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Il valore e la cura delle “menti” con disabilità

Sarà centrato sull’edizione italiana di un libro di Eva Feder Kittay, docente di Filosofia alla Stony Brook University (New York), una delle voci più autorevoli a livello internazionale nel campo degli studi sulla disabilità e dell’etica della cura, il seminario del 12 maggio promosso dall’Università di Bergamo e intitolato proprio come quel libro (“Imparando da mia figlia. Il valore e la cura delle ‘menti’ con disabilità”), che avrà la stessa Kittay quale ospite d’onore. L’incontro sarà fruibile anche online

L’ospite d’onore sarà Eva Feder Kittay, docente di Filosofia alla Stony Brook University (New York), una delle voci più autorevoli a livello internazionale nel campo degli studi sulla disabilità e dell’etica della cura, autrice del libro In Learning from My Daughter, recentemente pubblicato in Italia con il titolo Imparando da mia figlia. Il valore e la cura delle “menti” con disabilità (Studium, 2025; edizione critica a cura di Mabel Giraldo). E così come il suo libro si intitolerà il seminario cui appunto Kittay parteciperà, promosso per il pomeriggio del 12 maggio dal Dipartimento di Scienze Umane e Sociali e dal laboratorio di ricerca IperDEA (Inclusione per la Disabilità, l’Empowerment e l’Accessibilità) dell’Università di Bergamo (Aula 1, Sede di Pignolo, ma anche da remoto).
L’incontro sarà centrato infatti sulla presentazione dell’edizione critica italiana del volume di Kittay, per offrire uno spazio di riflessione e dialogo sui temi della cura, delle relazioni familiari e del valore delle persone con disabilità.
«Riteniamo che questo seminario – spiegano i promotori – possa rappresentare un’importante occasione di confronto anche per chi opera quotidianamente nei servizi, nelle associazioni e nei contesti del Terzo Settore, contribuendo a rafforzare il dialogo tra università, professionisti e comunità». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo. La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria tramite questo link. Per ulteriori informazioni: Mabel Giraldo (mabel.giraldo@unibg.it).

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E anche l’opera lirica può diventare accessibile alle persone con disabilità visive

Alcune persone cieche e ipovedenti, appassionate di opera lirica, hanno potuto assistere alla rappresentazione della “Tosca”, al Teatro Carlo Felice di Genova, grazie all’audiodescrizione realizzata con la tecnologia “Connect Me Too”, il tutto nell’àmbito del progetto “Navigare Insieme”, con cui lo stesso Teatro Carlo Felice vuole rendere fruibili a chiunque le varie esperienze musicali e culturali Un’immagine della rappresentazione di “Tosca” al Teatro Carlo Felice di Genova, resa accessibile alle persone con disabilità visive

Alcune persone cieche e ipovedenti, appassionate di opera lirica, il 18 aprile scorso, al Teatro Carlo Felice di Genova, hanno potuto assistere alla rappresentazione della Tosca, grazie all’audiodescrizione inclusiva Connect Me Too, tecnologia che rende accessibili vari tipi di eventi alle persone con disabilità uditiva attraverso sistemi di autodescrizione in tempo reale.
Già ad inizio anno era stato messo in scena Il trovatore con la stessa modalità, rendendo accessibile l’esperienza teatrale e promuovendo un percorso proiettato a una cultura sempre più aperta e partecipata, con un’attenzione particolare alle persone con disabilità.
La rappresentazione di entrambe le opere citate, supportate dall’audiodescrizione, rientra nella progettualità denominata Navigare Insieme, portata avanti dallo stesso Teatro Carlo Felice e sostenuto dalla Fondazione Carige, affinché le esperienze musicali e culturali diventino fruibili da parte di tutti e tutte. Ciò è reso possibile grazie all’integrazione della tecnologia e di alcuni servizi dedicati, pensati proprio per coinvolgere un pubblico sempre più ampio e diversificato. Navigare Insieme, in particolare, è impegnata in un lavoro di co-progettazione con le Associazioni del territorio per definire soluzioni efficaci; per questo può essere considerato un modello virtuoso tra istituzioni culturali, comunità e innovazione tecnologica.

L’équipe del Teatro Carlo Felice è molto soddisfatta dell’iniziativa. «L’esperienza dell’audiodescrizione dal vivo in occasione di Tosca – ci dicono – si è rivelata un punto di forza del progetto, raccogliendo apprezzamenti unanimi e restituendo con efficacia la potenza delle immagini senza mai sovrastare il canto e la musica. Il pubblico ha partecipato con grande coinvolgimento, offrendo ottimi feedback sulla qualità della narrazione, sulla chiarezza delle descrizioni e sull’armonia con la dimensione musicale e scenica. L’audiodescrizione in diretta, realizzata da Manuela Litro e sviluppata in fase di editing in collaborazione con Noemi Zerbone dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), ha fatto registrare un esito estremamente positivo, confermando il valore di un approccio inclusivo e strutturato all’accessibilità culturale. L’iniziativa ha dimostrato quindi come l’opera possa essere pienamente fruibile anche da persone con disabilità visiva, garantendo che emozione e messaggio arrivino intatti e contribuendo ad abbattere quella barriera invisibile che spesso separa lo spettatore dalla comprensione profonda, trasformando la visione in un’esperienza autenticamente universale».

Portare l’audiodescrizione, all’interno del teatro significa applicare l’innovazione tecnologica a uno dei luoghi simbolo della cultura, rendendolo maggiormente aperto e inclusivo; inoltre, è la dimostrazione tangibile che l’arte non appartiene a chi la può vedere, ma a chi desidera viverla. In questa apertura, il teatro ritrova la sua vera anima: essere un luogo in cui l’emozione della scena e della musica diventano patrimonio di tutti.
L’audiodescrizione, in questo specifico caso, consiste in una cronaca iper-descrittiva, eseguita da un professionista del settore, che arricchisce le parti udibili dell’opera con una narrazione molto precisa di ciò che sta succedendo sia in scena (movimenti dei cantanti, mimica facciale, dettagli dei costumi indossati, acconciature e colori), sia all’interno del teatro (atmosfera, reazioni del pubblico, descrizione degli ambienti). L’audiodescrizione stessa viene trasmessa live e senza ritardo (delay) mediante la rete 5G e 4G, permettendo agli spettatori ciechi e ipovedenti di vivere l’esperienza teatrale con suggestioni ed emozioni molto forti. L’utilizzo è alquanto semplice: è sufficiente infatti scaricare l’app Connect Me Too sul proprio smartphone e navigare, seguendo le istruzioni, fino all’evento scelto e collegando gli auricolari o le cuffie.

«Siamo particolarmente soddisfatti dei risultati ottenuti durante Tosca – sottolinea Tony D’Angelo, responsabile del progetto Connect Me Too per CMT Translation –: l’integrazione tecnica dell’applicazione Connect Me Too ha funzionato infatti in modo impeccabile, permettendo al pubblico di vivere un’esperienza coinvolgente e innovativa senza alcun problema. Auspichiamo che sempre più istituzioni culturali possano ispirarsi all’esempio del teatro Carlo Felice, adottando soluzioni capaci di ampliare l’accessibilità e la qualità della fruizione».

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Genova lancia la descrizione in diretta dell’opera lirica per i ciechi” e viene qui ripreso, con diverso titolo e una serie di modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.

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Una mostra fotografica per fornire una nuova prospettiva sulla condizione delle persone con autismo

«Abbattere pregiudizi e far vedere al visitatore, che mentre guarda le fotografie può sentire la registrazione di voci e commenti di persone con autismo, una nuova prospettiva sulla condizione di queste persone»: è l’obiettivo uiltimo della mostra fotografica “Chissà se quello che guardo lo vedi anche tu”, organizzata dalla Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro di Pordenone, in collaborazione con il Comune di Brugnera (Pordenone), che in tale Comune verrà inaugurata domani, 8 maggio

«La nostra Fondazione è nata quasi trent’anni fa con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle persone con autismo e delle loro famiglie, promuovendo attività inclusive tra cui le Settimane Vacanze. È da queste ultime esperienze che prende forma questa mostra fotografica, ove si racconta una serie di momenti vissuti in un agriturismo del circuito delle fattorie sociali della Provincia di Pordenone»: così, dalla Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro di Pordenone, viene presentata la mostra fotografica denominata Chissà se quello che guardo lo vedi anche tu, con immagini realizzate da Valentina Iaccarino e il commento sonoro di persone che convivono con il disturbo dello spettro autistico, un’iniziativa voluta appunto per documentare la quotidianità, i silenzi e le gioie di persone con autismo durante un periodo di svago condiviso con operatori e persone “neurotipiche”.
La mostra, organizzata dalla Fondazione insieme al Comune di Brugnera (Pordenone), verrà inaugurata nel pomeriggio di domani, 8 maggio, presso lo spazio espositivo del Canevon di Villa Varda di Brugnera (ore 18).

«A differenza delle vacanze tradizionali – sottolineano ancora dalla Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro -, spesso fatte di luoghi affollati e ritmi imprevedibili, per le persone con autismo è fondamentale mantenere routine, prevedibilità e strumenti comprensibili per interpretare la realtà. Attraverso percorsi strutturati, abbiamo dunque costruito di volta in volta esperienze rispettose dei bisogni individuali, cercando un equilibrio tra le regole del contesto sociale e le caratteristiche dell’autismo. Gli sguardi e i sorrisi catturati nelle fotografie della mostra testimoniano l’efficacia di questo approccio e incoraggiano a proseguire su questa strada. E il reportage fotografico, realizzato con grande professionalità e rispetto da Valentina Iaccarino, nasce anche per contrastare pregiudizi e disinformazione, mostrando una realtà fatta di conquiste e felicità».
«L’obiettivo ultimo della mostra – concludono – è quello di abbattere pregiudizi e far vedere al visitatore, che mentre guarda le fotografie può sentire la registrazione di voci e commenti di persone con autismo, una nuova prospettiva sulla condizione di queste persone». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: relazioniesterne@bambinieautismo.org.

 

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La finale del Campionato Italiano di blind tennis

Si gioca con palline sonore e per questo il pubblico è invitato a mantenere il silenzio durante il gioco: è il blind tennis, disciplina praticata da atleti ciechi o ipovedenti, di cui il 9 e il 10 maggio a Milano si terrà la finale del Campionato Italiano, organizzata dal GSD (Gruppo Sportivo Non Vedenti Milano), in collaborazione con la FISPIC (Federazione Italiana Sport Paralimpici per Ipovedenti e Ciechi)

Si gioca con palline sonore e per questo il pubblico è invitato a mantenere il silenzio durante il gioco: è il blind tennis, disciplina di cui il 9 e il 10 maggio a Milano si terrà la finale del Campionato Italiano, organizzata dal GSD (Gruppo Sportivo Non Vedenti Milano), in collaborazione con la FISPIC (Federazione Italiana Sport Paralimpici per Ipovedenti e Ciechi).
Saranno circa 25 gli atleti provenienti da tutta Italia che si sfideranno nel capoluogo lombardo, supportati da altrettanti volontari.
Per la Categoria B1 (non vedenti), si gareggerà nella Palestra Santa Caterina da Siena (Via Monteverdi, 7, zona Piazza Bacone), per le Categorie B2, B3 e B4 (ipovedenti), invece, la sede sarà il Centro Sportivo Schuster (Via Padre Lodovico Morel, 2), il tutto sempre a ingresso gratuito e aperto a chiunque. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@gsdnonvedentimilano.org.

