Superando

Canta che (non) ti passa

Canzoni e commenti per uno speciale “Festival canoro di Superando” sono il “sale” della nuova incursione di Gianni Minasso nella sua rubrica “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, spazio che ormai da tanti anni siamo ben lieti di ospitare, fatto di pungente ironia, di grottesco e talora della comicità più o meno involontaria che, come ogni altra faccenda umana, può riguardare anche il mondo della disabilità Realizzazione grafica di Gianni Minasso

Signore e signori buonasera, benvenuti allo speciale Festival canoro di Superando! Ecco la scaletta delle canzoni in programma, a cui aggiungeremo singolarmente un breve commento sui loro contenuti. Buon ascolto, anzi, buona lettura, anzi, perdonatemi!

Bennato, “Dotti, medici e sapienti”. In genere i protagonisti di convegni, seminari, conferenze, webinar eccetera, generano solo timori o noia. Quindi tu, disabile… Vai, scappa! Scappa!

Bertoli, “A muso duro”. …ti ripeterò per l’ennesima volta che sono autorizzata a salire sull’autobus col mio cane guida, perciò non rompere e vatti a ripassare la Legge 37/1974.

Bongusto, “Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè”. …a malapena riesco a mandar giù. E ti credo: stai diventando inesorabilmente disfagico!

Carboni, “Ci vuole un fisico bestiale”. Che sarebbe la caratteristica giusta per sopportare ogni tipo di disabilità, anche se, detto in questi termini, il brano potrebbe vincere il Grand Prix dell’Ossimoro…

Casale, “Brividi”. Provàti lungo la schiena quando le batterie scariche della nostra carrozzina elettrica muoiono proprio in mezzo a un incrocio trafficato.

Celentano, “Pregherò”. …affinché la LIS, la Lingua dei Segni Italiana, si diffonda sempre più (e meglio) avvalendosi della formazione di nuovi professionisti.

Concato, “Domenica bestiale”. Lo sapevo che finiva male pure questa volta, cioè con l’ennesimo e maldestro sostituto festivo del mio badante titolare.

Conte, “Un gelato al limon”. Sai che pacchia gustarselo grazie a qualcuno che ti imbocchi facendolo sciogliere, sporcandoti la bocca e macchiandoti la maglietta!

Dalla, “Attenti al lupo”. Sì, certo, anche i portatori di handicap devo fare attenzione agli agguati della bestia interiore rappresentata dal canide con i denti aguzzi del loro egocentrismo.

Ferigo, “Quarantaquattro gatti”. Simpatica quanto inefficace colonna sonora della pet therapy, perché tanto un animale in più o uno in meno nel caravanserraglio della disabilità non fa differenza.

Gaber, “Goganga”. Voi pazienti disabili vi lamentate sempre dell’astruso linguaggio medico, ma sappiate che Goganga goganga goganganghinga ghe gogongogangangonga, ghegogongogangangò.

Jannacci, “Vengo anch’io”. Inno d’una collettività che prevede l’esclusione e il rifiuto immotivato di persone considerate diverse o marginali. Per caso stiamo parlando della nostra società?

Jovanotti, “Piove”. Ma tanto chissenefrega! Io non mi bagnerò perché ho il magico contrassegno blu e di conseguenza potrò parcheggiare vicinissimo alla mia destinazione.

Ligabue, “Certe notti”. …che una piega assassina del pigiama, posizionata proprio sotto alle chiappe, non mi fa chiudere occhio fino al mattino.

Mango, “Oro”. Preferibilmente in lingotti, servirebbe per acquistare i preziosi ausili non compresi nel Nomenclatore Tariffario oppure per integrare quelli che già ci sono.

Martini, “Piccolo uomo”. …non va bene, ma di “Nano” non parliamone e neppure di “Individuo con un’anomalia dell’accrescimento somatico contrassegnata dalla riduzione della statura”.

Masini, “Vaffan****”. A chi ci chiama Handicappati, Paralitici, Diversamente abili, Soggetti con bisogni speciali, Persone fragili, Spastici, Anormali, Infelici et similia.

Mina, “E se domani”. …finalmente gli abilisti la smettessero di discriminare ed emarginare, cancellando i loro pregiudizi riguardanti le persone con disabilità, sarei felice.

Oxa, “Parlami”. Certo che ho il fiato grosso e l’emozione di star qua, perché adesso, grazie al nuovo impianto cocleare, parlami pure fin che vuoi e alleluia, ti potrò sentire.

Patty Pravo, “Pensiero stupendo”. Cioè fantasticare di vedere un desiderio realizzato, vale a dire che una brutta influenza schiaffi a letto per dieci giorni il mio noioso terapista occupazionale.

Pavone, “Datemi un martello”. Che cosa ne voglio fare? Ve lo dico subito: lo voglio dare in testa a quel politico, a quel ministro, a quel presidente, a quel direttore, a quel sindaco, a quel…

Ramazzotti, “Adesso tu”. Dopo la diagnosi ci sei, adesso, tu, malattia cronica invalidante, al centro dei pensieri miei e, forse, a dare un senso ai giorni miei.

Renis, “Quando quando quando”. …smetteranno di costruire barriere architettoniche (per disabili motori), segnaletiche (per disabili sensoriali) e psicologiche (per disabili intellettivi e psichici)?

Rettore, “Io ho te”. Mio figlio è un bambino con la sindrome di Down e io riesco a essere la mamma più felice del mondo. Anzi, cosa dico, dell’universo!

Russo, “Un’estate al mare”. …e vedremo da lontano gli ombrelloni-oni-oni perché il centro diurno locale non ha ancora predisposto la passerella-rella-rella sulla spiaggia.

Vanoni, “Senza fine”. …a contatto con una persona autistica, eviterò gli infantilismi e le forzature, parlerò in modo chiaro e specifico, seguirò una routine e manterrò sempre la calma.

Venditti, “Che fantastica storia è la vita”. Naturalmente quella Indipendente, a patto che venga approvata, finanziata e poi si trovino gli assistenti giusti.

Zalone, “Siamo una squadra fortissimi”. È una frase tratta dal tema di uno dei tanti scolari disabili affidati alle cure di insegnanti di sostegno che cambiano ogni anno. O semestre. O mese.

Zero, “Il carrozzone”. Ho comprato l’ultimo modello di una sofisticata sedia a rotelle elettronica supertecnologica, però adesso sono qui, bloccato su questo piccolo scivolo del marciapiede.

Zucchero, “Solo una sana e consapevole libidine”. …se assecondata, salva il giovane (e l’anziano) disabile dallo stress e dall’Azione Cattolica dei pellegrinaggi.

Mel O’Dick

Per i testi del periodo 2004-2024 pubblicati da Gianni Minasso sulle nostre pagine, nell’àmbito della rubrica “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, fare riferimento a questo link. Per quelli invece del presente anno 2025, fare riferimento alla funzione “Cerca” in alto a destra della nostra home page.

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La Befana di solidarietà per la Casa dei Risvegli a Bologna: una grande manifestazione collettiva

«Questo evento si è consolidato nel tempo come una grande manifestazione collettiva, continuando a generare solidarietà per un centro pubblico di assistenza e ricerca divenuto patrimonio di Bologna e un’esperienza di rilievo a livello nazionale ed europeo»: lo ha dichiarato Fulvio De Nigris, presidente della Fondazione Gli Amici di Luca-Casa dei Risvegli Luca De Nigris, promotrice come sempre a Bologna della Befana di solidarietà per la Casa dei Risvegli Luca De Nigris, che prevede varie iniziative tra il 4 e il 6 gennaio Il sindaco di Bologna Matteo Lepore guida il trishow di Luca Soldati, con la “befana” Paola Mandrioli e il cardinale Matteo Maria Zuppi, durante la Befana di solidarietà del 2023

«Questo evento si è consolidato nel tempo come una grande manifestazione collettiva, capace di mettere insieme energie diverse della nostra città. Portiamo doni e sorrisi nelle strade e nei luoghi di cura, ma soprattutto continuiamo a generare solidarietà concreta per un centro pubblico di assistenza e ricerca che è diventato patrimonio di Bologna e un’esperienza di rilievo a livello nazionale ed europeo. Dobbiamo ringraziare tutte le Istituzioni che ci sono vicine e tutti gli sponsor privati. La nostra Fondazione ha un grande scopo per il futuro, che è quello di riuscire a consolidare le proprie attività nella Casa dei Risvegli Luca De Nigris e a raccogliere la sfida per il futuro nel passaggio dall’ospedale al territorio, per continuare a garantire alle persone con grave cerebrolesione acquisita e alle famiglie servizi utili perla loro integrazione sociale e per combattere la solitudine»: lo ha dichiarato Fulvio De Nigris, presidente della Fondazione Gli Amici di Luca-Casa dei Risvegli Luca De Nigris, durante la conferenza stampa di presentazione a Bologna della 28^ Befana di solidarietà per la Casa dei Risvegli Luca De Nigris (se ne legga la segnalazione anche sulle nostre pagine), promossa come sempre dalla stessa Fondazione Gli Amici di Luca-Casa dei Risvegli Luca De Nigris.

Il momento più atteso sarà dunque nella mattinata del 6 gennaio (dalle 9), con la tradizionale Befana della CNA che attraverserà la città sul trishow di Luca Soldati guidato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore, insieme al cardinale Matteo Maria Zuppi.
Nel pomeriggio la manifestazione proseguirà all’Ippodromo Arcoveggio, con animazioni e iniziative dedicate alle famiglie, per concludersi alle 18 al Teatro Duse, dove Fantateatro porterà in scena La Regina delle Nevi, con l’incasso devoluto alla Casa dei Risvegli Luca De Nigri.
Ma già il 4 gennaio, presso la Casa dei Risvegli Luca De Nigris-Ospedale Bellaria, vi sarà l’incontro con ospiti, familiari, operatori e volontari e l’iniziativa solidale Il panettone dei Circoli, promossa dal Circolo Dipendenti del Comune di Bologna.
Il 5 gennaio, infine (ore 11), la Befana farà visita al Reparto di Pediatria e Chirurgia Pediatrica dell’Ospedale Maggiore, mentre nel pomeriggio arriverà al Centro Commerciale Vialarga Spazio Conad con La Befana più buona del mondo, tra animazioni teatrali e la consegna dei fondi raccolti a favore della Casa dei Risvegli nei giorni precedenti. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@amicidiluca.it.

