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Una campagna di comunicazione sul diritto alla vita indipendente realizzata da giovani con disabilità

8 Luglio 2026 - 1:30pm

Verrà presentata il 13 luglio a Milano la campagna di comunicazione riguardante il diritto alla vita indipendente, denominata “My Time is not Mine” (“Il mio tempo non è mio”), realizzata da un gruppo di giovani con disabilità di Italia, Francia e Lettonia, partecipanti al progetto europeo “Keep Driven”, che mira appunto a rafforzare il protagonismo, la consapevolezza e il potere di azione dei giovani con disabilità stessi Giovani con disabilità partecipanti al progetto europeo “Keep Driven”

Come avevamo riferito lo scorso anno, il progetto europeo Keep Driven è un’iniziativa co-finanziata dall’Unione Europea attraverso il programma Erasmus+, con l’obiettivo di rafforzare il protagonismo, la consapevolezza e il potere di azione dei giovani con disabilità, affinché possano contribuire in modo pieno ed efficace alla vita democratica delle loro comunità, a livello locale ed europeo. Coordinato da CBM Italia e realizzato insieme a un partenariato europeo che comprende l’EDF (il Forum Europeo sulla Disabilità), APF France Handicap, la LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), e SUSTENTO (Lettonia), Keep Driven si è focalizzato nei primi mesi di attività su un’indagine transnazionale riguardante la partecipazione dei giovani con disabilità e su una serie di visite di studio in Lettonia, Italia e Francia, coinvolgendo direttamente giovani attivisti ed esperti.

Sempre nell’àmbito di tale iniziativa, i fari saranno ora accesi il 13 luglio su Milano (Centro BASE Milano, ore 18.30), per la presentazione pubblica della campagna di comunicazione riguardante il diritto alla vita indipendente e denominata My Time is not Mine (letteralmente “Il mio tempo non è mio”), realizzata appunto da un gruppo di giovani con disabilità di Italia, Francia e Lettonia, partecipanti a Keep Driven.
«L’incontro – spiegano dalla LEDHA – sarà un’ottima occasione per ascoltare direttamente i protagonisti della campagna e confrontarsi sul diritto alla vita indipendente: saranno infatti i giovani stessi a raccontare il proprio percorso, le sfide affrontate e il significato di essere protagonisti del cambiamento. Nello specifico, il talk, condotto da Arianna Talamona, diversity & inclusion specialist e content creator, darà voce ad Alessia, Marco, Giona e Valentina, la delegazione di giovani con disabilità che hanno partecipato al progetto e che attraverso un percorso di formazione sui diritti, la partecipazione democratica e la comunicazione, hanno trasformato le proprie storie personali in una presa di posizione collettiva: un manifesto e un position paper rivolto alle istituzioni europee, che mettono in luce gli ostacoli alla vita indipendente e rivendicano il diritto di scegliere del proprio tempo, del proprio futuro, della propria vita». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@ledha.it; valeria@tree-ideas.it.

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Sostenere il lavoro delle persone con disabilità nel mercato aperto, non percorsi separati o simbolici

8 Luglio 2026 - 12:46pm

Un recente rapporto dell’ENIL, la Rete Europea per la Vita Indipendente, pone una questione centrale: ancora oggi, in molti Paesi europei, una parte rilevante delle risorse destinate all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità continua a finanziare forme di occupazione separate, protette o confinate. Urge invece investire in strumenti che permettano alle persone con disabilità stesse di accedere, restare e crescere nel lavoro ordinario

Pochi giorni fa è stato pubblicato il nuovo Policy Report intitolato Increasing labour market inclusion – reforming EU State Aid legislation (letteralmente “Promuovere l’inclusione nel mercato del lavoro: riforma della normativa UE sugli aiuti di Stato”), prodotto dall’ENIL, la Rete Europea sulla Vita Indipendente e dedicato appunto all’inclusione delle persone con disabilità nel mercato del lavoro e alla necessità di riformare le norme europee sugli aiuti di Stato.
Il rapporto pone una questione centrale: le politiche pubbliche per l’occupazione delle persone con disabilità devono essere valutate per i risultati che producono davvero, non per le buone intenzioni che dichiarano. Ancora oggi, infatti, in molti Paesi europei, una parte rilevante delle risorse destinate all’inclusione lavorativa continua a finanziare forme di occupazione separate, protette o confinate. Le evidenze disponibili, però, mostrano che questi modelli producono pochissime transizioni verso il mercato del lavoro aperto. In diversi casi, il passaggio dal lavoro protetto al lavoro ordinario resta sotto l’1%, mentre anche le esperienze considerate migliori raggiungono percentuali molto limitate.
Il report dell’ENIL richiama invece l’urgenza di investire in strumenti che permettano alle persone con disabilità di accedere, restare e crescere nel lavoro ordinario: accomodamenti ragionevoli, assistenza personale sul lavoro, job coaching, orientamento personalizzato, adattamento degli ambienti, tecnologie assistive, formazione, accompagnamento dei datori di lavoro e sostegni economici mirati.

In questa prospettiva, quindi, il rapporto richiama anche l’esperienza dell’ASEE, la rete europea impegnata nella promozione dell’occupazione supportata, una realtà affermata, che mette in relazione competenze professionali, organizzazioni nazionali e pratiche sviluppate in diversi Paesi europei, contribuendo a promuovere un cambiamento sostenibile: da mercati del lavoro che ancora troppo spesso escludono o separano, a sistemi capaci di riconoscere il diritto di ogni persona a un lavoro dignitoso, scelto e adeguatamente sostenuto.
Il punto non è semplicemente “inserire” una persona in un contesto lavorativo. Il punto è costruire le condizioni perché ogni persona possa svolgere un lavoro scelto, retribuito, dignitoso e sostenibile, in un ambiente aperto, inclusivo e accessibile.

Il rapporto dell’ENIL evidenzia anche un dato politico ed economico spesso ignorato: escludere le persone con disabilità dal lavoro non danneggia solo le singole persone e le loro famiglie, ma impoverisce l’intera collettività. Meno lavoro, infatti, significa meno reddito, più rischio di povertà, maggiore dipendenza dai trasferimenti sociali, perdita di competenze, minore produttività e minori entrate fiscali. Ecco perché arriva la proposta di riformare le leggi e i regolamenti europei, affinché gli aiuti di Stato siano orientati in modo più chiaro verso l’occupazione nel mercato aperto e non verso strutture separate. L’idea è semplice ed è molto chiara: i fondi pubblici devono finanziare l’inclusione vera.

Tra gli esempi concreti di pratiche promettenti presentati dal documento, vi è anche il Piano Emergo della Città Metropolitana di Milano, che combina servizi personalizzati, orientamento, formazione, supporto alle imprese e strumenti economici. Secondo i dati, nel 2023 tale Piano ha raggiunto un tasso di inserimento nel mercato del lavoro aperto pari al 29,8%.
Un altro esempio è dato da DiversiCom, in Belgio, dove nel 2025 il 62% dei partecipanti risultava occupato nel mercato aperto o coinvolto in percorsi lavorativi o formativi significativi.
Questi dati dimostrano che l’inclusione lavorativa non è un obiettivo astratto. È possibile, ma richiede strumenti adeguati, investimenti mirati, competenze professionali e una scelta politica chiara: non costruire percorsi paralleli, ma rendere accessibile il lavoro di tutti.
Una società inclusiva non misura il proprio successo dal numero di norme approvate o di progetti annunciati, ma dal numero di persone che, grazie a quelle politiche, riescono davvero a lavorare in modo dignitoso, mantenere il proprio impiego, avere un reddito e vivere con maggiore autonomia.
Il diritto al lavoro non è una concessione, né una misura assistenziale, ma un diritto umano fondamentale, riconosciuto dall’articolo 27 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e richiamato con ancora maggiore chiarezza dal Commento Generale n. 8 del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che monitora l’attuazione della Convenzione stessa nei vari Stati.
A tutto ciò si aggiunge ora questo documento dell’ENIL, un contributo importante per tutte le istituzioni e le organizzazioni sociali, sindacali, datoriali e associative che intendano affrontare seriamente il tema dell’inclusione lavorativa. La direzione è chiara: spostare risorse, responsabilità e politiche pubbliche verso il mercato del lavoro aperto, con supporti personalizzati e risultati verificabili. E le risorse pubbliche devono sostenere il lavoro nel mercato aperto, non percorsi separati o simbolici. Secondo ENIL, infatti, l’inclusione non può essere un’etichetta: deve diventare una pratica credibile, trasparente, dignitosa e concreta.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Il premio alle città più accessibili dell’Unione Europea: quest’anno un riconoscimento anche per la vita indipendente

8 Luglio 2026 - 12:16pm

Questa volta è previsto anche un riconoscimento speciale a una città che sostenga in modo particolare la vita indipendente e la transizione dalla vita in istituto delle persone con disabilità alla vita nella comunità: accadrà con il 17° “Premio Europeo alla città più accessibile” (“Access City Award 2027”), iniziativa promossa sin dal 2010 dalla Commissione Europea e dal Forum Europeo sulla Disabilità cui ogni città dell’Unione Europea con più di 50.000 abitanti potrà candidarsi fino al 4 settembre

«La tua città merita di essere premiata per i suoi sforzi volti all’accessibilità? Incoraggiala a candidarsi all’Access City Award 2027!»: sono aperte, dunque, per le città dell’Unione Europea con oltre 50.000 abitanti (o per le aree urbane composte da due o più città con una popolazione complessiva di oltre 50.000 abitanti, se si trovano in Paesi dell’Unione con meno di due città che abbiano più di 50.000 abitanti) di candidarsi alla diciassettesima edizione del “Premio Europeo alla città più accessibile” (Access City Award), iniziativa organizzata sin dal 2010 – come abbiamo costantemente raccontato in questi anni -, dalla Commissione Europea, insieme all’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, allo scopo appunto di dare visibilità e premiare quelle città che abbiano preso iniziative esemplari per migliorare l’accessibilità nelle abitazioni, negli ambienti di lavoro, nei trasporti, nelle strutture ricreative e culturali del proprio ambiente urbano, nonché nell’àmbito delle tecnologie della comunicazione.
Le iscrizioni sono aperte fino al 4 settembre e le città vincitrici riceveranno premi in denaro di 150.000 euro alla prima classificata, 120.000 euro alla seconda e 80.000 euro alla terza. Quest’anno, inoltre, verrà assegnata anche una menzione speciale a una città che sostiene in modo particolare la vita indipendente e la transizione dalla vita in istituto delle persone con disabilità alla vita nella comunità.
I finalisti verranno resi noti nel mese di novembre e i vincitori il 4 dicembre a Bruxelles.

Come si può notare dall’Albo d’Oro dell’Access City Award, che proponiamo nel box in calce, l’unica città del nostro Paese ad aggiudicarsi finora il primo premio è stata Milano che, come avevamo anche raccontato a suo tempo, non aveva ritenuto il riconoscimento come un traguardo raggiunto, ma piuttosto come un punto di partenza per diventare sempre più accogliente e accessibile non solo alle persone con disabilità, ma a tutti, grazie anche alla continua e costante pressione delle Associazioni impegnate nel settore.
In occasione poi di un’edizione successiva, vi era stata una menzione speciale per Firenze, andando ad aggiungersi a quelle ottenute negli anni precedenti da altre città italiane, vale a dire Arona (Novara), Alessandria e Monteverde (Avellino). Lo scorso anno, infine, il primo premio è tornato in Spagna, a Saragozza, mentre anche Piacenza si è guadagnata una menzione speciale. (S.B.)

Access City Award – Albo d’oro
2011: Ávila (Spagna)
2012: Salisburgo (Austria)
2013: Berlino (Germania)
2014: Göteborg (Svezia)
2015: Borås (Svezia)
2016: Milano
2017: Chester (Inghilterra)
2018: Lione (Francia)
2019: Breda (Olanda)
2020: Varsavia (Polonia)
2021: Jönköping (Svezia)
2022: Lussemburgo (Lussemburgo)
2023: Skellefteå (Svezia)
2024: San Cristóbal de La Laguna (Spagna)
2025: Vienna (Austria)
2026: Saragozza (Spagna) Per ogni informazione sull’Access City Award 2026 e su come candidarsi, accedere a questo link.

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“Certo che può giocare. Noi sappiamo come fare!”: perché tornare alle scuole speciali è la risposta sbagliata

7 Luglio 2026 - 6:35pm

«Quando sento proporre di nuovo classi e scuole speciali – scrive Viviana Bucciarelli – penso a quella bambina che mi guardava incredula mentre ero io, l’adulta, a spiegarle perché mio figlio Carmine, ragazzo con grave disabilità cognitiva, non potesse partecipare a un gioco. “Certo che può giocare – mi disse -, noi sappiamo come fare!”. Forse, prima di tornare a separare, dovremmo imparare qualcosa proprio da loro» Carmine, figlio di Viviana Bucciarelli, ragazzo di 12 anni con grave disabilità cognitiva

In questi giorni si è tornati a parlare, con sorprendente leggerezza, della possibilità di riportare i bambini con disabilità in classi o scuole speciali. L’idea è che, almeno per quelli con le compromissioni più gravi, un contesto separato possa offrire interventi più specifici, professionisti preparati e percorsi realmente costruiti sui loro bisogni.
Chi vive la disabilità ogni giorno sa bene quanto questa proposta possa diventare seducente, soprattutto quando ci si scontra con una scuola che manca di risorse, formazione e continuità e con servizi sanitari e sociali spesso incapaci di costruire una rete intorno al bambino. Anch’io, in alcuni momenti, ho pensato che per mio figlio una scuola speciale o un centro riabilitativo potessero essere la soluzione più giusta.

