità, delle famiglie con passeggini e di tutte quelle persone che, nel corso della vita, possono trovarsi a confrontarsi con limitazioni fisiche più o meno significative.
L’accessibilità, dunque, non è affatto una questione che interessa una minoranza, ma riguarda la qualità della vita collettiva e la possibilità per ogni persona di esercitare in modo pieno il proprio diritto alla mobilità e all’autonomia.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha iniziato a considerare le barriere architettoniche non soltanto come un problema tecnico, ma come una questione di diritti umani e di cittadinanza. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce infatti l’accessibilità come una condizione essenziale per garantire la partecipazione piena ed effettiva alla vita sociale, dal momento che un edificio non accessibile può limitare l’accesso al lavoro, all’istruzione, alla cultura e alle relazioni sociali. Al contrario, uno spazio progettato o riqualificato secondo criteri inclusivi contribuisce a costruire una società più equa.
È in questa prospettiva che la rigenerazione urbana assume un valore strategico. Intervenire sugli edifici esistenti significa non soltanto migliorarne le prestazioni, ma rendere concretamente esigibili diritti che troppo spesso rimangono sulla carta.

Tra i settori maggiormente coinvolti in questo processo vi è quello della mobilità verticale. Ascensori, piattaforme elevatrici e sistemi di sollevamento rappresentano infatti strumenti essenziali per superare ostacoli che, soprattutto negli edifici più datati, possono compromettere l’autonomia delle persone.
Secondo gli esperti di KONE, azienda leader a livello globale nella mobilità verticale, il futuro della riqualificazione passerà attraverso una serie di innovazioni destinate a ridefinire gli standard di accessibilità degli edifici. Tra le principali tendenze emergono ascensori progettati per adattarsi anche a spazi particolarmente ridotti, soluzioni prive di locale macchine che consentano interventi meno invasivi, sistemi ad alta efficienza energetica capaci di ridurre significativamente i consumi e piattaforme elevatrici pensate per superare piccoli dislivelli senza alterare il valore architettonico degli edifici. Sempre più diffusi sono inoltre i sistemi touchless [che permettono di interagire con un dispositivo o un ambiente senza toccare fisicamente alcuna superficie, N.d.R.], i comandi vocali e le tecnologie integrate con smartphone, strumenti che facilitano l’utilizzo degli impianti da parte di persone con ridotte capacità motorie o sensoriali.
A queste innovazioni si affiancano i sistemi di manutenzione predittiva, capaci di individuare preventivamente fino al 70% dei possibili guasti, garantendo maggiore continuità del servizio e riducendo il rischio di interruzioni che possono avere conseguenze particolarmente pesanti per le persone più fragili.

La vera sfida, tuttavia, non è soltanto tecnologica, essa riguarda, infatti, il modo stesso in cui immaginiamo e progettiamo gli spazi urbani.
Per molto tempo l’accessibilità è stata considerata un adeguamento da realizzare successivamente, quasi una concessione destinata a categorie specifiche. Oggi si afferma invece il principio del design universale, secondo cui gli ambienti devono essere pensati fin dall’origine per essere utilizzabili dal maggior numero possibile di persone.
In questa prospettiva, una città accessibile è una città migliore per tutti, perché un ascensore più funzionale non agevola soltanto chi utilizza una carrozzina, ma anche un anziano, un genitore con un passeggino, una persona che trasporta una valigia o che attraversa una fase temporanea di difficoltà motoria.
La crescita del mercato della rigenerazione urbana racconta quindi molto più di un trend economico. Racconta la necessità di adattare il patrimonio edilizio alle trasformazioni demografiche e sociali del presente. Significa riconoscere che l’inclusione non è un elemento accessorio della progettazione urbana, ma uno dei criteri fondamentali per misurare la qualità di una comunità. Perché il futuro delle città non dipenderà soltanto da quanto saranno intelligenti o sostenibili, ma dalla loro capacità di essere realmente accessibili a tutte le persone che le abitano.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La scuola inclusiva non può e non deve reggersi su fondamenta fragili

«Non posso accettare che la dignità della professione docente – scrive tra l’altro Francesca De Mieri, mamma di due ragazzi con disabilità, docente specializzata sul sostegno e Referente per l’Inclusione in una scuola – venga sacrificata sull’altare della velocità burocratica o di sanatorie al ribasso. La scuola inclusiva non può reggersi su fondamenta fragili. L’inclusione è un diritto di tutti e una responsabilità collettiva»

La lettera di Silvia, madre di due alunni con disabilità, e il doloroso coro di interventi che ne è seguito sulla stampa specialistica mi impongono un intervento pubblico non più rimandabile. Non posso tacere di fronte alla denuncia della docente e madre Maria Faragasso su queste stesse pagine di Superando (Sostegno e inclusione scolastica: se la formazione di qualità doiventa una questione di fortuna), la quale fotografa una realtà inaccettabile: in Italia il diritto allo studio e un’inclusione di qualità non sono più una certezza garantita dallo Stato, ma sono diventati drammaticamente una questione di fortuna, legata al territorio in cui si vive o alla sensibilità dei singoli che si incontrano.
Questo declino strutturale è stato lucidamente analizzato sempre in Superando da Salvatore Nocera (Storie di “corsetti” improvvisati sul sostegno e di qualità della formazione che si abbassa), che ha evidenziato come l’introduzione dei “corsetti” transitori di specializzazione sul sostegno rischi di paralizzare e oltraggiare la memoria storica della nostra legislazione inclusiva, nata oltre cinquant’anni fa con il “Documento Falcucci” del 1975. Di contro, non possono rassicurarci le repliche istituzionali, come quella del Presidente dell’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa), tese a difendere l’efficacia e la rapidità di percorsi abbreviati o “sanatorie” per titoli esteri.
La fretta burocratica e la saturazione numerica delle cattedre non possono e non devono sostituire il valore – insostituibile, appunto – di una formazione solida e approfondita.
Scrivo mossa da una triplice responsabilità: come Referente per l’Inclusione, come docente di sostegno che tocca con mano ogni giorno le fragilità delle nostre aule, e soprattutto come genitore di figli con disabilità. La direzione intrapresa con i percorsi formativi ridotti, delegati a enti di ricerca e slegati dal rigore accademico tradizionale, rischia di istituzionalizzare una svalutazione della nostra professionalità, trasformando l’inclusione in un mero adempimento formale.

La svalutazione della professionalità
La specializzazione sul sostegno non può essere considerata un semplice “bollino” burocratico, ma un percorso umano, accademico e professionale rigoroso.
La pedagogia speciale richiede studio, esperienza e formazione continua.
La relazione educativa necessita di competenze psicologiche, metodologiche e didattiche profonde.
L’inclusione autentica non si costruisce attraverso percorsi frettolosi o semplificati.
Il docente di sostegno non è una figura residuale, ma un professionista qualificato che contribuisce alla crescita dell’intera comunità scolastica.

