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“Disability Pride Milano 2026”, uno spazio collettivo di partecipazione, confronto e rivendicazione dei diritti

Presentato nei giorni scorsi presso il Comune di Milano, il “Disability Pride Milano 2026”, manifestazione dedicata ai diritti delle persone con disabilità, all’accessibilità universale e alla promozione di una cultura inclusiva e partecipata, culminerà con il corteo cittadino del 30 maggio, che attraverserà il centro della città, coinvolgendo associazioni, cittadini e cittadine, artisti e artiste, realtà del Terzo Settore e spazi sociali

Come segnalato anche su queste pagine, lo scorso 14 maggio si è svolta a Milano, presso la Sala Brigida di Palazzo Marino, la conferenza stampa di presentazione del Disability Pride Milano 2026, la manifestazione cittadina dedicata ai diritti delle persone con disabilità, all’accessibilità universale e alla promozione di una cultura inclusiva e partecipata.
L’iniziativa, patrocinata dal Comune di Milano e dal Comune di Cologno Monzese (Milano), culminerà con il corteo cittadino del 30 maggio, che attraverserà il centro della città, coinvolgendo associazioni, cittadini e cittadine, artisti e artiste, realtà del Terzo Settore e spazi sociali.

Alla conferenza stampa di presentazione sono intervenuti Andrey Chaykin di Abbatti le Barriere ETS; Lamberto Bertolè, assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano; Mariella Meli presidente dell’Associazione Famiglie Disabili Lombarde e della Consulta Persone con Disabilità del Comune di Milano: Loredana Verzino, assessora ai Lavori Pubblici, al Demanio e al PEBA del Comune di Cologno Monzese.
Per l’occasione Chaykin ha presentato il programma delle iniziative che accompagneranno il Disability Pride Milano 2026 con incontri pubblici, tavoli tematici, eventi culturali e momenti di confronto dedicati ai temi dell’autonomia, delle barriere architettoniche, delle disabilità invisibili, della vita indipendente e del ruolo dei caregiver.
Dal canto suo, l’assessore Bertolè ha sottolineato il valore culturale e politico della manifestazione: «Il Disability Pride è un’occasione importante per fare cultura e per interrogarci su come una città debba attrezzarsi per essere davvero accessibile, inclusiva e capace di garantire piena partecipazione a tutte le persone». Bertolè ha inoltre richiamato l’attenzione sul cambio di paradigma necessario nelle politiche pubbliche: «Non sono più le persone a doversi adattare ai contesti, ma sono i contesti che devono trasformarsi per essere realmente accessibili e inclusivi. Anche sul progetto di vita stiamo vivendo una fase importante ma complessa: una riforma necessaria, che richiede però strumenti concreti, coordinamento tra servizi e attenzione alle criticità che emergono nella sua applicazione».
Nel suo intervento, invece, Meli ha posto l’attenzione sul tema dei caregiver e della vita indipendente: «Parlare di caregiver e vita indipendente significa affrontare temi concreti che riguardano ogni giorno le famiglie e le persone con disabilità. Il Progetto di Vita deve diventare uno strumento realmente costruito intorno alla persona, capace di garantire autodeterminazione, continuità dei sostegni e una presa in carico integrata tra servizi sociali, sanitari ed educativi». «Il tavolo dedicato a caregiver e vita indipendente – ha aggiunto – nasce dalla necessità di creare uno spazio di confronto aperto tra famiglie, istituzioni e associazioni, per affrontare insieme criticità, diritti e prospettive future legate alla riforma della disabilità».
L’assessora Verzino, infine, ha evidenziato il ruolo dell’accessibilità nella trasformazione urbana: «L’accessibilità non riguarda soltanto l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma il modo in cui immaginiamo e costruiamo le nostre città. Il lavoro sui PEBA deve diventare uno strumento concreto di partecipazione e trasformazione urbana, capace di migliorare realmente la qualità della vita delle persone».
Per Verzino «parlare di accessibilità significa coinvolgere territori, amministrazioni e cittadini in un cambiamento culturale che renda gli spazi pubblici realmente fruibili da tutte e tutti».
In chiusura è intervenuto anche Maurizio Attanasi del Comitato Zero Barriere e della Consulta Accessibilità del Comune di Milano, che ha richiamato l’importanza di una partecipazione attiva delle persone con disabilità nei processi decisionali e nella progettazione degli spazi pubblici: «L’accessibilità non può essere considerata un tema secondario o esclusivamente tecnico: riguarda la qualità della vita, la libertà di movimento e il diritto delle persone di partecipare pienamente alla vita sociale e culturale delle città». «Il Disability Pride – ha aggiunto– rappresenta anche un’occasione per costruire alleanze tra Associazioni, Istituzioni e Cittadini, trasformando il tema delle barriere in una responsabilità collettiva e in un percorso concreto di cambiamento culturale».

Il Disability Pride Milano 2026 si conferma dunque come uno spazio collettivo di partecipazione, confronto e rivendicazione dei diritti, costruito insieme alle realtà associative, ai cittadini, alle cittadine e alle istituzioni per promuovere una città realmente accessibile, equa e inclusiva.
Al centro della manifestazione l’orgoglio, la visibilità e l’autonarrazione delle persone con disabilità: il Disability Pride rivendica infatti il diritto di raccontarsi e rappresentarsi liberamente, fuori da narrazioni pietistiche, paternalistiche o esclusivamente assistenziali. Una presa di parola pubblica e culturale che afferma il valore delle differenze, della pluralità dei corpi e delle esperienze, riconoscendo alle persone con disabilità il diritto di essere protagoniste della propria immagine, della propria voce e della propria presenza nello spazio pubblico. (Simona Lancioni)

Per ogni ulteriore informazione: disabilitypridemilanoofficial@gmail.com.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Simulare un viaggio aereo, per consentire di affrontarne uno reale

Affollamento, rumori assordanti, procedure d’imbarco, tutti passaggi che rendono un ambiente aeroportuale assai poco consono alle persone con autismo o con problemi sensoriali: per ovviare a queste problematiche, la compagnia aerea Emirates, ha messo a punto il programma internazionale “Travel Rehearsal”, sbarcato ora a Milano Malpensa, in collaborazione con la Società SEA Milan Airports e l’Associazione L’abilità. Vediamo di cosa si tratta Una fase del percorso “Travel Rehearsal” a Milano Malpensa

Non è difficile pensare quanto l’ambiente aeroportuale sia poco consono alle persone con autismo o con problemi sensoriali: affollamento, rumori assordanti, procedure d’imbarco sono sicuramente elementi di forte destabilizzazione per le stesse.
Per ovviare a queste problematiche, la compagnia aerea Emirates, la più grande flotta al mondo di Airbus e di Boeing, ha messo a punto Travel Rehearsal, programma internazionale per rendere più accessibile l’esperienza di volo a un maggior numero di persone possibile, attraverso un percorso guidato, volto a far familiarizzare ipotetici viaggiatori con condizioni particolari con l’ambiente degli aeroporti.
Pochi giorni fa, il progetto è arrivato a Malpensa, scalo con grande affluenza di passeggeri ogni giorno e pertanto, con tante richieste di assistenza da parte di persone con disabilità o con particolari esigenze. In tal senso lo scorso anno ci sono state circa 5.000 richieste di assistenza per passeggeri con disabilità intellettive o comportamentali, il 2% di quelle totali e la permanenza nelle aeree affollate, come i controlli di sicurezza o dei passaporti per i viaggiatori con disabilità, possono momenti veramente critici.

È dunque proprio per evitare situazioni di questo tipo, particolarmente difficili da affrontare, che SEA Milan Airports – la Società che gestisce gli aeroporti di Milano Malpensa e Milano Linate – e l’Associazione L’abilità di Milano, hanno promosso Travel Rehearsal nel medesimo scalo di Malpensa, simulando un viaggio che coinvolgesse sei bambini di età compresa tra i 6 e i 10 anni, con una forma grave di autismo. L’obiettivo è stato quello di creare un primo approccio positivo con l’ambiente aeroportuale, durante il quale i piccoli partecipanti potessero esplorare lo stesso contesto senza pressioni e con i tempi adeguati alle loro esigenze.
Nel dettaglio, il programma consiste in un percorso che si snoda attraverso alcune fasi all’interno dell’aeroporto, il tutto preceduto da un lavoro propedeutico, svolto, per lo più, con materiali specifici che preparano mentalmente i bambini a ciò che sperimenteranno, riducendone l’incertezza e l’ansia.
Una prima tappa si ha nell’area check-in, predisposta appositamente, facendo cioè in modo che sia poco frequentata, dove i bambini prendono confidenza con le prassi tipiche prima della partenza, come recarsi al banco per registrarsi e ottenere la carta d’imbarco, apporre l’etichetta al bagaglio, avere dimestichezza con il passaporto personalizzato, realizzato da loro stessi con l’aiuto degli educatori.
Una situazione analoga viene creata nelle zone dei controlli di sicurezza e in frontiera, dove il passaporto viene vidimato, per rendere l’esperienza più reale. Successivamente, i bambini proseguono fino all’area degli imbarchi, da dove possono osservare gli aeromobili in movimento e le operazioni di assistenza a terra. L’iter si conclude con il ritiro bagaglio e il rilascio a ciascun bambino del diploma di “viaggiatore esperto”.
In ogni fase del percorso si crea un ambiente adeguato e calibrato in base alle esigenze sensoriali e relazionali dei bambini, riducendo al massimo ogni stimolo che potesse essere causa di ansia e stress.

«Questa iniziativa – spiega Michele Parietti, responsabile del Servizio PRM Assistance di Malpensa – si inserisce nel programma dell’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) Autismo, in viaggio attraverso l’aeroporto al quale SEA aderisce già da tempo con il proprio progetto di “familiarizzazione”. In questo caso, però, la collaborazione tra aeroporto, compagnia aerea e associazioni ha permesso di creare un’esperienza realmente immersiva. Guardare procedure e attività quotidiane attraverso un piccolo viaggiatore ci aiuta infatti a comprendere quanto si possa ancora fare per rendere l’esperienza aeroportuale davvero accessibile a chiunque. E il lavoro con le Associazioni consente di costruire iniziative basate sui bisogni reali e di trasformarle in attenzioni operative concrete, piccoli accorgimenti e comportamenti capaci, nel loro insieme, di rendere il viaggio sempre più inclusivo».
A conclusione del percorso, dunque, l’auspicio è che i partecipanti con disturbo dello spettro autistico autismo o altri problemi sensoriali abbiano familiarizzato con l’ambiente aeroportuale, al punto tale da poter affrontare un viaggio reale.

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Come rendere un aeroporto ‘amico’ delle persone con problemi sensoriali: la ‘prova’ di Malpensa” e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Finanziamento della non autosufficienza: così non va!

