«Al di là dei proclami – scrive tra l’altro Adriana De Luca – le scelte che si sono fatte e si stanno facendo negli anni rispondono a una logica assistenziale basata fondamentalmente su una convinzione: “la scuola non è per tutti” e, in modo particolare, non è adatta alle persone con disabilità del neurosviluppo. Si è fatta strada l’idea che abbiano bisogno soprattutto di sostegni, di persone che se ne occupino in modo individuale ed esclusivo perché non in grado di apprendere, di evolvere, di partecipare attivamente e a pieno titolo alla vita scolastica e sociale»
Dopo avere letto su queste stesse pagine i diversi contributi al dibattito aperto sulla reiterazione dei cosiddetti “corsetti” INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) per la specializzazione sull’insegnamento di sostegno, come simpaticamente, ma anche tristemente, li chiama l’avvocato Salvatore Nocera (“Ora quei discussi corsi di specializzazione sul sostegno dovrebbero proprio cessare”) che ha chiarito abbondantemente la mancanza di motivazione al ripetersi di un’iniziativa già discutibile, mi accingo a portare all’attenzione un aspetto che a mio avviso non va trascutato.
Scrivo in qualità di genitore, di presidente di un’Associazione che è attiva da 23 anni e che segue attualmente circa cento persone con disabilità del neurosviluppo, di ex formatrice nei corsi biennali di specializzazione per personale direttivo, docente, educativo di scuole aventi particolari finalità (DPR 970/75), di esperta in riabilitazione con 42 anni di servizio in un’Azienda Sanitaria Provinciale e formatrice di terapisti della riabilitazione per diversi lustri.
Quello che sta avvenendo è un processo di restaurazione cominciato ormai da molto tempo e che, negli ultimi anni, si sta completando. Dario Ianes ne descriveva le strategie e le azioni. E il compianto Raffaele Iosa, da poco scomparso, ne descriveva alcuni elementi salienti.
Nel corso della mia lunga esperienza ho visto un progressivo e desolante declino della spinta culturale, civile ed etica che ha promosso il diritto allo studio delle persone con disabilità e il conseguente tentativo, da parte del mondo della scuola, di affrontare la sfida [se ne legga anche, sempre in Superando, in Adriana De Luca, “È una scuola che deve diventare migliore per tutti e tutte”, 16 maggio 2024, N.d.R.].
Mi sembra evidente che le scelte che si sono fatte e si stanno facendo negli anni, al di là dei proclami, rispondono a una logica assistenziale basata fondamentalmente su una convinzione: “la scuola non è per tutti” e, in modo particolare, non è adatta alle persone con disabilità del neurosviluppo. Si è fatta strada l’idea che abbiano bisogno soprattutto di sostegni, di persone che se ne occupino in modo individuale ed esclusivo perché non in grado di apprendere, di evolvere, di partecipare attivamente e a pieno titolo alla vita scolastica e sociale; tanto si verifica, a mio avviso, sia a causa di difficoltà oggettive non affrontate e sia per l’incapacità, sempre più acuta, della scuola e di tutte le agenzie che dovevano garantire il benessere biopsicosociale di tutti i cittadini.
Da qui le scelte che hanno in apparenza la pretesa di rispondere a bisogni reali e che concretamente li negano. Ci si riempie la bocca della parola inclusione, che ha perso il proprio valore semantico, di novità epocali come il progetto di vita, di personalizzazione degli interventi e dei sostegni, per poi dare risposte che sostanzialmente cristallizzano la condizione di disabilità e limitano le opportunità di crescita e di accesso alla vita adulta.
La riprogrammazione dei “corsetti” di cui sopra ne è testimonianza. Ci si giustifica facendo riferimento all’esperienza pregressa dei docenti senza specializzazione, senza tenere conto che spesso questa è un’esperienza di impotenza. Veramente siamo convinti che la superiorità della nostra presunta normalità possa garantire la capacità di entrare in una corretta relazione e comunicazione con una persona con disabilità, di comprenderne le sue caratteristiche e il suo valore? Veramente pensiamo che valutare le capacità, le potenzialità e gli interventi più appropriati per questi alunni, con qualità estremante diverse, possa essere appreso solo per la permanenza nello stesso luogo, per un certo tempo e magari con un unico alunno, senza avere acquisito prima le basi conoscitive per decodificare, interpretare e agire in modo adeguato?
