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Decisioni sulla terapia farmacologica nell’autismo: alcune riflessioni

«“I clinici dovrebbero spiegare cosa è noto e cosa è ignoto in merito alle opzioni terapeutiche sull’autismo; i pazienti (o i genitori) dovrebbero descrivere le loro preferenze, le loro priorità e le loro preoccupazioni e insieme sviluppare un piano terapeutico”: lo si legge – scrive Daniela Mariani Cerati – in un articolo di “The New England Journal of Medicine” e se per chi quotidianamente si interessa di autismo, sono considerazioni ben note, è significativo leggerle in una delle riviste scientifiche più lette e importanti al mondo»

La vecchia frase «lo devi fare perché lo ha detto il dottore» è diventata obsoleta, non vale più. Lo dice molto bene Sandro Spinsanti nel libro Un’altra pratica della cura. Un ponte tra due sponde (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), da cui riprendo quanto segue: «Il nuovo profilo della pratica medica non richiede solo un professionista sanitario diverso, ma anche la formazione di un malato più consapevole del compito che incombe su di lui nel cercare la giusta risposta ai problemi di salute in collaborazione con il professionista; il buon malato dei nostri tempi non è colui che tace, si sottomette e segue alla lettera la prescrizione. Essere un buon malato oggi richiede intelligenza, volontà e un certo numero di virtù. Perché la cura dell’epoca moderna il malato non la riceve passivamente, ma la confeziona insieme al curante. […] la medicina non è una scienza esatta. Anche il medico più competente non può escludere un margine di errore o una zona di incertezza».
Se queste sono considerazioni valide in generale nel rapporto medico-paziente, esse lo sono all’ennesima potenza nel rapporto medico-genitore di una persona con autismo o, nel caso di adulti, talvolta con il paziente stesso.

Ne parlano estesamente Yaara Zisman‑Ilani e colleghi in un recente articolo della rivista scientifica «The New England Journal of Medicine» (a questo link l’abstract), da cui di seguito riporto alcuni passaggi tradotti.
«Le persone autistiche, le loro famiglie e i clinici si trovano spesso nel dilemma di dover scegliere tra la necessità impellente di lenire sintomi intollerabili e la consapevolezza che le opzioni disponibili sono associate a benefici incerti e a potenziali gravi rischi. […] L’incertezza è una delle caratteristiche che definiscono lo stato attuale del trattamento dell’autismo. Per esempio l’irritabilità, le difficoltà di attenzione e i disturbi del sonno sono comuni nelle persone autistiche, ma i farmaci che sono efficaci in queste condizioni nelle persone neurotipiche hanno effetti meno prevedibili, e talvolta paradossi, nelle persone autistiche. […]. A dispetto dell’inconsistenza dei trattamenti attualmente disponibili e della mancanza di prove di efficacia, molti bambini e adulti autistici assumono più psicofarmaci insieme, la qualcosa pone rischi di effetti avversi e di interazioni farmacologiche. […] Il ricorso a psicofarmaci è dovuto anche alle sostanziali barriere all’accesso agli interventi comportamentali ed educativi. L’Analisi Applicata del Comportamento (ABA), gli interventi naturalistici comportamentali e di sviluppo, la logopedia e la terapia occupazionale hanno mostrato diversi livelli di efficacia nel migliorare i sintomi correlati all’autismo. Tuttavia, anche applicando al meglio i trattamenti comportamentali “basati sull’evidenza”, i sintomi debilitanti e i ritardi nello sviluppo spesso persistono.     Non sorprende pertanto che il 90 per cento circa delle persone autistiche dichiarino di avere utilizzato terapie che sono supportate da poca o nessuna evidenza di efficacia. […]. Il mondo parallelo della medicina complementare e alternativa, praticata al di fuori dei sistemi medici convenzionali, sottolinea la necessità di un dialogo strutturato tra clinici e famiglie che assicuri che queste prendano decisioni informate. […]. I clinici spesso operano ai limiti delle loro conoscenze quando trattano l’autismo, bilanciando l’imperativo etico di evitare un danno rispetto al desiderio di rispondere all’urgenza e alla frustrazione che spesso esprimono le persone autistiche e le loro famiglie. La situazione può portare i clinici stessi a prescrivere farmaci per i quali c’è un’evidenza di beneficio limitata o incerta, spesso senza comunicare chiaramente questa incertezza. […] Questo vuoto terapeutico ha influenzato anche le decisioni degli enti regolatori. Ad esempio, l’FDA statunitense (Food and Drug Administration) ha in un primo tempo allargato l’indicazione dell’acido folinico all’autismo per poi fare marcia indietro. […] Per migliorare la qualità della vita e la prognosi dell’autismo i passi di un imminente futuro dovrebbe essere i seguenti:
° sviluppare farmaci che agiscano sui sintomi propri dell’autismo;
° rendere gratuiti gli interventi comportamentali;
° fare formazione di base e permanente a chi opera in questo settore;
° integrare specialisti dei disturbi del neurosviluppo nei dipartimenti delle cure primarie. […]
Per arrivare a questi obiettivi occorrono anni. Nel presente le persone autistiche, le loro famiglie e i clinici hanno bisogno di consigli sul come giungere a decisioni terapeutiche condivise. […] I clinici dovrebbero spiegare cosa è noto e cosa è ignoto in merito alle opzioni terapeutiche; i pazienti (o i genitori) dovrebbero descrivere le loro preferenze, le loro priorità e le loro preoccupazioni; e insieme dovrebbero valutare benefìci e rischi e partendo da questi sviluppare un piano terapeutico. […]. I clinici dovrebbero essere molto chiari nel dichiarare i limiti dei trattamenti disponibili, cercando di non innescare aspettative che inevitabilmente andrebbero deluse [grassetti redazionali in queste citazioni, N.d.R.]».

Ebbene, una cosa che trovo importante è il fatto che queste considerazioni – ben note e addirittura ovvie per chi quotidianamente si interessa di autismo – siano state pubblicate non su una rivista “di nicchia”, ma su The New England Journal of Medicine, una delle riviste più lette e importanti al mondo, seguita da medici, ricercatori, studenti, scienziati, insegnanti e dirigenti ospedalieri.

*Componente dell’APRI (Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l’autismo e il danno cerebrale); moderatrice del forum “Autismo-Biologia” in autismo33.it.

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Imbarco aereo negato: non un mero disservizio (e agire “a frittata fatta” non va bene!)

«Se quanto ricostruito dovesse trovare conferma, saremmo di fronte a una grave compressione del diritto alla mobilità e dei principi di pari opportunità e di uguaglianza delle persone con disabilità»: lo dicono dalla Federazione FISH, a proposito di quanto accaduto all’Aeroporto di Roma Fiumicino agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football cui la compagnia EasyJet ha negato l’imbarco. Quest’ultima, nel frattempo, promette un’indagine interna e una soluzione, ma come per le barriere, le soluzioni “a frittata fatta” lasciano il tempo che trovano La delegazione della Nazionale di powerchair football bloccata all’Aeroporto di Roma Fiumicino

Già ieri avevamo segnalato sulle nostre pagine la dura presa di posizione della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, rispetto a quanto accaduto all’Aeroporto Leonardo da Vinci di Roma Fiumicino agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport), cui è stato impedito di imbarcarsi su un volo easyJet diretto a Glasgow, in Scozia, per partecipare a un importante torneo internazionale in vista dei prossimi Campionati del Mondo in Argentina, nonostante la stessa FIPPS avesse richiesto e ottenuto, con largo anticipo, tutte le autorizzazioni necessarie al trasporto.
Altrettanta indignazione esprime anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), sottolineando in una nota che «se le circostanze finora emerse fossero confermate, ci troveremmo di fronte a un episodio di estrema gravità che impone un immediato accertamento delle responsabilità e una rigorosa verifica del rispetto della normativa nazionale ed europea poste a tutela dei diritti delle persone con disabilità».
«Se quanto ricostruito fino ad oggi dovesse trovare conferma – dichiara Vincenzo Falabella, presidente della FISH – saremmo di fronte a una grave compressione del diritto alla mobilità e dei principi di pari opportunità e di uguaglianza delle persone con disabilità. Non è accettabile che autorizzazioni regolarmente rilasciate vengano disattese, impedendo ad atleti che rappresentano l’Italia in una competizione internazionale di imbarcarsi. Un episodio di questo tipo, se confermato, non solo appare inaccettabile sotto il profilo giuridico e civile, ma evidenzia anche possibili criticità organizzative e procedurali che devono essere chiarite senza ambiguità».

La Federazione ricorda dunque che il Regolamento (CE) n. 1107/2006 «tutela in modo inequivocabile i diritti delle persone con disabilità e delle persone a mobilità ridotta nel trasporto aereo, vietando il rifiuto della prenotazione o dell’imbarco per ragioni connesse alla disabilità, salvo gli specifici e tassativi casi previsti dalla normativa europea. L’accaduto richiama, inoltre, i princìpi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, che riconosce il diritto all’accessibilità, alla mobilità personale, alla non discriminazione, alla piena partecipazione e all’uguaglianza, impegnando gli Stati e tutti i soggetti coinvolti a rimuovere ogni barriera che ne ostacoli l’effettivo esercizio. E da ultimo, ma non certo ultimo, la vicenda appare altresì incompatibile con i princìpi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, che agli articoli 2 e 3 riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona e impone la rimozione degli ostacoli che limitano la libertà, l’uguaglianza e la piena partecipazione di tutti i cittadini alla vita del Paese, nonché con l’articolo 16, che tutela la libertà di circolazione».
«Episodi come questo – conclude Falabella – non possono essere liquidati come meri disservizi. Quando viene impedito l’esercizio di un diritto fondamentale, è lo Stato di diritto a essere chiamato in causa. La tutela dei diritti non può essere rimessa a valutazioni discrezionali o a prassi organizzative difformi dalla legge».

Dal canto nostro prendiamo certamente atto del messaggio ricevuto dall’Ufficio Stampa della Compagnia easyJet da cui si scrive che: «Siamo profondamente dispiaciuti per l’esperienza del gruppo della Nazionale Italiana di Powerchair Football. Abbiamo avviato un’indagine interna per ricostruire l’accaduto e nel frattempo siamo in contatto con i passeggeri e stiamo facendo tutto il possibile per trovare una soluzione. Rendere il viaggio aereo accessibile a tutti i passeggeri è una priorità per EasyJet e prendiamo questa vicenda con la massima serietà».
Bene, dunque, apprendere che «rendere il viaggio aereo accessibile a tutti i passeggeri» sia «una priorità per easyJet», e da parte nostra seguiremo gli sviluppi dell’annunciata indagine interna. Quel che comunque resta è che – come quasi sempre accade anche in situazioni di barriere architettoniche o senso-percettive – il tentativo di rimediare arriva “a frittata fatta”. E questo non va affatto bene. (S.B.)