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Spendere cifre elevate per ottenere il certificato di disabilità

«A seguito della riforma sul Progetto di Vita Individuale – segnala Luca Faccio -, nel Veneto le nuove procedure per la certificazione della disabilità si sono allungate e complicate, con il risultato che il costo del certificato, a carico del richiedente, è lievitato. Alcuni medici, infatti, rifiutano di gestire la pratica e in libera professione le famiglie devono spendere cifre anche elevate per ottenere un documento essenziale come la certificazione della disabilità». Sulla question è stata anche presentata un’Interrogazione in Consiglio Regionale

A seguito della riforma sul Progetto di Vita Individuale, nel Veneto le nuove procedure per la certificazione della disabilità si sono allungate e complicate, con il risultato che il costo del certificato, a carico del richiedente, è lievitato. Alcuni medici, infatti, rifiutano di gestire la pratica e in libera professione le famiglie devono spendere cifre anche elevate per ottenere un documento essenziale come la certificazione della disabilità. Oltre al danno, quindi, la beffa. Oltre cioè a lottare e a doversi pagare – totalmente o in parte – gli ausili, chi ne ha la necessità deve pagare anche il certificato che attesta l’invalidità: un costo di circa 200 euro, mentre in precedenza la pratica era gratuita o aveva un costo più contenuto.
Sul tema è stata anche presentata un’Interrogazione in Consiglio Regionale (disponibile a questo link) affinché la Regione Veneto sostenga le famiglie nei costi del certificato. «Risultano numerose – vi si scrive tra l’altro – le segnalazioni di casi in cui la formazione del documento funzionale al rilascio della certificazione, la cui compilazione richiede anche un’ora di tempo, è considerata a titolo di prestazione in libera professione, e che quindi il costo, che si aggira intorno ai 200 euro, venga traslato a carico del richiedente».
«Le lungaggini burocratiche e il cospicuo dispendio di tempo necessario per l’ottenimento del certificato di disabilità –si aggiunge – risultano sommamente penalizzanti, specie per i minori con disabilità, tenuto conto che il certificato costituisce un presupposto per l’attivazione di numerosi servizi come quelli in ambito scolastico o per l’erogazione di contributi economici».
All’Assessora Regionale al Sociale i Consiglieri che hanno presentato l’Interrogazione chiedono quindi «come intenda sostenere le persone affette da disabilità e le loro famiglie nel far fronte all’eccessivo costo e alla lenta procedura burocratica richiesta per la presentazione della domanda di disabilità».

Ben volentieri abbiamo dato spazio a questa puntuale segnalazione di Luca Faccio, con l’augurio che la situazione possa essere risolta al meglio per le persone con disabilità e le loro famiglie. In tal senso apprezziamo anche l’Interrogazione su tale questione presentata alla Giunta Regionale del Veneto. Un appunto però riteniamo sia doveroso: se è vero infatti che in altra parte del giornale abbiamo pubblicato un testo in cui si chiede “ai professionisti dell’informazione una maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio”, la medesima istanza la poniamo a tutti i Pubblici Amministratori. Leggere infatti due volte in quell’Interrogazione l’espressione “persone affette da disabilità” non va per niente bene, cosicché tocca ribadire per l’ennesima volta che la disabilità non è una malattia, ma una condizione! (la redazione di Superando)

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Ai professionisti dell’informazione chiediamo maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio

«Invitiamo i professionisti dell’informazione e le redazioni televisive a una maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio, affinché non si avallino più stereotipi pietistici o svalutanti che riportano indietro di decenni il percorso di inclusione nel nostro Paese»: lo dicono dalla Federazione FISH, esprimendo indignazione per l’utilizzo della condizione di disabilità come metafora degradante e svilente della vita umana, attuato nel corso di una trasmissione televisiva dal giornalista Giannini

«Lo ribadiamo ancora una volta: le persone con disabilità non chiedono compassione né narrazioni eroiche, ma rispetto, rappresentazioni corrette e il riconoscimento della loro piena partecipazione alla vita sociale, culturale e professionale del Paese»: lo dicono dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in una nota in cui viene espressa «indignazione per le parole pronunciate dal giornalista Massimo Giannini nel corso della trasmissione di La7 diMartedì, andata in onda il 5 maggio scorso, quando, nel pieno di un dibattito, la condizione di disabilità è stata utilizzata come metafora degradante e svilente della vita umana, alimentando una narrazione offensiva nei confronti di milioni di persone con disabilità». «In particolare – sottolineano dalla FISH – il giornalista ha dichiarato: “[…] Bisogna vedere in che condizioni ci arriva, se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto”. Si tratta di parole gravi, che associano la vita di una persona con disabilità a un’esistenza priva di valore, dignità e significato. Un messaggio inaccettabile, che non solo ferisce profondamente le persone direttamente coinvolte e le loro famiglie, ma contribuisce ad alimentare stereotipi discriminatori e una cultura abilista che dovrebbe essere contrastata con fermezza, soprattutto nel servizio pubblico del dibattito mediatico».

«Ancora una volta – dichiara Vincenzo Falabella, presidente della FISH e consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) – la disabilità viene strumentalizzata, con toni offensivi e degradanti. Le persone che vivono su una sedia a rotelle, anche nelle condizioni più difficili, non sono individui “inermi” o “inutili”, ma sono persone che affrontano ogni giorno la vita con dignità, forza e pieno valore umano. In quel caso, invece, il noto giornalista non ha avuto esitazioni nel ricorrere a lemmi beceri, caricandoli altresì di quello stigma devastante che da anni cittadini, istituzioni, organizzazioni, tentano faticosamente di scalzare. E non è una “banale” questione di linguaggio “politicamente corretto”, ma è un’uscita che tradisce una convinzione profonda, sospingendo le persone con disabilità ad essere “cittadini di serie C”».
«Ciò che tuttavia mi ha lasciato ancor più stupito – aggiunge il Presidente della FISH – non è stato solo il contenuto di quelle parole, ma l’assenza totale di indignazione da parte dei presenti: invece del silenzio o della presa di distanza, è arrivato addirittura un fragoroso applauso!».

«La narrazione mediatica sulla disabilità dovrebbe riflettere i progressi della società civile e il rispetto dei diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – concludono dalla FISH -. La nostra Federazione invita quindi i professionisti dell’informazione e le redazioni televisive a una maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio, affinché non si avallino più stereotipi pietistici o svalutanti che riportano indietro di decenni il percorso di inclusione nel nostro Paese». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Una mattinata tutta dedicata alla pace, promossa dal Municipio 5 di Milano

In questo tempo segnato da conflitti e divisioni, il Municipio 5 di Milano sceglie di affermare con forza il principio che la pace non è un concetto astratto, ma una pratica concreta che si costruisce insieme, giorno dopo giorno. Sarà infatti interamente dedicata a questi temi la mattinata del 9 maggio, nella quale è prevista tra l’altro anche l’inaugurazione della Stele della Pace con il messaggio “Che la pace regni sulla Terra” in 16 lingue, tra cui i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) Una Stele della Pace, con l’iscrizione “May Peace Prevail On Earth” (“Che la pace regni sulla Terra”), circondata da bandiere di vari Paesi

Il 9 maggio prossimo (ore 9.30-12.30), il Municipio 5 di Milano promuoverà una mattinata interamente dedicata alla pace, intrecciando dimensione istituzionale, partecipazione civica e dialogo tra culture e religioni.
La giornata si aprirà con un gesto simbolico: l’inaugurazione della Stele della Pace nel giardino all’ingresso del Municipio (Viale Tibaldi, 41). La Stele, che riporta il messaggio Che la pace regni sulla Terra in 16 lingue, tra cui i simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), rappresenta un invito universale alla convivenza, al rispetto e al dialogo tra i popoli.
Quindi, dopo i saluti del presidente del Municipio 5, Natale Carapellese, la Stele sarà presentata da Sonoko Tanaka e Laura Ricchina. Seguiranno la lettura del messaggio in più lingue e un momento poetico con lo scrittore e poeta senegalese Cheikh Tidiane Gaye. Interverrà inoltre Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo.
Successivamente, nella Sala Consiliare del Municipio 5, vi sarà il Consiglio Municipale Straordinario sulla pace: un momento istituzionale che intende assumere la pace stessa come responsabilità politica concreta. Interverranno, oltre al presidente del Municipio Carapellese, il presidente del Consiglio Michele Valtorta, i Capigruppo Consiliari, la presidente del Consiglio Comunale Elena Buscemi e il Consiglio dei Ragazzi e delle Ragazze, portando uno sguardo generazionale sul tema.
La mattinata proseguirà con un momento di dialogo interreligioso, introdotto da Luca Bressan della Diocesi di Milano, con la partecipazione di rappresentanti di diverse comunità religiose, a testimonianza del valore del confronto e della coesistenza.
A chiudere, la Cerimonia della Pace con la sfilata delle bandiere di tutte le nazioni, a cura del movimento internazionale May Peace Prevail On Earth International: un gesto collettivo, per restituire visivamente l’idea di una comunità plurale che sceglie la pace.
L’iniziativa sarà accessibile anche attraverso il servizio di interpretariato in LIS (Lingua dei Segni Italiana), grazie al Pio Istituto dei Sordi e in collaborazione con la Consulta Diocesana O tutti o nessuno. (Simona Lancioni)

Si ringrazia Martina Gerosa per la segnalazione.

Per maggiori informazioni: Stefania Vedovato, consigliera del Municipio 5 di Milano, tel. 338 7971010.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, insieme all’immagine utilizzata, per gentile concessione.

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“Tulipani di Seta Nera”, il 19° Festival Internazionale della Cinematografia Sociale

Da domani, 7 maggio, a domenica 10, si terrà a Roma la diciannovesima edizione di “Tulipani di Seta Nera”, il Festival Internazionale della Cinematografia Sociale, importante evento che ancora una volta coniugherà arte, impegno civile e grandi storie, offrendo quattro giornate di proiezioni, incontri e approfondimenti dedicati a temi quali l’inclusione, la diversità, il disagio giovanile e la tutela dei minori

Da domani, 7 maggio, a domenica 10, il Cinema The Space Moderno di Roma ospiterà la diciannovesima edizione di Tulipani di Seta Nera, il Festival Internazionale della Cinematografia Sociale, importante evento che ancora una volta coniugherà arte, impegno civile e grandi storie, offrendo quattro giornate di proiezioni (lungometraggi, documentari e corti), incontri e approfondimenti dedicati a temi quali l’inclusione, la diversità, il disagio giovanile e la tutela dei minori.
Sono inoltre previsti vari momenti di premiazioni, fra cui le consegne dei Premi Sorriso in diverse categorie. Tra essi, anche quelli che l’8 maggio saranno dedicati a disabilità, infanzia, giustizia e impegno sociale, con la partecipazione di rappresentanti del Terzo Settore e delle Istituzioni. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ampio approfondimento (fare riferimento anche al sito del Festival). Per altre informazioni: Antonio Naselli (antonionaselli.press@gmail.com).

