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Gli “Accordi Ritrovati” di AllegroModerato

Un anno di prove, crescita e condivisione, che ha trovato il suo momento più emozionante nel concerto finale: è stato il percorso di “Accordi Ritrovati”, progetto giunto alla quinta edizione, che coinvolge genitori, familiari e caregiver dei musicisti di AllegroModerato, la Cooperativa milanese nata per dimostrare che la formazione musicale può attivare e sviluppare energie e competenze emotive, cognitive e relazionali, tutte risorse volte a valorizzare la qualità della vita di persone con fragilità psichiche, mentali e fisiche Persone coinvolte nel progetto “Accordi Ritrovati”

Un anno di prove, crescita e condivisione, che ha trovato il suo momento più emozionante nel concerto finale, tenutosi nel giugno scorso: è stato il percorso di Accordi Ritrovati, progetto giunto alla quinta edizione, che coinvolge genitori, familiari e caregiver dei musicisti di AllegroModerato, la Cooperativa milanese di cui tante volte ci siamo occupati anche sulle nostre pagine, nata per dimostrare che la formazione musicale può attivare e sviluppare energie e competenze emotive, cognitive e relazionali, tutte risorse volte a valorizzare la qualità della vita di persone con fragilità psichiche, mentali e fisiche.
«Accordi Ritrovati – sottolineano da AllegroModerato – è un’esperienza che trasforma la musica in uno spazio di ascolto reciproco, sostegno e partecipazione, dove il fare orchestra diventa occasione per costruire relazioni, rafforzare legami e riscoprire il piacere di suonare insieme». (S.B.)

A questo link sono disponibili numerose immagini riguardanti Accordi Ritrovati. Per ulteriori informazioni: info@allegromoderato.it.

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L’appassionante avventura sui passi montani del Piemonte per i tandem della Polisportiva UICI di Torino

È stata realmente «una nuova avventura inedita e appassionante», così com’era stata presentata, quella vissuta dal “Gruppo Tandem” della Polisportiva UICI di Torino che dopo altre escursioni analoghe negli anni scorsi, si è cimentata in un tour in Piemonte, toccando diversi passi montani assai cari agli appassionati di ciclismo, con circa 330 chilometri percorsi in totale, la maggior parte dei quali in saliscendi, da sei tandem, ciascuno dei quali composto da un pedalatore con disabilità visiva e da una guida vedente Il “Gruppo Tandem” della Polisportiva UICI di Torino davanti alla Palazzina Reale di Caccia di Stupinigi (Torino)

Era stata presentata, anche sulle nostre pagine, dove ne avevamo ampiamente parlato, come «una nuova avventura inedita e appassionante», quella che attendeva il Gruppo Tandem della Polisportiva UICI di Torino (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), dopo altre escursioni analoghe negli anni scorsi, ossia un tour in Piemonte, toccando diversi passi montani assai cari agli appassionati di ciclismo. E tale è stata realmente, con circa 330 chilometri percorsi in totale, la maggior parte dei quali in saliscendi, da sei tandem, ciascuno dei quali composto da un pedalatore con disabilità visiva e da una guida vedente.
E tra i momenti più emozionanti, vi è stata la salita a Crissolo (Cuneo), sulle pendici del Monviso, fin quasi a raggiungere le sorgenti del Po, nonché le tappe che hanno toccato il Pinerolese, la Valle di Susa e le Valli di Viù e Lanzo. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa UICI Torino (Lorenzo Montanaro), ufficio.stampa@uictorino.it.

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Enzo Jannacci, che diceva “diverso è colui per il quale noi siamo diversi”

«Qualche settimana fa – scrive Luca Grecchi – è stato pubblicato da Superando un mio articolo ove ho tentato di mostrare come l’opera del cantautore Enzo Jannacci si presti ad un’analisi “filosofica”, con particolare riferimento all’esclusione sociale spesso prodotta da alcune forme di disabilità. Propongo dunque “un bis”, perché credo che in un’epoca in cui c’è ancora chi parla di “normalità” e “diversità” in maniera discriminatoria, possa essere utile riprendere i testi di un autore che diceva: “Diverso è colui per il quale noi siamo diversi” Il 33 giri del 1964 “La Milano di Enzo Jannacci”, che contiene anche “Per un basin”

Qualche settimana fa è stato pubblicato su queste stesse pagine un mio articolo intitolato Quanto ci coinvolgono, quelle parole di Enzo Jannacci. Si era trattato di un tentativo di mostrare come l’opera del grande cantautore milanese si presti ad un’analisi “filosofica”, con particolare riferimento all’esclusione sociale spesso prodotta da alcune forme di disabilità. Il tentativo, a giudicare dalla vicinanza manifestata nelle molte e-mail ricevute, è stato apprezzato, per cui, “a grande richiesta” – come avrebbe scherzosamente detto il Nostro –, propongo “un bis”.
Inutile dire che il merito di questo apprezzamento va soltanto all’affetto che Jannacci ha saputo suscitare, e mantenere nel pubblico, anche a tredici anni dalla sua scomparsa. Credo che, in un’epoca in cui c’è ancora chi parla di “normalità” e “diversità” in maniera discriminatoria, riprendere i testi di un autore che relativizzava le differenze, ovvero che sosteneva che “diverso è colui per il quale noi siamo diversi”, come egli disse appunto in una celebre intervista, possa tuttora essere utile.

In quell’articolo, in ogni caso, avevo accennato ad un brano poco noto di Jannacci, Per un basin (“Per un bacino”), del 1964, avente come protagonista un personaggio verosimilmente caratterizzato da qualche tratto di disadattamento sociale.
La canzone è ambientata in un paesino della campagna lombarda, in un’atmosfera che ricorda molto quella in cui sono vissuti i miei nonni. L’uomo, che narra quanto gli accadde una sera, è una di quelle figure borderline con il disagio psichico-intellettivo, che anche allora, nei contesti agricoli, venivano emarginate. Questo succedeva però in modo meno irrispettoso, nei cortili delle cascine dell’epoca, rispetto a quanto accade nelle città di oggi, dato che si trattava di contesti maggiormente comunitari, in cui un discreto numero di famiglie era solidalmente unito dalla comune convivenza in povertà.
Quello che comunque cercherò di fare, in questa sede, sarà soltanto collegare tale brano al tema della disabilità, per scandagliare i sentimenti che suscita, in chi viene escluso, l’emarginazione, esperienza che Jannacci lascia, come sempre, raccontare dal vissuto di chi la subisce.
Credo che la cosa migliore sia commentare il testo di questa canzone, che tradurrò – indegnamente – dal dialetto milanese, per i lettori e le lettrici che non sono della Lombardia.

Il brano inizia così: «Sabato sera di tanti anni fa, avevo fatto un giro e stavo tornando a casa». È un uomo non più giovane quello che ricorda, dopo tanti anni, un evento della giovinezza, che evidentemente lo aveva segnato. Un episodio verificatosi in un sabato sera come gli altri, in cui, a vent’anni, la sua socializzazione consisteva nel fare un giretto da solo per il paese. Jannacci aborriva ogni forma di pietismo, per cui consegnava il suo messaggio alla “normalità” di una descrizione, per chi almeno era in grado di cogliere la “anormalità” della solitudine abituale di un ventenne.
Cosa accadde, tuttavia, quel sabato sera? Accadde che il giovane si sentì attratto in maniera irresistibile dalla musica proveniente da quelle che allora si chiamavano “le balere dei frati”, ovvero piccole feste popolari, organizzate talvolta nei pressi di ex conventi, in cui i giovani si ritrovavano per ballare. Al richiamo del divertimento, ma soprattutto di una possibile compagnia, quel ragazzo non seppe resistere.
Si recò allora all’ingresso, e qui inizia la storia – narrata sempre con lo stile di Jannacci, insieme ironico e commovente – dell’esclusione di questa persona da quel contesto. Il giovane si accorge innanzitutto, dopo aver pagato, che “dalla giacchetta gli manca un bottone”, nonché, guardandosi i pantaloni, che indossava ancora “gli scarponi” usati in campagna. Non era abituato, questo ragazzo avvezzo alla solitudine, ai riti delle feste da ballo, che esigevano preparazione, anche estetica, dell’abito così come della propria persona. Per questo si presenta solo, cercando di darsi coraggio con qualche bicchiere di vino. Coraggio per cosa? In sostanza, per trovare ciò che i suoi coetanei in maggioranza già avevano, ossia una ragazza, un po’ di affetto, magari l’amore. «Per un bacino, io non so ma quella sera, avrei dato la vita intera, proprio così, per un bacino […]. Per un bacino, io sarei partito soldato, sarei andato a Como in moto, poi sarei tornato a casa a piedi».

Un giovane di oggi, forse, non riesce nemmeno ad immaginare cosa poteva significare partire soldato, o anche solo recarsi a Como in moto con le strade senza luci e le motociclette di allora, per poi tornare a casa a piedi, nel buio nebbioso delle notti padane. Il ragazzo di cui parla Jannacci, però, avrebbe corso tutti questi pericoli pur di trovare una fidanzata.
Di rischi, per altro, ne corse anche quella sera, oltre a subire lo scherno dei coetanei presenti, che probabilmente lo conoscevano; una derisione che affronta in maniera rassegnata: «Che cosa importa se già mi ridevano dietro, ormai non si può più tornare indietro». Nella vita non si può infatti mai tornare indietro, e intanto il tempo procede.
Fattosi forza, comunque, il nostro amico cerca di avvicinarsi ad una ragazza per chiederle di ballare, anche se «ero solo, ed avevo vergogna». Un bel momento, tuttavia, il coraggio arriva, e parte la richiesta, forse un po’ troppo diretta: «Lei, signorina, me lo dà un bacino?». Ecco, quindi, immediato, l’intervento della società escludente che allora, come oggi, reagisce compatta nei confronti del diverso: «Si ferma l’orchestra, arrivano anche i carabinieri, c’è uno che mi morde anche un piede… Per un bacino domandato quella sera, mi hanno cacciato dalla balera, mi hanno trattato come un villano […]. Per un bacino, roba senza risultato, mi han ridotto in uno stato, mi ricordo ancora adesso».