Per informazioni sulla presa di posizione della FISH: ufficiostampa@fishets.it.

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Tre giornate di screening oculistici gratuiti a Trento

Anche per questo 2026, la Cooperativa Sociale AbilNova di Trento ha confermato la propria adesione alla campagna nazionale “La prevenzione non va in vacanza”, promossa da IAPB Italia e in tal senso offrirà il 22, 23 e 30 tre giornate di screening oculistici gratuiti, nella propria città, oltre a fornire, in tali occasioni, informazioni sulle principali patologie della vista, sugli ausili e sulle tecnologie disponibili per le persone con disabilità visiva

La Cooperativa Sociale AbilNova, che opera a Trento dal 2008 nel campo dei servizi alle persone con disabilità, offrendo percorsi personalizzati di supporto educativo, riabilitativo e di inclusione sociale, ha confermato anche per questo 2026 la propria adesione alla campagna nazionale La prevenzione non va in vacanza, promossa da IAPB Italia, la Sezione Italiana dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, allo scopo di richiamare l’attenzione delle istituzioni e della cittadinanza sull’importanza della prevenzione visiva in ogni periodo dell’anno.
Alla luce del grande successo avuto con le precedenti edizioni dell’iniziativa, AbilNova organizzerà tre giornate di screening oculistici gratuiti presso gli ambulatori del proprio Centro di Prevenzione e Riabilitazione a Trento (Via Guardini, 75), nelle giornate del 22, 23 e 30 luglio.
In tali occasioni, medici oculisti e ortottisti saranno a disposizione per effettuare controlli e fornire indicazioni utili alla tutela della salute visiva.
Nel corso dell’iniziativa, inoltre, gli operatori di AbilNova offriranno informazioni sulle principali patologie della vista, sugli ausili e sulle tecnologie disponibili per le persone con disabilità visiva, nonché sui servizi e sui percorsi che Ca cooperativa promuove a favore dell’autonomia, della qualità della vita e dell’inclusione sociale.
«La campagna La prevenzione non va in vacanza – ricordano da AbilNova – nasce dalla constatazione che durante l’estate, sole, vento, sabbia e disidratazione possono mettere a rischio la salute degli occhi. In tal senso IAPB Italia raccomanda di indossare occhiali da sole certificati, proteggersi nelle ore più calde e mantenersi idratati». (S.B.)

Per prenotare gli screening a Trento, tel. 0461 1959595. Per ogni altra informazione. ufficiostampa@abilnova.it.

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Il cinema e la filosofia dell’accessibilità in Salento, per le proiezioni in spiaggia di “Ombra Sociale”

Nell’àmbito del progetto “Ombra Sociale”, nato in Salento con l’obiettivo di trasformare le spiagge in spazi realmente aperti a tutti e tutte, con particolare attenzione a persone con disabilità, famiglie in difficoltà, anziani e soggetti fragili, la seconda edizione dell’iniziativa “Cinema in spiaggia” prevede domani, 21 luglio, e il 25 agosto, la proiezione a Ugento (Lecce) di due noti film d’animazione “sotto le stelle” “Cinema in spiaggia” di Ombra Sociale

Abbiamo già avuto occasione di occuparci di Ombra Sociale, progetto nato in Salento, che si propone di trasformare le spiagge in spazi realmente aperti a tutti e tutte, con particolare attenzione a persone con disabilità, famiglie in difficoltà, anziani e soggetti fragili, attraverso azioni concrete e sinergie tra pubblico, privato e Terzo Settore. Torniamo a farlo in occasione della riproposizione di Cinema in spiaggia, iniziativa promossa in collaborazione con la Pro Loco Lido Marini di Presicce Acquarica e CineMare Puglia, che prevede, presso La Friscura Lido Marini di Ugento (Lecce), due appuntamenti, sotto le stelle, che combineranno la tradizione del cinema itinerante con la filosofia dell’accessibilità propria di Ombra Sociale, ossia il mare come bene comune e non come privilegio di pochi.
Accadrà dunque domani, 21 luglio (ore 20.30), con il film Luca dell’animatore e sceneggiatore genovese Enrico Casarosa, e il 25 agosto con l’altro pluripremiato film di animazione WALL•E di Andrew Stenton.
Le proiezioni saranno precedute da un momento divulgativo sulla gestione equa e sostenibile dell’ambiente e domani, 21 luglio, ampia visibilità verrà anche data alla seconda edizione del concorso fotografico Il mare è di tutti al quale sono aperte le iscrizioni, in vista della premiazione del 25 agosto. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ampio approfondimento. Per altre informazioni: comunicati.erba@gmail.com (Claudia Erba).

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Gravissimo e inaccettabile negare l’imbarco in aereo a quegli atleti con disabilità

«È gravissimo e inaccettabile avere negato l’imbarco a sei atleti con disabilità, nonostante la FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) avesse per tempo richiesto e ottenuto la formale autorizzazione al trasporto degli stessi atleti»: lo dichiara la ministra per le Disabilità Locatelli, in riferimento a quanto accaduto all’Aeroporto di Roma Fiumicino agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS cui la compagnia EasyJet ha appunto negato l’imbarco Gli atleti con disabilità bloccati all’Aeroporto di Roma Fiumicino

«Avere negato l’imbarco a sei atleti con disabilità, nonostante la FIPPS avesse preventivamente richiesto e ottenuto dalla compagnia aerea, sin dal mese di aprile, la formale autorizzazione al trasporto degli stessi atleti, con al seguito sia le carrozzine per la mobilità quotidiana che le 6 carrozzine speciali da gioco, lascia senza parole»: a dirlo in una nota è Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità, ritenendo «gravissimo e inaccettabile» quanto accaduto all’Aeroporto di Roma Fiumicino agli atleti della Nazionale Italiana di powerchair football della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport), che erano in attesa di imbarcarsi su un volo EasyJet diretto a Glasgow, in Scozia, per partecipare a un importante torneo internazionale in vista dei prossimi Campionati del Mondo in Argentina.
«Mi auguro – aggiunge Locatelli – che EasyJet risponda immediatamente chiarendo la sua posizione dopo avere impedito il diritto di viaggio ai passeggeri con disabilità». (S.B.)

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Ci siamo anche noi: Elena Tomei, il teatro e il diritto di trovare il proprio posto

Nel percorso di Elena Tomei, attrice e persona con neurodivergenza, l’arte non cancella quest’ultima e non la trasforma in un elemento spettacolare. Le permette piuttosto di darle voce, di raccontarla senza esserne imprigionata e di affermare la propria presenza come donna e come attrice. «Vorrei dire: ci siamo anche noi», sottolinea. Ci siamo anche noi, con talenti, fragilità, desideri, paure e possibilità. Ci siamo, non ai margini della scena, ma dentro la vita comune Elena Tomei

«Mi chiedevo quale fosse il mio posto»: in questa frase di Elena Tomei c’è forse il punto da cui partire per raccontarne il percorso.
Attrice romana, neurodivergente, Elena ha trovato nel teatro molto più di un linguaggio artistico. Sul palcoscenico ha riconosciuto uno spazio dove esprimersi, costruire relazioni, affrontare paure e trasformare alcune esperienze dolorose in racconto.
La sua passione per il teatro nasce presto e si accompagna, negli anni, ad altri interessi artistici, dal cinema alla danza, fino a una formazione sempre più ampia e articolata. Elena si definisce una persona curiosa, desiderosa di sperimentare e di misurarsi con obiettivi nuovi. Ogni stagione artistica diventa così un’occasione per crescere, cercare nuove possibilità e non perdere mai di vista la propria identità.
«Quando sono sul palco non dimentico chi sono», mi dice. Il teatro, per lei, non rappresenta una fuga dalla vita quotidiana, ma piuttosto un modo per abitarla con maggiore forza. Recitare significa entrare in relazione con gli altri, conoscere persone, superare alcune difficoltà e trovare forme di comunicazione che, fuori dalla scena, possono essere più complesse.
È proprio questa dimensione relazionale a emergere con maggiore evidenza nel suo racconto. Grazie agli spettacoli, alle rassegne e ai laboratori teatrali e non, Elena ha incontrato colleghe e colleghi che sono diventati amici. Fra questi: Lucia Ciardo, Veronica Liberale, Romina Bufano, Cristina Nardelli e Barbara Sirtoli. Il teatro le ha permesso di sentirsi parte di un gruppo e di sperimentare quella reciprocità che, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza, non era sempre riuscita a trovare.
A scuola, infatti, Elena ha vissuto episodi di esclusione. Cercava la vicinanza delle compagne, ma spesso il suo modo di porsi non veniva compreso. «Mi dicevano: “No, tu no”», ricorda. Gli altri la consideravano invadente, mentre lei non riusciva a capire pienamente che cosa stesse accadendo né perché venisse allontanata.

Da una di queste esperienze è nato Le gomme da cancellare, monologo scritto per lei da Barbara Sirtoli e diretto da Lucia Ciardo. Il testo prende spunto da un ricordo dell’infanzia: Elena cercava un contatto con le sue compagne, una risposta, ma riceveva silenzi o rifiuti. Portare oggi quell’episodio sul palco significa restituire ad esso un senso nuovo, trasformando un’esperienza personale di esclusione in una riflessione sul bullismo, sull’incomprensione e sul bisogno di essere riconosciuti.
Il teatro diventa così anche uno strumento di comunicazione sociale. Nei suoi spettacoli e monologhi Elena affronta temi complessi e attuali, come le relazioni tossiche nate in rete, la fragilità, la discriminazione e l’autismo. Nel monologo Varco della soglia virtuale, testo e regia di Cristina Nardelli, interpreta una donna vittima di una relazione tossica nata online. Sono situazioni che, osserva, possono colpire con maggiore facilità persone fragili o maggiormente esposte al bisogno di accettazione.
Un altro progetto cui Elena è particolarmente legata è lo spettacolo Come dentro un film, scritto e diretto da Veronica Liberale e interpretato insieme a Romina Bufano. Tale rappresentazione racconta l’amicizia tra una ragazza autistica e un’attrice, ma soprattutto mette in luce le contraddizioni e le ipocrisie che ancora attraversano la società e il mondo dello spettacolo, del cinema in particolare.
Si parla molto di inclusione, infatti, ma non sempre alle parole seguono i fatti. Può accadere che una persona neurodivergente venga accolta formalmente e poi esclusa nel momento in cui emergono modalità di comunicazione, bisogni o comportamenti che non corrispondono alle aspettative degli altri. In questi casi la disponibilità iniziale lascia spazio alle giustificazioni: quella persona crea confusione, richiede troppo tempo, è difficile da gestire.

