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56 min 30 sec fa

La scuola deve garantire a ciascuno il diritto di apprendere, crescere e partecipare, al di là delle condizioni di partenza

23 Giugno 2026 - 1:29pm

«La scuola non è una caserma organizzata per ranghi, né un’azienda chiamata a massimizzare la produttività selezionando i più performanti. La missione di essa è garantire a ciascuno il diritto di apprendere, crescere e partecipare, indipendentemente dalle condizioni di partenza»: è netta la presa di posizione della Federazione FISH di fronte alle affermazioni del generale Vannacci, che ha proposto, in sostanza, di separare gli studenti in base ai livelli di apprendimento, distinguendo tra chi «vola» e chi «rallenta la marcia»

«La scuola non nasce per dividere i bambini tra vincenti e perdenti. Non è una caserma organizzata per ranghi, né un’azienda chiamata a massimizzare la produttività selezionando i più performanti. La missione di essa è garantire a ciascuno il diritto di apprendere, crescere e partecipare, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Dietro la retorica dell’efficienza e della meritocrazia si nasconde il rischio concreto di una scuola che certifica le disuguaglianze anziché combatterle. Per le persone con disabilità e per le loro famiglie, queste affermazioni evocano scenari che il nostro Paese ha scelto di superare decenni fa grazie a una straordinaria evoluzione culturale e civile. L’inclusione scolastica non è una concessione benevola né un costo da sopportare: è un diritto fondamentale e una conquista democratica che ha reso l’Italia un punto di riferimento internazionale. Per questo motivo respingiamo con forza ogni proposta che possa portare, direttamente o indirettamente, a forme di segregazione educativa o alla creazione di percorsi differenziati fondati sulle presunte capacità degli studenti»: è netta la presa di posizione della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), di fronte alle più recenti affermazioni sulla scuola del generale Roberto Vannacci, che ha proposto, in sostanza, di separare gli studenti in base ai livelli di apprendimento, distinguendo tra chi «vola» e chi «rallenta la marcia». «Si tratta – aggiungono dalla Federazione – di una visione della scuola che riteniamo profondamente sbagliata, culturalmente arretrata e pericolosa sul piano sociale. Una visione che considera la diversità una zavorra anziché una ricchezza, che interpreta la fragilità come un problema da isolare, anziché come una responsabilità collettiva da accompagnare e sostenere».

«Allo stesso tempo – si legge ancora nella nota diffusa dalla FISH -, riteniamo che il confronto pubblico debba avvenire nel merito delle idee e sulla base delle evidenze scientifiche. Per questa ragione invitiamo pubblicamente il generale Vannacci a un confronto diretto con la nostra Federazione, con il mondo della scuola, con i pedagogisti, con gli insegnanti, con le famiglie e con le persone con disabilità e da parte nostra siamo pronti a portare dati, studi, esperienze e testimonianze concrete. Perché quando si parla del futuro dei bambini e dei ragazzi non possono bastare slogan o semplificazioni».

«Una comunità nazionale forte – conclude la nota – non si costruisce separando i più fragili dai più forti. Si costruisce mettendo tutti nelle condizioni di partecipare e di contribuire. È questo il significato più autentico della parola comunità. Ed è questo il principio che continueremo a difendere con determinazione, senza arretrare di un passo. Perché una scuola che lascia indietro qualcuno non è una scuola più efficiente. È semplicemente una scuola meno giusta». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Esperienze di autonomia e di sostegno alle persone con disabilità che verranno presentate a Rimini

23 Giugno 2026 - 1:04pm

“Fricchiò – Gusto e Inclusione”, progetto di ristorazione promosso dal Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona,il pecorso dei Lions “Costruire l’inclusione: nuovi sguardi e progetti per il futuro. L’esperienza Lions al servizio della comunità” e la splendida storia ebolitana del “Forno di Vincenzo”: sono alcune tra le tante storie di inclusione e autonomia delle persone con disabilità che nei prossimi giorni animeranno a Rimini l’evento “ExpoAid 2026” Persone impegnate ad Ancona nel progetto di ristorazione “Fricchiò”

Abbiamo dato spazio, ieri, alla presentazione di ExpoAid 2026 – “io, Persona di valore”, nuova edizione del principale evento nazionale istituzionale che nei prossimi giorni a Rimini coinvolgerà persone, famiglie, professionisti e il mondo del Terzo Settore e dell’associazionismo italiano che si occupa di disabilità.
Tra le tante presenze che animeranno la tre giorni in Romagna, fatta di 50 seminari e di numerosi corsi e laboratori, per accendere il focus su temi fondamentali quali il lavoro, l’autonomia e la vita indipendente, lo sport, le malattie rare, il Progetto di Vita, le nuove tecnologie, le situazioni di emergenza e molto altro, ne segnaliamo oggi alcune, già presenti in passato sulle nostre pagine, a partire da Fricchiò – Gusto e Inclusione, una delle esperienze più significative nel campo dell’inclusione lavorativa promosse dal Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona, un progetto di ristorazione che attraverso il cibo crea opportunità concrete di crescita, formazione e lavoro per persone con disabilità.
«Nato dall’idea che l’inclusione debba essere vissuta e non soltanto raccontata – sottolineano dal Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona – Fricchiò è oggi un esempio di come la qualità gastronomica possa incontrare l’impegno sociale, trasformando ogni servizio, ogni evento e ogni esperienza culinaria in un’occasione per valorizzare talenti, competenze e autonomie. Essere presenti a ExpoAid significa portare la voce e l’esperienza delle persone che rendono possibile questa esperienza, per raccontare che l’inclusione non è un concetto astratto, ma qualcosa che può prendere forma concreta attraverso il lavoro, le relazioni e la partecipazione attiva alla vita della comunità» (a questo link un ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Marco Trillini, marco.trillini@libero.it).

Particolarmente robusta, poi, sarà la presenza a Rimini dei Lions, con il percorso denominato Costruire l’inclusione: nuovi sguardi e progetti per il futuro. L’esperienza Lions al servizio della comunità, attraverso il quale verranno presentati progetti ed esperienze sviluppati a sostegno delle persone con disabilità nei diversi àmbiti della vita, dalla scuola allo sport, dalle nuove tecnologie agli ausili per la mobilità. I temi saranno approfonditi in una serie di tavole rotonde con la partecipazione di esperti e studiosi provenienti da diverse realtà del mondo accademico, professionale e associativo.
«I Lions – afferma Rossella Vitali, presidente del Consiglio dei Governatori del Multidistretto Lions 108 Italy – operano ogni giorno accanto alle persone con disabilità e alle loro famiglie. ExpoAid ci offrirà la possibilità di condividere questa esperienza e di confrontarci con istituzioni, associazioni ed esperti impegnati sullo stesso fronte» (a questo link un ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Serena Gasparoni, sere.gasparoni@gmail.com).

Vincenzo Bardascino, protagonista del progetto “Il forno di Vincenzo”

E da ultima, ma non certo ultima, una “vecchia conoscenza” di Superando, che il nostro giornale segue sin dalla sua nascita, quasi dieci anni fa. Era infatti il 2017, quando ci occupammo per la prima volta dell’Associazione Il forno di Vincenzo e dell’omonimo progetto promosso a Eboli (Salerno), che il suo ideatore e primo sostenitore, Vito Bardascino, aveva definito come «una sperimentazione sociale volta a rimodulare welfare e criteri assistenziali, sottolineando un nuovo modello di protagonismo attivo e di autodeterminazione delle persone con disabilità». Ne era protagonista Vincenzo Bardascino, trentenne che non ha mai accettato la propria condizione di fragilità, legata alla sindrome dell’X Fragile, come un limite insormontabile per raggiungere i suoi obiettivi e i suoi desideri, perseguiti anche attraverso un percorso scolastico che grazie soprattutto agli ultimi anni nell’Istituto Alberghiero Ancel Keys di Castelnuovo Cilento (Salerno), gli avevano consentito di diplomarsi felicemente e successivamente di specializzarsi nella realizzazione del pane e delle pizze.
Il percorso non sempre è stato facile, ma alla fine, ed era il 3 dicembre 2023, come avevamo riferito a suo tempo, i locali del Forno di Vincenzo sono stati pubblicamente inaugurati, nel Centro Antico di Eboli.
Questa splendida storia viaggerà dunque nei prossimi giorni fino a Rimini, con Vincenzo e Vito Bardascino che nel pomeriggio del 25 giugno (ore 16.30), all’interno del panel Modelli virtuosi e progetti innovativi, presenteranno l’intervento denominato Il Forno di Vincenzo: il progetto di vita che genera impatto sulla comunità, «per raccontare – sottolineano – come un quartiere antico, con le sue strade strette e le sue storie profonde, sia diventato protagonista di un nuovo modo di pensare i Progetti di Vita, soprattutto per chi affronta il percorso del “Durante e Dopo di Noi”. Racconteremo quindi che l’inclusione non è un servizio, ma un patto di comunità, che l’autonomia non è solitudine, ma relazioni che sostengono e che un forno può diventare un simbolo di rinascita, un luogo dove si impasta non solo pane, ma dignità, appartenenza, futuro» (a questo link vi è un video con i contenuti dell’intervento che verrà presentato a Rimini. Per altre informazioni: vito.bardascino@gmail.com).

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Quando il silenzio non è vuoto: la vera storia di “Lady Evelyn Freehush”

22 Giugno 2026 - 6:17pm

“Lady Evelyn Freehush” non è un vero personaggio della Londra vittoriana di fine Ottocento, “Lady Evelyn Freehush” non è mai esistita. Eppure, attraverso il personaggio creato da Claudia Porcu in stile “Steampunk”, continua a ricordarci qualcosa che vale ancora oggi, ossia che «il silenzio non è vuoto. Bisogna solo imparare a sentirlo diversamente». Andiamo a conoscerla insieme a Filippo Visentin “Lady Evelyn” (Claudia Porcu) con la protesi acustica realizzata per lei in stile “Steampunk”

Londra, 1891. In un piccolo laboratorio nascosto tra la nebbia e il fumo delle locomotive, una giovane inventrice lavora instancabilmente a una macchina destinata a suscitare stupore e diffidenza. Sul banco si accumulano ingranaggi, molle, componenti elettrici e sottili lamine d’ottone. Da anni studia meccanica e sperimenta nuove soluzioni per aiutare le persone sorde a percepire il mondo in modo diverso. Il suo nome è Evelyn Freehush.
Nata nel 1871 e figlia di un macchinista ferroviario e di una pianista francese, a 3 anni ha perso improvvisamente l’udito. Nessun medico è mai riuscito a spiegare cosa sia accaduto. Alcuni hanno parlato di una malattia infantile, altri di un misterioso disturbo nervoso. Le voci più fantasiose sono arrivate persino a sostenere che sia stata “toccata dall’etere”.
La società vittoriana la vuole fragile, ma Evelyn, ben lungi dall’accettare quello che sembra essere un destino già scritto, sceglie di diventare un’inventrice.
Mentre gli altri ascoltano il mondo, lei impara a osservarlo. Legge le labbra con precisione sorprendente e sviluppa una sensibilità particolare per le vibrazioni. Riesce a percepire il rombo lontano delle locomotive, il ritmo dei motori e perfino la presenza di qualcuno dietro una porta chiusa. Con sé tiene due oggetti da cui non si separa mai. Il primo è un raffinato cornetto acustico in ottone dorato. Non le restituisce realmente i suoni, ma amplifica vibrazioni e movimenti, aiutandola a orientarsi nell’ambiente che la circonda. Il secondo è un piccolo taccuino rilegato in pelle scura. Quando la lettura labiale non basta o le conversazioni diventano troppo rapide, lo porge ai propri interlocutori invitandoli a scrivere. È il suo modo di abbattere le barriere della comunicazione.
Nel 1891 presenta la sua invenzione più ambiziosa: un sistema di protesi acustiche meccanico-elettriche costruite in ottone brunito e minuscole capsule vibranti da indossare dietro le orecchie: un dispositivo che molti studiosi giudicano innaturale e inefficace
Eppure, sebbene Lady Evelyn non prometta miracoli, da tutta l’Inghilterra persone sorde iniziano a raggiungere il suo laboratorio. «Il silenzio non è vuoto – ama ripetere -, bisogna solo imparare a sentirlo diversamente».

