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L’Autorità Garante e la sfida dell’esigibilità dei diritti

12 Giugno 2026 - 1:13pm

Diamo spazio oggi a un’ampia intervista esclusiva per il canale YouTube “Disabili Diritti e Libertà” e per il nostro giornale Superando, rilasciata a Maurizio Cocchi da Maurizio Borgo, Presidente dell’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità, che informa anche di come sia in fase di approvazione un Decreto correttivo della norma istitutiva dell’Autorità Garante stessa, che ne amplierà notevolmente la possibilità di agire in giudizio

Conoscete l’AGNDD? Si tratta dell’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità. Ne parliamo con il suo presidente, l’avvocato Maurizio Borgo, che vanta una lunghissima esperienza nell’ambito della Pubblica Amministrazione. Presidente, ci può innanzitutto tracciare un breve profilo della sua carriera?
«Certamente. Sono un Avvocato dello Stato e sono entrato nell’Avvocatura ormai quasi trent’anni fa. Da circa vent’anni, tuttavia, ricopro incarichi di vertice all’interno delle Pubbliche Amministrazioni. In diverse occasioni ho svolto il ruolo di capo dell’Ufficio Legislativo e di Capo di Gabinetto per vari Ministeri. Da ultimo, sono stato Capo di Gabinetto della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, ruolo che avevo già ricoperto nella sua precedente esperienza governativa durante il primo Governo Conte, quando era Ministra per la Famiglia e le Disabilità. Infine, dal primo gennaio 2025, ho l’onore di presiedere l’Autorità Garante Nazionale dei Diritti delle persone con disabilità».

Che cos’è, nello specifico, l’Autorità Garante e come è strutturata?
«È un’autorità amministrativa indipendente, istituita con uno dei tre Decreti Legislativi che hanno dato attuazione alla Delega in materia di disabilità, ovvero la grande legge di riforma, la Legge 227/21. Il nostro provvedimento istitutivo è il Decreto Legislativo 20/24, che ha previsto la decorrenza delle attività di questa Autorità a partire dal primo gennaio 2025.
Si tratta di un organismo collegiale. Oltre a me, che lo presiedo, il collegio è composto da altri due membri: il professor Francesco Vaia, che vanta una lunghissima esperienza in àmbito sanitario ed è ricordato da tutti per essere stato il Direttore Generale dell’Istituto Spallanzani durante il difficile periodo della pandemia da Covid-19, e l’ingegner Antonio Pelagatti, una persona con disabilità che proviene dal mondo associazionistico. Pelagatti, affetto da SLA (sclerosi laterale amiotrofica), ha fondato anni fa un’Associazione dedicata alla sua patologia e ha ricoperto ruoli politici, tra cui quello di Assessore in un Municipio del Comune di Roma, occupandosi da sempre dei temi legati alla disabilità».

Qual è il compito principale dell’Autorità Garante?
«Come indica la stessa denominazione, il nostro compito fondamentale è tutelare e garantire i diritti delle persone con disabilità. A questo si affianca il dovere di promuovere la cultura del rispetto di tali diritti, partendo proprio dall’àmbito scolastico. Siamo infatti convinti che la cultura si formi lavorando concretamente sulle giovani generazioni».

Vorrei partire da alcuni numeri. Di recente, proprio su queste stesse pagine, si accennava a 20.000 richieste di intervento. È un dato corretto?
«Su questo punto devo fare pubblica ammenda, poiché si è trattato di una mia dichiarazione errata. Le segnalazioni reali sono 2.000 e non 20.000, un numero che sarebbe stato oggettivamente sproporzionato per un’istituzione operativa da poco più di un anno. Tuttavia, 2.000 segnalazioni restano un dato estremamente significativo se consideriamo che l’Autorità è attiva dal primo gennaio 2025 e che fino a settembre dello stesso anno non disponeva nemmeno di un sito internet. Questo ritardo non è stato dovuto a un’inerzia dell’ufficio, ma alla precisa volontà di progettare e realizzare un portale che fosse pienamente accessibile alle persone con disabilità, affidandone lo sviluppo a soggetti in grado di garantire questo standard fondamentale.
Queste 2.000 segnalazioni tracciano purtroppo una diagnosi negativa in merito al rispetto e alla tutela dei diritti. Dimostrano che ancora oggi, sebbene i diritti delle persone con disabilità siano riconosciuti da un numero consistente di norme a livello internazionale – pensiamo alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che quest’anno compie vent’anni –, a livello costituzionale e nell’ordinamento giuridico interno, tali tutele spesso rimangono sulla carta. Vi è, in sintesi, un grave deficit di effettiva esigibilità di questi diritti da parte delle persone con disabilità».

Maurizio Borgo

Possiamo richiamare alcuni dei casi più emblematici che avete affrontato?
«Certamente. Moltissime segnalazioni hanno riguardato il tema dell’inclusione scolastica. È un àmbito cruciale: le statistiche annuali dell’ISTAT ci dicono che, a fronte di un calo demografico generale che riduce progressivamente il numero complessivo degli studenti, la quota di alunni con disabilità cresce di anno in anno. In particolare, si registra un aumento significativo degli studenti con disabilità intellettiva o con disturbi del neurosviluppo.
L’effettività dell’inclusione in questo comparto è così critica che le prime due Raccomandazioni ufficiali emanate dall’Autorità Garante – la numero 1 dello scorso anno e la numero 2 di quest’anno – si sono rivolte proprio al mondo della scuola.
Il primo caso emblematico riguarda un bambino con un autismo severo che frequenta la scuola primaria. Gli era stato negato il diritto ad essere assistito da un professionista sanitario durante le ore di lezione poiché il regolamento d’istituto subordinava l’ingresso del sanitario al consenso di tutti i docenti e di tutti i genitori della classe, adducendo presunte ragioni di privacy. Con la nostra Raccomandazione n. 1 abbiamo chiarito che il diritto alla salute e il diritto all’istruzione di quel bambino prevalgono su qualsiasi altra argomentazione, stabilendo che non occorreva alcun consenso preventivo.
La Raccomandazione n. 2 ha affrontato invece il tema dell’assistenza igienica per i ragazzi con disabilità grave. È inaccettabile che ancora oggi le famiglie, e le madri in particolare, vengano chiamate da scuola per andare a cambiare i propri figli. Esistono norme precise, anche di livello contrattuale, che attribuiscono questo specifico compito al personale ATA (i collaboratori scolastici).
Al di fuori della scuola, un altro caso eclatante ha riguardato la concessione di uno stallo di sosta riservato. Il Comune di residenza della persona con disabilità negava il diritto, motivando la scelta con la necessità di contrastare il fenomeno dei “falsi invalidi”. Se la vicenda non fosse drammaticamente seria, ci sarebbe da sorridere. Siamo intervenuti, ma non è bastato: l’interessato è stato costretto ad agire in giudizio. Lo abbiamo supportato affiancandolo nel ricorso e solo dopo due gradi di giudizio è riuscito ad ottenere il parcheggio. Questo conferma il problema sistemico di esigibilità a cui accennavo».

Di fronte a situazioni di diffusa inaccessibilità, come nel caso delle strutture sanitarie che risultano spesso impraticabili per le persone con disabilità, l’Autorità ha un raggio d’azione diretto o la palla passa necessariamente all’Esecutivo?
«Siamo pienamente consapevoli della gravità della situazione. Molte segnalazioni toccano questo tasto e io allargherei il discorso anche alle farmacie, che di frequente non sono accessibili alle persone con disabilità motoria. L’Autorità si muove costantemente in un’ottica di moral suasion, segnalando le criticità agli organi competenti.
A questo proposito, posso anticipare che proprio nei giorni scorsi il collegio dell’Autorità ha prodotto l’importante Raccomandazione n. 3, concernente l’àmbito sanitario, ossia sul diritto di accesso dei caregiver familiari alle strutture di cura. Ancora oggi, infatti, non viene riconosciuto il diritto formale del caregiver ad assistere la persona con disabilità in ospedale o a salire in ambulanza in caso di trasporto d’urgenza al Pronto Soccorso. Questa è una chiara lesione dei diritti. Abbiamo dunque voluto affermare il principio fondamentale che il caregiver deve poter accedere alle strutture sanitarie e accompagnare la persona sempre, poiché non è un semplice visitatore soggetto agli orari di visita, ma un soggetto essenziale che si prende cura della persona con disabilità.
Sull’accessibilità strutturale degli ospedali abbiamo inoltre partecipato a un tavolo istituzionale promosso dal Ministero della Salute e dal Ministero per le Disabilità per la stesura delle Linee Guida Nazionali dedicate all’estensione del Modello DAMA (Disabled Advanced Medical Assistance, ovvero “Assistenza medica avanzata alle persone con disabilità”), nato anni fa in alcune realtà territoriali che permette una presa in carico sanitaria mirata per le persone con disabilità intellettiva e comunicativa grave. C’è ancora molto da fare, ma la strada è tracciata».

Resta il fatto che, in caso di violazione, il cittadino deve spesso farsi carico di ricorsi all’autorità giudiziaria o ai Tribunali Amministrativi Regionali (TAR), affrontando costi che molte famiglie non possono sostenere. In che modo l’Autorità può intervenire a supporto?
«Su questo fronte posso dare un’ottima notizia. È in fase conclusiva di approvazione, infatti, il Decreto correttivo del nostro Decreto istitutivo (il già citato Decreto Legislativo 20/24). Fino ad oggi, infatti, la norma limitava fortemente l’azione in giudizio dell’Autorità Garante: potevamo ricorrere in tribunale quasi esclusivamente contro il silenzio della Pubblica Amministrazione (ad esempio se un ente non rispondeva a una nostra richiesta di atti legata a una segnalazione) oppure per far valere la nullità di atti amministrativi, fattispecie comunque rarissima e vincolata a casi tassativi di legge. Con l’introduzione del Decreto correttivo, invece, il raggio d’azione dell’Autorità si amplierà notevolmente. Potremo cioè agire in giudizio sostituendoci direttamente alla persona con disabilità per far valere non più solo la nullità, ma l’illegittimità di un atto della Pubblica Amministrazione adottato in violazione dei diritti. Questa legittimazione diffusa permetterà all’Autorità di tutelare il cittadino senza esporre le famiglie a insostenibili barriere economiche di accesso alla giustizia. Per i cittadini il servizio sarà gratuito, poiché l’Autorità usufruisce del patrocinio legale gratuito dell’Avvocatura dello Stato».

Maurizio Cocchi

E nel caso in cui si configuri non una violazione diretta, bensì una mancata attuazione di un provvedimento?
«Il testo correttivo risponde anche a questo scenario. Potremo rivolgerci al giudice per chiedere la nomina di un commissario ad acta. Se l’Autorità emanerà un parere o una disposizione su un caso specifico e la Pubblica Amministrazione non si adeguerà, avremo quindi lo strumento giuridico per chiedere l’intervento di un commissario che dia esecuzione coattiva a quel diritto».

