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Valorizzare competenze spesso invisibili e trasformarle in risorse imprenditoriali

Valorizzare competenze spesso invisibili (relazionali, organizzative e di cura), maturate da esperienze quotidiane con la disabilità, e trasformarle nel motore di potenziali idee d’impresa in vari settori, tra cui ad esempio il turismo accessibile, la comunicazione e l’architettura inclusiva: è l’obiettivo principale del “Techstars Startup Weekend Diversity & Inclusion Parma”, evento in programma dal 5 al 7 giugno nella città emiliana, per il quale ci si può iscrivere (gratuitamente) fino al 1° giugno

Trasformare la disabilità in risorsa imprenditoriale: è l’obiettivo del Techstars Startup Weekend Diversity & Inclusion Parma, in programma dal 5 al 7 giugno prossimi nella città emiliana (presso Officine On/Off, Strada Naviglio Alto, 4/1, Parma), iniziativa inserita all’interno del progetto DOP – Disabilità Opportunità Professionalità, ideato dalla Polisportiva Gioco Parma con il sostegno della Fondazione Cariparma, e in collaborazione con On/Off APS e ANMIC Parma (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili), oltreché avvalendosi del patrocinio dell’Università e del Comune di Parma.
Organizzato a Parma dal 2017, Startup Weekend torna dunque in città con la quinta edizione, per la prima volta in Italia dedicata al tema della Diversità e Inclusione. «Lo Startup Weekend – spiegano i promotori – è il format “dall’idea all’impresa” più diffuso a livello internazionale: per un intero fine settimana, infatti, persone con profili diversi (professionisti, designer, caregiver, studenti, persone con disabilità e bisogni specifici, esperti di diversità e inclusione) lavoreranno in team multidisciplinari per trasformare idee in progetti imprenditoriali in diversi campi, tra cui il turismo accessibile, la comunicazione e l’architettura inclusiva. I gruppi di lavoro saranno affiancati da mentor esperti e presenteranno i propri progetti nella giornata del 7 giugno davanti a una giuria. In palio vi saranno percorsi di mentorship e opportunità di incubazione per trasformare le idee in progetti reali. Più che una competizione, tuttavia, l’evento vuole valorizzare competenze spesso invisibili (relazionali, organizzative e di cura), maturate da esperienze quotidiane con la disabilità, e trasformarle nel motore di potenziali idee d’impresa».
Le iscrizioni sono ancora aperte fino al 1° giugno prossimo, attraverso la piattaforma Eventbrite (a questo link) ed è possibile partecipare (gratuitamente) sia proponendo un’idea da sviluppare che unendosi a un team mettendo a disposizione le proprie competenze. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: swparma@officineonoff.com (Rossella Lombardozzi).

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La Corte dei Conti registra il Decreto che adotta il Piano per la Non Autosufficienza e definisce il riparto del relativo Fondo

La Corte dei Conti ha registrato il Decreto che adotta il Piano Nazionale per la Non Autosufficienza e definito il riparto del relativo Fondo per il triennio 2025-2027 (con uno stanziamento di 3 miliardi di euro). La Federazione FISH chiede ora che a ciò «segua rapidamente l’attuazione concreta del Piano, il pieno coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative e un monitoraggio costante dell’effettiva ricaduta dei servizi sui cittadini e sulle cittadine»

Proprio nella giornata di ieri, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) aveva espresso forte preoccupazione, anche sulle pagine del nostro giornale (Finanziamento della non autosufficienza: così non va!), per i ritardi nelle procedure nazionali di programmazione e ripartizione del Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, da cui dipendono servizi essenziali, sostegni domiciliari e interventi di assistenza rivolti alle persone con gravissima situazione di disabilità, alle persone anziane non autosufficienti e alle loro famiglie.
A tal proposito, la Federazione aveva richiamato l’attenzione sul rischio di rallentamenti nell’erogazione degli interventi territoriali, sottolineando appunto la necessità di «garantire certezza delle risorse, continuità delle prestazioni e uniformità dei diritti su tutto il territorio nazionale, in una fase particolarmente delicata per migliaia di famiglie».

Dopo quell’appello, dunque, sono arrivate le prime risposte istituzionali, a partire dalla registrazione, da parte della Corte dei Conti, del DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio), che adotta il Piano Nazionale per la Non Autosufficienza e definisce il riparto del Fondo per le Non Autosufficienze relativo al triennio 2025-2027, con uno stanziamento complessivo pari a 3 miliardi di euro.
«Si tratta di un passaggio significativo – commentano oggi dalla FISH – per garantire continuità assistenziale, integrazione sociosanitaria e sostegno concreto alle persone anziane, alle persone con disabilità e a tutte le persone con elevati bisogni assistenziali, rafforzando la rete di protezione sociale a tutela delle persone più fragili e delle loro famiglie. Il provvedimento, inoltre, dà attuazione per la prima volta alle innovazioni introdotte dalle riforme su disabilità e anziani, consolidando un modello di welfare territoriale più vicino alle persone e orientato alla permanenza al domicilio, tramite servizi capaci di assicurare qualità della vita, dignità e presa in carico continuativa».
La Federazione ritiene anche «importante l’adeguamento dei criteri di riparto del Fondo, ora più coerenti con la reale platea dei beneficiari e con i bisogni espressi dai territori», segnalando inoltre che «nelle more del perfezionamento dell’atto, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha assicurato, in raccordo con le Regioni, la continuità degli interventi territoriali rivolti alle persone non autosufficienti».

Nel valutare positivamente sia le dichiarazioni della ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Calderone, secondo cui «il Piano Nazionale 2025-2027 sarà uno strumento fondamentale per garantire un quadro di risorse stabile e certo, indispensabile per consentire ai territori di programmare interventi strutturali di lungo periodo» e anche il richiamo della viceministra Bellucci «sulla necessità di rafforzare l’integrazione sociosanitaria, la continuità assistenziale domiciliare e il monitoraggio dell’efficacia della spesa, affinché non vi siano disallineamenti territoriali e venga garantito il pieno rispetto dei diritti delle persone», la FISH conclude ribadendo «la necessità che alla registrazione del Decreto seguano rapidamente l’attuazione concreta del Piano, il pieno coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative e un monitoraggio costante dell’effettiva ricaduta dei servizi sui cittadini e sulle cittadine, affinché i diritti sociali e assistenziali delle persone non autosufficienti siano realmente esigibili e uniformemente garantiti in tutte le Regioni». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Condannato il Comune di Capri per assenza di PEBA

Tramite una recente Sentenza, successiva al ricorso dell’Associazione Coscioni e di un cittadino, il Tribunale di Napoli ha condannato il Comune di Capri per condotta discriminatoria collettiva nei confronti delle persone con disabilità a causa della mancata adozione di un PEBA (Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche), oltreché per il ritardo con cui l’Ente Comunale ha realizzato gli interventi necessari al fine di rendere accessibili i Giardini di Augusto

Tramite la Sentenza n. 8190/26, resa pubblica il 18 maggio scorso, il Tribunale di Napoli (Decima Sezione Civile) ha condannato il Comune di Capri per condotta discriminatoria collettiva nei confronti delle persone con disabilità a causa della mancata adozione di un PEBA (Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche), oltreché per il ritardo con cui l’Ente Comunale ha realizzato gli interventi necessari al fine di rendere accessibili i Giardini di Augusto.
Basandosi sul ricorso promosso dall’Associazione Luca Coscioni e dal cittadino Christian Durso, tale pronunciamento, che risulta avere pochissimi precedenti, ha stabilito dunque che la mancata adozione e approvazione del PEBA rappresenti ai sensi della Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni) una condotta discriminatoria indiretta attuata in forma collettiva nei confronti delle persone con disabilità.
Come sottolineano infatti dall’Associazione Coscioni, «per il Tribunale, la mancata rilevazione e classificazione delle barriere architettoniche presenti sul territorio comunale, con la conseguente mancata pianificazione degli interventi finalizzati alla loro graduale rimozione, comprime i diritti delle persone con disabilità all’inclusione, alla mobilità e all’accessibilità e fruibilità degli edifici pubblici, nonché dei luoghi e degli spazi urbani pubblici. Per il Tribunale questa mancata programmazione degli interventi finalizzati alla rimozione delle barriere può incidere negativamente, in una città come Capri, anche su migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Nel corso del giudizio è stato inoltre accertato che solo dopo il nostro ricorso, presentato nel febbraio dello scorso anno, i Giardini di Augusto sono stati resi accessibili anche alle persone con disabilità grazie all’installazione di due montascale, un enorme ritardo che rappresenta una discriminazione indiretta nei confronti del signor Durso, persona con disabilità motoria che si sposta con l’ausilio della sedia a ruote».

La Città di Capri dovrà pertanto risarcire il danno da discriminazione cagionato al signor Durso versandogli la somma di 6.000 euro. Il Comune è stato inoltre condannato a cessare il comportamento discriminatorio mediante l’adozione di un PEBA, entro i prossimi 12 mesi.
«Si tratta di una delle poche condanne per condotta discriminatoria emesse in Italia nei confronti di un Comune a causa della mancata adozione del PEBA – dichiara l’avvocato Alessandro Gerardi, consigliere generale dell’Associazione Coscioni –. Infatti, nonostante la Legge 41/86 e la successiva Legge 104/92 impongano a tutte le amministrazioni comunali di dotarsi di un PEBA, ad oggi sono assai pochi gli enti locali che lo hanno fatto. Anche grazie a questa Sentenza, sarà dunque possibile rivolgersi alla giustizia civile per costringere i Comuni a monitorare e a censire tutte le barriere architettoniche e sensoriali presenti sui loro territori e a programmare nel tempo gli interventi necessari alla loro rimozione».
«Il Tribunale di Napoli – aggiunge dal canto suo Christian Durso – ha emesso una condanna significativa contro il Comune di Capri, colpevole di aver impedito per anni alle persone con disabilità come me di accedere ai celebri Giardini di Augusto. Esso, infatti, ha ignorato per anni le mie diffide e si è attivato concretamente solo dopo l’avvio della nostra azione legale. Questa Sentenza, pertanto, ci ricorda innanzitutto che il diritto all’accessibilità e all’inclusione sociale non possono ammettere deroghe o ritardi ingiustificati». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Gianandrea Bufi (gianandrea.bufi@associazionelucacoscioni.it).

