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L’accoglienza in ospedale delle persone con disabilità visiva: un incontro di formazione

17 Luglio 2026 - 6:51pm

Promosso dall’ASL di Biella insieme all’UICI del Piemonte (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e rivolto al personale medico e infermieristico, ha coinvolto circa 80 partecipanti un incontro di formazione nella città piemontese, che ha avuto al centro l’accoglienza in ospedale delle persone con disabilità visiva Il presidente dell’UICI Piemonte Lepore, durante l’incontro di formazione a Biella

«Il sistema sanitario è uno tra i principali indicatori del benessere di una società: in un momento così delicato come un percorso di cura, ogni cittadino dovrebbe potersi sentire accolto e a proprio agio. Siamo dunque molto contenti che l’Ospedale di Biella abbia dato seguito alla nostra proposta e abbia scelto di puntare sulla conoscenza della disabilità, base indispensabile per qualsiasi azione. Ovviamente la formazione del personale è solo un aspetto della questione: altri elementi, altrettanto importanti, potrebbero riguardare la resa accessibile degli spazi, con l’abbattimento delle barriere architettoniche e senso-percettive. Di sicuro, quello compiuto nei giorni scorsi è un primo passo prezioso che speriamo segni l’inizio di una proficua collaborazione»: così Franco Lepore, presidente dell’UICI Piemonte (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), commenta il momento di formazione rivolto al personale medico e infermieristico promosso dall’ASL di Biella e dalla stessa UICI del Piemonte, iniziativa che ha coinvolto circa 80 partecipanti e che ha avuto al centro l’accoglienza in ospedale delle persone con disabilità visiva.

«Quando un paziente completamente cieco o con gravi minorazioni visive arriva in una struttura sanitaria, spesso si trova disorientato – sottolineano dall’UICI piemontese – e in uno spazio grande e complesso, può avere difficoltà di orientamento. Inoltre, la mancanza di controllo visivo rende più difficile capire che cosa stia accadendo e come relazionarsi al meglio con il personale sanitario. Bastano però pochi e semplici accorgimenti perché la persona si senta accolta, ma soprattutto sia protagonista di scelte consapevoli e non passivo destinatario di azioni altrui».

Proposto nell’àmbito del progetto dell’UICI Il Piemonte al mio fianco, co-finanziato dalla Regione e volto segnatamente a favorire l’inclusione sociale delle persone con disabilità visiva, il momento formativo si è articolato in due sessioni, una più teorica, l’altra marcatamente pratica.
Inizialmente, dunque, i partecipanti hanno familiarizzato con il panorama della disabilità visiva, «un mondo molto frastagliato – come ricordano i promotori del percorso -. Infatti, contrariamente a quanto spesso riportato dagli organi di stampa, le parole “cieco” e “ipovedente” non sono sinonimi: la prima indica infatti una persona completamente priva della vista, mentre la seconda si riferisce a gravi compromissioni visive, con caratteristiche e sfumature anche molto diverse, il che ovviamente porta con sé risvolti psicologici e necessità riabilitative differenziate».
È stato poi fornito qualche cenno sulla mobilità delle persone con disabilità visiva, parlando di bastone bianco, cane guida, percorsi tattili, codice Braille e nuove tecnologie.
Nella seconda parte, invece, sono state illustrate le principali regole di comportamento per interagire correttamente con i pazienti ciechi e ipovedenti, tra cui il consiglio di rivolgersi sempre alla persona con disabilità e non a chi l’accompagna, l’accortezza di descrivere le operazioni che si stanno compiendo sul corpo del paziente in modo che questi ne sia consapevole. Sono state inoltre spiegate le tecniche per accompagnare chi non vede in totale sicurezza.

Al termine dell’incontro la soddisfazione tra i partecipanti è stata visibile, tanto da far pensare di organizzare appuntamenti simili in altre sedi, tra cui le Case di Comunità.
«Accogliere una persona – dichiara Mario Sanò, direttore generale dell’ASL di Biella – significa saperne riconoscere i bisogni, anche nel momento, particolarmente delicato, dell’accesso a una struttura sanitaria. Questo incontro, rivolto al personale della nostra ASL e a volontari impegnati nell’accoglienza, ha fornito indicazioni concrete e immediatamente applicabili nei nostri servizi. Ringrazio quindi il presidente dell’UICI Piemonte Franco Lepore, unitamente alla presidente dell’UICI di Biella Stefania Coppola, per il qualificato contributo offerto». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@uicpiemonte.it (Lorenzo Montanaro).

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Un Protocollo d’Intesa che serva anche a prevenire discriminazione, esclusione e bullismo nelle scuole

17 Luglio 2026 - 6:19pm

Non possiamo non guardare con attenzione al Protocollo d’Intesa di durata triennale sottoscritto tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito e l’UNICEF Italia, riguardante la “Promozione e diffusione nelle Istituzioni scolastiche della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”, che tra i propri obiettivi cita quello di «voler garantire la partecipazione di alunne e alunni anche per prevenire forme di discriminazione, esclusione, bullismo e cyberbullismo» Da sinistra: Stefania Radoccia, vicepresidente di UNICEF Italia, Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito e Nicola Graziano, presidente di UNICEF Italia

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e il presidente dell’UNICEF Italia Nicola Graziano hanno sottoscritto il Protocollo d’ Intesa della durata di tre anni, denominato Promozione e diffusione nelle Istituzioni scolastiche della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Si tratta di un passaggio al quale anche un giornale che si occupa prevalentemente di disabilità come il nostro non può non guardare con attenzione, specie tenendo presente che tra gli obiettivi principali del Protocollo viene esplicitamente citato quello di «voler garantire la partecipazione di alunne e alunni anche per prevenire forme di discriminazione, esclusione, bullismo e cyberbullismo», ossia di una serie di situazioni che purtroppo vedono spesso quali vittime proprio i giovani con disabilità. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per ulteriori informazioni: press@unicef.it.

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Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”: nuove parole per l’inclusione sociale

17 Luglio 2026 - 5:43pm

Il “Premio Giornalistico”, il “Premio Speciale per l’Attivismo” e il nuovo “Premio Agenda della Disabilità”: sono le tre sezioni in cui si articola il 4° Premio “Paolo Osiride Ferrero”, iniziativa ideata e promossa dalla CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), per la quale si potranno inviare gli elaborati e le candidature fino al 15 settembre. Tutti i dettagli di un concorso intitolato a chi intuì per tempo l’urgenza di superare la barriera culturale che relegava i temi della disabilità al di fuori dei normali canali e del lessico della comunicazione Foto di gruppo al termine della cerimonia di premiazione della terza edizione del “Premio Paolo Osiride Ferrero” nel dicembre 2025

È in corso di svolgimento la quarta edizione del Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”, iniziativa ideata e promossa dalla CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), grazie al sostegno e alla partnership strategica con Fondazione CRT nell’àmbito del progetto Agenda della Disabilità e in collaborazione con il Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università di Torino, le Associazioni Angelo Burzi e OPES, la media partnership con l’ANSA e il sostegno di ASTM Group, Avio Aero e di Fondazione Venesio Ente Filantropico.
Il titolo dell’iniziativa, va ricordato, porta con sé la memoria di Paolo Osiride Ferrero, presidente “storico” della CPD, eletto nel 1995 e alla quale si è dedicato per tutta la vita fino alla sua scomparsa. «In particolare – sottolineano dall’organizzazione torinese -, nel suo lavoro incessante per far progredire questi temi, Paolo Osiride Ferrero si caratterizzò non solo per le modalità innovative di interlocuzione con le istituzioni e il mondo associativo, ma soprattutto per la sua capacità di dialogo e interazione con il mondo della comunicazione. Figura di rottura anche in questo, aveva infatti intuito fin da subito l’urgenza di superare la barriera culturale che relegava i temi della disabilità al di fuori dei normali canali e del lessico della comunicazione».

Anche il nostro giornale ha sempre dato spazio al Premio, prendendo atto tra l’altro con piacere del riconoscimento andato nella scorsa edizione a Carmela Cioffi, già preziosa collaboratrice della redazione di Superando. Questa volta ne registriamo anche alcune novità, a partire dall’ampliamento, articolatosi in tre sezioni, ossia il Premio Giornalistico, il Premio Speciale per l’Attivismo e il Premio Agenda della Disabilità.
Nel dettaglio, il Premio Giornalistico intende valorizzare coloro che, nel panorama dell’informazione italiana, si distinguono nella promozione dei temi della disabilità, dell’inclusione sociale e del rispetto della persona. È possibile concorrere nelle categorie Carta stampata, Radio e TV e Web e social.
Viene poi rilanciato il Premio Speciale per l’Attivismo, presieduto dalla giornalista e attivista Valentina Tomirotti e realizzato in collaborazione con l’Associazione Angelo Burzi, che riconosce l’impegno delle persone attive nella promozione dei diritti delle persone con disabilità e nella diffusione di una cultura più inclusiva.
Ma la novità assoluta della quarta edizione è rappresentata dall’introduzione del Premio Agenda della Disabilità, rivolto ad aziende e organizzazioni che, nel corso dell’ultimo anno, abbiano sviluppato iniziative di comunicazione interna o esterna inclusive e accessibili. «L’obiettivo – spiegano dalla CPD di Torino – è valorizzare le esperienze che abbiano saputo trasformare l’attenzione all’inclusione in una pratica concreta e continuativa: dalla comunicazione rivolta ai dipendenti, attraverso strumenti interni accessibili, linguaggi rispettosi e inclusivi, percorsi di sensibilizzazione e soluzioni digitali fruibili, fino alle campagne istituzionali, ai contenuti editoriali, alle attività di marketing e alle iniziative pubbliche destinate a clienti, stakeholder e comunità. In tal senso, particolare attenzione sarà rivolta ai progetti che abbiano contribuito a promuovere una rappresentazione della disabilità realmente autentica, competente e libera da stereotipi, favorendo una cultura fondata sul riconoscimento dei diritti, delle competenze e della piena partecipazione delle persone con disabilità alla vita sociale, culturale ed economica del Paese».

Presieduta dal giornalista Luigi Contu, direttore dell’ANSA e coordinata da Fabrizio Vespa, la Giuria del Premio sarà affiancata da un Comitato Tecnico Scientifico composto da esponenti del mondo culturale, sociale, profit e non profit.
E infine, dato fondamentale, la scadenza per l’invio degli elaborati e delle candidature, che è fissata per le ore 24 del 15 settembre prossimo. (S.B.)

A questo link il regolamento e le modalità di partecipazione al Premio. Per ulteriori informazioni: fabrizio.vespa@cpdconsulta.it.