Molti anni – Jannacci non dice quanti – sono passati da allora, ma il vissuto di ingiustizia, di esclusione, di sofferenza, rimane nel ricordo di questa persona. Nessuno, ovviamente, è tenuto a baciare nessuno contro la propria volontà, ma, come mostra la fiaba del Principe ranocchio dei Fratelli Grimm, chi accetta di lasciarsi almeno avvicinare da chi, a prima vista, può sembrare differente, potrebbe anche trovare, come accaduto appunto alla principessa, una persona con cui condividere parte della vita. Meglio, dunque, cercare di non farsi imbruttire dai pregiudizi.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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“Turismi Accessibili”: valorizzare chi realizza un’accoglienza attenta all’inclusione e alle esigenze di ciascuno

È per Superando ancora una volta un onore e un piacere essere media partner del Premio Nazionale “Turismi Accessibili – Imprenditori, Enti, Associazioni, Giornalisti, Comunicatori e Influencer superano le barriere”, promosso dall’Associazione teatina DirittiDiretti, iniziativa cui possono partecipare, fino al 25 settembre, tutte le realtà che abbiano contribuito a superare gli ostacoli architettonici, sensoriali, ambientali e culturali, rendendo il turismo realmente fruibile da tutti e tutte Marta Russo, presidente dell’Associazione DirittiDiretti, davanti ad alcuni premiati dell’edizione di “Turismi Accessibili” dello scorso anno

Avevamo lasciato nell’ottobre dello scorso anno il Premio Nazionale Turismi Accessibili – Imprenditori, Enti, Associazioni, Giornalisti, Comunicatori e Influencer superano le barriere, promosso dall’Associazione teatina DirittiDiretti, in occasione delle premiazioni dell’ottava edizione, che avevano visto il Premio degli Esperti andare alla Basilica Patriarcale di Aquileia, con il progetto La Basilica per Tutti” (Sezione Accoglienza e Fruizione nei Luoghi della Cultura), all’Associazione Sicilia Turismo per Tutti, per il progetto Sicilia Mare per Tutti (Sezione Giornalismo e Comunicazione) e all’Associazione SardegnAccessibile, con l’omonimo progetto (Sezione Servizi Turistico Ricettivi). Erano inoltre stati valorizzati e premiati con la Targa Menzione Speciale per l’impegno per l’Accessibilità anche BlindTag System per l’impegno a migliorare l’accessibilità sensoriale per persone cieche e ipovedenti; il Comune di Tortoreto (Teramo), per l’accoglienza in città di turisti con disabilità, grazie a servizi specifici, dalle informazioni, alla mobilità, alle spiagge attrezzate; la Fondazione ANFFAS Salerno (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), per la realizzazione di un Summer Camp inclusivo in un hotel accessibile; e, infine, La casa di Pat, una casa vacanze accessibile ospitale e aperta a progetti di autonomia.
È dunque tempo di parlare della nuova edizione dell’iniziativa, la nona, della quale per Superando è ancora una volta, come lo scorso anno, un onore e un piacere essere media partner.

Il Bando 2026 della presente edizione del Premio resterà dunque aperto fino al 25 settembre, rivolgendosi a tutte le realtà che abbiano contribuito a superare gli ostacoli architettonici, sensoriali, ambientali e culturali, rendendo il turismo realmente fruibile da tutti e tutte. «L’obiettivo – come viene sottolineato da DirittiDiretti – è sempre quello di valorizzare e diffondere i migliori modelli di accessibilità realizzati in Italia, capaci di garantire una fruizione agevole e sicura dei servizi turistici e dei luoghi della cultura».
In particolare, l’iniziativa intende mettere in evidenza esperienze che consentano a ogni turista e cittadino di raggiungere una meta grazie a sistemi di trasporto accessibili; soggiornare in strutture ricettive inclusive; mangiare in ristoranti, pizzerie e bar senza barriere; scoprire il patrimonio artistico, storico, culturale e le eccellenze territoriali; divertirsi attraverso attività sportive e ricreative accessibili; fare shopping in autonomia; usufruire di servizi sanitari e socio-sanitari adeguati.
Si punta in sostanza a valorizzare le migliori esperienze di turismo culturale, enogastronomico, sportivo, congressuale, balneare, montano, termale, scolastico e religioso, premiando progetti, attività e servizi che abbiano saputo coniugare accessibilità, innovazione, sostenibilità, estetica e sviluppo socioeconomico. Il tutto, con uno spazio particolare riservato anche ai servizi giornalistici, ai video, ai contenuti digitali e alle campagne di comunicazione che raccontano le eccellenze italiane nel campo dell’inclusione.

I destinatari sono imprenditori, enti pubblici e privati, associazioni, giornalisti, comunicatori, influencer, ma possono candidarsi anche strutture ricettive (hotel, B&B, agriturismi, campeggi, resort, ristoranti, stabilimenti balneari e altre attività dell’ospitalità), destinazioni turistiche (Regioni, Province, Comuni, enti di promozione territoriale e fondazioni) e operatori della filiera turistica, culturale e naturalistica.
Le candidature possono riguardare interventi e progetti relativi a mezzi di trasporto, strutture turistico-ricettive, luoghi di interesse artistico e culturale, centri sportivi e ricreativi e servizi aperti al pubblico.
Fatto non certo trascurabile, la partecipazione è completamente gratuita.
Come lo scorso anno, la Giuria assegnerà il Premio degli Esperti nelle categorie Accoglienza e Servizi Turistico-Ricettivi, Accoglienza e Fruizione nei Luoghi della Cultura e Giornalismo e Comunicazione. I vincitori riceveranno il premio ufficiale e una campagna di promozione sul sito web dell’iniziativa e sui canali social dell’Associazione Diritti Diretti per due mesi. Eventuali ulteriori premi messi a disposizione dai partner saranno comunicati nel corso dell’iniziativa.
La cerimonia di premiazione si terrà il 17 ottobre in provincia di Chieti, e tutti i candidati saranno invitati a parteciparvi, ma i vincitori verranno già resi noti entro il 5 ottobre, insieme al programma della manifestazione conclusiva.
Da segnalare infine che il Premio è inserito nell’àmbito del IV Festival dell’Architettura di Chieti e Provincia 2026, dedicato al tema Il Battito della Città: Architetture che curano, uniscono, trasformano, confermando il legame tra accessibilità, progettazione inclusiva e qualità degli spazi destinati alla collettività.

«Come nell’edizione del 2025 – commenta Marta Russo, presidente di Diritti Diretti – anche in questa stiamo ricevendo tante candidature straordinarie da tutta Italia, ognuna delle quali esprime un modello di eccellenza nel settore del turismo per tutti. Questo ci conforta nel nostro obiettivo, che è quello di valorizzare sempre più chi investe in accessibilità, ponendo la Persona al Centro e realizzando un’accoglienza attenta all’inclusione e alle esigenze di ciascuno». (S.B.)

Come detto, la partecipazione è gratuita (ricordiamo ancora il link a cui è presente il Bando) e per candidarsi, è necessario inviare entro il 25 settembre un’e-mail a info@dirittidiretti.it, contenente i dati richiesti nel Bando stesso. Per ulteriori informazioni: info@dirittidiretti.it o anche info@ipensieridimarta.com. (S.B.)

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Il ruolo del suono nell’esperienza di accoglienza e accessibilità

Si chiama “Hospitality Award – Note di Inclusività e Accoglienza” il concorso promosso da “Hospitality – Il Salone dell’Accoglienza”, manifestazione internazionale organizzata da Riva del Garda Fierecongressi, in collaborazione con WMF (We Make Future). A vincerlo sono stati il locale “Mòchela” di Rovereto (Trento) e la struttura “OOOM Homely Suites” di Lecce, per avere interpretato in modo diverso, ma ugualmente efficace, il ruolo del suono nell’esperienza di accoglienza e accessibilità Foto di gruppo, a Bologna, per la premiazione del concorso “Hospitality Award – Note di Inclusività e Accoglienza”

Hospitality Award – Note di Inclusività e Accoglienza è un concorso promosso da Hospitality – Il Salone dell’Accoglienza, la nota manifestazione internazionale leader in Italia per hôtellerie e ristorazione organizzata da Riva del Garda Fierecongressi, in collaborazione con WMF (We Make Future), la principale fiera italiana dedicata all’innovazione digitale. A vincerlo e ad essere premiati recentemente a Bologna sono stati Mòchela di Rovereto (Trento) e OOOM Homely Suites di Lecce, per avere interpretato «in modo diverso ma ugualmente efficace il ruolo del suono nell’esperienza di accoglienza: il primo come strumento di relazione e inclusione sociale, il secondo attraverso tecnologia, accessibilità e progettazione dell’esperienza».

Per quanto riguarda Mòchela, dunque, il locale roveretano ha ottenuto il riconoscimento per avere integrato la musica nella propria quotidianità, trasformandola in uno strumento di relazione, benessere e partecipazione. Tra gli elementi distintivi, in particolare, l’investimento nel comfort acustico, con l’installazione di pannelli fonoassorbenti certificati, e la collaborazione con Rock Spectrum Experience, iniziativa che promuove l’accessibilità delle persone neurodivergenti attraverso il linguaggio musicale. «Un modello – come è stato giudicato – capace di coniugare inclusione strutturale, replicabilità e accoglienza professionale».

Struttura ricettiva situata invece nel centro storico di Lecce, OOOM Homely Suites ha potuto contare sui suoi progettisti anche su un imprenditore con disabilità visiva. Nello specifico, il metodo OOOM – Hospitality Mantra utilizza sensori di movimento che attivano tracce sonore pensate per accompagnare gli ospiti negli ambienti comuni, arricchiti da oggetti iconici di design. In tale percorso, quindi, l’assenza della vista viene compensata da un’esperienza sensoriale immersiva curata nei minimi dettagli, capace di trasformare il passaggio attraverso gli spazi in un momento di scoperta e relazione. Attenzione viene posta anche al comfort luminoso, con la musica e la luce che diventano due strumenti complementari di inclusione.

«Il suono – commenta Giovanna Voltolini, group exhibition manager di Riva del Garda Fierecongressi – influisce sul comfort, sulla qualità delle relazioni e sul modo in cui le persone vivono e percepiscono un luogo. Mochela e OOOM Homely Suites dimostrano come musica e ambiente sonoro possano diventare elementi distintivi dell’accoglienza capaci di generare benessere e inclusione. Un approccio che riflette i valori di DI OGNUNO, l’iniziativa di Riva del Garda Fierecongressi per Hospitality dedicata all’accessibilità e sviluppata con Lombardini22 e con la rete per l’ospitalità accessibile Village for all (V4A®), una visione che condividiamo e che guida anche questo progetto attraverso il quale promuoviamo una riflessione sempre più ampia sui temi dell’inclusione e dell’Universal Design». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Anna Cozzarini (a.cozzarini@imagebuilding.it).

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Siamo noi gli esperti della nostra vita: abbiamo il diritto di pensare e parlare per noi stessi!

«Siamo titolari di diritti, non oggetti di cura. Siamo esperti della nostra vita. Abbiamo il diritto di pensare e parlare per noi stessi»: si conclude così il “Position Paper” rivolto alle Istituzioni europee da giovani con disabilità di Italia, Francia e Lettonia, che lo hanno elaborato, insieme a un Manifesto e a una campagna di comunicazione sulla vita indipendente. Il tutto nell’àmbito del progetto europeo “Keep Driven”, che mira appunto a rafforzare il protagonismo, la consapevolezza e il potere di azione dei giovani con disabilità

Il 13 luglio scorso a Milano è stata presentata My Time Is Not Mine (letteralmente “Il mio tempo non è mio”), campagna di comunicazione sul diritto alla vita indipendente ideata da giovani con disabilità di Italia, Francia e Lettonia [si legga anche la presentazione dell’evento sulle nostre pagine, N.d.R.].
Al centro c’è una rivendicazione precisa: decidere del proprio tempo. Il Manifesto della campagna chiede infatti servizi di supporto che si adattino ai ritmi e alle condizioni di ciascuno, trasporti accessibili, opportunità flessibili di studio e lavoro, leggi sulla vita indipendente davvero applicate e il diritto a essere ascoltati nelle decisioni che riguardano la propria vita.
Un perimetro che i giovani hanno scelto di estendere fino alla mobilità e all’accessibilità dei luoghi pubblici: perché disporre del proprio tempo significa anche potersi spostare, entrare, partecipare attivamente. La campagna lo racconta attraverso le loro storie: chi non riesce a usare il proprio tempo per costruirsi un futuro, chi non può permettersi la spontaneità, chi deve misurare ogni gesto anche nei momenti con gli amici.

