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“Freedom of Moving – Liberi di muoversi”, un programma dall’11 agosto su RaiPlay

29 Luglio 2026 - 6:03pm

Quattro testimonianze di vita, insieme ad incontri esclusivi con alcuni protagonisti del mondo dello sport e dello spettacolo, il tutto con l’obiettivo di promuovere una riflessione sul diritto di ogni persona a vivere in un mondo senza barriere: sarà questo “Freedom of Moving – Liberi di muoversi”, nuovo programma disponibile dall’11 agosto su RaiPlay Michela Persico, conduttrice di “Freedom of Moving”, insieme al protagonista di una delle testimonianze raccontate durante la trasmissione

Approderà l’11 agosto su RaiPlay Freedom of Moving – Liberi di muoversi, nuovo programma che porterà al centro dell’attenzione i temi dell’accessibilità e dell’inclusione attraverso il racconto di quattro storie autentiche.
Condotta da Michela Persico, la trasmissione intreccerà testimonianze di vita, insieme ad incontri esclusivi con alcuni protagonisti del mondo dello sport e dello spettacolo, allo scopo di promuovere una riflessione sul diritto di ogni persona a vivere in un mondo senza barriere. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento.

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Una piattaforma gratuita con tante informazioni utili alle persone con disturbo dello spettro autistico e alle loro famiglie

29 Luglio 2026 - 5:16pm

Si chiama “La Città Fatta Per Me” ed è una piattaforma web di utilizzo gratuito, che raccoglie in un unico luogo professionisti, organizzazioni, servizi, eventi, risorse, luoghi accoglienti e informazioni utili dedicate alle persone con disturbo dello spettro autistico e alle loro famiglie

Si chiama La Città Fatta Per Me ed è una piattaforma web di utilizzo gratuito, che raccoglie in un unico luogo professionisti, organizzazioni, servizi, eventi, risorse, luoghi accoglienti e informazioni utili dedicate alle persone con disturbo dello spettro autistico e alle loro famiglie.
«Dopo la diagnosi – spiegano i promotori dell’iniziativa -, la domanda è sempre la stessa: “E adesso?”. Ricevere infatti una diagnosi di autismo è spesso solo l’inizio di un percorso, se è vero che da quel momento, per molte famiglie, inizia una ricerca fatta di telefonate, gruppi Facebook, passaparola e ore trascorse sui motori di ricerca. Dove trovare un professionista competente vicino a casa? Quali Associazioni operano sul territorio? Esistono attività per il tempo libero davvero accessibili? Quali diritti spettano e dove trovare informazioni affidabili? Tutte domande che si ripetono ogni giorno, e che spesso hanno risposte, sparse, però, tra fonti diverse e difficili da mettere insieme. È proprio da questa esigenza che abbiamo deciso di dare vita a La Città Fatta per Me».

L’obiettivo, quindi, è piuttosto semplice: rendere cioè più facile trovare ciò che serve, partendo dal territorio e dai bisogni concreti delle persone. Tramite la piattaforma, infatti, è possibile cercare professionisti e organizzazioni per area geografica e tipologia di servizio, consultare risorse informative, conoscere eventi, individuare luoghi che hanno adottato attenzioni specifiche verso le persone autistiche e orientarsi anche sui temi dei diritti e delle agevolazioni.
«Naturalmente – aggiungono ancora i promotori – una piattaforma di questo tipo può essere davvero utile solo se cresce insieme alla rete di chi ogni giorno lavora sul territorio. Per questo è aperta ai professionisti, alle organizzazioni e alle realtà che operano nell’ambito dell’autismo: tutti loro, infatti, possono registrarsi gratuitamente, contribuendo a rendere sempre più completa la mappatura nazionale e ad aiutare le famiglie a trovare riferimenti affidabili vicino a casa».
«L’auspicio – concludono – è che, un passo alla volta, cercare un aiuto non significhi più partire da zero ogni volta, ma poter contare su una rete facilmente consultabile, costruita insieme a chi vive e lavora ogni giorno in questo àmbito». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link alla piattaforma La Città Fatta Per Me. Per ulteriori informazioni: info@lacittafattaperme.it.

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Il “cieco nato” del Vangelo e la necessità di uno sguardo capace di vedere la persona prima del deficit

29 Luglio 2026 - 4:53pm

«In termini pedagogici – scrive Tonino Urgesi -, il deficit non appartiene esclusivamente alla persona. Esiste un deficit relazionale, culturale ed educativo che impedisce alla società di riconoscere il valore della differenza. La pedagogia contemporanea parla di barriere; il Vangelo, con la “guarigione dell’uomo cieco”, le aveva già individuate nel pregiudizio, nella paura, nell’esclusione religiosa, nel legalismo e nella rigidità culturale. Il limite più grave non è la cecità dell’uomo, ma l’incapacità della società di vedere davvero l’umano» Un mosaico dedicato alla “guarigione del cieco nato”, raccontata nel Vangelo di Giovanni

La questione della disabilità attraversa ancora oggi il dibattito teologico, pedagogico e filosofico con una forza tale da interpellare profondamente la coscienza della società. Per secoli la menomazione è stata interpretata attraverso la retorica del “vuoto”, che ne ha sottolineato lo stato di dipendenza e insufficienza, alimentando modelli educativi orientati prevalentemente alla compensazione del deficit piuttosto che alla valorizzazione della persona stessa. In questa prospettiva, il limite è stato spesso considerato un problema da correggere, anziché una dimensione costitutiva dell’esistenza umana da comprendere e accogliere.

Il racconto del “cieco nato” che troviamo nel Vangelo di Giovanni (9,1-41) rappresenta, invece, una svolta radicale. Gesù non si limita a restituire la vista a un uomo cieco dalla nascita, ma libera l’intera società da una concezione religiosa che identificava la disabilità con il peccato e la colpa. Prima ancora della guarigione fisica, avviene una guarigione culturale e antropologica: viene cioè sanato lo sguardo deformato sul mistero della fragilità umana. Da questa prospettiva nasce l’esigenza di elaborare “una nuova pedagogia del deficit”, capace di superare i paradigmi assistenzialistici e di riconoscere nella persona con deficit un soggetto pienamente protagonista della propria storia, della vita e della società.
Il racconto si apre con una scena di straordinaria intensità: «Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita». Questa breve annotazione suscita immediatamente due domande: come guardò Gesù quell’uomo? Con quale profondità posò il suo sguardo su di lui? Possiamo tentare una risposta. Se i discepoli lo interrogano, è perché nello sguardo del loro Maestro avevano già colto una domanda silenziosa che chiedeva una risposta. Prima ancora delle parole, essi videro nei suoi occhi un interrogativo che non poteva essere ignorato. Lo sguardo di Gesù non si limita solo a registrare una condizione; incontra una persona, con la sua storia, con i suoi desideri, ne riconosce la dignità e apre uno spazio di senso.
La domanda dei discepoli ci rivela, invece, una mentalità profondamente diversa: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». È la domanda di chi cerca una colpa per spiegare la sofferenza, di chi ritiene che ogni dolore debba necessariamente essere ricondotto a una responsabilità morale, etica. Essa manifesta una cultura religiosa nella quale ogni forma di fragilità esige un colpevole. Il limite diventa così un’accusa, la vulnerabilità una conseguenza del peccato e la diversità un’anomalia da giustificare.
Invece, Gesù capovolge radicalmente questa prospettiva e la estromette dalla storia della salvezza. La sua risposta è limpida e definitiva: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché in lui si manifestassero le opere di Dio». Con queste parole egli afferma, una volta per tutte, che non esiste alcun rapporto necessario tra peccato e sofferenza. Il dolore non è una condanna divina né il segno di una colpa nascosta.

La risposta di Gesù, inoltre, non si esaurisce in una semplice negazione. Egli spiega il riferimento alle “opere di Dio”: «Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». Mi colpisce soprattutto il verbo al plurale: «dobbiamo». Gesù non dice «devo», ma coinvolge i suoi discepoli e con essi tutti noi nella medesima missione. Ci rende partecipi dell’opera del Padre, chiamandoli a collaborare affinché le sue opere continuino a manifestarsi nella storia.
Da queste parole emerge un autentico compito pedagogico ed esistenziale: imparare a guardare oltre noi stessi, uscire dall’indifferenza, riconoscere la dignità di ogni persona che ci tende uno “sguardo” di aiuto, e restituire speranza a chi sembra averla perduta. Il nostro sguardo non può essere superficiale né sterile; deve diventare uno sguardo educato alla contemplazione, capace di “fermarsi”, “vedere”, “osservare” quell’uomo ai margini di ogni storia. Solo uno sguardo formato dall’altruismo autentico riconosce nell’altro un volto e non un problema.

A questo punto Gesù compie un gesto tanto semplice quanto profondamente simbolico: sputa per terra, fa del fango con la saliva e lo spalma sugli occhi del cieco. Quel fango non costituisce soltanto il mezzo attraverso cui si realizza il miracolo, ma richiama il gesto creatore della Genesi e diventa il segno di una nuova creazione. Gesù restituisce all’uomo non solo la vista, ma un modo nuovo di abitare il mondo e farsi mondo egli stesso per gli altri e di guardare la realtà. Ridona speranza a chi, agli occhi della società, sembrava averla definitivamente perduta. Con quel gesto ci insegna che la vera interrelazione ha una forza creatrice: si manifesta quando ci facciamo prossimi all’altro, ci facciamo ascolto e cura, e così doniamo all’altro una vita nuova. Ogni autentica relazione, vissuta nella gratuità e nella compassione (patire-con), può restituire dignità a chi ne è stato privato.
Il miracolo, tuttavia, non si compie senza la collaborazione dell’uomo. Infatti, Gesù dice a quell’uomo: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe». Le parole di Gesù non si sostituiscono mai alla libertà dell’uomo; la precedono, l’accompagnano e la chiamano a rispondere alla propria esistenza. Così anche il cieco diventa protagonista della propria rinascita. Le nostre “azioni” si manifestano nell’incontro tra il dono gratuito della grazia e la libera risposta della persona.

Da un punto di vista pedagogico, questo passaggio assume un significato decisivo. Quando il deficit viene interpretato come colpa, la persona viene educata a percepirsi come incompleta, mentre la società si sente autorizzata a relegarla ai margini. E tale logica non appartiene soltanto al passato. Anche oggi, sebbene con linguaggi differenti, permane la tentazione di identificare la persona con la sua diagnosi, riducendo l’identità alla patologia e il valore umano alla funzionalità.
La risposta di Gesù interrompe definitivamente questa impostazione. Il problema non consiste più nell’individuare l’origine del deficit, ma nel riconoscere la dignità della persona stessa. Da un punto di vista filosofico, egli opera un passaggio fondamentale: sposta l’attenzione dall’ontologia della mancanza all’ontologia della relazione. L’essere umano non è più definito da ciò che gli manca, ma dall’interrelazione che si stabilisce con lui. La dignità precede ogni prestazione, l’identità precede ogni capacità e la persona precede ogni limite. È una prospettiva che anticipa in modo sorprendente molte acquisizioni del personalismo contemporaneo, secondo il quale il valore della persona non deriva soltanto dalla sua efficienza ma, piuttosto, dal suo stesso essere.
Il cieco nato ci conduce inoltre a un paradosso profondamente rivelatore. Alla conclusione del racconto non è più evidente chi sia realmente cieco. L’uomo nato privo della vista giunge progressivamente alla sua dignità, mentre i Farisei, pur vedendo con gli occhi del corpo, rimangono incapaci di riconoscere il valore dell’interazione. La cecità assume così un significato esistenziale e la vera disabilità consiste nell’incapacità di accogliere l’altro, con i suoi sogni e desideri.

In termini pedagogici, il deficit non appartiene esclusivamente alla persona. Esiste un deficit relazionale, culturale ed educativo che impedisce alla società di riconoscere il valore della differenza. La pedagogia contemporanea parla di barriere; il Vangelo le aveva già individuate nel pregiudizio, nella paura, nell’esclusione religiosa, nel legalismo e nella rigidità culturale. Il limite più grave non è la cecità dell’uomo, ma l’incapacità della società di vedere davvero l’umano.
Parlare oggi di “una nuova pedagogia del deficit” significa allora ribaltare il significato stesso di questa parola. Non si tratta di negare le difficoltà né di ignorare i bisogni specifici delle persone. Significa, piuttosto, riconoscere che il vero deficit appartiene spesso all’ambiente che non sa accogliere, alla scuola che non sa includere, alle Istituzioni che non garantiscono pari opportunità e a una cultura che continua a misurare il valore umano esclusivamente attraverso l’efficienza e la produttività.
“Una nuova pedagogia del deficit” non educa a vedere ciò che manca, ma ciò che è possibile. Essa non costruisce percorsi fondati sulla compassione, bensì sul riconoscimento della dignità, delle capacità e del diritto di ciascuno a partecipare pienamente alla vita sociale. L’educazione diventa così un autentico luogo di incontro, nel quale ogni persona, con i propri limiti e le proprie risorse, contribuisce alla crescita della società. La differenza non rappresenta un ostacolo da eliminare, ma una ricchezza da comprendere e valorizzare.
Il cieco nato diventa infatti “testimone” proprio attraverso la sua esperienza. Mentre i sapienti discutono, egli testimonia con la forza disarmante della verità vissuta: «Una cosa so: ero cieco e ora ci vedo» (Vangelo di Giovanni, 9,25). La testimonianza precede la dottrina, così come l’esperienza della rinascita del cieco precede ogni elaborazione teologica.