L’idea di dare a ciascuno un insegnante specializzato sembra essere un’ottima risposta a un bisogno reale. I genitori, che hanno bisogno di riporre fiducia nelle persone che si occupano dei loro figli e sperano di poter avere così risposte più efficaci e una migliore qualità della didattica, considerano spesso positivamente questa iniziativa. Anche coloro che aspirano ad inserirsi nel mondo della scuola in modo stabile giudicano vantaggiosa questa decisione. Coloro che gestiscono i corsi ovviamente ne traggono beneficio, ciò è tanto vero che alcune Università hanno accettato di aderire a questa opportunità. Alcuni dei docenti, che stavano frequentando il TFA (Tirocinio di Formazione Attivo), lo hanno interrotto per iscriversi ad un percorso più breve che può dare, in tempi rapidi, l’accesso al lavoro. I decisori politici in questa situazione guadagnano consenso rispondendo alle diverse esigenze dei vari soggetti coinvolti. Sembra proprio che tutti traggano profitto da questa scelta i cui effetti positivi sono, ahimè!, solo apparenti e, proprio per questo, più pericolosi per la reale inclusione e per la qualità della esperienza scolastica delle persone con disabilità.
I primi a doversene rendere conto dovrebbero essere i genitori delle persone con disabilità e assieme a loro tutti coloro che, con onesta intellettuale e spessore etico, se ne occupano.
Abbiamo registrato nel passaggio dai corsi biennali al TFA, una caduta delle competenze degli insegnanti specializzati e ora precipitiamo verso la “speciale ignoranza” sempre più diffusa, che non riguarda solo la classe docente, ma si estende alla formazione degli educatori, troppo spesso ignari delle conoscenze di base sull’argomento, agli ASACOM (assistenti all’autonomia e alla comunicazione) che, nella nuova Proposta di Legge che li riguarda, sono privi di un’identità precisa e soprattutto di una formazione univoca e utile al ruolo che dovranno svolgere.
È evidente che ciò che si vuole perseguire è la “copertura” dell’alunno, affidandolo a presunti specialisti, perché li assistano e li custodiscano, possibilmente lontani dal contesto classe, dove i docenti curricolari, soprattutto nelle scuola secondaria di primo e secondo grado (specialisti nella materia, idonei a istruire, ma non a formare e ad accompagnare educativamente) possano svolgere le loro lezioni senza essere disturbati né dover adattare il loro insegnamento a persone con disabilità, anche perché non è previsto che lo sappiano fare, né ci si è particolarmente preoccupati di metterli nelle condizioni di poterlo fare.
Abbiamo predicato da 50 anni che l’alunno con disabilità è a pieno titolo della classe, ma nella maggioranza dei casi così non è stato né, consentitemi, poteva esserlo.
La scuola è l’agenzia educativa e formativa più importante in assoluto che, dopo i primi mille giorni di vita di un bambino, accompagna ogni individuo per tutto il periodo dell’età evolutiva, per la durata di 16 anni cruciali per il futuro di ciascuno. È il periodo in cui dall’intelligenza senso-motoria si arriva allo sviluppo del pensiero logico formale, dalla dipendenza si giunge ad una sempre maggiore interdipendenza, dall’egocentrismo si giunge alla socializzazione e alla maggiore apertura al mondo, assumendo ruoli e responsabilità; è il periodo in cui si costruisce l’identità, la personalità e si forma il futuro cittadino.