Ma la presentazione è stata solo l’ultima tappa di un percorso lungo mesi, in cui i giovani coinvolti non sono stati i destinatari di un messaggio: ne sono stati bensì gli autori. KEEP Driven – Promuovere le conoscenze, il protagonismo e la partecipazione dei giovani è un progetto europeo co-finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+, coordinato da CBM Italia e di cui la LEDHA è partner (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), nato con l’obiettivo di mettere i giovani con disabilità nelle condizioni di fare advocacy [tutela] in prima persona.
Il percorso è passato per una selezione e per le “visite di studio” nei tre Paesi coinvolti. Poi, a Milano, tre giorni di formazione organizzati da LEDHA e CBM Italia su diritti, advocacy e costruzione di campagne di comunicazione: è in quella sede che i partecipanti hanno portato sul tavolo i problemi che vivono ogni giorno e nella quale il gruppo italiano ha individuato il tema da proporre agli altri.
Ciascuno dei tre gruppi nazionali è arrivato così a Bruxelles con la propria proposta: due giorni di confronto diretto tra i ragazzi, al termine dei quali dei tre temi ne è stato scelto uno solo, la vita indipendente, ossia quello italiano, condiviso subito da francesi e lèttoni, perché parlava a tutti, pur declinandosi in modo diverso in ciascun contesto.
Rientrati nei rispettivi Paesi, i partecipanti hanno continuato a lavorare (accompagnati da professionisti nella scelta del modo migliore per veicolare il messaggio) fino a produrre un Position Paper indirizzato alle istituzioni europee, il Manifesto e la campagna.
Un passaggio che per molti ha significato cambiare posizione. «È stata la prima volta che mi sono trovata nei panni di chi scrive un documento politico, non di chi lo riceve – racconta Alessia Degan, 25 anni -. Ho sentito una sorta di potere: il potere di avere un’influenza. Non so ancora se porterà a un risultato concreto, ma già il fatto di provarci mi dà speranza».

Il confronto europeo ha portato anche qualche sorpresa. Marco Bosaglia è rimasto colpito da quanto i problemi si somiglino, nonostante i Paesi siano diversi: «Ciò che mi ha colpito di più sono state le scuole: in Lettonia esistono ancora le scuole speciali dedicate solo agli studenti con disabilità ed è una cosa che non mi aspettavo».
Sugli effetti del lavoro fatto è realista: non si aspetta un cambiamento immediato, perché garantire il diritto alla vita indipendente richiede trasformazioni profonde, ma spera che la campagna aiuti almeno a superare alcuni luoghi comuni ancora molto diffusi.
Gloria De Santis, infine, che non viene da studi di scienze politiche, in questi mesi ha imparato a costruire una campagna di advocacy e a mettere nero su bianco, per le Istituzioni europee, che cosa significa non poter vivere una vita pienamente indipendente: «Lavorare su un Position Paper insieme ad altri ragazzi con disabilità mi ha fatto riflettere su meccanismi che altrimenti non avrei conosciuto: come trasformare la nostra esperienza personale in qualcosa di concreto e utile alla comunità».
È lo stesso spirito con cui si chiude il Position Paper: «Siamo titolari di diritti, non oggetti di cura. Siamo esperti della nostra vita. Abbiamo il diritto di pensare e parlare per noi stessi». (Ilaria Sesana)

Le storie, il Manifesto e il Position Paper, ossia ciò di cui si parla nel presente contributo, sono tutti disponibili nel sito dedicato (a questo link).

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Per trasformare l’autodeterminazione da ideale filosofico a progetto di vita autentico, partecipato e accessibile

Il 5° Convegno Nazionale SAI (Sportelli Autismo Italia) del prossimo mese di ottobre si propone di essere un momento di confronto in cui trasformare l’autodeterminazione delle persone con autismo – e in generale con disabilità – da ideale filosofico a progetto di vita autentico, partecipato e accessibile. Ne parlano Claudia Munaro e Marco Condidorio, mentre dello stesso Condidorio segue un contributo sul progetto molisano “Contaminazione sociale su Istruzione, Formazione, Informazione”, strettamente legato ai medesimi concetti  che hanno dato vita alla rete SAI  “Autodeterminazione”

Il valore della rete: Sportelli Autismo Italia (SAI)
È per rispondere concretamente a un’esigenza di inclusione reale e di qualità che è nato il modello di supporto organizzativo, educativo e didattico denominato Sportello Autismo, ideato nel 2007 a Vicenza e successivamente riconosciuto ufficialmente dal Ministero dell’Istruzione con il Decreto Ministeriale 435/15.
Da quella prima esperienza territoriale è fiorito il Network Nazionale Sportelli Autismo Italia (SAI), che proprio nel prossimo mese di agosto festeggerà 10 anni di attività.
Il SAI è un’infrastruttura di libera aggregazione e una rete sussidiaria “liquidamente organizzata”, nata per annullare le distanze geografiche e raggiungibile al proprio sito ufficiale (a questo link). Oggi accoglie 59 “nodi Sportelli Autismo” diffusi in 16 Regioni, che garantiscono un supporto Peer-to-Peer (docente-docente) territoriale e su scala nazionale, permettendo di condividere generosamente idee, materiali e proposte formative a servizio dell’intera comunità.
L’obiettivo fondamentale è supportare i professionisti dell’educazione a guardare la Persona e il suo Progetto di Vita, non la sua diagnosi, aiutando a dare voce alla sua voce. Offrendo supporto alle scuole, alle persone autistiche, alle famiglie e alla comunità intera, la rete aiuta a creare una pedagogia e una didattica inclusiva “su misura”. Diventa così lo strumento ideale per scardinare quelle etichette ghettizzanti (come gli “alunni H”) che riducono l’essere umano a una sigla burocratica.
L’autorevolezza del network di libera aggregazione e la qualità di questo circuito di saperi sono consolidate da importanti sinergie istituzionali, come l’Accordo di Intenti del 2019 e il Protocollo di Intesa siglato con il Ministero dell’Istruzione e del Merito e l’ANGSA Nazionale (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo) il 2 agosto 2023.
A garanzia del valore scientifico di questo percorso, il SAI si avvale del prezioso contributo di un comitato di esperti d’eccellenza, tra cui il professor Flavio Fogarolo (esperto di normativa e didattica inclusiva), il professor Lucio Cottini, ordinario dell’Università di Urbino, la dottoressa Lucia Ferlino, ricercatrice del CNR di Genova e il dottor Giuseppe Maurizio Arduino, responsabile del Centro Autismo di Mondovì (Cuneo).

Il 5° Convegno e l’indagine nazionale
È in questa cornice storica e culturale che si inserisce il 5° Convegno Nazionale organizzato da SAI con la collaborazione delle Associazioni nazionali ANGSA e Gruppo Asperger, sul tema Autodeterminazione: da 0 a infinito. Un progetto di vita autentico e partecipato.
Nelle giornate dell’1, 2, 8 e 9 ottobre prossimi, questo evento rappresenterà un momento di confronto imprescindibile per trasformare l’autodeterminazione da ideale filosofico a progetto di vita autentico, partecipato e accessibile a tutti.
Per sostenere una riflessione collettiva su questa tematica fondante il Progetto di Vita, Sportelli Autismo Italia – nell’ambito delle attività di ricerca, formazione e promozione di una cultura dei diritti – ha promosso un sondaggio nazionale che ha già raccolto la risposta di oltre 3.500 persone.
L’indagine – curata dai membri del SAI, ossia chi scrive [Claudia Munaro], Lucia Ferlino, Marialuisa Tonietto e Daniela Valente, con la supervisione scientifica di Lucio Cottini – ha la finalità di raccogliere il punto di vista di genitori, caregiver, dirigenti scolastici, insegnanti, educatori e professionisti, al fine di comprendere come i diversi contesti di vita favoriscano od ostacolino l’autodeterminazione delle persone con autismo.
Questa ricerca non ha scopi valutativi o ispettivi e non giudica le persone con disabilità. Pone invece l’attenzione sui contesti, sulle pratiche e sulle opportunità offerte, muovendosi lungo tre direttrici principali:
° Esplorare il livello di conoscenza dell’autodeterminazione nei contesti della scuola, della famiglia e dei servizi di supporto.
° Comprendere come l’autodeterminazione venga tradotta operativamente nei PEI (Piani Educativi Individualizzati) e nei Progetti di Vita.
° Raccogliere elementi utili per migliorare la formazione e le pratiche educative e progettuali future.
Il questionario è stato specificamente rivolto a:
– Genitori e caregiver di persone con autismo;
– Dirigenti scolastici, insegnanti curricolari e di sostegno;
– Educatori e operatori socio-sanitari;
– Professionisti dei servizi clinici, riabilitativi e abilitativi socio-educativi;
– Studenti dei percorsi di formazione per il TFA Sostegno (Tirocinio Formazione Attiva), di Scienze della formazione primaria e Assistenti alla comunicazione e all’autonomia.
I dati emersi da questa straordinaria partecipazione saranno presentati e discussi dettagliatamente nella prima giornata del Convegno di ottobre. Sarà l’occasione per ribadire con forza il diritto fondamentale delle persone autistiche di manifestare i propri desideri, fare scelte, pianificare obiettivi, valutare gli effetti delle proprie azioni e autocorreggersi quando una strategia risulta inefficace: dimensioni che non vanno intese come semplici prerequisiti, ma come i frutti reali di processi educativi e di supporto coordinati, rispettosi e di altissima qualità.
Professoressa Claudia Munaro per SAI (Sportelli Autismo Italia)
Professor Marco Condidorio per ADV (Associazione Disabili Visivi), Roma/Molise

Contaminazione sociale su Istruzione, Formazione, Informazione: un progetto in Molise contro la “solitudine dei Certificati primi”
Al 5° Convegno Nazionale SAI organizzato online dal 1° al 9 ottobre prossimi da Sportelli Autismo Italia (SAI), in collaborazione con l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo) e con Gruppo Asperger, sul tema Autodeterminazione: da 0 a infinito. Un progetto di vita autentico e partecipato, anche il Molise ci sarà! È la scommessa per noi e per chi vorrà esserci.
In tal senso l’ADV per il Molise (Associazione Disabili Visivi) promuove l’iniziativa denominata Contaminazione sociale su Istruzione, Formazione, Informazione il cui scopo è riportare al centro del dibattito “sociale” – partendo appunto dal progetto promosso da Sportelli Autismo Italia -, la relazione tra “la persona in condizione di disabilità e l’ambiente scolastico, ricreativo e sociale”.
A tal fine sono state coinvolte la professoressa Claudia Munaro di Sportelli Autismo Italia e la professoressa Angela Di Burra, referente del CTS Pentro Molise (Centro Territoriale di Supporto). Entrambe hanno accolto con entusiasmo la sfida: riusciremo a realizzare una prima apertura di uno Sportello SAI nella nostra Regione?
Ma perché parlarne oggi, qui, in terra di Molise? Perché, se è vero il dato secondo cui qui da noi c’è un significativo bacino di competenze – in materia di ricerca e studio della condizione di disabilità – manca il progetto unitario per rendere la Regione anello di quel circuito di saperi e di volontà qual è il progetto Sportelli Autismo Italia. Il dialogo con il territorio è fondamento: sono indispensabili, servizi sociali, educativi e di valorizzazione delle risorse, delle capacità progettuali, dei risultati conseguiti. Patrimonio, quest’ultimo, da condividere “in osmosi” col sistema nazionale di Istruzione-Formazione, della ricerca scientifica e dell’Educazione, per esserci e divenire parte attiva di quell’humus, corpo sociale, rappresentativo di ciò che siamo, perché lo desideriamo e perché consapevoli di avere esperienza. Non mancando, tuttavia, di aggiornare il bagaglio di saperi in fieri, acquisendo una forma sempre più adeguata al tempo, al luogo al contesto.
Lo dobbiamo per le persone alle quali crediamo e per cui desideriamo affermare i principi di “libertà e autodeterminazione”. Assieme condividiamo dinamicamente ogni tipologia di processo, teso all’inclusione per tutti, nessuno escluso.
Le separazioni sociali, infatti, sono il frutto acerbo cui non segue alcuna maturazione. Abbiamo il dovere etico-sociale di promuovere, realizzare la coesione sociale, matrice su cui deve poter poggiare l’edificio reale e realistico dell’azione associativa, culturale e politica del Molise, in favore e in collaborazione con le persone che vivono la condizione di disabilità.

