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Le novità di “Inclusion Job Day”, il luogo virtuale che rende concreta l’inclusione lavorativa

Evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità e in generale alle cosiddette “categorie protette”, “Inclusion Job Day”, di cui Superando è media partner, presenterà in questo 2026 alcune novità, dalla tavola rotonda in programma per il 13 marzo (“Inclusione è ancora la parola giusta per garantire la vera equità di diritti per tutti?”), in data diversa rispetto all’appuntamento di confronti tra aziende e candidati che sarà questa volta “doppio”, il 27 e il 31 marzo

Evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità e in generale appartenenti alle cosiddette “categorie protette” (come da Legge 68/99) che vogliano dare una svolta al loro futuro professionale e alle aziende che cerchino nuovi profili qualificati da inserire nell’organico, Inclusion Job Day è progettato e organizzato dalla digital agency Hidoly, che ha realizzato l’infrastruttura tecnologica e che fornisce l’assistenza prima, durante e dopo l’evento, e da Cesop HR Consulting Company, che cura la presenza delle aziende partecipanti.
Si tratta di un’iniziativa che come Superando seguiamo sin dagli inizi e che dall’autunno dello scorso anno ci vede anche impegnati come media partner. Questo 2026 coincide con il settimo anno di Inclusion Job Day e l’esordio prevede alcune novità rispetto alle edizioni precedenti.
Visto infatti il numero sempre più elevato di utenti che accedono alla piattaforma (circa 6.000 dal 2020), questa volta gli appuntamenti saranno due, con partecipazione all’uno o all’altro a scelta delle aziende. Il 27 marzo, dunque (ore 10.30-18) vi sarà l’evento con le consuete modalità, ossia con le aziende che si presenteranno, si confronteranno con i candidati attraverso le chat e organizzeranno i colloqui one-to-one; il 31 marzo, invece (dalle 10.30), la sessione sarà dedicata esclusivamente ai colloqui, su invito delle aziende.
Resta invece del tutto invariato l’accesso alla piattaforma (a questo link) che per i candidati, va ricordato, è completamente gratuito. Se già registrati, quindi, basta inserire le proprie credenziali per partecipare all’evento del 27 marzo. Se al primo accesso, invece, occorrerà registrarsi prima alla piattaforma, completare il proprio profilo e allegare il proprio curriculum. Chi si sarà registrato potrà partecipare all’evento e alle due sessioni di formazione nei giorni precedenti il 27 marzo.
La piattaforma è accessibile secondo linee guida WCAG 2.0 ed è disponibile l’interprete LIS durante le presentazioni delle aziende.

Dalle piccole e medie imprese alle multinazionali sono oltre 300 le aziende che hanno partecipato alle varie edizioni dell’Inclusion Job Day. Al momento in cui scriviamo, all’appuntamento del 27 marzo hanno aderito, tra le altre, Acea, Avio, DGS, Fincantieri, Gruppo BCC Icrrea, Gruppo CDP, Gruppo FS, Manhandwork, Mermec Group, SMCP, Terna, Umana.

Ma c’è anche un’altra importante novita: la tradizionale tavola rotonda legata agli eventi dell’Inclusion Job Day e dedicata ai temi DE&I (Diversity, Equity & Inclusion) cambia data: per agevolare infatti la partecipazione online delle aziende impegnate il 27 marzo a IJD, e di tutte quelle che potranno essere interessate all’argomento, la tavola rotonda stessa è stata anticipata alla mattinata del 13 marzo (ore 10-11.30). Questa volta il tema sarà Inclusione è ancora la parola giusta per garantire la vera equità di diritti per tutti? e vi parteciperanno Carlo Francescutti, componente dell’Autorità Garante dei Diritti delle Persone con Disabilità, Roberta Laudito, Care Innovation&Experience Manager, Francesca Marchegiano, educatrice narrativa, Manuela Pioltelli, responsabile dell’Area Collocamento Mirato dell’Agenzia per il Lavoro Umana, nonché, in rappresentanza di Superando, uno dei nostri principali collaboratori, Filippo Visentin.

Da segnalare, in conclusione, che gli appuntamenti successivi di Inclusion Job Day, superato questo mese di marzo, saranno quelli del 12 giugno e del 23 ottobre. Ma la piattaforma è sempre attiva e resta a disposizione delle aziende per caricare nuove posizioni a cui gli utenti possono candidarsi. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: Roberta Barba (roberta.barba@hidoly.com).

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L’obesità aumenta il rischio cardiometabolico nelle lesioni midollari

In occasione della recente Giornata Mondiale dell’Obesità del 4 marzo, l’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna) – la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita – ha voluto richiamare l’attenzione su un dato clinicamente rilevante nella mielolesione cronica: l’eccesso di peso si associa a un incremento significativo del rischio cardiometabolico, principale causa di decesso in questa popolazione Da sinistra Rosa Di Mauro, fisiatra, Laura Simoncini, direttrice dell’Unità Spinale di Montecatone, Luca Valeriani, responsabile della Nutrizione Clinica dell’AUSL di Bologna e Giulio Spinucci, internista esperto di Nutrizione Clinica di Motecatone, al recente convegno “Clinical Nutrition Pills” di Milano Marittima

In occasione della recente Giornata Mondiale dell’Obesità del 4 marzo, l’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna) – la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita – ha voluto richiamare l’attenzione su un dato clinicamente rilevante nella mielolesione cronica: l’eccesso di peso si associa a un incremento significativo del rischio cardiometabolico, principale causa di decesso e non solo in questa popolazione.
«Negli ultimi decenni – sottolineano infatti da Montecatone – il quadro epidemiologico è profondamente cambiato: se in passato le complicanze respiratorie rappresentavano la causa prevalente di mortalità nelle persone con lesione midollare, oggi gli eventi cardiovascolari costituiscono circa il 40% dei decessi, superando le patologie polmonari (24%), un cambiamento legato anche alla crescente diffusione di obesità e sindrome cardiometabolica».

Tale evidenza è emersa dalla casistica presentata al congresso scientifico sul tema Clinical Nutrition Pills, svoltosi recentemente a Milano Marittima (Ravenna), al quale hanno partecipato tra gli altri Laura Simoncini, direttrice dell’Unità Spinale di Montecatone, Rosa Di Mauro, fisiatra, Giulio Spinucci, internista esperto di Nutrizione Clinica dell’Istituto e Luca Valeriani, responsabile della Nutrizione Clinica dell’AUSL di Bologna, con il quale la struttura imolese ha in corso una collaborazione nell’àmbito del progetto dedicato.
«Nella persona con lesione midollare – spiegano ancora da Montecatone – l’obesità non può essere valutata solo attraverso il peso o il BMI tradizionale [il BMI è l’Indice di Massa Corporea, N.d.R.]: la composizione corporea, infatti, è alterata, con aumento della massa grassa e riduzione di quella muscolare, e il dispendio energetico è significativamente inferiore rispetto alla popolazione generale. Ne deriva uno squilibrio tra calorie introdotte e consumo reale che, nel tempo, favorisce l’accumulo di grasso. A tal proposito, nell’esperienza del nostro Istituuto, in un anno di valutazione di pazienti cronici con età media di 52 anni, come emerge dai dati elaborati da Giulio Spinucci assieme al proprio team, è stata riscontrata una prevalenza pari all’80,5%, frequentemente associata a ipertensione, diabete e alterazioni lipidiche».
«L’invecchiamento della persona con mielolesione – sottolinea Laura Simoncini – impone una revisione delle strategie alimentari e dell’impostazione preventiva. Integrare infatti in modo strutturato educazione nutrizionale e promozione di corretti stili di vita nel percorso riabilitativo significa intervenire in modo tempestivo sui fattori di rischio e ridurre l’impatto delle complicanze nel tempo».

Anche il quadro regionale relativo all’Emilia Romagna conferma la rilevanza del tema: in tale Regione, infatti, l’eccesso di peso riguarda il 42% delle persone tra i 18 e i 69 anni e supera il 50% tra gli ultrasessantaquattrenni. «L’obesità non è solo una questione individuale – afferma in tal senso Massimo Fabi, assessore dell’Emilia Romagna alle Politiche per la Salute -, ma una sfida di salute pubblica».

«Nelle persone con mielolesione – conclude il commissario straordinario di Montecatone Mario Tubertini – la valutazione dell’obesità deve rappresentare un elemento centrale del follow-up clinico; perciò investire oggi nella prevenzione significa ridurre la principale causa di mortalità e migliorare qualità e aspettativa di vita». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa dell’Istituto Riabilitativo Montecatone (Massimo Boni), massimo.boni@montecatone.com.

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In Piemonte per la Settimana Mondiale del Glaucoma

Anche in Piemonte le Sezioni dell’UICI, in collaborazione con IAPB Italia, promuovono in questi giorni una serie di iniziative di prevenzione e sensibilizzazione in occasione della Settimana Mondiale del Glaucoma, evento dedicato alla prevenzione e alla diagnosi precoce di una delle principali cause di cecità irreversibile nel mondo, patologia oculare spesso asintomatica nelle fasi iniziali, ma progressivamente invalidante

Anche in Piemonte le Sezioni locali dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), in collaborazione con IAPB Italia, componente nazionale dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, promuovono in questi giorni una serie di iniziative di prevenzione e sensibilizzazione in occasione della Settimana Mondiale del Glaucoma, di cui abbiamo già ampiamente riferito in altra parte del giornale, evento dedicato alla prevenzione e alla diagnosi precoce di una delle principali cause di cecità irreversibile nel mondo, patologia oculare spesso asintomatica nelle fasi iniziali, ma progressivamente invalidante.
«L’obiettivo – spiegano dall’UICI Piemonte – è segnatamente quello di aiutare i cittadini e le cittadine a difendersi da una patologia subdola, che causa un aumento di pressione all’interno dei bulbi oculari: nelle fasi iniziali può essere completamente asintomatica, ma, se non diagnosticata in tempo, rischia di incidere pesantemente sulla qualità della vista. Si stima che in Italia circa un milione di persone siano affette da glaucoma, ma solo la metà ne è consapevole. Ecco allora l’importanza della prevenzione».