Una responsabilità di tutta la comunità scolastica
È necessario affermare con chiarezza che l’inclusione non è responsabilità esclusiva del docente di sostegno. La scuola inclusiva si realizza solo quando docenti curricolari, dirigenti scolastici e personale educativo condividono pienamente la corresponsabilità verso ogni alunno. L’inclusione riguarda tutti gli studenti e le studentesse e rappresenta un principio pedagogico e civile che deve guidare l’intera scuola.
Servono scuole capaci di:
° Promuovere una reale collaborazione tra docenti curricolari e di sostegno.
° Valorizzare la formazione inclusiva obbligatoria per tutto il personale.
° Sostenere i dirigenti nella costruzione di contesti realmente accoglienti.
° Considerare l’inclusione parte integrante della qualità dell’insegnamento.

Il ruolo del Referente per l’Inclusione
Nel mio ruolo di Referente per l’Inclusione assisto quotidianamente alle difficoltà delle scuole nel garantire percorsi realmente efficaci agli alunni e alle alunne con disabilità e bisogni educativi complessi. Coordinare i GLO (Gruppi di Lavoro Operativi per l’Inclusione), supportare i docenti e dialogare con le famiglie richiede personale adeguatamente formato. Quando la formazione viene semplificata:
– Si indebolisce l’intero sistema inclusivo nazionale.
– Aumentano gli interventi inadeguati o puramente formali.
– Si scarica sulle singole scuole il peso di compensare gravi carenze formative.
Il docente specializzato deve essere una risorsa competente all’interno di una comunità educante corresponsabile, non l’unico argine a un sistema che abdica ai propri doveri.

Il diritto all’autodeterminazione
Un docente realmente formato non si limita ad assistere l’alunno, ma lo accompagna nella costruzione della propria autonomia, identità e partecipazione sociale. Favorire l’autodeterminazione significa aiutare ogni studente a sviluppare capacità di scelta, consapevolezza e progettualità di vita. Questo richiede competenze educative elevate e una preparazione specialistica autentica.
I nostri alunni e alunne hanno bisogno di professionisti capaci di valorizzarne potenzialità, desideri e diritti, non di percorsi formativi impoveriti.

Il tradimento verso le famiglie
Come genitore, infine, non posso accettare che il futuro dei nostri figli venga affidato a soluzioni semplificate e meno qualificate, trasformando il loro percorso di crescita in una “lotteria” scolastica.
I nostri figli hanno il diritto costituzionale a professionisti preparati.
La continuità didattica e la qualità dell’inclusione non sono slogan, ma pilastri del progetto di vita.
L’inclusione non può essere subordinata a logiche di risparmio o a semplificazioni amministrative.

Alcune richieste
In conclusione chiedo che si torni a investire in una formazione seria, strutturata e uniforme su tutto il territorio nazionale, prevedendo:
1. Percorsi universitari qualificati, approfonditi e uniformi sul territorio nazionale.
2. Valorizzazione del sostegno come specializzazione d’eccellenza e non come ripiegamento burocratico.
3. Formazione inclusiva obbligatoria e strutturale anche per docenti curricolari e dirigenti scolastici.
4. Tutela concreta del diritto degli alunni a una scuola che non vada “a fortuna”, ma che sia universalmente equa.
5. Maggiori risorse e sostegno normativo ai Referenti per l’Inclusione e alle istituzioni scolastiche.
Non posso accettare che la dignità della professione docente e il diritto allo studio degli alunni e delle alunne con disabilità vengano sacrificati sull’altare della velocità burocratica o di sanatorie al ribasso. La scuola inclusiva non può reggersi su fondamenta fragili. L’inclusione è un diritto di tutti e una responsabilità collettiva.

*Mamma di due ragazzi con disabilità; Referente per l’Inclusione nell’Istituto Comprensivo Nelson Mandela di Roma; docente specializzata sul sostegno; vicepresidente della Consulta per i Diritti delle Persone con Disabilità e delle loro Famiglie nel Municipio XII di Roma. Ringraziamo Nicola Striano per la collaborazione.

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Un questionario sulle lesioni da pressione, per migliorare le strategie assistenziali su tale problema

«Intendiamo raccogliere dati sull’incidenza e i rischi derivanti dalle lesioni da pressione, per individuare i bisogni reali e le criticità, e sviluppare strategie assistenziali più efficaci all’interno dell’Unità Spinale di Niguarda»: così, dall’Associazione AUS Niguarda di Milano, viene presentato un questionario riguardante appunto le lesioni da pressione

«Le lesioni da pressione – sottolineano dall’AUS Niguarda di Milano (Associazione Unità Spinale Niguarda) – costituiscono una sfida complessa che colpisce i pazienti e coinvolge ogni giorno familiari, caregiver e operatori sanitari. Con questa iniziativa intendiamo raccogliere dati sull’incidenza e i rischi di tali problemi, per individuare i bisogni reali e le criticità, e sviluppare strategie assistenziali più efficaci all’interno dell’Unità Spinale di Niguarda, in collaborazione con gli operatori sanitari, all’inegna di un’adeguata e precoce risposta alle problematiche relative alle lesioni da pressione».
Per questo, dunque, la stessa AUS Niguarda ha lanciato un’indagine, proponendo alle persone interessate un agile questionario (disponibile a questo link) le cui risposte saranno naturalmente trattate in forma completamente anonima e aggregata, nel pieno rispetto delle normative sulla privacy vigenti. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il questionario di cui si parla nella presente nota. Per ulteriori informazioni: segreteria@ausniguarda.it.

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9 siti su 10 non raggiungono un adeguato livello di accessibilità!

Come emerge da un’indagine condotta da Eye-Able, a un anno dall’entrata in vigore della Direttiva Europea sull’Accessibilità, il quadro è ancora quello di una transizione del tutto aperta. La consapevolezza cresce, le norme esistono e gli strumenti tecnologici sono disponibili, ma ciò che manca, nella stragrande maggiooranza dei casi, è il passaggio decisivo dall’intenzione all’applicazione concreta, se è vero che ben nove siti internet su dieci non raggiungono ancora un livello di accessibilità considerato adeguato La Direttiva Europea sull’Accessibilità (“European Accessibility Act”) è entrata in vigore dal 28 giugno dello scorso anno