La società contemporanea continua a edificare la propria antropologia sull’efficienza, sulla produttività e sull’autonomia assoluta. Il Vangelo ci propone, invece, una vera filosofia della fragilità. L’essere umano non vale perché produce, perché è autonomo o perché è perfetto. Vale perché esiste. La vulnerabilità non diminuisce la dignità della persona; al contrario, la rende ancora più evidente, poiché richiama la verità fondamentale della condizione umana, che è relazione, dipendenza reciproca e apertura all’altro.
In questa prospettiva, la persona con deficit non è semplicemente qualcuno da integrare, ma diventa una provocazione permanente contro ogni cultura dello scarto e ricorda alla società che la reciprocità, la cura e la dipendenza non costituiscono un fallimento dell’esistenza, bensì dimensioni costitutive dell’umano.
Il racconto del cieco nato continua, pertanto, a interrogare la Chiesa, la pedagogia e la riflessione filosofica contemporanea. Gesù non elimina soltanto una cecità fisica; guarisce una cultura, demolisce una teologia della colpa e inaugura una pedagogia della dignità. La “nuova pedagogia del deficit” nasce precisamente da questa rivoluzione dello sguardo: dal riconoscimento che nessuna persona coincide con il proprio limite e che ogni fragilità può diventare luogo di manifestazione della “dignità”.
La vera metanoia [cambiamento radicale, N.d.R.] non consiste semplicemente nell’imparare a includere le persone con disabilità. Consiste, piuttosto, nel lasciarsi educare da esse. Spesso, infatti, sono proprio coloro che il mondo considera “mancanti” a rivelare ciò che realmente manca alla nostra società, ossia un nuovo sguardo capace di vedere la persona prima del deficit, la dignità prima della prestazione e “il volto della dignità” presente in ogni essere umano.

*Esperto di affettività e sessualità delle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Un accordo tra UILDM e Federbocce, per coniugare socializzazione e competizione agonistica

29 Luglio 2026 - 2:10pm

Nel ribadire la necessità di garantire a tutti e tutte il pieno diritto alla mobilità e allo sport, la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e la FIB (Federazione Italiana Bocce) hanno siglato un protocollo d’intesa, per rinnovare la reciproca collaborazione, volta a promuovere e sviluppare la pratica delle bocce e della Boccia paralimpica tra gli iscritti della stessa UILDM, attraverso una serie di attività promozionali

A pochi giorni dall’inqualificabile episodio accaduto alla Nazionale Italiana di Powerchair Football, bloccata all’aeroporto di Roma Fiumicino per problemi legati all’imbarco delle carrozzine (se ne legga a questo link), la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e la FIB (Federazione Italiana Bocce), nell’esprimere vicinanza agli atleti e nel ribadire la necessità di garantire a tutti e tutte il pieno diritto alla mobilità e allo sport, hanno siglato un protocollo d’intesa, sottoscritto dai rispettivi presidenti Stefania Pedroni e Roberto Favre, per rinnovare la collaborazione tra le due realtà associative, allo scopo di promuovere e sviluppare la pratica delle bocce e della Boccia paralimpica tra gli iscritti della stessa UILDM, attraverso attività promozionali.
«L’accordo – spiegano dalla UILDM – nasce con l’intento di unire le forze e promuovere una vera e propria cultura dell’inclusione, mettendo in sinergia l’esperienza e la rete capillare della nostra Associazione, che conta 63 Sezioni attive su tutto il territorio nazionale, con la struttura e le competenze tecniche della Federbocce. L’obiettivo condiviso è semplice ma profondo: migliorare la qualità della vita delle persone con patologie neuromuscolari, offrendo anche a chi ha una disabilità la possibilità di praticare un’attività sportiva, in grado di coniugare il valore della socializzazione con quello della competizione agonistica».

Dal punto di vista operativo, dunque, l’intesa vedrà da un lato la UILDM aprire le porte delle proprie sedi territoriali per agevolare la conoscenza della Boccia paralimpica e l’avvicinamento dei propri soci a questa disciplina, continuando a promuovere il tesseramento e l’affiliazione delle Sezioni locali alla FIB. Dall’altro, la Federbocce metterà in campo il proprio patrimonio tecnico, garantendo la guida di istruttori qualificati e fornendo tutto il materiale necessario per l’avvio e la gestione delle attività sul territorio.
A completare tale percorso, vi sarà anche un lavoro di squadra sul fronte della sensibilizzazione: le due realtà, infatti, uniranno i rispettivi canali di comunicazione per organizzare insieme eventi, convegni e giornate promozionali capaci di portare il messaggio dello sport inclusivo all’attenzione dell’opinione pubblica.

«Uno dei pilastri su cui lavora la UILDM – commenta Stefania Pedroni – è la promozione dell’autonomia personale e della vita indipendente. Lo sport, in questo senso, è un importante catalizzatore per la crescita della persona, perché insegna a lavorare su se stessi, sui propri limiti, sulla relazione con gli altri e a sviluppare competenze utili in tutti gli ambiti della vita. Nel corso di questi anni, all’interno della nostra Associazione, abbiamo promosso il valore della Boccia paralimpica come opportunità di crescita, socializzazione e inclusione, cosicché molti nostri soci si sono avvicinati e appassionati a questa disciplina, scoprendo non solo una pratica sportiva accessibile, ma anche uno spazio di partecipazione e protagonismo. Il rinnovo del protocollo d’intesa con la FIB è non solo la continuazione di un percorso di scambio reciproco e condivisione di valori, ma anche un impegno comune a rafforzare le opportunità nei territori, a promuovere la cultura dello sport accessibile e a costruire contesti in cui ciascuno possa sentirsi parte di una comunità».
«Vicende come quella accaduta agli atleti del Powerchair Football – afferma dal canto suo Roberto Favre – confermano quanto sia urgente eliminare ogni ostacolo alla pratica sportiva. Con questo protocollo intendiamo ampliare l’offerta sportiva sul territorio e migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità, anche gravi, garantendo l’accesso all’attività motoria e agonistica. I risultati già raggiunti nella nostra precedente collaborazione testimoniano la bontà del percorso fatto insieme, ma non intendiamo fermarci qui: non è un mistero, infatti, che Boccia paralimpica sia un sogno concreto per guardare con ambizione ai Giochi Paralimpici di Los Angeles 2028. Per questa ragione, rinnovare la partnership con UILDM significa mettere al centro l’inclusione, il valore sociale e la crescita dei nostri atleti, creando una rete sempre più solida per accompagnarli fino ai traguardi più prestigiosi». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: uidlcomunicazione@uildm.it.

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Anche persone con disabilità visiva a quel concorso di pittura estemporanea in Sardegna

29 Luglio 2026 - 1:45pm

Vi saranno anche persone con disabilità visiva, come spesso accade per le iniziative promosse dall’Associazione di Promozione Sociale TNT Global Art, al concorso di pittura estemporanea in programma per l’8 agosto a Bonorva (Sassari), dedicato al tema “Le Domus de Janas”

Associazione di Promozione Sociale con sede a Sassari, che organizza concorsi di pittura estemporanea, mostre ed eventi culturali, in collaborazione con Comuni e Pro Loco, principalmente in Sardegna, TNT Global Art proporrà per l’8 agosto a Bonorva (Sassari) un nuovo concorso di pittura estemporanea sul tema Le Domus de Janas.
E come sempre accade in queste iniziative, tra i protagonisti vi saranno anche persone con disabilità visiva, invitate dal fondatore e presidente di TNT Global Art Gianni Nieddu.

Ringraziamo Marco Farina per la segnalazione.

A questo link è disponibile un testo di approfondimento.

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La Regione Lombardia deve garantire alle persone straniere con disabilità l’iscrizione gratuita al Servizio Sanitario Nazionale

29 Luglio 2026 - 1:11pm

Dopo che un mese fa la Corte Costituzionale aveva stabilito che l’iscrizione gratuita al Servizio Sanitario Nazionale debba spettare anche alle persone straniere titolari di una pensione di inabilità, ponendo fine a una doppia discriminazione (per nazionalità e per disabilità), una Sentenza della Corte d’Appello di Milano e una del Tribunale di Milano hanno trasformato quel principio in obblighi precisi per la Regione Lombardia

A poco più di un mese dalla Sentenza n. 97 della Corte Costituzionale, di cui ci siamo occupati anche sulle nostre pagine, vi è un ulteriore sviluppo, come riferisce la Federazione lombarda LEDHA, sulla vicenda delle persone straniere con disabilità escluse dall’iscrizione gratuita al Servizio Sanitario Nazionale. Il 17 luglio scorso, infatti, sono state depositate due Sentenze, una della Corte d’Appello di Milano e una del Tribunale di Milano, che trasformano quel principio in obblighi precisi per Regione Lombardia.

La Corte Costituzionale, ricordiamo, aveva stabilito che l’iscrizione gratuita al Servizio Sanitario Nazionale debba spettare anche alle persone straniere titolari di una pensione di inabilità – e per questo detentrici di un permesso di soggiorno “per residenza elettiva” – se tale permesso deriva dalla conversione di un precedente permesso di soggiorno che dava titolo all’iscrizione gratuita. In altre parole: chi aveva diritto all’iscrizione non può perderla per il solo fatto di avere cambiato permesso di soggiorno nel momento in cui diventa invalido.
La Corte d’Appello e il Tribunale di Milano, dunque, hanno accolto i ricorsi presentati dall’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), da Avvocati per Niente, da Emergency, dall’Associazione Naga e da singoli cittadini e cittadine extra Unione Europea.
La Corte d’Appello ha confermato che la situazione verificatasi fino a oggi costituiva una doppia discriminazione: per nazionalità, perché escludeva dal diritto alle cure gratuite una parte delle persone straniere, e per disabilità, perché le escludeva proprio in quanto persone con disabilità. Ha quindi ordinato alla Regione Lombardia di adottare tutti i provvedimenti necessari affinché le ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali) applichino immediatamente le nuove regole.
Il Tribunale di Milano, invece, ha stabilito il diritto dei ricorrenti di vedersi restituire le somme indebitamente versate: 2.000 euro all’anno a partire dal mese di gennaio del 2024. E il medesimo obbligo di restituzione vale anche per gli anni precedenti, quando l’importo annuo era minore (387,34 euro). L’ASGI, Avvocati per Niente, Emergency e Naga invitano quindi la Regione Lombardia ad adempiere tempestivamente a quanto disposto dai giudici e a predisporre una procedura rapida per i rimborsi.

«Queste Sentenze – commenta Alberto Guariso, legale che ha seguito il contenzioso per conto dell’ASGI e delle singole persone straniere – pongono fine a una situazione davvero paradossale: pensiamo infatti che secondo la Corte Costituzionale, la norma andava interpretata sin dall’inizio nel senso ora indicato, ma per oltre 20 anni, nessuno “se n’era accorto”, cosicché il diritto alle cure gratuite di tante persone straniere è stato violato».

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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I giovani europei chiedono un turismo sostenibile anche sul piano dell’accessibilità

29 Luglio 2026 - 12:41pm

Nel corso di un recente “Dialogo dei Giovani dell’Unione Europea” con il commissario europeo per i Trasporti e il Turismo Sostenibile Tzitzikostas, la rappresentante del Comitato Giovani del Forum Europeo sulla Disabilità, Lydia Vlagsma, ha sottolineato tra l’altro i costi aggiuntivi che le persone con disabilità devono affrontare viaggiando, a causa della necessità di trasporti o alloggi accessibili. C’è dunque attesa, da parte del Forum, della nuova Strategia Europea per il Turismo Sostenibile, con l’auspicio che contenga un capitolo approfondito sull’accessibilità Partecipanti al Dialogo dei Giovani dell’Unione Europea tenutosi ad Atene, con il commissario europeo per i Trasporti e il Turismo Sostenibile Apostolos Tzitzikostas

I Dialoghi dei Giovani dell’Unione Europea (EU Youth Dialogues) riuniscono una serie di giovani con i responsabili politici dell’Unione stessa per garantire che la loro prospettiva sia integrata nelle politiche europee. E anche i componenti del Comitato Giovani dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, hanno partecipato a vari Dialoghi dei Giovani con i Commissari Europei, tra cui quello, nello scorso mese di marzo, con la commissaria europea per la Parità, la Preparazione e la Gestione delle Crisi Hadja Lahbib.
Qualche settimana fa, invece, un nuovo Dialogo dei Giovani si è avuto con il commissario europeo per i Trasporti e il Turismo Sostenibile Apostolos Tzitzikostas, incontro che ha riunito ad Atene 20 giovani provenienti da 15 diversi Paesi, per discutere in particolare futuro del turismo nell’Unione.

