«Le parole non bastano a garantire i diritti – ha dichiarato tra l’altro il presidente del Forum Europeo sulla Disabilità Vardakastanis, in occasione della Giornata Europea delle Persone con Disabilità, rivolgendosi alle Istituzioni continentali -: solo i finanziamenti, la legislazione, l’applicazione delle norme e la volontà politica possono trasformare i diritti in realtà»
La Giornata Europea delle Persone con Disabilità non è solo un’occasione di riflessione, ma deve essere anche un’occasione per definire la direzione da seguire, per fare il punto della situazione, ma anche per assumerci le nostre responsabilità, un’occasione per riconoscere la realtà che le persone con disabilità devono affrontare, ma anche per unire le nostre forze e impegnarci ad agire, perché le sfide che ci attendono non richiedono nulla di meno.
Il 2025 è stato un anno cruciale per il movimento delle persone con disabilità. L’Unione Europea è stata per la seconda volta sottoposta alla revisione del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, rispetto all’applicazione della Convenzione ONU, mentre la Commissione Europea ha presentato la propria proposta per il prossimo bilancio dell’Unione. Inoltre, abbiamo finalmente ricevuto la conferma che la seconda parte della Strategia Europea sui Diritti delle Persone con Disabilità [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.] proseguirà con nuove iniziative, cosa che il Forum Europeo sulla Disabilità e tutti i membri di esso hanno ripetutamente chiesto da quando l’attuale Commissione è entrata in carica.
La Commissione ha definito questo come “un anno di riflessione”, ma l’Europa non può più permettersi il lusso di riflettere senza agire, non quando più di 100 milioni di persone europee con disabilità continuano a subire un’esclusione sistematica. Non quando i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sono ancora lontani dall’essere una realtà nella vita quotidiana di milioni di persone. Se l’Unione Europea e gli Stati Membri di essa intendono seriamente adempiere ai propri obblighi, tali impegni devono essere al centro delle loro priorità politiche e dei loro bilanci, perché le parole non bastano a garantire i diritti: sono i finanziamenti, la legislazione, l’applicazione delle norme e la volontà politica a trasformare i diritti in realtà.
La verità è che, nonostante i progressi compiuti, le barriere che dobbiamo affrontare rimangono profondamente radicate. Il divario occupazionale rimane invariato, lasciando troppe persone con disabilità escluse dal mercato del lavoro. Quasi un terzo delle persone con disabilità è a rischio di povertà ed esclusione sociale. La libertà di circolazione, pietra miliare della cittadinanza europea, non è ancora una realtà per molti, a causa di trasporti inaccessibili, sistemi di sostegno frammentati e ostacoli burocratici. La discriminazione, sia diretta che sistemica, rimane diffusa e in diversi Paesi dell’Unione Europea assistiamo ancora a un aumento dell’istituzionalizzazione delle persone con disabilità, nonché a pratiche disumane, come la sterilizzazione forzata, che violano la dignità umana e infrangono la Convenzione ONU nel modo più palese.
Ogni barriera che ho citato è ancora più estrema per le persone con disabilità che subiscono forme multiple e intersecanti di discriminazione: le donne con disabilità, le persone con disabilità di etnia rom o provenienti da un contesto migratorio, la comunità delle persone LGBTI+ con disabilità, i bambini/bambine con disabilità e gli anziani. Né dobbiamo certo dimenticare i nostri fratelli e sorelle con disabilità che vivono in situazioni di guerra in tutto il mondo, anche molto vicino a noi, in Ucraina e a Gaza.
Per questo motivo, chiediamo sia alla Commissione che agli Stati Membri dell’Unione di realizzare azioni ambiziose e iniziative faro, non gesti simbolici, non “progetti pilota”, non un’altra dichiarazione politica o una raccomandazione, bensì misure ambiziose, strutturali, applicabili, che trasformino concretamente la vita delle persone.