Un’altra immagine dell’attrice romana

Anche nel mondo del teatro Elena ha avuto a che fare con esperienze diverse. Ci sono stati registi e colleghi, fra cui Roberto Biasini, Claudio Natili, Brunella Platania e, attualmente, Francesco Olivieri, capaci di accompagnarla, di spiegarle con chiarezza alcune dinamiche e di aiutarla a comprendere quali comportamenti potessero creare difficoltà agli altri. Ma ci sono state anche persone che hanno guardato alla sua neurodivergenza con diffidenza o disappunto.
La questione, però, non riguarda soltanto il teatro. Riguarda il modo in cui la società considera le differenze e il tempo necessario per costruire relazioni realmente accessibili.
«Bisogna dedicare tempo alle persone autistiche e introdurle nella vita lavorativa», afferma Elena. «Non è tempo perso, è tempo prezioso. Se le cose ci vengono spiegate e veniamo aiutati a inserirci, possiamo dare e fare tanto».
Le sue parole riportano il discorso agli “accomodamenti ragionevoli”, spesso evocati ma ancora poco applicati concretamente. Non sempre servono interventi complessi. A volte può bastare una spiegazione più chiara, una maggiore gradualità, la disponibilità a non dare per scontate regole implicite che per alcune persone risultano difficili da interpretare.
Il problema nasce quando un solo modello di comportamento viene considerato naturale e universale. Chi non vi corrisponde, infatti, rischia di essere percepito come inadeguato, anziché come una persona che necessita di modalità diverse per esprimere le proprie capacità.

Elena porta questi temi anche nelle scuole attraverso incontri nei quali racconta la propria esperienza insieme ad altre persone con disabilità. L’obiettivo non è soltanto parlare agli studenti, ma offrire strumenti anche agli insegnanti, affinché sappiano riconoscere le difficoltà e accompagnare i ragazzi senza ridurli a una mera diagnosi.
Proprio dalle scuole sono arrivati alcuni dei segnali più incoraggianti. Elena ricorda studenti attenti, capaci di ascoltare e, in alcuni casi, di presentare personalmente gli ospiti ai propri compagni. Piccoli gesti, forse, ma in grado di mostrare quanto l’incontro diretto possa modificare lo sguardo.

Nel percorso di Elena Tomei, l’arte non cancella la neurodivergenza e non la trasforma in un elemento spettacolare. Le permette piuttosto di darle voce, di raccontarla senza esserne imprigionata e di affermare la propria presenza come donna e come attrice.
Alla domanda su che cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé dopo averla vista recitare, Elena risponde con poche parole tratte dal progetto Prima che sia prima, ideato dall’AICAB APS nella persona di Pierluigi Nicoletti: «Vorrei dire: ci siamo anche noi». Non una richiesta di attenzione compassionevole, dunque, ma un’affermazione di presenza. Ci siamo anche noi, con talenti, fragilità, desideri, paure e possibilità. Ci siamo, non ai margini della scena, ma dentro la vita comune.

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Anche quest’anno l’APIC è partner, in Piemonte, del “Narrazioni Parallele Festival”

Manifestazione fatta di musica, teatro, danza e spettacoli immersivi, che dedica grande attenzione all’accessibilità, il “Narrazioni Parallele Festival”, già in corso di svolgimento in Piemonte, ha anche quest’anno tra i propri partner l’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare)

Ha già preso il via in Piemonte, all’inizio di luglio a Torino, il Narrazioni Parallele Festival, che proseguirà nei prossimi giorni al Forte di Fenestrelle e in agosto a Bardonecchia e Rochemolles. Si tratta di una manifestazione fatta di musica, teatro, danza e spettacoli immersivi, che dedica grande attenzione all’accessibilità, come dimostra il fatto che ogni evento in programma è pensato guardando in particolare anche alle persone con disabilità.
E anche quest’anno l’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare) è partner del Festival, definendolo «una splendida occasione per vivere momenti di cultura in luoghi straordinari, condividendo i valori dell’inclusione e dell’accessibilità che ,a nostra Associazione promuove da sempre». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@apic.torino.it.

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L’arroganza (e la violenza) di chi vuole impadronirsi delle cose altrui senza rispettare le regole

Aggrediti sin dentro casa per avere chiesto di spostare la propria auto a delle persone che avevano occupato abusivamente un parcheggio per persone con disabilità personalizzato. È accaduto ad una madre caregiver che vive a Casoria (Napoli), mentre nella stanza accanto c’era il figlio con disabilità, e l’altro figlio, intervenuto per proteggerla, è stato colpito al volto con un casco, riportando una frattura al setto nasale

Anna Combatti è una donna che abita a Casoria, Comune di 73.000 abitanti della Città Metropolitana di Napoli, e che presta assistenza continuativa al figlio diciasettenne con disabilità e necessità di sostegno intensivo. Come previsto dalla normativa, Combatti ha chiesto e ottenuto un parcheggio personalizzato, quello contrassegnato con un numero di assegnazione che ne consente l’uso al solo titolare, e non a qualunque persona con disabilità.
Ebbene, con un post pubblicato sulla propria pagina Facebook, Combatti ha raccontato che il 14 luglio scorso lei e uno dei suoi figli sono stati vittime di una terribile aggressione da parte di un gruppo di persone che avevano occupato abusivamente lo stallo personalizzato.
La madre caregiver racconta di avere chiesto ad una signora, che aveva indebitamente parcheggiato nel posto riservato, di spostare la propria auto perché quello era, appunto, un parcheggio personalizzato. Ma invece di spostare il mezzo, la donna ha ribattuto: «anche mio padre è disabile, quindi lo usiamo noi». Dunque Combatti ha provato a spiegarle che se aveva bisogno di uno stallo riservato, poteva farne richiesta, seguendo la stessa procedura che lei e suo figlio avevano utilizzato dodici anni prima, ma che non era legittimo appropriarsi di un parcheggio già assegnato. Tuttavia la donna non ne voleva sapere di spostare la macchina, e Combatti ha trovato che anche la targhetta col numero di assegnazione dello stallo applicata dai vigili urbani, era stata staccata e buttata a terra. Invece di scusarsi, la donna pretendeva che fosse Combatti a dimostrare la titolarità del diritto. «Mi ha sfidata: “Chiama pure i vigili, io da qui la macchina non la tolgo”, lasciando l’auto bloccata lì con il bloccasterzo inserito», racconta Combatti.

A quel punto, quando Combatti ha concretamente manifestato l’intenzione di inviare le foto dell’auto alle autorità competenti per denunciare l’abuso e dall’auto sono scese quattro donne che l’hanno assalita e aggredita proprio davanti alla porta di casa, arrivando a entrare fin dentro l’inizio del corridoio. «Non hanno avuto un briciolo di pietà o di decenza, sapendo che dentro quella stessa casa c’era l’altro mio figlio, un ragazzo che vive attaccato ai macchinari e che non doveva assolutamente subire un trauma e uno shock del genere», racconta. Mentre quindi Combatti cercava di difendersi, è intervenuto l’altro suo figlio, che ha cercato di proteggere la madre e di dividere le donne. Ma le assalitrici, prima di irrompere nell’abitazione, avevano avvertito un proprio fratello che è arrivato subito dopo, e senza informarsi sulla dinamica dell’accaduto, né dire una parola, è entrato dal portoncino del palazzo e, con violenza, ha cercato di colpire il volto di Anna Combatti con il casco che si era portato dietro. Ma invece di riuscire a colpirla, il casco ha preso in pieno la faccia del figlio che cercava di farle da scudo. Il sangue è schizzato ovunque, il giovane col viso tumefatto ha rischiato di svenire. Portato dapprima all’Ospedale di Frattamaggiore, dove è stato tenuto in osservazione per una notte, successivamente è stato trasferito a quello di Pozzuoli per ulteriori accertamenti. Dalla diagnosi risulta una frattura del setto nasale, per la quale dovrà portare un tutore e sottoporsi ad ulteriori controlli.

«Tutto questo per cosa? – commenta amara Combatti – Per l’arroganza di chi vuole impadronirsi delle cose altrui senza rispettare le regole, senza aspettare i propri tempi, pretendendo di farsi legge da soli con la violenza». «Non staremo in silenzio. Questa brutalità dev’essere punita», conclude.
Ci uniamo dunque alle tante persone che in questi giorni hanno espresso solidarietà ad Anna Combatti e ai suoi figli. È sempre difficile capacitarsi di come da un banale diverbio possano scaturire reazioni così brutali e sproporzionate. Da diversi decenni si parla dell’analfabetismo emotivo che si riscontra talvolta negli adolescenti, ossia dell’incapacità di riconoscere, comprendere, nominare le proprie emozioni. Ma vicende come queste fanno comprendere che dovremmo iniziare a occuparcene anche in relazione agli adulti. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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All’origine di ogni discriminazione c’è il “noi” e il “loro”

«Nella mentalità comune – scrive Luca Grecchi – risulta ancora frequente sentir parlare, in rapporto a vari gruppi minoritari di persone, come gli stranieri, i poveri o le persone con disabilità, di “noi” e “loro”. Finché, tuttavia, non si prenderà atto della comune umanità di tutti gli esseri umani, nessuno escluso, la separazione tra “noi” e “loro”, nelle sue varie forme, continuerà a sussistere, con il suo carico di discriminazione»

Risulta ancora frequente, nella mentalità comune, sentir parlare, in rapporto a vari gruppi minoritari di persone, come gli stranieri, i poveri o le persone con disabilità, di “noi” e “loro”. Ritenersi parte del “noi” produce l’effetto rassicurante di costituire un’identità di appartenenza maggioritaria. La presenza di un “noi” richiede però, appunto, la presenza di un “loro”, ossia di un gruppo sociale che per vari motivi – culturali, economici, psicofisici – viene considerato inferiore, da cui prendere le distanze. Questo processo sociale di “alterizzazione”, ossia di creazione della figura dell’altro, recide tuttavia in modo artificioso l’unità sostanziale del genere umano, con effetti che sono sempre dannosi, i quali stanno all’origine di ogni discriminazione.

Chi distingue tra un “noi” e un “loro” non è necessariamente razzista, classista, abilista ecc., ma è anzi solitamente una persona che, all’interno di un contesto sociale gerarchico e competitivo come quello attuale, semplicemente segue la corrente, immaginandosi, tra i vari gruppi in cui viene suddivisa la società, in quello più forte, spesso soprattutto per ridurre il timore di appartenere a quello più debole. Da sempre, del resto, il potere si struttura dividendo le persone. La politica, tuttavia, come prevede la Costituzione, incentrata su una filosofia di matrice personalista – che pone a fondamento del vivere civile il carattere universale dell’essere umano –, dovrebbe sul piano culturale allontanare proprio da questa deriva, ossia dalla diffusione di differenze discriminanti. Accade però, sovente, il contrario.