A poco più di un anno dall’entrata in vigore dell’European Accessibility Act, la Direttiva Europea che dal 28 giugno 2025 ha introdotto obblighi vincolanti in materia di accessibilità per prodotti e servizi digitali, il percorso verso un ecosistema online realmente inclusivo appare ancora incompleto. Se da un lato, infatti, cresce la sensibilità verso il tema dell’accessibilità digitale, dall’altro le barriere continuano a limitare l’accesso a informazioni e servizi per milioni di persone.
È quanto emerge da un’indagine realizzata da Eye-Able, scale-up europea specializzata in software e consulenza per l’accessibilità digitale, che ha analizzato oltre 10.000 siti web e raccolto le opinioni di utenti italiani per comprendere lo stato dell’arte del digitale inclusivo nel nostro Paese. Ebbene, solo una piccola parte delle piattaforme esaminate raggiunge livelli di accessibilità tali da garantire una fruizione realmente efficace da parte di tutti gli utenti. Secondo i dati raccolti, infatti, il 13% dei siti si colloca sotto la soglia del 50% di accessibilità, evidenziando criticità diffuse che compromettono significativamente l’esperienza di navigazione. La maggioranza, pari al 77%, rientra invece nella fascia intermedia compresa tra il 50% e l’80%, mentre soltanto il 10% supera l’80%, valore individuato da Eye-Able come soglia minima per garantire una reale usabilità.
Una situazione che suggerisce come molte organizzazioni abbiano avviato percorsi di miglioramento, senza però raggiungere risultati sufficienti a eliminare concretamente gli ostacoli.
«A prima vista – osserva Lorenzo Scumaci, amministratore delegato di Eye-Able Italia – la presenza di una larga maggioranza di siti nella fascia intermedia può sembrare un dato incoraggiante, ma dal punto di vista degli utenti, questo progresso non si traduce ancora in un beneficio concreto. Solo oltre l’80% di accessibilità, infatti, l’esperienza diventa realmente fluida e utilizzabile».
Il dato più significativo riguarda quindi proprio questo scarto tra intenzioni e risultati: nove siti su dieci non raggiungono ancora un livello di accessibilità considerato adeguato.

L’indagine evidenzia poi un fenomeno interessante: gli utenti sembrano avere una buona percezione del concetto di accessibilità digitale, ma conoscono poco le norme che la regolano. Il 70% degli intervistati dichiara infatti di avere sentito parlare di accessibilità digitale e la associa correttamente alla possibilità per tutte le persone, comprese quelle con disabilità, di utilizzare siti web e applicazioni senza ostacoli. Quando però si entra nel campo normativo, il quadro cambia radicalmente. Solo il 37% degli utenti, infatti, afferma di conoscere l’European Accessibility Act, mentre appena il 30% sa che in Italia esiste già dal 2004 una normativa specifica in materia, la cosiddetta “Legge Stanca” (Legge 4/04), che disciplina l’accessibilità dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione.
Il risultato, quindi, è un evidente divario tra sensibilità culturale e conoscenza dei diritti. In altre parole, molti cittadini percepiscono l’importanza dell’accessibilità, ma pochi conoscono gli strumenti legislativi che dovrebbero garantirla.

Le difficoltà emergono soprattutto nell’esperienza concreta di utilizzo dei servizi online, se è vero che la metà degli intervistati dichiara di avere incontrato ostacoli durante la navigazione su siti web o piattaforme digitali. Tra i problemi più frequentemente segnalati figurano contenuti poco leggibili, contrasti cromatici insufficienti, caratteri troppo piccoli, strutture di navigazione poco intuitive e difficoltà nella compilazione di moduli digitali.
Si tratta di criticità che possono sembrare marginali per chi non sperimenta particolari limitazioni, ma che per molte persone rappresentano un ostacolo significativo all’accesso alle informazioni, ai servizi e alle opportunità offerte dal digitale.
Ancora più preoccupante è il giudizio espresso nei confronti della Pubblica Amministrazione. Il 59% degli intervistati ritiene infatti che siti web e applicazioni degli Enti Pubblici italiani non siano pienamente accessibili. Una percezione, questa, che assume particolare rilevanza, considerando che proprio i servizi pubblici dovrebbero rappresentare uno degli àmbiti in cui l’accessibilità è già un obbligo consolidato da anni.

L’indagine di Eye-Able fa emergere un ulteriore dato interessante, mostrando come il tema dell’accessibilità digitale non interessi esclusivamente le persone con disabilità. Più della metà del campione, infatti (il 52%), afferma di conoscere familiari, amici o colleghi che incontrano difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali. Tra i soggetti maggiormente coinvolti figurano persone anziane, individui con disabilità permanenti o temporanee e utenti con limitate competenze digitali.
Il problema assume quindi una dimensione sociale ancora più ampia, che coinvolge il diritto di accesso ai servizi essenziali, alla comunicazione, all’informazione e alla partecipazione alla vita pubblica. Non sorprende, di conseguenza, che una quota significativa degli intervistati consideri aziende e pubbliche amministrazioni ancora in ritardo rispetto agli standard richiesti dalla normativa europea: oltre un quinto ritiene che le organizzazioni siano molto lontane dagli obiettivi fissati dalla Direttiva Europea sull’Accessibilità, mentre circa un terzo le giudica solo parzialmente conformi.

L’European Accessibility Act rappresenta certamente una delle più importanti innovazioni normative degli ultimi anni in materia di inclusione digitale. Per la prima volta, infatti, gli obblighi di accessibilità vengono estesi in maniera significativa anche al settore privato, coinvolgendo e-commerce, servizi bancari, trasporti e piattaforme digitali. L’obiettivo è segnatamente quello di superare una logica basata sugli interventi correttivi successivi alla progettazione, introducendo invece l’accessibilità come requisito strutturale fin dalle prime fasi di sviluppo. «Il punto – sottolinea ancora Scumaci – non è la conformità formale, ma l’effettiva usabilità. Le barriere continuano a incidere sull’esperienza degli utenti e sull’accesso ai servizi, mentre l’accessibilità, si dovrebbe sempre ricordare, non è soltanto un obbligo normativo, ma una leva di performance che permette di raggiungere più persone e migliorare la qualità complessiva dell’esperienza digitale».

A dodici mesi dall’entrata in vigore dell’European Accessibility Act, dunque, il quadro che emerge è quello di una transizione ancora aperta. La consapevolezza cresce, le norme esistono e gli strumenti tecnologici sono disponibili, ma ciò che manca, in molti casi, è il passaggio decisivo dall’intenzione all’applicazione concreta.
Ed è sempre più che opportuno ricordare che l’accessibilità digitale non riguarda soltanto la tecnologia, ma riguarda il diritto di ogni persona a partecipare pienamente alla vita sociale, economica e civile, senza che una barriera invisibile sullo schermo diventi un limite alla propria cittadinanza.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

Per ulteriori informazioni sull’indagine di cui si parla nel presente contributo: eyeableit@hotwirepr.com.

