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L’arte nelle mani: viaggio di uno scultore non vedente

«Per un artista non vedente – scrive lo scultore Andrea Bianco -, muoversi nel mondo dell’arte significa affrontare barriere di due tipi: quelle architettoniche e quelle culturali. Le prime, per quanto fastidiose, sono spesso superabili. Le seconde, invece, sono più sottili, più radicate, più difficili da scalfire»: seguiamolo, dunque, in questo suo percorso e nella sua battaglia «per un futuro in cui l’arte sia davvero accessibile a tutti e tutte»  Visita tattile di una scultura

I. La fame di conoscenza
Come artista non vedente, ho sempre sentito il bisogno quasi fisico di avvicinarmi all’arte in tutte le sue forme. Mostre, palazzi storici, gallerie, musei: ogni luogo che custodisce un frammento di creatività diventa per me una meta naturale, un richiamo irresistibile.
Sono convinto – e lo ripeto spesso – che le cose che non so siano infinitamente più numerose di quelle che conosco. È un pensiero che non mi spaventa, anzi: mi spinge avanti, mi tiene desto, mi ricorda che la curiosità è un motore potente.
Da questa consapevolezza nasce la mia sete di nuove idee, nuovi stili, materiali, tecniche, linguaggi. Desidero evolvermi, crescere, trasformarmi. In fondo, non è ciò che facciamo tutti nella vita? Non cerchiamo sempre di compiere un passo in più, di superare un limite, di scoprire un orizzonte nuovo?
L’arte, che è parte essenziale della mia esistenza di scultore, non può sottrarsi a questa dinamica. Deve respirare, mutare, interrogare. Eppure, ciò che sembra semplice sulla carta, nella realtà si rivela molto più complesso.

II. Le barriere invisibili
Per un artista non vedente, muoversi nel mondo dell’arte significa affrontare barriere di due tipi: quelle architettoniche e quelle culturali. Le prime, per quanto fastidiose, sono spesso superabili. Le seconde, invece, sono più sottili, più radicate, più difficili da scalfire.
Col tempo ho compreso una verità scomoda: per una persona cosiddetta “normodotata” è impossibile comprendere davvero la condizione di una persona con disabilità. Puoi essere empatico, disponibile, generoso; puoi offrire il tuo tempo, la tua attenzione, la tua sensibilità. Sono gesti preziosi, ma non bastano. Se non vivi sulla tua pelle la disabilità, non puoi coglierne fino in fondo le esigenze. E, allo stesso modo, se non sei un disabile culturalmente onesto, equilibrato, capace di guardare con lucidità alla propria condizione, non potrai costruire un rapporto sano con il tuo stesso mondo interiore.
Nemmeno chi ti ama, chi ti accompagna, chi ti conosce da sempre può immedesimarsi completamente. Non è un’accusa, né un lamento. È un punto di partenza. Perchè senza un punto di partenza chiaro, non si può costruire nulla di solido.

Andrea Bianco

III. L’arte che non si tocca
Nelle mie visite mi imbatto spesso in audiodescrizioni interminabili, tecniche, fredde; in linguaggi accademici che soffocano l’immaginazione; in spiegazioni che sembrano fatte per chi vede, non per chi ascolta. E capisco anche l’imbarazzo di un gallerista o di un operatore museale quando chiedo di poter toccare una scultura.
Fin da piccoli ci viene ripetuto che l’arte non si tocca. È un dogma. E allora cosa succede quando arriva un non vedente che chiede di infrangere quella regola? Succede che si crea un cortocircuito.
I non vedenti che visitano musei sono pochi, pochissimi. Da un lato questo può far piacere: significa che sono relativamente poche le persone con gravi problemi visivi. Dall’altro, però, genera sconforto: forse sono poche perché l’arte non è percepita come accessibile.
Qual è la verità? Non lo so. Forse entrambe. Quello che so è che spesso la risposta non accogliente degli operatori nasce dall’ignoranza – non nel senso offensivo del termine, ma come mancanza di conoscenza. Si dimentica, però, che l’arte appartiene a tutti, indipendentemente dalla condizione fisica.

IV. Inclusione: una parola da riempire
Viviamo in un’epoca in cui si parla molto di inclusione. Ma ci crediamo davvero? L’arte potrebbe essere una via maestra per realizzarla, perché è un linguaggio universale. Dovrebbe essere accessibile a persone di ogni età, cultura, salute, sensibilità. Ogni spettatore coglie qualcosa di diverso da un’opera, perché ognuno porta con sé un mondo unico. E il tatto, per chi non vede, è un ponte fondamentale. Non si tratta di toccare, ma di sfiorare, accarezzare, lèggere con le dita ciò che gli occhi non possono vedere.
Esistono materiali delicati, certo. Marmo e legno possono rovinarsi. Ma esiste anche un compromesso semplice: i guanti in lattice. Costano pochi centesimi, attenuano un po’ la sensibilità, ma permettono di esplorare un’opera senza danneggiarla.
E poi c’è un fatto che molti ignorano: i non vedenti non toccano le opere, le rispettano. Le mani diventano infatti strumenti di ascolto, non di invasione.

V. L’uomo dietro l’opera
Dietro ogni scultura c’è un artista, con i suoi sogni, le sue fragilità, la sua fatica. E spesso, attraverso il tatto, si percepiscono emozioni che sfuggono alla vista: una tensione, un’incertezza, un gesto sicuro, un ripensamento. È come entrare in dialogo con l’anima di chi ha creato.
Mi è capitato di vedere persone vedenti rimanere affascinate dal modo in cui esploro un’opera. Non perché io sia più bravo, ma perché il tatto costringe a rallentare, a rispettare, a sentire.
Per questo suggerisco anche ai vedenti, quando possibile, di toccare le sculture. Il tatto non è un sostituto della vista: è un alleato.

Andrea Bianco, “San Francesco”, legno di cirmolo, 140x45x45

VI. Il costo dell’accessibilità
Rendere un museo accessibile ai non vedenti non è un’impresa titanica. Un paio di guanti in lattice, come ho già detto, costa tra pochi centesimi e 1,50 euro. Quanti non vedenti visiteranno un museo mediamente in un anno? Forse una trentina. Con una spesa tra i 3 e i 45 euro si copre un anno intero. Non servono fondi speciali, bandi, sovraintendenze. Serve volontà.
L’alternativa – creare copie tattili in materiali plastici – è molto più costosa e richiede tempo. È una soluzione valida, certo, ma non sostituisce l’emozione di accarezzare un’opera originale.

VII. Le barriere mentali
Alla fine, tutto si riduce a questo: le barriere più difficili da abbattere sono quelle mentali. Chi può arrogarsi il diritto di negare a una persona la gioia di entrare in contatto con un capolavoro? Chi può decidere che un “non si può” valga più della sete di conoscenza di un essere umano?
Molte volte, esplorando una scultura, mi sono ritrovato a sorridere. Un sorriso spontaneo, nato da una bellezza che arrivava dritta al cuore. Negare questa possibilità è un furto. Un furto culturale, emotivo, umano.

VIII. La battaglia continua
Continuo a combattere questa battaglia, con ostinazione e speranza. Non basta chinare la testa davanti all’ennesimo rifiuto. Non basta lamentarsi in silenzio. Bisogna metterci la faccia, esporsi, insistere. Solo così si può sperare in un futuro in cui l’arte sia davvero accessibile a tutti e tutte. E io, finché avrò voce e mani, continuerò a lottare per questo.

*A questo link vi è il sito dello scultore Andrea Bianco.

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Tecnologie dell’informazione e della comunicazione e assistenza a domicilio nel lungo termine

Si terrà il 22 aprile a Bologna, nell’àmbito di “Exposanità”, l’incontro sul tema “Tecnologie ICT nell’assistenza a domicilio nel lungo termine: nuovi orizzonti organizzativi, nuove competenze e nuove reti”, promosso dalla Società Cooperativa Anziani e Non Solo, in collaborazione con l’Associazione CARER. Durante il seminario verrà presentata una rassegna di concrete pratiche di sviluppo tecnologico, organizzativo e formativo finalizzate a veicolare nuove forme di domiciliarità

Il 22 aprile a Bologna si terrà Tecnologie ICT nell’assistenza a domicilio nel lungo termine: nuovi orizzonti organizzativi, nuove competenze e nuove reti, workshop promosso dalla Società Cooperativa Anziani e Non Solo, in collaborazione con l’Associazione CARER, iniziativa ospitata nell’àmbito della manifestazione Exposanità.
«Le tecnologie ICT [Information and Communication Technologies, in italiano “Tecnologie dell’informazione e della comunicazione”, N.d.R.] hanno fatto breccia negli anni recenti nel mondo dell’assistenza e della cura in àmbito socio sanitario – è scritto nella nota di presentazione dell’evento –. La dimensione della domiciliarità, che coinvolge il 90% delle persone fragili o non autosufficienti, presenta specificità: distribuzione geografica, logistica, competenze disponibili e modelli organizzativi. Queste possono rappresentare ostacoli per l’adattamento e la diffusione di nuovi approcci veicolati dalle tecnologie. D’altra parte le stesse tecnologie, se caratterizzate da una attenta progettazione e un adattamento intelligente al nuovo contesto domiciliare, possono essere una leva per una piccola-grande “rivoluzione culturale».