Presidente, in conclusione di questa nostra intervista, le lascio lo spazio per un messaggio o una riflessione che ritiene prioritario condividere.
«Vi ringrazio. È un concetto che ripeto spesso e che ho ribadito anche di recente durante una giornata speciale che l’emittente Sky Italia ha dedicato interamente all’inclusione, affrontata a 360 gradi.
La barriera più difficile da abbattere, ed è anche la più subdola, è quella culturale. Personalmente non amo molto il termine “inclusione”, poiché evoca implicitamente l’idea che vi sia qualcuno che sta “dentro” e qualcun altro che sta “fuori”, e che il primo, con un gesto di generosità o superiorità, decida di far entrare il secondo nel proprio mondo. Preferisco parlare di “piena partecipazione” di tutti e tutte, in ogni momento della vita.
Il nostro obiettivo principale come Autorità Garante, specialmente lavorando con le scuole e con le giovani generazioni, è cambiare lo sguardo sociale sulla disabilità. Dobbiamo superare la dinamica pietistica che vede la persona con disabilità come un soggetto “poverino” o “sfortunato” verso cui provare carità. Le persone con disabilità sono persone a tutti gli effetti, con desideri, aspettative e talenti che devono poter realizzare. Ognuno di noi, in fondo, è condizionato da qualche limite nella propria vita.
I giovani non sono affatto indifferenti od ostili come a volte vengono dipinti; hanno solo bisogno di essere sensibilizzati correttamente per comprendere che il proprio compagno di classe con disabilità è prima di tutto un compagno, uno studente e un amico, non un oggetto di commiserazione. Di recente, in un contesto pubblico, ho sentito accostare le persone con disabilità ai “rovi” per distinguerle dalle persone senza disabilità, paragonate alle “rose”. Questo tipo di approccio è culturalmente e civilmente inaccettabile. Siamo, semplicemente e paritariamente, tutte persone».

Grazie mille, Presidente Borgo, a nome del canale Disabili Diritti e Libertà e dei lettori di Superando.it. Ci risentiremo sicuramente in una prossima occasione per monitorare gli sviluppi di questo importante lavoro.
«Grazie a lei per lo spazio e per l’importante opera di informazione».

*Maurizio Borgo è il Presidente dell’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità; Maurizio Cocchi è pedagogista, già presidente di Cooperativa Sociale, attivista per le persone con disabilità e firma di Superando (info@mauriziococchi.net).

La versione video della presente intervista di Maurizio Cocchi a Maurizio Borgo è visibile in YouTube nel canale Disabili Diritti e Libertà, direttamente a questo link.

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La barriera nello sguardo

12 Giugno 2026 - 12:25pm

«Penso che la vera accessibilità – scrive Elena Malagoli – non sia frutto delle leggi, degli obblighi, delle multe, né della compassione o della carità. Penso che possa nascere solo dal riconoscimento, dalla relazione, da una rifondazione dello sguardo. Uno sguardo capace di vedere in ogni persona, in ogni corpo, una possibilità di se stessi. E di tutti noi»

In una località che frequento, è stata effettuata la riqualificazione di uno spazio pubblico che ha purtroppo creato una barriera architettonica dove prima non c’era. Si è messa in moto la macchina amministrativa per risolvere la situazione, e questo è apprezzabile. Ma in tutta questa vicenda ho avuto modo di osservare le reazioni di molte persone, comuni cittadini e cittadine, e questo per me è stato l’aspetto più significativo.
Più volte ho ascoltato amici o conoscenti: chi diceva di apprezzare la nuova sistemazione del luogo, chi la preferiva come era prima, ma praticamente nessuno notava la barriera. Quando la mostravo e spiegavo cosa rappresenta per persone con difficoltà motorie o sensoriali – cioè l’impossibilità di accedere in sicurezza e quindi di fatto l’esclusione – in quel momento se ne accorgevano. «È vero – dicevano sorpresi – non me ne ero accorto, non ci avevo pensato, mi dispiace!». E posso assicurare che nella maggior parte dei casi si trattava di persone sensibili, sinceramente contrarie a qualsiasi forma di discriminazione. Ma, semplicemente, non vedevano, pur guardando.
Eppure, quando mi guardo intorno, io vedo: anziani con il deambulatore o dal passo incerto, mamme con il passeggino, persone con disabilità motoria in carrozzina, qualcuno che si è semplicemente rotto una gamba e temporaneamente usa le stampelle, persone non vedenti o ipovedenti, altre affaticate dal dolore o dalla malattia, e una vasta varietà di corpi per i quali una barriera architettonica può rappresentare un ostacolo.
Sono tanti, non sono una sfortunata eccezione. Sono lì, continuamente davanti ai nostri occhi, nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei nostri posti di lavoro. Potremmo essere noi. E se invecchieremo saremo noi, se ci ammaleremo saremo noi. Eppure riusciamo a immaginare, e quindi a vedere, un mondo esclusivamente a misura di corpi efficienti e autonomi. Anche persone non indifferenti né insensibili, anche persone che quando glielo fai notare sono sinceramente sorprese e dispiaciute.
Perché guardiamo in questo modo? Perché continuiamo a immaginare, a progettare, a vivere il mondo come se la vulnerabilità riguardasse sempre qualcun altro? Come se fosse un’eccezione, un incidente?
Penso che la vera accessibilità non sia frutto delle leggi, degli obblighi, delle multe, né della compassione o della carità. Penso che possa nascere solo dal riconoscimento, dalla relazione, da una rifondazione dello sguardo. Uno sguardo capace di vedere in ogni persona, in ogni corpo, una possibilità di se stessi. E di tutti noi.

*Caregiver familiare, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro “Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie”.

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“Pebalando”: un percorso nel Lodigiano verso l’accessibilità universale

12 Giugno 2026 - 12:08pm

Dall’Abbazia di Abbadia Cerreto (Lodi) all’Abbazia di Viboldone (San Giuliano Milanese), dopo alcune tappe intermedie, con la bicicletta, la sedia a rotelle, l’handbike, o una cargo bike: sarà questo, domani, 13 giugno, “Pebalando”, giornata di sensibilizzazione sull’importanza di eliminare ogni tipo di barriera, nonché sui PEBA, i Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche. E ad ogni tappa un rappresentante dell’Amministrazione Comunale riceverà una mini-rampetta in LEGO Ad ogni tappa di “Pebalando” un rappresentante dell’Amministrazione Comunale riceverà una mini-rampetta in LEGO

Partenza dall’Abbazia di Abbadia Cerreto (Lodi), arrivo all’Abbazia di Viboldone (San Giuliano Milanese), dopo alcune tappe intermedie, con la bicicletta (muscolare o a pedalata assistita), con la sedia a rotelle, con l’handbike, con una cargo bike: sarà questo, domani, 13 giugno, Pebalando, ossia Pedalare per un mondo senza barriere, giornata di sensibilizzazione sull’importanza di eliminare ogni tipo di barriera (architettonica, sensoriale, cognitiva e culturale in generale), nonché dei PEBA, i Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (donde appunto il nome Pebalando, dato all’iniziativa).
«Per il benessere ambientale di tutte e tutti – spiegano dalla Consulta della Disabilità del Comune di Lodi, che ha organizzato l’evento – persone con e senza disabilità e di qualsiasi età, è imprescindibile che i progettisti di oggi e domani acquisiscano consapevolezza di creare ambienti senza barriere. Serve anche che le persone che vivono i luoghi esercitino il loro diritto a un ambiente accessibile. Ecco quindi che una pedalata (e non solo!) nel Lodigiano diventa l’occasione di stimolo e confronto perché tutte e tutti riflettano sulla priorità di un obiettivo comune: l’eliminazione delle barriere. Congiungere dunque due luoghi simbolici dell’accoglienza, come l’Abbazia di Abbadia Cerreto e l’Abbazia di Viboldone, quest’ultima alla ricorrenza dell’850° anniversario dalla sua fondazione, è l’occasione per strutturare un percorso a tappe, dove ogni persona potrà scegliere se percorrerlo tutto o in parte. E ad ogni tappa sarà presente un rappresentante dell’Amministrazione Comunale che riceverà una mini-rampetta in LEGO, come simbolo della tematica trattata». (S.B.)

A questo link è disponibile ogni ulteriore notizia sull’iniziativa. Per altre informazioni: consultadisabilitalodi@gmail.com.

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Campania: importanti quegli stanziamenti, da tradurre in servizi reali, uniformi e dignitosi

12 Giugno 2026 - 11:36am

Nell’accoglieere con favore i recenti stanziamenti decisi dalla propria Regione, destinati tra l’altro all’assistenza all’autonomia e alla comunicazione e al “Dopo di Noi”, la Federazione FISH Campania chiede ora che essi «si traducano rapidamente in servizi reali, uniformi e dignitosi per tutte le persone con disabilità della nostra Regione» La regione Campania ha stanziato tra l’altro 16 milioni di euro destinati all’assistenza all’autonomia e alla comunicazione

«Accogliamo con favore il nuovo pacchetto di interventi varato dalla Giunta Regionale guidata dal presidente Fico che, su proposta dell’assessore alle Politiche Sociali e alla Scuola Andrea Morniroli, ha stanziato ulteriori 23 milioni di euro a favore delle persone con disabilità, ciò che porta l’investimento complessivo delle ultime settimane a quota 73 milioni di euro»: lo si legge in una nota della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), secondo la quale tali risorse «sono vitali, intervenendo su due priorità assolute, che toccano da vicino i bisogni più profondi e quotidiani dei nuclei familiari. Da un lato, infatti, i 16 milioni di euro destinati all’assistenza all’autonomia e alla comunicazione rappresentano un passo fondamentale per garantire il diritto allo studio fin dal primo giorno di scuola, allontanando lo spettro dei cronici ritardi che ogni anno penalizzano gli studenti e le studentesse con disabilità. Dall’altro, i 5 milioni stanziati per il “Dopo di Noi” provano a dare una risposta istituzionale a quell’angoscia profonda e costante che accompagna i genitori sul futuro e sull’autonomia dei propri figli quando loro non potranno più prendersene cura».

«La nostra Federazione – aggiungono ancora dalla FISH Campania – valuta positivamente anche la scelta di introdurre forme di rendicontazione semplificate per i progetti, una misura necessaria per alleggerire quella burocrazia opprimente che troppo spesso sfinisce i caregiver familiari e rallenta l’erogazione diretta dei sostegni ai beneficiari. E tuttavia, la reale efficacia di questi provvedimenti si misurerà esclusivamente sulla concretezza dell’attuazione nei singoli territori, oltre che sugli annunci del bilancio regionale. La vera sfida, infatti, comincia adesso, se è vero che la priorità assoluta resta il superamento delle storiche criticità legate alla reale capacità di spesa degli Ambiti Territoriali, dei Consorzi e delle Aziende, nonché alla necessità di garantire prestazioni omogenee. Non è più tollerabile, riteniamo, che l’esigibilità di un diritto fondamentale dipenda dal Comune di residenza, creando di fatto “famiglie di serie A” e “di serie B”».