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Il premio alle opere tattili che reinterpretano i dipinti di Alfredo Catarsini

Un’ulteriore iniziativa parallela alla tappa di Seravezza (Lucca) del “Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, la mostra itinerante curata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899 che vede come media partner la nostra testata Superando, sarà la cerimonia conclusiva domani, 28 maggio, del “XXIV Premio Catarsini”, rivolto ad opere tattili che nell’àmbito del progetto “L’arte accessibile per tutti”, reinterpretano dipinti di Catarsini presenti in diverse tappe della mostra diffusa “Il Cammino I luoghi di Catarsini”

Come avevamo già ampiamente raccontato sulle nostre pagine, è in corso di svolgimento fino al 12 luglio, alle Scuderie Granducali di Seravezza (Lucca), un’ulteriore tappa della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, nuova uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa, il Municipio di Montecatini Terme e Palazzo Guinigi a Lucca, tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato con il contributo della Regione Toscana, che lo patrocina insieme al Ministero della Cultura, e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

Un’ulteriore iniziativa a fianco della mostra è quella in programma per il pomeriggio di domani, 28 maggio (ore 17), quando sempre presso le Scuderie Granducali, vi sarà la cerimonia conclusiva del XXIV Premio Catarsini, rivolto ad opere tattili che reinterpretano dipinti dell’artista viareggino presenti in tappe del Cammino I luoghi di Catarsini, grande mostra diffusa – che gode dell’Alto Patronato del Parlamento Europeo – concepita per collegare vari punti significativi del territorio legati alla vita e all’opera di Catarsini e anche l’unico Cammino in Italia interamente accessibile anche a persone con disabilità visiva. Il sottotitolo del concorso di quest’anno, infatti, è La memoria del territorio nel Cammino I luoghi di Catarsini e rientra nel progetto L’arte accessibile per tutti.

Questi i dipinti di Catarsini cui gli studenti e le studentesse si sono dovuti ispirare per realizzare le opere tattili in concorso, Campagna di Massarosa (tappa del Cammino: Massarosa); Samaritana al pozzo, cartone d’affresco (tappa del Cammino: Camaiore); Cave di marmo (tappa del Cammino: Seravezza); Incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo, bozzetto per l’affresco di San Martino in Freddana (tappa del Cammino: Camaiore); Lago di Massaciuccoli (tappa del Cammino: Massarosa).
Nove le opere finaliste realizzate da studenti/studentesse delle classi III , IV e V di due scuole toscane, il Liceo Artistico don Lazzeri-Stagi di Pietrasanta (docente Roberto Giansanti) e l’Istituto Statale di Istruzione Superiore Guglielmo Marconi di Viareggio, sezione di Seravezza (docenti: Katia Cirrincione, Giovanna Bacci e Francesco Bruschi).
Questo, infine, l’elenco degli studenti/studentesse finalisti: Gabriele Bianchi, Amanda Ferrari, Miranda Quiriconi, Maya Romani, Edoardo Angeli, Eleonora Francione, Valeria Maremmi, Noemi Percanziono, Damiano Rossi, Lapo Evangelisti, Thomas Bartelloni e Alessandro Capursi.

A valutare le opere in concorso sarà la commissione giudicatrice presieduta dall’architetto Tiziano Lera – già allievo di Alfredo Catarsini all’Istituto d’Arte Stagio Stagi di Pietrasanta – e formata anche da Luca Bertozzi, Margherita Casazza, Renzo Maggi e Andrea Pucci, tutti membri del Comitato Scientifico della Fondazione Catarsini, insieme a Piero Pancani dell’UICI di Firenze (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).
Durante la cerimonia di premiazione verranno assegnati tre premi, rispettivamente da 300, 200 e 100 euro, e sei menzioni di merito. L’opera vincitrice sarà collocata in maniera permanente nel laboratorio esperienziale di una delle tappe del Cammino I luoghi di Catarsini. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@fondazionecatarsini.com.

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I più recenti sviluppi clinici, riabilitativi e tecnologici nel campo della disabilità visiva

Medici oculisti, professionisti della riabilitazione visiva, esperti del settore sanitario e rappresentanti delle Istituzioni, riuniti per un confronto sui più recenti sviluppi clinici, riabilitativi e tecnologici nel campo della disabilità visiva: sarà questo, domani, 28 maggio, e venerdì 29 a Trieste, il 10° Convegno Nazionale AMGO, promosso dall’UICI, in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi Cavazza di Bologna e, in questa edizione, con l’Istituto Rittmeyer di Trieste e il patrocinio di IAPB Italia

Cecità e Ipovisione: percorsi clinici, riabilitativi e tecnologici secondo l’origine della patologia: sarà questo il titolo del 10° Convegno Nazionale AMGO, in programma domani, 28 maggio e venerdì 29 a Trieste (Istituto Rittmeyer, Viale Miramare, 119), promosso dall’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi Cavazza di Bologna e, in questa edizione, con l’Istituto Rittmeyer che ospiterà la due giorni e il patrocinio di IAPB Italia, componente nazionale dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità.
L’incontro riunirà medici oculisti, professionisti della riabilitazione visiva, esperti del settore sanitario e rappresentanti delle Istituzioni per un confronto sui più recenti sviluppi clinici, riabilitativi e tecnologici nel campo della disabilità visiva. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento, a quest’altro link il programma completo. Per ulteriori informazioni: ustampa@uici.it.

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Si sta facendo davvero tutto il possibile per comprendere il disagio di quel bambino?

«C’è un bambino – scrive Marie Helene Benedetti – che vive una situazione di forte disagio emotivo e relazionale, sia in àmbito scolastico sia nelle relazioni con i compagni di classe anche al di fuori della scuola, un disagio che emerge chiaramente persino dal suo stesso Piano Educativo Individualizzato. Ma si sta facendo davvero tutto il possibile per comprenderne il disagio? Rifiutare la partecipazione di una figura esterna (ed esperta) al Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione non è un bel segnale in tal senso»

In provincia di Agrigento, in Sicilia, c’è un bambino di 10 anni che sta vivendo una situazione di forte disagio emotivo e relazionale, sia in àmbito scolastico sia nelle relazioni con i compagni di classe anche al di fuori della scuola, nel piccolo paese in cui vive. Un disagio che emerge chiaramente persino dal suo stesso PEI (Piano Educativo Individualizzato).
Nel documento si parla infatti di difficoltà di integrazione nel gruppo classe, fragilità relazionali, bassa autostima, disregolazione emotiva e comportamentale, oppositività, difficoltà attentive, collaborazione limitata soltanto ad alcuni compagni.
A fronte però di queste criticità, nel documento non emergono strategie realmente strutturate sul piano del benessere relazionale del minore.
Parole pesanti. Parole che raccontano un bambino che evidentemente non sta vivendo serenamente il contesto scolastico e sociale.
La famiglia, non sapendo più a chi rivolgersi e trovandosi davanti ad una situazione sempre più delicata, ha richiesto formalmente alla scuola, tramite PEC protocollata, la partecipazione di chi scrive al GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione) del minore.

Come presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo partecipo da anni ai GLO di bambini e ragazzi con difficoltà molto diverse tra loro, non soltanto con autismo. Ho partecipato a GLO e riunioni scolastiche in Abruzzo e in altre Regioni d’Italia, spesso in situazioni complesse, conflittuali o caratterizzate da forte sofferenza familiare. Nel corso degli anni, anche nei casi più delicati e conflittuali, la presenza di una figura esterna di supporto e mediazione non era mai stata respinta. E c’è una cosa che negli anni ho imparato molto bene: quando attorno ad un bambino si crea una vera rete di collaborazione, i risultati cambiano completamente.
Perché il GLO dovrebbe servire esattamente a questo, mettere cioè insieme osservazioni, competenze e punti di vista differenti nell’interesse del minore.
Una figura esterna, quindi, non dovrebbe essere vissuta come una minaccia, ma come un supporto, per la famiglia, per il bambino e anche per la scuola stessa. Soprattutto quando ci si trova davanti a situazioni delicate, dove il rischio è che il disagio del minore venga letto soltanto come “problema comportamentale”, senza approfondire davvero il piano emotivo e relazionale.

Ebbene, nonostante questo, e nonostante la richiesta formalmente avanzata dalla famiglia secondo quanto previsto dalla normativa vigente, la scuola ha rifiutato la partecipazione della figura esterna richiesta per il GLO, una decisione, questa, che lascia profondamente perplessi.
Perché quando un documento scolastico parla di difficoltà di integrazione, fragilità relazionali e collaborazione limitata con il gruppo dei pari, la domanda dovrebbe essere una sola: si sta facendo davvero tutto il possibile per comprendere il disagio di questo bambino?
Perché l’inclusione vera non è compilare moduli, non è scrivere parole corrette dentro un PEI e non è nemmeno limitarsi a gestire il comportamento. Inclusione significa costruire una rete reale attorno al minore, avere il coraggio di ascoltare, di confrontarsi, di accogliere punti di vista differenti, di collaborare anche e soprattutto quando le situazioni diventano difficili.
Ed è proprio qui che, troppo spesso, il sistema mostra i suoi limiti. Perché certi bambini non hanno bisogno soltanto di essere contenuti. Hanno bisogno di essere compresi.
Le famiglie non possono essere lasciate sole a combattere contro muri burocratici, chiusure e rigidità, mentre i loro figli continuano a stare male dentro la scuola.
Per questo motivo la famiglia di quel bimbo, insieme all’Associazione, valuterà ogni azione utile per fare piena chiarezza sulla vicenda e tutelare i diritti del minore. Perché certi bambini non hanno bisogno di qualcuno che li contenga meglio, né di adulti che attribuiscano a loro la colpa del fallimento di metodi educativi inadeguati. Hanno bisogno di adulti capaci di capire perché stanno male.

*Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo.

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Quasi 20.000 segnalazioni all’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità

«Ad oggi abbiamo ricevuto quasi 20.000 segnalazioni, a dimostrazione di quanto esista ancora un grave deficit nell’effettivo riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità»lo ha dichiarato Maurizio Borgo, presidente dell’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, intervenendo alla conferenza “Europe in Action 2026”, ove ha sottolineato anche che «il Progetto di Vita deve valere per tutte le persone con disabilità, anche per quelle che si trovano presso strutture di cura e accoglienza»

«Ad oggi l’Autorità Garante ha ricevuto quasi 20.000 segnalazioni, attraverso la maschera disponibile nella home page del nostro sito istituzionale e tramite l’indirizzo e-mail dedicato: un dato che dimostra quanto esista ancora un grave deficit nell’effettivo riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità. E tra le criticità più diffuse, vi è quella dell’inclusione scolastica, che purtroppo è ancora troppo spesso solo sulla carta: a tutt’oggi, infatti, permangono ostacoli che impediscono agli studenti e alle studentesse con disabilità di partecipare alla vita scolastica in condizioni di piena uguaglianza con gli altri»: lo ha dichiarato Maurizio Borgo, presidente dell’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, intervenendo all’incontro Anti-discriminazione: quali sostegni e quali tutele, all’interno di Europe in Action 2026, la principale conferenza europea dedicata ai temi della disabilità intellettiva, dell’inclusione e dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie, la cui ventunesima edizione, da noi già ampiamente presentata, si concluderà oggi, 27 maggio, a Vicenza, organizzata dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), insieme a Inclusion Europe, rete europea cui la stessa ANFFAS aderisce.

Un altro tema su cui si è soffermato il Presidente dell’Autorità Garante è quello riguardante la presa in carico delle persone con disabilità, rispetto al quale la stessa Autorità Garante sta intervenendo attraverso visite alle strutture, in collaborazione con il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute. «Il nostro compito – ha affermato Borgo – è verificare che i diritti delle persone con disabilità siano effettivamente garantiti anche all’interno di questi luoghi. Il Progetto di Vita, infatti, vale per tutte le persone con disabilità, anche per quelle che si trovano presso strutture di cura e accoglienza. Nessuno deve restare parcheggiato, perché questo significherebbe accettare una forma di istituzionalizzazione che, a vent’anni dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, non sarebbe accettabile». (S.B.)

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“Disability Pride Milano 2026”, uno spazio collettivo di partecipazione, confronto e rivendicazione dei diritti

Presentato nei giorni scorsi presso il Comune di Milano, il “Disability Pride Milano 2026”, manifestazione dedicata ai diritti delle persone con disabilità, all’accessibilità universale e alla promozione di una cultura inclusiva e partecipata, culminerà con il corteo cittadino del 30 maggio, che attraverserà il centro della città, coinvolgendo associazioni, cittadini e cittadine, artisti e artiste, realtà del Terzo Settore e spazi sociali

Come segnalato anche su queste pagine, lo scorso 14 maggio si è svolta a Milano, presso la Sala Brigida di Palazzo Marino, la conferenza stampa di presentazione del Disability Pride Milano 2026, la manifestazione cittadina dedicata ai diritti delle persone con disabilità, all’accessibilità universale e alla promozione di una cultura inclusiva e partecipata.
L’iniziativa, patrocinata dal Comune di Milano e dal Comune di Cologno Monzese (Milano), culminerà con il corteo cittadino del 30 maggio, che attraverserà il centro della città, coinvolgendo associazioni, cittadini e cittadine, artisti e artiste, realtà del Terzo Settore e spazi sociali.

Alla conferenza stampa di presentazione sono intervenuti Andrey Chaykin di Abbatti le Barriere ETS; Lamberto Bertolè, assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano; Mariella Meli presidente dell’Associazione Famiglie Disabili Lombarde e della Consulta Persone con Disabilità del Comune di Milano: Loredana Verzino, assessora ai Lavori Pubblici, al Demanio e al PEBA del Comune di Cologno Monzese.
Per l’occasione Chaykin ha presentato il programma delle iniziative che accompagneranno il Disability Pride Milano 2026 con incontri pubblici, tavoli tematici, eventi culturali e momenti di confronto dedicati ai temi dell’autonomia, delle barriere architettoniche, delle disabilità invisibili, della vita indipendente e del ruolo dei caregiver.
Dal canto suo, l’assessore Bertolè ha sottolineato il valore culturale e politico della manifestazione: «Il Disability Pride è un’occasione importante per fare cultura e per interrogarci su come una città debba attrezzarsi per essere davvero accessibile, inclusiva e capace di garantire piena partecipazione a tutte le persone». Bertolè ha inoltre richiamato l’attenzione sul cambio di paradigma necessario nelle politiche pubbliche: «Non sono più le persone a doversi adattare ai contesti, ma sono i contesti che devono trasformarsi per essere realmente accessibili e inclusivi. Anche sul progetto di vita stiamo vivendo una fase importante ma complessa: una riforma necessaria, che richiede però strumenti concreti, coordinamento tra servizi e attenzione alle criticità che emergono nella sua applicazione».
Nel suo intervento, invece, Meli ha posto l’attenzione sul tema dei caregiver e della vita indipendente: «Parlare di caregiver e vita indipendente significa affrontare temi concreti che riguardano ogni giorno le famiglie e le persone con disabilità. Il Progetto di Vita deve diventare uno strumento realmente costruito intorno alla persona, capace di garantire autodeterminazione, continuità dei sostegni e una presa in carico integrata tra servizi sociali, sanitari ed educativi». «Il tavolo dedicato a caregiver e vita indipendente – ha aggiunto – nasce dalla necessità di creare uno spazio di confronto aperto tra famiglie, istituzioni e associazioni, per affrontare insieme criticità, diritti e prospettive future legate alla riforma della disabilità».
L’assessora Verzino, infine, ha evidenziato il ruolo dell’accessibilità nella trasformazione urbana: «L’accessibilità non riguarda soltanto l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma il modo in cui immaginiamo e costruiamo le nostre città. Il lavoro sui PEBA deve diventare uno strumento concreto di partecipazione e trasformazione urbana, capace di migliorare realmente la qualità della vita delle persone».
Per Verzino «parlare di accessibilità significa coinvolgere territori, amministrazioni e cittadini in un cambiamento culturale che renda gli spazi pubblici realmente fruibili da tutte e tutti».
In chiusura è intervenuto anche Maurizio Attanasi del Comitato Zero Barriere e della Consulta Accessibilità del Comune di Milano, che ha richiamato l’importanza di una partecipazione attiva delle persone con disabilità nei processi decisionali e nella progettazione degli spazi pubblici: «L’accessibilità non può essere considerata un tema secondario o esclusivamente tecnico: riguarda la qualità della vita, la libertà di movimento e il diritto delle persone di partecipare pienamente alla vita sociale e culturale delle città». «Il Disability Pride – ha aggiunto– rappresenta anche un’occasione per costruire alleanze tra Associazioni, Istituzioni e Cittadini, trasformando il tema delle barriere in una responsabilità collettiva e in un percorso concreto di cambiamento culturale».

Il Disability Pride Milano 2026 si conferma dunque come uno spazio collettivo di partecipazione, confronto e rivendicazione dei diritti, costruito insieme alle realtà associative, ai cittadini, alle cittadine e alle istituzioni per promuovere una città realmente accessibile, equa e inclusiva.
Al centro della manifestazione l’orgoglio, la visibilità e l’autonarrazione delle persone con disabilità: il Disability Pride rivendica infatti il diritto di raccontarsi e rappresentarsi liberamente, fuori da narrazioni pietistiche, paternalistiche o esclusivamente assistenziali. Una presa di parola pubblica e culturale che afferma il valore delle differenze, della pluralità dei corpi e delle esperienze, riconoscendo alle persone con disabilità il diritto di essere protagoniste della propria immagine, della propria voce e della propria presenza nello spazio pubblico. (Simona Lancioni)

Per ogni ulteriore informazione: disabilitypridemilanoofficial@gmail.com.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Simulare un viaggio aereo, per consentire di affrontarne uno reale

Affollamento, rumori assordanti, procedure d’imbarco, tutti passaggi che rendono un ambiente aeroportuale assai poco consono alle persone con autismo o con problemi sensoriali: per ovviare a queste problematiche, la compagnia aerea Emirates, ha messo a punto il programma internazionale “Travel Rehearsal”, sbarcato ora a Milano Malpensa, in collaborazione con la Società SEA Milan Airports e l’Associazione L’abilità. Vediamo di cosa si tratta Una fase del percorso “Travel Rehearsal” a Milano Malpensa

Non è difficile pensare quanto l’ambiente aeroportuale sia poco consono alle persone con autismo o con problemi sensoriali: affollamento, rumori assordanti, procedure d’imbarco sono sicuramente elementi di forte destabilizzazione per le stesse.
Per ovviare a queste problematiche, la compagnia aerea Emirates, la più grande flotta al mondo di Airbus e di Boeing, ha messo a punto Travel Rehearsal, programma internazionale per rendere più accessibile l’esperienza di volo a un maggior numero di persone possibile, attraverso un percorso guidato, volto a far familiarizzare ipotetici viaggiatori con condizioni particolari con l’ambiente degli aeroporti.
Pochi giorni fa, il progetto è arrivato a Malpensa, scalo con grande affluenza di passeggeri ogni giorno e pertanto, con tante richieste di assistenza da parte di persone con disabilità o con particolari esigenze. In tal senso lo scorso anno ci sono state circa 5.000 richieste di assistenza per passeggeri con disabilità intellettive o comportamentali, il 2% di quelle totali e la permanenza nelle aeree affollate, come i controlli di sicurezza o dei passaporti per i viaggiatori con disabilità, possono momenti veramente critici.

