«Vorrei che il disability manager diventasse una figura stabile nella governance delle organizzazioni, coinvolta nella progettazione delle città, dei servizi e dei processi fin dall’inizio»: lo dice Haydée Longo, protagonista di questa lunga chiacchierata con il nostro giornale, avvocata specializzata nei diritti e nell’inclusione delle persone con disabilità, disability manager, fondatrice dello studio Lex4all, già presidente della Consulta Cittadina per le Persone con Disabilità del Comune di Milano e da un po’ di mesi presidente della FEDMAN (Federazione Disability Management)
Haydée Longo
Quando nel 2019 nacque la FEDMAN (Federazione Disability Management), quella del disability manager era ancora una figura professionale poco conosciuta e scarsamente presente nelle organizzazioni pubbliche e private, seppure da un paio d’anni già obbligatoria per le Pubbliche Amministrazioni con più di 200 dipendenti. Soltanto la Lombardia ne aveva definito formalmente il profilo professionale.
Da allora molte cose sono cambiate: altre Regioni hanno avviato percorsi di riconoscimento, l’obbligo si è ampliato, sono aumentate le esperienze nei Comuni, nelle aziende e nei servizi per il lavoro e si è progressivamente compreso che occuparsi professionalmente di disabilità non significa soltanto conoscere le norme, ma saper mettere in relazione persone, competenze e organizzazioni.
A raccontare questa evoluzione è qui di seguito Haydée Longo (già nota a Lettori e Lettrici di Superando), avvocata specializzata nei diritti e nell’inclusione delle persone con disabilità, disability manager, fondatrice dello studio Lex4all e già presidente della Consulta Cittadina per le Persone con Disabilità del Comune di Milano. Dal mese di gennaio di quest’anno è inoltre presidente della citata FEDMAN, Associazione professionale della quale è stata tra i fondatori.
Partiamo proprio dalla Federazione. Cosa ha portato alla nascita della FEDMAN?
«Siamo nati nel 2019 con l’obiettivo di federare e riunire i professionisti che operano sul territorio italiano come disability manager. Accanto alle attività di rappresentanza e di promozione della professione, abbiamo iniziato fin da subito a sviluppare progetti molto pratici e concreti di formazione e consulenza».
All’epoca, però, il disability manager era ancora una figura poco conosciuta.
«Sì, era un altro mondo rispetto a oggi. Era una figura molto meno conosciuta e molto meno praticata, nonostante fosse già obbligatoria per le Pubbliche Amministrazioni con più di 200 dipendenti. Tra l’altro, in quel momento soltanto la Regione Lombardia aveva approvato il profilo professionale del disability manager».
Oggi che cosa è cambiato?
«Oggi ci sono molte più Regioni che hanno riconosciuto questa figura e alcune di loro sono arrivate a elaborarne il profilo professionale anche con il nostro supporto diretto. L’obbligo di dotarsi di un disability manager è stato inoltre ampliato a tutte le Pubbliche Amministrazioni, a prescindere dal numero di dipendenti, La stessa nostra Federazione è cresciuta molto: siamo partiti da una trentina di soci fondatori e oggi siamo circa centoventi, distribuiti su tutto il territorio italiano, dalla Valle d’Aosta alla Puglia».
Un’espansione che non riguarda soltanto i numeri, ma anche la varietà degli ambiti nei quali il Disability Management può intervenire. Qual è, secondo te, la funzione più importante di un disability manager?
«Direi soprattutto quella di connettore tra i diversi servizi e i diversi attori di un territorio. Province, Comuni, Associazioni, persone con disabilità, aziende e servizi coinvolti. Il disability manager non sostituisce nessuno di questi soggetti: li mette in relazione e li aiuta a lavorare nella stessa direzione. È proprio questa, secondo me, la sua funzione più importante».
Non una figura chiamata a risolvere da sola ogni problema, dunque, né un semplice consulente da interpellare quando si presenta un’emergenza.
«No, infatti. Il suo compito è contribuire alla costruzione di una strategia, aiutando le organizzazioni a integrare la disabilità nelle proprie politiche ordinarie. Non deve intervenire soltanto sul singolo caso, ma anche sui processi».
Uno dei progetti più significativi è quello sviluppato con la Provincia di Lecco.
«Si tratta di un progetto molto bello ed estremamente innovativo. La Provincia ci ha affidato il compito di fornire servizi di Disability Management ai Comuni del territorio e attualmente ne assistiamo ventuno».
In concreto, di che cosa vi occupate?
«Li stiamo aiutando soprattutto nella progettazione strategica dei PIAO, i Piani Integrati di Attività e Organizzazione, per fare in modo che vi inseriscano e integrino obiettivi specifici sulla disabilità, l’accessibilità e sull’inclusione. Li supportiamo sul tema dell’accessibilità digitale e nell’individuazione di azioni di welfare mirate, rivolte sia al personale con disabilità sia ai caregiver. L’obiettivo è fare in modo che la disabilità non sia affrontata con interventi episodici, ma diventi parte integrante della programmazione ordinaria degli Enti».