La seconda fase della Strategia Europea sui Diritti delle Persone con Disabilità dev’essere ambiziosa, ancorata alla Convenzione ONU e creata in stretta collaborazione con le organizzazioni che rappresentano le persone con disabilità. Deve colmare le lacune lasciate dalla prima parte della Strategia stessa, cambiando in meglio la vita delle persone. Dobbiamo sentire direttamente l’impatto di questa Strategia ed essere in grado di affermare con sicurezza che le cose sono migliorate, perché l’Unione Europea è al nostro fianco nella tutela dei nostri diritti.
Qualunque risultato inferiore sarebbe un fallimento collettivo e una vittoria per coloro che minano il progetto europeo, coloro che sono “in guerra” contro la diversità e l’uguaglianza e coloro che antepongono altri interessi a quelli della popolazione europea.
Quanto detto mi porta al quadro finanziario pluriennale, il già citato bilancio dell’Unione Europea e qui dobbiamo essere chiari: esso non può essere solo un esercizio contabile, ma deve caratterizzarsi come una dichiarazione di priorità, una bussola politica, perché è uno degli strumenti più potenti di cui dispone l’Unione Europea per plasmare le società.
A tal proposito ci aspettavamo un chiaro segnale di sostegno da parte della Commissione Europea sugli obiettivi sociali dell’Unione e invece abbiamo assistito a una regressione, a una centralizzazione dei fondi che comportano una riduzione degli investimenti sociali e che compromettono di fatto l’obbligo di conformarsi alla Convenzione ONU. Mentre infatti nell’attuale bilancio il 25% dei fondi sociali è riservato all’inclusione sociale, ciò che è fondamentale per garantire il finanziamento dell’inclusione delle persone con disabilità, nel bilancio proposto per il post-2027, questa destinazione del 25% è scomparsa, il che significa che quegli investimenti semplicemente svaniranno in molti Stati Membri, specie in quelli che già investono troppo poco sui diritti sociali. In altre parole, non ci sarà più una salvaguardia per la spesa a sostegno delle persone con disabilità. Spetterà cioè agli Stati Membri decidere.
Poi arriva forse la preoccupazione più grave: l’abbandono delle condizioni che consentono l’utilizzo dei fondi europei. Certo, le condizioni precedenti non erano perfette, ma erano la nostra ultima difesa contro l’uso improprio dei fondi europei, permettendo alla società civile di chiamare i governi nazionali a rispondere del loro operato, quando il denaro pubblico veniva utilizzato per mantenere istituzioni segreganti, pratiche che il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ha ripetutamente condannato.
E da ultimo, ma non certo ultimo, è stato estremamente deludente constatare che la Convenzione ONU non figurava in nessun punto degli articoli che stabiliscono le destinazioni orizzontali per i fondi. E non si tratta di una svista tecnica, ma di una scelta politica che dovremmo tutti far rivedere, collaborando con il Parlamento e gli Stati Membri alleati.
Oltre al bilancio e alla strategia sulla disabilità, dovremo discutere anche sulla situazione delle persone con disabilità nelle crisi, che stanno diventando sempre più frequenti, sia che si tratti di catastrofi naturali, che di emergenze sanitarie o di conflitti. Le persone con disabilità, infatti, rimangono pericolosamente prive di tutela, giacché troppo spesso i piani di emergenza vengono redatti senza di noi, le procedure di evacuazione ci ignorano e gli aiuti umanitari arrivano troppo tardi o non arrivano affatto. E questa non può essere considerata come una dimensione facoltativa dell’inclusione, ma è una questione di vita, sicurezza e dignità.
A questo punto mi si permetta una riflessione più personale, poiché questo sarà il mio ultimo intervento a questa Conferenza in qualità di Presidente del Forum Europeo sulla Disabilità.