Tenendo sempre come riferimento la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/09, il cambio di paradigma è indispensabile; il “credo laico”, infatti, affonda le radici nei princìpi enunciati nella Carta Costituzionale italiana, ripresi in ogni segmento della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e già affermati con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, documento fondamentale adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, con cui si promuovono i diritti e le libertà universali spettanti a ogni individuo.
Diremo: spettanti per natura ad ogni Persona. Noi, Persone con disabilità, non apparteniamo ad un progetto divino minore. La verità è che non siamo progettati né destinati, apparteniamo al “genere” umano, modello di ultima generazione: homo sapiens. Non siamo la “serie” uscita con qualche difetto, semplicemente siamo parte del mondo, non un mondo a parte.
Il corpo umano è composto d’acqua, elemento maggiormente presente e vitale per tutte le funzioni, materiali, cerebrali emotive. Al pari dell’acqua, vi è un altro elemento vitale: il desiderio. L’Autodeterminazione è molto più della norma scritta: è il sano riconoscimento della natura “umana” con e in tutto ciò che essa significa, è e rappresenta. L’Autodeterminazione è “volontà”. Non necessita di parole, di azioni esplicite, di colori, movimento, di voce, di sguardi. Essa c’è e abita la fibra profonda dell’umano. Ragione per cui ha tante forme, quanti sono gli esseri umani presenti nell’universo mondo.
L’Autodeterminazione è l’Essere medesimo di ogni singola natura del vivente: il Vivente è manifestazione esplicita di “autodeterminazione”. Perché è la “VITA” ad esserne la manifestazione.
Probabilmente, Aristotele scriverebbe: “La vita è per natura autodeterminazione”. Ci piace pensarlo sempre attuale, presente nel nostro argomentare. La volontà, è semplicemente il desiderio d’essere e di esserci.

Il Topos Sociale con il maggior successo di cura, per noi, persone in condizione di disabilità, è il nucleo familiare. Almeno così dovrebbe essere. Per l’inclusione, generalmente, è la Società: la Scuola, la comunità nelle aggregazioni più diverse (università, lavoro, tempo libero, sport).
Quello della “solitudine” è il luogo più importante degli stati precedenti. Sì, perché è lì dove accade l’intima natura: ogni essere umano socializza col proprio Io, con se stesso. Si offre a sé, si pone in relazione – riflettente – quell’identità che rende il tempo senza spazio e lo spazio senza tempo: Persona. Stati; dimensioni. Aperture; oblii. Emozioni; solitudini, comunque storie, che ogni persona scopre per la prima volta in autonomia. Lo fa attingendo energia da sé. Si percepisce scoprendo altro da sé. Attraverso la pelle, il muscolo del cuore.
Gratuitamente si scopre; Conosce, riconosce, sente l’altro. Avverte attrazione, repulsione, empatia, gioia. Questo siamo noi, al di là della condizione di disabilità.
Non sempre abbiamo la parola giusta con la quale esprimere a noi stessi il perché di questi stati, emozioni. Però cogliamo presenza e assenza, pienezza e vuoto.
Quanto può influire l’azione di qualcuno sulla volontà di chi non è nella condizione di poter esprimere autonomamente propri desideri, emozioni, bisogni, pensieri, necessità? Frustrazione, costrizione, silenzi, abbandono più o meno breve, talvolta troppo prolungato nel tempo, in spazi ristretti, ampi e dispersivi o sin troppo lontano, lontani.

Dialogo con sé: “Sono immersa in un vortice… Paure: quattro operazioni, moltiplicazione, addizione; sottrazione e. Preposizioni; articoli indeterminativi e. Può accadere che possegga capacità visiva limitante o assente; così l’udito; capacità motorie ridotte o di linguaggio; cognitivamente non godo dei medesimi processi, quelli che vorresti tu, perché io possa essere definibile (come te) uguale a te”.
“Diversi sono i miei valori. I punti di riferimento. I traguardi, che come ben sai, non sempre possono essere i medesimi, ciò fa parte della nostra natura (l’umano). Diverso è per quel che riguarda i desideri: lì ci scopriamo, incontriamo e riveliamo uguali, simili, perché come i tuoi, non posseggono matematizzazioni, geometrie di convenienza o utilità”.
“Ho debolezze, come chiunque; non godo di punti di debolezza, al più punti di miglioramento, come tutti. Comprendi di me quel che mi fa star male, quel che genera distanza, oppressione, terrore, paura. Non sono un gomitolo di errori; il disegno sbagliato per cui basta una gomma per cancellare, correggere qua e là per poi con la matita aggiungere nuovamente. Non può essere il PEI [Piano Educativo Individualizzato, N.d.R.], la mia identità: non può essere la cartella clinica, perché non sono malata/malato. Come te apprendo, sai? A modo mio; nei tempi e secondo modalità, strutture differenti, ma come te accolgo, capisco e posso rifiutare. Apprendo e come te, a modo mio restituisco, se voglio e posso. L’apprendimento è un atto personale, proprio come la restituzione, lo sapevi? Sono un’opera, scultura tra tutte le sculture. Non la bozza in attesa di correzioni!”.

Il seme è per natura vita. Ovunque cada, proverà a morire per divenire frutto. Ciò può accadere sulla roccia più aspra e dura, non necessariamente nel terreno maggiormente fertile.
Questa è la natura, la ragione è altra cosa. Come la sete, la fame, il sonno e il freddo uniscono e separano le persone, così anche l’Io, come “processo-flusso” di impercettibili percezioni è sovrano di unità e separatezza, tra sé e l’altro. Il Tu non lo si chiede, non lo si può ricevere in dono, non lo si eredita: lo si può solo conquistare. Nessuno ci appartiene, noi non apparteniamo a nessuno.
Nell’incontro non si improvvisa mai: l’altra, l’altro sono occasione di nutrimento; noi, l’opportunità d’essere cibo.
La condizione di disabilità, non è e non potrebbe mai essere dono per chi la vive; né risorsa per chi la incontra nel corpo dell’altra, dell’altro. La condizione di disabilità fa parte del corpo, come l’altezza, il colore degli occhi, la fisionomia del viso: nulla di tutto ciò ha eticità, valore ontologico. Semplicemente è parte di quella materialità qual è il soma: è la roccia aspra e dura come il diamante.
La disabilità non può identificarsi con l’identità, per quest’ultima ci sono Io: dignità; autorevolezza; autodeterminazione, sono i tratti somatici di quel che coltivo ogni giorno, con me stessa, con me stesso, per poter migliorare e essere utile, produttiva, produttivo al pari di voi tutti per la società. Non desidero essere peso, ma energia creativa, al pari con “te” e di tutti.

Sosteniamo, quindi, partecipiamo al progetto che ci vede uniti contro l’emarginazione dei “Certificati primi”. La solitudine, oggi, non appartiene più ai soli “Numeri primi”: appartiene esponenzialmente anche a noi: solitudine dei Certificati primi.
Siamo noi, che prima di essere “persona” ci identificano con titoli poco nobili: “Studente H” o “lavoratrice H”.
Noi, per voi siamo: “i fragili”, “diversamente abili”, “poco figli”, “quasi mai madri, padri, amici”. Capita spesso di sentire nei corridoi della scuola, degli atenei: «Ieri in classe mi hanno inserito un “H”». «Beata te! Sapessi io, quest’anno in classe ho due DSA, un H e un BES». «Invece io sono stato fortunato quest’anno, finalmente ho solo un PDP e minorato linguistico». «A me arriverà un articolo 3 comma 3».
Il grande “contenitore”: i BES! Bisogni Educativi Speciali, un acronimo coniato per la prima volta nel nostro Paese e diffuso con la Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012, ispirandosi al concetto anglosassone di SEN (Speciale Educational Needs) del Rapporto Warnock (1978), ma con infelice interpretazione, che ne ha prodottto una distorsione: sta di fatto che con “Bisogni Speciali” si è da subito presentata l’etichetta con la quale relegare noi tutti in una dimensione “iperuranica” non esclusiva, ma escludente, emarginante: ci avete istituzionalizzati!
Professor Marco Condidorio – per ADV (Associazione Disabili Visivi), Roma/Molise

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A Quartu Sant’Elena il film “SVeLA”, nel quadro del progetto “Storie, Voci e Luoghi Accessibili”

Nell’àmbito del progetto multidisciplinare “Storie, Voci e Luoghi Accessibili”, promosso a Quartu Sant’Elena (Cagliari) dall’Associazione di Promozione Sociale Impatto Teatro, con il sostegno del Comune locale e della Fondazione di Sardegna, è stato realizzato il film-documentario “SVeLA” di Alessandro Pulloni – ove l’acronimo “SVeLA” sta appunto per “Storie, Voci e Luoghi Accessibili” -, che verrà proiettato nella serata del 24 luglio nella città sarda

«Questa iniziativa mira a trasformare la percezione della disabilità e a promuovere un’idea di città realmente aperta a tutti, attraverso l’arte e la creatività, affrontando appunto il tema dell’accessibilità e dell’inclusione sociale attraverso un percorso multidisciplinare fatto di laboratori sensoriali di teatro, danza, canto, scrittura creativa e produzioni cinematografiche»: avevamo presentato così, nel febbraio scorso, il progetto multidisciplinare Storie, Voci e Luoghi Accessibili, promosso a Quartu Sant’Elena (Cagliari) dall’Associazione di Promozione Sociale Impatto Teatro, sotto la direzione artistica di Karim Galici e con il sostegno del Comune di Quartu Sant’Elena e della Fondazione di Sardegna.
È nell’àmbito di quel progetto che è stato realizzato il film-documentario SVeLA di Alessandro Pulloni – ove l’acronimo “SVeLA” sta appunto per “Storie, Voci e Luoghi Accessibili” -, opera che verrà proiettata nella serata del 24 luglio (ore 21), presso l’Ex Caserma di via Roma a Quartu Sant’Elena.
Presentato e moderato dalla giornalista Maria Chiara Cugusi, l’evento prevede la presenza in sala di Alessandro Pulloni, di Karim Galici, di tutto il cast artistico e tecnico di SVeLA, oltreché di rappresentanti istituzionali e di operatori culturali. (S.B.)

