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12 atleti ciechi dalla Spagna alla “Stramilano” con le maglie dell’organizzazione Amo la Vita

12 atleti ciechi, con le loro 14 guide, arriveranno il 3 maggio a Milano dalla Spagna, per partecipare alla mezza maratona della “Stramilano” e lo faranno con la maglia dell’organizzazione di volontariato Amo la Vita, che da oltre 45 anni è al fianco dei pazienti oncologici e dei loro caregiver negli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano. Il tutto nel quadro di una collaborazione con l’Associazione spagnola Blind&Guide, impegnata nel supporto a persone con disabilità visiva, di cui quegli atleti fanno parte Un’atleta dell’Associazione spagnola Blind&Guide con la sua guida

12 atleti ciechi, con le loro 14 guide, saranno il 3 maggio a Milano al via della mezza maratona di 21 chilometri, nell’àmbito della storica Stramilano e lo faranno con la maglia dell’organizzazione di volontariato Amo la Vita, che da oltre 45 anni è al fianco dei pazienti oncologici e dei loro caregiver negli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano. Il tutto nel quadro di una collaborazione tra la stessa Amo la Vita e l’Associazione spagnola Blind&Guide, impegnata nel supporto a persone con disabilità visiva, di cui quegli atleti fanno parte.
«Si darà vita quindi – come sottolineano i promotori dell’iniziativa – a un’immagine e a un evento di concreta collaborazione, fiducia e inclusione: ogni passo sarà infatti il risultato di un legame profondo tra chi guida e chi si affida, dimostrando come la vera forza nasca dalla partecipazione. Una sfida sportiva che diverrà in tal modo un simbolo di resilienza e solidarietà, valori che uniscono Amo la Vita e Blind&Guide in una visione comune: abbattere le barriere, fisiche e culturali e promuovere una società più inclusiva». (S.B.)

questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: servizi@gruppoarete.it.

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Il vero progresso si misura dalla capacità di non lasciare indietro nessuno: quel sindaco di Boston l’aveva compreso

«Thomas Michael Menino – scrive Salvatore Cimmino – è stato il sindaco più longevo nella storia della città statunitense di Boston e ha lasciato un’eredità che trascende i confini della sua città, diventando un faro globale per le politiche di inclusione e accessibilità. L’auspicio è che il modello da lui creato possa presto diventare lo standard globale, perché il vero progresso non si misura dalla velocità dei nostri mezzi, ma dalla capacità di non lasciare indietro nessuno» Nel settembre del 2012 il sindaco di Boston Menino consegnò a Salvatore Cimmino un’onorificenza, in occasione dei 30 chilometri nuotati dallo stesso Cimmino, persona con disabilità, nella Baia di Boston, nell’àmbito del suo progetto “A nuoto nei mari del globo”

Thomas Michael Menino è stato il sindaco più longevo nella storia della città di Boston (dal 1993 al 2014) e ha lasciato un’eredità che trascende i confini della sua città, diventando un faro globale per le politiche di inclusione e accessibilità.
Durante i suoi ventuno anni di mandato, infatti, Menino non si è limitato ad applicare le leggi esistenti, come lo “storico” ADA (The Americans with Disabilities Act, “Legge sulle persone americane con disabilità”), ma ha abbracciato una visione in cui l’architettura urbana doveva adattarsi all’essere umano, e non viceversa. Sotto la sua guida, Boston ha visto la nascita di infrastrutture pioniere, dai marciapiedi livellati ai trasporti pubblici potenziati, fino alla creazione del Thomas M. Menino Park capolavoro di progettazione universale dove ogni bambino e bambina, indipendentemente dalle proprie abilità fisiche, può giocare senza barriere.

L’impegno costante di Menino gli ha valso numerosi riconoscimenti dalle più prestigiose organizzazioni per i diritti civili, consolidando la sua reputazione di “Sindaco del popolo”. Oggi, il Thomas M. Menino Public Service Award rappresenta uno dei massimi riconoscimenti per chi lavora al servizio delle comunità urbane negli Stati Uniti, continuando a onorare questa dedizione con un premio a quei leader che vedono nell’accessibilità non un obbligo burocratico, ma un diritto umano fondamentale.
Menino ha dimostrato in sostanza che una città liberale e inclusiva è una città più ricca per tutti, dove la diversità non è un ostacolo ma un valore aggiunto alla vita democratica.

L’auspicio è quindi che il modello di Boston possa presto diventare lo standard globale. È necessario infatti che ogni città del mondo, insieme ai sistemi di trasporto locali e internazionali, abbatta definitivamente i confini fisici che ancora oggi limitano milioni di persone. Il sogno è un pianeta in cui una carrozzina o una protesi o una disabilità sensoriale non siano più un limite al desiderio di scoperta. Dobbiamo lavorare affinché il viaggio per le persone con disabilità passi dall’essere un esercizio di fantasia a una realtà quotidiana fatta di libertà di movimento, permettendo a chiunque di accedere alla riabilitazione congeniale alle proprie esigenze e di esplorare il mondo fisicamente e con dignità, proprio come avrebbe voluto Thomas Michael Menino.
Il vero progresso non si misura dalla velocità dei nostri mezzi, ma dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. Facciamo in modo che viaggiare non sia più un sogno proibito per molti, ma il diritto al volo di ogni anima che desideri scoprire l’orizzonte.

*https://www.salvatorecimmino.it.

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L’autonomia come bussola di una vita

«Un momento fondamentale della mia formazione – racconta Salvatore Nocera, in questa intervista di Maurizio Cocchi – è stato il liceo classico, dove una professoressa molto intelligente mi sedeva accanto durante le versioni di latino e greco, con il vocabolario sulle ginocchia, e mi diceva: “Dimmi il paradigma del verbo che ti serve e io ti leggo tutto il contenuto, ma se me li dici sbagliati, resto zitta”. Quell’approccio mi ha aiutato enormemente a essere autonomo, a non fare affidamento sul pietismo altrui e a cercare di arrangiarmi secondo le mie reali capacità» Salvatore Nocera si occupa da oltre cinquant’anni della normativa scolastica sull’inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità

Professor Nocera, presentarla degnamente è un’impresa difficile perché la sua vita e la sua carriera sono estremamente ricche. Le chiedo quindi di raccontarcele lei stesso.
«Sono nato a Gela, in Sicilia. All’età di 4 anni, a causa di una malattia, ho perduto la vista all’occhio destro, mentre al sinistro mi è rimasto un residuo visivo molto ridotto, circa un ventesimo. Nonostante ciò, ho sempre studiato insieme ai miei compagni vedenti; non potendo leggere direttamente, venivano loro a casa mia o andavo io da loro.
Un momento fondamentale della mia formazione è stato il liceo classico. Ho avuto la fortuna di incontrare una professoressa molto intelligente che durante le versioni di latino e greco, sedeva accanto a me con il vocabolario sulle ginocchia. Mi diceva: “Dimmi il paradigma del verbo o il nominativo della parola che ti serve e io ti leggo tutto il contenuto. Ma se me li dici sbagliati, io resto zitta”. Questo approccio mi ha aiutato enormemente a essere autonomo, a non fare affidamento sul pietismo altrui e a cercare di arrangiarmi secondo le mie reali capacità».

Questo percorso l’ha portata fino all’università. Lei è laureato in Giurisprudenza, giusto?
«Sì, mi sono laureato in Giurisprudenza a Roma e ho ottenuto l’abilitazione all’avvocatura. Per un periodo ho esercitato la professione, occupandomi di legislazione scolastica, ma il mio interesse principale era l’inclusione delle persone con disabilità. Per questo, nel 1982, sono entrato al Ministero dell’Istruzione, presso l’Ufficio Studi. Posso dire che quasi tutta la normativa prodotta dall’82 al 2000 sia passata anche sotto le mie mani.
In quegli anni, oltre all’impegno ministeriale, ho partecipato come cofondatore alla creazione della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie). All’interno della Federazione sono stato vicepresidente nazionale, poi presidente del Comitato dei Garanti e ancora oggi continuo a occuparmene attivamente».

Salvatore “Tillo” Nocera

Nel corso della sua lunga carriera, tra Ministero e associazionismo, come si è trovato a collaborare con i colleghi?
«Mi sono sempre trovato molto bene. Ho avuto ottimi rapporti con i compagni di scuola, con i colleghi insegnanti e con quelli del Ministero; abbiamo collaborato proficuamente per molti anni. Anche oggi, all’interno della FISH e con le varie Associazioni, il clima è di grande collaborazione: ricevo richieste di chiarimenti o segnalazioni di problemi e lavoriamo insieme per risolverli.
In passato viaggiavo moltissimo per convegni e incontri, muovendomi autonomamente grazie all’assistenza ferroviaria e aerea. Oggi, data l’età e la perdita totale della vista, mi sposto meno, ma grazie ai mezzi tecnologici riesco a restare in contatto con tutti».

Lei ha scritto numerosi volumi e un’infinità di articoli. Come si è evoluto il suo rapporto con la scrittura e la tecnologia?
«Inizialmente usavo la macchina da scrivere, il che rendeva le correzioni molto complesse. Il computer è stato per me “un amico fondamentale”. Devo ringraziare un carissimo amico, purtroppo scomparso, Giulio Nardone, fondatore dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), che mi ha iniziato all’uso dei primi computer, tramite la sintesi vocale.
Per quanto riguarda le pubblicazioni, ho collaborato con docenti di chiara fama come Andrea Canevaro e Dario Ianes. Oggi scrivo meno libri ma molti più articoli, tra l’altro proprio per Superando, la rivista in web edita dalla FISH, che sta ospitando questa intervista. Mi occupo soprattutto di attualità normativa e denuncio spesso l’inerzia delle Istituzioni, come nel caso del mancato rinnovo dell’Osservatorio Scolastico Ministeriale sull’Inclusione, che avrebbe estrema necessità di tornare a operare».