Bene, se state cercando il nome di Lady Evelyn Freehush nei libri di storia, difficilmente lo troverete. Per una ragione molto semplice: Lady Evelyn non è mai esistita. O meglio, non è mai esistita nella Londra vittoriana.
Lady Evelyn “Freehush” – il cognome si può tradurre in “libera nel silenzio” – è il personaggio creato da Claudia Porcu, donna sorda che ha scelto di utilizzare il linguaggio dello Steampunk per raccontare la propria esperienza e promuovere una riflessione originale sulla sordità.
«Mi sono avvicinata al mondo dello steampunk quasi per caso – racconta – scoprendo una realtà creativa e inclusiva che mi ha subito affascinata». Da quell’incontro è nata l’idea di costruire una figura capace di trasformare ciò che molti considerano una fragilità in una risorsa. Una donna che non cerca di negare la sordità né di liberarsene, ma che impara a viverla come parte integrante della propria identità.
Lo Steampunk, genere artistico e culturale che immagina un futuro alternativo costruito con la tecnologia dell’Ottocento, è diventato così il terreno ideale per questa narrazione. In un universo popolato da inventori, dirigibili e macchine a vapore, Lady Evelyn trova il proprio spazio come scienziata, ricercatrice e donna sorda.

“Lady Evelyn” con la sua interprete LIS alla “Grande Jatte” di Cagliari

Ma il progetto di Claudia va ben oltre il costume e la ricostruzione fantastica. Per rendere ancora più visibile il proprio messaggio, ha fatto realizzare una grande protesi acustica in stile Steampunk, come si può vedere nell’immagine qui a fianco, decorata con ingranaggi e componenti ispirati alle macchine dell’epoca vittoriana. «Mi piace l’idea di ribaltare il modo in cui spesso vengono percepiti gli ausili per la sordità», spiega. «Non qualcosa da nascondere, ma qualcosa da mostrare con orgoglio».
Anche il cornetto acustico che accompagna il personaggio è stato costruito personalmente da Claudia utilizzando un tubo da doccia collegato alla riproduzione della tromba di un grammofono. Una reinterpretazione creativa dei primi strumenti utilizzati per amplificare e indirizzare il suono verso l’orecchio, trasformata in un elemento simbolico della storia di Lady Evelyn.
Nel corso di eventi e manifestazioni – prima tra tutti la Grande Jatte, fiera vittoriana e Steampunk che si tiene a Cagliari, il personaggio prende vita attraverso costumi accurati, accessori realizzati artigianalmente e la presenza di persone che collaborano alla narrazione, tra cui interpreti della Lingua dei Segni. Un dettaglio, questo, che crea un interessante ponte tra la fantasia vittoriana e le pratiche di accessibilità del presente.
Fondamentale anche l’incontro artistico di Claudia con l’amica Tania Cancedda, una designer di cover protesiche per persone amputate.
Ed è forse proprio qui che risiede l’aspetto più originale del progetto: dare vita a una rete capace di unire artisti e persone amputate, per realizzare una sorta di contest-sfilata dove proporre le proprie creazioni artistiche, ma soprattutto dove poter mostrare con orgoglio quella parte di sé che solitamente la disabilità porterebbe a tenere nascosta.

Quella di Lady Evelyn Freehush non è una storia di guarigione, così come nessun marchingegno e nessuna invenzione miracolosa le restituisce l’udito. Ciò che cambia è lo sguardo: la bambina che molti consideravano fragile diventa una donna capace di costruire strumenti, relazioni e nuove modalità di comunicazione. Non perché abbia sconfitto la propria sordità, ma perché ha smesso di considerarla una mancanza.
Attraverso il fascino della narrazione, dei costumi e dell’immaginario Steampunk, Claudia Porcu invita il pubblico a riflettere su una questione molto concreta: quanto spesso la disabilità viene definita da ciò che manca, invece che dalle capacità, dalle strategie e dalle forme di adattamento che le persone sviluppano ogni giorno?
Lady Evelyn Freehush non è mai esistita. Eppure, attraverso il personaggio creato da Claudia, continua a ricordarci qualcosa che vale ancora oggi, ossia che «il silenzio non è vuoto. Bisogna solo imparare a sentirlo diversamente».

*Direttore responsabile di Superando.

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La presentazione a Torino della nuova Sindone Visio-Tattile itinerante

22 Giugno 2026 - 5:48pm

Leggera, trasportabile e concepita per favorire l’accessibilità alle persone con disabilità visiva, propone al tempo stesso un’esperienza sensoriale e conoscitiva capace di coinvolgere ogni visitatore: è la nuova Sindone Visio-Tattile itinerante, risultato di un progetto della Fondazione Centro Studi Carlo Alberto di Torino, realizzato dalla direzione scientifica del Museo della Sindone, in collaborazione con l’Università e il Politecnico di Torino. La presentazione è in programma per il 25 giugno La Chiesa del Santissimo Sudario a Torino, dove verrà presentata il 25 giugno la nuova Sindone Visio-Tattile itinerante

Verrà presentata nella mattinata del 25 giugno a Torino (Chiesa del Santissimo Sudario, Via Piave, 14, otre 10.30), la nuova Sindone Visio-Tattile itinerante, risultato di un progetto della Fondazione Centro Studi Carlo Alberto del capoluogo piemontese, realizzato dalla direzione scientifica del Museo della Sindone e fondato su un patrimonio di studi scientifici sviluppati in collaborazione con ricercatori e specialisti dell’Università e del Politecnico di Torino, integrati con le più recenti acquisizioni tecnologiche e metodologiche.
«Frutto di un lungo percorso di ricerca interdisciplinare e dell’impiego delle più avanzate tecnologie di elaborazione tridimensionale – spiegano i promotori dell’iniziativa -, la riproduzione consente di percepire in modo nuovo e coinvolgente i segni impressi sul Sacro Lino, offrendo una lettura inedita della sofferenza dell’Uomo della Sindone. Leggera, trasportabile e concepita per favorire l’accessibilità alle persone con disabilità visiva, l’opera propone al tempo stesso un’esperienza sensoriale e conoscitiva capace di coinvolgere ogni visitatore».

All’incontro del 25 giugno, dopo i saluti istituzionali, interverranno Giorgio Gagna, presidente della Fondazione Centro Studi Carlo Alberto; Nello Balossino, direttore scientifico del Museo della Sindone; Vittorino Biglia, presidente dell’UICI Torino (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti); Ornella Valle, vicepresidente dell’APRI (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti); Marco Andriano, content creator digitale con disabilità visiva. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: Ufficio Stampa Fondazione Centro Studi Carlo Alberto (Stefano Tamagnone), stefanotamagnone@yahoo.it.

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Quando l’autonomia di una persona con disabilità viene ferita, tutti hanno il dovere di reagire

22 Giugno 2026 - 5:25pm

«Per molte persone con disabilità – scrivono dall’Associazione ANGSA -, l’autonomia non è mai un fatto scontato e quando accade un episodio come quello che ha coinvolto un ragazzo con autismo rimasto ferito sul treno Viterbo-Roma, il danno non è soltanto fisico, ma può essere emotivo, relazionale, educativo. Alle istituzioni, alla scuola, ai gestori del trasporto pubblico e alla comunità educante chiediamo dunque attenzione, responsabilità e impegno. Perché quando l’autonomia conquistata da una persona con disabilità viene ferita, tutti abbiamo il dovere di reagire»

Esprimiamo vicinanza al ragazzo con autismo rimasto ferito sul treno Viterbo-Roma e alla sua famiglia, colpita da un episodio che, per quanto ancora oggetto di accertamento da parte delle autorità competenti, presenta profili di evidente gravità.
In queste ore, dal Lazio e in particolare dal Viterbese, si sta levando una risposta ampia, composta e partecipe da parte delle associazioni, del volontariato, delle famiglie e della comunità civile. Come ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo) guardiamo a questa mobilitazione con rispetto e gratitudine, perché dimostra che quando viene colpita una persona fragile non è ferita solo una famiglia: è interpellata l’intera comunità.

Il caso specifico riguarda un ragazzo con autismo. Ma ciò che questa vicenda richiama riguarda tutte le persone con disabilità, tutte le persone fragili, tutti coloro che ogni giorno cercano di abitare il mondo con maggiore autonomia, fiducia e libertà.
Per molte persone con autismo e disabilità, l’autonomia non è mai un fatto scontato. Prendere un treno, andare a scuola, spostarsi senza la presenza costante dei genitori, vivere momenti con i coetanei sono passaggi che spesso arrivano dopo anni di lavoro, accompagnamento, incoraggiamento e fatica.
Dietro quei gesti che dall’esterno possono sembrare ordinari, ci sono famiglie che hanno imparato a fidarsi, ragazzi che hanno affrontato paure e difficoltà, insegnanti, educatori, terapisti e operatori che hanno costruito percorsi di crescita. C’è un investimento enorme di fiducia nella società.
Quando accade un episodio come quello riportato dalle cronache, quella fiducia rischia di incrinarsi. Il danno non è soltanto fisico. Il danno può essere emotivo, relazionale, educativo. Può spingere una famiglia a chiudersi di nuovo nella paura. Può far arretrare un ragazzo nel proprio percorso di autonomia. Può far pensare che la vita fuori casa sia un pericolo da evitare, invece che uno spazio da rendere accessibile e sicuro.
Per questo riteniamo necessario evitare ogni forma di minimizzazione. Saranno gli organi competenti ad accertare la dinamica, le responsabilità e l’esatta qualificazione giuridica dei fatti. Ma il linguaggio pubblico ha già oggi una responsabilità: non trasformare ciò che è grave in una “ragazzata”, non ridurre ciò che ferisce a uno “scherzo”, non archiviare come fatalità ciò che richiede domande serie.
Quando entrano in gioco una fiamma, una sostanza infiammabile, un mezzo pubblico, un minorenne ferito e una condizione di particolare vulnerabilità, nessuna comunità può permettersi leggerezza.

Chiediamo quindi che sia fatta piena chiarezza sull’accaduto, nel rispetto della riservatezza dovuta ai minori coinvolti, ma anche con la trasparenza necessaria davanti a un fatto che ha generato profonda preoccupazione nelle famiglie e nelle associazioni. Chiediamo inoltre che questa vicenda non resti confinata alla cronaca di pochi giorni, ma diventi occasione per rafforzare i percorsi educativi al rispetto, alla responsabilità personale, alla comprensione della disabilità e delle fragilità.
L’inclusione non può essere affidata solo alla buona volontà delle famiglie. Non può dipendere dal caso, dalla fortuna o dall’intervento provvidenziale di chi si trova sul posto. L’inclusione richiede ambienti sicuri, adulti consapevoli, coetanei educati al rispetto, istituzioni attente, servizi capaci di prevenire e riconoscere le situazioni di rischio.
Le persone con autismo e con disabilità non chiedono protezione per essere escluse dal mondo. Chiedono sostegni, rispetto e sicurezza per poterlo vivere. È questa la sfida più importante: non chiudere le persone fragili in una tutela permanente, ma costruire una società in cui possano muoversi, studiare, viaggiare, incontrare gli altri e crescere senza paura.

La nostra Associazione ringrazia chi è intervenuto tempestivamente in soccorso del ragazzo ed esprime solidarietà alla famiglia per quanto vissuto. Alla comunità del Lazio, e in particolare del Viterbese, che in queste ore sta rispondendo con forza e unità, manifestiamo pieno sostegno.
Alle istituzioni, alla scuola, ai gestori del trasporto pubblico e alla comunità educante chiediamo attenzione, responsabilità e impegno. Perché ogni autonomia conquistata da una persona con disabilità è una conquista di tutti. E quando quell’autonomia viene ferita, tutti abbiamo il dovere di reagire.

*Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo.

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Perché non potrò essere presente a Rimini

22 Giugno 2026 - 4:55pm

«L’organizzazione di una trasferta fuori casa per una persona con disabilità che necessità di assistenza continua – scrive Germano Tosi – prevede di dover considerare molti aspetti, ma la grave situazione in cui mi trovo da mesi, insieme ad altre persone con disabilità, dovuta all’interruzione del finanziamento per il Progetto di Vita Indipendente da parte del nostro Consorzio Socio-Assistenziale CISA 31 in Piemonte, mi costringe a declinare l’invito a partecipare al seminario di Rimini sul Progetto di Vita, nell’àmbito di “ExpoAid”»

Siamo ormai prossimi all’appuntamento di ExpoAid a Rimini, l’evento nazionale promosso dalla ministra per le Disabilità Locatelli che prevede seminari e dibattiti dedicati ai temi: lavoro, vita indipendente, autonomia, malattie rare, sport e soprattutto sul Progetto di Vita per le persone con disabilità, uno dei pilastri fondamentali della Riforma sulla disabilità normata dalla Legge Delega 227/21 [di “ExpoAid 2026” si legga già anche in altra parte del nostro giornale, N.d.R.].
In qualità di presidente e rappresentante legale di ENIL Italia ETS, il Network per la Vita Indipendente, membro invitato permanente dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, sono stato invitato a partecipare come relatore all’interno del seminario relativo al Progetto di Vita, previsto per il 26 giugno. Un panel partecipato e organizzato per creare un focus di dibattito sui vari aspetti che compongono appunto il Progetto di Vita delle persone con disabilità, sulla base delle indicazioni contenute nel Decreto Legislativo 62/24, applicativo della citata Legge 227/21.
Senza dubbio, uno degli aspetti fondamentali per le persone con disabilità in condizioni di non autosufficienza e necessità di supporti intensivi, anche h24, è l’assistenza, declinata e fornita in qualsiasi tipologia possibile, che non può mai essere interrotta.