Per l’occasione, a rappresentare il Forum Europeo sulla Disabilità vi era Lydia Vlagsma, una delle presidenti del Comitato Giovani dell’EDF, che ha sottolineato soprattutto i costi aggiuntivi che le persone con disabilità devono affrontare viaggiando, a causa della necessità di trasporti o alloggi accessibili, ribadendo un concetto già espresso in precedenza da Dimitra Xidous, giovane avvocata rappresentante dell’ENAT, la Rete Europea per il Turismo Accessibile.
Dal canto suo, il commissario Tzitzikostas ha riconosciuto che «l’accessibilità è una questione fondamentale che riceverà maggiore attenzione nella futura Strategia Europea sui Diritti delle Persone con Disabilità» e che “il turismo dovrebbe essere per tutti e tutte».
Anche alla luce di queste affermazioni, dunque, da parte dell’EDF si attende con interesse la pubblicazione della nuova Strategia Europea per il Turismo Sostenibile, alla quale anche il Forum ha contribuito, con l’auspicio che essa contenga un capitolo approfondito sull’accessibilità. (S.B.)

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Caregiver familiari: chiediamo di essere contati!

29 Luglio 2026 - 12:01pm

«Bene la stima sui caregiver familiari pubblicata dall’ISTAT – scrivono dal Coordinamento CFU (Caregiver Familiari Uniti) – che conferma la straordinaria dimensione del lavoro di cura svolto ogni giorno da milioni di cittadini. Un censimento, però, è un’altra cosa: significa disporre di dati amministrativi raccolti in modo sistematico dalle Istituzioni, in grado di descrivere concretamente il fenomeno e non soltanto di stimarne le dimensioni. Ed è quello che chiediamo con la nostra campagna “#nonpiùsommersi”» La realizzazione grafica elaborata dal CFU per la campagna “#nonpiùsommersi”

Nei giorni scorsi l’ISTAT ha diffuso una stima secondo cui in Italia sarebbero oltre 12 milioni le persone che prestano attività di cura gratuita e 4,4 milioni i caregiver familiari conviventi [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
Il nostro Coordinamento [CFU-Coordinamento Caregiver Familiari Uniti, N.d.R.] (CFU) accoglie con favore questa pubblicazione perché conferma, ancora una volta, la straordinaria dimensione del lavoro di cura svolto ogni giorno da milioni di cittadini. È però necessario chiarire un aspetto fondamentale, ossia che quei dati diffusi dall’ISTAT non costituiscono un censimento nazionale delle persone caregiver familiari. Si tratta infatti di una stima ottenuta attraverso un’indagine campionaria risalente al 2024, ma pubblicata nel 2026. In altre parole, l’ISTAT raccoglie informazioni da un campione rappresentativo della popolazione e, mediante metodi statistici, stima quante persone prestino attività di cura sull’intero territorio nazionale.
Un censimento, invece, è un’altra cosa: significa cioè disporre di dati amministrativi raccolti in modo sistematico dalle Istituzioni, in grado di descrivere concretamente il fenomeno e non soltanto di stimarne le dimensioni.
Oggi, invece, lo Stato non è in grado di rispondere con certezza a domande fondamentali, quali: quante sono realmente le persone caregiver familiari? Dove vivono? Chi assistono? Da quanto tempo svolgono attività di cura? Quante ore dedicano ogni giorno all’assistenza? Qual è l’intensità del loro carico assistenziale? Quali servizi ricevono e quali, invece, mancano?
Senza queste informazioni non è possibile programmare efficacemente i servizi, distribuire le risorse in base ai bisogni reali, valutare l’impatto delle politiche pubbliche o costruire una legge nazionale realmente aderente alla vita delle persone caregiver familiari.
Per questo motivo continuiamo a chiedere un vero censimento nazionale delle persone caregiver familiari, fondato su dati amministrativi omogenei, aggiornati e condivisi tra Stato, Regioni e Comuni.

È proprio con questo obiettivo che abbiamo recentemente lanciato la campagna denominata #nonpiùsommersi, inviando 43 richieste di Accesso Civico Generalizzato (FOIA) al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, a tutte le Regioni e Province Autonome e ai Comuni capoluogo di Regione. Tali richieste non hanno lo scopo di creare un censimento parallelo, ma di comprendere come le Istituzioni raccolgano oggi le informazioni sulle persone caregiver familiari.
Abbiamo chiesto di conoscere:
° quali definizioni amministrative vengono utilizzate;
° quali banche dati contengono informazioni sulle persone caregiver familiari;
° quali dati vengono già raccolti;
° quali criteri vengono adottati per individuare i caregiver familiari;
° quali informazioni, invece, non vengono rilevate.
Solo comprendendo come oggi il fenomeno venga registrato sarà possibile individuare le migliori pratiche esistenti e proporre un modello nazionale di censimento realmente efficace.

La pubblicazione dello studio ISTAT rappresenta quindi un contributo importante alla conoscenza del fenomeno sociale della cura familiare, ma una stima statistica e un censimento amministrativo rispondono a finalità profondamente diverse. La prima serve a descrivere un fenomeno nella popolazione, il secondo serve alle Istituzioni per conoscere realmente le persone caregiver familiari, programmare servizi, allocare risorse, valutare gli interventi e garantire diritti.
Le persone caregiver familiari non hanno bisogno soltanto di essere stimate. Hanno il diritto di essere riconosciute, censite e considerate nelle politiche pubbliche.

*Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti) (comunicazioni.cfu@gmail.com).

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Il disability manager come connettore tra persone, istituzioni e territori

28 Luglio 2026 - 6:14pm

«Vorrei che il disability manager diventasse una figura stabile nella governance delle organizzazioni, coinvolta nella progettazione delle città, dei servizi e dei processi fin dall’inizio»: lo dice Haydée Longo, protagonista di questa lunga chiacchierata con il nostro giornale, avvocata specializzata nei diritti e nell’inclusione delle persone con disabilità, disability manager, fondatrice dello studio Lex4all, già presidente della Consulta Cittadina per le Persone con Disabilità del Comune di Milano e da un po’ di mesi presidente della FEDMAN (Federazione Disability Management) Haydée Longo

Quando nel 2019 nacque la FEDMAN (Federazione Disability Management), quella del disability manager era ancora una figura professionale poco conosciuta e scarsamente presente nelle organizzazioni pubbliche e private, seppure da un paio d’anni già obbligatoria per le Pubbliche Amministrazioni con più di 200 dipendenti. Soltanto la Lombardia ne aveva definito formalmente il profilo professionale.
Da allora molte cose sono cambiate: altre Regioni hanno avviato percorsi di riconoscimento, l’obbligo si è ampliato, sono aumentate le esperienze nei Comuni, nelle aziende e nei servizi per il lavoro e si è progressivamente compreso che occuparsi professionalmente di disabilità non significa soltanto conoscere le norme, ma saper mettere in relazione persone, competenze e organizzazioni.
A raccontare questa evoluzione è qui di seguito Haydée Longo (già nota a Lettori e Lettrici di Superando), avvocata specializzata nei diritti e nell’inclusione delle persone con disabilità, disability manager, fondatrice dello studio Lex4all e già presidente della Consulta Cittadina per le Persone con Disabilità del Comune di Milano. Dal mese di gennaio di quest’anno è inoltre presidente della citata FEDMAN, Associazione professionale della quale è stata tra i fondatori.

Partiamo proprio dalla Federazione. Cosa ha portato alla nascita della FEDMAN?
«Siamo nati nel 2019 con l’obiettivo di federare e riunire i professionisti che operano sul territorio italiano come disability manager. Accanto alle attività di rappresentanza e di promozione della professione, abbiamo iniziato fin da subito a sviluppare progetti molto pratici e concreti di formazione e consulenza».

All’epoca, però, il disability manager era ancora una figura poco conosciuta.
«Sì, era un altro mondo rispetto a oggi. Era una figura molto meno conosciuta e molto meno praticata, nonostante fosse già obbligatoria per le Pubbliche Amministrazioni con più di 200 dipendenti. Tra l’altro, in quel momento soltanto la Regione Lombardia aveva approvato il profilo professionale del disability manager».

Oggi che cosa è cambiato?
«Oggi ci sono molte più Regioni che hanno riconosciuto questa figura e alcune di loro sono arrivate a elaborarne il profilo professionale anche con il nostro supporto diretto. L’obbligo di dotarsi di un disability manager è stato inoltre ampliato a tutte le Pubbliche Amministrazioni, a prescindere dal numero di dipendenti, La stessa nostra Federazione è cresciuta molto: siamo partiti da una trentina di soci fondatori e oggi siamo circa centoventi, distribuiti su tutto il territorio italiano, dalla Valle d’Aosta alla Puglia».

Un’espansione che non riguarda soltanto i numeri, ma anche la varietà degli ambiti nei quali il Disability Management può intervenire. Qual è, secondo te, la funzione più importante di un disability manager?
«Direi soprattutto quella di connettore tra i diversi servizi e i diversi attori di un territorio. Province, Comuni, Associazioni, persone con disabilità, aziende e servizi coinvolti. Il disability manager non sostituisce nessuno di questi soggetti: li mette in relazione e li aiuta a lavorare nella stessa direzione. È proprio questa, secondo me, la sua funzione più importante».

Non una figura chiamata a risolvere da sola ogni problema, dunque, né un semplice consulente da interpellare quando si presenta un’emergenza.
«No, infatti. Il suo compito è contribuire alla costruzione di una strategia, aiutando le organizzazioni a integrare la disabilità nelle proprie politiche ordinarie. Non deve intervenire soltanto sul singolo caso, ma anche sui processi».

Uno dei progetti più significativi è quello sviluppato con la Provincia di Lecco.
«Si tratta di un progetto molto bello ed estremamente innovativo. La Provincia ci ha affidato il compito di fornire servizi di Disability Management ai Comuni del territorio e attualmente ne assistiamo ventuno».

In concreto, di che cosa vi occupate?
«Li stiamo aiutando soprattutto nella progettazione strategica dei PIAO, i Piani Integrati di Attività e Organizzazione, per fare in modo che vi inseriscano e integrino obiettivi specifici sulla disabilità, l’accessibilità e sull’inclusione. Li supportiamo sul tema dell’accessibilità digitale e nell’individuazione di azioni di welfare mirate, rivolte sia al personale con disabilità sia ai caregiver. L’obiettivo è fare in modo che la disabilità non sia affrontata con interventi episodici, ma diventi parte integrante della programmazione ordinaria degli Enti».

Il lavoro della Federazione coinvolge anche le aziende e i servizi per l’impiego.
«Abbiamo un bellissimo progetto in Puglia con Confindustria, con cui stiamo formando le aziende. Adesso inizierà anche la fase di consulenza vera e propria, in collaborazione con l’Agenzia Regionale per il Lavoro. In Sardegna abbiamo formato un disability manager interno e un intero gruppo di professionisti che collaborano con lui nei diversi territori. A Trieste, invece, il Comune ha individuato un disability manager e un team da formare: il percorso è iniziato a maggio e proseguirà sino alla fine di novembre».

Accanto a questi progetti, FEDMAN ha anche tavoli di lavoro interni?
«Sì, perché ci sono ancora molte questioni da approfondire. Un gruppo, per esempio, sta lavorando all’individuazione di specifici KPI, cioè indicatori che permettano di misurare l’inclusione lavorativa nel panorama aziendale. Un altro gruppo sta lavorando sul tema del Progetto di Vita declinato rispetto agli obiettivi di inclusione lavorativa, e un terzo gruppo sull’accessibilità delle postazioni di lavoro».

Una domanda tutt’altro che semplice: quando si può dire che un’inclusione lavorativa è stata fatta bene?
«È proprio la domanda che le aziende ci pongono quotidianamente. Assumere una persona con disabilità non significa necessariamente avere realizzato una buona inclusione. Una persona può essere formalmente inserita e, nello stesso tempo, rimanere senza mansioni adeguate, senza possibilità di crescita, isolata dai colleghi o costretta a utilizzare strumenti inaccessibili».

Per questo state lavorando a delle linee guida.
«Esatto. Vogliamo elaborare un documento che aiuti le aziende a valutare concretamente il proprio lavoro e a capire quali elementi rendano davvero efficace un percorso di inclusione».

Un altro àmbito, come già accennato, riguarda il Progetto di Vita previsto dalla riforma della disabilità.
«Stiamo cercando di progettare strumenti e linee guida su come gestire il Progetto di Vita nell’àmbito lavorativo e su come dare ad esso una caratterizzazione specifica».

Perché il lavoro rischia di essere trascurato?
«Perché, secondo noi, è un aspetto che nella riforma viene trattato pochissimo. Si parla del Progetto di Vita, ma non abbastanza di come la dimensione lavorativa debba entrare realmente in quel progetto».

Il percorso professionale di Haydée Longo nasce nel diritto societario e commerciale. Per otto anni ha lavorato in uno studio legale internazionale, occupandosi prevalentemente di consulenza alle aziende. L’incontro con la disabilità, tuttavia, era avvenuto molto prima. Il tuo interesse per la disabilità, le chiediamo, nasce da qualcosa di personale?
«Nasce da una serie di esperienze personali che mi hanno portata, negli anni, a incontrare la disabilità in àmbiti molto diversi. Già alle elementari avevo in classe una compagna sorda, un compagno fortemente dislessico e un altro compagno senza una mano. Alcuni di loro sono poi diventati miei grandi amici».

Non si è trattato, quindi, della scoperta improvvisa di un mondo lontano.
«No, è sempre stato un tema presente nella mia vita. A un certo punto ho sentito di volerci lavorare e di poter dare un mio contributo».

Quando hai capito che poteva diventare anche una scelta professionale?
«Lavorando come avvocata. All’epoca stavano arrivando molte normative sulla parità di genere e sulla composizione degli organismi societari. Mi sono resa conto che, a fronte di una crescente attenzione verso alcuni aspetti della diversità, intorno alla disabilità continuava a esserci un vuoto di conoscenze e competenze».

