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La prima volta a Milano di un Festival della Vita Indipendente

30 Aprile 2026 - 12:06pm

Prendendo spunto dal contemporaneo evento “Prima Persona Plurale” di Torino, il 4 e 5 maggio la Fabbrica del Vapore ospiterà la prima edizione milanese di un Festival della Vita Indipendente, due giornate aperte alla cittadinanza, a partecipazione gratuita, animate dalle storie e dal protagonismo diretto delle persone con disabilità, con il principale obiettivo di trasformare quelle storie individuali in patrimonio collettivo

Il 4 e 5 maggio prossimi sarà la Fabbrica del Vapore ad ospitare la prima edizione milanese di un Festival della Vita Indipendente, due giornate aperte alla cittadinanza, a partecipazione gratuita, animate dalle storie e dal protagonismo diretto delle persone con disabilità. Nemmeno in questo caso la scelta della data – così come per la manifestazione Prima Persona Plurale di Torino, promossa dalla Fondazione Time2 e dalla quale questo Festival prende spunto (se ne legga sulle nostre pagine) – è casuale: il 5 maggio, infatti, sarà la Giornata Europea della Vita Indipendente, e inoltre, come ricordano i promotori dell’evento milanese, «questo 2026 segna il decennale della Legge 112/16 (la cosiddetta “Legge sul Dopo di Noi”), norma che per prima ha riconosciuto il diritto delle persone con disabilità a costruire percorsi di vita autonoma al di fuori del nucleo familiare d’origine».
«La Legge 112/16 – sottolineano dalla Federazione lombarda LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), una delle tante organizzazioni che collaborano al Festival – ha avuto il grande merito di portare al centro del dibattito pubblico il tema del “Dopo di Noi”: cosa accade cioè alle persone con disabilità grave, prive di sostegno familiare, quando i genitori non ci sono più. Era da lì che bisognava partire, e quella norma ha rappresentato il primo strumento normativo accompagnato da fondi reali per costruire percorsi di vita alternativi all’istituzionalizzazione. La Legge 112/16 ha dato quindi centralità al tema del “Dopo di Noi”, mettendo le persone con disabilità nella condizione di iniziare a costruire percorsi di vita autonoma mentre i loro genitori sono ancora in vita, per prepararsi al momento in cui non ci saranno più». «Da allora – spiega Roberto Morali, direttore della LEDHA Milano, altra organizzazione che collabora al Festival – si sono attivate molte iniziative e questo ha smosso qualcosa di profondo nelle persone. Per la prima volta, infatti, molti hanno potuto toccare con mano cosa significava vita indipendente, sperimentando un’alternativa concreta all’istituzionalizzazione».

«Le sperimentazioni messe in atto in questi dieci anni – proseguono dalla LEDHA – e l’attività di sensibilizzazione svolta dalle Associazioni hanno cambiato il modo stesso di porre la domanda: non più “che cosa succederà quando i miei genitori non ci saranno più”, ma qualcosa di più radicale, ossia “che cosa voglio dalla mia vita, adesso!”. Un cambiamento culturale che ha trovato risposta anche sul piano normativo: infatti, la Legge Regionale della Lombardia 25/22 sulla vita indipendente e a livello nazionale il Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, hanno ampliato il quadro di riferimento, riconoscendo la vita indipendente non più come misura eccezionale, ma come prospettiva ordinaria di politica sociale, cambiando tutto: dalla gestione del rischio, alla costruzione di un progetto di vita, dall’assistenza come risposta emergenziale, all’autonomia come diritto ordinario».
«Oggi – afferma Laura Belloni, direttrice della Fondazione Idea Vita, che ha promosso il Festival – non parliamo più di vita indipendente come rimedio a una situazione d’emergenza, ma mettiamo al centro i desideri e i progetti delle persone con disabilità, che iniziano a costruire il proprio percorso di vita al di fuori dalla famiglia d’origine».

«Eppure – ricordano dalla LEDHA – i numeri raccontano ancora una distanza enorme tra quella visione e il sistema che esiste. In Lombardia, dopo dieci anni, sono attivi circa 500 progetti di vita indipendente, a fronte di circa 4.300 posti in RSA (Residenze Sanitarie Assistite) e oltre 6.000 posti nei CDD (Centri Diurni Disabili). I servizi tradizionali, infatti, continuano, nel complesso, a operare secondo le stesse modalità di sempre. Un segnale positivo è arrivato per altro dal Comune di Milano, che con una Determina del 2024 ha introdotto “un modello innovativo per l’inclusione abitativa” capace di trasformare il sistema delle Unità di Offerta. Una sperimentazione che punta a diventare possibilità diffusa e motore di cambiamento verso la deistituzionalizzazione».
«Il Festival della Vita indipendente – concludono dalla Federazione lombarda – nasce esattamente qui: come momento pubblico di restituzione di quel percorso. È l’occasione per rendere visibile, alla città, alle istituzioni, all’opinione pubblica, cosa è stato fatto, cosa funziona, cosa ancora non basta, per trasformare cioè le storie individuali in patrimonio collettivo». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del Festival. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Una serie di analisi e riflessioni per ripensare i servizi, nella nuova pubblicazione del Gruppo Solidarietà

29 Aprile 2026 - 6:44pm

«I contributi di questa nostra nuova pubblicazione – spiegano dal Gruppo Solidarietà – intrecciano analisi e riflessioni che riguardano sia il versante politico/istituzionale che quello professionale»: la pubblicazione di cui si parla, uscita nei giorni scorsi, è intitolata “Accompagnare l’esistenza. Analisi e riflessioni per ripensare i servizi”

«I contributi di questa nostra nuova pubblicazione – spiegano dal Gruppo Solidarietà – intrecciano analisi e riflessioni che riguardano sia il versante politico/istituzionale che quello professionale. Aspetti che sono interdipendenti, perché se è vero che senza investimento finanziario alcuni interventi non si realizzano, è altrettanto vero che molte cose alle condizioni date si possono realizzare se solo cambiano approcci e modelli del nostro sistema dei servizi. Così come, le migliori riforme se non trovano territori attrezzati, possono cambiare nome alle azioni, ma non il contenuto».
La pubblicazione di cui si parla, uscita nei giorni scorsi, è intitolata Accompagnare l’esistenza. Analisi e riflessioni per ripensare i servizi e a questo link se ne può anche leggere liberamente l’introduzione. (S.B.)

Per informazioni e per richiedere la pubblicazione: centrodoc@grusol.it.

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Vecchie e nuove barriere architettoniche a Pescara

29 Aprile 2026 - 6:24pm

«A Pescara – denunciano dall’Associazione Carrozzine Determinate – non solo non si eliminano le barriere architettoniche, ma si riesce persino a crearne di nuove, se è vero che in pieno centro città, all’interno di varie aree interessate da lavori pubblici, i marciapiedi risultano completamente interrotti, senza alcun percorso alternativo sicuro». L’Associazione abruzzese chiede pertanto un intervento immediato e risolutivo da parte dell’Amministrazione Comunale Claudio Ferrante, presidente dell’Associazione Carrozzine Determinate, in Via D’Annunzio a Pescara, ove a causa della ristrutturazione del Teatro Michetti, le transenne hanno di fatto reso impossibile il passaggio sul marciapiede

«A Pescara – denunciano dall’Associazione Carrozzine Determinate – non solo non si eliminano le barriere architettoniche, ma si riesce persino a crearne di nuove, nel totale disprezzo dei cittadini. Nel pieno centro della città, infatti, a pochi passi dal Municipio, si sta verificando una situazione grave e pericolosa legata alla gestione dei cantieri e all’accessibilità urbana, se è vero che in diverse aree interessate da lavori pubblici, i marciapiedi risultano completamente interrotti, senza alcun percorso alternativo sicuro, costringendo le persone con disabilità, ma anche anziani, genitori con passeggini e bambini a muoversi sulla carreggiata, tra veicoli in transito».
«Si tratta di problemi – sottolineano dall’organizzazione presieduta da Claudio Ferrante – che potrebbero essere risolti rapidamente con un’adeguata organizzazione dei cantieri. E non sono concessioni o favori, ma obblighi di legge. Ogni cantiere urbano, infatti, deve garantire un passaggio pedonale sicuro oppure un percorso alternativo protetto oppure ancora barriere e corridoi che assicurino la continuità della mobilità pedonale».
«La città – concludono dall’Associazione abruzzese – non può trasformare il proprio centro in una giungla, né in un percorso a ostacoli, né compromettere diritti fondamentali come mobilità e accessibilità. Si richiede pertanto un intervento immediato e risolutivo da parte dell’Amministrazione Comunale, al fine di ripristinare condizioni minime di sicurezza e accessibilità e si chiede anche di chiarire quali controlli siano stati effettuati dagli Uffici Tecnici e dalla Polizia Locale in merito alla corretta gestione della viabilità pedonale nei pressi dei cantieri. In assenza di un riscontro concreto entro sette giorni, ci riserviamo di intervenire a tutela dei diritti delle persone con disabilità, anche attraverso l’organizzazione di iniziative eclatanti». (S.B.)