Mio figlio Carmine ha 12 anni e una grave disabilità cognitiva. Quando è arrivato in prima elementare il suo linguaggio era quasi assente, aveva importanti problemi comportamentali e gravissime difficoltà di regolazione emotiva; non era in grado di svolgere alcuna attività al banco e, a causa di una grave disprassia, non possedeva nemmeno i prerequisiti per avvicinarsi alla scrittura. Aveva bisogno della presenza costante di un adulto in rapporto uno a uno, non era autonomo neppure nell’uso del bagno, scappava dall’aula, pizzicava, mordeva, non riusciva a stare seduto. Insomma, se c’era un bambino per il quale poteva sembrare ragionevole immaginare un contesto speciale, quel bambino era Carmine.
Il suo percorso di inclusione non è stato una passeggiata tra arcobaleni e coniglietti rosa, tutt’altro. Si è proceduto spesso per tentativi, aggiustamenti, cambi di rotta; alcune idee sulle quali si era lavorato e investito molto, e che sembravano davvero vincenti, si sono rivelate nei fatti dei fallimenti. Ci sono stati momenti di enorme fatica nei quali, nonostante la volontà e la professionalità di chi lavorava con lui, Carmine ha messo profondamente in crisi la scuola e i suoi comportamenti hanno posto problemi reali anche rispetto alla sicurezza sua e degli altri.
Credo che una parte importante di ciò che ha fatto funzionare questo percorso sia stata proprio la capacità di stare dentro anche a questi fallimenti. Quando una strategia non funzionava, la scuola non si è arroccata nella convinzione di aver fatto tutto nel modo giusto e che, quindi, il problema dovesse essere Carmine; si è rimessa in discussione, ha provato a capire cosa non avesse funzionato e ha cercato un’altra strada.
La differenza è stata nella domanda che gli adulti hanno scelto di porsi. Avrebbero potuto concludere che Carmine non fosse adatto a quel contesto, chiederci di ridurre il suo orario, chiamarci continuamente perché lo riportassimo a casa o suggerirci di cercare per lui un altro posto. Non lo hanno fatto; si sono chiesti: se la scuola, così com’è, non è adatta a Carmine, cosa possiamo cambiare?

Credo che il cuore dell’inclusione sia proprio questo, non l’idea ingenua che basti mettere un bambino con disabilità in una classe perché tutto funzioni, né la pretesa che debba stare sempre e comunque seduto in aula insieme agli altri, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dai suoi bisogni.
All’inizio Carmine trascorreva molto tempo fuori dalla classe e aveva uno spazio pensato per lui, un ambiente più contenuto nel quale potesse ritrovare equilibrio e lavorare in rapporto individuale con un adulto. Quella non era segregazione, era la risposta a un bisogno che Carmine aveva in quel momento; contemporaneamente, fin dall’inizio, sono stati costruiti momenti condivisi con i compagni, strutturati, pensati e calibrati sui suoi tempi e sulle sue possibilità.
In questo modo i bambini sono stati poco esposti ai suoi momenti più complessi e hanno potuto sperimentare da subito la relazione con lui come un tempo positivo e piacevole. Certamente qualche episodio difficile c’è stato e qualche bambino un pizzicotto se l’è preso; quando accadeva, però, gli adulti spiegavano cosa avesse portato Carmine a quel comportamento e accompagnavano i compagni a comprendere ciò che era successo. Se la complessità viene gestita, la sicurezza degli altri bambini può essere tutelata senza arrivare alla conclusione che il bambino con disabilità debba essere allontanato.

Con il passare del tempo Carmine ha avuto sempre meno bisogno di quello spazio, mentre sono aumentate la sua presenza in classe e le occasioni di lavoro condiviso. In questi cinque anni la scuola non ha semplicemente accolto Carmine, ha accettato di cambiare un po’ se stessa perché anche lui potesse abitarla pienamente; è questa, forse, la differenza più profonda tra integrazione e inclusione.
Per farlo sono servite risorse, certamente. Carmine ha avuto una copertura completa e, proprio per la complessità della sua gestione, si è scelto di non scaricare tutto il peso su una sola persona, ma di utilizzare due figure di sostegno; ha avuto inoltre una figura educativa stabile per tutti i cinque anni. Non si tratta però di risorse eccezionali o di un privilegio irripetibile, sono strumenti che la scuola pubblica e gli enti locali già prevedono per i bambini con bisogni come i suoi. La differenza è stata anche nel modo in cui quelle risorse sono state organizzate e messe realmente in relazione tra loro.
Il precariato, soprattutto nei primi anni, ha pesato. Il turnover delle figure di sostegno ha reso tutto più difficile e, quando si è riusciti a garantire maggiore continuità, la differenza è stata evidente; la figura educativa, stabile per cinque anni, ha svolto un lavoro prezioso. Soprattutto, però, nessuno ha lavorato da solo: insegnanti curricolari, sostegno, educatore, dirigenza e famiglia hanno costruito un lavoro realmente corale. La scuola ha aperto le proprie porte ai terapisti, ha accettato il confronto e anche di mettere in discussione alcune scelte, imparando e modificando le proprie strategie quando era necessario.

Anche noi, come famiglia, abbiamo fatto la nostra parte. Nei momenti più complessi abbiamo attivato interventi terapeutici privati e lavorato insieme alla scuola per trovare strategie comuni che permettessero di gestire le situazioni più difficili e consentire a Carmine di continuare a frequentare in sicurezza. Fuori dalla scuola, purtroppo, la rete pubblica è stata quasi inesistente e il peso delle terapie e degli interventi è rimasto in gran parte sulle nostre spalle; proprio per questo, più di una volta, ho pensato che un centro riabilitativo o una scuola speciale potessero offrirgli ciò che altrove mancava. Avrebbe forse avuto più terapia, interventi ancora più specifici e mirati, ma avrebbe perso la possibilità di misurarsi ogni giorno con quel mondo nel quale auspichiamo che un domani possa vivere.
Perché i nostri figli a scuola non vanno soltanto per stare bene o per socializzare, vanno a scuola per imparare, esattamente come tutti gli altri. Carmine oggi continua a essere un ragazzo con una disabilità grave: non sa leggere e non sa scrivere, ha ancora bisogno di una figura dedicata e le esperienze devono essere pensate, costruite e strutturate sulle sue caratteristiche. Non ci sono stati miracoli, ma ha imparato moltissimo.
Oggi sa stare adeguatamente nei diversi spazi della scuola, è quasi completamente autonomo nell’uso dei servizi, sa chiedere aiuto quando è in difficoltà e ha imparato a gestire la frustrazione in modo funzionale; i comportamenti aggressivi sono scomparsi. Sa lavorare in piccolo gruppo dando il proprio contributo, partecipa a molte lezioni insieme ai compagni e si è appassionato alle materie di studio: conosce moltissime informazioni sulle civiltà antiche, ama la geografia, conosce tutte le Regioni italiane, moltissime bandiere del mondo e i diversi paesaggi.
Il primo anno la classe andò a teatro e non fu possibile nemmeno farlo entrare nell’edificio; oggi Carmine partecipa a tutte le uscite, visita musei, ascolta le guide, osserva, si interessa e partecipa davvero a ciò che sta vivendo.
Anche il suo linguaggio è cresciuto enormemente e la relazione con i compagni ha rappresentato una motivazione potentissima a comunicare, oltre che un modello continuo da imitare. Carmine voleva parlare con loro, voleva capire ed essere capito. Siamo esseri sociali, impariamo anche perché desideriamo entrare in relazione con l’altro e non vedo perché dovremmo pensare che questa spinta scompaia quando una persona ha una disabilità.
Oggi Carmine pensa al proprio futuro, immagina il lavoro che vorrebbe fare, sceglie come vestirsi e, quando ha un appuntamento particolare con i compagni, vuole essere “figo”, come dice lui. Ha imparato che esistono gli imprevisti, che non tutto va sempre come vorremmo e che anche a lui, per quanto il contesto debba essere accogliente e capace di adattarsi, è richiesto di fare la propria parte. Adattare il contesto non significa eliminare ogni fatica dalla vita di una persona con disabilità, significa darle la possibilità di affrontare quella fatica senza escluderla prima ancora che possa provarci.

Carmine impegnato assieme ai compagni di scuola

I continui adattamenti, gli aggiustamenti, la necessità di cercare percorsi alternativi per l’apprendimento non hanno reso la scuola migliore soltanto per Carmine; hanno costretto gli adulti a interrogarsi su come insegnare, su come organizzare gli spazi, su come leggere i comportamenti e trovare strade nuove quando quelle abituali non funzionavano. Una scuola che impara a fare questo per un bambino complesso diventa inevitabilmente più capace di farlo anche per tutti gli altri.
Lo stesso è accaduto ai compagni. L’inclusione non nasce spontaneamente e i bambini non diventano inclusivi per magia solo perché condividono un’aula con un compagno con disabilità; devono essere accompagnati a conoscere la disabilità, a comprenderla e a costruire relazioni con chi comunica, impara e vive il mondo in modo diverso. È un percorso educativo che richiede tempo, intenzionalità e adulti capaci di guidarlo.
I compagni di Carmine hanno fatto questo percorso e, nel tempo, ciò che avevano imparato nella relazione con lui è diventato parte del loro modo di stare con gli altri. Alcuni genitori hanno espresso anche alla scuola il desiderio che i propri figli continuassero a essere in classe con Carmine, proprio perché avevano riconosciuto quanto la sua presenza fosse stata preziosa per le fragilità dei loro bambini.
Per alcuni Carmine è stato un porto sicuro, soprattutto nei momenti di maggiore fatica nelle relazioni; per altri è diventato un argine, un limite che li ha aiutati a trovare un proprio equilibrio. Carmine è estremamente sensibile allo stato emotivo di chi gli sta accanto: se qualcuno si avvicina a lui agitato, arrabbiato o poco regolato, diventa facilmente reattivo. Alcuni bambini hanno dovuto quindi imparare che, prima di entrare in relazione con lui, era necessario fermarsi e chiedersi come stessero loro in quel momento, riconoscere la propria emozione, comprendere quanto potesse incidere sull’altro e provare a modularla. È una competenza importantissima che hanno acquisito perché la relazione con Carmine l’ha resa necessaria.

Gli episodi che potrebbero raccontare il risultato di questo percorso sono tantissimi, ma ce n’è uno che per me dice quasi tutto. A una festa di compleanno i bambini avevano organizzato alcuni giochi a squadre che richiedevano buone capacità linguistiche, saper disegnare e, più in generale, competenze cognitive che Carmine oggettivamente non ha. Quando hanno iniziato a formare le squadre, l’ho preso con me pensando di distrarlo e fare altro; una sua compagna è venuta a chiamarlo e io le ho spiegato che Carmine quel gioco non poteva farlo e che, in fondo, avrebbe anche rallentato la squadra. Mi ha guardata stranita, come se avessi detto un’assurdità: «Certo che può giocare. Noi sappiamo come fare!».
Ed era così. In pochi istanti hanno inventato una modalità diversa che permetteva a Carmine di partecipare davvero e a loro di continuare a giocare e divertirsi. Nessuno si è sentito buono perché stava “facendo partecipare il bambino disabile”, semplicemente per loro il problema non era decidere se Carmine potesse stare dentro, ma capire come modificare il gioco perché potesse starci.
Quei bambini non hanno un master in pedagogia e non possiedono competenze terapeutiche specifiche, hanno però trascorso cinque anni in una scuola che, davanti a una difficoltà, ha continuato a chiedersi come fare per tenere dentro tutti e, a forza di vedere gli adulti ragionare in questo modo, hanno imparato a farlo anche loro. Oggi applicano quella stessa forma mentis anche quando Carmine non c’entra nulla, perché ormai è diventato il loro modo di affrontare un problema: osservare l’ostacolo e cercare una soluzione creativa che non lasci indietro nessuno.

È pensando a tutto questo che torno al dibattito sulle scuole speciali. Se Carmine fosse stato inserito in un contesto separato avrebbe probabilmente ricevuto interventi molto specifici e avrebbe incontrato professionisti competenti, non nego il valore di quei luoghi e di quelle competenze; mi chiedo però quale prezzo avrebbe pagato e quale prezzo avrebbero pagato tutti gli altri.
Carmine avrebbe perso i modelli dei suoi coetanei, la motivazione a comunicare con loro, la possibilità di misurarsi ogni giorno con un mondo non costruito esclusivamente intorno alla sua disabilità; avrebbe perso amicizie, desideri, frustrazioni e quella spinta potentissima che nasce dal voler appartenere a un gruppo. I suoi compagni avrebbero perso Carmine, non un’occasione per “imparare la diversità”, formula che ormai rischia di non significare più nulla, ma una persona reale che li ha costretti a trovare modi nuovi di comunicare, aspettare, regolarsi, risolvere problemi e tenere conto dell’altro.
E anche la scuola avrebbe perso qualcosa, perché una scuola impara a essere inclusiva proprio incontrando la complessità. La scuola di Carmine aveva già costruito competenze grazie ad altri bambini con disabilità arrivati prima di lui; con Carmine ha dovuto imparare ancora, modificarsi ancora, trovare altre risposte e ciò che ha imparato con lui rimarrà, verrà utilizzato con altri bambini, con altre fragilità, in altre situazioni.
Separare i bambini con disabilità dalla scuola comune significa anche togliere alla scuola comune proprio una delle occasioni attraverso cui può imparare a diventare migliore.