L’evento del 24 luglio a Quartu Sant’Elena sarà ad ingresso libero, ma è consigliata la prenotazione, tramite l’indirizzo impattoteatro@gmail.com. Per ulteriori informazioni: Dafne Turillazzi (dafneturillazzi@gmail.com).

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Contro “l’eleganza del male”, contro tutte le guerre, le principali “produttrici di disabilità”

È un messaggio «di enorme valore etico e di forte educazione alla pace», scrive Salvatore Nocera, quello rivolto “ai potenti della Terra” dall’arcivescovo di Napoli don Mimmo Battaglia il quale, indignato per il fatto che il Presidente della Turchia abbia offerto agli altri Capi di Stato presenti a un’importante riuione internazionale una lussuosa pistola come ricordo, chiede con forza «di non rendere elegante il male». È anche un messaggio contro tutte le guerre, che non possiamo non condividere, anche ricordando sempre come proprio le guerre siano le principali “produttrici di disabilità” Sergio Saviantoni, “Contro tutte le guerre” (particolare) (©PitturiAmo)

Riceviamo da Salvatore Nocera e ben volentieri diamo spazio a questo suo messaggio, insieme alla lettera da lui richiamata, rivolta “ai potenti della Terra” dall’arcivescovo di Napoli don Mimmo Battaglia: «In un mondo in cui la frenesia del riarmo sta oscurando la volontà di pace tra i popoli, in un mondo in cui la forza militare sta violando impunemente il diritto, nel nostro Paese ove addirittura i bambini trovano normale colpire col coltello i coetanei, l’arcivescovo di Napoli don Mimmo Battaglia, indignato per il fatto che a conclusione di un’importante riunione internazionale un Capo di Stato [il presidente della Turchia Erdogan, N.d.R.] abbia offerto agli altri Capi di Stato come ricordo una lussuosa pistola con annesso corredo di proiettili, desidero condividere con i Lettori e le Lettrici di Superando questa lettera dello stesso Arcivescovo di Napoli, indirizzata “ai potenti della Terra” che mi sembra di enorme valore etico e di forte educazione alla pace.
Salvatore Nocera».

«Ai potenti della Terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta. A volte entra in silenzio. Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere. Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori. E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare. Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale. E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma. Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile. È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata. Il nome della donna che potrebbe restare senza marito. Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo. Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere. Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo. Sono due civiltà. Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato. Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio. Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro. Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi. Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi. E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.
Don Mimmo Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli».

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A Torino c’è il grande tennis in carrozzina

Organizzato dalla Società Sportiva Dilettantistica Volare, in collaborazione con l’ITF (International Tennis Federation) e la FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel), ha preso il via a Torino e si protrarrà fino al 26 luglio, uno degli eventi paralimpici più importanti del panorama nazionale, vale a dire la diciottesima edizione del “Trofeo della Mole 2.0” di tennis in carrozzina, torneo internazionale dedicato alla memoria di Mariella Echampe

Ha preso il via a Torino, presso i campi del Circolo della Stampa-Sporting, e si protrarrà fino a domenica 26 luglio, uno degli eventi paralimpici più importanti del panorama nazionale, vale a dire la diciottesima edizione del Trofeo della Mole 2.0 di tennis in carrozzina, torneo internazionale dedicato alla memoria di Mariella Echampe, figura storica del movimento paralimpico e del tennis in carrozzina italiano.
Organizzata dalla Società Sportiva Dilettantistica Volare, in collaborazione con l’ITF (International Tennis Federation) e la FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel), la manifestazione fa parte dell’Uniqlo Wheelchair Tennis Tour e gode del patrocinio della Regione Piemonte, della Città Metropolitana di Torino e della Città di Torino, oltreché del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), di Turismo Torino e Provincia, dell’ANA di Torino (Associazione Nazionale Alpini), Sezione “La Veja” e del Panathlon Club Torino Olimpica.
Classificata come ITF 100 di wheelchair tennis, l’iniziativa è un appuntamento di grande livello e anche una vera e propria rampa di lancio per atleti emergenti, nonché una vetrina di prestigio per i migliori interpreti della disciplina.
La presente edizione può contare sulla partecipazione di 52 atleti/atlete provenienti da 17 Paesi, nelle categorie Open, Femminile e Quad, sia in singolare che in doppio, con tabelloni di consolazione per garantire il massimo del gioco e dell’inclusione. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@ssdvolare.com.

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Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi: 1.024 segnalazioni nel 2025 e la scuola resta uno dei terreni più critici

Dal 2015 offre consulenza gratuita a persone con disabilità, familiari e organizzazioni che si trovano ad affrontare una situazione di discriminazione: è il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione lombarda LEDHA, che nel 2025 ha ricevuto 1.024 segnalazioni, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. E la scuola è risultata essere sempre uno dei terreni più critici

Dal 2015 offre consulenza gratuita a persone con disabilità, familiari e organizzazioni che si trovano ad affrontare una situazione di discriminazione: è il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che ha pubblicato in questi giorni la propria relazione annuale (disponibile a questo link), informando di avere ricevuto, nel 2025, esattamente 1.024 segnalazioni, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente.
«Nel 72% dei casi – spiegano dal Centro – la richiesta si è risolta con attività di informazione e consulenza. Negli altri casi, invece, siamo intervenuti con assistenza legale vera e propria, tramite diffide formali, incontri con i soggetti o gli enti indicati come responsabili e, quando la via stragiudiziale non è stata sufficiente, accompagnando le famiglie nell’avvio di un’azione in tribunale».

È risultata essere sempre la scuola uno dei terreni più critici, tra mancate convocazioni del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), PEI inadeguati (Piani Educativi Individualizzati), ore di sostegno e di assistenza all’autonomia insufficienti o ridotte in modo arbitrario, riduzione dell’orario scolastico per il solo alunno con disabilità, richieste da parte di scuole paritarie di addebitare alle famiglie il costo dell’insegnante di sostegno.
Accanto a tutto ciò, i temi maggiormente ricorrenti sono stati la compartecipazione alla spesa per i servizi e la presa in carico da parte dei Comuni, le barriere architettoniche negli spazi pubblici e nelle attività private aperte al pubblico, i permessi e gli accomodamenti ragionevoli sul lavoro, l’amministrazione di sostegno, i ricorsi contro i verbali di invalidità civile.
La maggior parte delle segnalazioni arriva dai familiari e dopo una prima verifica, i legali del Centro coinvolgono direttamente la persona con disabilità, perché possa esprimere la propria volontà e scegliere quali azioni intraprendere.

«Tra i risultati ottenuti nel 2025 – viene sottolineato dal servizio della LEDHA -, da ricordare che nel mese di dicembre il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di una donna di origine straniera da noi assistita, stabilendo che applicare in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute significa escludere in partenza le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.]».
Il lavoro del Centro, per altro, non si esaurisce nella gestione dei casi: nel corso del 2025, infatti, i legali dello stesso hanno tenuto docenze sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, sull’inclusione scolastica, sul Decreto Legislativo 62/24 e sulla violenza nei confronti delle donne con disabilità, in collaborazione tra gli altri con l’Ordine degli avvocati di Milano, l’Università degli Studi di Milano e l’Università Milano-Bicocca. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Dieci anni di “Telefono Blu” sull’autismo: assistenza gratuita a 2.000 famiglie

Frutto di un progetto nato dalla collaborazione tra la Fondazione FIA e l’Associazione ANGSA, compie dieci anni “Telefono Blu”, servizio gratuito dedicato al supporto di genitori e familiari di persone con disturbi dello spettro autistico, iniziativa che in questo decennio ha messo al centro la volontà di dare competente sostegno alla famiglie, ma anche il supporto a insegnanti e operatori sociali. Si tratta di un traguardo importante per un’iniziativa che dal 2016 ad oggi ha fornito assistenza a circa 2.000 famiglie

Attivato nel mese di luglio del 2016, compie in questi giorni dieci anni Telefono Blu (che risponde al numero 800 031819), servizio gratuito dedicato al supporto di genitori e familiari di persone con disturbi dello spettro autistico, iniziativa che in questo decennio ha messo al centro la volontà di dare competente sostegno alla famiglie, ma anche il supporto a insegnanti e operatori sociali.
Si tratta di un traguardo importante, frutto di un progetto nato dalla collaborazione tra la FIA (Fondazione Italiana per l’Autismo) e l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori perSone con Autismo), che dal 2016 ad oggi ha fornito assistenza a circa 2.000 famiglie, diventando per loro una vera e propria bussola utilizzata nei momenti di difficoltà, per orientarsi nei meandri della burocrazia, dei servizi di assistenza e sanitari delle Regioni.
Telefono Blu è stato tra l’altro il primo progetto finanziato dalla FIA, Fondazione presieduta dal deputato Davide Faraone, diventato poi strutturale, poiché la stessa FIA ha deciso successivamente di sostenere l’iniziativa in maniera continuativa.
La gestione è affidata all’ANGSA che grazie alla diffusione di Associazioni in tutte le Regioni può consigliare sulle realtà che operano nei diversi territori.
Il servizio è attivo dal lunedì al venerdì (ore 9.30-12.30) e oltre al citato numero verde 800 031819, dispone anche dell’indirizzo telefonoblu@angsa.it. A rispondono sono persone esperte di comunicazione sull’autismo, individuate dall’ANGSA, in grado appunto di dare indicazioni utili e scientificamente corrette, nonché sostegno solidale prima e dopo la diagnosi di un disturbo dello spettro autistico. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa ANGSA Nazionale (Luca Benigni), luca.benigni@gmail.com.

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Ridurre l’orario scolastico agli alunni con disabilità per carenza di sostegno è discriminazione

Tramite una recente Sentenza, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai genitori di un alunno con disturbo dello spettro autistico, stabilendo che la riduzione dell’orario scolastico, motivata esclusivamente dall’insufficienza delle ore di sostegno, si configura come una discriminazione. Il medesimo pronunciamento ha ribadito che il diritto degli alunni con disabilità di frequentare la scuola al pari degli altri bambini (anche una scuola paritaria) è «pieno, incondizionato e anche finanziariamente incomprimibile»

Tramite una recente Sentenza, pubblicata lo scorso 16 luglio, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai genitori di un alunno con disturbo dello spettro autistico, e ha stabilito che la riduzione dell’orario scolastico, motivata esclusivamente dall’insufficienza delle ore di sostegno, si configura come una discriminazione.

Il caso da cui è scaturito il pronunciamento riguarda un bambino frequentante una scuola dell’infanzia paritaria nell’anno scolastico 2019/2020. L’alunno era in possesso della certificazione di handicap con connotazione di gravità (oggi “disabilità con necessità di sostegno elevato o intensivo”) ai sensi dell’articolo 3, comma 3 della Legge 104/92.
Mentre per i compagni di classe l’attività scolastica giornaliera si protraeva fino alle 16, offrendo l’opportunità di seguire ulteriori lezioni e momenti di gioco libero, all’alunno con disabilità era richiesto di uscire alle 14.30.
Le motivazioni addotte dalla scuola sul fatto che l’alunno con disabilità fosse stato ammesso a frequentare la scuola con orario scolastico ridotto, durante il quale veniva assistito da un insegnante di sostegno, erano state che egli, se non adeguatamente supportato, teneva un comportamento potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri. La scuola aveva inoltre argomentato che la riduzione dell’orario scolastico per l’anno 2018/2019 era stata prevista in conformità del PEI (Piano Educativo Individualizzato) concordato con i genitori, mentre, per l’anno successivo, la proposta della scuola di mantenere un orario ridotto era stata rifiutata dagli stessi.