«In molte Province piemontesi, nelle piazze o nelle sedi della nostra Associazione – ricorda Franco Lepore, presidente dell’UICI Piemonte – verranno organizzati screening gratuiti. Inoltre sono in programma incontri pubblici con specialisti, per aiutare cittadini e cittadine a conoscere il glaucoma e prevenirlo. Infatti, con visite periodiche e diagnosi tempestive, questa malattia può essere tenuta sotto controllo, con serenità. In un momento non semplice, nel quale può essere complicato trovare tempi e spazi da dedicare alla propria salute, invitiamo tutti a cogliere queste opportunità». (S.B.)

A questo link è disponibile il dettaglio delle iniziative promosse per la Settimana del Glaucoma dalle Sezioni UICI del Piemonte. Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa UICI Piemonte (Lorenzo Montanaro), comunicazione@uicpiemonte.it.

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La disabilità creata dalla guerra e dalla disuguaglianza è la vera sconfitta dell’umanità

«Le persone con disabilità – scrive Salvatore Cimmino – non sono casi sociali o numeri su un registro. Sono esseri umani. Vogliono amare, costruire una famiglia, avere una casa, un lavoro e vivere in armonia col mondo. Quella che chiamano normalità è un diritto, non un privilegio. È ora di smetterla di guardare altrove. La disabilità creata dalla guerra e dalla disuguaglianza è la vera sconfitta dell’umanità»

Prima che la follia umana incendiasse l’Ucraina e prima che il Medio Oriente esplodesse in un nuovo, devastante conflitto tra Israele, USA e Iran, il mondo contava già, a quanto sembra, oltre 1 miliardo e 400 milioni di persone con disabilità. Oggi, sotto il peso delle macerie di queste guerre folli, sono certo che abbiamo superato di gran lunga quella cifra.
Sono numeri che definire emergenza è un eufemismo. Siamo di fronte a una catastrofe umanitaria permanente, spesso ignorata dai salotti del potere e dai titoli dei telegiornali. Chi si occuperà di questa enorme popolazione? Quale futuro stiamo costruendo?
Mentre i Governi bruciano miliardi in armamenti, ci auguriamo — anzi, pretendiamo — che la fine di questa cinquantina di conflitti sparsi per il globo porti finalmente a una nuova linea politica. Non elemosina, ma inclusione vera. Speriamo in un cambio di rotta che restituisca speranza al pianeta, mettendo al centro la dignità umana e non il profitto bellico.

E a proposito di profitto, parliamo dell’osceno mercato degli ausili e delle protesi. È inaccettabile che la tecnologia di ultima generazione sia un lusso per pochi. Un ginocchio elettronico o bionico non può e non deve costare 80.000 euro!
Come mi ricordava l’amico Hugh Herr, uno dei più grandi scienziati al mondo in questo campo, stiamo parlando di ingegneria, spesso composta da componenti accessibili, non di oro colato. Far pagare un prezzo simile significa condannare alla disabilità permanente chi non può permetterselo. Normare questo mercato è un imperativo morale.

Le persone con disabilità non sono casi sociali o numeri su un registro. Sono esseri umani. Vogliono amare, costruire una famiglia, avere una casa, un lavoro e vivere in armonia col mondo. Quella che chiamano normalità è un diritto, non un privilegio.
È ora di smetterla di guardare altrove. La disabilità creata dalla guerra e dalla disuguaglianza è la vera sconfitta dell’umanità.

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Olimpiadi e Paralimpiadi: l’inclusione parola bellissima, ma la realtà racconta una storia un po’ diversa

«Se gli atleti sono tutti campioni – scrive Marco Macrì -, se gli impianti sono gli stessi, se i soldi pubblici sono gli stessi, perché lo spettacolo di Olimpiadi e Paralimpiadi continua a essere diviso in due atti? Forse perché l’inclusione è una parola bellissima, ma applicarla fino in fondo è molto più complicato?» Il logo delle Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina che si stanno svolgendo in questi giorni

Ogni quattro anni si celebra il grande rito dello sport mondiale. Prima le Olimpiadi: riflettori accesi, sponsor, audience globale, stadi pieni. Poi, settimane dopo, arrivano le Paralimpiadi. Stessi impianti, stessi colori, stessi atleti di altissimo livello. Ma visibilità, attenzione e risorse decisamente diverse.
La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: motivi logistici e organizzativi. Peccato che, guardando i numeri, il problema sembri meno tecnico e molto più culturale.
Ai Giochi Paralimpici partecipano circa 4.400 atleti provenienti da oltre 180 Paesi, impegnati in più di 540 eventi medaglia. Numeri che raccontano uno dei più grandi eventi sportivi del pianeta. Eppure il calendario continua a dire la stessa cosa: prima lo sport “vero”, poi quello “paralimpico”.
Nel caso dei Giochi Milano Cortina 2026, infatti, le Olimpiadi si sono svolte, com’è noto, dal 6 al 22 febbraio, mentre le Paralimpiadi si stanno svolgendo ora, fino al 15 marzo. Stessi luoghi, stessi impianti, ma a riflettori ormai semi-spenti.
Il divario emerge ancora più chiaramente quando si parla di economia.
Secondo le stime sull’indotto per la città di Milano:
– Olimpiadi: circa 319 milioni di euro e 725.000 spettatori;
– Paralimpiadi: circa 31 milioni di euro e 73.000 spettatori.
Tradotto: dieci volte meno.
Sul fronte dei costi pubblici, le cifre restano invece molto serie. Solo alcune opere infrastrutturali collegate ai Giochi superano 427 milioni di euro, mentre l’organizzazione complessiva dell’evento vale circa 2 miliardi di euro.
Per i Giochi Paralimpici la quota stimata di spesa organizzativa è di circa 248 milioni di euro. Non bruscolini!
E poi ci sono i premi agli atleti. Fino a pochi anni fa, in Italia, una medaglia d’oro olimpica valeva 180.000 euro, mentre quella paralimpica 75.000 euro. Meno della metà. L’equiparazione è arrivata solo di recente, dopo pressioni e polemiche.
Insomma: quando si parla di valori olimpici — inclusione, uguaglianza, rispetto — il linguaggio è impeccabile. Quando si guardano calendario, audience e risorse, la realtà racconta una storia un po’ diversa.
La domanda, a questo punto, è semplice: se gli atleti sono tutti campioni, se gli impianti sono gli stessi, se i soldi pubblici sono gli stessi, perché lo spettacolo continua a essere diviso in due atti?
Forse perché l’inclusione è una parola bellissima, ma applicarla fino in fondo è molto più complicato?

*Genova Inclusiva (marcopompierege@gmail.com).

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Violenza sulle donne con disabilità: no a percorsi separati

«Tutti i servizi – scrivono tra l’altro dal Gruppo LEDHA Donne – devono essere messi nelle condizioni di poter offrire un’accoglienza competente e appropriata a ogni donna, attraverso la formazione continua e il supporto esperto e qualificato. Ed è fondamentale evitare soluzioni che incanalino le donne con disabilità vittime di violenza verso strutture esclusive. In tal senso, i Centri Antiviolenza devono operare in una logica di rete» Immagine creata con l’intelligenza artificiale, fotografando il murale contro il femminicidio nel quartiere San Lorenzo a Roma e inserendo nell’immagine stessa una donna in carrozzina che si unisce con la mano alle altre donne

Pubblichiamo oggi il seguente contributo del Gruppo LEDHA Donne, diffuso in occasione della Giornata Internazionale della Donna di ieri, 8 Marzo. La LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) è la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie)

Non solo mimose e festa. Per le donne, l’8 Marzo è memoria, è lotta, è conquista, è futuro. Per le donne con disabilità è l’occasione per chiedere e pretendere di costruire, una rete di Centri Antiviolenza aperta a tutte le donne, nessuna esclusa. Non è solo uno slogan, ma il principio cardine che deve guidarne l’azione nel loro impegno quotidiano.
Una rete sempre più competente e specializzata nell’accoglienza della totalità dell’esperienza femminile, con un’attenzione particolare a chi rischia di rimanere invisibile, come le donne con disabilità.
Il territorio lombardo è ricco di istanze, competenze e buone pratiche: realtà come la rete Artemisia (promossa dalla Fondazioni Somaschi, dalla LEDHA, dal Centro per la Famiglia Card. Carlo Maria Martini e dalla Fondazione ASPHI) o il progetto PRIDE (realizzato dalla LEDHA, da CBM e dall’Istituto dei Sordi di Torino) rappresentano un patrimonio di conoscenza prezioso che deve essere valorizzato e messo a sistema.
La violenza contro le donne con disabilità assume infatti forme specifiche e spesso subdole, che si aggiungono e si intrecciano con quelle psicologiche, fisiche ed economiche. Non si tratta solo di maltrattamenti, ma anche di violenza economica (come il controllo o la sottrazione della pensione di invalidità), della negazione di farmaci o di ausili essenziali, dell’abbandono in luoghi inaccessibili, della manipolazione psicologica legata al rapporto di dipendenza dal caregiver, fino alla violenza sessuale agevolata dalla condizione di vulnerabilità che non può essere letta soltanto come fragilità individuale, ma deve essere affrontata come un fenomeno strutturale, culturale e politico.