A questo punto non vorrei che questa storia fosse letta come il racconto di una scuola perfetta o di un’eccezione fortunata. La scuola di Carmine ha avuto le stesse difficoltà della scuola italiana: il precariato, il turnover, le risorse da organizzare, momenti nei quali nessuno sapeva bene quale fosse la scelta giusta; non ha sempre avuto successo, ma non ha mai smesso di cercare una strada.
Se l’inclusione in molte scuole oggi non funziona, la risposta non può essere tornare a separare i bambini. Dobbiamo pretendere formazione, continuità, risorse e servizi che finalmente facciano la propria parte; dobbiamo lavorare perché ogni scuola impari a interrogarsi, a modificarsi, a costruire percorsi reali e non inclusioni scritte soltanto nei documenti.
La storia di Carmine non dimostra che l’inclusione sia facile e nemmeno che basti la buona volontà. Dimostra però che si può fare, oggi, dentro la scuola pubblica che abbiamo, con il precariato, le difficoltà e le risorse che non sono mai abbastanza; si può fare organizzando bene ciò che già esiste e pretendendo, contemporaneamente, che ciò che manca venga finalmente garantito.
Quando sento proporre di nuovo classi e scuole speciali penso allora a quella bambina che mi guardava incredula mentre ero io, l’adulta, a spiegarle perché Carmine non potesse partecipare a un gioco. «Certo che può giocare. Noi sappiamo come fare!». Forse, prima di tornare a separare, dovremmo imparare qualcosa da loro.

*Pedagogista, oggi insegnante di scuola primaria, dopo avere lavorato per molti anni nell’àmbito della disabilità; è madre di un ragazzo di 12 anni con una grave disabilità cognitiva.

Sui temi trattati nel presente contributo, suggeriamo anche la lettura, sempre sulle nostre pagine, dei recenti testi: Scuola: la maggioranza è sempre per la normativa inclusiva, chiedendo però che venga applicata fino in fondo di Salvatore Nocera (a questo link) e La risposta non è separare gli studenti con disabilità, ma mettere la scuola nelle condizioni di includere davvero di ANFFAS Nazionale (a questo link).

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Giulia Mazza: oltre l’udito, dentro la musica

7 Luglio 2026 - 5:46pm

«La musica non è solo ciò che arriva all’orecchio. È ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione»: è racchiusa in questa frase la chiave per comprendere il percorso umano e artistico di Giulia Mazza, violoncellista e persona con sordità profonda, il cui messaggio più prezioso non è dimostrare che una persona sorda possa fare musica, ma ricordare a tutti che la musica non appartiene solo all’udito, ma appartiene, prima ancora, alla capacità profondamente umana di immaginare, creare e dare significato al mondo Giulia Mazza

«La musica non è solo ciò che arriva all’orecchio. È ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione»: probabilmente è tutta racchiusa in questa frase la chiave per comprendere il percorso umano e artistico di Giulia Mazza, violoncellista e persona con sordità profonda.
A Giulia mi lega un’amicizia sincera. Da alcuni anni condividiamo prove e concerti e ogni volta mi colpisce la naturalezza con cui il suo modo di vivere la musica finisce per mettere in discussione molte delle convinzioni che noi musicisti “udenti”, spesso inconsapevolmente, diamo per scontate.
L’idea di questa conversazione non nasce dalla domanda fin troppo prevedibile, su come una persona sorda possa suonare il violoncello. La domanda, piuttosto, è un’altra: che cosa può insegnarci il suo modo di abitare la musica? Per Giulia, infatti, ascoltare non coincide semplicemente con udire. «La musica – ribadisce – è ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione». Un’affermazione la sua, che non nasce da una riflessione teorica, ma da anni di studio, di concerti e di un’instancabile ricerca personale.
Se molti continuano a identificare la musica con ciò che percepiamo attraverso le orecchie, la sua esperienza suggerisce una prospettiva più ampia. Le vibrazioni, le dinamiche, il movimento interno di un brano, il modo in cui esso modifica lo stato emotivo di chi lo interpreta diventano altrettanti elementi di un ascolto che coinvolge l’intera persona.

Sorprende nelle sue parole il ruolo attribuito all’immaginazione. Prima ancora di portare l’arco sulle corde, Giulia costruisce dentro di sé un’immagine del brano. Lo percorre mentalmente, ne cerca i punti di tensione, immagina dove la musica respira, dove si apre, dove acquista slancio. «Mi canto interiormente tutta la melodia», dice. La partitura diventa così una sorta di paesaggio mentale, una mappa nella quale le altezze delle note assumono quasi una dimensione spaziale. E quando ricorda le tante volte in cui da bambina ascoltava Eine kleine Nachtmusik durante i viaggi in montagna con la madre, il racconto assume un’intensità particolare: le cime che scorrono fuori dal finestrino e le frasi di Mozart finiscono per fondersi in un’unica esperienza nella quale il paesaggio sembra trasformarsi in musica e la musica in paesaggio.

Naturalmente esiste anche una dimensione corporea dell’ascolto. Le vibrazioni sono parte integrante del suo rapporto con il violoncello, ma sarebbe riduttivo considerarle un semplice espediente tecnico. «Rappresentano la profondità del suono», spiega. Non sostituiscono l’ascolto, ma lo completano restituendo quella presenza fisica che gli apparecchi acustici, per quanto sofisticati, non possono offrire completamente. È una relazione che nel tempo è cambiata: «Da giovane – mi spiega – ricercavo un suono pieno, intenso, quasi travolgente; oggi sento di avere imparato a dosarlo, trovando nuovi equilibri espressivi».
Persino nello studio teorico le vibrazioni sono diventate uno strumento prezioso: per affrontare gli esercizi di Ear Training al Conservatorio utilizzava cuffie a conduzione ossea, arrivando ad appoggiare un dito sulla struttura vibrante per riuscire a cogliere durata e altezza delle note.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Parlando dell’intonazione, Giulia non nasconde che rappresenti il terreno sul quale investe più tempo ed energie. «Non tanto perché costituisca il cuore della mia esperienza musicale – dice -, quanto perché è il punto sul quale sento di essere più facilmente giudicata». Ed è una distinzione importante: l’intonazione non definisce il suo modo di vivere la musica, ma richiede un lavoro costante, anche per confrontarsi con aspettative che spesso il pubblico applica senza conoscere la complessità del suo percorso.
Nel tempo ha sviluppato anche strumenti personali per facilitare lo studio, come i riferimenti tattili applicati al manico del violoncello, ispirati al Braille. Ma guai a considerarli un segno di inferiorità. «Sono strumenti di libertà – osserva -. Del resto nessuno giudicherebbe meno atleta una persona che utilizza un tutore per correre. Allo stesso modo, le tecnologie assistive e gli accorgimenti tecnici non diminuiscono il valore del musicista: gli consentono semplicemente di accedere alle informazioni necessarie per esprimersi». La vera disabilità, sembra suggerire, nasce quando questi strumenti vengono guardati con sospetto anziché essere riconosciuti per ciò che sono: mezzi che permettono a ciascuno di sviluppare pienamente il proprio talento.

Alla fine di questa chiacchierata, le pongo una domanda volutamente difficile: che cos’è, in fondo, la musica? La risposta arriva senza esitazioni: «Per me la musica è relazione. Non dunque la perfezione tecnica, non l’assenza di errori, neppure la ricerca ossessiva del suono ideale. La musica è un percorso umano fatto di crescita, di trasformazioni, di intuizioni, di crisi e di conquiste. È il luogo in cui memoria, corpo, emozione, immaginazione e pensiero si incontrano per dare forma a qualcosa che prima non esisteva».
Credo sia proprio questo il messaggio più prezioso che ci lascia l’esperienza di Giulia Mazza. Non dimostrare che una persona sorda possa fare musica, ma ricordare a tutti noi che la musica non appartiene esclusivamente all’udito. Appartiene, prima di tutto, alla capacità profondamente umana di immaginare, creare e dare significato al mondo.

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“Adulte!”: un percorso dedicato alle giovani donne con disabilità di Torino

7 Luglio 2026 - 5:11pm

Per rispondere a quella che troppo spesso è ancora una condizione di invisibilità multipla – di genere e di riconoscimento – la Fondazione Time2 ha promosso “Adulte!”, progetto con cui ha vinto il “Bando ACT 2026” della Fondazione Unipolis, nella categoria “Disuguaglianze”, un percorso di empowerment individuale e collettivo dedicato alle giovani donne con disabilità di Torino, che prenderà il via dal prossimo mese di settembre e si protrarrà fino al mese di giugno del 2028

Essere donna e avere una disabilità significa, troppo spesso, essere doppiamente invisibili, «nei numeri, nei servizi, nel riconoscimento stesso della propria condizione», come viene sottolineato dalla Fondazione Time2 che richiama i dati prodotti a suo tempo dalla ricerca VERA della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), secondo cui il 65% delle donne con disabilità ha subìto violenza nella propria vita, senza che in un caso su tre quella stessa violenza venisse riconosciuta come tale; e richiama anche un parallelo proveniente dal mondo della sanità, che evidenzia il divario nella diagnosi di autismo tra maschi e femmine, tornato di recente al centro del dibattito scientifico internazionale.
È dunque proprio per rispondere a questa condizione di invisibilità multipla – di genere e di riconoscimento – che è nato Adulte!, progetto con cui la stessa Fondazione Time2 ha vinto il Bando ACT 2026 della Fondazione Unipolis, nella categoria Disuguaglianze, un percorso di empowerment individuale e collettivo dedicato alle giovani donne con disabilità di Torino, che prenderà il via dal prossimo mese di settembre.

Sottotitolata Percorsi di affermazione e scelta per giovani donne con disabilità, l’iniziativa si protrarrà fino al mese di giugno del 2028, presso il centro di protagonismo giovanile accessibile Open, lo Spazio Aperto di diversità della Fondazione Time2 a Torino.
«Questo progetto – spiegano dalla Fondazione promotrice – nasce per rispondere alla condizione di disuguaglianza multipla e intersezionale vissuta dalle giovani donne con disabilità, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze di genere e sociali, favorire l’autonomia e la piena cittadinanza delle beneficiarie e promuovere una trasformazione culturale che integri le politiche per la disabilità con quelle per la parità di genere. Il tutto articolato su 7 azioni, suddivise in due macroaree, una relativa all’empowerment individuale, con percorsi personalizzati di progetto di vita per 6 giovani donne con disabilità, inserimenti lavorativi con metodo place & train per altre 6, percorsi di counselling per circa 10 partecipanti e percorsi psicologici e psicoterapeutici per altre 10. E una seconda relativa invece all’empowerment collettivo, con gruppi di parola per 16 giovani donne con disabilità intellettiva o complessa su temi di relazioni, affettività e sessualità, laboratori intersezionali “di donne per donne” per circa 36 partecipanti presso lo spazio Open, e una campagna di comunicazione e advocacy sulla vita indipendente da una prospettiva di genere e di funzionamento. In totale, le beneficiarie dirette del progetto saranno 82, mentre le persone coinvolte indirettamente – familiari, operatori dei servizi sociali, datori di lavoro e comunità locale – saranno circa 300».

Adulte!, di cui la Fondazione Time2 è capofila, si avvale dell’operato di due partner specialistici, quali l’Associazione Verba, che supporta i percorsi psicologici individuali e co-facilita i gruppi di parola, e l’Istituto Change, che cura i percorsi di counseling individuale rivolti alle beneficiarie. Alla rete si affianca il Comune di Torino, che attraverso i servizi Passepartout, il Centro Relazioni e Famiglie e l’InformaGiovani contribuirà a intercettare e coinvolgere le destinatarie del progetto.
«L’elemento di maggiore innovazione del progetto – concludono da Time2 – risiede nell’adozione dell’approccio intersezionale come strumento operativo concreto, capace di superare la logica della delega tra servizi e di sperimentare modelli di gestione del progetto di vita personalizzato, partecipato e individualizzato, in un ambito in cui mancano ancora riferimenti chiari e proceduralizzati». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Fondazione Time2 (Silvia Bellucci), silviabellucci@bellspress.com.