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Il coraggio di fermarsi davanti a una vita e di ascoltarla

17 Luglio 2026 - 4:55pm

«La cosa che più mi ha emozionata – racconta Simona Atzori, danzatrice, pittrice e scrittrice, nata senza braccia, protagonista di una recente puntata del programma di Rai3 “Che ci faccio qui” – è che Domenico Iannacone mi ha dato la possibilità di raccontarmi non come una persona che “ha superato” qualcosa, ma semplicemente per ciò che sono. Una donna che danza, dipinge, scrive, ride, si commuove, attraversa le proprie paure e continua ogni giorno a cercare un modo autentico di abitare il mondo» Domenico Iannacone e Simona Atzori durante la puntata intitiolata “La forma perfetta” fdfel programma di Rai3 “Che ci faccio qui”

Martedì 7 luglio i miei piedi gesticolavano in prima serata su Rai3. Il mio sorriso accoglieva migliaia di persone nel mio mondo e un perfetto padrone di casa mi accompagnava in un viaggio fatto di arte, di vita e di umanità.
La puntata di Che ci faccio qui, condotta da Domenico Iannacone e intitolata La forma perfetta, è stata molto più di un programma televisivo. È stato un incontro. Domenico, con la sua straordinaria capacità di osservare senza invadere, è entrato in punta di piedi nella mia vita. Non ha cercato l’eccezionalità, non ha rincorso l’effetto. Ha semplicemente guardato. E io l’ho accolto come si accoglie chi possiede un dono raro: uno sguardo capace di vedere davvero.

Da quel momento è accaduto qualcosa che non avrei potuto immaginare. Un mare di persone ha accolto quell’invito fatto con tanta delicatezza e si è sintonizzato non solo su un canale televisivo, ma su una frequenza umana fatta di ascolto, silenzi, sorrisi, fragilità e bellezza.
La cosa che più mi ha emozionata è che Domenico mi ha dato la possibilità di raccontarmi non come una persona che “ha superato” qualcosa, ma semplicemente per ciò che sono. Una donna che danza, dipinge, scrive, ride, si commuove, attraversa le proprie paure e continua ogni giorno a cercare un modo autentico di abitare il mondo.
Nei giorni successivi alla messa in onda sono arrivati centinaia di messaggi. Persone che mi hanno scritto di essersi emozionate, di aver pianto, di aver riconosciuto un pezzo della propria storia dentro la mia. Sono stata travolta da un’ondata di affetto, stima e condivisione profonda che mi ha fatto respirare un’umanità che, a volte, crediamo troppo rara per esistere.
La mia gratitudine è immensa e mi fa guardare al futuro con uno sguardo ancora più fiducioso, ma anche con una profonda fierezza per quella parte migliore dell’essere umano che spesso rimane nascosta e aspetta soltanto l’occasione giusta per emergere.

Io non ho nulla da insegnare. Con la mia arte e con la mia storia desidero soltanto dire che ci sono anch’io. Che ogni persona possiede un valore unico e irripetibile e che quel valore può emergere quando scegliamo di partire da ciò che abbiamo, invece di fermarci a ciò che ci manca, trasformando ogni possibilità in un’opportunità.
Forse è la stessa risposta che continuo a cercare anche nella domanda che dà il titolo al mio libro, Cosa ti manca per essere felice?. Dopo la puntata della Forma perfetta, quella domanda mi sembra ancora più attuale: forse la felicità inizia proprio quando smettiamo di misurarci con ciò che ci manca e impariamo ad abitare pienamente ciò che siamo.
Ogni volta che una storia riesce a farci guardare qualcuno con occhi nuovi, succede qualcosa anche dentro di noi. Si incrinano i pregiudizi, cadono le etichette, cambia la prospettiva. Non perché qualcuno ci abbia dato una lezione, ma perché abbiamo avuto il coraggio di fermarci davanti a una vita e di ascoltarla. E io ringrazio tutte le persone che, il 7 luglio, sono rimaste davanti alla mia storia, l’hanno accolta e l’hanno trasformata in piccoli semi di possibilità.
Porterò con me questa esperienza come uno dei doni più preziosi del mio percorso. Per la professionalità di tutta la squadra che l’ha resa possibile. Per la sensibilità di Domenico Iannacone, che ha il coraggio di fare una televisione che profuma di verità e di umanità. E soprattutto per tutte le persone che quella sera hanno scelto di fermarsi e ascoltare.

*Il presente testo è già apparso (con il titolo “Iannacone mi ha fatto sentire semplicemente Simona”) in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La musica elettronica nei percorsi di cura di persone con demenza e fragilità cognitive

17 Luglio 2026 - 4:24pm

Nato a suo tempo in contesti educativi e rivolto a bambini, ragazzi e persone con disabilità, il progetto “Music 4 All” di Matteo Scapin viene oggi sperimentato anche nell’àmbito dell’invecchiamento attivo e della fragilità cognitiva, aprendo nuove prospettive per l’integrazione tra cultura, innovazione tecnologica e assistenza socio-sanitaria. In questo contesto è nato a Thiene (Vicenza) “Dialoghi Sonori”, laboratorio che ha coinvolto anziani cognitivamente presenti e persone con demenza, tramite la musica e le tecnologie digitali Il laboratorio “Dialoghi Sonori”

Ci siamo già ampiamente occupati, in passato, dei laboratori musicali inclusivi di Music 4 All, progetto sviluppato da Matteo Scapin (Matthew S), musicista, produttore e docente, con l’utilizzo della musica, degli strumenti digitali e delle tecnologie interattive per promuovere inclusione, creatività e partecipazione. Nata inizialmente in contesti educativi e rivolta a bambini, ragazzi e persone con disabilità, l’iniziativa viene oggi sperimentata anche nell’àmbito dell’invecchiamento attivo e della fragilità cognitiva, aprendo nuove prospettive per l’integrazione tra cultura, innovazione tecnologica e assistenza socio-sanitaria.
Ed è in questo contesto che è nato a Thiene (Vicenza) Dialoghi Sonori, laboratorio sperimentale nato dalla collaborazione tra l’Istituto Musicale Città di Thiene e il Centro Residenziale Guido Negri della Fondazione Opera Immacolata Concezione, con il sostegno di Inner Wheel Schio-Thiene, con la musica elettronica e le nuove tecnologie che entrano appunto nei percorsi dedicati alle persone con demenza e fragilità cognitive. Ideato e condotto dallo stesso Scapin, il progetto rappresenta una delle iniziative sviluppate nel quadro della coprogettazione promossa dall’Istituto Musicale Città di Thiene e presentata dal Comune della città vicentina come esempio di innovazione sociale applicata alla cultura e ai servizi per la comunità.

Nel dettaglio, Dialoghi Sonori ha coinvolto anziani cognitivamente presenti e persone con demenza, sperimentando l’impiego della musica e delle tecnologie digitali, come detto, quali strumenti di relazione, partecipazione e benessere, nell’àmbito degli interventi non farmacologici rivolti anche a ospiti con decadimento cognitivo avanzato e disturbi del comportamento.
L’elemento innovativo dell’iniziativa è stato l’utilizzo di controller MIDI sensibili al tocco e di strumenti musicali interattivi, normalmente impiegati nella produzione di musica elettronica. Attraverso infatti il contatto fisico con questi dispositivi, gli ospiti hanno potuto produrre suoni e costruire semplici esperienze musicali collaborative, favorendo l’interazione reciproca e la partecipazione attiva.
«Il richiamo musicale – spiega Matteo Scapin – ha riattivato memorie profonde, ma è stato soprattutto l’aspetto tattile e tecnologico a favorire nuove modalità di relazione. Negli ultimi incontri alcuni ospiti mi riconoscevano come “quello degli strumenti strani”: un segnale che testimonia il valore relazionale dell’esperienza e l’impatto di essa nella quotidianità della struttura».

«Il raggio d’azione dell’Istituto Musicale Città di Thiene – sottolinea Anna Maria Savio, assessora alle Politiche Sociali del Comune di Thiene – si estende in modo significativo anche alla terza età e alle fasce più fragili della popolazione. Questo rappresenta un importante risultato della coprogettazione avviata».
Dal canto suo, la direttrice del Centro Residenziale Guido Negri, Emanuela Bolamperti, ricorda «come la musica abbia favorito emozioni, attenzione, coinvolgimento e relazioni anche tra le persone con maggiore compromissione cognitiva», mentre per il direttore generale della Fondazione Opera Immacolata Concezione, Fabio Toso, il progetto dimostra «come innovazione tecnologica, creatività e relazioni umane possano diventare strumenti concreti per migliorare il benessere e l’inclusione delle persone più fragili». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: matteo.scapin89@gmail.com.

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Torna a Cremona il grande motociclismo paralimpico

17 Luglio 2026 - 1:54pm

Tra domani, 18 luglio, e domenica 19, il Cremona Circuit della città lombarda ospiterà uno degli appuntamenti più attesi della stagione del motociclismo paralimpico, con ben 26 piloti al via, tra cui anche Lisa Camilleri, la prima pilota donna di questo movimento. In palio vi saranno punti pesanti per il Campionato Italiano-OCTO Cup, e si vivrà anche il giro di boa del Campionato Europeo European Handy Bridgestone Cup Lisa Camilleri, che a Cremona sarà la prima pilota donna a gareggiare nel motociclismo paralimpico italiano

Nell’àmbito della Coppa Italia Velocità di motociclismo, domani, 18 luglio, e domenica 19, sarà il Cremona Circuit della città lombarda ad ospitare uno degli appuntamenti più attesi della stagione del motociclismo paralimpico, con ben 26 piloti al via. E in palio vi saranno non solo punti pesanti per il Campionato Italiano-OCTO Cup, promosso ormai da molti anni dall’Associazione Di.Di.Diversamente Disabili nelle classi 600 e 1000 cc., ma si vivrà anche il giro di boa del Campionato Europeo European Handy Bridgestone Cup.

Per quanto riguarda dunque il Campionato Italiano, dopo il doppio round del Mugello, la classifica della 1000 cc. vede Ivo Arnoldi e Antonio Montoya appaiati al comando, seguiti a soli 7 punti dalla sorpresa della stagione, Giorgio Cantalupo, al suo primo anno di gare.
Nella 600 cc., invece, guida Nicolas Quaquarini, che lo scorso anno proprio a Cremona aveva usufruito della sua prima wild card. A inseguire, entrambi distaccati di 14 punti, Maximilian Sontacchi e Remo Marinato.
Da segnalare anche i debutti di Lisa Camilleri, francese, che sarà la prima pilota donna a prendere il via nel Campionato Italiano e di Gianni Gelpi alla sua prima gara in assoluto.