A questo link è disponibile il testo integrale del comunicato diffuso dall’Associazione Carrozzine Determinate. Per altre informazioni: carrozzinedeterminate@hotmail.it.

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Si è parlato anche di riforma della disabilità ad “Exposanità 2026”

29 Aprile 2026 - 5:33pm

Promosso dalla Federazione FISH, si è tenuto nei giorni scorsi a Bologna, all’interno della manifestazione “Exposanità 2026”, un incontro di approfondimento dedicato al Decreto Legislativo 62/24, caposaldo della riforma della disabilità attualmente in corso

Promosso dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), si è tenuto nei giorni scorsi a Bologna, all’interno della manifestazione Exposanità 2026, un incontro dedicato al Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega 227/21, caposaldo della riforma della disabilità attualmente in corso.
Aperto da Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH e da Barbara Bentivogli, vicepresidente vicaria della FISH Emilia Romagna, che hanno inquadrato il valore politico e sociale della riforma, l’approfondimento proposto durante l’incontro è stato affidato alle legali Giuliana Anatrella del Centro Studi HandyLex e a Francesca Montalti, in rappresentanza rispettivamente di FISH e ANFFAS Emilia Romagna, che hanno esaminato nel dettaglio le criticità e i punti di forza del Decreto 62/24, fornendo alcune chiavi di lettura per comprendere come cambieranno concretamente i diritti e i servizi nel prossimo futuro. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“Prima Persona Plurale” per portare al centro del dibattito pubblico il tema della vita indipendente

29 Aprile 2026 - 4:57pm

Sta per tornare a Torino “Prima Persona Plurale”, festival ideato e promosso dalla Fondazione Time2. Accadrà dal 5 al 7 maggio, con un ricco programma di incontri, laboratori, momenti artistici e occasioni di confronto aperte alla cittadinanza, allo scopo di portare al centro del dibattito pubblico il tema della vita indipendente, intesa come diritto fondamentale delle persone con disabilità di scegliere come vivere: dove abitare, lavorare, come partecipare alla vita sociale e culturale e costruire relazioni

Dopo la prima edizione dello scorso anno, di cui avevamo ampiamente scritto anche sulle nostre pagine, sta per tornare a Torino Prima Persona Plurale, festival dedicato alla vita indipendente, ideato e promosso dalla Fondazione Time2. Accadrà dal 5 al 7 maggio tra gli spazi del Polo del ’900 (Piazzetta Franco Antonicelli) e Open, spazio aperto di diversità di Time2 (Corso Stati Uniti, 62/b), con un ricco programma di incontri, laboratori, momenti artistici e occasioni di confronto aperte alla cittadinanza.
«Il nostro festival – dicono da Time2 – è nato per portare al centro del dibattito pubblico il tema della vita indipendente, intesa come diritto fondamentale delle persone con disabilità di scegliere come vivere: dove abitare, lavorare, come partecipare alla vita sociale e culturale e costruire relazioni. Questa seconda edizione si terrà in occasione della Giornata Europea della Vita Indipendente del 5 maggio e a vent’anni dall’adozione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, riaffermando la necessità di costruire sistemi capaci di sostenere percorsi di vita personalizzati, fondati sull’autodeterminazione».

Elemento centrale di Prima Persona Plurale sono le cosiddette “Conversazioni in cerchio”, «un format partecipativo – come viene spiegato – che supera la dimensione frontale degli incontri per favorire un dialogo orizzontale, in cui ogni voce ha pari valore e contribuisce alla costruzione collettiva del discorso». Sei cerchi per altrettanti temi attraverseranno questa edizione, mettendo al centro questioni fondamentali della vita indipendente: il tempo di vita, il lavoro e la scelta, insieme a abitare, potere e futuro; ogni cerchio prenderà segnatamente come riferimento la Convenzione ONU e vedrà attivisti, studiosi e professionisti confrontarsi in uno spazio aperto a persone con disabilità, familiari, caregiver, operatori del Terzo Settore e cittadinanza, in cui esperienze personali e riflessioni si intrecceranno, restituendo complessità e pluralità ai percorsi di vita. Ad ogni incontro parteciperanno inoltre rappresentanti istituzionali, chiamati ad assumere una posizione di ascolto dei bisogni e dei temi emergenti dai cerchi.

«Il ruolo della nostra Fondazione – afferma Manuela Lavazza, presidente di Time2 – è accompagnare le persone con disabilità nel costruire il proprio progetto di vita e, allo stesso tempo, contribuire a una società che renda queste possibilità reali e accessibili. Prima Persona Plurale nasce proprio da questa convinzione: tre giorni in cui ascolto, confronto e partecipazione diventano strumenti concreti per comprendere bisogni, desideri e aspirazioni, e trasformarli in pratiche e opportunità condivise».
«Prima Persona Plurale – aggiunge Samuele Pigoni, segretario generale di Time2 – mette al centro la vita indipendente come prospettiva attraverso cui rileggere la disabilità, nelle narrazioni, nelle pratiche e nelle politiche. È uno sguardo che nasce dalla voce delle persone con disabilità, che ormai dagli Anni Sessanta rivendicano il diritto di essere riconosciute come soggetti liberi, portatori di desideri e aspirazioni. Per questo nei tre giorni del festival, ci accompagnerà la storia di Roberto Tarditi e Piero Defilippi, che a Torino hanno aperto un varco di libertà fuori dall’istituto in cui hanno vissuto dalla nascita, diventando un riferimento per la storia dei diritti e della libertà delle persone con disabilità». (S.B.)

A questo link è disponibile il dettaglio del programma della seconda edizione di Prima Persona Plurale. Per ogni ulteriore informazione: bells@bellspress.com (Silvia Bellucci; Claudia Cervellini).

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Il linguaggio dei fumetti per raccontare la realtà dei giovani caregiver

29 Aprile 2026 - 2:00pm

I fumetti dell’artista Kanjano, per rompere il silenzio sulla condizione dei giovani caregiver, protagonisti di una realtà che “succede” e che pur portando con sé grande maturità, spesso nasconde un carico invisibile di stanchezza fisica, isolamento sociale e progetti di vita messi in pausa: è l’iniziativa lanciata dalla Fondazione ANT Franco Pannuti di Bologna, insieme alla Cooperativa Sociale Anziani e non solo di Carpi (Modena)

«Essere un giovane caregiver – dicono dalla Fondazione ANT Franco Pannuti di Bologna – non è una decisione pianificata; è una realtà che “succede”. Succede di dover accudire una madre malata, di assistere un nonno ogni pomeriggio o di diventare il pilastro per una sorella fragile. È una crescita accelerata che, pur portando con sé grande maturità, spesso nasconde un carico invisibile di stanchezza fisica, isolamento sociale e progetti di vita messi in pausa»: per rompere il silenzio su tale condizione, la stessa Fondazione ANT Franco Pannuti, insieme alla Cooperativa Sociale carpigiana Anziani e non solo e in collaborazione con l’artista Kanjano (Giuliano Cangiano), oltreché con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi, hanno lanciato un’iniziativa di sensibilizzazione attraverso il linguaggio immediato del fumetto i cui protagonisti sono i giovani Luca, Olga e Tania e le loro “scuse” per giustificare l’impossibilità di uscire con gli amici, fare sport o consegnare in tempo i compiti a scuola. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: comunicazione@ant.it.