Maurizio Cocchi

Passando a un aspetto più personale, lei è stato sposato?
«Sì, mi sono sposato a 30 anni, dopo avere vinto il concorso per docente di diritto. Io, come ho detto, sono siciliano, mentre mia moglie era friulana. Ci eravamo conosciuti a Roma e la prima cosa che lei mi disse quando decidemmo di sposarci fu: «Bada bene che tu sposi una moglie, non un’infermiera!». Quello fu un punto fondamentale di rispetto dei ruoli. Noi persone con disabilità, infatti, corriamo il rischio di considerare il coniuge come un assistente, invece tra noi tutto andò liscio proprio per questa chiarezza iniziale. Abbiamo avuto una figlia e oggi sono nonno di un ragazzo di 14 anni, che seguo volentieri proprio nello studio del latino e del greco al liceo».

*Salvatore “Tillo” Nocera, firma di Superando sin dall’avvio del nostro giornale, si occupa da oltre cinquant’anni della normativa scolastica sull’inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità. È stato tra l’altro fra i fondatori della FISH (allora Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), nella quale ricopre attualmente il ruolo di Presidente del Comitato dei Garanti; da molto tempo, inoltre, collabora anche con l’Osservatorio Scolastico dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down). Maurizio Cocchi è pedagogista, già presidente di Cooperativa Sociale, attivista per le persone con disabilità e anch’egli firma di Superando (info@mauriziococchi.net). Entrambi sono persone con disabilità, rispettivamente visiva e motoria.

La versione video della presente intervista di Maurizio Cocchi a Salvatore Nocera è visibile in YouTube nel canale presente a questo link e direttamente a quest’altro link.

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“Come vedi la disabilità?”: la seconda edizione del concorso di Tivoli

«Attraverso queste opere artistiche, artigianali e letterarie, diffondiamo un messaggio che va direttamente al cuore del problema, per far crescere la consapevolezza che “siamo tutti sulla stessa barca” e che abbiamo gli stessi Diritti e Doveri da onorare, per essere considerati cittadini e non sudditi!»: a dirlo è Anna Benedetti, presidente della Lega Arcobaleno di Tivoli (Roma), Associazione organizzatrice del concorso “Come vedi la disabilità?”, la cui seconda edizione si concluderà domani, 29 aprile, nella città laziale

Il lancio dell’iniziativa ha ricalcato a grandi linee i temi della prima edizione, ossia il fatto che «vivere e muoversi in una città accessibile per tutti è un diritto umano e civile, e tuttavia, nonostante l’esistenza di leggi mirate, è come se i diritti per alcune persone fossero sospesi in un limbo, in attesa della loro attuazione. Come mai tutta questa disattenzione e disinteresse verso la libertà di tante persone e come è possibile ignorare una tale situazione, anche da parte di chi ha promulgato le leggi e deve farle rispettare? In poche parole, cosa sarebbe opportuno fare per migliorare lo “status quo” e quale “barriera” rimuovere immediatamente? Chiediamo dunque alla cittadinanza, e in particolare agli studenti e alle studentesse, di partecipare, per portare all’attenzione pubblica e istituzionale una situazione non più sostenibile».
L’iniziativa di cui stiamo parlando è il concorso Come vedi la disabilità?, organizzato dall’Associazione di Promozione Sociale Lega Arcobaleno di Tivoli (Roma), che sta vivendo il proprio atto conclusivo in questi giorni nella città laziale. Già dal 25 aprile, infatti, sono in esposizione in Piazza del Plebiscito, 23, gli elaborati partecipanti (opere in prosa, in poesia, in grafica, foto, pannelli plastici e anche dipinti) e nel pomeriggio di domani, 29 aprile, vi sarà la premiazione presso la Sala Convegni delle Scuderie Estensi (ore 17).
«Attraverso queste opere artistiche, artigianali e letterarie – sottolinea Anna Benedetti, presidente della Lega Arcobaleno – abbiamo la possibilità di diffondere un messaggio che va direttamente al cuore del problema, per far crescere la consapevolezza che “siamo tutti sulla stessa barca” e che abbiamo gli stessi Diritti e Doveri da onorare, per essere considerati cittadini e non sudditi!». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: annabenedetti40@gmail.com.

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Un corso di laurea che guarda alla relazione tra le persone e i vari contesti di vita

L’elemento maggiormente innovativo della Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, fruytto di una collaborazione tra l’Un iversità di Bergammo e quella del Salento, è il cambiamento di paradigma, dove l’accessibilità e l’inclusione devono far parte del bagaglio culturale e delle prassi metodologiche di ogni responsabile della realizzazione di prodotti, servizi, iniziative e procedure. E la tematica che vi si affronta riguarda la relazione tra le persone e i vari contesti di vita

«Siamo soddisfatti dello sviluppo e dell’avvio della Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, che arriva al suo secondo anno. Il nostro impegno e il nostro entusiasmo sono stati fondamentali per creare un percorso formativo innovativo e flessibile, che risponda alle esigenze di una società sempre più attenta all’inclusività e all’accessibilità»: così la professoressa Serenella Besio, che ho conosciuto personalmente una trentina d’anni fa, quando fu docente del corso di perfezionamento sulle Tecnologie per la Disabilità, che frequentai alla Fondazione Don Gnocchi di Milano. Fin da quell’occasione, tenendo in considerazione che stiamo parlando di molti anni fa, ebbi a stupirmi in modo positivo dell’“approccio moderno” con cui affrontava i temi legati alla disabilità. Per questo motivo, non mi stupisce il fatto che, ora, lei sia tra i fautori della citata Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, percorso accademico estremamente innovativo per diversi aspetti.

Il corso è realizzato dall’Università di Bergamo, in collaborazione con l’Università del Salento e rientra nella Rete EDUNEXT (Digital Education Hub), finalizzata alla ridefinizione dell’alta formazione, rendendola il più possibile moderna e accessibile. Aderendo a tale progettualità, l’Ateneo lombardo e quello pugliese hanno intrapreso un iter per cui diventano luoghi di formazione capace di integrare tradizione e flessibilità, inclusività e digitalizzazione, divenendo, pertanto, in grado di rispondere alle esigenze di una società in continua evoluzione, garantendo standard qualitativi elevati e promuovendo la cooperazione interuniversitaria a livello nazionale e internazionale.
Lo scopo del corso di laurea è sostanzialmente quello di formare la nuova figura professionale del progettista che, per la prima volta, possegga le competenze relative sia all’accessibilità, sia all’inclusione. A conclusione del percorso accademico, il laureato sarà pertanto un esperto di accessibilità, in grado di lavorare nei più svariati contesti, città (percorsi accessibili e edifici), tecnologie assistive, ausili e interventi domotici finalizzati alla piena autonomia sia delle persone anziane, sia di quelle con disabilità; e ancora, la fruizione di ambienti differenti come il lavoro, lo sport, i musei, quelli legati al tempo libero, il mondo digitale e la realtà virtuale attraverso il coordinamento di reti e il lavoro di gruppo; e da ultima, ma non ultima, l’accoglienza nei servizi sanitari.
Il professionista non si occuperà solo di persone con disabilità, ma anche di quelle con esigenze particolari, come, gli anziani, i bambini, i caregiver, gli stranieri e i turisti.

L’elemento maggiormente innovativo è il cambiamento di paradigma, dove l’accessibilità e l’inclusione non saranno più considerati come elementi da inseguire o da creare a posteriori, ma che facciano parte del bagaglio culturale e delle prassi metodologiche di ogni responsabile della realizzazione di prodotti, servizi, iniziative e procedure.
La tematica, come si evince fin dalla denominazione del corso, è ipercontemporanea, in quanto affronta uno degli aspetti più critici che contraddistingue il nostro mondo odierno, ossia, la relazione tra le persone e i vari contesti di vita; vengono, pertanto, presi in considerazione, non solo gli obbiettivi inerenti alla piena partecipazione sociale attiva, ma anche quelli riguardanti la costruzione di un mondo più accogliente, più aperto alle differenze e lungimirante nell’orientamento verso un futuro sostenibile per tutti. In tale ottica, l’argomento stesso richiede, senza alcun dubbio, un approccio multidisciplinare, comprendente discipline solo apparentemente lontane, come la pedagogia, la tecnologia, l’economia, il design e l’urbanistica e quindi continuamente da aggiornare, rispetto a prodotti, metodologie, risorse e soluzioni già esistenti.

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Progettare l’accessibilità, l’università di Bergamo lancia una laurea Magistrale” e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Invecchiamento e disabilità: memoria, desiderio, relazione

29 aprile, 6 e 21 maggio e 4 giugno sono le date dei quattro incontri online dal titolo complessivo “Nessuno è da solo. Invecchiamento e disabilità: memoria, desiderio, relazione”, proposti dal Servizio Nazionale CEI (Conferenza Episcopale Italiana) per la Pastorale delle Persone con Disabilità

Il Servizio Nazionale CEI (Conferenza Episcopale Italiana) per la Pastorale delle Persone con Disabilità propone, a partire dal pomeriggio di domani, 29 aprile, un ciclo di quattro incontri online dal titolo complessivo Nessuno è da solo. Invecchiamento e disabilità: memoria, desiderio, relazione.
«L’invecchiamento – spiegano i promotori – non è un percorso lineare, ma un processo di cambiamento in cui alcune competenze e abilità possono ridursi mentre altre si trasformano o si sviluppano. Ogni persona invecchia in modo diverso, secondo traiettorie uniche e non rigidamente predeterminate. In questa prospettiva, accompagnare tali cambiamenti, valorizzando le risorse presenti e sostenendo ciò che può crescere, è un cammino di prevenzione, ma prima ancora di vita piena in qualunque condizione. La strada non è già scritta: si costruisce nel tempo, attraverso scelte, contesti e opportunità significative. Incontrare delle esperienze e metterle in relazione fa capire quanto possano essere diverse le azioni e le opportunità per fare in modo che nessuno sia solo nell’affrontare le circostanze e gli anni che si aggiungono».