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I tanti contesti in cui si manifesta il paternalismo nei confronti delle persone con disabilità

7 Luglio 2026 - 4:08pm

«Il paternalismo – scrive Luca Grecchi -, minando la fiducia nell’autoefficacia della persona con disabilità, le lascia credere di essere un individuo fragile necessitante di ricevere protezione, dando in cambio docilità, con la conseguenza che il bene offerto produce non autonomia, ma dipendenza; è una forma di prevaricazione, perché tende a far permanere l’altra persona in un’indesiderabile condizione di minorità. Ed è anche una modalità subdola, poiché spesso non viene percepita come tale, almeno in maniera consapevole, da chi la subisce» Murale realizzato dalle persone con disabilità della Cooperativa Il Margine di Volpiano (Torino), rivisitazione centrata sulla disabilità del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo

Per paternalismo si intende generalmente un comportamento protettivo ritenuto benevolo, simile a quello posto in essere da un padre, praticato da una persona nei confronti di un’altra, in rapporto alla quale si sente, per qualche motivo, superiore. Tale modalità non risulta tuttavia davvero benevola, in quanto richiede implicitamente in cambio una condotta accondiscendente.
L’insegnante e pedagogista Mario Lodi, in un libro del 1963, scriveva in merito che, nonostante l’apparente bonomia, il paternalismo costituisce «una forma insidiosa di autoritarismo, che concede solo una finta libertà». Nei confronti delle persone con disabilità, soprattutto intellettiva, si tratta purtroppo di un atteggiamento molto diffuso, posto in essere sia in famiglia, sia nei centri residenziali, sia nei luoghi di lavoro. In questi ultimi, in particolare, troppo spesso manca quella finezza necessaria per rapportarsi in modo corretto a tali persone, carenza che potrebbe essere in parte colmata con un’adeguata formazione, della quale beneficerebbe l’intera società.
Per quale motivo, in ogni caso, il paternalismo, sebbene appaia benevolo, risulta in realtà dannoso per la persona con disabilità? Così è in quanto esso rafforza una condizione che è solitamente già di dipendenza, nella quale la persona con disabilità è spesso stata tenuta fin dall’infanzia. Poiché, però, un adulto, per quanto semplice, è un adulto, non un bambino, né un figlio, occorre che sia trattato come un adulto. Rapportarvisi in modo infantilizzante è infatti non solo inadatto alla sua condizione, dunque innaturale, ma anche irrispettoso.
Il paternalismo, pertanto, produce effetti negativi, che la persona con disabilità subisce, in termini di una più difficoltosa acquisizione della propria maturità.

L’atteggiamento paternalistico sarebbe per altro ampiamente evitabile, se il soggetto che lo realizza prendesse atto che esso non costituisce una necessità per nessun essere umano, essendo bensì il mero esito di una carenza nella propria struttura della personalità. Infatti, chi pratica tale comportamento spesso compensa, in modo più o meno consapevole, un proprio senso di inadeguatezza, esercitando su un soggetto debole una specie di “dominio protettivo”, realizzato, almeno a parole, “per il suo bene”, pertanto assai difficile da rifiutare. Esso viene tuttavia effettuato, da parte di chi lo pone in essere, al fine di creare una sorta di pseudo immagine benevola di sé, la quale nasconde, invece, un mal celato desiderio di controllo, sia sul soggetto considerato che sull’ambiente circostante.

Il paternalismo, in sostanza, minando la fiducia nell’autoefficacia della persona con disabilità, le lascia credere di essere un individuo fragile necessitante di ricevere protezione, dando in cambio docilità, con la conseguenza che il bene offerto produce non autonomia, ma dipendenza.
Si tratta di un male che si potrebbe ritenere piccolo, se paragonato ad esempio ad altre forme di violenza, o abbandono, che purtroppo emergono sovente nelle cronache. Ciò nonostante, questa modalità di assoggettamento è comunque una forma di prevaricazione, in quanto tende a far permanere l’altra persona in un’indesiderabile condizione di minorità. Ed è anche una modalità particolarmente subdola, dato appunto che spesso non viene percepita come tale, almeno in maniera consapevole, dal soggetto che la subisce.

Il paternalismo nei confronti delle persone con disabilità si verifica, come detto, in vari contesti. In modo velato può presentarsi anche in quei luoghi lavorativi che pure appaiono maggiormente inclusivi, ovvero quelli che impiegano principalmente persone con disabilità.
Ho già argomentato in passato, in un precedente articolo ripreso su queste stesse pagine [“Il modello migliore per l’inclusione delle persone con disabilità nel lavoro”, N.d.R.], alcuni problemi insiti nelle relazioni sociali che si strutturano in questi contesti occupazionali “speciali”, per cui non mi ripeterò. Ciò nonostante, rimanendo al paternalismo, vorrei rimarcare che per riconoscere tale atteggiamento nei rapporti lavorativi vige a mio avviso una semplice regola generale. Si verifica, cioè, paternalismo in ogni situazione pseudoprotettiva in cui si differenziano in modo non necessario, infantilizzandole, alcune persone, ossia in ogni comportamento apparentemente amicale che tuttavia, nei contesti lavorativi ordinari, o comunque con altre persone, non si realizzerebbe. Questo non esclude, ovviamente, che anche con i soggetti con disabilità si possa ridere o scherzare, ma non, appunto, con modalità inferiorizzanti.
Se ci troviamo, ad esempio, in un ristorante in cui lavorano soprattutto persone con disabilità, e il titolare sottolinea continuamente con i clienti, davanti a loro, che solo grazie alla sua iniziativa non si trovano “rinchiuse in un centro per disabili”, dato che tale narrazione non è necessaria per l’attività ristorativa, in questo caso è verosimilmente all’opera un atteggiamento paternalistico.
Se, per fare un altro esempio, all’atto dell’assunzione di ogni persona con disabilità viene girato un video, postato sui social, nel quale questo fatto viene presentato come “una miracolosa vincita alla lotteria”, di fronte alla quale il fortunato estratto non può che esultare giubilante, abbracciando chi lo assume, poiché, pure stavolta, ciò non è necessario e non accade nei contesti lavorativi ordinari, anche qui mi pare all’opera un atteggiamento paternalistico. E lungamente potrei continuare, portando casi particolari che, differenziando laddove non utile, non fanno altro che inculcare nelle persone con disabilità il convincimento di dovere sempre ringraziare qualche “secondo padre” che le fa lavorare, in quanto da sole non ne sarebbero mai state capaci.

Occorre allora, in merito, ricordare che una persona con disabilità che lavora è, in primo luogo, un lavoratore che presta la propria opera. Gratitudine sociale, certo, in particolare a chi assume persone con deficit intellettivi, ma non va dimenticato che, a fronte di un’assunzione, un imprenditore si garantisce una prestazione professionale, la quale, soprattutto nel caso di attività in cui operino prevalentemente persone con disabilità, può anche contribuire alla creazione di “brand” ad elevato ritorno di immagine.

Come semplice studioso di filosofia, vorrei quindi dare un suggerimento a chi ha a cuore la dignità delle persone con disabilità. Sento spesso ripetere l’affermazione secondo cui dovrebbe parlare, su queste tematiche, soltanto “chi fa”, ma io credo che, rispettosamente, possano parlare tutti. Il suggerimento è in ogni caso quello, per il bene delle persone con disabilità, di trattarle sempre, quanto più possibile, come tutte le altre. Ciò renderebbe per altro più agevole instaurare con loro un reale rapporto di amicizia. L’amicizia vera, infatti – che è un bene, come ricordava Aristotele – può essere solamente un legame simmetrico, il quale si realizza tra coloro che si ritengono simili, non superiori né inferiori.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con differente titolo e alcune minime modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Formazione sulle competenze alberghiere per giovani con disabilità: un progetto europeo

7 Luglio 2026 - 1:40pm

Coinvolge organizzazioni di Ungheria, Spagna, Albania e Italia (con l’Associazione sarda Diversamente) ed è centrato sulle formazione delle competenze alberghiere per giovani con disabilità: il progetto europeo “Inclusive Check-In“, ha vissuto a Cagliari il proprio meeting internazionale, con esperti, educatori e professionisti provenienti dai Paesi coinvolti, che hanno condiviso esperienze e buone pratiche, lavorando alla progettazione dei materiali formativi utili per le successive fasi dell’iniziativa Al lavoro, a Cagliari, per il progetto “Inclusive Check-in”

«L’inclusione lavorativa rappresenta uno degli strumenti più efficaci per costruire autonomia, partecipazione e cittadinanza attiva. Attraverso la collaborazione europea possiamo sviluppare modelli innovativi e condividere esperienze capaci di generare opportunità concrete per le persone con disabilità»: a dirlo è Pierangelo Cappai, presidente dell’Associazione sarda Diversamente, partner italiana del progetto europeo Erasmus+ denominato Inclusive Check-In: Hotel Skills Training for Youth with Disabilities, letteralmente “Check-in inclusivo: formazione sulle competenze alberghiere per giovani con disabilità”, iniziativa triennale finalizzata a favorire l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità attraverso percorsi formativi innovativi dedicati al settore turistico e dell’accoglienza.
Nei giorni scorsi il progetto ha vissuto all’Hotel Califfo di Cagliari il proprio meeting internazionale, riunendo i rappresentanti delle organizzazioni partner di Diversamente, vale a dire Nem Adjuk Fel Social Cooperative (Ungheria), capofila dell’iniziativa, COCEMFE Sevilla (Spagna) e Down Syndrome Albania (Albania), animando due giornate di lavoro che hanno visto esperti, educatori e professionisti provenienti dai diversi Paesi coinvolti, condividere esperienze, metodologie e buone pratiche, lavorando alla progettazione dei materiali formativi che saranno utilizzati durante le successive fasi del progetto.

«L’obiettivo di Inclusive Check-In – spiegano da Diversamente – è sviluppare strumenti concreti per favorire l’accesso delle persone con disabilità al mondo del lavoro nel settore alberghiero e turistico, attraverso la realizzazione di moduli formativi specifici, contenuti digitali innovativi, una piattaforma online dedicata alla formazione e percorsi di sperimentazione rivolti sia ai partecipanti sia ai professionisti del settore. Particolare attenzione viene dedicata all’accessibilità cognitiva, alla comunicazione efficace, all’organizzazione degli ambienti di lavoro e allo sviluppo delle competenze necessarie per favorire autonomia, autodeterminazione e partecipazione attiva. Per la nostra Associazione, questa iniziativa rappresenta un importante tassello nel percorso di promozione del progetto di vita delle persone autistiche e in generale delle persone con disabilità, con particolare attenzione ai temi della formazione professionale e dell’inclusione lavorativa».
«L’incontro di Cagliari – conclude Cappai – conferma il ruolo sempre più centrale della cooperazione europea nella costruzione di percorsi inclusivi e sostenibili, capaci di valorizzare le competenze di ogni persona e contribuire allo sviluppo di una società più equa e accessibile». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria.diversamenteodv@gmail.com.

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Borse di studio per studenti e studentesse con disabilità uditiva delle Università

7 Luglio 2026 - 1:12pm

Sono aperte fino al 30 settembre le candidature al bando “Borse di Studio” promosso dalla Fondazione Pio Istituto dei Sordi e riservato a studenti e studentesse con disabilità uditiva delle Università italiane pubbliche e private. Nel dettaglio, saranno dieci le borse di studio dell’importo di 2.000 euro ciascuna, che verranno attribuite tenendo conto dell’andamento degli studi universitari e delle condizioni reddituali

Sono aperte fino al 30 settembre le candidature al bando Borse di Studio promosso dalla Fondazione Pio Istituto dei Sordi e riservato a studenti e studentesse con disabilità uditiva delle Università italiane pubbliche e private.
Nel dettaglio, saranno dieci le borse di studio dell’importo di 2.000 euro ciascuna, che verranno attribuite tenendo conto dell’andamento degli studi universitari e delle condizioni reddituali.
Per leggere il regolamento e scoprire come presentare la propria candidatura cliccare a questo link.

Per ulteriori informazioni: info@pioistitutodeisordi.org.

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Il web o è di tutti, o è un privilegio: l’accessibilità nella Pubblica Amministrazione e il “modello Firenze”

7 Luglio 2026 - 12:45pm

Dietro ogni schermo c’è un cittadino e dove c’è una barriera digitale, c’è un diritto negato. In tal senso, per anni la Pubblica Amministrazione ha considerato l’accessibilità web come un fastidio burocratico, ma oggi l’inclusione digitale non è più un gesto di cortesia istituzionale, bensì un dovere civico e inderogabile che attraversa l’intera macchina pubblica. E in questo settore c’è chi ha scelto di non “subire le norme”, ma di guidarle, da veri pionieri, come all’Università di Firenze

Dietro ogni schermo c’è un cittadino e dove c’è una barriera digitale, c’è un diritto negato.
Per anni la Pubblica Amministrazione ha considerato l’accessibilità web come un fastidio burocratico, una nota a piè di pagina da risolvere con una spunta su un modulo. Oggi quella stagione è finita per sempre. L’inclusione digitale non è più un gesto di cortesia istituzionale, ma un dovere civico e inderogabile che attraversa l’intera macchina pubblica. Riguarda il Ministero, il piccolo Comune, l’Ospedale e l’Università. Riguarda chiunque scriva un bando, carichi una delibera o progetti un servizio online. Se la Pubblica Amministrazione non è accessibile, smette di essere pubblica.