Accogliamo dunque con favore l’attenzione che il Piano Antiviolenza della Regione Lombardia dedica al tema delle donne con disabilità e alla presa in carico specializzata. È proprio a partire da questa attenzione che vogliamo offrire il nostro contributo propositivo, forte dell’esperienza maturata sul campo. Crediamo infatti che oggi si apra una preziosa opportunità per co-progettare insieme un sistema sempre più efficace e inclusivo.
Crediamo fermamente che la strada maestra per contrastare la violenza sia un approccio universalistico: un modello in cui tutte le donne, con le loro specificità e i loro molteplici bisogni, possano trovare accoglienza in ogni Centro Antiviolenza. L’intersezionalità – l’intersecarsi di diverse condizioni come disabilità, origine, situazione sociale – non richiede percorsi separati, ma al contrario servizi formati e flessibili, capaci di accogliere la complessità di ogni storia.
L’obiettivo che ci unisce è contrastare lo stigma e la discriminazione. Per farlo nel modo più efficace, è fondamentale evitare meccanismi che possano, involontariamente, istituzionalizzare la diversità. Un sistema che separa le donne in categorie rischia infatti di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. La vera inclusione si realizza quando la diversità viene accolta e valorizzata all’interno di un contesto comune, come arricchimento per l’intera comunità.

Il principio guida deve essere la garanzia di pari dignità e pari accesso per ogni donna che si rivolge alla rete antiviolenza. L’orientamento all’inclusione significa che nessun Centro Antiviolenza deve poter escludere una donna in base alla sua condizione. Al contrario, tutti i servizi devono essere messi nelle condizioni di poter offrire un’accoglienza competente e appropriata a ciascuna, attraverso la formazione continua e il supporto esperto e qualificato.
È fondamentale evitare soluzioni che incanalino le donne con disabilità vittime di violenza verso strutture esclusive come RSD, RSA [Residenze Sanitarie Disabili, Residenze Sanitarie Assistenziali, N.d.R.] o Centri Antiviolenza riservati, poiché ciò violerebbe il principio di inclusione. I Centri Antiviolenza devono invece operare in una logica di rete, con cooperazione attiva di figure specialistiche e protocolli operativi che garantiscano l’accessibilità e il supporto all’autonomia.
La vera leva per un cambiamento duraturo è la formazione. Una formazione obbligatoria e trasversale per tutte le operatrici e gli operatori della rete sui temi della disabilità, del disagio psichico, delle migrazioni e di ogni altra condizione che possa generare bisogni specifici. Formare il personale significa dotare l’intero sistema della competenza necessaria per riconoscere e accogliere ogni forma di violenza, senza bisogno di creare percorsi separati.
Ricordiamo che adottare una lente universalistica significa ribaltare la prospettiva: non è la donna a doversi adattare a procedure standardizzate, ma è il sistema di presa in carico che deve essere sufficientemente solido, flessibile e formato per potersi adattare alle esigenze di ciascuna.
Investiamo quindi nella flessibilità organizzativa e nella personalizzazione degli interventi, perché ogni donna possa trovare la risposta di cui ha bisogno nel modo e nei tempi giusti per lei.

Siamo convinte, in conclusione, che l’obiettivo di costruire una società libera dalla violenza di genere per tutte le donne, nessuna esclusa, e davvero inclusiva sia un obiettivo condiviso. Le competenze, le esperienze e le proposte che mettiamo a disposizione vogliono essere un contributo per arricchire e migliorare il sistema, nella convinzione che solo camminando insieme – Istituzioni, Centri Antiviolenza, Associazioni delle persone con disabilità e Terzo Settore – si possa tradurre in pratica concreta il diritto universale di ogni donna con disabilità a una vita libera dalla violenza.
Essere “Vicini ad ogni donna” significa esattamente questo: esserci, nel modo e nella forma di cui quella specifica donna ha bisogno per essere vista, ascoltata, creduta e accompagnata verso la libertà da ogni tipo di violenza.

*La LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) è la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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Glaucoma: la prevenzione è sempre la carta migliore

Questa è la Settimana Mondiale del Glaucoma, iniziativa promossa dall’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità (IAPB) e dedicata a una delle principali cause di cecità irreversibile nel mondo, per affrontare la quale la prevenzione e la diagnosi precoce rappresentano strumenti fondamentali. Per l’occasione, le Sezioni dell’UICI promuoveranno numerose iniziative di informazione e sensibilizzazione su tutto il territorio nazionale. Segnaliamo qui in particolare quelle dell’Emilia Romagna

Iniziativa internazionale promossa da IAPB Italia, componente nazionale dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, quella che si è aperta ieri, 8 marzo, è la Settimana Mondiale del Glaucoma dedicata alla prevenzione e alla diagnosi precoce di una delle principali cause di cecità irreversibile nel mondo, patologia oculare spesso asintomatica nelle fasi iniziali, ma progressivamente invalidante. Proprio per questo la prevenzione e la diagnosi precoce rappresentano strumenti fondamentali per preservare la funzione visiva e intervenire tempestivamente nei casi a rischio.

Per l’occasione, in tutta la settimana, in varie parti del Paese sono previsti momenti di sensibilizzazione e controllo aperti al pubblico, come spiega Marco Trombini, presidente dell’UICI Emilia Romagna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti): «Nel corso di questa Settimana Mondiale del Glaucoma, le Sezioni locali dell’UICI promuoveranno numerose iniziative di informazione e prevenzione su tutto il territorio nazionale: incontri pubblici, screening, momenti divulgativi e attività di sensibilizzazione, per richiamare l’attenzione sull’importanza dei controlli oculistici periodici. La prevenzione, infatti, è fondamentale per contrastare una patologia che può compromettere seriamente la qualità della vita».

Rimandando qui Lettori e Lettrici ai rispettivi link di approfondimento sulle iniziative previste in Emilia Romagna, a cura delle Sezioni UICI di BolognaParmaPiacenza, Reggio Emilia e Rimini, segnaliamo qui anche il link a un questionario sul glaucoma, particolarmente utile a raccogliere dati e informazioni significative. (S.B.)

Per ogni ulteriore approfondimento: Marzia Mecozzi (m.mecozzi@audiotre.com).

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Le donne con sindrome di Down per l’8 Marzo: non siamo bambine e se diciamo no, è no

«Le persone che non mi conoscono mi chiamano bimba. Questo mi dà molto fastidio. Per me è molto importante, essendo donna»: è una delle tante voci di donne con sindrome di Down cui l’Associazione AIPD vuole dare risonanza in occasione della Giornata Internazionale della Donna dell’8 Marzo, donne che, nel condividere le proprie esperienze di vita quotidiana, rivendicano il diritto di essere adulte, rispettate, ascoltate

Maria viene dalla Sardegna: «Quando mi trattano come una bambina, mi sento umanamente attaccata alle spalle. Succede al supermercato, dove lavoro: alcuni clienti mi trattano come una bambina, ma sono una donna e voglio essere trattata come tale». Chiara è di Roma: «Le persone che non mi conoscono mi chiamano bimba. Questo mi dà molto fastidio. Per me è molto importante, essendo donna».
Sono alcune delle voci di donne – non bambine, non ragazze: donne – che l’AIPD Nazionale ha incontrato e interpellato nel corso di un recente seminario di formazione sui temi della sessualità e l’affettività realizzato nell’àmbito del progetto Forma-mentis, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (a questo link è disponibile un breve video, realizzato durante il seminario dall’educatore e formatore AIPD Francesco Cadelano, con alcune testimonianze). «Quando faccio la doccia a volte mio papà entra in bagno. Lui dice “Non guardo, non guardo”, ma a me scoccia lo stesso e lo mando via, perché ormai sono una donna», racconta un’altra. «A volte mamma o papà mi dicono “bambina mia”. Ma io gli rispondo: “Lo ero, ma oggi sono donna, sono anche fidanzata!», aggiunge un’amica.

Sono state tante e tanti a partecipare a quel seminario, uomini e donne con sindrome di Down, tra cui alcune coppie “storiche”, che hanno riflettuto su temi come il rispetto, la privacy, la fiducia, il desiderio. E si sono confrontati, con interesse e partecipazione, su cosa sia sicuro fare e cosa, invece, si debba evitare: si può accettare un passaggio da un collega? È giusto abbracciare un amico? Pubblicare le proprie foto in bikini va bene oppure no? E camminare tenendo la mamma per mano, va bene anche a 18 anni?
Sono i volti e le voci di queste donne che l’AIPD vuole mostrare in occasione dell’8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna (International Women’s Day), donne che, nel condividere le proprie esperienze di vita quotidiana, rivendicano il diritto di essere adulte, rispettate, ascoltate. «A me e al mio fidanzato piace andare a cena fuori, ma spesso al ristorante ci guardano tutti, come se ci fosse qualcosa di strano», racconta una di loro.
Sul tema della violenza sulle donne, poi, il loro parere è unanime: «Devono difendersi e chiedere aiuto, anche con il segno HELP».
Nei giorni in cui il cosiddetto “Decreto Bongiorno” porta in piazza migliaia di persone, a dire che perché sia amore serve il consenso, altrimenti è violenza, il messaggio che arriva da queste donne è chiaro: «Se non voglio non voglio. E vale anche per il mio fidanzato. Se dico di no è no».
E infine l’augurio: «Che tutte le donne possano essere felici. Felici anche con se stesse».