Eppure l’Italia dispone di un corpus normativo molto ampio.
«Già. Abbiamo la Legge 68/99, la Legge 104/92 solo per dirne solo un paio e un patrimonio normativo particolarmente ricco anche nel panorama internazionale. Però mi rendevo conto che il mondo della disabilità era quasi completamente inesplorato e ignorato anche da noi avvocati. Mi metto per prima in questa critica».

Le domande delle aziende contribuivano a rendere evidente questa lacuna.
«Mi capitava, per esempio, che le aziende mi chiedessero se determinate disabilità fossero comprese nelle coperture assicurative o come dovesse essere gestita una particolare situazione lavorativa. Il tema iniziava a porsi sempre più spesso».

È stato allora che hai seguito un corso dedicato ai diritti e all’inclusione delle persone con disabilità?
«Sì, all’Università Statale di Milano. Mi sono resa conto che esisteva un mondo totalmente inesplorato e che non poteva che diventare sempre più importante, anche dal punto di vista normativo. Iniziava, per esempio, ad emergere fortemente il tema dell’accessibilità digitale».

Poi hai incontrato la figura del disability manager.
«Mi ha incuriosita e ho deciso di approfondirla, sia per acquisire ulteriori competenze, sia perché ero convinta che organizzazioni sempre più complesse avessero bisogno di professionisti capaci di affrontare questi temi con competenze giuridiche, organizzative e strategiche. Il Disability Management, infatti, non dovrebbe essere visto come una disciplina che si occupa soltanto della disabilità: è un modo diverso di progettare le organizzazioni. Quando impari a progettare pensando alle persone che incontrano più barriere, migliori l’organizzazione per tutti e tutte».

La sensibilità personale, dunque, non basta.
«No. La sensibilità è importante, ma non basta. Servono conoscenze tecniche, giuridiche e organizzative».

Intorno al 2018 Haydée Longo decide così di lasciare lo studio internazionale e fondare Lex4all, realtà dedicata alla consulenza legale e manageriale sui diritti delle persone con disabilità, sulla diversity e sull’inclusione. È stata una scelta difficile?
«All’inizio avevo pensato di cercare un altro studio che si occupasse già di questi temi. Mi dicevo: possibile che non ce ne sia uno? Possibile… mi resi presto conto che, di fatto, non esisteva ancora una realtà specializzata. Poi ho pensato che avevo 32 anni e che, se non avessi provato in quel momento, forse non l’avrebbe fatto nessuno. E allora mi sono detta: pazienza se non esiste, lo creo io».

E così è nato Lex4all.
«Sì. Volevo fare l’avvocata soprattutto per aiutare le persone. La vita professionale mi aveva dato bellissime opportunità ed ero contenta del mio percorso, ma sentivo che questa era la direzione giusta. Lex4all nasce proprio dalla convinzione che il diritto, da solo, non basti e che servano competenze interdisciplinari capaci di accompagnare concretamente organizzazioni e persone».

Il riferimento alla professionalità ritorna spesso nelle parole di Longo. Il rischio, infatti, è che la gestione della disabilità venga ancora affidata esclusivamente alla disponibilità individuale, alla buona volontà di qualche dirigente o all’intervento occasionale di chi conosce personalmente il problema. Ed è quanto avviene anche nell’accessibilità digitale. Molte soluzioni tecniche esistono già, ma continuano a non essere applicate perché l’accessibilità viene considerata soltanto dopo che un sito, un’applicazione o un servizio sono stati progettati. Le persone con disabilità finiscono così per essere costrette a segnalare continuamente ciò che non funziona e a ottenere, quando va bene, un aiuto individuale. Qualcuno leggerà il documento, compilerà il modulo o effettuerà l’operazione bancaria al loro posto. Il servizio rimarrà però inaccessibile. Si tratta di una logica assistenziale che concede un aiuto, ma non garantisce autonomia. Chiediamo quindi a Haydée: Quanto è ancora forte questa impostazione?
«Molto. Ancora oggi l’accessibilità viene spesso affrontata come un problema individuale: c’è una persona che non riesce a fare qualcosa e allora qualcuno la aiuta. Ma questo non significa aver reso accessibile il servizio. La vera inclusione non consiste nell’aggiungere un accomodamento alla fine del percorso, ma nel progettare fin dall’inizio organizzazioni nelle quali il maggior numero possibile di persone possa partecipare».

Il problema, quindi, è soprattutto culturale?
«Sì. Le competenze tecniche spesso ci sono, così come ci sono le possibilità concrete di realizzare servizi accessibili. Quello che manca è l’abitudine a pensarci fin dall’inizio».

La tecnologia, nel frattempo, offre possibilità sempre più avanzate.
«È vero. L’intelligenza artificiale, i dispositivi indossabili e le tecnologie assistive possono migliorare notevolmente la vita delle persone con disabilità. Naturalmente tutto questo richiede competenze. L’intelligenza artificiale, per esempio, può rappresentare una straordinaria opportunità per l’autonomia delle persone con disabilità, ma solo se viene progettata e utilizzata in modo realmente accessibile e inclusivo».

E non bisogna nemmeno presentarli come soluzioni miracolose…
«Assolutamente no. Bisogna sempre valutare le aspettative, l’utilità concreta, l’accessibilità dello strumento e anche il suo costo».

Molti ausili, infatti, rimangono economicamente difficili da raggiungere.
«Pensiamo ai display Braille, alle carrozzine elettriche, ai dispositivi capaci di leggere un testo o descrivere l’ambiente. Possono essere molto utili, ma spesso costano migliaia di euro. Il contributo pubblico è importante, ma non sempre sufficiente a coprire strumenti realmente aggiornati e compatibili con le tecnologie di oggi».

Anche in questo caso, quindi, il rischio è che l’innovazione esista, ma non sia disponibile per tutti.
«Esatto. Il valore della tecnologia dipende dalla possibilità concreta di utilizzarla. Da questa prospettiva, l’accessibilità non è un costo aggiuntivo: è un criterio di qualità».

Sul piano generale, l’Italia ha comunque compiuto alcuni passi in avanti.
«Sì, certamente. Il Disability Management è più conosciuto rispetto al 2019, le amministrazioni sono maggiormente sollecitate a occuparsi di accessibilità e le aziende iniziano a comprendere che l’inserimento lavorativo non può esaurirsi nell’adempimento di un obbligo».

La strada, tuttavia, rimane lunga. Lo dimostra anche la riforma della disabilità, che Longo definisce senza esitazioni «una riforma con la R maiuscola».
Perché la consideri così importante?
«Perché cambia profondamente il modo di guardare alla persona con disabilità. Il passaggio dalla logica delle prestazioni a quella del Progetto di Vita rappresenta un cambiamento culturale ancor prima che normativo. È una riforma che, se attuata bene, può trasformare il rapporto tra persona, servizi e comunità».

Un cambiamento tanto ampio porta però con sé molte difficoltà.
«Naturalmente una trasformazione di questa portata comporta difficoltà organizzative. Le sperimentazioni stanno facendo emergere criticità organizzative importanti, che rappresentano una sfida fisiologica in un cambiamento di questa portata e che sarà necessario affrontare con gradualità e competenza».

Pensi che alcuni aspetti siano stati sottovalutati?
«Sì. Credo che sia stata sottovalutata soprattutto la dimensione lavorativa. Il lavoro non è soltanto uno degli àmbiti del Progetto di Vita: per moltissime persone rappresenta autonomia personale, identità, relazioni sociali e partecipazione alla comunità. Per questo ritengo che debba avere un ruolo molto più centrale nell’attuazione della riforma».

Anche il ruolo del disability manager non ha inizialmente ricevuto l’attenzione necessaria.
«Già durante il dibattito sulla Legge Delega 227/21 in materia di disabilità avevo sottolineato anche su Superando [“La Legge Delega in materia di disabilità e i disability manager”, N.d.R.] questo punto: una riforma fondata sul Progetto di Vita richiede figure capaci di collegare servizi sanitari e sociali, formazione, abitazione, mobilità, lavoro e partecipazione. Ed è proprio qui che il disability manager può dare il proprio contributo: non sostituendosi ai servizi, ma aiutandoli a dialogare tra loro e a costruire percorsi realmente personalizzati ed integrati».

Senza questo collegamento, il Progetto di Vita rischia di diventare un ulteriore documento amministrativo invece di uno strumento costruito insieme alla persona.
«Esatto, il Progetto di Vita rischia di diventare un insieme di interventi scollegati se manca qualcuno che aiuti i diversi soggetti a dialogare tra loro. La vera sfida è costruire connessioni: è esattamente questo il ruolo che immagino per il disability manager. In fondo, l’obiettivo non è costruire un buon Progetto di Vita sulla carta, ma è fare in modo che ogni persona possa vivere, lavorare, partecipare e scegliere il proprio percorso con il maggior grado possibile di autonomia».

Come immagini il Disability Management tra dieci anni?
«Mi piacerebbe che non fosse più percepito come una figura che interviene solo quando c’è un problema. Vorrei che diventasse una figura stabile nella governance delle organizzazioni, coinvolta nella progettazione delle città, dei servizi e dei processi fin dall’inizio. Quando l’inclusione entra nei processi decisionali, smette di essere un tema settoriale e diventa un criterio di qualità».

Qual è allora l’obiettivo più importante della FEDMAN?
«Far capire sempre di più che cosa può fare questa figura. Il disability manager non lavora soltanto sulla singola situazione, ma costruisce collegamenti, individua le barriere e aiuta l’organizzazione a cambiare. Come Presidente di FEDMAN, vorrei che la Federazione diventasse sempre più il punto di riferimento nazionale per la diffusione di questa cultura e per la crescita di una comunità di professionisti capaci di accompagnare concretamente il cambiamento, costruendo connessioni tra persone, organizzazioni e territori».
È forse questo uno degli elementi più significativi del percorso di Haydée Longo e del lavoro intrapreso dalla Federazione che oggi presiede: spostare il Disability Management dall’àmbito delle buone intenzioni a quello della responsabilità professionale. Perché l’inclusione lavorativa, l’accessibilità e la partecipazione non possono dipendere dalla fortuna di incontrare la persona sensibile al momento giusto. Devono diventare parte della struttura ordinaria delle Istituzioni, delle imprese e dei territori.

L'articolo Il disability manager come connettore tra persone, istituzioni e territori proviene da Superando.

Francesco Picucci, il “messaggero di giustizia” che ha abbattuto il muro del silenzio sulla Talidomide

28 Luglio 2026 - 5:10pm

Con una Sentenza passata in giudicato, la Corte d’Appello di Bologna ha sancito il trionfo della Costituzione contro mezzo secolo di oblio burocratico, riconoscendo il diritto inalienabile all’indennizzo per i danneggiati da Talidomide nati nel 1957. Ripercorriamo una pagina storica di “Diritto Vivente”, la cronaca di un’indagine solitaria, quella di Francesco Picucci, che ha scelto di farsi “sopravvissuto e messaggero di giustizia”, dopo uno dei più gravi disastri farmaceutici del nostro Paese che tanti danni provocò ad altrettante persone Francesco Picucci

Ci sono storie in cui il tempo non è una sequenza di giorni, ma una barriera burocratica eretta per nascondere i corpi. C’è un uomo, a Parma, che ha deciso di non accettare lo statuto passivo di “vittima” per farsi autentico “sopravvissuto e messaggero di giustizia”. Quell’uomo è Francesco Picucci.
Chi ha seguito su queste stesse pagine di Superando le tappe della sua instancabile battaglia – prima con la denuncia dei diritti negati e poi con l’urlo civile del Tutti devono sapere cosa fu esattamente la tragedia della talidomide – sa che la sua non è una vicenda personale, ma un’indagine scientifica e civile che ha ridefinito i confini della tutela della persona nel nostro Paese.
Oggi quella marcia civile ha raggiunto il suo traguardo definitivo. Con una storica Sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Bologna, passata ufficialmente in giudicato, la Magistratura ha sancito il trionfo della Costituzione sulla cecità dei Ministeri, riconoscendo il diritto inalienabile all’indennizzo per i danneggiati dal Talidomide nati nel 1957. Una vittoria totale, cristallina, che ha spento sul nascere le resistenze dello Stato, il quale non ha potuto fare altro che arrendersi all’evidenza dei fatti d’archivio, evitando a Francesco il ricorso al terzo grado di giudizio in Cassazione.