«Vigilando con il rigore e l’indipendenza intellettuale di sempre – concludono dalla Federazione campana -, riconfermiamo la nostra totale disponibilità al confronto tecnico e alla collaborazione con le Istituzioni Regionali, affinché questi importanti stanziamenti si traducano rapidamente in servizi reali, uniformi e dignitosi per tutte le persone con disabilità della nostra Regione». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: fishcampania@gmail.com.

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Grandi numeri per il 13° Torneo Internazionale di Basket Unificato sul modello di Special Olympics

11 Giugno 2026 - 6:53pm

Una grande partecipazione caratterizzerà da domani, 12 giugno, a domenica 14, a Treviso, il 13° “Special Olympics International Unified Basketball Tournament”, importante appuntamento internazionale dedicato al basket unificato, che coinvolgerà circa 600 atleti con e senza disabilità intellettiva, insieme a tecnici, volontari e accompagnatori, un grande evento di sport e inclusione che continua a promuovere i valori degli sport unificati di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive Fase di gioco di una delle partite della scorsa edizione dello “Special Olympics International Unified Basketball Tournament”

42 squadre partecipanti, di cui 14 provenienti dall’estero (Belgio, Finlandia, Ungheria, Polonia e Montenegro), 17 arbitri internazionali (da Stati Uniti, Canada, Irlanda, Belgio, Germania, Finlandia, Ungheria e Polonia) e per l’Italia rappresentate le Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Puglia e Sicilia: sono i numeri della tredicesima edizione dello Special Olympics International Unified Basketball Tournament, che da domani, 12 giugno, fino a domenica 14, coinvolgerà a La Ghirada-Città dello Sport di Treviso circa 600 atleti con e senza disabilità intellettiva, insieme a tecnici, volontari e accompagnatori, dando vita a uno degli appuntamenti internazionali più importanti dedicati al basket unificato, un grande evento di sport e inclusione che anno dopo anno, continua a promuovere i valori degli sport unificati di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive.

Cuore della manifestazione organizzata dall’Associazione Sportiva Dilettantistica One Team, in collaborazione con l’altra Associazione Sportiva Dilettantistica Diversport, sarà infatti proprio il modello di sport unificato promosso da Special Olympics, che permette ad atleti con e senza disabilità intellettiva di allenarsi e giocare insieme, nella stessa squadra, condividendo obiettivi, responsabilità ed emozioni. «Un approccio – come è stato sottolineato in varie occasioni – che trasforma il gioco in uno spazio autentico di incontro, amicizia e crescita reciproca».

Anche quest’anno il torneo potrà contare sul patrocinio di Special Olympics Italia, Special Olympics Europe Eurasia, del Comune e della Provincia di Treviso, della Regione Veneto, della FIP Veneto (Federazione Italiana Pallacanestro) e CIA Veneto. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: stampa@specialolympics.it (Giampiero Casale).

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Approda su Rai 1 il progetto di vela accessibile promosso dall’AISM

11 Giugno 2026 - 6:21pm

Domani, 12 giugno, all’interno della rubrica dedicata al turismo accessibile di “Camper”, programma di Rai 1 delle ore 12, andrà in onda un servizio dedicato al progetto di vela accessibile realizzato dall’AISM, insieme alla Lega Navale Italiana di Genova Sestri Ponente, che mostrerà come la pratica della vela possa diventare un’opportunità concreta di inclusione, autonomia e benessere anche per le persone con disabilità gravi L’attrice e scrittrice Antonella Ferrari, “madrina” storica dell’AISM, conduce la rubrica dedicata al turismo accessibile nel programma di Rai 1 “Camper” (foto di Nicola Allegri)

Domani, 12 giugno, all’interno della rubrica dedicata al turismo accessibile di Camper, programma di Rai 1 delle ore 12, andrà in onda un servizio dedicato al progetto di vela accessibile realizzato dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), insieme alla Lega Navale Italiana di Genova Sestri Ponente. Attraverso dunque le testimonianze di Patrizia, persona con sclerosi multipla e di tanti altri e il racconto di una giornata in mare, «il servizio – spiegano dall’AISM – mostrerà come la pratica della vela possa diventare un’opportunità concreta di inclusione, autonomia e benessere anche per le persone con disabilità gravi».
«Da quasi dieci anni – aggiungono dall’Associazione – questo progetto permette infatti a persone con differenti condizioni di disabilità di vivere il mare da protagoniste grazie a imbarcazioni adattate, ausili dedicati e al supporto di istruttori e volontari qualificati. Un’esperienza che va oltre l’attività sportiva e che rappresenta un esempio concreto di turismo e tempo libero accessibili».

A guidare il racconto sarà l’attrice e scrittrice Antonella Ferrari, che conduce la rubrica dedicata al turismo accessibile di Camper, la “madrina” dell’AISM, che vivrà in prima persona l’esperienza della vela accessibile insieme alle persone coinvolte nel progetto.
«Il servizio – concludono dall’AISM – accenderà i riflettori sul valore dell’accessibilità nel turismo e nello sport, dimostrando come, con gli strumenti adeguati e una rete di supporto competente, il mare possa essere davvero un luogo aperto a tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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“Inclusion Job Day”: l’incontro tra domande e offerte di lavoro

11 Giugno 2026 - 5:59pm

Evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità e in generale alle cosiddette “categorie protette”, “Inclusion Job Day”, di cui Superando è stato anche media partner, si “sdoppierà” anche nella seconda edizione di questo 2026, con l’appuntamento di confronti tra aziende e candidati che sarà sia domani, 12 giugno, che il 16 giugno, mentre sempre domani vi sarà anche la consueta tavola rotonda, questa volta sul tema “DE&I – Competenze e inclusione: l’importanza della formazione in azienda”

Evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità e in generale appartenenti alle cosiddette “categorie protette” (come da Legge 68/99), per offrire loro la possibilità di realizzarsi professionalmente, incontrando online aziende di diversi settori merceologici localizzate in tutta Italia, Inclusion Job Day è progettato e organizzato dalla digital agency Hidoly, che ha realizzato l’infrastruttura tecnologica e che fornisce l’assistenza prima, durante e dopo l’evento, e da Cesop HR Consulting Company.
Si tratta di un’iniziativa che come Superando seguiamo sin dagli inizi e che ci ha visti anche impegnati come media partner. Questo 2026 coincide con il settimo anno di attività e anche la seconda edizione dell’evento, così come la prima della primavera scorsa (se ne legga sulle nostre pagine), si sdoppierà in due appuntamenti, a scelta delle aziende, il primo dei quali domani, 12 giugno (ore 11-18), con le aziende stesse che si presenteranno, si confronteranno con i candidati attraverso le chat e organizzeranno i colloqui one-to-one. Nella mattinata del 16 giugno, invece (ore 10.30), la sessione online sarà dedicata esclusivamente ai colloqui, su invito delle aziende.
Resta invece del tutto invariato l’accesso alla piattaforma (a questo link) che per i candidati, va ricordato, è completamente gratuito. La piattaforma è accessibile secondo linee guida WCAG 2.0 ed è disponibile l’interprete LIS durante le presentazioni delle aziende.

Dalle piccole e medie imprese alle multinazionali sono oltre 300 le aziende che hanno partecipato alle varie edizioni dell’Inclusion Job Day. All’appuntamento di domani, 12 giugno, hanno aderito, tra le altre, Acea, Alten Italia, DGS, Enel, Essilor Luxottica, Ferrero, Fineco, Generali Investments Holding, Gruppo Lutech, Infocamere, NTT Data, Poste Italiane, Rina, Serco, Terna e Umana.
Novità di questa edizione sarà la presenza di Il Sole 24 ORE Radiocor del Gruppo Il Sole24Ore come media partner, con la giornalista Simona Rossitto che modererà nella mattinata di domani, 12 giugno, la tradizionale tavola rotonda online Inclusion Job Talk (ore 10-11), centrata sul tema DE&I – Competenze e inclusione: l’importanza della formazione in azienda. Ne parleranno Francesca Di Lella di Iveco Group, Erika Lecce della CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), Carlo Pettenon di BNP Group, Manuela Pioltelli di Umana e Caterina Soldi di Campus Cottino.

Dopo l’appuntamento dei prossimi giorni, l’ultimo dell’anno si avrà il 23 ottobre, ma va ricordato che la piattaforma è sempre attiva e resta a disposizione delle aziende per caricare nuove posizioni a cui gli utenti possono candidarsi. (S.B.)

Per informazioni: segreteria@inclusionjobday.com.

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“Pensiero Imprudente”: e alla fine di fronte c’è sempre il mare!

11 Giugno 2026 - 1:53pm

«Ha senso – scrive Claudio Imprudente – lavorare oggi così tanto per un mondo più inclusivo? Educare le nuove generazioni alla pace e alla valorizzazione dell’alterità, in un mondo dove i “furbi” vengono esaltati, i poveri sono sempre più poveri, e dove il presidente di una grande nazione, che causa delle guerre, viene osannato dal popolo? Per fortuna a salvarci ci sono i nostri limiti, perché alla fine anche uno che vuole predominare sull’altro, si trova sempre di fronte al mare, ovvero a quei limiti di fronte ai quali non si può scappare»

Mi sono imbattuto di recente in due proverbi. Uno è: «Chi ruba un cavallo viene impiccato, chi ruba un regno diventa re»; l’altro è un proverbio turco: «Quando un pagliaccio si trasferisce in un palazzo, non diventa re. Il palazzo si trasforma in un circo». Appena li ho letti, ho pensato che sono proprio attuali e mi sono sentito un po’ frustrato: che senso ha, oggi, lavorare così tanto per un mondo più inclusivo? Educare le nuove generazioni alla pace e alla valorizzazione dell’alterità, in un mondo dove i “furbi” vengono esaltati e i poveri sono sempre più poveri, e dove, se da un lato un boss mafioso viene incarcerato, dall’altro un presidente di una grande nazione, che causa delle guerre, viene osannato dal popolo?

Vasco Rossi diceva con il suo grande successo, Un Senso: «Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha». Vasco ha proprio ragione: bisogna dare un senso a questa storia, ma la Storia con l’esse maiuscola.
Spesso mi alzo alla mattina chiedendomi: tutto questo perché succede? Non parlo di massimi sistemi, ma a livello pedagogico lottare contro questo sistema per una cultura dell’inclusione, della solidarietà, della disabilità come risorsa, in un contesto che giustifica chi prevarica sul più debole, è molto frustrante.
In questi quarant’anni in Italia si stavano creando, bene o male, delle situazioni di accoglienza per persone marginalizzate, ma nel lasso di poco tempo si è tornati indietro ai tempi bui del nazionalismo. Credo che un trucco sia spostare il nostro punto di vista sulla realtà: mentre dico questo mi viene in mente una trasmissione scientifica sull’universo, dove spiegavano che qui sulla Terra, che è una pallina che gira vorticosamente attorno al Sole, molto più piccola rispetto all’universo intero – anzi alla parte di universo che conosciamo – ci siamo noi, piccoli esseri, sempre uno contro l’altro, in conflitto perenne.
Quella trasmissione mi ha dato la vera misura delle cose, delle nostre paure e delle nostre brame di conquista: siamo veramente microscopici rispetto all’universo intero. A volte sarebbe bene spostare il nostro punto di vista, così come l’astronauta Samantha Cristoforetti, che in un’intervista aveva detto: «Io da lassù non vedo confini, i confini sono solo nelle nostre carte geografiche». Questa relatività credo che sia l’unica carta che ci può salvare dalla distruzione dell’umanità.