Avevo già scritto alcuni articoli sulla grave situazione in cui mi trovo da mesi, insieme ad altre persone con disabilità, dovuta all’interruzione del finanziamento per il Progetto di Vita Indipendente da parte del nostro Consorzio Socio-Assistenziale CISA 31 in Piemonte [si legga ad esempio, in Superando, “Vita indipendente e fondi che non arrivano: la pazienza è la virtù dei forti, ma la libertà di vivere è un diritto di tutti!”, N.d.R.]. Anche dopo l’ultimo incontro avvenuto alla fine della scorsa settimana con i responsabili e la presenza del Sindaco, la situazione non si è sbloccata: continua il rimpallo delle responsabilità sui mancati contributi regionali, con le dichiarazioni che il tutto sia conseguenza della mancata erogazione da parte del Ministero competente (FNA-Fondo Nazionale Non Autosufficienza). A causa di questi ritardi, infatti, l’Ente locale ha corrisposto solo la mensilità di gennaio 2026, lasciando in sospeso 5 mesi, oltre la quota 2025 a valere sul FNA (14,6 milioni di euro destinati ai progetti di Vita Indipendente). In sostanza sto parlando in totale di circa 10.000 euro che noi persone con disabilità abbiamo dovuto obbligatoriamente anticipare e che ancora non sappiamo quando ci verranno restituiti. Una situazione, questa, di grave rischio per la nostra vita a causa della difficoltà di mantenere i contratti lavorativi dei/delle nostre assistenti personali.

L’organizzazione e la pianificazione di una trasferta fuori casa per una persona con disabilità che necessità di assistenza continua prevede di dover considerare molti aspetti, a partire dal viaggio e dalle cose necessarie che occorre portarsi. Molto spesso il mezzo idoneo è l’auto con la quale poter caricare la carrozzina, il sollevatore e tutto l’occorrente per il giorno e la notte, compresa l’assistenza di due persone. Un costo totale che arriva tranquillamente a oltre 1.000 euro per due giorni. Tutti elementi fondamentali da considerare in fase di costruzione del budget relativo al Progetto di Vita che rappresentano il diritto alla libera circolazione, alla libertà di scelta in eguaglianza formale, ma anche sostanziale, al principio del Nulla di Noi senza di Noi, esattamente come le altre persone senza disabilità, condizioni poste come obiettivi prioritari nei princìpi contenuti sia nel citato Decreto Legislativo 62/24, sia nel Decreto 17/25 che disciplina il regolamento sull’autogestione del budget di progetto.
Non tenere conto, dunque, di tali prerogative significa negare le stesse norme che si prefigge la Legge Delega 227/21 e mai giungere al “cambio di paradigma” che le persone con disabilità e le loro famiglie aspettano da anni.
Ma, ancora una volta, occorre sottolineare la fondamentale priorità che riveste l’assistenza personale, senza la quale le aspirazioni si infrangono miseramente e i diritti restano perennemente nel cassetto dei sogni.
E ci si interroga nuovamente anche sulla persistente ed enorme diseguaglianza territoriale che in base alla… fortuna di abitare in un luogo piuttosto che un altro, rende liberi o succubi, inclusi o esclusi, mostrando il volto non migliore dell’Italia.
Per tali motivi, quindi, sono costretto a declinare l’invito in presenza a ExpoAid 2026.

*Presidente di ENIL Italia (European Network on Independent Living).

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La salute mentale come componente essenziale della qualità di vita di una persona con malattia rara

22 Giugno 2026 - 4:17pm

«Uno spazio di dialogo qualificato volto a far emergere criticità assistenziali, esigenze organizzative e possibili modelli di supporto multidisciplinare, con particolare attenzione al ruolo della salute mentale come componente essenziale della qualità di vita della persona con malattia rara»: è quanto si propone di offrire l’OMaR (Osservatorio Malattie Rare), con l’incontro online del 24 giugno, sul tema “Oltre la diagnosi: salute mentale e malattie rare. La mastocitosi sistemica come caso di studio”

«La salute mentale rappresenta una dimensione ancora poco esplorata, ma di rilevanza crescente, nel percorso di presa in carico delle persone che convivono con una malattia rara. In questi contesti, infatti, la complessità clinica, la cronicità della patologia, l’incertezza diagnostica e l’impatto dei sintomi sulla vita quotidiana possono determinare un significativo carico psicologico per il paziente e per il nucleo familiare. In tal senso, la mastocitosi sistemica costituisce un caso di studio particolarmente rilevante: la natura eterogenea di tale patrologia, infatti, la possibile presenza di sintomi invalidanti e il peso dell’esperienza di malattia sul piano relazionale, sociale ed emotivo rendono necessario un approccio che integri la dimensione clinica con quella psicologica e psicosociale»: è allo scopo di approfondire queste tematiche che l’OMaR (Osservatorio Malattie Rare) ha promosso per la mattinata del 24 giugno (ore 11) l’incontro online denominato Oltre la diagnosi: salute mentale e malattie rare. La mastocitosi sistemica come caso di studio, confronto scientifico e istituzionale tra i diversi attori coinvolti nel percorso di cura – pazienti, clinici, professionisti della salute mentale e rappresentanti delle istituzioni – al fine di favorire una riflessione condivisa sui bisogni ancora insoddisfatti e sulle possibili strategie di miglioramento della presa in carico.
«Il talk – aggiungono dall’OMaR – intende offrire uno spazio di dialogo qualificato volto a far emergere criticità assistenziali, esigenze organizzative e possibili modelli di supporto multidisciplinare, con particolare attenzione al ruolo della salute mentale come componente essenziale della qualità di vita della persona con malattia rara».
L’iniziativa si inserisce in una più ampia attività di sensibilizzazione e informazione istituzionale, finalizzata a promuovere consapevolezza su un tema di salute pubblica ancora poco rappresentato nel dibattito, favorendo il coinvolgimento dell’opinione pubblica e dei decisori in una prospettiva di miglioramento dei percorsi assistenziali. (S.B.)

I lavori dell’incontro online del 24 giugno potranno essere seguiti su Zoom e anche sulla pagina Facebook dell’OMaR. Per ulteriori informazioni: melchionna@rarelab.eu (Rossella Melchionna).

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Dal nero su bianco delle norme ai colori della vita delle persone

22 Giugno 2026 - 1:55pm

Quest’anno l’Associazione sammarinese Attiva-Mente aprirà la tradizionale manifestazione “Tuttavia… coloriamo i Diritti!”, ricca di eventi fino al 28 giugno, con un’iniziativa dedicata ai 20 anni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. «Perché quest’ultima – viene spiegato – continua a ricordarci che tra il nero su bianco delle norme e i colori della vita delle persone esiste uno spazio colmabile soltanto dall’azione responsabile di una comunità ed è in quello spazio che i diritti smettono di essere promesse e diventano realtà»

Quest’anno l’Associazione sammarinese Attiva-Mente ha voluto dare un significato ancora più forte alla tradizionale manifestazione Tuttavia… coloriamo i Diritti!, ricca di eventi fino al 28 giugno (a questo link ne è disponibile il programma completo), aprendola con un’iniziativa tutta dedicata ai 20 anni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Accadrà nella serata pubblica in programma a Domagnano (Sala Montelupo, ore 21), intitolata Dal nero su bianco ai colori della vita: vent’anni di Convenzione. «Più che un appello rivolto agli operatori della politica – spiegano da Attiva-Mente -, questa vuole essere un’opportunità offerta alle istituzioni, ai servizi, ai partiti, alle organizzazioni sindacali e alla società civile per conoscere, confrontarsi e contribuire alla piena applicazione della Convenzione ONU. Anche per questo abbiamo predisposto un percorso di approfondimento, dialogo e coinvolgimento, già disponibile online a questo link, uno spazio digitale che accompagnerà il cammino verso la serata del 24 giugno. Non dunque una celebrazione e nemmeno una semplice conferenza, ma un momento di riflessione sul significato dei diritti, sulla loro effettiva applicazione e sulle sfide che ancora ci attendono. In altre parole: quanto di ciò che è stato riconosciuto sulla carta della Convenzione è diventato libertà reale nella vita delle persone?».

«Quando nel 2006 le Nazioni Unite adottarono la Convenzione – proseguono dall’Associazione sammarinese -, non venne scritto soltanto un nuovo trattato internazionale sui diritti umani, ma venne proposto un diverso modo di guardare alla disabilità e, più in generale, alla società. Per la prima volta, infatti, le persone con disabilità non venivano considerate oggetto di assistenza o protezione, ma soggetti di diritto. Non persone da accudire, ma cittadini da ascoltare. Non destinatari di decisioni prese da altri, ma protagonisti delle proprie scelte. Una rivoluzione culturale che continua ancora oggi a interrogare istituzioni, servizi, famiglie e comunità sul significato concreto di determinati diritti. Ed è per questo che la Convenzione continua a essere un documento straordinariamente attuale. Non perché parli di disabilità, ma perché parla di libertà, partecipazione, dignità e uguaglianza».
Vita Indipendente, deistituzionalizzazione, empowerment e Progetto di Vita saranno pertanto alcuni degli argomenti al centro dell’incontro del 24 giugno, cui parteciperanno Arianna Taddei, docente ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università di San Marino, Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h di Peccioli (Pisa) e Marta Migliosi, sociologa, autrice, divulgatrice e attivista del movimento antiabilista.
Ad arricchire ulteriormente il confronto sarà il contributo di Heba Hagrass, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità la cui partecipazione da remoto rappresenterà un importante riconoscimento internazionale per l’iniziativa e per il percorso di riflessione promosso da Attiva-Mente.

«La serata del Forum – concludono dall’Associazione promotrice – non guarderà tuttavia solo al passato, a quanto fatto sin qui, perché ogni anniversario ha senso se aiuta a immaginare il futuro. Per questo motivo, verrà presentata una proposta per l’istituzione di un Tavolo Permanente dedicato a San Marino dedicato all’applicazione della Convenzione e alla messa a sistema del Progetto Individualizzato di Vita, con l’obiettivo di promuovere un confronto stabile tra istituzioni, servizi, associazioni, organizzazioni sindacali e società civile. Un passaggio certamente simbolico, ma che intende tradurre il confronto pubblico in una proposta concreta, condivisa e orientata all’attuazione dei diritti sanciti dalla Convenzione. Perché, vent’anni dopo la sua adozione, quest’ultima continua a ricordarci una cosa semplice ma essenziale: tra il nero su bianco delle norme e i colori della vita delle persone esiste uno spazio che può essere colmato soltanto dall’azione responsabile di una comunità. Ed è proprio in quello spazio che i diritti smettono di essere promesse e diventano realtà». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: attivamentersm@gmail.com.

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La disabilità in Costituzione è una scelta di civiltà che rafforza la Repubblica

22 Giugno 2026 - 1:21pm

«L’introduzione della parola “disabilità” nell’articolo 38 della Costituzione – scrive Vincenzo Falabella – non cancella problemi, non risolve automaticamente le disuguaglianze e non elimina le barriere che ancora oggi molte persone incontrano nella vita quotidiana. Ma afferma un principio. E i princìpi, soprattutto quando entrano nella Costituzione, orientano il legislatore, le istituzioni, la giurisprudenza e la cultura civile. Per questo è una scelta di civiltà, che aggiorna il linguaggio della Repubblica alla cultura dei diritti umani del XXI secolo»

L’approvazione da parte della Commissione Affari Costituzionali del Senato della proposta di modifica dell’articolo 38 della Costituzione [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.], con l’introduzione del termine “disabilità” e il superamento di una terminologia figlia di un’altra epoca storica e culturale [il riferimento è al termine “minorati”, tuttora presente nell’articolo 38 della Costituzione, N.d.R.], rappresenta un passaggio di grande rilievo istituzionale. Non si tratta infatti di un semplice aggiornamento lessicale, né di un esercizio di correttezza linguistica. Siamo di fronte a una scelta che investe direttamente il sistema dei valori della Repubblica e il modo in cui il nostro ordinamento riconosce la persona, la sua dignità e il suo diritto a partecipare pienamente alla vita della comunità.
Il dibattito sviluppatosi in questi giorni, pur legittimo e fisiologico in una democrazia matura, rischia tuttavia di non cogliere fino in fondo la portata di questa riforma. Ridurre la questione a una sostituzione di parole significa non comprendere il valore che il linguaggio costituzionale assume nella costruzione dell’identità collettiva di un Paese.