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Quanto è normale la curva normale?

Il libro “L’errore. Storia anomala della normalità” di Fabrizio Acanfora – da cui si prenderà spunto domani, 7 maggio, all’Università di Torino, per l’incontro “Quanto è normale la curva normale? – è una lettura essenziale e provocatoria per chiunque voglia comprendere le radici profonde dell’abilismo contemporaneo e l’urgenza di costruire una società che non veda più nella differenza un difetto, ma una dimensione fondamentale e irrinunciabile dell’esistenza La “curva normale”

Quanto è normale la curva normale?: si intitolerà così il seminario che si terrà nella mattinata di domani, 7 maggio a Torino (Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino, nell’àmbito del Research Temporary Lab, a Palazzo Nuovo, Aula 6, Via Sant’Ottavio, 20, ore 10-13) e che vedrà quale protagonista lo scrittore e attivista Fabrizio Acanfora, in dialogo con la professoressa Tania Parisi, docente nell’Ateneo torinese.Prendendo spunto dal libro L’errore. Storia anomala della normalità di Acanfora (Luiss University Press, 2024), l’incontro verterà sui temi dell’ideologia meritocratica, delle disuguaglianze sociali e della percezione delle abilità individuali. Sarà pertanto un’occasione assai utile per riflettere su come la società definisce ciò che è “normale” e come tale definizione influenzi la valutazione del merito nonché il concetto stesso di inclusione.
L’evento (a questo link ne è disponibile la locandina) potrà essere seguito anche da remoto tramite questo link.

L’errore. Storia anomala della normalità di Fabrizio Acanfora è un saggio denso e lucido in cui l’Autore, già noto ai lettori di Superando (se ne legga ad esempio a questo link il recente contributo Disabilità ed emergenze: chi rimane indietro? Ovvero, le gerarchie di chi è utile e di chi è “sacrificabile”), decostruisce con grande lucidità il concetto stesso di “normalità”, rivelandolo come un insidioso strumento di esclusione sistematica nato in concomitanza con l’affermazione del capitalismo.
Partendo dalla sua esperienza di persona autistica, Acanfora traccia un’attenta analisi storico-filosofica e politica, mostrando come la diversità sia stata progressivamente trasformata in un “errore” da correggere o emarginare nel momento in cui i corpi e le menti hanno iniziato a essere misurati esclusivamente in base alla loro produttività. Il tutto ricordando che la disabilità, intesa come categoria umana, non esisteva prima dell’affermazione del capitalismo. È stato infatti proprio con il declino dell’ordine feudale e la nascita del sistema socioeconomico moderno, che la diversità fisica, sensoriale o cognitiva ha iniziato a essere misurata in base alla capacità di produrre e lavorare.

Attraverso l’esame di concetti come l’“uomo medio” proposto da Adolphe Quetelet in linea con la statistica ottocentesca, l’eugenetica di Francis Galton e il darwinismo sociale di Herbert Spencer, il libro unisce abilmente la critica sociale a quella politico-economica. Acanfora infatti evidenzia come l’ideologia neoliberista abbia sfruttato la normalizzazione per “atomizzare” la società, partendo dal celebre assunto di Margaret Thatcher secondo cui “la società non esiste”, esistono solo gli individui. E una critica severa viene mossa anche alla sinistra (la cosiddetta “Terza Via”), colpevole, a giudizio dell’Autore, di avere abbandonato la solidarietà e la coscienza di classe per abbracciare il dogma neoliberista.

Il libro funge anche da monito per il presente. Acanfora identifica infatti il passaggio dalla liquidità postnormale descritta da Zygmunt Bauman, a una fase reazionaria che definisce “neonormalità”. Si tratta di un ritorno a una normatività solida, autoritaria e intollerante, che cerca di limitare i diritti civili e le libertà faticosamente conquistati.
L’opera tuttavia non si limita a essere un mero atto d’accusa, ma si eleva a un accorato appello politico e sociale alla cooperazione. In tal senso Acanfora invita a superare la competizione esasperata imposta dal mercato a favore della “convivenza”, intesa come un movimento collettivo capace di riconoscere il valore della naturale variabilità umana e di ripristinare un forte senso di solidarietà.

Si tratta, in definitiva, di una lettura essenziale e provocatoria per chiunque voglia comprendere le radici profonde dell’abilismo contemporaneo e l’urgenza di costruire una società che non veda più nella differenza un difetto, ma una dimensione fondamentale e irrinunciabile dell’esistenza.

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Una maratona di accessibilità a Terni, per promuovere un modello replicabile in altre città

Entrerà nel vivo il 9 maggio a Terni il progetto “Parent Mobility Maps”, coordinato dall’Associazione Parent Project, con il sostegno della Forvia Foundation e in collaborazione con Kinoa Innovation Studio e con l’Associazione di clownterapia I pagliacci di Terni: in quella giornata, infatti, è in programma nella città umbra la “Kimap Marathon”, maratona aperta a tutta la cittadinanza, per mappare l’accessibilità della città stessa

Tramite il sostegno di Forvia Foundation e la partecipazione attiva dell’Azienda Forvia Faurecia di Terni, arriverà il 9 maggio nella città umbra la Kimap Marathon, una maratona aperta a tutta la cittadinanza, per mappare l’accessibilità della città stessa.
L’iniziativa – che ha ricevuto il patrocinio del Comune di Terni – fa parte del progetto Parent Mobility Maps, realizzato grazie al sostegno della Forvia Foundation e coordinato da Parent Project, l’Associazione impegnata in favore delle persone con distrofia muscolare di Duchenne e Becker e delle loro famiglie, in collaborazione con Kinoa Innovation Studio e con l’Associazione di clownterapia I pagliacci di Terni.
«Sarà un pomeriggio – spiegano da Parent Project – nel quale studenti e studentesse delle scuole del territorio, famiglie, volontari e volontarie e chiunque lo desideri si metteranno in movimento – a piedi, in carrozzina, in bici, con il passeggino – per osservare il territorio con uno sguardo nuovo. Quello di chi ogni giorno si confronta con le barriere architettoniche. Si tratterà infatti di una vera e propria attività di mappatura partecipativa, attraverso l’uso di Kimap, l’app di navigazione e crowdmapping per l’accessibilità ideata da Kinoa Innovation Studio. Essa permette infatti di creare e di arricchire collettivamente mappe di un numero sempre maggiore di città, con un focus specifico sull’accessibilità. E il 9 maggio sarà proprio il team di Kinoa a guidare le persone partecipanti nel percorso, organizzandole in squadre e supportandole nell’utilizzo della app».

«Il punto di partenza da cui ha preso vita l’intero progetto Parent Mobility Maps – proseguono da Parent Project – è la consapevolezza che la presenza di barriere architettoniche sul territorio rappresenta un limite non solo alla mobilità, ma anche all’indipendenza, alla realizzazione personale dei cittadini e cittadine con disabilità e alla loro possibilità di giocare un ruolo attivo nella società. In parallelo alla rimozione delle barriere architettoniche, è importante, però, lavorare su quelle culturali, diffondendo maggiore consapevolezza e informazione nella società civile rispetto ai diritti, ai bisogni e alle sfide quotidiane che affrontano le persone con disabilità. In una prima fase, quindi, è stato elaborato un modulo di formazione rivolto agli operatori ed operatrici delle due realtà partner e ai dipendenti di Forvia, per fornire loro strumenti specifici sulle distrofie di Duchenne e Becker, utili per le fasi successive. A seguire è stato realizzato un programma di attività di sensibilizzazione presso l’Istituto Comprensivo Marconi di Terni che ha posto al centro tematiche legate all’inclusione e alla mobilità accessibile. Gli studenti e le studentesse sono stati, quindi, invitati a partecipare all’attività di mappatura della città. Infine, a conclusione del progetto verrà organizzato un evento rivolto alla società civile, per analizzare i dati raccolti, discutere di barriere architettoniche, accessibilità e buone pratiche, condividere le criticità riscontrate e confrontarsi sullo stato dell’accessibilità urbana a Terni, come modello replicabile in altre città italiane». (S.B.)

A questo link è disponibile un approfondimento sul percorso del progetto Parent Mobility Maps nelle scuole. Tramite quest’altro link, invece, si può aderire alla Kimap Marathon del 9 maggio a Terni. Per ogni altra informazione: Elena Poletti (e.poletti@parentproject.it).

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Tecnologie e Progetto di Vita: una leva concreta per l’autonomia

Integrare davvero le tecnologie nei percorsi delle persone con disabilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale e il Progetto di Vita è lo spazio in cui questa integrazione può diventare reale, coerente ed efficace: così si è espresso nel corso di un recente convegno Evert-Jan Hoogerwerf, responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna, che abbiamo intervistato per Superando Una realizzazione grafica dedicata alle tecnologie assistive

Si è svolto il 22 aprile scorso a Bologna, nell’àmbito della manifestazione Exposanità 2026, il convegno Progetti di vita per le persone con disabilità. Dalla sperimentazione alla attuazione, promosso dal Servizio Sociale per le Disabilità dell’Area Welfare del Comune di Bologna [se ne legga anche la nostra ampia presentazione, N.d.R.]. Nell’àmbito di tale seminario (la registrazione integrale è disponibile su YouTube a questo link), si è parlato anche del ruolo delle tecnologie nella definizione dei Progetti di Vita attraverso l’intervento di Evert-Jan Hoogerwerf, responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna, una delle esperienze italiane più conosciute e longeve, avviata sin dai primi Anni Ottanta, le cui attività e servizi possono essere consultati nei siti presenti a questo, questo o questo link.
Integrare davvero le tecnologie nei percorsi delle persone con disabilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale. Nel suo intervento durante il citato convegno, Hoogerwerf – inserito lo scorso anno dalla rivista «Forbes» nella lista Accessibility 100, ossia le 100 persone più influenti nel mondo nell’àmbito dei temi legati all’accessibilità per le persone con disabilità – ha proposto una lettura chiara: il Progetto di Vita è lo spazio in cui questa integrazione può diventare reale, coerente ed efficace. Ne abbiamo approfittato per porgergli alcune domande, vista la sua lunga esperienza in materia.