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L’ipovisione che “entra” in un convegno di professionisti della psiche

I punti di forza e di debolezza che sono implicati quando sia un terapeuta – nella fattispecie una psicologa psicoterapeuta sia un paziente presentano una condizione di ipovisione: a raccontarli è Laura Bonanni, che è appunto psicologa psicoterapeuta, specialista in Analisi Transazionale, che su tale tema ha dedicato una relazione durante il recente convegno annuale dell’AIAT (Associazione Italiana di Analisi Transazionale) La locandina dell’intervento di Laura Bonanni al convegno dell’AIAT del novembre scorso

Qualche tempo fa si è svolto a Torino l’annuale Convegno dell’AIAT (Associazione Italiana di  Analisi Transazionale), denominato appunto 50 anni di Analisi Transazionale in Italia: Storia , identità e prospettive, che quest’anno ricordava appunto i cinquant’anni di analisi transazionale in Italia. Diverse le relazioni e i workshop: dai disturbi della nutrizione alle dipendenze, dall’intelligenza artificiale alla ricerca della felicità, dalla terapia di gruppo e di coppia, all’importanza della percezione del corpo in terapia… tutti argomenti interessanti e stimolanti, che hanno messo in luce l’identità, la storia e le prospettive di un modello psicoterapico, come appunto l’analisi transazionale (d’ora in poi semplicemente AT), che approdò in Italia, dall’America, alla metà degli Anni Settanta, grazie ai primi corsi introduttivi del dottor Carlo Moiso e del dottor Michele Novellino.

L’idea di presentare un lavoro per i cinquant’anni dell’AT in Italia mi stimolava e motivava molto. In realtà avevo pensato ad un altro argomento da trattare, ma “galeotta” fu una cena di maggio con il mio gruppo “storico” di colleghi: il Gruppo dei Seminari Clinici di Michele Novellino. Nel bel mezzo della cena, infatti, fra una battuta e una risata, fra una riflessione teorica in merito ad alcuni argomenti di lavoro e altre riflessioni sul convegno che si sarebbe svolto a Torino, Mario mi invita a pensare alla possibilità di presentare qualcosa sull’ipovisione, vista la mia realtà personale e anche professionale, in merito all’argomento.
Ci penso un po’ su e quindi decido di accogliere la “sfida”. Dico sfida, poiché l’idea, se pur buona mi appare anche da subito un po’ onerosa.
Decido dunque di lavorare su una dimensione prettamente clinica in merito all’ipovisione e cioè sui limiti e le risorse di una condizione condivisa tra terapeuta e paziente. Aiutata da un paio di colleghe che hanno un’ottima conoscenza dell’inglese, ottengo degli articoli dal nostro giornale internazionale di AT: il TAJ. Ebbene, sull’ipovisione in senso specifico, c’è il nulla! Qualche articolo un po’ datato ma interessante sulla disabilità, qualcosa in merito alla cecità e, insomma, capisco che debbo “costruire” io qualcosa che manca, che devo fare un po’ da apripista.

Con tutti i limiti del caso (in tutti i sensi), mi dedico quindi alla stesura dell’articolo che mi servirà per poi trarne la relazione da presentare al convegno. Lavoro alacremente, non senza sforzo e, data la mia disabilità visiva, passo anche giorni in cui debbo riposare gli occhi.
Siccome ho imparato a conoscere il mio limite, mi dico che sono stata brava a partire per tempo, in questo lavoro. Così anche i giorni di stanchezza e di pausa sono stati messi in conto e ho meno ansia. So che raggiungerò il mio obiettivo e sono mossa non da una sfida, ma da un sano desiderio di portare a conoscenza della mia specifica realtà scentifico/professionale, riflessioni e considerazioni in merito all’ipovisione e ai punti di forza e di debolezza che sono implicati quando sia il terapeuta che il paziente presentano una condizione di ipovisione.
Benché sia nata con ipovisione, perché sono albina oculocutanea, mentre leggo e scrivo per questa relazione, ho la netta sensazione di mettere ancor meglio a fuoco alcune dimensioni; usando il gergo psicologico, direi “mettere a fuoco alcune dinamiche”.
Da racconti riferiti, così come da esperienze vissute, risulta non chiaro ai più cosa comporti esattamente l’ipovisione. Comprendere o cercare di comprendere un non vedente sembrerebbe più “semplice” o comunque scontato, a livello sociale. È qualcosa che non ha “sfumature”: si vede! L’ipovedente, invece, tende in generale a “mimetizzarsi”, tende un po’ a camuffarsi, a “normalizzarsi” e in questo modo passa abbastanza inosservato, fino a quando però non è posto di fronte a situazioni e contesti in cui dovrà “ammettere” che ci vede poco o pochissimo se non usa determinati accorgimenti.

Nel corso degli anni, sia dalla mia esperienza personale che professionale, mi sono resa conto che le persone non capiscono bene cosa significhi, cosa comporti, essere ipovedente e questo è un bel problema, nel senso che perpetua un circolo vizioso, acuendo ansia e a volte disadattamento e senso di inferiorità. In altre parole, più la gente non sa e non comprende, più l’ipovedente camuffa e nasconde e così via… L’obiettivo è attivare un circolo virtuoso.
Quando parliamo di ipovisione, ci riferiamo ad una particolare condizione causata da una minorazione visiva centrale, periferica o mista, congenita o acquisita che può limitare lo svolgimento delle normali attività della vita quotidiana e che non può essere migliorata attraverso trattamenti farmacologici, chirurgici, né corretta mediante l’uso di lenti convenzionali.
Le persone ipovedenti non posseggono la stessa capacità visiva, poiché l’ipovisione è una categoria generica che sta a indicare capacità visive inferiori rispetto ad alcuni parametri definiti dalla legge. Vengono considerati ipovedenti coloro che possiedono: acuità visiva non superiore ai 3/10, in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, nonostante la migliore correzione ottica; residuo perimetrico binoculare inferiore al 60%.

L’ipovisione è una condizione visiva che produce un impatto profondo sulla vita psicologica, comportamentale, relazionale ed emotiva di una persona. Questa condizione può influenzare, in diversa misura, la percezione di sé, la capacità di adattamento, l’umore e le interazioni sociali.
Il mio lavoro come psicoterapeuta è particolare e delicato, perché lo strumento che viene utilizzato sono io: il mio modo di essere, la mia storia, i miei punti di forza e le mie debolezze, i limiti e le risorse e inoltre le mie reazioni emotive a ciò che un paziente, con le sue narrazioni, mi suscita. Quest’ultima dimensione viene definita con un termine tecnico: controtransfert.
In una psicoterapia ad indirizzo analitico, come quella da me praticata, tutto ciò che si muove nel “campo relazionale” terapeuta-paziente, è oggetto di analisi. Questo perché la persona che decide di venire in terapia inevitabilmente proietterà su di me vissuti, fantasie, desideri e quant’altro ha sperimentato più o meno esplicitamente, con persone appartenenti al suo contesto relazionale (genitori, fratelli, insegnanti, educatori, amici…). Queste proiezioni, che inevitabilmente avverranno, vengono chiamate in gergo tecnico transfert.
Nel corso della mia pratica professionale, ormai trentennale, ho avuto modo di incontrare anche persone con ipovisione. Cosa succede, dunque, cosa si attiva in una psicoterapia, quando sia il paziente che il terapeuta presentano una ipovisione? Quali possono essere i vantaggi e gli svantaggi, i pro e i contro, quando esiste un problema visivo condiviso?
Ecco quindi che dalla mia esperienza e da queste domande, partono delle riflessioni che ho voluto concretizzare in una relazione da condividere in un contesto professionale come appunto un convegno. Sono fermamente convinta, infatti, che per un clinico la riflessione e la condivisione siano fondamentali punti di partenza per ampliare l’esperienza di tutti e per “provare” quanto le proprie ipotesi cliniche siano fondate e quindi condivisibili e utilizzabili da altri colleghi.
Se poi si nasce con una disabilità, come nel mio caso, penso sia anche doveroso riflettere sul modo in cui il proprio limite impatti professionalmente in modo specifico su chi presenti un limite similare.
Presentare in un convegno di psicoterapeuti, dinamiche e specificità dell’ipovedente, senza cadere nell’autoreferenzialità, credo possa rappresentare un’importante risorsa per tutti i colleghi che non conoscono dal di dentro questo problema.

Gli ipovedenti presentano delle loro specificità comportamentali strettamente legate alle modalità di accudimento e cura che hanno sperimentato da parte dei propri genitori, come ad esempio un marcato bisogno di vicinanza, sostegno e ansia da separazione. Ho riscontrato anche la tendenza allo sforzo e il “non sentire” stanchezza e fatica nel tentativo di volersi normalizzare rispetto a tempi e modi, portando avanti compiti e attività, per sentirsi pari ai “normodotati visivi”; così come ho riscontrato la tendenza a dissimulare l’insicurezza con alcuni tentativi di ostentazione della messa in atto di comportamenti rischiosi o comunque poco protettivi, come falsi “atti dimostrativi” di normalità e forza.
Bisogna lavorare sull’insicurezza, affrontandola, renderla esplicita quando non lo è, perché essa non divenga più limitante dello stesso limite. A mio avviso e per mia personale esperienza, lavorare sulle dinamiche dell’insicurezza rappresenta una parte centrale del processo terapeutico, a prescindere dai bisogni e dalle difficoltà che hanno portato un ipovedente a chiedere un aiuto psicoterapico. Così come è molto importante dare il permesso all’ipovedente di sentire il dolore, la rabbia e/o la paura nei confronti della propria disabilità visiva e di ciò che essa ha comportato nella vita.
Proprio per la peculiarità del mio lavoro ed essendo io lo strumento fondamentale, con onestà e coraggio ho dovuto riprendere terapeuticamente le fila del mio rapporto con la disabilità visiva. Questo perché altrimenti il mio controtransfert con pazienti ipovedenti stava rischiando di inficiare il lavoro terapeutico, proprio con coloro che avevano e condividevano parte della mia “storia” di disabilità.
Pur presentando delle similarità con i vissuti di alcuni pazienti ipovedenti, è bene ricordare che si condivide solo “parte della storia”, perché poi esistono tutti i dovuti e debiti distinguo: non bisogna mai dimenticarlo. L’ “incastro” di aspetti condivisi, infatti, può rappresentare sia una risorsa, se si è consapevoli come terapeuti e quindi ci si lavora, sia un oneroso ostacolo se ignorato.