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Cecilia e Cristiano che tra quotidianità, ironia e ascolto rendono più raggiungibile il mondo dell’autismo

29 Aprile 2026 - 1:33pm

“4 chiacchiere con 2 autistici” è un podcast ideato e condotto da Cecilia Fedrizzi e Cristiano Gallonetto, due giovani con disturbo dello spettro autistico che in ogni puntata partono da situazioni quotidiane, stereotipi ed esperienze personali per aprire una conversazione diretta, ironica e autentica sull’autismo Cecilia Fedrizzi e Cristiano Gallonetto, protagonisti del podcast “4 chiacchiere con 2 autistici”

Si chiama 4 chiacchiere con 2 autistici ed è un podcast ideato e condotto da Cecilia Fedrizzi e Cristiano Gallonetto, due giovani con disturbo dello spettro autistico che in ogni puntata partono da situazioni quotidiane, stereotipi ed esperienze personali per aprire una conversazione diretta, ironica e autentica sull’autismo.
Il progetto è nato dall’incontro tra due percorsi ed esperienze, quello di Cristiano, che frequenta Casa Sebastiano in Val di Non (Trento), e quello di Cecilia, coinvolta nelle attività de La Casetta di Pergine Valsugana (Trento), il tutto con il sostegno della Cooperativa Autismo Trentino, insieme alla stessa Casetta di Pergine.

«Il podcast – spiegano dalla Cooperativa Autismo Trentino – affronta temi legati alle relazioni, alla percezione di sé e al modo in cui l’autismo viene raccontato e interpretato, contribuendo a restituirne una visione più sfaccettata. Al centro ci sono le esperienze e i punti di vista dei protagonisti, da cui prende forma una conversazione spontanea. La forza del progetto sta nella sua prospettiva: l’autismo entra infatti nella conversazione attraverso la vita vissuta, senza filtri e senza formule preconfezionate. Ne nasce un ascolto che restituisce sfumature, domande e punti di vista che raramente trovano spazio nei racconti più convenzionali».

«Ogni persona autistica – sottolinea Cecilia Fedrizzi, indipendentemente dal tipo di diagnosi e indipendentemente dalle sue opinioni, è una persona autistica al 100% e, come tale, va riconosciuta in questo spettro».
«Vorrei trasmetterti quello che sento io, cattivo è chi pretende che io non sia diverso», aggiunge Cristiano Gallonetto.
«Conoscere significa anche avere meno paura – conclude Annachiara Marangoni, direttrice della Cooperativa Autismo Trentino – e con Cecilia e Cristiano, il mondo dell’autismo è più confidenziale e raggiungibile. Parlare con loro di autismo nel salotto virtuale, ci permette di partecipare in maniera interattiva, allargando i nostri punti di vista». (S.B.)

Il podcast 4 chiacchiere con 2 autistici è disponibile su Spotify a questo link. Per ogni ulteriore informazione: comunicazione@autismotrentino.it; info@autismotrentino.it.

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12 atleti ciechi dalla Spagna alla “Stramilano” con le maglie dell’organizzazione Amo la Vita

29 Aprile 2026 - 12:57pm

12 atleti ciechi, con le loro 14 guide, arriveranno il 3 maggio a Milano dalla Spagna, per partecipare alla mezza maratona della “Stramilano” e lo faranno con la maglia dell’organizzazione di volontariato Amo la Vita, che da oltre 45 anni è al fianco dei pazienti oncologici e dei loro caregiver negli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano. Il tutto nel quadro di una collaborazione con l’Associazione spagnola Blind&Guide, impegnata nel supporto a persone con disabilità visiva, di cui quegli atleti fanno parte Un’atleta dell’Associazione spagnola Blind&Guide con la sua guida

12 atleti ciechi, con le loro 14 guide, saranno il 3 maggio a Milano al via della mezza maratona di 21 chilometri, nell’àmbito della storica Stramilano e lo faranno con la maglia dell’organizzazione di volontariato Amo la Vita, che da oltre 45 anni è al fianco dei pazienti oncologici e dei loro caregiver negli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano. Il tutto nel quadro di una collaborazione tra la stessa Amo la Vita e l’Associazione spagnola Blind&Guide, impegnata nel supporto a persone con disabilità visiva, di cui quegli atleti fanno parte.
«Si darà vita quindi – come sottolineano i promotori dell’iniziativa – a un’immagine e a un evento di concreta collaborazione, fiducia e inclusione: ogni passo sarà infatti il risultato di un legame profondo tra chi guida e chi si affida, dimostrando come la vera forza nasca dalla partecipazione. Una sfida sportiva che diverrà in tal modo un simbolo di resilienza e solidarietà, valori che uniscono Amo la Vita e Blind&Guide in una visione comune: abbattere le barriere, fisiche e culturali e promuovere una società più inclusiva». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: servizi@gruppoarete.it.

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Il vero progresso si misura dalla capacità di non lasciare indietro nessuno: quel sindaco di Boston l’aveva compreso

29 Aprile 2026 - 12:26pm

«Thomas Michael Menino – scrive Salvatore Cimmino – è stato il sindaco più longevo nella storia della città statunitense di Boston e ha lasciato un’eredità che trascende i confini della sua città, diventando un faro globale per le politiche di inclusione e accessibilità. L’auspicio è che il modello da lui creato possa presto diventare lo standard globale, perché il vero progresso non si misura dalla velocità dei nostri mezzi, ma dalla capacità di non lasciare indietro nessuno» Nel settembre del 2012 il sindaco di Boston Menino consegnò a Salvatore Cimmino un’onorificenza, in occasione dei 30 chilometri nuotati dallo stesso Cimmino, persona con disabilità, nella Baia di Boston, nell’àmbito del suo progetto “A nuoto nei mari del globo”

Thomas Michael Menino è stato il sindaco più longevo nella storia della città di Boston (dal 1993 al 2014) e ha lasciato un’eredità che trascende i confini della sua città, diventando un faro globale per le politiche di inclusione e accessibilità.
Durante i suoi ventuno anni di mandato, infatti, Menino non si è limitato ad applicare le leggi esistenti, come lo “storico” ADA (The Americans with Disabilities Act, “Legge sulle persone americane con disabilità”), ma ha abbracciato una visione in cui l’architettura urbana doveva adattarsi all’essere umano, e non viceversa. Sotto la sua guida, Boston ha visto la nascita di infrastrutture pioniere, dai marciapiedi livellati ai trasporti pubblici potenziati, fino alla creazione del Thomas M. Menino Park capolavoro di progettazione universale dove ogni bambino e bambina, indipendentemente dalle proprie abilità fisiche, può giocare senza barriere.

L’impegno costante di Menino gli ha valso numerosi riconoscimenti dalle più prestigiose organizzazioni per i diritti civili, consolidando la sua reputazione di “Sindaco del popolo”. Oggi, il Thomas M. Menino Public Service Award rappresenta uno dei massimi riconoscimenti per chi lavora al servizio delle comunità urbane negli Stati Uniti, continuando a onorare questa dedizione con un premio a quei leader che vedono nell’accessibilità non un obbligo burocratico, ma un diritto umano fondamentale.
Menino ha dimostrato in sostanza che una città liberale e inclusiva è una città più ricca per tutti, dove la diversità non è un ostacolo ma un valore aggiunto alla vita democratica.

L’auspicio è quindi che il modello di Boston possa presto diventare lo standard globale. È necessario infatti che ogni città del mondo, insieme ai sistemi di trasporto locali e internazionali, abbatta definitivamente i confini fisici che ancora oggi limitano milioni di persone. Il sogno è un pianeta in cui una carrozzina o una protesi o una disabilità sensoriale non siano più un limite al desiderio di scoperta. Dobbiamo lavorare affinché il viaggio per le persone con disabilità passi dall’essere un esercizio di fantasia a una realtà quotidiana fatta di libertà di movimento, permettendo a chiunque di accedere alla riabilitazione congeniale alle proprie esigenze e di esplorare il mondo fisicamente e con dignità, proprio come avrebbe voluto Thomas Michael Menino.
Il vero progresso non si misura dalla velocità dei nostri mezzi, ma dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. Facciamo in modo che viaggiare non sia più un sogno proibito per molti, ma il diritto al volo di ogni anima che desideri scoprire l’orizzonte.

*https://www.salvatorecimmino.it.