«La nostra Associazione – dichiara Gianfranco Salbini, presidente nazionale dell’AIPD – rinnova il suo impegno a costruire percorsi di consapevolezza e autonomia per le persone con sindrome di Down. Gli uomini e le donne che, accompagnati dagli operatori, hanno preso parte a quelle nostre giornate formative ci dicono quanto sia forte il loro desiderio di partecipazione e di possedere tutti gli strumenti che servono per non correre rischi, per non commettere ingenuità, per non sbagliare. Come famiglie, spetta a noi il compito di riconoscere e accompagnare questo desiderio: sappiamo quanto sia difficile lasciarli andare, accettando il fatto che non possiamo e non dobbiamo proteggerli per sempre. Ma è proprio questo il nostro compito: costruire, insieme a loro, quel “dopo di noi” che oggi è per tutti i genitori la più grande preoccupazione e angoscia. Favorire la partecipazione delle nostre figlie e dei nostri figli alle attività dell’Associazione è l’atto di amore più grande e lungimirante che possiamo compiere». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampaaipd@gmail.com.

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I festival musicali: una “caccia al tesoro” frustrante e spesso impossibile per le persone con disabilità

Tra barriere digitali e fisiche, partecipare a un festival musicale in Italia nel 2025 è stata ancora una sorta di “caccia al tesoro” frustrante e spesso impossibile per le persone con disabilità: è quanto emerge da una dettagliata indagine curata dall’Associazione Caratteri Cubitali attraverso il proprio gruppo di ricerca partecipata «Lato A» «La non-informazione non è dimenticanza – commentano da Caratteri Cubitali -, è esclusione»

Partecipare a un festival musicale in Italia nel 2025 è stata ancora una sorta di “caccia al tesoro” frustrante e spesso impossibile per le persone con disabilità: è quanto emerge dal documento Non c’è, non si trova, non esiste, curato dall’Associazione Caratteri Cubitali attraverso il proprio gruppo di ricerca partecipata «Lato A».
Condotta su 100 eventi musicali nel 2025, da parte di attiviste, attivisti e professionisti con disabilità e neurodivergenze, l’indagine (disponibile a questo link) ha evidenziato dunque la presenza di barriere sia digitali che fisiche, con la mancanza di contatti dedicati, di informazioni sui servizi igienici e di garanzie di accesso alla pari degli altri. In tal senso, più della metà dei festival analizzati (il 51%) non dedica alcuna pagina all’accessibilità sul proprio sito ufficiale. «Questo vuoto informativo – sottolineano da Caratteri Cubitali – si traduce in un’esclusione pratica: senza sapere infatti se troveranno soluzioni accessibili, bagni adatti o garanzie di poter partecipare agli spettacoli come qualunque altra persona, moltissime rinunciano in partenza all’acquisto del biglietto».

Entrando ulteriormente nel dettaglio del report realizzato, esso ha messo in luce alcuni dati realmente inquietanti sulla gestione delle informazioni essenziali, vale a dire:
° contatti inesistenti, con il 71% dei festival che non fornisce un’email dedicata per chiedere supporto sull’accessibilità;
° servizi igienici accessibili che non vengono segnalati dall’89% dei siti;
° salute e dispositivi medici: il 96% degli eventi non specifica se sia possibile introdurre dispositivi medici personali (come farmaci o ausili), e in alcuni casi il regolamento ne dichiara esplicitamente il divieto;
° alimentazione: l’87% ignora le esigenze di chi ha allergie o diete specifiche per motivi di salute.

«Una delle barriere più forti – spiegano da Caratteri Cubitali – sono le tempistiche. Infatti, mentre chi ha disabilità deve pianificare viaggi e alloggi con mesi di anticipo per assicurarsi di trovare soluzioni accessibili per gli spostamenti, i festival pubblicano informazioni cruciali solo a ridosso dell’evento, tramite dati quasi sempre raccolti nell’immediatezza dell’evento stesso. A questo si aggiungono procedure di acquisto dei biglietti faticose: il 60% dei festival non dà indicazioni sugli ingressi riservati e molti richiedono certificazioni mediche eccessive, violando i principi di riservatezza del Garante per i Diritti della Privacy».

Il report di Caratteri Cubitali solleva anche una questione politica, ossia la mancanza di sezioni dedicate alla trasparenza amministrativa. Nonostante infatti molti festival ricevano sostegno pubblico, è rarissimo trovare informazioni chiare su come vengano impiegati questi fondi per garantire l’inclusione universale. «Questa opacità è critica – si legge nel report – perché l’accessibilità non è una concessione straordinaria, ma uno standard strutturale previsto dalla legge».

In questo panorama decisamente desolante, spicca il caso dell’Ypsigrock Festival, che merita piena visibilità: nonostante si svolga infatti in un territorio montuoso complesso come le Madonie in Sicilia, esso dimostra che la chiarezza delle informazioni e i contatti dedicati possono abbattere anche barriere geografiche.

«Ogni informazione mancante è un’opportunità persa – dichiarano le persone volontarie di Caratteri Cubitali -: la nostra Associazione chiede quindi a chi organizza festival, eventi musicali e spettacoli dal vivo di cambiare radicalmente per mettere fine all’esclusione delle persone con disabilità dagli eventi stessi. Le soluzioni ci sono, ma prima di tutto serve la volontà politica di progettare esperienze pensate davvero per tutti e tutte. Bisogna ascoltare e coinvolgere direttamente la comunità delle persone con disabilità, riconoscendo le competenze di chi vive le barriere ogni giorno».
«Con l’entrata in vigore della Direttiva Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Act) – concludono -, avvenuta nel mese di giugno dello scorso anno, rendere i siti e i servizi digitali accessibili è diventato un obbligo di legge: ignorare questi dati significa esporsi a sanzioni e violazioni dei diritti civili. Certo, però, non sono le sanzioni a dover offrire una motivazione a migliorare, ma la consapevolezza di non poter più lasciare indietro nessuna persona. L’accessibilità è un diritto, non un favore». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: latoa@caratteri-cubitali.it (Giada Pierallini, coordinatrice del report).

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Tre donne cieche raccontano le sfide affrontate nella vita e nel lavoro

La finlandese Tytti Matsinen, presidente dell’EBU, Esma Gumberidze, giovane donna della Georgia e Victoria Harrison, ambasciatrice del Regno Unito in Slovenia, raccontano le sfide affrontate in àmbiti quali l’accesso al lavoro o la ricerca di un equilibrio tra vita personale e carriera professionale, in un video lanciato dall’EBU, l’Unione Europea dei Ciechi, in occasione della Giornata Internazionale della Donna dell’8 Marzo Tytti Matsinen, presidente dell’EBU, l’Unione Europea dei Ciechi (foto di Terhi Korhonen)

In occasione della Giornata Internazionale della Donna dell’8 Marzo (International Women’s Day), l’EBU, l’Unione Europea dei Ciechi, ha lanciato il video denominato Bring down the barriers: a call for gender equality (“Abbattiamo le barriere: un appello per la parità di genere”), disponibile a questo link (in inglese con i sottotitoli in italiano).
Nel video appaiono tre donne cieche, la finlandese Tytti Matsinen, presidente dell’EBU, Esma Gumberidze, giovane donna della Georgia e Victoria Harrison, ambasciatrice del Regno Unito in Slovenia, che raccontano delle sfide affrontate in àmbiti quali l’accesso al lavoro o la ricerca di un equilibrio tra vita personale e carriera professionale. Sulla base delle loro esperienze, inoltre, condividono anche parole di incoraggiamento per le donne cieche e ipovedenti. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il video (in inglese, con sottotitoli in italiano). Per ogni ulteriore informazione: Nacho Lopez (nacho.lopez@euroblind.org), a cui scrivere in inglese.

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Per costruire un sistema in Piemonte che garantisca servizi e una rete di supporto alle persone con lesione midollare

La Federazione FAIP è stata invitata per il 9 marzo a un’audizione presso la Quarta Commissione Sanità del Consiglio Regionale del Piemonte, allo scopo di discutere della situazione e delle prospettive dell’Unità Spinale Unipolare di Torino, passaggio che può porre le basi di un sistema in grado di accompagnare le persone con lesione midollare della Regione lungo tutto il percorso di cura, riabilitazione e reinserimento sociale, sul modello di quanto già fatto in altre Regioni L’Unità Spinale Unipolare di Torino

La FAIP (Federazione Italiana delle Associazioni di Persone con lesione al midollo spinale) è stata invitata per il 9 marzo a un’audizione presso la Quarta Commissione Sanità del Consiglio Regionale del Piemonte, allo scopo di discutere della situazione e delle prospettive dell’Unità Spinale Unipolare di Torino, struttura considerata fondamentale per la presa in carico delle persone con lesione al midollo spinale.
Per l’occasione la Federazione presenterà alla Commissione un documento elaborato insieme alle associazioni e ai rappresentanti delle realtà territoriali, per avviare un confronto strutturato con le Istituzioni regionali. Si tratta di un testo basato sui dati clinici disponibili e sull’analisi delle criticità dell’attuale sistema di presa in carico, che propone un percorso utile a portare in tempi rapidi alla definizione di una Legge Regionale capace di rilanciare e rafforzare in modo stabile il ruolo dell’Unità Spinale torinese.