Le Costituzioni non sono soltanto raccolte di norme. Sono il luogo in cui una comunità politica definisce se stessa, i propri princìpi fondamentali e la direzione verso cui intende orientare il proprio sviluppo civile. Le parole contenute nella Carta non hanno dunque soltanto un significato giuridico: contribuiscono a formare cultura, orientano le politiche pubbliche, influenzano il linguaggio delle Istituzioni e incidono sul modo in cui le persone vengono riconosciute e rappresentate nella società.
Per questo motivo l’introduzione del termine “disabilità” nell’articolo 38 assume un valore che va ben oltre la dimensione formale.
La Costituzione italiana del 1948 è stata una straordinaria opera di civiltà e uno dei più avanzati strumenti di tutela della dignità umana prodotti dall’Europa del secondo dopoguerra. I Padri e le Madri Costituenti seppero costruire una Carta capace di garantire libertà, uguaglianza e diritti sociali in un Paese che usciva dalle macerie della guerra e della dittatura. Ma le Costituzioni vivono nel tempo. Pur mantenendo intatti i propri princìpi fondamentali, sono chiamate infatti a confrontarsi con l’evoluzione della società, della cultura e della coscienza collettiva.
La storia repubblicana dimostra come la Carta abbia saputo progressivamente adattarsi ai cambiamenti del Paese. Nel corso dei decenni il testo costituzionale è stato aggiornato per rafforzare le autonomie territoriali, per riconoscere nuovi equilibri istituzionali, per garantire una più ampia partecipazione democratica e, più recentemente, per introdurre princìpi che riflettono sensibilità maturate nella società contemporanea.
Basti pensare all’inserimento della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i princìpi fondamentali della Repubblica o al riconoscimento del valore educativo, sociale e di promozione del benessere dell’attività sportiva. Interventi che non hanno alterato l’identità della Costituzione, ma ne hanno rafforzato la capacità di rappresentare il tempo presente senza tradire la propria ispirazione originaria. La modifica dell’articolo 38 si colloca esattamente in questo percorso evolutivo.
Quando la Costituzione entrò in vigore, la disabilità era prevalentemente interpretata secondo una prospettiva medico-assistenziale. La persona veniva osservata principalmente attraverso la lente della sua menomazione o della sua condizione sanitaria. Era una visione coerente con il contesto storico dell’epoca, ma che oggi appare inevitabilmente superata.
Negli ultimi decenni si è affermata una profonda trasformazione culturale e giuridica, resa possibile dall’impegno delle persone con disabilità, delle loro famiglie, del mondo associativo, della ricerca scientifica e della comunità internazionale.
La svolta più significativa è arrivata con la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, che ha introdotto un nuovo paradigma fondato sui diritti umani e sulla piena cittadinanza. La Convenzione ha superato il tradizionale modello sanitario della disabilità e ha affermato il cosiddetto modello sociale. Secondo questa prospettiva, la disabilità non coincide con una caratteristica individuale della persona, ma nasce dall’interazione tra le condizioni della persona stessa e le barriere presenti nell’ambiente fisico, culturale, comunicativo, organizzativo e sociale.
È un cambiamento di prospettiva radicale. Significa riconoscere che il problema non è la persona, ma il contesto che limita o impedisce la sua partecipazione. Significa comprendere che la vera sfida non consiste nell’adattare la persona alla società, bensì nel trasformare la società affinché sia accessibile, inclusiva e capace di valorizzare tutte le differenze.

L’introduzione del termine “disabilità” nell’articolo 38 rappresenta il recepimento di questa evoluzione culturale all’interno della nostra Carta Costituzionale. Significa affermare che la Repubblica non è chiamata soltanto a garantire assistenza e sostegno, ma anche a promuovere autonomia, partecipazione, autodeterminazione e piena inclusione. È una scelta perfettamente coerente con il principio personalista che attraversa l’intera architettura costituzionale italiana. La persona viene prima della sua condizione. Viene prima delle sue limitazioni. Viene prima di qualsiasi definizione. È la persona, con la sua dignità, le sue aspirazioni e il proprio Progetto di Vita, il bene che la Repubblica è chiamata a riconoscere e promuovere.
Per questo motivo sorprende che una parte delle reazioni registrate nelle ore successive all’approvazione della proposta abbia assunto toni critici o persino ironici. Il confronto è sempre utile e necessario, soprattutto quando riguarda modifiche costituzionali. Tuttavia, appare difficile comprendere una contrarietà così netta rispetto a un intervento che mira a rendere più esplicito e più forte il riconoscimento delle persone con disabilità nella Carta fondamentale dello Stato.
Ancora più sorprendente è che alcune perplessità siano giunte da ambienti che da anni si occupano di diritti, inclusione e partecipazione. È naturalmente legittimo discutere modalità, formulazioni e percorsi istituzionali. Meno comprensibile è mettere in discussione il principio di fondo: il riconoscimento costituzionale di una realtà che riguarda milioni di cittadini e cittadine del nostro Paese e che costituisce una delle grandi questioni di cittadinanza del nostro tempo.
Vi è talvolta la sensazione che, nella velocità del dibattito pubblico contemporaneo, le reazioni precedano l’approfondimento. Le dinamiche dei social network tendono a privilegiare la polarizzazione e il conflitto, mentre temi complessi come la Costituzione, i diritti fondamentali e l’evoluzione del welfare richiederebbero riflessione, studio e capacità di leggere i processi storici nella loro interezza.
Proprio per questo è opportuno ricordare che la richiesta di un riconoscimento esplicito della disabilità nella Costituzione non nasce oggi. Nel 2024, in occasione del trentesimo anniversario della nostra Federazione [FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, N.d.R.], celebrato nella Sala della Regina della Camera dei Deputati, venne lanciato un appello alle Istituzioni affinché la disabilità trovasse una collocazione esplicita nel testo costituzionale. Non si trattava di una rivendicazione simbolica o identitaria. Era la consapevolezza che il pieno recepimento della Convenzione ONU richiedesse anche un adeguamento della Carta fondamentale ai princìpi che ormai orientano il diritto internazionale e le moderne democrazie.
A distanza di due anni, l’avvio di questo percorso rappresenta un motivo di soddisfazione non per una singola organizzazione, ma per l’intero Paese, perché questa riforma non appartiene a una parte politica, a una categoria o a un’associazione, appartiene alla Repubblica. Appartiene cioè all’idea di una comunità che riconosca il valore della persona nella sua interezza e che consideri la partecipazione di tutti come una condizione essenziale della democrazia.

La modifica dell’articolo 38 non cancella problemi, non risolve automaticamente le disuguaglianze e non elimina le barriere che ancora oggi molte persone incontrano nella vita quotidiana. Ma afferma un principio. E i princìpi, soprattutto quando entrano nella Costituzione, hanno la forza di orientare il legislatore, le istituzioni, la giurisprudenza e la cultura civile di una nazione.
Per questo essa deve essere letta per ciò che realmente rappresenta, ossia come una scelta di civiltà, che aggiorna il linguaggio della Repubblica alla cultura dei diritti umani del XXI secolo. Una scelta che rende la Costituzione più coerente con il principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Carta. Una scelta che rafforza l’idea di uno Stato che non guarda alla persona attraverso la lente della sua condizione, ma riconosce il valore della persona nella sua irriducibile dignità.
L’auspicio è che il percorso parlamentare possa proseguire con il più ampio consenso possibile, perché quando sono in gioco la dignità umana, i diritti fondamentali e il riconoscimento della persona, la politica dovrebbe saper trovare ciò che unisce, prima di ciò che divide. È in questi momenti che una democrazia dimostra la propria maturità. Ed è in scelte come questa che la Costituzione continua a vivere, evolversi e parlare alle generazioni presenti e future.

*Presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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Preoccupante, nel 2026, identificare la disabilità esclusivamente con ciò che si vede

22 Giugno 2026 - 12:51pm

«Trovo preoccupante – scrive Michela Farabella – che nel 2026 esista ancora una cultura che identifica la disabilità esclusivamente con ciò che si vede. Molte persone convivono con malattie oncologiche, neurologiche, autoimmuni, cardiache o respiratorie che non lasciano segni evidenti all’esterno, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita. E credo che quanto accaduto a me riguardi anche molti altri che ogni giorno si devono giustificare la propria malattia e la propria disabilità davanti a perfetti sconosciuti»

Sono una scrittrice e cittadina torinese di 52 anni con invalidità civile riconosciuta all’80%, beneficiaria della Legge 104 e titolare della Disability Card Europea. Qualche giorno fa ho vissuto direttamente una vicenda che ritengo emblematica delle difficoltà che molte persone con disabilità invisibili continuano a vivere ogni giorno.
Recatami infatti presso l’Ufficio Postale di Via Issiglio a Torino, pur avendo esibito la mia Disability Card e spiegato la mia condizione, mi è stato negato l’accesso prioritario, con la motivazione che la precedenza sarebbe stata riservata a chi utilizza stampelle o bastoni.
Quella risposta mi ha profondamente ferita. Sono affetta da gravi patologie croniche invalidanti, sono sottoposta a terapie importanti e soffro di una cardiopatia. Tuttavia non utilizzo sempre un bastone. Questo significa forse che la mia disabilità vale meno? Che il mio dolore è meno reale? Che la mia fragilità può essere ignorata perché non immediatamente visibile?
Trovo preoccupante che nel 2026 esista ancora una cultura che identifica la disabilità esclusivamente con ciò che si vede. Molte persone convivono con malattie oncologiche, neurologiche, autoimmuni, cardiache o respiratorie che non lasciano segni evidenti all’esterno, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita.
La Disability Card è stata istituita proprio per semplificare il riconoscimento della condizione di disabilità e garantire un accesso più equo ai servizi. Se poi chi la esibisce viene sottoposto a una valutazione soggettiva basata sull’aspetto fisico, il significato di essa viene completamente svuotato.
Credo che questa vicenda non riguardi soltanto me, ma migliaia di cittadini e cittadine che ogni giorno si sentono costretti a giustificare la propria malattia e la propria disabilità davanti a perfetti sconosciuti.

*Scrittrice e attivista per i diritti delle persone con disabilità.

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“ExpoAid 2026” a Rimini: in ogni Persona le potenzialità e non i limiti

22 Giugno 2026 - 12:27pm

Oltre 50 seminari, numerosi corsi e laboratori, per accendere il focus su temi fondamentali quali il lavoro, l’autonomia e la vita indipendente, lo sport, le malattie rare, il Progetto di Vita, le nuove tecnologie, le situazioni di emergenza e molto altro: sarà questo, dal 25 al 27 giugno a Rimini, “ExpoAid 2026 – ‘io, Persona di valore’”, nuova edizione del principale evento nazionale istituzionale che coinvolgerà persone, famiglie, professionisti e il mondo del Terzo Settore e dell’associazionismo italiano che si occupa di disabilità

Oltre 50 seminari, corsi e laboratori con autorevoli moderatori e relatori, per accendere il focus su temi fondamentali quali il lavoro, l’autonomia e la vita indipendente, lo sport, le malattie rare, il Progetto di Vita, le nuove tecnologie, le situazioni di emergenza e molto altro: sarà questo, dal 25 al 27 giugno a Rimini, ExpoAid 2026 – “io, Persona di valore”, nuova edizione del principale evento nazionale istituzionale che coinvolgerà persone, famiglie, professionisti e il mondo del Terzo Settore e dell’associazionismo italiano che si occupa di disabilità, promosso dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. «Una nuova grande sfida – sottolinea la stessa Locatelli – e, al tempo stesso, una straordinaria opportunità per mostrare concretamente il valore di ogni persona. Ci ritroveremo a Rimini per confrontarci e scambiare buone pratiche, ma anche per costruire spazi di partecipazione, dove istituzioni, associazioni, imprese e cittadini possano lavorare insieme per promuovere l’inclusione e il diritto di tutti a partecipare pienamente alla vita delle nostre comunità. Insieme vogliamo cambiare prospettiva e vedere in ogni Persona le potenzialità e non i limiti».

