52 anni, Angela Trevisan è cieca dalla nascita e non cammina a causa di un errore medico durante il parto. “Io non mi schiodo. Diario di una donna determinata” è il titolo della sua autobiografia, ma anche il motto della sua vita. Da poche settimane è disponibile il suo secondo libro, “Racconti a ruota libera”, raccolta di novelle destinate a tutti e tutte, grandi e piccoli. Andiamo a conoscere questa donna tosta che “non si schioda”
La copertina dei “Racconti a ruota libera” di Angela Trevisan
“Io non mi schiodo”. Se una persona si annuncia con questa premessa, subito si comprende che ci troviamo di fronte ad un tipo tosto, nel senso buono del termine. Così è Angela Trevisan, residente a Leini, in provincia di Torino.
Angela ha 52 anni, dalla nascita è cieca e non cammina a causa di un errore medico durante il parto. Io non mi schiodo. Diario di una donna determinata” è il titolo della sua autobiografia, pubblicata nel 2019 per Alfa Edizioni (disponibile anche presso il Centro Nazionale del Libro Parlato e in quello di Torino), scelto non per caso visto che si può dire sia il motto della sua vita. Da poche settimane è disponibile il secondo libro, questa volta autoprodotto, Racconti a ruota libera, una raccolta di novelle destinate a tutti e tutte, grandi e piccoli.
L’occasione per incontrare questa donna tosta che “non si schioda” è proprio l’uscita del volume e da qui cominciamo il nostro incontro. «Ho deciso di dare voce agli oggetti e agli animali che mi stanno più a cuore, certa che hanno tante cose da dirci e soprattutto che hanno tanti motivi per sgridarci e farci riflettere. Il delfino Nemo, ad esempio, ci tira le orecchie per come lo trattiamo, per come roviniamo l’ambiente, non rendendoci conto che agendo così finiremo con l’autodistruggerci».
Nel capitolo Ma quanto sono bella, è la carrozzina dell’autrice a prendere la parola, descrivendosi come una sedia un po’ particolare con un ruolo molto importante: «La mia carrozzina dice che il suo schienale è pieno di adesivi di tutti i tipi, dal cantante al giocatore preferito, quindi è sempre più bella essendo anche di colori diversi. Deve però faticare tanto per accompagnare la sua padrona dove desidera, quindi si lamenta per il gran lavoro che è costretta a fare, dato che non è assolutamente vero che la persona con disabilità rimane chiusa in casa senza fare nulla».
Angela è proprio così, una donna tanto dinamica che il papà le dice che se dovesse crollare la casa di certo a lei non cadrà in testa, visto che a casa non c’è mai! Fa parte di un gruppo amatoriale di danza in carrozzina, Le ruote danzanti, inoltre è impegnata in teatro con la compagnia I gatti matti, composta da persone vedenti e non vedenti. Gli spettacoli che porta in scena sono una “sfida” per chi li guarda, soltanto alla fine infatti si svela chi tra gli attori e le attrici vede e chi no.
Oggi Angela può dirsi una donna realizzata capace di contagiare gli altri con il suo entusiasmo, ma fin dal principio il suo cammino è stato in salita: «Credo che i dottori che mi hanno fatta nascere fossero un tantino ubriachi o affrettati. Eravamo in due, mia madre diceva che ci sentiva quando ci muovevamo, i medici le ripetevano che non era possibile, che nel ventre di mia madre era presente un solo bambino, grosso e morto. In realtà siamo nati in due. Ero sotto peso, mi hanno messa in incubatrice dove mi hanno dato troppo ossigeno bruciandomi il nervo ottico, motivo per il quale non vedo».