Quando ragiono in questa ottica, dentro di me canto la canzone di Roberto Vecchioni, Stranamore (Pure questo è amore), che risuona quasi come un mantra: «Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione / E quando fu di fronte al mare si sentì un cog…e / Perché più in là non si poteva conquistare niente / E tanta strada per vedere un sole disperato / E sempre uguale e sempre come quando era partito».
Eh già, è proprio così, uno che vuole predominare sull’altro, alla fine si trova sempre di fronte al mare, che rappresenta i propri limiti e di fronte a essi non si può scappare.
Tutte queste riflessioni, in questo periodo, fanno parte di me, mi tengono sveglio e attivo. Ovviamente di risposte non ce ne sono, anzi se avete delle risposte mi piacerebbe che le condivideste con me. Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di sant’Antonio», con il titolo “Voglio dare un senso a questa storia” e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Dalla fine del 2022 Claudio Imprudente è divenuto una firma regolare del nostro giornale, con questa suo spazio fisso che abbiamo concordato assieme di chiamare Pensiero Imprudente, grazie alla quale sta impreziosendo le nostre pagine, condividendo con Lettori e Lettrici il proprio sguardo sull’attualità.
Persona già assai nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana).
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 Maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.

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Torna nelle acque di Boccadasse “Il mare da toccare”

11 Giugno 2026 - 1:25pm

Numerosi subacquei con disabilità visiva, insieme alle guide esperte di HSA Italia, potranno ancora una volta vivere l’esperienza di immersioni guidate nelle acque del mare di Boccadasse, presso Genova, in un’atmosfera di amicizia e scoperta: accadrà il 13 giugno, con la seconda edizione dell’iniziativa “Il mare da toccare”, evento a partecipazione gratuita organizzato da HSA Genova, con il supporto dell’Associazione Mondo Fondo Diving, del Nucleo Carabinieri Subacquei Genova e dell’UICI del capoluogo ligure Partecipanti alla prima edizione dello scorso anno del “Mare da toccare”

Dopo l’esito quanto mai felice dell’edizione di esordio, nell’agosto dello scorso anno, di cui avevamo riferito anche sulle nostre pagine, sta per tornare nel mare di Boccadasse, presso Genova, una nuova edizione del Mare da toccare, evento a partecipazione gratuita organizzato da HSA Genova, componente ligure di HSA Italia, l’Associazione Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, con il supporto degli istruttori e guide HSA dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Mondo Fondo Diving, del Nucleo Carabinieri Subacquei Genova e dell’UICI del capoluogo ligure (Unione dei Ciechi e degli Ipovedenti), avvalendosi inoltre del patrocinio del Comune di Genova.
Accadrà nel pomeriggio del 13 giugno (presso Diving Mondo Fondo, Piazzale Kennedy, 1, nuovo Water Front di Genova, ore 14), consentendo a numerosi subacquei con disabilità visiva, insieme alle guide esperte di HSA Italia, di vivere l’esperienza di immersioni guidate al largo della spiaggia iconica di Genova, in un’atmosfera di amicizia e scoperta.

«Siamo molto felici di ritornare a Genova con Il Mare da toccare – dichiara Giosuè Sannino, responsabile di HSA Genova -. La prima edizione dello scorso anno ha visto la partecipazione di una ventina di subacquei con disabilità visiva e al momento, per la prova del 13 giugno, vi sono già 30 iscritti. Tutto questo ci dà entusiasmo nel costruire sempre più prove subacquee. Sott’acqua, infatti, chi non vede esplora le bellezze della flora e della fauna del mondo sommerso con il tocco delle mani, dove passano le correnti profonde del pensiero, i ricordi, la dimensione delle cose. Avvolti dal mare, i subacquei non vedenti condividono intense emozioni con i compagni di immersioni. La gravità si attenua, ci si muove liberamente. Tanta gioia e meraviglia per un’esperienza unica, di amicizia e di valore, in cui le barriere si annullano, le limitazioni si alleggeriscono, aumentano la fiducia in sé, l’autonomia e un benessere che aiuta anche il vivere quotidiano». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: info@patriziadesantopr.it (Patrizia De Santo); info@hsaitalia.it.

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In bici per la Fondazione Roberto Sisto per Vitalba

11 Giugno 2026 - 12:45pm

Undici atleti, tra cui alcuni noti handbikers con disabilità, partiranno domani, 12 giugno, da Napoli, per arrivare a Pontinia (Latina), ripartendo sabato 13 verso Formello (Roma), dopo avere percorso in totale 300 chilometri: sarà questo l’iniziativa “In bici per la Fondazione Roberto Sisto per Vitalba” il cui scopo è raccogliere fondi per la realizzazione di una casa famiglia rivolta a persone con disabilità, oltre a portare un messaggio di riscatto attraverso le storie dei protagonisti

Undici atleti, tra i quali Leonardo Melle, Lola Delnevo e Pietro Trozzi, handbikers con disabilità di fama non solo nazionale, partiranno domani, 12 giugno, da Piazza del Plebiscito a Napoli, per arrivare a Pontinia (Latina), ripartendo sabato 13 verso Formello (Roma), dopo avere percorso in totale 300 chilometri: sarà questo l’iniziativa denominata Viaggio in bici Napoli-Pontinia-Formello per la Fondazione Roberto Sisto per Vitalba il cui scopo è raccogliere fondi per la realizzazione di una casa famiglia rivolta a persone con disabilità, oltre a portare un messaggio di riscatto attraverso le storie dei protagonisti.
Nata grazie all’iniziativa dell’Associazione Vitalba di Riano (Roma), che unisce famiglie di persone con disabilità della zona nord di Roma e dedicata alla memoria di Roberto Sisto, indimenticato presidente dell’Associazione stessa, la Fondazione Roberto Sisto per Vitalba punta a garantire un futuro sereno e dignitoso a persone con disabilità che, con il tempo, potrebbero trovarsi senza un sostegno familiare. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: presidente@fondazionerspv.it.

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Accessibilità, partecipazione e impegno sociale: il Service-Learning come paradigma di inclusione

11 Giugno 2026 - 12:19pm

La presentazione di un libro parlato ad alta accessibilità realizzato dagli alunni di una classe della scuola secondaria di primo grado Borgoncini Duca di Roma, in collaborazione con l’UICI, è stata anche un’occasione per riflettere sul valore dell’accessibilità come diritto e sull’importanza di costruire contesti educativi nei quali la collaborazione tra diversi soggetti possa generare risposte concrete ai bisogni della comunità La realizzazione grafica elaborata per la presentazione di fine maggio del libro parlato all’Università LUMSA di Roma

Accessibilità, partecipazione e impegno sociale: se n’è parlato a Roma il 28 maggio scorso, presso l’Università LUMSA, in occasione dell’evento denominato Il Service-Learning: paradigma di inclusione nella scuola, per la presentazione del libro parlato ad alta accessibilità Dialoghi “Etterni”. Pensieri accessibili ispirati all’Inferno dantesco, realizzato dagli alunni della 2^B della scuola secondaria di primo grado Borgoncini Duca di Roma, in collaborazione con l’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).
Nato come proposta didattica ed educativa per promuovere attenzione e responsabilità verso l’accessibilità e l’inclusione, il libro è stato pensato, in particolar modo, per favorire l’accesso alla lettura delle persone con disabilità visiva e/o non verbali, grazie agli adattamenti dei testi in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) e all’audioregistrazione.

Dialoghi “Etterni” si inserisce in un più ampio quadro di iniziative dell’Istituto Comprensivo Borgoncini Duca dedicate all’educazione alla cittadinanza, con particolare attenzione ai temi dell’inclusione e dell’accessibilità, promosse attraverso metodologie di apprendimento attivo e la collaborazione con le realtà del territorio.
Il Service-Learning è una metodologia educativa che integra gli obiettivi di apprendimento con la realizzazione di un servizio concreto rivolto alla comunità. Attraverso l’individuazione di bisogni reali e la progettazione di risposte efficaci, gli studenti e le studentesse diventano protagonisti di percorsi che promuovono non solo le competenze disciplinari, ma anche il senso di responsabilità, la partecipazione civica e la capacità di collaborare per il bene comune. In questa prospettiva, il libro parlato costituisce un esempio significativo di come la scuola possa contribuire alla costruzione di una società più inclusiva, trasformando l’apprendimento in un’opportunità di crescita personale e di impegno sociale.

L’evento di fine maggio ha riunito rappresentanti del mondo accademico, scolastico, istituzionale e associativo, dando vita a una riflessione condivisa sul valore dell’inclusione e sull’importanza di promuovere percorsi educativi capaci di generare un impatto positivo sul territorio.
Hanno aperto i lavori Caterina Fiorilli, direttrice del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Lumsa; Maria Cinque, direttrice della Scuola di Alta Formazione EIS (Educare all’Incontro e alla Solidarietà) e docente ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale sempre nell’Ateneo ospitante; Irene Culcasi, ricercatrice della LUMSA e membro del Direttivo dell’UNiSL (Associazione Universitaria Italiana per il Service-Learning); Simone Consegnati, ricercatore dell’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa).
I loro interventi hanno richiamato l’attenzione sul ruolo che il Service-Learning può svolgere nel collegare formazione e responsabilità sociale, evidenziando il contributo di tali esperienze alla crescita culturale e civile degli studenti.

Sono quindi intervenute le docenti del Borgoncini Duca Chiara Serva e chi scrive [Laura Bonsi, N.d.R.], per illustrare l’impianto didattico complessivo e gli obiettivi formativi ed educativi del percorso, evidenziando l’integrazione tra attività disciplinari, pratiche laboratoriali e sviluppo di competenze di cittadinanza attiva.
Hanno inoltre partecipato ai lavori Vincenzo Massa, dirigente nazionale dell’UICI e coordinatore del Centro Nazionale del Libro Parlato Francesco Fratta, insieme a Francesca Ferraro e Carmelo Di Gesaro, che hanno riferito la fase tecnico-operativa delle registrazioni; Fabrizio Corradi, psicotecnologo, esperto in tecnologie assistive, CAA e intelligenza artificiale, coordinatore nazionale del Comitato Scientifico di ISAAC Italy, oltreché direttore del Master in Comunicazione Aumentativa e Alternativa e Tecnologie Assistive alla LUMSA (Roma e Palermo); Elisa Maria Stufani, docente a contratto della LUMSA, logopedista, pedagogista, esperta in CAA, membro del Comitato Scientifico di ISAAC Italy, nonché, come Corradi, docente del Master in Comunicazione Aumentativa e Alternativa e Tecnologie Assistive alla LUMSA (Roma).
L’accento è stato posto sull’importanza di rendere la cultura e la lettura accessibili a tutte le persone, valorizzando strumenti e linguaggi in grado di abbattere le barriere che ancora limitano la piena partecipazione alla vita culturale e sociale.