Rimandando Lettori e Lettrici al programma completo della tre giorni in Romagna (a questo link), ricordiamo qui che per quanto riguarda i laboratori (lavorazione della stoffa, costruzione di strumenti musicali, preparazione di biscotti e piadine), essi coinvolgeranno direttamente alcune persone con disabilità che saranno gli insegnanti di tecniche e metodologie per tutti gli iscritti al corso.
Al Palacongressi, inoltre, la ristorazione sarà interamente gestita da Associazioni provenienti da tutta Italia, con il supporto della Federazione Italiana Cuochi, e sarà gratuita per tutti i partecipanti, mentre l’anfiteatro dello stesso Palacongressi ospiterà proiezioni dedicate al mondo del cinema, tra cortometraggi e video, mentre all’esterno sarà allestita una Via dello sport con attività dimostrative e la possibilità di provare discipline come arrampicata, scherma, yoga.
Grazie infine alla collaborazione con l’Ausl Romagna, sarà attiva una rete sociosanitaria strutturata, con punto di primo intervento, assistenza per protesi e ausili e supporto tecnico per eventuali necessità, inclusa la manutenzione delle carrozzine. E nell’àmbito di tale rete ci sarà anche Lo spazio degli amici, dedicato ad attività di intrattenimento e momenti di socialità, anche all’aperto e sulla spiaggia per persone con disabilità. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il programma completo di ExpoAid 2026 – “io, Persona di valore”.

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“Turismo Autism Friendly”: per rendere la vacanza un’esperienza serena, comprensibile e rassicurante

19 Giugno 2026 - 6:24pm

Si chiama “Turismo Autism Friendly: inclusivo in ogni luogo, in ogni spazio” ed è un progetto sviluppato nelle Marche con cui si punta a costruire un modello regionale innovativo di turismo accessibile, capace di rispondere concretamente ai bisogni delle persone con disturbo dello spettro autistico, disabilità cognitive e sensoriali e delle loro famiglie. Ne parliamo con la Fondazione ARCA (Autismo Relazione Cultura e Arte) di Senigallia (Ancona) che ha promosso l’iniziativa Un momento della presentazione del progetto “Turismo Autism Friendly: inclusivo in ogni luogo, in ogni spazio”, nello stand della Regione Marche al “BIT di Milano 2026”

È un progetto promosso nelle Marche dalla Fondazione ARCA (Autismo Relazione Cultura e Arte) di Senigallia (Ancona)e punta a costruire un modello regionale innovativo di turismo accessibile, capace di rispondere concretamente ai bisogni delle persone con disturbo dello spettro autistico, disabilità cognitive e sensoriali e delle loro famiglie. Si chiama Turismo Autism Friendly: inclusivo in ogni luogo, in ogni spazio e ne parliamo con la stessa Fondazione ARCA.

Da quale esigenza nasce questa iniziativa?
«Dalla consapevolezza che il diritto alla vacanza e alla piena partecipazione alla vita sociale debba essere garantito a tutti e tutte, superando le barriere che ancora oggi limitano l’accesso a esperienze turistiche serene, sicure e realmente inclusive. Nello specifico delle persone con disturbo dello spettro autistico, esse rappresentano una realtà estremamente eterogenea e numericamente significativa, con esigenze di accesso, comunicazione, orientamento e gestione degli ambienti che variano profondamente da persona a persona, coinvolgendo direttamente anche le famiglie e i caregiver, che spesso rinunciano a esperienze di viaggio o limitano i propri spostamenti a contesti familiari a causa della carenza di strutture realmente preparate ad accogliere bisogni specifici. Per questo motivo abbiamo scelto di investire in un progetto pilota che possa produrre un cambiamento culturale e organizzativo duraturo, intervenendo sulla formazione degli operatori, sull’adattamento degli ambienti e sulla costruzione di una rete territoriale stabile e qualificata».

Nel dettaglio, dunque, quali sono le principali caratteristiche del progetto?
«Già presentato nel febbraio scorso alla BIT di Milano 2026, presso lo stand della Regione Marche, il progetto si fonda su un approccio integrato che unisce formazione specialistica, accessibilità cognitiva e sensoriale, innovazione tecnologica e partecipazione diretta delle persone autistiche e delle loro famiglie. Un ruolo centrale sarà svolto dalla formazione, rivolta sia agli operatori del settore turistico sia ai familiari e ai caregiver coinvolti nella sperimentazione. I percorsi saranno realizzati da professionisti con competenze specifiche nell’ambito dell’autismo, della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) e dell’ABA (Analisi Applicata del Comportamento), per consentire di trasferire strumenti concreti utili a migliorare l’accoglienza, la comunicazione e la gestione delle situazioni che possono emergere durante un soggiorno turistico».
Parallelamente verrà avviato un percorso di coprogettazione che vedrà protagonisti gli stessi utenti e le loro famiglie nella definizione di un innovativo Toolkit Turismo Autism Friendly. L’obiettivo è sviluppare strumenti realmente efficaci e personalizzati, capaci di supportare la permanenza nelle strutture ricettive e aumentare il benessere e l’autonomia delle persone coinvolte. In tal senso saranno predisposti ausili in CAA, tabelle di comunicazione, storie sociali, task analysis e risorse digitali dedicate alle autonomie personali, domestiche e sociali. Le strutture aderenti potranno inoltre utilizzare strumenti tecnologici specifici, come il comunicatore Blue(2) e dispositivi digitali destinati a favorire la sicurezza, l’orientamento e la comunicazione».

E per quanto riguarda gli ambienti?
«Anche ad essi sarà dedicata una particolare attenzione. Verranno infatti progressivamente ripensati secondo criteri di accessibilità cognitiva e sensoriale, con l’introduzione di accorgimenti acustici e luminosi, sistemi di comunicazione visiva e linguaggi semplificati, oltre a spazi dedicati al rilassamento e alla regolazione sensoriale.
In poche parole, la vacanza dovrà diventare un’esperienza prevedibile, comprensibile e rassicurante, capace di ridurre situazioni di stress e favorire una partecipazione piena e consapevole.
Un altro elemento qualificante del progetto riguarda poi la comunicazione accessibile. Le informazioni relative alle strutture, ai servizi e alle opportunità del territorio saranno infatti rese disponibili attraverso linguaggi Easy to Read (“facili da leggere e da comprendere”) e strumenti digitali facilmente fruibili, affinché l’esperienza di accoglienza inizi prima dell’arrivo e continui durante e dopo il soggiorno. In quest’ottica saranno realizzati contenuti multimediali, reel, video modeling e materiali informativi che consentiranno alle famiglie di conoscere in anticipo gli ambienti, le attività e le modalità di fruizione dei servizi, contribuendo a ridurre incertezza e ansia».

Nello spazio web dedicato al progetto, si parla anche di inclusione lavorativa delle persone con disturbo dello spettro autistico. Che cosa si intende esattamente?
«Effettivamente l’iniziativa guarda anche all’inclusione sociale e lavorativa delle persone con disturbo dello spettro autistico, attraverso la definizione di protocolli dedicati ai Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento e ai Tirocini di inclusione sociale. Grazie poi al coinvolgimento della figura del disability manager e all’attivazione di percorsi di Job Coaching, sarà possibile favorire esperienze concrete di crescita e partecipazione, valorizzando competenze, interessi e punti di forza delle persone coinvolte e creando opportunità occupazionali sempre più strutturate e sostenibili».

Quante saranno le strutture inizialmente coinvolte?
«Il piano coinvolgerà inizialmente otto strutture ricettive pilota appartenenti a differenti tipologie di ospitalità, tra cui camping, agriturismi, alberghi e family hotel, distribuite in almeno tre Province marchigiane. L’obiettivo è arrivare, entro dodici mesi dalla conclusione della fase sperimentale, alla creazione di una rete stabile di strutture riconoscibili e qualificate attraverso il marchio Marche Autism Friendly, destinato a diventare un punto di riferimento per famiglie, operatori e visitatori».

Qual è dunque il vostro messaggio conclusivo, riguardante questa importante sfida?
«Questo progetto, realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio (Ministra per le Disabilità) e con il co-finanziamento della Regione Marche, rappresenta realmente una sfida innovativa che mette al centro la persona e il suo diritto a vivere pienamente il territorio. Un percorso che intende trasformare l’accessibilità in un valore condiviso e diffuso, contribuendo a fare delle Marche una Regione sempre più accogliente, inclusiva e capace di valorizzare le differenze come una risorsa per tutta la comunità.
Come ricorda Federico De Rosa nel suo volume L’isola di Noi. Guida al Paese dell’autismo, il punto d’arrivo potrebbe essere la società della piena integrazione di tutte le persone autistiche, una società capace di trovare un posto e un ruolo anche per le diversità più estreme. Ed è proprio questa la direzione verso cui il progetto intende accompagnare il territorio marchigiano». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: fondazione@fondazionearca.org.

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Sbloccare l’accesso all’assistenza protesica per le persone del Piemonte con impianto cocleare!

19 Giugno 2026 - 5:42pm

«Denunciamo una situazione di grave stallo amministrativo che sta compromettendo l’accesso all’assistenza protesica per le persone piemontesi con disabilità uditiva, portatrici di un determinato tipo di impianto cocleare»: lo dicono dall’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare), rinnovando l’appello a tutte le Istituzioni preposte, per far sì «che venga ripristinata e garantita, senza ulteriori ritardi, la continuità assistenziale per tutte le persone interessate» Impianto cocleare

«Denunciamo una situazione di grave stallo amministrativo che sta compromettendo l’accesso all’assistenza protesica per i pazienti piemontesi portatori di impianto cocleare Neurelec/Oticon Medical»: lo dicono dall’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare), ricordando che «le segnalazioni da noi inviate il 4 e il 15 giugno alla Regione Piemonte, alla Direzione Assistenza Protesica, a Società di Committenza Regione (SRC) Piemonte e a Cochlear Italia, sono tutte rimaste prive di riscontro ufficiale» e che «tale problematica riguarda esclusivamente il Piemonte, l’unica Regione italiana, a quanto risulta, in cui i pazienti portatori di questi dispositivi non riescono ad accedere con regolarità ai processori del suono, ai componenti di ricambio e ai servizi di assistenza necessari al mantenimento della funzionalità dell’impianto».
«L’impianto cocleare – spiegano infatti dall’Associazione torinese – è un dispositivo elettronico impiantabile che consente alle persone con grave perdita uditiva o sordità profonda di recuperare la percezione dei suoni e la capacità di comunicare. Per il corretto funzionamento di esso sono indispensabili processori del suono esterni, componenti di ricambio e un’assistenza tecnica continuativa. Da mesi, però, gli Uffici Protesi delle ASL piemontesi respingono o non evadono le prescrizioni rilasciate dai Centri Regionali di impianto cocleare, motivando il diniego con l’assenza dei fornitori negli elenchi delle gare regionali. Non si tratta per altro di una mera questione burocratica, bensì di una situazione che rischia di configurare una violazione ai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Gli impianti cocleari e i relativi componenti rappresentano infatti dispositivi indispensabili per la comunicazione, l’autonomia personale e la qualità della vita dei pazienti, e rientrano pienamente tra le prestazioni garantite dal Servizio Sanitario Nazionale». «Le conseguenze per le persone coinvolte – si aggiunge – sono particolarmente gravi: isolamento sociale, perdita di autonomia, difficoltà nella vita lavorativa e familiare e, in alcuni casi, l’impossibilità di utilizzare dispositivi pienamente funzionanti».
«Siamo dunque pronti – concludono dall’APIC – a intraprendere ogni iniziativa necessaria a tutela dei nostri assistiti e rinnoviamo l’appello alla Regione Piemonte, alla Direzione Assistenza Protesica, a SCR Piemonte e a Cochlear Italia affinché venga ripristinata e garantita, senza ulteriori ritardi, la continuità assistenziale per tutte le persone interessate». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@apic.torino.it.