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L’autonomia come bussola di una vita

28 Aprile 2026 - 6:27pm

«Un momento fondamentale della mia formazione – racconta Salvatore Nocera, in questa intervista di Maurizio Cocchi – è stato il liceo classico, dove una professoressa molto intelligente mi sedeva accanto durante le versioni di latino e greco, con il vocabolario sulle ginocchia, e mi diceva: “Dimmi il paradigma del verbo che ti serve e io ti leggo tutto il contenuto, ma se me li dici sbagliati, resto zitta”. Quell’approccio mi ha aiutato enormemente a essere autonomo, a non fare affidamento sul pietismo altrui e a cercare di arrangiarmi secondo le mie reali capacità» Salvatore Nocera si occupa da oltre cinquant’anni della normativa scolastica sull’inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità

Professor Nocera, presentarla degnamente è un’impresa difficile perché la sua vita e la sua carriera sono estremamente ricche. Le chiedo quindi di raccontarcele lei stesso.
«Sono nato a Gela, in Sicilia. All’età di 4 anni, a causa di una malattia, ho perduto la vista all’occhio destro, mentre al sinistro mi è rimasto un residuo visivo molto ridotto, circa un ventesimo. Nonostante ciò, ho sempre studiato insieme ai miei compagni vedenti; non potendo leggere direttamente, venivano loro a casa mia o andavo io da loro.
Un momento fondamentale della mia formazione è stato il liceo classico. Ho avuto la fortuna di incontrare una professoressa molto intelligente che durante le versioni di latino e greco, sedeva accanto a me con il vocabolario sulle ginocchia. Mi diceva: “Dimmi il paradigma del verbo o il nominativo della parola che ti serve e io ti leggo tutto il contenuto. Ma se me li dici sbagliati, io resto zitta”. Questo approccio mi ha aiutato enormemente a essere autonomo, a non fare affidamento sul pietismo altrui e a cercare di arrangiarmi secondo le mie reali capacità».

Questo percorso l’ha portata fino all’università. Lei è laureato in Giurisprudenza, giusto?
«Sì, mi sono laureato in Giurisprudenza a Roma e ho ottenuto l’abilitazione all’avvocatura. Per un periodo ho esercitato la professione, occupandomi di legislazione scolastica, ma il mio interesse principale era l’inclusione delle persone con disabilità. Per questo, nel 1982, sono entrato al Ministero dell’Istruzione, presso l’Ufficio Studi. Posso dire che quasi tutta la normativa prodotta dall’82 al 2000 sia passata anche sotto le mie mani.
In quegli anni, oltre all’impegno ministeriale, ho partecipato come cofondatore alla creazione della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie). All’interno della Federazione sono stato vicepresidente nazionale, poi presidente del Comitato dei Garanti e ancora oggi continuo a occuparmene attivamente».

Salvatore “Tillo” Nocera

Nel corso della sua lunga carriera, tra Ministero e associazionismo, come si è trovato a collaborare con i colleghi?
«Mi sono sempre trovato molto bene. Ho avuto ottimi rapporti con i compagni di scuola, con i colleghi insegnanti e con quelli del Ministero; abbiamo collaborato proficuamente per molti anni. Anche oggi, all’interno della FISH e con le varie Associazioni, il clima è di grande collaborazione: ricevo richieste di chiarimenti o segnalazioni di problemi e lavoriamo insieme per risolverli.
In passato viaggiavo moltissimo per convegni e incontri, muovendomi autonomamente grazie all’assistenza ferroviaria e aerea. Oggi, data l’età e la perdita totale della vista, mi sposto meno, ma grazie ai mezzi tecnologici riesco a restare in contatto con tutti».

Lei ha scritto numerosi volumi e un’infinità di articoli. Come si è evoluto il suo rapporto con la scrittura e la tecnologia?
«Inizialmente usavo la macchina da scrivere, il che rendeva le correzioni molto complesse. Il computer è stato per me “un amico fondamentale”. Devo ringraziare un carissimo amico, purtroppo scomparso, Giulio Nardone, fondatore dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), che mi ha iniziato all’uso dei primi computer, tramite la sintesi vocale.
Per quanto riguarda le pubblicazioni, ho collaborato con docenti di chiara fama come Andrea Canevaro e Dario Ianes. Oggi scrivo meno libri ma molti più articoli, tra l’altro proprio per Superando, la rivista in web edita dalla FISH, che sta ospitando questa intervista. Mi occupo soprattutto di attualità normativa e denuncio spesso l’inerzia delle Istituzioni, come nel caso del mancato rinnovo dell’Osservatorio Scolastico Ministeriale sull’Inclusione, che avrebbe estrema necessità di tornare a operare».

Maurizio Cocchi

Passando a un aspetto più personale, lei è stato sposato?
«Sì, mi sono sposato a 30 anni, dopo avere vinto il concorso per docente di diritto. Io, come ho detto, sono siciliano, mentre mia moglie era friulana. Ci eravamo conosciuti a Roma e la prima cosa che lei mi disse quando decidemmo di sposarci fu: «Bada bene che tu sposi una moglie, non un’infermiera!». Quello fu un punto fondamentale di rispetto dei ruoli. Noi persone con disabilità, infatti, corriamo il rischio di considerare il coniuge come un assistente, invece tra noi tutto andò liscio proprio per questa chiarezza iniziale. Abbiamo avuto una figlia e oggi sono nonno di un ragazzo di 14 anni, che seguo volentieri proprio nello studio del latino e del greco al liceo».

*Salvatore “Tillo” Nocera, firma di Superando sin dall’avvio del nostro giornale, si occupa da oltre cinquant’anni della normativa scolastica sull’inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità. È stato tra l’altro fra i fondatori della FISH (allora Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), nella quale ricopre attualmente il ruolo di Presidente del Comitato dei Garanti; da molto tempo, inoltre, collabora anche con l’Osservatorio Scolastico dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down). Maurizio Cocchi è pedagogista, già presidente di Cooperativa Sociale, attivista per le persone con disabilità e anch’egli firma di Superando (info@mauriziococchi.net). Entrambi sono persone con disabilità, rispettivamente visiva e motoria.

La versione video della presente intervista di Maurizio Cocchi a Salvatore Nocera è visibile in YouTube nel canale presente a questo link e direttamente a quest’altro link.

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“Come vedi la disabilità?”: la seconda edizione del concorso di Tivoli

28 Aprile 2026 - 5:28pm

«Attraverso queste opere artistiche, artigianali e letterarie, diffondiamo un messaggio che va direttamente al cuore del problema, per far crescere la consapevolezza che “siamo tutti sulla stessa barca” e che abbiamo gli stessi Diritti e Doveri da onorare, per essere considerati cittadini e non sudditi!»: a dirlo è Anna Benedetti, presidente della Lega Arcobaleno di Tivoli (Roma), Associazione organizzatrice del concorso “Come vedi la disabilità?”, la cui seconda edizione si concluderà domani, 29 aprile, nella città laziale

Il lancio dell’iniziativa ha ricalcato a grandi linee i temi della prima edizione, ossia il fatto che «vivere e muoversi in una città accessibile per tutti è un diritto umano e civile, e tuttavia, nonostante l’esistenza di leggi mirate, è come se i diritti per alcune persone fossero sospesi in un limbo, in attesa della loro attuazione. Come mai tutta questa disattenzione e disinteresse verso la libertà di tante persone e come è possibile ignorare una tale situazione, anche da parte di chi ha promulgato le leggi e deve farle rispettare? In poche parole, cosa sarebbe opportuno fare per migliorare lo “status quo” e quale “barriera” rimuovere immediatamente? Chiediamo dunque alla cittadinanza, e in particolare agli studenti e alle studentesse, di partecipare, per portare all’attenzione pubblica e istituzionale una situazione non più sostenibile».
L’iniziativa di cui stiamo parlando è il concorso Come vedi la disabilità?, organizzato dall’Associazione di Promozione Sociale Lega Arcobaleno di Tivoli (Roma), che sta vivendo il proprio atto conclusivo in questi giorni nella città laziale. Già dal 25 aprile, infatti, sono in esposizione in Piazza del Plebiscito, 23, gli elaborati partecipanti (opere in prosa, in poesia, in grafica, foto, pannelli plastici e anche dipinti) e nel pomeriggio di domani, 29 aprile, vi sarà la premiazione presso la Sala Convegni delle Scuderie Estensi (ore 17).
«Attraverso queste opere artistiche, artigianali e letterarie – sottolinea Anna Benedetti, presidente della Lega Arcobaleno – abbiamo la possibilità di diffondere un messaggio che va direttamente al cuore del problema, per far crescere la consapevolezza che “siamo tutti sulla stessa barca” e che abbiamo gli stessi Diritti e Doveri da onorare, per essere considerati cittadini e non sudditi!». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: annabenedetti40@gmail.com.