Partendo dunque da tali riflessioni, gli incontri del ciclo, condotti da Tiziano Gomiero, pedagogista, psicologo e ricercatore, direttore tecnico-scientifico della Fondazione Lega del Filo d’Oro, prevedono, prima e dopo l’intervento dello stesso Gomiero, la presentazione di due esperienze dai territori e dai movimenti, per dare risonanza e concretezza ai temi trattati.
Tutti dalle 16 alle 18, i quattro incontri si intitoleranno rispettivamente, domani, 29 aprile, Il viaggio della mente che invecchia; il 6 maggio Longevità in pratica: adattamenti che migliorano la vita; il 21 maggio Quando la memoria si fa fragile: come restare accanto; il 4 giugno Il potere delle relazioni nelle sfide dell’invecchiamento. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dei quattro incontri (fruibili in diretta streaming nel canale YouTube della CEI). Per ulteriori informazioni: d.angelelli@chiesacattolica.it (Danilo Angelelli).

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Seconda Giornata Nazionale sull’Artrogriposi: informazione, condivisione e partecipazione attiva

Il 2 maggio a Pesaro, vi sarà la Seconda Giornata Nazionale sull’Artrogriposi, evento dedicato all’informazione, alla condivisione e alla partecipazione attiva, promosso da Artrogriposi Italia, per sensibilizzare su questa condizione clinica congenita rara, caratterizzata da rigidità articolare in diversi distretti anatomici, creando rete tra famiglie, professionisti e associazioni, e offrendo uno spazio accogliente dove confrontarsi, imparare e vivere momenti di comunità

Il 2 maggio al Parco Miralfiore di Pesaro, vi sarà la Seconda Giornata Nazionale sull’Artrogriposi, evento tutto dedicato all’informazione, alla condivisione e alla partecipazione attiva, promosso da Artrogriposi Italia, per sensibilizzare su questa condizione clinica congenita rara, caratterizzata da rigidità articolare in diversi distretti anatomici, l’artrogriposi appunto, creando rete tra famiglie, professionisti e associazioni, e offrendo uno spazio accogliente dove confrontarsi, imparare e vivere momenti di comunità.

La Giornata si aprirà con una sessione dedicata alla scienza e alla condivisione, con interventi di esperti su tematiche fondamentali come l’approccio ortopedico, le innovazioni nei supporti e il ruolo della fisioterapia specializzata, arricchiti da testimonianze dirette.
In parallelo, ampio spazio sarà riservato ai più piccoli, con attività pensate per stimolare creatività e movimento: yoga per bambini, laboratori artistici ed esperienze ludiche, fino a momenti di cucina condivisa.
Nel pomeriggio, infine, l’evento si trasformerà in un’occasione di gioco, riabilitazione e festa, con workshop multidisciplinari, attività terapeutiche, animazione e intrattenimento per tutta la famiglia, per concludersi con un grande finale tra musica e danza. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo. Per ogni ulteriore informazione: artrogripositalia@gmail.com.

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Verso il 1° Maggio: il diritto al Lavoro e quello alla Vita Indipendente marciano insieme

«Quando è accessibile, equo, dignitoso e realmente aperto a tutti e tutte – scrivono dall’Associazione Attiva-Mente in vista del Primo Maggio – il lavoro offre autonomia, relazioni, riconoscimento sociale, possibilità di scelta, consentendo di costruire un proprio progetto di vita e, in definitiva, di emanciparsi da dipendenze imposte più dalle barriere che dalle condizioni personali. Per questo il diritto al Lavoro e il diritto alla Vita Indipendente camminano insieme: quando uno viene negato o svuotato, anche l’altro si indebolisce» Immagine realizzata dall’Associazione Attiva-Mente

Nel celebrare la Festa dei Lavoratori del Primo Maggio, vale la pena ricordare che il diritto al lavoro riguarda pienamente anche le persone con disabilità, ma non come concessione per una categoria “a parte”, bensì con la stessa centralità con cui ci si approccia per le altre persone. È una questione di democrazia, giustizia, dignità e piena cittadinanza.
Il lavoro, quando è accessibile, equo, dignitoso e realmente aperto a tutti e tutte, non garantisce soltanto un reddito. Offre autonomia, relazioni, riconoscimento sociale, possibilità di scelta. Consente di partecipare pienamente alla comunità, di costruire un proprio progetto di vita e, in definitiva, di emanciparsi da dipendenze imposte più dalle barriere che dalle condizioni personali. Per questo il diritto al Lavoro e il diritto alla Vita Indipendente camminano insieme: quando uno viene negato o svuotato, anche l’altro si indebolisce.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità lo afferma con chiarezza, collegando il diritto all’occupazione (articolo 27) al diritto di vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta degli altri (articolo 19). Non può esserci vera autodeterminazione se una persona resta esclusa dal mondo del lavoro, confinata in percorsi chiusi o privata di opportunità concrete.
Eppure, ancora oggi, troppe persone con disabilità incontrano ostacoli che nulla hanno a che vedere con il merito, con le competenze o con la volontà di realizzarsi: pregiudizi culturali, sostegni inadeguati, assenza di accomodamenti ragionevoli, aspettative basse, sistemi che proteggono ma non emancipano. Si celebra qualche caso simbolico, ma non si costruisce un modello virtuoso, partecipato e stabile nel tempo.

Non è solo una questione di leggi, per altro, ma anche di cultura e linguaggio. Continuare a ridurre tutto al solo “inserimento lavorativo dei disabili” significa restare ancorati a una visione parziale e superata, nella quale alcune persone devono essere semplicemente collocate dentro un sistema per altri e pensato da altri. L’inserimento lavorativo, in sé, ha valenza perché è uno strumento utile in determinati percorsi, ad esempio in àmbito terapeutico, riabilitativo o di accompagnamento graduale, ma non esaurisce affatto il tema. Il punto oggi è più ampio e più ambizioso: garantire il diritto al lavoro delle persone con disabilità, in condizioni di uguaglianza, con strumenti adeguati, dentro contesti accessibili e capaci di valorizzare competenze e talenti. Non sono le persone a doversi adattare a un sistema sbagliato: è il sistema che deve finalmente cambiare.

A livello internazionale questo messaggio è sempre più chiaro. Si rafforza il legame tra lavoro inclusivo e Vita Indipendente, riconoscendo che accesso al mercato del lavoro aperto, supporti personalizzati e accomodamenti ragionevoli sono strumenti concreti di libertà e partecipazione.
Servono dunque politiche attive vere, servizi competenti, responsabilità collettiva, collaborazione con le imprese, formazione, accompagnamento personalizzato e una visione finalmente moderna del tema. Servono soprattutto strumenti che permettano a ciascuno di costruire il proprio Progetto di Vita, dentro una comunità che non escluda il lavoro da quell’orizzonte.
In vista del Giorno dedicato ai lavoratori chiediamo meno retorica e più opportunità reali, meno porte chiuse, più strumenti e più futuro. Perché il lavoro, se è davvero un diritto, deve esserlo per tutti. E perché senza inclusione lavorativa non c’è piena cittadinanza.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Assistenti all’autonomia e alla comunicazione: modificare quella Proposta di Legge

«Nella parte riguardante gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione – scrive Salvatore Nocera -, quella Proposta di Legge in discussione alla Camera è profondamente lesiva del diritto allo studio degli alunni e delle alunne con disabilità. L’augurio è quindi che i Deputati vogliano accogliere la richiesta di modifica della Proposta di Legge stessa, avanzata dalle oltre 40 tra Associazioni Nazionali e Federazioni Regionali aderenti alla Federazione FISH»

Come persona che da oltre cinquant’anni si occupa della normativa scolastica sull’inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità, ringrazio pubblicamente la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), e per essa anche il suo presidente Falabella, per la limpida e doverosa presa di posizione, i cui contenuti sono stati ripresi anche da Superando, rispetto alla Proposta di Legge AC 2771 attualmente in discussione alla Camera, nella parte riguardante gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione, perché profondamente lesiva del diritto allo studio degli alunni e delle alunne con disabilità, per la cui difesa e promozione la FISH stessa è stata costituita.
L’augurio è quindi che i Deputati vogliano accogliere la richiesta di modifica della Proposta di Legge avanzata da tutte le oltre 40 tra Associazioni Nazionali e Federazioni Regionali aderenti alla FISH e delle migliaia di associati ad esse.

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Se la comunità manca, non ci può essere inclusione

«Si può definire una comunità – scrive Luca Grecchi – come un ambiente sociale in cui le persone che ne fanno parte, pur svolgendo differenti funzioni, anche in base alle loro differenti capacità, si rapportano reciprocamente in una condizione di sostanziale uguaglianza, con il fine di realizzare il bene non solo di loro stesse, ma anche delle altre. Se dunque la comunità manca, come accade nell’attuale modo di produzione sociale, non ci può essere inclusione»

Con il termine “inclusione”, per quanto concerne le persone con disabilità, si intende, come risulta dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, la loro partecipazione alla vita sociale su base di uguaglianza. Il vocabolo, tuttavia, nella lingua italiana presenta un significato che poco si presta a delineare il concetto espresso dalle Nazioni Unite e condiviso dalla comunità scientifica. Le parole inerenti alla disabilità, del resto, sono spesso problematiche, riflettendo, tramite il linguaggio, la problematicità insita nella realtà.
Nei principali dizionari, con il termine “inclusione” si intende, in campo sociale, la disponibilità ad inserire, in un gruppo, un individuo che prima non ne faceva parte. Il fastidio che molte persone avvertono per l’utilizzo di tale vocabolo nell’àmbito della disabilità deriva dal fatto che l’inclusione risulta caratterizzata dal potere che qualcuno possiede, all’interno di un contesto, di aprire o meno il medesimo ad una determinata persona. Includere, infatti, è un verbo transitivo, che richiede un soggetto (chi include) e regge un complemento diretto (chi viene incluso). Il fatto che vi sia una entità – un’Istituzione, una maggioranza, un singolo dotato di autorità – che può decidere chi includere e chi no, soprattutto in contesti pubblici come la scuola, pone in effetti parecchi problemi. Prima però di ragionare sul verbo “includere”, può a mio avviso essere utile, alla luce di quanto detto, soffermarsi un poco sul verbo “inserire”.