Il lavoro della Federazione coinvolge anche le aziende e i servizi per l’impiego.
«Abbiamo un bellissimo progetto in Puglia con Confindustria, con cui stiamo formando le aziende. Adesso inizierà anche la fase di consulenza vera e propria, in collaborazione con l’Agenzia Regionale per il Lavoro. In Sardegna abbiamo formato un disability manager interno e un intero gruppo di professionisti che collaborano con lui nei diversi territori. A Trieste, invece, il Comune ha individuato un disability manager e un team da formare: il percorso è iniziato a maggio e proseguirà sino alla fine di novembre».
Accanto a questi progetti, FEDMAN ha anche tavoli di lavoro interni?
«Sì, perché ci sono ancora molte questioni da approfondire. Un gruppo, per esempio, sta lavorando all’individuazione di specifici KPI, cioè indicatori che permettano di misurare l’inclusione lavorativa nel panorama aziendale. Un altro gruppo sta lavorando sul tema del Progetto di Vita declinato rispetto agli obiettivi di inclusione lavorativa, e un terzo gruppo sull’accessibilità delle postazioni di lavoro».
Una domanda tutt’altro che semplice: quando si può dire che un’inclusione lavorativa è stata fatta bene?
«È proprio la domanda che le aziende ci pongono quotidianamente. Assumere una persona con disabilità non significa necessariamente avere realizzato una buona inclusione. Una persona può essere formalmente inserita e, nello stesso tempo, rimanere senza mansioni adeguate, senza possibilità di crescita, isolata dai colleghi o costretta a utilizzare strumenti inaccessibili».
Per questo state lavorando a delle linee guida.
«Esatto. Vogliamo elaborare un documento che aiuti le aziende a valutare concretamente il proprio lavoro e a capire quali elementi rendano davvero efficace un percorso di inclusione».
Un altro àmbito, come già accennato, riguarda il Progetto di Vita previsto dalla riforma della disabilità.
«Stiamo cercando di progettare strumenti e linee guida su come gestire il Progetto di Vita nell’àmbito lavorativo e su come dare ad esso una caratterizzazione specifica».
Perché il lavoro rischia di essere trascurato?
«Perché, secondo noi, è un aspetto che nella riforma viene trattato pochissimo. Si parla del Progetto di Vita, ma non abbastanza di come la dimensione lavorativa debba entrare realmente in quel progetto».
Il percorso professionale di Haydée Longo nasce nel diritto societario e commerciale. Per otto anni ha lavorato in uno studio legale internazionale, occupandosi prevalentemente di consulenza alle aziende. L’incontro con la disabilità, tuttavia, era avvenuto molto prima. Il tuo interesse per la disabilità, le chiediamo, nasce da qualcosa di personale?
«Nasce da una serie di esperienze personali che mi hanno portata, negli anni, a incontrare la disabilità in àmbiti molto diversi. Già alle elementari avevo in classe una compagna sorda, un compagno fortemente dislessico e un altro compagno senza una mano. Alcuni di loro sono poi diventati miei grandi amici».
Non si è trattato, quindi, della scoperta improvvisa di un mondo lontano.
«No, è sempre stato un tema presente nella mia vita. A un certo punto ho sentito di volerci lavorare e di poter dare un mio contributo».
Quando hai capito che poteva diventare anche una scelta professionale?
«Lavorando come avvocata. All’epoca stavano arrivando molte normative sulla parità di genere e sulla composizione degli organismi societari. Mi sono resa conto che, a fronte di una crescente attenzione verso alcuni aspetti della diversità, intorno alla disabilità continuava a esserci un vuoto di conoscenze e competenze».
Eppure l’Italia dispone di un corpus normativo molto ampio.
«Già. Abbiamo la Legge 68/99, la Legge 104/92 solo per dirne solo un paio e un patrimonio normativo particolarmente ricco anche nel panorama internazionale. Però mi rendevo conto che il mondo della disabilità era quasi completamente inesplorato e ignorato anche da noi avvocati. Mi metto per prima in questa critica».
Le domande delle aziende contribuivano a rendere evidente questa lacuna.
«Mi capitava, per esempio, che le aziende mi chiedessero se determinate disabilità fossero comprese nelle coperture assicurative o come dovesse essere gestita una particolare situazione lavorativa. Il tema iniziava a porsi sempre più spesso».
È stato allora che hai seguito un corso dedicato ai diritti e all’inclusione delle persone con disabilità?