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L’approccio multifocale e la disabilità

19 Giugno 2026 - 5:15pm

«In base al cosiddetto “approccio multifocale” della filosofia – scrive Luca Grecchi -, è evidente che incentrarsi sul deficit, inteso come “ciò che manca ad un soggetto per essere considerato normale”, non costituisce una modalità auspicabile per rapportarsi ad alcun essere umano. Nessuno, infatti, è soltanto “un paraplegico”, “un ipovedente” o “un autistico”, ma ciascuno è anche un figlio, un fratello, un musicista, un amante di certi sport, di determinate letture, un individuo caratterizzato da idee, valori, comportamenti e così via» “Pluralità di prospettive”

Alcuni studiosi e studiose di filosofia antica dell’Università di Macerata, in primis Maurizio Migliori e Arianna Fermani, hanno nel tempo elaborato un paradigma teorico denominato Multifocal Approach. Nel suo nucleo centrale, il modello di approccio multifocale alla realtà è piuttosto semplice. Esso, infatti, argomenta che ogni ente, per essere adeguatamente compreso, affinché non venga tradita la sua costitutiva complessità, deve venire analizzato da una pluralità di prospettive, tutte quelle possibili, in quanto solo in questo modo se ne potrà rendere nella maniera più compiuta l’essenza. Nessuna visione unilaterale, o comunque parziale, di un ente risulta quindi adatta per conoscerlo in modo appropriato, bensì soltanto una prospettiva onnilaterale, che tenga conto insieme della totalità dei suoi aspetti.
Questo approccio integrale alla realtà è appunto quello tipico della filosofia, la quale ha come contenuto, sin dai tempi di Platone e Aristotele, proprio la ricerca della verità dell’intero (ogni ente è sempre, in certo senso, un intero) nell’articolazione delle sue parti.

L’approccio multifocale può, a mio avviso, essere applicato in maniera fruttuosa anche al tema della disabilità. Si può infatti, innanzitutto, “essere disabili” in molti modi, ovvero essere caratterizzati da compromissioni fisiche, sensoriali, psichiche o intellettive di vario tipo, le quali a loro volta impattano in maniera differente, per ogni persona, nei diversi contesti sociali.
Per una comprensione completa del quadro che si trova ad affrontare ogni soggetto, tenere conto della molteplicità complessa delle variabili in gioco risulta dunque fondamentale. Chi, in effetti, si rapporta alle persone con disabilità facendo esclusivo o prevalente riferimento al loro deficit, come purtroppo spesso accade ancora oggi, a partire dalla scuola, non applica certo un paradigma multifocale, bensì uno sguardo assai carente, che può creare parecchi problemi. La persona con disabilità infatti, soprattutto se giovane, viene inevitabilmente segnata dall’approccio riduttivistico che sovente le istituzioni le destinano.
Si tratta del resto, come ho sottolineato nel libro Filosofia, inclusione, comunità, di un paradigma unilaterale analogo, mutatis mutandis, a quello che utilizzava il nazismo per internare negli istituti le persone con disabilità, o per inviare nei lager ebrei, comunisti, omosessuali e rom, considerati pregiudizialmente solo in quanto tali, senza alcuna attenzione alla loro complessiva umanità.

Il modello multifocale, applicato al tema della disabilità, richiede invece di considerare la persona nella sua interezza, favorendo soprattutto le migliori potenzialità della medesima, in modo tale che, concentrandosi sulle stesse, la si possa aiutare maggiormente a farle fiorire. I soggetti con disabilità, infatti, sono innanzitutto persone, ciascuna delle quali caratterizzata da qualità specifiche solo in parte attribuibili all’“atipicità”, ovvero alla compromissione funzionale. Distinguere, quindi, le persone come caratterizzate alcune da bisogni “normali”, e altre da bisogni “speciali” – distinzione da cui nasce la differenza, tuttora presente in Università, tra Pedagogia Generale e Pedagogia Speciale –, non è pertanto molto condivisibile. Ogni persona viene infatti compresa nella maniera migliore tenendo conto dell’insieme degli aspetti che la determinano, i quali per altro interagiscono sempre tra loro. Il fine di ogni azione inclusiva, così come di ogni processo comunitario, è in effetti quello di sviluppare al massimo tutto ciò che di buono ogni persona può realizzare, cercando di favorirne l’umanità nella maniera più completa.
Appare dunque evidente, in base all’approccio multifocale, che incentrarsi sul deficit, inteso come “ciò che manca ad un soggetto per essere considerato normale”, non costituisce una modalità auspicabile per rapportarsi ad alcun essere umano.
Ciascuno, ad esempio, dei circa 700.000 studenti con disabilità o con disturbi specifici dell’apprendimento oggi presenti nella scuola italiana, è non soltanto, e nemmeno principalmente, la propria diagnosi, bensì l’unità molteplice delle sue qualità personali, positive come negative. Di tale unità molteplice, ossia della vita di ognuno, l’ambiente scolastico, come poi quello lavorativo, e in genere quello sociale, dovrebbe – se abitassimo in una realtà comunitaria, finalizzata cioè a favorire la buona vita di tutti – tenere conto. Nelle attuali modalità sociali, invece, le persone vengono spesso strumentalmente incasellate in specifiche categorie (104, DSA, BES ecc.), tutte più o meno stigmatizzanti, per una loro mera schematica gestione. Il risultato di tale operazione, anche se non voluto, è che una parte importante della umanità che le rappresenta viene aprioristicamente limitata, in maniera arbitraria, mediante una delle molteplici forme con cui si pone attualmente in essere il meccanismo sociale della “disabilitazione”. La scuola in particolare, ma in genere ogni contesto, dovrebbe viceversa agevolare fin dall’inizio la realizzazione massima delle potenzialità di ogni essere umano, soprattutto di quelli con maggiori difficoltà, poiché questo, non il sottolinearne i limiti, rende la loro esistenza, e insieme l’intero mondo, notevolmente migliore.
Affinché tale processo di complessiva considerazione sociale delle persone con disabilità diventi possibile, occorre agire sul piano culturale – il quale influenza sempre, a lungo andare, il piano politico –, per far comprendere che la realtà che abitiamo è ancora troppo pensata solo a misura dei soggetti “tipici”. Per il bene di tutti occorre quindi non soltanto cercare di eliminare le barriere fisiche visibili, che ostacolano la vita dei soggetti “atipici”, ma soprattutto le barriere culturali, le quali, invisibili agli occhi, risultano per questo ancor più pericolose. Ciò va fatto in una pluralità di modi, tanti appunto quanti sono i contesti in cui si vive, le difficoltà che si affrontano, i pregiudizi coi quali ci si scontra. Per far sì che questo avvenga, però, è necessario un generale mutamento di prospettiva, per il quale un approccio multifocale alla persona risulta sicuramente molto utile. Nessuno è infatti soltanto “un paraplegico”, “un ipovedente”, o “un autistico”, ma ciascuno è anche un figlio, un fratello, un musicista, un amante di certi sport, di determinate letture, un individuo caratterizzato da idee, valori, comportamenti, e così via. Per realizzare questo processo di considerazione sociale complessiva dell’essere umano, occorre però comprendere che tutti, anche i soggetti con gravi disabilità, possono arricchire la vita di tutti, rendendola maggiormente felice, se soltanto si lascia loro la possibilità di farlo. Senza invece eliminare il pregiudizio che, ancora oggi, spesso emargina le persone con disabilità, nessun miglioramento della loro, come della nostra esistenza, potrà essere possibile.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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L’Autorità Garante e le persone con disabilità nelle strutture sanitarie: il caregiver non è un semplice visitatore!

19 Giugno 2026 - 4:35pm

«Negare la presenza del caregiver, quando necessaria e in assenza di adeguate misure alternative, può tradursi in una compressione del diritto alla salute e in una forma di discriminazione indiretta»: lo affermano dal Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che ha recentemente prodotto una Raccomandazione dedicata alla presenza del caregiver durante il ricovero e l’accesso alle prestazioni sanitarie delle persone con disabilità

«Quando la presenza del caregiver è necessaria in relazione ai bisogni assistenziali, comunicativi, cognitivi, comportamentali o relazionali della persona con disabilità, essa costituisce una misura di accomodamento ragionevole e può rappresentare una condizione essenziale per rendere effettivo il diritto alla salute. Il caregiver, in questi casi, non è un visitatore: è una figura di supporto che può rendere concretamente possibile l’accesso alle cure, la comunicazione con il personale sanitario, la comprensione dei bisogni della persona e la continuità del percorso assistenziale. Negarne la presenza, quando necessaria e in assenza di adeguate misure alternative, può tradursi in una compressione del diritto alla salute e in una forma di discriminazione indiretta»: lo affermano dal Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che su tale tema ha recentemente prodotto la Raccomandazione n. 3, dedicata appunto alla presenza del caregiver durante il ricovero e l’accesso alle prestazioni sanitarie delle persone con disabilità.
Con quest’ultimo atto, l’Autorità ha richiamato dunque il Ministero della Salute, la Conferenza Stato-Regioni, le Regioni, le Province Autonome, le Aziende Sanitarie, le Aziende Ospedaliere, gli IRCCS e le strutture sanitarie pubbliche e private accreditate, alla necessità di adottare «criteri uniformi, chiari e non discriminatori, superando prassi disomogenee che ancora oggi, in alcune realtà, limitano o negano la presenza del caregiver sulla base di regolamenti interni, interpretazioni non formalizzate o dell’errata assimilazione del caregiver a un semplice visitatore».

In tal senso l’Autorità ha inteso evidenziare che la presenza del caregiver «non deve essere riconosciuta soltanto nei casi di non autosufficienza fisica o sanitaria, ma anche nelle situazioni di disabilità grave in cui il bisogno principale riguardi la sfera cognitiva, comunicativa, relazionale, emotiva o comportamentale». In altre parole, il criterio da seguire deve fondarsi «sul bisogno concreto della persona nel contesto sanitario specifico».
La Raccomandazione dell’Autorità Garante chiede pertanto alle strutture sanitarie «di adottare regolamenti interni chiari e accessibili, procedure di reclamo immediate e percorsi di formazione rivolti al personale sanitario, amministrativo e di accoglienza, affinché sia pienamente compresa la differenza tra visitatore e caregiver e il significato dell’accomodamento ragionevole».

Il documento interviene inoltre sulla necessità di «garantire la continuità della presenza del caregiver durante il ricovero, l’accesso al pronto soccorso, le prestazioni ambulatoriali complesse, gli accertamenti diagnostici invasivi e, ove necessario e compatibile con le condizioni cliniche e di sicurezza, anche nelle fasi di trasporto sanitario, compreso il trasporto in ambulanza». Secondo l’Autorità, infatti, eventuali limitazioni possono essere previste «solo in presenza di esigenze sanitarie od organizzative specifiche, temporanee, proporzionate e adeguatamente motivate», mentre «non sono ammissibili dinieghi fondati su prassi informali, indicazioni verbali, criteri non regolamentati o limiti standardizzati non collegati al bisogno effettivo della persona».

Una particolare attenzione, infine, viene dedicata anche alla Carta Europea della Disabilità (European Disability Card), di cui nel nostro Paese – come abbiamo riferito recentemente in un nostro articolo riepilogativo – esiste già una “versione pilota”, mentre quella definitiva e normata da una specifica legge, dovrà essere pienamente operativa (e accettata) entro il 5 giugno 2028.

Ebbene, l’Autorità Garante raccomanda che la Carta recante l’indicazione “A”, attestante cioè la necessità di un accompagnatore, sia riconosciuta dalle strutture sanitarie «come strumento probatorio semplificato e idoneo ad attestare la necessità della presenza del caregiver, evitando richieste ripetute di documentazione e valutazioni discrezionali non uniformi. E in ogni caso, anche in assenza della Carta o dell’indicazione “A”, la presenza del caregiver deve comunque essere valutata sulla base del bisogno concreto della persona». (S.B.)

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Disabilità un mondo a parte? Attenzione a non rafforzare questo pregiudizio

19 Giugno 2026 - 2:11pm

«Aggiungere la parola “disabilità” all’articolo 3 della Costituzione – scrive Katia Caravello – rischia di marcare per l’ennesima volta la differenza tra le persone con disabilità e quelle senza disabilità»: un contributo di riflessione cui diamo spazio ben volentieri, con l’augurio di aprire un proficuo dibattito che tenga conto, naturalmente, anche di opinioni diverse sull’importante tema trattato

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo, per aprire un proficuo dibattito che tenga conto, naturalmente, anche di opinioni diverse sull’importante tema trattato.

Quando ho letto su queste stesse pagine l’articolo Per il pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone con disabilità nella nostra Costituzione, sono rimasta perplessa dal fatto che sia vissuta come un successo l’ennesima sottolineatura della differenza tra le persone con disabilità e tutti gli altri cittadini e le altre cittadine.
Sono pienamente d’accordo sulla necessità di aggiornare il lessico della nostra Carta Costituzionale, adeguandolo ai nostri tempi e alla terminologia introdotta dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Non ho quindi nulla da eccepire riguardo alla modifica dell’articolo 38 della Costituzione, sulla sostituzione del termine “minorati” con “persone con disabilità”: trovo infatti che la parola “minorato” sia obsoleta e  che svaluti l’essere umano, facendolo sembrare “meno” rispetto agli altri; al contrario, la locuzione “persona con disabilità” mette al centro la persona nella sua interezza, interezza che comprende, tra le altre caratteristiche distintive, anche la disabilità.