Prima dell’amministrazoione di sostegno digitale, è opportuno rivedere l’intera materia della tutela giuridica

28 Luglio 2026 - 4:24pm

«Riteniamo – scrive Simona Lancioni a proposito di un approfondimento sul tema “Estensione applicativa della figura dell’amministratore di sostegno nei contesti digitali” – che gli aspetti problematici relativi alle persone più esposte ai rischi del digitale sollevati in tale approfondimento siano fondati, e tuttavia, prima di estendere l’applicazione dell’amministrazione di sostegno ai contesti digitali, è auspicabile che il nostro Paese predisponga strumenti realmente adeguati a supportare le persone nelle decisioni, e non a sostituirsi ad esse»

Abbiamo letto con interesse l’approfondimento pubblicato dal Gruppo Solidarietà di Moie di Maiolati (Ancona), lo scorso 21 luglio, dal titolo Estensione applicativa della figura dell’amministratore di sostegno nei contesti digitali, a firma di Giada Diciollo, dottoressa in Giurisprudenza (il testo, ripreso dal sito Questione Giustizia, è fruibile a questo link).
L’approfondimento propone un excursus storico–giuridico degli istituti di tutela giuridica; un confronto tra quelli attualmente vigenti nel nostro ordinamento (amministrazione di sostegno, interdizione e inabilitazione); la descrizione dei doveri, dei poteri e dei compiti dell’amministratore di sostegno; un focus sui pronunciamenti giurisprudenziali riguardo ai cosiddetti “atti personalissimi”; un’illustrazione delle criticità riscontrate nel Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), che ha disciplinato la materia della protezione dei dati personali, il quale, pur contenendo specifiche previsioni per i soggetti considerati fragili (minori, persone anziane, persone con disabilità o in condizioni di vulnerabilità sociale), è valutato dall’Autrice come «insufficiente a garantire una tutela effettiva per le categorie più esposte ai rischi del digitale»; e ancora, si esplora l’ipotesi dell’introduzione della figura dell’amministrazione di sostegno digitale, nonché della definizione di un modello di tutela ibrido che preveda l’uso dell’intelligenza artificiale, quale «strumento ausiliario nelle mani dello stesso amministratore di sostegno umano, potenziandone le capacità di intervento senza sostituirsene».

Nel sito del Centro Informare un’h chi scrive si è soffermata spesso sulle criticità, gli abusi e le violenze commessi nell’applicazione dell’amministrazione di sostegno, ospitando riflessioni, analisi e testimonianze (i contributi in questione sono raccolti nella sezione tematica dedicata alla Tutela giuridica). Tutti aspetti che nel contributo di Diciollo non vengono affrontati.
In un passaggio dell’approfondimento è richiamata la Sentenza n. 18320 del 2012, con la quale la Corte di Cassazione «ha affermato la piena compatibilità dell’amministrazione di sostegno con i principi vincolanti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, incentrati sulla conservazione dell’autonomia del soggetto». Non sono invece menzionate le Osservazioni Conclusive al primo rapporto dell’Italia, prodotte dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità nel 2016 nelle quali, in merito all’applicazione dell’articolo 12 della Convenzione stessa (Uguale riconoscimento davanti alla legge), il Comitato ha espresso preoccupazione riguardo al fatto che nel nostro Paese «continui ad essere attuata la pratica della sostituzione nella presa di decisioni attraverso il meccanismo di sostegno amministrativo “Amministrazione di sostegno”» (punto 27), e ha raccomandato «di abrogare tutte le leggi che permettono la sostituzione nella presa di decisioni da parte dei tutori legali, compreso il meccanismo dell’amministratore di sostegno, e di emanare e attuare provvedimenti per il sostegno alla presa di decisioni, compresa la formazione dei professionisti che operano nei sistemi giudiziario, sanitario e sociale» (punto 28).

Riteniamo che gli aspetti problematici relativi alle persone più esposte ai rischi del digitale sollevati da Diciollo siano fondati, e tuttavia, poiché il Comitato ONU ha evidenziato come l’istituto dell’amministrazione di sostegno sia a tutt’oggi utilizzato per concretizzare un regime decisionale sostitutivo, possiamo convenire che prima di estendere l’applicazione dell’amministrazione di sostegno ai contesti digitali, è auspicabile che il nostro Paese predisponga strumenti realmente adeguati a supportare le persone nelle decisioni, e non a sostituirsi ad esse, come previsto dall’articolo 12 della Convenzione ONU. Sotto questo profilo va segnalato che con l’articolo 17 della Legge 167/25 è stata conferita al Governo una specifica delega per il riordino e la semplificazione degli strumenti di protezione giuridica, con l’obiettivo di costruire modelli di sostegno sempre più personalizzati e rispettosi della volontà della persona. A maggior ragione, dunque, è opportuno attendere che il Governo proceda in tal senso.

*Responsabile di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli. Il presente contributo di opinione è già apparso nel sito di Informare un’h e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Intelligenza artificiale: quanti e quali posti di lavoro resteranno disponibili per le persone con disabilità?

28 Luglio 2026 - 1:51pm

«È certamente giunta l’ora di interrogarsi – scrive Marino Bottà – su quali e quanti posti saranno disponibili per le persone con disabilità e quali verranno a breve soppressi, con il progressivo crescere dell’intelligenza artificiale. Si sta infatti profilando uno scenario di esclusione delle fragilità e di disoccupazione selettiva legata alle competenze e al potenziale di apprendimento e vi è il rischio reale di essere travolti dal cambiamento tecnologico e dagli umanoidi»

C’è chi sostiene che l’intelligenza artificiale creerà nuovi posti di lavoro, temo però che la gran parte di questi non saranno appannaggio delle persone con disabilità. C’è infatti il rischio evidente che l’intelligenza artificiale unita alla robotica avanzata, così come è stato per l’elettronica e l’informatica, penalizzino le persone con disabilità in cerca di lavoro, soprattutto per chi ha una difficoltà cognitiva e per chi ha una bassa scolarità (ossia oltre il 70% degli iscritti al Collocamento Disabili). Per queste persone è sempre stato possibile un inserimento lavorativo come addetti alla produzione in mansioni quali operaio, assemblatore, confezionatore ecc. Ma oggi molte di queste attività sono svolte dalle macchine automatiche, dai robot o delocalizzate e acquistate sul mercato globale, cosicché domani sarà ancora peggio. Nelle fabbriche di ieri era possibile inserire una persona con difficoltà alla pari di tutti gli altri lavoratori, mentre oggi la tecnologia ha ridotto ampiamente le possibilità di inserimento, come è dimostrato anche dalle difficoltà che le aziende incontrano nell’esternalizzare commesse di lavoro alle Cooperative Sociali di tipo B, per delegare a loro le assunzioni, come previsto dalle convenzioni di cui al Decreto Legislativo 276/03.

Ora, quindi, le imprese, grazie all’intelligenza artificiale e ai robot umanoidi, potranno scaricare le nuove contraddizioni sulla società e quindi sullo Stato che dovrà affrontare una massa crescente di persone escluse dal mercato del lavoro, un problema, questo, che difficilmente potrà essere gestito ricorrendo a politiche assistenziali già oggi economicamente insostenibili.
Qualcuno sostiene la necessità di una radicale riforma del sistema formativo: giusto, ma non illudiamoci, questo servirà solo a coloro che hanno un potenziale di apprendimento per diventare un tecnico o un esperto; e per gli altri? Nei prossimi due anni il volume occupazionale prevede oltre 20.000 figure ad alta specializzazione negli àmbiti aerospaziale, aeronautico, difesa e nel campo dell’ingegneria strutturale e meccanica. Il colosso mondiale Bosch punta su Milano per la progettazione del cervello degli umanoidi, ed entro il 2030 si avrà un mercato di 20 miliardi di euro. Quanti lavoratori con disabilità troveranno una collocazione in questo mercato?
Oltre al personale tecnico, poi, si cercano esperti di gestione, organizzazione e coordinamento. Le imprese di riparazione e manutenzione avranno un ampio sviluppo orizzontale quantitativo e verticale qualificativo. Ecco dunque le nuove professioni e i nuovi posti di lavoro, riservati a tecnici e super esperti. Infinitamente pochi rispetto a quelli che verranno soppressi dal connubio fra robotica e intelligenza artificiale. E non si pensi nemmeno che questo riguarderà il futuro! L’Italia è attualmente al quattordicesimo posto al mondo per numero di umanoidi inseriti nel sistema produttivo (100.000 unità già operative) e settimi per valore di investimenti. Un umanoide costa circa 150.000 dollari, nel 2027 il costo scenderà a 30.000 dollari, più o meno, insomma, il “costo di un operaio”. Le ditte che li hanno introdotti dicono che i vantaggi sono innegabili. Innanzitutto, questa tecnologia consente di arginare la carenza di manodopera. Inoltre, sono di facile impiego, non richiedono impianti particolari o modifiche degli ambienti di lavoro, sono attivi per 24 ore, possono essere utilizzati per compiti di scarso valore e formati facilmente per affrontarne di nuovi. Qualcuno, inoltre, aggiunge sornionamente che non si ammalano e non creano problemi. A breve disporremo tra l’altro di umanoidi in grado di apprendere autonomamente dall’ambiente operativo e quindi di auto-formarsi, aggiornarsi e formare i nuovi arrivati (“apprendisti umanoidi”).
Non è fantascienza è quanto sta già accadendo, è una realtà con cui cominciare a fare i conti, non solo per tutelare le persone con disabilità, ma per salvaguardare l’intera umanità. Questa, infatti, è una tecnologia che non aiuta l’uomo-lavoratore, come è avvenuto da sempre, ma lo sostituisce!
E altri esempi potrei portare, per mostrare come sia già pienamente attivo l’impatto occupazionale dell’intelligenza artificiale: è già allarme nazionale, per dirne solo una, la crisi del settore che si occupa di call center, che vedrà, entro la fine di quest’anno, 15.000 persone perdere il posto di lavoro sui 35.000 occupati. Ovvero più di un terzo della forza lavoro impegnata!

Un altro aspetto da non sottovalutare è quello relativo alla riduzione della quota di riserva che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, sta già letteralmente falciando posti di lavoro, riducendo quantitativamente anche quelli riservati alle persone con disabilità. Le banche, le assicurazioni e le società finanziarie, particolarmente sensibili al profitto, si sono immediatamente messe all’opera per ridurre i costi del personale e quindi della relativa quota di riserva.
La realtà già attualmente non è affatto rassicurante per gli iscritti al Collocamento Disabili, soprattutto per le persone con disabilità intellettiva, come rappresentato da una recente indagine condotta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), di cui si è potuto leggere anche su queste pagine: infatti, l’86,2% degli intervistati è considerato idoneo a svolgere un’attività lavorativa, ma solo il 10,9% riesce effettivamente ad accedere al lavoro come tirocinante o come dipendente, e un 10% di questi è impiegato come socio lavoratore nelle Cooperative Sociali; gli inserimenti, inoltre, si caratterizzano per l’elevata frammentarietà e instabilità.
Dati emblematici che evidenziano l’inefficacia dei canali istituzionali (solo il 10,9% degli intervistati ha trovato lavoro attraverso i Centri per l’Impiego “Collocamento Mirato”-Legge 68/99) e la mancanza di servizi di intermediazione efficaci.
In merito poi alle nuove tecnologie, il 68% degli intervistati teme un rischio di maggiore isolamento, perdendo la dimensione relazionale offerta dal lavoro. Del resto, le persone più vulnerabili sono da sempre fra le più esposte ai rischi di esclusione dai processi produttivi.

Come già accennato in precedenza, molte delle mansioni che storicamente hanno rappresentato occasioni di inserimento lavorativo, ossia attività semplici, ripetitive, strutturate, sono proprio quelle destinate ad essere totalmente automatizzate. Il confezionamento, l’assemblaggio, le attività esecutive di magazzino e i servizi di front office, sono attività che la robotica e i software intelligenti stanno progressivamente sostituendo all’attività umana. Infatti, l’intelligenza artificiale garantisce velocità, adattabilità cognitiva, competenze digitali, elevata autonomia e apprendimento continuo illimitato. Caratteristiche che rischiano di aumentare il divario rispetto a molte persone.
Non è quindi giunta l’ora di interrogarsi su quali e quanti posti saranno disponibili per le persone con disabilità e quali verranno a breve soppressi? Purtroppo, si sta profilando uno scenario di esclusione delle fragilità e di disoccupazione selettiva legata alle competenze e al potenziale di apprendimento. Serve quindi lo sviluppo di economie inclusive e politiche attive adeguate, ma purtroppo il dibattito è in ritardo anche su questo fronte, rischiando così di essere travolti dal cambiamento tecnologico e dagli umanoidi.
Personalmente non sono contrario alle innovazioni tecnologiche, anzi, ma quando queste sono al servizio dell’uomo per aiutarlo e migliorare la qualità di vita, non quando sono al servizio del potere economico e finanziario, per indirizzarlo, condizionarlo, plagiarlo e sottometterlo.
Solo una comunità viva, un welfare di prossimità e il ritorno al concetto di solidarietà, di collettività, di essere umano, potranno resistere alla corrente che ci sta portando rapidamente al post umano e alla “nuova emarginazione” (new marginalization) per chi non è al passo con la nuova velocità sociale.

*Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco, oggi presidente dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro) (marino.botta@andelagenzia.it).