Concludo queste mie considerazioni e riflessioni con una significativa citazione del dottor Michele Novellino (tratta da un suo saggio) a cui sono molto grata per le competenze professionali che condivide da un ventennio, nel nostro gruppo di colleghi dei seminari clinici periodici: «…la cosa migliore che possiamo fare è quella di imparare a conoscere la nostra soggettività, ad accettarla ed espanderla, piuttosto che cercare disastrose imitazioni e paragoni» (M. Novellino, La sindrome dell’uomo mascherato. Come sfatare il mito dell’uomo forte e insensibile). In questa asserzione così puntuale ed esplicativa, è racchiuso il processo evolutivo di una vita. Processo evolutivo che si snoda sia a livello intrapsichico che relazionale.
Conoscere la nostra soggettività, accettarla ed espanderla, rappresentano i passaggi fondamentali di un processo psicoterapeutico funzionalmente e concretamente riuscito.

*Psicologa psicoterapeuta, specialista in Analisi Transazionale (bonsailaur@gmail.com).

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Continuità didattica: presupposto fondamentale per le pari opportunità educative e una reale qualità dell’istruzione

La continuità didattica non è una misura meramente organizzativa, ma un presupposto fondamentale per garantire pari opportunità educative e una reale qualità dell’istruzione, nel rispetto dei princìpi costituzionali e degli obblighi internazionali assunti dall’Italia: si basa su questo assunto la Proposta di Legge “Disposizioni per la promozione della continuità didattica e la formazione specialistica dei docenti di sostegno”, elaborata e presentata dal CNEL della quale presentiamo un approfondimento

Nei giorni scorsi è stata assegnata alla VII Commissione Permanente della Camera (Cultura, Scienze e Istruzione) la Proposta di Legge n. 2711, recante Disposizioni per la promozione della continuità didattica e la formazione specialistica dei docenti di sostegno.
Il provvedimento è stato elaborato e presentato dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), su iniziativa del consigliere Vincenzo Falabella, da anni impegnato sui temi dei diritti delle persone con disabilità, anche nel suo ruolo di presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie). La proposta nasce dall’esigenza di affrontare in modo strutturale una delle principali criticità del sistema scolastico italiano: la discontinuità didattica nel sostegno agli studenti e alle studentesse con disabilità.

Il testo, dunque, parte dalla consapevolezza che il diritto all’istruzione non possa essere garantito senza una relazione educativa stabile e qualificata tra lo studente con disabilità e il docente di sostegno. Tale relazione richiede tempo, continuità e una conoscenza approfondita dei bisogni educativi, comunicativi e relazionali dell’alunno, al fine di costruire percorsi didattici personalizzati ed efficaci. Allo stesso tempo, il docente di sostegno necessita di condizioni lavorative che gli permettano di seguire l’alunno per un arco temporale adeguato, sviluppando competenze specifiche e progettazioni educative coerenti.
Questi princìpi trovano fondamento nell’articolo 24 (Educazione) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/09, che riconosce il diritto a un sistema educativo inclusivo e impone agli Stati di fornire supporti adeguati alle necessità individuali degli studenti, rimuovendo le barriere che ostacolano l’apprendimento.

Nel corso degli anni, anche grazie all’attività istituzionale svolta in seno al CNEL, Falabella ha più volte evidenziato le criticità strutturali del sostegno scolastico, tra cui assegnazioni tardive, frequente avvicendamento dei docenti e carenza di formazione specialistica, che compromettono la qualità dell’inclusione. Spesso, inoltre, il ruolo del docente di sostegno viene percepito come temporaneo o strumentale all’insegnamento curricolare, anziché come una funzione alta e centrale nel sistema educativo.
Per rispondere a tali criticità, la citata Proposta di Legge n. 2711 introduce una riforma organica della figura del docente di sostegno.
Tra i punti qualificanti vi sono: l’istituzione di una specifica classe di concorso per il sostegno, distinta nei diversi gradi di istruzione; l’obbligo di formazione specialistica di alto livello, basata sull’integrazione tra teoria, laboratori, tirocini ed esperienze dirette nelle scuole.
Composto da sette articoli, l’Atto C 2711 disciplina in modo sistematico competenze, compiti, mobilità e stabilità del docente di sostegno. Particolarmente rilevante è l’articolo 2, che prevede l’obbligo per il docente di accompagnare lo studente con disabilità fino al termine del ciclo scolastico frequentato, garantendo così una reale continuità educativa. La Proposta stabilisce inoltre una durata minima biennale delle supplenze e introduce criteri che, a parità di punteggio, privilegiano i docenti disponibili a garantire la continuità didattica.
Sono previsti anche incentivi economici e di carriera per i docenti di sostegno specializzati, finanziati attraverso il Fondo Unico per l’Inclusione delle Persone con Disabilità, con uno stanziamento iniziale di 70 milioni di euro annui a partire dal 2026. Si tratta di misure che mirano a valorizzare professionalmente il ruolo del docente di sostegno e a contrastarne la precarizzazione.
Per assicurare poi la presenza del docente fin dall’inizio dell’anno scolastico, l’articolo 5 della Proposta di Legge accelera le procedure di nomina, rendendone obbligatoria la conclusione entro il 31 agosto (o entro il 10 settembre nelle aree metropolitane).
E ancora, è prevista una permanenza minima dei docenti di ruolo nella scuola di assegnazione fino al completamento del ciclo scolastico dell’alunno, salvo gravi motivi, con una disciplina puntuale delle eventuali sostituzioni, a tutela sia dello studente che del docente.
La Proposta interviene anche sul tema della formazione iniziale e continua. Al riguardo, l’articolo 7 istituisce presso le Università scuole di specializzazione per il sostegno didattico e l’inclusione scolastica, destinate non solo ai docenti di sostegno, ma anche ai docenti curricolari, promuovendo una responsabilità condivisa dell’inclusione. A tal fine sono previsti specifici stanziamenti a partire dal 2028.
Il testo prevede infine l’inserimento delle nuove disposizioni sullo status dei docenti di sostegno nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, in raccordo con le organizzazioni sindacali, e l’attuazione di un piano pluriennale di stabilizzazione (2027-2031) per la trasformazione progressiva dei posti temporanei in posti stabili, riservato ai docenti con esperienza e specializzazione nel sostegno.

L’iniziativa legislativa promossa dal CNEL, grazie anche all’impegno di Vincenzo Falabella, si inserisce nel più ampio percorso di riforma della disabilità orientato a un welfare fondato sui diritti e sul modello bio-psico-sociale. In questo quadro, la continuità e la stabilità dei supporti educativi rappresentano elementi essenziali del Progetto di Vita della persona con disabilità, favorendo autonomia, autodeterminazione e piena inclusione sociale.
La continuità didattica non è quindi una misura meramente organizzativa, ma un presupposto fondamentale per garantire pari opportunità educative e una reale qualità dell’istruzione, nel rispetto dei princìpi costituzionali e degli obblighi internazionali assunti dall’Italia.

*https://www.handylex.org.

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I percorsi tattilo-plantari fondamentali per le persone con disabilità visiva, ma utili a chiunque

Una buona pratica a beneficio della disabilità che diventa opportunità per la collettività intera: lo dimostra il video “Il linguaggio dei marciapiedi”, che illustra gli esiti di un lavoro di ricerca commissionato dall’Associazione ADV e realizzato dall’INAIL, ove si spiega come i percorsi tattilo-plantari siano un ausilio fondamentale per le persone con disabilità visiva, ma anche uno strumento utile alla sicurezza di qualunque altra persona senza disabilità visiva

L’ausilio per la disabilità che diventa opportunità per la sicurezza della collettività intera: lo dimostra bene il video denominato Il linguaggio dei marciapiedi, che illustra i risultati di un prezioso lavoro di ricerca commissionato dall’ADV (Associazione Disabili Visivi) e realizzato dall’INAIL, che spiega come i percorsi tattilo-plantari, situati in particolare in prossimità di incroci stradali, non siano soltanto un ausilio fondamentale per le persone con disabilità visiva, ma rappresentino anche un vantaggio concreto per la sicurezza di qualunque altra persona senza disabilità visiva.

L’indagine è stata realizzata con un sistema scientificamente provato, chiamato “segnale ad intuizione indotta”, che tramite elettrodi opportunamente posizionati sul corpo di persone selezionate a campione, registra la risposta alle stimolazioni muscolari.
Oltreché nel sito dell’ADV (a questo link) il video sul Linguaggio dei marciapiedi è disponibile, anche nel sito dell’ASAPS (a questo link), l’Associazione Amici della Polizia di Strada) che lo ritiene «un lavoro utile ad arricchire il dibattito sulla sicurezza stradale e a ricordare che ogni buona pratica, nata per aiutare qualcuno, possa diventare un beneficio per tutti e tutte». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria@disabilivisivi.it.

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Niente giudizi morali né retorica: servono strumenti per le famiglie e per le persone con disabilità

«Quello che come Associazione vogliamo contribuire a fare – scrivono dalla UILDM, a proposito della tragica vicenda che ha visto in Sicilia una donna uccidere la figlia con disabilità e poi togliersi la vita – è non abbandonarsi al giudizio morale: il punto non è giustificare né colpevolizzare chi ha ucciso. L’impegno deve essere volto a migliorare gli strumenti a disposizione sia della famiglia sia della persona con disabilità, per poter scegliere la vita che quest’ultima desidera»

Pochi giorni fa, a Corleone (Palermo), Lucia Pecoraro ha ucciso sua figlia Giuseppina Milone, per poi togliersi la vita. Giuseppina era una donna di 47 anni nello spettro autistico. Lucia era la sua caregiver. Questo fatto, come altri in passato, ci porta a riflettere su una questione importante: come vengono raccontati gli omicidi, quando la vittima è una persona con disabilità che viene uccisa dal proprio caregiver?
Quello che come Associazione vogliamo contribuire a fare è non abbandonarsi al giudizio morale: il punto non è giustificare né colpevolizzare chi ha ucciso. L’impegno deve essere volto a migliorare gli strumenti a disposizione sia della famiglia sia della persona con disabilità, per poter scegliere la vita che quest’ultima desidera.