Convivere con una doppia disabilità, non vedere e non camminare, mette di fronte a ostacoli che se ancora nel 2025 sono difficili da superare, figurarsi anni addietro, ad esempio quando Angela iniziò a frequentare la scuola. «Erano gli Anni Settanta – rammenta Angela -, i primi in cui si tendeva a voler accogliere i bambini con disabilità nelle scuole comuni. Sono stati gli anni in cui le nostre madri si sono battute per integrarci nella “scuola di tutti”. Mancava da parte degli insegnanti la formazione per seguirci in modo adeguato, oltre ad una cultura realmente inclusiva. Ho cambiato 13 insegnanti di sostegno, una sola conosceva il Braille. Durante la scuola elementare ho trascorso le mie giornate a stazionare in classe, senza fare praticamente nulla. Quando era con me l’insegnante di sostegno, a cui dovevo insegnare io quel poco di Braille che avevo imparato, andavamo in una classe a parte, per non far “perdere tempo” alle maestre e ai compagni. Alla faccia dell’inclusione!».
Ma com’era il rapporto con i compagni e le compagne di classe? «A parlarmi e ad aiutarmi erano solo in due, lo facevano con molto affetto. Gli altri non mi hanno mai mancato di rispetto, però erano le stesse maestre a mettermi in un certo senso in disparte per paura che potessi farmi male. Non c’era nessun intento discriminatorio, agivano così per proteggermi dai pericoli, ma finivo per essere isolata. Credo che se ai miei compagni fosse stato insegnato il Braille, se avessimo svolto delle attività insieme, certamente avrebbero imparato a conoscermi maggiormente e a “vedermi” come una di loro».
È a questo punto che i genitori di Angela fanno una scelta coraggiosa, “controcorrente”: la iscrivono a una scuola speciale per persone cieche. «Ebbene sì! I miei genitori hanno fatto una scelta controcorrente, proprio quando si cominciava a parlare di integrazione scolastica, loro hanno deciso di mandarmi alla scuola media ciechi. Tale scelta è stata dovuta al fatto che durante le elementari non avevo appreso quasi niente, pertanto sarei rimasta analfabeta».
Quella che avrebbe potuto essere un’esperienza segregante ha rappresentato quindi, con luci e ombre, una svolta positiva per diversi fortunati fattori: «Va detto che non mi sono mai sentita integrata come in tale istituto, dato che a frequentarlo non erano solo persone non vedenti, ma anche i ragazzi e le ragazze della zona senza disabilità visive. Gli insegnanti erano tenuti a conoscere il Braille e a registrare i libri per noi, oltre a supportarci in modo adeguato, gli stessi compagni erano maggiormente predisposti ad aiutarci e a giocare con noi durante gli intervalli. Mi sento di affermare che in tre anni ne ho frequentati otto, recuperando anche le basi della scuola elementare».
Angela insieme a Milly
Com’era la quotidianità nell’istituto, le chiedo, e quali ricordi conservi di quel periodo? «Tanti sono gli episodi che non dimenticherò mai in quella scuola, tutti legati alla preside, persona decisamente severa ed autoritaria, che mi ha insegnato il Braille con metodi alquanto discutibili, tra cui il puntarmi degli spillini nelle dita per comprendere in quale avrei avuto una maggior sensibilità. In quegli anni non ho conosciuto intervalli, né tanto meno sabati o domeniche, nessun momento di riposo, dovevo recuperare il tempo perso. Il ricordo indelebile? Quando la preside è arrivata con una carrozzina elettrica e, dato che aveva capito che non riuscivo ad accettare l’idea di stare su una sedia a rotelle, mi ha detto con un tono glaciale: “Da oggi starai seduta qui, la realtà va accettata per quello che è, tanto non potrai mai camminare, ringrazia che adesso esistono queste soluzioni”. In quel momento provai un senso di sconforto e di nervoso indicibili. Nel tentativo di spostarmi da sola, ad un certo punto stavo addirittura per volare dalle scale rischiando di uccidermi».