«L’intento – sottolineano dalla FAIP – è quello di riconoscere formalmente la struttura torinese come centro di riferimento regionale, garantendo un modello organizzativo chiaro e una rete integrata di servizi sanitari e sociosanitari dedicati alle persone con lesione midollare. La proposta si ispira anche alle esperienze già realizzate in altre Regioni italiane, come quelle promosse dalla Regione Lombardia e dalla Regione Umbria, dove specifiche normative hanno contribuito a strutturare e rafforzare il sistema di cura e riabilitazione per queste patologie altamente complesse. L’audizione del 9 marzo rappresenta quindi un primo momento di confronto istituzionale sul tema».

«Questa audizione rappresenta un passaggio importante — dichiara Vincenzo Falabella, presidente della FAIP, che l’ha promossa per ottenere questo importante spazio di dialogo con il Consiglio Regionale del Piemonte -: essa apre infatti un confronto diretto con le Istituzioni Regionali su un tema che riguarda la qualità della vita e i diritti delle persone con lesione al midollo spinale. L’obiettivo è avviare un percorso concreto che porti alla definizione di una Legge Regionale capace di rafforzare l’Unità Spinale di Torino e garantire risposte sanitarie e sociosanitarie adeguate».
Alla seduta della Commissione in programma per il 9 marzo, prenderanno parte anche il Coordinamento Para-Tetraplegici del Piemonte e l’Associazione I DO, rappresentati rispettivamente da Massimo Canova e Alessandro Agostinelli, che insieme alla FAIP porteranno all’attenzione delle Istituzioni le esigenze e le priorità delle persone con lesione midollare e delle loro famiglie.

«Non si tratta solo di discutere di organizzazione sanitaria — aggiunge Falabella — ma di costruire un sistema capace di accompagnare le persone lungo tutto il percorso di cura, riabilitazione e reinserimento sociale. Anche in Piemonte, quindi, vogliamo seguire la strada già intrapresa da altre Regioni, affinché chi vive una lesione al midollo spinale possa contare su servizi adeguati e su una rete di supporto che permetta di vivere una vita dignitosa, nonostante la disabilità».
L’incontro del 9 marzo, in conclusione, potrebbe rappresentare effettivamente l’avvio di un percorso politico e istituzionale finalizzato alla costruzione di una cornice normativa regionale, volta a rafforzare la rete delle Unità Spinali e a garantire continuità assistenziale, qualità delle cure e integrazione tra servizi sanitari e sociali per tutte le persone con lesione midollare in Piemonte. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: presidenza@faipets.it.

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Le XIV Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina: è il giorno della cerimonia di apertura

Alcune gare sono già iniziate, ma sarà con la cerimonia di questa sera, 6 marzo, all’Arena di Verona, che verranno ufficialmente dichiarate aperte le XIV Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina che si protrarranno fino alla cerimonia di chiusura del 15 marzo a Cortina d’Ampezzo. Sei le discipline previste, con le competizioni che si svolgeranno a Milano, Cortina d’Ampezzo e Tesero (Val di Fiemme), coinvolgendo 665 atleti e atlete in gara, in rappresentanza di circa 50 Paesi

Le gare in alcune discipline sono già iniziate da un paio di giorni, ma sarà con la cerimonia di apertura di questa sera, 6 marzo, all’Arena di Verona (ore 20, in diretta TV sui canali Rai e in streaming su RaiPlay) che verranno ufficialmente dichiarate aperte le XIV Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina che si protrarranno fino alla cerimonia di chiusura del 15 marzo allo Stadio del Ghiaccio di Cortina d’Ampezzo.

Forse non è del tutto noto che il nostro Paese vanta un legame profondo con il movimento paralimpico: fu infatti proprio Roma, nel 1960, a ospitare la prima Paralimpiade della storia, in quel caso Paralimpiade Estiva. A questo link è presente una ricognizione storica sull’evento, a quest’altro link un’ampia nota biografica del dottor Antonio Maglio, figura chiave di vero e proprio “padre delle Paralimpiadi”.
La Paralimpiade Invernale di Milano Cortina si svolgerà per altro in occasione del 50° anniversario dai primi Giochi Invernali di Örnsköldsvik in Svezia. Dopo Roma 1960, dunque, e a vent’anni da Torino 2006, i Giochi Paralimpici tornano in Italia.
Sei le discipline previste, tra cui la novità del curling in carrozzina, insieme ai tradizionali sci alpino paralimpico, biathlon paralimpico, sci di fondo paralimpico, para ice hockey e snowboard paralimpico.
Le competizioni si svolgeranno in tre località, Milano, Cortina d’Ampezzo e Tesero (Val di Fiemme), coinvolgendo in totale 665 atleti e atlete in gara, in rappresentanza di circa 50 Paesi.

In bocca al lupo, dunque, a tutti e tutte gli atleti e atlete, con l’augurio anche di “un pieno di medaglie” per la rappresentativa azzurra, come già è successo nelle recenti Olimpiadi Invernali. (S.B.)

A questo link il sito ufficiale dei Giochi, ma molte notizie sono disponibili anche nel sito del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), che seguirà i vari risultati gara per gara.

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Quel libro sui Progetti di Vita merita ampia diffusione: a Perugia la prossima presentazione

«Un testo agile e stimolante affinché i Progetti di Vita personalizzati e partecipati possano veramente diventare l’unica soluzione per assicurare una vita dignitosa e soddisfacente a tutte le persone con disabilità»: lo aveva scritto sulle nostre pagine Salvatore Nocera, a proposito del libro di Francesca Palmas e Marco Espa “Progetto di Vita. Domande e risposte. Normative, applicazioni e buone prassi”, che sarà al centro di una nuova presentazione il 10 marzo a Perugia

«Questo è un manuale pratico rivolto ai professionisti, alle famiglie e naturalmente alle persone con disabilità, gli attori principali di tutto il procedimento, un testo scritto in modo facilmente accessibile. Quale persona anziana con disabilità, ringrazio i due Autori per avere offerto a tutti e tutte un testo agile e stimolante affinché i Progetti di Vita personalizzati e partecipati possano veramente diventare l’unica soluzione per assicurare una vita dignitosa e soddisfacente a tutte le persone con disabilità»: lo ha scritto recentemente sulle nostre pagine Salvatore Nocera, a proposito del libro Progetto di Vita. Domande e risposte. Normative, applicazioni e buone prassi, scritto a quattro mani da Francesca Palmas e Marco Espa, rispettivamente responsabile del Centro Studi e presidente nazionale dell’ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi), e pubblicato da Erickson nell’ottobre dello scorso anno.

In parallelo agli sviluppi della cosiddetta “riforma sulla disabilità”, il libro è al centro in questi mesi di alcune presentazioni, la prossima delle quali si avrà il 10 marzo a Perugia (Sala Crispolti-Peccati di Palazzo Broletto, Via Angeloni, 61, ore 10), nel corso di un evento promosso dall’Osservatorio Regionale dell’Umbria sulla Condizione delle Persone con Disabilità, dall’Università di Perugia e dalla FISH Umbria (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
Tra coloro che interverranno, oltre agli stessi Autori del libro Francesca Palmas e Marco Espa, vi sarà anche la presidente della Regione Umbria Stefania Proietti. (S.B.)

La registrazione per partecipare all’incontro è obbligatoria tramite questo link. A quest’altro link è disponibile il programma completo. Per ulteriori informazioni: fishumbria@gmail.com.

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Il paradosso di quei fondi destinati alla ricerca sull’autismo

«Chiediamo al Ministero della Salute di sospendere quel Decreto che concede una proroga alle Regioni per l’utilizzo di risorse destinate alla ricerca sull’autismo che le stesse Amministrazioni Locali hanno dichiarato di non poter impiegare»: lo dicono dall’ANGSA, che da tempo aveva evidenziato come la ripartizione tra le Regioni dei milioni di euro del cosiddetto “Fondo Autismo 2022” destinati alla ricerca, rischiasse di dare vita a microprogetti privi di reale impatto scientifico

Già molto tempo fa l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo) aveva segnalato il rischio che la ripartizione tra le venti Regioni Italiane dei circa 7 milioni e mezzo di euro del cosiddetto “Fondo Autismo 2022” destinati alla ricerca (il 15% del Fondo), portasse a una frammentazione eccessiva, dando vita a microprogetti privi di reale impatto scientifico.
«Siamo stati facili profeti – si legge oggi in una nota diffusa dalla stessa ANGSA –, se è vero che le nostre previsioni hanno trovato conferma nel corso dell’ultimo biennio, quando la maggior parte delle Regioni ha comunicato formalmente al Ministero della Salute la propria difficoltà tecnica e l’assenza di strutture idonee a coordinare ricerche di alto profilo, richiedendo la restituzione delle somme. E tuttavia, nonostante questo, esprimiamo profonda preoccupazione per il fatto che il Ministero della Salute stia per firmare un Decreto che concede una proroga alle Regioni per l’utilizzo di risorse che le stesse Amministrazioni Locali, come detto, hanno dichiarato di non poter impiegare».
«A questo punto – proseguono dall’ANGSA – riteniamo indispensabile una centralizzazione delle risorse, recuperando i milioni non spesi e accorpandoli ad altri residui, oltreché istituendo un Fondo Nazionale per la Ricerca gestito dall’Istituto Superiore di Sanità, senza dimenticare di coinvolgere direttamente le Associazioni dei familiari nella definizione delle priorità».