Già nel 2023, nel primo grado di giudizio, il Tribunale di Treviso aveva ritenuto che la condotta della scuola fosse discriminatoria, pertanto l’aveva condannata al risarcimento di 10.000 euro per danno non patrimoniale e aveva intimato alla stessa di non reiterare la condotta discriminatoria. Ma successivamente la Corte d’Appello di Venezia aveva ribaltato il pronunciamento, ritenendo che le condizioni cliniche dell’alunno e il fatto che nello stesso PEI fosse prevista una frequenza ridotta giustificassero la scelta della scuola.
Tuttavia, come accennato, la Cassazione ha ribaltato nuovamente il pronunciamento affermando che una deroga all’orario di frequenza pieno può essere giustificata soltanto in casi eccezionali, allorché ricorrano valide e certificate ragioni nell’interesse dello stesso alunno con disabilità, avuto riguardo alle sue specifiche esigenze di cura e di salute.
«La riduzione [dell’orario di frequenza, N.d.R.] si configura come illegittima se imposta unilateralmente dalla scuola, non formalizzata nel PEI, non motivata clinicamente, utilizzata per gestire comportamenti complessi, proposta per mancanza del docente di sostegno o di altre figure di riferimento o utilizzando un margine di discrezionalità non consentito dai parametri normativi», è scritto nella Sentenza della Suprema Corte (grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni).

Per la Corte di Cassazione, la garanzia di un orario di frequenza pari a quello degli altri studenti trova «il proprio fondamento nella dimensione sostanziale dell’eguaglianza, che impone alle Istituzioni di rimuovere gli ostacoli che, di fatto, limitano il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione alla vita scolastica. La parità dell’orario di frequenza non rappresenta una mera uniformità quantitativa rispetto agli altri alunni, ma costituisce una manifestazione del dovere dell’istituzione scolastica di garantire una partecipazione piena, continuativa e inclusiva al percorso educativo, evitando che le difficoltà organizzative o la complessità della situazione individuale si traducano in una compressione di un diritto fondamentale».

«In favore del bambino con disabilità – si legge ancora nella Sentenza – deve riconoscersi il diritto – pieno, incondizionato e anche finanziariamente incomprimibile – di frequentare la scuola al pari dei bambini normodotati, anche quando vi sia uno scarto tra le ore di sostegno assegnate e l’orario di frequenza, essendo precipuo compito dell’istituzione scolastica approntare gli strumenti e le strategie necessari per promuoverne l’inclusione, sostenuta dalla ricerca di un ragionevole accomodamento nell’interesse di chi, svantaggiato, attende la solidarietà dell’altro».

Il PEI, dunque, non può essere utilizzato per comprimere il diritto all’istruzione e all’inclusione degli alunni, e se le ore previste sono insufficienti, l’amministrazione è tenuta a intervenire per garantire le risorse necessarie. La circostanza che i genitori non abbiano impugnato il PEI stesso, non trasforma automaticamente una carenza organizzativa in una scelta legittima. E poiché le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico, sono anch’esse tenute ad accogliere chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda l’iscrizione, compresi gli alunni e gli studenti con disabilità.

Infine, la Sentenza ha affermato il seguente principio di diritto: «La riduzione dell’orario di frequenza scolastica imposta all’alunno con grave handicap iscritto alla scuola dell’infanzia, costretto, in via di pratica costante, a uscire da scuola prima del suono della campanella, determina una compressione del diritto all’istruzione e all’inclusione scolastica del bambino disabile e integra una forma di discriminazione, vietata dall’articolo 2 della Legge n. 67 del 2006. Non assume rilievo, al fine di escludere tale discriminazione, la circostanza che la scelta dell’amministrazione sia stata determinata dall’insufficiente numero di ore di sostegno assegnate, né che il relativo piano educativo individualizzato non sia stato impugnato dai genitori dell’alunno dinanzi al competente giudice amministrativo». (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Revisione del Codice della Strada: meno burocrazia e parità di diritti per le persone con disabilità

L’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati, la semplificazione delle pratiche burocratiche e i costi eccessivi riguardanti le patenti di guida speciali, l’istituzione dei Centri per la Mobilità e la ricostituzione del Comitato Tecnico Interministeriale sulla mobilità delle persone con disabilità: sono state alcune delle istanze presentate dalla Federazione FISH, nel corso di una consultazione pubblica presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, riguardante il percorso di revisione del Codice della Strada La Federazione FISH ha ribadito presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti la necessità di contrastare con maggiore efficacia l’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati

Convocata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nell’àmbito della consultazione pubblica riguardante il percorso di revisione del Codice della Strada, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) ha evidenziato alcune priorità che richiedono un intervento normativo e amministrativo urgente.
Come si legge infatti in una nota diffusa dalla Federazione, quest’ultima «ha ribadito la necessità di contrastare con maggiore efficacia l’uso improprio dei contrassegni CUDE e degli stalli riservati, che limita il diritto alla mobilità e all’autonomia delle persone con disabilità». Ha evidenziato inoltre «l’importanza di digitalizzare la documentazione, dal CUDE alle pratiche per la patente di guida, per rendere il rapporto tra Cittadini, Cittadine e Pubblica Amministrazione più semplice, rapido e accessibile».

L’intervento della FISH si è concentrato quindi anche sul tema delle patenti di guida, ponendo l’accento «sulla necessità di semplificare le pratiche burocratiche per il conseguimento, il rinnovo e l’aggiornamento delle patenti speciali, in modo tale da garantire procedure trasparenti e uniformi su tutto il territorio nazionale». E sul medesimo tema è stato sottolineato anche un punto ritenuto centrale, quello cioè concernente la sostenibilità economica: «I costi attuali – è stato detto in tal senso – risultano spesso un peso ingiustificato che genera un’evidente disparità di trattamento».
Infine, è stata data particolare rilevanza alle persone con epilessia o condizioni assimilabili, chiedendo «maggiore chiarezza sia sulle certificazioni di idoneità da inviare alla Motorizzazione, sia sulla normativa relativa all’uso di farmaci anticrisi, affinché le terapie prescritte non comportino limitazioni ingiustificate alla guida rispetto all’effettiva capacità della persona».

E ancora, sempre durante la consultazione pubblica, la Federazione ha proposto anche l’istituzione dei Centri per la Mobilità, «quali strutture per garantire valutazioni multidisciplinari, orientamento, consulenza tecnica e supporto nell’individuazione degli adattamenti dei veicoli, assicurando uniformità di trattamento e qualità dei servizi su tutto il territorio nazionale». Ha sollecitato infine la ricostituzione del Comitato Tecnico Interministeriale dedicato alla mobilità delle persone con disabilità, «quale sede permanente di confronto tra istituzioni, amministrazioni competenti e organizzazioni rappresentative, indispensabile per accompagnare l’attuazione delle riforme e affrontare in maniera strutturale le criticità del settore».

«Continueremo dunque a seguire il percorso di revisione del Codice della Strada – conclude la nota della FISH -, mettendo a disposizione delle Istituzioni competenze, esperienza e il contributo delle organizzazioni aderenti alla nostra Federazione, con l’obiettivo di costruire un sistema della mobilità sempre più accessibile, inclusivo e rispettoso dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Occhi aperti sulla Sjögren: conoscere per riconoscere

In occasione della dodicesima Giornata Mondiale sulla Sindrome di Sjögren di domani, 23 luglio, l’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren) proporrà a Napoli, in collaborazione e con il patrocinio dell’Ordine dei Medici del capoluogo campano e presso la sede di quest’ultimo, il convegno denominato “Occhi aperti sulla Sjögren: conoscere per riconoscere” Il logo internazionale della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Sjögren di domani, 23 luglio

In occasione della dodicesima Giornata Mondiale sulla Sindrome di Sjögren di domani, 23 luglio, l’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren) proporrà a Napoli, in collaborazione e con il patrocinio dell’Ordine dei Medici del capoluogo campano e presso la sede di quest’ultimo (ore 8.30-15.20), il convegno denominato Occhi aperti sulla Sjögren: conoscere per riconoscere, incontro voluto per celebrare l’evento e approfondire le prospettive sulla malattia, una circostanza idonea ad affrontare la necessità di ambulatori dedicati multidisciplinari con la presa in carico e l’inserimento della stessa sindrome di Sjögren primaria sistemica come malattia rara nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).
Vi interverranno le Autorità locali, regionali, alcuni esperti della patologia e ricercatori e per l’occasione verrà anche proiettato il cortometraggio L’amante Sjögren, interpretato dagli attori Daniela Poggi e Gabriele Rossi, e realizzato da Maurizio Rigatti, per conto dell’ANIMASS.

«Le malattie rare in tutto il mondo rappresentano una condizione difficilissima per chi le vive – sottolinea Lucia Marotta, presidente dell’ANIMASS -, una lotta, a volte, contro un fantasma senza nome e pertanto non riconosciuto dalle autorità della politica sanitaria. Questo determina una sottrazione di risorse per queste patologie, che peggiora la possibilità e la speranza di un futuro migliore per le persone che ne sono colpite. Ed è proprio questa la storia della sindrome di Sjögren primaria sistemica, non ancora inserita nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e nel Registro Nazionale delle Malattie Rare, condizione che aumenta appunto il disagio e la sofferenza delle persone malate per le quali non ci sono farmaci curativi, ma solo palliativi e l’uso di sostituti, farmaci di fascia C, terapie riabilitative fisiche e cure odontoiatriche a carico di chi soffre. Ancora oggi, inoltre vengono effettuate diagnosi errate di sindrome di Sjögren, o accorpamenti impropri ad altre patologie».

Patologia che colpisce in grande maggioranza le donne (in proporzione di 9 a 1), la sindrome di Sjögren è una malattia autoimmune, sistemica, degenerativa e inguaribile che può attaccare tutte le mucose dell’organismo: occhi, bocca, naso, reni, pancreas, fegato, cuore, apparato cardiocircolatorio, apparato osteo-articolare e polmonare, degenerando spesso in linfoma non-Hodgkin, con conseguenze fatali per il 5-8% delle circa 12.000/16.000 persone malate. Tra le malattie autoimmuni è quella con il più alto rischio di linfoproliferazioni (44 volte superiore alla popolazione generale), oltre a provocare gravi effetti non soltanto sotto l’aspetto clinico e psicologico, ma anche nei confronti della vita sociale e affettiva.
A causa della complessità clinica, una diagnosi precoce e una prevenzione mirata sono sempre molto difficili, ma assolutamente necessarie e per superare questo pesante ostacolo identificativo è opportuno lavorare in rete per la presa in carico a trecentosessanta gradi delle persone malate. Ed è importante anche la conoscenza tra i giovani, per creare attenzione e accoglienza nei confronti dei coetanei/coetanee colpiti da una malattia rara invisibile come questa, che coinvolge anche la fascia pediatrica. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del convegno di domani, 23 luglio, a Napoli. Per ogni altra informazione: animass.sjogren2005@gmail.com.