E veniamo al Campionato Europeo, dove nella 1000 cc. il francese Flavien Jamet arriverà da leader con 23 punti di vantaggio sull’italiano Corrado Caruso. Terzo l’altro francese Frédérich Chatelain.
Nella 600 cc., invece, lotta apertissima con Remo Marinato e Maximilian Sontacchi in testa a pari punti e il francese Cedric Franqueville a una sola lunghezza.
Per le classifiche denominate Lesser Impaired, infine, guidano lo spagnolo Antonio Montoya (1000 cc.) e Nicolas Quaquarini (600 cc.). (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@diversamentedisabili.it.

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Gli episodi di violenza contro gli insegnanti e il falso dilemma tra includere e disciplinare

17 Luglio 2026 - 1:03pm

«Abbiamo chiesto alla scuola integrazione, alfabetizzazione, prevenzione del disagio, mediazione – scrive Giorgio Sama, riflettendo su un recente episodio di violenza da parte di studenti nei confronti di due insegnanti –, mentre la società disimparava a essere comunità. Ed è qui che nasce l’equivoco sull’inclusione. L’abbiamo pensata come un fatto topografico: mettere un corpo dentro un’aula. Ma l’iscrizione non significa appartenenza. Si può essere accolti, certificati, verbalizzati, e restare fuori. Abitare la scuola senza riconoscerla» Carlo Bertocci, “Giotto”, 1998-1999, Roma, Collezioni d’Arte del Senato

Qualche tempo fa a Parma, a pochi passi da una scuola, due insegnanti sono rimasti coinvolti in un episodio di violenza con alcuni studenti. Il racconto spetta alla cronaca, l’accertamento delle responsabilità agli inquirenti. Agli insegnanti, che guardano la scuola da dentro, tocca un’altra domanda: che cosa quell’episodio rivela di noi, prima ancora che di quei ragazzi?
La violenza di gruppo non ha attenuanti morali: quando si è in molti contro pochi, la sproporzione non aggrava il gesto, lo costituisce. Ma l’indignazione, da sola, non basta. Certi fatti non restano dentro il perimetro dell’episodio: portano in superficie una crisi più ampia, nel rapporto tra adolescenza, scuola e autorità adulta.

Il docente non è più soltanto l’adulto che orienta e pone un limite. È una figura esposta: parla, valuta, rappresenta l’istituzione, e accade che possa essere contestato, filmato, deriso. Gli chiediamo di reggere il mondo, ma lo lasciamo solo quando deve rappresentarlo.
Nei contesti difficili servono competenze decisive: leggere il gruppo, reggere la provocazione, evitare il duello. Ma c’è un limite che la competenza non sposta: la sovraesposizione. E il logorio ha un effetto insidioso: confonde i livelli dell’ingaggio e può portare a rispondere all’altezza della provocazione invece che dall’altezza del ruolo.

Da anni insegno negli istituti professionali. Per questo fatico a riconoscermi nelle due narrazioni che oggi si contendono il campo: chi invoca solo sanzione e chi riduce tutto a incidente spiacevole. Punire senza capire e capire senza proteggere sono due fallimenti simmetrici.
Prima della risposta politica c’è una domanda educativa: che cosa è cambiato nell’adolescenza se il confronto con un adulto può rovesciarsi così facilmente in aggressione?
La risposta non è la provenienza dei ragazzi. La cultura non è un corredo immobile, né un’eredità compatta che si riceve una volta per tutte: è un terreno mobile, negoziato, fatto di famiglia, lingua, quartiere, scuola, social network. E la violenza non ha passaporto.
Ma l’indebolimento dell’autorevolezza adulta, quella che accompagna, tiene per mano e disegna il limite del vivere civile, non pesa ovunque allo stesso modo. Alcune biografie adolescenziali incontrano la scuola, le regole esplicite e implicite della convivenza, e il senso stesso dell’istituzione da una posizione più vulnerabile.
Non è l’origine a spiegare il gesto, né una cultura familiare o geografica assunta come destino. A contare è piuttosto il modo in cui alcuni giovanissimi cercano appartenenza dentro codici poveri di mediazione: la sfida, la forza, l’umiliazione dell’altro. Codici socialmente trasversali e non etnici.

In alcune scuole, soprattutto professionali e tecniche, queste tensioni affiorano prima e con maggiore densità. Non perché siano scuole “altre”, ma perché lì si rendono più visibili alcune contraddizioni che attraversano l’intera convivenza: disuguaglianze linguistiche, fragilità familiari, vite sempre più immerse negli schermi. Quando queste condizioni si concentrano nello stesso contesto, l’effetto non è aritmetico ma sociale: si addensano più fratture, più attese e bisogno di riconoscimento, cresce la necessità di ascolto e mediazione. La scuola lo vede perché è una delle istituzioni che incontrano ogni giorno, senza filtro, la complessità contemporanea.
Ogni mattina deve aprire la porta a tutti, anche a chi arriva fragile, solo, arrabbiato. Le abbiamo chiesto integrazione, alfabetizzazione, prevenzione del disagio, mediazione. Tutto, mentre la società disimparava a essere comunità.
Ed è qui che nasce l’equivoco sull’inclusione. L’abbiamo pensata come un fatto topografico: mettere un corpo dentro un’aula. Ma l’iscrizione non significa appartenenza. Si può essere accolti, certificati, verbalizzati, e restare fuori. Abitare la scuola senza riconoscerla.
L’appartenenza non nasce da una procedura: ha bisogno di tempo, adulti riconoscibili, relazioni capaci di vedere un ragazzo prima di misurarlo. Quando questo tempo si assottiglia, cresce il rischio che solitudine, rabbia e bisogno di protezione cerchino risposta altrove.
È qui che il gruppo può diventare rifugio e insieme rischio. Offre subito ciò che la scuola costruisce lentamente: gerarchia, protezione e riconoscimento. Ma può chiedere in cambio adesione, silenzio e forza. E quando il credito passa attraverso la sopraffazione dell’altro, il cortile, il marciapiede, l’uscita da scuola smettono di essere semplici luoghi di passaggio. Diventano teatri reali e digitali insieme: ciò che accade davanti a un istituto scolastico può rimbalzare nelle cronache, attraversare migliaia di telefoni, alimentare polemiche ed emulazioni. Ma prima ancora della discussione pubblica resta la domanda educativa: che cosa accade a ragazzi che imparano a guardare una rissa, un’umiliazione, una violenza come contenuti da conservare, mostrare, rilanciare?

Il rischio è che molti giovani imparino a stare davanti al dolore degli altri come davanti a un contenuto da fruire e, per alcuni, da desiderare. È una perdita di umanità dello sguardo: la vista di ciò che dovrebbe risvegliare coscienze distratte finisce per intrattenerle. Se il bello, il giusto, il difficile non trovano più luoghi capaci di attirare l’attenzione, resta il fascino povero e immediato della scena violenta. Ed è lì che gli adulti non possono lasciare soli i ragazzi: non solo davanti alla violenza, ma davanti al modo in cui imparano a guardarla.
Vale per tutti: italiani, stranieri, figli di famiglie venute da altrove. Il punto non è l’origine, è il legame. La cittadinanza democratica non si trasmette per contiguità geografica. Fiducia, limite, reciprocità non si depositano per osmosi; lo sapevano Makarenko e Dewey, lo ripeteva don Milani: il cittadino non nasce da sé.
Un tempo molte intemperanze giovanili incontravano adulti di prossimità che intervenivano prima che diventassero identità da consegnare alle forze dell’ordine. Accade ancora oggi in comunità più fitte, dove famiglia, vicinato e appartenenze trattengono il gesto prima che diventi sfida. Il nodo emerge quando quel controllo esterno si allenta e il limite non è ancora diventato interno: ragazzi non più custoditi da una comunità vincolante, non ancora sostenuti da una cittadinanza interiorizzata.
È in questa terra di mezzo che la scuola è chiamata a ricostruire, con tutti, un patto di regole e reciprocità. Ma lo fa sotto la pressione di un cambiamento accelerato.
Serve realismo istituzionale: alcune concentrazioni scolastiche hanno superato la gestione ordinaria. Dirlo non significa cedere a una lettura securitaria o identitaria, ma riconoscere un’ecologia educativa che non si corregge con un provvedimento isolato, bensì con organici stabili, mediatori, educatori e psicologi come presenze ordinarie, non emergenziali.
Il falso dilemma è scegliere tra includere e disciplinare. Senza disciplina non c’è inclusione: il fragile resta consegnato al forte. Senza inclusione la disciplina diventa dominio.
La scuola deve essere ospitale e ferma, ascoltare senza dissolversi e accogliere senza rinunciare a chiedere, con la consapevolezza che non tutto è negoziabile e nessuno è definitivamente perduto. È questo il suo compito più difficile: trasformare il limite in spazio comune, il legame in responsabilità. Nessuna democrazia sopravvive se smette di educare il desiderio di appartenere.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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Da Nord a Sud dell’Italia, in favore delle persone con Duchenne e Becker e delle loro famiglie

17 Luglio 2026 - 12:09pm

Dapprima la Val Pusteria, in Alto Adige, con l’ottava edizione di “DolomitiXDuchenne”, poi la Sila, in Calabria, con l’esordio di “SilaXDuchenne”, sono state lo scenario, nelle scorse settimane, di due partecipate iniziative all’aria aperta, in favore di Parent Project, l’Associazione di pazienti e genitori di bambini e ragazzi con la distrofia muscolare di Duchenne o Becker Un’immagine di “DolomitiXDuchenne 2026”

Dapprima la Val Pusteria, in Alto Adige, poi la Sila, in Calabria, sono state lo scenario, nelle scorse settimane, di due partecipate iniziative all’aria aperta, in favore di Parent Project, l’Associazione di pazienti e genitori di bambini e ragazzi con la distrofia muscolare di Duchenne o Becker.
Ormai un “classico” di fine giugno, l’evento pusterese DolomitiXDuchenne è giunto all’ottava edizione, dando vita ancora una volta a tre giornate non competitive in mountain bike, organizzate dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Project for Life.
Partendo dunque dalla tradizionale base del Comune di Villabassa-Niederdorf, le Dolomiti dell’Alto Adige sono state la cornice di tre giornate sfidanti ed emozionanti per chi ama la mountain bike, ma comprendendo anche escursioni accessibili alla scoperta del territorio e tante altre attività conviviali.
230 le persone partecipanti, di cui 110 ciclisti, con l’obiettivo di contribuire a sostenere la ricerca sulle distrofie di Duchenne e Becker, patologie ancora senza cura e tutti i servizi gratuiti per le famiglie offerti da Parent Project. In tal senso, l’edizione di quest’anno di DolomitiXDuchenne ha permesso di raccogliere 65.000 euro.
«DolomitiXDuchenne – commenta Cristina Picciolo, direttrice generale di Parent Project – e ogni anno un appuntamento attesissimo per la nostra Associazione, un momento prezioso che ci permette di incontrare la nostra comunità allargata, che comprende non solo le famiglie, ma tantissimi volontari e volontarie, biker e realtà del mondo aziendale. E anche quest’anno sono stati tre giorni estremamente ricchi, di divertimento e benessere a contatto con lo scenario splendido delle montagne che ci hanno ospitato, di abbracci e di spazi di confronto. Per tornare a casa sempre più consapevoli delle sfide che la nostra comunità affronta ogni giorno, ma anche della sua forza ed energia».