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Compiti reali e riconoscibili per le persone con disabilità, durante quei concerti a Potenza

28 Luglio 2026 - 12:54pm

Nell’àmbito del progetto di inclusione attiva “Il Suono del Bene”, la Fondazione Accademia Ducale-Centro Studi Musicali di Pietragalla (Potenza) promuoverà a partire dal 22 agosto cinque concerti della propria Stagione Artistica 2026, presso il Teatro Francesco Stabile di Potenza, durante i quali alcune persone con disabilità collaboreranno concretamente all’accoglienza del pubblico, alle attività di maschera, al supporto alla biglietteria e all’orientamento degli spettatori

La Fondazione Accademia Ducale-Centro Studi Musicali di Pietragalla (Potenza), che promuove la cultura musicale attraverso ricerca, formazione e produzione artistica, darà vita nei prossimi mesi al progetto di inclusione attiva denominato Il Suono del Bene, durante il quale cinque concerti della Stagione Artistica 2026 vedranno alcune persone con disabilità collaborare concretamente all’accoglienza del pubblico, alle attività di maschera, al supporto alla biglietteria e all’orientamento degli spettatori.
«L’iniziativa – spiegano dalla Fondazione – nasce per superare una logica meramente assistenziale: i partecipanti assumeranno infatti compiti reali e riconoscibili, diventando parte dell’organizzazione culturale e della vita pubblica del teatro».
Questo, dunque, il calendario dei concerti in programma presso il Teatro Francesco Stabile di Potenza: 22 agosto: Architetture interiori; 20 settembre: Filigrane sonore; 8 ottobre: Paesaggi in camera; 14 novembre: Notturni e trasparenze; 8 dicembre: Impulso e sublime. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: acc.ducale@gmail.com.

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Caro Ultimo, perché non potrò vivere la stessa emozione che vivranno gli altri spettatori del tuo concerto?

28 Luglio 2026 - 12:19pm

«Caro Ultimo – scrive Patrizia Gariffo – sono una giornalista e una persona con disabilità che vorrebbe assistere a un tuo concerto senza che questo diventasse una corsa a ostacoli, trasformando la gioia in frustrazione. A Messina, nel tuo concerto del prossimo anno, i posti dedicati agli spettatori con disabilità saranno 25 su circa 40.000 perché esiste una sola tribuna accessibile. So bene che tu non progetti gli stadi e non costruisci le tribune, ma so anche che un artista della tua forza può chiedere agli organizzatori: davvero non esiste un modo migliore?» Alla vigilia del recente concerto di Roma Tor Vergata, il cantante Ultimo ha aperto le aperto le prove generali a 1.500 persone con disabilità e ai loro accompagnatori

Caro Ultimo, questa non è solo la lettera di una fan, ma di una giornalista e persona con disabilità che, come migliaia di altre, vorrebbe poter assistere a un tuo concerto senza che la realizzazione di questo desiderio diventasse una corsa a ostacoli, trasformando la gioia in frustrazione.
Qualche giorno fa hai fatto una cosa che mi ha colpita: hai aperto le prove generali del concerto di Tor Vergata a 1.500 persone con disabilità e ai loro accompagnatori, promettendo che quella non sarebbe stata «solo una prima volta, ma la prima di molte altre». Non era un gesto dovuto. È stata una scelta. E le scelte raccontano le persone più delle parole.
Come quella di chiamarti Ultimo e di dare voce a chi spesso si sente ai margini, a chi cerca il proprio posto nel mondo senza smettere di credere nei propri sogni. Tante tue canzoni raccontano questo. Da Il ballo delle incertezze a Ti dedico il silenzio parlano proprio di fragilità, di incomprensioni, del bisogno di essere ascoltati. È anche per questo che penso tu possa capire quello che potrebbe accadere ancora una volta a Messina. Tra meno di un anno sarai allo Stadio “Franco Scoglio” e, aperte le prenotazioni dei biglietti, per le persone con disabilità, è iniziata una corsa diversa da quella di tutti gli altri.
Prima bisogna riuscire a capire come prenotare, districandosi tra FAQ, rimandi ai siti degli organizzatori e procedure che spesso cambiano da concerto a concerto. Poi bisogna sperare di rientrare nei pochissimi posti disponibili. Dopo essermi attivata subito per prenotare un biglietto e aver mandato e-mail e messaggi sui social, finalmente mi è stato comunicato che la mia prenotazione è stata accettata, ma non per il 28 giugno, già sold out, ma per il 29 quando non potrò andare e, quindi, dovrò rinunciare.

A Messina, i posti dedicati agli spettatori con disabilità sono soltanto 25 su circa 40.000 complessivi. Il motivo è sempre lo stesso: esiste una sola tribuna accessibile e, di conseguenza, quella diventa l’unica possibilità per chi si muove in carrozzina. Ho sentito il bisogno di rivolgermi direttamente a te, perché manca ancora un anno al concerto e c’è tutto il tempo per immaginare una soluzione diversa.
Ti chiedo una cosa semplice: perché una persona con disabilità, quando compra un biglietto per il concerto dell’artista preferito, non può prenotare come tutti gli altri e deve accettare che qualcun altro scelga dove deve stare? Perché non può decidere se stare più vicino o più lontano dal palco, se assistere allo spettacolo con gli amici o con la propria famiglia, come fanno tutti gli altri spettatori?
Negli Stati Uniti questa domanda se la sono posta e hanno risposto attuando le ADA Standards, che regolano l’accessibilità degli impianti sportivi e dei luoghi di spettacolo, stabiliscono che i posti per le persone in carrozzina debbano essere distribuiti in diversi settori dello stadio, garantire una visuale equivalente a quella degli altri spettatori anche quando il pubblico è in piedi e offrire una reale possibilità di scelta. È ciò che accade anche in altri Paesi, dove impianti come il Wembley Stadium in Inghilterra o il Melbourne Cricket Ground in Australia hanno postazioni accessibili distribuite in più aree e non concentrate in un unico settore. E tutto questo non inficia in alcun modo la sicurezza degli spettatori.
In Italia, invece, continuiamo a considerare normale che una persona con disabilità possa assistere a un concerto soltanto dal posto che qualcun altro ha deciso per lei. Spesso lontano dal palco, separata dagli amici, con una visuale diversa e senza alcuna possibilità di scelta. In nome di una sicurezza non sempre comprensibile.
So bene che tu non progetti gli stadi e non costruisci le tribune. Ma so anche che un artista della tua forza può fare una domanda agli organizzatori che nessun altro può fare: davvero non esiste un modo migliore? Prendendo come riferimento ciò che accade all’estero, magari.
A Roma Tor Vergata hai dimostrato che l’accessibilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale. Hai scelto di dedicare un momento speciale a persone che troppo spesso vengono considerate un problema organizzativo anziché spettatori come tutti gli altri. Hai dimostrato che, quando c’è la volontà, si possono trovare soluzioni nuove. Vorrei che quello stesso spirito arrivasse anche a Messina e non solo. Questa non è la richiesta di un privilegio ma di poter vivere la stessa emozione che vivranno gli altri spettatori. E sarebbe bello se il cantante che ha scelto di chiamarsi Ultimo ricordasse ancora una volta che gli ultimi non chiedono di passare davanti agli altri. Chiedono semplicemente di poter stare insieme agli altri. Grazie.

*La presente Lettera Aperta è già apparsa in «la Repubblica – Palermo» e viene qui ripresa, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Per restituire alle persone i diritti, ma anche la dignità: il libro “Disabilità e discriminazione”

28 Luglio 2026 - 11:48am

«Nel parlare del libro “Disabilità e discriminazione” di Alberto Fontana e Laura Abet – scrive Salvatore Nocera – mi piace concludere così come i suoi autori: «“Nel lavoro del Centro Antidiscriminazione  abbiamo assistito a diritti negati non per mancanza di norme, ma per assenza di volontà, di competenze, di sensibilità istituzionale. Proprio per questo, ogni volta che abbiamo intrapreso un’azione, lo abbiamo fatto per restituire alla persona non solo un diritto, ma anche la dignità che quel diritto rappresenta”» “Restituzione della dignità”

È stato pubblicato qualche mese fa dall’editore La Vita Felice di Milano il libro Disabilità e discriminazione, a firma di Alberto Fontana e Laura Abet [se ne legga anche la nostra presentazione a questo link, N.d.R.]. Il titolo può trarre in inganno, facendo pensare a una rassegna giurisprudenziale, ma, guardando il sottotitolo, Conoscere, Riconoscere e Agire, si intuisce che oltre alla rassegna – pure molto importante – ci sia assai di più. E infatti, come evidenzia nella prefazione Giuseppe Guzzetti, già presidente della Regione Lombardia, senatore della Repubblica, presidente della Fondazione Cariplo e, da ultimo, presidente dell’ACRI (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio), «Il cuore del libro è qui: i diritti non sono un elenco astratto, ma possibilità concrete di partecipare alla vita della società» (pagina 7). E non poteva essere diversamente, dal momento che gli autori sono persone impegnate a fondo nell’inclusione delle persone con disabilità.
Alberto Fontana è già stato a lungo presidente nazionale della UILDM (Unione Italiana per la Lotta alla Distrofia Muscolare), e l’avvocata Laura Abet è la responsabile e la forza propulsiva del Centro Antidiscriminazione della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH -Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie). Lo stesso Centro Antidiscriminazione è intitolato a Franco Bomprezzi, grande giornalista con disabilità purtroppo prematuramente scomparso, che scrisse a suo tempo il Decalogo della buona informazione sulla disabilità, molto utilizzato nel mondo giornalistico.

Il libro esce dopo il 10° anno di fondazione del citato Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi e la presenza di tanti nomi illustri intorno ad esso dà il senso della sua importanza; ne suggerisco quindi senz’altro la lettura, oltre che alle famiglie, anche ai docenti, agli operatori scolastici, e ai colleghi avvocati. Esso, infatti, dapprima presenta il perché della necessità di conoscere la normativa antidiscriminatoria nei confronti delle persone con disabilità, e cita in proposito la “teoria della capacità” di Amartya Sen, economista e filosofo indiano, «che sostiene l’importanza di valutare le condizioni di vita delle persone non solo in termini economici, ma anche in base alle “capacità” intese come le opportunità concrete che la società offre e le possibilità concrete di scegliere tra diverse vite possibili e quindi di realizzare il proprio potenziale e di vivere una vita degna e significativa” (pagina 19).
Vengono quindi esposte in modo piano e comprensibile, specie alle famiglie che non siano molto esperte in campo legale, le principali tematiche affrontate dal Centro Antidiscriminazione della LEDHA, precedute dalla sintesi della relativa normativa, con particolare evidenza data alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009, focalizzandosi su alcuni temi esemplari: l’accessibilità, l’inclusione scolastica, la vita indipendente e l’inclusione sociale in Lombardia, la discriminazione intersezionale e il lavoro.
In dieci anni, il Centro Antidiscriminazione ha affrontato quasi 10.000 interventi, comprensivi di consulenze specialistiche, assistenza stragiudiziale, e pochi interventi giudiziali. In ogni capitolo concernente ciascuno degli argomenti sopra indicati, viene esposta con semplicità la normativa di riferimento e, quindi, si narrano alcune esperienze risolte con Sentenze favorevoli ottenute dallo stesso Centro Antidiscriminazione.
Giustamente si osserva che l’accessibilità è il diritto fondamentale per l’esercizio di tutti gli altri diritti, e che essa non riguarda solo quella fisica, ma anche quella digitale e tecnologica: siti web, applicazioni, dispositivi e servizi online hanno oggi un ruolo sempre più pervasivo nella vita quotidiana e devono essere progettati secondo i princìpi dell’Universal Design, così da risultare fruibili da tutte le persone, comprese quelle con disabilità, senza bisogno di adattamenti successivi.

Passando alla scuola, il Centro è stato quello che più di tutti ha utilizzato la Legge antidiscriminatoria n. 67 del 2006, che normalmente costituisce da sola circa un terzo del lavoro complessivo svolto.
Quanto all’assistenza, la LEDHA prima e il Centro Antidiscriminazione poi, sono riusciti ormai a consolidare la giurisprudenza sul principio che nella contribuzione delle persone con disabilità alle spese per la fruizione dei servizi sociali si debba tenere in considerazione non l’ISEE familiare, come di solito avveniva (ovviamente più elevato e quindi escludente dai benefìci la persona con disabilità), ma esclusivamente quello della sola persona con disabilità, come soggetto autonomo.
E ancora, rispetto alla vita indipendente, la LEDHA, con la consulenza del proprio Centro Antidiscriminazione, è riuscita a formulare e a fare approvare dal Consiglio Regionale della Lombardia la Legge Regionale 25/22, che ha anticipato di due anni il Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, rivelandosi per taluni aspetti più puntuale di quest’ultimo.

Una parte veramente significativa del libro per la sua novità è quella concernente l’uso della lente della discriminazione intersezionale, in particolare delle donne con disabilità, che è frutto anche di una forte sensibilità maturata in seno alla LEDHA e alle Associazioni ad essa aderenti, al punto che si è costituito in seno alla Federazione il Gruppo LEDHA Donne. Il Centro Antidiscriminazione ha realizzato tra l’altro il progetto Artemisia, intitolato alla famosa pittrice Artemisia Gentileschi che, violentata da un collega del padre, invece di soccombere, reagì, divenendo una delle più famose artiste del Seicento. Come Artemisia, molte donne con disabilità sono esposte a un rischio di violenza più elevato e, al tempo stesso, incontrano ostacoli specifici nell’accedere alla protezione: i Centri Antiviolenza chiamati ad accoglierle sono infatti ancora troppo spesso fisicamente inaccessibili. Per questo l’attenzione del Centro Antidiscriminazione della LEDHA si è rivolta in primo luogo a garantire l’accessibilità fisica degli stessi Centri Antiviolenza – condizione preliminare perché una donna con disabilità possa varcarne la soglia – e, quindi, al sostegno di alcuni casi per fare uscire le donne dalla condizione di oppressione ed emarginazione in cui vivevano.