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Istruttoria conoscitiva dell’Autorità Garante sull’imbarco aereo negato agli atleti con disabilità

L’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità ha avviato un’istruttoria conoscitiva, tramite l’invio di una richiesta di informazioni a easyJet Airline Company Limited e alla Società Aeroporti di Roma, in riferimento alla vicenda di cui anche il nostro giornale si è occupato nei giorni scorsi, riguardante quanto accaduto all’Aeroporto di Roma Fiumicino agli atleti della  Nazionale Italiana di powerchair football cui la compagnia aerea easyJet ha negato l’imbarco La delegazione della Nazionale di powerchair football bloccata all’Aeroporto di Roma Fiumicino

È arrivata all’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità la vicenda da noi segnalata in questi giorni, che aveva suscitato dure prese di posizione da parte della ministra per le Disabilità Locatelli e della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), riguardante quanto accaduto all’Aeroporto Leonardo da Vinci di Roma Fiumicino, dove agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) è stato impedito di imbarcarsi su un volo easyJet diretto a Glasgow, in Scozia, per partecipare a un importante torneo internazionale in vista dei prossimi Campionati del Mondo in Argentina, nonostante la stessa FIPPS avesse richiesto e ottenuto, con largo anticipo, tutte le autorizzazioni necessarie al trasporto. L’Autorità Garante, infatti, ha avviato un’istruttoria conoscitiva, tramite l’invio di una richiesta di informazioni a easyJet Airline Company Limited e alla Società Aeroporti di Roma, ciascuno per quanto di rispettiva competenza, ai sensi del Decreto Legislativo 20/24 (articolo 4, comma 1, lettera f)*. La stessa comunicazione è stata trasmessa, per conoscenza, anche all’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile), che ha già reso noto l’avvio di una propria indagine sull’accaduto.

Come si legge in una nota diffusa dall’Autorità Garante, quest’ultima ha chiesto a easyJet «chiarimenti sulle comunicazioni ricevute prima della partenza, sulle autorizzazioni eventualmente fornite, sulle caratteristiche degli ausili da trasportare, sulle limitazioni tecniche, operative o di sicurezza che avrebbero impedito l’imbarco dell’intera delegazione e sulle soluzioni alternative prospettate».
Ad Aeroporti di Roma, invece, sono state richieste «informazioni sui servizi di assistenza predisposti ed erogati, sulle interlocuzioni tra gestore, vettore, operatori di handling, personale di assistenza e Federazione, nonché su eventuali criticità nelle procedure di scambio delle informazioni».

«L’Autorità Garante – viene sottolineato dal Collegio della stessa – ha il dovere di acquisire tempestivamente un quadro completo dei fatti quando emergono situazioni che possono incidere sull’effettivo esercizio dei diritti delle persone con disabilità. In questa fase, dunque, l’attività è esclusivamente istruttoria e conoscitiva, senza alcuna valutazione definitiva sulla dinamica dell’episodio o sull’individuazione di eventuali responsabilità. È però necessario verificare cosa sia accaduto, quali informazioni siano state scambiate e quali soluzioni siano state offerte agli atleti e alla delegazione. Alla luce infatti della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, in casi simili occorre verificare se siano stati adottati adeguati accomodamenti ragionevoli, intesi come le modifiche e gli adattamenti necessari e appropriati per garantire alle persone con disabilità l’effettivo esercizio dei propri diritti in condizioni di uguaglianza, salvo che comportino un onere sproporzionato o eccessivo».

La compagnia easyJet e Aeroporti di Roma sono stati dunque invitati a fornire un riscontro completo e documentato entro sette giorni dal ricevimento della richiesta dell’Autorità, con quest’ultima «che valuterà gli elementi acquisiti nell’àmbito delle proprie competenze istituzionali, anche in raccordo con l’ENAC». (S.B.)

*All’articolo 4, comma 1, lettera f, il Decreto Legislativo 20/24 (Istituzione dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, in attuazione della delega conferita al Governo) recita: «Il Garante richiede alle amministrazioni e ai concessionari di pubblici servizi di fornire le informazioni e i documenti necessari allo svolgimento delle funzioni di sua competenza. […] in caso di silenzio, inerzia o rifiuto, il Garante può proporre ricorso ai sensi dell’articolo 116 del codice del processo amministrativo di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104».

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La dignità per cui ha lottato Laura non può essere garantita solo alla fine della vita, ma dev’essere garantita ogni giorno!

«Dare senso alla battaglia di Laura Santi, che un anno fa ricorse al suicidio assistito – scrive Raffaele Goretti -, significa certamente continuare a confrontarsi sul tema del fine vita e sul diritto di ogni persona a decidere della propria esistenza. Ma significa anche, e necessariamente, interrogarsi sulle condizioni concrete di vita delle tante persone con disabilità grave e gravissima e delle loro famiglie. Perché la dignità per la quale ha lottato Laura non può essere garantita soltanto alla fine della vita, ma dev’essere garantita ogni giorno» Laura Santi, scomparsa il 21 luglio di un anno fa

A un anno dalla scomparsa di Laura Santi [giornalista perugina, affetta da una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla, morta a casa sua dopo essersi auto-somministrata un farmaco letale, N.d.R.]. Era.], ricordare la sua storia e la sua battaglia per il diritto all’autodeterminazione e al fine vita rappresenta un dovere civile e politico.
La sua vicenda ha posto con forza una domanda fondamentale: può esistere una vera libertà di scelta sul fine vita quando, durante la propria esistenza, non sono garantite pienamente le condizioni necessarie per vivere con dignità, autonomia e libertà?
Dare senso alla battaglia di Laura significa certamente continuare a confrontarsi sul tema del fine vita e sul diritto di ogni persona a decidere della propria esistenza. Ma significa anche, e necessariamente, interrogarsi sulle condizioni concrete di vita delle tante persone con disabilità grave e gravissima e delle loro famiglie.

In Umbria si parla di circa 60.000 persone che vivono condizioni di disabilità grave o gravissima. Per queste persone, i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità non possono rimanere soltanto princìpi solenni e dichiarazioni di intenti. Devono tradursi in politiche, servizi, strumenti e risorse concrete.
La Convenzione ONU, infatti, richiama il diritto alla dignità, all’autodeterminazione, alla vita indipendente, all’inclusione nella società, alla salute, all’assistenza, all’accessibilità e alla partecipazione. Diritti che devono essere garantiti nella vita quotidiana, attraverso un sistema di sostegni adeguato, continuativo e realmente personalizzato.
Per questo è necessario porre con chiarezza alcune domande alle Istituzioni nazionali in primis, ma anche a quelle regionali e locali:
° Quali politiche concrete sono state realizzate per garantire la vita indipendente delle persone con disabilità grave e gravissima?
° Quali risorse sono state stanziate e quali strumenti sono stati messi a disposizione delle persone e delle loro famiglie?
° Quali percorsi personalizzati di assistenza e sostegno sono effettivamente accessibili?
° Come viene garantita la partecipazione diretta delle persone con disabilità alle decisioni che riguardano la loro vita?
° Quali obiettivi sono stati raggiunti nell’attuazione della Convenzione ONU e quali impegni concreti si intendono assumere per il futuro? Anche legati alle norme attuative della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e successivi Decreti (in particolare il Decreto Legislativo 62/24)?

Il diritto a scegliere sul proprio fine vita non può essere separato dal diritto a vivere una vita dignitosa. Una società realmente libera deve garantire entrambe le dimensioni: la libertà di scegliere e la possibilità concreta di vivere con dignità, senza essere costretti alla dipendenza, all’isolamento o all’abbandono a causa dell’insufficienza dei servizi e dei sostegni.
Ricordare Laura Santi significa quindi non soltanto mantenere viva la memoria della sua battaglia, ma assumere l’impegno di costruire una società nella quale nessuna persona con disabilità debba sentirsi privata della propria libertà, della propria dignità o della possibilità di progettare la propria vita.
Per questo si chiede un impegno concreto sulle politiche regionali e territoriali rivolte alle persone con disabilità grave e gravissima. Un impegno che dovrà materializzarsi, nello specifico dell’Umbria, all’indomani del licenziamento del PRINA (Piano Regionale Integrato Non Autosufficienza). In tal senso chiediamo trasparenza sulle risorse, verifica dei risultati, strumenti adeguati e un piano di azioni capace di dare piena attuazione ai diritti sanciti dalla Convenzione ONU.

La memoria di Laura Santi, dunque, può e deve diventare un grande impegno politico. Un impegno che non si limiti a ricordare, ma che sappia costruire condizioni concrete affinché ogni persona possa vivere, scegliere e partecipare pienamente alla vita della comunità.
Perché la dignità, per la quale ha lottato Laura, non può essere garantita soltanto alla fine della vita, ma deve essere garantita ogni giorno.
P.S.: E usiamo sempre il termine “Persona con disabilità” piuttosto che il termine generico “Fragili”!

*Presidente della Fondazione Serena-Olivi di Perugia.

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Provincia di Pavia: presentata l’app che indicherà l’accessibilità di 14 punti di interesse turistico

Nell’àmbito del progetto “STAI 2” (Servizi per un Turismo Accessibile e Inclusivo), promosso dalla Regione Lombardia e realizzato con il contributo del Ministero per le Disabilità, è stata presentata nei giorni scorsi un’applicazione mobile che sarà scaricabile a partire dal prossimo autunno e che indicherà i livelli di accessibilità fisica e sensoriale di quattordici punti di interesse turistico della Provincia di Pavia La Certosa di Pavia è uno dei punti d’interesse presenti nella nuova applicazione mobile che sarà scaricabile dal prossimo autunno

Come segnala la Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), è stata presentata nei giorni scorsi a Pavia l’applicazione mobile sviluppata nell’ambito del progetto STAI 2 (Servizi per un Turismo Accessibile e Inclusivo).
Realizzata da Tim Enterprise, l’app sarà scaricabile a partire dal prossimo autunno e indicherà i livelli di accessibilità fisica e sensoriale di quattordici punti di interesse turistico della Provincia di Pavia, dalla Greenway Voghera-Varzi al centro storico di Vigevano, passando per l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio, la Certosa e il castello di Pavia.
«L’obiettivo dichiarato del progetto – spiegano dalla LEDHA – è rendere il patrimonio storico, culturale e paesaggistico lombardo conoscibile e fruibile senza barriere. Ma l’impostazione non si esaurisce nella rimozione degli ostacoli fisici e sensoriali: le persone con disabilità sono infatti coinvolte direttamente nella progettazione dei percorsi, che nascono quindi dal confronto con chi quei percorsi dovrà usarli. All’incontro di presentazione partner e portatori d’interesse locali hanno portato il proprio contributo sulle attività già avviate e sui progetti futuri».