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Diritti delle persone con disabilità: il contenzioso cresce e si concentra su scuola e lavoro

Il contenzioso cresce e si concentra in particolare sul diritto allo studio e sul diritto al lavoro; la disciplina normativa relativa alle persone con disabilità continua inoltre a incontrare significative difficoltà sul piano applicativo e persistono sempre profondi squilibri territoriali: è quanto emerge dall’esame di oltre 2.000 pronunciamenti italiani e internazionali nel terzo “Rapporto Annuale sui Diritti delle Persone con Disabilità”, prodotto dall’Osservatorio Human Hall dell’Università di Milano

2.005 Sentenze italiane in àmbito civile, penale e amministrativo, individuate, selezionate e analizzate, insieme a 7 decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e a 7 Pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, pubblicate nel corso del 2025 sui diritti delle persone con disabilità: sono i numeri del terzo Rapporto Annuale sui Diritti delle Persone con Disabilità, denominato Diritti ad Ostacoli (disponibile integralmente a questo link), prodotto dall’Osservatorio Giuridico Permanente Human Hall, l’hub per l’inclusione, l’innovazione e la tutela dei diritti umani dell’Università degli Studi di Milano e pubblicato per il primo anno con Milano University Press, la casa editrice di Ateneo. Un dato, quello numerico, che segna un notevole aumento rispetto alle circa 1.100 decisioni analizzate nel secondo Rapporto del 2024 e alle circa 800 del 2023.
«Il contenzioso cresce – commentano da Human Hall – e si concentra su due àmbiti fondamentali dell’inclusione: diritto allo studio e diritto al lavoro, infatti, rappresentano insieme il 56% di tutto il contenzioso analizzato. Il diritto allo studio si mantiene al vertice (36% delle decisioni, in crescita dal 33% del 2024), mentre il contenzioso lavorativo raddoppia il proprio peso percentuale, passando dal 9% del 2024 al 20% del 2025. Quasi una questione su cinque, dunque, riguarda oggi il lavoro. Persistono inoltre profondi squilibri territoriali: la Campania da sola esprime quasi un terzo dell’intero contenzioso complessivo, dato, questo, significativamente influenzato dai ricorsi in materia di inclusione scolastica, se è vero che delle 724 decisioni individuate a livello nazionale sulla mancata attuazione del diritto allo studio, ben 441 sono state pronunciate da tribunali campani. Una situazione che i giudici di tale Regione stanno cercando di affrontare chiamando in causa anche la Corte dei Conti, e che richiederà un intervento urgente nelle sedi istituzionali competenti».

«Questo nostro terzo Rapporto – proseguono i promotori dell’iniziativa – mette in evidenza come la disciplina normativa relativa alle persone con disabilità continui a incontrare significative difficoltà sul piano applicativo: nonostante infatti l’ampia produzione normativa, esiste ancora una forte discrepanza tra diritti sanciti e loro concreta attuazione, con un elevato ricorso al giudice come strumento ordinario di tutela. Emergono tuttavia anche segnali positivi: la giurisprudenza è sempre più attenta al principio del ragionevole accomodamento – che tende a configurarsi non più come opzione eventuale, ma come criterio strutturale di legittimità – e alla tutela effettiva dei diritti, anche grazie al contributo della Corte Costituzionale e delle Corti sovranazionali».

Come avevamo segnalato anche sulle nostre pagine, il Rapporto è stato presentato nei giorni scorsi a Milano, mel corso di un incontro che ha visto la partecipazione di rappresentanti di numerose realtà istituzionali e associazionistiche attive nel settore, come l’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, la Consulta Disabilità del Comune di Milano, il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), l’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con disabilità, l’Associazione Luca Coscioni e il Servizio Disabilità della CEI (conferenza Episcopale Italiana).
«L’Università pubblica – ha sottolineato per l’occasione Marina Brambilla, rettrice dell’Università Statale di Milano – ha il compito di contribuire alla costruzione di una società più giusta, equa e inclusiva, interrogandosi sul divario tra diritti riconosciuti e loro concreta attuazione. I dati di questo Rapporto evidenziano criticità ancora significative, in particolare nei diritti allo studio e al lavoro, àmbiti centrali per la piena partecipazione delle persone con disabilità. Di fronte a queste evidenze, l’Università è chiamata non solo ad analizzare, ma ad agire, rafforzando servizi, didattica accessibile, ricerca e collaborazione con il territorio. Promuovere inclusione significa riconoscere la disabilità come parte della diversità umana e tradurre il principio di uguaglianza in opportunità reali per tutte e tutti»

Ha lanciato invece un quesito provocatorio Marilisa D’Amico, coordinatrice di Human Hall e costituzionalista all’Università di Milano: «La ricerca può avere un impatto reale sul mondo? In alcuni campi la risposta appare ovvia, nel campo umanistico e in quello del diritto costituzionale a volte può sembrare meno immediata. Con il lavoro di Human Hall – e l’Osservatorio Giuridico sui Diritti delle Persone con Disabilità ne è un esempio – stiamo dimostrando anno dopo anno come la ricerca scientifica sui diritti generi cambiamento. Lo fa perché agisce sulla conoscenza e una persona che ha consapevolezza dei propri diritti può farli valere, è meno sola ed è più forte».

«Da questo nostro terzo Rapporto – ha concluso Giuseppe Arconzo, coordinatore dell’Osservatorio Giuridico Permanente sui Diritti delle Persone con Disabilità e costituzionalista della Statale di Milano – emerge da un lato una crescente consapevolezza dei diritti, sostenuta anche da enti e istituzioni, inclusa la nostra università, dall’altro, una criticità profonda: troppo spesso, infatti, nella vita quotidiana, far valere questi diritti comporta aggravi personali e familiari che peggiorano condizioni già complesse, tradendo lo spirito della nostra Costituzione».

