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La riforma del “Progetto di Vita” diventi concretamente il motore di una nuova organizzazione dei servizi sociali e sanitari

Vi è uno specifico articolo riguardante la riforma in materia di disabilità nel Decreto Legge in discussione alla Camera che introduce misure per l’attuazione del PNRR e delle politiche di coesione. In una propria Memoria, la Federazione FISH chiede al Governo e al Parlamento di «assicurare che i relativi interventi siano realizzati in modo tempestivo e omogeneo, garantendo che la riforma del “Progetto di Vita” diventi concretamente il motore di una nuova organizzazione dei servizi sociali e sanitari» Realizzazione grafica elaborata in occasione di un ciclo di incontri formativi proposti nel 2024 da Spazio DirSI – Disabilità in rete a Siena

Nell’àmbito dell’esame del Decreto Legge 19/26 (Ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e in materia di politiche di coesione), provvedimento che introduce misure urgenti, riguardanti da vicino anche i diritti e il futuro di milioni di persone con disabilità e delle loro famiglie, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), rappresentata dal proprio vicepresidente vicario Roberto Speziale, ha presentato una Memoria presso la Commissione V della Camera (Bilancio, Tesoro e Programmazione), documento che è il risultato di un lavoro corale dell’intera rete associativa, volto a garantire che i fondi europei si traducano in cambiamenti reali e tangibili nella vita quotidiana.
Nello specifico, al centro dell’analisi della Federazione vi è l’articolo 7 del Decreto Legge 19/26 (Misure di semplificazione per l’attuazione della riforma in materia di disabilità), rispetto al quale la FISH ha sottolineato nella propria Memoria come «l’attuazione del Decreto Legislativo 62/24 (Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato) in materia di disabilità rappresenti una riforma abilitante imprescindibile per il PNRR».
E tuttavia, nonostante il quadro normativo ritenuto avanzato, la Federazione ha rilevato una serie di criticità che richiedono interventi immediati», ossia: «ritardi nell’implementazione, con la lentezza dei processi attuativi che rischia di compromettere l’accesso alle risorse europee; disomogeneità territoriale, con la capacità amministrativa frammentata tra le diverse Regioni che crea disuguaglianze nell’accesso ai servizi; coordinamento dei fondi, rispetto al quale è necessario un dialogo più serrato tra PNRR, Piano Nazionale di Coesione e Fondi Strutturali per evitare sovrapposizioni o dispersioni di risorse».

La Memoria della FISH accoglie per altro con favore il rafforzamento della governance, che coinvolge l’Autorità politica delegata, il Garante Nazionale e la stabilizzazione del Programma di Azione Triennale. Vien però ribadito «che l’inclusione e l’accessibilità, sia fisica che digitale, devono diventare standard uniformi e non derogabili in ogni progetto finanziato».

In conclusione, la FISH ha chiesto al Governo e al Parlamento di «assicurare che gli interventi siano realizzati in modo tempestivo e omogeneo, garantendo che la riforma del “Progetto di Vita” non resti un concetto astratto, ma diventi il motore di una nuova organizzazione dei servizi sociali e sanitari». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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40 anni dopo la Legge sui PEBA: tra i capoluoghi di Provincia solo uno su tre è in regola!

A quarant’anni dalla Legge del 1986 che introdusse l’obbligo dei PEBA (Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche), solo uno su tre, tra i capoluoghi di Provincia del nostro Paese risulta in regola, ciò che porta a una situazione ancora più critica, considerando il totale dei Comuni italiani: è quanto emerge da un’indagine svolta dall’Associazione Luca Coscioni i cui rappresentanti ricordano che «queste non sono semplici mancanze amministrative, ma lesioni di diritti»

«A quarant’anni dalla Legge 41/86 istitutiva dei PEBA (Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche), l’Italia è ancora drammaticamente indietro nel rispetto dei diritti legati all’accessibilità e all’eliminazione delle barriere fisiche e sensoriali. E non stiamo parlando di un dettaglio tecnico, ma della possibilità concreta per milioni di persone di vivere, muoversi, studiare e lavorare in condizioni di pari dignità»: così Rocco Berardo, coordinatore delle iniziative dell’Associazione Luca Coscioni sui diritti delle persone con disabilità, commenta gli esiti di un’indagine svolta dalla stessa Associazione nei Comuni capoluogo italiani, per misurare quanto il nostro Paese sia ancora distante dai princìpi di accessibilità e inclusione previsti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, dalla Costituzione e dalle stesse Leggi che a distanza di decenni rimangono ancora inapplicate. Un’indagine, va detto, realizzata attraverso la consultazione sistematica dei siti istituzionali dei Comuni capoluogo, con particolare attenzione alla sezione Amministrazione trasparente (provvedimenti e strumenti di pianificazione) e accedendo agli atti nei casi di assenza o incompletezza delle informazioni online. Un’indagine, va aggiunto ancora, che rimane aperta, con l’Associazione che invita amministrazioni, cittadine e cittadini a segnalare eventuali aggiornamenti o correzioni documentate a info@associazionelucacoscioni.it.

Dal monitoraggio, dunque, attuato sui 118 Comuni capoluogo – Roma esclusa, di cui si parlerà in seguito – è emerso che 43 Comuni (36,4%) hanno approvato un PEBA con delibera di Consiglio Comunale, come previsto dalla normativa, mentre 16 Comuni (13,6%) hanno un PEBA non ancora approvato dal Consiglio o hanno adottato strumenti urbanistici alternativi, non previsti dalla normativa, 25 Comuni (21,2%) risultano in fase di redazione del PEBA stesso e 34 Comuni (28,8%) risultano senza PEBA o con informazioni non reperibili/insufficienti.
Per quanto poi riguarda i 43 Comuni che hanno approvato un PEBA, 7 si trovano in Toscana (tra cui Firenze), 5 in Emilia Romagna, 5 in Lombardia (tra cui Milano), 4 in Piemonte e in Veneto (tra cui Venezia), 2 in Abruzzo (tra cui l’Aquila), 3 in Friuli Venezia Giulia, 2 in Lazio, 3 in Puglia, 3 in Sardegna, 1 in Basilicata (Potenza), 1 anche in Liguria, Marche, Molise (Campobasso) e in Trentino Alto Adige (Trento).
Dei 34 Comuni (28,8%) che risultano senza PEBA o con informazioni non reperibili/insufficienti, invece, 7 sono in Sardegna (tra cui Cagliari), 4 in Calabria (tra cui Catanzaro), Lombardia e Sicilia, 2 in Abruzzo e Lazio, 3 nelle Marche, 2 in Piemonte e in Puglia (tra cui Bari), 1 in Campania (Napoli), Emilia Romagna, Toscana e Veneto (a questo link l’indagine completa con tutti i dati).
Come accennato, Roma costituisce un caso a parte: l’Associazione Coscioni, infatti, ha inoltrato l’accesso agli atti ai 15 Municipi della Capitale, ricevendo risposta solo da 4, ma nessuno di essi si è ancora adeguato.
Nel complesso, quindi, secondo l’Associazione «questi dati – già critici nei capoluoghi di Provincia, che in teoria dispongono di maggiori risorse tecniche e amministrative – indicano una realtà ancora più arretrata nel resto del Paese: ottimisticamente, infatti, riteniamo che solo circa il 15% dei Comuni italiani abbia davvero adottato un PEBA, e l’effettiva realizzazione degli interventi previsti rappresenti una criticità ulteriore e ancora largamente irrisolta».

«In questi anni – dichiara Alessandro Gerardi, consigliere generale dell’Associazione Coscioni e legale che segue le iniziative di essa sull’accessibilità – abbiamo affrontato casi concreti di discriminazione. La giurisprudenza ha chiarito che l’assenza dei PEBA non è una semplice mancanza amministrativa, ma una lesione di diritti. Possiamo dire anche che grazie alle nostre iniziative si è costruito un vero e proprio “diritto ai PEBA”, come dimostrano i provvedimenti emessi dai Tribunali, sia in sede civile che amministrativa, con i quali, ad esempio, i Comuni di Catania, Santa Marinella e Pomezia sono stati condannati ad adottare il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche in tempi certi».
«Dal canto nostro – conclude Berardo – continueremo a operare non solo perché venga rispettata la legge, ma anche perché il tema dell’accessibilità si imponga finalmente come una questione culturale, prima ancora che amministrativa. È impressionante, infatti, constatare come ancora oggi nuove costruzioni ignorino princìpi basilari di progettazione inclusiva. Ci auguriamo pertanto di non dover aspettare altri quarant’anni perché l’accessibilità diventi una realtà effettiva e non solo un obbligo scritto sulla carta». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Fabio Miceli (fabio.miceli@associazionelucacoscioni.it).