Particolarmente applaudito è stato il messaggio di apprezzamento e di incoraggiamento a proseguire con questo tipo di iniziative pervenuto in sala dall’avvocato Salvatore Nocera, presidente emerito del MAC (Movimento Apostolico Ciechi).
Sono quindi passati per il tavolo dei relatori anche Chiara Iannarelli, consigliera della Regione Lazio e vicepresidente della Commissione Scuola nella Regione stessa; Arianna Ugolini, assessora alle Politiche Educative e Scolastiche del Municipio XIII di Roma; Alessia Vagliviello, referente regionale per il Service-Learning presso l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, oltreché referente per la prevenzione e il contrasto al bullismo, per la rappresentanza studentesca e per l’orientamento; Caterina Spezzano, dirigente tecnico nel Dipartimento per il Sistema Educativo di Istruzione e formazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito, referente nazionale in quest’ultimo per il Service-Learning.
I rappresentanti istituzionali intervenuti hanno ribadito il valore del Service-Learning come approccio metodologico capace di coniugare apprendimento, inclusione e cittadinanza attiva e di modellare reti virtuose di collaborazione tra scuola, università e territorio.

In conclusione, quindi, va detto che la presentazione del libro parlato ha rappresentato non soltanto il momento finale di un percorso didattico, ma anche un’occasione per riflettere sul valore dell’accessibilità come diritto e sull’importanza di costruire contesti educativi nei quali la collaborazione tra diversi soggetti possa generare risposte concrete ai bisogni della comunità. Un’esperienza che dimostra come l’incontro tra apprendimento e servizio possa tradursi in un’opportunità di crescita per tutti i protagonisti coinvolti e in un contributo concreto alla diffusione di una nuova cultura dell’inclusione.

*Docente di sostegno e referente d’Istituto per il Service-Learning nell’Istituto Comprensivo Borgoncini Duca di Roma (laura.bonsi@docenti.scuola365.com).

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Teatro che mette al centro le persone autistiche e il loro diritto a partecipare alla vita culturale e sociale della comunità

10 Giugno 2026 - 6:23pm

Lo spettacolo teatrale “Amica Ombra”, andato in scena a Cagliari, è stato il passaggio conclusivo del progetto “SDIT” (acronimo inglese che sta per “Autodeterminazione e inclusione attraverso il teatro”), a cura dell’Associazione Diversamente, in collaborazione con la compagnia Il Crogiuolo. «L’esito finale – sottolineano da Diversamente – di un percorso che mette al centro le persone autistiche, le loro capacità, i loro desideri e il loro diritto a partecipare pienamente alla vita culturale e sociale della comunità»

Nel pomeriggio dell’8 giugno scorso, presso Casa Saddi a Cagliari, è andato in scena Amica Ombra, inserito all’interno della rassegna di teatro per famiglie E-stiamo al Parco, spettacolo conclusivo del progetto SDIT (Self Determination and Inclusion by Theatre, “Autodeterminazione e inclusione attraverso il teatro”), promosso dall’Associazione sarda Diversamente, in collaborazione con la compagnia Il Crogiuolo.
«Lo spettacolo – spiegano da Diversamente – rappresenta l’esito finale di un percorso che mette al centro le persone autistiche, le loro capacità, i loro desideri e il loro diritto a partecipare pienamente alla vita culturale e sociale della comunità. SDIT è nato come progetto europeo dalla collaborazione tra organizzazioni di diversi Paesi e che vede la nostra Associazione tra i partner internazionali. L’iniziativa si fonda sulla convinzione che il teatro possa rappresentare uno straordinario strumento di autodeterminazione, crescita personale, partecipazione e inclusione sociale».

Nel corso degli anni, dunque, il laboratorio ha coinvolto persone autistiche nei diversi ruoli del fare teatrale, non soltanto come attori, ma anche come autori, collaboratori, tecnici e protagonisti attivi di un processo creativo condiviso. Il tutto con l’obiettivo di non realizzare semplicemente uno spettacolo, ma anche per creare opportunità concrete di espressione, relazione, apprendimento e cittadinanza.
Grazie inoltre a una consolidata collaborazione con la compagnia del Crogiuolo e all’accoglienza di Casa Saddi, SDIT è diventato negli anni uno spazio stabile nel quale le persone nello spettro autistico possono sperimentarsi, sviluppare competenze, costruire relazioni significative e trovare un luogo nel quale sentirsi riconosciute e valorizzate.

Per quanto riguarda lo specifico dello spettacolo Amica Ombra, esso affronta con delicatezza temi profondi e universali come il ricordo, l’assenza, il cambiamento e la permanenza dei legami affettivi. E attraverso il linguaggio teatrale, le persone che vi hanno partecipato hanno potuto dare voce a emozioni, pensieri ed esperienze appartenenti a tutti, trasformandoli in una narrazione collettiva capace di coinvolgere e far riflettere il pubblico.
«Da diversi anni – sottolinea Pierangelo Cappai, presidente di Diversamente – il teatro rappresenta per le persone che fanno riferimento alla nostra Associazione un’importante opportunità di crescita personale e sociale. Il progetto SDIT ci ha insegnato infatti che l’inclusione non consiste nel creare spazi separati, ma nel costruire contesti nei quali ogni persona possa partecipare, esprimersi e contribuire con le proprie caratteristiche. Il teatro diventa così un luogo di incontro autentico, nel quale le differenze non vengono nascoste ma riconosciute come una ricchezza per tutta la comunità».

Come accennato da Cappai, l’esperienza di SDIT si inserisce all’interno di un più ampio lavoro che Diversamente conduce ormai da anni sul Progetto di Vita delle persone autistiche. Attraverso attività culturali, formative, sportive, educative e di partecipazione sociale, l’Associazione promuove infatti percorsi orientati all’autonomia, all’autodeterminazione e alla piena cittadinanza, «nella convinzione – come viene detto – che ogni persona debba avere la possibilità di costruire il proprio futuro e trovare il proprio posto nella comunità».
Per quanto riguarda il percorso 2025-2026, esso è stato condotto da Marta Gessa e Antonella Perrone, con la supervisione di Rita Atzeri e anche con il fondamentale contributo dei volontari del Servizio Civile Universale Karola Cappai e Lorenzo Garau, insieme agli operatori, ad altri volontari e alle famiglie che hanno accompagnato i ragazzi lungo tutto il percorso. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: segreteria.diversamenteodv@gmail.com.

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Formazione gratuita sull’intelligenza artificiale: un bando aperto in particolare anche a persone giovani con disabilità

10 Giugno 2026 - 5:36pm

550 posti per giovani non inseriti in percorsi di studio, formazione o lavoro e per 300 donne tra i 20 e i 25 anni in condizioni di disoccupazione, inoccupazione o fragilità occupazionale, con particolare attenzione riservata anche alle persone con disabilità: è l’opportunità che arriva da un progetto formativo gratuiti sull’intelligenza artificiale, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ha come capofila ANIS Regione Puglia, in partenariato con varie organizzazioni, tra cui alcune impegnate proprio sul fronte della disabilità

Sono aperte le candidature per partecipare ai percorsi formativi gratuiti del progetto denominato NEET and WOMEN inside A.I. – Formazione, Inclusione e Innovazione, iniziativa finanziata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’àmbito dell’Avviso n. 3/2024 (finanziamento di progetti di rilevanza nazionale dedicati all’intelligenza artificiale, ai sensi dell’articolo 72 del Decreto Legislativo 117/17) e promossa da ANIS Regione Puglia (Associazione Nazionale di Inclusione Sociale) in qualità di capofila.
Il bando mette a disposizione 550 posti destinati a giovani NEET tra i 15 e i 29 anni, persone cioè non inserite in percorsi di studio, formazione o lavoro, e a 300 donne tra i 20 e i 25 anni in condizioni di disoccupazione, inoccupazione o fragilità occupazionale. Particolare attenzione sarà riservata alle persone con disabilità, ai soggetti provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati e a chi si trova in situazioni di rischio di esclusione sociale.

L’iniziativa nasce per offrire opportunità concrete di crescita personale e professionale attraverso l’acquisizione di competenze sempre più richieste nel mercato del lavoro. I partecipanti potranno scegliere uno o più percorsi formativi dedicati all’intelligenza artificiale, ai media digitali, all’analisi dei dati, alla creatività, all’innovazione e all’imprenditorialità, approfondendo anche temi legati all’uso consapevole delle tecnologie, alla privacy e ai nuovi modelli organizzativi del lavoro.
Le attività saranno completamente gratuite e si svolgeranno in presenza, online e in modalità mista, con il coinvolgimento di professionisti del settore, esperti di innovazione digitale e formatori specializzati. Accanto alle lezioni sono previsti laboratori pratici, percorsi di mentoring, attività collaborative, contest e hackathon (maratone di progettazione collaborativa e problem-solving intensivo), pensati per accompagnare i partecipanti nello sviluppo di competenze immediatamente spendibili nei contesti professionali e sociali.
Le domande di partecipazione dovranno essere inviate entro le ore 23.59 del 6 luglio prossimo a mezzo mail all’indirizzo neetandwomen.inside.ai@gmail.com. Ai/alle partecipanti che frequenteranno almeno il 70% delle attività previste verrà  rilasciato un attestato finale di partecipazione.

Il progetto NEET and WOMEN inside A.I. – Formazione, Inclusione e Innovazione, come accennato, è promosso da ANIS Regione Puglia APS in qualità di capofila e realizzato in partenariato con le Associazioni Oltre le Mura, Crescere Insieme, Atlantis 27, FAIP (Federazione Associazioni Italiane delle Persone con Lesione al Midollo Spinale), FIADDA (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie), FIADDA Roma (Associazione per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie), FISH Calabria (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), FISH Friuli Venezia Giulia, Fondazione Messina Ente Filantropico, Terni Digital. (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: oliviero.ciro.rn@gmail.com (Ciro Oliviero).
Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Albinismo e dintorni

10 Giugno 2026 - 4:54pm

«L’esperienza del limite può rappresentare una potenzialità di crescita per l’intero sistema familiare, ma soltanto nella misura in cui si sarà disposti ad accogliere le “sfide” che la vita implica per tutti, andando oltre le apparenze e le fittizie perfezioni ostentate sui social e nei mass media»: così Laura Bonanni, in questo approfondimento curato in vista della Giornata Internazionale dell’Albinismo del 13 giugno, parlando di quest’ultima condizione, ma anche di molte altre Una giovane con albinismo

«Ciascuno di noi ha punti di forza e di debolezza risultato di almeno tre fattori che interagiscono in modo complesso e spesso imprevedibile: il primo è dato dalle nostre caratteristiche individuali, ciascuno infatti ha un proprio corredo genetico anche di tipo psicologico; il secondo fattore è dato dalle circostanze di vita; il terzo fattore, l’unico per il quale gli psicologi possono dire costruttivamente la loro, è dato dall’ambiente psicosociale di origine… rete complessa di influenze e di messaggi che il bambino riceve dalle persone che lo allevano (genitori, parenti, insegnanti, idoli televisivi e simili)» (da Michele Novellino, La sindrome dell’uomo mascherato. Come sfatare il mito dell’uomo forte e insensibile, Milano, FrancoAngeli, 2003, ristampa del 2011). 