Durante il seminario sarà presentata una rassegna di concrete pratiche di sviluppo tecnologico, organizzativo e formativo finalizzate a veicolare nuove forme di domiciliarità: affrontare cioè i vincoli e le criticità, partendo dall’attento ascolto dei bisogni, attraverso strumenti per leggere i fenomeni, localizzarli sul territorio e per programmare gli interventi connetterli ad approcci innovativi per fare incontrare domanda e offerta di lavoro di cura. Il tutto consentendo in tal modo di innovare i modelli di servizio a domanda individuale per renderli flessibili e personalizzati, fino ad offrire una formazione e un aggiornamento continui con piattaforme di e-learning facilmente accessibili con contenuti coinvolgenti e supportati da intelligenza artificiale».

L’evento si svolgerà nel Quartiere Fieristico di Bologna (Sala VERDI – Pad. 22 B93, ore 14-17), ad ingresso libero, previa registrazione (da effettuarsi attraverso il seguente link). (Simona Lancioni)

A questo link è disponibile il programma completo. Per ulteriori informazioni: Federico Boccaletti (federicoboccaletti@anzianienonsolo.it); Loredana Ligabue (info@associazionecarer.it).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore e differente titolo, per gentile concessione.

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Fare in modo che i diritti diventino esperienza quotidiana, concreta ed esigibile per ogni persona, in ogni territorio

Oltre 1.300 segnalazioni, riguardanti soprattutto l’àmbito scolastico: è il dato numerico riguardante il 2025 dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che ha presentato alla Camera dei Deputati la sua prima Relazione annuale, intitolata “Dalla garanzia formale alla tutela effettiva dei diritti delle persone con disabilità” Il presidente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, Maurizio Borgo, durante la presentazione alla Camera della Relazione riguardante il 2025 (foto di Riccardo Pravettoni)

Come avevamo segnalato nei giorni scorsi, l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità ha presentato alla Camera dei Deputati la sua prima Relazione annuale, relativa all’attività svolta nel 2025 (disponibile integralmente a questo link).
Autorità amministrativa indipendente, istituita con il Decreto Legislativo 20/24, il Garante ha il compito di assicurare la piena attuazione e la tutela dei diritti e degli interessi delle persone con disabilità. Organo collegiale composto dal presidente Maurizio Borgo e da altri due componenti, Francesco Vaia e Antonio Pelagatti, esso costituisce un’articolazione del sistema nazionale per la promozione, la protezione e il monitoraggio dei diritti delle persone con disabilità, in attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

L’evento alla Camera ha posto al centro il tema della transizione Dalla garanzia formale alla tutela effettiva dei diritti delle persone con disabilità, in linea con il titolo stesso scelto per la Relazione. Dal canto suo, il presidente del Collegio, Maurizio Borgo, ne ha illustrato i principali contenuti, ricordando che nel 2025 l’Autorità ha preso in carico oltre 1.300 segnalazioni, riguardanti soprattutto l’àmbito scolastico, con particolare riferimento a situazioni di mancata inclusione o di interruzione dei percorsi educativi e terapeutici. Da tali segnalazioni sono emerse le prime raccomandazioni, finalizzate a garantire il diritto allo studio e la continuità dei percorsi per gli studenti con disabilità.
«Il Garante – ha dichiarato Borgo – rappresenta una figura ponte tra i cittadini e le Istituzioni, tra il livello normativo e quello concreto della vita quotidiana. Non si limita cioè a evidenziare il mancato rispetto della norma, ma ha il compito di favorire l’emersione delle disuguaglianze, di prevenire la discriminazione strutturale e sistemica, nonché attivare processi trasformativi della società nel senso della piena partecipazione di tutti. La sua è una funzione di “avanguardia costituzionale” che consente di colmare una lacuna dell’ordinamento nell’apprestare quelle misure a cui la Costituzione richiama la Repubblica per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini».

Un ruolo centrale nell’azione dell’Autorità è stato rappresentato, per altro, dall’utilizzo degli accomodamenti ragionevoli, strumenti giuridici previsti, come noto, dalla citata Convenzione ONU, che hanno consentito interventi concreti in diversi settori.
Tra i casi più significativi, il riconoscimento del diritto agli stalli di sosta personalizzati, una maggiore flessibilità nei percorsi universitari e la promozione del lavoro agile come leva di inclusione.
«Oggi intendiamo ribadire – ha affermato Francesco Vaia – che i diritti non sono concessioni, ma impegni costituzionali e internazionali da attuare con continuità. Parole come inclusione e progetto di vita devono essere incarnate nella realtà e per far questo c’è bisogno di una “visione” strategica del Paese. Dobbiamo quindi chiederci che tipo di società stiamo costruendo e che società, invece, dovremmo costruire, cioè una società che metta al centro per davvero la persona. Ed è fondamentale anche intervenire per eliminare le disabilità prevenibili e quindi investire maggiormente in ricerca, nell’invecchiamento attivo e nelle politiche antinfortunistiche, a partire dalla domotica. Infine, un invito rivolto alle forze politiche a sostenere il lavoro dell’Autorità».

L’attività dell’Autorità nel 2025 si è sviluppata anche attraverso la partecipazione a numerosi tavoli istituzionali e tecnico-operativi, contribuendo a interventi in àmbiti strategici: dalla riforma degli istituti di interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno, all’assistenza sanitaria ospedaliera, fino al miglioramento dell’accessibilità nei trasporti e alla promozione di nuovi modelli abitativi inclusivi.
Da segnalare anche il monitoraggio sul territorio, attraverso visite presso strutture che ospitano persone con disabilità realizzate in collaborazione con i NAS dei Carabinieri, con l’obiettivo di verificare le condizioni di assistenza e il rispetto dei diritti fondamentali.
«Il Garante – ha sottolineato Antonio Pelagatti – è, prima di tutto, dalla parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie: ne ascolta le difficoltà, ne riconosce i diritti e si impegna a trasformarli in risposte concrete. Questa posizione non è solo un principio, ma una responsabilità istituzionale che guida ogni azione, con l’obiettivo di superare modelli frammentati e ancora troppo distanti dalla vita reale. In questa direzione, il percorso che introduce la riforma con l’introduzione del progetto di vita rappresenta un passaggio fondamentale, che il Garante è chiamato a rendere effettivo. Il nostro impegno è chiaro: fare in modo che i diritti non restino sulla carta, ma diventino esperienza quotidiana, concreta ed esigibile per ogni persona, in ogni territorio».

L’incontro si è concluso con l’intervento della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, che ha sottolineato come, oltre alle norme e alle risorse, «sia importante la spinta della società civile per arrivare a una cultura della piena partecipazione delle persone con disabilità». (S.B.)

Tramite questo link si può accedere a un video che documenta la presentazione della Relazione alla Camera dei Deputati. Ricordiamo ancora, inoltre, il link al quale è disponibile il testo integrale della Relazione.

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Le buone ragioni per non tornare alle scuole e alle classi speciali

«Per quanto concerne gli allievi con disabilità – scrive tra l’altro Luca Grecchi -, esiste un elevato numero di ricerche, univoche nei risultati, le quali indicano che chi ha, per qualsiasi motivo, qualche difficoltà, impara meglio se studia insieme a tutti gli altri, oltre a socializzare in maniera più completa. Per quanto riguarda poi gli studenti “normotipici”, anche qui si può affermare che l’apprendimento, in un contesto inclusivo, non è affatto ostacolato, e che la socializzazione, più ampia, risulta indubbiamente favorita» Bimbi di una classe differenziale del 1957

Il  ritorno alle scuole o classi speciali per gli studenti  e le studentesse con disabilità è un tema ciclicamente presente nel dibattito pubblico. Il Centro Studi Erickson, nel novembre dello scorso anno, ha reso noti, in merito, i risultati di un sondaggio effettuato tra i docenti della scuola italiana, dal quale è emerso che il 27,1% degli stessi sarebbe favorevole ad un modello “a tre vie”, in base al grado di disabilità degli studenti: scuole speciali per “disabili gravi”, classi speciali per “disabili medi”, inclusione per “disabili lievi” [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
Il report, che ha visto dati molto in crescita rispetto alla precedente rilevazione, è stato variamente interpretato. Buona parte dei commentatori ha posto l’accento sul fatto che i docenti, sia curricolari che specializzati sull’inclusione, non dispongono in realtà di elevate competenze tecniche per favorirla. Altri ancora hanno rilevato che le classi numerose, la diffusa precarizzazione, il carico burocratico crescente che grava sugli insegnanti, tendono a far ritenere l’inclusione quasi come un peso in più.