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Il 3 marzo a Sassari screening gratuiti dell’udito rivolti alla popolazione adulta

«Problemi di udito non diagnosticati o sottovalutati possono compromettere lo sviluppo nei bambini, la produttività negli adulti e la qualità dell’invecchiamento, con un impatto rilevante anche sui sistemi sanitari»: è con tale consapevolezza che l’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari aderisce alla Giornata Nazionale di Sensibilizzazione sulle malattie dell’orecchio e i disturbi uditivi del 3 marzo, proponendo per l’occasione screening gratuiti dell’udito rivolti alla popolazione adulta Screening dell’udito

«Problemi di udito non diagnosticati o sottovalutati possono compromettere lo sviluppo nei bambini, la produttività negli adulti e la qualità dell’invecchiamento, con un impatto rilevante anche sui sistemi sanitari. Nonostante l’ampia diffusione, la consapevolezza sul tema resta ancora limitata: infatti, come davanti a un iceberg, si percepiscono spesso solo le situazioni più gravi, mentre la reale dimensione del fenomeno rimane in gran parte sommersa. È invece dimostrato che considerare la sordità come possibile sintomo di patologie dell’orecchio e intervenire con prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione consente di ridurre in modo efficace e sostenibile le conseguenze invalidanti»: è con tale consapevolezza che l’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari ben volentieri aderisce anche quest’anno alla Giornata Nazionale di Sensibilizzazione sulle malattie dell’orecchio e i disturbi uditivi, iniziativa giunta alla sua quinta edizione e promossa per domani, 3 marzo, da SIOeChCF (Società Italiana di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale) e SIAF (Società Italiana di Audiologia e Foniatria), in corrispondenza con la Giornata Mondiale dell’Udito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Hearing Day), come abbiamo già riferito in altra parte del giornale.
Per l’occasione, dunque, domani, 3 marzo, l’Ambulatorio di Audiovestibologia della Clinica Otorinolaringoiatrica della stessa Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari effettuerà una serie di screening gratuiti dell’udito rivolti alla popolazione adulta. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: ufficio.stampa@aouss.it (Giovanna Tuffu).

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Giornata dell’Udito: l’importanza della prevenzione ad ogni età

In corrispondenza della Giornata Mondiale dell’Udito di domani, 3 marzo, le Società Scientifiche SIOeChCF e SIAF promuoveranno la 5^ Giornata Nazionale di sensibilizzazione su malattie dell’orecchio e conseguenti disturbi uditivi e per l’occasione l’Associazione Effetà di Genova ricorda l’importanza della prevenzione per la salvaguardia dell’udito a tutte le età, chiedendo un’attenzione particolare per la fascia do età comprendente ragazzi e ragazze dai 6 agli 11 anni

In corrispondenza della Giornata Mondiale dell’Udito di domani, 3 marzo, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Hearing Day), la SIOeChCF (Società Italiana di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale) e la SIAF (Società Italiana di Audiologia e Foniatria) promuoveranno a propria volta la 5^ Giornata Nazionale di sensibilizzazione su malattie dell’orecchio e conseguenti disturbi uditivi.
Per l’occasione, l’Associazione Effetà (Conoscere la disabilità uditiva) di Genova ricorda, tramite le parole delle proprie rappresentanti Silvana Baroni e Liliana Cardone, «che già da tempo collaboriamo con i Presidenti di SIOeChCF e SIAF, impegnandoci a mettere in atto le indicazioni emanate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per la salvaguardia dell’udito. Le attività di prevenzione, infatti, riguardano tutte le età, dallo screening neonatale fino all’età avanzata, poiché il problema della sordità può manifestarsi non solo alla nascita, ma anche in altre fasi della vita e in ogni fascia di età si può ricorrere ad interventi riparatori».

«Lo screening neonatale – aggiungono – viene effettuato regolarmente e tuttavia, alcune fasce di età successive possono essere trascurate. Quest’anno, dunque, in occasione del 3 marzo, la nostra attenzione è rivolta in particolare ai ragazzi/ragazze dai sei agli undici anni, ovvero agli alunni/alunne della scuola primaria. Per questo motivo, oltre a promuovere un’adeguata informazione, ci rivolgiamo all’Assessorato alla Salute e ai Direttori dei reparti di Otorinolaringoiatria della nostra città Genova, affinché possano attuare questi importanti controlli». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: associazioneeffeta@gmail.com.

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La vita non può e non deve più dipendere da una coordinata geografica: la tragica storia di Abdel

«La presa in carico e le condizioni di vita delle persone che convivono con una patologia come la distrofia muscolare di Duchenne non possono e non devono più essere dipendenti dal luogo dove vivono quelle persone»: l’Associazione Parent Project ha raccontato, durante la propria Conferenza Internazionale, la tragica storia di Abdel Rahman, morto a 20 anni nella Striscia di Gaza e per il quale, oltre alla distrofia, i “nemici” sono stati anche la fame, l’assenza di cure e la burocrazia Abdel Rahman con la famiglia in una foto scattata nel campo profughi di Nuseirat nella Striscia di Gaza. Abdel è mancato il 25 febbraio scorso

Abdel Rahman era un ragazzo palestinese di 20 anni che conviveva con la distrofia muscolare di Duchenne, patologia neuromuscolare rara e degenerativa, la più grave tra le varie forme di distrofie. Con la sua famiglia si trovava da tempo nel campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza, in una situazione estremamente precaria che ne metteva fortemente a rischio la sopravvivenza. Gli era impossibile ricevere i farmaci e le cure cliniche necessarie, in particolare per quanto riguarda gli aspetti cardiaci e respiratori, assolutamente cruciali con il progredire della patologia.
Nel mese di settembre dello scorso anno la sua famiglia aveva contattato Parent Project, Associazione che segue appunto persone con la distrofia muscolare di Duchenne e di Becker, per chiedere aiuto nell’organizzare un trasferimento di Abdel Rahman in Italia per ragioni sanitarie. L’Associazione aveva dunque attivato rapidamente una procedura burocratica per rendere possibile il suo viaggio. Purtroppo, però, i tempi di attesa sono stati troppo lunghi e non hanno permesso di portare Abdel Rahman in salvo.
«Dopo una serie di contatti con l’Istituto Superiore di Sanità e dopo avere sondato informalmente la disponibilità di due strutture ospedaliere di Roma ad accogliere Abdel Rahman – spiega Fabio Amanti, referente per le Relazioni Esterne e l’Advocacy di Parent Project -, ci siamo rivolti al Consolato Italiano a Gerusalemme. Ci è stato detto che il paziente avrebbe dovuto essere inserito in una lista dell’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità), per poi organizzare l’evacuazione medica previa autorizzazione delle autorità israeliane. A questo punto ci siamo rivolti all’OMS e abbiamo contattato numerose organizzazioni non governative operanti nella Striscia per cercare un medico che potesse refertare il ragazzo, requisito imprescindibile per essere inserito nella MEDVAC, la lista per l’evacuazione medica. Dopo mesi di tentativi e passaggi burocratici, Abdel ha finalmente ricevuto il certificato medico da parte dei clinici, la richiesta è stata approvata dal Ministero della Salute israeliano e lui è stato inserito nella lista».

In quel momento, la famiglia e l’Associazione avevano ricevuto un documento ufficiale riportante appunto la disponibilità a prendere in carico Abdel Rahman da parte di un ospedale ed è iniziata una fase di ripetuti solleciti, anche attraverso l’organizzazione non governativa britannica MAP (Medical Aid for Palestinians) per fare in modo che l’OMS prendesse atto della disponibilità di questa struttura in Italia e si mettesse in contatto con la task force per l’emergenza a Gaza del Consolato Italiano a Gerusalemme.
Nei mesi di gennaio e febbraio la famiglia è rimasta, invano, in attesa di un via libera. Nel frattempo, purtroppo, la condizione di salute del giovane si è aggravata, anche a causa delle disumane condizioni di vita nel campo profughi e il 25 febbraio Abdel Rahman è morto, per malnutrizione e complicanze respiratorie. Un esito che si sarebbe potuto evitare se la macchina burocratica avesse funzionato nei tempi necessari in una situazione così urgente.
«La distrofia di Duchenne non è stata l’unica nemica – commenta a tal proposito Fabio Amanti, che è anche papà di un ragazzo con la Duchenne, quasi coetaneo di Abdel Rahman -: a spegnere un cuore di 20 anni sono state la fame, l’assenza di cure e la burocrazia. Conosco ogni fase di questa malattia, i protocolli, i farmaci, la fatica. So che, con le medicine giuste, Abdel sarebbe ancora qui a sognare. Invece, un figlio è morto di abbandono perché la sua vita dipendeva da una coordinata geografica, un confine trasformato in un abisso che non siamo riusciti a colmare. La battaglia contro la Duchenne continuerà, per mio figlio e per tutti gli altri ragazzi, ma oggi c’è spazio solo per l’abbraccio invisibile tra due genitori, uniti dallo stesso destino e separati da una sorte troppo crudele».

«Si parla qui di una perdita – dicono da Parent Project – che rappresenta non “solo” un lutto familiare, nell’àmbito della tragedia più ampia che si sta consumando in Palestina sotto gli occhi di tutto il mondo, ma il perfetto esempio di un problema strutturale più grande. Ancora oggi, infatti, per chi ha una patologia rara, il luogo nel quale si nasce o si vive può fare un’enorme differenza in termini di qualità e di aspettativa di vita. I tempi delle organizzazioni internazionali sono troppo lunghi e le risorse delle Associazioni di pazienti non sono ancora sufficienti per prendersi carico delle tante situazioni analoghe a quelle di Abdel Rahman».

«Nei giorni scorsi, in cui tutta la nostra comunità si è riunita per la XXIII Conferenza Internazionale dell’Associazione – dichiara Cristina Picciolo, direttrice generale di Parent Project [si legga sulle nostre pagine l’ampia presentazione della Conferenza, N.d.R.] – abbiamo ritenuto fondamentale raccontare il caso di Abdel Rahman come simbolo di quanto ancora sia necessario fare affinché la presa in carico e le condizioni di vita delle persone che convivono con questa patologia non siano più dipendenti dal luogo dove vivono. Una soluzione, almeno parziale, sarebbe quella di creare una task force che coinvolgesse Associazioni di pazienti, umanitarie, Istituzioni e il mondo clinico per rispondere in maniera tempestiva alle richieste di aiuto simili a quella di Abdel». (E.P. e S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Elena Poletti (e.poletti@parentproject.it).