Non si tratta di un estremo gesto d’amore, come ha spiegato la nostra socia ed ex consigliera Marta Migliosi: «…sembra quasi che la morte di Giuseppina possa essere una effettiva soluzione al problema. Giustificata perché il gesto è compiuto dalla madre caregiver che “l’amava”, ed è percepito così come gesto di pietà per la disabilità».
Il concetto è stato ribadito su queste stesse pagine anche da Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’H della UILDM di Pisa: «La notizia è rimbalzata sui media per lo più assumendo la prospettiva della caregiver, mentre quella della donna con disabilità o non compare proprio, o è minoritaria. Eppure, in questa storia, la vera vittima è proprio quest’ultima».

«Spesso la narrazione di casi come quello di Corleone – commenta Anna Mannara, nostra consigliera nazionale [della UILDM] – impone implicitamente una scelta, pro o contro l’omicida perché la vittima è una persona con disabilità. Dobbiamo essere attenti a non cadere nella retorica: nulla, nemmeno la disperazione di una madre, può far apparire meno grave un atto del genere. Ricordo infatti che le comunità nelle quali viviamo – fatte di singoli cittadini, associazioni, istituzioni – dovrebbero mettere al centro le persone, nella loro individualità, per dare loro le stesse opportunità di realizzarsi».

*La UILDM è l’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare.

Alla stessa vicenda di cui si occupa la UILDM Nazionale nel presente contributo di riflessione, abbiamo dedicato nei giorni scorsi sulle nostre pagine i testi: Fondamentale un progetto di vita che garantisca un futuro a una persona con disabilità di Vincenzo Falabella (a questo link); Omicidi-suicidi: quelle solite narrazioni di Simona Lancioni (a questo link); Il più grande atto d’amore? Insegnare al figlio con disabilità a rendersi autonomo di Maurizio Cocchi (a questo link); Non solo vive, ma anche libere” di Marta Migliosi (a questo link).

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A Udine “Lo schiaccianoci” audiodescritto, da ascoltare, immaginare e interpretare

«Andare oltre alla semplice descrizione tecnica e oggettiva di movimenti coreografati, cercando quindi di ricreare atmosfere e fornendo a tutto il pubblico la possibilità di immaginare e interpretare, per sentire non solo mediante l’udito, ma anche attraverso le vibrazioni dell’anima»: viene presentata così l’audiodescrizione della riproposizione in chiave contemporanea del celebre Lo schiaccianoci di Čajkovskij, curata per il 28 dicembre a Udine dalla Compagnia Arearea

«Sarà un’esperienza unica, per un teatro davvero inclusivo, non un adattamento posticcio, ma un’opera che considera fin dall’inizio anche la fruizione e l’interazione visuo-accessibili»: viene presentata così la riproposizione in chiave contemporanea del celebre Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij, grande classico della storia della danza e della musica, curata per il pomeriggio del 28 dicembre al Teatro Palamostre di Udine dalla Compagnia Arearea, con il sostegno del Ministero della Cultura e della regione Friuli Venezia Giulia.

«L’audiodescrizione di questo spettacolo di danza – si legge in una scheda dedicata alla rappresentazione (disponibile integralmente a questo link) – sarà distribuita dal vivo, per tessere una relazione unica tra elemento descritto, chi descrive e chi fruisce, entrambi, questi ultimi, spettatori nello stesso luogo e dello stesso tempo. L’obiettivo è quello di andare oltre alla semplice descrizione tecnica e oggettiva di movimenti coreografati, cercando di dare voce non solo a cosa succede, ma anche a come e perché. Verranno pertanto ricreate atmosfere, fornendo a tutto il pubblico la possibilità di immaginare e interpretare, per sentire non solo mediante l’udito, ma anche attraverso le vibrazioni dell’anima». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: Lisa Colautti (lisacolautti@gmail.com).

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SLA: quando la mente crea oltre i limiti del corpo

Un uomo con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) che crea un’opera d’arte usando solo l’attività del proprio cervello. Attorno a lui, tecnologia neuroscientifica, alta cucina, abiti scintillanti e una comunità che sceglie di esserci: l’AISLA ha chiuso in questo modo il 2025, con una serata intensa e condivisa a Milano, che ha provato come solidarietà, scienza e arte possano camminare insieme Davide Rafanelli (a sinistra) e Luca Leoni. A sinistra in alto le opere create tramite la loro attività cerebrale

Un uomo con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) che crea un’opera d’arte usando solo l’attività del proprio cervello. Attorno a lui, tecnologia neuroscientifica, alta cucina, abiti scintillanti e una comunità che sceglie di esserci: è così che l’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) ha voluto chiudere il 2025 con una serata intensa e condivisa a Milano, condotta da Andrea e Michele di Radio Deejay.

Protagonista dell’evento, dunque, è stata un’esperienza sensoriale inedita vissuta da Davide Rafanelli, persona con la SLA, presidente di SLAfood (Sapori. Legami. Autonomia. Ricette da gustare e condividere oltre la SLA) e consigliere nazionale dell’AISLA. Durante un assaggio, un sensore ha registrato l’attività elettrica del suo cervello, trasformandola in tempo reale in un’opera visiva unica. «Vedere i miei pensieri prendere forma – ha raccontato egli stesso – è stato incredibile. Il corpo può fermarsi, ma la mente continua a creare».
A sorpresa è arrivato anche Luca Leoni, imprenditore della comunicazione e anch’egli persona con la SLA, nonché membro del gruppo InterNati. La sua esperienza non poteva che passare dall’ascolto inatteso dell’inno della sua Inter: in quel momento, le sue onde cerebrali sono esplose, trasformando amore, appartenenza ed emozione in una seconda tela virtuale.
Due opere diverse, nate da stimoli diversi – il gusto e l’ascolto – hanno reso visibile ciò che unisce Davide e Luca: una mente che continua a creare oltre i limiti del corpo, sorprendendo tutti.

«Accanto alle opere di Davide e Luca – spiegano dall’AISLA -, la serata ha raccontato la cura attraverso il gusto: piatti e cocktail adattati per chi ha difficoltà a deglutire, trasformando il cibo in un gesto di attenzione, creatività e bellezza. Gli chef Carcangiu, Cunsolo, Benvenuto e Zanetello hanno proposto piatti a diverse consistenze, mentre il bartender Bruno Vanzan ha creato un cocktail speciale. Decine di volontari collegati da tutta Italia hanno alzato il calice in diretta, confermando di essere gli autentici testimoni dello spirito natalizio e di un impegno quotidiano che non conosce pause nella lotta contro la SLA».

Alcuni dati: sono 480.000 euro quelli raccolti dall’AISLA con il Natale Solidale 2025, frutto di una mobilitazione iniziata il 20 novembre dal Palazzo dell’Informazione di Roma con La Promessa per la Ricerca e culminata appunto nei giorni scorsi con Christmas Party milanese.
Il valore di questi fondi si riflette nella ricerca clinica: il Centro Clinico NeMO (NeuroMuscular Omnicentre), di cui l’AISLA è stata socia promotrice e fondatrice, sostiene progetti innovativi per migliorare terapie e percorsi di cura. «Ogni informazione raccolta aiuta a costruire terapie più personalizzate – ha spiegato durante l’evento di Milano la dottoressa Federica Cerri – e il sostegno della comunità rende concreta la ricerca e la speranza».
«Questa serata – ha affermato dal canto suo Fulvia Massimelli, presidente nazionale dell’AISLA – racconta chi siamo: non celebriamo numeri, ma relazioni e quando linguaggi diversi si incontrano, la cura diventa esperienza condivisa e responsabilità concreta».

«Il 2025, quindi, si chiude con un evento che prova come solidarietà, scienza e arte possono camminare insieme – concludono dall’AISLA – dimostrando inoltre che la cura non è solo assistenza, ma un atto di comunità, cultura e partecipazione sociale, capace di parlare a pubblici diversi e aprire nuovi orizzonti per il Terzo Settore». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa AISLA (Elisa Longo), ufficiostampa@aisla.it.

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Disabilità (e non solo): perché dare per scontate le soluzioni pensate fino a qui?

«Quando smettiamo di accettare che l’esperienza fin qui adottata sia la norma, tutto cambia: le leggi, le regole, i canoni — tutti nati in un mondo che ascolta solo una voce – e che sembravano inevitabili, si possono sgretolare», lo scrive Maria Cristina Pesci, in questa riflessione incentrata prevalentemente sui criteri di esclusione delle ospiti con disabilità da parte delle Case rifugio italiane, ma che allarga lo sguardo anche alla nuova disciplina sul Progetto di Vita e al dibattito sulla deistituzionalizzazione «Le strade rinnovate e quelle costruite con nuove visioni, alimentano il senso di speranza e abbiamo tantissimo bisogno di speranza», scrive Maria Cristina Pesci

« “[…] la libertà rende felici” […] ancora oggi – contravvenendo a tutta la normativa nazionale e internazionale che spinge verso la deistituzionalizzazione – c’è chi va sostenendo che ci sono persone adatte a vivere nel mondo di tutti e tutte, e altre non adatte. Ma […] non ci sono persone inadatte alla libertà, inadeguato ed ingiusto è invece chi, sostenendo il contrario, viola, o permette che venga violato, il diritto di ogni individuo di vivere nella comunità di appartenenza in condizioni di uguaglianza con le altre persone», ha scritto Simona Lancioni (La verità politica di Bobò: non ci sono persone inadatte alla libertà, nel sito di «Informare un’h», 16 dicembre 2025). Da questa lettura così sentita ed emozionante hanno preso forma diversi pensieri e diversi collegamenti di storie e persone.
Si possono ritrovare intrecciati temi come i criteri di esclusione delle donne con disabilità dalle Case rifugio o dai Centri antiviolenza [si veda: “Dati Istat 2023: aumentano le Case rifugio che adottano criteri di esclusione delle ospiti”, in «Informare un’h», 6 giugno 2025, N.d.R.], insieme alla nuova disciplina sul Progetto di Vita per le persone con disabilità [definita dal Decreto Legislativo 62/24, N.d.R.], che dovrebbe avviarsi dal 2027, insieme al grande dibattito, molto spesso minato dall’interno, sulla deistituzionalizzazione delle persone con disabilità [si veda: “Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone”, in «Informare un’h», 20 giugno 2025, N.d.R.].