Dottor Hoogerwerf, lei parla del Progetto di Vita come di un cambio di paradigma. Perché?
«Perché sposta radicalmente il punto di vista. Non si parte più dalla disabilità come problema da gestire, ma dalla persona come protagonista del proprio percorso. È un approccio basato su diritti, autodeterminazione e partecipazione. Il Progetto di Vita non riguarda solo i bisogni, ma anche le potenzialità, i desideri e le ambizioni. E richiede un lavoro condiviso: una rete di servizi, contesti e relazioni che costruiscano insieme le condizioni per il suo sviluppo».

In questo contesto, quale ruolo assumono le tecnologie?
«Un ruolo strutturale. Le tecnologie sono ormai parte integrante della vita quotidiana e delle dinamiche sociali. Per le persone con disabilità, poter accedere e utilizzare le tecnologie più appropriate significa esercitare pienamente la propria cittadinanza. Ridurre il divario digitale è quindi una priorità, non solo per migliorare la qualità della vita, ma per rendere effettivi diritti già riconosciuti come l’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione sociale».

Lei propone di superare una visione tradizionale delle tecnologie assistive. In che modo?
«Dobbiamo uscire da una logica puramente compensativa, in cui le tecnologie assistive servono soltanto a “colmare” una menomazione. È più utile ragionare in termini di tecnologie abilitanti. Questo significa pensare a soluzioni basate sulle tecnologie integrate nei contesti di vita – scuola, lavoro, comunità – e non a dispositivi isolati. Significa anche considerarle un investimento sul percorso esistenziale della persona, non un costo sanitario. Implica inoltre passare da interventi episodici di fornitura di ausili a processi dinamici e continui, che evolvono insieme alla persona, proprio come è stato pensato il Progetto di Vita».

Evert-Jan Hoogerwerf, olandese trapiantato da sempre in Italia, è stato recentemente incluso da «Forbes» tra le 100 persone più influenti nel mondo nell’àmbito dei temi legati all’accessibilità per le persone con disabilità

Ma quali sono i benefìci concreti di questa integrazione?
«Sono molteplici. Le tecnologie, infatti, possono aumentare l’autonomia e l’indipendenza, rafforzare la capacità di scelta e ampliare le opportunità di partecipazione. Migliorano la qualità della vita e offrono un supporto significativo anche ai caregiver. Inoltre, hanno un impatto sistemico: permettono interventi più efficaci e personalizzati, contribuendo a rendere il welfare più sostenibile».

Eppure, questo potenziale non sempre si realizza. Quali sono le condizioni necessarie?
«Ce ne sono alcune di fondamentali per far sì che le tecnologie diventino un’opportunità per l’empowerment delle persone con disabilità. La prima riguarda gli obiettivi di un percorso di adozione delle tecnologie: devono essere chiari, condivisi e verificabili. Senza questa base, la tecnologia rischia di essere scollegata dai reali bisogni. La seconda è il tempo: l’adozione di tecnologie nella vita di una persona con disabilità è come un processo di apprendimento che il più delle volte richiede accompagnamento e adattamenti progressivi. Quindi, servono le competenze: operatori formati, capaci di integrare le tecnologie nei percorsi educativi, sociali e riabilitativi. Infine, sono essenziali le collaborazioni e una programmazione di medio-lungo periodo. È un lavoro di rete, non individuale».

Il Progetto di Vita può essere la cornice che tiene insieme questi elementi?
«Esattamente. Il Progetto di Vita è lo strumento che permette di integrare obiettivi, tempi, competenze e risorse in modo coerente. È ciò che consente di evitare interventi frammentati e di costruire percorsi realmente personalizzati, in cui anche le tecnologie trovano il loro ruolo abilitante».

In conclusione, quali indicazioni operative emergono da questa visione?
«Alcune sono molto concrete: inserire nel Progetto di Vita esplicitamente percorsi di autonomia che prevedano l’uso delle tecnologie; coinvolgere Centri Ausili per individuare le soluzioni più appropriate; sviluppare strumenti digitali che aiutino a gestire e monitorare il Progetto di Vita; e utilizzare le tecnologie già nella fase di co-progettazione, per garantire che la persona possa esprimere pienamente il proprio punto di vista».

Nota: per approfondire il tema delle tecnologie assistive e rimanere aggiornati sul dibattito nazionale e internazionale riguardante tale settore, segnaliamo la Rassegna Stampa gratuita mensile della Rete GLIC, la Rete Italiana dei Centri di Consulenza sugli Ausili Tecnologici per le Disabilità attiva dal 1997, di cui l’AIAS di Bologna è tra i fondatori. Essa è organizzata su una trentina di argomenti tra cui anche il rapporto tra tecnologie e Progetto di Vita. Si può richiedere gratuitamente dall’apposito form nel sito del GLIC e a questo link possono essere consultati anche gli arretrati.

*Evert-Jan Hoogerwerf è responsabile del Settore Tecnologie per le Autonomie e l’Inclusione dell’AIAS di Bologna.

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A “Exposanità” lo sport è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza

Alla recente manifestazione “Exposanità 2026” di Bologna, lo sport ha smesso di essere solo performance ed è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza. Atleti, istituzioni e mondo paralimpico vi hanno condiviso infatti una visione integrata del benessere, non all’insegna di una semplice dimostrazione sportiva, bensì di un dispositivo culturale volto a ridefinire il rapporto tra corpo, cura e diritti Immagini di varie discipline sportive praticate da persone con disabilità

A Bologna, tra padiglioni, tecnologie e incontri istituzionali, lo sport ha smesso di essere solo performance ed è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza. È infatti questo il messaggio emerso con forza dalla recente manifestazione Exposanità 2026, dove atleti, istituzioni e mondo paralimpico hanno condiviso una visione integrata del benessere, non all’insegna di una semplice dimostrazione sportiva, bensì di un dispositivo culturale volto a ridefinire il rapporto tra corpo, cura e diritti.
A dare profondità al dibattito è stata tra l’altro la testimonianza di Francesca Lollobrigida, campionessa olimpica e protagonista dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026. Il suo intervento ha introdotto un elemento spesso rimosso nella narrazione sportiva, ossia la vulnerabilità. «Lo sportivo è prima di tutto una persona», ha sottolineato, riportando la salute al centro del percorso atletico, non come condizione accessoria, ma come infrastruttura essenziale della performance e della vita. Il riferimento al supporto tecnologico e medico non è secondario: segnala come oggi il confine tra sanità e sport sia sempre più poroso. Innovazione, riabilitazione e preparazione atletica convergono infatti in un ecosistema unico, dove la cura diventa parte integrante del risultato.

È però nel cuore dell’area paralimpica che il cambio di paradigma appare più evidente. Sitting volley, tennis in carrozzina, blind tennis, baseball per non vedenti, scherma, tiro con l’arco, tennis da tavolo e arti marziali non sono solo discipline, ma linguaggi attraverso cui si afferma un’idea precisa di accessibilità. Qui il pubblico non è spettatore passivo, ma parte attiva, giacché trasformare la conoscenza in esperienza diretta è una scelta precisa: il pubblico può provare, sperimentare e mettersi in gioco.
Melissa Milani, presidente del CIP Emilia Romagna (Comitato Italiano Paralimpico), ha esplicitato a Exposanità il passaggio culturale in atto: lo sport paralimpico non è più percepito come attività residuale o riabilitativa, ma come àmbito agonistico ad alto livello. Questa evoluzione ha implicazioni politiche: significa infatti riconoscere alle persone con disabilità il diritto pieno allo sport come dimensione strutturale della cittadinanza.
A rafforzare tale lettura è intervenuto anche l’Open Day promosso dall’INAIL Emilia Romagna, con circa novanta partecipanti coinvolti in attività sportive adattate. Non intrattenimento, ma un modello operativo di inclusione, dove lo sport diventa strumento di recupero, autonomia e relazione.
In questo contesto, la parola “riabilitazione” cambia significato: non più solo ritorno a una condizione precedente, ma costruzione di nuove possibilità.

Exposanità 2026 si è configurato così come un laboratorio culturale per ridefinire le categorie attraverso cui leggiamo salute e disabilità. Tre le direttrici principali emerse: l’integrazione tra sport e sanità, l’accessibilità come condizione imprescindibile e il riconoscimento del valore agonistico dello sport paralimpico. In filigrana, una questione più ampia: il diritto al corpo, riguardante la possibilità di esprimersi, competere, fallire e migliorare.
Ma andando oltre al il recente evento di Bologna, quale ne è stata l’eredità? La sfida è trasferire queste pratiche nella quotidianità: nelle scuole, nei territori e nelle politiche pubbliche. Anche perché, senza strutture accessibili, investimenti e visione politica, lo sport resta un’opportunità per pochi.
A Exposanità, dunque, è stato lanciato un segnale chiaro: l’inclusione non è un progetto collaterale, ma un criterio di sistema. E lo sport — quando è davvero accessibile — diventa uno dei suoi strumenti più potenti.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“La cura che tiene”: il “Caregiver Day 2026” dell’Emilia Romagna

“La cura che ‘tiene’ – Racconti, visioni e proposte per una cura sostenibile”: è il titolo del “Caregiver Day 2026” della Regione Emilia Romagna, uno dei principali spazi pubblici di riflessione e confronto sul tema della cura familiare, che mette al centro chi ogni giorno sostiene persone con disabilità o non autosufficienti, spesso in una condizione di invisibilità sociale. La sedicesima edizione dell’evento prevede per tutto questo mese di maggio tanti incontri in presenza e online, e tutti a partecipazione gratuita

La cura che “tiene” – Racconti, visioni e proposte per una cura sostenibile: è questo il titolo del Caregiver Day 2026 della Regione Emilia Romagna, che si conferma come uno dei principali spazi pubblici di riflessione e confronto sul tema della cura familiare, mettendo al centro chi ogni giorno sostiene persone con disabilità o non autosufficienti, spesso in una condizione di invisibilità sociale.
L’appuntamento, giunto ormai alla sua sedicesima edizione, è promosso e organizzato dalla Società Cooperativa Anziani e non solo, con il sostegno dell’Unione delle Terre d’Argine e il patrocinio di CARER ETS – Associazione Caregiver Familiari, della Regione Emilia Romagna e dell’AUSL di Modena.
Il ricco programma diffuso (tra presenza e online) propone laboratori, incontri, momenti di approfondimento dedicati ai principali temi della cura sostenibile, offrendo strumenti concreti, conoscenze, testimonianze e occasioni di dialogo.

Incontri in presenza
° 9 maggio – Rovereto sulla Secchia (Modena), Tecnologie per il caregiver: dispositivi e applicazioni utili per alleggerire il carico assistenziale.
° 16 maggio – Carpi (Modena), Il caregiver che lavora: strumenti e servizi per conciliare lavoro e cura, welfare territoriale e welfare aziendale con il coinvolgimento di istituzioni e mondo delle imprese.
° 23 maggio – Campogalliano (Modena), La pianificazione condivisa delle cure: come costruire percorsi partecipati di cura in presenza di patologie croniche e invalidanti.
° 30 maggio – Soliera (Modena), L’emergenza nella cura: strategie e strumenti per affrontare i momenti critici con maggiore sicurezza.