Tra alcuni giorni, il 13 giugno, si celebrerà la Giornata Internazionale dell’Albinismo, introdotta il 18 dicembre 2014 dalla Risoluzione 69/170 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per difendere i diritti delle persone che convivono con questa condizione, sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere l’inclusione sociale.
Voglio introdurre alcune mie riflessioni proprio in occasione di questa giornata, partendo da una citazione tratta da un saggio del dottor Michele Novellino, psichiatra e analista transazionale, perché ritengo importante guardare al di là dell’albinismo in sé, al di là dei limiti specifici che questa condizione comporta, vedendola contemporaneamente “unica” e “simile” a tante altre disabilità/diversità. Infatti, se lo sguardo si sposta dal contenuto (peculiarità dell’albinismo) al processo (modo in cui si vive questa o altre condizioni), ci saranno più opportunità di allargare gli orizzonti e uscire da rischiosi atteggiamenti vittimistici, di impotenza, di ripiegamento su se stessi, di autoreferenzialità.

Cos’è dunque l’albinismo? È una condizione genetica di carattere ereditario, non degenerativa, che consiste nella ridotta o mancata produzione di melanina, il pigmento che colora capelli, pelle e occhi. Quest’ultimo svolge un importante ruolo nello sviluppo del nervo ottico e sulla retina, ed è per questo che le persone albine presentano marcati problemi di vista.
Ricordo che tutte le persone albine sono ipovedenti a prescindere dai difetti di rifrazione specifici (miopia, ipermetropia, astigmatismo) che possono presentare. L’ipovisione, cioè il vedere poco, è causata, lo ripeto, dalla mancanza di melanina nell’occhio che ne impedisce il normale sviluppo.
Una peculiarità dell’albinismo è il nistagmo, movimento oscillatorio ritmico e involontario degli occhi. Questa condizione rende faticoso mantenere fisso lo sguardo e spesso riduce le capacità visive.
Riprendo ora dalla citazione iniziale del dottor Novellino: «Ciascuno di noi ha punti di forza e punti di debolezza…», quindi ciascun essere umano presenta dei limiti, visibili oggettivamente, o poco visibili, da parte di un osservatore esterno, questo vale per tutti! Ma sono il nostro corredo genetico, così come quello psicologico, le circostanze di vita, l’ambiente psicosociale di origine, con tutti i suoi messaggi derivanti dalle relazioni, a fare la differenza sul modo in cui si affronterà, si gestirà e si vivrà un limite.
Tutto ciò che è visibile ci rende, per certi aspetti, più soggetti al giudizio, alla critica, alle considerazioni dell’altro. Ed è chiaro: perché quello che si discosta dal consueto, dall’abituale, dal “noto”, fa più “figura” rispetto ad uno sfondo, quindi spicca e “cattura” l’attenzione altrui.
Il timore del giudizio, la paura di fare una “brutta figura”, lo sforzarsi di essere all’altezza delle presunte aspettative, in noi riposte, il desiderio di sentirci parte di una realtà relazionale, sono esperienze più o meno comuni a tutti gli esseri umani (con o senza disabilità che siano) e in certe fasi della vita (come l’adolescenza, ad esempio) sono vissute con più forza e necessità.
Anche quando siamo più stanchi e stressati, depressi e demoralizzati, tali stati d’animo tendono a riaffacciarsi, bloccandoci e impedendoci di sentirci “adeguati” alle varie situazioni sociali, più vulnerabili alle “critiche” e al giudizio altrui.
I valori e le credenze della famiglia in cui siamo cresciuti (introietti genitoriali), il modo di concepire la vita, il tipo di educazione che abbiamo avuto, esercitano una notevole influenza sull’idea che ci costruiamo di noi stessi e di noi in rapporto agli altri, di noi in rapporto alle esperienze di vita. In alcune famiglie, ad esempio, l’idea di “vincente” è fortemente veicolata e condizionata, da una visione (erronea) di “perfezione” (chiaramente illusoria perché la perfezione non esiste). Quindi potrebbe accadere che fin da piccoli i bambini ricevano messaggi, verbali e non, del tipo «sii perfetto», «non essere te stesso», «compiaci» (cioè, cerca di piacere agli altri, mettiti nelle condizioni di “essere gradito”), «sforzati» (cerca in tutti i modi, di farcela da solo), «non sentire» (ad esempio il dolore, il dispiacere, per una propria diversità), «non esistere» (non va proprio bene che tu sia così, quindi è meglio che tu “non ti faccia vedere”).
Una volta divenuti adulti tenderemo a comportarci, più o meno consapevolmente, risentendo dell’influenza di alcuni di questi messaggi che, pur non così chiari in noi, tuttavia potranno palesarsi mediante comportamenti visibili e osservabili, come ad esempio l’evitare situazioni sociali di vario tipo: mangiare con gli altri in locali pubblici, andare a feste, fare attività sportive ecc., avere una sproporzionata paura di stabilire delle relazioni di intimità affettiva, evitare di investire energie in lavori o attività che richiedono una certa dose di competitività sana (ad esempio nel campo dello studio e del lavoro).
Non serve, o comunque è di scarsa utilità, dire a una persona che mette in atto dei comportamenti di evitamento (o delle strategie articolate di evitamento), che deve sforzarsi, che è come gli altri, che ha il diritto di fare quello che desidera, che “al mondo c’è posto per tutti”. Non serve perché il livello comportamentale è solo la punta dell’iceberg, la manifestazione di un problema. Sotto tale livello, infatti, ne esiste uno di tipo cognitivo che è facilmente rintracciabile, parlando con la persona e che consiste nel cosa la persona stessa si dice dentro di sé, per bloccarsi o impedirsi dal mettere in atto alcune tipologie di comportamento diverse dalle abituali, divenute automatiche. Quali sono, insomma, le sue convinzioni rispetto a sé, agli altri ed alla vita.

Tuttavia, spesso, il discorso non è così “semplice” né semplicistico perché le nostre abitudini erronee, i nostri comportamenti di “fuga dal campo”, hanno radici antiche, così antiche e radicate in noi da portarci a dire che “siamo fatti così”, che siamo così da sempre!
A questo punto il discorso si arricchisce di un ulteriore livello: quello emotivo, più profondo e antico, che ci porta a pensare ad un’età in cui le competenze linguistiche ancora non erano state acquisite (prima dei 2 anni). Il fatto che esista un tale livello “in azione”, è dato dalla sperimentazione di uno strano senso di imbarazzo, magari non congruente a quella specifica situazione, oppure da un immotivato senso di colpa, una sottile ma costante inspiegabile paura, inadeguatezza e così via.
I sentimenti, le emozioni sproporzionate e/o inadeguate, sono il “vero campanello di allarme”, la “spia luminosa”, che ci segnalano che qualcosa non sta proprio andando per il verso giusto!
Nel caso in cui un bambino nasca con un chiaro ed evidente limite fisico (come ad esempio può essere quello visivo), la famiglia si trova inevitabilmente a doversi confrontare con una diversità e quindi con tutte le conseguenze che questa comporta, sia a livello organizzativo/gestionale, che a livello di vissuti interiori, cioè concernenti le proprie aspettative, fantasie, convinzioni, che rappresentano retaggi educativi interiorizzati.
La gestione pratica del problema, però, può (anche se non sempre) essere affrontata e gestita con una certa dose di pragmaticità. La questione, invece, si fa più complessa quando bisogna fare i conti con il proprio mondo interiore e con i messaggi di esso. Così, il figlio ipovedente, bianco di pelle e di capelli (nel caso specifico dell’albinismo) può attivare o riattivare, anche inconsapevolmente, nel genitore, tracce di quei messaggi verbali e non, di cui parlavo prima. Tali messaggi condizionano la possibilità di stabilire un autentico rapporto con il nuovo piccolo membro della famiglia e contemporaneamente rischiano di compromettere la messa in atto di strategie funzionali per la realizzazione di una vita costruttiva e direi vincente. Il figlio, infatti, pur se portatore di una disabilità, ha comunque delle sue risorse e capacità che vanno conosciute (o riconosciute) e potenziate.

L’esperienza del limite può veramente rappresentare una potenzialità di crescita per l’intero sistema familiare nella misura in cui si è disposti a mettere in discussione una serie di proprie convinzioni – a volte distorte e autolimitanti – frutto di pregiudizi e residuali fantasie infantili. Ma tutto ciò sarà possibile soltanto nella misura in cui si sarà disposti ad accogliere le “sfide” che la vita implica per tutti, andando oltre le apparenze e le fittizie perfezioni ostentate sui social e nei mass media.

*Psicologa psicoterapeuta analitico transazionale (bonsailaur@gmail.com).

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“Il figlio più bello”: lo scorrere della vita con un figlio con autismo

10 Giugno 2026 - 2:04pm

Voluta grazie a una collaborazione tra Cinemazero di Pordenone e la locale Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro, vi sarà il 12 giugno presso la città friulana, una bella iniziativa basata sulla proiezione del film documentario “Il figlio più bello” di Gianni Piperno e Stefano Rulli, presenti entrambi all’evento

Voluta grazie a una collaborazione tra Cinemazero di Pordenone e la locale Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro, vi sarà il 12 giugno presso lo stesso Cinemazero della città friulana (ore 21) una bella iniziativa basata sulla proiezione del film documentario Il figlio più bello di Gianni Piperno e Stefano Rulli, presenti entrambi all’evento.
Tale opera, di cui abbiamo già avuto tra l’altro occasione di occuparci sulle nostre pagine, «pone al centro la genitorialità – come sottolineano dalla Fondazione Bambini e Autismo per il Futuro -, ovvero come si affronta lo scorrere della vita con un figlio con autismo. Nel film documentario, infatti, che alterna immagini del presente e del passato si racconta la vita di Stefano Rulli, noto autore cinematografico che ha lavorato a molte sceneggiature televisive e a film diretti da Marco Risi, Daniele Lucchetti, Gianni Amelio, Michele Placido e di Clara Sereni, scrittrice, nonché del loro figlio Matteo oggi quarantenne persona con autismo. Dopo una vita complicata, che le famiglie che si trovano in una situazione simile conoscono, la prospettiva di un viaggio dall’altra parte del mondo, in Vietnam, di Matteo ormai adulto con il suo operatore, pongono in Rulli la questione della genitorialità ovvero il lasciare andare per la propria strada “il figlio più bello”».
«Dal punto di vista della narrazione cinematografica – aggiungono dalla Fondazione pordenonese – si apprezza sicuramente la discrezione con cui la regia segue la storia e si rimane quindi attratti dalla quotidianità sempre complicata che il film con onestà propone. La visione del film e il confronto con gli Autori potranno altresì costituire può essere un’ottima occasione di arricchimento culturale per chi in qualche modo, a cominciare dai familiari, sia coinvolto o sarà coinvolto con l’avanzare dell’età in situazioni simili». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: relazioniesterne@bambinieautismo.org.