«Esprimiamo forte preoccupazione per i ritardi nelle procedure nazionali di programmazione e ripartizione del Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze»: lo dicono dalla Federazione FISH, che oltre a chiedere di accelerare immediatamente la ripartizione dei fondi alle Regioni, rinnova anche «la richiesta di un confronto immediato con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per definire un percorso stabile, tempestivo e strutturale di finanziamento della non autosufficienza»

«Esprimiamo forte preoccupazione per i ritardi nelle procedure nazionali di programmazione e ripartizione del Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, da cui dipendono servizi essenziali, sostegni domiciliari e interventi di assistenza rivolti alle persone in situazione di gravissima disabilità, alle persone anziane non autosufficienti e alle loro famiglie»: lo si legge in una nota diffusa dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), ove si sottolinea ancora come «la continuità dei percorsi di assistenza e dei sostegni economici non possa essere messa a rischio da rallentamenti amministrativi e istituzionali. In molte realtà territoriali, infatti, il mancato trasferimento tempestivo delle risorse rischia di determinare interruzioni nei servizi, blocchi nella programmazione degli interventi sociali e sociosanitari e gravi ripercussioni sulla qualità della vita delle persone più fragili».

«Le persone con disabilità e le loro famiglie – prosegue la nota della Federazione – non possono vivere nell’incertezza rispetto a misure fondamentali per la vita quotidiana. Ogni ritardo nella disponibilità delle risorse si traduce concretamente in un rischio per i diritti, la salute e, nei casi più complessi, per la stessa sopravvivenza delle persone in situazione di gravissima disabilità. Chiediamo pertanto di accelerare immediatamente la ripartizione dei fondi alle Regioni, oltre a rivendicare la necessità di assicurare un corretto allineamento tra i tempi della programmazione nazionale e quelli della gestione regionale e territoriale, evitando che le amministrazioni locali siano costrette a operare in condizioni di precarietà finanziaria o a ricorrere a misure straordinarie per garantire servizi essenziali».

La FISH rinnova in conclusione «la richiesta di un confronto immediato con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per definire un percorso stabile, tempestivo e strutturale di finanziamento della non autosufficienza». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“AbbracCiAA la cultura in pratiCAA 2026”: un’iniziativa in Sicilia sull’accessibilità comunicativa

Si terrà dal 28 al 30 maggio a Sciacca (Agrigento), la seconda edizione della manifestazione “AbbracCiAA la cultura in pratiCAA”, iniziativa centrata sulla CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), che coinvolgerà i rappresentanti di 50 scuole provenienti da diverse realtà italiane, riunite nella “Rete di scuole per comunicare”

È prevista per i giorni dal 28 al 30 maggio a Sciacca (Agrigento), la seconda edizione della manifestazione AbbracCiAA la cultura in pratiCAA, iniziativa centrata sulla Comunicazione Aumentativa Alternativa, in sigla CAA («un insieme di conoscenze, tecniche, strategie e tecnologie atte a semplificare ed incrementare la comunicazione nelle persone che hanno difficoltà ad usare i più comuni canali comunicativi, con particolare riguardo al linguaggio orale e alla scrittura», come la definisce Wikipedia). La pagina Facebook dedicata contiene tutti gli aggiornamenti sull’evento.
L’iniziativa sarà ospitata negli spazi del Plesso Miraglia dell’IISS Don Michele Arena e coinvolgerà i rappresentanti di 50 scuole provenienti da diverse realtà italiane, riunite nella “Rete di scuole per comunicare”.
Sarà una tre giorni particolarmente intensa, un percorso progressivo che intreccerà teoria, esperienze sul campo e pratica laboratoriale, nel quale ogni giornata avrà un proprio ritmo: apertura istituzionale, interventi di esperti e lavoro concreto nei laboratori pomeridiani.
Attraverso la condivisione di esperienze, metodologie e buone pratiche maturate nei contesti scolastici, si intende lavorare alla costruzione di ambienti educativi sempre più equi e realmente accessibili.
Nel dettaglio, il programma prevede che nella mattinata del 28 maggio circa 150 alunni e alunne delle scuole primarie e secondarie saranno coinvolti/e in attività laboratoriali sui temi della comunicazione aumentativa e su esempi di accessibilità per la partecipazione ai contesti.
Il pomeriggio dello stesso 28 maggio e quello del 29 maggio, insieme alla mattinata del 30 maggio, saranno invece dedicati a momenti plenari e laboratori formativi destinati agli adulti, con un taglio pratico e professionale. (Simona Lancioni)

Ringraziamo Greta Barbanti per la segnalazione.

A questo link è disponibile il programma completo della manifestazione.
Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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“BricksFor”: patrimonio Unesco, tecnologie, metodologie partecipative e accessibilità in un unico modello replicabile

A Crespi d’Adda in Lombardia il patrimonio culturale diventa strumento di partecipazione, relazione e inclusione sociale. Nel villaggio operaio patrimonio Unesco, infatti, prende forma “BricksFor”, un progetto che utilizza i mattoncini LEGO® come linguaggio educativo e relazionale per accogliere le diversità e creare esperienze accessibili a persone con disabilità, famiglie, studenti e visitatori Progetto “BricksFor”: i mattoncini LEGO® utilizzati come linguaggio educativo e relazionale

A Crespi d’Adda (frazione di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo) il patrimonio culturale diventa strumento di partecipazione, relazione e inclusione sociale. Nel villaggio operaio patrimonio Unesco, infatti, prende forma BricksFor, progetto che utilizza i mattoncini LEGO® come linguaggio educativo e relazionale per accogliere le diversità e creare esperienze accessibili a persone con disabilità, famiglie, studenti e visitatori.
L’iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Cariplo e dalla Regione Lombardia, nasce dall’impegno dell’Associazione Crespi d’Adda nel trasformare uno dei siti industriali più significativi d’Europa in uno spazio culturale vivo, capace non solo di conservare memoria storica, ma anche di produrre nuove forme di cittadinanza e partecipazione. Le attività partiranno il 7 giugno prossimo e proseguiranno ogni seconda domenica del mese fino a dicembre (per partecipare è possibile consultare i siti dedicati a questo o a questo link, o anche contattare il numero 02 90939988).

Il progetto si sviluppa, come detto, nel cuore del villaggio operaio di Crespi d’Adda, straordinario esempio di città industriale ancora abitata e riconosciuto dall’Unesco per il suo impianto urbanistico unico. Qui, laboratori, visite guidate e percorsi esperienziali vengono intrecciati con metodologie partecipative come LEGO® Serious Play®, LEGO® Play Included e LEGO® Braille. L’obiettivo non è semplicemente proporre attività ludiche, ma utilizzare il gioco come strumento di comunicazione, apprendimento e costruzione di significati condivisi. I mattoncini diventano così un mezzo per “pensare con le mani”, raccontarsi, sviluppare relazioni e dare forma concreta ai valori della comunità.
Accanto ai tradizionali mattoncini colorati, l’iniziativa integra inoltre anche tecnologie digitali, sistemi di intelligenza artificiale e video narrativi dedicati alla valorizzazione del patrimonio culturale. Le attività si svolgono all’interno dell’Unesco Visitor Centre e lungo itinerari guidati che attraversano i luoghi simbolo del villaggio.

Uno degli aspetti più innovativi di BricksFor riguarda i percorsi dedicati alle persone nello spettro autistico e a chi altri vive difficoltà comunicative. Attraverso la metodologia LEGO® Play Included, i partecipanti vengono accompagnati in attività che rendono tangibili valori come collaborazione sociale, appartenenza e rispetto reciproco. Per le situazioni di maggiore fragilità sono previste anche Sensory Bags, ossia borse contenenti strumenti utili a ridurre lo stress sensoriale durante la visita: cuffie antirumore, occhiali oscuranti, giochi antistress e materiali in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) (CAA). Le schede informative saranno inoltre disponibili presso l’Unesco Visitor Centre.

L’attenzione agli aspetti sensoriali e comunicativi rappresenta dunque un elemento cruciale, perché rendere accessibile un luogo culturale significa infatti non limitarsi all’abbattimento delle barriere architettoniche, ma costruire contesti in cui ogni persona possa sentirsi accolta e libera di vivere l’esperienza secondo le proprie esigenze.
Il progetto dedica pertanto ampio spazio anche all’accessibilità per persone cieche o ipovedenti, basando in questo caso i percorsi sulla metodologia LEGO® Serious Play® e sull’utilizzo dei mattoncini LEGO® Braille, progettati per riprodurre il sistema Braille e favorire modalità di apprendimento inclusive. Vi sono inoltre laboratori specifici, introduzioni audio e video nelle sale museali multimediali, visite guidate accessibili con radioguide bluetooth ed esperienze tattili degli elementi simbolo del sito Unesco. Particolarmente significativa è anche la presenza di un’audioguida narrativa immersiva: a condurre i visitatori è il medico del villaggio, personaggio storico interpretato da un attore professionista, che accompagna passo dopo passo nella scoperta di Crespi d’Adda.
Quello che emerge, in sostanza, è non solo un adattamento di contenuti già esistenti, ma il ripensare l’esperienza culturale a partire dai diversi modi di percepire e abitare lo spazio, una prospettiva, cioè, che supera l’idea di accessibilità come concessione e la trasforma in principio progettuale.

BricksFor guarda anche alle nuove generazioni, se è vero che a studenti e studentesse è dedicato un percorso specifico utilizzando LEGO® Serious Play®, per esplorare i valori che animavano il “villaggio ideale del lavoro” costruito dalla famiglia Crespi e riflettere sul loro significato contemporaneo.
Il laboratorio si intreccia con visite guidate al sito Unesco, alla centrale idrolelettrica e alle sale museali multimediali, dove personaggi storici del villaggio – interpretati da attori professionisti – dialogano con i partecipanti su temi sociali, culturali e civili. Tra gli elementi più innovativi, inoltre, vi è una chat interattiva basata sull’intelligenza artificiale che permette agli studenti di “dialogare” con l’onorevole Silvio Benigno Crespi, fondatore del villaggio operaio, attraverso un sistema AI Character Chat accessibile da dispositivi mobili.
La memoria storica diventa così uno strumento dinamico, capace di parlare alle nuove generazioni con linguaggi contemporanei e modalità partecipative.

BricksFor si presenta come un progetto unico nel panorama italiano ed europeo perché unisce patrimonio Unesco, tecnologie innovative, metodologie partecipative e accessibilità in un unico modello replicabile. Il valore più profondo dell’iniziativa risiede forse proprio nella sua capacità di ridefinire il concetto di patrimonio culturale. Non più semplice luogo della memoria o destinazione turistica, ma spazio sociale in cui costruire relazioni, consapevolezza e senso di comunità.
In un tempo in cui il tema dell’accessibilità culturale è ancora spesso affrontato come intervento marginale o straordinario, questa esperienza propone invece una prospettiva differente: l’inclusione non come servizio aggiuntivo, ma come elemento strutturale della progettazione culturale.
Il progetto, come detto inizialmente, è realizzato con il contributo della Fondazione Cariplo e della Regione Lombardia e in collaborazione con Serious Play Italia e con il sostegno di T-Essere Srl, Adda Energi Srl, The Antonio Percassi Family Foundation, ASST Bergamo Ovest e Magnetic Media Network Spa.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: erica@lawhite.it (Erica Debelli).

