L’arte nelle mani: viaggio di uno scultore non vedente
I. La fame di conoscenza
Come artista non vedente, ho sempre sentito il bisogno quasi fisico di avvicinarmi all’arte in tutte le sue forme. Mostre, palazzi storici, gallerie, musei: ogni luogo che custodisce un frammento di creatività diventa per me una meta naturale, un richiamo irresistibile.
Sono convinto – e lo ripeto spesso – che le cose che non so siano infinitamente più numerose di quelle che conosco. È un pensiero che non mi spaventa, anzi: mi spinge avanti, mi tiene desto, mi ricorda che la curiosità è un motore potente.
Da questa consapevolezza nasce la mia sete di nuove idee, nuovi stili, materiali, tecniche, linguaggi. Desidero evolvermi, crescere, trasformarmi. In fondo, non è ciò che facciamo tutti nella vita? Non cerchiamo sempre di compiere un passo in più, di superare un limite, di scoprire un orizzonte nuovo?
L’arte, che è parte essenziale della mia esistenza di scultore, non può sottrarsi a questa dinamica. Deve respirare, mutare, interrogare. Eppure, ciò che sembra semplice sulla carta, nella realtà si rivela molto più complesso.
II. Le barriere invisibili
Per un artista non vedente, muoversi nel mondo dell’arte significa affrontare barriere di due tipi: quelle architettoniche e quelle culturali. Le prime, per quanto fastidiose, sono spesso superabili. Le seconde, invece, sono più sottili, più radicate, più difficili da scalfire.
Col tempo ho compreso una verità scomoda: per una persona cosiddetta “normodotata” è impossibile comprendere davvero la condizione di una persona con disabilità. Puoi essere empatico, disponibile, generoso; puoi offrire il tuo tempo, la tua attenzione, la tua sensibilità. Sono gesti preziosi, ma non bastano. Se non vivi sulla tua pelle la disabilità, non puoi coglierne fino in fondo le esigenze. E, allo stesso modo, se non sei un disabile culturalmente onesto, equilibrato, capace di guardare con lucidità alla propria condizione, non potrai costruire un rapporto sano con il tuo stesso mondo interiore.
Nemmeno chi ti ama, chi ti accompagna, chi ti conosce da sempre può immedesimarsi completamente. Non è un’accusa, né un lamento. È un punto di partenza. Perchè senza un punto di partenza chiaro, non si può costruire nulla di solido.
III. L’arte che non si tocca
Nelle mie visite mi imbatto spesso in audiodescrizioni interminabili, tecniche, fredde; in linguaggi accademici che soffocano l’immaginazione; in spiegazioni che sembrano fatte per chi vede, non per chi ascolta. E capisco anche l’imbarazzo di un gallerista o di un operatore museale quando chiedo di poter toccare una scultura.
Fin da piccoli ci viene ripetuto che l’arte non si tocca. È un dogma. E allora cosa succede quando arriva un non vedente che chiede di infrangere quella regola? Succede che si crea un cortocircuito.
I non vedenti che visitano musei sono pochi, pochissimi. Da un lato questo può far piacere: significa che sono relativamente poche le persone con gravi problemi visivi. Dall’altro, però, genera sconforto: forse sono poche perché l’arte non è percepita come accessibile.
Qual è la verità? Non lo so. Forse entrambe. Quello che so è che spesso la risposta non accogliente degli operatori nasce dall’ignoranza – non nel senso offensivo del termine, ma come mancanza di conoscenza. Si dimentica, però, che l’arte appartiene a tutti, indipendentemente dalla condizione fisica.
IV. Inclusione: una parola da riempire
Viviamo in un’epoca in cui si parla molto di inclusione. Ma ci crediamo davvero? L’arte potrebbe essere una via maestra per realizzarla, perché è un linguaggio universale. Dovrebbe essere accessibile a persone di ogni età, cultura, salute, sensibilità. Ogni spettatore coglie qualcosa di diverso da un’opera, perché ognuno porta con sé un mondo unico. E il tatto, per chi non vede, è un ponte fondamentale. Non si tratta di toccare, ma di sfiorare, accarezzare, lèggere con le dita ciò che gli occhi non possono vedere.
Esistono materiali delicati, certo. Marmo e legno possono rovinarsi. Ma esiste anche un compromesso semplice: i guanti in lattice. Costano pochi centesimi, attenuano un po’ la sensibilità, ma permettono di esplorare un’opera senza danneggiarla.
E poi c’è un fatto che molti ignorano: i non vedenti non toccano le opere, le rispettano. Le mani diventano infatti strumenti di ascolto, non di invasione.
V. L’uomo dietro l’opera
Dietro ogni scultura c’è un artista, con i suoi sogni, le sue fragilità, la sua fatica. E spesso, attraverso il tatto, si percepiscono emozioni che sfuggono alla vista: una tensione, un’incertezza, un gesto sicuro, un ripensamento. È come entrare in dialogo con l’anima di chi ha creato.
Mi è capitato di vedere persone vedenti rimanere affascinate dal modo in cui esploro un’opera. Non perché io sia più bravo, ma perché il tatto costringe a rallentare, a rispettare, a sentire.
Per questo suggerisco anche ai vedenti, quando possibile, di toccare le sculture. Il tatto non è un sostituto della vista: è un alleato.
VI. Il costo dell’accessibilità
Rendere un museo accessibile ai non vedenti non è un’impresa titanica. Un paio di guanti in lattice, come ho già detto, costa tra pochi centesimi e 1,50 euro. Quanti non vedenti visiteranno un museo mediamente in un anno? Forse una trentina. Con una spesa tra i 3 e i 45 euro si copre un anno intero. Non servono fondi speciali, bandi, sovraintendenze. Serve volontà.
L’alternativa – creare copie tattili in materiali plastici – è molto più costosa e richiede tempo. È una soluzione valida, certo, ma non sostituisce l’emozione di accarezzare un’opera originale.
VII. Le barriere mentali
Alla fine, tutto si riduce a questo: le barriere più difficili da abbattere sono quelle mentali. Chi può arrogarsi il diritto di negare a una persona la gioia di entrare in contatto con un capolavoro? Chi può decidere che un “non si può” valga più della sete di conoscenza di un essere umano?
Molte volte, esplorando una scultura, mi sono ritrovato a sorridere. Un sorriso spontaneo, nato da una bellezza che arrivava dritta al cuore. Negare questa possibilità è un furto. Un furto culturale, emotivo, umano.
VIII. La battaglia continua
Continuo a combattere questa battaglia, con ostinazione e speranza. Non basta chinare la testa davanti all’ennesimo rifiuto. Non basta lamentarsi in silenzio. Bisogna metterci la faccia, esporsi, insistere. Solo così si può sperare in un futuro in cui l’arte sia davvero accessibile a tutti e tutte. E io, finché avrò voce e mani, continuerò a lottare per questo.
*A questo link vi è il sito dello scultore Andrea Bianco.
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