Le differenziazioni non necessarie sono in effetti oggi molto diffuse, come si può notare, ad esempio, riflettendo sul caso della creazione di uno specifico Ministero per le Disabilità. Anche qualora, infatti, il Governo che lo ha istituito fosse stato mosso da finalità inclusive, si dovrebbe quanto meno sottolineare, in merito, che ha compiuto un’operazione culturalmente inopportuna.
La disabilità è in effetti una condizione trasversale, che può riguardare tutte le persone, per cui occuparsi delle persone con disabilità richiede, semplicemente, occuparsi di tutti, e non creare situazioni speciali. Per questo motivo non occorre un Ministero ad hoc, ma che le risorse siano disponibili, gli ospedali funzionino, le opportunità lavorative esistano, e così via.
Le persone con disabilità sono esattamente come tutte le altre e la presenza di un Ministero apposito produce invece l’effetto, nel senso comune, di alimentare una presunta differenza, rafforzando nell’immaginario collettivo l’idea che “loro” siano beneficiarie di chissà quali risorse supplementari rispetto a “noi”.

Ritorniamo, in ogni caso, al carattere filosofico della questione, il quale mostra chiaramente che, in generale, ogni divisione tra “noi” e “loro” risulta essere arbitraria. Ciò si evince, per altro, già dal fatto che non è mai univoco il punto in cui dovrebbe determinarsi tale divisione. In questo senso, la separazione tra persone “abili” e “disabili” è solo un caso particolare della regola generale. Molteplici sono in effetti le abilità degli esseri umani, per cui non si comprende quali, e di quanto, esse dovrebbero risultare mancanti affinché le persone fossero inserite nell’una o nell’altra delle due categorie. Ciò può essere soltanto l’esito di una convenzione sociale, come tale appunto, nel contenuto, arbitraria. Come ricordato, comunque, è la stessa idea di una possibile cesura all’interno del genere umano ad essere, filosoficamente, ingiustificata.
Il genere umano è infatti unitario. Gli esseri umani, cioè, come scriveva Aristotele nelle Categorie, sono tutti sostanze della medesima specie, per cui sono, nella loro essenza, tutti uguali. Ciò che cambia sono esclusivamente, in ogni individuo, gli elementi individuali, che in quanto tali non sono, appunto, essenziali – ossia non determinano le caratteristiche generali dell’umanità, ma solo i tratti specifici del singolo –, per cui non producono alcuna separazione ontologica all’interno del genere.
A tutte le sostanze, quali sono come detto anche gli esseri umani (in greco anthropoi), appartiene inoltre sia la proprietà di non ammettere contrario (non esiste il contrario di anthropos), sia di non ammettere differenze di grado (non si può essere più o meno anthropoi).
Per questo non è possibile effettuare, in maniera fondata, alcuna cesura all’interno del genere umano, tale da porre alcuni soggetti da una parte ed altri dalla parte contraria, a causa di una loro presunta minore umanità.

Essere “disabile”, nei vari modi in cui si può esserlo, è pertanto solo una delle molteplici caratteristiche di ogni persona, così come essere saggia, mancina, magra ecc. Per questo le cesure che dividono in due l’intero campo della realtà umana, considerando come determinante un unico aspetto di quella che è invece la pluralità composita delle dotazioni di ogni persona, risultano inopportune.
Non è casuale, in proposito, che proprio da queste separazioni binarie siano nate, nella storia, le maggiori forme di differenziazione, tutte con effetti dannosi. Tale fu, ad esempio, in alcuni decenni del V secolo avanti Cristo, la distinzione oppositiva tra greci e barbari operata nella Grecia classica, una delle prime contrapposizioni occidentali poste in essere tra un “noi” e un “loro”.
Vorrei però ricordare, in merito, che già Platone, nel Politico, criticava questa opposizione effettuata soprattutto dal senso comune. I barbari erano infatti, per lui, semplicemente i “non greci”, o meglio i “non parlanti in lingua greca”, e non individui invasori “meno umani” di altri. Egli riteneva che questa distinzione contrastiva costituisse un’operazione ontologicamente insensata, come dividere i numeri naturali separando il 10.000 da tutti gli altri numeri, oppure dividere il regno animale separando gli esseri umani da tutti gli altri animali.
Nel Sofista, inoltre, sempre Platone disapprovava ogni dicotomia applicata a entità complesse, ovvero costituite da una molteplicità di caratteristiche essenziali, proprio in quanto la riduzione delle stesse ad una sola semplificava in maniera eccessiva, quindi arbitraria, la realtà. Una separazione dicotomica, infatti, può essere applicata soltanto a entità semplici potenzialmente binarie (come ad esempio l’insieme dei numeri naturali, effettivamente divisibile nelle due categorie escludentisi di pari e dispari), non a entità complesse come il genere umano, con riferimento al quale le cesure agiscono in maniera inevitabilmente riduzionistica.
Finché, tuttavia, non si prenderà atto della comune umanità di tutti gli esseri umani, nessuno escluso, la separazione tra “noi” e “loro”, nelle sue varie forme, continuerà a sussistere, con il suo carico di discriminazione.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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L’accoglienza in ospedale delle persone con disabilità visiva: un incontro di formazione

Promosso dall’ASL di Biella insieme all’UICI del Piemonte (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e rivolto al personale medico e infermieristico, ha coinvolto circa 80 partecipanti un incontro di formazione nella città piemontese, che ha avuto al centro l’accoglienza in ospedale delle persone con disabilità visiva Il presidente dell’UICI Piemonte Lepore, durante l’incontro di formazione a Biella

«Il sistema sanitario è uno tra i principali indicatori del benessere di una società: in un momento così delicato come un percorso di cura, ogni cittadino dovrebbe potersi sentire accolto e a proprio agio. Siamo dunque molto contenti che l’Ospedale di Biella abbia dato seguito alla nostra proposta e abbia scelto di puntare sulla conoscenza della disabilità, base indispensabile per qualsiasi azione. Ovviamente la formazione del personale è solo un aspetto della questione: altri elementi, altrettanto importanti, potrebbero riguardare la resa accessibile degli spazi, con l’abbattimento delle barriere architettoniche e senso-percettive. Di sicuro, quello compiuto nei giorni scorsi è un primo passo prezioso che speriamo segni l’inizio di una proficua collaborazione»: così Franco Lepore, presidente dell’UICI Piemonte (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), commenta il momento di formazione rivolto al personale medico e infermieristico promosso dall’ASL di Biella e dalla stessa UICI del Piemonte, iniziativa che ha coinvolto circa 80 partecipanti e che ha avuto al centro l’accoglienza in ospedale delle persone con disabilità visiva.

«Quando un paziente completamente cieco o con gravi minorazioni visive arriva in una struttura sanitaria, spesso si trova disorientato – sottolineano dall’UICI piemontese – e in uno spazio grande e complesso, può avere difficoltà di orientamento. Inoltre, la mancanza di controllo visivo rende più difficile capire che cosa stia accadendo e come relazionarsi al meglio con il personale sanitario. Bastano però pochi e semplici accorgimenti perché la persona si senta accolta, ma soprattutto sia protagonista di scelte consapevoli e non passivo destinatario di azioni altrui».

Proposto nell’àmbito del progetto dell’UICI Il Piemonte al mio fianco, co-finanziato dalla Regione e volto segnatamente a favorire l’inclusione sociale delle persone con disabilità visiva, il momento formativo si è articolato in due sessioni, una più teorica, l’altra marcatamente pratica.
Inizialmente, dunque, i partecipanti hanno familiarizzato con il panorama della disabilità visiva, «un mondo molto frastagliato – come ricordano i promotori del percorso -. Infatti, contrariamente a quanto spesso riportato dagli organi di stampa, le parole “cieco” e “ipovedente” non sono sinonimi: la prima indica infatti una persona completamente priva della vista, mentre la seconda si riferisce a gravi compromissioni visive, con caratteristiche e sfumature anche molto diverse, il che ovviamente porta con sé risvolti psicologici e necessità riabilitative differenziate».
È stato poi fornito qualche cenno sulla mobilità delle persone con disabilità visiva, parlando di bastone bianco, cane guida, percorsi tattili, codice Braille e nuove tecnologie.
Nella seconda parte, invece, sono state illustrate le principali regole di comportamento per interagire correttamente con i pazienti ciechi e ipovedenti, tra cui il consiglio di rivolgersi sempre alla persona con disabilità e non a chi l’accompagna, l’accortezza di descrivere le operazioni che si stanno compiendo sul corpo del paziente in modo che questi ne sia consapevole. Sono state inoltre spiegate le tecniche per accompagnare chi non vede in totale sicurezza.

Al termine dell’incontro la soddisfazione tra i partecipanti è stata visibile, tanto da far pensare di organizzare appuntamenti simili in altre sedi, tra cui le Case di Comunità.
«Accogliere una persona – dichiara Mario Sanò, direttore generale dell’ASL di Biella – significa saperne riconoscere i bisogni, anche nel momento, particolarmente delicato, dell’accesso a una struttura sanitaria. Questo incontro, rivolto al personale della nostra ASL e a volontari impegnati nell’accoglienza, ha fornito indicazioni concrete e immediatamente applicabili nei nostri servizi. Ringrazio quindi il presidente dell’UICI Piemonte Franco Lepore, unitamente alla presidente dell’UICI di Biella Stefania Coppola, per il qualificato contributo offerto». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@uicpiemonte.it (Lorenzo Montanaro).

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Un Protocollo d’Intesa che serva anche a prevenire discriminazione, esclusione e bullismo nelle scuole

Non possiamo non guardare con attenzione al Protocollo d’Intesa di durata triennale sottoscritto tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito e l’UNICEF Italia, riguardante la “Promozione e diffusione nelle Istituzioni scolastiche della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”, che tra i propri obiettivi cita quello di «voler garantire la partecipazione di alunne e alunni anche per prevenire forme di discriminazione, esclusione, bullismo e cyberbullismo» Da sinistra: Stefania Radoccia, vicepresidente di UNICEF Italia, Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito e Nicola Graziano, presidente di UNICEF Italia

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e il presidente dell’UNICEF Italia Nicola Graziano hanno sottoscritto il Protocollo d’ Intesa della durata di tre anni, denominato Promozione e diffusione nelle Istituzioni scolastiche della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Si tratta di un passaggio al quale anche un giornale che si occupa prevalentemente di disabilità come il nostro non può non guardare con attenzione, specie tenendo presente che tra gli obiettivi principali del Protocollo viene esplicitamente citato quello di «voler garantire la partecipazione di alunne e alunni anche per prevenire forme di discriminazione, esclusione, bullismo e cyberbullismo», ossia di una serie di situazioni che purtroppo vedono spesso quali vittime proprio i giovani con disabilità. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per ulteriori informazioni: press@unicef.it.