«Siamo di fronte a una gestione paradossale, dall’anima solo burocratica – commenta Giovanni Marino, presidente nazionale dell’ANGSA – talché fino a quando le Amministrazioni non valorizzeranno il contributo delle Associazioni che sono le uniche in grado di indicare percorsi e bisogni, ogni provvedimento rischierà di trasformarsi in uno spreco, come in questo caso. Chiediamo quindi al Ministero della Salute di sospendere il preannunciato Decreto e di scegliere la via della responsabilità, mettendo a sistema i fondi a livello nazionale per produrre risultati scientifici reali e tangibili». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa ANGSA (Luca Benigni), luca.benigni@gmail.com.

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Perché la filosofia può apportare un notevole contributo all’inclusione (e viceversa)

«A proposito del rapporto tra filosofia e inclusione – scrive Luca Grecchi, autore del libro “Filosofia, inclusione, comunità”intendendo l’inclusione come la partecipazione sociale, su base di uguaglianza, delle persone con disabilità, pur non essendo quasi mai state finora collegate le due tematiche negli studi finora effettuati, penso sia necessario rendere sinergici questi due argomenti, ritenendo utile allargare lo sguardo, sul piano insieme culturale e politico, in merito alle questioni inerenti alla disabilità» Giorgio de Chirico, “I filosofi greci”, 1925

Diverse persone mi hanno scritto dopo l’uscita del mio libro Filosofia, inclusione, comunità, mostrando interesse per il rapporto tra filosofia e inclusione (da intendere, quest’ultima, come la partecipazione sociale, su base di uguaglianza, delle persone con disabilità). In generale, sebbene le due tematiche non siano quasi mai state collegate negli studi finora effettuati, ho riscontrato, come del resto in tutte le recensioni dedicate al mio libro, un sostanziale accordo circa la necessità di rendere sinergici questi due argomenti. Tutti coloro infatti, compresi gli studenti e le studentesse in Università, con cui ho parlato di questo nesso, hanno concordato sull’utilità di allargare lo sguardo, sul piano insieme culturale e politico, in merito alle questioni inerenti alla disabilità.
Il tentativo è di fare uscire il dibattito relativo alla disabilità da quella tendenza, comprensibile nelle sue cause, ma spesso troppo autoreferenziale, che definisco “disabilismo”. Le persone con disabilità, anche intellettiva, sono infatti innanzitutto persone, esattamente come le altre: questo è il fondamento minimale che ogni discussione seria su tale tematica deve presupporre. Sono persone, certo, con specificità e bisogni particolari, di cui occorre avere cura, ma sempre a partire da questa premessa ugualitaria, senza la quale prendono invece forma, implicite o esplicite, tutte le discriminazioni. Già su tale base si può comprendere come la filosofia, che tende a porre l’essere umano come riferimento universale di senso e di valore della realtà, possa aiutare nel favorire il processo inclusivo.

Pur non essendoci una definizione univocamente accettata, la filosofia, sin da quando la parola ha iniziato ad essere utilizzata da Platone e Aristotele, si configura come un sapere che ha come contenuto la verità dell’intero, il quale si articola nelle parti, fra loro connesse, che lo compongono; come fine la buona vita degli esseri umani; come principale metodo di ricerca la dialettica, ovvero il dialogare sui problemi per trovare, e poi mettere in comune, le migliori soluzioni. Ma cosa c’entra tutto questo con l’inclusione? A mio avviso, molto.
In merito al contenuto, intanto, la filosofia insegna, come detto, a ragionare in termini di intero, non di parte. Ciò significa che se vogliamo comprendere, nella fattispecie, cosa è la disabilità, dobbiamo necessariamente riflettere sul fatto che è spesso la totalità sociale in cui siamo immersi, per come è strutturata, a “disabilitare”, ossia a far sì che le persone con deficit, fisici e/o psichici non siano messe nelle condizioni di potersi integrare svolgendo funzioni utili, realizzando le loro migliori potenzialità. Significa inoltre che, quando ci relazioniamo a una persona con disabilità, qualunque sia il nostro ruolo (docente, medico, assistente sociale ecc.), dobbiamo sempre tenere conto che il nostro sguardo è “di parte”, ma che possiamo fare il bene di questa persona solo se assumiamo un orizzonte “di intero”, ossia se la consideriamo nella sua totalità, ponendoci al servizio della sua autodeterminazione.
Il “Progetto di Vita”, previsto in Italia per le persone con disabilità sin dalla Legge 328/00, ma tuttora assai manchevolmente attuato, dovrebbe andare proprio in questa direzione.

Per quanto poi riguarda il fine della filosofia, è più facile comprendere come la nostra disciplina possa agevolare l’inclusione, la quale risulta un bene per tutte le persone.
In cosa consiste il bene? Sono convinto che la migliore definizione sia quella greca classica, secondo la quale il bene consiste, per ogni ente, in “tutto ciò che consente la realizzazione della sua natura”. Noi, ad esempio, facciamo il bene del nostro cane se, conoscendone la natura, ovvero le sue caratteristiche essenziali, generali e particolari (generali di “cane” e particolari di “specifico cane”), lo aiutiamo a realizzarla. Per gli esseri umani, in maniera analoga, fare il bene consiste nel favorire la capacità di ogni persona di realizzarsi compiutamente, conoscendone dapprima l’essenza ed agendo poi in modo consequenziale, ossia avendo rispetto e cura del suo essere.
In questo senso, la filosofia rende chiaro, ad esempio, che l’inclusione – parola non bellissima –, ma più in generale il bene della persona con disabilità, non è compatibile con la sua istituzionalizzazione nei centri residenziali, in quanto quest’ultima non consente di autodeterminarsi in maniera libera.

E arriviamo, infine, al metodo maggiormente praticato dalla filosofia, ovvero quello dialettico.
Quando vi è un problema, soprattutto se rilevante per tutti – e la filosofia si occupa in genere di problemi universali, come l’inclusione, che riguardano appunto tutti gli esseri umani –, qualcuno cerca solitamente di formularlo, e di prospettare una soluzione valida. Quasi mai il tentativo iniziale ha successo. Le altre persone interessate, pertanto, intervengono proponendo o di riformulare il problema, o di modificare, in tutto o in parte, la soluzione. Si innesca così un processo dialettico in base a cui, mediante un continuo aggiustamento, si arriva alla fine, quando tutti (o quasi) sono d’accordo, a quella che dovrebbe essere la migliore elaborazione possibile del contenuto.
Ciò ha a che fare anche con la vita delle persone con disabilità? Senza dubbio. Pensiamo soltanto alla scuola, e a quanto sarebbe utile, ad esempio, se gli studenti, le famiglie, i docenti, gli specialisti, dialogassero costantemente al fine di supportare la giovane persona ad elaborare le proprie difficoltà, ricercando insieme i più opportuni interventi. Spesso, invece, assistiamo a contesti cerimoniali obbligatori di mera matrice burocratica, in cui i rappresentanti istituzionali ostentano per altro ciascuno il primato della propria funzione, senza una concreta cura del bene della persona.

È riflettendo su questi, e su molti altri temi, che la filosofia può apportare un notevole contributo all’inclusione, così come, del resto, l’inclusione può apportare un notevole contributo alla filosofia, condividendo il medesimo spirito comunitario.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione costituisce l’estratto di un testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera-it». Per gentile concessione.

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“Abilismo e Vita Indipendente”: due incontri formativi online

Sarà la sociologa e attivista  Marta Migliosi a condurre il 10 e il 24 marzo i due incontri del percorso formativo online gratuito “Abilismo e Vita Indipendente”, organizzato dal Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona, nell’àmbito del progetto “Il mio è un diritto”

Sarà Marta Migliosi, sociologa e attivista, esperta in Disability e Crip Studies (studi sull’intersezione tra disabilità e queerness) a condurre due incontri del percorso formativo online gratuito (piattaforma Teams) denominato Abilismo e Vita Indipendente, organizzato dal Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona, nell’àmbito del progetto Il mio è un diritto.
Due, come detto, gli appuntamenti, il primo dei quali il 10 marzo (ore 9-11.30) sul tema Comprendere le discriminazioni: le radici sociali e culturali, mentre il secondo, dedicato alla Filosofia della Vita Indipendente per superare le logiche abiliste è in programma per il 24 marzo (ore 9-11.30). (S.B.)

Per iscrizioni accedere a questo link. Per ogni altra informazione: l.gambelli@centropapagiovanni.it (Laura Gambelli).