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Dall’Europa si chiede il riconoscimento dei prestatori di assistenza informali nei sistemi pensionistici e di sicurezza sociale

«Nell’Unione Europea ci sono 6,2 milioni di caregiver formali e 53 milioni di caregiver informali. Il testo adottato oggi riconosce finalmente l’assistenza come un pilastro della nostra società e della nostra economia, e non come un lavoro invisibile dato per scontato»: lo dichiara l’eurodeputata greca Meleti, a proposito della Risoluzione non vincolante, ma parimenti significativa, approvata dal Parlamento Europeo, che sottolinea anche la quota sproporzionata del lavoro di cura affidata alle donne Il Parlamento Europeo

«Nell’Unione Europea ci sono 6,2 milioni di caregiver formali e 53 milioni di caregiver informali. Offrono presenza, pazienza e un contatto umano. Il testo adottato oggi riconosce finalmente l’assistenza come un pilastro della nostra società e della nostra economia, e non come un lavoro invisibile dato per scontato. Per i caregiver professionali chiediamo migliori condizioni di lavoro, una retribuzione equa e un sostegno psicologico. Per i caregiver informali chiediamo tutela, modalità di lavoro flessibili e congedi per l’assistenza. Le responsabilità di cura, inoltre, continuano a ricadere in modo sproporzionato sulle donne, mentre dovrebbero essere una responsabilità condivisa da tutti noi»: le parole dell’eurodeputata greca Eleonora Meleti, relatrice per la Commissione del Parlamento Europeo per l’Occupazione e gli Affari Sociali, riassumono al meglio il senso della Risoluzione non vincolante, ma parimenti significativa, approvata nei giorni scorsi dal parlamento Europeo stesso, con 263 voti a favore, 83 contrari e 154 astensioni, in cui si afferma che «l’accesso all’assistenza è un diritto fondamentale» e si invitano gli Stati Membri dell’Unione Europea «ad affrontare le disuguaglianze di genere in tutte le forme di assistenza».
Il testo approvato sostiene inoltre «un modello di “società della cura” che dia priorità ai servizi domiciliari e di prossimità, alla solidarietà intergenerazionale e alla vita indipendente», chiedendo, alla luce delle attuali tendenze demografiche, «finanziamenti sostenibili e un approccio incentrato sulla persona e sui diritti».

Altro elemento non trascurabile, la Risoluzione chiede anche «l’introduzione di uno “statuto europeo dei prestatori di assistenza” per riconoscerne il lavoro e stabilire standard minimi in tutta l’Unione, garantendo il riconoscimento dei prestatori di assistenza informali nei sistemi pensionistici e di sicurezza sociale». In tal senso i Deputati europei hanno accolto con favore l’annuncio della Commissione Europea di voler presentare nel 2027 un “Patto Europeo per l’Assistenza” (European Care Deal), «che dovrà diventare una vera e propria tabella di marcia – come è stato detto – per costruire un’Europa più equa e più attenta alle persone».

«Le donne – ha dichiarato infine l’europarlamentare spagnola Rosa Estarás Ferragut, relatrice per la commissione del Parlamento Europeo sui Diritti delle Donne e l’Uguaglianza di Genere – continuano a sostenere una quota sproporzionata del lavoro di cura, sia formale che informale, dedicando 17 ore in più a settimana rispetto agli uomini alle attività di assistenza non retribuite. Un lavoro invisibile che continua ad alimentare sia il divario retributivo che quello pensionistico». A tal proposito, la Risoluzione approvata chiede «campagne di sensibilizzazione per incoraggiare gli uomini ad assumere una quota uguale delle responsabilità di cura, aumentando la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e contrastando gli stereotipi di genere tradizionali». (S.B.)

Ringraziamo per la collaborazione il Servizio Stampa dell’Ufficio di collegamento in Italia del Parlamento Europeo.

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Sostegno e Piano Educativo Individualizzato: risolto un annoso problema di conflitto giurisdizionale

Tramite una recente Sentenza, la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha risolto un annoso problema di conflitto giurisdizionale tra TAR (Tribunali Amministrativi Regionali) e Tribunali Civili, riguardo ai ricorsi relativi all’attribuzione del numero di ore di sostegno. Si tratta di un pronunciamento importante perché potrà evitare a molte famiglie di promuovere dei ricorsi che vengano poi dichiarati irricevibili per difetto di giurisdizione, con aggravio di spese per le famiglie stesse

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la recente Sentenza 12704/26, resa pubblica il 5 maggio scorso, ha risolto un annoso problema di conflitto di giurisdizione tra TAR (Tribunali Amministrativi Regionali) e Tribunali Civili, con riguardo alla proposizione dei ricorsi avverso le decisioni relative all’attribuzione del numero di ore di sostegno.
Prima di accennare in modo molto elementare e succinto ai contenuti della complessa e ampia Sentenza di trentacinque pagine, ritengo necessario, per i non addetti ai lavori, formulare alcune brevi premesse di carattere tecnico-giuridico:
1) In forza della divisione tra i poteri amministrativo-esecutivo e giurisdizionale, per i ricorsi contro gli atti amministrativi, come i PEI (Piani Educativi Individualizzati), bisogna rivolgersi al TAR.
2) La Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni) ha previsto che contro gli atti discriminatori, come ad esempio un PEI con un numero di ore di sostegno ritenuto insufficiente dalla famiglia dell’alunno, ci si debba rivolgere al Tribunale Civile.
3) L’articolo 7 del Decreto Legislativo 66/17 stabilisce che a giugno il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione) debba formulare il “PEI provvisorio” contenente il numero di ore di sostegno per l’anno scolastico successivo, numero che verrà confermato o modificato col “PEI definitivo“, da approvarsi entro fine ottobre, dopo un periodo di osservazione dell’alunno.
4) Dal Decreto 66/17 in poi c’è stato un perenne rinvio tra TAR e Tribunale Civile su chi dovesse legittimamente conoscere i ricorsi per discriminazione promossi ai sensi della citata Legg e 67/06, cosicché i ricorrenti si vedevano spesso rimandati dall’una all’altra Corte, e neppure in caso di impugnazioni le Magistrature Superiori, rispettivamente Consiglio di Stato e Corte di Cassazione, erano concordi.
Di qui, pertanto, la necessità della presente Sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni unite che fissasse definitivamente a quale dei due Tribunali spettasse la giurisdizione. Ciò premesso, entriamo nel merito della pronuncia della Corte.

I genitori di uno studente con disabilità certificato con articolo 3, comma 3 della Legge 104/92 avevano fatto ricorso per discriminazione ai sensi della Legge 67/06 contro la riduzione delle ore di sostegno indicate nel PEI da parte del dirigente scolastico, a causa dell’organico assegnatogli dall’Ufficio Scolastico Regionale. Il Tribunale di Busto Arsizio (Varese) aveva accolto il ricorso aumentando il numero di ore. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito aveva però interposto appello e la Corte d’Appello di Milano ne aveva accolto il ricorso, ritenendo che il ricorso iniziale non dovesse essere proposto di fronte al Tribunale Civile, ma di fronte al TAR, dal momento che il PEI era un atto “provvisorio”, mentre solo gli atti definitivi vanno impugnati di fronte al Tribunale Civile. Ed effettivamente, per impugnare un atto amministrativo nei confronti del Tribunale Civile, occorre che il PEI sia definitivo, talché solo dopo l’approvazione del quale nasce il diritto dello studente alle ore di sostegno. La famiglia ha proposto dunque ricorso nei confronti della Corte di Cassazione contro quella Sentenza della Corte d’Appello.
Ebbene, la Cassazione, come detto, tramite la citata Sentenza 12704/26, espressa a Sezioni Unite, ha annullato la decisione della Corte d’Appello, ritenendo che il PEI formulato a giugno non potesse essere modificato da nessuno sulla base di una costante giurisprudenza consolidata, e che trattandosi di discriminazione vi fosse la giurisdizione esclusiva del Tribunale Civile.
Può apparire strano che sia addirittura dovuta intervenire la Cassazione a Sezioni Unite per decidere la questione, dal momento che, come detto in premessa, molti Tribunali Civili, a differenza di numerosi TAR, avevano in precedenza considerato implicitamente il PEI come atto definitivo e quindi impugnabile avanti al Tribunale Civile per discriminazione. La “stranezza” può però essere chiarita dal fatto che purtroppo, come detto in premessa, l’articolo 7 del Decreto Legislativo 66/17 parla di “PEI provvisorio” a proposito del PEI formulato dal GLO nella verifica finale di giugno, mentre utilizza il termine “PEI definitivo” per quello formulato a fine ottobre. Inoltre, nei modelli di PEI allegati al Decreto Interministeriale 182/20, integrato dal Decreto Interministeriale 153/23, per i PEI formulati a giugno si parla purtroppo di “proposta” (e non di “attribuzione”) del numero di ore di sostegno per l’anno successivo. L’equivocità dei termini è ulteriormente aggravata dal fatto che l’articolo 4 del Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) 185/06 stabilisce che il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale “autorizzi” il numero di posti di sostegno da assegnarsi alle singole scuole; conseguentemente il numero delle ore indicate nel PEI sarebbe una mera proposta autorizzata dall’Ufficio Scolastico Regionale.

La Corte di Cassazione, dunque, avendo dovuto affrontare sia ricorsi che ritenevano il PEI come atto “definitivo”, sia altri che invece lo ritenevano atto “provvisorio”, ha sciolto definitivamente con questa Sentenza, che ritiene il PEI di giugno come atto “definitivo”, una questione estremamente importante ai fini processuali, che produce effetti a livello sostanziale sull’attribuzione del diritto allo studio degli alunni con disabilità.
L’equivocità del termine provvisorio era stata affrontata anche dal Ministero dell’Istruzione e del Merito che, a seguito di quesiti, ha dovuto precisare che “PEI provvisorio” è solo quello riguardante gli alunni che si iscrivono per la prima volta a scuola, o che vengono certificati per la prima volta durante il percorso scolastico, e non quello che viene normalmente formulato per gli altri a giugno. Infatti, la Cassazione ha chiarito che qualora si seguisse la logica della Corte d’Appello di Milano, ovvero se tutti i PEI formulati a giugno dovessero essere atti “non definitivi”, gli studenti con disabilità non potrebbero mai ricorrere per discriminazione al Tribunale Civile prima di novembre, venendo in tal modo privati di un diritto.
La decisione della Suprema Corte ha pertanto chiarito un aspetto fondamentale del nostro sistema giuridico, garantendo il diritto agli alunni con disabilità che ritengono di dover chiedere un maggior numero di ore di sostegno, di poter ricorrere immediatamente al Tribunale Civile e di ottenere il riconoscimento del diritto a quel determinato numero di ore richiesto.