In conclusione, vediamo nel dettaglio alcune tendenze giurisprudenziali su altrettante tematiche, espresse nel Rapporto.
Diritto al lavoro: il dato più rilevante del 2025 è stato proprio la crescita del contenzioso lavorativo e il consolidamento di una giurisprudenza che configura l’accomodamento ragionevole non più come correttivo marginale ma come presupposto indefettibile di legittimità dell’esercizio del potere datoriale in ogni aspetto della vita lavorativa. Il licenziamento adottato senza ricerca attiva di mansioni compatibili e senza coinvolgimento del medico competente è considerato discriminatorio. Cresce anche la tendenza a rafforzare il riparto degli oneri di prova: è sufficiente che il lavoratore alleghi la propria disabilità e un trattamento deteriore; spetta al datore dimostrare l’adozione di tutti gli accomodamenti ragionevoli o la loro sproporzione.
Diritto allo studio: il diritto all’inclusione scolastica resta ancora il settore più critico, con un contenzioso che cresce e si concentra in modo anomalo in Campania, ma rimanendo preoccupante anche nel resto del Paese. Le principali problematiche riguardano la mancata redazione o attuazione del PEI (Ppiano Educativo Individualizzato) e la carenza di ore di sostegno e di assistenza all’autonomia e comunicazione. La giurisprudenza ribadisce che il diritto all’istruzione degli alunni/alunne con disabilità è fondamentale e non può essere sacrificato per ragioni di bilancio.
Progetto di Vita individuale: la giurisprudenza conferma che i Comuni, d’intesa con le Aziende di Tutela della Salute, sono obbligati a predisporre i Progetti di Vita su richiesta dell’interessato. La mancata o tardiva predisposizione può causare danno esistenziale risarcibile. Qui emergono questioni nuove sulla natura degli atti idonei a superare l’inerzia delle amministrazioni e sui soggetti obbligati, anche alla luce dell’attuazione progressiva del Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità.
Accessibilità: la giurisprudenza prevalente afferma che il diritto all’accessibilità prevale sugli interessi patrimoniali condominiali, salvo limiti di sicurezza e stabilità. Nuovi filoni riguardano il bilanciamento con la tutela dei beni paesaggistici e del patrimonio artistico, la rimozione delle barriere negli alloggi ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) e il diritto alla mobilità. Significativa la giurisprudenza sulla rimozione delle barriere alla partecipazione politica.
Caregiver: il peso percentuale scende (dal 9% al 6%) per effetto della crescita più intensa di studio e lavoro, non per riduzione del contenzioso assoluto. Sta cominciando ad emergere, grazie alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la tutela antidiscriminatoria a favore dei lavoratori e delle lavoratrici caregiver. Il diritto alla scelta della sede può essere limitato solo da esigenze organizzative effettive e dimostrate.
Compartecipazione alle spese sociosanitarie: l’ISEE sociosanitario si conferma parametro esclusivo per valutare la capacità economica dell’assistito. Emergono questioni sulla libera scelta della struttura e sul bilanciamento con le esigenze di contenimento della spesa pubblica. Permangono inoltre criticità legate all’effettiva rappresentazione della situazione economica dei beneficiari e alla distinzione tra prestazioni sanitarie e assistenziali, in un quadro applicativo ancora frammentato e oggetto di frequente contenzioso. Sullo sfondo, le difficoltà di sostenibilità economica delle RSA e il persistente squilibrio tra quota sanitaria e quota a carico delle famiglie. L’esito delle Pronunce e il crescente dibattito sul tema evidenziano infine l’esigenza di un intervento volto a garantire una più adeguata copertura pubblica dei costi della non autosufficienza e una più efficace integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali.
Corti Europee: Comee detto inizialmente, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea hanno prodotto complessivamente nel 2025 14 decisioni rilevanti. Si rafforza il principio che i diritti delle persone con disabilità non possono essere compressi da esigenze finanziarie o organizzative. Tra le pronunce più significative, la sentenza Niort v. Italia della Corte EDU (27 marzo 2025, n. 4217/2023), sui diritti delle persone con disabilità in carcere. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il testo integrale del terzo Rapporto Annuale sui Diritti delle Persone con Disabilità, denominato Diritti ad Ostacoli. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@unimi.it.

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Il Comune viola il proprio stesso Statuto, il Prefetto pone rimedio alla situazione

A conclusione di una vicenda quasi paradossale, che aveva visto un Comune del Lazio togliere la residenza a una signora di 94 anni con disabilità e in sedia a rotelle, nonché al figlio di 58 anni, nonostante non fossero affatto irreperibili, con conseguenze pesanti anche per l’accesso all’assistenza sanitaria, il Prefetto di Viterbo ha accolto il ricorso presentato dalle persone coinvolte, «in quanto emesso in presenza di manifesti vizi procedurali» e ha finalmente ridato la residenza alla signora e al figlio

«Riteniamo impensabile, nel 2025, non avere completo accesso all’assistenza sanitaria, soprattutto per una signora di 94 anni con disabilità e in sedia a rotelle, che chiede una presenza costante. Insieme al figlio di 58 anni, infatti, la signora risiede da circa vent’anni nel Comune di Bassano Romano (Viterbo), ma a seguito di un incendio dalla causa non chiarita, si sono visti togliere, in barba al rispetto delle procedure, la residenza nella loro casa abituale, ciò che ha avuto ripercussioni pesanti sulla vita quotidiana dei due, costretti ad autotutelarsi da se stessi, data la mancanza di ascolto e dialogo con le Istituzioni che invece dovrebbero interessarsi alla vicenda e chiamarli a chiarire la questione con il Sindaco, che potrebbe risolvere l’equivoco creatosi da semplici vizi di forma, che gli Uffici comunali non si occupano di correggere»: così Carlo Leoni dell’ACDC (Associazione Centrale per la Difesa dei Diritti e Doveri dei Cittadini), aveva denunciato alla fine dello scorso anno, in occasione della Giornata Internazionale della Copertura Sanitaria Universale, una vicenda quasi paradossale, che sulle nostre pagine avevamo raccontato con il significativo titolo di Quando un Comune viola il proprio stesso Statuto. All’articolo 16 dello Statuto del Comune di Bassano Romano, protagonista della vicenda, si può leggere infatti: «Valorizzazione degli anziani, comma 3: Si prefigge di estendere il sistema di garanzie sociali e di servizi e di assistenza morale e materiale agli anziani». E invece, alla luce dell’articolo 11 (Cancellazioni anagrafiche) del “Regolamento Anagrafico” (DPR 223/89: «La cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente viene effettuata […] quando, a seguito di ripetuti accertamenti opportunamente intervallati, la persona sia risultata irreperibile»), alla signora e al figlio era stata appunto tolta la residenza, nonostante l’insussistenza dell’irreperibilità, ciò che aveva segnatamente comportato conseguenze anche sull’accesso all’assistenza sanitaria.
A porre finalmente rimedio alla situazione è stato il Prefetto di Viterbo, che ha accolto il ricorso presentato dalle persone coinvolte, «in quanto emesso in presenza di manifesti vizi procedurali» e ha ridato la residenza alla signora di 94 anni e al figlio. Non possiamo che prenderne atto con soddisfazione. (S.B.)

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Una nuova edizione ad Albenga della “Grande Festa della Subacquea – Nessuno escluso”

Il percorso di HSA Italia, che ha consentito a tantissimi subacquei con disabilità di formarsi e di immergersi in mare o in piscina, proseguirà il 27 e 28 giugno ad Albenga (Savona), con una nuova edizione della “Grande Festa della Subacquea – Nessuno escluso”. E sabato 27 gli esperti subacquei con disabilità visiva Maurizio Lo Bortalo e Andrea Sanlazzaro effettueranno in immersione le operazioni di posa di una targa in Braille ai piedi del Cristo Redentore Una bella foto di gruppo, scattata in occasione della “Grande Festa della Subacquea – Nessuno escluso” di Albenga dello scorso anno