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Aperto il bando del primo “Premio Giornalistico Riccardo Bonacina”

È nato per promuovere la scrittura quale strumento di conoscenza, partecipazione e trasformazione sociale, attraverso articoli inediti di giovani con meno di 30 anni sui temi delle periferie e delle nuove forme di rigenerazione urbana e sociale: è il primo “Premio Giornalistico Riccardo Bonacina”, promosso dalla testata «Vita» per raccogliere l’eredità del proprio fondatore e continuare a coltivare nuovi talenti della narrazione sociale Riccardo Bonacina (1954-2024), fondatore di «Vita»

Si è aperta la prima edizione del Bando Premio Giornalistico Riccardo Bonacina, promosso dalla testata «Vita» per raccogliere l’eredità del proprio fondatore e continuare a coltivare nuovi talenti della narrazione sociale.
L’iniziativa nasce infatti con l’obiettivo di promuovere la scrittura come strumento di conoscenza, partecipazione e trasformazione sociale, attraverso articoli inediti di giovani con meno di 30 anni sui temi delle periferie e delle nuove forme di rigenerazione urbana e sociale. (S.B.)



Tutte le informazioni, il regolamento completo e le modalità di partecipazione al concorso sono disponibili a questo link.

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“Apriti Museo! Accessibilità comunicativa e patrimoni culturali”: una giornata di studio a Torre Pellice

Sarà proposta a operatrici e operatori museali, educatori professionali, insegnanti, famiglie e a tutti gli interessati al tema dell’accessibilità dei musei e della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), la giornata di studio di domani, 28 febbraio, denominata “Apriti Museo! Accessibilità comunicativa e patrimoni culturali”, promossa dalla Fondazione Centro Culturale Valdese e dal Servizio di CAA del Centro Autismo BUM della Diaconia Valdese Valli

La Fondazione Centro Culturale Valdese e il Servizio di CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) del Centro Autismo BUM della Diaconia Valdese Valli proporranno domani, 28 febbraio, presso il Museo Valdese di Torre Pellice nella Citta Metropolitana di Torino (Via Beckwith, 3), la giornata di studi denominata Apriti Museo! Accessibilità comunicativa e patrimoni culturali, rivolta a operatrici e operatori museali, educatori professionali, insegnanti, famiglie e a tutte le persone interessate al tema dell’accessibilità dei musei e della CAA come strumento di partecipazione in àmbito culturale.

L’intento della giornata, che sarà ripartita in un laboratorio in mattinata e in un convegno nel pomeriggio, sarà quello di condividere alcune riflessioni sul tema dell’accessibilità comunicativa al patrimonio culturale, tematica che il progetto Apriti Museo – di cui anche il nostro giornale ha già avuto modo di occuparsi – porta avanti ormai da anni grazie ad un gruppo di studio multidisciplinare, sostenuto dagli stessi promotori dell’incontro di domani.
All’interno di tale progetto, si sono sperimentate nel tempo modalità e materiali differenti, ora tutti a disposizione dei pubblici del Museo Storico e di Etnografia alpina del Centro Culturale Valdese. Un impegno costante che ha portato tra l’altro al riconoscimento di Museo Altamente Comunicativo da parte dell’ISAAC (International Society for Augmentative and Alternative Communication) e all’organizzazione di due edizioni di un corso per operatrici e operatori museali che desiderassero confrontarsi con i temi dell’accessibilità fisica, sensoriale e comunicativa dei patrimoni culturali, in maniera diretta, pratica e interdisciplinare. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore, ampio approfondimento sull’iniziativa. Per altre informazioni: il.barba@fondazionevaldese.org.

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Neuromielite ottica: affrontiamola insieme

In occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare di domani, 28 febbraio, l’AINMO (Associazione Italiana Neuromielite Ottica & MOGAD), fondata nel 2023 dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), intende richiamare l’attenzione sulla neuromielite ottica (NMOSD) e anche sulla MOGAD, malattie autoimmuni rare ancora poco conosciute e a lungo confuse con la sclerosi multipla, altamente invalidanti e con un impatto psicologico significativo

Colpisce meno di 5 persone ogni 100.000 e in Italia si stima che ne siano affette tra le 1.500 e le 2.000 persone. È più frequente nelle donne tra i 35 e i 45 anni, ma può interessare anche bambini e anziani. La neuromielite ottica (NMOSD) e la MOGAD sono malattie autoimmuni rare che attaccano il sistema nervoso centrale, in particolare il nervo ottico e il midollo spinale. Possono comparire in modo improvviso, con calo della vista, difficoltà di movimento, dolore, disturbi vescicali e intestinali. Nella maggior parte dei casi hanno un andamento a ricadute: ogni attacco può lasciare danni permanenti, fino alla perdita della vista o della capacità di camminare.
In occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare di domani, 28 febbraio (Rare Disease Day), l’AINMO (Associazione Italiana Neuromielite Ottica & MOGAD), fondata nel 2023 dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), intende richiamare l’attenzione su una patologia ancora poco conosciuta, ma altamente invalidante e con un impatto psicologico significativo: smarrimento, paura, isolamento e ansia sono esperienze frequenti dopo la diagnosi. Per questo, alle porte del mese di marzo, dedicato appunto alla neuromielite ottica, l’AINMO stessa lancia la campagna nazionale di informazione denominata Affrontiamola insieme, basata sul visual qui a fianco riprodotto, ove una porta si apre e oltre la soglia una donna con neuromielite ottica viene affiancata da un volontario dell’associazione. Si tratta pertanto di un’immagine che richiama un momento cruciale, quello della diagnosi, ma anche l’ingresso in una rete di supporto.

«Ricevere una diagnosi di neuromielite ottica – dichiara Elisabetta Lilli, presidente dell’AINMO – significa spesso confrontarsi con una malattia poco conosciuta, complessa e imprevedibile. Il nostro impegno è fare in modo che nessuno resti solo: essere un punto di riferimento per le persone e i loro familiari. Aprire una porta significa offrire informazioni corrette, orientamento e una rete di supporto qualificata nel percorso di cura e di vita, oltre a sostenere la ricerca di nuove terapie per cambiare la storia di questa malattia».
Nel corso del mese di marzo, dunque, l’Associazione diffonderà contenuti digitali, testimonianze e strumenti di approfondimento rivolti alle persone con neuromielite ottica, ai caregiver e agli operatori sanitari, con l’obiettivo di rompere l’isolamento, aumentare la consapevolezza e rafforzare una rete di supporto stabile. Il tutto sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e avvalendosi del patrocinio di AISM, SIN (Società Italiana di Neurologia) e SNO (Società dei Neurologi, Neurochirurghi e Neuroradiologi Ospedalieri).

Per anni la NMOSD è stata confusa con la sclerosi multipla. Oggi, invece, è riconosciuta come una patologia distinta, con meccanismi biologici e un decorso specifici. Una diagnosi precoce e differenziale (oggi più accurata grazie a criteri aggiornati e alla possibilità di individuare anticorpi specifici nel sangue) è fondamentale per garantire il trattamento più appropriato e prevenire disabilità permanenti.
Negli ultimi tempi, inoltre, la ricerca ha compiuto passi avanti importanti: sono infatti disponibili terapie in grado di ridurre il rischio di ricadute e modificare il decorso della malattia, anche se non tutte le forme dispongono di trattamenti specificamente autorizzati. La sfida è ora quella di garantire un accesso uniforme alle cure su tutto il territorio nazionale e percorsi di presa in carico multidisciplinare.
I casi di NMOSD, va ricordato infine, sono inseriti nel Registro Italiano Sclerosi Multipla e Patologie Correlate, promosso dall’AISM insieme ai centri clinici italiani, strumento di ricerca e sanità pubblica che raccoglie in totale oltre 96.000 casi e coinvolge 201 centri clinici. I casi di NMOSD e MOGAD già registrati sono circa 1.000, con l’obiettivo di arrivare a una piena rappresentatività nazionale, perché disporre di dati solidi significa programmare meglio i servizi, ridurre le disuguaglianze e orientare la ricerca. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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“For All – Roma una città fruibile per tutti”: l’accessibilità come pilastro fondamentale della dignità umana

Cuore pulsante del progeto “For All – Roma una città fruibile per tutti”, che ha vissuto il proprio evento conclusivo e che ha avuto quale capofila la Federazione FISH, è stato la creazione di otto percorsi della Capitale completamente accessibili, con un approccio che è andato oltre l’abbattimento delle barriere architettoniche, puntando a eliminare anche gli ostacoli senso-percettivi e comunicativi e rendendo la narrazione della città fruibile e inclusiva

Trasformare la Capitale in un modello di accoglienza, dove l’accessibilità non sia un mero adeguamento tecnico, ma un pilastro fondamentale della dignità umana: è stato questo l’obiettivo di For All – Roma una città fruibile per tutti, progetto realizzato con il contributo del Fondo Carta Etica di UniCredit, che ha avuto quale capofila la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in partenariato con l’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), la FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), Pedius, La Rosa Blu (Consorzio degli Enti aderenti alla rete associativa dell’ANFFAS Nazionale) e MAV Servizi e Formazione.