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Dietro la mimosa: il lavoro di cura, svolto quasi sempre da donne, ai margini del racconto pubblico

«Dietro la mimosa dell’8 marzo – scrive Daniela Mignogna, referente per l’Emilia Romagna di Caregiver Familiari Uniti (CFU) – si nasconde anche una storia meno raccontata: quella delle donne che ogni giorno si prendono cura degli altri. Un lavoro fatto di tempo, pazienza, responsabilità e spesso solitudine. Un lavoro che non sempre appare nei titoli dei giornali, ma che costituisce una presenza fondamentale nel tessuto sociale, che purtroppo raramente è riconosciuta come tale»

Ogni anno l’8 Marzo torna la Giornata Internazionale della Donna (International Women’s Day), con le mimose, gli eventi e le riflessioni sui diritti conquistati e su quelli ancora da conquistare. Eppure esiste un aspetto della condizione femminile che rimane spesso ai margini del racconto pubblico: il lavoro di cura. È un lavoro silenzioso, quotidiano, quasi invisibile, e nella grande maggioranza dei casi ha un volto femminile. Sono donne le figlie che assistono genitori anziani, le mogli che si prendono cura di un partner malato, le madri che seguono figli con disabilità. Sono le caregiver familiari, una presenza fondamentale nel tessuto sociale, ma raramente riconosciuta come tale.

Parlare di caregiver proprio in occasione dell’8 Marzo significa allora spostare lo sguardo dalla celebrazione alla realtà concreta delle vite di molte donne. Perché mentre si discute di parità nel lavoro, di leadership femminile o di rappresentanza politica, milioni di donne continuano a sostenere una parte enorme del welfare quotidiano, spesso senza tutele, senza retribuzione e con pochissimo supporto. La cura diventa così uno degli snodi più profondi della questione di genere: non solo un gesto affettivo e familiare, ma anche un carico sociale che incide sul lavoro, sul tempo libero, sulla salute e sulle opportunità di vita.
Molte caregiver riducono l’orario lavorativo o rinunciano del tutto alla carriera per assistere un familiare. Altre cercano di tenere insieme tutto: lavoro, figli, casa, assistenza. Il risultato è spesso una doppia o tripla giornata che rimane nascosta nelle statistiche e nel dibattito pubblico. Eppure senza questo lavoro di cura l’intero sistema di assistenza, già sotto pressione per l’invecchiamento della popolazione, farebbe molta più fatica a reggere.

Per questo l’8 Marzo può diventare anche l’occasione per guardare alla cura con uno sguardo diverso. Non solo come responsabilità privata, ma come tema sociale e politico. Riconoscere il ruolo delle caregiver significa interrogarsi su come distribuire meglio il lavoro di cura, su quali servizi pubblici siano necessari e su quanto questo impegno debba essere finalmente visibile e sostenuto. Significa, in fondo, ampliare il significato stesso della Giornata della Donna: non solo celebrare i traguardi raggiunti, ma dare voce a quelle esperienze femminili che continuano a sostenere la vita quotidiana di intere famiglie e comunità.
In questo senso, dietro la mimosa dell’8 Marzo si nasconde anche una storia meno raccontata: quella delle donne che ogni giorno si prendono cura degli altri. Un lavoro fatto di tempo, pazienza, responsabilità e spesso solitudine. Un lavoro che non sempre appare nei titoli dei giornali, ma che resta uno dei pilastri più solidi della nostra società.

*Referente per l’Emilia Romagna di Caregiver Familiari Uniti (CFU) (comunicazioni.cfu@gmail.com).

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Luoghi d’arte a Roma: le esperienze in chiaroscuro di uno scultore con disabilità visiva

«Ho incontrato ottimi esempi di accessibilità, ma mi sono anche dovuto scontrare con barriere mentali ancora più difficili da abbattere rispetto alle stesse difficoltà burocratiche. Spero dunque che questo mio scritto faccia riflettere, spronando chi di dovere ad impegnarsi maggiormente»: lo scrive Andrea Bianco, scultore non vedente, raccontando le sue esperienze di visita a una serie di luoghi d’arte di Roma, ove evidenzia sia gli esempi virtuosi che le criticità riguardanti l’accessibilità Una sala della Galleria dell’Accademia di San Luca a Roma, dove Andrea Bianco parla di «un’esperienza validissima dal punto di vista dell’accessibilità, ma anche sul piano artistico e umano»

Sono uno scultore non vedente e recentemente sono stato a Roma. Come mio solito, desidero visitare, assieme a mia moglie, luoghi d’arte per fare esperienze tattili e apprendere idee, tecniche, conoscere forme e materiali nuovi. Prima della partenza mi ero già preparato una lista di luoghi dove recarmi, rimanendo tuttavia aperto a sorprese lungo il tragitto.
Vorrei quindi raccontare le mie esperienze di visita, mettendo in risalto gli esempi virtuosi e le criticità riguardanti l’accessibilità. L’ordine dei luoghi qui proposto è puramente cronologico.

Galleria dell’Accademia di San Luca
Casualmente ci siamo imbattuti in questo luogo espositivo a due passi dalla Fontana di Trevi. Appena entrato, ho fatto presente che sono non vedente. La visita era gratis per tutti.
I volontari sono stati gentilissimi e mi hanno detto che potevo toccare ogni cosa presente sui tre piani. Ho potuto quindi toccare modelli in gesso, statue in terracotta e in bronzo.
Un’esperienza validissima sia da un punto di vista artistico che umano.

Palazzo Colonna
Avevo telefonato prima di partire, anticipando che ero non vedente e mi era stato risposto che il palazzo era aperto solamente il venerdì e il sabato e che nel mio caso un biglietto era gratis e il secondo costava la metà. Ho chiesto il motivo, dato che di solito sono gratuiti sia quello del non vedente che quello dell’accompagnatore. Mi è stato risposto che questo è un museo privato e che hanno deciso di attuare questa politica.
Arrivato dunque all’entrata, ho presentato la mia Disability Card e subito una ragazza mi ha detto: «Pagate solamente mezzo biglietto». Ci ha accompagnato alla biglietteria dove ho ripresentato il documento. Qui la bigliettaia ha detto: «Uno è gratis e l’altro paga 10 euro». Ho risposto: «Scusi. Ma se il biglietto intero è di 15 euro la metà è 7,50 e non 10 euro». «No. Non ha diritto a pagare metà, ma allo sconto di 5 euro». «Io però avevo telefonato e mi era stato detto che un biglietto pagava la metà e la ragazza all’entrata mi ha appena detto la stessa cosa». La bigliettaia non ne voleva sapere. Con mia moglie abbiamo allora chiamato la ragazza che mi aveva confermato il prezzo all’inizio e… sorpresa! Davanti alla collega si è rimangiata tutto! Abbiamo pagato 10 euro… Specifico ovviamente che 2 euro e mezzo non mi cambiano la vita, ma è una questione di correttezza e trasparenza.
Dopo questa triste premessa, siamo entrati con l’autorizzazione a toccare le sculture.
Palazzo stupendo da un punto di vista di ambienti, giardini e panorami e diverse sculture, soprattutto busti, da poter “vedere” con le mani.

Galleria Doria Pamphilj
Era da tempo che volevo visitare questa Galleria, perché tutti me ne avevo parlato con entusiasmo. Arrivati alla biglietteria, mi sono stati consegnati i due biglietti gratis. Ho chiesto allora: «Posso toccare le opere, visto che sono non vedente?». «No. Perché siamo un museo privato e perché si tratta di una pinacoteca». Sinceramente ho subito letto grande imbarazzo nella sua risposta, ma ho preso atto del contenuto e siamo entrati.
Dopo una sala ci troviamo davanti a numerose sculture. Dico a mia moglie: «Fotografane un po’ che dopo le mostriamo agli addetti».
Finito il giro abbiamo trovato all’uscita due collaboratori del museo. Con i “fumi della rabbia” per la mancanza di correttezza dimostrata, ho fatto le mie rimostranze. I due collaboratori mi hanno risposto che capiscono il mio disagio, ma la situazione è particolare. Mi hanno detto che diverse opere non sono catalogate (?) e che la Sopraintendenza non stanzia alcun fondo per le migliorie riguardanti la sicurezza e l’accessibilità. Mi hanno detto che si sono dovute infortunare due persone per poter procedere a mettere i corrimano e che allo stato attuale una persona in sedia a rotelle non può entrare nel museo…
Complimenti! Per prima cosa mi sono chiesto cosa volesse dire che alcune opere non sono catalogate e poi quanto difficile e costoso possa essere comperare alcuni guanti in lattice per permettere le visite tattili.

Palazzo BarberiniMostra del Bernini
Ci siamo recati alla biglietteria e, per errore, siamo andati a quella per la visita del palazzo e non della mostra. Ci sono stati consegnati i due biglietti gratis dopo avere mostrato la Disability Card.
Quando ho chiesto se fosse possibile toccare le statue mi è stato risposto: «Non so dirle. Si dovrebbe avvisare prima oppure andare in direzione e parlare e vedere se la cosa è possibile». «Beh, allora andiamo in direzione». «No. Oggi è domenica è non c’è nessuno! In ogni caso dovrebbe portarsi i guanti lei». «Quindi mi vuol dire che se vengo durante la settimana potrebbe essere possibile, mentre se vengo la domenica non lo è?». E poi mi chiedo se la domenica il museo rimanga aperto senza qualcuno che faccia da supervisore…
In ogni caso ci siamo recati poi alla biglietteria corretta, quella della mostra e anche qui ci sono stati consegnati i biglietti gratis appena esibita la Disability Card.
Domanda rituale: «Visto che sono non vedente posso toccare le statue?». La risposta è stata spettacolare. Con un sorriso beffardo, infatti, l’impiegato mi ha detto: «Non saprei rispondere. Penso di no. Ma provi a chiederlo al signore fuori che le dirà la stessa cosa». «Per prima cosa non mi risponda ridendo, perché sto facendo una domanda seria e per seconda non le ho chiesto un’opinione. Devo sapere adesso se posso toccarle!».
Ci rechiamo quindi all’entrata della mostra e finalmente troviamo una persona ragionevole. Alla solita domanda, il collaboratore del museo dice: «Ci sono alcuni giorni in cui vengono organizzate visite appositamente per i non vedenti, ma non oggi. Potrei organizzarne una per lei prossimamente». «Ma noi partiamo martedì». «Purtroppo non facciamo in tempo». «Ma non ci dovrebbe essere sempre la possibilità per un non vedente di visitare la mostra? Anche perché una persona che viene non può sapere quando è organizzata la visita per i non vedenti». «Lei ha pienamente ragione. Farebbe bene a segnalarlo al museo». «La ringrazio. Lo farò certamente».
La mia visita, quindi, è stata guidata solamente dalle descrizioni di mia moglie con le statue belle, belle che stavano davanti a me e con un responsabile di guardia ad ogni sala.