Com’è ben noto a chi segue regolarmente il nostro giornale, il percorso di HSA Italia, l’Associazione Nazionale Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, ha consentito in questi decenni a tantissimi subacquei con disabilità di formarsi e di immergersi in mare o in piscina, supportati da istruttori qualificati e da strumenti didattici sempre più accessibili.
Accadrà ora ancora una volta sabato 27 e domenica 28 giugno, nel mare dell’Isola Gallinara, di fronte ad Albenga (Savona), per una nuova edizione (la 18^) della Grande Festa della Subacquea – Nessuno escluso, evento inclusivo gratuito e aperto a tutti, realizzato in collaborazione con il Centro Subacqueo Idea Blu di Albenga e il supporto del Nucleo Subacqueo Carabinieri Genova.
L’appuntamento, dunque, è per la mattinata del 27 giugno (ore 9) al Diving Centro Subacqueo Idea Blu di Albenga (Via Luigi Einaudi), dove le persone in immersione verranno seguite dalle guide HSA di Onda Sub Torino, Sub Novara Laghi, Passione d’Amare Ronco Scrivia, Scuba Diving Club NRDC Nato Solbiate Olona.
E va anche segnalato un ulteriore momento molto atteso, quando cioè, sabato 27, gli esperti subacquei con disabilità visiva Maurizio Lo Bortalo e Andrea Sanlazzaro effettueranno in immersione le operazioni di posa di una targa in Braille ai piedi del Cristo Redentore, situata a 17 metri di profondità nella Baia Isola Gallinara. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore, ampio approfondimento sull’iniziativa. Per altre informazioni: Patrizia De Santo (patrizia@patriziadesantopr.it).

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“ConsideraMI” vuole diventare una sorta di “Google dei servizi per la disabilità”

Domani, 26 giugno, a Rimini, all’interno di “ExpoAid 2026”, Laura Borghetto, direttrice generale dell’Associazione L’abilità di Milano, presenterà l’evoluzione del progetto “ConsideraMI”, piattaforma realizzata negli anni scorsi, che oggi raccoglie informazioni su circa 800 servizi dedicati a bambini/bambine e ragazzi/ragazze con disabilità a Milano, e che punta ora a diventare un vero e proprio “Google dei servizi per la disabilità”, inteegrando una serie di nuove funzionalità avanzate Laura Borghetto, direttrice generale dell’Associazione L’abilità di Milano

«Trovare il servizio giusto per un figlio o una figlia con disabilità – dicono dall’Associazione L’abilità di Milano – può trasformarsi in un percorso lungo, complesso e spesso frustrante. Centri riabilitativi, neuropsichiatria infantile, attività sportive inclusive, servizi educativi, sostegno alle famiglie: le opportunità esistono, ma sono spesso frammentate e difficili da individuare e la ricerca richiede tempo, energie e competenze, finendo per gravare in modo significativo sui caregiver, contribuendo a generare isolamento, senso di smarrimento e burnout. È per rispondere a questi bisogni che è nata ConsideraMI, piattaforma che oggi raccoglie informazioni su circa 800 servizi dedicati a bambini/bambine e ragazzi/ragazze con disabilità a Milano, realizzata negli anni scorsi anni grazie al lavoro di 16 Enti del Terzo Settore che operano sui temi dell’infanzia e della disabilità nel capoluogo lombardo».
Ora, dunque, è arrivato il momento di un’evoluzione di quel progetto, su cui ci eravamo già soffermati a suo tempo anche sulle nostre pagine, e sarà proprio Laura Borghetto, direttrice generale dell’Associazione L’abilità, a presentare domani, 26 giugno, la nuova iniziativa, ciò che accadrà a Rimini, all’interno dell’evento ExpoAid 2026 (di quest’ultimo si legga già ampiamente nel nostro giornale).

«La nuova iniziativa – spiegano da L’abilità – punta a realizzare entro la fine del 2027 uno strumento innovativo capace di rendere più semplice, veloce e personalizzata la ricerca di servizi, terapie, attività e opportunità per le famiglie, supportando al tempo stesso il lavoro degli operatori che si occupano di disabilità. Il progetto nasce dalla consapevolezza che, nonostante l’esistenza di numerosi servizi sul territorio, molte famiglie faticano ancora a individuare le risposte più adatte ai propri bisogni. ConsideraMI vuole pertanto colmare questa distanza, diventando un punto unico di accesso alle informazioni e uno strumento di orientamento concreto e affidabile. La nuova piattaforma integrerà infatti funzionalità avanzate per migliorare l’esperienza di ricerca: filtri intelligenti, percorsi guidati personalizzati, un assistente virtuale disponibile 24 ore su 24, contenuti accessibili in più lingue e strumenti basati sull’intelligenza artificiale per l’aggiornamento continuo delle informazioni. Accanto alla dimensione digitale, poi, il progetto prevede anche la creazione di punti informativi dedicati all’orientamento delle famiglie: spazi di ascolto e supporto dove ricevere assistenza nell’utilizzo della piattaforma e indicazioni utili per individuare percorsi, attività e opportunità adeguate alle esigenze di ciascun nucleo familiare».

«Ogni giorno – sottolinea Laura Borghetto – incontriamo famiglie che dedicano una quantità enorme di tempo alla ricerca di informazioni, servizi e opportunità per i propri figli. Una fatica che spesso si traduce in smarrimento, isolamento e difficoltà nell’accedere a risposte che esistono, ma che non sempre sono facilmente individuabili. Con ConsideraMI vogliamo creare una sorta di “Google dei servizi per la disabilità”: un luogo unico dove trovare informazioni affidabili, aggiornate e facilmente accessibili. Ma vogliamo fare un passo in più. Grazie all’intelligenza artificiale, infatti, la piattaforma non si limiterà a raccogliere informazioni, ma sarà in grado di orientare le famiglie, suggerire percorsi e accompagnarle nella ricerca delle risposte più adatte ai loro bisogni. Quando si parla di intelligenza artificiale, per altro, si pensa spesso a tecnologie lontane dalla vita quotidiana, ma noi vogliamo utilizzarla per risolvere un problema molto concreto e restituire tempo, energie e opportunità alle famiglie».

L’abilità, va detto, coordina un gruppo composto da Associazione La Nostra Comunità, ANFFAS Milano (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), Spazio Aperto Servizi, Cascina Bianca, volontari e famiglie, che contribuiscono al progetto mettendo a disposizione competenze professionali, esperienza diretta e conoscenza dei bisogni reali delle persone con disabilità e dei loro caregiver. Il tutto si avvale inoltre del sostegno del Rotary Club Milano International Net. I Rotary milanesi hanno tra l’altro recentemente aderito a un Protocollo d’Intesa tra Rotary Italia e il Ministero per la Disabilità e ritengono che questo progetto «risponda in modo esemplare agli impegni assunti nel Protocollo stesso». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: info@labilita.org.