È dunque proprio per evitare situazioni di questo tipo, particolarmente difficili da affrontare, che SEA Milan Airports – la Società che gestisce gli aeroporti di Milano Malpensa e Milano Linate – e l’Associazione L’abilità di Milano, hanno promosso Travel Rehearsal nel medesimo scalo di Malpensa, simulando un viaggio che coinvolgesse sei bambini di età compresa tra i 6 e i 10 anni, con una forma grave di autismo. L’obiettivo è stato quello di creare un primo approccio positivo con l’ambiente aeroportuale, durante il quale i piccoli partecipanti potessero esplorare lo stesso contesto senza pressioni e con i tempi adeguati alle loro esigenze.
Nel dettaglio, il programma consiste in un percorso che si snoda attraverso alcune fasi all’interno dell’aeroporto, il tutto preceduto da un lavoro propedeutico, svolto, per lo più, con materiali specifici che preparano mentalmente i bambini a ciò che sperimenteranno, riducendone l’incertezza e l’ansia.
Una prima tappa si ha nell’area check-in, predisposta appositamente, facendo cioè in modo che sia poco frequentata, dove i bambini prendono confidenza con le prassi tipiche prima della partenza, come recarsi al banco per registrarsi e ottenere la carta d’imbarco, apporre l’etichetta al bagaglio, avere dimestichezza con il passaporto personalizzato, realizzato da loro stessi con l’aiuto degli educatori.
Una situazione analoga viene creata nelle zone dei controlli di sicurezza e in frontiera, dove il passaporto viene vidimato, per rendere l’esperienza più reale. Successivamente, i bambini proseguono fino all’area degli imbarchi, da dove possono osservare gli aeromobili in movimento e le operazioni di assistenza a terra. L’iter si conclude con il ritiro bagaglio e il rilascio a ciascun bambino del diploma di “viaggiatore esperto”.
In ogni fase del percorso si crea un ambiente adeguato e calibrato in base alle esigenze sensoriali e relazionali dei bambini, riducendo al massimo ogni stimolo che potesse essere causa di ansia e stress.

«Questa iniziativa – spiega Michele Parietti, responsabile del Servizio PRM Assistance di Malpensa – si inserisce nel programma dell’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) Autismo, in viaggio attraverso l’aeroporto al quale SEA aderisce già da tempo con il proprio progetto di “familiarizzazione”. In questo caso, però, la collaborazione tra aeroporto, compagnia aerea e associazioni ha permesso di creare un’esperienza realmente immersiva. Guardare procedure e attività quotidiane attraverso un piccolo viaggiatore ci aiuta infatti a comprendere quanto si possa ancora fare per rendere l’esperienza aeroportuale davvero accessibile a chiunque. E il lavoro con le Associazioni consente di costruire iniziative basate sui bisogni reali e di trasformarle in attenzioni operative concrete, piccoli accorgimenti e comportamenti capaci, nel loro insieme, di rendere il viaggio sempre più inclusivo».
A conclusione del percorso, dunque, l’auspicio è che i partecipanti con disturbo dello spettro autistico autismo o altri problemi sensoriali abbiano familiarizzato con l’ambiente aeroportuale, al punto tale da poter affrontare un viaggio reale.

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Come rendere un aeroporto ‘amico’ delle persone con problemi sensoriali: la ‘prova’ di Malpensa” e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Finanziamento della non autosufficienza: così non va!

«Esprimiamo forte preoccupazione per i ritardi nelle procedure nazionali di programmazione e ripartizione del Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze»: lo dicono dalla Federazione FISH, che oltre a chiedere di accelerare immediatamente la ripartizione dei fondi alle Regioni, rinnova anche «la richiesta di un confronto immediato con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per definire un percorso stabile, tempestivo e strutturale di finanziamento della non autosufficienza»

«Esprimiamo forte preoccupazione per i ritardi nelle procedure nazionali di programmazione e ripartizione del Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, da cui dipendono servizi essenziali, sostegni domiciliari e interventi di assistenza rivolti alle persone in situazione di gravissima disabilità, alle persone anziane non autosufficienti e alle loro famiglie»: lo si legge in una nota diffusa dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), ove si sottolinea ancora come «la continuità dei percorsi di assistenza e dei sostegni economici non possa essere messa a rischio da rallentamenti amministrativi e istituzionali. In molte realtà territoriali, infatti, il mancato trasferimento tempestivo delle risorse rischia di determinare interruzioni nei servizi, blocchi nella programmazione degli interventi sociali e sociosanitari e gravi ripercussioni sulla qualità della vita delle persone più fragili».

«Le persone con disabilità e le loro famiglie – prosegue la nota della Federazione – non possono vivere nell’incertezza rispetto a misure fondamentali per la vita quotidiana. Ogni ritardo nella disponibilità delle risorse si traduce concretamente in un rischio per i diritti, la salute e, nei casi più complessi, per la stessa sopravvivenza delle persone in situazione di gravissima disabilità. Chiediamo pertanto di accelerare immediatamente la ripartizione dei fondi alle Regioni, oltre a rivendicare la necessità di assicurare un corretto allineamento tra i tempi della programmazione nazionale e quelli della gestione regionale e territoriale, evitando che le amministrazioni locali siano costrette a operare in condizioni di precarietà finanziaria o a ricorrere a misure straordinarie per garantire servizi essenziali».

La FISH rinnova in conclusione «la richiesta di un confronto immediato con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per definire un percorso stabile, tempestivo e strutturale di finanziamento della non autosufficienza». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“AbbracCiAA la cultura in pratiCAA 2026”: un’iniziativa in Sicilia sull’accessibilità comunicativa

Si terrà dal 28 al 30 maggio a Sciacca (Agrigento), la seconda edizione della manifestazione “AbbracCiAA la cultura in pratiCAA”, iniziativa centrata sulla CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), che coinvolgerà i rappresentanti di 50 scuole provenienti da diverse realtà italiane, riunite nella “Rete di scuole per comunicare”

È prevista per i giorni dal 28 al 30 maggio a Sciacca (Agrigento), la seconda edizione della manifestazione AbbracCiAA la cultura in pratiCAA, iniziativa centrata sulla Comunicazione Aumentativa Alternativa, in sigla CAA («un insieme di conoscenze, tecniche, strategie e tecnologie atte a semplificare ed incrementare la comunicazione nelle persone che hanno difficoltà ad usare i più comuni canali comunicativi, con particolare riguardo al linguaggio orale e alla scrittura», come la definisce Wikipedia). La pagina Facebook dedicata contiene tutti gli aggiornamenti sull’evento.
L’iniziativa sarà ospitata negli spazi del Plesso Miraglia dell’IISS Don Michele Arena e coinvolgerà i rappresentanti di 50 scuole provenienti da diverse realtà italiane, riunite nella “Rete di scuole per comunicare”.
Sarà una tre giorni particolarmente intensa, un percorso progressivo che intreccerà teoria, esperienze sul campo e pratica laboratoriale, nel quale ogni giornata avrà un proprio ritmo: apertura istituzionale, interventi di esperti e lavoro concreto nei laboratori pomeridiani.
Attraverso la condivisione di esperienze, metodologie e buone pratiche maturate nei contesti scolastici, si intende lavorare alla costruzione di ambienti educativi sempre più equi e realmente accessibili.
Nel dettaglio, il programma prevede che nella mattinata del 28 maggio circa 150 alunni e alunne delle scuole primarie e secondarie saranno coinvolti/e in attività laboratoriali sui temi della comunicazione aumentativa e su esempi di accessibilità per la partecipazione ai contesti.
Il pomeriggio dello stesso 28 maggio e quello del 29 maggio, insieme alla mattinata del 30 maggio, saranno invece dedicati a momenti plenari e laboratori formativi destinati agli adulti, con un taglio pratico e professionale. (Simona Lancioni)

Ringraziamo Greta Barbanti per la segnalazione.

A questo link è disponibile il programma completo della manifestazione.
Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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“BricksFor”: patrimonio Unesco, tecnologie, metodologie partecipative e accessibilità in un unico modello replicabile

A Crespi d’Adda in Lombardia il patrimonio culturale diventa strumento di partecipazione, relazione e inclusione sociale. Nel villaggio operaio patrimonio Unesco, infatti, prende forma “BricksFor”, un progetto che utilizza i mattoncini LEGO® come linguaggio educativo e relazionale per accogliere le diversità e creare esperienze accessibili a persone con disabilità, famiglie, studenti e visitatori Progetto “BricksFor”: i mattoncini LEGO® utilizzati come linguaggio educativo e relazionale

A Crespi d’Adda (frazione di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo) il patrimonio culturale diventa strumento di partecipazione, relazione e inclusione sociale. Nel villaggio operaio patrimonio Unesco, infatti, prende forma BricksFor, progetto che utilizza i mattoncini LEGO® come linguaggio educativo e relazionale per accogliere le diversità e creare esperienze accessibili a persone con disabilità, famiglie, studenti e visitatori.
L’iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Cariplo e dalla Regione Lombardia, nasce dall’impegno dell’Associazione Crespi d’Adda nel trasformare uno dei siti industriali più significativi d’Europa in uno spazio culturale vivo, capace non solo di conservare memoria storica, ma anche di produrre nuove forme di cittadinanza e partecipazione. Le attività partiranno il 7 giugno prossimo e proseguiranno ogni seconda domenica del mese fino a dicembre (per partecipare è possibile consultare i siti dedicati a questo o a questo link, o anche contattare il numero 02 90939988).