Un’analisi articolata di quel report esigerebbe, naturalmente, maggiore spazio. Si dovrebbe riflettere, in primo luogo, sulle cause strutturali della questione. Forse, considerando che l’inclusione richiede, per essere realizzata, un contesto comunitario, mentre l’attuale processo sociale non è comunitario, buona parte della spiegazione potrebbe essere reperita così.
Quello che mi propongo di fare, in questa sede, è tuttavia solo provare a indicare alcuni motivi per cui l’inclusione scolastica dovrebbe essere difesa. Non basta infatti sostenere che da cinquant’anni, almeno in Italia, si è intrapresa questa strada, per cui non si può più tornare indietro. Bisogna ragionare sempre in maniera approfondita sulle questioni, almeno nei loro elementi essenziali: soltanto dopo sarà possibile decidere in maniera consapevole.

Per ragionare sugli elementi essenziali di un ente, dunque, è utile domandarsi il fine di quell’ente. Il fine, infatti, ne chiarisce spesso la natura, ossia l’essenza (Aristotele). E anche la scuola è un ente il cui fine è l’educazione di tutti gli studenti, soprattutto di quelli che fanno più fatica, dato che gli studenti bravi, specialmente quando sono grandicelli, imparano anche da soli (Esiodo).
Se il fine della scuola è la migliore educazione di tutti gli studenti, ossia il farli diventare eccellenti esseri umani mediante l’insegnamento di contenuti culturali, appare evidente che l’elemento più importante della scuola sono gli studenti. Chi insegna è infatti principalmente uno strumento per il fine della migliore realizzazione dei propri allievi, e lo strumento è sempre meno rilevante del fine. Di ciò occorre essere consapevoli, se si desidera esercitare in maniera corretta la propria funzione.
Si tratta ora di valutare: nel complesso, il processo educativo si svolge meglio se gli studenti con disabilità sono separati dagli altri studenti, oppure se sono inclusi? Qualcuno potrebbe ritenere che il problema oggi, in Italia, non si ponga, dato che le scuole speciali sono poche, e le classi differenziali sono state abolite. Il problema, invece, sussiste. Frequentemente, infatti, gli allievi con disabilità vengono portati fuori dall’aula per motivi didattici non sempre chiari (spesso per non “disturbare gli altri”); diffuso risulta anche il loro raggruppamento, insieme ai compagni con DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), nei banchi in fondo, in un’area gestita dal docente di sostegno (sempre per non “disturbare gli altri”); assai abituale è inoltre la creazione, in una stessa classe, di gruppi omogenei, in cui certi lavori sono effettuati ad un livello medio-alto dai “bravi”, coordinati dal docente curricolare, e ad un livello medio-basso dai “meno bravi”, coordinati dal docente di sostegno, talvolta in un’altra aula, con una prassi che, oltre ad essere di scarsa utilità, risulta sicuramente non inclusiva.
Per valutare, in ogni caso, se il processo educativo si svolga meglio quando gli studenti con disabilitrà sono separati dagli altri studenti, possiamo considerare le cose dai due punti di vista, ovvero quello degli allievi con disabilità prima, e degli allievi “normotipici” poi (sebbene tale divisione sia, di per sé, piuttosto arbitraria, come avrebbe pensato anche Platone, il quale appunto criticava ogni generica cesura concettuale, come quella tra “greci” e “barbari”).

Per quanto concerne dunque gli allievi con disabilità, esaminando le due dimensioni principali del processo educativo, ovvero l’apprendimento e la socializzazione, esiste un elevato numero di ricerche, univoche nei risultati, nonché condivise dalle più importanti istituzioni internazionali, le quali indicano che chi ha, per qualsiasi motivo, qualche difficoltà, impara meglio se studia insieme a tutti gli altri, oltre a socializzare in maniera più completa.
Per quanto concerne invece gli studenti “normotipici”, anche in questo caso si può affermare che l’apprendimento, in un contesto inclusivo, non è affatto ostacolato (si imparano anzi metodi di spiegazione alternativi), e che la socializzazione, più ampia, risulta indubbiamente favorita.
Ciò nonostante, il timore che la presenza di allievi con disabilità rallenti il completamento del programma fa sì che una discreta parte di genitori resti convinta che i propri figli imparerebbero meglio in classi omogenee, ovvero in contesti “meno problematici”. Questa credenza diffusa non tiene tuttavia conto del fatto che, nella vita, si impara principalmente dai problemi, ossia dal risolvere situazioni complesse. La realtà, inoltre, non è quasi mai costituita da ambienti uniformi. Per quale motivo allora, a scuola, si dovrebbe far finta che poi, nel mondo, non vi saranno persone con funzionamento differente, e che la vita sarà tutta una strada pianeggiante? Cosa penseremmo, in merito, di un allenatore di ciclismo che volesse far diventare il proprio allievo un campione nelle corse a tappe, ma ritenesse di farlo allenare solo in pianura, per non creargli problemi? Penseremmo, come minimo, che non se ne intende, perché nelle corse a tappe ci sono salite, discese, sterrati, per cui alle prime difficoltà l’allievo vi si scontrerebbe duramente, impreparato ad affrontarle. La scuola, educando in modo inclusivo, può invece formare per tempo alla vita reale.

Occorre infine considerare che se i giovani non fossero posti tutti in relazione tra loro a scuola, non si conoscerebbero nemmeno. Ciò, verosimilmente, prefigurerebbe per quelli con disabilità, separati in scuole o classi speciali, e dunque sentiti come un corpo estraneo dalla società, un futuro in istituti speciali, ledendo in tal modo il loro diritto, pur costituzionalmente garantito, di poter vivere negli stessi contesti di tutti.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcune modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.

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Prendersi cura di chi si prende cura è una responsabilità collettiva

«In una società che si regge sempre più su queste figure invisibili – scrive Daniela Mignogna -, lasciare i caregiver senza tutele adeguate non è solo ingiusto: è miope. Significa abbandonare chi, ogni giorno, tiene in piedi pezzi interi di vita. Prendersi cura di chi si prende cura non è un favore, è una responsabilità collettiva. Perché nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per avere bisogno di aiuto. E nessuno dovrebbe affrontare da solo il momento in cui, per una volta, è lui ad avere bisogno di essere curato» “Emotional Abstract Woman Illustration” (Modern Figurative Poster, by Dopamine Goods)

Ci sono equilibri che sembrano naturali solo finché non si spezzano. Routine costruite su orari precisi, gesti automatici, presenze che non fanno rumore ma tengono tutto in piedi. Poi, basta un imprevisto, una diagnosi, un intervento, un corpo che si ferma, e improvvisamente ci si accorge che quell’equilibrio non era affatto scontato.
Quando il corpo cede, quando arriva una malattia, quando serve un intervento chirurgico… tutto si incrina. Non esistono pause nella cura, eppure chi cura è umano. Ha limiti, ha bisogno di riposo, di assistenza, di protezione. Invece, troppo spesso, si ritrova solo. Solo a gestire la propria fragilità e, contemporaneamente, quella dell’altro.
È lì che la realtà diventa un incubo organizzativo ed emotivo. Chi si occupa della persona assistita? Come si sostituisce una presenza che non è solo pratica, ma affettiva, costruita giorno dopo giorno? A chi ci si rivolge, quando i servizi sono insufficienti, frammentati, lenti?
Il caregiver, improvvisamente, passa dall’essere sostegno a sentirsi peso. E questo senso di colpa è forse la ferita più grande. Perché chi ha sempre dato tutto, si trova a non potersi permettere nemmeno di stare male.
In una società che invecchia e che si regge sempre più su queste figure invisibili, lasciare i caregiver senza tutele adeguate non è solo ingiusto: è miope. Significa ignorare una realtà fondamentale, significa abbandonare chi, ogni giorno, tiene in piedi pezzi interi di vita.
Prendersi cura di chi si prende cura non è un favore, è una responsabilità collettiva. Perché nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per avere bisogno di aiuto. E nessuno dovrebbe affrontare da solo il momento in cui, per una volta, è lui ad avere bisogno di essere curato.

*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).