L’evoluzione della normativa AgID (Agenzia Italia Digitale) ha ridisegnato completamente le regole del gioco a livello nazionale, trasformando i vecchi princìpi della “Legge Stanca” [Legge 4/04, N.d.R.] in un regime a tolleranza zero. L’Agenzia ha schierato infatti commissioni interne di valutazione e organi ispettivi con poteri di vigilanza reali e stringenti, cosicché non ci si può più nascondere dietro un’autocertificazione formale.
Oggi l’AgID monitora costantemente i portali pubblici, accoglie le segnalazioni dei cittadini e avvia istruttorie che si traducono in pesanti sanzioni per danno erariale e responsabilità dirigenziale. La conformità non è più una scelta di stile: è un obbligo di legge che impone di ripensare ogni documento, ogni intranet e ogni software fin dalla sua progettazione.

In questo scenario di profondo cambiamento nazionale, c’è chi aspetta i controlli e c’è chi anticipa il futuro. Chi scrive coordina l’accessibilità web dell’Università degli Studi di Firenze e nel nostro Ateneo abbiamo scelto di non “subire la norma”, ma di guidarla, posizionandoci di fatto tra i pionieri in Italia in questo campo. Mentre molti si limitano a rincorrere le scadenze dell’AGID, nell’Ateneo Fiorentino abbiamo strutturato infatti un vero e proprio modello di lavoro. Non ci limitiamo a correggere i siti web a posteriori: formiamo il personale, analizziamo i software prima di acquistarli e creiamo una cultura dell’inclusione che parte dall’alto. Dai portali principali alle piattaforme di e-learning, fino all’ultimo pdf di un regolamento, verifichiamo che ogni singolo pixel sia fruibile da chiunque, indipendentemente dalle abilità fisiche o cognitive.
Essere pionieri significa questo: tracciare la strada per tutta la Pubblica Amministrazione, dimostrando che l’accessibilità non è un limite tecnico, ma una straordinaria opportunità di innovazione. Perché l’inclusione non si fa a parole, si progetta nei fatti e un’amministrazione davvero accessibile abbatte i muri prima ancora che vengano costruiti, per non lasciare indietro nessuno.

*Coordinatore dell’accessibilità web nell’Università degli Studi di Firenze.

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Il nuovo rapporto sulla condizione delle persone con malattia rara in Italia

7 Luglio 2026 - 12:25pm

Già dal 2015 la Federazione Italiana Malattie Rare UNIAMO raccoglie e aggrega tutti i dati disponibili tra gli attori del sistema malattie rare, per produrre un documento che offra una visione d’insieme del sistema in questione nel nostro Paese e che includa anche il punto di vista dei pazienti. Il risultato è il rapporto “MonitoRare” di cui nei giorni scorsi è stata presentata l’edizione del 2026

Nei giorni scorsi a Roma vi è stata la presentazione di MonitoRare. Dodicesimo Rapporto sulla condizione delle persone con malattia rara in Italia. Lo rende noto UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare che dal 2015 raccoglie e aggrega tutti i dati disponibili tra gli attori del sistema malattie rare, proprio al fine di produrre un documento che offra una visione d’insieme del sistema in questione nel nostro Paese e che includa anche il punto di vista del paziente, l’interlocutore centrale che necessita di informazioni valide e attendibili per poter comprendere il funzionamento dell’organizzazione di cui fa parte e diventare parte attiva della struttura.
Il Rapporto MonitoRare 2026 è liberamente fruibile e scaricabile dal seguente link, mentre una sintesi degli elementi emersi dalla lettura del Rapporto è disponibile a quest’altro link.

La presentazione del documento si è inserita nella cornice della Convention MonitoRare, che anche quest’anno si è sviluppata su due giornate di lavori. All’interno di essa si sono tenute tre tavole rotonde, un focus speciale sulle Regioni e, novità di quest’anno, il World Café dedicato alle priorità del prossimo Piano Nazionale per le Malattie Rare, una sessione interattiva che ha visto la partecipazione dei Centri di Coordinamento Malattie Rare, rappresentanti delle Associazioni dei pazienti e della società civile. (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: segreteria@uniamo.org.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Danzare mi tiene viva e mi ricorda che non è finita

7 Luglio 2026 - 12:08pm

Da circa dieci anni convive con una malattia rara autoimmune e degenerativa che ne ha progressivamente trasformato la quotidianità, ma continua a lavorare in smart working, a organizzare la propria vita attorno ai limiti imposti dalla malattia, e continua soprattutto a proteggere uno spazio essenziale della sua identità: la danza. «Danzare – dice Elisa Tibussi – tiene viva la mia passione e in questo modo tiene viva me. È uno sfogo di vita normale e mi ricorda che non è finita»

«Sopravvivere è un lavoro. Con una malattia di questo tipo passi la vita a cercare di salvarti. Nel mio caso, senza mai rinunciare ai sogni»: le parole di Elisa Tibussi arrivano nette, senza retorica. Non cercano compassione. Raccontano semplicemente la fatica quotidiana di restare in piedi quando il corpo, lentamente, cambia le regole della vita.
Elisa ha 50 anni, vive a Piacenza con il marito e da circa dieci anni convive con una malattia rara autoimmune e degenerativa che ne ha progressivamente trasformato la quotidianità. Le giornate si sono riempite di visite, ricoveri, terapie, prenotazioni, telefonate, decisioni da prendere in fretta e spesso da sola. Un lavoro invisibile che accompagna ogni persona costretta a vivere dentro una fragilità cronica. Eppure, ascoltandola parlare, non emerge mai il tono di chi si è arreso. Continua a lavorare come impiegata, in modalità smart working, continua a organizzare la propria vita attorno ai limiti imposti dalla malattia, continua soprattutto a proteggere uno spazio essenziale della sua identità: la danza.
«La danza mi serve come terapia – racconta -, ma solo perché ho trovato un’insegnante come Danila Corgnati». Quando entra nella sala dell’Alive Dance Studio, a Piacenza, il tempo sembra rallentare. La malattia resta fuori per qualche istante e il corpo smette di essere soltanto dolore, stanchezza o controllo medico. Torna a essere movimento.
«Quando entro in una sala di danza mi sento a casa»: è una frase che contiene molto più di quanto sembri. Per Elisa, infatti, la danza non è evasione romantica, ma un modo concreto per restare agganciata alla vita. Una disciplina che accompagna la sua storia sin dall’infanzia e che oggi, nonostante tutto, continua a offrirle un frammento di libertà.
Danila Corgnati, ballerina, docente e coreografa, ha imparato a leggere quel corpo fragile senza forzarlo. Ogni lezione nasce dalle condizioni fisiche del momento. Nulla è standardizzato, nulla è automatico. «Con lei inventiamo ogni volta la lezione, la cuciamo sulle mie condizioni fisiche», spiega Elisa. «Danila ha imparato a capire quello che posso affrontare».
Nei loro incontri, dunque, non esiste la ricerca della perfezione tecnica, ma piuttosto la necessità di creare uno spazio sicuro, umano, possibile. «Il lavoro che svolgiamo insieme – racconta Danila – è calibrato sulle sue esigenze, ma ciò che Elisa porta in sala va ben oltre qualsiasi adattamento tecnico: porta una passione autentica e una consapevolezza di sé non comune».

Fuori dalla danza, però, la realtà resta complessa. La malattia ha ridotto drasticamente la libertà personale di Elisa. Piccoli gesti quotidiani come fare due passi, condividere una pizza in compagnia o partire per un viaggio si sono trasformati in traguardi complessi, se non del tutto irraggiungibili. «Non posso più uscire per una semplice passeggiata o per una pizza con gli amici. Non posso fare vacanze o viaggi se non per raggiungere un luogo di cura». E anche le relazioni cambiano quando la fragilità entra nella vita. Alcune persone si allontanano, altre, inattese, restano.
Elisa racconta senza rabbia le delusioni ricevute da amici e parenti da cui si sarebbe aspettata sostegno, ma racconta anche le nuove amicizie nate proprio dentro l’esperienza della malattia: legami più autentici, meno superficiali, costruiti sulla presenza reale.
Nonostante tutto, nel suo racconto resta spazio perfino per l’ironia, per una risata improvvisa, per quella leggerezza ostinata di chi non vuole lasciare che la diagnosi diventi l’unica definizione possibile di sé. «Danzare tiene viva la mia passione e in questo modo tiene viva me. È uno sfogo di vita normale e mi ricorda che non è finita».

Forse è proprio questo il punto centrale della storia di Elisa: non la malattia in sé, ma il modo in cui continua a difendere il diritto a sentirsi viva oltre la malattia. All’Alive Dance Studio questa idea è diventata parte di una filosofia precisa. «In base all’esperienza che abbiamo avuto con gli adulti, crediamo nella danza non solo come disciplina tecnica, ma come qualcosa che possa far sentire vivi – spiegano Elena e Antonio Taglia, fondatori della scuola – non siamo terapeuti, ma siamo convinti che la danza possa essere supporto, benessere, energia». E osservando Elisa muoversi in sala, si comprende che non stanno parlando soltanto di danza. Stanno parlando della possibilità, anche dentro una vita radicalmente cambiata, di continuare a cercare bellezza. Anche solo per pochi minuti. Anche solo per il tempo di una musica.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La celiachia non va in vacanza: consigli e indicazioni per un’estate senza glutine e senza rinunce

6 Luglio 2026 - 6:27pm

Vacanze, cene fuori e viaggi all’estero: per le persone celiache l’estate può essere vissuta con serenità, a patto di avere le informazioni giuste. Per questo l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) ha messo a disposizione numerosi strumenti e indicazioni per affrontare la stagione estiva in sicurezza, senza glutine e senza rinunce. Vediamo di cosa si tratta

Vacanze, cene fuori e viaggi all’estero: per le persone celiache l’estate può essere vissuta con serenità, a patto di avere le informazioni giuste. Per questo l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) ha messo a disposizione numerosi strumenti e indicazioni per affrontare la stagione estiva in sicurezza, senza glutine e senza rinunce. In particolare, grazie al contributo di Carlotta Romeo, dietista del’Associazione, è online un video (a questo link) con i consigli pratici su come organizzare pasti senza glutine, freschi ed equilibrati, perfetti per le calde giornate estive, quali accortezze adottare nella scelta del gelato e come prepararsi a un viaggio all’estero.
«L’estate – afferma Rossella Valmarana, presidente drell’AIC – deve essere un momento di libertà e serenità anche per chi convive con la celiachia; poter vivere una quotidianità senza limitazioni e partecipare pienamente alla vita sociale è infatti un indicatore importante della qualità della vita della persona. Informazione, formazione e attenzione alla sicurezza alimentare sono fondamentali per permettere alle persone celiache di viaggiare e vivere le vacanze senza rinunce e senza rischi».

Come trovare dunque il locale giusto? Dove acquistare prodotti senza glutine? A supporto di chi viaggia, l’AIC mette anche a disposizione il programma Alimentazione Fuori Casa (AFC), l’app AIC Mobile e la sezione Celiachia in viaggio nel proprio sito.
Per quanto riguarda il programma AFC, ad oggi sono circa 5.000 gli esercizi commerciali che vi aderiscono (e per i turisti stranieri è disponibile una versione Welcome dell’app, acquistabile anche per brevi periodi).
AIC Mobile rappresenta quindi uno strumento completo per la gestione quotidiana della dieta senza glutine e consente di consultare la mappa dei locali gluten free in tutta Italia; l’elenco dei negozi dove acquistare prodotti senza glutine; il Prontuario degli alimenti, con funzione di scansione del codice a barre per verificare l’idoneità dei prodotti; una sezione dedicata all’acquisto online di prodotti per celiaci. Sono inoltre disponibili gratuitamente contenuti utili come la sezione delle News o l’ABC della dieta senza glutine, elenco “a semaforo” che raggruppa gli alimenti sulla base della loro idoneità alla dieta dei celiaci.
In assenza, poi, di un locale che non aderisce al programma AFC, l’AIC non invita naturalmente rinunciare a un pranzo fuori con la famiglia e gli amici o a un viaggio, ma di informare sempre il personale sulla celiachia e sugli ingredienti da evitare. E in caso di dubbi sulla preparazione o sul rischio di contaminazione, si consiglia di evitare il consumo del piatto, privilegiando preparazioni più semplici. In ogni caso, il suggerimento è quello di informarsi preventivamente sulla disponibilità di pasti o prodotti gluten free.