Il progetto si sviluppa, come detto, nel cuore del villaggio operaio di Crespi d’Adda, straordinario esempio di città industriale ancora abitata e riconosciuto dall’Unesco per il suo impianto urbanistico unico. Qui, laboratori, visite guidate e percorsi esperienziali vengono intrecciati con metodologie partecipative come LEGO® Serious Play®, LEGO® Play Included e LEGO® Braille. L’obiettivo non è semplicemente proporre attività ludiche, ma utilizzare il gioco come strumento di comunicazione, apprendimento e costruzione di significati condivisi. I mattoncini diventano così un mezzo per “pensare con le mani”, raccontarsi, sviluppare relazioni e dare forma concreta ai valori della comunità.
Accanto ai tradizionali mattoncini colorati, l’iniziativa integra inoltre anche tecnologie digitali, sistemi di intelligenza artificiale e video narrativi dedicati alla valorizzazione del patrimonio culturale. Le attività si svolgono all’interno dell’Unesco Visitor Centre e lungo itinerari guidati che attraversano i luoghi simbolo del villaggio.

Uno degli aspetti più innovativi di BricksFor riguarda i percorsi dedicati alle persone nello spettro autistico e a chi altri vive difficoltà comunicative. Attraverso la metodologia LEGO® Play Included, i partecipanti vengono accompagnati in attività che rendono tangibili valori come collaborazione sociale, appartenenza e rispetto reciproco. Per le situazioni di maggiore fragilità sono previste anche Sensory Bags, ossia borse contenenti strumenti utili a ridurre lo stress sensoriale durante la visita: cuffie antirumore, occhiali oscuranti, giochi antistress e materiali in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) (CAA). Le schede informative saranno inoltre disponibili presso l’Unesco Visitor Centre.

L’attenzione agli aspetti sensoriali e comunicativi rappresenta dunque un elemento cruciale, perché rendere accessibile un luogo culturale significa infatti non limitarsi all’abbattimento delle barriere architettoniche, ma costruire contesti in cui ogni persona possa sentirsi accolta e libera di vivere l’esperienza secondo le proprie esigenze.
Il progetto dedica pertanto ampio spazio anche all’accessibilità per persone cieche o ipovedenti, basando in questo caso i percorsi sulla metodologia LEGO® Serious Play® e sull’utilizzo dei mattoncini LEGO® Braille, progettati per riprodurre il sistema Braille e favorire modalità di apprendimento inclusive. Vi sono inoltre laboratori specifici, introduzioni audio e video nelle sale museali multimediali, visite guidate accessibili con radioguide bluetooth ed esperienze tattili degli elementi simbolo del sito Unesco. Particolarmente significativa è anche la presenza di un’audioguida narrativa immersiva: a condurre i visitatori è il medico del villaggio, personaggio storico interpretato da un attore professionista, che accompagna passo dopo passo nella scoperta di Crespi d’Adda.
Quello che emerge, in sostanza, è non solo un adattamento di contenuti già esistenti, ma il ripensare l’esperienza culturale a partire dai diversi modi di percepire e abitare lo spazio, una prospettiva, cioè, che supera l’idea di accessibilità come concessione e la trasforma in principio progettuale.

BricksFor guarda anche alle nuove generazioni, se è vero che a studenti e studentesse è dedicato un percorso specifico utilizzando LEGO® Serious Play®, per esplorare i valori che animavano il “villaggio ideale del lavoro” costruito dalla famiglia Crespi e riflettere sul loro significato contemporaneo.
Il laboratorio si intreccia con visite guidate al sito Unesco, alla centrale idrolelettrica e alle sale museali multimediali, dove personaggi storici del villaggio – interpretati da attori professionisti – dialogano con i partecipanti su temi sociali, culturali e civili. Tra gli elementi più innovativi, inoltre, vi è una chat interattiva basata sull’intelligenza artificiale che permette agli studenti di “dialogare” con l’onorevole Silvio Benigno Crespi, fondatore del villaggio operaio, attraverso un sistema AI Character Chat accessibile da dispositivi mobili.
La memoria storica diventa così uno strumento dinamico, capace di parlare alle nuove generazioni con linguaggi contemporanei e modalità partecipative.

BricksFor si presenta come un progetto unico nel panorama italiano ed europeo perché unisce patrimonio Unesco, tecnologie innovative, metodologie partecipative e accessibilità in un unico modello replicabile. Il valore più profondo dell’iniziativa risiede forse proprio nella sua capacità di ridefinire il concetto di patrimonio culturale. Non più semplice luogo della memoria o destinazione turistica, ma spazio sociale in cui costruire relazioni, consapevolezza e senso di comunità.
In un tempo in cui il tema dell’accessibilità culturale è ancora spesso affrontato come intervento marginale o straordinario, questa esperienza propone invece una prospettiva differente: l’inclusione non come servizio aggiuntivo, ma come elemento strutturale della progettazione culturale.
Il progetto, come detto inizialmente, è realizzato con il contributo della Fondazione Cariplo e della Regione Lombardia e in collaborazione con Serious Play Italia e con il sostegno di T-Essere Srl, Adda Energi Srl, The Antonio Percassi Family Foundation, ASST Bergamo Ovest e Magnetic Media Network Spa.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: erica@lawhite.it (Erica Debelli).

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Dall’Europa si chiede il riconoscimento dei prestatori di assistenza informali nei sistemi pensionistici e di sicurezza sociale

«Nell’Unione Europea ci sono 6,2 milioni di caregiver formali e 53 milioni di caregiver informali. Il testo adottato oggi riconosce finalmente l’assistenza come un pilastro della nostra società e della nostra economia, e non come un lavoro invisibile dato per scontato»: lo dichiara l’eurodeputata greca Meleti, a proposito della Risoluzione non vincolante, ma parimenti significativa, approvata dal Parlamento Europeo, che sottolinea anche la quota sproporzionata del lavoro di cura affidata alle donne Il Parlamento Europeo

«Nell’Unione Europea ci sono 6,2 milioni di caregiver formali e 53 milioni di caregiver informali. Offrono presenza, pazienza e un contatto umano. Il testo adottato oggi riconosce finalmente l’assistenza come un pilastro della nostra società e della nostra economia, e non come un lavoro invisibile dato per scontato. Per i caregiver professionali chiediamo migliori condizioni di lavoro, una retribuzione equa e un sostegno psicologico. Per i caregiver informali chiediamo tutela, modalità di lavoro flessibili e congedi per l’assistenza. Le responsabilità di cura, inoltre, continuano a ricadere in modo sproporzionato sulle donne, mentre dovrebbero essere una responsabilità condivisa da tutti noi»: le parole dell’eurodeputata greca Eleonora Meleti, relatrice per la Commissione del Parlamento Europeo per l’Occupazione e gli Affari Sociali, riassumono al meglio il senso della Risoluzione non vincolante, ma parimenti significativa, approvata nei giorni scorsi dal parlamento Europeo stesso, con 263 voti a favore, 83 contrari e 154 astensioni, in cui si afferma che «l’accesso all’assistenza è un diritto fondamentale» e si invitano gli Stati Membri dell’Unione Europea «ad affrontare le disuguaglianze di genere in tutte le forme di assistenza».
Il testo approvato sostiene inoltre «un modello di “società della cura” che dia priorità ai servizi domiciliari e di prossimità, alla solidarietà intergenerazionale e alla vita indipendente», chiedendo, alla luce delle attuali tendenze demografiche, «finanziamenti sostenibili e un approccio incentrato sulla persona e sui diritti».

Altro elemento non trascurabile, la Risoluzione chiede anche «l’introduzione di uno “statuto europeo dei prestatori di assistenza” per riconoscerne il lavoro e stabilire standard minimi in tutta l’Unione, garantendo il riconoscimento dei prestatori di assistenza informali nei sistemi pensionistici e di sicurezza sociale». In tal senso i Deputati europei hanno accolto con favore l’annuncio della Commissione Europea di voler presentare nel 2027 un “Patto Europeo per l’Assistenza” (European Care Deal), «che dovrà diventare una vera e propria tabella di marcia – come è stato detto – per costruire un’Europa più equa e più attenta alle persone».

«Le donne – ha dichiarato infine l’europarlamentare spagnola Rosa Estarás Ferragut, relatrice per la commissione del Parlamento Europeo sui Diritti delle Donne e l’Uguaglianza di Genere – continuano a sostenere una quota sproporzionata del lavoro di cura, sia formale che informale, dedicando 17 ore in più a settimana rispetto agli uomini alle attività di assistenza non retribuite. Un lavoro invisibile che continua ad alimentare sia il divario retributivo che quello pensionistico». A tal proposito, la Risoluzione approvata chiede «campagne di sensibilizzazione per incoraggiare gli uomini ad assumere una quota uguale delle responsabilità di cura, aumentando la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e contrastando gli stereotipi di genere tradizionali». (S.B.)

Ringraziamo per la collaborazione il Servizio Stampa dell’Ufficio di collegamento in Italia del Parlamento Europeo.