Questa Sentenza, in sostanza, è importante perché ha eliminato un dubbio interpretativo, evitando così che molte famiglie promuovessero dei ricorsi dichiarati irricevibili per difetto di giurisdizione, con aggravio di spese per le stesse. In più c’è da tener presente che le Sentenze per discriminazione pronunciate dai Tribunali Civili danno il diritto, per espressa disposizione della Legge 67/06, non solo al risarcimento dei danni economici subiti e dimostrabili, ma anche a quello dei danni “non patrimoniali” consistenti nel semplice fatto della discriminazione.
È pertanto opportuno che questa decisione della Cassazione venga diffusa, specie tra le famiglie degli alunni e delle alunne con disabilità. E consiglio anche la lettura dell’articolo Sostegno: le proposte del GLO valgono anche prima del PEI definitivo e decide il giudice ordinario. Intervengono le Sezioni Unite, pubblicato da «Orizzontescuola.it», scritto dai difensori dei ricorrenti, tra i quali conosco e apprezzo l’avvocata Ida Mendicino; si tratta infatti di un testo più ampio di questo mio e con un taglio che, pur nella sua semplicità, è articolato e più approfondito a livello tecnico-giuridico.

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La disabilità non può essere un ostacolo all’ottenimento della cittadinanza italiana: sarebbe discriminazione

Se il Ministero dell’Interno applica in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute, questo equivale a escludere a priori le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza, attuando una discriminazione che viola la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità: lo ha affermato il Consiglio di Stato, di fronte al ricorso di una donna di origine straniera assistita dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione LEDHA Una donna con disabilità di origine straniera

La disabilità non può essere un ostacolo all’ottenimento della cittadinanza italiana: lo ha stabilito il Consiglio di Stato accogliendo il ricorso presentato da una donna di origine straniera assistita dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
Nel luglio del 2015 Maria (nome di fantasia) aveva presentato domanda di cittadinanza. Nel maggio 2020 il Ministero dell’Interno l’aveva respinta: i redditi della donna, infatti, non avevano raggiunto la soglia minima, fissata dal Viminale, a 8.263,31 euro all’anno per un singolo richiedente.
A prima vista, un criterio apparentemente neutro, ma nel caso di Maria, quella soglia si è trasformata in una discriminazione: la donna, infatti, ha un’invalidità del 75% e non è più in grado di svolgere il suo lavoro di colf. Nonostante sia iscritta alle liste del collocamento mirato, la sua età e la sua condizione non le hanno permesso di trovare una nuova occupazione. A oggi, la sua sola fonte di sostentamento è l’assegno d’invalidità che, è importante ricordarlo, non costituisce reddito.

Con il supporto, dunque, delle legali del Centro Antidiscriminazione della LEDHA, Maria ha presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica su cui il Consiglio di Stato ha espresso parere favorevole. In particolare, i giudici amministrativi hanno evidenziato come «la rigida applicazione dei parametri [relativi al reddito di chi presenta richiesta di cittadinanza, N.d.R.] comporterebbe l’esclusione dall’accesso alla cittadinanza dei titolari di solo assegno di invalidità che, in quanto tali, sono caratterizzati da riduzione della capacità lavorativa».
In altre parole: la scelta del Ministero dell’Interno di applicare in modo rigido i requisiti reddituali a chi non può lavorare per ragioni di salute equivale a escludere a priori le persone con disabilità dall’accesso alla cittadinanza. Siamo quindi di fronte a una discriminazione che viola la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09, e quindi parte integrante del nostro ordinamento giuridico. La Convenzione, infatti, afferma il diritto per tutte le persone con disabilità ad acquisire e cambiare cittadinanza su base di uguaglianza con gli altri.
Il Consiglio di Stato evidenzia poi un elemento paradossale: Maria, pur non essendo cittadina italiana, riceve già un assegno di invalidità a carico dello Stato, concederle la cittadinanza, dunque, non comporterebbe alcun nuovo onere per le casse pubbliche, semmai le attribuirebbe anche obblighi fiscali e di solidarietà sociale.

«Siamo di fronte a un pronunciamento importante – commentano dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA – perché riconosce come discriminatoria una prassi adottata dal Ministero dell’Interno. Individuare una soglia di reddito superiore all’assegno di invalidità come criterio per poter accedere alla cittadinanza significa, di fatto, escludere tutte le persone straniere che si trovano in quella condizione e che non hanno altre fonti di reddito. In altri termini, nessuna persona con disabilità che percepisca esclusivamente l’assegno di invalidità può soddisfare il requisito reddituale indicato dal Ministero, il che equivale a dire che nessuna di queste persone possa nemmeno aspirare a diventare cittadina italiana, a causa di un criterio che si configura come strutturalmente discriminatorio».
La LEDHA si augura quindi che questo pronunciamento possa rappresentare un precedente per garantire ad altre persone con disabilità di origine straniera la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana senza subire discriminazioni sulla base della propria condizione. «Il nostro auspicio – commenta infatti Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA – è che il Ministero dell’Interno tenga conto di quanto riconosciuto dai giudici del Consiglio di Stato». (I.S.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@ledha.it.

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Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda

Migliaia di persone ogni giorno, oltre al proprio lavoro, si prendono cura di un figlio con disabilità, di un familiare fragile, di una vita che richiede una presenza costante: se ne parlerà domani, 27 maggio, a Torino, nel corso dell’incontro “Il futuro è la cura – Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda”, promosso dalla Fondazione Paideia e dall’Unione Industriali Torino, nell’àmbito della rassegna “Future Week Torino”

«C’è una rivoluzione silenziosa che attraversa uffici e riunioni, è quella di migliaia di persone che ogni giorno, oltre al proprio lavoro, si prendono cura di un figlio con disabilità, di un familiare fragile, di una vita che richiede una presenza costante»: sarà questo il tema al centro dell’incontro di domani, 27 maggio, a Torino, denominato Il futuro è la cura – Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda, promosso presso il proprio Centro (Via Moncalvo, 1, otre 8.30) dalla Fondazione Paideia e dall’Unione Industriali Torino, nell’àmbito della rassegna Future Week Torino.
«Con questo incontro – dicono da Paideia – ci ripromettiamo di andare oltre i numeri per raccontare cosa significa davvero conciliare carriera e caregiving. I dati, del resto, parlano chiaro: secondo una nostra nuova indagine, curata con la Doxa su oltre mille famiglie, un genitore caregiver su due subisce discriminazioni sul lavoro, mentre il 36% delle madri vede la propria carriera rallentare o fermarsi. Non solo: quasi la metà dei caregiver è costretta a chiedere il part-time per sostenere un carico di cura che nei weekend può arrivare fino a 14 ore al giorno. Per questo riteniamo essenziale questo faccia a faccia tra esperienze dirette e nuove politiche di welfare, per costruire aziende realmente inclusive».
Interverranno per l’occasione Fabrizio Serra, segretario generale della Fondazione Paideia; Cristina Tumiatti, vicepresidente della Piccola Industria Unione Industriali Torino; Lucia Pellino, D&I Director del Gruppo Lavazza; Andrea Tron, caregiver; Francesco Canale, CVO Working Souls. (S.B.)

L’ingresso sarà gratuito (con prenotazione), per informazioni: Luna Rondana (lrondana@maybepress.it).

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Quegli “inutili” che ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione

«Nella nostra società la parola “inutili” viene spesso associata a persone considerate diverse, improduttive, non autosufficienti, ossia migranti, anziani, donne, persone con disabilità, senza fissa dimora, persone in stato di povertà educativa, ma anche chi lavora nel mondo della cultura e nel sociale. Proprio quegli “inutili” che invece ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione vogliamo festeggiare»: così, dal Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante, presentano “Un Festival Inutile”, che tornerà domani, 27 maggio, a Bologna

Tornerà nel pomeriggio di domani, 27 maggio, a Bologna, negli spazi della Fattoria Urbana (Via Pirandello, 3, ore 17.30-23), Un Festival Inutile, evento promosso dal Centro Documentazione Handicap/Cooperativa Accaparlante, insieme a tante realtà del Pilastro, per coinvolgere ancora una volta cittadini e cittadine sul peso delle parole: «Nella nostra società – sottolineano infatti da Accaparlante – la parola “inutili” viene spesso associata a persone che vengono considerate diverse, improduttive, non autosufficienti, ossia migranti, anziani, donne, persone con disabilità, senza fissa dimora, persone in stato di povertà educativa, ma anche chi lavora nel mondo della cultura e nel sociale. Attraverso stand, giochi e attività, festeggeremo dunque proprio quegli “inutili” che invece ogni giorno costruiscono mattoncini in più per l’inclusione».

Quest’anno, per altro, i festeggiamenti saranno doppi, o addirittura anzi tripli, celebrando infatti sia la Cooperativa Accaparlante, sia i 40 anni del Progetto Calamaio, “storico” gruppo educativo integrato che lavora sulla relazione con la diversità, nonché l’allestimento della mostra Macchine Inutili (dalle ore 10.30, nella Piazza Coperta del Centro Commerciale Pilastro), con la premiazione dei vincitori dell’omonimo concorso che ha coinvolto le scuole primarie e secondarie di Bologna con gli animatori con disabilità dello stesso Progetto Calamaio. Il nome stesso dell’evento, del resto, si ispira idealmente alle Macchine Inutili di Bruno Munari, che per il Calamaio, come venne spiegato a suo tempo, «sono state il punto di partenza per un laboratorio in cui liberare fantasia e creatività, uscendo dall’uso ordinario delle carrozzine e degli ausili, dando vita a opere ironiche e personali che hanno risposto ai desideri e ai bisogni più intimi dei partecipanti, svincolati da necessità pratiche, per il piacere di inventare e divertirsi».

Si comincerà dunque, come detto, alle 17.30, con una lettura animata e un laboratorio a cura della Biblioteca Luigi Spina, a partire dal libro Il sacco della scrittrice e illustratrice Emma AdBåge (Camelozampa, 2026). Quindi, tanti laboratori “inutili” per tutte le età, a cura di Accaparlante, AiCS, Casa di Quartiere Ca’Solare e Blog del Pilastro, fino allo spettacolo Sinfonia per stampelle e sedia a rotelle del polistrumentista e artista sonoro Francesco Gibaldi, seguito da un concerto del giovane cantautore Cespu + band. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: Valeria Alpi (valeria@accaparlante.it).