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Un corso di laurea che guarda alla relazione tra le persone e i vari contesti di vita

28 Aprile 2026 - 5:01pm

L’elemento maggiormente innovativo della Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, fruytto di una collaborazione tra l’Un iversità di Bergammo e quella del Salento, è il cambiamento di paradigma, dove l’accessibilità e l’inclusione devono far parte del bagaglio culturale e delle prassi metodologiche di ogni responsabile della realizzazione di prodotti, servizi, iniziative e procedure. E la tematica che vi si affronta riguarda la relazione tra le persone e i vari contesti di vita

«Siamo soddisfatti dello sviluppo e dell’avvio della Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, che arriva al suo secondo anno. Il nostro impegno e il nostro entusiasmo sono stati fondamentali per creare un percorso formativo innovativo e flessibile, che risponda alle esigenze di una società sempre più attenta all’inclusività e all’accessibilità»: così la professoressa Serenella Besio, che ho conosciuto personalmente una trentina d’anni fa, quando fu docente del corso di perfezionamento sulle Tecnologie per la Disabilità, che frequentai alla Fondazione Don Gnocchi di Milano. Fin da quell’occasione, tenendo in considerazione che stiamo parlando di molti anni fa, ebbi a stupirmi in modo positivo dell’“approccio moderno” con cui affrontava i temi legati alla disabilità. Per questo motivo, non mi stupisce il fatto che, ora, lei sia tra i fautori della citata Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, percorso accademico estremamente innovativo per diversi aspetti.

Il corso è realizzato dall’Università di Bergamo, in collaborazione con l’Università del Salento e rientra nella Rete EDUNEXT (Digital Education Hub), finalizzata alla ridefinizione dell’alta formazione, rendendola il più possibile moderna e accessibile. Aderendo a tale progettualità, l’Ateneo lombardo e quello pugliese hanno intrapreso un iter per cui diventano luoghi di formazione capace di integrare tradizione e flessibilità, inclusività e digitalizzazione, divenendo, pertanto, in grado di rispondere alle esigenze di una società in continua evoluzione, garantendo standard qualitativi elevati e promuovendo la cooperazione interuniversitaria a livello nazionale e internazionale.
Lo scopo del corso di laurea è sostanzialmente quello di formare la nuova figura professionale del progettista che, per la prima volta, possegga le competenze relative sia all’accessibilità, sia all’inclusione. A conclusione del percorso accademico, il laureato sarà pertanto un esperto di accessibilità, in grado di lavorare nei più svariati contesti, città (percorsi accessibili e edifici), tecnologie assistive, ausili e interventi domotici finalizzati alla piena autonomia sia delle persone anziane, sia di quelle con disabilità; e ancora, la fruizione di ambienti differenti come il lavoro, lo sport, i musei, quelli legati al tempo libero, il mondo digitale e la realtà virtuale attraverso il coordinamento di reti e il lavoro di gruppo; e da ultima, ma non ultima, l’accoglienza nei servizi sanitari.
Il professionista non si occuperà solo di persone con disabilità, ma anche di quelle con esigenze particolari, come, gli anziani, i bambini, i caregiver, gli stranieri e i turisti.

L’elemento maggiormente innovativo è il cambiamento di paradigma, dove l’accessibilità e l’inclusione non saranno più considerati come elementi da inseguire o da creare a posteriori, ma che facciano parte del bagaglio culturale e delle prassi metodologiche di ogni responsabile della realizzazione di prodotti, servizi, iniziative e procedure.
La tematica, come si evince fin dalla denominazione del corso, è ipercontemporanea, in quanto affronta uno degli aspetti più critici che contraddistingue il nostro mondo odierno, ossia, la relazione tra le persone e i vari contesti di vita; vengono, pertanto, presi in considerazione, non solo gli obbiettivi inerenti alla piena partecipazione sociale attiva, ma anche quelli riguardanti la costruzione di un mondo più accogliente, più aperto alle differenze e lungimirante nell’orientamento verso un futuro sostenibile per tutti. In tale ottica, l’argomento stesso richiede, senza alcun dubbio, un approccio multidisciplinare, comprendente discipline solo apparentemente lontane, come la pedagogia, la tecnologia, l’economia, il design e l’urbanistica e quindi continuamente da aggiornare, rispetto a prodotti, metodologie, risorse e soluzioni già esistenti.

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Progettare l’accessibilità, l’università di Bergamo lancia una laurea Magistrale” e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Invecchiamento e disabilità: memoria, desiderio, relazione

28 Aprile 2026 - 4:19pm

29 aprile, 6 e 21 maggio e 4 giugno sono le date dei quattro incontri online dal titolo complessivo “Nessuno è da solo. Invecchiamento e disabilità: memoria, desiderio, relazione”, proposti dal Servizio Nazionale CEI (Conferenza Episcopale Italiana) per la Pastorale delle Persone con Disabilità

Il Servizio Nazionale CEI (Conferenza Episcopale Italiana) per la Pastorale delle Persone con Disabilità propone, a partire dal pomeriggio di domani, 29 aprile, un ciclo di quattro incontri online dal titolo complessivo Nessuno è da solo. Invecchiamento e disabilità: memoria, desiderio, relazione.
«L’invecchiamento – spiegano i promotori – non è un percorso lineare, ma un processo di cambiamento in cui alcune competenze e abilità possono ridursi mentre altre si trasformano o si sviluppano. Ogni persona invecchia in modo diverso, secondo traiettorie uniche e non rigidamente predeterminate. In questa prospettiva, accompagnare tali cambiamenti, valorizzando le risorse presenti e sostenendo ciò che può crescere, è un cammino di prevenzione, ma prima ancora di vita piena in qualunque condizione. La strada non è già scritta: si costruisce nel tempo, attraverso scelte, contesti e opportunità significative. Incontrare delle esperienze e metterle in relazione fa capire quanto possano essere diverse le azioni e le opportunità per fare in modo che nessuno sia solo nell’affrontare le circostanze e gli anni che si aggiungono».

Partendo dunque da tali riflessioni, gli incontri del ciclo, condotti da Tiziano Gomiero, pedagogista, psicologo e ricercatore, direttore tecnico-scientifico della Fondazione Lega del Filo d’Oro, prevedono, prima e dopo l’intervento dello stesso Gomiero, la presentazione di due esperienze dai territori e dai movimenti, per dare risonanza e concretezza ai temi trattati.
Tutti dalle 16 alle 18, i quattro incontri si intitoleranno rispettivamente, domani, 29 aprile, Il viaggio della mente che invecchia; il 6 maggio Longevità in pratica: adattamenti che migliorano la vita; il 21 maggio Quando la memoria si fa fragile: come restare accanto; il 4 giugno Il potere delle relazioni nelle sfide dell’invecchiamento. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dei quattro incontri (fruibili in diretta streaming nel canale YouTube della CEI). Per ulteriori informazioni: d.angelelli@chiesacattolica.it (Danilo Angelelli).

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Seconda Giornata Nazionale sull’Artrogriposi: informazione, condivisione e partecipazione attiva

28 Aprile 2026 - 2:02pm

Il 2 maggio a Pesaro, vi sarà la Seconda Giornata Nazionale sull’Artrogriposi, evento dedicato all’informazione, alla condivisione e alla partecipazione attiva, promosso da Artrogriposi Italia, per sensibilizzare su questa condizione clinica congenita rara, caratterizzata da rigidità articolare in diversi distretti anatomici, creando rete tra famiglie, professionisti e associazioni, e offrendo uno spazio accogliente dove confrontarsi, imparare e vivere momenti di comunità

Il 2 maggio al Parco Miralfiore di Pesaro, vi sarà la Seconda Giornata Nazionale sull’Artrogriposi, evento tutto dedicato all’informazione, alla condivisione e alla partecipazione attiva, promosso da Artrogriposi Italia, per sensibilizzare su questa condizione clinica congenita rara, caratterizzata da rigidità articolare in diversi distretti anatomici, l’artrogriposi appunto, creando rete tra famiglie, professionisti e associazioni, e offrendo uno spazio accogliente dove confrontarsi, imparare e vivere momenti di comunità.

La Giornata si aprirà con una sessione dedicata alla scienza e alla condivisione, con interventi di esperti su tematiche fondamentali come l’approccio ortopedico, le innovazioni nei supporti e il ruolo della fisioterapia specializzata, arricchiti da testimonianze dirette.
In parallelo, ampio spazio sarà riservato ai più piccoli, con attività pensate per stimolare creatività e movimento: yoga per bambini, laboratori artistici ed esperienze ludiche, fino a momenti di cucina condivisa.
Nel pomeriggio, infine, l’evento si trasformerà in un’occasione di gioco, riabilitazione e festa, con workshop multidisciplinari, attività terapeutiche, animazione e intrattenimento per tutta la famiglia, per concludersi con un grande finale tra musica e danza. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo. Per ogni ulteriore informazione: artrogripositalia@gmail.com.