Ma l’articolo 3 della Costituzione, a mio parere, va benissimo così come l’hanno pensato le madri e i padri costituenti! Non ha bisogno di modifiche o di aggiunte… è già un capolavoro!
Per quale motivo, quindi, si ritiene necessario aggiungere la parola “disabilità” al primo comma che recita «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»? Perché marcare per l’ennesima volta la differenza tra le persone con disabilità e quelle senza disabilità? Sì, perché è questo che secondo me accadrebbe modificando l’articolo in tal senso.
E ancora meno capisco perché siano proprio le persone con disabilità che dovrebbero gioire per questa sottolineatura.

La disabilità, essendo una condizione di vita e non una malattia (altro pregiudizio duro a morire), è già formalmente contemplata dalle parole «condizioni personali e sociali». L’aggiunta ad esse del termine “disabilità” non farebbe altro che rafforzare il pregiudizio che la disabilità sia un mondo a parte, abitato da persone diverse dalle altre… mentre noi dobbiamo fare di tutto perché, al contrario, passi il messaggio che la disabilità è parte del mondo e della vita di tutte le persone.
È lo stesso motivo per cui, da cittadina con disabilità, non vedo la necessità di un Ministero per le Disabilità. Ciò che mi aspetto è che la condizione delle persone con disabilità sia contemplata da tutti i Ministeri, da quello dell’Istruzione a quello del Lavoro, da quello della Salute a quello dei Trasporti, da quello delle Finanze a quello della Cultura.
Da cittadina mi aspetto inoltre che in qualsiasi provvedimento governativo sia prestata attenzione alle istanze delle persone con disabilità e delle loro famiglie… non mi basta che lo faccia solo il Ministero per le Disabilità.

Le parole sono importanti, importantissime, e proprio per questo bisogna utilizzarle con molta attenzione, riflettendo profondamente sul messaggio che si veicola con esse… e nel caso di questa modifica dell’articolo 3 della Costituzione, ritengo che il messaggio vada contro l’interesse delle stesse persone con disabilità.

*Psicologa-Psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Le lenti del pregiudizio.

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Distrofia facio-scapolo-omerale: perché nessuno resti indietro

19 Giugno 2026 - 1:47pm

Malattia genetica rara che provoca una progressiva atrofia muscolare, la distrofia facio-scapolo-omerale (FSHD) colpisce in modo molto diverso e suscita bisogni molto differenti da persona a persona. Non a caso sarà Perché nessuno resti indietro” il motto scelto dall’Associazione FSHD Italia, per il convegno di domani, 20 giugno, a Roma, in corrispondenza con la Giornata Mondiale dedicata a questa malattia, evento organizzato in collaborazione con la UILDM e il Gruppo FSHD dell’AIM

Malattia genetica rara che provoca una progressiva atrofia muscolare, la distrofia facio-scapolo-omerale (FSHD) inizia spesso dai muscoli del volto, delle spalle e delle braccia e può estendersi ad altri distretti, come addome, gambe e muscoli respiratori. Ha una prevalenza di circa 6-7 persone su 100.000 e circa il 20% delle persone affette arriva a perdere l’autonomia nella deambulazione.
Domani, 20 giugno, se ne celebrerà la Giornata Mondiale (World FSHD Day) e per l’occasione, come già negli anni scorsi, anche molti edifici simbolici del nostro Paese si illumineranno di arancione, colore identitario, scelto per richiamare luce, energia e speranza.
Dal canto suo, l’Associazione FSHD Italia ha organizzato per domani, 20 giugno, a Roma (Una Hotels Decósala Campidoglio, Via Giovanni Amendola, 57) il proprio tradizionale convegno annuale (dodicesima edizione), promosso in collaborazione con la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e con il Gruppo FSHD dell’AIM (Associazione Italiana di Miologia), centrato sul motto Perché nessuno resti indietro. «Quest’ultimo – spiegano da FSHD Italia – riflette la consapevolezza che la distrofia facio-scapolo-omerale colpisce in modo molto diverso e suscita bisogni molto diversi da persona a persona: c’è chi chiede una terapia domani, mosso dall’urgenza di salvare il salvabile, chi ha bisogno di ausili e supporto psicologico oggi, non potendo altrimenti convivere con la malattia, chi guarda avanti, molto avanti, vedendo nella rigenerazione muscolare una risorsa per recuperare il molto che ha già perso». (S.B.)

Tutte le informazioni sul convegno di Roma, compreso il programma completo, oltreché sui monumenti che si illumineranno di arancione per la Giornata Mondiale di domani, 20 giugno, sono disponibili a questo link. Per ogni altra informazione: simonettadechiararuffo@gmail.com; uildmcomunicazione@uildm.it.

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Turismo accessibile: un investimento strategico per migliorare in generale la qualità dell’esperienza turistica

19 Giugno 2026 - 1:11pm

L’accessibilità rappresenta oggi un elemento strategico per migliorare la qualità dell’esperienza turistica, ampliare la platea dei visitatori, favorire la destagionalizzazione e rafforzare la competitività dei territori. Non dunque un costo aggiuntivo, ma un investimento capace di generare sviluppo economico, innovazione e inclusione sociale: è quanto emerso con chiarezza a Genova, durante il convegno internazionale sul tema “Destinazioni turistiche inclusive e smart: strategie per l’innovazione”

Vale oltre 400 miliardi di euro, coinvolge più di 100 milioni di cittadini e cittadine d’Europa e sostiene circa 9 milioni di posti di lavoro: è il turismo accessibile, che si conferma uno dei comparti più dinamici dell’economia turistica europea e una leva strategica per la competitività delle destinazioni, la qualità dei servizi e la piena partecipazione delle persone alla vita sociale.
Di tali temi si è discusso all’Acquario di Genova nel corso del convegno internazionale Destinazioni turistiche inclusive e smart: strategie per l’innovazione, promosso dall’ENAT, la Rete Europea per il Turismo Accessibile, insieme ad AccessibleEU, il Centro dell’Unione Europea dedicato alla promozione dell’accessibilità e all’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), come avevamo ampiamente riferito anche sulle nostre pagine.
L’evento ha riunito rappresentanti della Commissione Europea, di UN Tourism, l’organizzazione delle Nazioni Unite per il Turismo, delle città premiate da European Capitals of Tourism, iniziativa dell’Unione Europea volta a premiare le pratiche turistiche smart e sostenibili nel nostro Continente, oltreché del Ministero del Turismo, del Ministero per le Disabilità, della Regione Liguria, del Comune di Genova e delle principali organizzazioni impegnate nella promozione del turismo accessibile a livello europeo e internazionale. 300 i partecipanti, tra persone in presenza e online, in rappresentanza di 43 Paesi. Il tutto a dare vita a uno dei più importanti momenti di confronto internazionale sul turismo accessibile organizzati in Italia negli ultimi anni, confermando anche il ruolo progressivamente assunto dall’AISM come interlocutore riconosciuto a livello europeo sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione nel turismo.

«Secondo le più recenti stime europee – sottolineano dall’AISM -, il bacino dei viaggiatori con esigenze specifiche di accessibilità supera i 100 milioni di persone. In Italia il turismo accessibile genera 8,8 milioni di arrivi e 38,4 milioni di presenze nelle strutture ricettive, pari all’8,2% del totale nazionale, con un impatto economico che raggiunge quasi 10 miliardi di euro, considerando l’intero indotto. Numeri che dimostrano come l’accessibilità non rappresenti un costo aggiuntivo, ma un investimento capace di generare qualità, innovazione e crescita. Nel corso dei lavori di Genova, dunque, è emersa la necessità di accelerare gli investimenti in accessibilità, mobilità inclusiva, innovazione digitale, formazione degli operatori e accessibilità del patrimonio culturale, favorendo la diffusione di modelli condivisi a livello europeo e di strategie integrate per la costruzione di destinazioni sempre più inclusive».
Il confronto si è svolto tra l’altro in un anno particolarmente significativo: il 2026, infatti, segna, com’è noto, il ventesimo anniversario della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che ha riconosciuto la piena partecipazione alla vita sociale, culturale e ricreativa come un diritto fondamentale da garantire a tutte le persone.

«Il Ministero del Turismo – ha dichiarato il responsabile di tale Dicastero Gianmarco Mazzi, in un messaggio inviato ai partecipanti all’evento – ha avviato iniziative concrete, tra cui la sottoscrizione di un Fondo Interministeriale da 50 milioni destinato alle Regioni, per sostenere progetti di turismo accessibile, migliorare i servizi e promuovere tirocini e percorsi formativi in favore dell’accoglienza delle persone con disabilità. È fondamentale lavorare insieme, proseguire il lavoro comune, valorizzando esperienze e saperi. Una collaborazione stabile tra Istituzioni, territori, operatori e Associazione del Terzo settore, potrà aiutarci ad affrontare meglio i bisogni delle persone».
«Nella riforma della disabilità – ha aggiunto nel suo videomessaggio Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità – diamo spazio al diritto delle persone con disabilità a fruire come tutti i cittadini di spiagge, mare, montagna, percorsi, culture. Lavoriamoci tutti insieme: istituzioni nazionali e territoriali, mondo privato, servizi turistici, Terzo Settore, anche per fornire le corrette informazioni e conoscenze che rendano accessibile una meta».
«Per la Regione Liguria – ha affermato dal canto suo Luca Lombardi, assessore regionale al Turismo – è motivo di grande orgoglio ospitare questo importante appuntamento internazionale. Desidero ringraziare l’ENAT, i rappresentanti delle Istituzioni europee, le organizzazioni del settore, gli operatori turistici e tutti i partecipanti che hanno raggiunto la nostra Regione da diversi Paesi. Un turismo più accessibile è un turismo migliore per tutti, compresi i residenti che ogni giorno vivono i nostri territori. Per questo esso è tra le priorità della programmazione regionale, con l’obiettivo di sostenere la crescita qualitativa dell’offerta turistica, promuovere la fruizione sostenibile del mare e dell’entroterra e favorire la destagionalizzazione dei flussi. È una politica di sviluppo che rende le destinazioni più attrattive, più sostenibili e più competitive e la Liguria vuole continuare a percorrere questa strada insieme ai propri partner nazionali ed europei, condividendo esperienze, buone pratiche e nuove idee».
«Genova accetta la sfida del turismo del futuro – ha proseguito Tiziana Beghin, assessora al Turismo del Comune di Genova -, un turismo del futuro che non può che essere inclusivo, sostenibile e a misura di tutti. Ospitare questo prestigioso confronto internazionale dimostra la ferma volontà della nostra Amministrazione di trasformare la città in un modello d’avanguardia per l’accoglienza smart». «L’accessibilità – ha aggiunto – non si limita al pur fondamentale abbattimento delle barriere fisiche e architettoniche, ma si traduce nella creazione di un vero e proprio ecosistema urbano, culturale e digitale in grado di accogliere ogni visitatore con soluzioni fluide e personalizzate. Investire in una destinazione senza ostacoli non è solo una risposta doverosa in termini di equità sociale, ma rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo economico: significa infatti elevare gli standard qualitativi di tutta la nostra filiera dei servizi, intercettando un mercato globale in forte espansione e ad altissimo potenziale. Il nostro obiettivo, pertanto, è fare in modo che l’innovazione tecnologica e la pianificazione strategica camminino di pari passo, garantendo a chiunque il diritto di scoprire e vivere appieno lo straordinario patrimonio artistico, storico e naturale del nostro territorio».
È intervenuta quindi Anna Grazia Laura, presidente dell’ENAT, affermando che «le destinazioni turistiche più innovative sono quelle che riescono a integrare l’accessibilità nella pianificazione, nei servizi e nell’esperienza dei visitatori. Questo confronto internazionale promosso a Genova dimostra quanto sia importante mettere in rete competenze, esperienze e buone pratiche per accelerare il cambiamento e costruire un turismo realmente inclusivo per tutti».
A seguire, Igor Stefanovic, coordinatore tecnico per l’Etica, la Cultura e la Responsabilità Sociale presso l’Agenzia delle Nazioni Unite UN Tourism, ha sottolineato che «l’accessibilità rappresenta oggi una delle principali opportunità per rendere il turismo più sostenibile, inclusivo e competitivo. Le destinazioni che investono nell’accessibilità migliorano infatti la qualità dell’offerta per tutti e rafforzano la propria capacità di generare sviluppo economico e benessere per le comunità locali. È del resto proprio questa la direzione che UN Tourism promuove insieme ai suoi 160 Paesi membri».
«Il turismo accessibile – ha concluso Mario Alberto Battaglia, direttore generale dell’AISM – è uno strumento concreto di partecipazione, autonomia e cittadinanza. Per questo rappresenta un tema centrale della nostra Agenda della SM e patologie correlate 2030, che punta a garantire piena inclusione e partecipazione sociale alle persone con sclerosi multipla e patologie correlate. Con questo confronto internazionale l’Italia conferma il proprio impegno nel promuovere un modello di sviluppo che unisce accessibilità, innovazione e qualità delle destinazioni».