Casina delle Civette e Casino Nobile a Villa Torlonia
Non ho avuto alcun problema nel visitare queste due strutture a Villa Torlonia. Ho toccato vetrate artisticamente lavorate e sculture senza difficoltà alcuna.

Laboratorio dello scultore Otello Scatolini a San Lorenzo
Sono andato a visitare lo scultore Otello Scatolini che conoscevo via Whatsapp da anni, ma che non avevo mai incontrato di persona.
Ci ha accolti nel suo laboratorio e ci ha dedicato oltre un’ora spiegandoci i suoi lavori in marmo e dandomi la possibilità di toccarli nei minimi particolari. Una disponibilità rara.

Museo Pietro Canonica
Questo museo a Villa Borghese è stato una bellissima scoperta. Ci siamo andati in extremis l’ultimo giorno di permanenza a Roma, ma ne valeva proprio la pena. Il personale si è messo subito a disposizione quando ha visto che ero non vedente. Mi sono stati offerti dei guanti su misura e ho potuto così toccare sculture, busti, lavori in gesso, bronzo, marmo, strumenti di lavoro.
Veramente un museo da raccomandare sia per le opere che per la cortesia.
Aggiungo infine che ho visitato, guidato dalle descrizioni di mia moglie, anche la mostra Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione a Palazzo Bonaparte, la mostra Impressionismo e oltre al Museo dell’Ara Pacis, la Cripta dei Cappuccini in Via Veneto, Villa Medici a Villa Borghese, il Museo della Collezione Fondazione Valentino e il Museo Carlo Bilotti a Villa Borghese. Per ovvie ragioni in queste strutture non potevo chiedere di toccare nulla.

Come si evince da questo racconto, ci sono esempi di accessibilità veramente validi, ma mi sono dovuto scontrare anche con barriere mentali che sono ancora più difficili da abbattere rispetto alle stesse difficoltà burocratiche. C’è ancora tanta strada da fare! Non ci si può limitare infatti agli slogan della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, ma bisogna concretamente far comprendere che anche le persone con difficoltà fisiche possono avere un forte interesse per l’arte e che, messe nelle giuste condizioni, possono visitare mostre e gallerie senza paura di danneggiare nulla.
Spero dunque che questo mio scritto possa essere materiale di riflessione per tutti, spronando chi di dovere ad impegnarsi maggiormente.

*Scultore non vedente.

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“Gardensia”: ogni fiore contribuisce a costruire risposte concrete per le persone con sclerosi multipla

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’AISM torna a proporre una nuova edizione dell’ormai tradizionale iniziativa “Gardensia”, manifestazione solidale che da domani, 6 marzo, fino a domenica 8, colorerà 5.000 piazze d’Italia con gardenie e ortensie, a rappresentare il legame tra le donne e la lotta contro la sclerosi multipla. Il tutto sosterrà la ricerca scientifica, i servizi e i diritti delle persone con sclerosi multipla

In Italia la sclerosi multipla colpisce oltre 144.000 persone, ed è noto che la prevalenza è doppia nelle donne rispetto agli uomini. Da domani, 6 marzo, fino a domenica 8, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) tornerà a proporre una nuova edizione dell’ormai tradizionale iniziativa Gardensia, colorando 5.000 piazze del nostro Paese con gardenie e ortensie, a rappresentare il legame tra le donne e la lotta contro la sclerosi multipla.

Promossa sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e realizzata grazie all’impegno di oltre 14.000 volontari, Gardensia avrà anche quest’anno, quale volto rappresentativo, l’attrice, scrittrice, conduttrice televisiva e ambasciatrice dell’AISM Chiara Francini, a fianco della “madrina” dell’Associazione Antonella Ferrari, attrice e scrittrice che convive con la sclerosi multipla, e si avvarrà tra l’altro del numero solidale 45512. Il tutto allo scopo di sostenere ricerca scientifica, servizi e diritti delle persone con sclerosi multipla.
«Gardensia – sottolinea Francesco Vacca, presidente dell’AISM – è partecipazione collettiva a un impegno quotidiano fatto di ricerca e di diritti. Ogni fiore contribuisce a costruire risposte concrete e sostenibili per le persone con sclerosi multipla». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Dovrebbe essere solo sport!

Come viene raccontato lo sport paralimpico al pubblico? Uno studio del Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita dell’Università di Bologna, attuato tramite le testimonianze dirette di 17 atlete e atleti paralimpici italiani di alto livello, porta a un messaggio univoco, ossia che “dovrebbe essere solo sport”. I protagonisti e le protagoniste dello sport paralimpico, infatti, chiedono meno enfasi sulla disabilità e più attenzione alla dimensione agonistica, alla prestazione sportiva, ai risultati Realizzazioni grafiche dedicate alle discipline sportive delle Paralimpiadi Invernali

«Con i Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 – leggiamo in una nota diffusa dall’Università di Bologna -, si riaccende l’attenzione mediatica nazionale e internazionale sullo sport paralimpico. Ma come viene raccontato quest’ultimo al pubblico? Lo studio denominato “It should just be about sport!”: exploring Italian athletes’ perspectives in paralympic media coverage [“Dovrebbe essere solo sport!: esplorare le prospettive degli atleti italiani nella copertura mediatica paralimpica”, N.d.R.], condotto da Athanasios “Sakis” Pappous e Pablo Iniesta presso il Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita del nostro Ateneo e pubblicato sulla rivista internazionale “Frontiers in Sports and Active Living”, ha raccolto le testimonianze dirette di 17 atlete e atleti paralimpici italiani di alto livello, per indagare appunto come percepiscono la propria rappresentazione nei media. Ebbene, “dovrebbe essere solo sport” è l’espressione che sintetizza il messaggio condiviso delle protagoniste e dei protagonisti, che chiedono meno enfasi sulla disabilità e maggiore attenzione alla dimensione agonistica, alla prestazione sportiva, ai risultati».

La copertura mediatica, dunque, come emerso dalle interviste realizzate per tale studio, rimane spesso dominata da due narrazioni principali: o quella dell’eroe che “supera” la disabilità o quella pietistica, che enfatizza la sofferenza personale. Entrambe, però, spostano il focus dal cuore dell’esperienza sportiva: competizione, preparazione tecnica, performance: «La disabilità fa parte della nostra identità, ma non definisce il nostro valore sportivo», è stato sottolineato dalle varie testimonianze.
«Una rappresentazione più centrata sulla dimensione sportiva – dichiara Pappous – può contribuire a valorizzare il lavoro di atlete e atleti e promuovere una cultura sportiva più consapevole, equa e inclusiva, capace di comunicare lo sport paralimpico per ciò che è, ossia sport di alto livello».
Un ruolo sempre più rilevante, poi, è quello svolto dai social media, che consentono ad atlete e atleti di costruire una narrazione più diretta e autentica della propria esperienza sportiva, superando filtri e stereotipi.
La visibilità dello sport paralimpico, evidenzia ancora la ricerca, pur essendo cresciuta negli ultimi anni, rimane concentrata in occasione dei Giochi Paralimpici, mentre nel resto del ciclo sportivo è limitata, rendendo meno riconoscibile il percorso sportivo di atlete e atleti.

Dallo studio di Pappous e Iniesta è nato anche il percorso di formazione online denominato dis-ABILITY! Challenging the Stigma of Disability (disponibile in italiano a questo link), sviluppato secondo il principio del Nulla su di Noi senza di Noi. Esso ha coinvolto infatti 25 atlete e atleti paralimpici, tra cui le campionesse Martina Caironi e Giulia Ghiretti, per partire direttamente dalla loro “esperienza diretta di vita”, riportando come desiderano essere ritratte e come la copertura mediatica possa essere migliorata.
Il corso è gratuito, aperto a studentesse e studenti, giornaliste e giornalisti, a tutte e tutti coloro che desiderano comprendere e sfidare lo stigma legato alla disabilità nella comunicazione sportiva. La vocazione internazionale di esso è testimoniata anche dal fatto che il Comitato Paralimpico Francese ha già mostrato interesse nell’utilizzarlo per preparare i giovani giornalisti in vista dei futuri Giochi Paralimpici Invernali delle Alpi 2030.
Sia la ricerca che la creazione del percorso di formazione online sono stati resi possibili grazie a un bando competitivo vinto dall’Università di Bologna, finanziato dall’Unione Europea. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@unibo.it.

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