Nel suo libro The Mother of All Questions. Further Feminisms (Granta Books, 2017), Rebecca Solnit scrive: «Perché la verità è questa: tutto ciò che sembra eterno è stato costruito. E se è stato costruito, si può cambiare. Perché quel che sembra ordine sociale spesso è solo una lunga, antica, riuscita censura. Quando non hai le parole, non puoi difenderti».
Se cambiamo il contesto rispetto al libro di Solnit e parliamo delle donne con disabilità che subiscono discriminazioni multiple come conseguenza della loro difficoltà, ecco che ogni cosa trova in modo impeccabile un’analoga lettura.Se è stato costruito, ed è stato veramente costruito, un decalogo che esclude le donne con disabilità o con particolari necessità di sostegno e assistenza personale, dalle Case rifugio e dai Centri antiviolenza, con la motivazione che non esistono finanziamenti che possano rendere questi presìdi accessibili, allora siamo chiamate e chiamati a cambiare un’impostazione così esplicitamente contraria all’etica e all’uguaglianza di tutte le donne. Soprattutto possiamo usare la voce e le parole per ciò che sembra inevitabile e normale, soltanto perché con le persone con disabilità si è fatto così da tanto tempo: vedi anche il citato dibattito sull’istituzionalizzazione, solo per fare un altro esempio.
«C’è uno scarno insegnamento della teoria della Gestalt che afferma: l’oggetto preso di mira, sia esso un atto percettivo, un apprendimento, un sistema fisiologico o un puzzle di legno non è una somma di elementi […] ma un insieme, una forma cioè, una struttura: non sono gli elementi a determinare l’insieme, ma l’insieme a determinare la conoscenza del tutto e delle sue leggi […] conta solo la possibilità di collegare quel pezzo ad altri pezzi, in questo senso… i pezzi ricomposti assumeranno un carattere leggibile, acquisteranno un senso: isolato il pezzo di un puzzle non significa niente; è semplicemente domanda impossibile, sfida opaca», argomenta Georges Perec (La vita istruzioni per l’uso, Rizzoli, 2005, pagina 7).
Credo che se si scompongono i pezzi del puzzle che riguardano il supporto alle donne che subiscono violenza, comprendendo anche le donne con disabilità, ogni pezzo a sé non ha più senso, è staccato, senza connessione e quindi senza responsabilità e senza conflitti da affrontare alla pari.
Nella catena di questa destrutturazione delle opportunità, il tassello finale, cioè il riconoscimento dei diritti delle donne con disabilità, si trova senza contesto a cui connettersi e quindi senza speranza di cambiamento, addirittura togliendo a queste donne la sensazione che abbia senso farsi visibile e protestare per l’esclusione legalizzata e dichiarata come inevitabile. Ma quando smettiamo di accettare che l’esperienza fin qui adottata sia la norma, tutto cambia e ciò che sembrava oggettivo mostra i suoi limiti. Le leggi, le regole, i canoni — tutti nati in un mondo che ascolta solo una voce – e che sembravano inevitabili, si possono sgretolare e acquistano una nuova credibilità le proteste a questa visione.
Le risposte che descrivono come inevitabile questa scelta sono diventate stereotipate, sembrano casuali. Non lo sono. Sono trappole e gabbie invisibili che servono a controllare la libertà delle donne, le loro emozioni, le loro possibili scelte. Scardiniamo l’ordine anche all’interno dello stesso mondo delle donne che sono impegnate a combattere la violenza.

Un altro pensiero dirompente di Solnit: «Il silenzio non è pace. Zittire qualcuno non significa armonia. Significa solo che si è riusciti a spegnere la sua voce».
Possiamo anche dire di più: anche quando hai le parole e disobbedisci all’ordine muto di non esagerare, di non chiedere troppo, di non creare problemi e non far sentire la tua voce di dissenso, facilmente ti ritrovi ad essere oggetto di svalutazione, scatta la pratica di essere delegittimata. Proprio in ragione di quello che invece ti farebbe pensare che hai il diritto di chiedere e di fare ascoltare una conoscenza che viene dall’esperienza, ti puoi trovare a vivere una espropriazione di ciò che conosci e che hai approfondito non solo per te stessa, ma per tutte le persone coinvolte e per le donne tutte.
Nasce un paradosso che sembra quasi inspiegabile: proprio perché hai una disabilità, proprio perché sei una donna, proprio perché sei una donna con disabilità: sei inopportuna se chiedi troppo, se non sei sufficientemente grata per non lamentarti, se non ti fai sottomessa, se proponi un’alternativa spiazzante che non molla sulla libertà.
Non ci sono persone adatte alla libertà e persone non adatte, non ci sono persone sopra le quali è meglio cucire vestiti speciali, case speciali, amori speciali, bisogni speciali, gabinetti speciali, senza mettere tutte le volte in discussione la dimensione etica e politica. Sono in gioco il riconoscimento di uguali diritti di scelta, di trattamento, di soluzioni e di adattamenti possibili.
È devastante l’equazione che ancora si fa per cui maggior bisogno di sostegno e maggiore presenza di difficoltà, è uguale a minore impegno a rispettare la persona e la sua libertà di vivere e di esprimere che cosa desidera. Ciò in cui si ricade è la dichiarazione che le persone che hanno più bisogno di essere supportate, sono quelle che per definizione devono avere meno pretese, devono essere più comprensive degli sforzi che si sono fatti “per loro”.
Le violenze psicologiche che così si mettono in atto non sono e non possono mai essere “inevitabili” a causa della presenza di una condizione di difficoltà, che sia sul piano motorio, cognitivo, psichiatrico, familiare.

Lo spunto che nasce dalla discussione in atto riguardante i criteri di esclusione delle donne che subiscono un qualche genere di violenza e discriminazione e che presentano un qualche tipo di difficoltà o di disabilità, è un formidabile strumento di lavoro per decostruire un’argomentazione che legittima la freddezza dell’essere lasciate fuori dalla porta. È sicuramente la messa in atto di una violenza psicologica.
In più sappiamo che le violenze psicologiche hanno sempre una ricaduta anche sul piano concreto, così come le violenze concrete, sul corpo e sulla materialità del vivere, hanno sempre anche una ricaduta sul piano emotivo e psicologico. Di conseguenza, ragioniamo dunque sul piano di essere proprietarie del proprio corpo e dell’essere vivi e vive, dentro relazioni e legami.
Non abbassiamo la testa se non per qualche attimo di brivido dentro di sé e continuiamo ad opporci di fronte a qualsiasi criterio di esclusione, a meno che il criterio di esclusione riguardi la volontà di cancellare l’opzione di chiudere la porta di fronte a qualcuna di noi, qualunque sia la nostra situazione. A meno che il criterio di esclusione riguardi allontanare chiunque si muova senza rispetto, correttezza, ascolto, coinvolgimento, o più semplicemente senza gentilezza e reciprocità.
Chi di noi sarebbe accondiscendente rispetto alla possibilità di essere esclusa/escluso dallo studiare, dal lavorare, dall’abitare, dal fare sesso, dal bisogno di essere aiutate, di trovare rifugio, di ricominciare con le opportunità che nascono dalle relazioni umane? Poi a volte le relazioni umane possono diventare relazioni di affetto e felicità.

Jan Grue, nel libro La mia vita come la vostra (Iperborea, 2025), scrive: «Raccontare una storia segreta, se parla di te, significa riprenderti il mondo. […] ma ho imparato a padroneggiare la tecnica. Che significava trovare il mio posto nel mondo. Ho imparato che esistono tanti cerchi all’infuori di quello più interno, ho imparato l’arte del possibile».
Così può succedere che, a partire da un criterio codificato, approvato e condiviso di esclusione, come quello redatto per regolamentare l’accoglienza delle donne con disabilità nelle Case rifugio o nei Centri antiviolenza, sì può arrivare all’arte del possibile.
Le strade rinnovate e quelle costruite con nuove visioni alimentano il senso di speranza e abbiamo tantissimo bisogno di speranza. Abbiamo bisogno di non dare per scontate le soluzioni pensate fino a qui e abbiamo bisogno di quella morbidezza che viene dalla possibilità di modellare le cose passo dopo passo, insieme alle persone e non sulle persone.

Congiungendo questi temi con quello del Progetto di Vita, parte integrante della cosiddetta “Riforma della disabilità” [Legge 227/21, N.d.R.], chi di noi vorrebbe ricevere per se stesso e se stessa qualcosa che potrebbe facilmente diventare una specie di “firma in bianco”, senza capire e sapere cosa potrà capitargli o capitarle più avanti nel tempo, quando avrà 20 anni, quando ne compirà 50, quando più avanti ancora nel tempo sarà una persona anziana, con tutti i cambiamenti che questo comporta, nella quotidianità di ciascuna e ciascuno di noi?
Nutrire la possibilità di progettare a partire dalla libertà e dal rispetto, è indispensabile per far fiorire inaspettate motivazioni. Molti sottolineano che più ci si incontra, più le separazioni potrebbero poi essere dolorose. Credo proprio sia vero, ma è vero anche il piacere che a volte nasce dal superamento di questa paura di incontrarsi e che consente così di costruire nuovi accordi, come nuove musiche. Luoghi e spazi interdetti, viceversa, minano alla radice il desiderio di vivere e di partecipare. Tutto qui.

* Medica, psicoanalista e componente dell’équipe del Centro Antiviolenza contro multidiscriminazioni delle donne con disabilità dell’AIAS di Bologna (Associazione Italiana Assistenza Spastici) e dell’Associazione MondoDonna, anch’essa di Bologna.

Il presente contributo di riflessione è già apparso nel sito di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“Ars Tactilis”, un progetto che ha fatto vivere una bella esperienza multisensoriale

Una mostra tattile al buio, laboratori creativi per la realizzazione di manufatti in argilla, contribuendo a un’esperienza multisensoriale che ha permesso di riflettere sul riuso, sulla sostenibilità e sul valore delle risorse, partendo dalle pratiche del passato per comprendere meglio il presente: sono stati questi i passaggi del progetto “Ars Tactilis”, che ha avuto quale capofila la Cooperativa Sociale AbilNova, di cui si è svolta la scorsa settimana a Trento la fase conclusiva Persona impegnata in uno dei laboratori creativi del progetto “Ars Tactilis”

Una mostra tattile al buio, dove gli oggetti in ceramica potevano essere esplorati attraverso il tatto e laboratori creativi per la realizzazione di manufatti in argilla, il tutto contribuendo a un’esperienza multisensoriale che ha permesso di riflettere sul riuso, sulla sostenibilità e sul valore delle risorse, partendo dalle pratiche del passato per comprendere meglio il presente: sono stati questi i passaggi del progetto Ars Tactilis, di cui si è svolta la scorsa settimana a Trento la fase conclusiva.