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“Subacquea Zero Barriere”: festa in acqua e sott’acqua a Casale Monferrato

Arriverà il 19 aprile nella piscina comunale di Casale Monferrato (Alessandria) “Subacquea Zero Barriere”, il programma di eventi con cui HSA Italia (Handicapped Scuba Association International), l’Associazione Nazionale Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, da molti anni, in Italia e all’estero, costruisce inclusione sociale, abbattendo barriere e unendo persone con e senza disabilità in un contesto di uguaglianza e rispetto reciproco Immagine di repertorio di un partecipante a una precedente iniziativa in piscina nell’àmbito di “Subacquea Zero Barriere”

Arriverà nella mattinata del 19 aprile alla piscina comunale di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria (Via Giovanni Paolo II, 5, ore 9.30-13) Subacquea Zero Barriere, il programma di eventi con cui HSA Italia (Handicapped Scuba Association International), l’Associazione Nazionale Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, da molti anni, in Italia e all’estero, costruisce inclusione sociale, abbattendo barriere e unendo persone con e senza disabilità in un contesto di uguaglianza e rispetto reciproco.
Hanno già confermato l’adesione tante persone con e senza disabilità che fanno parte di diverse realtà associative del volontariato locale (Attivamente, ANFFAS, ANGSA, Anasend, Silvana Bay, Il Sole Dentro), coordinate da tempo da Irene Caruso, assessora comunale alle Politiche Sociali.
«Anche a Casale Monferrato – dicono dunque da HSA Italia – porteremo un momento di incontro e di esperienze per tutti i partecipanti in una festa in acqua e sott’acqua, dove si avrà la possibilità di effettuare prove di snorkeling, nuoto, apnea, subacquea e farsi trascinare dagli scooter subacquei. Tutti potranno dunque acquisire nuove abilità in un contesto lontano da qualsiasi forma di competizione, caratteristiche queste distintive degli eventi HSA». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Patrizia De Santo (info@patriziadesantopr.it).

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“Pensiero Imprudente”: caro “Progetto Calamaio”, quante macchie indelebili in quarant’anni!

«Chi l’avrebbe mai detto – scrive Claudio Imprudente – che dopo quarant’anni saresti stato ancora sulla cresta dell’onda? Eppure ti ho visto nascere in un periodo di forte cambiamento culturale sulla disabilità e sull’inclusione!»: il destinatario è il “Progetto Calamaio” storica iniziativa educativa del Centro Documentazione Handicap-Cooperativa Accaparlante di Bologna, che da quattro decenni lavora sulle tematiche che ruotano attorno alla disabilità attraverso la diffusione della cultura dell’inclusione

Caro Progetto Calamaio ti scrivo. Chi l’avrebbe mai detto che dopo quarant’anni saresti stato ancora sulla cresta dell’onda? Eppure ti ho visto nascere in un periodo di forte cambiamento culturale sulla disabilità e sull’inclusione (che allora si diceva inserimento, poi integrazione e adesso si chiama inclusione).
Ma facciamo un passo indietro. Il tuo nome è un po’ obsoleto, da boomer, infatti il “calamaio” era un contenitore di un liquido molto prezioso per la comunicazione tra le persone di tutte le razze, di tutte le culture e in tutti i tempi: l’inchiostro. E proprio grazie ad esso si è potuta raccontare la Storia dell’Umanità, tramandare emozioni, idee e notizie.
Eri un piccolo contenitore che trasmetteva contenuti sulla diversità, anzi sull’originalità di ciascuno perché, sì, è vero: siamo tutti uguali e diversi, anzi siamo tutti originali!

In questi quarant’anni hai macchiato col tuo inchiostro migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze di tutte le scuole d’Italia, ma anche in Europa e addirittura in America! Oltre ai ragazzi, anche i genitori, gli educatori, i politici, gli insegnanti, i volontari, i credenti, gli atei, gli autisti dei trasporti, i baristi di ogni genere (ma quanti generi ci sono?) e potrei andare avanti all’infinito, ma cosa sono e cosa significano queste “macchie”? Le macchie sono i messaggi sul nostro punto di vista riguardo la disabilità e la diversità, che lasciamo durante i nostri incontri e, secondo noi, sono macchie indelebili che non scompaiono dopo un po’, ma che rimangono nel cuore.
Le macchie sporcano certamente, ma soprattutto cancellano le paure, i pregiudizi e le false immagini che abbiamo dentro di noi sulla disabilità e sulla diversità.
E tu, Calamaio, hai macchiato tante volte le persone, cosicché le loro ansie di essere normali sono diminuite, perché la normalità non esiste, è un concetto così tanto trasparente che è irreale.
Tu hai avuto tanti collaboratori e colleghi stretti che ti aiutavano a liberare l’inchiostro per macchiare le generazioni e per dare visibilità e identità alle persone più fragili.
Ti ricordi quel disegno che un bambino di quinta elementare ha fatto dopo che siamo entrati nella sua classe? Ha disegnato un alieno, con tre gambe e quattro braccia verdi, poi sotto ha scritto: «Gli handicappati non sono così!». Quante risate, appena abbiamo visto questo disegno! Ero con Roberto Ghezzo e Alberto Fazzioli, due pilastri del primo Calamaio. Per me questo disegno rappresenta un bel risultato tangibile del tuo operato nel mondo dell’educazione.

Quando entriamo nella classe, con favole, giochi e costumi vari, riusciamo subito a catturare l’attenzione dei bambini e questo è già un “uno a zero per noi!”. Poi destrutturiamo la classe, ci mettiamo in cerchio, togliamo i banchi, facciamo rumore e questo rumore è molto significativo, perché l’inclusione non è silenziosa, è come un tango molto seducente ballato in coppia.
Fare associare la disabilità al divertimento è sempre una carta vincente perché, tu lo sai bene, i termini “diversità” e “divertimento” condividono una radice etimologica comune nel latino di-vertere, che significa “volgere altrove”, “separare” o “deviare”. Questa affinità suggerisce che cambiare prospettiva, allontanarsi dalla consuetudine (diversità) è, di per sé, un atto creativo che produce piacere, sorpresa e appunto, divertimento. E questo produce un cambiamento culturale…

Un altro tuo collaboratore illustrissimo, che ha viaggiato insieme a te per chilometri e chilometri, è Re Trentatré, che ha capito una cosa fondamentale e cioè che siamo tutti uguali e diversi: «La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma a ciascuno il suo!».
E dopo quarant’anni sei ancora qui, eh già!
E noi, caro Progetto Calamaio, festeggiamo la tua creatività che è alla base dell’esistenza umana nel pianeta Terra. La grande festa dei tuoi quarant’anni sarà il 27 maggio presso la Fattoria Urbana di Bologna, siete tutti invitati!
Come ringraziarti? Augurandoti di macchiare ancora per altri quarant’anni!
Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

*Il presente contributo è già apparso nel sito del CDH-Cooperativa Accaparlante di Bologna, con il titolo “Caro Progetto Calamaio ti scrivo… per i tuoi 40 anni” e viene qui proposto, con minimi riadattamenti al diverso contenitore e un diverso titolo, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Dalla fine del 2022 Claudio Imprudente è divenuto una firma regolare del nostro giornale, con questa suo spazio fisso che abbiamo concordato assieme di chiamare Pensiero Imprudente, grazie alla quale sta impreziosendo le nostre pagine, condividendo con Lettori e Lettrici il proprio sguardo sull’attualità.
Persona già assai nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana).
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 Maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.

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Si premiano i vincitori dell’ottava edizione del concorso nazionale di editoria tattile “Tocca a te!”

L’Istituto Serafico di Assisi ospiterà domani, 18 aprile, e domenica 19, l’evento conclusivo dell’ottavo concorso nazionale di editoria tattile illustrata “Tocca a te!”, promosso e organizzato dalla Federazione Nazionale delle istituzioni Pro Ciechi, dalla Fondazione Robert Hollman e dallo stesso Istituto Serafico. Sono previste la cerimonia di premiazione, due tavole rotonde, l’esposizione delle 180 opere in gara e di “Tactile go!”, biblioteca itinerante delle letture accessibili della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi Lettura di un libro tattile illustrato

L’avevamo presentata nel febbraio scorso, l’ottava edizione del concorso nazionale di editoria tattile illustrata Tocca a te!, iniziativa promossa e organizzata dalla Federazione Nazionale delle istituzioni Pro Ciechi, dalla Fondazione Robert Hollman di Padova e Cannero Riviera (Verbano-Cusio-Ossola) e, in questa occasione, anche dall’Istituto Serafico di Assisi: sarà infatti proprio quest’ultimo, domani, 18 aprile, e domenica 19, ad ospitare la cerimonia di premiazione (cinque vincitori e sette menzioni speciali) e anche due tavole rotonde sul concorso e sulle ricadute di esso nei territori. Inoltre, nell’area Laboratori del Serafico, si potrà visitare liberamente l’esposizione delle 180 opere in gara e verrà esposta Tactile go!, biblioteca itinerante delle letture accessibili della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi.