Conclusasi ufficialmente, come avevamo segnalato sulle nostre pagine, l’iniziativa, lanciata nel mese di aprile dello scorso anno, ha assunto una valenza strategica nell’ambito del Giubileo 2025, cercando di accogliere milioni di pellegrini e visitatori, in modo tale da garantire a chiunque, indipendentemente dalla condizione fisica o sensoriale, il diritto di muoversi in autonomia, sicurezza e libertà.
Cuore pulsante dell’intervento è stato la creazione di otto percorsi completamente accessibili (disponibili a questo link), che grazie a un’attenta mappatura e all’analisi dei flussi, hanno portato a collegare le Stazioni Termini e Tiburtina e gli Aeroporti di Fiumicino e Ciampino con i siti di maggiore interesse storico e spirituale, dal Colosseo al Foro Romano, fino alle quattro Basiliche Papali. Il tutto con un approccio che è andato oltre l’abbattimento delle barriere architettoniche, puntando a eliminare anche gli ostacoli senso-percettivi e comunicativi e rendendo la narrazione della città fruibile e inclusiva.

«Il concetto di “città moderna” – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH  – è intrinsecamente legato a quello di accessibilità universale. In quest’ottica, abbattere le barriere architettoniche, percettive e sensoriali nei luoghi che sono il simbolo di Roma diventa una priorità etica e sociale. L’obiettivo è garantire che la partecipazione alla vita culturale e spirituale della Capitale sia un’esperienza condivisa da tutti. Tale impegno, infatti, è nato dalla convinzione che la dignità della persona e il suo diritto alla socialità non debbano mai essere subordinati a limiti fisici, rendendo la città un patrimonio comune davvero aperto e accogliente». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Le persone in situazione di fragilità devono essere soggetti attivi, capaci di incidere e di contribuire

«C’è un tema ampio – scrivono da Tempo Relativo, prendendo spunto da una vicenda recentemente vissuta – riguardante il modo in cui la società si avvicina alla fragilità. Se infatti è positiva la crescita di attenzione per l’inclusione, questo rischia però di fermarsi alla superficie e talvolta esiste anche una forma sottile di utilizzo simbolico della fragilità. Noi invece crediamo ad esperienze in cui le persone in situazione di fragilità non siano comparse, ma soggetti attivi, capaci di incidere e di contribuire»

C’è un modo di fare educazione che non passa dalle aule, ma dai viaggi, dalle storie e dalle responsabilità reali. È quello scelto dalla nostra Associazione [Tempo Relativo, N.d.R.], realtà del territorio bergamasco e bresciano, che da anni lavora con giovani adulti con fragilità cognitive e relazionali, affiancandoli in percorsi che mescolano crescita personale, creatività e vita concreta.
Da questa esperienza è nato Hp VIP Movie Life, un gruppo che ha fatto del racconto e dell’incontro, documentando le esperienze tramite video interviste, uno strumento per stare nel mondo [se ne legga ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Non si tratta di attività “protette” o simulate. Al contrario, l’obiettivo dichiarato è portare i partecipanti fuori dai contesti chiusi, dentro situazioni vere, dove l’imprevisto, la responsabilità e la relazione con gli altri diventano parte del percorso educativo.
Negli ultimi anni il gruppo ha attraversato città, incontrato persone, realizzato contenuti che parlano di gentilezza, crescita, viaggio. Ed è in questo contesto che si inserisce una proposta arrivata nei mesi scorsi alla nostra Associazione: una coppia di sposi ci aveva contattato per coinvolgere il gruppo nell’organizzazione del proprio matrimonio, previsto per l’estate prossima. Non un intervento simbolico, ma un contributo concreto: supporto al catering nel servizio ai tavoli, partecipazione all’intrattenimento, realizzazione delle bomboniere.
Per il gruppo Hp VIP Movie Life, occasioni di questo tipo non sono semplici collaborazioni. Sono passaggi significativi, perché permettono ai ragazzi/e di misurarsi con compiti reali, di assumere un ruolo riconosciuto, di entrare in relazione con contesti che, altrimenti, resterebbero distanti. Significa prepararsi, immaginarsi, costruire aspettative. E come sempre accade, il percorso non coinvolge solo gli educatori, ma coinvolge anche le famiglie, i ragazzi e le ragazze stessi/e, che iniziano a pensarsi dentro quell’esperienza. Si lavora sui dettagli, sulle competenze, sulla gestione delle emozioni. Si crea, lentamente, una forma di fiducia.

Poi, a ridosso dell’evento, arriva la disdetta. Una comunicazione breve, motivata da ragioni esterne alla nostra Associazione, ragioni forse importanti ma che non riguardano i ragazzi/e.
Nulla di insolito, se si guarda alla dinamica organizzativa di un matrimonio. Gli imprevisti esistono, i programmi cambiano. Eppure, in contesti come questo, il punto non è soltanto la decisione finale, ma il modo in cui viene presa e comunicata. Perché quando si coinvolgono persone in situazione di fragilità, ciò che si attiva non è un semplice servizio, ma un processo. Un investimento emotivo, oltre che organizzativo. Non è stata dunque la disdetta in sé a creare difficoltà, ma la leggerezza e la superficialità con cui si è entrati e usciti da questa relazione. Crediamo infatti che una telefonata non possa bastare a chiudere un accordo e ancor meno a sciogliere ciò che, nel frattempo, si era costruito con fatica, tante energie e aspettative.

Ma c’è un tema assai più ampio, rispetto allo stesso fatto specifico di cui abbiamo parlato, che riguarda il modo in cui la società si avvicina alla fragilità.
Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso l’inclusione, spesso raccontata attraverso progetti, iniziative, collaborazioni. Un segnale positivo, che però rischia di fermarsi alla superficie quando non è accompagnato da una reale assunzione di responsabilità. Esiste, talvolta, una forma sottile di utilizzo simbolico della fragilità: la si coinvolge per arricchire un’esperienza, per dare ad essa un valore aggiunto, per raccontare una storia più significativa. Ma quando quella presenza smette di essere funzionale, diventa più facile fare un passo indietro, senza considerare pienamente le conseguenze.
Relazionarsi con la fragilità, infatti, non è una scelta leggera, non può essere è un gesto da fare per “arricchire” un evento. Richiede tempo, consapevolezza, continuità. E il rischio è quello di trasformare valori autentici – inclusione, gentilezza, partecipazione – in elementi decorativi, buoni per il racconto ma fragili nella pratica. Cosicché in questo scarto, spesso impercettibile, si possono produrre le delusioni più profonde.

Hp VIP Movie Life è un progetto che si muove in una direzione opposta: costruire esperienze in cui le persone in situazione di fragilità non siano comparse, ma soggetti attivi, capaci di incidere, di contribuire, di assumere responsabilità reali. È una strada più complessa, che richiede tempo e che espone anche a momenti di difficoltà. La disdetta della collaborazione a quel matrimonio è uno di questi, non il più grave ma di sicuro tra i più significativi perché mette in evidenza, come detto, una questione che va oltre il singolo episodio: il modo in cui si entra in relazione con l’altro, soprattutto quando quell’altro porta con sé una fragilità.
In fondo, la domanda che resta dentro è semplice. Quando si aprono queste collaborazioni, si è disposti ad assumersi davvero il peso della relazione? Oppure si tratta di esperienze a tempo, reversibili, che si possono interrompere senza conseguenze? Non sempre la risposta è esplicita. Ma è nelle modalità, più che nelle intenzioni, che si misura la qualità di un incontro. E talvolta basta una telefonata a fare emergere la verità, la distanza e la freddezza.

*A questo link vi è il sito dell’Associazione di Promozione Sociale Tempo Relativo.

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Giornata Mondiale delle Malattie Rare: guardare oltre le condizioni di salute

«Il messaggio scelto quest’anno per l’evento – dicono dall’ANFFAS alla vigilia della Giornata delle Malattie Rare di domani, 28 febbraio – ossia “Più di quanto si possa immaginare”, non è solo un motto, ma un invito a guardare oltre le condizioni di salute. La vita delle persone con malattie rare, infatti, è ricca di esperienze, aspirazioni e diritti da esercitare. E in tal senso il Progetto di Vita è uno strumento cruciale, poiché promuove non solo interventi sanitari, ma anche l’inclusione sociale e la partecipazione attiva»

«Ogni anno questo evento ci ricorda l’importanza di una battaglia che non può essere combattuta solo un giorno, ma deve protrarsi ogni singolo giorno dell’anno»: lo dicono dall’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) in una nota diffusa alla vigilia della Giornata Mondiale delle Malattie Rare (Rare Disease Day) di domani, 28 febbraio, appuntamento annuale centrato questa volta sullo slogan More than you can imagine (“Più di quanto si possa immaginare”), dedicato appunto a incrementare la consapevolezza su oltre 300 milioni di persone nel mondo che convivono con una malattia rara. «Ma questi non sono solo dati statistici – aggiungono dall’ANFFAS -: dietro ogni numero, infatti, c’è una persona, una vita influenzata dalle sfide delle malattie rare, spesso accompagnate da disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Il loro impatto sulla Qualità della Vita è enorme e merita una risposta pronta e adeguata. Dal canto nostro, ribadiamo l’impegno a garantire che nessuno venga lasciato indietro e per questo è fondamentale assicurare l’accesso a cure appropriate, tempestive e continuative, così come la tutela dei diritti alla salute. Mettere al centro la persona significa infatti ascoltare le sue esigenze e rispettare i suoi desideri».

A proposito poi del messaggio scelto quest’anno a livello internazionale, che è, come detto, “Più di quanto si possa immaginare”, «esso – viene sottolineato dall’ANFFAS – non è solo un motto, ma è un invito a guardare oltre le condizioni di salute. La vita delle persone con malattie rare, infatti, è ricca di esperienze, aspirazioni e diritti da esercitare. E in tal senso il Progetto di Vita è uno strumento cruciale, poiché promuove non solo interventi sanitari, ma anche l’inclusione sociale e la partecipazione attiva».