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Verso il 1° Maggio: il diritto al Lavoro e quello alla Vita Indipendente marciano insieme

28 Aprile 2026 - 1:35pm

«Quando è accessibile, equo, dignitoso e realmente aperto a tutti e tutte – scrivono dall’Associazione Attiva-Mente in vista del Primo Maggio – il lavoro offre autonomia, relazioni, riconoscimento sociale, possibilità di scelta, consentendo di costruire un proprio progetto di vita e, in definitiva, di emanciparsi da dipendenze imposte più dalle barriere che dalle condizioni personali. Per questo il diritto al Lavoro e il diritto alla Vita Indipendente camminano insieme: quando uno viene negato o svuotato, anche l’altro si indebolisce» Immagine realizzata dall’Associazione Attiva-Mente

Nel celebrare la Festa dei Lavoratori del Primo Maggio, vale la pena ricordare che il diritto al lavoro riguarda pienamente anche le persone con disabilità, ma non come concessione per una categoria “a parte”, bensì con la stessa centralità con cui ci si approccia per le altre persone. È una questione di democrazia, giustizia, dignità e piena cittadinanza.
Il lavoro, quando è accessibile, equo, dignitoso e realmente aperto a tutti e tutte, non garantisce soltanto un reddito. Offre autonomia, relazioni, riconoscimento sociale, possibilità di scelta. Consente di partecipare pienamente alla comunità, di costruire un proprio progetto di vita e, in definitiva, di emanciparsi da dipendenze imposte più dalle barriere che dalle condizioni personali. Per questo il diritto al Lavoro e il diritto alla Vita Indipendente camminano insieme: quando uno viene negato o svuotato, anche l’altro si indebolisce.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità lo afferma con chiarezza, collegando il diritto all’occupazione (articolo 27) al diritto di vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta degli altri (articolo 19). Non può esserci vera autodeterminazione se una persona resta esclusa dal mondo del lavoro, confinata in percorsi chiusi o privata di opportunità concrete.
Eppure, ancora oggi, troppe persone con disabilità incontrano ostacoli che nulla hanno a che vedere con il merito, con le competenze o con la volontà di realizzarsi: pregiudizi culturali, sostegni inadeguati, assenza di accomodamenti ragionevoli, aspettative basse, sistemi che proteggono ma non emancipano. Si celebra qualche caso simbolico, ma non si costruisce un modello virtuoso, partecipato e stabile nel tempo.

Non è solo una questione di leggi, per altro, ma anche di cultura e linguaggio. Continuare a ridurre tutto al solo “inserimento lavorativo dei disabili” significa restare ancorati a una visione parziale e superata, nella quale alcune persone devono essere semplicemente collocate dentro un sistema per altri e pensato da altri. L’inserimento lavorativo, in sé, ha valenza perché è uno strumento utile in determinati percorsi, ad esempio in àmbito terapeutico, riabilitativo o di accompagnamento graduale, ma non esaurisce affatto il tema. Il punto oggi è più ampio e più ambizioso: garantire il diritto al lavoro delle persone con disabilità, in condizioni di uguaglianza, con strumenti adeguati, dentro contesti accessibili e capaci di valorizzare competenze e talenti. Non sono le persone a doversi adattare a un sistema sbagliato: è il sistema che deve finalmente cambiare.

A livello internazionale questo messaggio è sempre più chiaro. Si rafforza il legame tra lavoro inclusivo e Vita Indipendente, riconoscendo che accesso al mercato del lavoro aperto, supporti personalizzati e accomodamenti ragionevoli sono strumenti concreti di libertà e partecipazione.
Servono dunque politiche attive vere, servizi competenti, responsabilità collettiva, collaborazione con le imprese, formazione, accompagnamento personalizzato e una visione finalmente moderna del tema. Servono soprattutto strumenti che permettano a ciascuno di costruire il proprio Progetto di Vita, dentro una comunità che non escluda il lavoro da quell’orizzonte.
In vista del Giorno dedicato ai lavoratori chiediamo meno retorica e più opportunità reali, meno porte chiuse, più strumenti e più futuro. Perché il lavoro, se è davvero un diritto, deve esserlo per tutti. E perché senza inclusione lavorativa non c’è piena cittadinanza.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Assistenti all’autonomia e alla comunicazione: modificare quella Proposta di Legge

28 Aprile 2026 - 1:14pm

«Nella parte riguardante gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione – scrive Salvatore Nocera -, quella Proposta di Legge in discussione alla Camera è profondamente lesiva del diritto allo studio degli alunni e delle alunne con disabilità. L’augurio è quindi che i Deputati vogliano accogliere la richiesta di modifica della Proposta di Legge stessa, avanzata dalle oltre 40 tra Associazioni Nazionali e Federazioni Regionali aderenti alla Federazione FISH»

Come persona che da oltre cinquant’anni si occupa della normativa scolastica sull’inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità, ringrazio pubblicamente la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), e per essa anche il suo presidente Falabella, per la limpida e doverosa presa di posizione, i cui contenuti sono stati ripresi anche da Superando, rispetto alla Proposta di Legge AC 2771 attualmente in discussione alla Camera, nella parte riguardante gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione, perché profondamente lesiva del diritto allo studio degli alunni e delle alunne con disabilità, per la cui difesa e promozione la FISH stessa è stata costituita.
L’augurio è quindi che i Deputati vogliano accogliere la richiesta di modifica della Proposta di Legge avanzata da tutte le oltre 40 tra Associazioni Nazionali e Federazioni Regionali aderenti alla FISH e delle migliaia di associati ad esse.

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Se la comunità manca, non ci può essere inclusione

28 Aprile 2026 - 12:26pm

«Si può definire una comunità – scrive Luca Grecchi – come un ambiente sociale in cui le persone che ne fanno parte, pur svolgendo differenti funzioni, anche in base alle loro differenti capacità, si rapportano reciprocamente in una condizione di sostanziale uguaglianza, con il fine di realizzare il bene non solo di loro stesse, ma anche delle altre. Se dunque la comunità manca, come accade nell’attuale modo di produzione sociale, non ci può essere inclusione»

Con il termine “inclusione”, per quanto concerne le persone con disabilità, si intende, come risulta dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, la loro partecipazione alla vita sociale su base di uguaglianza. Il vocabolo, tuttavia, nella lingua italiana presenta un significato che poco si presta a delineare il concetto espresso dalle Nazioni Unite e condiviso dalla comunità scientifica. Le parole inerenti alla disabilità, del resto, sono spesso problematiche, riflettendo, tramite il linguaggio, la problematicità insita nella realtà.
Nei principali dizionari, con il termine “inclusione” si intende, in campo sociale, la disponibilità ad inserire, in un gruppo, un individuo che prima non ne faceva parte. Il fastidio che molte persone avvertono per l’utilizzo di tale vocabolo nell’àmbito della disabilità deriva dal fatto che l’inclusione risulta caratterizzata dal potere che qualcuno possiede, all’interno di un contesto, di aprire o meno il medesimo ad una determinata persona. Includere, infatti, è un verbo transitivo, che richiede un soggetto (chi include) e regge un complemento diretto (chi viene incluso). Il fatto che vi sia una entità – un’Istituzione, una maggioranza, un singolo dotato di autorità – che può decidere chi includere e chi no, soprattutto in contesti pubblici come la scuola, pone in effetti parecchi problemi. Prima però di ragionare sul verbo “includere”, può a mio avviso essere utile, alla luce di quanto detto, soffermarsi un poco sul verbo “inserire”.