È noto a molti che, a partire dal secolo scorso, le tre fasi che hanno visto la progressiva presenza, nella scuola italiana, delle persone con disabilità, si possono riassumere attraverso tre concetti:
1) inserimento: a partire dagli Anni Ottanta, le giovani persone con disabilità cominciarono ad essere “inserite” nelle classi ordinarie, il che significava che erano presenti in aula, ma poco o nulla veniva fatto per loro;
2) integrazione: a partire dagli Anni Novanta, queste persone vennero sempre più “integrate”, ovvero coinvolte nell’attività educativa, ma chiedendo loro, in sostanza, di adattarsi, ossia di adeguarsi a canoni “normali”, cosa, naturalmente, non sempre possibile;
3) inclusione: dai primi Anni Duemila, si cercò di intervenire sul contesto per renderlo davvero fruibile da tutti, realizzando cioè norme, prassi, strutture adatte ad “includere” realmente le persone con disabilità, in maniera da accogliere tutte le differenze.
Sul piano teorico, lo sviluppo che ha condotto all’attuale concetto di “inclusione” è sicuramente condivisibile. Sul piano pratico, però, ci si trova spesso di fronte ancora oggi, nelle aule scolastiche, a mere forme di “integrazione”. L’inclusione richiede infatti, per essere compiutamente attuata, coordinate azioni culturali, educative, politiche le quali non fanno tuttora parte del senso comune condiviso, per cui non risultano presenti nelle corde del corpo docente. Una vera inclusione esige in effetti un ambiente sociale comunitario per potersi realizzare in maniera ottimale. In un simile contesto, di inclusione non si sentirebbe nemmeno parlare, dato che essa sarebbe intrinsecamente presente. Se ne parla invece oggi così tanto proprio perché di inclusione ce n’è poca, in quanto la realtà non è comunitaria, ovvero, nell’attuale totalità sociale, le persone non si rapportano fra loro per il bene su un piano di uguaglianza. Il concetto di comunità è, in effetti, imprescindibile per capire come dovrebbe essere l’inclusione. Non a caso, quando ho dovuto scegliere il titolo da dare al mio ultimo libro, che parla proprio di questi argomenti, il binomio Filosofia e inclusione, che avevo originariamente ipotizzato, mi è sembrato sin da subito manchevole, sicché ho optato per un (a mio avviso) più completo Filosofia, inclusione, comunità. Se la comunità manca, infatti, come appunto accade nell’attuale modo di produzione sociale, non ci può essere inclusione.
Quest’ultima constatazione non deve tuttavia essere interpretata in maniera nichilistica. Nulla, in effetti, esclude che ci si debba provare – e che, almeno in una certa misura, ci si possa anche riuscire – a porla in essere, ciascuno per la propria piccola parte.

Cosa deve intendersi, in ogni caso, per comunità, e per quale motivo essa risulta così necessaria per favorire l’inclusione? In generale, è possibile definire una comunità come un ambiente sociale in cui le persone che ne fanno parte, pur svolgendo differenti funzioni, anche in base alle loro differenti capacità, si rapportano reciprocamente in una condizione di sostanziale uguaglianza, con il fine di realizzare il bene non solo di loro stesse, ma anche delle altre. Fare l’altrui bene equivale infatti a fare il proprio bene, a causa, appunto, della natura comunitaria insita nell’essere umano. Inoltre, più si fa il bene di chi ha maggiore bisogno, più si realizza il bene maggiore, così come, nelle operazioni di soccorso, più si presta cura al ferito più grave, più grande risulta essere l’utilità dell’intervento.
Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, mi è stato chiesto, tra i vari contenuti che avevo appreso dalla filosofia antica, della quale mi occupo da oltre trent’anni, quale fosse quello principale che mi accompagnava nella vita. Risposi, senza alcun dubbio, che era l’idea – greca, ma anche cristiana – secondo cui quanto maggiore è il bene insito nelle nostre azioni, ossia l’utilità delle stesse per gli altri, tanto più elevato risulta essere il grado di felicità della nostra esistenza, nonché di quella delle persone che vivono insieme a noi.
In un ambiente comunitario si tratta di una consapevolezza diffusa; in un ambiente non comunitario, quale è quello attuale, sembra una follia.

Nell’odierno contesto sociale, “inclusione”, come detto, è una parola scivolosa, controversa, ambivalente. Il fatto, rimarcato all’inizio, che essa sottende sempre una struttura gerarchica, in cui una parte può decidere se includere o meno un’altra parte, lascia un’amara sensazione di impotenza. Il concetto viene infatti spesso esibito, soprattutto a scuola, come una bandiera da esporre nelle occasioni ufficiali. Questa bandiera, però, viene rapidamente riposta in un cassetto alle prime difficoltà, con dolorose conseguenze per questi studenti e per le loro famiglie. Senza comunità in effetti, ossia senza condividere realmente la comune umanità, i problemi delle giovani persone con disabilità vengono inevitabilmente trascurati, il che è appunto quello che accade, oggi, in molti casi, nella scuola italiana.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e con alcune modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.

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No a standard al ribasso per gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione!

Forte preoccupazione e netta contrarietà viene espressa dalla FISH, rispetto a quanto contenuto in una Proposta di Legge attualmente all’esame della Camera, sulla disciplina dei requisiti di accesso alla professione di assistente per l’autonomia e la comunicazione. «Con tale Proposta di Legge – si legge in una nota della Federazione – si rischia di determinare un grave arretramento nella qualità dei servizi rivolti agli alunni e studenti con disabilità»

Forte preoccupazione e netta contrarietà viene espressa dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), rispetto a quanto contenuto nella Proposta di Legge AC 2771 (Modifiche al decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66, in materia di promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità), attualmente all’esame della Camera, sulla disciplina dei requisiti di accesso alla professione di assistente per l’autonomia e la comunicazione. «La disposizione contenuta all’articolo 1, comma 1, lettera a), comma 4-bis – si legge a tal proposito in una nota della Federazione -, rischia di determinare un grave arretramento nella qualità dei servizi rivolti agli alunni e studenti con disabilità, compromettendo il pieno esercizio del diritto allo studio e l’effettiva inclusione scolastica. La proposta, così come formulata, introduce infatti requisiti disomogenei e inadeguati, privi di un solido impianto formativo nazionale. Si tratta di una scelta che non garantisce standard minimi uniformi e che rischia appunto di tradursi in una riduzione della qualità degli interventi educativi e assistenziali».
La FISH evidenzia in particolare la mancanza di una formazione obbligatoria e strutturata sulle principali modalità di comunicazione e intervento (Braille, CAA-Comunicazione Aumentativa Alternativa, metodologie comportamentali e altre competenze fondamentali), nonché «l’ingiustificata equiparazione tra percorsi formativi qualificati ed esperienze lavorative prive di adeguata preparazione».

Per tali ragioni, dunque, la Federazione ha formalmente proposto un emendamento che prevede un requisito formativo chiaro, omogeneo e di livello universitario, «ritenuto indispensabile per garantire competenze adeguate in un ambito di così elevata rilevanza sociale».
«La qualità dell’inclusione scolastica passa dalla qualità delle professionalità coinvolte – concludono dalla FISH – e il percorso educativo di ogni alunno e ogni alunna con disabilità è un diritto inalienabile sancito dalla nostra Carta Costituzionale e dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Invitiamo pertanto il Parlamento a rivedere la norma accogliendo l’emendamento da noi proposto, oltre a ribadire la nostra disponibilità a contribuire al confronto istituzionale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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La sesta Giornata Nazionale del Disability Manager promossa dalla SIDIMA

Nutrita la partecipazione all’incontro online “15 anni di SIDIMA: evoluzione, competenze e prospettive del disability manager”, promosso dalla stessa SIDIMA (Società Italiana Disability Manager), in occasione della sesta Giornata Nazionale del Disability Manager, con il contributo dell’AIDIMA ((Associazione Italiana Disability Manager), evento durante il quale è stato anche assegnato il “Premio Internazionale SIDIMA 2026” alla rivista «Vanity Fair» e a Massimo Pulin, presidente di Confimi Industria Sanità Alice Politi, redattrice della rivista “Vanity Fair”, con il “Premio Internazionale SIDIMA 2026” assegnato alla rivista

Come segnalato anche su queste pagine, si è tenuto il 20 aprile scorso l’incontro online intitolato 15 anni di SIDIMA: evoluzione, competenze e prospettive del disability manager, promosso dalla stessa SIDIMA (Società Italiana Disability Manager), in occasione della sesta Giornata Nazionale del Disability Manager, con il contributo dell’AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager).
L’evento ha potuto contare sulla partecipazione di numerose persone interessate alle tematiche dell’inclusione e ha rappresentato anche un’importante occasione per celebrare i 15 anni di attività della SIDIMA, oltre a fornire un bilancio sulla situazione legata alla normativa, alla formazione ed in particolare al ruolo del disability manager come facilitatore nei vari campi del vivere sociale.