Arrivano poi gli anni dell’università, Angela si laurea a pieni voti in Lingue e Letterature Straniere. D’altra parte ha imparato presto a capire le altre lingue, la sua disabilità l’ha portata fin da piccola a recarsi in altri Paesi per cercare terapie in grado di aiutarla a vivere meglio. Segue poi un corso per centralinisti, un po’ a malincuore, essendo questo il “tipico” lavoro delle persone cieche, insomma, una sorta di scelta obbligata. Comincia il percorso professionale alla Camera di Commercio di Torino proprio con questa mansione che tuttora ricopre. «La maggioranza dei miei colleghi mi ha accolta in modo favorevole, con alcuni di loro sono nati dei bei rapporti di amicizia», racconta quando le domando com’è andata l’inclusione nel mondo del lavoro. «Purtroppo non sono mancati degli episodi di discriminazione, alcuni colleghi temevano di essere costretti a lavorare anche per me e che io volessi approfittare della mia disabilità per non fare niente», puntualizza. E non sono mancati nemmeno i consueti luoghi comuni che accompagnano le persone con disabilità che vogliono avere un’indipendenza economica. Su questo punto Angela non transige, è un discorso di dignità oltre che di uguaglianza: «Alcuni mi chiedevano chi me lo facesse fare, quando avrei benissimo potuto rimanermene a casa tranquilla, vivendo della pensione legata alla mia disabilità e dell’accompagnamento, mentre invece lavorando avrei dovuto rinunciare a tale pensione. Tali colleghi ovviamente non capivano che per me lavorare è stato il raggiungimento di un importante traguardo, che mi fa sentire uguale agli altri e soprattutto mi sento utile ed appagata di sudarmi i soldi che guadagno. Non si lavora solo per lo stipendio a fine mese, ma bensì anche per la propria integrazione nella società e per la dignità umana. In ogni caso posso dire che al lavoro sono stata valorizzata come persona e poco a poco mi sono conquistata la fiducia di numerosi colleghi e responsabili, al punto che per venire incontro alle mie difficoltà nello spostarmi di casa, mi è stato assegnato il telelavoro».
Nella sua autobiografia, scritta su suggerimento di alcuni amici, c’è spazio anche per l’ingresso nel lavoro, ma chi pensa di trovarsi di fronte ad un libro “pesante da leggere” che parla di avversità rimane deluso. La chiave di lettura dell’esistenza di Angela, infatti, è l’ironia, come quando al liceo gli insegnanti non usavano le parole “vedere” e “guardare” per non offenderla, mentre lei per prima, come tutte le persone cieche, non ha problemi ad utilizzare i verbi che caratterizzano questa disabilità. «Nell’autobiografia do spazio anche ad episodi come la Angela che fuma la sua prima sigaretta, che si ubriaca nel cuore di Londra e canta mezza svestita La società dei magnaccioni, che si innamora fino a perdere la testa, diventando davvero donna grazie a questa storia d’amore. L’intento con cui ho scritto questo libro è di far comprendere che la disabilità è un limite, ma può essere anche una risorsa».
“Io non mi schiodo”, l’autobiografia pubblicata da Angela Trevisan nel 2019
Torniamo alla raccolta di novelle Racconti a ruota libera, dove un capitolo ha una protagonista speciale, Milly, una dolce Labrador color miele, il cane da assistenza di Angela che sta seguendo un corso ad hoc per imparare a stare accanto ad una persona con una disabilità plurima, la cecità e difficoltà motorie. «Nel libro Milly narra la sua storia, da quando ha lasciato la sua mamma in Romania, per andare a vivere in un allevamento a Ferrara dove era destinata a diventare una fattrice e poi è venuta da me». Come ti aiuta ogni giorno? «La qualità della mia vita grazie a Milly è cambiata tanto, è sempre accanto a me. Al mattino è lei a svegliarmi e a riempirmi di baci. Se mi cade qualcosa so di poter contare sul suo prezioso aiuto, infatti è subito pronta a raccogliermi l’oggetto e a darmelo delicatamente in mano, se le chiedo di portarmi qualcosa lei lo fa senza problemi, basta che conosca il nome di ciò di cui sto parlando. Per piccoli tratti spinge anche la mia carrozzina con le sue zampine e se invece sono io a guidare la mia fuoriserie, Milly cerca di indicarmi eventuali ostacoli abbaiando. Le piace molto aiutarmi a svestirmi, togliendomi la maglia con molta disinvoltura».