Nel campo della discriminazione nel mondo del lavoro, il Centro Antidiscriminazione ha realizzato, tra i primi in Italia, alcuni significativi punti fermi in campo giudiziario. Si dà atto, ad esempio, di un processo per una diffamazione online subita da un’avvocata presa di mira nell’esercizio delle sue funzioni da taluni a causa della sua “acondroplasia” (bassa statura). Il Centro si è costituito parte civile nel processo penale, riuscendo ad ottenere non solo la condanna dei diffamatori a una pena di dodici mesi di reclusione, superiore di un terzo a quanto richiesto dal Pubblico Ministero, ma ottenendo addirittura, oltre al risarcimento del danno all’interessata, anche un risarcimento in proprio, in quanto Associazione che tutela i diritti delle persone con disabilità.
Ha ottenuto anche, tra i primi in Italia, il riconoscimento che il congedo retribuito di due anni spettante ai genitori di una persona con disabilità sia un diritto riconosciuto anche per un secondo figlio, se questi si trova in condizione di disabilità. Su questi orientamenti, poi, la giurisprudenza, addirittura quella della Corte Costituzionale, ha ulteriormente allargato i princìpi, consentendolo anche ai figli, e ai parenti entro il terzo grado, che assistono persone con disabilità.

Come si vede, questo libro, in appena 116 pagine, condensa il frutto di un lavoro molto significativo svolto nella Regione Lombardia dalla LEDHA tramite il proprio Centro Antidiscriminazione, che è diventato ormai un punto valido di riferimento, tanto che dal 2023 annualmente collabora alla redazione di un rapporto annuale sulle Sentenze che in Italia riguardano le persone con disabilità, curato dall’Osservatorio Giuridico Permanente Human Hall dell’Università degli Studi di Milano, coordinato dal professor Giuseppe Arconzo.
Per tutto ciò mi piace concludere con le stesse parole delle conclusioni degli autori del libro: «Nel lavoro del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi, abbiamo visto quotidianamente ogni sorta di discriminazione. Abbiamo assistito a diritti negati non per mancanza di norme, ma per assenza di volontà, di competenze, di sensibilità istituzionale. Proprio per questo, ogni volta che abbiamo intrapreso un’azione – legale, culturale o di mediazione – lo abbiamo fatto per restituire alla persona non solo un diritto, ma anche la dignità che quel diritto rappresenta» (pagina 115).

*Il presente contributo è già apparsa in «La Tecnica della Scuola» e viene qui ripreso, con diverso titolo e una serie di modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.

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Turismo scolastico e didattica: più attenzione all’inclusione nei criteri di scelta

27 Luglio 2026 - 6:29pm

«L’inclusione entra sempre più concretamente nei processi decisionali. Docenti e dirigenti valutano infatti la disponibilità di attività adattabili agli studenti BES (Bisogni Educativi Speciali) o con disabilità, prestando attenzione anche all’accessibilità sensoriale, linguistica e alimentare»: lo si legge nell’“Indagine sulle scelte dei docenti per il turismo scolastico e la didattica”, promossa da Didatour-Il viaggio nella didattica, in collaborazione con il Centro Studi del’Agenzia La Fabbrica

«L’inclusione entra sempre più concretamente nei processi decisionali. Docenti e dirigenti valutano infatti la disponibilità di attività adattabili agli studenti BES (Bisogni Educativi Speciali) o con disabilità, prestando attenzione anche all’accessibilità sensoriale, linguistica e alimentare. La possibilità di coinvolgere l’intero gruppo classe diventa così un requisito essenziale nelle valutazioni delle scuole»: è quanto si legge nel testo di presentazione dell’Indagine sulle scelte dei docenti per il turismo scolastico e la didattica, promossa dal sito Didatour-Il viaggio nella didattica, in collaborazione con il Centro Studi del’Agenzia La Fabbrica.
«I dati emersi dall’indagine – si legge ancora – testimoniano la crescente diffusione di queste attività, a fronte, però, di una maggiore selettività nel modo in cui vengono progettate». (S.B.)

A questo link è disponibile il testo completo del comunicato di presentazione dell’Indagine sulle scelte dei docenti per il turismo scolastico e la didattica. Per ulteriori informazioni: f.gori@pinkommunication.it (Francesca Gori).

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Per una normativa inclusiva che riconosca il valore dei caregiver conviventi e non conviventi

27 Luglio 2026 - 6:08pm

«I dati dell’ISTAT sui caregiver – scrive Loredana Ligabue – confermano l’importanza sociale ed economica del lavoro di cura familiare/informale e invitano anche il Legislatore a costruire una normativa inclusiva, capace di riconoscere il valore dei caregiver conviventi e non conviventi e di investire sullo sviluppo di servizi e comunità di supporto. Solo così, infatti, sarà possibile rispondere ai bisogni reali delle famiglie e affrontare le sfide poste dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento della non autosufficienza»

I recenti dati ISTAT sul caregiving familiare [Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà – Anno 2024, pubblicato il 21 luglio 2026, si veda la sintesi in calce, N.d.R.] restituiscono con chiarezza la fotografia di un Paese che si regge, ogni giorno, sul lavoro silenzioso di 12,3 milioni (24,9%) persone che prestano assistenza a familiari e persone amiche a favore di persone anziane, non autosufficienti o con disabilità. Una realtà che rende ancora più urgente il percorso di definizione di una normativa nazionale sul riconoscimento e il sostegno dei caregiver familiari.

In considerazione del dibattito parlamentare sul Disegno di Legge presentato dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli per disciplinare la materia del caregiving [Atto Camera n. 2789, disponibile a questo link, N.d.R.], i dati della ricerca confermano con forza un elemento che non può essere sottovalutato: il caregiving oggi non coincide con la sola figura del caregiver convivente. La cura è sempre più spesso esercitata attraverso reti relazionali articolate, nelle quali convivono caregiver conviventi e non conviventi, figure amicali e di vicinato che condividono responsabilità, tempi, competenze e carichi assistenziali.
Limitare il sistema delle tutele ai soli caregiver conviventi rischierebbe di non intercettare una quota significativa di persone che garantiscono quotidianamente accompagnamento, gestione sanitaria, supporto amministrativo, coordinamento dei servizi e presenza affettiva, pur non vivendo sotto lo stesso tetto della persona assistita.
I dati confermano infatti come il lavoro di cura sia distribuito all’interno di famiglie sempre più frammentate geograficamente e caratterizzate da una crescente complessità organizzativa che si avvale di molteplici forme di aiuto informale. Per questo motivo, una riforma moderna del caregiving deve riconoscere la pluralità delle forme di assistenza e valorizzare il contributo di tutti coloro che partecipano in maniera continuativa e significativa al progetto di cura.

Occorre pertanto affiancare alle misure di riconoscimento individuale un investimento strutturale sui servizi territoriali. Il sostegno economico, pur importante, non è sufficiente, se non viene accompagnato da interventi capaci di alleggerire concretamente il carico assistenziale delle famiglie.
Servono servizi di sollievo accessibili, supporto psicologico, formazione, orientamento, strumenti di conciliazione tra lavoro e cura e percorsi di presa in carico integrata che mettano realmente al centro il nucleo familiare. Parallelamente è necessario promuovere la costruzione e il consolidamento di reti di caregiving, favorendo il coordinamento tra familiari, persone amiche, servizi sociali, servizi sanitari, Terzo Settore e comunità locali.

La vera innovazione non consiste nel riconoscere una singola figura, ma nel sostenere l’ecosistema della cura che si sviluppa attorno alla persona in situazione di fragilità. Il futuro delle politiche sul caregiving passa dalla capacità di rafforzare queste reti, renderle visibili e accompagnarle con strumenti adeguati.
I dati ISTAT rappresentano quindi non soltanto una conferma dell’importanza sociale ed economica del lavoro di cura familiare/informale, ma anche un invito al Legislatore a costruire una normativa inclusiva, capace di riconoscere il valore dei caregiver conviventi e non conviventi e di investire sullo sviluppo di servizi e comunità di supporto. Solo così, infatti, sarà possibile rispondere ai bisogni reali delle famiglie e affrontare le sfide poste dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento della non autosufficienza.
La sfida non è individuare chi cura di più, ma garantire appropriatezza e sostenibilità della cura, nella consapevolezza che la cura non è un atto individuale ma una responsabilità condivisa.

*Segretaria di CARER ETS (Associazione Caregiver Familiari).

Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione. L’Italia che aiuta (2024)
° 12 milioni e 300.000 (24,9%): è il numero dei caregiver che prestano cura a persone coabitanti con problemi di salute o a persone non coabitanti; di questi i coabitanti sono 4 milioni e 400.000 persone.

° 36,2%: più di un adulto su tre presta assistenza gratuita a persone non coabitanti.
° Il 31,9% dei caregiver dedica alla cura almeno 20 ore.
° Le donne e i giovani sono i più attivi nelle reti di solidarietà: le donne che hanno dato almeno un aiuto informale sono il 38,2% contro il 34% degli uomini; tra i 55 e i 64 anni le donne raggiungono addirittura il 46,3% (contro il 33,8% degli uomini). Al crescere dell’età diminuisce la quota di persone che prestano aiuto: si passa dal 44,9% tra coloro che hanno meno di 25 anni al 20,3% tra gli anziani di 75 anni e più.
° Il caregiving è in crescita costante: la quota di chi presta aiuto è salita dal 22,8% del 1998 al 32,4% nel 2024.
° Compagnia e supporto digitale in cima: prevalgono l’ospitalità e l’accompagnamento (29,8%), seguiti dal nuovo supporto tecnologico (23,8%).
° Protezione speciale per gli anziani soli: il 43,3% delle persone con oltre 75 anni che vivono sole riceve aiuti informali.
° Un italiano su quattro è caregiver: il 24,9% della popolazione adulta si occupa regolarmente di cure per coabitanti o terzi.
(Fonte: ISTAT, Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà – Anno 2024)

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“Disabilità. Una questione metafisica”: quando ad accogliere l’Altro è il Femminile

27 Luglio 2026 - 5:26pm

«“Disabilità. Una questione metafisica” di Paolo Dai Prà – scrive Filippo Visentin – non è una lettura per chi cerca risposte immediate o strumenti operativi. È un libro filosoficamente esigente, che richiede pazienza, ma che può offrire, a chi lavora nel campo della disabilità o semplicemente a chi vuole ripensarne le categorie, uno sguardo oltre l’ovvio: quello di Arianna, che non ha paura di entrare nel Labirinto dell’Altro perché sa che è lì, e non altrove, che si gioca la possibilità dell’incontro»

Prima di addentrarsi nelle pagine del libro di cui parleremo, il Lettore e la Lettrice farebbero bene a lasciare a casa alcune aspettative. Chi cercasse uno sguardo vicino ai Disability Studies, o una sorta di “cassetta degli attrezzi” con soluzioni pratiche da applicare subito, non la troverà: Dai Prà scrive infatti un’opera di filosofia teoretica, esigente e a tratti ostica, che prova a pensare la disabilità non come questione sociale o clinica, ma come questione metafisica – cioè come domanda sull’essere stesso della persona.
C’è un modo di parlare di disabilità che passa per le leggi, i diritti, le barriere architettoniche, i servizi. Ed è un modo necessario. Ma c’è anche un modo più radicale, che si chiede non che cosa fare per la persona con disabilità, ma chi è quella persona per il pensiero occidentale, per la filosofia, per il mito e per la fede. Ed è questa la strada scelta da Paolo Dai Prà in Disabilità. Una questione metafisica, appena pubblicato dall’editore il Prato nella collana “I Cento Talleri”, con postfazione del filosofo Paolo Calabrò.

Il libro non è un manuale né un pamphlet: è un saggio filosofico che intreccia fenomenologia, teologia e letteratura, e che si legge come un lungo esercizio di attenzione. Il bersaglio polemico è quello che l’autore chiama “indifferenza”: l’insensibilità verso tutto ciò che eccede la norma, il riflesso automatico che porta a “spiegare” la persona con disabilità – diagnosticarla, classificarla, etichettarla – invece di comprenderla davvero.
Non è un caso che il libro prenda le mosse da un terreno molto concreto: la scuola e l’inclusione. Dai Prà richiama due passaggi della storia italiana recente – la Legge 180 del 1978, che chiuse i manicomi lasciando però, secondo una lettura critica ripresa dall’autore, «i matti abbandonati nelle strade» al posto dei matti abbandonati nei manicomi, e il Decreto Legislativo 66/17 sull’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, dopo il quale il problema non è più rivendicare la loro semplice presenza in classe, ma rendere quella presenza davvero significativa per tutti. Da qui l’autore fa emergere un’antinomia pedagogica scomoda ma onesta: senza modelli praticabili di apprendimento differenziato, la scuola finisce per oscillare tra l’allontanare gli alunni “diversi” e il tenerli dentro la classe abbassando però il livello per tutti. È un’osservazione che gli permette di introdurre il vero bersaglio polemico del libro: il sospetto che “includere” possa risolversi in un mero “imporre-dentro”, cioè nel far rientrare a forza la persona con disabilità entro il mondo dei “normali”, anziché costruire le condizioni perché quel mondo sappia davvero accoglierla nei suoi propri modi di essere. È da questa insoddisfazione – il rifiuto tanto dell’indifferenza quanto di un’inclusione soltanto di facciata – che nasce l’esigenza, per Dai Prà, di rifondare la questione su basi più profonde: quelle della fenomenologia.