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Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”: nuove parole per l’inclusione sociale

Il “Premio Giornalistico”, il “Premio Speciale per l’Attivismo” e il nuovo “Premio Agenda della Disabilità”: sono le tre sezioni in cui si articola il 4° Premio “Paolo Osiride Ferrero”, iniziativa ideata e promossa dalla CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), per la quale si potranno inviare gli elaborati e le candidature fino al 15 settembre. Tutti i dettagli di un concorso intitolato a chi intuì per tempo l’urgenza di superare la barriera culturale che relegava i temi della disabilità al di fuori dei normali canali e del lessico della comunicazione Foto di gruppo al termine della cerimonia di premiazione della terza edizione del “Premio Paolo Osiride Ferrero” nel dicembre 2025

È in corso di svolgimento la quarta edizione del Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”, iniziativa ideata e promossa dalla CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), grazie al sostegno e alla partnership strategica con Fondazione CRT nell’àmbito del progetto Agenda della Disabilità e in collaborazione con il Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università di Torino, le Associazioni Angelo Burzi e OPES, la media partnership con l’ANSA e il sostegno di ASTM Group, Avio Aero e di Fondazione Venesio Ente Filantropico.
Il titolo dell’iniziativa, va ricordato, porta con sé la memoria di Paolo Osiride Ferrero, presidente “storico” della CPD, eletto nel 1995 e alla quale si è dedicato per tutta la vita fino alla sua scomparsa. «In particolare – sottolineano dall’organizzazione torinese -, nel suo lavoro incessante per far progredire questi temi, Paolo Osiride Ferrero si caratterizzò non solo per le modalità innovative di interlocuzione con le istituzioni e il mondo associativo, ma soprattutto per la sua capacità di dialogo e interazione con il mondo della comunicazione. Figura di rottura anche in questo, aveva infatti intuito fin da subito l’urgenza di superare la barriera culturale che relegava i temi della disabilità al di fuori dei normali canali e del lessico della comunicazione».

Anche il nostro giornale ha sempre dato spazio al Premio, prendendo atto tra l’altro con piacere del riconoscimento andato nella scorsa edizione a Carmela Cioffi, già preziosa collaboratrice della redazione di Superando. Questa volta ne registriamo anche alcune novità, a partire dall’ampliamento, articolatosi in tre sezioni, ossia il Premio Giornalistico, il Premio Speciale per l’Attivismo e il Premio Agenda della Disabilità.
Nel dettaglio, il Premio Giornalistico intende valorizzare coloro che, nel panorama dell’informazione italiana, si distinguono nella promozione dei temi della disabilità, dell’inclusione sociale e del rispetto della persona. È possibile concorrere nelle categorie Carta stampata, Radio e TV e Web e social.
Viene poi rilanciato il Premio Speciale per l’Attivismo, presieduto dalla giornalista e attivista Valentina Tomirotti e realizzato in collaborazione con l’Associazione Angelo Burzi, che riconosce l’impegno delle persone attive nella promozione dei diritti delle persone con disabilità e nella diffusione di una cultura più inclusiva.
Ma la novità assoluta della quarta edizione è rappresentata dall’introduzione del Premio Agenda della Disabilità, rivolto ad aziende e organizzazioni che, nel corso dell’ultimo anno, abbiano sviluppato iniziative di comunicazione interna o esterna inclusive e accessibili. «L’obiettivo – spiegano dalla CPD di Torino – è valorizzare le esperienze che abbiano saputo trasformare l’attenzione all’inclusione in una pratica concreta e continuativa: dalla comunicazione rivolta ai dipendenti, attraverso strumenti interni accessibili, linguaggi rispettosi e inclusivi, percorsi di sensibilizzazione e soluzioni digitali fruibili, fino alle campagne istituzionali, ai contenuti editoriali, alle attività di marketing e alle iniziative pubbliche destinate a clienti, stakeholder e comunità. In tal senso, particolare attenzione sarà rivolta ai progetti che abbiano contribuito a promuovere una rappresentazione della disabilità realmente autentica, competente e libera da stereotipi, favorendo una cultura fondata sul riconoscimento dei diritti, delle competenze e della piena partecipazione delle persone con disabilità alla vita sociale, culturale ed economica del Paese».

Presieduta dal giornalista Luigi Contu, direttore dell’ANSA e coordinata da Fabrizio Vespa, la Giuria del Premio sarà affiancata da un Comitato Tecnico Scientifico composto da esponenti del mondo culturale, sociale, profit e non profit.
E infine, dato fondamentale, la scadenza per l’invio degli elaborati e delle candidature, che è fissata per le ore 24 del 15 settembre prossimo. (S.B.)

A questo link il regolamento e le modalità di partecipazione al Premio. Per ulteriori informazioni: fabrizio.vespa@cpdconsulta.it.

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Il coraggio di fermarsi davanti a una vita e di ascoltarla

«La cosa che più mi ha emozionata – racconta Simona Atzori, danzatrice, pittrice e scrittrice, nata senza braccia, protagonista di una recente puntata del programma di Rai3 “Che ci faccio qui” – è che Domenico Iannacone mi ha dato la possibilità di raccontarmi non come una persona che “ha superato” qualcosa, ma semplicemente per ciò che sono. Una donna che danza, dipinge, scrive, ride, si commuove, attraversa le proprie paure e continua ogni giorno a cercare un modo autentico di abitare il mondo» Domenico Iannacone e Simona Atzori durante la puntata intitiolata “La forma perfetta” fdfel programma di Rai3 “Che ci faccio qui”

Martedì 7 luglio i miei piedi gesticolavano in prima serata su Rai3. Il mio sorriso accoglieva migliaia di persone nel mio mondo e un perfetto padrone di casa mi accompagnava in un viaggio fatto di arte, di vita e di umanità.
La puntata di Che ci faccio qui, condotta da Domenico Iannacone e intitolata La forma perfetta, è stata molto più di un programma televisivo. È stato un incontro. Domenico, con la sua straordinaria capacità di osservare senza invadere, è entrato in punta di piedi nella mia vita. Non ha cercato l’eccezionalità, non ha rincorso l’effetto. Ha semplicemente guardato. E io l’ho accolto come si accoglie chi possiede un dono raro: uno sguardo capace di vedere davvero.

Da quel momento è accaduto qualcosa che non avrei potuto immaginare. Un mare di persone ha accolto quell’invito fatto con tanta delicatezza e si è sintonizzato non solo su un canale televisivo, ma su una frequenza umana fatta di ascolto, silenzi, sorrisi, fragilità e bellezza.
La cosa che più mi ha emozionata è che Domenico mi ha dato la possibilità di raccontarmi non come una persona che “ha superato” qualcosa, ma semplicemente per ciò che sono. Una donna che danza, dipinge, scrive, ride, si commuove, attraversa le proprie paure e continua ogni giorno a cercare un modo autentico di abitare il mondo.
Nei giorni successivi alla messa in onda sono arrivati centinaia di messaggi. Persone che mi hanno scritto di essersi emozionate, di aver pianto, di aver riconosciuto un pezzo della propria storia dentro la mia. Sono stata travolta da un’ondata di affetto, stima e condivisione profonda che mi ha fatto respirare un’umanità che, a volte, crediamo troppo rara per esistere.
La mia gratitudine è immensa e mi fa guardare al futuro con uno sguardo ancora più fiducioso, ma anche con una profonda fierezza per quella parte migliore dell’essere umano che spesso rimane nascosta e aspetta soltanto l’occasione giusta per emergere.

Io non ho nulla da insegnare. Con la mia arte e con la mia storia desidero soltanto dire che ci sono anch’io. Che ogni persona possiede un valore unico e irripetibile e che quel valore può emergere quando scegliamo di partire da ciò che abbiamo, invece di fermarci a ciò che ci manca, trasformando ogni possibilità in un’opportunità.
Forse è la stessa risposta che continuo a cercare anche nella domanda che dà il titolo al mio libro, Cosa ti manca per essere felice?. Dopo la puntata della Forma perfetta, quella domanda mi sembra ancora più attuale: forse la felicità inizia proprio quando smettiamo di misurarci con ciò che ci manca e impariamo ad abitare pienamente ciò che siamo.
Ogni volta che una storia riesce a farci guardare qualcuno con occhi nuovi, succede qualcosa anche dentro di noi. Si incrinano i pregiudizi, cadono le etichette, cambia la prospettiva. Non perché qualcuno ci abbia dato una lezione, ma perché abbiamo avuto il coraggio di fermarci davanti a una vita e di ascoltarla. E io ringrazio tutte le persone che, il 7 luglio, sono rimaste davanti alla mia storia, l’hanno accolta e l’hanno trasformata in piccoli semi di possibilità.
Porterò con me questa esperienza come uno dei doni più preziosi del mio percorso. Per la professionalità di tutta la squadra che l’ha resa possibile. Per la sensibilità di Domenico Iannacone, che ha il coraggio di fare una televisione che profuma di verità e di umanità. E soprattutto per tutte le persone che quella sera hanno scelto di fermarsi e ascoltare.

*Il presente testo è già apparso (con il titolo “Iannacone mi ha fatto sentire semplicemente Simona”) in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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La musica elettronica nei percorsi di cura di persone con demenza e fragilità cognitive

Nato a suo tempo in contesti educativi e rivolto a bambini, ragazzi e persone con disabilità, il progetto “Music 4 All” di Matteo Scapin viene oggi sperimentato anche nell’àmbito dell’invecchiamento attivo e della fragilità cognitiva, aprendo nuove prospettive per l’integrazione tra cultura, innovazione tecnologica e assistenza socio-sanitaria. In questo contesto è nato a Thiene (Vicenza) “Dialoghi Sonori”, laboratorio che ha coinvolto anziani cognitivamente presenti e persone con demenza, tramite la musica e le tecnologie digitali Il laboratorio “Dialoghi Sonori”

Ci siamo già ampiamente occupati, in passato, dei laboratori musicali inclusivi di Music 4 All, progetto sviluppato da Matteo Scapin (Matthew S), musicista, produttore e docente, con l’utilizzo della musica, degli strumenti digitali e delle tecnologie interattive per promuovere inclusione, creatività e partecipazione. Nata inizialmente in contesti educativi e rivolta a bambini, ragazzi e persone con disabilità, l’iniziativa viene oggi sperimentata anche nell’àmbito dell’invecchiamento attivo e della fragilità cognitiva, aprendo nuove prospettive per l’integrazione tra cultura, innovazione tecnologica e assistenza socio-sanitaria.
Ed è in questo contesto che è nato a Thiene (Vicenza) Dialoghi Sonori, laboratorio sperimentale nato dalla collaborazione tra l’Istituto Musicale Città di Thiene e il Centro Residenziale Guido Negri della Fondazione Opera Immacolata Concezione, con il sostegno di Inner Wheel Schio-Thiene, con la musica elettronica e le nuove tecnologie che entrano appunto nei percorsi dedicati alle persone con demenza e fragilità cognitive. Ideato e condotto dallo stesso Scapin, il progetto rappresenta una delle iniziative sviluppate nel quadro della coprogettazione promossa dall’Istituto Musicale Città di Thiene e presentata dal Comune della città vicentina come esempio di innovazione sociale applicata alla cultura e ai servizi per la comunità.