Nato nel 2011, Tocca a te! ha il compito di promuovere e sostenere in Italia la produzione e la diffusione di libri illustrati tattili, strumenti indispensabili per lo sviluppo neurocognitivo dei bambini e bambine con deficit visivo, ma anche preziosi veicoli di conoscenza, sperimentazione, gioco e integrazione scolastica e sociale.
180, come detto, le opere in concorso per questa ottava edizione, per la quale ancora una volta autori, insegnanti, educatori, ragazzi e artisti (anche internazionali) hanno dimostrato creatività e ingegno, per realizzare storie e racconti che, in nome dei diritti alla lettura e all’inclusione, possano essere toccati, grazie a materiali e texture diverse usate per arricchire le immagini, e letti con caratteri in nero e in Braille anche da bambini/bambine e ragazzi/ragazzi con disabilità visiva.

Da ricordare, in conclusione, che i libri vincitori rappresenteranno l’Italia al concorso internazionale TYPHLO & TACTUS, in programma a Praga dal 28 al 30 ottobre prossimi. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: t.mario@fondazioneroberthollman.it (Tatiana Mario).

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Francesca Sbianchi prima donna Presidente del Forum Italiano sulla Disabilità

Da anni impegnata a livello nazionale e internazionale per i diritti delle persone con disabilità, Francesca Sbianchi è divenuta la prima donna Presidente del FID (Forum Italiano sulla Disabilità), organizzazione “ombrello” che rappresenta le persone con disabilità e le loro famiglie in Italia, agendo come raccordo tra il movimento italiano e il Forum Europeo sulla Disabilità Francesca Sbianchi, nuova Presidente del FID (Forum Italiano sulla Disabilità)

Il FID (Forum Italiano sulla Disabilità) ha rinnovato le proprie cariche istituzionali nel corso della propria assemblea tenutasi a Roma, che ha eletto all’unanimità Francesca Sbianchi, candidata dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), alla carica di Presidente e ha confermato Antonio Cotura della FIADDA (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie) nel ruolo di Vicepresidente, anch’egli con voto unanime. Sono stati inoltre rinnovati il Consiglio direttivo e il Comitato dei garanti.
Creato nel 2008 tramite la fusione tra il CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità) e il CID (Consiglio Italiano sulla Disabilità), il FID, va ricordato, è un’organizzazione “ombrello” che rappresenta le persone con disabilità e le loro famiglie in Italia, agendo come raccordo tra il movimento italiano e l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità.

«Con questa elezione – si legge in una nota del Forum -, Francesca Sbianchi, da anni impegnata a livello nazionale nell’UICI e a livello internazionale nell’EBU, l’Unione Europea dei Ciechi, nonché nell’EDF, diventa la prima donna a ricoprire la carica di Presidente del FID, segnando un passaggio significativo nella nostra storia e in quella dell’intero movimento associativo della disabilità in Italia».
In un suo intervento successivo alla nomina, Sbianchi ha espresso l’auspicio «di rafforzare ulteriormente la connessione e la collaborazione tra tutte le Associazioni e le Federazioni aderenti al FID e con l’intero movimento della disabilità nel nostro Paese», sottolineando inoltre «l’importanza di costruire, con l’impegno condiviso, una rete sempre più forte ed efficiente, capace di operare con una struttura interna più snella e funzionale».
«Particolare attenzione – ha aggiunto – sarà rivolta al consolidamento del ruolo del FID a livello europeo, in piena sintonia con il Forum Europeo sulla Disabilità, al fine di contribuire attivamente alle politiche e alle iniziative che riguardano i diritti delle persone con disabilità».
«Il Forum – ha concluso – rinnoverà in tal modo il proprio impegno a rappresentare in modo unitario e autorevole le istanze delle persone con disabilità, promuovendo dialogo, partecipazione e azioni condivise su scala nazionale ed europea, in armonia con le Federazioni FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) e FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie)».
Alla presidente Sbianchi, dunque, al vicepresidente Cotura e a tutti i nuovi eletti, sono arrivati gli auguri di buon lavoro da parte di tutte le Associazioni aderenti al FID. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: fid.presidenza@gmail.com.

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Riforma del Terzo Settore bocciata da chi vive il volontariato ogni giorno

A dieci anni dalla Riforma del Terzo Settore arriva una bocciatura da parte di chi il volontariato lo vive ogni giorno, come emerge da una ricerca promossa dal MoVI (Movimento di Volontariato Italiano), che sarà presentata al convegno nazionale del 17 e 18 aprile a Pisa, “Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore”, organizzato dallo stesso MoVI, insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna, al Centro di Ricerca Maria Eletta Martini , alla Fondazione Zancan e alla Fondazione per la Coesione Sociale

A dieci anni dall’entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore (Legge 106/16), arriva una bocciatura da parte di chi il volontariato lo vive ogni giorno, se è vero che il 51,5% dei volontari esprime un giudizio negativo sull’impatto del nuovo Codice: è questo il dato principale che emerge da una ricerca promossa dal MoVI (Movimento di Volontariato Italiano), che fotografa un evidente scollamento tra impianto normativo e realtà associativa e che sarà presentata in occasione del convegno nazionale Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore, organizzato a Pisa, per domani, 17 aprile e per sabato 18, dallo stesso MoVI, insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna, al Centro di Ricerca Maria Eletta Martini, alla Fondazione Emanuela Zancan e alla Fondazione per la Coesione Sociale.

«La bocciatura della Riforma del Terzo Settore da parte del volontariato – afferma Gianluca Cantisani, presidente del MoVI – conferma la necessità di un miglioramento del Codice in questo àmbito. In dieci anni sono state introdotte diverse modifiche migliorative ad esso, che tuttavia si sono rivelate insufficienti alle necessità del volontariato. Quel che è mancato è un reale ascolto del mondo del volontariato e un’analisi attraverso un filtro sociale adeguato ai tempi che stiamo vivendo. Con questa nostra ricerca, ci proponiamo di portare nelle sedi istituzionali le istanze emerse dai territori».
«Il convegno che abbiamo organizzato con il Centro di Ricerca Maria Eletta Martini e con la Scuola Sant’Anna di Pisa – dichiara dal canto suo Emanuele Rossi, docente alla stessa Scuola Superiore Sant’Anna presidente del Comitato Scientifico del Centro di Ricerca – vuole offrire un’occasione per riflettere, a dieci anni dall’entrata in vigore del Codice del Terzo Settore,  sugli effetti della riforma sul mondo del volontariato, cercando di collegare gli esiti dell’osservazione della realtà con i profili di regolazione normativa. I lavori in programma il 17 e 18 aprile muoveranno da una riflessione di carattere scientifico, per aprire poi a un’interlocuzione con le Istituzioni nazionali (Governo, Parlamento e soggetti rappresentativi del Terzo Settore), anche al fine di individuare proposte migliorative della disciplina normativa. La presenza di relatori particolarmente autorevoli – tra i quali il giudice costituzionale Luca Antonini – potrà certamente favorire un approfondimento scientifico al fine di generare effetti positivi su tutto il mondo del volontariato e sui destinatari della sua azione». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento sulla due giorni di Pisa (a quest’altro link il programma completo). Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa MoVI (Silvia Bellucci), silviabellucci@bellspress.com.

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Alla Regione Lombardia: garantire dignità, assistenza e continuità, perché la disabilità non va in pausa!

«Garantire dignità, assistenza e continuità»: è l’appello lanciato alla Regione Lombardia dall’ENIL Lombardia (European Network on Independent Living), ponendo al centro la necessità ritenuta improrogabile di sbloccare l’accettazione delle nuove domande per la “Misura B1” (disabilità cosiddetta “gravissima”), assicurando in parallelo piena continuità e nuovi accessi per la “Misura B2” (disabilità grave e persone anziane non autosufficienti)

«Garantire dignità, assistenza e continuità»: è sostanzialmente questo l’appello lanciato alla Regione Lombardia dall’ENIL Lombardia (European Network on Independent Living), ponendo al centro la necessità ritenuta improrogabile di sbloccare l’accettazione delle nuove domande per la Misura B1, riguardante la disabilità cosiddetta “gravissima”, assicurando in parallelo piena continuità e nuovi accessi per la Misura B2 (disabilità grave e persone anziane non autosufficienti).
«Ad oggi – sottolineano infatti dall’Associazione – molte famiglie si trovano in un vero e proprio limbo economico, con il blocco delle nuove istanza che crea una discriminazione di fatto: chi cioè ha acquisito i requisiti di fragilità negli ultimi mesi non può accedere ai suupporti, restandoi escluso da ogni forma di assistenza domiciliare prevista da queste misure».