«La collaborazione pluriennale con la Fondazione Telethon – proseguono dall’Associazione – dimostra il nostro impegno. Le persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo sono parte integrante del nostro Gruppo di Lavoro, e i giovani, attraverso iniziative come Raising Youth Voices, hanno un ruolo fondamentale nel determinare il futuro delle politiche e del supporto per le malattie rare. In conclusione, quindi, il nostro appello è chiaro: il diritto alle cure è un diritto umano e deve essere garantito a tutti e tutte, 365 giorni all’anno. Uniamo le forze per elevare le voci delle persone con malattie rare e per costruire un domani migliore, in cui ogni persona possa vedere realizzati i propri desideri, aspettative e preferenze». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net.

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La rappresentazione della disabilità e il messaggio trasmesso al Festival di Sanremo

«A proposito della rappresentazione al Festival di Sanremo che ha visto protagoniste persone con disabilità accompagnate dal messaggio “Io sono come te” – scrive Fortunato Nicoletti, rivolgendosoi alla Direzione della RAI e al Direttore Artistico del Festival stesso -, se davvero si fosse voluto cogliere un’occasione storica, si sarebbe potuto dare spazio a un messaggio più maturo e più coraggioso: riconoscere le differenze, nominare le disuguaglianze, e affermare con chiarezza che il problema non è la diversità, ma la mancanza di pari opportunità»

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo la seguente lettera aperta rivolta alla Direzione della RAI e al Direttore Artistico del Festival di Sanremo, con l’augurio di poter ricevere (e pubblicare) altre riflessioni e opinioni sia sulla questione specifica, sia in generale sull’importante tema della rappresentazione della disabilità e della comunicazione sulla stessa.

Alla Direzione RAI e al Direttore Artistico del Festival di Sanremo, scriviamo in merito alla rappresentazione andata in onda durante la seconda serata del Festival di Sanremo, che ha visto protagoniste persone con disabilità accompagnate dal messaggio Io sono come te.
La nostra non è una critica rivolta alle persone presenti sul palco, alle quali va pieno rispetto. È una riflessione sul messaggio culturale trasmesso e sulla responsabilità che il servizio pubblico assume quando affronta temi così rilevanti.
Lo slogan Io sono come te appare, a prima vista, inclusivo. Tuttavia, contiene una semplificazione problematica. Nessuno è “come” qualcun altro: le differenze sono parte costitutiva dell’esperienza umana. L’uguaglianza non significa omologazione, ma pari dignità e pari diritti pur nella diversità. Ridurre il discorso alla rassicurazione dell’uguaglianza rischia di oscurare la realtà concreta delle disparità.
In àmbito culturale esiste un termine preciso per descrivere alcune modalità di rappresentazione della disabilità: abilismo. L’abilismo non è soltanto discriminazione esplicita, ma anche quell’insieme di narrazioni che, pur animate da buone intenzioni, mettono al centro lo sguardo e il bisogno emotivo della maggioranza anziché l’esperienza reale delle persone con disabilità.
Un concetto collegato è quello di Inspiration Porn, ossia l’utilizzo della disabilità come strumento motivazionale o simbolico per suscitare emozione, commozione o senso di gratitudine nel pubblico. Quando la presenza di persone con disabilità viene caricata di un valore simbolico che supera la loro individualità, si rischia di trasformare l’inclusione in spettacolarizzazione.
Il punto centrale è questo: la partecipazione a un palco prestigioso, per quanto significativa, non colma il divario di opportunità che molte persone con disabilità continuano a vivere quotidianamente. Le difficoltà di accesso all’istruzione, le barriere nel mondo del lavoro, la carenza di servizi adeguati, le barriere architettoniche e culturali non vengono superate attraverso una presenza simbolica né attraverso uno slogan rassicurante.
Se davvero si fosse voluto cogliere un’occasione storica, il Festival avrebbe potuto dare spazio a un messaggio più maturo e più coraggioso: riconoscere le differenze, nominare le disuguaglianze, e affermare con chiarezza che il problema non è la diversità, ma la mancanza di pari opportunità.
Il servizio pubblico non ha solo la funzione di intrattenere, ma anche quella di contribuire alla maturazione culturale del Paese. Per questo la qualità del messaggio conta quanto la sua visibilità. Un palco può accendere un riflettore, ma se quel riflettore non illumina le cause delle disuguaglianze rischia di trasformarsi in un gesto simbolico che rassicura senza incidere.
Ciò che delude non è l’intenzione inclusiva, ma l’occasione mancata. In un contesto seguito da milioni di persone, si sarebbe potuto proporre un messaggio più aderente alla realtà, più rispettoso della complessità e più capace di stimolare consapevolezza collettiva.
Perché il vero cambiamento non nasce dall’emozione momentanea, ma dalla capacità di riconoscere e affrontare ciò che ancora limita non la parità omologazionale ma l’effettiva equità.
Con questa lettera auspichiamo pertanto che in futuro la rappresentazione della disabilità possa evolvere verso una narrazione meno simbolica e abilista e più trasformativa, capace cioè di andare oltre lo slogan e di contribuire realmente a una cultura delle pari opportunità e di quello che a cui noi pensiamo sia necessario: il mondo di tutti e per tutti!
Con rispetto.

*Vicepresidente di Nessuno è Escluso ODV.

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Roberto Frullini. Una vita controvento

Verrà presentato domani, 28 febbraio, in corrispondenza con la Giornata Mondiale delle Malattie Rare, il libro “Roberto Frullini. Una vita controvento”, curato dalla giornalista Elisa Longo, e dedicato a una figura ancora molto rimpianta, che ha segnato in modo profondo la storia dell’associazionismo e della presa in carico delle persone con malattie neuromuscolari nelle Marche e a livello nazionale

«Cosa significa, Roberto, alla luce della tua esperienza di vita, il termine “inclusione” per le persone con disabilità? In due frasi: “Non dover chiedere per favore, se è un diritto” e “Niente su di Noi, senza di Noi”»: basterebbero queste poche parole, che avevamo ricordato nel dicembre del 2022, al momento della sua scomparsa, per raccontare Roberto Frullini e la sua tempra di combattente per i diritti di tutte le persone con disabilità e delle loro famiglie. Una risposta asciutta ed essenziale, come lui stesso era, data a conclusione di una lunga intervista rilasciata a Gloria Gagliardini del Gruppo Solidarietà, compresa anche nel libro Raccontiamo noi l’inclusione. Storie di disabilità.
«Sono nato a Rho, in provincia di Milano – aveva detto in quella stessa intervista -, e dal 1966 al 1993 ho abitato là. Avevo 27 anni quando ci siamo trasferiti a Falconara (Ancona), dopo che i miei genitori sono andati in pensione. Sono figlio unico, ho 50 anni e dal marzo del 2015 abito da solo. Ho una distrofia muscolare che si è manifestata nei primi anni di vita. Ho smesso di camminare all’età di 9 anni e da lì ho iniziato a stare in carrozzina»: era proprio il suo stile, quello di una persona che puntava direttamente ai “fatti”, senza troppe parole in più di quelle necessarie.

Oltreché per chi scrive – che aveva avuto la fortuna di conoscere Roberto molto tempo prima, apprezzandone il costante impegno sociale, ma anche la grande ironia e autoironia che lo caratterizzava – la sua scomparsa ha costituito una grande perdita per molte persone ed è con grande piacere che abbiamo accolto nei mesi scorsi la notizia della preparazione di un libro a lui dedicato, operazione doverosa per non dimenticare mai chi, come Roberto, ha lasciato eredità realmente importanti.
Quel libro ora esiste, si chiama Roberto Frullini. Una vita controvento, lo ha curato la giornalista Elisa Longo, ed è tutto dedicato, come si legge nella presentazione, «a una figura che ha segnato in modo profondo la storia dell’associazionismo e della presa in carico delle persone con malattie neuromuscolari nelle Marche e a livello nazionale. Un promotore instancabile di alleanze tra associazioni, cooperative, istituzioni e sanità pubblica, che ha contribuito in modo determinante alla nascita del Centro Clinico NeMO di Ancona (NeuroMuscular Omnicentre), oggi intitolato alla sua memoria, una figura “ponte”, capace di tenere insieme fragilità e responsabilità, diritti e competenze, visione e concretezza». E a proposito del Centro NeMO, non è certo un caso che a volere con forza il libro sia stato tra gli altri Alberto Fontana, segretario dei Centri Clinici NeMO presenti nel nostro Paese, «con il sostegno di varie Associazioni – come è stato scritto – per restituire il ritratto di Roberto Frullini attraverso le voci di chi ne ha condiviso il cammino umano, civile e istituzionale».

Particolarmente apprezzabile, dunque, riteniamo la volontà di far coincidere la presentazione del libro con la Giornata Mondiale delle Malattie Rare (Rare Disease Day) di domani, 28 febbraio. Avverrà al Centro Pergoli di Falconara Marittima (Piazza Mazzini, 2, ore 11), con un’iniziativa organizzata dalla UILDM di Ancona (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), patrocinata dal Centro Clinico NeMO di Ancona, dalla Fondazione Paladini, dalle Associazioni Famiglie SMA e AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), da Confcooperative Federsolidarietà, dalla Cooperativa Grafica & Infoservice e dalla Direzione Nazionale UILDM.
«La scelta del 28 febbraio, Giornata delle Malattie Rare – spiegano i promotori, non è simbolica ma sostanziale: le malattie rare, infatti, chiedono continuità di cura, integrazione dei servizi e alleanze stabili tra soggetti diversi. Ed è esattamente su questi assi che Roberto Frullini ha lavorato per tutta la vita. La presentazione del libro si configura pertanto come un momento pubblico non commemorativo, ma orientato a interrogare il presente e il futuro della presa in carico delle persone con malattie neuromuscolari e rare, nel segno della corresponsabilità e della costruzione di comunità».