Promossa dalla Cooperativa Sociale AbilNova, in qualità di capofila e finanziata dalla Fondazione Caritro, l’iniziativa – nata da un team di lavoro composto da studenti e studentesse delle Università di Bologna e Paris 1-Pantheon Sorbonne – ha sostanzialmente avuto come obiettivo quello di rendere la cultura accessibile a tutti e tutte, abbattendo le barriere sensoriali e favorendo la partecipazione attiva delle nuove generazioni. In particolare si è puntato a diffondere la conoscenza archeologica attraverso modalità inclusive, a sensibilizzare sul tema del riciclo e della sostenibilità, a promuovere l’inclusione sociale e culturale, coinvolgendo studenti e studentesse in attività pratiche e formative.

Un sentito ringraziamento da AbilNova va a all’Istituto Comprensivo Trento 6, per la collaborazione e la partecipazione attiva delle classi coinvolte, e ad Arkeo Fabrik, per le riproduzioni archeologiche. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@abilnova.it (Irene Matassoni).

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Il contributo dei giovani con disabilità all’edizione di Lecce di “Cinema a sorpresa”

Biscotti realizzati da loro e anche la possibilità di mettersi alla prova nell’accoglienza del pubblico: così i giovani con disabilità impegnati a Lecce con l’Associazione Gli amici dello zio partecipano all’edizione leccese di “Cinema a sorpresa”, iniziativa promossa dall’Associazione PartyVolontario, dalla forte vocazione solidale, basata su proiezioni di film e cortometraggi il cui titolo viene svelato solo prima del buio in sala I biscotti realizzati dalle persone con disabilità degli Amici dello zio di Lecce, davanti alla locandina del “Cinema a sorpresa”

«L’obiettivo primario della nostra Associazione – spiega Alessandra De Bellis, socia degli Amici dello zio di Lecce – che è nata all’interno della pizzeria e laboratorio di prodotti lievitati Zio Giglio, è favorire l’inserimento di giovani con disabilità nel mondo del lavoro anche in realtà differenti da quella della ristorazione dove sono impegnati, incentivando cioè l’approccio con percorsi di varia natura, anche artistico-culturale. Per questo abbiamo accolto con entusiasmo l’idea di collaborare con questo progetto».
Si tratta dell’iniziativa Cinema a sorpresa, promossa dall’Associazione PartyVolontario, che sta vivendo in queste settimane a Lecce una nuova edizione, con la collaborazione di Biblioteca OgniBene e della partecipazione, appunto, dell’Associazione Gli amici dello zio, proseguendo nella città pugliese il percorso di una rassegna dalla forte vocazione solidale, basata su proiezioni di film e cortometraggi “a sorpresa”, il cui titolo viene cioè svelato solo prima del buio in sala.

«Il Cinema a sorpresa – spiega Giulio Guerrieri, ideatore e organizzatore dell’iniziativa – è, normalmente, una proiezione libera e gratuita di film che possono essere definiti d’essai, ma per la data del 23 dicembre il focus sarà sui classici del Natale per famiglie, mentre per la data del 30 dicembre l’attenzione sarà sui cortometraggi internazionali a tema solidale, con la finale dello Short Week End Film Festival. Sempre forti dei momenti di inclusione sociale e culturale, grazie alla costante collaborazione con Associazioni del territorio, siamo estremamente felici, questa volta, della sinergia con Gli amici dello zio. Innanzitutto vi è l’omaggio alla platea dei biscotti realizzati al mattino dai giovani di tale Associazione, grazie alla rete solidale innestata dallo chef Giuseppe Lucia, ciò che crea immediatamente un contatto forte, in un’ottica di inclusione autentica. Alle persone con disabilità, inoltre, viene offerta l’occasione di mettersi alla prova nell’accoglienza del pubblico sul luogo della proiezione, in funzione di “maschere gentili”, nel benvenuto agli spettatori, con illustrazione del progetto Cinema a sorpresa, e nella gestione coadiuvata di momenti di riflessione/discussione post proiezione, con coinvolgimento della platea». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: comunicati.erba@gmail.com.

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Anche Marta Russo, giovane donna con disabilità, tra i 10.001 tedofori della Fiamma Olimpica

 

Giovane donna con disabilità, influencer dell’accessibilità, presidente dell’Associazione Diritti Diretti e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, persona che promuove ogni giorno i valori dell’inclusione, soprattutto attraverso i social e il sito web “I Pensieri di Marta”, Marta Russo sarà nel pomeriggio di oggi, 22 dicembre, a Gragnano, in Campania, una dei 10.001 tedofori delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026

Dopo che nei giorni scorsi avevamo dato la notizia riguardante l’atleta con disabilità Giuseppe Sanfilippo, tedoforo in Sicilia delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, ci occupiamo ora di un’altra tedofora con disabilità, che nel pomeriggio di oggi, 22 dicembre, sarà tra i protagonisti della tappa di Gragnano, in Campania, divenendo appunto una dei 10.001 tedofori di questa edizione dei Giochi ed entrando ufficialmente nella storia delle Olimpiadi e del messaggio di pace e fratellanza tra i popoli che la fiamma porta a tutti e tutte.
Si tratta di Marta Russo, giovane donna con disabilità, influencer dell’accessibilità, presidente dell’Associazione Diritti Diretti e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, che attraverso i social e il sito web I Pensieri di Marta, promuove ogni giorno i valori dell’inclusione e la rivoluzione culturale per realizzare un mondo migliore per tutti.
Oltre poi a collaborare con le Istituzioni per migliorare l’accessibilità universale nei luoghi del turismo e della cultura, Russo propone il Premio Nazionale Turismi Accessibili, giunto all’ottava edizione e di cui Superando è stato media partner; e ancora, è ideatrice dell’unico progetto nazionale su Disabilità e Barriere, Accessibilità e Inclusione rivolto alle scuole, attualmente in corso, anche questo con la collaborazione della nostra testata. È autrice infine di un libro con racconti inclusivi per ragazzi e ragazze (I Pensieri di Marta. Una visione, un progetto, il libro).
La tappa di Gragnano verso le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 sarà dunque il luogo ideale per lanciare il messaggio di Marta, ossia: «Siamo tutti persone e tutti abbiamo talenti, competenze e il diritto di partecipare alla vita sociale, culturale e politica. Tutti con gli stessi diritti. Tutti insieme possiamo realizzare un mondo migliore». (S.D. e S.B.)

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Un 2025 da record per la Fondazione Telethon, a sostegno della ricerca sulle malattie genetiche rare

«I nostri donatori non ci hanno lasciati soli davanti alla responsabilità di aver voluto produrre e distribuire quei farmaci abbandonati dall’industria farmaceutica perché non profittevoli»: lo sottolinea Luca di Montezemolo, presidente della Fondazione Telethon, a conclusione della tradizionale maratona sulle reti Rai, in un 2025 che ha portato a raccogliere oltre 70 milioni di euro a sostegno della ricerca sulle malattie genetiche rare Ilaria Villa, direttrice generale della Fondazione Telethon, insieme a una bimba affetta da una malattia genetica rara

Raccolta fondi da record quella di questo 2025 per la Fondazione Telethon, a sostegno della ricerca sulle malattie genetiche rare, con oltre 70 milioni di euro ricevuti durante il corso dell’anno (il numero solidale 45510 sarà per altro ancora attivo fino al 31 dicembre), a conclusione della tradizionale maratona della scorsa settimana sulle reti Rai.
Dalla sua nascita nel 1990, va ricordato, la Fondazione Telethon ha investito 741 milioni di euro in ricerca, finanziato 3.118 progetti con 1.916 ricercatori coinvolti e 661 malattie studiate.

«Anche quest’anno chiudiamo con una raccolta di grande successo – dichiara Luca di Montezemolo, presidente della Fondazione Telethon – che ci conferma come i nostri donatori non ci abbiano lasciati soli davanti alla responsabilità di aver voluto produrre e distribuire quei farmaci abbandonati dall’industria farmaceutica perché non profittevoli. È questa stessa generosità, ad esempio, che ci ha convinto, oggi, ad affrontare anche la sfida del mercato americano con la terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich. Sappiamo, più che mai, di poter contare su una “filiera” di altissima qualità: i nostri donatori, la collaborazione della Rai, i nostri fantastici ricercatori e i tantissimi indispensabili volontari. Per il bene superiore delle persone nate con una malattia genetica rara, abbiamo dimostrato di essere una squadra di passione e valore e questa è la certezza che ci spinge ad andare ancora avanti, fino alla prossima sfida».

«La maratona sulle reti Rai . afferma dal canto suo Ilaria Villa, direttrice generale della Fondazione Telethon – è da oltre 35 anni un appuntamento che ci permette di incontrare il Paese, di raccontare il valore della ricerca e delle storie delle famiglie che accompagnamo e che ci ricorda quanto il sostegno dei donatori, dei volontari e delle aziende sia stato fondamentale per la Fondazione Telethon per arrivare ad essere la prima organizzazione non profit al mondo ad aver portato una propria terapia ai pazienti sia in Europa che negli Stati Uniti: un traguardo che appartiene a tutti coloro che continuano a camminare al nostro fianco». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Chiara Longhi (chiara.longhi@havaspr.com).

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Autorità Garante delle persone con disabilità e Carabinieri: un accordo per rafforzare la vigilianza sulle strutture residenziali

L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute hanno siglato un protocollo di collaborazione volto a rafforzare la vigilanza sulle strutture che ospitano persone con disabilità. L’accordo prevede l’avvio di visite congiunte, con accesso illimitato a Residenze Sanitarie Assistenziali, case-famiglia e case di riposo, per verificare che vengano rispettati i diritti fondamentali degli ospiti

Lo scorso 17 dicembre lAutorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute hanno siglato un protocollo di collaborazione, volto a rafforzare la vigilanza sulle strutture che ospitano persone con disabilità. Né ha dato comunicazione la stessa Autorità Garante, con una propria nota in cui si scrive: «L’accordo prevede l’avvio di visite congiunte, con accesso illimitato a Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), case-famiglia e case di riposo, per verificare che vengano rispettati i diritti fondamentali degli ospiti, compresa l’assistenza socio-sanitaria e la possibilità di una vita sociale e relazionale soddisfacente».
L’Autorità Garante, anche sulla base di eventuali segnalazioni ricevute, avvierà le visite presso le strutture, in collaborazione appunto con il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute e i suoi NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità (NAS). In particolare a questi ultimi è affidato il compito di garantire «il supporto logistico, mettendo a disposizione il proprio personale per ispezioni in vari àmbiti, tra cui la verifica delle autorizzazioni, dei requisiti strutturali e igienici e della gestione della cura delle persone ospitate, tra cui anche la selezione dei fornitori e la formazione del personale».