Nella Regione Lombardia, va ricordato a questo punto, le citate Misure B1 e B2 sono pilastri che permettono appunto la permanenza nel proprio domicilio, garantendo il diritto alla vita indipendente, evitando l’istituzionalizzazione forzata in RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) o RSD (Residenze Sanitarie Disabili), sostenendo altresì il duro lavoro di cura dei caregiver familiari. «Senza l’apertura dei relativi bandi – dichiarano dunque dall’ENIL Lombardia – i nuovi casi di disabilità o il peggioramento di condizioni preesistenti restano privi di tutele, creando un vuoto assistenziale che grava interamente sulle spalle delle famiglie, costringendole spesso a scelte drammatiche tra la cura del proprio caro e il mantenimento del lavoro».

«Ringraziamo la Regione Lombardia – afferma Claudio Cardinale, presidente dell’ENIL lombarda – per avere garantito la continuità per le persone che fruiscono della Misura B1 fino a giugno, attraverso un considerevole intervento con fondi propri regionali. Tuttavia non possiamo permettere che il diritto all’assistenza rimanga ostaggio della mancata approvazione del Piano Nazionale per la Non Autosufficienza da parte del Governo. Questo stallo nazionale, infatti, non tiene conto dei bisogni reali e quotidiani: la disabilità non va in pausa! Chiediamo pertanto che la nostra Regione dia un segnale forte di civiltà, garantendo l’accesso alle Misure B1 e B2 per i nuovi richiedenti e assicurando la continuità della Misura B2 per chi già ne usufruisce».
«Auspichiamo quindi – conclude – un incontro urgente con l’Assessorato al Welfare della Regione Lombardia per definire tempistiche certe, perché non è solo una questione di budget, ma di rispetto dei diritti umani fondamentali». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@enillombardia.it.
Sul medesimo tema, segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine (a questo link) il testo Lombardia e non autosufficienza: le Associazioni chiedono alla Regione un provvedimento d’urgenza.

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“Il Barbero Blu”, ovvero Non adattare le persone ai contesti, ma progettare contesti capaci di accogliere le persone

Nel centro storico di Siena, due appartamenti appena inaugurati raccontano un cambio di paradigma: il turismo come leva di inclusione, autonomia e lavoro per giovani adulti nello spettro autistico. E sono spazi, quelli del progetto “Il Barbero Blu”, promosso dalla Cooperativa Tabit, non adattati, ma progettati fin dall’origine per rispondere ai bisogni sensoriali, comunicativi e relazionali delle persone autistiche. Con l’ambizione di trasformare tutta la città in “Autism Friendly” e anche di proporre un modello replicabile altrove L’interno di uno degli appartamenti del progetto “Il Barbero Blu” di Siena

Nel centro storico di Siena, a pochi passi da Piazza del Campo, due appartamenti appena inaugurati raccontano una storia che va oltre l’ospitalità. Non si tratta semplicemente di nuove soluzioni ricettive, ma di un cambio di paradigma: il turismo come leva di inclusione, autonomia e lavoro per giovani adulti nello spettro autistico.
Il progetto si chiama Il Barbero Blu ed è promosso dalla Cooperativa Sociale Tabit di Sovicille (Siena), aprendo le porte a un’idea precisa di accoglienza: non adattata, ma progettata fin dall’origine per rispondere ai bisogni sensoriali, comunicativi e relazionali delle persone autistiche.
La differenza, qui, è sostanziale. Non si tratta infatti di “rendere accessibile” uno spazio esistente, ma di costruirlo attorno a chi lo abiterà. Ogni scelta – dalle luci calde all’arredo essenziale, fino alla palette cromatica centrata sulle tonalità del blu – è pensata per ridurre il carico sensoriale e aumentare la prevedibilità degli ambienti, elemento cruciale per molte persone nello spettro autistico.
Gli appartamenti, sviluppati con il contributo di psicologhe ed educatrici esperte in Analisi Applicata del Comportamento (ABA), sono dotati di strumenti concreti: kit sensoriali con cuffie antirumore e oggetti antistress, tablet con applicazioni per la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA), libri e giochi inclusivi.
Non dettagli tecnici, dunque, ma una dichiarazione di metodo, riconoscendo che l’esperienza turistica, per essere davvero universale, deve partire dalla comprensione delle differenze.

Il punto di forza del progetto Il Barbero Blu è la sua struttura sistemica. Non si limita cioè all’accoglienza, ma intreccia tre dimensioni spesso trattate separatamente: turismo, inclusione sociale e inserimento lavorativo. L’iniziativa nasce infatti per rispondere a tre criticità concrete: la scarsità di opportunità occupazionali per giovani adulti con disabilità, l’assenza di strutture realmente preparate ad accogliere famiglie con figli autistici e la mancanza di una rete territoriale consapevole.
In questo contesto, pertanto, gli appartamenti diventano anche luoghi di lavoro, se è vero che le persone inserite nel progetto partecipano alle attività di gestione, accoglienza e cura degli spazi, contribuendo alla costruzione di un’esperienza professionale reale.
Non si tratta di attività simboliche, ma di ruoli operativi che favoriscono autonomia e competenze. Ed è qui che il progetto assume una valenza imprenditoriale: la dimensione economica e quella sociale non si escludono, ma si rafforzano reciprocamente.

Il Barbero Blu, per altro, non si esaurisce negli appartamenti. Il suo obiettivo dichiarato è più ambizioso: trasformare Siena in una città Autism Friendly [amichevole per le persone con autismo, N.d.R.]. Per farlo, il progetto prevede la costruzione di una rete che coinvolga ristoranti, bar, musei e attività commerciali. Gli operatori vengono formati e dotati di strumenti pratici – menu con immagini, storie sociali, kit sensoriali – per migliorare l’accoglienza e gestire le esigenze specifiche degli ospiti. A supporto, una app dedicata consente alle famiglie di orientarsi e individuare facilmente i luoghi aderenti, un’infrastruttura digitale che rende visibile e accessibile la rete, trasformando un insieme di buone pratiche in un sistema riconoscibile.
Questo passaggio è cruciale: l’inclusione, infatti, non può essere confinata a singole esperienze virtuose, ma deve diventare cultura diffusa, competenza condivisa, standard territoriale.

L’iniziativa è stata realizzata grazie al sostegno del Bando IKIGAI della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e del Fondo Impresa Femminile di Invitalia, ma il suo valore va oltre il finanziamento. Il Barbero Blu, infatti, solleva una questione più ampia: è possibile ripensare il turismo come dispositivo di welfare? La risposta che arriva da Siena è pragmatica, non teorica ed è affermativa, se si progettano servizi capaci di generare valore economico e impatto sociale insieme.
Nata nel 2021 e oggi evoluta in realtà di tipo A+B, la Cooperativa Tabit lavora quotidianamente proprio su questo confine: costruire percorsi personalizzati per persone con disturbi del neurosviluppo, coinvolgendo famiglie, scuole e comunità. In questo senso, gli appartamenti non sono il punto di arrivo, ma un tassello, un prototipo replicabile che dimostra come l’inclusione, quando è pensata in modo strutturale, possa uscire dalla dimensione assistenziale e diventare sviluppo.
La vera posta in gioco, quindi, è ora la scalabilità: progetti come questo, infatti, rischiano di restare esperienze isolate se non vengono assunti come modelli da politiche pubbliche e operatori economici.
Il turismo inclusivo non è una nicchia: è una domanda reale, ancora in larga parte inespressa. E soprattutto è una questione di diritti.
Il Barbero Blu indica una direzione chiara: non adattare le persone ai contesti, ma progettare contesti capaci di accogliere le persone. È una differenza che cambia tutto.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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La quinta “Staffetta Blu per l’Autismo”: un unico messaggio di consapevolezza e azione che unisce i territori

Partirà il 18 aprile da Assisi e sino a fine giugno animerà e colorerà sentieri e strade bianche di boschi, monti, aree naturali e parchi in tutte le Regioni italiane, la quinta edizione della “Staffetta Blu per l’Autismo”, l’ormai tradizionale evento nazionale promosso dall’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo) e patrocinato dall’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) Immagine di repertorio riguardante una delle precedentri edizioni della “Staffetta Blu per l’Autismo”

Sta per partire la quinta edizione della Staffetta Blu per l’Autismo, l’ormai tradizionale evento nazionale promosso dall’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo), che sino a fine giugno animerà e colorerà sentieri e strade bianche di boschi, monti, aree naturali e parchi in tutte le Regioni italiane. Sono già 16 le tappe programmate per l’edizione di quest’anno e come sempre i “camminatori blu” potranno contare sul patrocinio dell’ANCI, l’Associazione Nazionali dei Comuni Italiani.
«La manifestazione – sottolineano dall’ANGSA – si collegherà al racconto dell’autismo in tutte le sue sfumature, avviato con la nostra campagna social tuttora in corso [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Le tappe della Staffetta di primavera sono un ulteriore capitolo della “realtà sfumata” che unisce i territori in un unico messaggio di consapevolezza e azione e sottolinea che il tema dell’autismo non si esaurisce certo con la Giornata del 2 Aprile».