Dal 10 al 12 luglio, quindi, quasi 1.300 chilometri più a sud del nostro Paese, è arrivato l’esordio, a Camigliatello Silano (Cosenza), di SilaXDuchenne, evento che ha messo al centro sport, natura e solidarietà, organizzato dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Sila Sports Adventure, allo scopo di vivere il territorio in modo attivo e consapevole, attraverso attività all’aperto e momenti di convivialità e approfondimento, aperto a biker e trekker, oltre che a bambini, ragazzi e famiglie di Parent Project.
Anche qui, il grande obiettivo è stato segnatamente quello di sostenere tutte le attività che Parent Project conduce al fianco della comunità di persone con la distrofia di Duchenne o di Becker e questa prima edizione dell’iniziativa ha visto la partecipazione di 100 persone, per una raccolta fondi di 16.000 euro. E anche qui riprendiamo il commento di Cristina Picciolo, che sottolinea come «questa prima edizione di SilaXDuchenne abbia superato ampiamente ogni possibile aspettativa, con tre giornate preziose e intense di condivisione con bambini, giovani e famiglie della nostra comunità, allargatesi grazie all’incontro con biker e altri partecipanti, sensibili verso gli obiettivi della nostra Associazione. Hanno potuto conoscerci ancora meglio e ascoltare le nostre testimonianze. Immergerci nel maestoso scenario di questi boschi – tutti insieme, a piedi e in carrozzina –è stato molto emozionante, quasi un simbolo delle strade che stiamo percorrendo come comunità di pazienti. Sentieri spesso nuovi, da affrontare come collettività, con un’energia condivisa ed ognuno al suo passo, nella consapevolezza della strada già percorsa». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Elena Poletti (e.poletti@parentproject.it).

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“Il calcio al tempo della guerra”, ovvero la scelta di non fermarsi

16 Luglio 2026 - 6:34pm

“Il calcio al tempo della guerra” è un video diretto e prodotto da Fabio Izzo che documenta il Campionato Ucraino di Calcio Amputati, durante la guerra in corso, riferito alla “League of Mighty Ukraine”, iniziativa riguardante appunto il calcio per amputati e rivolta a veterani di guerra e civili che abbiano subito la perdita di uno o più arti. Una testimonianza importante, degna della maggior visibilità possibile, dedicata a persone che cercano di ricostruire la propria vita attraverso lo sport, la resilienza e il senso di comunità

Si chiama Il calcio al tempo della guerra ed è un video (disponibile a questo link) diretto e prodotto da Fabio Izzo che in poco più di una decina di minuti documenta il Campionato Ucraino di Calcio Amputati, durante la guerra in corso, riferito alla League of Mighty Ukraine, iniziativa premiata tra l’altro dall’UEFA, la Federazione Europea del Calcio, con il Grassroots Gold, e che riguarda appunto il calcio per amputati, rivolta a veterani di guerra e civili che abbiano subito la perdita di uno o più arti.
«Il video – spiega lo stesso Fabio Izzo – segue calciatori amputati e veterani di guerra ucraini che abbiano perso uno o più arti e che stanno ricostruendo la propria vita attraverso lo sport, la resilienza e il senso di comunità, nonostante enormi sfide fisiche ed emotive. Il tutto, sullo sfondo della guerra in corso, esplorando temi come il recupero, l’identità e il potere trasformativo del calcio».
«Attraverso allenamenti, partite e testimonianze personali – aggiunge – ho esplorato come lo sport possa diventare un percorso di recupero, con il calcio che aiuta questi atleti a ricostruire la fiducia in se stessi, a ritrovare la propria identità e a riconnettersi con una comunità solidale. Oltre alla competizione, infatti il gioco offre uno scopo, amicizia e speranza in un periodo segnato dall’incertezza».
«Ambientato nel contesto della guerra – conclude -, il documentario mette in luce una straordinaria resilienza e una forte determinazione, dimostrando che, pur avendo subìto perdite profonde, questi giocatori rifiutano di lasciare che le loro ferite definiscano chi sono. Al contrario, utilizzano il calcio come simbolo di forza, dimostrando che il coraggio, il lavoro di squadra e lo spirito umano possono superare anche le circostanze più difficili». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il documentario Il calcio al tempo della guerra. Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ilcalcioaltempodellaguerra@gmail.com.

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Oltre la “prigione”: quale cultura vogliamo costruire attorno alle persone con deficit e ai caregiver?

16 Luglio 2026 - 5:36pm

«La vera “prigione” – scrive Tonino Urgesi, riferendosi al titolo di un articolo sui caregiver familiari, apparso in questi giorni in un quotidiano nazionale – non è la persona con deficit. La prigione è l’assenza dello Stato, la solitudine delle famiglie, la mancanza di servizi, di sostegni adeguati, di politiche capaci di accompagnare realmente chi si prende cura di un proprio caro. È l’indifferenza culturale che continua a considerare il deficit come un problema privato anziché come una responsabilità collettiva»

Ho letto sul quotidiano «la Repubblica» l’articolo di Maria Novella De Luca dal titolo Il tormento dei caregiver: “Viviamo come in prigione per amore dei nostri cari”. Comprendo profondamente la sofferenza, la stanchezza, la solitudine e il senso di abbandono che molti caregiver vivono ogni giorno. Sarebbe ingiusto negare il peso umano, psicologico ed economico che grava sulle famiglie che assistono una persona con deficit grave o non autosufficiente. È una realtà che interpella la coscienza civile del nostro Paese e che richiede risposte concrete.
Tuttavia, proprio perché conosciamo il valore e la forza delle parole, non posso – e non voglio – accettare un titolo di questo genere, soprattutto quando proviene da una testata giornalistica di così ampia diffusione.
Le parole non sono mai neutre. Descrivono la realtà, ma allo stesso tempo la costruiscono. Un titolo può orientare il pensiero collettivo, contribuire a formare la cultura, plasmare le coscienze e influenzare il modo in cui una società guarda alla fragilità e al deficit. Il termine “prigione” evoca una punizione causata da una colpa; ancora una volta, quindi, la persona con deficit e i suoi familiari vengono o si sentono equiparati a coloro che sono condannati a scontare una pena per una colpa reale.
Ma la vera “prigione” non è la persona con deficit. La prigione è l’assenza dello Stato, la solitudine delle famiglie, la mancanza di servizi, di sostegni adeguati, di politiche capaci di accompagnare realmente chi si prende cura di un proprio caro. È l’indifferenza culturale che continua a considerare il deficit come un problema privato anziché come una responsabilità collettiva.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di un nuovo paradigma culturale. Serve una svolta antropologica, educativa e politica che rimetta al centro la persona nella sua irriducibile dignità. Abbiamo bisogno di una “nuova pedagogia del deficit”, capace di riconoscere ogni essere umano come un valore indiscutibile e assoluto, indipendentemente dalle sue capacità, dalla sua autonomia o dalla sua produttività.
La pedagogia ci insegna che una società si misura non da come valorizza i più forti, ma da come si prende cura dei più fragili. La filosofia ci ricorda che l’essere umano è, per sua natura, relazione, reciprocità e responsabilità. Nessuno si salva da solo. Nessuno dovrebbe essere lasciato solo.

Per questo mi rivolgo anche alla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. Il riconoscimento giuridico della figura del caregiver rappresenta certamente un passo importante, ma non può limitarsi a un modesto sostegno economico destinato a una ristretta platea di beneficiari. Occorre promuovere una vera rivoluzione culturale, educativa e sociale che restituisca dignità alle famiglie e costruisca una rete di solidarietà permanente.
Accanto ai necessari interventi economici, sarebbe opportuno ripensare strumenti di partecipazione civica. Una proposta concreta potrebbe essere la reintroduzione di una forma di “servizio civile universale”, realmente diffuso e valorizzato, attraverso il quale ragazzi e ragazze adeguatamente formati possano affiancare le persone con deficit e le loro famiglie nelle attività quotidiane: accompagnamenti a scuola, al lavoro, nelle attività sociali, nel tempo libero e nei momenti di sollievo per i caregiver. Sarebbe un investimento educativo prima ancora che assistenziale: un’esperienza capace di far crescere una generazione nella cultura della cura, della solidarietà e della responsabilità condivisa.

La risposta non può essere cambiare lo sguardo sulla persona con deficit, ma cambiare lo sguardo della società sulla responsabilità che tutti abbiamo nei confronti della fragilità.
Per questo è urgente che lo Stato investa non solo in contributi economici, ma anche in servizi di sollievo, assistenza domiciliare qualificata, sostegno psicologico, inclusione sociale e politiche capaci di condividere concretamente il peso della cura. Una società autenticamente civile non può delegare tutto all’amore delle famiglie, trasformando un gesto di dedizione in un sacrificio senza fine.
Se questo cambiamento culturale e politico non avverrà, temo che, nel lungo periodo, si possa affermare una “deriva antropologica” molto pericolosa. Non lo dico per pessimismo né per alimentare scenari distopici, ma perché la storia insegna che quando la fragilità viene lasciata sola e la cura diventa insostenibile, cresce il rischio che l’eutanasia o il suicidio medicalmente assistito finiscano per essere percepiti, da alcuni, come l’unica via d’uscita possibile. Sarebbe una sconfitta per tutti: non una vittoria della libertà, ma il fallimento di una società incapace di sostenere chi soffre e chi si prende cura.