I cani da assistenza sono poco diffusi e conosciuti nel nostro Paese. Come sei riuscita, chiedo ad Angela, a trovare un addestratore pronto a lanciarsi in quest’avventura? «Non è stato facile trovare un addestratore; infatti, le scuole che si occupano di cani guida per i non vedenti non si sentivano di avventurarsi con me che non cammino e quelle per persone con disabilità motorie non erano pronte a tentare l’esperienza con una non vedente. Come mi è capitato tante volte nella vita, mi sono sentita ripetere l’immancabile frase “non ce la farai mai”, ma io sono testarda e “non mi schiodo”. Ho conosciuto Gianluca Risi, un addestratore cinofilo, tramite un’amica comune. Lui ha creduto subito in me e pur dicendomi che non aveva mai vissuto un’esperienza di questo tipo, ci si è buttato a capofitto. Ogni giorno è stato uno scoprire come fare, un superare gli ostacoli che si presentavano sul nostro cammino. Come ho già detto, abbiamo raggiunto importanti traguardi, insperati ai più, persino per noi. Purtroppo ad oggi la figura del cane da assistenza in Italia non è riconosciuta, così come non esiste un albo per gli addestratori che se ne occupano. Spero con la mia testimonianza di sollecitare il Parlamento e chi di dovere a provvedere a riconoscere tale figura che cambia non poco la vita di persone in difficoltà».
Qualcosa si sta muovendo in tal senso e Angela è in prima linea: «L’ANPVI di Torino (Associazione Nazionale Privi della Vista ed Ipovedenti) ha creduto molto in questa mia idea e pertanto abbiamo creato il progetto Quattro zampe per Angela. Presso la sede nazionale di tale Associazione è presente un centro di autonomia e una scuola cani guida che è considerata un fiore all’occhiello nel settore. In tale scuola, appena possibile, ci si occuperà anche dei cani da assistenza. Per quanto riguarda la mia esperienza presso l’ANPVI, mi sono sentita fin da subito integrata, non mi è stata fatta pesare in alcun modo la mia condizione di doppia disabilità e anzi vengo definita spesso come “un valore aggiunto”. Il nostro sogno sarebbe di aprirci anche ai vedenti in modo che diventi un circolo culturale».
Milly e la disabilità, Angela le definisce “sue amiche”. Un’altra amica è la Fede: «La Fede è ed è sempre stata molto importante per me. Proprio grazie alla Fede ho trovato la forza per affrontare al meglio i momenti difficili della mia vita. Ho bisogno di credere che esista un’entità al di sopra dell’essere umano, del quale riesco a fidarmi sempre meno. La Fede è una luce interiore che illumina ogni giorno il mio cammino di vita».
Le domando anche cosa sono per lei le barriere: «C’è ancora tanta ignoranza, intesa in senso letterale, ovvero non sapere, e non in modo dispregiativo. Spesso le persone non sanno come rapportarsi con noi, ci vedono come degli alieni, se qualcuno ci accompagna, tendono a parlare con tale persona, affinché risponda al posto nostro, come se noi non fossimo capaci di parlare o peggio ancora di decidere per noi stessi. Siamo persone come tutte le altre con pregi e difetti, amiamo fare ciò che fanno tutti. E la disabilità non è un mondo a parte ma parte del mondo. Grazie alla mia storia intendo stimolare tutte quelle persone che trovano la loro vita vuota e priva di costrutto, facendo comprendere loro che la vita è un dono stupendo che vale sempre la pena di essere vissuta».
Cosa ti auguri per il futuro? «Che la tecnologia faccia degli enormi passi avanti per l’autonomia delle persone con disabilità. Spero che si inventino delle carrozzine in grado di essere comandate vocalmente, in modo da poter andare in giro da sola senza dipendere da nessuno. Inoltre mi auguro che vengano creati dei robot in grado di aiutarci a svolgere le faccende domestiche e della vita quotidiana. Insomma vorrei essere maggiormente autonoma. È veramente dura dipendere dagli altri, che spesso credono di sapere cosa è meglio per te facendoti cadere dall’alto l’aiuto che ti danno».
*Direttrice responsabile di Superando. Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “L’energia positiva di Angela Trevisan che non si ‘schioda’. La disabilità? ‘Una parte del mondo, non un mondo a parte’”) e viene qui ripreso per gentile concessione.
L’indirizzo di Angela Trevisan è angelatre73@gmail.com.
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