È noto a molti che, a partire dal secolo scorso, le tre fasi che hanno visto la progressiva presenza, nella scuola italiana, delle persone con disabilità, si possono riassumere attraverso tre concetti:
1) inserimento: a partire dagli Anni Ottanta, le giovani persone con disabilità cominciarono ad essere “inserite” nelle classi ordinarie, il che significava che erano presenti in aula, ma poco o nulla veniva fatto per loro;
2) integrazione: a partire dagli Anni Novanta, queste persone vennero sempre più “integrate”, ovvero coinvolte nell’attività educativa, ma chiedendo loro, in sostanza, di adattarsi, ossia di adeguarsi a canoni “normali”, cosa, naturalmente, non sempre possibile;
3) inclusione: dai primi Anni Duemila, si cercò di intervenire sul contesto per renderlo davvero fruibile da tutti, realizzando cioè norme, prassi, strutture adatte ad “includere” realmente le persone con disabilità, in maniera da accogliere tutte le differenze.
Sul piano teorico, lo sviluppo che ha condotto all’attuale concetto di “inclusione” è sicuramente condivisibile. Sul piano pratico, però, ci si trova spesso di fronte ancora oggi, nelle aule scolastiche, a mere forme di “integrazione”. L’inclusione richiede infatti, per essere compiutamente attuata, coordinate azioni culturali, educative, politiche le quali non fanno tuttora parte del senso comune condiviso, per cui non risultano presenti nelle corde del corpo docente. Una vera inclusione esige in effetti un ambiente sociale comunitario per potersi realizzare in maniera ottimale. In un simile contesto, di inclusione non si sentirebbe nemmeno parlare, dato che essa sarebbe intrinsecamente presente. Se ne parla invece oggi così tanto proprio perché di inclusione ce n’è poca, in quanto la realtà non è comunitaria, ovvero, nell’attuale totalità sociale, le persone non si rapportano fra loro per il bene su un piano di uguaglianza. Il concetto di comunità è, in effetti, imprescindibile per capire come dovrebbe essere l’inclusione. Non a caso, quando ho dovuto scegliere il titolo da dare al mio ultimo libro, che parla proprio di questi argomenti, il binomio Filosofia e inclusione, che avevo originariamente ipotizzato, mi è sembrato sin da subito manchevole, sicché ho optato per un (a mio avviso) più completo Filosofia, inclusione, comunità. Se la comunità manca, infatti, come appunto accade nell’attuale modo di produzione sociale, non ci può essere inclusione.
Quest’ultima constatazione non deve tuttavia essere interpretata in maniera nichilistica. Nulla, in effetti, esclude che ci si debba provare – e che, almeno in una certa misura, ci si possa anche riuscire – a porla in essere, ciascuno per la propria piccola parte.

Cosa deve intendersi, in ogni caso, per comunità, e per quale motivo essa risulta così necessaria per favorire l’inclusione? In generale, è possibile definire una comunità come un ambiente sociale in cui le persone che ne fanno parte, pur svolgendo differenti funzioni, anche in base alle loro differenti capacità, si rapportano reciprocamente in una condizione di sostanziale uguaglianza, con il fine di realizzare il bene non solo di loro stesse, ma anche delle altre. Fare l’altrui bene equivale infatti a fare il proprio bene, a causa, appunto, della natura comunitaria insita nell’essere umano. Inoltre, più si fa il bene di chi ha maggiore bisogno, più si realizza il bene maggiore, così come, nelle operazioni di soccorso, più si presta cura al ferito più grave, più grande risulta essere l’utilità dell’intervento.
Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, mi è stato chiesto, tra i vari contenuti che avevo appreso dalla filosofia antica, della quale mi occupo da oltre trent’anni, quale fosse quello principale che mi accompagnava nella vita. Risposi, senza alcun dubbio, che era l’idea – greca, ma anche cristiana – secondo cui quanto maggiore è il bene insito nelle nostre azioni, ossia l’utilità delle stesse per gli altri, tanto più elevato risulta essere il grado di felicità della nostra esistenza, nonché di quella delle persone che vivono insieme a noi.
In un ambiente comunitario si tratta di una consapevolezza diffusa; in un ambiente non comunitario, quale è quello attuale, sembra una follia.

Nell’odierno contesto sociale, “inclusione”, come detto, è una parola scivolosa, controversa, ambivalente. Il fatto, rimarcato all’inizio, che essa sottende sempre una struttura gerarchica, in cui una parte può decidere se includere o meno un’altra parte, lascia un’amara sensazione di impotenza. Il concetto viene infatti spesso esibito, soprattutto a scuola, come una bandiera da esporre nelle occasioni ufficiali. Questa bandiera, però, viene rapidamente riposta in un cassetto alle prime difficoltà, con dolorose conseguenze per questi studenti e per le loro famiglie. Senza comunità in effetti, ossia senza condividere realmente la comune umanità, i problemi delle giovani persone con disabilità vengono inevitabilmente trascurati, il che è appunto quello che accade, oggi, in molti casi, nella scuola italiana.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e con alcune modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.

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No a standard al ribasso per gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione!

27 Aprile 2026 - 6:21pm

Forte preoccupazione e netta contrarietà viene espressa dalla FISH, rispetto a quanto contenuto in una Proposta di Legge attualmente all’esame della Camera, sulla disciplina dei requisiti di accesso alla professione di assistente per l’autonomia e la comunicazione. «Con tale Proposta di Legge – si legge in una nota della Federazione – si rischia di determinare un grave arretramento nella qualità dei servizi rivolti agli alunni e studenti con disabilità»

Forte preoccupazione e netta contrarietà viene espressa dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), rispetto a quanto contenuto nella Proposta di Legge AC 2771 (Modifiche al decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66, in materia di promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità), attualmente all’esame della Camera, sulla disciplina dei requisiti di accesso alla professione di assistente per l’autonomia e la comunicazione. «La disposizione contenuta all’articolo 1, comma 1, lettera a), comma 4-bis – si legge a tal proposito in una nota della Federazione -, rischia di determinare un grave arretramento nella qualità dei servizi rivolti agli alunni e studenti con disabilità, compromettendo il pieno esercizio del diritto allo studio e l’effettiva inclusione scolastica. La proposta, così come formulata, introduce infatti requisiti disomogenei e inadeguati, privi di un solido impianto formativo nazionale. Si tratta di una scelta che non garantisce standard minimi uniformi e che rischia appunto di tradursi in una riduzione della qualità degli interventi educativi e assistenziali».
La FISH evidenzia in particolare la mancanza di una formazione obbligatoria e strutturata sulle principali modalità di comunicazione e intervento (Braille, CAA-Comunicazione Aumentativa Alternativa, metodologie comportamentali e altre competenze fondamentali), nonché «l’ingiustificata equiparazione tra percorsi formativi qualificati ed esperienze lavorative prive di adeguata preparazione».

Per tali ragioni, dunque, la Federazione ha formalmente proposto un emendamento che prevede un requisito formativo chiaro, omogeneo e di livello universitario, «ritenuto indispensabile per garantire competenze adeguate in un ambito di così elevata rilevanza sociale».
«La qualità dell’inclusione scolastica passa dalla qualità delle professionalità coinvolte – concludono dalla FISH – e il percorso educativo di ogni alunno e ogni alunna con disabilità è un diritto inalienabile sancito dalla nostra Carta Costituzionale e dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Invitiamo pertanto il Parlamento a rivedere la norma accogliendo l’emendamento da noi proposto, oltre a ribadire la nostra disponibilità a contribuire al confronto istituzionale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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La sesta Giornata Nazionale del Disability Manager promossa dalla SIDIMA

27 Aprile 2026 - 5:28pm

Nutrita la partecipazione all’incontro online “15 anni di SIDIMA: evoluzione, competenze e prospettive del disability manager”, promosso dalla stessa SIDIMA (Società Italiana Disability Manager), in occasione della sesta Giornata Nazionale del Disability Manager, con il contributo dell’AIDIMA ((Associazione Italiana Disability Manager), evento durante il quale è stato anche assegnato il “Premio Internazionale SIDIMA 2026” alla rivista «Vanity Fair» e a Massimo Pulin, presidente di Confimi Industria Sanità Alice Politi, redattrice della rivista “Vanity Fair”, con il “Premio Internazionale SIDIMA 2026” assegnato alla rivista

Come segnalato anche su queste pagine, si è tenuto il 20 aprile scorso l’incontro online intitolato 15 anni di SIDIMA: evoluzione, competenze e prospettive del disability manager, promosso dalla stessa SIDIMA (Società Italiana Disability Manager), in occasione della sesta Giornata Nazionale del Disability Manager, con il contributo dell’AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager).
L’evento ha potuto contare sulla partecipazione di numerose persone interessate alle tematiche dell’inclusione e ha rappresentato anche un’importante occasione per celebrare i 15 anni di attività della SIDIMA, oltre a fornire un bilancio sulla situazione legata alla normativa, alla formazione ed in particolare al ruolo del disability manager come facilitatore nei vari campi del vivere sociale.