«Sì, all’Università Statale di Milano. Mi sono resa conto che esisteva un mondo totalmente inesplorato e che non poteva che diventare sempre più importante, anche dal punto di vista normativo. Iniziava, per esempio, ad emergere fortemente il tema dell’accessibilità digitale».
Poi hai incontrato la figura del disability manager.
«Mi ha incuriosita e ho deciso di approfondirla, sia per acquisire ulteriori competenze, sia perché ero convinta che organizzazioni sempre più complesse avessero bisogno di professionisti capaci di affrontare questi temi con competenze giuridiche, organizzative e strategiche. Il Disability Management, infatti, non dovrebbe essere visto come una disciplina che si occupa soltanto della disabilità: è un modo diverso di progettare le organizzazioni. Quando impari a progettare pensando alle persone che incontrano più barriere, migliori l’organizzazione per tutti e tutte».
La sensibilità personale, dunque, non basta.
«No. La sensibilità è importante, ma non basta. Servono conoscenze tecniche, giuridiche e organizzative».
Intorno al 2018 Haydée Longo decide così di lasciare lo studio internazionale e fondare Lex4all, realtà dedicata alla consulenza legale e manageriale sui diritti delle persone con disabilità, sulla diversity e sull’inclusione. È stata una scelta difficile?
«All’inizio avevo pensato di cercare un altro studio che si occupasse già di questi temi. Mi dicevo: possibile che non ce ne sia uno? Possibile… mi resi presto conto che, di fatto, non esisteva ancora una realtà specializzata. Poi ho pensato che avevo 32 anni e che, se non avessi provato in quel momento, forse non l’avrebbe fatto nessuno. E allora mi sono detta: pazienza se non esiste, lo creo io».
E così è nato Lex4all.
«Sì. Volevo fare l’avvocata soprattutto per aiutare le persone. La vita professionale mi aveva dato bellissime opportunità ed ero contenta del mio percorso, ma sentivo che questa era la direzione giusta. Lex4all nasce proprio dalla convinzione che il diritto, da solo, non basti e che servano competenze interdisciplinari capaci di accompagnare concretamente organizzazioni e persone».
Il riferimento alla professionalità ritorna spesso nelle parole di Longo. Il rischio, infatti, è che la gestione della disabilità venga ancora affidata esclusivamente alla disponibilità individuale, alla buona volontà di qualche dirigente o all’intervento occasionale di chi conosce personalmente il problema. Ed è quanto avviene anche nell’accessibilità digitale. Molte soluzioni tecniche esistono già, ma continuano a non essere applicate perché l’accessibilità viene considerata soltanto dopo che un sito, un’applicazione o un servizio sono stati progettati. Le persone con disabilità finiscono così per essere costrette a segnalare continuamente ciò che non funziona e a ottenere, quando va bene, un aiuto individuale. Qualcuno leggerà il documento, compilerà il modulo o effettuerà l’operazione bancaria al loro posto. Il servizio rimarrà però inaccessibile. Si tratta di una logica assistenziale che concede un aiuto, ma non garantisce autonomia. Chiediamo quindi a Haydée: Quanto è ancora forte questa impostazione?
«Molto. Ancora oggi l’accessibilità viene spesso affrontata come un problema individuale: c’è una persona che non riesce a fare qualcosa e allora qualcuno la aiuta. Ma questo non significa aver reso accessibile il servizio. La vera inclusione non consiste nell’aggiungere un accomodamento alla fine del percorso, ma nel progettare fin dall’inizio organizzazioni nelle quali il maggior numero possibile di persone possa partecipare».
Il problema, quindi, è soprattutto culturale?
«Sì. Le competenze tecniche spesso ci sono, così come ci sono le possibilità concrete di realizzare servizi accessibili. Quello che manca è l’abitudine a pensarci fin dall’inizio».
La tecnologia, nel frattempo, offre possibilità sempre più avanzate.
«È vero. L’intelligenza artificiale, i dispositivi indossabili e le tecnologie assistive possono migliorare notevolmente la vita delle persone con disabilità. Naturalmente tutto questo richiede competenze. L’intelligenza artificiale, per esempio, può rappresentare una straordinaria opportunità per l’autonomia delle persone con disabilità, ma solo se viene progettata e utilizzata in modo realmente accessibile e inclusivo».
E non bisogna nemmeno presentarli come soluzioni miracolose…
«Assolutamente no. Bisogna sempre valutare le aspettative, l’utilità concreta, l’accessibilità dello strumento e anche il suo costo».
Molti ausili, infatti, rimangono economicamente difficili da raggiungere.
«Pensiamo ai display Braille, alle carrozzine elettriche, ai dispositivi capaci di leggere un testo o descrivere l’ambiente. Possono essere molto utili, ma spesso costano migliaia di euro. Il contributo pubblico è importante, ma non sempre sufficiente a coprire strumenti realmente aggiornati e compatibili con le tecnologie di oggi».