STAI 2 è un progetto promosso dalla Regione Lombardia, realizzato con il contributo del Ministero per le Disabilità e che ha come capofila la Provincia di Pavia. Si è avviato nel mese di giugno dello scorso anno e si protrarrà fino al mese di giugno del 2027, su due territori, ovvero appunto la Provincia di Pavia, con itinerari culturali, terme accessibili e percorsi urbani inclusivi, e la Provincia di Sondrio.
Oltre ai due Enti Locali, vi partecipano l’Università di Pavia, la Camera di Commercio di Cremona, Mantova e Pavia, la Fondazione Triulza ETS, l’ENS (Ente Nazionale Sordi), il CRABA (Centro Regionale per l’Accessibilità e il Benessere Ambientale) della stessa LEDHA, l’UICI Lombardia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), l’ANFFAS Lombardia (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) e l’ANMIC Lombardia (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili), che ha promosso l’iniziativa dell’app e organizzato l’incontro. Attorno ai partner si è costituita inoltre una community di oltre 40 sostenitori e l’eredità attesa è un modello replicabile in tutta la Lombardia. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Una medaglia d’argento, l’amicizia e tante persone da tutto il mondo

Avevamo segnalato l’arrivo in Svezia dell’Accademia Sport di Porte (Torino), per la 14^ edizione del “Gothia Special Olympics Trophy”, evento internazionale riservato a formazioni aderenti a Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive. Ne registriamo ora il ritorno in Italia con una bella medaglia d’argento. E al di là dello stesso risultrato sportivo, uno dei giocatori ha detto: «L’atmosfera di amicizia e conoscere persone provenienti da tutto il mondo: ecco cosa non dimenticherò mai» La squadra dell’Accademia Sport di Porte (Torino), classificatasi seconda in Svezia

Ne avevamo segnalato l’arrivo a Göteborg, per la 14^ edizione del Gothia Special Olympics Trophy, evento internazionale riservato a formazioni aderenti a Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, nell’àmbito della 51^ edizione della Gothia Cup, il più grande torneo di calcio giovanile al mondo. Ne registriamo ora il ritorno in Italia con una bella medaglia d’argento al collo: la squadra dell’Accademia Sport di Porte (Torino) ha concluso infatti la sua avventura in Svezia classificandosi seconda, battuta in finale solo per 4-2 ai calci di rigore dallo Special Olympic Polonia.

L’Accademia Sport di Porte, lo ricordiamo, ha rappresentato in Scandinavia SKF Italia, componente nazionale dell’azienda svedese SKF, che è lo sponsor ufficiale del Gothia Cup. E l’opportunità di partecipare alla grande manifestazione internazionale era arrivata a fine aprile, con la vittoria nel torneo SKF Italia Meet the World, di cui ci eravamo occupati anche sulle nostre pagine, dedicato appunto da molti anni a calciatori con disabilità intellettive.
«Quanto vissuto nelle giornate di Göteborg – sottolineano inoltre da SKF Italia – va ben oltre lo stesso risultato sportivo. Lontani da casa, infatti, i ragazzi hanno condiviso emozioni, sfide e traguardi che porteranno con sé molto più a lungo di qualsiasi medaglia. Come ha detto uno di loro: “L’atmosfera di amicizia e conoscere persone provenienti da tutto il mondo: ecco cosa non dimenticherò mai”». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ilaria Teresa Del Monte (ilaria.delmonte@studio.ey.com).

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E poi c’è anche la violenza dell’abbandono e dei diritti negati…

«La violenza fisica – scrive Gianfranco Vitale – subita da quella madre caregiver e dai suoi figli di cui si è letto anche su queste pagine, ha lasciato sangue sul pavimento di casa ed è un atto di barbarie indegno di una società civile. Ma la violenza ha molte facce e non sempre lascia macchie visibili. Lascia invece famiglie sfinite, genitori che invecchiano nella paura del “dopo di noi”, caregiver costretti a rinunciare al lavoro, alla salute, spesso perfino alla propria vita sociale, persone con disabilità private di opportunità che dovrebbero essere garantite»

La violenza commessa nei confronti di Anna Combatti e dei suoi figli, della quale si è occupata con grande sensibilità anche Superando [“L’arroganza (e la violenza) di chi vuole impadronirsi delle cose altrui senza rispettare le regole”], riprendendo il contributo della sempre ottima Simona Lancioni, pubblicato nel sito del Centro Informare un’h, è un atto di barbarie indegno di una società civile. Esprimo, come tanti, la più ferma condanna nei confronti dei responsabili di questo gesto efferato e auspico non solo che siano inflitte pene adeguate, ma soprattutto che vengano effettivamente scontate. Stabilire le responsabilità e la misura delle sanzioni spetta esclusivamente alla magistratura. Nessuno può trasformarsi in giustiziere o sostituirsi allo Stato di diritto. Sarebbe una deriva gravissima.
Proprio partendo da questa vicenda, però, vorrei provare ad allargare lo sguardo e aprire una riflessione sul significato della parola violenza.

La violenza, infatti, ha molte facce. Esiste una violenza brutale, evidente, che lascia lividi, ferite e sangue. È quella che ha colpito Anna Combatti e la sua famiglia e che tutti, giustamente, condanniamo senza esitazione. Ma esiste anche una violenza diversa, meno appariscente e per questo spesso ignorata. Una violenza silenziosa, che non rompe ossa ma spezza vite; che non lascia segni sul corpo ma consuma lentamente la dignità delle persone. È una violenza che si annida nell’indifferenza, nelle omissioni, nelle promesse disattese, nella sistematica negazione dei diritti.
Le due forme di violenza non sono identiche. Sarebbe sbagliato affermarlo. Ma hanno un elemento in comune: entrambe colpiscono la dignità umana e producono sofferenza.
Per questo mi domando: perché la prima suscita indignazione collettiva, mentre la seconda viene spesso considerata quasi normale? Quando lo Stato, attraverso le proprie istituzioni e i propri servizi, non garantisce diritti che esso stesso ha riconosciuto, non esercita forse anch’esso una forma di violenza?
La violenza istituzionale si manifesta ogni volta che una famiglia si scontra contro il muro della burocrazia. Si manifesta quando i caregiver familiari sono costretti ad abbandonare il lavoro per assistere a tempo pieno un figlio, un fratello o un genitore. Si manifesta quando ottenere un sostegno diventa una corsa a ostacoli che dura anni.
Le interminabili liste d’attesa per accedere ai centri diurni, la cronica insufficienza di strutture residenziali adeguate, la discontinuità dell’assistenza domiciliare, l’assenza di un autentico progetto di vita individuale non sono semplici inefficienze amministrative. Sono negazioni concrete di diritti fondamentali.

L’Italia dispone di una legislazione che, almeno sulla carta, è tra le più avanzate d’Europa. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, recepita dal nostro Paese [Legge 18/09, N.d.R.], afferma princìpi chiari e inequivocabili. Eppure la quotidianità racconta un’altra storia.
Una storia fatta di famiglie lasciate sole. Di persone con disabilità che attendono anni per ricevere servizi essenziali. Di genitori anziani che vivono ogni giorno con l’angoscia del futuro. Di caregiver consumati dalla fatica fisica, psicologica ed economica.
Lasciare nell’abbandono migliaia di famiglie, negare la presa in carico delle persone con disabilità grave, ridurre gli assegni di cura invece di rafforzarli, non costruire una rete di servizi territoriali, rendere di fatto inaccessibile il diritto al lavoro sancito dalla Costituzione: tutto questo rappresenta oppure no una forma di violenza? Io credo di sì. Perché la violenza non consiste soltanto nell’aggressione fisica. Esiste anche quando un diritto viene sistematicamente negato, quando una persona viene costretta a vivere senza le opportunità che la legge le riconosce, quando lo Stato rinuncia al proprio dovere di proteggere i cittadini più fragili.
Eppure di questa violenza si parla pochissimo. Troppo spesso si giustificano i mancati investimenti nel welfare richiamando la scarsità delle risorse. Ma ogni bilancio pubblico è, prima di tutto, una scelta politica. Dice quali siano le priorità di un Paese. Se si continua a considerare la disabilità un capitolo residuale della spesa pubblica, il problema non è soltanto economico: è culturale.

Come denunciano da anni Associazioni, Organizzazioni Sindacali e realtà del Terzo Settore, non mancano soltanto le risorse. Manca spesso la capacità di programmare, utilizzare e trasformare i finanziamenti disponibili in servizi concreti. Così fondi già stanziati rimangono inutilizzati nei bilanci di Regioni ed Enti Locali mentre le famiglie continuano ad affrontare da sole problemi enormi. Il risultato è una discriminazione tanto silenziosa quanto profonda.
Le famiglie sono costrette a sostituirsi allo Stato, sostenendo costi economici e umani insostenibili pur di garantire ai propri cari una vita dignitosa.

Negare diritti significa rendere invisibili. Ed è proprio questa invisibilità che dovrebbe preoccuparci.
Naturalmente lo Stato non è responsabile delle azioni criminali di chi ha aggredito Anna Combatti e suo figlio. La responsabilità penale appartiene esclusivamente agli autori di quell’atto barbaro. Ma una domanda credo sia legittimo porsela: “Quando una società abitua i propri cittadini a considerare le persone con disabilità invisibili, marginali, un problema privato delle loro famiglie, non contribuisce forse a creare un terreno culturale nel quale il disprezzo, l’arroganza e perfino la violenza trovano più facilmente spazio?”.
Se i diritti vengono continuamente presentati come favori, se l’accesso ai servizi dipende dalla fortuna, dalle conoscenze o dalla capacità di protestare, non rischiamo forse di trasmettere il messaggio che anche il rispetto delle persone più fragili sia qualcosa di opzionale?
Per questo il vuoto da colmare non è soltanto organizzativo o normativo. È soprattutto culturale. Occorre insegnare fin dalla scuola il valore della dignità della persona, della solidarietà, del rispetto delle differenze e della cultura dei diritti.
Occorre promuovere campagne pubbliche permanenti che ricordino che una persona con disabilità non è un cittadino di serie B e che il rispetto dei suoi diritti riguarda tutti noi.
Occorre, soprattutto, cambiare paradigma.
La disabilità non può continuare a essere considerata un problema assistenziale da affrontare quando esplode un’emergenza. Deve essere riconosciuta come una questione di cittadinanza, di uguaglianza sostanziale, di diritti esigibili.
Non servono proclami. Non bastano riforme annunciate con enfasi se poi la vita concreta delle famiglie rimane immutata. Il sistema continua a scaricare quasi interamente sulle spalle dei familiari il peso dell’assistenza, tradendo il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.
Uno Stato che non sostiene realmente le persone più fragili e chi ogni giorno se ne prende cura incrina il proprio patto sociale. Trasforma la cura in un privilegio privato anziché riconoscerla come un diritto pubblico universale.

L’aggressione subita da Anna Combatti ha lasciato sangue sul pavimento di casa. La violenza istituzionale, invece, non lascia macchie visibili. Lascia famiglie sfinite. Lascia genitori che invecchiano nella paura del “dopo di noi”. Lascia caregiver costretti a rinunciare al lavoro, alla salute, spesso perfino alla propria vita sociale. Lascia persone con disabilità private di opportunità che dovrebbero essere garantite.
Anche questo è violenza. E una società davvero civile dovrebbe indignarsi con la stessa forza davanti a entrambe. Perché la solidarietà espressa davanti ai fatti di cronaca è doverosa. Ma senza il coraggio di trasformarla in politiche pubbliche, servizi efficienti e diritti realmente garantiti, rischia di rimanere soltanto un’emozione di un giorno.
Il giorno dopo, per migliaia di famiglie, ricomincia la stessa, interminabile, silenziosa violenza di sempre.

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