Tutto questo non avviene in modo spontaneo, ma necessita dell’intervento degli adulti di riferimento che hanno il ruolo di promuovere la crescita umana attraverso i processi educativi; ciò non riguarda solo i cosiddetti “normali” (e anche qui registriamo notevoli problemi: dispersione, analfabetismo funzionale, ecc.), ma anche le persone con disabilità, che con approccio e metodologie adeguate, devono e possono raggiungere il massimo livello di sviluppo possibile, per assicurare loro una buona qualità della vita. E questo senza preclusioni aprioristiche dettate dalle diagnosi e/o dalle cosiddette condizioni di gravità, riferite prevalentemente all’immodificabilità delle condizioni di salute e che spesso condizionano, in modo pervasivo, gli interventi; il risultato è decretare per le persone con disabilità la non appartenenza dalla categoria degli “esseri umani in età evolutiva”.
La sfida a cui siamo chiamati è questa, a questo servono le diagnosi precoci e le professionalità di tutti coloro che a vario titolo nella sanità, nel sociale, nella scuola si occupano di svolgere questo delicato compito.
Non è sufficiente preoccuparsi di sviluppare qualche autonomia, prevalente appannaggio della famiglia (chiamandolo “progetto di vita”), e accontentarsi di questo, ciò non è sufficiente ad accompagnare le persone con disabilità alla vita adulta. Troppo frequentemente, nel corso dei miei cinquant’anni a fianco delle persone con disturbi del neurosviluppo, ho visto aggiungere disabilità a disabilità dai fattori di contesto (l’ICF ci aiuta a comprendere bene queste cose).
Uscire dal percorso scolastico con pochi strumenti cognitivi, pochi apprendimenti, scarse capacità adattive e un’esperienza spesso di profonda solitudine e di vuoto innesca facilmente problemi comportamentali, patologie psichiatriche (prevalentemente depressione e poi fuga dalla realtà), creando presupposti negativi per la possibile inclusione lavorativa e sociale, ma soprattutto impedisce il raggiungimento dello status di adulto, che dipende fortemente dai processi educativi, con conseguenze spesso molto gravi per la persona, il suo nucleo familiare e non solo (iperproteggere, assistere, sostituirsi, adoperare atteggianti infantilizzanti, prendersi cura solo dei bisogni fisiologici e di sicurezza, senza poter accedere alla soddisfazione dei bisogni sociali, di stima e autorealizzazione non consente l’accesso all’adultità).
Lavorare con persone con disabilità richiede innanzitutto la consapevolezza che esistono persone differenti (non superiori e inferiori), perseguire la giustizia e la responsabilità sociale e avere una formazione solida e ampia, iniziale e in itinere, che coinvolga tutti gli attori chiamati a sostenerne e favorirne lo sviluppo cognitivo, l’apprendimento, la conquista di abilità trasversali, di capacità comunicative e relazionali, di un adattamento sociale che consenta la partecipazione alla vita della comunità, in un contesto che sappia, a sua volta, aprirsi a presenze non omologate.
È necessario prendersi cura di ogni bambino, di ogni ragazzo, di ogni adolescente, risorse preziose per il futuro di una nazione. Non è consentita l’improvvisazione. Sarebbe omicida.
Bisognerebbe avere il coraggio e l’onestà di monitorare e misurare i risultati dei nostri interventi e degli investimenti anche economici che vengono fatti in termini di qualità della vita guadagnata delle persone con disabilità, senza giustificare i nostri fallimenti con l’impossibilità di fare di più e meglio a causa di una diagnosi. Ci sono molti esempi di persone con disabilità che hanno avuto la fortuna di trovare sul loro cammino competenza e responsabilità che sconfessano clamorosamente questa spiegazione.
Credo, francamente, si stiano tutelando gli interessi di tanti, mistificando la realtà e facendola sembrare addirittura auspicabile, ma non gli interessi delle persone con disabilità. In sostanza si sono creati i presupposti, e non solo nella scuola, per decretare la fine di un’esperienza unica al mondo che aveva in sé germogli di civiltà e di umanità alta, per finire nel baratro di una riemergente “visione manicomiale” che arrecherà, alle persone con disabilità e alle loro famiglie un danno esistenziale incalcolabile e alla società un impoverimento culturale, civile ed etico.
*Presidente dell’Associazione Gli Altri Siamo Noi, madre di una persona con disabilità, già formatrice.
L'articolo Quei corsi di specializzazione per il sostegno e il percorso dell’inclusione scolastica: apparenza o sostanza? proviene da Superando.