Dopo i saluti in apertura di Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità e di Paola Roma, assessora ai Servizi Sociali, alla Famiglia, alla Longevità, allo Sport e alle Politiche Abitative della Regione Veneto, è intervenuto Rodolfo Dalla Mora, presidente di SIDIMA e AIDIMA, che ha proposto una panoramica sulla nascita e l’evoluzione della Società, nonché sul ruolo e la crescita dell’Associazione e su come tali realtà possano essere una base solida su cui creare una rete concreta nell’ambito dell’inclusione.

Massimo Pulin, presidente di Confimi Industria Sanità, con l’altro “Premio SIDIMA 2026”

Un’ampia riflessione è stata quindi dedicata all’evoluzione delle norme in materia di disabilità, ad un approfondimento sulla funzione e le competenze del disability manager e al ruolo della formazione.

È stato poi assegnato il Premio Internazionale SIDIMA 2026, rivolto a coloro che si siano particolarmente distinti nella divulgazione dei temi della disabilità e dell’inclusione.
Quest’anno il Comitato Scientifico ha valutato di destinare il riconoscimento alla rivista «Vanity Fair», per gli spazi dedicati ai diritti e all’inclusione e a Massimo Pulin, presidente di Confimi Industria Sanità, per l’impulso fornito all’implementazione degli ausili come strumento di autonomia per le persone con disabilità.
L’incontro si è concluso con l’illustrazione della collana editoriale “Per una nuova cultura della disabilità”, diretta da Rodolfo Dalla Mora per la casa editrice Il Prato e già ampiamente presentata anche sulle nostre pagine. (S.S. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa.sidima@gmail.com.

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Sessualità e disabilità tra diritti, educazione e prevenzione

Perché parlare di sessualità con ragazzi e ragazze con disabilità? Perché è un tema che riguarda diritti, educazione, autodeterminazione e prevenzione della violenza. Parlarne è importante perché, nonostante tutto questo, resta un tema spesso ignorato o affrontato solo in termini di problema. Ed è quanto si farà a Cusano Milanino il 30 aprile e l’8 maggio, nel corso di due incontri promossi nell’àmbito del progetto “PriDe”

Perché parlare di sessualità con ragazzi e ragazze con disabilità? Perché è un tema che riguarda diritti, educazione, autodeterminazione e prevenzione della violenza. Parlarne è importante perché, nonostante tutto questo, resta un tema spesso ignorato o affrontato solo in termini di problema.
«Per tanti la sessualità è ancora un tabù, che si moltiplica in maniera esponenziale quando riguarda i ragazzi e le ragazze con disabilità», spiega Pamela Crepaldi, pedagogista, esperta di educazione sessuale, docente a contratto presso l’Università di Torino, che parteciperà a due incontri promossi nell’àmbito del progetto PriDe, in programma il 30 aprile e l’8 maggio a Cusano Milanino (Milano). «Il primo passo – aggiunge Crepaldi – è cambiare sguardo: smettere di considerare la sessualità delle persone con disabilità come un’eccezione e riconoscerla come parte del loro percorso di crescita».

Una dimensione dello sviluppo, non un problema
Il punto di partenza è una definizione. La sessualità è una dimensione dello sviluppo umano, al pari dell’apprendimento, della socializzazione; eppure, quando se ne parla in relazione alla disabilità, il primo riflesso è quello di pensarla come un problema. Come se la sessualità dei ragazzi e delle ragazze con disabilità fosse “altra”, eccezionale. È esattamente questa idea che va messa in discussione. «Le funzioni della sessualità accomunano tutte e tutti -sottolinea Crepaldi-. Non esiste una sessualità “speciale” per le persone con disabilità. Esiste, invece, un sistema che ancora non la riconosce come bisogno educativo».
La sessualità, aggiunge la pedagogista, è un diritto e tuttavia, viene raramente considerata all’interno della progettazione rivolta ai giovani e alle giovani con disabilità. Se ne parla quasi solo quando emerge “il problema”, e allora si chiama l’esperto. Ma questo approccio emergenziale, avverte Crepaldi, è insufficiente: famiglia, scuola e servizi dovrebbero essere parte di un percorso educativo in cui il tema della sessualità viene affrontato e discusso in modo ordinario, non eccezionale.

Le barriere: formali, informali e attitudinali
La mancanza di un’educazione formale (ad esempio a scuola) ai temi della sessualità rappresenta il primo ostacolo che si pone di fronte ai ragazzi e alle ragazze con disabilità che si interrogano sui cambiamenti del proprio corpo e sulle proprie emozioni.
C’è poi una barriera meno visibile, ma altrettanto rilevante: la mancanza di apprendimento informale. «Molti adolescenti – spiega la pedagogista – apprendono anche in modo casuale, parlando con i propri coetanei, attraverso i confronti spontanei. Ma chi vive in contesti molto strutturati, come i centri diurni o ambienti particolarmente protetti, ha molto meno accesso a queste reti informali».
Bisogna poi anche fare i conti con le barriere attitudinali: gli atteggiamenti di genitori e familiari, operatori ed educatori. Atteggiamenti che spesso negano o ignorano la sessualità delle persone con disabilità: «È il tabù dei tabù – dice Crepaldi-. E finché non lo nominiamo, non possiamo smontarlo».

Gli stereotipi da superare
Sono due, in particolare, gli stereotipi che occorre affrontare. Il primo è quello della persona con disabilità come soggetto da proteggere, incapace di scegliere o autodeterminarsi. Un atteggiamento che, pur partendo da una preoccupazione autentica, finisce per negare la soggettività della persona.
Il secondo riguarda la sessualità stessa: ridurla alla performance, al semplice “fare sesso”. Una visione che, applicata alla disabilità, porta immediatamente a concentrarsi sugli impedimenti. «Se invece la sessualità viene considerata come relazione, identità, desiderio, affettività, autodeterminazione, allora cambia tutto. E cambia anche lo sguardo su chi la vive», conclude Crepaldi.

Educazione sessuale e prevenzione della violenza: un legame indissolubile
Parlare di sessualità non significa solo parlare di sesso. Significa educare al consenso, alla consapevolezza, al diritto di dire no, a riconoscere i confini del proprio corpo. Significa lavorare sul rispetto, sulla reciprocità, sulla parità di genere. E quindi, inevitabilmente, significa anche prevenire la violenza. La prevenzione non è un tema separato dall’educazione sessuale: ne è uno dei contenuti fondamentali.

Cosa serve davvero
Perché la sessualità sia riconosciuta come diritto, occorre dunque riconoscerla prima come bisogno educativo. E questo implica una responsabilità collettiva: della scuola, dei servizi, delle famiglie. Significa anche considerare la sessualità come qualcosa che dipende non solo dal funzionamento della persona, ma dall’ambiente, dalle opportunità, dalle relazioni, dai sostegni disponibili.
Tre riconoscimenti, in particolare, sembrano fondamentali: il diritto all’adultità, soprattutto per le persone con disabilità intellettiva; il diritto alla conoscenza, attraverso strumenti accessibili e informazioni comprensibili; e il diritto all’autodeterminazione, cioè la possibilità concreta di compiere scelte nella propria vita affettiva e sessuale.

Tutti questi temi, come detto inizialmente, saranno al centro dei due incontri promossi nell’àmbito del progetto PriDe, iniziativa promossa dall’Istituto dei Sordi di Torino, in collaborazione con la Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e con CBM Italia.
° 30 aprile, presso Associazione Sorriso, Cusano Milanino (Viale Buffoli, 12), ore 18-21:
Sessualità e disabilità: conoscenza, diritti e prevenzione della violenza: incontro rivolto alle famiglie per approfondire il tema della sessualità come dimensione centrale dei diritti e della prevenzione della violenza, con l’obiettivo di promuovere maggiore consapevolezza e strumenti di protezione.
° 8 maggio, presso Associazione Sorriso, Cusano Milanino (Viale Buffoli, 12), ore 10-13:
La consapevolezza di sé è la prima difesa: parlare di sessualità aiuta a proteggersi: appuntamento dedicato alle persone con disabilità, incentrato su corpo, relazioni e diritti, per rafforzare la capacità di riconoscere situazioni di rischio, prevenirle e sapere come chiedere aiuto. (Ufficio Stampa LEDHA)

Per partecipare agli incontri: pride@istitutosorditorino.it. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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“Donne, Disabilità e Media”: non basta correggere parole sbagliate, occorre trasformare lo sguardo

Le parole non si limitano a raccontare il mondo: contribuiscono a ordinarlo, a renderlo accessibile oppure ostile. Quando riguardano i corpi e la disabilità diventano materia politica. È dentro questo spazio che si colloca il libro “Donne, disabilità e media. Parole vs Barriere”, realizzato da GiULiA Giornaliste Sardegna dal quale emerge un messaggio netto: non basta correggere parole sbagliate, occorre trasformare lo sguardo

Le parole non si limitano a raccontare il mondo: contribuiscono a ordinarlo, a renderlo accessibile oppure ostile. Quando riguardano i corpi e la disabilità diventano materia politica. È dentro questo spazio che si colloca Donne, Disabilità e Media. Parole vs Barriere, realizzato da GiULiA Giornaliste Sardegna.
Non un manuale, non soltanto un saggio corale ma un atto politico e culturale che interviene su un terreno ancora largamente attraversato da stereotipi e narrazioni distorte: quello della rappresentazione delle donne con disabilità nello spazio mediatico.
Attraverso 24 contributi di donne, giornaliste e attiviste, il volume curato dall’Associazione guidata da Susi Ronchi mette in discussione parole, immaginari e pratiche giornalistiche che troppo spesso oscillano tra pietismo, eroizzazione e sensazionalismo. Una grammatica del racconto, come sottolineato nell’introduzione da Serena Bersani, presidente nazionale di Giulia Giornaliste, che riduce la complessità delle vite a eccezione, sofferenza o “storia edificante”. Ed è proprio contro questa retorica che il libro prende posizione, reclamando un cambio di paradigma.