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Storie di persone alle quali Special Olympics ha cambiato la vita

Il risultato più importante dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, dei quali si è tenuta nei giorni scorsi la 41^ edizione, è stata certamente la consapevolezza, maturata dagli atleti e dalle atlete, delle proprie potenzialità, diventando esempio, ispirazione e forza per altri atleti e atlete, per chi vive le stesse difficoltà e per tutti coloro che sono ancora chiusi nei pregiudizi verso le disabilità intellettive. Ben lo dimostrano anche le storie di Elisa e Cora Elisa Del Signore

Una settimana di sport, emozioni e relazioni hanno trasformato Lignano Sabbiadoro (Udine), Cordovado (Pordenone), Portogruaro e Bibione (Venezia) in un grande spazio di incontro e inclusione, vedendo oltre 3.000 atleti con e senza disabilità intellettive confrontarsi in 21 discipline sportive, accompagnati dall’energia di 650 tecnici, 1.000 volontari, 600 accompagnatori e circa 1.400 familiari, provenienti da tutta Italia. È stata questo la 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettiva, che avevamo presentato nei giorni scorsi, raccontando poi anche la cerimonia di apertura del 20 maggio. «Ma il risultato più importante di questi Giochi – dicono da Special Olympics Italia – non si misura con una medaglia, è bensì la consapevolezza, maturata dagli atleti e dalle atlete, delle proprie potenzialità, una consapevolezza che può diventare esempio, ispirazione e forza per altri atleti e atlete, per chi vive le stesse difficoltà, ma anche per tutte quelle persone ancora chiuse nei pregiudizi verso le disabilità intellettive».
Tra le testimonianze più significative di questa edizione, ad esempio, vi è quella di Elisa Del Signore, 26 anni, atleta di ginnastica artistica di Borgaro Torinese (Torino), che racconta un “prima” e un “dopo” Special Olympics. «Prima di iniziare – dice – pensavo di non essere portata per questo sport. All’inizio c’erano timore e paura, ma pian piano ho iniziato a credere di più in me stessa e a migliorarmi sempre di più. Special Olympics mi ha cambiato la vita come persona e come atleta, aprendomi un mondo completamente nuovo. All’inizio, infatti, la disabilità era come una gabbia, una trappola che mi impediva di essere come tutti gli altri. Poi ho capito che potevo fare tutto ciò che desideravo, seguendo i miei tempi».

Cora Manzini Nardini

Oggi Elisa studia, lavora, pratica sport e coltiva le sue passioni. Attraverso il progetto RecuperAbile, promosso da Geogym, trasforma materiali di scarto degli attrezzi da ginnastica in gadget e oggetti creativi, in un percorso che unisce sostenibilità e inclusione lavorativa per persone con disabilità intellettiva. «E se c’è una cosa che voglio dire a tutti quelli che hanno le mie stesse difficoltà – conclude – è di non arrendersi e continuare a raggiungere i propri obiettivi».

Un’altra testimonianza di fantasia e sensibilità arrivata dai recenti Giochi è quella di Cora Manzini Nardini, che descrive il proprio mondo come «un viaggio tra sogni, pianeti e castelli incantati». «Sono una ragazza che di notte sogna parecchio – racconta -, immagino di volare su una macchina volante, di andare dai miei angeli e poi fino a Plutone, il mio pianeta preferito. Ma la parte più bella è arrivare nel mio “castello incantato”, pieno di tutte le cose che amo: la musica, il basket, la pallavolo, disegnare, stare con gli amici. Quando gioco insieme alla mia squadra, infatti, mi sento super felice. Lo sport mi ha aiutato a essere più gentile, più allegra e più serena con le persone che ho intorno».
Per Cora, sottolineano da Special Olympics Italia, «la disabilità è una condizione, non un limite ed è proprio questa la visione che vogliamo continuare a promuovere: creare luoghi dove ogni persona possa sentirsi riconosciuta nelle proprie capacità e non definita dalle proprie difficoltà».

Il prossimo appuntamento con un evento nazionale di Special Olympics sarà ora dal 12 al 14 giugno a Treviso, con la XIII edizione dell’Unified International Basketball Tournament. (S.B.).

Per ulteriori informazioni: stampa@specialolympics.it (Giampiero Casale).

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Uno “sporco lavoro”, ma anche un “gesto artistico”

«Ci sono attività e gesti considerati umili, sporchi, sgradevoli – scrive Elena Malagoli -, che non finiscono nei curriculum, non fanno fare carriera. Anzi! Da vent’anni sono madre e caregiver di Ilaria, una ragazza con pluridisabilità complesse in stato di dipendenza vitale e da vent’anni attendo un riconoscimento legislativo. Credo però ancora, e sempre più, nel valore umano e sociale del prendersi cura, che penso sia anche un “gesto artistico”, in grado di fare nascere bellezza e umanità dove sembra esserci solo limite, bruttezza e dolore» (Immagine tratta da “Pixabey”)

Ci sono attività e gesti considerati umili, sporchi, sgradevoli. Non finiscono nei curriculum, non vengono definiti skills, non fanno fare carriera. Anzi! Rappresentano spesso un ostacolo per il lavoro, a volte così insormontabile da essere costretti a lasciarlo.
Alzarsi di notte per cambiare un pannolone, per sedare una crisi di epilessia, per aspirare un naso o una bocca, per somministrare dei farmaci o un goccio d’acqua. Movimentare una persona, e imboccarla, lavarla, vestirla, monitorarla, accompagnarla, consolarla. E farlo ogni giorno, tutto il giorno, spesso in solitudine, incastrati in questo “affare di famiglia” da cui quasi tutti distolgono lo sguardo.
Da vent’anni sono madre e caregiver di Ilaria, una ragazza con pluridisabilità complesse in stato di dipendenza vitale, e in questi vent’anni ho conosciuto centinaia di caregiver come me, chi di un figlio, chi di un coniuge o di un genitore.
Da vent’anni attendo il riconoscimento legislativo della figura del caregiver familiare, per la tutela dei suoi basilari diritti umani, ma ormai più che una ragionevole speranza mi appare come un miraggio nel deserto.
Ma credo ancora, e sempre più, nel valore umano e sociale del prendersi cura, che considero una tra le più nobili e commoventi espressioni dell’umano.
Sentire il corpo di chi curiamo come un’estensione del nostro, sentire sulla pelle, nei muscoli, nelle ossa, il dolore o il sollievo di quella pelle, di quei muscoli, di quelle ossa. Saper decifrare una smorfia, un sorriso, un sospiro, un fremito, uno sguardo, un silenzio. Saper riconoscere nella fragilità non solo la vulnerabilità, ma anche la preziosità. Custodire fra le mani la vita di queste persone affidate, perché l’abbandono e l’indifferenza non la spengano.
Tutto questo non è socialmente riconosciuto, né tanto meno ambìto, eppure prendersi cura di una persona non autosufficiente è una specie di arte, che richiede competenze molto raffinate e profonde.
Curare una persona anziana, o con disabilità, o malata, senza umiliarla, onorando il suo corpo e la sua persona, la sua dignità e il suo pudore, i suoi limiti e le sue capacità, in una relazione di rispetto e di fiducia, è una delle più pure e belle espressioni di umanità.
Perciò credo che la cura sia davvero un “gesto artistico”, perché è in grado di fare nascere bellezza e umanità proprio dove sembra esserci solo limite, bruttezza e dolore.
Ricordo una telefonata di tanti anni fa con un’amica: era stata una giornata faticosa con Ilaria, darle da mangiare si era trasformato in una specie di lotta in cui io la imboccavo e lei mi sputava il cibo addosso. E io all’amica raccontavo della fatica e del mio sconforto nel vedermi a fine giornata con la maglia macchiata, e i capelli pieni di pappa, sporca ed esausta. E lei mi rispose: «Tutti i lavori sporchi sono santi».
All’epoca non capii cosa intendesse, un po’ a disagio lasciai cadere la frase senza chiedere chiarimenti né commentare.
Oggi – molti anni e molta vita dopo – ho capito, e so che aveva ragione, anche se questo “sporco lavoro” non finirà mai in un curriculum.

*Caregiver familiare, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie.

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Invecchiare con una lesione midollare: a Comacchio il Congresso 2026 della Federazione Europea sulle lesioni midollari

Come già segnalato a suo tempo, sarà in Italia, nei prossimi giorni, il Congresso Annuale 2025 dell’ESCIF, la Federazione Europea delle Associazioni di Persone con Lesione al Midollo Spinale, e ad organizzarlo è stata la FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), dal 27 al 30 maggio, presso il Camping Village Florenz di Comacchio (Ferrara), su un tema di crescente rilevanza in tutta Europa, quale l’“Invecchiamento attivo delle persone con lesione al midollo spinale”

L’annuncio, come avevamo raccontato sulle nostre pagine, era arrivato lo scorso anno a Zagabria, capitale della Croazia, dove si era svolto il Congresso Annuale 2025 dell’ESCIF, la Federazione Europea delle Associazioni di Persone con Lesione al Midollo Spinale: l’incontro del 2026 sarebbe stato ospitato dal nostro Paese, a cura della FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), ed esattamente presso il Camping Village Florenz di Comacchio (Ferrara), struttura situata sulla costa adriatica tra Bologna e Venezia completamente accessibile e immersa in un ambiente naturale, per favorire sia i momenti di dibattito che quelli di socializzazione.
Ebbene, ora quell’evento è ormai imminente, se è vero che si terrà dal 27 al 30 maggio, nella località emiliana, sul tema Invecchiamento attivo delle persone con lesione al midollo spinale.
«La designazione dell’Italia quale Paese ospitante del Congresso ESCIF 2026 – sottolinea il presidente della FAIP Vincenzo Falabella – è un riconoscimento importante per il movimento associativo italiano, rappresentato dalla nostra Federazione. Infatti, l’opportunità di riportare il dibattito europeo in Italia dimostrerà ancora una volta la capacità del nostro Paese di confrontarsi con le realtà internazionali su temi cruciali quali l’inclusione e i diritti delle persone con disabilità».

Per quanto riguarda il tema che è stato scelto, esso, afferma Lucy Robinson, presidente dell’ESCIF, «ha crescente rilevanza in tutta Europa, se è vero che le tendenze attuali mostrano come le persone continuano a subire lesioni al midollo spinale in età avanzata, mentre allo stesso tempo aumenta la durata di vita di coloro che si sono infortunati molti anni fa. Questi cambiamenti demografici rendono quindi l’invecchiamento con lesioni al midollo spinale non solo una questione clinica, ma anche una significativa priorità sociale, economica e comunitaria per il nostro movimento. In quanto organizzazioni che operano a livello nazionale ed europeo, condividiamo sia le sfide che la responsabilità di rispondere a questi sviluppi. Attraverso lo scambio di conoscenze, la ricerca, l’esperienza vissuta e le buone pratiche, rafforziamo la nostra capacità collettiva di promuovere servizi adeguati, influenzare le politiche e far crescere dignità e qualità della vita durante tutto l’arco della vita. Oltre alle sessioni formali, dunque, la conferenza in Italia offrirà anche un’’inestimabile opportunità di connettersi, condividere esperienze e rafforzare la cooperazione transfrontaliera».