Nel dettaglio, Dialoghi Sonori ha coinvolto anziani cognitivamente presenti e persone con demenza, sperimentando l’impiego della musica e delle tecnologie digitali, come detto, quali strumenti di relazione, partecipazione e benessere, nell’àmbito degli interventi non farmacologici rivolti anche a ospiti con decadimento cognitivo avanzato e disturbi del comportamento.
L’elemento innovativo dell’iniziativa è stato l’utilizzo di controller MIDI sensibili al tocco e di strumenti musicali interattivi, normalmente impiegati nella produzione di musica elettronica. Attraverso infatti il contatto fisico con questi dispositivi, gli ospiti hanno potuto produrre suoni e costruire semplici esperienze musicali collaborative, favorendo l’interazione reciproca e la partecipazione attiva.
«Il richiamo musicale – spiega Matteo Scapin – ha riattivato memorie profonde, ma è stato soprattutto l’aspetto tattile e tecnologico a favorire nuove modalità di relazione. Negli ultimi incontri alcuni ospiti mi riconoscevano come “quello degli strumenti strani”: un segnale che testimonia il valore relazionale dell’esperienza e l’impatto di essa nella quotidianità della struttura».

«Il raggio d’azione dell’Istituto Musicale Città di Thiene – sottolinea Anna Maria Savio, assessora alle Politiche Sociali del Comune di Thiene – si estende in modo significativo anche alla terza età e alle fasce più fragili della popolazione. Questo rappresenta un importante risultato della coprogettazione avviata».
Dal canto suo, la direttrice del Centro Residenziale Guido Negri, Emanuela Bolamperti, ricorda «come la musica abbia favorito emozioni, attenzione, coinvolgimento e relazioni anche tra le persone con maggiore compromissione cognitiva», mentre per il direttore generale della Fondazione Opera Immacolata Concezione, Fabio Toso, il progetto dimostra «come innovazione tecnologica, creatività e relazioni umane possano diventare strumenti concreti per migliorare il benessere e l’inclusione delle persone più fragili». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: matteo.scapin89@gmail.com.

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Torna a Cremona il grande motociclismo paralimpico

Tra domani, 18 luglio, e domenica 19, il Cremona Circuit della città lombarda ospiterà uno degli appuntamenti più attesi della stagione del motociclismo paralimpico, con ben 26 piloti al via, tra cui anche Lisa Camilleri, la prima pilota donna di questo movimento. In palio vi saranno punti pesanti per il Campionato Italiano-OCTO Cup, e si vivrà anche il giro di boa del Campionato Europeo European Handy Bridgestone Cup Lisa Camilleri, che a Cremona sarà la prima pilota donna a gareggiare nel motociclismo paralimpico italiano

Nell’àmbito della Coppa Italia Velocità di motociclismo, domani, 18 luglio, e domenica 19, sarà il Cremona Circuit della città lombarda ad ospitare uno degli appuntamenti più attesi della stagione del motociclismo paralimpico, con ben 26 piloti al via. E in palio vi saranno non solo punti pesanti per il Campionato Italiano-OCTO Cup, promosso ormai da molti anni dall’Associazione Di.Di.Diversamente Disabili nelle classi 600 e 1000 cc., ma si vivrà anche il giro di boa del Campionato Europeo European Handy Bridgestone Cup.

Per quanto riguarda dunque il Campionato Italiano, dopo il doppio round del Mugello, la classifica della 1000 cc. vede Ivo Arnoldi e Antonio Montoya appaiati al comando, seguiti a soli 7 punti dalla sorpresa della stagione, Giorgio Cantalupo, al suo primo anno di gare.
Nella 600 cc., invece, guida Nicolas Quaquarini, che lo scorso anno proprio a Cremona aveva usufruito della sua prima wild card. A inseguire, entrambi distaccati di 14 punti, Maximilian Sontacchi e Remo Marinato.
Da segnalare anche i debutti di Lisa Camilleri, francese, che sarà la prima pilota donna a prendere il via nel Campionato Italiano e di Gianni Gelpi alla sua prima gara in assoluto.

E veniamo al Campionato Europeo, dove nella 1000 cc. il francese Flavien Jamet arriverà da leader con 23 punti di vantaggio sull’italiano Corrado Caruso. Terzo l’altro francese Frédérich Chatelain.
Nella 600 cc., invece, lotta apertissima con Remo Marinato e Maximilian Sontacchi in testa a pari punti e il francese Cedric Franqueville a una sola lunghezza.
Per le classifiche denominate Lesser Impaired, infine, guidano lo spagnolo Antonio Montoya (1000 cc.) e Nicolas Quaquarini (600 cc.). (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@diversamentedisabili.it.

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Gli episodi di violenza contro gli insegnanti e il falso dilemma tra includere e disciplinare

«Abbiamo chiesto alla scuola integrazione, alfabetizzazione, prevenzione del disagio, mediazione – scrive Giorgio Sama, riflettendo su un recente episodio di violenza da parte di studenti nei confronti di due insegnanti –, mentre la società disimparava a essere comunità. Ed è qui che nasce l’equivoco sull’inclusione. L’abbiamo pensata come un fatto topografico: mettere un corpo dentro un’aula. Ma l’iscrizione non significa appartenenza. Si può essere accolti, certificati, verbalizzati, e restare fuori. Abitare la scuola senza riconoscerla» Carlo Bertocci, “Giotto”, 1998-1999, Roma, Collezioni d’Arte del Senato

Qualche tempo fa a Parma, a pochi passi da una scuola, due insegnanti sono rimasti coinvolti in un episodio di violenza con alcuni studenti. Il racconto spetta alla cronaca, l’accertamento delle responsabilità agli inquirenti. Agli insegnanti, che guardano la scuola da dentro, tocca un’altra domanda: che cosa quell’episodio rivela di noi, prima ancora che di quei ragazzi?
La violenza di gruppo non ha attenuanti morali: quando si è in molti contro pochi, la sproporzione non aggrava il gesto, lo costituisce. Ma l’indignazione, da sola, non basta. Certi fatti non restano dentro il perimetro dell’episodio: portano in superficie una crisi più ampia, nel rapporto tra adolescenza, scuola e autorità adulta.

Il docente non è più soltanto l’adulto che orienta e pone un limite. È una figura esposta: parla, valuta, rappresenta l’istituzione, e accade che possa essere contestato, filmato, deriso. Gli chiediamo di reggere il mondo, ma lo lasciamo solo quando deve rappresentarlo.
Nei contesti difficili servono competenze decisive: leggere il gruppo, reggere la provocazione, evitare il duello. Ma c’è un limite che la competenza non sposta: la sovraesposizione. E il logorio ha un effetto insidioso: confonde i livelli dell’ingaggio e può portare a rispondere all’altezza della provocazione invece che dall’altezza del ruolo.

Da anni insegno negli istituti professionali. Per questo fatico a riconoscermi nelle due narrazioni che oggi si contendono il campo: chi invoca solo sanzione e chi riduce tutto a incidente spiacevole. Punire senza capire e capire senza proteggere sono due fallimenti simmetrici.
Prima della risposta politica c’è una domanda educativa: che cosa è cambiato nell’adolescenza se il confronto con un adulto può rovesciarsi così facilmente in aggressione?
La risposta non è la provenienza dei ragazzi. La cultura non è un corredo immobile, né un’eredità compatta che si riceve una volta per tutte: è un terreno mobile, negoziato, fatto di famiglia, lingua, quartiere, scuola, social network. E la violenza non ha passaporto.
Ma l’indebolimento dell’autorevolezza adulta, quella che accompagna, tiene per mano e disegna il limite del vivere civile, non pesa ovunque allo stesso modo. Alcune biografie adolescenziali incontrano la scuola, le regole esplicite e implicite della convivenza, e il senso stesso dell’istituzione da una posizione più vulnerabile.
Non è l’origine a spiegare il gesto, né una cultura familiare o geografica assunta come destino. A contare è piuttosto il modo in cui alcuni giovanissimi cercano appartenenza dentro codici poveri di mediazione: la sfida, la forza, l’umiliazione dell’altro. Codici socialmente trasversali e non etnici.

In alcune scuole, soprattutto professionali e tecniche, queste tensioni affiorano prima e con maggiore densità. Non perché siano scuole “altre”, ma perché lì si rendono più visibili alcune contraddizioni che attraversano l’intera convivenza: disuguaglianze linguistiche, fragilità familiari, vite sempre più immerse negli schermi. Quando queste condizioni si concentrano nello stesso contesto, l’effetto non è aritmetico ma sociale: si addensano più fratture, più attese e bisogno di riconoscimento, cresce la necessità di ascolto e mediazione. La scuola lo vede perché è una delle istituzioni che incontrano ogni giorno, senza filtro, la complessità contemporanea.
Ogni mattina deve aprire la porta a tutti, anche a chi arriva fragile, solo, arrabbiato. Le abbiamo chiesto integrazione, alfabetizzazione, prevenzione del disagio, mediazione. Tutto, mentre la società disimparava a essere comunità.
Ed è qui che nasce l’equivoco sull’inclusione. L’abbiamo pensata come un fatto topografico: mettere un corpo dentro un’aula. Ma l’iscrizione non significa appartenenza. Si può essere accolti, certificati, verbalizzati, e restare fuori. Abitare la scuola senza riconoscerla.
L’appartenenza non nasce da una procedura: ha bisogno di tempo, adulti riconoscibili, relazioni capaci di vedere un ragazzo prima di misurarlo. Quando questo tempo si assottiglia, cresce il rischio che solitudine, rabbia e bisogno di protezione cerchino risposta altrove.
È qui che il gruppo può diventare rifugio e insieme rischio. Offre subito ciò che la scuola costruisce lentamente: gerarchia, protezione e riconoscimento. Ma può chiedere in cambio adesione, silenzio e forza. E quando il credito passa attraverso la sopraffazione dell’altro, il cortile, il marciapiede, l’uscita da scuola smettono di essere semplici luoghi di passaggio. Diventano teatri reali e digitali insieme: ciò che accade davanti a un istituto scolastico può rimbalzare nelle cronache, attraversare migliaia di telefoni, alimentare polemiche ed emulazioni. Ma prima ancora della discussione pubblica resta la domanda educativa: che cosa accade a ragazzi che imparano a guardare una rissa, un’umiliazione, una violenza come contenuti da conservare, mostrare, rilanciare?