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Nell’Altopiano della Paganella le montagne trentine sono sempre più inclusive e accessibili

Progetto promosso dalla locale Azienda per il Turismo Visit Paganella, “Paganella Open” offre alle persone con disabilità sensoriali, cognitive e motorie opportunità concrete di esplorare il territorio trentino dell’Altopiano della Paganella, ai piedi delle Dolomiti del Brenta, all’insegna di una montagna sempre più inclusiva e accessibile. Segnaliamo alcuni dei prossimi appuntamenti con tali caratteristiche Immagine di repertorio di una giovane con disabilità coinvolta in attività accessibili nell’àmbito di “Paganella Open”

Si chiama Paganella Open ed è un progetto promosso dalla locale Azienda per il Turismo Visit Paganella, per offrire alle persone con disabilità sensoriali, cognitive e motorie opportunità concrete di esplorare il territorio trentino dell’Altopiano della Paganella, ai piedi delle Dolomiti del Brenta, all’insegna di una montagna sempre più inclusiva e accessibile. Ogni anno, infatti, l’iniziativa si arricchisce di percorsi accessibili, attività ed eventi pensati perché chiunque desideri immergersi nella natura secondo le proprie aspettative, in serenità e sicurezza.
Tra i prossimi appuntamenti, segnaliamo innanzitutto l’Open Weekend di domani, 26 giugno, e di sabato 27, un fine settimana all’insegna dello sport e della natura, con attività accessibili quali percorsi sensoriali nel Parco del Respiro, handbike, tandem, arrampicate ed esperienze a cavallo.
Quindi, il Brenta Open Camp, dal 29 giugno al 3 luglio, che trasformerà le Dolomiti di Brenta, in un bene comunitario realmente fruibile, coniugando sport e inclusività.
E infine, dal 31 agosto al 5 settembre, il Paganella Way, itinerario a tappe attraverso i borghi della Paganella, da vivere a piedi o con i mezzi più adatti, come occasione di condivisione e sensibilizzazione sul tema dell’inclusione. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ampio approfondimento. Per altre informazioni: Chiara Martignoni (chiara.martignoni@agenziapressplay.it).

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La Costituzione e la disabilità: le parole non possono restare a metà strada

«Perché il Legislatore – scrive Daniele Romano, a proposito del Disegno di Legge voluto per inserire la disabilità nella Costituzione – non ha accolto il concetto di “persone con disabilità” come unico e universale riferimento, decidendo invece di lasciare in vita il termine “inabili”? La questione è tutt’altro che banale o puramente lessicale. Dietro questa scelta, infatti, si nasconde la resistenza di un vecchio modello assistenziale, storicamente ancorato alla capacità lavorativa ed economica del cittadino»

La lingua della nostra Costituzione è, per definizione, una lingua viva, dove ogni parola pesa come un macigno e orienta il futuro del Paese. Per questo motivo, i lavori della Prima Commissione Permanente del Senato sul Disegno di Legge Costituzionale AS 1299 meritano una riflessione che vada ben oltre la cronaca parlamentare.

Il testo approvato lo scorso 17 giugno ha sancito un passo avanti atteso da decenni: la definitiva cancellazione della parola «minorati» dall’articolo 38 della Carta. Un atto di civiltà linguistica e culturale dovuto. Tuttavia, a uno sguardo più approfondito, l’architettura della riforma rivela una timidezza strutturale che rischia di depotenziare la portata storica della revisione.
Il testo uscito dalla Commissione lascia infatti immutato l’articolo 3 della Carta (il principio di uguaglianza), concentrando le modifiche sull’articolo 38. Qui viene introdotto un nuovo, modernissimo primo comma: «La Repubblica riconosce e garantisce il diritto delle persone con disabilità all’autonomia, all’inserimento sociale e professionale e alla partecipazione alla vita della comunità». Si tratta del pieno recepimento della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, incentrato sul modello sociale dell’inclusione e della rimozione delle barriere.
Il corto circuito normativo si consuma però pochi righi più sotto. Il terzo comma dell’articolo 38 viene infatti modificato solo parzialmente, coordinando il testo in questo modo: «Gli inabili e le persone con disabilità hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale».
La domanda sorge spontanea: perché il Legislatore non ha avuto il coraggio di accogliere il concetto di «persone con disabilità» come unico e universale riferimento, decidendo invece di lasciare in vita il termine «inabili» (presente anche nel comma precedente in riferimento all’inabilità al lavoro)?
La questione è tutt’altro che banale o puramente lessicale. Dietro questa scelta, infatti, si nasconde la resistenza di un vecchio modello assistenziale, storicamente ancorato alla capacità lavorativa ed economica del cittadino. L’«inabile», nel linguaggio burocratico e previdenziale del nostro welfare, è colui che è definito in base a ciò che non può fare, un soggetto passivo di tutele economiche e monetarie. Al contrario, la «persona con disabilità» è un soggetto attivo di diritti, la cui condizione dipende dall’interazione tra le proprie caratteristiche e un ambiente circostante più o meno inclusivo.

La scelta del Senato appare come una soluzione di compromesso, dettata probabilmente dal timore tecnico e finanziario di scardinare l’enorme impalcatura di leggi ordinarie e sentenze che regolano la previdenza sociale. Sostituire in toto il termine «inabilità» avrebbe imposto una riscrittura sistemica del diritto assistenziale italiano. Tuttavia, procedere per “addizione” anziché per “sostituzione organica” comporta un rischio concreto nel medio e lungo termine: cristallizzare nella Carta fondamentale una pericolosa dicotomia. Da una parte un comma che parla il linguaggio del futuro e dei diritti umani, dall’altra commi che rimangono ancorati a una visione medico-legalistica della persona.
In vista del dibattito in Aula di Palazzo Madama, l’auspicio è che il Parlamento non liquidi la discussione come un mero dettaglio formale. Se infatti la Costituzione deve guidare l’evoluzione culturale del Paese, non può permettersi di parlare due lingue diverse sulla dignità dei suoi cittadini e cittadine.

*Sociologo.

Al tema delle modifiche costituzionali legate alla disabilità abbiamo già dedicato i testi:
° Per il pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone con disabilità nella nostra Costituzione.
° Disabilità un mondo a parte? Attenzione a non rafforzare questo pregiudizio
di Katia Caravello.

° La disabilità in Costituzione è una scelta di civiltà che rafforza la Repubblica di Vincenzo Falabella.
° I diritti delle persone con disabilità non possono rimanere semplici dichiarazioni di principio di Raffaele Goretti.
° La disabilità in Costituzione, la “discriminazione positiva” e la mancata attuazione dei diritti di Salvatore Nocera.