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Classi differenziate? Un ritorno al passato che dovrebbe farci vergognare

10 Giugno 2026 - 1:21pm

«Chi propone classi differenziate – scrive Daniela Mignogna – dovrebbe avere il coraggio di chiamarle con il loro vero nome: un ritorno al passato. Un passato che l’Italia aveva avuto la lungimiranza di superare e che oggi qualcuno sembra voler riportare in vita. Non per migliorare la scuola, ma per nascondere sotto il tappeto i problemi che non si è stati capaci di risolvere. Ma la scuola del futuro non si costruisce separando, bensì investendo, sostenendo e includendo. Tutto il resto è nostalgia di un modello che appartiene a un’epoca che non dovrebbe tornare» Bimbi di una classe differenziale del 1957

Ogni tanto qualcuno rispolvera una vecchia idea e la presenta come una soluzione innovativa. È il caso della proposta di creare classi separate per gli studenti e le studentesse con disabilità. Un’idea che, dietro parole apparentemente rassicuranti, nasconde una realtà molto semplice: la segregazione.
C’è chi sostiene che dividere gli alunni possa migliorare l’apprendimento. Ma la domanda è un’altra: davvero nel 2026 pensiamo che la risposta alle difficoltà della scuola sia allontanare chi ha più bisogno di supporto? Davvero vogliamo tornare alla logica delle classi differenziali, quelle che per anni hanno isolato migliaia di bambini e ragazzi considerati “diversi”?

Le classi differenziali non furono superate per un capriccio ideologico. Furono abolite perché rappresentavano un fallimento educativo e umano. Separavano, etichettavano e condannavano molti studenti a sentirsi “cittadini di serie B”. Oggi riproporre modelli simili significa ignorare decenni di progresso culturale e civile.
Il problema non sono gli studenti con disabilità. Il problema è una scuola che troppo spesso riceve investimenti sufficienti, ha classi sovraffollate, insegnanti di sostegno precari e risorse limitate. Ma invece di affrontare queste criticità, qualcuno preferisce indicare come soluzione la separazione dei più fragili. È una scorciatoia comoda, ma profondamente sbagliata.

Una società democratica si misura da come tratta chi ha più bisogno di essere tutelato. Se la risposta è creare spazi separati, il messaggio che passa è chiaro: invece di rendere la scuola più inclusiva, si chiede agli studenti più vulnerabili di farsi da parte.
L’inclusione non è un favore concesso a qualcuno. È un diritto. Ed è anche un’opportunità per tutti gli altri studenti, che imparano a confrontarsi con la diversità, a costruire relazioni e a vivere in una società reale, fatta di persone diverse tra loro.
Chi propone classi differenziate dovrebbe avere il coraggio di chiamarle con il loro vero nome: un ritorno al passato. Un passato che l’Italia aveva avuto la lungimiranza di superare e che oggi qualcuno sembra voler riportare in vita. Non per migliorare la scuola, ma per nascondere sotto il tappeto i problemi che non si è stati capaci di risolvere.
La scuola del futuro non si costruisce separando. Si costruisce investendo, sostenendo e includendo. Tutto il resto è nostalgia di un modello che appartiene a un’epoca che non dovrebbe tornare.

*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).

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Organizzazioni di persone con disabilità e della società civile: fondamentale il loro ruolo per la difesa dei diritti

10 Giugno 2026 - 1:03pm

«Governi, donatori e istituzioni in genere devono garantire che le persone con disabilità e le loro organizzazioni rappresentative dispongano dello spazio, delle risorse e dell’influenza necessari per partecipare pienamente»: lo si è detto a New York, nel corso di un evento collaterale alla 19^ Conferenza degli Stati Parti per la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con  Disabilità, a 20 anni dall’adozione di quest’ultima, incontro organizzato dall’Unione Europea e dal Forum Europeo sulla Disabilità Partecipanti all’incontro promosso presso il Palazzo delle Nazioni Unite dall’Unione Europea e dall’EDF

Un incontro che a vent’anni dall’adozione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, è servito a chiarire con evidenza come il ruolo delle organizzazioni di persone con disabilità e della società civile rimanga fondamentale per promuovere un reale cambiamento: questo è stato l’evento collaterale promosso ieri, 9 giugno, a New York dall’Unione Europea e dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, nell’àmbito della diciannovesima Conferenza degli Stati Parti sulla Convenzione ONU (COSP19) di cui abbiamo già scritto in alcune altre parti del giornale.
Tema centrale dell’evento, quindi, è stato appunto il ruolo ritenuto fondamentale delle organizzazioni di persone con disabilità e in generale della società civile, nel cooperare alla realizzazione di leggi, politiche e priorità di finanziamento inclusive in favore delle persone con disabilità, a partire, quale base fondamentale, dal terzo comma dell’articolo 4 (Obblighi generali) della Convenzione stessa, che recita, lo ricordiamo: «Nell’elaborazione e nell’attuazione della legislazione e delle politiche da adottare per attuare la presente Convenzione, così come negli altri processi decisionali relativi a questioni concernenti le persone con disabilità, gli Stati Parti operano in stretta consultazione e coinvolgono attivamente le persone con disabilità, compresi i minori con disabilità, attraverso le loro organizzazioni rappresentative».

«Questo evento – commentano dal Forum Europeo sulla Disabilità – è servito ad esplorare sia i progressi compiuti negli ultimi due decenni, sia l’urgente necessità di tutelare lo spazio civico, rafforzare la partecipazione e investire nella costruzione di movimenti a lungo termine. In tal senso, governi, donatori e istituzioni in genere devono garantire che le persone con disabilità e le loro organizzazioni rappresentative dispongano dello spazio, delle risorse e dell’influenza necessari per partecipare pienamente. Un’inclusione significativa e reale, infatti, richiede volontà politica costante, sostegno strutturale e un impegno a lungo termine per i diritti delle persone con disabilità».
«Tanto più – aggiungono dal Forum – in un contesto globale complicato come quello attuale, per i diritti delle persone con disabilità, caratterizzato da riduzioni dello spazio civico, tagli ai finanziamenti, azioni di contrasto ai diritti umani e naturalmente l’impatto di crisi sovrapposte come conflitti, cambiamenti climatici, difficoltà economiche e trasformazione digitale». (Stefano Borgato)

A questo link, nel portale dell’EDF, è disponibile un ulteriore testo di approfondimento (in inglese) a firma di Catherine Naughton, responsabile dell’EDF per i Diritti Umani.

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Crescono alunni e alunne nello spettro autistico: è urgente rinnovare quel Protocollo tra Ministeri

10 Giugno 2026 - 11:54am

Un recente rapporto dell’ISTAT conferma il significativo aumento di aluni e alunne nello spettro autistico. Di fronte a ciò, Carlo Hanau, presidente dell’Associazione APRI, rileva per altro il permanere «di criticità rilevanti nella continuità educativa, nella qualità della formazione degli operatori e nel coordinamento tra scuola e sanità». Per questo la stessa APRI ritiene urgente il rinnovo del Protocollo d’Intesa tra Ministero dell’Istruzione e del Merito e Ministero della Salute, scaduto da un anno e mezzo

Il nuovo rapporto ISTAT sull’Inclusione scolastica degli alunni con disabilità – Anno scolastico 2024-2025, pubblicato il 27 maggio scorso, conferma un dato ormai strutturale: il significativo aumento degli alunni e delle alunne con disabilità, in particolare di quelli/e con autismo. Lo rileva Carlo Hanau, presidente dell’APRI (Associazione per la ricerca sull’autismo Cimadori), che osserva anche come, a fronte di questa crescita, permangano «criticità rilevanti nella continuità educativa, nella qualità della formazione degli operatori e nel coordinamento tra scuola e sanità».
Per tali ragioni l’APRI stessa richiama con urgenza la necessità di rinnovare il Protocollo d’Intesa tra Ministero dell’Istruzione e del Merito e Ministero della Salute, scaduto il 17 gennaio 2025. «Non si tratta di nuove richieste, ma dell’attuazione di misure concrete e già proposte, necessarie a garantire diritti effettivi, qualità degli interventi e inclusione reale per gli alunni con autismo e con disabilità», spiega Hanau.

Il dettaglio e l’analisi dei dati dell’ultimo rapporto dell’ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne nello spettro autistico è stato oggetto di specifica trattazione in un documento prodotto dall’APRI nel quale vengono ripresentate le diverse proposte articolate e coerenti, fondate sulla normativa vigente, sugli atti parlamentari e sulle evidenze scientifiche, che l’Associazione avanza da tempo, molte delle quali attuabili anche a invarianza di spesa. Tale documento è liberamente fruibile a questo link. (Simona Lancioni)

Per informazioni: apri.associazione.cimadori@gmail.com.
Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Il progetto “Bellezza Inclusiva”: quando la cura di sé diventa autonomia

9 Giugno 2026 - 6:29pm

Nato da una collaborazione tra l’Associazione UILDM e L’Oréal Groupe-Lancôme, allo scopo di promuovere strumenti e percorsi capaci di favorire l’autonomia anche nella cura di sé, il progetto “Bellezza Inclusiva” ha portato alla distribuzione di 150 dispositivi “HAPTA” alle Sezioni territoriali della stessa UILDM, vale a dire di applicatori di make-up computerizzati e stabilizzati (attualmente non disponibili per la vendita libera), progettati quali supporti a persone con ridotta mobilità di mani e braccia o con difficoltà di presa e movimento Utilizzo del dispositivo “HAPTA” (immagine creata da Maria Rosaria Ricci)

La cura della propria immagine non è soltanto una questione estetica, ma può rappresentare un elemento di benessere personale, autonomia e inclusione sociale. E anche gesti quotidiani semplici, come applicare il rossetto, possono diventare complessi o non accessibili per le persone con disabilità motorie.
In questo contesto si inserisce il progetto Bellezza Inclusiva, nato da una collaborazione tra la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e L’Oréal Groupe-Lancôme, con l’obiettivo di promuovere strumenti e percorsi capaci di favorire l’autonomia anche nella cura di sé.