Il rischio è che molti giovani imparino a stare davanti al dolore degli altri come davanti a un contenuto da fruire e, per alcuni, da desiderare. È una perdita di umanità dello sguardo: la vista di ciò che dovrebbe risvegliare coscienze distratte finisce per intrattenerle. Se il bello, il giusto, il difficile non trovano più luoghi capaci di attirare l’attenzione, resta il fascino povero e immediato della scena violenta. Ed è lì che gli adulti non possono lasciare soli i ragazzi: non solo davanti alla violenza, ma davanti al modo in cui imparano a guardarla.
Vale per tutti: italiani, stranieri, figli di famiglie venute da altrove. Il punto non è l’origine, è il legame. La cittadinanza democratica non si trasmette per contiguità geografica. Fiducia, limite, reciprocità non si depositano per osmosi; lo sapevano Makarenko e Dewey, lo ripeteva don Milani: il cittadino non nasce da sé.
Un tempo molte intemperanze giovanili incontravano adulti di prossimità che intervenivano prima che diventassero identità da consegnare alle forze dell’ordine. Accade ancora oggi in comunità più fitte, dove famiglia, vicinato e appartenenze trattengono il gesto prima che diventi sfida. Il nodo emerge quando quel controllo esterno si allenta e il limite non è ancora diventato interno: ragazzi non più custoditi da una comunità vincolante, non ancora sostenuti da una cittadinanza interiorizzata.
È in questa terra di mezzo che la scuola è chiamata a ricostruire, con tutti, un patto di regole e reciprocità. Ma lo fa sotto la pressione di un cambiamento accelerato.
Serve realismo istituzionale: alcune concentrazioni scolastiche hanno superato la gestione ordinaria. Dirlo non significa cedere a una lettura securitaria o identitaria, ma riconoscere un’ecologia educativa che non si corregge con un provvedimento isolato, bensì con organici stabili, mediatori, educatori e psicologi come presenze ordinarie, non emergenziali.
Il falso dilemma è scegliere tra includere e disciplinare. Senza disciplina non c’è inclusione: il fragile resta consegnato al forte. Senza inclusione la disciplina diventa dominio.
La scuola deve essere ospitale e ferma, ascoltare senza dissolversi e accogliere senza rinunciare a chiedere, con la consapevolezza che non tutto è negoziabile e nessuno è definitivamente perduto. È questo il suo compito più difficile: trasformare il limite in spazio comune, il legame in responsabilità. Nessuna democrazia sopravvive se smette di educare il desiderio di appartenere.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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Da Nord a Sud dell’Italia, in favore delle persone con Duchenne e Becker e delle loro famiglie

Dapprima la Val Pusteria, in Alto Adige, con l’ottava edizione di “DolomitiXDuchenne”, poi la Sila, in Calabria, con l’esordio di “SilaXDuchenne”, sono state lo scenario, nelle scorse settimane, di due partecipate iniziative all’aria aperta, in favore di Parent Project, l’Associazione di pazienti e genitori di bambini e ragazzi con la distrofia muscolare di Duchenne o Becker Un’immagine di “DolomitiXDuchenne 2026”

Dapprima la Val Pusteria, in Alto Adige, poi la Sila, in Calabria, sono state lo scenario, nelle scorse settimane, di due partecipate iniziative all’aria aperta, in favore di Parent Project, l’Associazione di pazienti e genitori di bambini e ragazzi con la distrofia muscolare di Duchenne o Becker.
Ormai un “classico” di fine giugno, l’evento pusterese DolomitiXDuchenne è giunto all’ottava edizione, dando vita ancora una volta a tre giornate non competitive in mountain bike, organizzate dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Project for Life.
Partendo dunque dalla tradizionale base del Comune di Villabassa-Niederdorf, le Dolomiti dell’Alto Adige sono state la cornice di tre giornate sfidanti ed emozionanti per chi ama la mountain bike, ma comprendendo anche escursioni accessibili alla scoperta del territorio e tante altre attività conviviali.
230 le persone partecipanti, di cui 110 ciclisti, con l’obiettivo di contribuire a sostenere la ricerca sulle distrofie di Duchenne e Becker, patologie ancora senza cura e tutti i servizi gratuiti per le famiglie offerti da Parent Project. In tal senso, l’edizione di quest’anno di DolomitiXDuchenne ha permesso di raccogliere 65.000 euro.
«DolomitiXDuchenne – commenta Cristina Picciolo, direttrice generale di Parent Project – e ogni anno un appuntamento attesissimo per la nostra Associazione, un momento prezioso che ci permette di incontrare la nostra comunità allargata, che comprende non solo le famiglie, ma tantissimi volontari e volontarie, biker e realtà del mondo aziendale. E anche quest’anno sono stati tre giorni estremamente ricchi, di divertimento e benessere a contatto con lo scenario splendido delle montagne che ci hanno ospitato, di abbracci e di spazi di confronto. Per tornare a casa sempre più consapevoli delle sfide che la nostra comunità affronta ogni giorno, ma anche della sua forza ed energia».

Dal 10 al 12 luglio, quindi, quasi 1.300 chilometri più a sud del nostro Paese, è arrivato l’esordio, a Camigliatello Silano (Cosenza), di SilaXDuchenne, evento che ha messo al centro sport, natura e solidarietà, organizzato dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Sila Sports Adventure, allo scopo di vivere il territorio in modo attivo e consapevole, attraverso attività all’aperto e momenti di convivialità e approfondimento, aperto a biker e trekker, oltre che a bambini, ragazzi e famiglie di Parent Project.
Anche qui, il grande obiettivo è stato segnatamente quello di sostenere tutte le attività che Parent Project conduce al fianco della comunità di persone con la distrofia di Duchenne o di Becker e questa prima edizione dell’iniziativa ha visto la partecipazione di 100 persone, per una raccolta fondi di 16.000 euro. E anche qui riprendiamo il commento di Cristina Picciolo, che sottolinea come «questa prima edizione di SilaXDuchenne abbia superato ampiamente ogni possibile aspettativa, con tre giornate preziose e intense di condivisione con bambini, giovani e famiglie della nostra comunità, allargatesi grazie all’incontro con biker e altri partecipanti, sensibili verso gli obiettivi della nostra Associazione. Hanno potuto conoscerci ancora meglio e ascoltare le nostre testimonianze. Immergerci nel maestoso scenario di questi boschi – tutti insieme, a piedi e in carrozzina –è stato molto emozionante, quasi un simbolo delle strade che stiamo percorrendo come comunità di pazienti. Sentieri spesso nuovi, da affrontare come collettività, con un’energia condivisa ed ognuno al suo passo, nella consapevolezza della strada già percorsa». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Elena Poletti (e.poletti@parentproject.it).

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“Il calcio al tempo della guerra”, ovvero la scelta di non fermarsi

“Il calcio al tempo della guerra” è un video diretto e prodotto da Fabio Izzo che documenta il Campionato Ucraino di Calcio Amputati, durante la guerra in corso, riferito alla “League of Mighty Ukraine”, iniziativa riguardante appunto il calcio per amputati e rivolta a veterani di guerra e civili che abbiano subito la perdita di uno o più arti. Una testimonianza importante, degna della maggior visibilità possibile, dedicata a persone che cercano di ricostruire la propria vita attraverso lo sport, la resilienza e il senso di comunità

Si chiama Il calcio al tempo della guerra ed è un video (disponibile a questo link) diretto e prodotto da Fabio Izzo che in poco più di una decina di minuti documenta il Campionato Ucraino di Calcio Amputati, durante la guerra in corso, riferito alla League of Mighty Ukraine, iniziativa premiata tra l’altro dall’UEFA, la Federazione Europea del Calcio, con il Grassroots Gold, e che riguarda appunto il calcio per amputati, rivolta a veterani di guerra e civili che abbiano subito la perdita di uno o più arti.
«Il video – spiega lo stesso Fabio Izzo – segue calciatori amputati e veterani di guerra ucraini che abbiano perso uno o più arti e che stanno ricostruendo la propria vita attraverso lo sport, la resilienza e il senso di comunità, nonostante enormi sfide fisiche ed emotive. Il tutto, sullo sfondo della guerra in corso, esplorando temi come il recupero, l’identità e il potere trasformativo del calcio».
«Attraverso allenamenti, partite e testimonianze personali – aggiunge – ho esplorato come lo sport possa diventare un percorso di recupero, con il calcio che aiuta questi atleti a ricostruire la fiducia in se stessi, a ritrovare la propria identità e a riconnettersi con una comunità solidale. Oltre alla competizione, infatti il gioco offre uno scopo, amicizia e speranza in un periodo segnato dall’incertezza».
«Ambientato nel contesto della guerra – conclude -, il documentario mette in luce una straordinaria resilienza e una forte determinazione, dimostrando che, pur avendo subìto perdite profonde, questi giocatori rifiutano di lasciare che le loro ferite definiscano chi sono. Al contrario, utilizzano il calcio come simbolo di forza, dimostrando che il coraggio, il lavoro di squadra e lo spirito umano possono superare anche le circostanze più difficili». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il documentario Il calcio al tempo della guerra. Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ilcalcioaltempodellaguerra@gmail.com.

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Oltre la “prigione”: quale cultura vogliamo costruire attorno alle persone con deficit e ai caregiver?