All’incontro (a partecipazione libera e aperto a tutta la cittadinanza) interverranno, oltre alla curatrice del libro Elisa Longo, Stefano Granata, presidente di Confcooperative Federsolidarietà; Alberto Fontana; Mauro Uliassi, chef; Simone Giangiacomi, presidente della UILDM di Ancona; Marika Bartolucci di Famiglie SMA; Sonia Brunetti della Fondazione Paladini; Marisa Trobbiani dell’AISLA; Annalisa Ceccacci della Cooperativa Grafica & Infoservice. (Stefano Borgato)

Per ulteriori informazioni: uildman@uildmancona.it. A questo link sono disponibili una serie di messaggi lasciati da persone che hanno conosciuto Roberto e interagito con lui.

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Arriva a Lucca la mostra accessibile di Alfredo Catarsini di cui Superando è media partner

Dal 28 febbraio al 30 aprile lo storico Palazzo Guinigi di Lucca ospiterà “Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, sesta tappa (dopo Gardone Riviera, Firenze, Viareggio, Pisa e Montecatini Terme) della mostra itinerante a cura della Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto espositivo che vede come media partner la nostra testata Superando

Dal 28 febbraio al 30 aprile sarà lo storico Palazzo Guinigi di Lucca ad ospitare la nuova tappa della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, sesta uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa e il Municipio di Montecatini Terme tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato in questo caso con il contributo del Comune di Lucca e della Regione Toscana e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

Nella prestigiosa sede lucchese, dunque, per ben due mesi i visitatori potranno ammirare 60 opere di Alfredo Catarsini, 20 delle quali mai esposte prima. Ad esse se ne unirà un altro nucleo di 50 circa, sempre di Catarsini, disseminate in 12 diverse sedi delle 9 tappe costituenti Il Cammino I luoghi di Catarsini, percorso che dal 2023 unisce Lucchesia e Versilia all’insegna dell’arte, della natura, della storia, dell’enogastronomia, il tutto con l’intento di formare un’unica, grande mostra diffusa.

L’inaugurazione, come detto, è in programma per la mattinata del 28 febbraio (ore 11), con i saluti introduttivi di Angela Mia Pisano, assessora alla Cultura del Comune di Lucca, e della citata Elena Martinelli, presidente della Fondazione Catarsini, seguiti dagli interventi del curatore della mostra Rodolfo Bona, di Luisa Berretti e Adolfo Lippi, rispettivamente funzionaria del Ministero della Cultura e scrittore, entrambi membri del Comitato Scientifico della Fondazione Catarsini. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@fondazionecatarsini.com.

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Dalla grafica tattile alla stampa 3D: nuove strade per l’autonomia delle persone cieche

La trasformazione delle informazioni visive in strutture percepibili al tatto, grazie a “Biblos”, software di videoscrittura accessibile per persone con disabilità visive, porta a un cambiamento non solo tecnologico, ma anche e soprattutto culturale, dimostrando che le tecnologie accessibili non sono più soltanto strumenti compensativi, ma piattaforme che permettono produzione e progettazione creativa diretta. A spiegarlo è lo stesso autore e sviluppatore di “Biblos”, Giuseppe Di Grande Grafica tattile, assi cartesiani e parabola 2D (2) (immagine realizzata da Giuseppe Di Grande)

Oggi tutti abbiamo la capacità di immaginare una piccola officina personale sulla scrivania di una persona cieca, ma non è stato sempre così, perché per molti anni l’accesso alle informazioni visive per le persone cieche è dipeso da processi complessi, costosi e spesso mediati da terzi.
La produzione di materiali tattili – testi in Braille, disegni in rilievo, modelli didattici – richiedeva strumenti specializzati e inaccessibili, oltre che competenze tecniche non sempre disponibili in contesti scolastici o domestici. Negli ultimi due decenni, tuttavia, l’evoluzione delle tecnologie digitali ha iniziato a ridurre queste distanze.
In questo scenario, chi scrive ha creato Biblos, software che sviluppo sin dal 2004 per rendere accessibili scrittura, Braille e grafica tattile in un unico ambiente accessibile, che oggi consente anche di modellare e stampare oggetti 3D autonomamente. Infatti, con l’introduzione del 3D in Biblos si apre un nuovo paradigma: non è solo questione di strumenti, ora chi non vede può diventare autore dei propri contenuti tangibili.

In Biblos, dunque, ho sviluppato un sistema che traduce le immagini in oggetti tridimensionali pronti per la stampa. A differenza dei comuni software di progettazione CAD, basati su interfacce esclusivamente visive e mouse-centriche, l’ambiente di Biblos è progettato per essere pienamente accessibile anche tramite screen reader e tastiera.
Il principio, che proviene dalla mia esperienza di oltre quarant’anni, è “semplice”: le variazioni di luminosità diventano volumi fisici, generando un solido pronto per la stampa o da inserire in composizioni più complesse. L’utente non deve “disegnare” nel senso tradizionale, ma operare attraverso il già conosciuto ambiente di grafica tattile, programmando vettori bidimensionali che il software trasforma in coordinate tridimensionali. Ciò consente di passare da rappresentazioni tattili su carta – soggette a usura e limitate nello spessore – a oggetti solidi, più durevoli e ricchi di informazioni spaziali.
Questo approccio permette, ad esempio, di ottenere modelli di forme geometriche, mappe semplificate, diagrammi scientifici o elementi iconografici partendo da file grafici comuni. L’utente può definire parametri come dimensioni, spessore del basamento e smussatura dei bordi, adattando il risultato alle proprie esigenze di esplorazione tattile.

Un elemento rilevante riguarda la diffusione delle stampanti 3D a basso costo. Negli ultimi anni il mercato ha reso disponibili dispositivi con prezzi comparabili a quelli di elettronica di consumo comune, rendendo possibile l’accesso alla produzione tridimensionale anche in àmbito scolastico, familiare o associativo. Oggi una stampante 3D costa spesso meno di uno smartphone e circa un decimo rispetto alle tradizionali stampanti Braille. Questo significa poter produrre autonomamente materiali tattili, passando da servizio da richiedere a possibilità di produzione autogestita. Conosco già scuole e istituti che utilizzano Biblos e che esplorano queste nuove possibilità.
Combinando software accessibile e stampanti 3D economiche, nascono opportunità che fino a ieri erano impensabili: insegnanti che producono materiali didattici personalizzati, famiglie che realizzano oggetti utili nella vita quotidiana, studenti/studentesse che possono esplorare concetti complessi attraverso modelli fisici costruiti creativamente.
Le potenzialità, inoltre, non si limitano all’ambito tecnico. In àmbito educativo, la possibilità di generare rapidamente modelli tridimensionali consente di affrontare varie discipline: dalla geometria alla scienza, dall’arte all’architettura. D’altronde, oggi in Italia abbiamo già l’esperienza di musei che propongono ai fruitori questi modelli tridimensionali, permettendo una comprensione tattile immediata.
Nella vita quotidiana, poi, la produzione indipendente di piccoli oggetti accessibili – etichette tattili, segnalatori, componenti personalizzati – contribuisce all’autonomia personale. E anche elementi ludici o creativi, come giochi, simboli o decorazioni, diventano più facilmente realizzabili.

Esportazione oggetto 3D della parabola (3) (immagine realizzata da Giuseppe Di Grande)

Quarant’anni di sperimentazione, come ho detto, prima come vedente, poi come persona non vedente, hanno portato a questa innovazione. Lo sviluppo della grafica tattile che ho introdotto poco più di quindici anni fa ha costituito una base tecnica e concettuale importante: la trasformazione delle informazioni visive in strutture percepibili al tatto. Oggi, l’integrazione con la modellazione tridimensionale rappresenta una naturale estensione di questo percorso. E il cambiamento più profondo non è tecnologico, ma culturale. Le tecnologie accessibili, infatti, non sono più soltanto strumenti compensativi, ma piattaforme che permettono produzione e progettazione creativa diretta. Quando una persona cieca può ideare un oggetto, modellarlo e stamparlo in totale autonomia, si modifica il rapporto stesso con la tecnologia e con l’ambiente circostante.
Il contributo principale consiste nell’avere portato la modellazione tridimensionale direttamente nelle mani degli utenti ciechi. L’approccio che ho sviluppato con Biblos non si limita a introdurre una nuova funzione, ma ridefinisce il concetto stesso di partecipazione sociale.
L’idea di trasformare una postazione informatica in una piccola officina personale — capace di produrre oggetti utili o contenuti didattici su richiesta — non appartiene più alla sperimentazione, ma a una realtà già disponibile. Biblos è uno strumento che permette a chi non vede di progettare, modellare e produrre oggetti tattili e 3D senza intermediari, e ne sono veramente entusiasta.

Il mio lavoro, in conclusione, dimostra che l’innovazione può nascere anche dall’esperienza diretta della disabilità e trasformarsi in una opportunità per tutti e tutte. Biblos ridefinisce l’accessibilità rimodellandola in vera indipendenza progettuale, a ulteriore testimonianza che una persona con disabilità può ridurre le distanze tecnologiche col resto del mondo solo quando ha gli strumenti giusti per poterlo fare.

*Programmatore, Braille specialist e autore e sviluppatore di “Biblos”, software di videoscrittura accessibile per persone con disabilità visive, già utilizzato da scuole e insegnanti. A questo link il suo sito.