Il merito del volume è quello di spostare il fuoco dalla disabilità come “condizione individuale” alla produzione sociale delle barriere, mostrando come il linguaggio non sia mai neutro, ma costruisca percezioni, gerarchie, inclusioni ed esclusioni. Le parole possono ferire, stigmatizzare, infantilizzare. Ma possono anche restituire soggettività, diritti, autodeterminazione.
Al centro emerge con forza una prospettiva intersezionale ancora troppo marginale nel discorso pubblico: essere donne e persone con disabilità significa spesso abitare una doppia invisibilità, subire una discriminazione multipla che i media raramente riconoscono o raccontano nella sua complessità. È qui che il libro compie uno scarto importante: non si limita a denunciare l’errore linguistico, ma interroga il potere delle narrazioni.

In filigrana attraversa il libro una domanda decisiva per chi fa informazione: quale idea di cittadinanza produciamo attraverso il linguaggio che scegliamo? Non è casuale il riferimento ideale alla Carta di Olbia da cui questo percorso prende linfa, né il dialogo implicito con una deontologia giornalistica che oggi più che mai è chiamata a interrogarsi sulla responsabilità del racconto. Perché il tema non riguarda solo “come si parla di disabilità”, ma quale idea di cittadinanza si costruisca attraverso l’informazione.
Il libro ha il pregio di evitare il tono accademico chiuso e autoreferenziale, pur mantenendo solidità teorica. Tiene insieme attivismo, analisi critica, esperienza vissuta e pratica giornalistica. E in questo intreccio trova la sua forza. Ne emerge un messaggio netto: non basta correggere parole sbagliate, occorre trasformare lo sguardo.

In un ecosistema mediatico ancora segnato da cliché persistenti — la donna fragile da proteggere, l’eroina che “nonostante tutto ce l’ha fatta”, il corpo disabile come metafora narrativaDonne, Disabilità e Media smonta codici sedimentati e apre uno spazio nuovo di rappresentazione.
Più che un libro sulla disabilità, è un libro sul giornalismo e sul suo compito democratico e forse la sua intuizione più potente è proprio questa: l’inclusione comincia dal racconto. In questo senso Donne, Disabilità e Media è anche una riflessione sull’ingiustizia della mancata rappresentazione, su quel meccanismo sottile per cui alcune soggettività vengono sistematicamente raccontate da altri, raramente ascoltate in prima persona.

*Giornalista, componente di GiULiA Giornaliste, attivista, vicepresidente della UILDM di Sassari (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).

Donne, Disabilità e Media. Parole vs Barriere costa 15 euro e chi desidera acquistarlo può farne richiesta tramite l’indirizzo sgt.giuliagiornaliste@gmail.com.
Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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«Non abbiate paura di essere voi stessi!»: parola di Alessia, atleta Special Olympics

«Un consiglio che posso dare è di non avere paura di essere se stessi, perché non siamo perfetti, è vero, però abbiamo una cosa in più di quello che ci si aspetta, perché solo noi sappiamo quello che riusciamo a fare»: la testimonianza di Alessia Bono, atleta Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, è stata al centro di una delle giornate a Roma del “Meeting Internazionale di Canottaggio Special Olympics 2026“, dando piena sostanza al significato più autentico dello sport inclusivo Alessia Bono

«Ho 26 anni e vengo da Levanto, in Liguria. Nella vita ho avuto un po’ di momenti bui, sono sempre stata una persona che è stata esclusa da tutto. Tante persone al giorno d’oggi pensano: o sei perfetto o sei fuori. Da quando però ho iniziato a praticare canottaggio con Special Olympics mi si è aperto un mondo»: sono parole di Alessia Bono, atleta del team Special Olympics Velocior della Spezia, che nei giorni scorsi, a Roma, ha partecipato al Meeting Internazionale di Canottaggio Special Olympics 2026, dedicato appunto ad atleti e atlete componenti del movimento internazionale di sport praticato da persone con disabilità intellettive, che avevamo presentato nei giorni scorsi. E la testimonianza di Alessia è stata al centro della seconda giornata della manifestazione, dando sostanza al significato più autentico dello sport inclusivo.
«Ora – racconta ancora Alessia – sono molto più contenta perché ho degli amici, mi hanno accettata fin da subito, perché l’aiuto è davvero importantissimo, l’inclusione importantissima, il sentire la fiducia e riuscire a riporla negli altri, soprattutto. Alle prime gare avevo un po’ di timore di entrare in barca, ero terrorizzata. I miei educatori e i volontari mi hanno sempre aiutata a puntare più in alto e ad abbandonare la paura. Con il tempo sono riuscita a superarla. Sono queste sfide qua che ci aiutano a crescere, un po’ come il muro di Berlino che tu man mano lo butti giù».

«Per me – prosegue la giovane – il canottaggio è il modo per sentirmi felice, è una medicina per tutto. Ho lavorato molto anche sull’autonomia, e ciò mi ha aiutato anche proprio a essere me stessa, perché nonostante la mia sindrome rara (sindrome di Turner) non mi sono mai sentita diversa da nessuno. Essere diversi non significa non riuscire a fare quello che fanno gli altri. Oggi il limite è soprattutto culturale. Integrarsi con le altre persone è un po’ difficile, perché molte ti giudicano, e se tu non vivi in certe circostanze non sai cosa vuol dire tutto ciò».
«Un consiglio che posso dare – conclude Alessia – è di non avere paura di essere se stessi, perché non siamo perfetti, è vero, però noi abbiamo una cosa in più di quello che ci si aspetta, perché solo noi sappiamo quello che riusciamo a fare». (S.B.)

Per informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa Special Olympics Italia (Giampiero Casale), stampa@specialolympics.it.

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“Mobilità inclusiva”, un evento in Toscana volto a far conoscere mezzi innovativi e accessibili

Il Comune di Peccioli, in provincia di Pisa, rafforza ulteriormente il proprio impegno sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione con un’iniziativa dedicata alla “Mobilità inclusiva”, in programma per il 2 maggio, evento, organizzato in collaborazione con la Società Belvedere e con Village for All, che si prefigge di promuovere la mobilità per tutti e tutte, dando la possibilità di provare gratuitamente una gamma di mezzi innovativi e accessibili

Il Comune di Peccioli, in provincia di Pisa, rafforza ulteriormente il proprio impegno sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione con un’iniziativa dedicata alla Mobilità inclusiva, in programma per il prossimo 2 maggio. L’evento, organizzato in collaborazione con Belvedere SpA e con Village for all, oltreché con il coinvolgimento di altri partner del territorio e aziende specializzate, si inserisce nel contesto della prima Peccioli Gravel Clinic, appuntamento dedicato al ciclismo e alla promozione del territorio, creando un ponte tra sport, innovazione e inclusione.
L’obiettivo dell’iniziativa «è duplice: far conoscere concretamente le soluzioni disponibili e sensibilizzare la comunità sull’importanza di una mobilità davvero inclusiva», come si legge in una nota dell’Amministrazione Comunale.

La manifestazione si svolgerà dalle 10 alle 17 e si terrà nel piazzale antistante l’incubatore d’impresa, in Via Boccioni a Peccioli, sotto una delle installazioni dei Giganti Presenze, lungo la Strada della Fila. Essa si prefigge di promuovere la mobilità per tutti e tutte, dando la possibilità di provare gratuitamente una gamma di mezzi innovativi e accessibili, tra cui:
° biciclette adattate per persone con disabilità,
° biciclette a pedalata assistita,
° scooter elettrici a più ruote,
° monopattini stabilizzati.
È previsto un servizio di navetta gratuita su prenotazione a cura della Misericordia di Peccioli, da e per le frazioni del Comune, telefonando al numero 0587 635132.

L’iniziativa è rivolta in particolare alle persone con disabilità e alle Associazioni locali, ma anche alle cittadine e ai cittadini interessati a nuove soluzioni di mobilità, alle operatici, agli operatori e ai vari portatori d’interesse del territorio. Coloro che parteciperanno avranno l’opportunità di provare direttamente soluzioni innovative capaci di migliorare la mobilità quotidiana non solo in presenza di disabilità permanenti, ma anche in situazioni temporanee, come infortuni, difficoltà motorie legate all’età o condizioni di salute momentanee. Sarà dunque un’occasione concreta per conoscere strumenti che possono aumentare autonomia, sicurezza e qualità della vita.

Come accennato, l’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso portato avanti dal Comune insieme a realtà come Belvedere e partner specializzati, con l’obiettivo di rendere Peccioli un modello di destinazione accessibile e inclusiva. Il coinvolgimento delle Associazioni locali sarà centrale per amplificare la partecipazione e costruire una rete attiva attorno ai temi dell’accessibilità. E anche il Centro Informare un’h sosterrà l’iniziativa. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Complimenti a Filippo Visentin e alla sua tesi sul tema “Disabilità e dignità umana”

Complimenti vivissimi a Filippo Visentin, prezioso collaboratore di Superando, che nei giorni scorsi ha discusso, presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università di Padova, la tesi sul tema “Disabilità e dignità umana. La sfida di Martha Nussbaum”, laureandosi in Scienze Filosofiche. Diamo spazio all’introduzione della sua interessante tesi, mettendone a disposizione il testo integrale per coloro che lo richiederanno alla nostra redazione (info@superando.it). Opera di Dadu Shin sul tema “Dignità delle vite di persone con disabilità”

Che cosa rende una società giusta? Può dirsi coerente una teoria della giustizia che non includa, fin dal proprio impianto normativo, le persone con disabilità? La presente ricerca prende avvio da tali interrogativi e assume come ipotesi di fondo che la disabilità non costituisca una questione settoriale, ma un criterio decisivo per valutare la tenuta delle teorie contemporanee della giustizia.
La filosofia politico-giuridica moderna ha elaborato modelli sofisticati di giustificazione dei princìpi di equità e imparzialità, spesso attraverso la forma del contrattualismo. In queste costruzioni, il soggetto di riferimento è generalmente pensato come razionale, autonomo e capace di cooperazione reciproca. Tale paradigma ha offerto strumenti concettuali di grande rigore, ma ha anche presupposto condizioni di “normalità” funzionale che tendono a lasciare ai margini le situazioni di disabilità più significative. Ne deriva una tensione tra universalismo dichiarato e presupposti effettivi.