Prima ancora di addentrarsi nell’argomentazione vera e propria, però, il libro sceglie di accompagnare il Lettore con un’immagine quasi contemplativa: quella dei pomodori verdi rimasti attaccati alla pianta sul terrazzo mentre l’autunno avanza, frutti che si vorrebbero veder maturare secondo tempi e colori prevedibili, e che invece, non riuscendo a farlo, finiscono spesso per essere sradicati e gettati via. È la stessa sorte, suggerisce l’autore, di ogni vita che eccede la norma: non un frutto mancato, ma un frutto che chiede di essere colto per ciò che è realmente, non per ciò che “dovrebbe” diventare.
A questa immagine l’autore affianca due citazioni della poetessa Wisława Szymborska sul rischio di attraversare l’esistenza distrattamente, «come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro», senza stupirsi di nulla; e proprio qui, in apertura, prende posizione anche sul senso stesso del suo fare filosofia, richiamando un’annotazione giovanile del filosofo Søren Kierkegaard: a poco servirebbe scoprire una “verità oggettiva” e padroneggiare i sistemi dei filosofi, se questa verità restasse fredda, nuda, indifferente. La filosofia che interessa a Dai Prà non è quella dei sistemi, ma quella capace di toccare la verità esistenziale della cura e dell’amore – ed è precisamente questa filosofia, non una teoria astratta, ciò che il libro promette fin dalle sue prime pagine.

Per raccontare dunque questo scarto tra spiegare e comprendere, Dai Prà si affida a un’immagine antica: quella del Minotauro rinchiuso nel Labirinto. Il mostro-uomo, «formato a metà», diventa il simbolo di ogni persona la cui alterità viene percepita come minaccia e per questo va nascosta, contenuta, resa invisibile.
L’autore lo affianca a un’altra figura di reclusione ed esclusione, il Quasimodo di Victor Hugo, la cui cattedrale-carcere «gli si era plasmata addosso» come un guscio, e al Minotauro di Borges: quello della Casa di Asterione, il racconto in cui è il mostro stesso a narrarsi in prima persona, chiedendosi con timore chi sarà il suo redentore. È un rovesciamento di sguardo decisivo per il libro, perché fa vedere che il mostro non è soltanto l’oggetto di un’attesa altrui, ma un soggetto che attende, a sua volta, di essere accolto.
Ma il cuore pulsante del libro di Dai Prà, e forse la sua intuizione più originale, riguarda chi rompe quell’isolamento: Arianna. Nel racconto mitologico è lei, con il suo filo, a permettere a Teseo di raggiungere il Minotauro e di liberarlo dalla prigionia della Legge del Padre incarnata da Minosse. L’autore legge questo gesto come l’emblema di un principio “femminile” – da intendersi non come tratto biologico ma come postura, disponibile tanto a un uomo quanto a una donna – che accoglie senza giudicare, senza pretendere di spiegare tutto subito. Dove il Labirinto costruito da Minosse rappresenta la Legge che classifica e allontana, Arianna è “la Signora del Labirinto”: non lo teme, non lo riduce a un problema da risolvere, ma lo abita come un mistero da custodire.
È un’idea che l’autore sviluppa fino a un’equazione dichiarata esplicitamente: Arianna è la fenomenologia stessa, cioè quella pratica filosofica che rinuncia a incasellare l’altro dentro concetti già pronti, e si mette invece in ascolto di ciò che ogni persona, nella sua irriducibile particolarità, ha da mostrare di sé. Non a caso il capitolo che le è dedicato si intitola proprio Arianna è la fenomenologia, mentre l’intera parte del libro in cui la figura compare porta il titolo Curare il Minotauro: la fenomenologia, in questo disegno, non è un esercizio teorico fine a se stesso, ma l’atteggiamento da cui discende la possibilità stessa di una cura autentica.
Arianna incarna dunque, insieme, il metodo e il suo esito: comprendere l’altro, per Dai Prà, è già il primo atto del prendersene cura. Comprendere, scrive l’autore rifacendosi a Karl Jaspers, non è la stessa cosa che spiegare: la spiegazione guarda da fuori, la comprensione tocca il volto dell’altro. Ed è in questa luce che va letta una delle affermazioni più dirette del libro: «La persona con disabilità – scrive Dai Prà – non è un pezzo di mondo bensì un mondo tutt’intero, un assoluto di senso – non qualcuno a cui manca qualcosa rispetto a una presunta normalità, ma qualcuno che ha davanti a sé un proprio orizzonte di possibilità, tutto da riconoscere».

Questa impalcatura fenomenologica si appoggia largamente su Martin Heidegger, presente nel libro non come semplice fonte erudita, ma come interlocutore costante: da lui Dai Prà riprende l’idea che ogni persona – anche quella con disabilità – vada compresa come apertura strutturale al mondo, come un esserci nel quale “ne va del suo stesso essere”, e non come oggetto già definito e classificabile una volta per tutte.
Riprende inoltre la nozione di situazione emotiva (Befindlichkeit) per sostenere che l’accoglienza dell’Altro passa sempre attraverso un coinvolgimento affettivo, non attraverso la sola comprensione intellettuale; e arriva persino a correggere Heidegger su un punto decisivo, proponendo di ritrovare la struttura dell’intenzionalità non nella nozione di “utilizzabilità”, ma nella pratica concreta dell’amore.
Accanto a Heidegger compare poi Emmanuel Lévinas, richiamato con pagine della sua opera Totalità e infinito, nel punto in cui il volto dell’Altro, con la sua fragilità e la sua nudità, “fa appello” a noi e rende possibile – proprio in quell’appello ineluttabile – la nostra stessa libertà; e compare Luigi Pareyson, la cui riflessione sul male e sulla sofferenza viene messa in dialogo con Dante.
La seconda parte del volume approfondisce questa proposta, distinguendo tra una sintesi “attiva” che impone dall’esterno una legge alla realtà e una sintesi “passiva” – più affine, nel linguaggio del libro, al principio femminile – che accoglie ciò che le cose stesse manifestano di sé, decorso dopo decorso, lato dopo lato.
Nell’appendice, dedicata a una “fenomenologia agapica”, l’orizzonte si allarga apertamente alla teologia trinitaria e ai versi danteschi del Paradiso, in un impasto di riferimenti – da Husserl a Nietzsche, dal Vangelo di Giovanni ai tarocchi marsigliesi – che è insieme la forza e la sfida del libro: un’erudizione fitta, non sempre agevole, ma che restituisce la sensazione di un pensiero che non si accontenta di scorciatoie.
Non è un caso che l’autore richiami più volte la differenza, cara alla tradizione fenomenologica, tra problema (che si risolve e scompare) e mistero (che va invece sperimentato e venerato, e che resiste per sua natura a ogni spiegazione esaustiva). È in questa differenza che si gioca, per Dai Prà, la possibilità di una cura autentica: non quella che vuole rendere la persona con disabilità prevedibile e gestibile, ma quella capace di reggere la sua enigmaticità senza volerla per forza sciogliere.
Nella postfazione, Paolo Calabrò coglie bene il punto quando scrive che il merito del saggio è mostrare come, una volta entrati davvero nelle dinamiche dell’alterità radicale, non sia più possibile smussare ciò che nell’essere umano resta ostinatamente ruvido: la sua unicità, che non si lascia semplicemente “dire” ma richiede di essere pensata fino in fondo, nell’incontro autentico con l’altro.

Disabilità. Una questione metafisica non è una lettura per chi cerca risposte immediate o strumenti operativi. È un libro filosoficamente esigente, che richiede pazienza e che non teme di attraversare territori impervi – dalla metafisica trinitaria alla psicologia del profondo – pur di restare fedele alla propria domanda di partenza. Ma proprio per questo può offrire, a chi lavora nel campo della disabilità o semplicemente a chi vuole ripensarne le categorie, uno sguardo che va oltre l’ovvio: quello di Arianna, che non ha paura di entrare nel Labirinto dell’Altro perché sa che è lì, e non altrove, che si gioca la possibilità dell’incontro.

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A Follonica si gioca a subbuteo in spiaggia, per sostenere la ricerca sulla SLA

27 Luglio 2026 - 4:47pm

Sulla spiaggia grossetana di Follonica tornerà il 1° agosto un appuntamento che unirà la passione per il subbuteo – il gioco da tavolo di destrezza manuale nel quale viene riprodotto in miniatura lo sport del calcio – alla solidarietà. In quel giorno, infatti, si terrà la quinta edizione del “Trofeo Città di Follonica” di subbuteo, organizzato dall’Associazione Maremma Subbuteo e ancora una volta l’obiettivo sarà quello di contribuire a sostenere la ricerca sulla SLA (sclerosi laterale amiotrofica), supportando la Fondazione ARISLA Un’immagine del “Trofeo Città di Follonica” di subbuteo dello scorso anno

Sulla spiaggia grossetana di Follonica tornerà nel pomeriggio del 1° agosto un appuntamento, che unirà la passione per il subbuteo – il gioco da tavolo di destrezza manuale nel quale viene riprodotto in miniatura lo sport del calcio – alla solidarietà.
A partire infatti dalle 17 di quel giorno, si terrà la quinta edizione del Trofeo Città di Follonica di subbuteo, organizzato dall’Associazione Maremma Subbuteo e ancora una volta l’obiettivo sarà quello di contribuire a sostenere la ricerca sulla SLA (sclerosi laterale amiotrofica), supportando l’ARISLA, la Fondazione Italiana di Ricerca sulla SLA, che in questi anni ha finanziato ben 165 ricercatori e 121 progetti di ricerca.
L’edizione di quest’anno dell’iniziativa, inoltre, sarà ancora più sentita del solito, perché nell’aprile scorso è scomparso Andrea Parri, giocatore e membro di Maremma Subbuteo, malato di SLA da alcuni anni. «Andrea – sottolinea Stefano Pistolesi, presidente di Maremma Subbuteo – ha lasciato purtroppo un grande vuoto nel nostro gruppo. In suo onore vogliamo continuare a organizzare il Trofeo per sostenere le persone malate di SLA di oggi e di domani. In questi anni, da quando abbiamo deciso di devolvere i proventi all’ARISLA, abbiamo incontrato una sempre maggiore partecipazione, segno di sensibilità e solidarietà nelle persone che vengono a giocare con noi sulla nostra bellissima spiaggia».
«Ogni contributo per la ricerca è prezioso – afferma dal canto suo Lucia Monaco, preesidente dell’ARISLA -. Siamo onorati di partecipare in questo modo al ricordo di Andrea Parri, insieme all’Associazione Maremma Subbuteo e a tutti coloro che parteciperanno al Trofeo. In ARISLA siamo consapevoli della fiducia riposta nella nostra organizzazione e ci impegniamo a valorizzare ogni singola donazione a favore dei migliori progetti di ricerca, affinché si raggiungano risultati che abbiano un impatto concreto sulla vita delle persone con SLA e delle loro famiglie». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Simona Caporali (simona.caporali@arisla.org).

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Discriminazioni basate sulla disabilità: la terza consultazione pubblica del’ANFFAS

27 Luglio 2026 - 4:24pm

Dopo quelle degli anni scorsi, l’ANFFAS Nazionale ha dato il via a una terza consultazione pubblica, tramite un agile questionario rivolto sia a persone con disabilità che a familiari e operatori, per riconoscere e contrastare ogni forma di discriminazione basata sulla disabilità, rendendo possibile rilevare il fenomeno e contribuire a far realmente cambiare l’attuale stato di cose. Si potrà fornire il proprio contributo fino al 30 settembre prossimo

«In Italia – dicono dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) esiste una Legge, la 67/06, che vieta ogni forma di discriminazione basata sulla condizione di disabilità ma, ciò nonostante, le diverse forme di discriminazione derivanti da stigmi e pregiudizi sono molto più presenti nella vita di tutti i giorni, sia delle persone con disabilità che dei loro familiari, di quanto si possa immaginare. Imparare prima di tutto a riconoscere le discriminazioni rappresenta il primo passo per poterle contrastare. Si tratta prima di tutto di un processo culturale che, facendo propri i paradigmi introdotti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, fa sì che nessuna persona con disabilità o un suo familiare sia più vittima di discriminazione»: a tal proposito, la stessa ANFFAS ha dato il via, dopo quelle degli anni scorsi, a una terza consultazione pubblica, tramite un agile questionario (disponibile a questo link), per riconoscere e contrastare ogni forma di discriminazione basata sulla disabilità, rendendo possibile rilevare il fenomeno e contribuire a far realmente cambiare l’attuale stato di cose.

Anche per questo 2026, dunque, la consultazione è declinata in cinque versioni, rivolgendosi infatti di volta in volta a persone con disabilità (e nel caso di persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, il questionario è redatto in linguaggio Easy to Read, facile da leggere e da comprendere), familiari e operatori. «Questo – affermano dall’ANFFAS – consentirà di avere un’ampia panoramica del fenomeno discriminazione che potrà così essere analizzato sotto i diversi profili e permetterà alla nostra Agenzia Nazionale Contro ogni forma di discriminazione basata sulla disabilità “Prof.ssa Maria Rita Saulle” di intervenire ad ampio raggio». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il questionario della terza consultazione pubblica ANFFAS cui si potrà partecipare fino al 30 settembre prossimo. A questo link ci sono gli esiti delle due precedenti edizioni della consultazione. Per altre informazioni: comunicazione@anffas.net.

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