Incontri online
Accanto agli incontri in presenza sul territorio, un ruolo centrale avranno i webinar di approfondimento, veri e propri laboratori di pensiero e proposta, che porteranno il tema della cura nel dibattito nazionale, grazie al contributo di relatori di alto profilo istituzionale, scientifico e sociale.
Nel dettaglio, i quattro webinar in programma dal 7 maggio tutti i giovedì (ore 15) rappresenteranno un punto di forza dell’edizione 2026: momenti di approfondimento tematico per affrontare nodi strutturali della cura familiare [a questo link, in altra parte del nostro giornale, una nota specificamente dedicata al webinar di domani, 7 maggio, N.d.R.].
Il ciclo di incontri online sarà caratterizzato, come detto, dalla qualità e dall’autorevolezza dei relatori, provenienti da Parlamento e Istituzioni Nazionali, con membri della Commissione Affari Sociali della Camera; CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro); Regioni, con assessori e rappresentanti delle politiche di welfare; Organizzazioni Sindacali e del Terzo Settore; Università, Enti di Ricerca e Istituto Superiore di Sanità, con studiose e studiosi impegnati sui temi dello stress cronico, della salute e delle disuguaglianze sociali.
Questa pluralità di voci consentirà di leggere la cura come questione sociale complessa, che intreccia diritti, lavoro, salute, genere e politiche pubbliche, superando una visione emergenziale o privatistica del caregiving.

Temi strategici al centro del dibattito
I webinar affronteranno questioni chiave per il futuro delle politiche di cura, ossia:
° il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare a livello nazionale;
° la qualificazione dell’assistenza familiare e il sostegno alla cura domiciliare di lungo periodo;
° gli effetti dello stress cronico del caregiver sulla salute e sul lavoro;
° le sfide specifiche della cura nella disabilità nelle diverse fasi della vita, attraverso l’analisi di progetti e buone pratiche.

Un ponte tra territori, istituzioni e ricerca
Grazie alla formula online, i webinar del Caregiver Day 2026 amplieranno dunque il pubblico potenziale, costruendo un vero e proprio ponte tra territori, istituzioni, ricerca e comunità, oltre a rafforzare il ruolo dell’iniziativa come spazio pubblico di elaborazione culturale e politica sulla cura.
Il Caregiver Day non è solo una rassegna di eventi, ma un invito collettivo a riconoscere il valore della cura come bene comune e a costruire un welfare più giusto, capace di non lasciare sole le persone che ogni giorno “tengono” insieme le fragilità della nostra società. (Simona Lancioni)

Tutti gli eventi saranno a partecipazione gratuita. Il programma completo è disponibile a questo link. Per informazioni e/o iscrizioni: info@anzianienonsolo.it (oppure ci si può iscrivere anche tramite questo link).
Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene ripresa, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Le Linee Guida per l’inclusione dell’intelligenza artificiale nelle scuole

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha recentemente emanato le “Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni Scolastiche”: ne proponiamo un’ampia sintesi, arricchita da alcune osservazioni mirate anche agli alunni/alunne e agli studenti/studentesse con disabilità

Il contesto
In Italia non avevamo ancora finito di familiarizzare con la rivoluzione digitale avvenuta a partire dagli ultimi due decenni del secolo scorso, che un’altra rivoluzione ancora più travolgente ha invaso il mondo a partire soprattutto dall’inizio del nuovo millennio, cioè la cosiddetta Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA).
Essa è iniziata con la nuova tecnologia di far “divorare” ad una memoria elettronica quanti più dati possibili relativi a certi settori e poi chiedere alla memoria stessa un’informazione che ci necessiti; ma in tempi rapidi si è riusciti, sempre tramite l’implementazione della memoria, le reti neurali e gli algoritmi, ad ottenere che, a domanda, la memoria riuscisse a “generare” essa stessa risposte articolate, come un articolo di giornale, una ricerca storica, la traduzione di un testo in diverse lingue, e addirittura le automobili a guida automatica con esiti anche più sicuri della guida umana ecc. ecc.
Gli Stati Uniti hanno investito in tale nuovissima tecnologia parecchi miliardi di dollari e continuano a farlo in modo crescente, avendo poche ma grosse imprese oligopolistiche nel settore; l’Europa lo sta facendo ma in modo inferiore. L’Italia arranca, perché occorrono grossi investimenti e le nostre imprese sono prevalentemente medie e piccole, non riuscendo quindi a sostenere tali spese.
Questa, a detta di molti economisti, è la causa della mancata crescita di PIL (Prodotto Interno Lordo) del nostro Paese a partire dagli Anni Ottanta e conseguentemente della stagnazione dei salari, fermi a quell’epoca, proprio a causa della mancata crescita di produttività, condizione-presupposto per l’aumento dei salari: se il reddito non cresce, non può crescere la redistribuzione di esso tra profitti e salari. Inoltre, molti esperti ritengono che l’IA riduca numerosi posti di lavoro tradizionali di tipo ripetitivo, mentre altri però osservano che si creano nuovi posti di lavoro più tecnologicamente aggiornati. Di qui la necessità di predisporre piani di riaggiornamento professionale per molti lavoratori, non solo a livello di quadri intermedi diplomati, ma anche di dirigenti e ricercatori laureati.
Quanto all’Italia, la perdita di posti di lavoro dovrebbe creare meno problemi, dato l’inarrestabile calo delle nascite. E comunque, senza l’introduzione massiccia di questa nuova tecnologia, l’Italia rischia una perdurante stagnazione economica.

Le Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni Scolastiche
Così stando le cose, il Ministero dell’Istruzione e del Merito, dopo avere avviato seriamente il Progetto Digitalizzazione nelle e per le scuole, ha di recente posto mano pure al Progetto IA e ha finalmente emanato le Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni Scolastiche, tramite il Decreto Ministeriale 166/25 e le Indicazioni Nazionali per i Licei per l’anno scolastico 2026-2027 (22 aprile 2026), che pure danno rilievo alle predette Linee Guida.
Queste ultime sono state emanate in attuazione in particolare della Legge 132/25 (Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale) e della Direttiva Europea sull’Intelligenza Artificiale (Regolamento 2024/1689).

Le Linee Guida sono dunque un corposo documento rivolto ai dirigenti scolastici, ai docenti, al personale amministrativo e agli studenti/studentesse. Si compone di una Premessa ed è suddiviso in sei paragrafi più due glossari.
La Premessa richiama la normativa europea e italiana che regola l’utilizzo di questa nuova tecnologia, fortemente invasiva dei dati personali. Essa in Europa è piuttosto stringente, mentre negli Stati Unit lo è assai di meno, essendo vigente in essi un concetto di “libertà” assai ampio che non tollera molti limiti; in Europa, essendo noi molto più sensibili al rispetto dei “diritti umani”, con particolare riguardo ai dati personali sensibili, abbiamo maturato una normativa di tutela molto più accurata. Ciò spiega anche come mai negli Stati Uniti l’IA sia molto più diffusa e con applicazioni molto più ampie e penetranti rispetto ai Paesi europei.

1. Le finalità e le pratiche vietate
Il primo paragrafo prevede che l’IA sia finalizzata ad un’utilizzazione per attività ripetitive, quali, ritengo, molte pratiche di competenza delle segreterie, e per facilitare la didattica e l’apprendimento. Esse prevedono molto opportunamente, in modo esplicito, le seguenti pratiche vietate, coincidenti con quanto previsto dall’articolo 5, paragrafo 1 del citato Regolamento Europei 2024/1689:
° l’uso di tecniche subliminali o volutamente manipolative o ingannevoli;
° la valutazione o classificazione delle persone fisiche sulla base del loro comportamento sociale o di caratteristiche personali, con attribuzione di un punteggio sociale e conseguente applicazione di trattamenti pregiudizievoli ovvero sfavorevoli;
° l’uso di sistemi di categorizzazione biometrica che classifichino individualmente le persone fisiche sulla base dei loro dati biometrici, per trarre deduzioni o inferenze in merito a razza, opinioni politiche, appartenenza sindacale, convinzioni religiose o filosofiche, vita sessuale od orientamento sessuale;
° con particolare riferimento al settore dell’istruzione, i sistemi di IA in grado di individuare le emozioni di una persona fisica nell’àmbito degli istituti di istruzione, tranne laddove l’uso di tali sistemi sia destinato a essere messo in funzione o immesso sul mercato per motivi medici o di sicurezza (articolo 5, lettera f e Considerando 44 del Regolamento Europeo 2024/1689)

2. I princìpi
Il secondo paragrafo indica i princìpi ai quali si ispirano le Linee guida, con particolare attenzione a quelli costituzionali, vale a dire:
– centralità della persona;
– equità, cioè fruibilità per tutti gli studenti/studentesse, compresi quelli con disabilità;
– innovazione etica e responsabile: l’IA deve realizzare un’educazione responsabile degli alunni, sollecitando un apprendimento critico e creativo ed evitando, ritengo, un’utilizzazione quale la copiatura di elaborati o traduzioni;
– sostenibilità;
– tutela dei diritti e delle libertà fondamentali;
– sicurezza dei sistemi e modelli di IA, al fine di garantire l’inaccessibilità a terzi ai dati sensibili degli studenti, dei docenti e del personale della scuola.

3. Requisiti etici, tecnici e normativi
Il terzo paragrafo prevede che nell’uso e nell’implementazione dell’IA le scuole debbano garantire il rispetto di tre classi di requisiti, quali quelli etici, quelli tecnici, e quelli normativi per la protezione dei dati personali.
Requisiti etici
° Intervento e sorveglianza umana nell’insegnamento e nell’organizzazione della didattica: bisogna cioè realizzare un’attenta sorveglianza al fine di evitare discriminazioni e violazioni del diritto alla privacy degli studenti. Il dirigente scolastico deve sorvegliare il rispetto di tutto ciò.
° Trasparenza e spiegabilità: la scuola deve garantire che quanti si avvalgono dell’IA ne conoscano il funzionamento e le finalità; al fine del monitoraggio di quanto avviene, la documentazione relativa ad essa dev’essere conservata agli atti della scuola stessa.
° Criteri per evitare discriminazioni: la scuola deve evitare che l’IA possa creare discriminazioni rispetto al sesso, alla razza, alla religione, alle opinioni politiche o a particolari condizioni personali e sociali, favorendo l’inclusione alla pari di tutti gli studenti.
° Attribuzione di ruoli e responsabilità: i dirigenti scolastici sono responsabili nelle proprie scuole per l’introduzione e il monitoraggio dell’IA. Inoltre, devono essere coinvolti rispettivamente gli studenti, le famiglie, i docenti e il personale scolastico, ogni volta che l’IA abbia impatto sul loro rapporto con la scuola, ad esempio didattica o attività amministrativa. E ancora, si devono coinvolgere anche enti territoriali pubblici e privati, qualora l’IA riguardi anch’essi, ad esempio tramite accordi. Devono infine essere coinvolti i fornitori, per verificare la sicurezza etica e tecnica dei sistemi di IA.