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Persone che non fanno rumore come Stefania, ma che cambiano il mondo lo stesso

«Ci sono persone che non fanno rumore – scrive Nicoletta Di Rosa -, ma che cambiano il mondo lo stesso. Quando si parla di disabilità, troppo spesso si alza il volume delle emozioni e si abbassa quello dei diritti. Stefania Delendati aveva scelto un’altra strada: quella della verità, della competenza e dell’ascolto. Non una disabilità da “raccontare”, ma persone da riconoscere» Stefania Delendati (1976-2026)

Ci sono persone che non fanno rumore. Ma cambiano il mondo lo stesso.
Quando si parla di disabilità, troppo spesso si alza il volume delle emozioni e si abbassa quello dei diritti. Per anni, infatti, la narrazione pubblica ha oscillato tra pietismo e retorica dell’eroe, lasciando poco spazio alla realtà quotidiana delle persone. Stefania Delendati aveva scelto un’altra strada: quella della verità, della competenza e dell’ascolto. Non una disabilità da “raccontare”, ma persone da riconoscere.
Come direttrice responsabile di Superando, Stefania ha contribuito a costruire uno spazio informativo che negli anni è diventato un punto di riferimento per chiunque voglia capire davvero cosa significhi inclusione. Non solo notizie, ma contesto. Non solo storie, ma diritti. Non solo testimonianze, ma consapevolezza.
Attraverso il suo lavoro ha dato voce a battaglie spesso invisibili, a problematiche concrete, a soluzioni possibili. Ha fatto quello che il buon giornalismo dovrebbe sempre fare: illuminare ciò che resta ai margini.

La disabilità, del resto, non è un mondo a parte, ma è parte del mondo. Eppure, per molto tempo è stata raccontata come qualcosa di eccezionale — in senso negativo o positivo — invece che come una dimensione della vita che riguarda milioni di persone.
Il contributo di Stefania Delendati è stato anche culturale: spostare lo sguardo dalla “diversità” alla cittadinanza, al diritto allo studio e al lavoro, all’accessibilità, all’autonomia e alla partecipazione sociale. Tutti temi concreti e non slogan.

Le parole costruiscono immaginari. E gli immaginari costruiscono la società. Un linguaggio scorretto può alimentare pregiudizi, uno consapevole può aprire possibilità. Anche per questo il lavoro giornalistico di Stefania Delendati ha avuto un impatto che va oltre l’informazione: ha contribuito a cambiare il modo in cui pensiamo la disabilità, non oggetto di compassione, ma soggetto di diritti.
Ricordare dunque il suo impegno significa anche fare un esame di coscienza collettivo. Come raccontiamo oggi la disabilità? Quanto spazio diamo alle voci dirette? Quanta attenzione dedichiamo ai diritti rispetto alle emozioni?
In un’epoca in cui tutto deve essere veloce, semplificato e “condivisibile”, il suo esempio ci invita a rallentare e a guardare più a fondo. Perché l’inclusione non nasce da un post virale, ma da una cultura che si costruisce giorno dopo giorno. E perché le barriere non sono solo architettoniche, sono culturali, sociali, comunicative.
Parlare di disabilità in modo corretto significa quindi contribuire a smantellarle. Significa rendere visibili diritti che altrimenti resterebbero silenziosi.

Il lavoro di Stefania Delendati ci lascia una lezione semplice e potente: informare può essere un atto di giustizia! E ricordare figure come la sua non è solo un omaggio, ma è un invito a continuare a raccontare, a denunciare quando serve, a costruire una narrazione che non escluda nessuno. Perché una società inclusiva non nasce per caso: nasce quando qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte.
I diritti non fanno rumore se nessuno li racconta: facciamoli sentire!

*Promotrice del blog “Right for Inclusion” dove il presente contributo è già apparso e vi viene anche proposto in audiolettura con la voce della stessa Nicoletta Di Rosa. Viene qui ripreso, con diverso titolo e con minime modifiche di riadattamento al diverso contenitore, per gentile concessione. Quella a Di Rosa è stata l’ultima intervista curata da Stefania Delendati per Superando, prima della sua scomparsa, con il titolo “Il blog di Nicoletta, per andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi sulla disabilità”.

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Una giornata tutta “azzurra” a Napoli per sensibilizzare sulla sindrome di Sjögren

Sempre attenta a un evento come la Giornata Mondiale delle Malattie Rare, poiché da anni lotta proprio per fare riconoscere una malattia rara dalle autorità sanitare, l’Associazione ANIMASS ha promosso per il 28 febbraio a Napoli alcune iniziative, a partire dall’inaugurazione di una nuova panchina azzurra, la quarantaduesima della serie, oltre a un incontro formativo per sensibilizzare sulla sindrome di Sjögren primaria sistemica. In serata sarà poi il Maschio Angioino a illuminarsi di azzurro La presidente dell’ANIMASS Lucia Marotta, tra gli attori Gabriele Rossi e Daniela Poggi, protagonisti del cortometraggio “L’amante Sjögren”, realizzato da Maurizio Rigatti per conto dell’ANIMASS stessa

«Le malattie rare in tutto il mondo rappresentano una condizione difficilissima per chi le vive – sottolinea Lucia Marotta, presidente dell’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren) -, una lotta, a volte, contro un fantasma senza nome e pertanto non riconosciuto dalle autorità della politica sanitaria. Questo determina una sottrazione di risorse per queste patologie, che peggiora la possibilità e la speranza di un futuro migliore per le persone che ne sono colpite. Ed è proprio questa la storia della sindrome di Sjögren primaria sistemica, non ancora inserita nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e nel Registro Nazionale delle Malattie Rare, condizione che aumenta appunto il disagio e la sofferenza delle persone malate per le quali non ci sono farmaci curativi, ma solo palliativi e l’uso di sostituti, farmaci di fascia C, terapie riabilitative fisiche e cure odontoiatriche a carico di chi soffre. Ancora oggi, inoltre vengono effettuate diagnosi errate di sindrome di Sjögren, o accorpamenti impropri ad altre patologie».
Per tutto quanto detto, quindi, l’ANIMASS guarda sempre con grande attenzione alla Giornata Mondiale delle Malattie Rare (Rare Disease Day) del 28 febbraio, evento in occasione del quale coglierà anche l’opportunità di dare ulteriore sostanza al proprio progetto Una panchina azzurra, da noi regolarmente seguito, inaugurandone un’altra esattamente il 28 febbraio in Via Giustiniano, 281 a Napoli (ore 11), la quarantaduesima dopo quelle della Sicilia, di Verona, Rimini e di varie località del Salernitano.
L’evento, voluto segnatamente per sensibilizzare sulla sindrome di Sjögren, sarà completato da un incontro formativo presso il Centro Congressi Polo dello Shipping (Via Depretis, 51), aperto dalla proiezione del cortometraggio L’amante Sjögren, interpretato dagli attori Daniela Poggi e Gabriele Rossi, e realizzato da Maurizio Rigatti, per conto dell’ANIMASS. Seguiranno gli interventi di alcuni rappresentanti istituzionali e di specialisti della patologia, che ne esporranno le caratteristiche, oltre a soffermarsi sulla riabilitazione e sull’incidenza delle linfoproliferazioni.
In serata, poi, si illuminerà di azzurro il Maschio Angioino di Napoli.

Patologia che colpisce in grande maggioranza le donne (in proporzione di 9 a 1), la sindrome di Sjögren è una malattia autoimmune, sistemica, degenerativa e inguaribile che può attaccare tutte le mucose dell’organismo: occhi, bocca, naso, reni, pancreas, fegato, cuore, apparato cardiocircolatorio, apparato osteo-articolare e polmonare, degenerando spesso in linfoma non-Hodgkin, con conseguenze fatali per il 5-8% delle circa 12.000/16.000 persone malate. Tra le malattie autoimmuni è quella con il più alto rischio di linfoproliferazioni (44 volte superiore alla popolazione generale), oltre a provocare gravi effetti non soltanto sotto l’aspetto clinico e psicologico, ma anche nei confronti della vita sociale e affettiva.
A causa della complessità clinica, una diagnosi precoce e una prevenzione mirata sono sempre molto difficili, ma assolutamente necessarie e per superare questo pesante ostacolo identificativo è opportuno lavorare in rete per la presa in carico a trecentosessanta gradi delle persone malate. Ed è importante anche la conoscenza tra i giovani, per creare attenzione e accoglienza nei confronti dei coetanei/coetanee colpiti da una malattia rara invisibile come questa, che coinvolge anche la fascia pediatrica. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: animass.sjogren2005@gmail.com.

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Clara Woods è tornata in Italia

L’avevamo lasciata come una tredicenne con un brillante futuro da costruire a colpi di pennello, ritroviamo una giovane donna diciannovenne divenuta un’artista internazionale, imprenditrice e speaker motivazionale, che è tornata in Italia come “artista ufficiale dei Giochi Olimpici Invernali” e che sarà domani, 27 febbraio, a Milano e il 3 marzo a Firenze, con il suo “THE UNMUTED Tour 2026”. È sempre un piacere occuparsi della storia di Clara Woods Clara Woods con una delle sue opere

«Tredicenne fiorentina che ha una storia speciale e un brillante futuro che si sta costruendo a colpi di pennello. Non può parlare, infatti, a causa di un ictus perinatale, ma conosce tre lingue e usa le dita per comunicare con il mondo, mentre il pennello e i colori le servono per esprimere i suoi stati d’animo. Il cammino suo e quello delle sue opere è stato davvero veloce, se è vero che ha già esposto a Milano, a Roma e anche all’estero, in Giappone, negli Stati Uniti (a Miami) e a Londra»: questo scrivevamo nel 2019 di Clara Woods, il cui percorso avevamo già incominciato a seguire in precedenza.
Un po’ di anni sono passati e quella ragazza dal futuro luminoso è oggi una giovane donna diciannovenne divenuta un’artista internazionale, imprenditrice e speaker motivazionale che, dopo avere ottenuto il visto americano come “talento straordinario” e avere traslocato in California nel 2020, è tornata oggi in Italia con un percorso artistico e umano profondamente trasformato. Insieme a lei la mamma Betina Genovesi, che dopo avere lasciato la propria carriera imprenditoriale, ha deciso di costruire un futuro con la figlia e non per la figlia, trasformando il talento artistico di Clara in una piattaforma sostenibile, inclusiva e internazionale.