Dopo i saluti in apertura di Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità e di Paola Roma, assessora ai Servizi Sociali, alla Famiglia, alla Longevità, allo Sport e alle Politiche Abitative della Regione Veneto, è intervenuto Rodolfo Dalla Mora, presidente di SIDIMA e AIDIMA, che ha proposto una panoramica sulla nascita e l’evoluzione della Società, nonché sul ruolo e la crescita dell’Associazione e su come tali realtà possano essere una base solida su cui creare una rete concreta nell’ambito dell’inclusione.

Massimo Pulin, presidente di Confimi Industria Sanità, con l’altro “Premio SIDIMA 2026”

Un’ampia riflessione è stata quindi dedicata all’evoluzione delle norme in materia di disabilità, ad un approfondimento sulla funzione e le competenze del disability manager e al ruolo della formazione.

È stato poi assegnato il Premio Internazionale SIDIMA 2026, rivolto a coloro che si siano particolarmente distinti nella divulgazione dei temi della disabilità e dell’inclusione.
Quest’anno il Comitato Scientifico ha valutato di destinare il riconoscimento alla rivista «Vanity Fair», per gli spazi dedicati ai diritti e all’inclusione e a Massimo Pulin, presidente di Confimi Industria Sanità, per l’impulso fornito all’implementazione degli ausili come strumento di autonomia per le persone con disabilità.
L’incontro si è concluso con l’illustrazione della collana editoriale “Per una nuova cultura della disabilità”, diretta da Rodolfo Dalla Mora per la casa editrice Il Prato e già ampiamente presentata anche sulle nostre pagine. (S.S. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa.sidima@gmail.com.

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Sessualità e disabilità tra diritti, educazione e prevenzione

27 Aprile 2026 - 4:48pm

Perché parlare di sessualità con ragazzi e ragazze con disabilità? Perché è un tema che riguarda diritti, educazione, autodeterminazione e prevenzione della violenza. Parlarne è importante perché, nonostante tutto questo, resta un tema spesso ignorato o affrontato solo in termini di problema. Ed è quanto si farà a Cusano Milanino il 30 aprile e l’8 maggio, nel corso di due incontri promossi nell’àmbito del progetto “PriDe”

Perché parlare di sessualità con ragazzi e ragazze con disabilità? Perché è un tema che riguarda diritti, educazione, autodeterminazione e prevenzione della violenza. Parlarne è importante perché, nonostante tutto questo, resta un tema spesso ignorato o affrontato solo in termini di problema.
«Per tanti la sessualità è ancora un tabù, che si moltiplica in maniera esponenziale quando riguarda i ragazzi e le ragazze con disabilità», spiega Pamela Crepaldi, pedagogista, esperta di educazione sessuale, docente a contratto presso l’Università di Torino, che parteciperà a due incontri promossi nell’àmbito del progetto PriDe, in programma il 30 aprile e l’8 maggio a Cusano Milanino (Milano). «Il primo passo – aggiunge Crepaldi – è cambiare sguardo: smettere di considerare la sessualità delle persone con disabilità come un’eccezione e riconoscerla come parte del loro percorso di crescita».

Una dimensione dello sviluppo, non un problema
Il punto di partenza è una definizione. La sessualità è una dimensione dello sviluppo umano, al pari dell’apprendimento, della socializzazione; eppure, quando se ne parla in relazione alla disabilità, il primo riflesso è quello di pensarla come un problema. Come se la sessualità dei ragazzi e delle ragazze con disabilità fosse “altra”, eccezionale. È esattamente questa idea che va messa in discussione. «Le funzioni della sessualità accomunano tutte e tutti -sottolinea Crepaldi-. Non esiste una sessualità “speciale” per le persone con disabilità. Esiste, invece, un sistema che ancora non la riconosce come bisogno educativo».
La sessualità, aggiunge la pedagogista, è un diritto e tuttavia, viene raramente considerata all’interno della progettazione rivolta ai giovani e alle giovani con disabilità. Se ne parla quasi solo quando emerge “il problema”, e allora si chiama l’esperto. Ma questo approccio emergenziale, avverte Crepaldi, è insufficiente: famiglia, scuola e servizi dovrebbero essere parte di un percorso educativo in cui il tema della sessualità viene affrontato e discusso in modo ordinario, non eccezionale.

Le barriere: formali, informali e attitudinali
La mancanza di un’educazione formale (ad esempio a scuola) ai temi della sessualità rappresenta il primo ostacolo che si pone di fronte ai ragazzi e alle ragazze con disabilità che si interrogano sui cambiamenti del proprio corpo e sulle proprie emozioni.
C’è poi una barriera meno visibile, ma altrettanto rilevante: la mancanza di apprendimento informale. «Molti adolescenti – spiega la pedagogista – apprendono anche in modo casuale, parlando con i propri coetanei, attraverso i confronti spontanei. Ma chi vive in contesti molto strutturati, come i centri diurni o ambienti particolarmente protetti, ha molto meno accesso a queste reti informali».
Bisogna poi anche fare i conti con le barriere attitudinali: gli atteggiamenti di genitori e familiari, operatori ed educatori. Atteggiamenti che spesso negano o ignorano la sessualità delle persone con disabilità: «È il tabù dei tabù – dice Crepaldi-. E finché non lo nominiamo, non possiamo smontarlo».

Gli stereotipi da superare
Sono due, in particolare, gli stereotipi che occorre affrontare. Il primo è quello della persona con disabilità come soggetto da proteggere, incapace di scegliere o autodeterminarsi. Un atteggiamento che, pur partendo da una preoccupazione autentica, finisce per negare la soggettività della persona.
Il secondo riguarda la sessualità stessa: ridurla alla performance, al semplice “fare sesso”. Una visione che, applicata alla disabilità, porta immediatamente a concentrarsi sugli impedimenti. «Se invece la sessualità viene considerata come relazione, identità, desiderio, affettività, autodeterminazione, allora cambia tutto. E cambia anche lo sguardo su chi la vive», conclude Crepaldi.

Educazione sessuale e prevenzione della violenza: un legame indissolubile
Parlare di sessualità non significa solo parlare di sesso. Significa educare al consenso, alla consapevolezza, al diritto di dire no, a riconoscere i confini del proprio corpo. Significa lavorare sul rispetto, sulla reciprocità, sulla parità di genere. E quindi, inevitabilmente, significa anche prevenire la violenza. La prevenzione non è un tema separato dall’educazione sessuale: ne è uno dei contenuti fondamentali.

Cosa serve davvero
Perché la sessualità sia riconosciuta come diritto, occorre dunque riconoscerla prima come bisogno educativo. E questo implica una responsabilità collettiva: della scuola, dei servizi, delle famiglie. Significa anche considerare la sessualità come qualcosa che dipende non solo dal funzionamento della persona, ma dall’ambiente, dalle opportunità, dalle relazioni, dai sostegni disponibili.
Tre riconoscimenti, in particolare, sembrano fondamentali: il diritto all’adultità, soprattutto per le persone con disabilità intellettiva; il diritto alla conoscenza, attraverso strumenti accessibili e informazioni comprensibili; e il diritto all’autodeterminazione, cioè la possibilità concreta di compiere scelte nella propria vita affettiva e sessuale.

Tutti questi temi, come detto inizialmente, saranno al centro dei due incontri promossi nell’àmbito del progetto PriDe, iniziativa promossa dall’Istituto dei Sordi di Torino, in collaborazione con la Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e con CBM Italia.
° 30 aprile, presso Associazione Sorriso, Cusano Milanino (Viale Buffoli, 12), ore 18-21:
Sessualità e disabilità: conoscenza, diritti e prevenzione della violenza: incontro rivolto alle famiglie per approfondire il tema della sessualità come dimensione centrale dei diritti e della prevenzione della violenza, con l’obiettivo di promuovere maggiore consapevolezza e strumenti di protezione.
° 8 maggio, presso Associazione Sorriso, Cusano Milanino (Viale Buffoli, 12), ore 10-13:
La consapevolezza di sé è la prima difesa: parlare di sessualità aiuta a proteggersi: appuntamento dedicato alle persone con disabilità, incentrato su corpo, relazioni e diritti, per rafforzare la capacità di riconoscere situazioni di rischio, prevenirle e sapere come chiedere aiuto. (Ufficio Stampa LEDHA)

Per partecipare agli incontri: pride@istitutosorditorino.it. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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