Requisiti tecnici
– Certificazioni e conformità dei fornitori: nella selezione di questi ultimi occorre sia garantita la sicurezza dei programmi, la tracciabilità delle loro operazioni, il rispetto delle certificazioni di sicurezza e qualità europee e italiane.
– Gestione responsabile dei dati: occorre adottare tutti i mezzi tecnici necessari a garantire sicurezza, riservatezza e integrità delle informazioni trattate. Nei contatti con i fornitori, inoltre, bisogna assicurarsi che essi rispettino la normativa concernente i loro doveri analoghi.
– Gestione del diritto di non partecipazione: devono essere adottati accorgimenti tecnici per garantire il diritto all’accesso all’IA da parte di studenti o loro famiglie che si avvalgano del “diritto di non partecipazione”. E in ogni caso dev’essere sempre garantito il diritto alla riservatezza e alla custodia dei dati personali.
– Equità del sistema: l’IA utilizzata nelle Istituzioni Scolastiche deve essere progettata per garantire equità e trasparenza ed è necessario controllare che i sistemi di IA non presentino pregiudizi o discriminazioni, assicurando che tutti gli studenti/studentesse abbiano accesso alle stesse opportunità educative. Ciò vale chiaramente anche per gli alunni con disabilità, anche se essi non sono espressamente citati.

Requisiti normativi per la protezione dei dati personali
Il Regolamento Europeo e le norme italiane devono garantire la riservatezza da parte degli utenti dell’IA nelle scuole. A tal fine la scuola, e quindi il dirigente scolastico, che ne è il legale rappresentante, è considerato il “titolare del trattamento dei dati”, ai fini della responsabilità nei confronti degli aventi diritto alla riservatezza, specie se si tratta di minori che sono qualificati come soggetti vulnerabili.
La scuola ha l’obbligo di indicare e chiarire le finalità per le quali i dati personali, anche “sensibili”, vengono trattati. Spetta, in ogni caso, alla singola Istituzione Scolastica trattare i dati personali dei soggetti interessati solo ove strettamente necessario.
I dati devono essere esatti, aggiornati e cancellati quando non servono più, ed è necessario garantirne la sicurezza.
Vi sono quindi alcune specifiche indicazioni per le Istituzioni Scolastiche:
° esse dovranno garantire informazione e formazione, anche per il tramite dell’educazione civica, sull’uso delle tecnologie nel rispetto della normativa;
° le singole Istituzioni Scolastiche devono effettuare una “valutazione di impatto” sui rischi che l’IA adottata possa causare alla privacy e, in caso di dubbio, deve rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali;
° le stesse Istituzioni Scolastiche devono altresì fornire “informative” chiare ai singoli interessati circa il trattamento dei loro dati;
° e ancora, devono nominare i soggetti “autorizzati” al trattamento, come ad esempio il Dirigente dei Servizi Generali Amministrativi (DSGA), per i dati relativi alle iscrizioni degli studenti o alle nomine dei docenti, e come i docenti, per l’utilizzo dei registri elettronici. Ciò in base al Vademecum del Garante per la protezione dei dati personali (La scuola a prova di privacy, edizione 2023);
° così pure le scuole titolari del trattamento dei dati devono individuare il Responsabile tecnico del trattamento dei dati;
° inoltre, le Istituzioni Scolastiche devono adottare misure tecniche di sicurezza dei dati, così come è previsto che debbano tenere un “registro delle attività del trattamento”;
° la scuola deve infine provvedere tempestivamente entro 72 ore alla notifica delle violazioni dei dati personali al Garante e alla comunicazione agli interessati.

4. Impiego dell’IA nel contesto educativo
Il quarto paragrafo prevede quanto segue: «Con riferimento alla tassonomia proposta da Holmes et al. (2022), e ai documenti di orientamento della Commissione Europea e dell’UNESCO, è possibile classificare l’impiego dell’IA nel contesto educativo in tre àmbiti principali:
1. IA al servizio degli studenti;
2. IA a supporto dei docenti;
3. IA a sostegno dell’organizzazione.
Anche gli organi collegiali sono coinvolti nell’adozione e nel rispetto della normativa sull’IA.

4.1 Istruzioni operative e strumenti di accompagnamento
Ciascuna Istituzione Scolastica che intenda introdurre sistemi di IA deve analizzare e valorizzare il proprio contesto scolastico, individuando i bisogni specifici e le aree di applicazione strategiche. Tale processo deve garantire il rispetto dei princìpi fin qui delineati.

Approccio metodologico sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella scuola

Per facilitare l’attivazione di programmi di introduzione di sistemi di IA nelle scuole su scala nazionale in maniera strutturata e uniforme, si propone alle Istituzioni Scolastiche l’utilizzo dell’approccio metodologico qui a fianco raffigurato.
Si inizia cioè con la fase della definizione, individuando le aree e i casi d’uso. Quindi bisogna individuare la pianificazione di dettaglio con tempi, costi e qualità. Poi bisogna applicare l’IA al caso prescelto e infine curare il monitoraggio.
Tutto ciò presuppone un piano di formazione del personale scolastico e amministrativo, con la fase del monitoraggio che serve a individuare eventuali errori o violazioni della privacy da riparare immediatamente. In tale fase vanno coinvolti gli organi collegiali della scuola.
Il processo si conclude con la valutazione interna del raggiungimento degli obiettivi e dell’analisi dei risultati rispetto al piano iniziale, anche ai fini della Rendicontazione Sociale.

4.2 Gli studenti quali destinatari
Scendendo ulteriormente nel dettaglio, il focus deve riguardare separatamente, in funzione della tipologia di destinatario dei sistemi di IA: i dirigenti, il personale amministrativo, i docenti e gli studenti.
Gli studenti devono essere educati a un progressivo allenamento a scelte culturali personalizzate e interdisciplinari. Possono inoltre avere dei feedback immediati nel corso dello svolgimento dei loro compiti, essendo aiutati a correggere e comprendere gli errori. Ciò, tramite la personalizzazione massima, aiuta l’inclusione generalizzata. Pertanto, ritengo che favorisca notevolmente l’inclusione degli alunni con disabilità: infatti, è possibile adeguare le lezioni a livello di gruppi di studenti e di singoli studenti, ed effettuare prove corrispondenti alle loro effettive capacità, come avviene nel caso delle prove equipollenti nei PEI (Piani Educativi Individualizzati) di tipo B (semplificati) e in quelli di tipo C (differenziati).

4.3 Progettazione etica degli algoritmi
Nella fase di addestramento e di implementazione è necessaria una progettazione etica degli algoritmi e un costante monitoraggio, onde verificare danni alla privacy.
Dev’essere inoltre garantito un diritto alla spiegazione della procedura e dei princìpi concretamente applicati, per utilizzare con mezzi automatizzati i dati personali al fine di ottenerne un risultato specifico. È necessario pertanto organizzare un programma di formazione iniziale e continua sull’utilizzo dell’IA, sia a favore del personale scolastico che degli studenti, allo scopo di evitare l’uso improprio di tale tecnologia. Dal canto suo, il dirigente scolastico deve garantire che alle fasi automatiche dell’IA siano accompagnate fasi con l’intervento consapevole degli utenti, siano essi docenti o studenti.
Dev’essere infine promossa un’utilizzazione sociale dell’IA tramite gruppi di lavoro e attività collaborative, intervallate con attività di rapporto individuale con l’IA stessa. Gli utilizzatori devono cioè essere edotti dei rischi che l’uso dell’IA, specie individuale, può provocare. A tal proposito ritengo che questa modalità, se generalizzata, possa essere una grande innovazione della didattica italiana, ancora troppo ancorata a un’educazione individuale e competitiva, mentre oggi sempre più nel mondo produttivo e nelle amministrazioni diviene necessario il lavoro di gruppo.
Strumento utile a ciò potrebbero essere le piattaforme digitali.

4.4 Riconoscere le “allucinazioni” dell’IA
Gli studenti devono essere educati a saper riconoscere criticamente i rischi delle “allucinazioni” inerenti i contenuti generati dai sistemi di IA (cioè le risposte automatiche dettate dagli algoritmi che potrebbero non corrispondere alla realtà oggettiva), e a non appiattirsi su utilizzi meramente passivi degli stessi contenuti.
I programmi di IA nella scuola devono infatti essere considerati, secondo la normativa europea, “ad alto rischio”, in quanto un utilizzo improprio può avere ricadute negative sulla formazione degli studenti e sul loro futuro professionale.

5. I controlli
Oltre alla vigilanza e all’attività propulsiva dei dirigenti scolastici, l’introduzione dell’IA è pure controllata dagli Uffici Scolastici Regionali e, in via definitiva, dallo stesso Ministero dell’Istruzione e del Merito tramite la Piattaforma Unica, sulla quale le scuole potranno confrontare le sperimentazioni attuate, anche in dialogo con altre realtà del territorio, e il Ministero potrà effettuare controlli a campione per assicurarsi del rispetto della normativa.

6. Conclusioni
«Solo attraverso un’implementazione responsabile, che tenga conto delle esigenze individuali degli attori del sistema scolastico, sarà possibile raggiungere gli obiettivi prefissati e costruire una scuola più inclusiva, equa e preparata ad affrontare le sfide del futuro».

Osservazioni finali
Il documento che abbiamo sintetizzato sembra piuttosto ripetitivo e pervaso dal timore ossessivo dei rischi che questa innovazione rivoluzionaria introduce nella didattica. Tuttavia, queste precauzioni sembrano motivate dalla necessità di garantire il carattere non solo di istruzione degli studenti, ma anche e soprattutto di educazione al rispetto di se e degli altri.

Cenni Bibliografici
Si suggerisce la lettura, tra le tante opere, almeno delle seguenti:

° Flavio Corradini, Il prompt responsabile. Linguaggio e metodo per governare davvero l’IA generativa, Milano, FrancoAngeli, 2026.
° Federico Ferrazza, Pier Luigi Pisa, L’intelligenza artificiale e lo studio, 3 volumi, “la Repubblica”, 2025.
° Federico Neri, Parlare agli algoritmi. Intelligenza artificiale: trent’anni di errori, scoperte e rivoluzioni, Roma-Bari, Laterza, 2026.
° Giorgio Parisi, Le simmetrie nascoste. Perché la fisica è alle radici dell’intelligenza artificiale di oggi e di domani, Milano, Rizzoli, 2026.

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Riconoscimento e tutela del caregiver familiare: quale legge nazionale?