Particolare attenzione, durante il convegno, è stata dedicata alle migliori pratiche europee nel campo delle destinazioni turistiche accessibili e smart e «le esperienze presentate – spiegano dall’AISM – hanno evidenziato come l’accessibilità rappresenti oggi un elemento strategico per migliorare la qualità dell’esperienza turistica, ampliare la platea dei visitatori, favorire la destagionalizzazione e rafforzare la competitività dei territori. Un approccio che conferma come l’accessibilità non sia un costo aggiuntivo, ma un investimento capace di generare sviluppo economico, innovazione e inclusione sociale. Tra le esperienze presentate, tra l’altro, vi sono stati anche percorsi di formazione e sviluppo delle competenze professionali nel turismo inclusivo, a conferma di come l’accessibilità richieda non solo infrastrutture adeguate ma anche nuove conoscenze e professionalità».
«Questo convegno internazionale – concludono dall’Associazione – ha confermato quindi il ruolo crescente del turismo accessibile nelle politiche europee per la sostenibilità, la competitività e la piena partecipazione delle persone alla vita sociale e culturale delle comunità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Nessun bambino è una percentuale, ovvero dall’essere ammessi all’essere attesi

19 Giugno 2026 - 12:29pm

«Nel dibattito sull’inclusione scolastica – scrive Giorgio Sama – c’è un numero che molti agitano come una bandiera: oltre il 96 per cento degli studenti/studentesse con disabilità, in Italia, frequenta una classe comune. Una cifra così alta invita a fermarsi, a scambiarla per un traguardo. C’è chi la sventola come prova definitiva di civiltà e chi la rovescia per riaprire il discorso sulle scuole speciali. Due usi opposti dello stesso dato finiscono per cancellare ciò che dovrebbero illuminare: la vita concreta dei bambini e dei ragazzi»

Nel dibattito sull’inclusione scolastica c’è un numero che molti agitano come una bandiera: oltre il 96 per cento degli studenti/studentesse con disabilità, in Italia, frequenta una classe comune. È una conquista reale, e proprio per questo seducente: una cifra così alta invita a fermarsi, a scambiarla per un traguardo. C’è chi la sventola come prova definitiva di civiltà e chi la rovescia per riaprire il discorso sulle scuole speciali. Due usi opposti dello stesso dato finiscono per cancellare ciò che dovrebbero illuminare: la vita concreta dei bambini e dei ragazzi.
Nello Zibaldone, Leopardi descrive una crudeltà minima e quotidiana: chiamare il prossimo con il nome del suo difetto, fino a far coincidere una persona con la sua mancanza. Certe allusioni al ritorno delle scuole speciali nascono anche da lì, dal sollievo antico di chi trasforma la fragilità altrui in distanza.
Quel numero, prima di entrare in un grafico o in un discorso pubblico, passa attraverso giornate concrete: visite, attese, appuntamenti, paure, progressi minimi. Dietro ogni ragazzo c’è una storia che il dato non restituisce, e quasi sempre una famiglia che ha imparato a misurare il tempo in un altro modo.

Anche la scuola può cadere nella stessa crudeltà descritta da Leopardi: vedere prima la diagnosi e poi il ragazzo, prima il fascicolo e poi la storia. Lo stigma nasce così, quando una differenza, invece di restare un tratto, diventa tutta la persona. L’inclusione comincia quando quell’ordine si rovescia.
Lo si vede nelle classi. Ragazzi con disabilità complesse attraversano istituti affollati, compaiono in ogni documento e in ogni riunione, e restano ai margini della vita dei coetanei. La forma assegna un posto in fretta, i legami chiedono tempo. Un gruppo si unisce durante l’intervallo, nei gesti che si ripetono, nella confidenza che cresce senza proclami.
A scuola gli altri sono sempre una prova: possono ferire, ignorare, ridurre a difetto, oppure riconoscere, attendere, dare posto. La differenza resta distanza o diventa occasione di crescita comune a seconda dello sguardo degli adulti e della grammatica dei gesti.
Gli strumenti contano: la rampa, le ore di sostegno, i certificati, i piani educativi. Preparano l’incontro, ma da soli non bastano. L’essenziale comincia un gradino più in là, nel contatto quotidiano che chiede presenza e che nessun algoritmo sa imitare: come una carezza, che nessun like sostituisce.

C’è un segnale che sfugge anche ai grafici sociometrici: il compagno che, quando manchi, chiede dove sei finito. Il Piccolo Principe lo direbbe con parole semplici: si diventa importanti per qualcuno attraverso il tempo che gli si dedica.
È qui che il valore dell’inclusione cambia nome: dall’essere ammessi all’essere attesi. Sapere che, quando il tuo banco resta vuoto, qualcuno se ne accorge. A ogni bambino serve almeno un adulto capace di credergli oltre ogni misura; a un adolescente serve anche un coetaneo a cui la sua presenza importi. Si è inclusi quando, per qualcuno, la propria assenza pesa.
Certo, attorno a questi studenti si muove ogni giorno una rete di persone (genitori, insegnanti, educatori, clinici) che tiene insieme competenze, fatica e cura dentro un sistema che, nei princìpi, resta tra i più avanzati. Eppure troppo spesso l’inclusione ricade quasi per intero sull’insegnante di sostegno, in un’auletta separata: una misura per il singolo, non una responsabilità dell’intera comunità scolastica. È un limite del sistema prima che delle persone, nato dalla solitudine organizzativa più che dalla mancanza di cura.
Serve altro: costruire occasioni, alleanze, abitudini; fare del gruppo una risorsa, non una cornice. Anche chi non parla, chi comunica con tempi, gesti o codici diversi, deve poter trovare qualcuno che impari a riconoscerlo, e la classe scoprire che si cresce anche grazie a lui.

La fatica dell’inclusione genera sempre una nostalgia dell’ordine: l’idea che separare semplifichi e protegga. Ma chiamare “tutela” il ritorno alle scuole speciali significa dimenticare la strada percorsa dalla scuola italiana: l’uscita dalle classi differenziali, il passaggio dall’inserimento all’integrazione e infine all’inclusione. Una storia che ha spostato il centro della domanda: non quanto l’alunno riesca ad adattarsi, ma quanto la scuola sappia cambiare per accoglierlo.
L’altra tentazione è fermarsi alla percentuale: contare gli iscritti, applaudire, chiamarlo successo. Ma includere significa dare continuità al gesto iniziale, fino a trasformare un banco assegnato in un posto riconosciuto. Altrimenti una presenza può restare per anni dentro la classe: un’isola vicina a tutti, ma senza ponti verso nessuno.
La scuola, prima di un programma, è un destino quotidiano: mette insieme ragazzi che non si sono scelti e affida agli adulti il compito paziente di favorire legami, custodire passaggi, rendere possibile una vicinanza. Le percentuali servono quando orientano lo sguardo; tradiscono quando oscurano i volti. Un bambino smette di essere un numero nel momento in cui qualcuno, in quella classe, comincia ad aspettarlo.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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Un progetto nazionale per garantire il pieno esercizio dei diritti civili e sociali delle persone con disabilità

18 Giugno 2026 - 6:28pm

Avviato all’inizio di maggio da UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e Parent Project, il progetto “DIS IS ME. Ogni persona, tutte le possibilità” coinvolgerà 16 Regioni e la Provincia Autonoma di Bolzano, lavorando su quattro filoni principali: i percorsi di Vita Indipendente, l’inclusione scolastica, l’empowerment territoriale e il cambiamento culturale, con un’attenzione particolare per le zone del Centro e del Sud Italia

Avviato il 1° maggio scorso da UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e Parent Project, il progetto DIS IS ME. Ogni persona, tutte le possibilità, realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio (Ministra per le Disabilità), lavora su quattro filoni principali: i percorsi di Vita Indipendente, l’inclusione scolastica, l’empowerment territoriale e il cambiamento culturale, con un’attenzione particolare per le zone del Centro e del Sud Italia.
«Non deve più esistere un’Italia delle persone con disabilità, separata dal resto – commenta Stefania Pedroni, presidente nazionale della UILDM – né, tanto meno, un Centro Sud abbandonato e assente. Essere cittadini significa partecipare alla vita di comunità in modo pieno, con diritti da godere ma anche da difendere. Questo progetto intende lavorare lavora in modo trasversale su più figure perché l’indipendenza non è un percorso da fare da soli, ma un processo collettivo, che riguarda le persone con disabilità in primis, ma alla pari anche le famiglie, il sistema scolastico, e tutti gli enti che rendono vivo un certo territorio. Crediamo davvero che ogni persona abbia il diritto di esplorare tutte le possibilità a disposizione, e anche di costruirne di nuove, insieme agli altri».
«Non solo i bisogni – aggiunge Daniela Argilli, presidente di Parent Project -, ma anche i desideri e i progetti delle persone giovani e adulte con una disabilità viaggiano ad una velocità spesso superiore rispetto a quella con la quale evolve la società circostante. Le barriere da abbattere spesso non sono solo architettoniche, ma anche culturali. Con questo progetto, insieme a UILDM, vogliamo contribuire a costruire un cambiamento dal basso che abbracci, attraverso azioni concrete, diverse dimensioni, collaborando con un ampio ventaglio di attori. Il tutto con l’obiettivo di rendere il diritto alla partecipazione sociale e all’autorealizzazione qualcosa di tridimensionale e reale, e non più solo dei principi sulla carta, per sempre più persone».

Le azioni previste, dunque, si svilupperanno in 17 territori (16 Regioni e la Provincia Autonoma di Bolzano), attraverso un approccio partecipato e intersezionale per favorire un reale contributo da parte dei diversi soggetti coinvolti. Come accennato, infatti, dalla Presidente della UILDM, i destinatari, infatti, non sono solo le persone con disabilità, ma anche le loro famiglie, i docenti e il personale scolastico, gli enti e le amministrazioni dei territori, gli studenti delle scuole.
In particolare DIS IS ME è caratterizzato dall’importanza data alla formazione, su tutte le aree di intervento, così elencate dai promotori dell’iniziativa: «Autonomia personale: verranno attivati percorsi individualizzati di progetto di vita, tirocini inclusivi, supporto alla gestione del budget e accompagnamento tra pari. Per le famiglie, verranno attivati percorsi informativi, orientativi e di Peer Support (“supporto alla pari”). Educazione inclusiva: la strategia punta a consolidare la continuità didattica, rafforzare le competenze specialistico-relazionali degli insegnanti attraverso formazione strutturata e promuovere pratiche inclusive in tutto il gruppo classe. Assistenza integrata sul territorio: rispondendo alla carenza di servizi specializzati, soprattutto nel Sud, il progetto prevede il rafforzamento del trasporto attrezzato, fisioterapia specialistica, supporto psicologico e consulenza sociale. Cambiamento culturale: mediante eventi pubblici, storytelling e strumenti comunicativi progettati dagli stessi destinatari, per promuove una narrazione positiva della disabilità, contraria allo stigma e orientata alla valorizzazione delle differenze».

Già dai prossimi giorni e settimane, dunque, il progetto entrerà nel vivo con due laboratori pratici sulla Vita Indipendente dal titolo La vita che scelgo, il primo dei quali a Villabassa (Bolzano), il 26 e 27 giugno, ripartito nel pomeriggio del primo giorno con un laboratorio rivolto a persone con disabilità e caregiver e nella mattinata del secondo giorno con un viaggio in treno fino a Lienz, in Austria, per sperimentare concretamente, nel pomeriggio, un confronto alla pari tra i partecipanti.
L’11 luglio, poi, a Camigliatello Silano (Cosenza), vi sarà in mattinata una visita guidata al Bene FAI I Giganti della Sila, mentre nel pomeriggio vi sarà dapprima un dialogo con i clinici per parlare di empowerment, seguito da un momento concentrato sul Progetto di Vita a partire dai propri desideri. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: uildmcomunicazione@uildm.it (Alessandra Piva; Chiara Santato); e.poletti@parentproject.it (Elena Poletti).

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