Anche quest’anno, dunque, come nel 2025, ad “aprire le danze” sarà l’ANGSA Umbria, con l’appuntamento di Assisi per la mattinata del 18 aprile (Parcheggio del Bosco – Strada Comunale Santa Croce, ore 9.30). Sono previsti circa 100 partecipanti tra persone con autismo, familiari, Associazioni di volontari, tra cui quelli della FIE VUT di Foligno (Federazione Italiana Escursionisti – Valle Umbra Trekking), per un percorso che si snoderà su 3 chilometri all’interno del Bosco, unico sito FAI (Fondo Ambiente Italiano) dell’Umbria.

Tutte le tappe della Staffetta Blu si svolgeranno nei week end prima dell’estate, «per un’esperienza – come sottolineano dall’ANGSA – che si conferma ancora una volta come un potente veicolo di socialità per i ragazzi e le loro famiglie, rappresentando un momento di mobilitazione e visibilità delle nostre Associazioni in àmbito locale e nazionale. L’arrivo della “colonna blu”, infatti, è divenuto ormai un evento ludico e festivo dove l’inclusione diventa reale, piena, coinvolge gli Enti Locali e la popolazione».

Per ricapitolare, dunque, va detto che Staffetta Blu per l’Autismo è un progetto interregionale promosso dalle ANGSA locali e sostenuto dall’ANGSA Nazionale. Con esso, le famiglie che all’ANGSA fanno riferimento, all’insegna della determinazione con cui superano le difficoltà, tracciano le basi del Progetto di Vita e conquistano spazi, affinché i diritti delle persone con autismo diventino realmente esigibili, rispettando identità e bisogni di ognuno. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa ANGSA Nazionale (Luca Benigni), luca.benigni@gmail.com.

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Letteratura italiana contemporanea e disabilità

Promosso dall’Università per Stranieri di Siena, è in programma per il 20 aprile, presso l’Ateneo stesso, l’incontro “Letteratura italiana contemporanea e disabilità”. A condurlo sarà Federica Millefiorini, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che offrirà appunto un’esplorazione delle rappresentazioni della disabilità attraverso storie e voci della letteratura contemporanea

Inserito in un ciclo dedicato ai Disability Studies, promosso dall’Università per Stranieri di Siena, con l’obiettivo di creare uno spazio di riflessione e confronto sulla disabilità nelle sue dimensioni sociali, culturali ed educative, è in programma per il 20 aprile, presso l’Ateneo toscano (Aula 20 della sede di Piazza Rosselli, ore 14.30), l’incontro dal titolo Letteratura italiana contemporanea e disabilità.
A condurlo sarà Federica Millefiorini, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che offrirà un’esplorazione delle rappresentazioni della disabilità attraverso storie e voci della letteratura contemporanea. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: disabilita@unistrasi.it.

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Ogni punto di quell’Atlante dei Centri per la Vita Indipendente è un pezzo di quel cambiamento che attraversa il mondo

«Ogni punto di quell’Atlante racconta una storia e ogni realtà rappresenta un pezzo di quel cambiamento che, da decenni, attraversa il mondo e continua a ridefinire cosa significa davvero vivere in modo indipendente»: così l’Associazione sammarinese Attiva-Mente presenta un’iniziativa particolarmente meritoria, quale l’Atlante dei Centri per la Vita Indipendente e, insieme a essi, di organizzazioni, reti e realtà affini che, in contesti molto diversi tra loro, lavorano ogni giorno per affermare diritti, autodeterminazione, assistenza personale e vita nella comunità

«È una geografia in costruzione, aperta, che può essere aggiornata, ampliata, attraversata e che restituisce la complessità di un movimento globale, fatto di esperienze, pratiche e visioni che si intrecciano. Ogni punto, infatti, racconta una storia e ogni realtà rappresenta un pezzo di quel cambiamento che, da decenni, attraversa il mondo e continua a ridefinire cosa significa davvero vivere in modo indipendente»: così l’Associazione sammarinese Attiva-Mente presenta un’iniziativa che riteniamo particolarmente meritoria e che ben volentieri segnaliamo a Lettori e Lettrici.
Si tratta di un Atlante dei Centri per la Vita Indipendente (raggiungibile a questo link) e, insieme a essi, di organizzazioni, reti e realtà affini che, in contesti molto diversi tra loro, lavorano ogni giorno per affermare diritti, autodeterminazione, assistenza personale e vita nella comunità.
«Una semplice iniziativa – aggiungono da Attiva-Mente – che presentiamo in avvicinamento alla Giornata Europea per la Vita Indipendente del 5 maggio, un modo per restituire forma e visibilità a una rete globale spesso poco raccontata». (S.B.)

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I giovani con autismo al lavoro sull’archivio della Pimpa hanno accolto Altan, creatore della cagnolina a pois rossi

Nato a Modena nell’àmbito dell’Associazione Aut Aut, il progetto “Digitiamo” vede numerosi giovani nello spettro autistico impegnati su diverse commesse di lavoro, tra cui quella alla Franco Cosimo Panini Editore, consistente nella digitalizzazione completa delle storie a fumetti della Pimpa, la celebre cagnolina a pois rossi. Grande dunque è stata l’emozione, al pari dell’entusiasmo, nell’accogliere colui che la Pimpa creò nel 1975, ovvero Altan, il celebre fumettista, vignettista e autore satirico Altan a Modena, insieme alle persone del progetto “Digitiamo”, impegnate nella digitalizzazione delle storie della Pimpa

Si chiama Digitiamo ed è un progetto nato nel 2022 nell’àmbito dell’Associazione Aut Aut Modena, sorta nel 2003 per promuovere e coordinare attività di assistenza, formazione e raccolta fondi a sostegno delle famiglie di persone autistiche nella provincia di Modena.
Avviato con tre giovani, Digitiamo può oggi contare su ben ventidue partecipanti, impegnati su diverse commesse di lavoro a Modena, tra Gallerie Estensi, Archivio Diocesano, Ordine degli Avvocati, Tribunale, Conservatoria e aziende private. Così come già accaduto per Il Tortellante – laboratorio terapeutico-abilitativo nato anch’esso nell’àmbito di Aut Aut Modena, dove giovani e adulti nello spettro autistico imparano a produrre pasta fresca fatta a mano – anche Digitiamo si prepara a costituirsi come Associazione indipendente, con l’obiettivo di estendere le commesse anche alla Provincia di Modena. «Stiamo lavorando – sottolinea in tal senso Andrea Lipparini, presidente di Aut Aut Modena – per far crescere ulteriormente Digitiamo e portare questo modello anche oltre la città di Modena, ampliando le collaborazioni e le opportunità lavorative per le persone coinvolte».
Il progetto, va anche aggiunto, si inserisce in un più ampio percorso di inclusione lavorativa che, negli anni, ha coinvolto decine di persone con autismo con diversi livelli di funzionamento, offrendo opportunità concrete in contesti professionali reali. «Un’esperienza – dicono da Aut Aut Modena – che dimostra come il lavoro rappresenti uno degli strumenti più efficaci per promuovere inclusione e integrazione delle persone con autismo, valorizzandone al contempo competenze e potenzialità. E al centro di questi progetti vi è un’idea chiara: impostare attività lavorative concrete per superare stereotipi e isolamento e riconoscere nelle persone autistiche non solo soggetti da assistere, ma anche risorse capaci di contribuire in modo significativo alla comunità di riferimento».

Un’ampia e doverosa premessa di presentazione, per raccontare dell’incontro davvero speciale che ha coinvolto in questi giorni i partecipanti a Digitiamo e nello specifico quelli impegnati presso la Franco Cosimo Panini Editore, undici giovani nello spettro autistico, affiancati da quattro operatori e un coordinatore, che stanno portando a termine un lavoro di grande valore culturale, ossia la digitalizzazione completa delle storie a fumetti della Pimpa, la celebre cagnolina a pois rossi, pubblicate in oltre cinquant’anni, un patrimonio che conta oltre 1.600 storie, tra materiali del «Corriere dei Piccoli» e della rivista intitolata semplicemente «PIMPA».
Grande dunque è stata l’emozione, al pari dell’entusiasmo, nell’accogliere colui che la Pimpa creò nel 1975, ovvero Altan (pseudonimo di Francesco Tullio-Altan), il celebre fumettista, vignettista e autore satirico. La visita di Altan ha rappresentato infatti, per le persone di Digitiamo, un momento di reale emozione e riconoscimento. «Ho accettato con entusiasmo quando dalla casa editrice mi hanno proposto questa opportunità per la digitalizzazione del mio archivio», ha dichiarato l’autore, che ha potuto osservare da vicino le diverse fasi del lavoro, dialogando con i giovani e condividendo con loro la passione per la Pimpa.

