«Rapportarsi alle persone adulte con disabilità rispettando il loro status anagrafico – scrive Luca Grecchi -; porsi principalmente in maniera funzionale alla loro buona vita; cercare di conoscere, nella maniera migliore possibile, l’àmbito nel quale si desidera apportare la propria opera: sono i tre consigli che mi sento di dare a chi, soprattutto se giovane, decide di imegnarsi nel volontariato con le persone con disabilità, un’attività che per quanto possa essere animata dalle migliori intenzioni, è tuttavia complessa»
Appena compiuti i 18 anni, mia figlia ha voluto sin da subito iniziare la propria esperienza di volontariato, che sta svolgendo, anche grazie ad una squisita accoglienza, presso l’AIPD Versilia (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down). Questo genere di attività, per quanto possa essere animata dalle migliori intenzioni, è tuttavia complessa, per cui può forse essere utile, a mio avviso, qualche consiglio per chi, soprattutto se giovane, decide di impegnarvisi.
Mi limiterò, per questioni di spazio, a tre sole indicazioni, senza alcuna pretesa di completezza.
La prima indicazione, scontata nella teoria ma assai meno nella prassi, è quella di rapportarsi alle persone adulte con disabilità rispettando il loro status anagrafico. L’infantilizzazione, certo, semplifica in apparenza il rapporto, ponendolo maggiormente al riparo dal tratto “perturbante” – ossia dal disagio relativo al non sapersi comportare in maniera corretta di fronte ad alcune difficoltà di un’altra persona – che la disabilità, molto spesso, genera. Tale atteggiamento, però, priva anche la relazione di autenticità, impoverendola in una rappresentazione che, alla fine, non si conforma ai reali bisogni di nessuna delle parti che la pongono in essere.
È certo possibile che, sin da piccole, le persone con disabilità siano state poco considerate dai coetanei, a partire dalla scuola; crescendo, poi, soprattutto se escluse dai contesti lavorativi, nonché dalle varie forme di socializzazione, le stesse hanno spesso dovuto rapportarsi principalmente alla famiglia, o ad operatori di centri residenziali. Tale ristretta socialità ha sovente impedito una loro adeguata maturazione, per cui gli adulti con disabilità appaiono non di rado, effettivamente, “meno adulti” di quello che avrebbero potute essere se fossero vissuti in un ambiente sociale maggiormente inclusivo. Anche per questo ci si deve rapportare a queste persone cercando di favorirne quanto più possibile l’adultità, ovvero agevolarne una compiuta realizzazione, tentando di instaurare un rapporto che, per quanto preveda l’aiuto, sia soprattutto caratterizzato dal canale costruttivo della reciprocità. L’infantilismo, infatti, non fa parte della condizione naturale delle persone con disabilità, neanche di quelle con difficoltà intellettive, dato che esso costituisce quasi sempre, quando presente, l’esito di un vissuto contrassegnato da scarsa partecipazione al contesto sociale.
La seconda indicazione che mi sentirei di dare, consiste nel rapportarsi al volontariato con i soggetti con disabilità, avendo la consapevolezza di porsi principalmente in maniera funzionale alla loro buona vita. Talvolta, infatti, alcune persone si approcciano a questa attività soprattutto per riempire un proprio vuoto, dunque implicitamente ponendo se stesse come fine, con la conseguenza che la persona con disabilità diventa quasi un mezzo per la loro pseudorealizzazione. Questo atteggiamento si riflette, purtroppo, sulla qualità della relazione, creando ulteriore disagio in persone che, a causa di quanto accaduto nella loro esistenza, già soffrono di scarsa autostima, per cui poco tollerano di sentirsi considerate in maniera strumentale, senza una reale attenzione alla loro umanità. La relazione di aiuto può in effetti essere praticata con buon esito soltanto in modo comunitario, ovvero ponendosi su un piano di parità nel rapporto. Solo così il bene riesce a prendere forma. La fiaba di Biancaneve mostra infatti che un “dono” interessato si rivela presto, in chi lo riceve, qualcosa di “avvelenato”. Il vero dono amicale, invece, non crea disagio, né dipendenza, bensì produce benessere, nonché autonomia.
Se qualcuno, dunque, dona qualcosa soltanto per ricevere in cambio qualcos’altro, che ritiene di maggior valore – anche, magari, il mero riflesso della propria pseudoimmagine grandiosa –, non si tratta in questi casi di un vero dono, ma, da parte di chi lo effettua, di un tentativo di “scambio” mascherato, il quale nasconde sempre una dinamica di potere. Proprio per tale ragione l’aiuto va portato solo previo consenso, nonché attuato con finezza, per non fare sentire in difficoltà chi lo riceve. Ciò che non è necessario, infatti, come ben sapevano i filosofi antichi, risulta spesso dannoso. Pensiamo, ad esempio, ai vari ausili didattici, non sempre fondamentali, che alcuni docenti di sostegno forniscono ai propri giovani allievi con disabilità, sovente solo per mostrare che sono competenti e volenterosi. In realtà, quando non sono essenziali, tali strumenti producono l’unico effetto di marcare ulteriormente le distanze con gli altri studenti, in maniera non certo utile alla loro inclusione.
Infine, la terza indicazione che vorrei dare è quella di cercare di conoscere, nella maniera migliore possibile, l’àmbito nel quale si desidera apportare la propria opera. Ogni azione compiuta senza un’adeguata conoscenza risulta infatti sempre improvvisata, cosa che, tuttavia, almeno nello svolgimento di determinate funzioni, non si può proprio fare, per il bene delle persone con cui ci si relaziona. La consapevolezza di ciò che si compie, con conseguente impegno responsabile, è in effetti necessaria anche in chi si accinge ad agire in maniera gratuita, non soltanto in chi tale attività pone in essere in modo professionale.
Con quest’ultima osservazione mi permetto di rimandare, ancora una volta, a quanto accade a scuola. Nella stessa non esiste, come noto, il volontariato, ma i docenti di sostegno lamentano, spesso con buone ragioni, di non avere ricevuto un’adeguata formazione prima della loro immissione in ruolo. Occorre tuttavia ricordare, in merito, che l’accettazione di una docenza – curricolare come di sostegno – non è mai una decisione obbligata, essendo sempre l’esito finale di un’autonoma richiesta, che dovrebbe necessariamente essere frutto di una scelta consapevole, data la rilevanza dell’incarico che mediante essa ci si appresta a svolgere. Non basta, in effetti, nel rapporto con le giovani persone con disabilità, relazionarsi alle medesime in maniera “volenterosa” per fare il loro bene. Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) dei docenti impone infatti l’obbligo di impartire agli studenti, soprattutto a quelli con maggiori difficoltà, apprendimenti adatti, nonché di verificare l’efficacia dei propri insegnamenti. Gli studenti e le studentesse con disabilità hanno diritto ad un’istruzione appropriata, non soltanto a rimanere a scuola custoditi trascorrendo il tempo. Senza agire in questo modo, il danno che si produce in queste giovani vite, in particolare se trascurate nei primi anni scolastici, permane indelebile, gravando sul loro futuro mediante un’indotta disabilitazione. Quest’ultima si potrebbe invece evitare seguendo semplici indicazioni, le stesse che anche nell’attività di volontariato risultano utili.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e con alcune modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.
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