La teoria della giustizia come equità di John Rawls rappresenta, ad esempio, uno dei punti più alti e nobili di questa tradizione. Attraverso la posizione originaria e il velo d’ignoranza, Rawls intende garantire l’imparzialità dei principi che regolano la struttura di base della società. Tuttavia il riferimento a soggetti pienamente autonomi e stabilmente cooperativi solleva interrogativi circa l’inclusione, nel nucleo fondativo della teoria, delle condizioni di vulnerabilità più radicali.
È in questo spazio critico che si colloca il contributo di Martha Nussbaum. L’approccio delle capacità non si limita a integrare il paradigma contrattualista, ma ne rivede l’assunto antropologico. Una teoria della giustizia, per essere realmente pubblica e universalistica, deve assumere la vulnerabilità e la dipendenza come dimensioni costitutive dell’esperienza umana.
In tale prospettiva, la disabilità non è un’eccezione rispetto alla norma, ma una condizione che interroga direttamente il modo in cui definiamo dignità, uguaglianza e partecipazione.

La tesi sostenuta nel presente lavoro è che la disabilità rappresenti il luogo in cui si misura la coerenza normativa delle teorie della giustizia e che l’approccio delle capacità offra un quadro più adeguato per integrare dignità, pluralismo e inclusione all’interno di un’etica pubblica coerente. L’obiettivo è valutare in quale misura il modello nussbaumiano riesca a superare i limiti strutturali del contrattualismo e a fornire criteri capaci di orientare istituzioni e politiche in senso effettivamente inclusivo.

Il concetto di dignità occupa una posizione centrale nell’analisi. Se la giustizia concerne le condizioni che rendono possibile una vita degna, occorre chiarire in che senso tale dignità possa essere riconosciuta indipendentemente da parametri di efficienza, autonomia o produttività.
La disabilità rende evidente la fragilità di metriche fondate sulla sola capacità contributiva e impone di interrogarsi sui criteri attraverso cui una comunità politica decide chi conta. L’approccio delle capacità sposta l’attenzione dalle risorse astrattamente distribuite alle effettive opportunità di cui le persone dispongono. La giustizia non si esaurisce nell’uguaglianza formale, ma richiede che ciascuno sia posto nelle condizioni concrete di sviluppare un nucleo di capacità fondamentali. In questo quadro, l’inclusione implica trasformazioni istituzionali, accomodamenti ragionevoli e rimozione delle barriere – fisiche, sensoriali e culturali – che limitano l’esercizio delle libertà sostanziali.
La struttura di questo mio lavoro riflette tale impostazione. Il primo capitolo ricostruisce i fondamenti teorici dell’approccio delle capacità nel confronto con il paradigma dei beni primari.
Il secondo capitolo approfondisce il contributo specifico di Nussbaum, con particolare attenzione alla critica al contrattualismo, alla concezione della dignità e alla lista centrale delle capacità.
Il terzo capitolo sviluppa una riflessione sulle implicazioni per le politiche pubbliche e sui modelli di inclusione, mettendo in dialogo teoria normativa e dimensione istituzionale.
Ripensare la giustizia a partire dalla disabilità significa interrogare il fondamento stesso della convivenza politica. La qualità di un ordine sociale non può essere misurata esclusivamente in termini di efficienza o produttività, ma nella sua capacità di garantire a ciascuno le condizioni per una vita conforme alla dignità umana. È in questa prospettiva che la presente tesi intende collocare il proprio contributo.

L’interesse per questo tema nasce dall’esperienza personale di chi scrive. L’attenzione alla disabilità e alle questioni dell’inclusione e delle pari opportunità non è soltanto accademica, ma è radicata nella condizione di una persona con disabilità, da sempre coinvolta, anche sul piano culturale e civile, nella riflessione sulle forme di partecipazione e di riconoscimento. Questo dato non pretende di fondare argomentativamente le tesi sostenute, ma costituisce l’orizzonte esistenziale entro cui la ricerca prende forma e trova la propria motivazione.

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“Disabilità e discriminazione”: un libro che nasce per dare strumenti

«Abbiamo scelto di fare uscire questo libro alla vigilia del 25 Aprile perché la libertà non è un fatto acquisito una volta per tutte. O si esercita, o si perde. E per troppe persone con disabilità, oggi, resta una promessa incompiuta. Questo libro nasce per dare strumenti, non per aggiungere parole»: lo dicono Alberto Fontana e Laura Abet, autori di “Disabilità e discriminazione. Conoscere, riconoscere e agire”

Esce oggi, 24 aprile, alla vigilia della Festa della Liberazione, il libro Disabilità e discriminazione. Conoscere, riconoscere e agire  (La Vita Felice), firmato da Alberto Fontana, segretario dei Centri Clinici NeMO (Neuromuscular Omnicentre) e Laura Abet, legale del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH -Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), con prefazione di Giuseppe Guzzetti.
La scelta della data di uscita non è casuale. «Il 25 Aprile – si legge infatti nella presentazione del volume – richiama il ritorno alla libertà e alla democrazia nel nostro Paese. Oggi, quella stessa parola – libertà – interroga ancora la nostra capacità di renderla concreta per tutti, a partire dalle persone con disabilità, troppo spesso escluse da diritti formalmente riconosciuti ma non pienamente garantiti».
«Il libro – viene detto ancora – affronta con rigore uno dei nodi più critici del nostro tempo: la distanza tra diritto formale e diritto reale. Attraverso casi concreti, esperienze dirette e analisi giuridica e sociale, restituisce la complessità di una discriminazione che non è solo evidente, ma spesso invisibile, culturale e sistemica. Al centro, la tesi che le leggi non bastano se non sono accompagnate da strumenti, responsabilità e volontà di applicazione. E anche norme fondamentali – dalla Legge 104/92 alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – rischiano di restare lettera morta senza un cambiamento reale nei comportamenti e nelle politiche».

Disabilità e discriminazione si sviluppa attorno a cinque àmbiti chiave (accessibilità, inclusione scolastica, assistenza, lavoro e discriminazione intersezionale), raccontati a partire da storie vere, che mostrano come le barriere non siano solo fisiche, ma anche sociali e amministrative.
Particolare attenzione è dedicata al tema dei cosiddetti “accomodamenti ragionevole”, ossia quegli adattamenti che possono fare la differenza tra esclusione e partecipazione, e il cui rifiuto costituisce una forma specifica di discriminazione riconosciuta dalla legge. Il lavoro del citato Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi – che ha seguito quasi 9.000 casi in nove anni – rappresenta il cuore operativo di questa esperienza, trasformando il diritto in azione concreta e quotidiana.

«Abbiamo scelto di fare uscire questo libro alla vigilia del 25 Aprile – dicono Fontana e Abet – perché la libertà non è un fatto acquisito una volta per tutte. O si esercita, o si perde. E per troppe persone con disabilità, oggi, resta una promessa incompiuta. Questo libro nasce per dare strumenti, non per aggiungere parole».
Nella prefazione, Giuseppe Guzzetti richiama con forza il valore civile di questo impegno: «La lotta alla discriminazione non riguarda una minoranza. Riguarda tutti. Dove i diritti si espandono, infatti, la democrazia si rafforza».

«Questo non è solo una denuncia – conclude la presentazione del libro -, ma uno strumento, una guida per chi opera nelle istituzioni, nella scuola, nella sanità, nel lavoro e nel Terzo Settore, ma anche per cittadini e famiglie che non accettano che i diritti restino sulla carta. Un libro necessario, che invita a un passaggio preciso: conoscere, riconoscere e agire. Perché i diritti, se non diventano vita quotidiana, non sono diritti». (S.B.)

Alberto Fontana, Laura Abet, Disabilità e discriminazione. Conoscere, riconoscere e agire, prefazione di Giuseppe Guzzetti, La Vita Felice, 2026. 

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Aule dedicate agli studenti con disabilità: ma cosa ne pensa davvero la scuola?

Come dimostra anche la corretta interpretazione di un’indagine condotta dall’Osservatorio Scolastico per l’Inclusione dell’Associazione AIPD, che ha interpellato diverse figure del mondo scolastico, un’aula può essere inclusiva o escludente non per come è chiamata, ma per come viene pensata e vissuta. E la domanda più onesta da fare non è “servono o no le aule dedicate?”, ma “la nostra scuola è in grado di usare gli spazi come strumenti di inclusione, senza trasformarli in confini?”

Negli ultimi anni il tema delle aule dedicate a studenti e studentesse con disabilità è tornato con forza nel dibattito educativo. Spazi pensati per il sostegno individuale, la decompressione emotiva o il lavoro in piccolo gruppo possono rappresentare una risorsa importante, ma sollevano anche interrogativi profondi: sono strumenti di inclusione o rischiano di trasformarsi in forme di segregazione?
Mi si conceda a questo punto una “riflessione lessicale”. Queste aule sono spesso chiamate impropriamente “aulette di sostegno”, due termini che, messi insieme, creano un sintagma nominale su cui bisognerebbe riflettere: l’utilizzo del diminutivo che tende a suggerire non solo “aule piccole”, ma aule considerate meno dignitose o meno importanti rispetto alle altre; e il complemento di specificazione “di sostegno” quanto rischia di ridursi al “del sostegno” inteso come collega che si deve “occupare” degli alunni con disabilità e non “a sostegno” degli alunni con disabilità?
Ritorniamo in ogni caso alla quaestio che mi ha spinto a scrivere questo articolo e per provare a rispondere alla domanda iniziale, è utile partire non da posizioni ideologiche, ma dai dati.

