“Joy is a Right”, ovvero “la gioia è un diritto”, un progetto partito dalla Repubblica di San Marino e arrivato in Estremo Oriente, come raccontato dall’Associazione Attiva-Mente, che scrive tra l’altro: «In Europa difendiamo la Vita Indipendente come un diritto umano, ma la verità più profonda del fatto che nessuno può essere indipendente se lasciato da solo, la si comprende davvero solo quando ci si trova in luoghi in cui l’assenza di aiuto coincide con l’assenza di ogni altra possibilità di scelta»
La solitudine è una parola che pesa. Non è solo l’assenza di qualcuno, ma un vuoto che si allarga e diventa silenzio, un confine invisibile che separa dalla vita. Tutti, almeno una volta, l’abbiamo sfiorata. Ma quando la solitudine non nasce da una scelta, bensì da un’ingiustizia, da una fuga, da una perdita, allora diventa una ferita. E quando colpisce chi è più fragile, chi è bambino, chi scappa da una guerra o da un villaggio raso al suolo, quella ferita diventa un pericolo.
È qui che l’aiuto assume un valore nuovo. L’aiuto non è carità: è presenza, protezione, la mano che ricuce il filo spezzato della vita. È l’essenza stessa della Vita Indipendente: nessuno può essere indipendente se è lasciato da solo. In Europa lo difendiamo come un diritto umano, ma la sua verità più profonda la si comprende davvero solo quando ci si trova in luoghi in cui l’assenza di aiuto coincide con l’assenza di ogni altra possibilità di scelta.
Con questo spirito è nato il progetto Joy is a Right, spinto dalla convinzione che la gioia non sia un lusso, né un dono per pochi, ma un diritto umano fondamentale. Un diritto che troppo spesso viene negato proprio a chi avrebbe più bisogno di sperimentarlo. Questo progetto ci ha portati lontano da casa, là dove la fragilità infantile incontra l’abbandono, la povertà, la violenza e la fuga. Non siamo partiti per portare soluzioni preconfezionate, ma per ascoltare, conoscere, condividere e, soprattutto, per imparare.
E il luogo che più di tutti ha dato un senso al nostro viaggio è stato Baan Unrak in Thailandia, il cui nome significa “Casa della Gioia”.
Fondata oltre trentacinque anni fa da Donata Dolci, conosciuta come “Didi”, Baan Unrak è molto più di una struttura: è una comunità viva, che accoglie bambini birmani scappati dalla guerra, vittime di traffico, orfani, piccoli senza documenti e senza nazionalità, giovani con disabilità che nei loro villaggi non avevano alcun riconoscimento. Qui non trovano un istituto, ma una casa.
La comunità include vari programmi di sostegno scolastico, lavorativo e medico. Ci sono diversi laboratori, tra cui uno dedicato alla tessitura, progetti rivolti alle famiglie e molteplici attività quotidiane di yoga, meditazione, danza e musica. C’è una fattoria con coltivazioni che consentono la produzione di beni da vendere o da consumare e c’è addirittura un centro che accoglie e cura animali. Tutto è orientato verso una pedagogia della dignità e dell’autonomia. Ogni bambino cresce immerso in un ecosistema di cura che sorprendentemente richiama, passo dopo passo, i princìpi della Vita Indipendente: non sostituirsi alla persona, ma accompagnarla affinché possa costruire la propria storia.
L’incontro con Didi è stato uno dei momenti più intensi del viaggio. Con lucidità e dolcezza ci ha raccontato le origini di Baan Unrak, le difficoltà iniziali, le battaglie per ottenere i documenti dei bambini, le strategie per difenderli dai trafficanti, il lavoro con le comunità di montagna, la forza delle madri single che trovano qui un rifugio. Camminare accanto a lei tra le case e le attività della comunità è stato un viaggio nel viaggio: un modo per comprendere come la gioia – quella vera – possa essere costruita anche dentro le crepe del mondo.
Il 3 Dicembre scorso, Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, lo abbiamo celebrato proprio con i bambini e le bambine di Baan Unrak. Una giornata piena di voci, giochi, piccoli gesti, condivisione. Abbiamo incontrato bambini con disabilità, o con ferite invisibili, che trovano in questa comunità uno spazio di accoglienza e di possibilità. Quel giorno non eravamo lì per insegnare nulla: eravamo lì per imparare che l’inclusione non è un atto formale, ma un processo quotidiano, un modo di guardare all’altro senza paura.
Il giorno seguente ci siamo spostati a Bangkok, dove abbiamo incontrato Soe Moe Oo, ragazza birmana con disabilità, membro del Consiglio Direttivo del MILI (Myanmar Independent Living Initiative), una delle principali organizzazioni per la Vita Indipendente nel Sud-est asiatico.
Soe ci ha raccontato la situazione del Myanmar, un Paese precipitato in una crisi disastrosa. Dal colpo di Stato del 2021, il Myanmar vive una spirale di violenza, persecuzioni, arresti arbitrari, villaggi distrutti, fame, conflitti continui. Le persone con disabilità sono tra le più vulnerabili: perdono accesso ai servizi, alle cure, alla protezione. Come se non bastasse, un recente terremoto ha devastato ulteriormente la regione, aggravando una crisi già estrema. Le sue parole sono state uno squarcio doloroso ma necessario, che ci ha ricordato quanto la difesa dei diritti sia fragile e preziosa.