Tali concetti vengono ribaditi anche dalla FAIP, che si sofferma così sulle nuove sfide determinate dall’invecchiamento con una lesione midollare: «Si tratta di sfide legate innanzitutto a cambiamenti fisici e psicologici: l’invecchiamento, infatti, può aggravare alcune complicanze legate alla lesione, quali problemi muscoloscheletrici, disturbi metabolici o difficoltà nella gestione quotidiana. A livello poi dell’autonomia e della qualità della vita, con l’avanzare dell’età diventa più complesso mantenere l’indipendenza, rendendo necessari nuovi modelli di assistenza e supporto. E infine, per quanto riguarda i sistemi sanitari e di welfare, molti Paesi non sono ancora preparati ad affrontare le esigenze specifiche delle persone anziane con disabilità, ciò che richiede politiche più inclusive e sostenibili. Il congresso di Comacchio sarà pertanto un’occasione fondamentale per confrontarsi su soluzioni concrete, che portino a un punto di svolta su tali temi, coinvolgendo esperti, associazioni e persone con lesione midollare, in un’ottica di collaborazione europea». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo (in inglese) del Congresso ESCIF. Per ogni ulteriore informazione: segreteria@faipets.it.

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Il Progetto di Vita come infrastruttura dei diritti in Campania

Un momento di confronto istituzionale e sociale di particolare rilievo, rivolto a persone con disabilità, famiglie, rappresentanti delle Istituzioni e del Terzo Settore, chiamati a concorrere alla costruzione di un sistema realmente inclusivo e fondato sull’effettività dei diritti: sarà questo, il 27 maggio a Napoli, l’assemblea pubblica della Federazione FISH Campania, sul tema “Il Progetto di Vita come infrastruttura dei diritti in Campania”

È in programma per il pomeriggio del 27 maggio a Napoli (Centro Congressi Tiempo – Centro Direzionale Isola E5, ore 15.30), un’assemblea pubblica della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Faniglie) sul tema Il Progetto di Vita come infrastruttura dei diritti in Campania.
L’iniziativa rappresenterà un momento di confronto istituzionale e sociale di particolare rilievo, rivolgendosi a persone con disabilità, famiglie, rappresentanti delle Istituzioni e del Terzo Settore, chiamati a concorrere alla costruzione di un sistema realmente inclusivo e fondato sull’effettività dei diritti.

Il Progetto di Vita non costituisce un mero adempimento amministrativo né una misura concessa discrezionalmente, ma si configura come l’infrastruttura fondamentale su cui si fondano dignità, autonomia e piena cittadinanza delle persone con disabilità. Il tema si inserisce segnatamente nel quadro normativo nazionale che comprende le Leggi 104/92, 328/00, 112/16 (“Dopo di Noi”) e 18/09, con la quale ultima l’Italia ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, riconoscendo il principio della piena partecipazione alla vita sociale. Elemento centrale del processo di riforma attualmente in corso è il Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, che ha introdotto appunto il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, rafforzandone la natura di diritto soggettivo esigibile e strutturato. Il nuovo impianto normativo supera progressivamente una visione prevalentemente sanitaria della disabilità e introduce un modello basato sulla valutazione multidimensionale, sulla presa in carico integrata, tempi certi e la personalizzazione degli interventi.
Il Progetto di Vita è chiamato pertanto a garantire condizioni concrete di inclusione attraverso autonomia abitativa, accesso allo studio e al lavoro, partecipazione sociale e piena realizzazione della persona all’interno della comunità.
La riforma, com’è noto, sta vivendo una fase di sperimentazione relativa al biennio 2025–2026, mentre la piena operatività su tutto il territorio nazionale è fissata al 1° gennaio 2027, con un impegno diretto e vincolante per tutti i livelli istituzionali coinvolti. Resta centrale, per altro, Il riferimento all’articolo 3 della Costituzione, secondo il quale, vale la pena ribadirlo, «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini». Un principio, dunque, che richiama la responsabilità delle Istituzioni e dell’intera comunità sociale.
La citata Legge Delega 227/21, approvata all’unanimità dal Parlamento, ha segnato una svolta normativa e culturale di rilievo, affermando con chiarezza che i diritti delle persone con disabilità non appartengono a una parte politica, ma costituiscono un principio universale dell’ordinamento repubblicano.

La partecipazione all’assemblea del 27 maggio a Napoli assumerà pertanto un valore non solo informativo, ma anche politico-istituzionale, quale occasione di confronto per l’attuazione concreta delle riforme in corso.
Moderati dal giornalista Walter Medolla, i lavori prevedono in apertura gli interventi di Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania, Giuseppe Ambrosino, presidente della FAND Campania (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), Umberto Cristadoro, presidente del CSV Napoli (Centro Servizi Volontariato) e Giovanpaolo Gaudino, portavoce del Forum del Terzo Settore Campania.
Parteciperanno quindi i consiglieri regionali Davide D’Errico, Lucia Fortini, Michela Rostan, Luca Trapanese e Marco Villano, insieme ad altri rappresentanti delle istituzioni regionali.
A portare poi il proprio contributo saranno rappresentanti del mondo associativo, del Terzo Settore e delle parti sociali, con interventi dedicati ai temi del lavoro, dei servizi, dell’inclusione, della progettazione personalizzata e dei diritti esigibili delle persone con disabilità.
Le conclusioni saranno affidate ad Andrea Morniroli, assessore alle Politiche Sociali e all’Istruzione della Regione Campania, e al già menzionato Gennaro Pezzurro, che restituirà una sintesi politica e istituzionale del confronto.

A questo link è disponibile il programma completo. Per ulteriori informazioni: fishcampania@gmail.com.

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Chi desidera che i propri figli vivano bene li educhi da subito a costruire contesti inclusivi

«I genitori che trasmettono lo stigma nei confronti delle persone con disabilità – scrive Luca Grecchi – contribuiscono a far introiettare ai propri figli un’abitudine alla chiusura, opposta a quanto invece richiesto dalla natura umana, la quale si arricchisce, appunto, mediante l’apertura comunitaria. Chi agisce contro natura agisce però contro il proprio bene, per cui un genitore escludente indirizza il proprio figlio, nel tempo, su una strada non buona, dunque non compiutamente felice»

In altri miei precedenti articoli mi sono soffermato spesso sul tema della scuola, in molti casi con riferimento alla scuola primaria. Da essa, in effetti, ma ancor prima dalla famiglia, in merito alla inclusione, inizia tutto, ovvero ogni potenziale apertura dei bambini nei confronti dei coetanei con disabilità. Se i docenti, infatti, nonché i genitori, non limitano, in vario modo (ad esempio ponendo in essere arbitrarie separazioni), la naturale cooperazione che i più piccoli stabiliscono tra loro, c’è speranza che le cose possano procedere nella giusta direzione. L’attuale contesto sociale risulta, tuttavia, assai poco comunitario, per cui esso crea, a scuola come in famiglia, ostacoli al libero dispiegamento di una relazionalità inclusiva.
Modificare le strutture portanti di una società, anche solo a livello di senso comune, non è affatto semplice. Ciò nonostante, la cultura può fare molto. Se si diffonde infatti, tra le persone, la consapevolezza che, all’interno di relazioni solidali, tutti stanno meglio – poiché, appunto, tali modalità si conformano alla natura umana, la quale preferisce vivere nell’armonia anziché nel conflitto –, ciascuno sarà portato a favorire rapporti amicali nei vari àmbiti della propria vita, in tutti i ruoli che può trovarsi ad occupare: docente, genitore, volontario, e così via.

Uno dei luoghi in cui vi è maggiore necessità di una socializzazione accogliente, ovvero di normalità comunitaria, è, come detto, la scuola. I bambini, soprattutto quelli caratterizzati da maggiori difficoltà, hanno in effetti bisogno di un contesto che sia, almeno per alcuni aspetti, un prolungamento della famiglia, in cui, pur con differenti funzioni, possano partecipare su base di uguaglianza alle attività del gruppo, ponendo in tal modo in atto tutte le proprie potenzialità. Il ruolo educativo dei docenti è in merito essenziale. E tuttavia, ancora maggiore rilievo, sia per l’anteriorità della loro opera, sia per la rilevanza dei primi anni di vita del bambino, riveste il ruolo dei genitori.
L’ambiente sociale complessivo può infatti non essere comunitario, ma talvolta, in piccoli contesti, si possono comunque formare situazioni inclusive in grado di far vivere bene ogni persona. L’inclusione, del resto, come le altre tematiche sociali, non è questione da “tutto o niente”, ma di realizzazione graduale. Dalle famiglie, in ogni caso, dipende il primo orientamento etico dei figli, anche con riferimento ai compagni da frequentare. I comportamenti presi a modello, infatti, quali sono in primo luogo quelli dei genitori, se gravati da pregiudizi, possono produrre nel tempo esclusioni che poi difficilmente vengono ricomposte, consentendo solo di rado, alle giovani vite che vengono emarginate, una futura integrazione sociale.

Chi conosce famiglie con figli con disabilità sa che, tra le maggiori fonti di sofferenza, non vi è soltanto la riduzione delle potenzialità di vita dovuta al deficit, quanto l’esclusione spesso praticata dai coetanei. Essa non si manifesta ancora apertamente, di solito, alla scuola primaria, quando i genitori sono responsabili delle decisioni di socializzazione dei figli, come accade ad esempio per gli inviti alle festine di compleanno, nelle quali è ritenuto riprovevole – i social oggi documentano tutto – effettuare scelte escludenti. Nel momento, invece, in cui i ragazzi crescono, ovvero in particolare alla scuola secondaria, le remore di molti genitori svaniscono, sicché quelle esclusioni vengono effettivamente praticate, dietro il pretesto che le scelte ormai spettano ai loro figli divenuti grandi. Peccato, però, che dietro quelle scelte vi siano spesso i pregiudizi trasmessi dalle famiglie, che creano frequentemente, nei confronti delle giovani persone con disabilità – per citare il titolo di un bel libro di Gianfranco Vitale –, “il silenzio intorno”. Questi ragazzi diventano infatti, sovente, invisibili agli altri, e tali, per molti genitori, devono rimanere. In una società in cui conta chi vince, ossia chi ha successo, è bene in effetti, secondo queste persone, che i propri figli non frequentino chi, per condizione psicofisica, ha molte probabilità di diventare un “perdente”.

Il Lettore penserà forse che io stia esagerando. Chi, tuttavia, ha dimestichezza con la disabilità, sa che le situazioni di esclusione, soprattutto durante l’adolescenza, sono molto diffuse. Questi ragazzi iniziano infatti ad essere socialmente “disabilitati”, mediante l’emarginazione, proprio in età scolare, per poi proseguire, nella medesima direzione, in età lavorativa. Per rimanere, comunque, alla scuola, l’esperienza riportata da molti nostri studenti e studentesse in Università che già operano, in vari ruoli, nella stessa,  è quella per cui i ragazzi che accettano di stare in banco con compagni con disabilità sono sempre meno; che coloro che li invitano a casa, o ad uscire insieme, risultano rari; che aumentano addirittura i coetanei che nemmeno li salutano, come se quel gesto comportasse già una qualche commistione del proprio presunto status di “vincenti” con la condizione di “inferiorità” nella quale ancora oggi, purtroppo, sono collocate le persone con disabilità.