Il 7 maggio, nell’àmbito della sedicesima edizione della manifestazione “Caregiver Day” della Regione Emilia-Romagna, si terrà il seminario online “Quale legge nazionale per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare?” al quale parteciperanno tra gli altri i deputati Luciano Ciocchetti e Ilenia Malavasi

Il 7 maggio, nell’àmbito della sedicesima edizione della manifestazione Caregiver Day della Regione Emilia-Romagna (di cui scriveremo entro breve in altra parte del giornale), si svolgerà il seminario online dal titolo Quale legge nazionale per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare?
L’evento, che sarà introdotto e moderato da Loredana Ligabue, segretaria dell’Associazione CARER ETS, si svolgerà sulla piattaforma Zoom dalle 15 alle 17,30 e vi interverranno i deputati Luciano Ciocchetti e Ilenia Malavasi, componenti della Commissione Affari Sociali delle Camera; Alessandro Geria, consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro); Valerio Serino, responsabile dell’Ufficio Politiche per il Lavoro ed Inclusione delle Persone con Disabilità della CGIL Nazionale; Isabella Conti, assessora al Welfare della Regione Emilia-Romagna. (Simona Lancioni)

Per informazioni e/o l’iscrizione: info@anzianienonsolo.it (oppure ci si può iscrivere anche tramite questo link).
La presente nota è già apparsa in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene ripresa, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Disabilità e autodeterminazione. Esperienze da El Salvador e dalla Striscia di Gaza

«Come supportare e promuovere il protagonismo delle persone con disabilità, facendo in modo che siano considerate pienamente soggetti di diritti e non solamente beneficiarie? Per rispondere, analizzeremo due contesti complessi caratterizzati da povertà, diseguaglianze e conflitti di varia natura»: così l’Università di San Marino presenta il seminario di domani, 6 maggio, denominato “Disabilità e autodeterminazione. Esperienze da El Salvador e dalla Striscia di Gaza”

«Come supportare e promuovere il protagonismo delle persone con disabilità, facendo in modo che siano considerate pienamente soggetti di diritti e non solamente beneficiarie? Per rispondere, partiremo dall’analisi di due contesti complessi caratterizzati da povertà, diseguaglianze e conflitti di varia natura: El Salvador, nell’America Centrale, e la Striscia di Gaza, in Medio Oriente»: così, dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di San Marino, viene presentato il seminario di studi in programma per il pomeriggio di domani, 6 maggio, nella Repubblica del Titano (Sala Montelupo di Domagnano, ore 14), denominato Disabilità e autodeterminazione. Esperienze da El Salvador e dalla Striscia di Gaza, che proporrà una serie di riflessioni curate da varie figure impegnate su vari livelli in questo àmbito come attivisti, operatori umanitari, rappresentanti di organizzazioni impegnate nel settore e dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo).
Con il coordinamento, infatti, di Arianna Taddei, docente ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale nell’Ateneo sammarinese e i saluti introduttivi di Laura Gobbi, direttrice generale dell’Università organizzatrice, Davide Martina dell’AICS (Ufficio VII – Soggetti di cooperazione, partenariati e finanza per lo sviluppo) e Francesca Romana Trisciuzzi pure dell’AICS (Ufficio IV – Sviluppo Umano, Focal Point Disabilità), interverranno Riccardo Sirri, direttore di EducAid; Giampiero Griffo, presidente della RIDS* (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo); Silvia Charlotte Rowe, evaluator e monitoring expert di PuntoSud; Giulia Trobbiani, rappresentante Paese e project manager EducAid El Salvador; Yousef Hamdouna, responsabili dei programmi di Educaid per il Medio Oriente; Marta Migliosi, attivista per i diritti delle persone con disabilità; Flavia Saraceni, peer counsellor della RIDS. (S.B.)

*La RIDS è un’alleanza strategica avviata nel 2011 da due organizzazioni non governative, l’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) ed EducAid, insieme a due organizzazioni di persone con disabilità, quali DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), alle quali si è aggiunto successivamente l’OVCI-La Nostra Famiglia (Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale). Il compito di essa è appunto quello di promuovere il protagonismo delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni nei progetti di cooperazione internazionale, come afferma la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Il seminario potrà essere seguito anche da remoto, tramite la piattaforma Teams (a questo link).

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I dati sulle convenzioni nella XII Relazione al Parlamento riguardante la Legge sul lavoro delle persone con disabilità

Tra le novità introdotte a suo tempo dalla Legge 68/99 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”), vi erano state anche le convenzioni, strumento pensato per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità e per facilitare le aziende che devono rispettare gli obblighi di legge. Come sono state applicate in questi anni? Esaminiamo i dati prodotti in tal senso dalla “XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 68/99”

Una novità introdotta dalla Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) era stata quella dalle convenzioni, strumento pensato per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità e per facilitare le aziende che devono rispettare gli obblighi di legge. Esse consistono in un patto fra l’Ufficio per il Collocamento Provinciale, le imprese pubbliche/private e, in altri casi, le Cooperative Sociali e altri Enti del Terzo Settore.
Esistono tre tipi di convenzioni: quelle di programma (articolo 11 della Legge 68/99), quelle di inserimento (articoli 12 e 12 bis), e quelle previste dall’articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03 (cosiddetta “Legge Biagi”). Da sottolineare sin da subito la lenta e non uniforme diffusione sul territorio nazionale e l’insufficiente utilizzo.

La convenzione prevista dall’articolo 11, comma 1 della Legge 68/99 è la più diffusa e utilizzata dalle aziende, in quanto consente di assolvere agli obblighi assuntivi previsti dalla norma con gradualità. La XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 12 marzo 1999, N. 68 “Norme per il diritto al lavoro delle persone disabili”, Anni 2022-2023 riporta che nel 2023 ne sono state sottoscritte 14.081 per l’inserimento di 23.956 persone; dal 2013 al 2023 ne sono state sottoscritte in media ogni anno 8.377. Visto che in media all’anno vengono avviate al lavoro 40.184 persone, nemmeno questo strumento può definirsi particolarmente efficace. La citata Relazione, del resto, non precisa l’esito e nemmeno la quantità e qualità degli inserimenti realmente effettuati. Ma, se osserviamo il numero dei collocati e il numero dei posti coperti in quota di riserva, è facile concludere che in gran parte non sono stati rispettati gli impegni sottoscritti. Le convenzioni, infatti, diventano spesso una tecnica legalizzata di evasione, con le aziende che presentano il prospetto informativo (la così detta “autodenuncia”), sottoscrivono diligentemente la convenzione come da articolo 11 della Legge 68, per poi non rispettare gli impegni concordati ed eludere gli obblighi di legge. Le stesse aziende dicono che in molte Province non ci sono controlli o che è sufficiente comunicare che non si sono trovati candidati adeguati da assumere. Tuttavia, tutto ciò non toglie valore allo strumento in sé.

L’articolo 11, comma 4 della Legge 68 prevede poi che «gli uffici competenti possano stipulare con i datori di lavoro convenzioni di integrazione lavorativa per l’avviamento di disabili che presentino particolari caratteristiche e difficoltà di inserimento nel ciclo lavorativo ordinario». Ebbene, queste convenzioni sono state e sono scarsamente utilizzate (733 per 807 persone nel 2023), in quanto prevedono l’inserimento di persone con disabilità complesse. Purtroppo, questa procedura viene spesso richiamata impropriamente dagli enti pubblici per giustificare l’esclusione delle persone con disabilità intellettiva, mentale e neurologica, dalle selezioni e dai concorsi.

Mi soffermo quindi brevemente sulle convenzioni come da articolo 12 della Legge 68, in quanto non hanno avuto alcun successo. Le aziende si sono ovviamente rifiutate di utilizzare questo strumento in quanto prevedeva la contestuale assunzione del lavoratore da parte dell’impresa e da una Cooperativa Sociale di tipo B e dopo un massimo di 36 mesi di formazione al lavoro, il lavoratore doveva rientrare a tempo indeterminato in azienda. Dal 2013 al 2023 ne sono state sottoscritte in totale 82 e nemmeno una negli anni 2022 e 2023.
Nemmeno le convenzioni previste dall’articolo 12 bis della Legge 68 hanno avuto grande successo, nonostante non fosse più prevista la contestuale assunzione e il successivo inserimento in azienda. Nel 2023 ne sono state sottoscritte 5, mentre dal 2013 al 2023 sono state complessivamente 89.

Ora, la ministra del Lavoro Calderone, attraverso il Decreto Legge 159/25 (cosiddetto “Decreto Sicurezza”), convertito con modificazioni nella Legge 198/25, ha introdotto alcune importanti novità. Si è passati cioè da un possibile ricorso alle convenzioni pari al 10% della quota di riserva allargandolo al 60%; è stata data inoltre la possibilità di sottoscrizione non solo alle Cooperative Sociali, ma anche alle Imprese Sociali, alle Società Benefit e agli Enti del Terzo Settore non commerciali; infine, per la prima volta è stata introdotta ufficialmente la possibilità di distaccare il lavoratore in altra sede di lavoro. Questo, ha suscitato un coro di polemiche pretestuose che personalmente non condivido. È sufficiente constatare infatti che circa il 70 % degli iscritti necessita di percorsi di accompagnamento al lavoro, e che circa il 40% ha bisogno di un periodo transitorio di formazione al lavoro in un contesto adeguato prima di essere inserito e assunto regolarmente in una impresa pubblica o privata. A riprova ci sono le centinaia di migliaia di persone iscritte al collocamento da più lustri, senza mai avere avuto una proposta di lavoro.
Questo provvedimento, inoltre, è strategicamente e culturalmente in sintonia con la “riforma della disabilità” sancita dal Decreto Legislativo 62/24 (applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità), che prevede la presa in carico della persona e un Progetto di Vita individualizzato anche sotto il profilo lavorativo.
Infine, mi permetto di sostenere come sia preferibile che le aziende ricorrano alle convenzioni fissate dall’articolo 12 bis della Legge 68, anziché alla monetizzazione degli obblighi attraverso l’istituto dell’esonero previsto dall’articolo 5 della Legge 68/99.