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Sostegno e Piano Educativo Individualizzato: risolto un annoso problema di conflitto giurisdizionale

Tramite una recente Sentenza, la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha risolto un annoso problema di conflitto giurisdizionale tra TAR (Tribunali Amministrativi Regionali) e Tribunali Civili, riguardo ai ricorsi relativi all’attribuzione del numero di ore di sostegno. Si tratta di un pronunciamento importante perché potrà evitare a molte famiglie di promuovere dei ricorsi che vengano poi dichiarati irricevibili per difetto di giurisdizione, con aggravio di spese per le famiglie stesse

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la recente Sentenza 12704/26, resa pubblica il 5 maggio scorso, ha risolto un annoso problema di conflitto di giurisdizione tra TAR (Tribunali Amministrativi Regionali) e Tribunali Civili, con riguardo alla proposizione dei ricorsi avverso le decisioni relative all’attribuzione del numero di ore di sostegno.
Prima di accennare in modo molto elementare e succinto ai contenuti della complessa e ampia Sentenza di trentacinque pagine, ritengo necessario, per i non addetti ai lavori, formulare alcune brevi premesse di carattere tecnico-giuridico:
1) In forza della divisione tra i poteri amministrativo-esecutivo e giurisdizionale, per i ricorsi contro gli atti amministrativi, come i PEI (Piani Educativi Individualizzati), bisogna rivolgersi al TAR.
2) La Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni) ha previsto che contro gli atti discriminatori, come ad esempio un PEI con un numero di ore di sostegno ritenuto insufficiente dalla famiglia dell’alunno, ci si debba rivolgere al Tribunale Civile.
3) L’articolo 7 del Decreto Legislativo 66/17 stabilisce che a giugno il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione) debba formulare il “PEI provvisorio” contenente il numero di ore di sostegno per l’anno scolastico successivo, numero che verrà confermato o modificato col “PEI definitivo“, da approvarsi entro fine ottobre, dopo un periodo di osservazione dell’alunno.
4) Dal Decreto 66/17 in poi c’è stato un perenne rinvio tra TAR e Tribunale Civile su chi dovesse legittimamente conoscere i ricorsi per discriminazione promossi ai sensi della citata Legg e 67/06, cosicché i ricorrenti si vedevano spesso rimandati dall’una all’altra Corte, e neppure in caso di impugnazioni le Magistrature Superiori, rispettivamente Consiglio di Stato e Corte di Cassazione, erano concordi.
Di qui, pertanto, la necessità della presente Sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni unite che fissasse definitivamente a quale dei due Tribunali spettasse la giurisdizione. Ciò premesso, entriamo nel merito della pronuncia della Corte.

I genitori di uno studente con disabilità certificato con articolo 3, comma 3 della Legge 104/92 avevano fatto ricorso per discriminazione ai sensi della Legge 67/06 contro la riduzione delle ore di sostegno indicate nel PEI da parte del dirigente scolastico, a causa dell’organico assegnatogli dall’Ufficio Scolastico Regionale. Il Tribunale di Busto Arsizio (Varese) aveva accolto il ricorso aumentando il numero di ore. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito aveva però interposto appello e la Corte d’Appello di Milano ne aveva accolto il ricorso, ritenendo che il ricorso iniziale non dovesse essere proposto di fronte al Tribunale Civile, ma di fronte al TAR, dal momento che il PEI era un atto “provvisorio”, mentre solo gli atti definitivi vanno impugnati di fronte al Tribunale Civile. Ed effettivamente, per impugnare un atto amministrativo nei confronti del Tribunale Civile, occorre che il PEI sia definitivo, talché solo dopo l’approvazione del quale nasce il diritto dello studente alle ore di sostegno. La famiglia ha proposto dunque ricorso nei confronti della Corte di Cassazione contro quella Sentenza della Corte d’Appello.
Ebbene, la Cassazione, come detto, tramite la citata Sentenza 12704/26, espressa a Sezioni Unite, ha annullato la decisione della Corte d’Appello, ritenendo che il PEI formulato a giugno non potesse essere modificato da nessuno sulla base di una costante giurisprudenza consolidata, e che trattandosi di discriminazione vi fosse la giurisdizione esclusiva del Tribunale Civile.
Può apparire strano che sia addirittura dovuta intervenire la Cassazione a Sezioni Unite per decidere la questione, dal momento che, come detto in premessa, molti Tribunali Civili, a differenza di numerosi TAR, avevano in precedenza considerato implicitamente il PEI come atto definitivo e quindi impugnabile avanti al Tribunale Civile per discriminazione. La “stranezza” può però essere chiarita dal fatto che purtroppo, come detto in premessa, l’articolo 7 del Decreto Legislativo 66/17 parla di “PEI provvisorio” a proposito del PEI formulato dal GLO nella verifica finale di giugno, mentre utilizza il termine “PEI definitivo” per quello formulato a fine ottobre. Inoltre, nei modelli di PEI allegati al Decreto Interministeriale 182/20, integrato dal Decreto Interministeriale 153/23, per i PEI formulati a giugno si parla purtroppo di “proposta” (e non di “attribuzione”) del numero di ore di sostegno per l’anno successivo. L’equivocità dei termini è ulteriormente aggravata dal fatto che l’articolo 4 del Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) 185/06 stabilisce che il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale “autorizzi” il numero di posti di sostegno da assegnarsi alle singole scuole; conseguentemente il numero delle ore indicate nel PEI sarebbe una mera proposta autorizzata dall’Ufficio Scolastico Regionale.

La Corte di Cassazione, dunque, avendo dovuto affrontare sia ricorsi che ritenevano il PEI come atto “definitivo”, sia altri che invece lo ritenevano atto “provvisorio”, ha sciolto definitivamente con questa Sentenza, che ritiene il PEI di giugno come atto “definitivo”, una questione estremamente importante ai fini processuali, che produce effetti a livello sostanziale sull’attribuzione del diritto allo studio degli alunni con disabilità.
L’equivocità del termine provvisorio era stata affrontata anche dal Ministero dell’Istruzione e del Merito che, a seguito di quesiti, ha dovuto precisare che “PEI provvisorio” è solo quello riguardante gli alunni che si iscrivono per la prima volta a scuola, o che vengono certificati per la prima volta durante il percorso scolastico, e non quello che viene normalmente formulato per gli altri a giugno. Infatti, la Cassazione ha chiarito che qualora si seguisse la logica della Corte d’Appello di Milano, ovvero se tutti i PEI formulati a giugno dovessero essere atti “non definitivi”, gli studenti con disabilità non potrebbero mai ricorrere per discriminazione al Tribunale Civile prima di novembre, venendo in tal modo privati di un diritto.
La decisione della Suprema Corte ha pertanto chiarito un aspetto fondamentale del nostro sistema giuridico, garantendo il diritto agli alunni con disabilità che ritengono di dover chiedere un maggior numero di ore di sostegno, di poter ricorrere immediatamente al Tribunale Civile e di ottenere il riconoscimento del diritto a quel determinato numero di ore richiesto.

Questa Sentenza, in sostanza, è importante perché ha eliminato un dubbio interpretativo, evitando così che molte famiglie promuovessero dei ricorsi dichiarati irricevibili per difetto di giurisdizione, con aggravio di spese per le stesse. In più c’è da tener presente che le Sentenze per discriminazione pronunciate dai Tribunali Civili danno il diritto, per espressa disposizione della Legge 67/06, non solo al risarcimento dei danni economici subiti e dimostrabili, ma anche a quello dei danni “non patrimoniali” consistenti nel semplice fatto della discriminazione.
È pertanto opportuno che questa decisione della Cassazione venga diffusa, specie tra le famiglie degli alunni e delle alunne con disabilità. E consiglio anche la lettura dell’articolo Sostegno: le proposte del GLO valgono anche prima del PEI definitivo e decide il giudice ordinario. Intervengono le Sezioni Unite, pubblicato da «Orizzontescuola.it», scritto dai difensori dei ricorrenti, tra i quali conosco e apprezzo l’avvocata Ida Mendicino; si tratta infatti di un testo più ampio di questo mio e con un taglio che, pur nella sua semplicità, è articolato e più approfondito a livello tecnico-giuridico.

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La disabilità non può essere un ostacolo all’ottenimento della cittadinanza italiana: sarebbe discriminazione

Se il Ministero dell’Interno applica in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute, questo equivale a escludere a priori le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza, attuando una discriminazione che viola la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità: lo ha affermato il Consiglio di Stato, di fronte al ricorso di una donna di origine straniera assistita dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione LEDHA Una donna con disabilità di origine straniera

La disabilità non può essere un ostacolo all’ottenimento della cittadinanza italiana: lo ha stabilito il Consiglio di Stato accogliendo il ricorso presentato da una donna di origine straniera assistita dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
Nel luglio del 2015 Maria (nome di fantasia) aveva presentato domanda di cittadinanza. Nel maggio 2020 il Ministero dell’Interno l’aveva respinta: i redditi della donna, infatti, non avevano raggiunto la soglia minima, fissata dal Viminale, a 8.263,31 euro all’anno per un singolo richiedente.
A prima vista, un criterio apparentemente neutro, ma nel caso di Maria, quella soglia si è trasformata in una discriminazione: la donna, infatti, ha un’invalidità del 75% e non è più in grado di svolgere il suo lavoro di colf. Nonostante sia iscritta alle liste del collocamento mirato, la sua età e la sua condizione non le hanno permesso di trovare una nuova occupazione. A oggi, la sua sola fonte di sostentamento è l’assegno d’invalidità che, è importante ricordarlo, non costituisce reddito.