«A nome del Collegio ringrazio l’Arma dei Carabinieri, e in particolare il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, per avere stipulato questo protocollo, che consentirà all’Autorità di svolgere uno dei propri compiti, ovvero quello delle visite presso le strutture che ospitano le persone con disabilità», ha dichiarato Maurizio Borgo, presidente del Collegio dell’Autorità Garante. «Queste visite sono state pensate dalla Legge istitutiva dell’Autorità [il Decreto Legislativo 20/24, N.d.R.] con un intento collaborativo e avranno un duplice obiettivo: verificare che le persone con disabilità ricevano un’adeguata assistenza socio-sanitaria e, non meno importante, siano messe nelle condizioni di condurre una vita sociale e relazionale nel pieno rispetto dei loro diritti, e di realizzare il loro progetto di vita, come previsto dalla riforma in materia di disabilità».

«L’Arma dei Carabinieri esprime grande soddisfazione per la sottoscrizione dell’accordo di collaborazione con l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che rafforza in modo concreto il sistema di tutela delle persone più fragili accolte nelle strutture sanitarie e socio-assistenziali», ha aggiunto il generale di brigata Raffaele Covetti. «Attraverso il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute e i NAS, l’Arma conferma il proprio impegno quotidiano nel garantire controlli rigorosi su igiene, sicurezza, qualità dell’assistenza e corretto trattamento degli ospiti, affinché i loro diritti e la loro dignità siano sempre pienamente rispettati. La collaborazione strutturata con l’Autorità Garante consentirà interventi ancora più efficaci e capillari, favorendo lo scambio di informazioni e competenze specialistiche per prevenire e contrastare ogni forma di abuso, irregolarità o discriminazione in ragione della disabilità. L’Arma dei Carabinieri ribadisce la propria vicinanza alle persone con disabilità e alle loro famiglie, ponendosi come presidio di legalità e sicurezza a tutela della salute pubblica, della qualità dei servizi e del pieno godimento dei diritti fondamentali in condizioni di uguaglianza con tutti gli altri cittadini».

La cerimonia di firma si è tenuta presso la sede dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, alla presenza del già citato presidente Maurizio Borgo, di Francesco Vaia e Antonio Pelagatti, membri del Collegio dell’Autorità, del già menzionato Raffaele Covetti, del colonnello Leonardo De Paola, capo ufficio comando e del luogotenente Angelo Domenico Merlino, addetto alla Sezione Operazioni del Comando dei Carabinieri. (Simona Lancioni)

Si ringrazia Andrea Pancaldi per la segnalazione.

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Impresa e Sociale uniti dalla visione di costruire insieme spazi di vita migliori, per tutti

Il Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona e l’Agenzia Esclusiva Immobiliare di Castelfidardo (Ancona) hanno siglato un accordo in base al quale per ogni immobile venduto dall’agenzia verrà destinata una quota al sostegno di “Casa Sollievo”, struttura del Centro che accoglie per brevi periodi le persone con disabilità garantendo momenti di autonomia e attività educative e relazionali Catia De Angelis (a sinistra), titolare di Esclusiva Immobiliare, e Livia Accorroni del Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona, sottoscrivono l’accordo

«Casa Sollievo l’abbiamo sempre definita “una casa fuori di casa” perché è un luogo caldo, amichevole, dove ogni persona con disabilità si sente accolta. Da oggi, grazie alla sensibilità di Esclusiva Immobiliare, possiamo continuare a offrire un ambiente sereno, inclusivo e ricco di opportunità per gli utenti e per le loro famiglie»: a dirlo è Livia Accorroni, consigliera e responsabile della raccolta fondi del Centro Papa Giovanni XXIII, a proposito dell’accordo siglato con l’Agenzia Esclusiva Immobiliare di Castelfidardo (Ancona), iniziativa in base alla quale per ogni immobile venduto da tale agenzia verrà destinata una quota al sostegno appunto di Casa Sollievo, struttura del Centro che accoglie per brevi periodi le persone con disabilità garantendo momenti di autonomia e attività educative e relazionali.
«Si tratta di un accordo – sottolineano ancora dal Centro Papa Giovanni XXIII – che unisce due mondi – Impresa e Sociale – in un’unica visione: costruire insieme spazi di vita migliori, per tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Comunicazione e Raccolta Fondi Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona (Marco Trillini), marco.trillini@libero.it.

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Il percorso verso l’implementazione del Progetto di Vita individuale delle persone con disabilità

Evitare che il Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega in materia di disabilità, rimanga una “riforma solo sulla carta”, trasformandolo invece nel motore di una società più equa, dove ogni persona con disabilità possa decidere liberamente del proprio futuro, fuori da ogni logica di isolamento o istituzionalizzazione: è quanto emerso dall’incontro pubblico promosso dalla Federazione FISH e centrato appunto sul percorso verso l’implementazione del Progetto di Vita individuale Realizzazione grafica elaborata in occasione di un ciclo di incontri formativi proposti nel 2024 da Spazio DirSI – Disabilità in rete a Siena

Al centro del dibattito dell’incontro pubblico promosso dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), dedicato allo stato di attuazione del Decreto Legislativo 62/24 (Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato), attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, vi è stato il percorso verso l’implementazione del Progetto di Vita individuale, strumento che, come noto, sposta definitivamente l’asse dalla semplice assistenza alla piena partecipazione sociale delle persone con disabilità.
Durante l’incontro, sono intervenute, tra gli altri, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, con un videomessaggio di saluto e la viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci.

«L’evento – spiegano dalla FISH – ha rappresentato un momento di sintesi fondamentale tra le istanze del mondo associativo e le rappresentanze istituzionali. Abbiamo infatti presentato un’analisi dettagliata dello stato dell’arte, evidenziando come la riforma non possa prescindere da una collaborazione sinergica tra Enti Locali, Sanità e Terzo Settore. Durante il confronto, inoltre, abbiamo evidenziato alcune criticità emerse in questa fase di transizione, ribadendo in particolare l’urgenza di uniformare le procedure di valutazione su tutto il territorio nazionale e di garantire risorse strutturali che permettano di finanziare i budget di progetto in modo adeguato. In tal senso, abbiamo chiesto alle Istituzioni impegni precisi affinché la complessità burocratica non diventi un ostacolo al diritto all’autodeterminazione».

«Quando parliamo di Vita Indipendente, di autonomia – ha dichiarato Maria Teresa Bellucci – parliamo anche di lavoro che conferisce dignità alle persone. Le politiche sociali devono quindi abbandonare i sussidi e l’assistenzialismo e garantire il diritto di ogni persona di sentirsi parte attiva della società. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero per le Disabilità stanno lavorando con la FISH e le altre Associazioni rappresentative, per fare in modo che le istanze e esigenze delle persone con disabilità trovino riscontro a livello normativo e pratico».

Oltre all’analisi politica, l’incontro ha permesso di condividere modelli e strumenti tecnici sviluppati per rafforzare l’autodeterminazione delle persone con disabilità e il supporto alle loro famiglie. Sono state infatti illustrate buone pratiche di co-progettazione che dimostrano come, laddove la persona viene messa al centro della pianificazione, la qualità della vita e l’inclusione lavorativa e sociale migliorano sensibilmente. È stata quindi anche l’occasione di fare il punto sui risultati raggiunti e i prossimi passi dei due progetti di cui la stessa FISH è capofila, vale a dire Pronti per l’Indipendenza [se ne legga già in altra parte del giornale, N.d.R.] e Insieme per l’Indipendenza.

«Il Progetto di Vita – ha affermato a margine dei lavori il presidente della FISH Vincenzo Falabella – non è un traguardo formale, ma l’inizio di una nuova fase verso la vita indipendente delle persone con disabilità. Con questo incontro abbiamo dimostrato che il mondo associativo è pronto a fare la propria parte con competenze e proposte concrete. Ora tocca alle Istituzioni assicurare che questo cambiamento di paradigma sia recepito da ogni ufficio amministrativo e in ogni territorio».

In conclusione la FISH ha ribadito la propria volontà di proseguire nel monitoraggio costante dell’attuazione della normativa. L’obiettivo resta segnatamente quello di evitare che il Decreto 62/24 rimanga una “riforma solo sulla carta”, trasformandolo invece nel motore di una società più equa, dove ogni persona con disabilità possa decidere liberamente del proprio futuro, fuori da ogni logica di isolamento o istituzionalizzazione. (R.A.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Gli obiettivi raggiunti dal progetto “Pronti per l’Indipendenza”

Lezioni rivolte alla comprensione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e del Decreto Legislativo 62/2024, fino allo sviluppo di abilità comunicative e relazionali, per collaborare con altri professionisti ed enti coinvolti nel supporto alle persone con disabilità: i partecipanti al percorso di formazione nell’àmbito del progetto “Pronti per l’Indipendenza”, che ha quale capofila la Federazione FISH e che si avvia verso l’vento finale, ha visto tutti i candidati ammessi alla prova finale risultare idonei

Un programma rigoroso, che ha spaziato dalle lezioni rivolte alla comprensione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e del Decreto Legislativo 62/2024, fino allo sviluppo di abilità comunicative e relazionali, per collaborare con altri professionisti ed enti coinvolti nel supporto alle persone con disabilità, ha coinvolto i partecipanti al percorso di 200 ore di formazione nell’àmbito del progetto Pronti per l’Indipendenza, che ha quale capofila la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle persone con Disabilità e Famiglie), con l’obiettivo di fornire competenze teorico-pratiche e strumenti di autonomia personale. Ebbene, tutti i candidati ammessi alla prova finale sono risultati idonei, dimostrando una preparazione solida e una forte motivazione.
«Il superamento della prova con il 100% di idoneità – commentano dalla FISH – testimonia non solo l’impegno degli allievi, ma anche la qualità del corpo docente e del modello formativo adottato».