L’AIC, va ricordato inoltre, fa parte dell’AOECS (Association of European Coeliac Societies) e del CYE (The Coeliac Youth of Europe), organizzazioni nei cui siti ufficiali (a questo e a questo link) sono disponibili riferimenti delle Associazioni straniere, consigli utili su dove mangiare e acquistare prodotti gluten free all’estero e frasi utili sulla celiachia tradotte in diverse lingue.
Tornando al programma AFC, va detto che esso comprende anche una sezione dedicata ai punti ristoro presenti in stazioni, aeroporti e aree di servizio autostradali, sempre più numerosi: nel 2025-2026 sono cresciuti infatti di oltre 250 unità in tutta la penisola.
E ancora, nel sito dell’AIC sono disponibili anche approfondimenti e consigli pratici per organizzare vacanze senza glutine, anche all’estero. In una pagina dedicata (a questo link), costantemente aggiornata con i consigli utili per la celiachia in viaggio, è disponibile infine un video delle dietiste AIC, con una panoramica dei principali problemi che il celiaco può trovare e tante soluzioni pratiche per affrontarli.
E da ultimo, ma non ultimo, l’AIC dedica uno spazio a parte al gelato, «simbolo dell’estate per eccellenza, che può essere consumato anche dalle persone celiache, a patto di prendere alcune semplici ma fondamentali precauzioni. Non basta, infatti, scegliere un cono senza glutine: anche ingredienti come basi pronte, guarnizioni, decorazioni e semilavorati devono essere controllati con attenzione; inoltre, le gelaterie devono adottare procedure corrette per evitare contaminazioni durante la preparazione e il servizio. Per questo si può fare sempre affidamento alle gelaterie aderenti al nostro programma AFC. Se poi si opta per un gelato confezionato, l’etichetta è lo strumento che permette di essere sicuri grazie alla presenza della dicitura “senza glutine” o del marchio Spiga Barrata». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Caterina Argirò (caterina.argiro@leacrobate.it).

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Marco Rasconi alla Presidenza dell’Istituto Italiano della Donazione

6 Luglio 2026 - 5:53pm

Forte di una lunga esperienza nella governance di organizzazioni non profit e nella promozione dei diritti delle persone con disabilità, dell’inclusione e della partecipazione civica, è stato tra l’altro a lungo presidente dell’Associazione UILDM, è responsabile del progetto sui percorsi di vita indipendente della Federazione LEDHA Milano e componente della Commissione Centrale di Beneficenza della Fondazione Cariplo: Marco Rasconi è il nuovo Presidente dell’IID, l’Istituto Italiano della Donazione Marco Rasconi, nuovo Presidente dell’Istituto Italiano della Donazione

«Ho accolto con convinzione la proposta di assumere questo nuovo incarico e lo affronterò facendo tesoro delle esperienze maturate in tanti anni di impegno nel Terzo Settore. Stiamo vivendo una fase cruciale per il non profit: si aprono nuove opportunità, anche grazie all’evoluzione del quadro normativo, ma al tempo stesso siamo chiamati a rispondere a sfide importanti, soprattutto sul piano della comunicazione, della credibilità e della reputazione. In questo contesto, l’Istituto Italiano della Donazione vuole rinnovare e rafforzare il proprio ruolo storico, continuando a promuovere la cultura e la pratica del dono, della trasparenza e della fiducia. Sono valori irrinunciabili per il Terzo Settore e rappresentano la base su cui costruire il rapporto con cittadini, donatori, istituzioni e comunità»: a dirlo è Marco Rasconi, dopo essere stato eletto alla Presidenza dell’IID (Istituto Italiano della Donazione), succedendo a Ivan Nissoli.

Figura di riferimento del Terzo Settore italiano, con una lunga esperienza nella governance delle organizzazioni non profit e nella promozione dei diritti delle persone con disabilità, dell’inclusione e della partecipazione civica, Rasconi ha ricoperto tra l’altro per nove anni la carica di presidente nazionale della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), dopo averne guidato la Sezione di Milano, ed è anche responsabile del progetto sui percorsi di vita indipendente della Federazione LEDHA Milano (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), oltreché componente della Commissione Centrale di Beneficenza della Fondazione Cariplo. Con la sua elezione alla Presidenza dell’IID, mette dunque a disposizione dell’Istituto un’esperienza consolidata nella guida di organizzazioni del Terzo Settore, nella costruzione di reti e nella promozione dei valori della trasparenza, della responsabilità e della fiducia, elementi fondanti della missione dell’IID stesso. Al suo fianco Alberto Fontana, in qualità di vicepresidente, e il nuovo Consiglio Direttivo, composto anche da Gianfranco Arnoletti, Francesco Falini, Alessandro Guido e Adelaide Gallo.

L’IID, lo ricordiamo, è un’Associazione che promuove la cultura del dono in tutte le sue forme, rivolgendosi sia al mondo associativo che al privato cittadino. Fondato nel 2004 dalla Fondazione Sodalitas e dal Forum Nazionale del Terzo Settore, esso basa la propria attività sulla Carta della Donazione, primo codice italiano di autoregolamentazione per la raccolta e l’utilizzo dei fondi nel non profit. Grazie ai suoi strumenti e alle verifiche annuali, l’Istituto assicura che l’operato delle organizzazioni non profit sia in linea con standard riconosciuti a livello internazionale e risponda a criteri di trasparenza, credibilità ed onestà. Dal 2015, inoltre, si rivolge anche al privato cittadino, donatore e non solo, grazie all’istituzione per legge del Giorno del Dono, progetto culturale nazionale. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: Ornella Ponzoni (ornella.ponzoni@istitutoitalianodonazione.it).

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Procede il percorso del Piano Nazionale dell’Economia Sociale

6 Luglio 2026 - 5:18pm

«Con il passaggio in Consiglio dei Ministri, il Piano supera un ulteriore step verso la sua realizzazione e, in base a quanto apprendiamo dalla stampa, va incontro anche a diverse proposte da noi formulate nell’intenso percorso di consultazione. Ora servono sia gli strumenti normativi che le risorse»: così Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore, a proposito del Piano d’Azione Nazionale dell’Economia Sociale, ritenuto «una grande opportunità di sviluppo da cogliere a pieno» 

«Con il Piano d’Azione Nazionale dell’Economia Sociale il nostro Paese ha una grande opportunità di sviluppo e di fare scuola in Europa: è davvero cruciale coglierla a pieno, muovendo subito passi verso la direzione individuata»: a dirlo in una nota è Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore, che aggiunge: «Con il passaggio in Consiglio dei Ministri, il Piano supera un ulteriore step verso la sua realizzazione e, in base a quanto apprendiamo dalla stampa, va incontro anche a diverse proposte formulate dal Forum Terzo Settore, che sin dall’inizio ha partecipato all’intenso percorso di consultazione. In attesa di leggere il documento sul sito del Governo, consideriamo molto positivo che, finalmente, il nostro Paese si doti di politiche strutturali in grado di promuovere, valorizzare, sostenere un modello di economia inclusiva e sostenibile, di cui il Terzo Settore italiano è senza dubbio protagonista».

Il Piano dell’Economia Sociale, va ricordato, nasce da una Raccomandazione dell’Unione Europea e uno dei principali meriti di esso, secondo il Forum Terzo Settore, «è quello di porre l’attenzione su un modello economico che mette al centro il benessere delle persone e della collettività. Si tratta di un passo cruciale per scardinare l’idea di ineluttabilità, che è stata dominante negli ultimi decenni, di un’economia fondata esclusivamente alla massimizzazione del profitto, di cui a beneficiare sono sempre meno persone. Nel nostro Paese, del resto, l’economia sociale è già un fenomeno diffuso e articolato e il Piano ne tiene giustamente conto, mettendo a disposizione strumenti diversi a seconda della tipologia dei soggetti: imprese cooperative, imprese sociali, associazioni, volontariato».

«Nel testo esaminato dal Governo – prosegue Moretti – troverebbero spazio, tra le altre cose, strumenti finanziari specifici, il rafforzamento delle modalità di collaborazione tra il Terzo Settore e le Pubbliche Amministrazioni per realizzare le politiche pubbliche, la valorizzazione del volontariato e delle competenze di chi lo pratica. Tutti aspetti, questi come altri, che hanno visto un importante contributo da parte del Forum Terzo Settore. Come auspicavamo, inoltre, è stata prevista una struttura per lo sviluppo del Piano presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze».
«Al momento – conclude il Portavoce del Forum – il Piano si configura come una cornice molto positiva, ma che va quanto prima riempita. Pensiamo, innanzitutto, agli strumenti normativi per realizzare le misure contenute nel testo e, ancor di più, alle risorse: da questo punto di vista ci aspettiamo che già la prossima Legge di Bilancio sia decisiva». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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“Nulla su di Noi, senza di Noi”, anche nella prevenzione, nella protezione e nelle emergenze!

6 Luglio 2026 - 4:23pm

Le punte di caldo anomalo e torrido che interessano l’Italia e l’Europa sono un segnale sempre più evidente di una crisi climatica che incide sulla salute, sulla sicurezza, sull’autonomia e sulla vita quotidiana delle persone. E, come accade spesso nelle emergenze, non colpisce tutti allo stesso modo. Per questo la prevenzione e il soccorso devono diventare sempre più inclusivi e partecipati, perché la crisi climatica è reale, e reali dovrebbero essere i diritti richiamati in tale àmbito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

Le punte di caldo anomalo e torrido che stanno interessando il nostro territorio e l’Europa non possono essere considerate soltanto un disagio stagionale. Sono un segnale sempre più evidente di una crisi climatica che incide sulla salute, sulla sicurezza, sull’autonomia e sulla vita quotidiana delle persone. E, come accade spesso nelle emergenze, non colpisce tutti allo stesso modo.
Di fronte a fenomeni come questi, le persone con disabilità, le persone anziane, chi vive con patologie croniche e chi può avere bisogno di supporti specifici rischiano di rimanere senza una protezione adeguata quando le misure di prevenzione e gestione dell’emergenza non tengono concretamente conto dei bisogni di tutte e tutti. E questo principio vale non solo per i picchi di calore, ma anche per altre situazioni di rischio climatico e per qualunque emergenza.
Non occorre attendere il verificarsi di calamità naturali o eventi catastrofici per comprendere quanto sia fondamentale prevenire. La crisi climatica è anche una questione di diritti umani, salute pubblica, protezione civile e pari opportunità.

Pur essendo tra le persone più esposte agli effetti delle emergenze climatiche e avendo un rischio da due a quattro volte maggiore di morire o rimanere ferite in emergenze legate al clima, circa 1,3 miliardi di persone con disabilità nel mondo non dispongono ancora di una rappresentanza pienamente strutturata nelle Conferenze sul Clima delle Nazioni Unite. Tuttavia, un passo importante è stato compiuto con il riconoscimento del Disability Climate Caucus, che riunisce più di 120 organizzazioni globali in una piattaforma coordinata per rafforzare la partecipazione delle persone con disabilità nei negoziati climatici, nell’accesso ai finanziamenti e nelle discussioni su perdite e danni. Tra queste organizzazioni c’è anche la nostra [Attiva-Mente, N.d.R.], che porta in questo percorso internazionale anche la voce sammarinese.
A livello internazionale, il tema è ormai ben documentato. In questa direzione si colloca anche il recente rapporto promosso dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, che chiede di integrare le persone con disabilità nelle politiche, nelle prassi e nell’attuazione delle azioni climatiche globali. Il rapporto stesso sottolinea che l’azione climatica diventa più efficace, equa e sostenibile quando le persone con disabilità sono coinvolte nei processi decisionali, non come destinatarie passive di misure pensate da altri.

San Marino ospita in questi giorni un confronto internazionale di grande rilievo sulla medicina dei disastri e sulla preparazione alle emergenze. È un’occasione preziosa per ricordare che nessun piano di emergenza può dirsi davvero completo se non include, fin dalla progettazione, anche le persone con disabilità e tutte le persone con specifiche esigenze di supporto. La medicina dei disastri, la protezione civile e i piani di emergenza devono essere pensati anche per le persone con disabilità.
È alquanto utile, crediamo, interrogarsi su quanto il nostro sistema sia preparato ad affrontare una possibile “emergenza senza barriere”, capace cioè di proteggere tutte le persone, comprese quelle che vivono condizioni di maggiore esposizione al rischio. Se, ad esempio, una persona non riceve un’allerta in un formato comprensibile e fruibile, se non può raggiungere un luogo sicuro, se un centro di accoglienza presenta barriere, se un’evacuazione non prevede mezzi idonei, se un’interruzione elettrica mette a rischio chi utilizza dispositivi salvavita o ausili tecnologici, oppure se un operatore o un soccorritore non è formato per assistere una persona con una specifica disabilità cognitiva, intellettiva, relazionale o sensoriale, allora quella persona non è realmente protetta. Questi sono solo alcuni esempi, ma bastano a ricordare che una comunità è pienamente resiliente solo quando riesce a proteggere tutte e tutti.

Un tema particolarmente importante riguarda la possibilità di conoscere, prima che l’emergenza accada, quali persone possano avere bisogno di supporti specifici in caso di rischio climatico, sanitario o ambientale. Questo può avvenire attraverso strumenti volontari, aggiornabili e costruiti con il consenso diretto degli interessati, affinché chi desidera essere individuato, contattato, assistito o evacuato in modo adeguato possa autorizzare l’utilizzo delle informazioni necessarie alla propria protezione.
La tutela dei dati personali è un principio fondamentale che non può trasformarsi in un ostacolo astratto alla prevenzione e alla sicurezza. Al contrario, se gestita con consenso informato, finalità chiare, accesso limitato ai soli soggetti autorizzati e pieno controllo da parte della persona interessata, può e deve diventare parte integrante della protezione. Chi chiede di essere tutelato, protetto e soccorso in caso di emergenza deve poter mettere a disposizione le informazioni utili alla propria incolumità, senza che la privacy diventi, anche involontariamente, un motivo per rinviare o bloccare soluzioni necessarie.