Il nostro Osservatorio [Osservatorio Scolastico per l’inclusione dell’AIPD-Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down, N.d.R.] ha sottoposto un questionario a diverse figure del mondo scolastico, docenti di classe, docenti di sostegno (con e senza specializzazione) e dirigenti scolastici. Grazie dunque alle oltre 590 risposte ricevute, possiamo offrire uno spaccato interessante e, per certi versi, sorprendente [la relativa panoramica delle risposte è disponibile a questo link, N.d.R.], secondo il quale, nel complesso, i dati mostrano che una maggioranza dei rispondenti si dichiara favorevole all’esistenza di aule dedicate agli alunni con disabilità, sebbene con differenze significative tra le categorie professionali [a questo link la relativa tabella con le risposte divise per categoria, N.d.R.].
A colpire è soprattutto il dato relativo ai docenti di sostegno senza specializzazione: oltre tre su quattro si dicono favorevoli. Seguono, con percentuali molto simili, i docenti di sostegno specializzati e i dirigenti scolastici, mentre i docenti di classe risultano i meno favorevoli, pur mantenendo una maggioranza relativa.

Sarebbe tuttavia un errore leggere questi numeri in modo semplicistico. Favorevoli… a che cosa, esattamente?
La domanda del questionario chiedeva un giudizio sulla presenza di aule dedicate esclusivamente agli alunni con disabilità, ma l’analisi incrociata delle risposte chiuse con quelle aperte mostra un elemento chiave: la parola “favorevole” non significa, per la maggior parte dei partecipanti, approvare una separazione stabile e sistematica dal gruppo classe. Molti rispondenti, infatti, chiariscono che l’aula dedicata ha senso solo:
° in momenti specifici (crisi, sovraccarico sensoriale, bisogno di tranquillità);
° per disabilità particolarmente gravi o complesse;
° come spazio flessibile, non destinato esclusivamente e permanentemente a un singolo studente;
° come risorsa accessibile, in alcuni casi, anche ad altri alunni.
In altre parole, l’aula dedicata viene spesso pensata non come “luogo alternativo alla classe”, ma come strumento aggiuntivo, integrato in una progettazione inclusiva più ampia.

Il paradosso della specializzazione
Come già adombrato, vi è un dato che merita particolare attenzione: i docenti di sostegno con specializzazione risultano meno favorevoli alle aule dedicate rispetto ai colleghi senza specializzazione (65,5% contro 75,2%).
Questo scarto è significativo e suggerisce una possibile chiave di lettura: chi ha una formazione più approfondita sui temi dell’inclusione tende a essere più cauto rispetto a soluzioni che rischiano di istituzionalizzare la separazione. Nelle risposte qualitative, infatti, i docenti specializzati richiamano spesso:
° il rischio di ritornare, sotto altre forme, a modelli segreganti;
° la possibilità che l’aula dedicata diventi un “alibi organizzativo”;
° la perdita di occasioni di apprendimento sociale e relazionale all’interno del gruppo classe.
Questo non significa rifiutare ogni spazio diverso dall’aula, ma piuttosto interrogarsi su come, quando e perché tali spazi vengano utilizzati.

Il punto di vista dei dirigenti scolastici
Dal canto loro, i dirigenti scolastici mostrano una percentuale di favorevoli (64,9%) molto vicina a quella dei docenti di sostegno specializzati. Anche in questo caso, le risposte evidenziano una posizione intermedia: attenzione ai bisogni concreti, ma consapevolezza dei rischi.
Dal punto di vista gestionale, disporre di spazi dedicati può facilitare:
– l’organizzazione dei supporti,
– la gestione di situazioni complesse,
– il dialogo con le famiglie e i servizi.
Tuttavia, emerge chiaramente l’idea che nessuno spazio, da solo, possa garantire inclusione, se non è sostenuto da una cultura condivisa, da una progettazione collegiale e da una formazione continua del personale.

Oltre il “sì” e il “no”
Ciò che questi dati ci dicono, in definitiva, è che la scuola non è divisa tra favorevoli e contrari, ma attraversata da una riflessione più profonda e matura.
Il vero nodo non è l’esistenza o meno di un’aula dedicata, ma il significato educativo che attribuisce ad essa; l’uso concreto che se ne fa; l’integrazione (o meno) di essa nel progetto educativo e nel PEI (Piano Educativo Individualizzato); la capacità della scuola di evitare che lo spazio diventi etichetta.
In sostanza, un’aula può essere inclusiva o escludente non per come è chiamata, ma per come viene pensata e vissuta. Alla luce di questi dati, quindi, la domanda più onesta non è probabilmente “servono o no le aule dedicate?”, ma “la nostra scuola è in grado di usare gli spazi come strumenti di inclusione, senza trasformarli in confini?”.
Rispondere a questa domanda richiede meno slogan e più formazione, meno soluzioni standard e più progettazione condivisa. Ed è proprio qui che il dibattito sulle aule dedicate può diventare un’occasione preziosa per ripensare, ancora una volta, il significato profondo dell’inclusione scolastica.

*Osservatorio Scolastico per l’Inclusione dell’AIPD (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down).

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Un servizio televisivo per la Fondazione Catarsini e la presentazione del romanzo “Tra l’incudine e il martello”

Mentre proseguirà fino al 3 maggio a Lucca la tappa della mostra itinerante “Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, progetto espositivo della Fondazione Alfredo Catarsini 1899, nato all’insegna dell’accessibilità e che vede Superando come media partner, due importanti novità riguarderanno prossimamente la Fondazione stessa, da un servizio del programma di Raitre “O anche no” del 26 aprile, alla presentazione, il 28 del mese e sempre a Lucca, del romanzo di Catarsini “Tra l’incudine e il martello” La troupe del programma di Raitre “O anche no”, mentre realizza il servizio sulla Fondazione Catarsini che andrà in onda il 26 aprile

È stata prorogata fino al 3 maggio la tappa di Palazzo Guinigi a Lucca – da noi già ampiamente presentata a suo tempo – della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, sesta uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa e il Municipio di Montecatini Terme tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato in questo caso con il contributo del Comune di Lucca e della Regione Toscana e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.
Ma in attesa di dare conto delle iniziative programmate per maggio, ciò che faremo prossimamente, ci sono due importanti novità riguardanti nei prossimi giorni la Fondazione Catarsini.

Innanzitutto, il 26 aprile l’approdo su Raitre, con un ampio servizio girato proprio alla mostra di Lucca, che verrà trasmesso durante O anche No. Un viaggio nell’Italia dell’inclusione, il programma di Paola Severini Melograni dedicato all’inclusione sociale, alla disabilità e ai diritti fondamentali, che va in onda la domenica mattina alle 10.15 circa e in replica, sempre su Raitre, il lunedì notte alle 1:15 circa.
«Nota finora quasi esclusivamente agli addetti ai lavori – sottolinea Elena Martinelli -, la metodologia di accessibilità della nostra Fondazione, voluta per rispondere alle esigenze delle persone con disabilità visiva, esce dunque dai confini specialistici per aprirsi al grande pubblico».

Successivamente, nel pomeriggio del 28 aprile, un altro notevole evento si avrà presso il Palazzo delle Esposizioni di Lucca (Piazza san Martino, 7, ore 18, ingresso libero), con la prima nazionale della presentazione del romanzo postumo di Catarsini Tra l’incudine e il martello, pubblicato da La nave di Teseo, a cura di Elena Torre e con la prefazione di Vittorio Sgarbi, che interverrà all’incontro insieme a Elena Martinelli, al curatore della mostra di Palazzo Guinigi Rodolfo Bona, che si soffermerà sul rapporto tra Catarsini e l’artista Lorenzo Viani, al presidente di Lucca Sviluppo Alberto Del Carlo, al presidente della Fondazione Banca del Monte di Lucca Andrea Palestini e all’inviata della trasmissione Striscia la notizia e conduttrice di Radio 101, nonché componente del Comitato Scientifico della Fondazione Catarsini, Rajae Bezzaz.
Ambientato nella Viareggio degli anni Venti, Tra l’incudine e il martello è il romanzo sul primo dopoguerra con cui Catarsini restituisce la voce a una comunità sospesa tra povertà, sogni e repressione.
«Questo secondo romanzo di Alfredo Catarsini – spiega Elena Martinelli, che di Catarsini stesso è tra l’altro la nipote – vede la luce proprio in occasione della grande mostra a Palazzo Guinigi, a Lucca, città a lui molto cara e dove compì i suoi studi. Iniziato negli Anni Quaranta, il volume ha avuto una gestazione lunga e profonda, culminata negli Anni Ottanta con l’ultima, definitiva stesura. Ricordo con emozione quando mio nonno, durante una delle sue visite a Lodi dove allora abitavo, mi affidò il dattiloscritto e l’intero manoscritto, elaborato più volte nel tempo, chiedendomi di occuparmene dopo la sua scomparsa. Vittorio Sgarbi ha firmato una prefazione di eccezionale sensibilità e acutezza, cogliendo l’intima coesione tra il Catarsini pittore e lo scrittore: un continuum espressivo che lo ha accompagnato per tutta la vita, e il rapporto tra allievo e Maestro».
La presentazione sarà preceduta (ore 16) da una visita guidata alla mostra di Palazzo Guinigi. (S.B.)

A questo e a questo link sono disponibili due approfondimenti dedicati rispettivamente al servizio del programma televisivo O anche no e alla presentazione del libro Tra l’incudine e il martello. Per altre informazioni: info@fondazionecatarsini.com.

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