Il ritorno di Clara in Italia è avvenuto in un momento chiave della sua carriera, ossia quella che è stata la sua partecipazione come artista ufficiale dei Giochi Olimpici Invernali 2026, con la presenza di una sua opera, Love You, al Museo Olimpico presso la Triennale di Milano, e una comunità globale di oltre 2 milioni di persone che ne seguono il lavoro e il messaggio sulle piattaforme social.
Ritornare in Italia, inoltre, è anche un momento simbolico, un dialogo aperto tra le radici di Clara e il percorso costruito all’estero, tra l’artista che è diventata e il Paese dove tutto è iniziato.
Il progetto artistico e culturale che Clara porterà ora a Milano e a Firenze, si chiama THE UNMUTED Tour 2026 e nel capoluogo lombardo questo si sostanzierà nell’incontro denominato Arte e Sport contro ogni barriera, promosso per il pomeriggio di domani, 27 febbraio, alla MPA (Milano Painting Academy, Via Francesco De Sanctis, 34, ore 18.30) dalla Fondazione Maimeri, in collaborazione con la stessa MPA, per dare vita a un dialogo tra arte e sport quali strumenti di inclusione, resilienza e trasformazione culturale.
Insieme a Clara Woods, protagonista della serata, vi interverranno, con la moderazione di Matteo Caccia, Gianni Maimeri, presidente della Fondazione Maimeri, Livia Cecagallina, atleta paralimpica e lo scrittore Luca Trapanese, con la partecipazione straordinaria di Luciano Bonfiglio, presidente del CONI.
Il 3 marzo, poi, l’UNMUTED Tour arriverà a Firenze, che come detto è la città natale di Clara, con un evento unico presso il Toscanino-Rinascente in Piazza della Repubblica, occasione durante la quale la giovane artista creerà un’opera che prenderà forma come esperienza collettiva prevedendo l’interazione del pubblico. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Marcella Giusto (press.marcella.giusto@gmail.com).

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Il Patto su Migrazione e Asilo e le persone con disabilità: l’Unione Europea non deve abbassare il proprio livello di civiltà!

È precisa e dettagliata la denuncia proveniente dal Forum Europeo sulla Disabilità e dal Progetto Internazionale per l’Assistenza ai Rifugiati e Richiedenti Asilo: il Patto sulla Migrazione e l’Asilo dell’Unione Europea, che entrerà in vigore dal prossimo mese di giugno in tutti e 27 gli Stati Membri, coinciderà con tante situuazioni di inaccessibilità e discriminazione per le persone con disabilità nei sistemi europei di migrazione e asilo

È dalle pratiche adottate nei confronti di determinate categorie sociali che si può misurare il livello di civiltà e anche se ben pochi ne parlano, càpita proprio che ad abbassare quel livello siano Istituzioni come l’Unione Europea, che dovrebbe farlo rispettare, tanto più in un momento storico “accidentato” come quello presente.
Càpita insomma che il Patto sulla Migrazione e l’Asilo dell’Unione Europea (Migration and Asylum Pact), che entrerà in vigore dal prossimo mese di giugno in tutti e 27 gli Stati Membri, coincida con una perdurante inaccessibilità e discriminazione per le persone con disabilità nei sistemi europei di migrazione e asilo. La denuncia proviene dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, e dall’IRAP, il Progetto Internazionale per l’Assistenza ai Rifugiati e Richiedenti Asilo, ed è una denuncia precisa e dettagliata espressa in un ampio documento, intitolato A Pact That Excludes: Closing the Protection Gap for Migrants and Asylum Seekers with Disabilities (“Un patto che esclude: colmare il divario di protezione per migranti e richiedenti asilo con disabilità”, disponibile integralmente in inglese a questo link), ove si dimostra con chiarezza che i sistemi europei di migrazione e asilo rimangano appunto inaccessibili e discriminatori per le persone con disabilità, violando gli obblighi dell’Unione ai sensi della propria Carta dei Diritti Fondamentali, della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata globalmente dall’Unione il 23 dicembre 2010, e di altri quadri normativi internazionali in materia di diritti umani.
Il documento di EDF e IRAP, pertanto, nell’analizzare il Patto dal punto di vista della disabilità, sollecita urgentemente le Istituzioni e gli Stati Membri dell’Unione ad agire subito per renderlo inclusivo in materia di disabilità.

«Gli attuali sistemi dell’Unione Europea – commenta Yannis Vardakastanis, presidente dell’EDF – bloccano le persone con disabilità alle frontiere, lasciandole senza dignità e senza sostegno. Questo è del tutto contrario ai valori fondamentali che hanno contribuito a costruire l’Unione Europea».
«Ci si aspetterebbe – aggiunge Elham Youssefian, direttore per l’Inclusione e l’Accessibilità della Disabilità nell’IRAP – che l’Unione Europea sfruttasse la prossima adozione del nuovo Patto come un’opportunità per affrontare l’esclusione dei migranti e dei richiedenti asilo con disabilità, in linea con i suoi obblighi giuridici internazionali e i suoi valori morali. Ma questa nostra analisi rivela che non solo questa opportunità è stata sprecata, ma le politiche migratorie più restrittive rendono ancora più difficile per i migranti e i richiedenti asilo con disabilità accedere ai loro diritti fondamentali nell’Unione».

Sono sostanzialmente cinque le aree critiche individuate da EDf e IRAP, vale a dire:
° L’invisibilità e la mancanza di dati: le persone con disabilità non vengono cioè riconosciute nei quadri normativi dell’Unione Europea in materia di migrazione e le organizzazioni di persone con disabilità vengono raramente consultate.
° I sistemi di accoglienza e screening inaccessibili: le strutture e le procedure escludono spesso le persone con disabilità attraverso barriere fisiche, procedurali e comunicative.
° L’esclusione dalla protezione sociale: alle persone migranti con disabilità viene spesso negato l’accesso all’assistenza sanitaria, al sostegno al reddito e ai servizi di supporto.
° Le norme discriminatorie in materia di ricongiungimento familiare e migrazione: il reddito e il sostegno correlati alla disabilità non vengono riconosciuti, escludendo di fatto molte persone dalle rotte migratorie legali.
° Le procedure di detenzione e rimpatrio: le persone con disabilità affrontano rischi sproporzionati di detenzione arbitraria e di rimpatrio senza adeguate garanzie.

Per affrontare dunque queste carenze sistematiche, le due organizzazioni chiedono all’Unione Europea e agli Stati Membri di essa di:
– integrare l’inclusione della disabilità in tutti gli elementi del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nei Piani Nazionali di attuazione dello stesso;
– garantire l’accessibilità e soluzioni di accomodamento ragionevole in tutte le procedure di accoglienza, screening e asilo, facendo sì che le persone con disabilità siano escluse dalle procedure accelerate di frontiera;
– garantire la parità di accesso all’assistenza sanitaria, al sostegno al reddito e ai servizi basati sulla comunità, indipendentemente dallo status giuridico, colmando il divario tra i sistemi di accoglienza e di welfare;
– eliminare i requisiti discriminatori in materia di reddito e salute nelle politiche migratorie e di ricongiungimento familiare, riconoscendo il reddito e i sostegni correlati alla disabilità;
– porre fine alla detenzione delle persone con disabilità nei contesti migratori e garantire che tutte le procedure di rimpatrio includano tutele attente alla disabilità.

«L’Unione Europea – concludono a una voce dall’EDF e dall’IRAP – ha il dovere di sostenere e tutelare la dignità umana di tutte le persone con disabilità». (S.B.)

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Il Premio Tesi di Laurea della Consulta Regionale sulla Disabilità del Friuli Venezia Giulia

Tre tesi di laurea distintesi particolarmente per l’attenzione, la qualità della ricerca e l’originalità dell’approfondimento sul tema della disabilità: andrà a loro, il 3 marzo a Udine, il Premio di Laurea promosso e organizzato dalla Consulta Regionale delle Associazioni delle Persone con Disabilità e delle loro Famiglie del Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con le Università di Trieste e Udine

Tre tesi di laurea distintesi particolarmente per l’attenzione, la qualità della ricerca e l’originalità dell’approfondimento sul tema della disabilità: a loro, nella mattinata del 3 marzo a Udine (Sala Pasolini del Palazzo della Regione Friuli Venezia Giulia, Via Sabbadini, 31, ore 11.30), andrà il Premio Tesi di Laurea promosso e organizzato dalla Consulta Regionale delle Associazioni delle Persone con Disabilità e delle loro Famiglie del Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con le Università di Trieste e Udine e con il contributo della Banca di Cividale.
Si tratterà di un momento significativo per valorizzare il lavoro svolto dai laureati e per promuovere una riflessione condivisa su un àmbito di grande rilevanza sociale e culturale, alla presenza, tra gli altri, di Riccardo Riccardi, assessore della Regione Friuli Venezia Giulia alla Salute, alle Politiche Sociali e alla Disabilità, con delega alla Protezione Civile. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria@consultadisabili.fvg.it.

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