La prevenzione e il soccorso devono diventare sempre più inclusivi e partecipati. Perché la crisi climatica è reale, e reali dovrebbero essere i diritti richiamati dall’articolo 11 (Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
“Nulla su di Noi, senza di Noi”, anche nella prevenzione, nella protezione e nelle emergenze!

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

Sul medesimo tema qui trattato, suggeriamo anche la lettura dei nostri recenti contributi: Cambiamenti climatici e disabilità: prosegue il percorso per fare emergere sempre più i diritti (a questo link); Le persone con disabilità non possono più essere escluse dalle politiche sui cambiamenti climatici (a questo link).

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Ma che me ne faccio di “un’inclusione di plastica”? Ovvero “fatta la normativa, servirebbe fare cultura”!

6 Luglio 2026 - 1:56pm

«Vogliamo continuare a ripeterci – scrive Maurizio Piacenza – che abbiamo una normativa sull’inclusione scolastica invidiata da molti, anche se il quotidiano ci racconta una realtà nella quale troppo spesso c’è solo “un’inclusione di plastica”, oppure vogliamo rendere sostanziale ciò che spesso resta solo formale? Non accontentiamoci di restare fermi alla forma senza farla diventare sostanza. Insomma, “fatta la normativa, servirebbe fare cultura”!»

Sono 13 anni che conviviamo con un’epilessia farmacoresistente. La malattia ha portato “in dono” una disabilità e una certa qual fatica nello studio. Abbiamo dunque un PEI (Piano Educativo Individualizzato) e sì, uso e userò il plurale perché salute, inclusione scolastica e diritto allo studio per chi ha bisogni educativi speciali non sono mai questioni della singola persona. Sono questioni collettive. Familiari, in primis, ma a essere onesti sono – o almeno dovrebbero essere – temi di interesse e riflessione per l’intera società.
Gli ultimi due anni, cioè da che siamo alla secondaria di secondo grado, il livello di inclusione scolastica e rispetto del diritto allo studio sono venuti alla luce per quello che sono: formalità, nella sua duplice veste. Forma, intesa come qualcosa che è ancora lontano dal diventare sostanza e forma come attenzione alle procedure, svolte le quali si è – formalmente, nonché legalmente – a posto.
Che ci siamo imbattuti in un’eccezione ben poco virtuosa? Potrebbe ben essere, per carità. Quindi guardiamoci un po’ attorno.

Il terzo Rapporto Annuale  sui diritti delle persone con disabilità dell’Osservatorio Giuridico Permanente dell’Università di Milano Human Hall ci dice, tra le altre cose, che «emerge un quadro segnato da persistenti criticità nell’attuazione effettiva dei diritti, soprattutto nell’àmbito dell’inclusione scolastica». Su un altro fronte, gli articoli di Superando sul tema inclusione e scuola che descrivono situazioni di criticità stanno diventando davvero numerosi. Dulcis in fundo (si fa per dire…), il gruppo Facebook Normativa Inclusione continua a essere ricco di segnalazioni di vario tipo. Non un panorama idilliaco, come si può vedere. Ma torniamo a noi e agli ultimi due anni.
Due anni davvero tosti, sia sul fronte salute che sul fronte scuola. E altri ne abbiamo di fronte, ahinoi. Sul fronte salute poco ci possiamo fare. O meglio, usiamo tutti i mezzi che medicina e scienza ci mettono a disposizione e sfruttiamo le positività derivanti dall’essere riusciti quasi sempre a fare squadra in modo vincente con i professionisti che ci supportano. Rapporti win-win, direbbero quelli bravi. Rapporti dove il rispetto reciproco e il contributo di tutti concorre al risultato finale.
Sul fronte scolastico mi sarei aspettato di riuscire a fare qualcosa di simile. La realtà però ci ha raccontato una storia diversa. Episodi di “scarsa cordialità” (chi legge l’onore e l’onere di usare altri termini…) sia il primo che il secondo anno. Un contesto classe davvero ostico, dobbiamo dirlo. Certe meccaniche della Scuola di oggi che davvero non aiutano e, a volte, paiono anche molto poco logiche.

Ed ecco la prima domanda: come mai il tanto sbandierato Patto educativo di corresponsabilità scuola-famiglia in questi frangenti non esce fuori dai fogli scritti – o dai PDF sui siti – per diventare qualcosa di concreto, di vivo, di vero? Me lo sono chiesto e continuo a chiedermelo.
Ci sarebbe modo, e necessità, di instaurare anche qui rapporti win-win. Allora perché invece di lavorare insieme a un obiettivo comune, ci si ritrova a non firmare un PEI? Per più di un motivo, a dire il vero. Il formato digitale adottato, innanzitutto, che in realtà non era tale perché della piattaforma ministeriale non c’era traccia, ma eravamo di fronte a un coacervo di file su Google Drive. Nessuna possibilità di firma digitale con valore legale, ça va sans dire, ma nemmeno un documento cartaceo stampato che, una volta letto e se condiviso, si poteva stampare. Perché tutto questo, mi chiedo io? Una risposta non ce l’ho.
Ma non fermiamoci alla forma. Abbiamo detto che ciò che conta è la sostanza e se il principio vale, deve valere sempre. Ubi maior, minor cessat, dicevano. Se i contenuti del PEI fossero stati condivisi, la forma avrebbe potuto passare in secondo piano. Ma nel PEI si alternavano approcci diametralmente opposti. Si passava da un’assenza totale di personalizzazioni e strumenti compensativi e/o dispensativi perché non ritenuti necessari, a elenchi di strumenti decisamente troppo completi. Per poter scegliere al bisogno, il motivo. Sigh. E accanto alla singolarità dell’approccio “altalenante”, ecco spuntare espressioni generali e di principio, così poco tarate su necessità specifiche da ricordarmi molto alcuni testi della Erickson. O di altro editore con pubblicazioni simili, qui non si fanno preferenze. Per dire che sembravano più affermazioni di principio adatte a un convegno in tema di inclusione scolastica che ad un progetto su misura come il PEI, invece, dovrebbe essere. Più forma che sostanza, di nuovo.

Passiamo quindi a una veloce digressione sulle “mappe concettuali”, tanto utili quanto mai veramente affrontate in modo serio. Quest’anno ci siamo trovati a crearle a casa in autonomia. Ovviamente seguiva il vaglio del/la docente di turno. Vaglio dovuto, intendiamoci, perché le mappe concettuali – come gli altri strumenti compensativi – devono appunto compensare una difficoltà che altrimenti risulterebbe eccessiva, non devono certo favorire. Quindi che controllo sia!
La domanda che mi pongo, però, è questa: su materie specifiche di indirizzo non sarebbe più opportuno che, se il ragazzo o la ragazza non riescono a crearle in autonomia, la scuola fornisse il supporto per crearle o, in caso di impossibilità, le producesse essa stessa? Ovvio, il discorso dovrebbe valere per tutte le materie, ma per quelle di indirizzo vedo la cosa ancora più dirimente, e deprimente, per come troppo spesso viene affrontata. Parliamo infatti di competenze che non sempre in famiglia ci sono. E se non ci sono, come si fa?
«Volevo essere più forte / di ogni mia perplessità / ma come posso accontentarmi / se tutto quello che sai darmi / è un’inclusione di plastica?». A parte queste semi-citazioni volutamente ironiche (Carmen Console, cantautrice di Amore di plastica mi perdonerà, o almeno lo spero), mi piacerebbe proporre una riflessione: penso che alla luce di come stanno andando le cose nella realtà, dobbiamo farci una domanda. Come società, intendo. Vogliamo continuare a nasconderci dietro a un dito, ripetendoci che abbiamo una normativa che ci invidiano in molti, anche se il quotidiano ci racconta una realtà troppo spesso difficile oppure vogliamo rendere sostanziale ciò che spesso resta solo formale? Perché c’è una differenza abissale tra un diritto formale e un diritto sostanziale. Il primo, per quanto sacrosanto, resta sulla carta, il secondo lo possiamo esercitare. Io la mia preferenza ce l’ho, penso si sia capito.

Di quest’anno scolastico appena chiuso ho omesso molte cose, ma una la inserisco adesso: il discorso caregiving. Con una scuola sempre più assente, che delega – ma sarebbe meglio dire lascia – alla famiglia quanto dovrebbe fare lei, quale mai potrà essere la disponibilità di tempo da dedicare al lavoro per chi abbia deciso di seguire il figlio o la figlia nel percorso scolastico, per non lasciare che affronti in solitaria quel percorso che dovrebbe fargli acquisire competenze per la vita?
Attenzione, però. Non vivo su Marte. Conosco bene i problemi che sta attraversando la Scuola, non da oggi. Ma questo non cambia di una virgola il discorso, anzi. È proprio questo il contesto in cui il Patto educativo di corresponsabilità dovrebbe svolgere un suo ruolo ben preciso. E quindi? E quindi non lo so. E con queste tante domande e ben poche risposte, ad un certo punto ho deciso di scrivere una lettera al ministro Valditara. L’avrà letta? Non lo so, non ne ho idea. Lo spero, ovvio, anche se ad oggi non ho avuto risposte. E perché mai avrebbe dovuto rispondermi, dirà qualcuno. Non sono un’associazione, non sono un ente che rappresenta una moltitudine di persone, non sono una persona pubblicamente rilevante. Tutto molto vero. Ma ho una presunzione: non sono nemmeno l’unico che crede ancora che la Scuola e il diritto allo studio per tutti/e siano uno dei pilastri fondamentali di una società che voglia definirsi civile. E allora una sorta di rappresentanza minima – ideale, s’intende, ché nessuno mi ha dato alcun mandato – me la arrogo. Se mi è concesso. E se non mi è concesso, fa lo stesso, tiè.
E dico che serve un cambio di passo. Non è la stessa Costituzione a dirci con l’articolo 34 che «la scuola è aperta a tutti», che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale» e con l’articolo 3 che la Repubblica deve «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»?
Allora serve un cambio culturale che, per resistere alle intemperie del tempo e anche a certe nuove spinte sociali, nasca dal basso. Che dal basso fiorisca coinvolgendo sempre più persone. Perché quando parliamo di certi temi. parliamo di temi condivisi. Non riguardano solo qualcuno, rappresentano precise scelte sociali.
Non accontentiamoci di restare fermi alla forma senza farla diventare sostanza. Insomma, “fatta la normativa, servirebbe fare cultura”!

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Perché tre persone con disabilità su quattro rinunciano ancora a viaggiare

6 Luglio 2026 - 1:17pm

In Italia, secondo stime attendibili, tre persone con disabilità su quattro rinunciano ancora a viaggiare, non perché manchi il desiderio di partire, ma soprattutto perché mancano informazioni affidabili sulla reale accessibilità delle strutture e dei servizi. Con la consapevolezza, quindi, che senza informazioni affidabili sull’accessibilità, il turismo resta un diritto incompiuto, la startup World4All punta a trasformare l’accessibilità stessa in un dato misurabile e verificabile

Il turismo accessibile non è una nicchia. È una componente sempre più rilevante dell’economia turistica europea e rappresenta una delle grandi sfide ancora aperte per un settore che fa dell’accoglienza il proprio tratto distintivo. Eppure, in Italia, tre persone con disabilità su quattro rinunciano ancora a viaggiare. Non perché manchi il desiderio di partire, ma perché mancano informazioni affidabili sulla reale accessibilità delle strutture e dei servizi.
L’Italia, per altro, è notoriamente tra le destinazioni turistiche più ambite al mondo, ma continua a mostrare profonde criticità sul fronte dell’accessibilità. Secondo i dati riportati dalla startup World4All, il turismo accessibile nel nostro Paese genera un valore di 9,6 miliardi di euro tra effetti diretti e indiretti e rappresenta l’8,2% delle presenze turistiche nazionali. A livello europeo il comparto produce circa 400 miliardi di euro all’anno. E tuttavia, nonostante questo potenziale, soltanto il 9% dei servizi turistici risulta pienamente accessibile.
Il problema non riguarda esclusivamente le persone con disabilità. L’assenza di informazioni precise e verificabili penalizza anche persone anziane, famiglie con bambini piccoli e tutti quei viaggiatori che necessitano di ambienti facilmente fruibili. Il risultato è un mercato che fatica a intercettare una domanda crescente e che continua a lasciare indietro milioni di persone.
Alla base di questa situazione c’è un nodo spesso sottovalutato: la differenza tra accessibilità dichiarata e accessibilità reale, se è vero che molte strutture si definiscono accessibili, ma le informazioni disponibili online sono spesso incomplete, generiche o non aggiornate. Chi deve organizzare un viaggio si trova così costretto a telefonate, verifiche incrociate e lunghe ricerche che non sempre garantiscono risultati affidabili.