Con il supporto, dunque, delle legali del Centro Antidiscriminazione della LEDHA, Maria ha presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica su cui il Consiglio di Stato ha espresso parere favorevole. In particolare, i giudici amministrativi hanno evidenziato come «la rigida applicazione dei parametri [relativi al reddito di chi presenta richiesta di cittadinanza, N.d.R.] comporterebbe l’esclusione dall’accesso alla cittadinanza dei titolari di solo assegno di invalidità che, in quanto tali, sono caratterizzati da riduzione della capacità lavorativa».
In altre parole: la scelta del Ministero dell’Interno di applicare in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute equivale a escludere a priori le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza. Siamo quindi di fronte a una discriminazione che viola la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09, e quindi parte integrante del nostro ordinamento giuridico. La Convenzione, infatti, afferma il diritto per tutte le persone con disabilità ad acquisire e cambiare cittadinanza su base di uguaglianza con gli altri.
Il Consiglio di Stato evidenzia poi un elemento paradossale: Maria, pur non essendo cittadina italiana, riceve già un assegno di invalidità a carico dello Stato, concederle la cittadinanza, dunque, non comporterebbe alcun nuovo onere per le casse pubbliche, semmai le attribuirebbe anche obblighi fiscali e di solidarietà sociale.

«Siamo di fronte a un pronunciamento importante – commentano dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA – perché riconosce come discriminatoria una prassi adottata dal Ministero dell’Interno. Individuare una soglia di reddito superiore all’assegno di invalidità come criterio per poter accedere alla cittadinanza significa, di fatto, escludere tutte le persone straniere che si trovano in quella condizione e che non hanno altre fonti di reddito. In altri termini, nessuna persona con disabilità che percepisca esclusivamente l’assegno di invalidità può soddisfare il requisito reddituale indicato dal Ministero, il che equivale a dire che nessuna di queste persone possa nemmeno aspirare a diventare cittadina italiana, a causa di un criterio che si configura come strutturalmente discriminatorio».
La LEDHA si augura quindi che questo pronunciamento possa rappresentare un precedente per garantire ad altre persone con disabilità di origine straniera la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana senza subire discriminazioni sulla base della propria condizione. «Il nostro auspicio – commenta infatti Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA – è che il Ministero dell’Interno tenga conto di quanto riconosciuto dai giudici del Consiglio di Stato». (I.S.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@ledha.it.

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Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda

Migliaia di persone ogni giorno, oltre al proprio lavoro, si prendono cura di un figlio con disabilità, di un familiare fragile, di una vita che richiede una presenza costante: se ne parlerà domani, 27 maggio, a Torino, nel corso dell’incontro “Il futuro è la cura – Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda”, promosso dalla Fondazione Paideia e dall’Unione Industriali Torino, nell’àmbito della rassegna “Future Week Torino”

«C’è una rivoluzione silenziosa che attraversa uffici e riunioni, è quella di migliaia di persone che ogni giorno, oltre al proprio lavoro, si prendono cura di un figlio con disabilità, di un familiare fragile, di una vita che richiede una presenza costante»: sarà questo il tema al centro dell’incontro di domani, 27 maggio, a Torino, denominato Il futuro è la cura – Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda, promosso presso il proprio Centro (Via Moncalvo, 1, otre 8.30) dalla Fondazione Paideia e dall’Unione Industriali Torino, nell’àmbito della rassegna Future Week Torino.
«Con questo incontro – dicono da Paideia – ci ripromettiamo di andare oltre i numeri per raccontare cosa significa davvero conciliare carriera e caregiving. I dati, del resto, parlano chiaro: secondo una nostra nuova indagine, curata con la Doxa su oltre mille famiglie, un genitore caregiver su due subisce discriminazioni sul lavoro, mentre il 36% delle madri vede la propria carriera rallentare o fermarsi. Non solo: quasi la metà dei caregiver è costretta a chiedere il part-time per sostenere un carico di cura che nei weekend può arrivare fino a 14 ore al giorno. Per questo riteniamo essenziale questo faccia a faccia tra esperienze dirette e nuove politiche di welfare, per costruire aziende realmente inclusive».
Interverranno per l’occasione Fabrizio Serra, segretario generale della Fondazione Paideia; Cristina Tumiatti, vicepresidente della Piccola Industria Unione Industriali Torino; Lucia Pellino, D&I Director del Gruppo Lavazza; Andrea Tron, caregiver; Francesco Canale, CVO Working Souls. (S.B.)

L’ingresso sarà gratuito (con prenotazione), per informazioni: Luna Rondana (lrondana@maybepress.it).

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Quegli “inutili” che ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione

«Nella nostra società la parola “inutili” viene spesso associata a persone considerate diverse, improduttive, non autosufficienti, ossia migranti, anziani, donne, persone con disabilità, senza fissa dimora, persone in stato di povertà educativa, ma anche chi lavora nel mondo della cultura e nel sociale. Proprio quegli “inutili” che invece ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione vogliamo festeggiare»: così, dal Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante, presentano “Un Festival Inutile”, che tornerà domani, 27 maggio, a Bologna

Tornerà nel pomeriggio di domani, 27 maggio, a Bologna, negli spazi della Fattoria Urbana (Via Pirandello, 3, ore 17.30-23), Un Festival Inutile, evento promosso dal Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante, insieme a tante realtà del Pilastro, per coinvolgere ancora una volta cittadini e cittadine sul peso delle parole: «Nella nostra società – sottolineano infatti da Accaparlante – la parola “inutili” viene spesso associata a persone che vengono considerate diverse, improduttive, non autosufficienti, ossia migranti, anziani, donne, persone con disabilità, senza fissa dimora, persone in stato di povertà educativa, ma anche chi lavora nel mondo della cultura e nel sociale. Attraverso stand, giochi e attività, festeggeremo dunque proprio quegli “inutili” che invece ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione».

Quest’anno, per altro, i festeggiamenti saranno doppi, o addirittura anzi tripli, celebrando infatti sia la Cooperativa Accaparlante, sia i 40 anni del Progetto Calamaio, “storico” gruppo educativo integrato che lavora sulla relazione con la diversità, nonché l’allestimento della mostra Macchine Inutili (dalle ore 10.30, nella Piazza Coperta del Centro Commerciale Pilastro), con la premiazione dei vincitori dell’omonimo concorso che ha coinvolto le scuole primarie e secondarie di Bologna con gli animatori con disabilità dello stesso Progetto Calamaio. Il nome stesso dell’evento, del resto, si ispira idealmente alle Macchine Inutili di Bruno Munari, che per il Calamaio, come venne spiegato a suo tempo, «sono state il punto di partenza per un laboratorio in cui liberare fantasia e creatività, uscendo dall’uso ordinario delle carrozzine e degli ausili, dando vita a opere ironiche e personali che hanno risposto ai desideri e ai bisogni più intimi dei partecipanti, svincolati da necessità pratiche, per il piacere di inventare e divertirsi».

Si comincerà dunque, come detto, alle 17.30, con una lettura animata e un laboratorio a cura della Biblioteca Luigi Spina, a partire dal libro Il sacco della scrittrice e illustratrice Emma AdBåge (Camelozampa, 2026). Quindi, tanti laboratori “inutili” per tutte le età, a cura di Accaparlante, AiCS, Casa di Quartiere Ca’Solare e Blog del Pilastro, fino allo spettacolo Sinfonia per stampelle e sedia a rotelle del polistrumentista e artista sonoro Francesco Gibaldi, seguito da un concerto del giovane cantautore Cespu + band. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: Valeria Alpi (valeria@accaparlante.it).

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Storie di persone alle quali Special Olympics ha cambiato la vita

Il risultato più importante dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, dei quali si è tenuta nei giorni scorsi la 41^ edizione, è stata certamente la consapevolezza, maturata dagli atleti e dalle atlete, delle proprie potenzialità, diventando esempio, ispirazione e forza per altri atleti e atlete, per chi vive le stesse difficoltà e per tutti coloro che sono ancora chiusi nei pregiudizi verso le disabilità intellettive. Ben lo dimostrano anche le storie di Elisa e Cora Elisa Del Signore

Una settimana di sport, emozioni e relazioni hanno trasformato Lignano Sabbiadoro (Udine), Cordovado (Pordenone), Portogruaro e Bibione (Venezia) in un grande spazio di incontro e inclusione, vedendo oltre 3.000 atleti con e senza disabilità intellettive confrontarsi in 21 discipline sportive, accompagnati dall’energia di 650 tecnici, 1.000 volontari, 600 accompagnatori e circa 1.400 familiari, provenienti da tutta Italia. È stata questo la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettiva, che avevamo presentato nei giorni scorsi, raccontando poi anche la cerimonia di apertura del 20 maggio. «Ma il risultato più importante di questi Giochi – dicono da Special Olympics Italia – non si misura con una medaglia, è bensì la consapevolezza, maturata dagli atleti e dalle atlete, delle proprie potenzialità, una consapevolezza che può diventare esempio, ispirazione e forza per altri atleti e atlete, per chi vive le stesse difficoltà, ma anche per tutte quelle persone ancora chiuse nei pregiudizi verso le disabilità intellettive».
Tra le testimonianze più significative di questa edizione, ad esempio, vi è quella di Elisa Del Signore, 26 anni, atleta di ginnastica artistica di Borgaro Torinese (Torino), che racconta un “prima” e un “dopo” Special Olympics. «Prima di iniziare – dice – pensavo di non essere portata per questo sport. All’inizio c’erano timore e paura, ma pian piano ho iniziato a credere di più in me stessa e a migliorarmi sempre di più. Special Olympics mi ha cambiato la vita come persona e come atleta, aprendomi un mondo completamente nuovo. All’inizio, infatti, la disabilità era come una gabbia, una trappola che mi impediva di essere come tutti gli altri. Poi ho capito che potevo fare tutto ciò che desideravo, seguendo i miei tempi».

Cora Manzini Nardini

Oggi Elisa studia, lavora, pratica sport e coltiva le sue passioni. Attraverso il progetto RecuperAbile, promosso da Geogym, trasforma materiali di scarto degli attrezzi da ginnastica in gadget e oggetti creativi, in un percorso che unisce sostenibilità e inclusione lavorativa per persone con disabilità intellettiva. «E se c’è una cosa che voglio dire a tutti quelli che hanno le mie stesse difficoltà – conclude – è di non arrendersi e continuare a raggiungere i propri obiettivi».