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Compagni con disabilità accolti “da deboli”, respinti “da pari”

«Conviene dire una cosa scomoda – scrive Giorgio Sama -, senza girarci intorno. Non tutte le disabilità trovano la stessa accoglienza in un gruppo di giovani a scuola. E ce n’è anche un’altra, ancora più ruvida: l’accoglienza è massima quando il compagno con disabilità ha bisogno di aiuto, cala invece quando con lui occorre ottenere un risultato o costruire un’amicizia vera. Da debole è dei nostri. Da pari, molto meno»

Conviene dire una cosa scomoda, senza girarci intorno. Non tutte le disabilità trovano la stessa accoglienza in un gruppo di giovani a scuola. Lo psicologo Renzo Vianello lo ha documentato con una lunga stagione di ricerche sull’integrazione: un compagno con disabilità motoria viene accolto più facilmente di uno con disabilità intellettiva. Il primo si muove con fatica, ma scherza, ragiona, sta dentro le regole che i ragazzi conoscono. Il secondo introduce nello scambio qualcosa di imprevedibile, e l’imprevedibilità mette a disagio. Incrina quella minima reciprocità su cui un rapporto fra adolescenti si regge, e chiede subito di riorganizzare atteggiamenti e significati.
C’è un secondo dato, nella stessa ricerca, ancora più ruvido. L’accoglienza è massima quando il compagno con disabilità ha bisogno di aiuto, e cala quando con lui occorre ottenere un risultato o costruire un’amicizia vera. Lo si tiene volentieri accanto finché è il destinatario di una gentilezza. Lo si tiene molto meno quando diventa il concorrente in una verifica, il socio da cui dipende il voto di un gruppo, la persona a cui affidare un segreto. Da debole è dei nostri. Da pari, molto meno.

La compassione, socialmente, costa poco. Si concede dall’alto, lascia ciascuno al suo posto, e ha perfino un che di gratificante. L’amicizia è un’altra faccenda: chiede di mettersi sullo stesso piano e di rischiare un rifiuto. Per questo una classe può essere gentilissima e povera di amicizie vere.
Càpita di vedere ragazzi premurosi, attenti, persino affettuosi, in aule dove nessun compagno con disabilità intellettiva è mai stato scelto per quello che è, e non per quello che gli manca.
Negli adolescenti tutto questo è più nudo. Secondo una nota idea del sociologo Cooley, ci formiamo specchiandoci in ciò che gli altri pensano di noi, e a 14 anni quello specchio pesa più che in qualunque altra stagione della vita. L’identità si costruisce per somiglianza soprattutto quando si è giovani, e chi è troppo diverso minaccia il gioco delle conferme reciproche. Lo stereotipo, in quell’età, non è cattiveria pura: è un compromesso che rassicura. La compassione, allora, diventa la più comoda delle scorciatoie, perché permette di sentirsi giusti senza spostarsi di un passo.

Don Milani scriveva che «non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali». È un richiamo prezioso, e va onorato fino in fondo: la parità che conta non si concede come un favore e non livella verso il basso, si costruisce togliendo gli ostacoli che impediscono a un ragazzo di stare fra gli altri a testa alta. Tra il sopportare una presenza e il farle posto da pari corre tutta la differenza.
Un ragazzo è dentro davvero quando i compagni se lo scelgono per il gruppo di lavoro, e non quando lo sopportano per dovere; quando lo contraddicono in una discussione, invece di annuire per riguardo; quando, a volte, lo temono in una sfida. Tutto il resto è custodia gentile, e la custodia, per quanto affettuosa, non è ancora compagnia.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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Alcune zone del Sud Italia dove ci si muove verso l’accessibilità alla balneazione

Quest’anno abbiamo potuto constatare con piacere la realizzazione di una serie di progettualità in alcune Regioni del Sud Italia, finalizzate all’accessibilità della balneazione da parte delle persone con disabilità. Ne riportiamo qualche esempio, dalla Puglia alla Calabria e alla Sicilia

Quest’anno abbiamo potuto constatare con piacere la realizzazione di una serie di progettualità in alcune Regioni del Sud Italia, finalizzate all’accessibilità della balneazione. Ne riportiamo di seguito qualche esempio.
La Regione Puglia ha avviato il programma Mare Democratico, fondato sul diritto secondo il quale il mare appartiene a tutti e tutte, con l’obiettivo di migliorare l’offerta turistica, rendendola il più possibile integrata, sostenibile e accessibile a chiunque. Le spiagge libere, quindi, devono essere accessibili a tutti e tutte, senza escludere nessuno e in tale direzione un importante lavoro è stato fatto con le Associazioni che si occupano di persone con disabilità; dal confronto con esse, infatti, è nata la necessità di lavorare non solo per l’accesso fisico alle spiagge, ma anche, e soprattutto, per la piena fruizione della balneazione attraverso servizi dedicati, assistenza e accompagnamento.
In tale ottica, i Comuni delle zone interessate possono utilizzare risorse, sia per migliorare l’accessibilità, sia per promuovere attività fondamentali, come il salvataggio e servizi sicuri e efficienti. Si tratta di un impegno da considerarsi come un proseguimento del progetto COsTA (Comunità Ospitali per il Turismo Accessibile), avviato nel 2024, per rendere accessibile il litorale; con Mare democratico, in particolare, si adotta una certificazione per promuovere realtà che investano in sostenibilità, accessibilità, inclusione, sport e servizi alle famiglie.

In Calabria, si sta compiendo il Progetto senza barriere – Abbattimento delle barriere architettoniche per l’accessibilità al mare, finalizzato appunto all’accessibilità e all’inclusione delle aree balneari pubbliche. Possono fare domanda i Comuni, entro i termini e i parametri prefissati, e possono essere coinvolte anche Associazioni, Enti Pubblici e del Terzo Ssettore. Lo scopo principale è rendere le spiagge accessibili e fruibili da parte delle persone con disabilità, garantendo a tutti il diritto di accoglienza.
Gli interventi previsti riguardano l’accessibilità degli spazi fisici, dei percorsi, degli allestimenti e dei servizi di comunicazione.  L’abbattimento delle barriere architettoniche non è concepito solo come un dovere civile, ma come una scelta strategica, finalizzata a incrementare l’offerta turistica regionale, facendo in modo cioè che la Calabria diventi “più moderna”, accogliente e realmente accessibile, a livello internazionale.

Un’iniziativa analoga è stata promossa in Sicilia, e precisamente a Balestrate, in provincia di Palermo, dove, grazie a un fondo regionale ottenuto dal Comune, le spiagge libere sono rese accessibili alle persone con disabilità, con il potenziamento di servizi e strutture ad hoc per migliorarne la fruibilità da parte di tutti, senza escludere nessuno.
Nel concreto, tale progettualità prevede l’installazione di sedie Job, il miglioramento dei camminamenti per facilitare gli spostamenti sulla sabbia, nonché il potenziamento delle rampe di accesso per garantire percorsi privi di barriere.
E sempre in Sicilia, anche il Comune di Torrenova, in provincia di Messina, ha usufruito di un finanziamento finalizzato alla realizzazione di servizi e infrastrutture per rendere il mare accessibile, consentendo alle persone con disabilità di viverlo in piena autonomia.

*Il presente contributo costituisce l’estratto di un testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», qui pubblicato per gentile concessione.

L'articolo Alcune zone del Sud Italia dove ci si muove verso l’accessibilità alla balneazione proviene da Superando.

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