Quanto argomentato mostra che le famiglie, se dotate di adeguata cultura educativa, hanno davvero la possibilità – insegnando ai propri figli che tutte le persone sono dotate di arricchenti contenuti umani –, di rendere il contesto sociale maggiormente inclusivo, nonostante il mondo, oggi, non lo sia affatto. I bambini, come detto, apprendono molto dai genitori, soprattutto attraverso l’esempio. Un modello negativo, ossia di mancata inclusione, può in effetti produrre pregiudizi, i quali portano, a loro volta, ad un’ulteriore chiusura nei confronti di una parte dell’umanità. Ciò conduce nel tempo ad un impoverimento del proprio essere, nonché ad una crescente incapacità di relazionarsi con chi è atipico. Questa limitazione, tuttavia, non risulta mai fruttuosa, come non lo è per nessun ente la difficoltà nel rapportarsi ad una parte di realtà.
I genitori che trasmettono lo stigma nei confronti delle persone con disabilità contribuiscono, dunque, a far introiettare, ai propri figli, un’abitudine alla chiusura, opposta a quanto invece richiesto dalla natura umana, la quale si arricchisce, appunto, mediante l’apertura comunitaria. Chi agisce contro natura agisce però contro il proprio bene, per cui un genitore escludente indirizza il proprio figlio, nel tempo, su una strada non buona, dunque non compiutamente felice. Questo, allora, il maggiore consiglio che la filosofia può dare ai genitori: chi desidera che i propri figli vivano bene, li educhi da subito a costruire contesti inclusivi.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità

«Un’importante occasione di confronto tra istituzioni, professionisti e portatori d’interesse, anche per esplorare strategie innovative e condivise a sostegno dell’aderenza terapeutica, con un’attenzione particolare alla gestione integrata e continuativa delle malattie croniche»: viene presentato così l’inconttro di domani, 26 maggio, a Roma, denominato “L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità”, evento conclusivo della campagna “Ricordati di stare bene”

«L’aderenza terapeutica costituisce un elemento fondamentale per garantire l’efficacia dei percorsi di cura. E tuttavia, la difficoltà nel seguire con continuità e appropriatezza le terapie rimane una criticità rilevante, soprattutto nella gestione delle patologie croniche, con impatti significativi sugli esiti di salute, sulla sostenibilità del sistema sanitario e sulla qualità della vita dei pazienti. La campagna denominata Ricordati di stare bene è stata promossa proprio per ricordare, con il supporto di Comuni e Farmacie, quanto sia importante non dimenticarsi di sé e della propria salute anche quando si sta bene, quando non c’è dolore né allarme. Promuovere la consapevolezza dell’importanza di adottare sani stili di vita significa, specie nelle situazioni di cronicità come quelle cardiovascolari, prevenire l’aggravarsi di complicanze ed eventi acuti»: sarà la tappa conclusiva di quella campagna l’incontro denominato appunto L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità, in programma per domani, 26 maggio, a Roma (Sala Conferenze dell’ANCI, Voia dei Prefetti, 46, ore 10-13).
«Tale incontro – viene spiegato – costituirà un’importante occasione di confronto tra istituzioni, professionisti e portatori d’interesse, per condividere i risultati raggiunti, valorizzare e premiare le attività più significative ed esplorare strategie innovative e condivise a sostegno dell’aderenza terapeutica, con un’attenzione particolare alla gestione integrata e continuativa delle malattie croniche». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro, promosso, così come la campagna Ri cordati di stare bene, da HappyAgeing e Federsanità – Confederazione delle Federsanità Anci Regionali, in collaborazione con vari enti e organizzazioni, elencati a quello stresso link. Per altre informazioni: stampa@happyageing.it.

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Il convegno “Si vince solo con la pace e il diritto” (con i premi agli studi sul Terzo Settore)

In occasione della propria Assemblea dei Soci, il Forum del Terzo Settore promuoverà il 27 maggio a Roma (e anche in diretta streaming) il convegno “Si vince solo con la pace e il diritto”, per evidenziare in particolare il ruolo della società civile nelle azioni di solidarietà ai popoli oppressi e nella capacità di stimolare nei Governi operazioni di pace. Durante lo stesso evento verranno anche premiati gli studi sul valore e l’impatto del Terzo Settore, nell’àmbito della seconda edizione del bando “Terzo – Premio Claudia Fiaschi”

«La guerra in Medio Oriente, aperta da Stati Uniti e Israele, richiede una condanna severa da parte dei Governi italiano ed europei e azioni concrete per ricercare la pace e difendere il diritto internazionale. All’origine dei conflitti vi sono anche le disuguaglianze crescenti e l’indebolimento delle democrazie nel mondo: perseguire la pace vuol dire quindi ripristinare il principio di autodeterminazione dei popoli, solidarietà tra Paesi e primato delle persone»: è partendo da tali premesse che il Forum del Terzo Settore, in occasione dell’Assemblea dei suoi 100 Soci, promuoverà nella mattinata del 27 maggio a Roma (Auditorium Via Rieti, 13), il convegno Si vince solo con la pace e il diritto, fruibile anche online, appuntamento che, attraverso numerosi interventi di studiosi, esperti e operatori umanitari, si propone appunto di analizzare il drammatico scenario internazionale, in particolare in Medio Oriente, e di esplorare le possibili soluzioni ai conflitti, «evidenziando il ruolo della società civile – come viene spiegato – nelle azioni di solidarietà ai popoli oppressi e nella capacità di stimolare nei Governi operazioni di pace».
In particolare, dopo la prima parte della mattinata, dedicata alla premiazione delle tesi vincitrici del bando Terzo – Premio Claudia Fiaschi, di cui si può leggere specificamente nel box in calce, seguirà, a partire dalle 11, l’intervento di Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo, e dell’ambasciatore e docente di Diplomazia all’Università Luiss, Pasquale Ferrara.
A partire quindi dal documento denominato anch’esso Si vince solo con la pace e il diritto, pubblicato nelle scorse settimane dal Forum Terzo Settore, è in programma un dibattito con la partecipazione di Stefano Tassinari (Coordinamento del Forum Terzo Settore), Paola Berbeglia (Consulta Relazioni Internazionali del Forum Terzo Settore), Francesco Vignarca (coordinatore delle Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo), due cooperanti che porteranno le loro testimonianze dal Libano e dall’Ucraina (rispettivamente ARCS-Arci Culture Solidali e Comunità Papa Giovanni XXIII) e Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore, Giancarlo Moretti. Il tutto con la moderazione di Paolo Foschini di «Corriere Buone Notizie». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma dell’evento, che sarà trasmesso in diretta streaming sul canale Youtube del Forum del Terzo Settore. Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
La seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi
Sono Jessica Bertocci e Martina Chimienti le vincitrici della seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi, il bando per le migliori tesi di laurea magistrale e dottorato di ricerca sul valore e l’impatto del Terzo Settore, iniziativa nata a cura del Forum del Terzo Settore, con «Corriere Buone Notizie» e con il sostegno di BCC Roma, per onorare la memoria di Claudia Fiaschi, personalità di assoluto rilievo nel mondo del sociale prematuramente scomparsa nel 2024, che del Forum fu a lungo la portavoce.

Il premio per la migliore tesi di laurea magistrale verrà dunque assegnato il 27 maggio a Jessica Bertocci dell’Università di Firenze, per il lavoro dal titolo Cultura e partecipazione come motori di agency collettiva. Due casi di studio di welfare culturale nelle aree interne, studio che affronta il tema del welfare culturale come modello integrato di promozione del benessere e della salute di individui e comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale, individuando possibili indicatori di welfare culturale in area pedagogica.
La tesi di dottorato di ricerca che verrà premiata è invece quella di Martina Chimienti dell’Università di Roma Tor Vergata, dal titolo Modelli abitativi inclusivi per persone con disabilità: il ruolo delle strutture di co-housing nella promozione della qualità della vita, ricerca che fa emergere come il co-housing rappresenti oggi un modello abitativo innovativo, che può contribuire a ripensare le politiche di residenzialità per le persone con disabilità e fragilità, promuovendo forme di vita comunitaria basate su autonomia, solidarietà e partecipazione sociale.
Al bando della seconda edizione di Terzo-Premio Claudia Fiaschi hanno partecipato in totale 38 candidati le valutati da un Comitato Scientifico composto da Luca Gori, Stefano Granata, Elisabetta Soglio, Paolo Venturi, Stefano Zamagni e Giancarlo Moretti. «Questo premio – dichiara Moretti – ci arricchisce di uno sguardo giovane e prezioso su àmbiti assolutamente attuali. Ci auguriamo che per tanti che operano nel Terzo Settore, le tesi vincitrici possano essere uno stimolo a sperimentare, e che questo bando favorisca l’approfondimento del Terzo Settore nel mondo universitario. C’è un gran bisogno, infatti, di veder comunicare mondo accademico e realtà sociali, affinché progresso e innovazione diventino strade sempre più praticabili. Continueremo quindi a lavorare per far sì che Terzo-Premio Claudia Fiaschi si affermi come importante punto di riferimento per studiosi e studiose, una porta aperta alle nuove generazioni, per ascoltarle e creare positive contaminazioni di idee».
A Bertocci e Chimienti andrà il riconoscimento economico, rispettivamente di 1.500 euro e 2.500 euro, oltre a una scultura realizzata dal laboratorio artistico Duettando.

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Una casa accessibile dev’essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani

L’abitare non è soltanto una questione immobiliare o urbanistica, ma è un diritto sociale e quando una casa diventa inaccessibile, insicura o inadatta, si produce esclusione. «E una casa accessibile – scrive Mirella Madeo – dovrebbe essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani, non considerando l’accessibilità come un’aggiunta successiva o un costo extra, ma progettando sin dall’inizio quelle condizioni di vita che rendano possibile la partecipazione di tutti e tutte»

C’è un tema che attraversa silenziosamente la vita quotidiana di milioni di persone, ma che continua a restare marginale nel dibattito pubblico: il diritto ad abitare spazi realmente accessibili, non solo privi di barriere architettoniche, ma capaci di accogliere la complessità delle vite fragili. Bambini con disabilità, anziani non autosufficienti, persone con malattie croniche, caregiver, famiglie monogenitoriali, persone con disagio psichico o fragilità economica condividono spesso lo stesso problema: vivere in abitazioni progettate senza considerare i loro bisogni reali.
È da questa consapevolezza che nasce una riflessione proposta nei giorni scorsi su queste stesse pagine, nell’articolo Servono abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità, che riporta al centro una questione destinata a diventare sempre più urgente in un Paese che invecchia rapidamente e in cui cresce il numero delle persone con bisogni assistenziali complessi.
L’abitare, infatti, non è soltanto una questione immobiliare o urbanistica, è un diritto sociale e quando una casa diventa inaccessibile, insicura o inadatta, si produce esclusione.