Anche in questo caso, quindi, il rischio è che l’innovazione esista, ma non sia disponibile per tutti.
«Esatto. Il valore della tecnologia dipende dalla possibilità concreta di utilizzarla. Da questa prospettiva, l’accessibilità non è un costo aggiuntivo: è un criterio di qualità».
Sul piano generale, l’Italia ha comunque compiuto alcuni passi in avanti.
«Sì, certamente. Il Disability Management è più conosciuto rispetto al 2019, le amministrazioni sono maggiormente sollecitate a occuparsi di accessibilità e le aziende iniziano a comprendere che l’inserimento lavorativo non può esaurirsi nell’adempimento di un obbligo».
La strada, tuttavia, rimane lunga. Lo dimostra anche la riforma della disabilità, che Longo definisce senza esitazioni «una riforma con la R maiuscola».
Perché la consideri così importante?
«Perché cambia profondamente il modo di guardare alla persona con disabilità. Il passaggio dalla logica delle prestazioni a quella del Progetto di Vita rappresenta un cambiamento culturale ancor prima che normativo. È una riforma che, se attuata bene, può trasformare il rapporto tra persona, servizi e comunità».
Un cambiamento tanto ampio porta però con sé molte difficoltà.
«Naturalmente una trasformazione di questa portata comporta difficoltà organizzative. Le sperimentazioni stanno facendo emergere criticità organizzative importanti, che rappresentano una sfida fisiologica in un cambiamento di questa portata e che sarà necessario affrontare con gradualità e competenza».
Pensi che alcuni aspetti siano stati sottovalutati?
«Sì. Credo che sia stata sottovalutata soprattutto la dimensione lavorativa. Il lavoro non è soltanto uno degli àmbiti del Progetto di Vita: per moltissime persone rappresenta autonomia personale, identità, relazioni sociali e partecipazione alla comunità. Per questo ritengo che debba avere un ruolo molto più centrale nell’attuazione della riforma».
Anche il ruolo del disability manager non ha inizialmente ricevuto l’attenzione necessaria.
«Già durante il dibattito sulla Legge Delega 227/21 in materia di disabilità avevo sottolineato anche su Superando [“La Legge Delega in materia di disabilità e i disability manager”, N.d.R.] questo punto: una riforma fondata sul Progetto di Vita richiede figure capaci di collegare servizi sanitari e sociali, formazione, abitazione, mobilità, lavoro e partecipazione. Ed è proprio qui che il disability manager può dare il proprio contributo: non sostituendosi ai servizi, ma aiutandoli a dialogare tra loro e a costruire percorsi realmente personalizzati ed integrati».
Senza questo collegamento, il Progetto di Vita rischia di diventare un ulteriore documento amministrativo invece di uno strumento costruito insieme alla persona.
«Esatto, il Progetto di Vita rischia di diventare un insieme di interventi scollegati se manca qualcuno che aiuti i diversi soggetti a dialogare tra loro. La vera sfida è costruire connessioni: è esattamente questo il ruolo che immagino per il disability manager. In fondo, l’obiettivo non è costruire un buon Progetto di Vita sulla carta, ma è fare in modo che ogni persona possa vivere, lavorare, partecipare e scegliere il proprio percorso con il maggior grado possibile di autonomia».
Come immagini il Disability Management tra dieci anni?
«Mi piacerebbe che non fosse più percepito come una figura che interviene solo quando c’è un problema. Vorrei che diventasse una figura stabile nella governance delle organizzazioni, coinvolta nella progettazione delle città, dei servizi e dei processi fin dall’inizio. Quando l’inclusione entra nei processi decisionali, smette di essere un tema settoriale e diventa un criterio di qualità».
Qual è allora l’obiettivo più importante della FEDMAN?
«Far capire sempre di più che cosa può fare questa figura. Il disability manager non lavora soltanto sulla singola situazione, ma costruisce collegamenti, individua le barriere e aiuta l’organizzazione a cambiare. Come Presidente di FEDMAN, vorrei che la Federazione diventasse sempre più il punto di riferimento nazionale per la diffusione di questa cultura e per la crescita di una comunità di professionisti capaci di accompagnare concretamente il cambiamento, costruendo connessioni tra persone, organizzazioni e territori».
È forse questo uno degli elementi più significativi del percorso di Haydée Longo e del lavoro intrapreso dalla Federazione che oggi presiede: spostare il Disability Management dall’àmbito delle buone intenzioni a quello della responsabilità professionale. Perché l’inclusione lavorativa, l’accessibilità e la partecipazione non possono dipendere dalla fortuna di incontrare la persona sensibile al momento giusto. Devono diventare parte della struttura ordinaria delle Istituzioni, delle imprese e dei territori.
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