L’autentica libertà di una società non si misura dalla possibilità di anticipare la morte, ma dalla capacità di rendere possibile una vita dignitosa anche nella fragilità. Una comunità veramente umana non offre come prima risposta la morte, ma crea le condizioni affinché ogni persona possa vivere con dignità e affinché nessun caregiver si senta abbandonato, schiacciato dalla solitudine o costretto a scegliere tra la propria vita e quella della persona amata.
Solo allora non parleremo più di prigioni, ma di comunità. Non di abbandono, ma di corresponsabilità. Non di assistenza, ma di autentica civiltà.

*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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“Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti”: a Rimini sport, cultura, inclusione e umanità hanno camminato insieme

16 Luglio 2026 - 4:52pm

Per la prima volta una delle più prestigiose competizioni internazionali dedicate agli scacchisti ciechi e ipovedenti è approdata in Italia: la “28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti” si è tenuta a Rimini, organizzata dall’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani). E alla fine è arrivato anche il grande risultato, se è vero che ad imporsi nella manifestazione è stata proprio l’Italia. Ne parliamo con il presidente dell’ASCID Bersan Vrion, componente anche della squadra azzurra Gli Azzurri vincitori della Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti a Rimini

Come avevamo riferito anche sulle nostre pagine, per la prima volta nella sua lunga storia una delle più prestigiose competizioni internazionali dedicate agli scacchisti ciechi e ipovedenti è approdata in Italia: la 28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti, infatti, si è tenuta in giugno a Rimini, organizzata con competenza e passione dall’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani). E alla fine è arrivato anche il grande risultato, se è vero che ad imporsi nella manifestazione è stata proprio l’Italia, vincendo tutti e cinque gli incontri disputati nel corso della competizione, con Giuseppe Tarascio di Bari, Marco Casadei di Cesena, Claudio Ariaudo di Cuneo e Bersan Vrioni di Viterbo. Con quest’ultimo, che è anche il Presidente dell’ASCID, dell’Associazione, dell’evento di Rimini e di altro ancora, abbiamo parlato.

Nata nel 1972, sin dagli inizi l’ASCID punta a fare degli scacchi una lingua universale, accessibile a tutti. Oltre mezzo secolo dopo, cosa può dirci, Bersan, della sua Associazione?
«L’ASCID non è soltanto un’Associazione sportiva: è una comunità di persone, un luogo dove si dimostra che una persona cieca o ipovedente non soltanto può giocare a scacchi, ma può competere ai massimi livelli internazionali, rappresentare il proprio Paese e costruire, attraverso il gioco, relazioni che attraversano il mondo intero. Promuovendo la pratica scacchistica tra le persone con disabilità visiva, la nostra Associazione crea opportunità di crescita personale, favorisce la partecipazione alla vita sportiva e culturale e dimostra concretamente che il talento, quando incontra sostegno, competenza e fiducia, non conosce ostacoli».

Che cosa ha significato l’approdo della Coppa delle Sei Nazioni in Italia?
«È stato il riconoscimento del lungo cammino da noi percorso, il frutto del lavoro di dirigenti, atleti, volontari e sostenitori che, anno dopo anno, hanno costruito qualcosa che appartiene a tutta la comunità. Per un’intera settimana Rimini è diventata il punto d’incontro dell’Europa degli scacchi inclusivi. Gli atleti provenienti da Belgio, Francia, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia e Italia hanno condiviso non soltanto una competizione sportiva, ma un’autentica esperienza di incontro tra persone. Nelle sale dell’Admiral Art Hotel si sono incontrate lingue diverse, storie personali differenti e sensibilità provenienti da tutta Europa, accomunate da una passione capace di superare qualsiasi frontiera».

Come è stato accolto l’evento dalle Istituzioni e dalle organizzazioni associative?
«L’evento ha potuto contare sulla vicinanza di Istituzioni e realtà territoriali che hanno scelto di fare squadra attorno a un progetto dal profondo valore umano. Per il Comune di Rimini, che ha concesso il patrocinio alla competizione, è intervenuto l’assessore Kristian Gianfreda, testimoniando l’attenzione dell’Amministrazione Comunale verso un’iniziativa che ha saputo coniugare sport, inclusione e valorizzazione del territorio.
Per la Presidenza Nazionale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), la consigliera nazionale Chiara Tirelli ha portato il saluto del presidente nazionale Mario Barbuto, sottolineando il significato di un appuntamento che interpreta pienamente i valori dell’autonomia, della partecipazione e della cittadinanza attiva.
È intervenuta inoltre Sara Arseni, presidente dell’UICI di Rimini, che ha evidenziato il ruolo degli scacchi nella crescita personale e nell’autonomia delle persone con disabilità visiva, richiamando inoltre il valore di iniziative come la Coppa delle Sei Nazioni nel promuovere inclusione, partecipazione attiva e opportunità di incontro tra persone provenienti da realtà e Paesi diversi.
Dal canto suo, la Presidente del Lions Club Rimini Host, Bianca Maria Toccagni, ha rappresentato un partner fondamentale di questo percorso, contribuendo a rendere possibile una delle esperienze più apprezzate dell’intera settimana.
Un contributo altrettanto prezioso, infine, è arrivato dal circolo cittadino Rimini Scacchi i cui soci hanno messo a disposizione tempo, competenze ed entusiasmo, affiancando l’organizzazione come volontari e offrendo un aiuto concreto durante tutte le giornate della competizione. Il presidente Roberto Giovanini ha portato anche i saluti del Comitato Emilia-Romagna Scacchi e del presidente di esso Fabrizio Frigeri, a testimonianza della vicinanza del movimento scacchistico italiano a un evento di così alto profilo internazionale».

Ci sono stati, durante la settimana, anche altri momenti culturali?
«Effettivamente, tra i ricordi più belli rimarrà certamente il pomeriggio dedicato alla scoperta del centro storico di Rimini. Grazie infatti al sostegno del Lions Club Rimini Host, gli ospiti hanno intrapreso un viaggio attraverso oltre duemila anni di storia, dall’Arco d’Augusto al Tempio Malatestiano, da Piazza Tre Martiri fino alla Domus del Chirurgo. Per qualche ora, dunque, le scacchiere sono rimaste in silenzio. Eppure, proprio lontano dalle sale di gioco, si è disputata forse una delle partite più belle dell’intera settimana il cui risultato finale ha visto tutti vincitori. L’arte, infatti, ha incontrato le persone, la cultura ha incontrato l’accessibilità, l’amicizia ha incontrato la curiosità e i partecipanti ciechi hanno potuto esplorare con le mani pietre, lastricati, bronzi, incisioni e decorazioni, entrando in contatto diretto con la materia viva della storia. Al Tempio Malatestiano le dita hanno seguito i contorni della rosa a quattro petali, della scacchiera, dell’elefante e del monogramma di Sigismondo Pandolfo Malatesta, trasformando antichi simboli rinascimentali in un linguaggio universale accessibile a tutti. Alla Domus del Chirurgo, le riproduzioni degli strumenti chirurgici romani hanno permesso di avvicinarsi concretamente alla sorprendente medicina antica.
In quelle ore, dunque, le mani sono diventate occhi, le pietre hanno raccontato storie, i monumenti hanno smesso di essere semplici luoghi da osservare per diventare esperienze da vivere. Ed è forse questa la fotografia più bella lasciata dalla manifestazione: persone provenienti da tutta Europa che insieme camminano, ascoltano, ridono, si aiutano e si scoprono meno diverse di quanto avrebbero immaginato».

Cosa soprattutto rimarrà, dunque, di questa bella manifestazione?
«Rimarranno certamente la coppa, le classifiche e le fotografie ufficiali, l’orgoglio di un’Italia vincitrice e la gioia di noi quattro azzurri, oltre al volto accogliente di Rimini e al cuore generoso di tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita dell’evento. Soprattutto, però, rimarrà la consapevolezza che per una settimana tutto questo è accaduto davvero e che certe partite continuano a vivere molto tempo dopo l’ultima mossa: quella vissuta a Rimini è stata una di quelle occasioni in cui sport, cultura, inclusione e umanità hanno saputo camminare insieme ed è forse proprio questa la vittoria più bella che la 28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti ha lasciato in eredità a tutti noi». (Stefano Borgato)

*Presidente dell’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani).

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Una preziosa occasione di incontro, conoscenza e socializzazione per chi non vede e non sente

16 Luglio 2026 - 1:50pm

«Per le persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale che seguiamo, queste settimane rappresentano un’occasione preziosa per conoscere nuove persone, mettersi alla prova in attività diverse e rafforzare la propria autonomia»: a dirlo è Rossano Bartoli, presidente della Fondazione Lega del Filo d’Oro, i cui soggiorni estivi di questo 2026, attualmente in corso nelle Marche, sono in programma, per le prossime settimane, anche in Abruzzo e in Trentino Alto Adige Persone partecipanti ad un soggiorno estivo nelle Marche della Fondazione Lega del Filo d’Oro

«I nostri soggiorni estivi incarnano appieno lo spirito e i valori fondanti della nostra Fondazione: tra gli obiettivi primari della Lega del Filo d’Oro, infatti, vi è quello di accompagnare le persone sordocieche nel superare l’isolamento e il senso di esclusione spesso legati alla loro condizione, promuovendo relazioni significative e una partecipazione attiva alla vita sociale. Per i nostri utenti, dunque, queste settimane rappresentano uno dei momenti più attesi dell’anno, un’occasione preziosa per conoscere nuove persone, mettersi alla prova in attività diverse e rafforzare la propria autonomia. È anche attraverso iniziative come questa che si rende concreto il diritto all’inclusione e alla partecipazione. Un ringraziamento speciale va ai nostri volontari che con la loro presenza, sensibilità e dedizione rendono possibile tutto questo»: a dirlo è Rossano Bartoli, presidente della Fondazione Lega del Filo d’Oro, i cui soggiorni estivi di questo 2026 sono attualmente in corso a Marotta (Pesaro-Urbino), con tre settimane di attività dedicate appunto alle persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale seguite dalla Fondazione stessa, con un ricco programma di esperienze pensate per promuovere relazioni significative e una partecipazione attiva alla vita sociale.

Tra visite guidate, gite in barca e attività ricreative, i soggiorni estivi si articoleranno quest’anno in 10 settimane totali, distribuite tra Marche, Abruzzo e Trentino Alto Adige, continuando a rappresentare – come accade da più di sessant’anni – una preziosa occasione di incontro, conoscenza e socializzazione per chi non vede e non sente, che affiancato da volontari e personale qualificato, ha l’opportunità di vivere nuove esperienze, mettersi alla prova nelle proprie autonomie e superare piccole e grandi barriere.