Il 3 giugno scorso, con una nota diffusa sui propri canali social, la UILDM ha presentato l’iniziativa che ha portato alla distribuzione di 150 dispositivi HAPTA alle proprie sezioni territoriali, vale a dire di applicatori di make-up computerizzati e stabilizzati, progettati per supportare persone con ridotta mobilità di mani e braccia o con difficoltà di presa e movimento. HAPTA consente ad esempio di facilitare l’applicazione del rossetto in autonomia, compensando tremori e difficoltà motorie e restituendo maggiore indipendenza nello svolgimento di un gesto quotidiano.
I dispositivi sono stati sperimentati nel corso delle recenti Manifestazioni Nazionali UILDM, dove soci e volontari hanno potuto valutarne direttamente il funzionamento e le potenzialità in termini di accessibilità.
Nel percorso del progetto si inserisce anche un incontro presso la sede del Gruppo L’Oréal a Milano, al quale hanno partecipato la presidente nazionale della UILDM Stefania Pedroni e il consigliere nazionale dell’Associazione Marco Rasconi. Un’iniziativa, questa, che si colloca nel quadro di un dialogo orientato a sviluppare nuove forme di collaborazione sui temi dell’inclusione, dell’autonomia e del benessere delle persone con disabilità.

È importante sottolineare a questo punto che HAPTA non è attualmente disponibile alla vendita libera. L’azienda ha precisato infatti che il dispositivo è al momento destinato a progetti e sperimentazioni dedicate all’inclusione, con una possibile futura commercializzazione.
L’esperienza di questa iniziativa evidenzia in ogni caso come anche strumenti legati alla cura della persona possano contribuire a promuovere autonomia e partecipazione, ampliando la prospettiva della disabilità oltre gli aspetti strettamente sanitari o assistenziali. In questa direzione, la bellezza non viene intesa come elemento estetico fine a se stesso, ma come possibilità di scelta, espressione personale e accessibilità dei gesti quotidiani.

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Corpi, desideri, diritti: la sessualità delle persone con disabilità che deve smettere di essere un tabù

9 Giugno 2026 - 6:01pm

Le persone con disabilità vivono spesso un paradosso profondo: un corpo altamente visibile negli sguardi clinici, assistenziali o diagnostici e, allo stesso tempo, ancora poco riconosciuto nella sua dimensione erotica, affettiva e relazionale. Nasce a Padova e Vicenza un nuovo servizio di consulenza sessuologica dedicato alle stesse persone con disabilità, uno spazio di ascolto e confronto per parlare di corpo, identità, relazioni, piacere e autodeterminazione, oltre ogni stereotipo, silenzio e discriminazione

Tra i temi più frequentemente rimossi quando si parla di disabilità c’è ancora la sessualità. Non perché manchino desiderio, bisogni affettivi, relazioni o interrogativi sul proprio corpo. Più spesso, la difficoltà riguarda lo sguardo collettivo: la fatica a riconoscere le persone con disabilità come soggetti pienamente adulti, capaci di autodeterminazione, desideranti e titolari del diritto all’intimità.
La sessualità viene generalmente riconosciuta come dimensione universale dell’esperienza umana finché non si confronta con corpi che si discostano dagli standard dominanti di normalità, efficienza, bellezza o autonomia. È in quel passaggio che emergono imbarazzo, silenzio, paternalismo e infantilizzazione.
Eppure la sessualità non coincide con la sola attività sessuale. Riguarda il modo in cui una persona vive il proprio corpo, costruisce la propria identità, entra in relazione con gli altri, sperimenta il desiderio, i confini, il consenso, la vicinanza e la vulnerabilità.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Associazione Mondiale per la Salute Sessuale (World Association for Sexual Health) hanno da tempo riconosciuto la salute sessuale come parte integrante della salute, del benessere e dei diritti umani. La sessualità non rappresenta quindi un aspetto accessorio dell’esistenza, ma una dimensione che attraversa identità, relazioni, corporeità, piacere, autodeterminazione e qualità della vita. Nonostante questo riconoscimento, ancora oggi la corporeità delle persone con disabilità fatica a essere vista come capace di desiderare, di essere desiderata e di vivere esperienze intime, affettive e relazionali significative.

Tra cura, protezione e controllo: le barriere invisibili
Le difficoltà nel vivere la propria dimensione affettiva e sessuale non dipendono per altro dalla sola condizione di disabilità. A incidere possono essere la mancanza di privacy, l’isolamento sociale, la dipendenza logistica, le limitate opportunità relazionali e la scarsità di spazi di autonomia. A questi elementi si aggiungono stereotipi culturali e pregiudizi legati alla disabilità, che possono favorire l’interiorizzazione dell’idea che l’amore, il desiderio o la reciprocità siano esperienze destinate agli altri.
Molte limitazioni nascono da intenzioni autentiche di cura e tutela. Resta però una domanda cruciale: dove termina la protezione e dove inizia il controllo del corpo, delle scelte e della vita affettiva della persona?
Un nodo altrettanto centrale riguarda l’educazione all’emotività, all’affettività e alla sessualità. Molte persone con disabilità crescono ricevendo informazioni parziali, tardive o fortemente filtrate dalle paure degli adulti di riferimento, dei contesti educativi o delle istituzioni. Come se parlare di sessualità fosse qualcosa da evitare, rimandare o contenere. Ma educazione affettiva e sessuale non significa insegnare comportamenti. Significa offrire strumenti per comprendere il proprio corpo, riconoscere emozioni, desideri e limiti, acquisire il linguaggio del consenso, dei confini corporei, della reciprocità e dell’autodeterminazione. L’assenza di questi strumenti non cancella la sessualità. Può però lasciare senza parole, riferimenti e possibilità di comprensione rispetto a ciò che si prova, rendendo più difficile costruire relazioni consapevoli o riconoscere situazioni di disagio.
La carenza di un’adeguata educazione sessuoaffettiva, inoltre, non produce soltanto minori strumenti di comprensione di sé. Può aumentare anche la vulnerabilità rispetto a dinamiche di manipolazione, violazione dei confini, coercizione o abuso, soprattutto quando consenso, intimità e autodeterminazione non hanno trovato parole, modelli o possibilità di elaborazione.
E ancora, per molte persone con disabilità il rapporto con il corpo prende forma all’interno di percorsi di assistenza, riabilitazione, diagnosi e cura. Un corpo frequentemente osservato, toccato, assistito, valutato o sottoposto a pratiche diagnostiche e riabilitative. Talvolta dolorante. Non sempre riconosciuto anche come luogo di piacere, soggettività erotica, intimità e autodeterminazione. «Il mio corpo lo conoscono gli altri meglio di me»: è una frase che, nella pratica clinica, si sente più spesso di quanto si immagini.
Nell’incontro clinico emerge sovente quanto possa essere difficile sviluppare un rapporto spontaneo con il proprio corpo quando questo è stato per lungo tempo principalmente oggetto di cure, valutazioni o interventi. Il diritto a conoscere il proprio corpo come luogo di esperienza, piacere e desiderio non è però meno importante del diritto alla cura.
Dal punto di vista clinico e psicologico, tutto questo può incidere profondamente sulla costruzione dell’immagine corporea, sul senso di agency — cioè sulla percezione di poter abitare il proprio corpo come soggetto attivo delle proprie scelte — e sul rapporto con il desiderio, i limiti personali e i confini corporei. Quando il corpo viene prevalentemente incontrato attraverso la lente della cura, della diagnosi o dell’assistenza, può diventare più complesso sviluppare un senso di familiarità con la propria dimensione erotica, con il piacere e con il diritto a desiderare ed essere desiderati. Come si può infatti sviluppare un’identità erotica quando il proprio corpo è stato prevalentemente oggetto di cure, interventi o sguardi clinici? Come si può costruire uno spazio di intimità quando privacy, autonomia e confini corporei devono essere costantemente negoziati?

Un servizio di consulenza sessuologica per le persone con disabilità
Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione verso il diritto alla salute sessuale delle persone con disabilità, ma gli spazi realmente accessibili di ascolto e consulenza restano ancora limitati. È in questo contesto che nasce il nuovo Servizio di consulenza sessuologica per la persona con disabilità del Centro Antidiscriminazione e Antiviolenza LGBT+ Mariasilvia Spolato di Padova e Vicenza.
Un servizio pensato per offrire un contesto competente, sicuro e non giudicante in cui poter parlare liberamente di sessualità, relazioni, identità, consenso, orientamento sessuale, espressione di genere, desiderio, paure, limiti e possibilità.
Le consulenze sono rivolte a persone con disabilità e prevedono colloqui individuali online con una psicoterapeuta con formazione specifica in sessuologia clinica e nelle tematiche legate alla disabilità.
L’iniziativa nasce da un progetto ideato dalla compianta Claudia Frizzarin, già fondatrice e presidente dell’Associazione MIL (Muoversi in Libertà), recentemente scomparsa, il cui impegno è stato determinante per la realizzazione del servizio stesso, sviluppato insieme al Centro Maria Spolato (promosso dal Comune di Padova in partenariato con il Comune di Vicenza, Arcigay Tralaltro Padova APS ed Equality Cooperativa Sociale) e sostenuto da una rete territoriale di realtà associative.
L’accesso al servizio è gratuito. Chi desidera approfondire questi temi in uno spazio dedicato può contattare il Centro Mariasilvia Spolato (info@centrospolato.it; tel. 351 4148590), che attraverso il proprio servizio di accoglienza fornisce le informazioni necessarie e accompagna le persone interessate nell’accesso ai colloqui.

Parlare di sessualità significa parlare di diritti. Ma anche della possibilità di conoscersi, nominare la propria esperienza e costruire un rapporto più consapevole con il proprio corpo e con le relazioni. Uno spazio di consulenza non serve soltanto a “risolvere problemi sessuali”. Può diventare un luogo in cui interrogarsi sul rapporto con la propria corporeità, parlare di consenso, autoerotismo, identità, emozioni, vulnerabilità e confini personali. Un luogo in cui trovare parole anche per le ambivalenze: il desiderio di vicinanza insieme alla paura dell’esposizione, il bisogno di autonomia accanto alla necessità di protezione, la ricerca di visibilità intrecciata alla fatica di dover continuamente spiegare la propria esperienza.
Le persone con disabilità vivono spesso un paradosso profondo: un corpo altamente visibile negli sguardi clinici, assistenziali o diagnostici e, allo stesso tempo, poco riconosciuto nella sua dimensione erotica, affettiva e relazionale. Creare luoghi dedicati alla vita affettiva e sessuale delle persone con disabilità non significa offrire un servizio accessorio. Significa riconoscere una dimensione essenziale dell’esperienza umana, troppo a lungo relegata ai margini.
Parlare di sessualità e disabilità, quindi, non significa affatto occuparsi di una questione marginale o “di nicchia”. Significa interrogarsi su chi viene riconosciuto come pienamente umano, degno di desiderio, di intimità, di autodeterminazione e di complessità soggettiva. Significa riconoscere il diritto di ogni persona — nella pluralità dei corpi, delle identità, degli orientamenti e delle modalità di vivere il desiderio — a essere vista nella propria interezza umana.

*Psicoterapeuta e consulente sessuale.

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