Parallelamente alla chiusura della formazione, sta volgendo al termine anche la maggior parte dei tirocini formativi attivati presso gli enti partner. «E questo – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – segna anche il passaggio cruciale verso il mondo del lavoro, rendendoci felici di avere accompagnato le persone coinvolte in questa crescita che trasforma il concetto di “assistenza” in quello di “vita indipendente”».

Il progetto Pronti per l’Indipendenza, realizzato grazie a un finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si avvia pertanto verso l’evento finale di restituzione dei risultati. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“Play-Able”: per un nuovo livello di accessibilità dei videogiochi

Rendere il videogioco accessibile anche a chi, a causa di barriere fisiche o cognitive, spesso non può vivere appieno l’esperienza del gaming: è l’obiettivo di “Play-Able – Per un nuovo livello di accessibilità”, progetto di responsabilità sociale realizzato da Bosch Italia, in stretta collaborazione con la Fondazione ASPHI, che da oltre quarant’anni promuove l’inclusione delle persone con disabilità attraverso l’uso delle tecnologie digitali

Rendere il videogioco accessibile anche a chi, a causa di barriere fisiche o cognitive, spesso non può vivere appieno l’esperienza del gaming: è l’obiettivo di Play-Able – Per un nuovo livello di accessibilità, progetto di responsabilità sociale realizzato da Bosch Italia, in stretta collaborazione con la Fondazione ASPHI (Accessibilità e Sostenibilità Digitale delle Persone con Disabilità per Habitat Inclusivi), che da oltre quarant’anni promuove l’inclusione delle persone con disabilità attraverso l’uso delle tecnologie digitali.
Nello specifico, ASPHI, grazie alla competenza maturata nel campo dell’accessibilità digitale e del gaming, ha curato la progettazione e l’adattamento delle postazioni di gioco donate ai ragazzi coinvolti. Ogni postazione è personalizzata combinando tecnologie, ausili e interfacce alternative, con l’obiettivo di aumentare l’autonomia nel gioco, sviluppare competenze digitali, favorire comunicazione, partecipazione e relazioni sociali.
L’intervento della Fondazione, inoltre, non si limita alla fornitura di ausili: alle famiglie, infatti, viene offerto un percorso di formazione dedicato, affinché la tecnologia diventi uno strumento di crescita e inclusione nella vita quotidiana e scolastica.

«Con Play-Able – spiegano i promotori dell’iniziativa – il videogioco supera il confine del semplice intrattenimento e diventa un mezzo di espressione, apprendimento e relazione. L’iniziativa permette infatti ai ragazzi di fare ciò che molti loro coetanei danno per scontato: divertirsi, condividere passioni, esplorare nuove abilità».
«Progetti come questo – dichiara Andrea Pontremoli, presidente di ASPHI – dimostrano quanto sia fondamentale costruire reti tra organizzazioni, aziende e comunità, per promuovere una cultura realmente inclusiva. In tal senso, la collaborazione con Bosch è un esempio di innovazione al servizio delle persone, capace di generare valore sociale e nuove opportunità». (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Rossella Romeo (rromeo@asphi.it).

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I tortellini preparati da persone con autismo sugli scaffali dei supermercati di Modena e Provincia

Prosegue e si consolida la collaborazione dell’Associazione modenese Il Tortellante con Conad Nord Ovest: da alcuni giorni, infatti, nei punti vendita Conad di Modena e Provincia, si possono trovare a scaffale i tortellini della linea “Bottega del Tortellante”, preparati nell’àmbito del progetto “IO LAVORO”, centrato sull’inserimento lavorativo di persone nello spettro autistico La preparazione dei tortellini

«Desidero ringraziare di cuore tutti i Soci Conad per la fiducia e l’entusiasmo con cui stanno sostenendo il nostro progetto. Diffondere infatti i nostri tortellini sul territorio significa aiutarci a creare opportunità reali per i nostri ragazzi e a far conoscere il valore sociale che ogni pacchetto racchiude»: a dirlo è Erika Coppelli, presidente dell’Associazione modenese Il Tortellante, annunciando la prosecuzione e l’ulteriore consolidamento della collaborazione del Tortellante stesso con Conad Nord Ovest, all’insegna di una partnership che da anni sostiene percorsi di inclusione, autonomia e partecipazione attraverso il lavoro, la formazione e la valorizzazione delle eccellenze del territorio.

Da alcuni giorni, dunque, in tutti gli undici punti vendita Conad di Modena, oltre a tre supermercati di Vignola, Castevetro e Formigine, i clienti possono trovare a scaffale i tortellini della linea La Bottega del Tortellante, buoni “due volte”, sia per la loro qualità – prodotti di «alto artigianato organizzato», li ha definiti il noto chef Massimo Bottura – sia perché contribuiscono a sostenere l’innovativo progetto del Tortellante, rivolto a giovani adulti con autismo e alle loro famiglie.
La preparazione dei tortellini, infatti, avviene a Vignola, presso il moderno stabilimento della Pasta di Celestino, dove si svolge il progetto IO LAVORO, dedicato all’inserimento lavorativo di persone nello spettro autistico (a questo link è disponibile un approfondimento sul progetto IO LAVORO).
Ad oggi, dieci tra ragazze e ragazzi del Tortellante si alternano a piccolo gruppo in sessioni lavorative nel ciclo produttivo della pasta fresca, seguiti dagli operatori dello staff scientifico del Tortellante e affiancati dalle maestranze dei vari reparti. Si va dalla piegatura a mano di tortelloni alle fasi di etichettatura e inscatolamento, seguendo naturalmente le rigorose normative di igiene e sicurezza sul lavoro.
«I risultati sono incoraggianti – sottolinea Coppelli -, e dimostrano che le persone con disturbo dello spettro autistico possono essere impiegate in ambienti lavorativi, in un’ottica di sempre maggiore autonomia per affrontare adeguatamente la vita adulta». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Silvia Panini (silvia.panini@fcp.it).

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Nuovo meccanismo per lo sviluppo della sclerosi multipla scoperto da uno studio italiano

Nelle persone con sclerosi multipla, a mandare letteralmente in tilt le cellule immunitarie, inducendole ad attaccare il sistema immunitario, potrebbe essere il malfunzionamento di alcuni neuroni situati nel cervello (“neuroni AgRP”): è la scoperta di uno studio del Policlinico San Martino e dell’Università di Genova, finanziato dal progetto internazionale “Mnesys” e dalla FISM, la Fondazione che opera a fianco dell’AISM, ciò che potrebbe aprire la porta a nuovi potenziali trattamenti

È nel cervello la “regia” della produzione delle cellule del sistema immunitario: in un modello sperimentale di sclerosi multipla, infatti, è stato dimostrato che i neuroni dell’ipotalamo chiamati AgRP non funzionano bene, e questo determina l’aumentata produzione, nel midollo osseo, di cellule immunitarie coinvolte nello sviluppo della sclerosi multipla e nel timo, un’alterazione dei linfociti T regolatori. In questo modello, dunque, la correzione dell’attività dei neuroni AgRP modifica le alterazioni del midollo osseo e del timo e migliora la situazione della patologia, aprendo la strada a possibili nuove terapie. Gli stessi neuroni AgRP producono inoltre una proteina che può essere dosata con una semplice analisi del sangue nelle persone con sclerosi multipla: i livelli sono correlati alla gravità della malattia e la proteina potrebbe perciò diventare un nuovo biomarcatore.
La duplice scoperta, pubblicata nelle scorse settimane dalla prestigiosa rivista scientifica «Cell Reports», arriva da uno studio dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e dell’Università del capoluogo ligure, cofinanziato dal progetto Mnesys, il primo e più grande progetto di ricerca sul cervello mai realizzato in Italia e in Europa, insieme alla FISM, la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla che opera a fianco dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla).

«La sclerosi multipla – spiega Antonio Uccelli, ordinario di Neurologia all’Università di Genova, direttore scientifico dell’IRCCS Ospedale San Martino di Genova, direttore scientifico del progetto Mnesys e coordinatore dello studio – è una malattia su base autoimmune, in cui cioè le cellule del sistema immunitario “deragliano” e attaccano le fibre del sistema nervoso. Nel nostro corpo, le cellule del sistema immunitario si sviluppano nel midollo osseo e nel timo (una ghiandola), a partire dalle cellule staminali del sangue. Questo processo è governato dalla noradrenalina, un neurotrasmettitore rilasciato da fibre nervose che originano dall’ipotalamo».
«In questo studio – dichiara la co-coordinatrice dello stesso Tiziana Vigo dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova – abbiamo indagato se e come il cervello influenzi la produzione delle cellule immunitarie coinvolte nell’attacco al sistema nervoso. I risultati ottenuti dimostrano che i segnali cerebrali che modulano la produzione di cellule immunitarie originano da speciali neuroni, chiamati AgRP. Quando i neuroni AgRP si attivano, il midollo osseo produce meno monociti e neutrofili, cellule immunitarie coinvolte nello sviluppo della sclerosi multipla, mentre nel timo aumenta la produzione delle cellule T regolatorie, fondamentali perché la risposta immunitaria non venga diretta contro l’organismo. Nel modello di sclerosi multipla i neuroni AgRP non funzionano correttamente e questo provoca un aumento nel midollo di monociti e neutrofili e una diminuzione di linfociti regolatori. Il ripristino del corretto funzionamento dei neuroni AgRP attraverso molecole che permettono di accendere o spegnere selettivamente i neuroni migliora il decorso della malattia e riduce l’attacco immunitario al cervello».

I ricercatori, come detto inizialmente, hanno anche scoperto che una proteina prodotta dai neuroni AgRP, il neuropeptide AgRP, può essere misurata nel sangue di persone con sclerosi multipla: livelli più alti di essa si associano a una malattia più grave e a più segni di infiammazione nel cervello, visibili attraverso risonanza magnetica. «Il neuropeptide AgRP – conclude Uccelli – potrebbe perciò diventare un nuovo biomarcatore della gravità della malattia, ma soprattutto questo studio mostra un nuovo modo con cui il sistema nervoso può influenzare la produzione di cellule immunitarie rilevanti per malattie come la sclerosi multipla e aprire nuove prospettive per terapie in grado di ripristinare il dialogo fra neuroni e sistema immune». (B.E. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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