Un’altra testimonianza di fantasia e sensibilità arrivata dai recenti Giochi è quella di Cora Manzini Nardini, che descrive il proprio mondo come «un viaggio tra sogni, pianeti e castelli incantati». «Sono una ragazza che di notte sogna parecchio – racconta -, immagino di volare su una macchina volante, di andare dai miei angeli e poi fino a Plutone, il mio pianeta preferito. Ma la parte più bella è arrivare nel mio “castello incantato”, pieno di tutte le cose che amo: la musica, il basket, la pallavolo, disegnare, stare con gli amici. Quando gioco insieme alla mia squadra, infatti, mi sento super felice. Lo sport mi ha aiutato a essere più gentile, più allegra e più serena con le persone che ho intorno».
Per Cora, sottolineano da Special Olympics Italia, «la disabilità è una condizione, non un limite ed è proprio questa la visione che vogliamo continuare a promuovere: creare luoghi dove ogni persona possa sentirsi riconosciuta nelle proprie capacità e non definita dalle proprie difficoltà».

Il prossimo appuntamento con un evento nazionale di Special Olympics sarà ora dal 12 al 14 giugno a Treviso, con la XIII edizione dell’Unified International Basketball Tournament. (S.B.).

Per ulteriori informazioni: stampa@specialolympics.it (Giampiero Casale).

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Uno “sporco lavoro”, ma anche un “gesto artistico”

«Ci sono attività e gesti considerati umili, sporchi, sgradevoli – scrive Elena Malagoli -, che non finiscono nei curriculum, non fanno fare carriera. Anzi! Da vent’anni sono madre e caregiver di Ilaria, una ragazza con pluridisabilità complesse in stato di dipendenza vitale e da vent’anni attendo un riconoscimento legislativo. Credo però ancora, e sempre più, nel valore umano e sociale del prendersi cura, che penso sia anche un “gesto artistico”, in grado di fare nascere bellezza e umanità dove sembra esserci solo limite, bruttezza e dolore» (Immagine tratta da “Pixabey”)

Ci sono attività e gesti considerati umili, sporchi, sgradevoli. Non finiscono nei curriculum, non vengono definiti skills, non fanno fare carriera. Anzi! Rappresentano spesso un ostacolo per il lavoro, a volte così insormontabile da essere costretti a lasciarlo.
Alzarsi di notte per cambiare un pannolone, per sedare una crisi di epilessia, per aspirare un naso o una bocca, per somministrare dei farmaci o un goccio d’acqua. Movimentare una persona, e imboccarla, lavarla, vestirla, monitorarla, accompagnarla, consolarla. E farlo ogni giorno, tutto il giorno, spesso in solitudine, incastrati in questo “affare di famiglia” da cui quasi tutti distolgono lo sguardo.
Da vent’anni sono madre e caregiver di Ilaria, una ragazza con pluridisabilità complesse in stato di dipendenza vitale, e in questi vent’anni ho conosciuto centinaia di caregiver come me, chi di un figlio, chi di un coniuge o di un genitore.
Da vent’anni attendo il riconoscimento legislativo della figura del caregiver familiare, per la tutela dei suoi basilari diritti umani, ma ormai più che una ragionevole speranza mi appare come un miraggio nel deserto.
Ma credo ancora, e sempre più, nel valore umano e sociale del prendersi cura, che considero una tra le più nobili e commoventi espressioni dell’umano.
Sentire il corpo di chi curiamo come un’estensione del nostro, sentire sulla pelle, nei muscoli, nelle ossa, il dolore o il sollievo di quella pelle, di quei muscoli, di quelle ossa. Saper decifrare una smorfia, un sorriso, un sospiro, un fremito, uno sguardo, un silenzio. Saper riconoscere nella fragilità non solo la vulnerabilità, ma anche la preziosità. Custodire fra le mani la vita di queste persone affidate, perché l’abbandono e l’indifferenza non la spengano.
Tutto questo non è socialmente riconosciuto, né tanto meno ambìto, eppure prendersi cura di una persona non autosufficiente è una specie di arte, che richiede competenze molto raffinate e profonde.
Curare una persona anziana, o con disabilità, o malata, senza umiliarla, onorando il suo corpo e la sua persona, la sua dignità e il suo pudore, i suoi limiti e le sue capacità, in una relazione di rispetto e di fiducia, è una delle più pure e belle espressioni di umanità.
Perciò credo che la cura sia davvero un “gesto artistico”, perché è in grado di fare nascere bellezza e umanità proprio dove sembra esserci solo limite, bruttezza e dolore.
Ricordo una telefonata di tanti anni fa con un’amica: era stata una giornata faticosa con Ilaria, darle da mangiare si era trasformato in una specie di lotta in cui io la imboccavo e lei mi sputava il cibo addosso. E io all’amica raccontavo della fatica e del mio sconforto nel vedermi a fine giornata con la maglia macchiata, e i capelli pieni di pappa, sporca ed esausta. E lei mi rispose: «Tutti i lavori sporchi sono santi».
All’epoca non capii cosa intendesse, un po’ a disagio lasciai cadere la frase senza chiedere chiarimenti né commentare.
Oggi – molti anni e molta vita dopo – ho capito, e so che aveva ragione, anche se questo “sporco lavoro” non finirà mai in un curriculum.

*Caregiver familiare, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie.

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Invecchiare con una lesione midollare: a Comacchio il Congresso 2026 della Federazione Europea sulle lesioni midollari

Come già segnalato a suo tempo, sarà in Italia, nei prossimi giorni, il Congresso Annuale 2025 dell’ESCIF, la Federazione Europea delle Associazioni di Persone con Lesione al Midollo Spinale, e ad organizzarlo è stata la FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), dal 27 al 30 maggio, presso il Camping Village Florenz di Comacchio (Ferrara), su un tema di crescente rilevanza in tutta Europa, quale l’“Invecchiamento attivo delle persone con lesione al midollo spinale”

L’annuncio, come avevamo raccontato sulle nostre pagine, era arrivato lo scorso anno a Zagabria, capitale della Croazia, dove si era svolto il Congresso Annuale 2025 dell’ESCIF, la Federazione Europea delle Associazioni di Persone con Lesione al Midollo Spinale: l’incontro del 2026 sarebbe stato ospitato dal nostro Paese, a cura della FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), ed esattamente presso il Camping Village Florenz di Comacchio (Ferrara), struttura situata sulla costa adriatica tra Bologna e Venezia completamente accessibile e immersa in un ambiente naturale, per favorire sia i momenti di dibattito che quelli di socializzazione.
Ebbene, ora quell’evento è ormai imminente, se è vero che si terrà dal 27 al 30 maggio, nella località emiliana, sul tema Invecchiamento attivo delle persone con lesione al midollo spinale.
«La designazione dell’Italia quale Paese ospitante del Congresso ESCIF 2026 – sottolinea il presidente della FAIP Vincenzo Falabella – è un riconoscimento importante per il movimento associativo italiano, rappresentato dalla nostra Federazione. Infatti, l’opportunità di riportare il dibattito europeo in Italia dimostrerà ancora una volta la capacità del nostro Paese di confrontarsi con le realtà internazionali su temi cruciali quali l’inclusione e i diritti delle persone con disabilità».

Per quanto riguarda il tema che è stato scelto, esso, afferma Lucy Robinson, presidente dell’ESCIF, «ha crescente rilevanza in tutta Europa, se è vero che le tendenze attuali mostrano come le persone continuano a subire lesioni al midollo spinale in età avanzata, mentre allo stesso tempo aumenta la durata di vita di coloro che si sono infortunati molti anni fa. Questi cambiamenti demografici rendono quindi l’invecchiamento con lesioni al midollo spinale non solo una questione clinica, ma anche una significativa priorità sociale, economica e comunitaria per il nostro movimento. In quanto organizzazioni che operano a livello nazionale ed europeo, condividiamo sia le sfide che la responsabilità di rispondere a questi sviluppi. Attraverso lo scambio di conoscenze, la ricerca, l’esperienza vissuta e le buone pratiche, rafforziamo la nostra capacità collettiva di promuovere servizi adeguati, influenzare le politiche e far crescere dignità e qualità della vita durante tutto l’arco della vita. Oltre alle sessioni formali, dunque, la conferenza in Italia offrirà anche un’’inestimabile opportunità di connettersi, condividere esperienze e rafforzare la cooperazione transfrontaliera».

Tali concetti vengono ribaditi anche dalla FAIP, che si sofferma così sulle nuove sfide determinate dall’invecchiamento con una lesione midollare: «Si tratta di sfide legate innanzitutto a cambiamenti fisici e psicologici: l’invecchiamento, infatti, può aggravare alcune complicanze legate alla lesione, quali problemi muscoloscheletrici, disturbi metabolici o difficoltà nella gestione quotidiana. A livello poi dell’autonomia e della qualità della vita, con l’avanzare dell’età diventa più complesso mantenere l’indipendenza, rendendo necessari nuovi modelli di assistenza e supporto. E infine, per quanto riguarda i sistemi sanitari e di welfare, molti Paesi non sono ancora preparati ad affrontare le esigenze specifiche delle persone anziane con disabilità, ciò che richiede politiche più inclusive e sostenibili. Il congresso di Comacchio sarà pertanto un’occasione fondamentale per confrontarsi su soluzioni concrete, che portino a un punto di svolta su tali temi, coinvolgendo esperti, associazioni e persone con lesione midollare, in un’ottica di collaborazione europea». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo (in inglese) del Congresso ESCIF. Per ogni ulteriore informazione: segreteria@faipets.it.

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