È in tale contesto che si inserisce World4All, startup innovativa nata a Desenzano del Garda (Brescia) con l’obiettivo di trasformare l’accessibilità in un dato misurabile e verificabile.
Il progetto ha recentemente ottenuto da Invitalia un finanziamento Smart&Start superiore a 420.000 mila euro, di cui oltre 123.000 a fondo perduto, per sviluppare ulteriormente una piattaforma basata su dati certificati e intelligenza artificiale. L’ambizione è chiara: diventare una sorta di Google Maps dell’accessibilità, non quindi una semplice applicazione che raccoglie recensioni degli utenti, ma uno strumento fondato su audit tecnici certificati e su un sistema in grado di elaborare oltre 300 variabili relative all’accessibilità di luoghi e servizi. Queste informazioni vengono poi messe in relazione con il profilo funzionale della persona, generando un indice di compatibilità personalizzato.
L’approccio si differenzia dai tradizionali modelli basati sul crowdsourcing. Anziché affidarsi infatti esclusivamente alle valutazioni spontanee degli utenti, la piattaforma utilizza dati verificati sul campo, progressivamente aggiornati e integrati in un database proprietario che cresce nel tempo. L’obiettivo è ridurre l’incertezza e permettere alle persone di pianificare viaggi e spostamenti con maggiore sicurezza.

Dietro a World4All c’è la storia di Marco Bottardi, imprenditore ed ex atleta diventato una persona con paraplegia in seguito a un incidente motociclistico. La difficoltà di reperire informazioni affidabili sui luoghi accessibili è diventata il punto di partenza per immaginare una soluzione che potesse essere utile non solo alle persone con disabilità, ma anche alle loro famiglie e a tutti coloro che necessitano di servizi realmente inclusivi.
Questa prospettiva mette in evidenza un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’accessibilità non è una richiesta speciale rivolta a una minoranza, ma un elemento che migliora la qualità dell’esperienza per una platea molto più ampia di cittadini e turisti.

La crescita del progetto passa anche attraverso l’apertura di una nuova sede operativa in Sardegna, con la scelta dell’isola che non è casuale: l’obiettivo è infatti quello di creare un laboratorio permanente dedicato al turismo inclusivo, rafforzando le attività di mappatura delle strutture accessibili, la formazione degli operatori del settore e la collaborazione con enti locali e istituzioni.
«Se vogliamo rendere l’accessibilità un’informazione affidabile e realmente utile per chi viaggia, dobbiamo essere presenti sui territori, lavorare a stretto contatto con operatori e istituzioni e raccogliere dati verificati sul campo», spiega Marvin Milanese, amministratore delegato e cofondatore di World4All secondo il quale la Sardegna può diventare un punto di riferimento europeo nel turismo accessibile e rappresenta il primo tassello di una più ampia strategia di sviluppo nazionale.
L’idea è quella di costruire un modello replicabile in altre Regioni italiane e, successivamente, in altre destinazioni europee.

La centralità dell’accessibilità è destinata ad aumentare nei prossimi anni. In Europa vivono circa 87 milioni di persone con disabilità e oltre 100 milioni di cittadini hanno più di 65 anni. Numeri che evidenziano come il tema non possa più essere considerato marginale nelle strategie di sviluppo turistico.
A rafforzare questa tendenza contribuisce anche la Direttiva Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Actv), entrata recentemente in vigore, che punta a ridurre le barriere nell’accesso a prodotti e servizi e a rendere l’accessibilità un elemento strutturale delle politiche economiche e sociali europee.
La vera sfida, tuttavia, non riguarda soltanto l’eliminazione delle barriere fisiche. Riguarda soprattutto la costruzione di un sistema informativo trasparente, affidabile e verificabile. Perché un diritto esiste davvero solo quando può essere esercitato. E per milioni di persone, poter viaggiare significa prima di tutto poter scegliere sapendo con certezza cosa troveranno una volta arrivati a destinazione.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Tra empatia e gentilezza: restituire alla persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità

6 Luglio 2026 - 12:41pm

«Nel contesto di una “nuova pedagogia della persona con deficit” – scrive Tonino Urgesi -, l’empatia significa restituire alla stessa persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità: non soltanto come qualcuno che riceve aiuto, ma come una persona capace di desiderare, scegliere, amare, costruire relazioni e vivere pienamente la propria corporeità»

In un mondo in cui spesso prevalgono la velocità, il giudizio e l’indifferenza, la gentilezza rappresenta un gesto profondamente rivoluzionario. Essa non è semplicemente una forma di educazione o una pratica di cortesia superficiale; quando si intreccia con l’empatia, diventa una scelta etica e antropologica, perché implica il riconoscimento dell’altro nella sua piena umanità.
Essere empatici significa vedere la persona prima della sua condizione, del suo ruolo sociale o delle sue difficoltà. Significa incontrare l’altro senza pregiudizi, attraverso uno sguardo capace di accogliere la complessità della sua esperienza e di riconoscerne il valore intrinseco. L’empatia richiede la capacità di andare oltre ciò che appare immediatamente visibile, per incontrare la persona nella sua unicità e nella ricchezza della sua storia.
La vera empatia, inoltre, nasce dall’ascolto e dalla capacità di considerare l’altro non come un oggetto di cura, ma come un soggetto portatore di diritti, emozioni, aspirazioni e libertà. Essa richiede sensibilità, rispetto e la disponibilità ad accogliere ciò che spesso rimane invisibile o non riconosciuto.
In questa prospettiva si apre la necessità di una “nuova pedagogia della persona con deficit”: una pedagogia fondata non sulla mancanza, sul limite o sulla dipendenza, ma sulla valorizzazione della persona nella sua interezza.
Questo principio assume un’importanza fondamentale soprattutto quando incontriamo una persona con deficit. Troppo spesso, infatti, lo sguardo sociale si concentra esclusivamente sulla fragilità, sulla dipendenza o sul bisogno di assistenza, dimenticando che ogni individuo possiede una dimensione emotiva, relazionale, corporea e progettuale che costituisce parte integrante della propria identità.
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” richiede dunque un cambiamento di prospettiva: passare da una visione centrata sul bisogno a una visione centrata sulla persona. Il che significa riconoscere ogni individuo come protagonista della propria esistenza, capace di autodeterminazione, partecipazione e scelta. L’educazione e la cura non devono limitarsi a compensare una difficoltà, ma devono creare condizioni affinché ciascuno possa esprimere le proprie potenzialità e costruire il proprio progetto di vita.

In questo contesto, l’empatia significa restituire alla persona con deficit il diritto di essere vista nella sua unicità: non soltanto come qualcuno che riceve aiuto, ma come una persona capace di desiderare, scegliere, amare, costruire relazioni e vivere pienamente la propria corporeità.
Uno degli aspetti più frequentemente negati riguarda proprio la dimensione affettiva e sessuale. Nella nostra società, infatti, permane ancora una difficoltà culturale nel riconoscere che anche le persone con deficit possiedono bisogni affettivi e sessuali, desideri, curiosità, necessità di intimità e il diritto di vivere una relazione autentica con il proprio corpo e con gli altri.
Spesso la persona viene infantilizzata e privata simbolicamente della propria maturità affettiva, come se il deficit potesse cancellare il desiderio o rendere marginale la dimensione sessuale e psico-corporea. Questo rappresenta una forma di invisibilità che incide profondamente sulla dignità della persona, perché nega la complessità dell’essere umano e riduce l’identità individuale alla sola condizione di fragilità.
Riconoscere il bisogno sessuale della persona con deficit non significa ridurre l’individuo alla dimensione istintiva o fisica, ma comprendere che la sessualità è una componente naturale dell’essere umano. Essa riguarda il modo in cui percepiamo noi stessi, il bisogno di vicinanza, il desiderio di essere riconosciuti, accolti e amati. Anche questa dimensione appartiene al diritto della persona di vivere pienamente la propria soggettività.
Quando questa dimensione viene ignorata, la persona rischia di vivere una condizione di solitudine ancora più profonda: non soltanto perché può incontrare ostacoli pratici o sociali, ma perché viene privata dello spazio simbolico in cui poter esprimere una parte essenziale della propria identità.

L’empatia autentica, accompagnata dalla gentilezza, diventa allora anche la capacità di ascoltare ciò che spesso rimane inespresso. Significa creare contesti educativi e relazionali nei quali la persona con deficit possa parlare dei propri sentimenti, dei propri desideri e delle proprie pulsioni senza vergogna né giudizio. Essere gentili significa non decidere al posto dell’altro ciò che può o non può provare. Significa non imporre limiti determinati dal pregiudizio, ma accompagnare ogni persona nel percorso di conoscenza di sé e nella costruzione della propria autonomia affettiva, relazionale e sociale.
Una “nuova pedagogia della persona con deficit” si fonda proprio su questo principio: educare allo sguardo, alla relazione e al riconoscimento. Non si tratta soltanto di offrire sostegno, ma di costruire ambienti capaci di accogliere la persona nella sua totalità, valorizzandone la voce, le scelte, i desideri e la capacità di partecipare alla vita sociale.

Viviamo in una società nella quale spesso le persone vengono ridotte alle loro funzioni: il “cliente”, l’“utente”, il “paziente”, il “lavoratore”. Anche la persona con deficit rischia di essere considerata soltanto attraverso il ruolo di chi riceve assistenza. Ma prima di ogni definizione vi è una persona, con una storia, un corpo, un desiderio, una dignità e un progetto di vita che chiedono di essere riconosciuti.
L’empatia è proprio questo: restituire umanità agli incontri quotidiani. È fermarsi abbastanza a lungo da vedere davvero l’altro. È comprendere che ogni persona non ha bisogno soltanto di cura, ma anche di relazione, affetto, rispetto, tempo per vivere pienamente se stessa e possibilità concrete di essere riconosciuta nella propria complessità.
La più grande rivoluzione del nostro tempo consiste nel superare l’indifferenza e costruire una cultura dell’incontro, nella quale anche la persona con deficit possa essere riconosciuta nella sua interezza: non soltanto come qualcuno da proteggere, ma come qualcuno capace di desiderare, amare ed essere amato.
La “nuova pedagogia della persona con deficit” invita quindi a superare ogni sguardo riduttivo e a promuovere una cultura della possibilità, nella quale la diversità non venga interpretata come assenza o limite, ma come una delle molteplici forme attraverso cui si manifesta l’esperienza umana.
L’empatia, in fondo, è il linguaggio attraverso cui diciamo all’altro: «Ti vedo. Ti riconosco. La tua vita, i tuoi desideri e la tua umanità hanno valore».

*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Arriva la tappa di Anzio per il viaggio di “Ocean Bird”

6 Luglio 2026 - 12:18pm

Partito dalla Spezia, il giro d’Italia a vela di “Ocean Bird”, iniziativa denominata “BuonVento – Tutti a bordo”, che accoglie persone con autismo, sindrome dell’X Fragile, sindrome di Down e altre condizioni di neurodivergenza, insieme alle loro famiglie e alle Associazioni del territorio, sta per approdare ad Anzio (Roma). Si tratta, lo ricordiamo, di un progetto dello skipper Pietro Frisani, che ha messo a disposizione il proprio veliero  e che sostiene le spese di navigazione, organizzazione e gestione, con il contributo organizzativo di FIA e ANGSA A bordo di “Ocean Bird”

Partito il 26 giugno dal porto della Spezia, come avevamo segnalato sulle nostre pagine, sta per arrivare ad Anzio /(Roma) il giro d’Italia a vela del natante Ocean Bird, iniziativa denominata BuonVento – Tutti a bordo, che accoglie persone con autismo, sindrome dell’X Fragile, sindrome di Down e altre condizioni di neurodivergenza, insieme alle loro famiglie e alle Associazioni del territorio.
Si tratta, lo ricordiamo, di un progetto unico nel suo genere ideato dallo skipper Pietro Frisani, velista esperto che mette a disposizione il veliero due alberi di 16 metri, con il quale ha completato il giro del mondo. Tutte le spese di navigazione, organizzazione e gestione sono sostenute dallo stesso Frisani, che si avvale del fondamentale contributo organizzativo della FIA (Fondazione Italiana Autismo) e dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo).

Tre, dunque, le giornate previste per Ocean Bird ad Anzio, da domani, 7 luglio, fino a giovedì 9, con il coinvolgimento di circa 40 persone con neurodivergenze e accompagnatori.
Il programma prevede, come per ogni tappa del viaggio, due uscite in mare ogni giorno, una alla mattina alle 9 con rientro alle 13 e la seconda nel pomeriggio dalle 16 alle 20, con a bordo sette persone. Quattro ore a bordo della grande barca a vela, dunque, ossia il tempo giusto per scoprire le emozioni del mare e del viaggiare con il vento.
Da segnalare anche che nella mattinata di domani, 7 luglio, a portare il saluto della città ai naviganti vi sarà il sindaco di Anzio Aurelio Lo Fazio.

Dopo la Spezia e Anzio, Ocean Bird punterà su Maratea (Potenza), Vibo Valentia, Tropea (Vibo Valentia), Scilla (Reggio Calabria) e Milazzo (Messina). Risalendo poi lungo l’Adriatico, raggiungerà i porti di Taranto, Brindisi, Trani, Ancona, Ravenna, Chioggia (Venezia), Venezia e Trieste, «tredici tappe totali – sottolinea Frisani – che trasformeranno il mare in uno spazio di incontro, esperienza e partecipazione» Il tutto coinvolgendo in totale circa 230 persone tra persone con neurodivergenza, familiari e operatori che saliranno a bordo per un viaggio nel vento. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Luca Benigni (luca.benigni@gmail.com).

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