Ad ogni settimana di soggiorno estivo, va ricordato, partecipano circa 20 persone, con i volontari e il personale qualificato che garantiscono assistenza costante, accompagnamento e supporto nella comunicazione. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. Per altre informazioni: v.matteucci@inc-comunicazione.it (Virginia Matteucci).

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Una nuova alleanza nel Ragusano per la tutela dei diritti

16 Luglio 2026 - 1:29pm

Operano in àmbiti differenti, ma condividono valori comuni, quali la promozione della dignità della persona, la difesa dei diritti, la cittadinanza attiva, l’inclusione e la partecipazione: per questo l’ANFFAS di Modica (Ragusa) e ASSOUTENTI della Provincia hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa finalizzato a rafforzare la collaborazione reciproca e a sviluppare iniziative comuni a favore delle persone con disabilità, delle loro famiglie e di tutti i cittadini e cittadine del territorio Rosario Nigro (a sinistra), presidente di ASSOUTENTI della Provincia di Ragusa, e Giovanni Provvidenza, presidente dell’ANFFAS di Modica, sottoscrivono il Protocollo d’Intesa

Due organizzazioni che operano in àmbiti differenti, ma che condividono valori comuni, quali la promozione della dignità della persona, la difesa dei diritti, la cittadinanza attiva, l’inclusione e la partecipazione: per questo l’ANFFAS di Modica, in provincia di Ragusa (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) e ASSOUTENTI della Provincia di Ragusa hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa finalizzato a rafforzare la collaborazione reciproca e a sviluppare iniziative comuni a favore delle persone con disabilità, delle loro famiglie e di tutti i cittadini e cittadine del territorio provinciale.
L’accordo prevede infatti una collaborazione stabile su inclusione sociale, tutela dei diritti, informazione, formazione, volontariato e progettazione condivisa, all’insegna di una sinergia destinata a mettere in rete competenze, esperienze e servizi, favorendo un dialogo costante con le istituzioni locali e con tutti gli attori del Ragusano.

Nello specifico, si punterà a promuovere attività informative, momenti di formazione, campagne di sensibilizzazione, iniziative pubbliche, sportelli di orientamento e progettazioni condivise volte appunto a migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie, sostenendole anche nell’accesso ai servizi e nell’esercizio dei propri diritti.
«L’accordo – ricordano dall’ANFFAS di Modica – si ispira al Protocollo Nazionale sottoscritto due anni fa tra l’ANFFAS Nazionale e ASSOUTENTI, traducendone i princìpi in un’azione concreta e territoriale, nella convinzione che la cooperazione tra realtà del Terzo Settore rappresenti uno strumento fondamentale per rendere più efficace la tutela delle persone più fragili». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@anffasmodica.it

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In Friuli Venezia Giulia e a Roma le prossime proiezioni accessibili di “INCinema all’aperto”

16 Luglio 2026 - 1:00pm

Udine e altre località del Friuli Venezia Giulia, ma anche Roma, con due classici del cinema: da domani, 17 luglio, fino ad agosto e anche all’inizio di settembre, torna “INCinema Outside”, versione estiva del progetto basato su proiezioni di film di qualità, con sottotitoli e audiodescrizione, di cui Superando si occupa sin dagli inizi come media partner, iniziativa che costituisce il primo Festival italiano itinerante a promuovere l’accessibilità dei contenuti culturali e in particolare dell’audiovisivo

Udine, Osoppo, Aquileia e Sappada, in Friuli Venezia Giulia, ma anche Roma, con due classici del cinema: dopo il successo degli anni scorsi, sta per tornare INCinema Outside, versione estiva del progetto basato su proiezioni di film di qualità, con sottotitoli e audiodescrizione, di cui Superando si occupa come media partner sin dagli esordi nel 2023, iniziativa che ha già toccato molte città italiane, esportando il proprio format anche a New York e a Londra.
Nato da un’idea di Federico Spoletti e con la direzione artistica di Angela Prudenzi, INCinema, lo ricordiamo, è il primo Festival italiano itinerante che promuove l’accessibilità dei contenuti culturali, in particolare dell’audiovisivo, partendo dal principio che la cultura è un diritto di tutti e tutte, indipendentemente dalle abilità sensoriali.

Del Friuli Venezia Giulia, si diceva dunque, con avvio il 19 luglio a Udine e fino al 24 luglio in quattro diverse arene all’aperto, nell’àmbito di UdinEstate 2026, per proseguire poi in provincia ad Osoppo, Aquileia e Sappada, fino al 7 agosto, tra proiezioni di “classici” e di opere più recenti (al sito di INCinema è disponiible il calendario completo, località per località).
A Roma, invece, il 17 e il 21 luglio sarà la volta di Come eravamo di Sydney Pollack e il 6 settembre della Finestra sul cortile di Alfred Hitchcock (a questo link un approfondimento).

Prodotto da SUB-TI ACCESS e SUB-TI, e in collaborazione con MYmovies.it, INCinema – che ha vinto la XIII edizione del Premio Cultura + Impresa, nella categoria Sponsorizzazioni e partnership culturali – si avvale del patrocinio dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), della FIADDA (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie) e della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), di partner tecnici come Earcatch, l’app mobile per le audiodescrizioni e EasyReading, oltreché di media partner quali Fred Film Radio (Main Media Partner), il nostro giornale Superando e Motto Podcast, nonché dell’ulteriore partenariato di Intramovies, CineClub Distribuzione e Bim. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: inclusione@subti.com.

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Togli l’asterisco (della disabilità), guarda davvero (le persone)!

16 Luglio 2026 - 11:57am

Nuova realtà a Milano, finalizzata all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, il “BarBip” nasce per diffondere un messaggio preciso, ossia “Togli l’asterisco. Guarda davvero”, ove l’asterisco, che ne è anche il simbolo grafico e il logo, rappresenta “quell’etichetta” che rischia di oscurare la persona. Ai clienti si chiede duqnue di andare oltre i pregiudizi e le categorie, per incontrare le persone, ciascuna con la sua storia e il suo percorso Lo staff del “BarBip” di Milano

Il BarBip è una nuova realtà milanese, finalizzata all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità e ne parlo con particolare piacere per due ragioni: si trova in Via Solari, 22, Milano, poco distante da casa mia, e inoltre, mi ha incuriosito, fin da subito, la sua denominazione: il locale che “toglie l’asterisco alla disabilità”.
Al suo interno, sulla parete più in vista si legge la frase alquanto significativa che non lascia spazio a interpretazioni: «Bip è il suono della censura. L’asterisco è il suo segno. Per anni ha coperto parole, storie, persone. Anche la disabilità, spesso, è stata trattata così: da segnalare e da attenuare. Noi abbiamo scelto di togliere l’asterisco». Una scritta che riassume in modo chiaro la filosofia del bar, espressa già molto bene nel nome, BarBip. “Bip”, infatti, è notoriamente il segnale sonoro che per molti anni in televisione ha coperto parole o parti del discorso, giudicate offensive e inappropriate. Secondo gli ideatori del locale, qualcosa di simile, in passato, è avvenuto nei confronti delle persone con disabilità; le stesse, infatti, sono state identificate per diverso tempo attraverso una definizione, una diagnosi o un limite, e non per le loro capacità, aspirazioni e caratteristiche personali. Da tale assioma è nato il claim «Togli l’asterisco. Guarda davvero» e l’asterisco, simbolo grafico e logo del bar, rappresenta proprio “quell’etichetta” che rischia di oscurare la persona; pertanto, a tutti i clienti viene chiesto di andare oltre i pregiudizi e le categorie, per incontrare gli individui, ognuno con la sua storia, con la propria personalità e il loro percorso.

Anche se il BarBip è di recente apertura, la sua storia ha radici lontane. Agli inizi degli Anni Ottanta, in un gruppo di amici, tra cui c’era un ragazzo con disabilità nato nella parrocchia milanese di Santa Maria del Rosario, progressivamente entrarono sempre più persone, fino a diventare una vera e propria comunità. L’impegno della stessa è sempre stato un work in progress rivolto a promuovere una reale autonomia delle persone con disabilità. Nel tempo, l’attenzione si è concentrata sull’inserimento lavorativo, tematica molto discussa dalle Istituzioni e dall’opinione pubblica, ma, dal punto di vista pratico, con opportunità frammentarie, limitate e poco valorizzanti.
In tale contesto assai poco rassicurante, BarBip si pone come una realtà economica concreta, aperta al pubblico e integrata nella vita del quartiere. Le persone con disabilità che lavorano nel locale, infatti, hanno ciascuna un ruolo attivo e non marginale, accolgono i clienti, prendono gli ordini, servono ai tavoli, imparando e sviluppando competenze che possono essere utili anche in altri contesti lavorativi.
Lo sforzo maggiore è rivolto a far sì che il bar non sia un luogo di separazione, ma aperto a tutti e concepito come un punto di incontro dove la normalità delle relazioni di tutti i giorni contribuisca a superare gli stereotipi e le distanze. I clienti che vi entrano per bere un caffè non trovano una narrazione costruita intorno alla disabilità, ma semplicemente persone che lavorano.
Particolare è anche la connotazione economica: essendo BarBip una Cooperativa Sociale senza fini di lucro, tutti gli introiti vengono utilizzati per la stessa progettualità, ossia ampliare le attività della Cooperativa stessa, finanziare percorsi formativi e supportare altre iniziative.

«Mi chiamo Maria – racconta una delle giovani che lavora al BarBip – ho 22 anni e ho iniziato a lavorare in questo bar a maggio. È la mia prima esperienza lavorativa: non avevo mai provato a lavorare in un bar prima d’ora, ma mi sto trovando davvero bene sia con i colleghi che con i clienti. In questo periodo ho già imparato a fare molte cose: a preparare il caffè, a prendere le ordinazioni con il palmare, a portare i vassoi ai tavoli e anche a sparecchiare. L’ambiente qui è tranquillo e sono davvero felice di questa nuova esperienza».