L’iniziativa, come detto, si svolge presso i locali della Franco Cosimo Panini Editore, dove è stata trasferita per l’occasione la raccolta di riviste di proprietà dello stesso Altan. Già esperti nel campo della digitalizzazione documentale, i giovani coinvolti si alternano in sessioni di lavoro da tre ore ciascuna, scansionando con cura ogni singola pagina delle storie della Pimpa, archiviando le immagini su piattaforma digitale e riponendo le riviste in apposite buste, per garantirne la conservazione nel tempo. Le attività sono svolte in collaborazione con lo stesso personale della casa editrice, che ha riconosciuto nelle persone di Digitiamo professionalità e impegno. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Silvia Panini (silvia.panini@fcp.it).

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Si parlerà anche di Progetto di Vita all’inaugurazione della Fondazione Scuola e Ricerca-Dario Ianes

Nata a Trento, la Fondazione Scuola e Ricerca-Dario Ianes promuove attività che favoriscano la collaborazione tra scuola, ricerca e territorio in ottica di miglioramento e vantaggio reciproco, in particolare sui temi dell’inclusione, del successo formativo, dell’efficacia didattica, del benessere psicofisico e dell’innovazione. Tra gli incontri promossi per festeggiarne l’inaugurazione, ve ne sarà anche uno, domani, 17 aprile, in cui si parlerà di come costruire realmente un Progetto di Vita delle persone con disabilità

Nata recentemente a Trento, la Fondazione Scuola e Ricerca-Dario Ianes, come si legge nello Statuto di essa, «promuove attività che favoriscano la collaborazione tra scuola, ricerca e territorio in ottica di miglioramento e vantaggio reciproco, in particolare sui temi dell’inclusione, del successo formativo, dell’efficacia didattica, del benessere psicofisico e dell’innovazione». Si avvale anche di un Centro Multiprofessionale, con spazi propri e indipendenti, (studi professionali e sala d’attesa riservata), dedicato alla promozione del benessere, della crescita, del sostegno e dell’apprendimento lungo tutto l’arco dello sviluppo, dall’infanzia all’età adulta, accogliendo e valorizzando la collaborazione di professionisti impegnati nei percorsi di crescita, apprendimento e benessere personale, provenienti da diversi àmbiti e campi di esperienza.

Nei prossimi giorni, la Fondazione ha promosso una serie di incontri, per festeggiare la propria inaugurazione (a questo link la locandina con il programma completo), a partire dal pomeriggio di domani, 17 aprile, quando alle 15 si affronterà il tema Che cosa vuoi fare da grande?, per parlare di come si costruisce realmente un Progetto di Vita, ossia di spunti operativi per la sperimentazione sulla “riforma della disabilità”.
Oltre all’intervento della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, è prevista la partecipazione di Dario Ianes, docente dell’Università di Trento, condirettore del Centro Studi Erickson e “motore” della nuova Fondazione, oltreché di Francesca Palmas e Marco Espa, rispettivamente responsabile del Centro Studi e presidente nazionale dell’ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi). (S.B.)

Ringraziamo Marco Espa per la collaborazione.

Per ulteriori informazioni: info@fondazionescuolaericerca.it.

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Disabilità e lavoro, tra problemi e opportunità

Aperto a tutte le persone interessate e a partecipazione gratuita, si terrà il 22 aprile l’incontro online di taglio informativo, dedicato alle norme e alle misure a sostegno dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, promosso dalla Federazione lombarda LEDHA, con la partecipazione di rappresentanti istituzionali e del mondo associativo

Disabilità e lavoro, tra problemi e opportunità: questo il titolo dell’incontro online di taglio informativo, dedicato alle norme e alle misure a sostegno dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, promosso per la mattinata del 22 aprile (ore 9.30-12.30) dalla LEDHA, la lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
L’incontro vedrà la partecipazione di rappresentanti istituzionali e del mondo associativo, allo scopo di approfondire appunto gli strumenti normativi nazionali e regionali della Lombardia, i servizi per le persone con disabilità con bisogni di sostegno intensivo, il ruolo del disability manager e il coinvolgimento dei vari portatori d’interesse (stakeholder) del settore.

Introdotto e moderato da Angelo Achilli della FAND Lombardia (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), il webinar sarà aperto dai saluti istituzionali di Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH e Nazario Pagano, presidente nazionale della FAND.
Interverranno quindi Daniele Viola dell’ANFFAS Milano (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neuosviluppo), sul tema Gli strumenti normativi nazionali e regionali in materia di lavoro; Monica Mussetti della Regione Lombardia (La normativa regionale per l’’implementazione della legge); Giovanni Banfi dell’UICI Lombardia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) (Servizi efficaci per persone con disabilità con bisogno di sostegno intensivo); Massimo Magni della Cooperativa Alveare di Bollate (Milano) (Connotazione e impieghi della figura del disability manager); Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA (Partecipazione e ruolo degli stakeholders). (S.B.)

Il webinar sarà a partecipazione gratuita e aperto a tutte le persone interessate (è richiesta l’iscrizione tramite questo link). Per ogni ulteriore informazioni: comunicazione@ledha.it.

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Il calcio balilla paralimpico, che coniuga sport agonistico, inclusione sociale e accessibilità

Doppio appuntamento a Besozzo (Varese) per la FPICB (Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla), con uno stage preparatorio della Nazionale di tale disciplina, dal 16 al 18 aprile, momento strategico per la preparazione tecnica e atletica in vista dei prossimi appuntamenti internazionali, e con la Coppa Italia del 18 e 19 aprile, riservata ad atleti con disabilità motorie in carrozzina e con disabilità intellettivo-relazionali provenienti da diverse Regioni italiane Immagine di repertorio riguardante uno stage della Nazionale Italiana di calcio balilla paralimpico

Doppio evento a Besozzo (Varese) per la FPICB (Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla), con uno stage preparatorio della Nazionale di tale disciplina, dal 16 al 18 aprile, momento strategico per la preparazione tecnica e atletica in vista dei prossimi appuntamenti internazionali degli atleti selezionati dal commissario tecnico Giovanni Braconi e con la Coppa Italia del 18 e 19 aprile, riservata ad atleti con disabilità motorie in carrozzina e con disabilità intellettivo-relazionali provenienti da diverse Regioni italiane.
«Lo scorso anno – spiega Francesco Bonanno, presidente della FPICB, a proposito della Nazionale – gli Azzurri hanno scritto una vera e propria “pagina storica” della disciplina, vincendo in tutte le specialità ai Campionati del Mondo di Saragozza, in Spagna, oltre a conquistare la Coppa del Mondo per Nazioni. Ma per restare al vertice occorre tanta determinazione e tanto allenamento e per questo motivo abbiamo deciso di organizzare questo incontro per preparare gli atleti e per rafforzare il gruppo».
Per quanto riguarda invece la Coppa Italia, sono circa un centinaio gli iscritti, «un dato – conclude Bonanno – che testimonia il grande interesse degli atleti per questo evento sportivo. Per noi è già un risultato importante. Il calcio balilla paralimpico rappresenta una disciplina in costante crescita, capace di coniugare sport agonistico, inclusione sociale e accessibilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fpicb.it.

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Scienza, salute e qualità della vita: tutto sull’emiplegia alternante a Genova

Il tradizionale incontro annuale delle famiglie dell’AISEA (Associazione Italiana Sindrome di Emiplegia Alternante), preceduto da un importante workshop internazionale, organizzato e sponsorizzato dalla stessa AISEA, in collaborazione con l’IRCCS Istituto Giannina Gaslini e la Gaslini Academy: accadrà tutto a Genova dal 17 al 19 aprile

Si riuniranno a Genova (AC Hotel by Marriott) il 18 e 19 aprile le famiglie dell’AISEA (Associazione Italiana Sindrome di Emiplegia Alternante), in occasione dell’incontro nazionale annuale di aggiornamento scientifico su questa patologia ultra rara, l’emiplegia alternante appunto, meeting durante il quale i medici impegnati nella ricerca scientifica su di essa forniranno aggiornamenti sull’evoluzione degli studi relativi alla patologia. Agli interventi scientifici si alterneranno per altro approfondimenti su temi inerenti la salute e la qualità di vita dei pazienti e delle famiglie.
La scelta di Genova quale sede dell’evento è in relazione allo svolgimento, il 17 aprile, dell’importante workshop internazionale organizzato e sponsorizzato dall’AISEA, in collaborazione con l’IRCCS Istituto Giannina Gaslini e la Gaslini Academy (a questo link un approfondimento sui contenuti), sul tema AHC and ATP1A3 Spectrum Disorders: Current Perspectives on Diagnosis, Management and Research (“Emiplegia alternante e sindromi dello spettro ATP1A3: aggiornamenti su diagnosi, presa in carico e ricerca”). (S.B.)

Per ogni informazione e approfondimento: info@aiseaets.org.

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