Siamo scesi in piazza per garantire che la disabilità fosse riconosciuta nel Trattato di Amsterdam. Da quando il Forum Europeo è stato creato nel 1997, ho assistito alla straordinaria evoluzione del nostro movimento. Abbiamo ottenuto vittorie che molti consideravano impossibili. Il contributo decisivo del movimento europeo per la disabilità al testo finale della Convenzione ONU e la storica ratifica della Convenzione stessa da parte dell’Unione Europea dimostrano che l’azione di advocacy fondata sui diritti umani e guidata da noi può cambiare la direzione stessa dell’Europa.
Insieme abbiamo marciato per Bruxelles con oltre un milione di firme, per chiedere una legislazione contro la discriminazione delle persone con disabilità. Il nostro movimento ha sostenuto ogni allargamento dell’Unione Europea come mezzo per promuovere i diritti delle persone con disabilità. Abbiamo inoltre posto le questioni relative alla disabilità in cima all’agenda politica dei leader dell’Unione, con l’Anno Europeo delle Persone con Disabilità nel 2003, i Parlamenti Europei delle Persone con Disabilità e lo Stato dell’Unione sulla disabilità nel 2011, con la partecipazione dei Presidenti del Consiglio Europeo, del Parlamento e della Commissione.
In tutti questi anni abbiamo dimostrato che il nostro coinvolgimento attivo nel processo decisionale politico garantisce e continuerà a garantire diritti e tutela alle persone con disabilità. Ne sono un esempio la Direttiva sulla Parità di Trattamento in materia di occupazione, la Direttiva Europea sull’Accessibilità o la Disability Card, solo per citarne alcuni. E lo abbiamo fatto con ambizione, spirito critico e costruttivo. Abbiamo anche affrontato sfide politiche, economiche e sociali, come la crisi finanziaria, le misure di austerità, la pandemia da Covid-19, la guerra in Ucraina, la crisi del costo della vita e tutte le conseguenze dell’emergenza climatica. In ognuna di queste situazioni, le persone con disabilità sono state tra le più colpite, e il movimento delle persone con disabilità è sempre rimasto unito e determinato nell’evidenziare la situazione specifica delle persone con disabilità e le proposte di cambiamento.
E tuttavia dobbiamo anche riconoscere che l’attuale contesto politico che ci circonda è cambiato. L’era che celebrava l’uguaglianza, la diversità, l’inclusione e i diritti sta lasciando il posto a un’era di esclusione, divisione e deregolamentazione. Le narrazioni di taglio reazionario stanno guadagnando terreno e in alcuni Paesi la società civile viene messa a tacere, con tagli ai finanziamenti e allo spazio civico. Onestamente dobbiamo dire che anche se questa tendenza sembra prendere di mira in primo luogo altri gruppi e altre cause sociale, essa riguarda anche noi, poiché crea un clima in cui le organizzazioni che si occupano di disabilità possono sentirsi sotto pressione a rimanere in silenzio. Ma bisogna ricordare la nostra storia e dire che non resteremo in silenzio. perché il silenzio è resa e il movimento per i diritti delle persone con disabilità non è mai stato un movimento di resa. Abbiamo sempre dimostrato resilienza, ma la resilienza dev’essere accompagnata dalla responsabilità. Quindi, non dobbiamo ritirarci: è tempo cioè di proteggere i nostri diritti attraverso un’azione di advocacy efficace, è tempo di rafforzare la nostra capacità di agire insieme e con più determinazione che mai. È tempo insomma di dimostrare la nostra leadership e il potere dell’azione collettiva.
Auguro quindi a tutti noi coraggio e discussioni fruttuose che portino ad azioni concrete per aprire la strada all’Europa inclusiva a cui tutti aspiriamo e che tutti meritiamo.
*Presidente dell’EDF (European Disability Forum). Il presente testo corrisponde ai contenuti del discorso pronunciato in occasione della Conferenza di Bruxelles, per la Giornata Europea delle Persone con Disabilità. Traduzione a cura di Luisella Bosisio Fazzi, adattamento a cura della Redazione di Superando.
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