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Il bar che vuole togliere l’asterisco alla disabilità” e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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“Oasi Santa Rita”: ognuno ha diritto di essere curato, ma anche di vivere davvero

15 Luglio 2026 - 6:07pm

«Spesso – dice Agnese, caregiver del figlio Emanuele – si pensa alle cure, alle terapie, agli aiuti economici. Tutte cose importantissime. Ma c’è un’altra dimensione che viene sottovalutata: il tempo per respirare, che non è un tempo superfluo, non è un capriccio, ma è un tempo necessario, vitale». Nasce per questo a Porto Recanati, nelle Marche, l’“Oasi Santa Rita”, progetto dove le persone potranno trovare non solo porte aperte, ma tempo per sé, relazioni, bellezza e sollievo Agnese e il figlio Emanuele nell’immobile dell'”Oasi Santa Rita” a Porto Recanati (Macerata)

«La cosa più bella sarebbe non dover pensare per un attimo. Abbassare la guardia. Non essere sempre lì con la tensione a mille». Quando parla di vacanza, Agnese fatica persino a immaginarla. Perché la sua vita è così: una corda sempre tesa. Non per scelta, ma per necessità. Una necessità che ha il volto di Emanuele, suo figlio diciannovenne con disturbo dello spettro autistico.
Agnese, che vive nelle Marche, è una delle quasi 8 milioni di persone – stando a un recente Rapporto CNEL-Censis sul valore sociale del caregiver – che in Italia si prendono cura in modo continuativo di un familiare in situazione di fragilità, anziano o con disabilità. Per molti di loro la cura ha un costo invisibile: l’87,6% dichiara ripercussioni sul proprio benessere fisico e l’88,3% la vive come fonte di stress emotivo e psicologico. Percentuale che tra le donne, sulle quali continua a gravare gran parte del lavoro di cura, sale al 91,1%. Eppure, solo un caregiver su quattro riceve supporto psicologico.
Poi arriva l’estate, quando i problemi non spariscono, anzi si amplificano. Per Agnese, come per molti caregiver familiari, i mesi estivi non coincidono con una pausa. Al contrario, la chiusura delle scuole, la sospensione di numerose attività e la riduzione di alcuni servizi rendono ancora più complessa la gestione quotidiana. «I ragazzi con disabilità – dice Agnese – restano fuori, la solitudine è completa. Pomeriggi interi a casa, senza attività, senza amici. E per gli adolescenti, per di più, non è sano stare sempre in famiglia. Vogliono divertirsi. Non possiamo pensare infatti solo alle visite. Hanno bisogno di amicizia, di esperienze belle».
Un vero e proprio diritto, che non riguarda solo le persone con disabilità, ma anche chi se ne prende cura ogni giorno. Dietro ogni percorso di assistenza ci sono infatti genitori, fratelli, sorelle e familiari che spesso si mettono in secondo piano. Condizione che può trasformarsi in isolamento, soprattutto quando vengono meno occasioni di incontro e reti di sostegno. Ed è proprio la solitudine una delle fragilità più diffuse e più inascoltate tra chi vive e convive con la disabilità.

Da tutte queste consapevolezze nasce la visione dell’Oasi Santa Rita a Porto Recanati (Macerata), progetto del Monastero Santa Rita da Cascia, in provincia di Perugia, promosso e sostenuto dalla nostra Fondazione [Fondazione Santa Rita da Cascia, N.d.R.]. “L’Oasi Santa Rita – spiega madre Maria Grazia Cossu, presidente della nostra Fondazione e badessa del Monastero Santa Rita da Cascia – nasce da un sogno che noi monache custodiamo da quasi dieci anni. Prima che il terremoto del 2016 lo rendesse inagibile, infatti, l’edificio, di proprietà del Monastero da anni, era già aperto all’accoglienza, principalmente dei minori dell’Alveare, nostro storico progetto di Cascia. Ora, insieme alla Fondazione, desideriamo restituire allo stabile di Porto Recanati la sua vocazione, facendolo crescere per trasformarlo in un progetto strutturato e attento ai bisogni. Vogliamo che qui le persone possano trovare non solo porte aperte, ma tempo per sé, relazioni, bellezza, sollievo, quella pace del cuore che nasce quando ci si sente accolti e amati, ed è un diritto di tutti».

A Porto Recanati nelle Marche, dunque, vi è l’immobile fronte mare di proprietà delle monache agostiniane, che per prime hanno sognato il progetto e che sarà trasformato in una struttura ricettiva non profit progettata secondo i princìpi del design universale. Un luogo pensato per accogliere persone con disabilità, familiari e caregiver, e in generale persone in situazione di fragilità, in un contesto accessibile, inclusivo e aperto alla relazione. E per far s’ che il diritto al riposo, alla vacanza e alla socialità non dipenda dalle possibilità economiche, l’Oasi Santa Rita adotterà un modello di ospitalità solidale: chi non potrà sostenere i costi sarà accolto gratuitamente e, in generale, ci saranno tariffe agevolate, per un’accessibilità anche economica.
Il progetto prevede appartamenti, spiaggia attrezzata, personale qualificato, sala polivalente destinata ad attività culturali, ricreative e momenti di incontro. Ma il valore di esso andrà oltre gli spazi e i servizi. L’obiettivo, infatti, è creare un ambiente in cui le persone possano tornare a essere protagoniste dei propri desideri, delle proprie relazioni e del proprio tempo.

C’è una cosa che, secondo Agnese, non viene compresa quando si parla di disabilità: proprio il valore del tempo libero. «Spesso – sottolinea – si pensa alle cure, alle terapie, agli aiuti economici. Tutte cose importantissime. Ma c’è un’altra dimensione che viene sottovalutata: il tempo per respirare, che non è un tempo superfluo, non è un capriccio, ma è un tempo necessario, vitale. Perché viviamo ogni giorno con una responsabilità totale. Non puoi distrarti, non puoi dimenticare nulla. Se abbassi la guardia, sei perso».
Agnese guarda quindi con speranza all’Oasi Santa Rita, riconoscendone tre punti forti. Il primo è il tempo libero, ossia uno spazio in cui le famiglie possano finalmente respirare. Il secondo è la socialità, vale a dire un luogo dove incontrare altre famiglie, uscire dall’isolamento, creare relazioni. E c’è anche un terzo elemento, forse il più importante, la bellezza. «Non può essere solo sussistenza – dice Agnese -, non si può offrire alle persone con disabilità solo il minimo necessario. Il mare, il sole, gli spazi curati non sono un di più, sono parte della vita e la vacanza non è superflua».

«L’Oasi Santa Rita – dichiara Monica Guarriello, direttrice generale della nostra Fondazione Santa Rita da Cascia – nasce per restituire spazio alla vita. Non solo spazio fisico, ma umano: per le relazioni, le esperienze, la scoperta, il tempo libero. Spazio per essere figli, genitori, amici, persone. Nella quotidianità di quanti vivono la disabilità, direttamente o attraverso la cura di una persona cara, spesso ogni energia viene assorbita dall’organizzazione, dall’assistenza e dalle necessità. Nascono così bisogni che non fanno rumore e raramente trovano spazio nel dibattito pubblico, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita di persone e famiglie. Il bisogno di socialità, di serenità, di tempo per sé, di momenti da condividere, di bellezza. Per questo, insieme alle monache e ai professionisti impegnati nella progettazione, abbiamo immaginato un luogo in cui questi bisogni possano finalmente ritrovare spazio. In cui le persone non siano definite soltanto dalle proprie fragilità, ma possano vivere pienamente relazioni, esperienze e opportunità. Perché ognuno ha diritto di essere curato, ma anche di vivere davvero».

*Il sito della Fondazione è a questo link. Ringraziamo Alessia Nicoletti per la collaborazione.

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Gli amici di quella bimba, che non vede con gli occhi, ma sa immaginare come nessuno

15 Luglio 2026 - 5:29pm

Raccolta di quattro racconti opera di Anna Anisimova, con le belle illustrazioni di Yulia Sidneva, portata in Italia da Telos, casa editrice da sempre attenta all’accessibilità e all’inclusione, “La musica del mio picchio” ha per protagonista una bimba che non vede con gli occhi, ma vede molto a fondo e sa immaginare come nessuno. È un libro che commuove e al tempo stesso diverte, adatto anche per condividerne i racconti in famiglia o in classe, leggendoli ad alta voce Un’illustrazione di Yulia Sidneva, tratta dal libro “La musica del mio picchio” di Anna Anisimova

La bambina protagonista del libro La musica del mio picchio di Anna Anisimova non vede con gli occhi, «ma vede molto a fondo – come si legge nella presentazione editoriale – e sa immaginare come nessuno. Ad esempio, quando al museo tocca per la prima volta le zanne di un elefante, ne rimane tanto impressionata da percepire la sua presenza ovunque: lo immagina saltare la corda insieme a lei, farle compagnia mentre passa l’aspirapolvere, starle accanto, prima di addormentarsi, lo ritrova perfino nel cielo, nelle forme delle nuvole descritte dal papà. E oltre a un elefante invisibile, la bambina ha anche altri amici, come Zanfretta, il bastone che aiuta il nonno a camminare e che ha salvato entrambi da un incidente durante un’avventurosa passeggiata; Pavel, un compagno di scuola con cui impara a scrivere in un codice segreto fatto di tanti puntini da toccare; e perfino una balena, che la aiuta a fare amicizia e a giocare nella neve fresca. Gli occhi di questa piccola protagonista, così capaci di guardare dentro di lei, ci permettono quindi di vedere il mondo diversamente da come sempre lo guardiamo e di scoprire una nuova modalità per fare dell’immaginazione un gioco comune».

A portare in Italia La musica del mio picchio, raccolta di quattro racconti tradotti da Tatiana Pepe e con le belle illustrazioni di Yulia Sidneva, è stata Telos Edizioni, da sempre attenta all’accessibilità e all’inclusione. E anche quest’opera è stata progettata con caratteristiche di accessibilità alla lettura, con una sezione contenente indicazioni pratiche su come aiutare una persona cieca, includendo inoltre un audiolibro scaricabile con QR Code, realizzato dall’UICI della Toscana (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).
Ed è del tutto condivisibile quanto sottolineato da Telos, che parla di un libro «capace di commuovere e divertire, adatto a chi ama immergersi nell’avventura in solitudine, ma perfetto anche per chi preferisce condividere i racconti in famiglia o in classe, leggendo ad alta voce». (S.B.)

Anna Anisimova, La musica del mio picchio, Telos Edizioni, 2026, traduzione di Tatiana Pepe, illustrazioni di Yulia Sidneva. A questo link è disponibile un ulteriore testo di ampio approfondimento.