Veniamo, per concludere, alle convenzioni stabilite dall’articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03 (“Legge Biagi”), che al contrario delle precedenti, hanno avuto invece una certa diffusione, nonostante ci siano voluti due decenni perché fossero deliberate in tutte le Regioni, ad eccezione della Basilicata, del Molise e della Provincia Autonoma di Bolzano.
Esse prevedono l’assunzione della persona con disabilità presso una Cooperativa Sociale di tipo B, in cambio di una commessa di lavoro offerta da un’azienda. In questo modo l’impresa privata soddisfa l’obbligo di legge e una persona con difficoltà di inserimento al lavoro trova un’occupazione in un contesto adeguato. Nel 2023 ne sono state sottoscritte 2.457 per l’inserimento di 3.248 persone. In dieci anni, dal 2013 al 2023, sono state 10.000. I numeri in sé, per altro, non sono affatto esplicativi della realtà: in primo luogo, il ricorso a tali convenzioni è presente soprattutto nelle regioni nel Nord Italia; inoltre non conosciamo la loro durata, visto che possono protrarsi fino ad un massimo di tre anni, e nemmeno conosciamo il numero di persone coinvolte annualmente. Sarebbe inoltre utile sapere quanti siano i lavoratori “disabili/abili” impropriamente assunti e quanti presentino effettivamente complessità di inserimento.
In ogni caso, le ragioni che ne hanno ostacolato la rapida ed efficace diffusione sono riconducibili da una parte a un’assenza di volontà di molte Regioni, nonché dagli ostacoli creati da numerosi Uffici Provinciali che spesso suggeriscono il ricorso all’istituto dell’esonero. Spesso, inoltre, le parti sociali considerano questo strumento come un modo utilizzato dagli imprenditori per aggirare le assunzioni dirette. Ora, dopo vent’anni si stanno a fatica diffondendo, anche perché alcuni soggetti privati e del privato sociale hanno compreso che sono un utile strumento per fare business.

*Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco, oggi direttore generale dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro) (marino.botta@andelagenzia.it). Il presente contributo è il terzo di Marino Bottà da noi pubblicato, riguardante la “XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 12 marzo 1999, N. 68 ‘Norme per il diritto al lavoro delle persone disabili’, Anni 2022-2023”. Il primo, intitolato “Lavoro: un’analisi dell’ultima Relazione al Parlamento sull’attuazione della Legge 68/99”, e il secondo, intitolato “Lavoro e disabilità: come interpretare i dati della XII Relazione al Parlamento sulla Legge 68/99”, sono disponibili a questo e a questo link.

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Quante false informazioni sulla celiachia e sulla dieta senza glutine!

Sono numerose le false informazioni che circolano sulla celiachia e sulla dieta senza glutine. Fare dunque corretta informazione e sfatare falsi miti su questa malattia è uno dei principali obiettivi della Settimana Nazionale della Celiachia che tornerà dal 9 al 17 maggio, a cura dell’AIC (Associazione Italiana Celiachia), in collaborazione con le 21 AIC territoriali associate, dodicesima edizione di un’iniziativa che come sempre si svolgerà ruotando attorno alla Giornata Mondiale della Celiachia del 16 maggio

«La dieta senza glutine fa dimagrire e fa bene anche a chi non è celiaco». «La celiachia è un’allergia al grano ed è una condizione temporanea». «Una persona può essere più o meno celiaca quindi, ogni tanto, è possibile “trasgredire” alla dieta senza glutine»: sono solo alcune delle false informazioni che circolano sulla celiachia e sulla dieta senza glutine. Fare corretta informazione e sfatare falsi miti su questa malattia è uno dei principali obiettivi della Settimana Nazionale della Celiachia che sta per tornare dal 9 al 17 maggio, a cura dell’AIC (Associazione Italiana Celiachia), in collaborazione con le 21 AIC territoriali associate, iniziativa giunta alla dodicesima edizione, che come sempre si svolgerà ruotando attorno alla Giornata Mondiale della Celiachia del 16 maggio.
La Settimana Nazionale, dunque, che si articolerà tra corsi di formazione, attività nelle biblioteche, iniziative di divulgazione, informazione e counseling nutrizionale, condotte da esperti e altro ancora, allo scopo di parlare correttamente di celiachia e dieta senza glutine, rappresenta un’occasione unica per sensibilizzare un pubblico sempre più ampio su questa malattia che in Italia riguarda circa 600.000 persone di cui quasi 400.000 non ancora diagnosticate. E si tratta di una malattia severa, la cui diagnosi tardiva porta a complicanze gravi, raramente con esito infausto, ma che incidono negativamente sulla qualità della vita dei pazienti.

«La disinformazione sulla celiachia – sottolinea Rossella Valmarana, presidente dell’AIC – può creare confusione e rischi. Da oltre 45 anni la nostra Associazione lavora quotidianamente per diffondere una corretta informazione sulla celiachia e sulla dieta senza glutine, un impegno oggi ancora più necessario in un contesto in cui online e sui social circolano spesso falsi miti e informazioni non corrette. In tal senso, la Settimana Nazionale è uno dei momenti più importanti dell’anno perché, grazie ai numerosi eventi diffusi in tutta Italia, riusciamo a coinvolgere e sensibilizzare un pubblico sempre più ampio, un’azione indispensabile per migliorare la qualità della vita delle persone celiache».

Da ricordare in conclusione che in occasione della Settimana Nazionale, l’AIC aderirà anche all’iniziativa internazionale Shine a Light on Celiac che prevede l’illuminazione di colore verde di edifici e monumenti nel mondo per “accendere i riflettori” sulla celiachia e sulla dieta senza glutine. (S.B.)

A questo link è disponibile l’elenco, in continuo aggiornamento, degli eventi promossi dall’AIC per la Settimana Nazionale della Celiachia. Per ulteriori informazioni: comunicazione@celiachia.it.

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La Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati e la Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani

«Per le persone con stomia o incontinenza, l’igiene delle mani non è solo una buona abitudine, ma una componente essenziale della cura, un vero presidio di sicurezza»: a dirlo è Pier Raffaele Spena, presidente della FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati), organizzazione che in occasione della Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani di oggi, 5 maggio, ha lanciato la campagna denominata “FAIS la cosa giusta: un gesto semplice, una difesa in più”

Oggi, 5 maggio, è la Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che in questa edizione del 2026 intende richiamare l’urgenza di integrare appunto l’igiene delle mani nei Piani di Azione Nazionali per la prevenzione e il controllo delle infezioni, alla luce del fatto che un’adeguata igiene delle mani può ridurre fino al 70% le infezioni prevenibili.
«In Italia – afferma l’infettivologo Matteo Bassetti, intervistato dalla FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati) – non abbiamo una cultura del lavaggio delle mani. Sulla pelle ci sono miliardi di batteri, motivo per il quale dobbiamo interrompere la catena di trasmissione dei microrganismi. Come? In primis con il lavaggio: un gesto semplice, ma estremamente efficace» (l’intervista integrale è disponibile a questo link).

Ed è stata proprio la FAIS a realizzare un’indagine sul tema, coinvolgendo 620 persone impegnate nella gestione quotidiana di presidi sanitari monouso. «I dati raccolti – spiegano dalla Federazione – riguardano una popolazione prevalentemente adulta (oltre l’85% ha più di 50 anni) e altamente autonoma: quasi l’85%, infatti, gestisce il presidio per se stesso. I dispositivi per stomia sono nettamente la categoria più rappresentata (52,91% delle risposte), seguiti da cateterismo vescicale e ausili per assorbenza. Le mani sono considerate di gran lunga la fonte di contaminazione più sottovalutata (63,53%), seguite dalla superficie di appoggio del materiale (24,71%) ed emergono criticità rilevanti nelle pratiche quotidiane, se è vero che il 40% del campione non igienizza sempre le mani, sia prima sia dopo le procedure, mentre oltre la metà dedica meno di 20 secondi al lavaggio, al di sotto delle raccomandazioni. Ancora più significativo il dato sull’uso dei guanti: il 58,82% dichiara di non utilizzarli mai. E tra gli ostacoli principali non emerge la disattenzione individuale, bensì fattori strutturali: il 34,71% indica infatti la carenza di servizi igienici accessibili fuori casa come barriera principale. Non a caso, proprio fuori dall’ambiente domestico si registrano i comportamenti più critici, tra rinvii della sostituzione del presidio o procedure effettuate senza adeguata igiene. Parallelamente, si evidenzia una forte domanda di supporto: quasi la metà degli intervistati (47,65%), considera molto utile una guida dedicata e privilegia strumenti pratici come video tutorial e materiali cartacei».

«Questa nostra indagine – commenta Pier Raffaele Spena, presidente della FAIS – dimostra che la consapevolezza sul rischio infettivo è diffusa, ma non sempre si traduce in pratiche corrette. Per le persone con stomia o incontinenza, l’igiene delle mani non è solo una buona abitudine, ma una componente essenziale della cura, un vero presidio di sicurezza. Eppure, molte persone gestiscono situazioni complesse senza una formazione strutturata e senza un adeguato supporto. Per questo è fondamentale rafforzare non solo l’informazione, ma anche le condizioni concrete che rendono possibile una corretta gestione quotidiana, trasformando un gesto semplice in uno strumento reale di prevenzione e qualità della vita».
È quindi alla luce di tali consapevolezze che la FAIS ha voluto lanciare, in occasione della Giornata di oggi, la campagna denominata FAIS la cosa giusta: un gesto semplice, una difesa in più, anche attraverso la realizzazione di alcune immagini grafiche, come quella qui a fianco publicata. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa FAIS (Anita Fiaschetti), anitafiaschetti@gmail.com.

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La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese

«Lei ha annunciato durante la visita “Gesù abita qui” e poi “La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese”. Grazie per aver dato la possibilità a comunità provate da miseria e dolore di volgere uno sguardo di speranza verso l’alto»: lo scrivono dal MAC (Movimento Apostolico Ciechi) Antonio Pellizzaro e don Alfonso Giorgio, rivolgendosi direttamente a papa Leone XIV, dopo la sua visita pastorale in Africa  Papa Leone XIV insieme a due bambini dell’Angola a Saurimo, durante la sua visita pastorale in Africa (foto Ansa)

Riceviamo e diamo spazio al seguente messaggio rivolto dai rappresentanti del MAC (Movimento Apostolico Ciechi) a papa Leone XIV, dopo la recente visita pastorale in Africa del Pontefice.

Santità, le rivolgiamo un profondo sentimento di gratitudine per la speranza che ha donato ai nostri cuori e a quelli delle popolazioni da lei incontrate durante la sua visita pastorale in Africa.
In questo momento storico in cui spesso pare prevalere la legge del più forte sui rapporti fondati sul rispetto e la convivenza pacifica, lei quale autentico testimone di speranza, in ogni occasione, tra i poveri, le persone anziane, i bambini orfani e le persone con disabilità ha offerto il suo messaggio che in tutta evidenza ci è apparso profetico, luminoso, apostolico. Avevamo bisogno, soprattutto in questo momento, di una speranza di luce che elevasse la dignità umana, laddove ce ne fosse più bisogno.
Lei ha annunciato durante la visita «Gesù abita qui» e poi «La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese». Grazie per aver dato la possibilità a comunità provate da miseria e dolore di volgere uno sguardo di speranza verso l’alto.
Da parte dei sacerdoti assistenti dei gruppi diocesani, del Consiglio Nazionale, da parte di tutti gli aderenti del MAC di Italia, oltre che da tutti coloro che noi serviamo soprattutto nei Paesi del Sud del mondo, le sia gradita l’affettuosa vicinanza per la sua alta missione pastorale e un vicendevole ricordo nella preghiera.

*Rispettivamente presidente nazionale e assistente ecclesiastico nazionale del MAC (Movimento Apostolico Ciechi).

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