Gran parte del patrimonio abitativo italiano è stato costruito in decenni in cui l’accessibilità non rappresentava una priorità progettuale. Scale strette, bagni minuscoli, ascensori assenti, porte non adeguate al passaggio di una carrozzina, marciapiedi impraticabili e spazi domestici rigidi trasformano molte abitazioni in luoghi di limitazione anziché di autonomia. Per una persona con disabilità motoria, uscire di casa può diventare un percorso a ostacoli. Per un anziano fragile, una semplice caduta può segnare l’inizio della perdita di autonomia. Per una famiglia che assiste un figlio con grave disabilità, l’organizzazione quotidiana degli spazi domestici può incidere direttamente sulla qualità della vita e sul carico di cura. Eppure il tema viene spesso affrontato soltanto in termini emergenziali o assistenziali, senza una reale visione sistemica.
Accessibilità, però, non significa solo eliminare le barriere: ridurre infatti tale concetto alla presenza di una rampa o di un ascensore significa semplificare un problema molto più profondo.
Una casa accessibile dovrebbe essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani, pensando cioè a spazi flessibili e adattabili nel tempo; ad ambienti sicuri per persone anziane o con decadimento cognitivo; a un’illuminazione adeguata; all’isolamento acustico; alle tecnologie domotiche inclusive; alla prossimità ai servizi sanitari e sociali; a quartieri realmente vivibili e collegati.
La fragilità, inoltre, non riguarda soltanto la disabilità fisica. Esistono vulnerabilità invisibili – psicologiche, relazionali, economiche – che influenzano profondamente il modo in cui una persona vive lo spazio abitativo.

Una casa, quindi, può proteggere oppure isolare. Può favorire autonomia oppure dipendenza e quando gli ambienti domestici non sono adeguati, il carico ricade quasi sempre sulle famiglie, soprattutto sulle donne, che continuano a sostenere la maggior parte del lavoro di cura.
Molti caregiver familiari trasformano la propria quotidianità in una continua attività di adattamento: spostare mobili, improvvisare soluzioni, rinunciare agli spazi personali, affrontare spese elevate per modifiche strutturali spesso non sufficientemente sostenute dalle Istituzioni. In questo senso, il diritto all’abitare si intreccia direttamente con il diritto alla salute, alla partecipazione sociale e alla dignità.
Non si tratta soltanto di “vivere dentro una casa”, ma di poter costruire un progetto di vita possibile.
Negli ultimi anni si è parlato molto di rigenerazione urbana, housing sociale e inclusione e tuttavia, molte progettazioni continuano a privilegiare criteri estetici o di efficientamento energetico senza integrare realmente la dimensione dell’accessibilità universale. Eppure proprio il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) avrebbe potuto rappresentare un’occasione storica per ripensare il modo in cui si progettano le città e gli spazi abitativi. Il rischio, invece, è continuare a costruire ambienti “formalmente moderni” ma ancora incapaci di accogliere le differenze. L’accessibilità, invece, dovrebbe essere considerata un criterio strutturale di qualità urbana, non un’aggiunta successiva o un costo extra.

Cosa immaginiamo quando progettiamo una casa? Dietro ogni scelta urbanistica esiste una visione implicita di normalità, talché per decenni le città sono state progettate pensando a individui autonomi, giovani, sani, produttivi. Ma la realtà sociale è molto diversa e le persone fragili non rappresentano una minoranza marginale: sono parte integrante della collettività. Ciascuno, poi, nel corso della vita, può attraversare condizioni di vulnerabilità temporanee o permanenti. Progettare case accessibili significa allora cambiare paradigma: passare dall’idea di adattare eccezionalmente gli spazi alle persone “fragili” alla costruzione di ambienti naturalmente inclusivi per tutti. In parole semplici, è il principio del “design universale”: creare luoghi utilizzabili dal maggior numero possibile di persone senza bisogno di modifiche speciali.

Esiste dunque un legame diretto tra la qualità dell’abitare e il benessere psicofisico. Ambienti accessibili e sicuri riducono infatti gli incidenti domestici, l’isolamento sociale, lo stress familiare e un’istituzionalizzazione precoce.
Una casa adeguata può favorire autonomia, relazioni sociali, inclusione, salute mentale e permanenza nel proprio contesto di vita. Al contrario, abitazioni inadeguate aumentano il rischio di esclusione e povertà relazionale.
Per questo il tema non riguarda soltanto architetti o amministratori pubblici, ma riguarda l’idea stessa della società che si vuole costruire e una società davvero inclusiva non interviene sulla fragilità soltanto dopo che emerge il problema, ma progetta prima quelle condizioni di vita che rendano possibile la partecipazione di tutti e tutte.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Inclusione sociale, empowerment e innovazione digitale: un progetto rivolto a giovani donne con e senza disabilità

Si è tenuto nei giorni scorsi l’evento online di lancio del progetto “Donne e intelligenza artificiale”, iniziativa che si avvale di un solido partenariato comprendente varie organizzazioni, con la Federazione FISH quale capofila, il cui obiettivo è abbattere le barriere di genere nel mondo del lavoro e dell’intelligenza artificiale, offrendo alle giovani donne strumenti concreti e competenze d’avanguardia, con uno sguardo rivolto in particolare alle giovani con disabilità “Intelligenza artificiale e disabilità”

Si è tenuto nei giorni scorsi l’evento online di lancio del progetto Donne e intelligenza artificiale, iniziativa finanziata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che si propone l’obiettivo di abbattere le barriere di genere nel mondo del lavoro e dell’intelligenza artificiale, offrendo alle giovani donne strumenti concreti e competenze d’avanguardia, con uno sguardo rivolto in particolare alle giovani con disabilità.
Il cuore dell’iniziativa risiede nella creazione di un vero e proprio ecosistema di supporto e formazione. Attraverso percorsi mirati, infatti, le partecipanti potranno acquisire competenze chiave sull’uso dell’intelligenza artificiale, trasformando la tecnologia in una leva strategica per facilitare e accelerare il loro ingresso nel mercato occupazionale. Il tutto reso possibile anche grazie alla collaborazione di un solido partenariato, con la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), che è l’ente capofila, insieme ad AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con lesione al midollo spinale), AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente Umbria), ASBI (Associazione Spina Bifida Italia), LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH), FISH Calabria, FISH Basilicata e UILDM Mazara del Vallo (Trapani).

«L’intelligenza artificiale – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – non è solo il futuro, ma il presente del mercato del lavoro. Con questo progetto vogliamo quindi garantire che le giovani donne non siano spettatrici di questa trasformazione, ma protagoniste attive. Ringraziamo dunque il Ministero e tutto il partenariato per avere creduto in una visione che unisce inclusione sociale, empowerment femminile e innovazione digitale».
Durante l’evento di lancio, i relatori hanno illustrato le linee guida del progetto, le iniziative previste e le future tappe del percorso formativo, che vedrà il coinvolgimento di esperti del settore, aziende partner e istituzioni. Le attività prenderanno il via nelle prossime settimane.
Da segnalare anche, fatto non trascurabile, che i moduli di partecipazione sono stati elaborati da persone con disabilità intellettive, nel segno del metodo Easy to Read (“facile da leggere e da comprendere”) (R.A. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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“Il Cammino I luoghi di Catarsini” interamente accessibile alle persone con disabilità visive

Tra le iniziative al fianco della tappa di Seravezza (Lucca) del “Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, nuovo appuntamento della mostra itinerante curata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto espositivo che vede come media partner la nostra testata Superando, domani, 23 maggio, a farla da protagonista sarà soprattutto, ma non solo, “Il Cammino I Luoghi di Catarsini”, mostra diffusa interamente accessibile anche alle persone con disabilità visiva Alfredo Catarsini, “Cave di marmo”, 1964, opera di cui domani, 23 maggio, verrà inaugurata a Seravezza l’esposizione permanente

Come avevamo raccontato sulle nostre pagine la scorsa settimana, è stata inaugurata e sarà visitabile fino al 12 luglio, alle Scuderie Granducali di Seravezza (Lucca), un’ulteriore tappa della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, nuova uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa, il Municipio di Montecatini Terme e Palazzo Guinigi a Lucca, tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato con il contributo della Regione Toscana, che lo patrocina insieme al Ministero della Cultura, e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

All’interno della nostra presentazione, avevamo anche parlato di alcune significative iniziative collaterali e tra esse domani, 23 maggio, vi saranno gli appuntamenti che celebreranno l’ingresso della tappa di Seravezza all’interno del Cammino I luoghi di Catarsini che quindi si amplierà ulteriormente, con il Comune versiliese che diventerà capofila di tutti quelli coinvolti nel Cammino stesso.
Percorso che dal 2023 unisce Lucchesia e Versilia all’insegna dell’arte, della natura, della storia, dell’enogastronomia, con l’intento di formare un’unica, grande mostra diffusa, Il Cammino I luoghi di Catarsini – che gode dell’Alto Patronato del Parlamento Europeo – è stato concepito per collegare vari punti significativi del territorio legati alla vita e all’opera di Catarsini ed è anche l’unico Cammino in Italia interamente accessibile anche a persone con disabilità visiva, che rispetto alle opere di Catarsini – attualmente 86 – possono scaricare audioregistrazioni (italiano e inglese) tramite QR Code in rilievo sui totem e sui cartellini accanto alle opere stesse nelle varie sedi espositive. Un’iniziativa, per altro, assai utile non solo per chi ha una disabilità visiva, ma per qualunque visitatore.

Domani, dunque, 23 maggio, tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, un gruppo di persone percorrerà a piedi l’itinerario da Pietrasanta a Seravezza e qui, al Palazzo Mediceo (patrimonio Unesco, ore 17) verranno inaugurati sia il totem esterno con QR Code che collegano alle citate audiodescrizioni del Cammino I luoghi di Catarsini, sia l’esposizione permanente dell’opera Cave di Marmo, quadro dipinto da Catarsini nel 1964, raffigurando il lavoro di alcuni cavatori del marmo, unica opera attualmente recuperata di quel soggetto.
A seguire, presso le Scuderie Granducali, è previsto il convegno Cammini d’Italia, in collaborazione con Touring Club Italiano e Feder.Cammini, che vedrà la partecipazione, oltre che del Comune di Seravezza che lo ospiterà, anche di Edoardo Puccetti, segretario generale di Feder.Cammini, di Walter Sandri, console del Touring Club Italiano e di Elena Martinelli.
A far da cornice all’evento, anche l’esposizione di tante bandiere dei 118 Cammini d’Italia esistenti, che in tal modo festeggeranno l’ingresso della nuova tappa di Seravezza nel Cammino I Luoghi di Catarsini. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@fondazionecatarsini.com.

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