Questo viaggio, però, non ha portato solo testimonianze difficili. Ha cambiato anche una vita. Grazie infatti al nostro invito in Thailandia, il giovane fratello di Soe – appena laureato in ingegneria – è riuscito a lasciare il Myanmar nel momento più critico della sua esistenza, sfuggendo all’arruolamento forzato e trovando un futuro sicuro a Singapore, dove oggi lavora. Non lo abbiamo salvato noi: abbiamo solo aperto una possibilità. Ma a volte una possibilità è tutto ciò che serve per cambiare un destino. Anche questa storia dà ulteriore profondità alle ragioni del nostro viaggio.
Abbiamo incontrato anche i rappresentanti di MILI: Ms. Htet Htet Aung, vicedirettrice, e Ms. Phyo Phyo Nyein del programma Abilis, insieme a Soe. Con loro abbiamo condiviso riflessioni e difficoltà, progetti e desideri, scoprendo un impegno che continua nonostante una guerra che spezza ogni certezza. Abbiamo consegnato anche a MILI un contributo economico: un gesto semplice, ma che in un contesto dove tutto manca può trasformarsi in sostegno concreto e speranza reale.
Nei giorni successivi, sempre a Bangkok, abbiamo avuto anche il piacere di incontrare e conoscere Thitiphorn Prawatsrichai, anche lei persona con disabilità, molto popolare in Thailandia: conduce rubriche televisive e podcast ed è presidente e fondatrice della Vulcan Coalition, una start-up pionieristica che unisce innovazione tecnologica e impatto sociale, creando opportunità professionali per centinaia di persone con disabilità attraverso la formazione digitale e, soprattutto, l’intelligenza artificiale.
Sempre a Bangkok abbiamo poi avuto anche il piacere e l’onore di incontrare Nippita Pukdeetanakul, console di San Marino, una donna splendida, attenta, sensibile, capace di coniugare professionalità e umanità con rara naturalezza. Con lei abbiamo parlato del progetto, delle nostre visite, della situazione del Myanmar e del ruolo che la cooperazione può avere nel sostenere comunità vulnerabili. La sua disponibilità e il suo ascolto hanno dato ulteriore forza e dignità al nostro viaggio.
Eppure, al ritorno, il pensiero è corso di nuovo a Baan Unrak. È stato il suo esempio a dare un senso definitivo a tutto ciò che abbiamo visto. Baan Unrak non è solo un luogo di accoglienza: è un laboratorio di umanità, dove i bambini imparano a fidarsi di nuovo, dove le ferite diventano futuro, dove la vita – anche quando arriva spezzata – può ricominciare. È la dimostrazione che la cura è un atto politico, che proteggere l’infanzia è un dovere universale e che la gioia può essere scelta ogni giorno.
Da questo viaggio torniamo con maggiore consapevolezza. Con la responsabilità di raccontare ciò che abbiamo visto, di coltivare le relazioni nate, di continuare a sostenere chi vive in contesti in cui i diritti non sono garantiti. Torniamo con la certezza che la Vita Indipendente non è un tema teorico, ma una questione di libertà, di scelte, di dignità. Torniamo con la consapevolezza che la gioia – proprio come i diritti – va difesa, costruita, condivisa. Questo è ciò che il viaggio ci ha lasciato: uno sguardo nuovo, un impegno più forte e la responsabilità di continuare a esserci. Perché nessuno è davvero solo, finché esiste qualcuno disposto a camminargli accanto.
Desideriamo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla raccolta fondi destinata a Baan Unrak e a MILI. A partire da chi ha donato anche solo una piccola somma: nessun gesto è stato “minore”, perché in un contesto come questo ogni contributo diventa protezione, cibo, istruzione, medicine, opportunità. E un ringraziamento speciale va alla Segreteria di Stato agli Affari Esteri della Repubblica di San Marino, che ha creduto nel progetto e lo ha ammesso ai Fondi per la Solidarietà Internazionale, permettendo di ampliare il raggio e la profondità del nostro intervento.
Vogliamo inoltre ringraziare anche le persone che ci hanno sostenuto pur non potendo essere con noi durante il viaggio. In particolare, coloro che, con un gesto silenzioso ma immenso, hanno scelto di rinunciare ai rimborsi a cui avevano diritto, devolvendo tutto alle comunità locali: un esempio concreto di solidarietà autentica.
Il nostro grazie più affettuoso va infine al console Nippita Pukdeetanakul, per l’accoglienza, la sensibilità, l’ascolto e la vicinanza dimostrati. La sua attenzione ha dato al nostro viaggio un valore istituzionale e umano che conserveremo con gratitudine.
A tutti coloro che hanno creduto in Joy is a Right, che hanno sostenuto il nostro cammino e reso possibile tutto questo: grazie. La loro solidarietà ha attraversato confini e oceani, ed è arrivata esattamente dove serviva. Perché “la gioia è un diritto” e grazie a tante persone, ha trovato casa anche in luoghi lontani.
*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).
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