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“Visione Solidale”: interventi di cataratta gratuiti per persone del Lazio in difficoltà economiche

15 Luglio 2026 - 4:53pm

L’UICI del Lazio ha messo a disposizione la propria rete territoriale per far conoscere al maggior numero possibile di persone il progetto “Visione Solidale”, iniziativa del Comitato Regionale del Lazio della Croce Rossa Italiana e della Società NuoVista, sostenuta dalla Fondazione Roma, che offre interventi di cataratta gratuiti a cittadini e cittadine in condizioni di fragilità economica residenti o con domicilio nel Lazio

Restituire la vista a chi, per motivi economici, rischia di rinunciare alle cure: è l’obiettivo di Visione Solidale, progetto che offre interventi di cataratta completamente gratuiti a cittadini e cittadine in condizioni di fragilità economica residenti o con domicilio nel Lazio.
A promuovere l’iniziativa sono il Comitato Regionale del Lazio della Croce Rossa Italiana e la Società NuoVista, avvalendosi del finanziamento della Fondazione Roma, nonché della collaborazione gratuita dell’UICI del Lazio (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), che ha messo a disposizione la propria rete territoriale per far conoscere questa opportunità al maggior numero possibile di persone.
«La salute visiva – sottolineano infatti dall’UICI laziale – rappresenta un diritto fondamentale e, quando le difficoltà economiche ostacolano l’accesso alle cure, diventa indispensabile costruire una rete di solidarietà capace di raggiungere chi ha più bisogno. È con questo spirito che abbiamo invitato le nostre Sezioni territoriali, gli associati e tutte le realtà del Terzo Settore a collaborare nell’individuazione delle persone che potrebbero beneficiare di questo progetto».

Il programma garantisce dunque gratuitamente l’intero percorso di cura: dalle visite diagnostiche pre-operatorie all’intervento chirurgico di cataratta, fino ai controlli post-operatori, senza alcun costo per il paziente. Possono accedervi i cittadini/cittadine con residenza o domicilio nel Lazio il cui ISEE sia fino a 20.000 euro per i nuclei familiari, fino a 14.000 euro per le persone singole.
«La collaborazione tra Enti del Terzo Settore, realtà sanitarie e fondazioni – concludono dall’UICI del Lazio – rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra competenze e risorse, capace di offrire risposte concrete ai bisogni della comunità. Con il nostro contributo gratuito, rinnoviamo l’impegno nella tutela della salute visiva, nella promozione del diritto alle cure e nell’inclusione delle persone più fragili, affinché nessuno sia costretto a rinunciare alla possibilità di recuperare la vista per ragioni economiche». (S.B.)

Per manifestare il proprio interesse al progetto, basta inviare il proprio nominativo e un recapito telefonico a uiclazio@uici.it (all’attenzione della dottoressa Simona Fanini), che coordinerà la raccolta delle segnalazioni. Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa UICI Roma (Giovanni Fornaciari), ufficiostampa@uicroma.it.

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La mia vita unica, come quella di chiunque altro: ho avuto le mie occasioni, né migliori né peggiori

15 Luglio 2026 - 4:18pm

«Tre giorni in incubatrice a causa dell’asfissia – racconta Anna Maria Gioria – quello che il giorno prima non sarebbe successo. E a tre-quattro mesi mi diagnosticarono una vita “da bel soprammobile”, senza alcuna possibilità di movimento e di linguaggio; e invece non è andata proprio così! Ma come sarebbe stata la mia vita se fossi nata quel giorno prima? Ho più perso cose, occasioni, o ne ho avute di più? Semplice: ho avuto come tutti le mie occasioni, e non si può parlare né di migliori né di peggiori»

Il 12 luglio era la vigilia del mio compleanno. Puntualmente, è per me una data molto particolare, “una giornata di bilancio”: se infatti avessi compiuto i miei anni il 12 luglio (e non il 13), come sarebbe stata la mia esistenza? Di primo acchito, direi migliore, sicuramente più semplice e meno faticosa; ma se mi soffermo a pensare un attimo, aggiungerei anche più banale e molto meno interessante.
Proprio lo scorso 12 luglio ho passato il pomeriggio con la mia amica d’infanzia: sposata, con una figlia iscritta all’università, lavora nella ditta di famiglia, tutto che una donna di 58 anni – siamo coetanee – può desiderare. Io, di tutto questo non ho nulla, probabilmente se fosse stato quello il giorno del mio compleanno, avrei avuto una vita simile, ma il grande, e soprattutto tormentato, punto di domanda: «Ho più perso cose, occasioni, o ne ho avute di più?». La risposta che mi sono data è più semplice di quanto si possa immaginare: «Ho avuto le mie occasioni, non si può parlare di migliori o di peggiori».

Riavvolgo il nastro, soprattutto per dare la possibilità a chi non mi conosce bene, di comprendere questo mio discorso, che apparentemente può sembrare “strampalato”.
Il 12 luglio 1968, mamma, dopo una normale gravidanza senza alcun problema, fin dal mattino presto ebbe le doglie; nel pomeriggio, su consiglio e aiuto dell’ostetrica del paese, come si usava allora, andò all’ospedale per partorire. Qui si imbatté nel suo ginecologo curante vestito di tutto punto, pronto per andare a una serata al casinò. Visitò velocemente e controvoglia mia mamma, sentenziando, in maniera brusca, che sarei nata l’indomani. Mia mamma replicò che non era possibile, i dolori erano forti, lui imperterrito: diede ordine alla sua équipe di non intervenire, ma di aspettarlo e somministrò una cura per rallentare la mia venuta al mondo.
La mia indole caparbia e volitiva, che probabilmente già mi connotava, prevalse sui farmaci: all’una di notte, quindi era già il 13, il medico fu chiamato d’urgenza, la vita di mamma e della sottoscritta erano seriamente in pericolo. Rientrato di tutta fretta, non potendo più fare il taglio cesareo preventivato, considerata la conformazione stretta del bacino di mamma, la “squartò” velocemente e mi estrasse con il forcipe. A causa dell’asfissia mi misero tre giorni in incubatrice, dopodiché, zitti zitti, ci mandarono a casa. Mamma e io ce l’eravamo vista proprio brutta, ma tutto era alle nostre spalle, a detta di tutti, ero una bella neonata e da tale mi comportavo, in modo del tutto normale!!

Sui tre-quattro mesi arrivò il fulmine a ciel sereno: mamma si accorse che, se tenuta in braccio, ciondolavo sulla parte sinistra. I più importanti luminari della pediatria di allora mi diagnosticarono una vita “da bel soprammobile”, senza alcuna possibilità di movimento e di linguaggio; la mancanza di ossigeno aveva compromesso seriamente la parte del cervello che coordina i movimenti.
La mia più grande fortuna è stata la famiglia, in particolare mamma, che non si è arresa a prognosi funeste: da quel momento mi ha portato in diverse parti del mondo per sottopormi ai migliori e innovativi metodi riabilitativi. È stato un lunghissimo, e altrettanto faticoso, percorso riabilitativo che ha dato discreti risultati. Infatti, nonostante la deambulazione traballante, la voce un po’ grossa e la difficoltà nella gestualità fine, sono arrivata ad avere un’autonomia tale da essere in grado di vivere da sola, di conseguire due lauree, diventare giornalista e condurre una vita ricca di amicizie e interessi.

È veramente difficile riassumere, e soprattutto trasmettere, in poche righe, tutto ciò che ho vissuto e le tante esperienze fatte; il bagaglio accumulato è davvero grande e così importante che mi ha determinato, in maniera incisiva, la persona, la donna, che sono oggi. Rimpianti, rabbia, invidia degli altri? Non prendetemi per una squilibrata, ma io sono contenta della mia vita; e se mi guardo intorno non la cambierei con quella di nessun altro.
Tornando alle domande iniziali, credo che non arriverò mai a darmi una risposta, perché una risposta non c’è, nessuno è in grado di fornirla. In poche parole, sto concludendo che non si tratta di una vita migliore o peggiore, ma della mia esistenza, unica come quella di qualsiasi altra persona. Per cui dico: viva la vita!!!

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Se fossi nata il giorno prima…” e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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In quei minuti di danza, io volo!

15 Luglio 2026 - 2:00pm

Ai recenti Campionati Italiani di Danza Sportiva Paralimpica di Rimini, Danilo Mi e Federica Colì si sono aggiudicati la medaglia d’argento. I due atleti salentini si sono esibiti sulle note della canzone “Piccola Anima” di Ermal Meta. «Quando ballo l’emozione è unica, meravigliosa, non mi sento disabile. In quei minuti io volo», ha dichiarato, emozionatissimo, Mi dopo la vittoria. «È un’emozione che non si può spiegare», è invece il commento di Colì, sua compagna di ballo I danzatori Danilo Mi e Federica Colì impegnati in una seduta di allenamento

Si sono svolti nei giorni scorsi, presso la Fiera di Rimini, i Campionati Italiani di Danza Sportiva Paralimpica, organizzati dalla FIDeSM (Federazione Italiana Danza Sportiva e Sport Musicali) ed è un piacere segnalare che Danilo Mi e Federica Colì si sono aggiudicati la medaglia d’argento.
«Quando ballo l’emozione è unica, meravigliosa, non mi sento disabile – ha dichiarato, emozionatissimo, Mi dopo la vittoria –. In quei minuti io volo. Volo grazie alla mia compagna di ballo che ha creduto in me, e grazie anche alla nostra maestra di ballo Letizia Ingrosso, della Scuola Dea Danza di San Donato di Lecce. Siamo una coppia perfetta, meravigliosa, che vuole puntare ancora più in alto ai prossimi Campionati».
«Balliamo insieme ormai da tre anni e con estremo orgoglio possiamo dire di essere vicecampioni italiani di Danza Paralimpica, essendo arrivati secondi ai Campionati Italiani, e siamo orgogliosi di rappresentare la Puglia a livello nazionale – afferma, invece, Colì, compagna di ballo di Mi –. Essere arrivati secondi al Campionato Italiano è un’emozione che non si può spiegare, ripaga tutto il lavoro e tutto l’impegno che mettiamo ogni giorno, e incorona il nostro sogno. Quello che noi amiamo fare nella vita è ballare, a prescindere dal risultato. Non facciamo questo per uno scopo, lo facciamo perché amiamo ballare, ma ovviamente quando arriva anche il risultato è tutto più bello. C’è una grande soddisfazione per chi investe tempo, soldi, lavoro, sudore. Una soddisfazione per noi, ma anche per chi ha creduto in noi».

I due atleti salentini si sono esibiti sulle note della canzone Piccola Anima di Ermal Meta. Movimenti fluidi, sincronia, coreografie suggestive, equilibri studiati, ritmo, un’intesa emozionante. Più delle parole, rendono bene le immagini. A questo link è possibile vedere una loro esibizione tenutasi a San Cesario di Lecce pochi giorni prima del meritato argento nazionale. (Simona Lancioni)

Ringraziamo Antonella Tarantino per la segnalazione.

Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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