«La vera “prigione” – scrive Tonino Urgesi, riferendosi al titolo di un articolo sui caregiver familiari, apparso in questi giorni in un quotidiano nazionale – non è la persona con deficit. La prigione è l’assenza dello Stato, la solitudine delle famiglie, la mancanza di servizi, di sostegni adeguati, di politiche capaci di accompagnare realmente chi si prende cura di un proprio caro. È l’indifferenza culturale che continua a considerare il deficit come un problema privato anziché come una responsabilità collettiva»

Ho letto sul quotidiano «la Repubblica» l’articolo di Maria Novella De Luca dal titolo Il tormento dei caregiver: “Viviamo come in prigione per amore dei nostri cari”. Comprendo profondamente la sofferenza, la stanchezza, la solitudine e il senso di abbandono che molti caregiver vivono ogni giorno. Sarebbe ingiusto negare il peso umano, psicologico ed economico che grava sulle famiglie che assistono una persona con deficit grave o non autosufficiente. È una realtà che interpella la coscienza civile del nostro Paese e che richiede risposte concrete.
Tuttavia, proprio perché conosciamo il valore e la forza delle parole, non posso – e non voglio – accettare un titolo di questo genere, soprattutto quando proviene da una testata giornalistica di così ampia diffusione.
Le parole non sono mai neutre. Descrivono la realtà, ma allo stesso tempo la costruiscono. Un titolo può orientare il pensiero collettivo, contribuire a formare la cultura, plasmare le coscienze e influenzare il modo in cui una società guarda alla fragilità e al deficit. Il termine “prigione” evoca una punizione causata da una colpa; ancora una volta, quindi, la persona con deficit e i suoi familiari vengono o si sentono equiparati a coloro che sono condannati a scontare una pena per una colpa reale.
Ma la vera “prigione” non è la persona con deficit. La prigione è l’assenza dello Stato, la solitudine delle famiglie, la mancanza di servizi, di sostegni adeguati, di politiche capaci di accompagnare realmente chi si prende cura di un proprio caro. È l’indifferenza culturale che continua a considerare il deficit come un problema privato anziché come una responsabilità collettiva.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di un nuovo paradigma culturale. Serve una svolta antropologica, educativa e politica che rimetta al centro la persona nella sua irriducibile dignità. Abbiamo bisogno di una “nuova pedagogia del deficit”, capace di riconoscere ogni essere umano come un valore indiscutibile e assoluto, indipendentemente dalle sue capacità, dalla sua autonomia o dalla sua produttività.
La pedagogia ci insegna che una società si misura non da come valorizza i più forti, ma da come si prende cura dei più fragili. La filosofia ci ricorda che l’essere umano è, per sua natura, relazione, reciprocità e responsabilità. Nessuno si salva da solo. Nessuno dovrebbe essere lasciato solo.

Per questo mi rivolgo anche alla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. Il riconoscimento giuridico della figura del caregiver rappresenta certamente un passo importante, ma non può limitarsi a un modesto sostegno economico destinato a una ristretta platea di beneficiari. Occorre promuovere una vera rivoluzione culturale, educativa e sociale che restituisca dignità alle famiglie e costruisca una rete di solidarietà permanente.
Accanto ai necessari interventi economici, sarebbe opportuno ripensare strumenti di partecipazione civica. Una proposta concreta potrebbe essere la reintroduzione di una forma di “servizio civile universale”, realmente diffuso e valorizzato, attraverso il quale ragazzi e ragazze adeguatamente formati possano affiancare le persone con deficit e le loro famiglie nelle attività quotidiane: accompagnamenti a scuola, al lavoro, nelle attività sociali, nel tempo libero e nei momenti di sollievo per i caregiver. Sarebbe un investimento educativo prima ancora che assistenziale: un’esperienza capace di far crescere una generazione nella cultura della cura, della solidarietà e della responsabilità condivisa.

La risposta non può essere cambiare lo sguardo sulla persona con deficit, ma cambiare lo sguardo della società sulla responsabilità che tutti abbiamo nei confronti della fragilità.
Per questo è urgente che lo Stato investa non solo in contributi economici, ma anche in servizi di sollievo, assistenza domiciliare qualificata, sostegno psicologico, inclusione sociale e politiche capaci di condividere concretamente il peso della cura. Una società autenticamente civile non può delegare tutto all’amore delle famiglie, trasformando un gesto di dedizione in un sacrificio senza fine.
Se questo cambiamento culturale e politico non avverrà, temo che, nel lungo periodo, si possa affermare una “deriva antropologica” molto pericolosa. Non lo dico per pessimismo né per alimentare scenari distopici, ma perché la storia insegna che quando la fragilità viene lasciata sola e la cura diventa insostenibile, cresce il rischio che l’eutanasia o il suicidio medicalmente assistito finiscano per essere percepiti, da alcuni, come l’unica via d’uscita possibile. Sarebbe una sconfitta per tutti: non una vittoria della libertà, ma il fallimento di una società incapace di sostenere chi soffre e chi si prende cura.

L’autentica libertà di una società non si misura dalla possibilità di anticipare la morte, ma dalla capacità di rendere possibile una vita dignitosa anche nella fragilità. Una comunità veramente umana non offre come prima risposta la morte, ma crea le condizioni affinché ogni persona possa vivere con dignità e affinché nessun caregiver si senta abbandonato, schiacciato dalla solitudine o costretto a scegliere tra la propria vita e quella della persona amata.
Solo allora non parleremo più di prigioni, ma di comunità. Non di abbandono, ma di corresponsabilità. Non di assistenza, ma di autentica civiltà.

*Esperto di affettività e sessualità nelle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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“Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti”: a Rimini sport, cultura, inclusione e umanità hanno camminato insieme

Per la prima volta una delle più prestigiose competizioni internazionali dedicate agli scacchisti ciechi e ipovedenti è approdata in Italia: la “28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti” si è tenuta a Rimini, organizzata dall’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani). E alla fine è arrivato anche il grande risultato, se è vero che ad imporsi nella manifestazione è stata proprio l’Italia. Ne parliamo con il presidente dell’ASCID Bersan Vrion, componente anche della squadra azzurra Gli Azzurri vincitori della Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti a Rimini

Come avevamo riferito anche sulle nostre pagine, per la prima volta nella sua lunga storia una delle più prestigiose competizioni internazionali dedicate agli scacchisti ciechi e ipovedenti è approdata in Italia: la 28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti, infatti, si è tenuta in giugno a Rimini, organizzata con competenza e passione dall’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani). E alla fine è arrivato anche il grande risultato, se è vero che ad imporsi nella manifestazione è stata proprio l’Italia, vincendo tutti e cinque gli incontri disputati nel corso della competizione, con Giuseppe Tarascio di Bari, Marco Casadei di Cesena, Claudio Ariaudo di Cuneo e Bersan Vrioni di Viterbo. Con quest’ultimo, che è anche il Presidente dell’ASCID, dell’Associazione, dell’evento di Rimini e di altro ancora, abbiamo parlato.

Nata nel 1972, sin dagli inizi l’ASCID punta a fare degli scacchi una lingua universale, accessibile a tutti. Oltre mezzo secolo dopo, cosa può dirci, Bersan, della sua Associazione?
«L’ASCID non è soltanto un’Associazione sportiva: è una comunità di persone, un luogo dove si dimostra che una persona cieca o ipovedente non soltanto può giocare a scacchi, ma può competere ai massimi livelli internazionali, rappresentare il proprio Paese e costruire, attraverso il gioco, relazioni che attraversano il mondo intero. Promuovendo la pratica scacchistica tra le persone con disabilità visiva, la nostra Associazione crea opportunità di crescita personale, favorisce la partecipazione alla vita sportiva e culturale e dimostra concretamente che il talento, quando incontra sostegno, competenza e fiducia, non conosce ostacoli».

Che cosa ha significato l’approdo della Coppa delle Sei Nazioni in Italia?
«È stato il riconoscimento del lungo cammino da noi percorso, il frutto del lavoro di dirigenti, atleti, volontari e sostenitori che, anno dopo anno, hanno costruito qualcosa che appartiene a tutta la comunità. Per un’intera settimana Rimini è diventata il punto d’incontro dell’Europa degli scacchi inclusivi. Gli atleti provenienti da Belgio, Francia, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia e Italia hanno condiviso non soltanto una competizione sportiva, ma un’autentica esperienza di incontro tra persone. Nelle sale dell’Admiral Art Hotel si sono incontrate lingue diverse, storie personali differenti e sensibilità provenienti da tutta Europa, accomunate da una passione capace di superare qualsiasi frontiera».

Come è stato accolto l’evento dalle Istituzioni e dalle organizzazioni associative?
«L’evento ha potuto contare sulla vicinanza di Istituzioni e realtà territoriali che hanno scelto di fare squadra attorno a un progetto dal profondo valore umano. Per il Comune di Rimini, che ha concesso il patrocinio alla competizione, è intervenuto l’assessore Kristian Gianfreda, testimoniando l’attenzione dell’Amministrazione Comunale verso un’iniziativa che ha saputo coniugare sport, inclusione e valorizzazione del territorio.
Per la Presidenza Nazionale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), la consigliera nazionale Chiara Tirelli ha portato il saluto del presidente nazionale Mario Barbuto, sottolineando il significato di un appuntamento che interpreta pienamente i valori dell’autonomia, della partecipazione e della cittadinanza attiva.
È intervenuta inoltre Sara Arseni, presidente dell’UICI di Rimini, che ha evidenziato il ruolo degli scacchi nella crescita personale e nell’autonomia delle persone con disabilità visiva, richiamando inoltre il valore di iniziative come la Coppa delle Sei Nazioni nel promuovere inclusione, partecipazione attiva e opportunità di incontro tra persone provenienti da realtà e Paesi diversi.
Dal canto suo, la Presidente del Lions Club Rimini Host, Bianca Maria Toccagni, ha rappresentato un partner fondamentale di questo percorso, contribuendo a rendere possibile una delle esperienze più apprezzate dell’intera settimana.
Un contributo altrettanto prezioso, infine, è arrivato dal circolo cittadino Rimini Scacchi i cui soci hanno messo a disposizione tempo, competenze ed entusiasmo, affiancando l’organizzazione come volontari e offrendo un aiuto concreto durante tutte le giornate della competizione. Il presidente Roberto Giovanini ha portato anche i saluti del Comitato Emilia-Romagna Scacchi e del presidente di esso Fabrizio Frigeri, a testimonianza della vicinanza del movimento scacchistico italiano a un evento di così alto profilo internazionale».

Ci sono stati, durante la settimana, anche altri momenti culturali?
«Effettivamente, tra i ricordi più belli rimarrà certamente il pomeriggio dedicato alla scoperta del centro storico di Rimini. Grazie infatti al sostegno del Lions Club Rimini Host, gli ospiti hanno intrapreso un viaggio attraverso oltre duemila anni di storia, dall’Arco d’Augusto al Tempio Malatestiano, da Piazza Tre Martiri fino alla Domus del Chirurgo. Per qualche ora, dunque, le scacchiere sono rimaste in silenzio. Eppure, proprio lontano dalle sale di gioco, si è disputata forse una delle partite più belle dell’intera settimana il cui risultato finale ha visto tutti vincitori. L’arte, infatti, ha incontrato le persone, la cultura ha incontrato l’accessibilità, l’amicizia ha incontrato la curiosità e i partecipanti ciechi hanno potuto esplorare con le mani pietre, lastricati, bronzi, incisioni e decorazioni, entrando in contatto diretto con la materia viva della storia. Al Tempio Malatestiano le dita hanno seguito i contorni della rosa a quattro petali, della scacchiera, dell’elefante e del monogramma di Sigismondo Pandolfo Malatesta, trasformando antichi simboli rinascimentali in un linguaggio universale accessibile a tutti. Alla Domus del Chirurgo, le riproduzioni degli strumenti chirurgici romani hanno permesso di avvicinarsi concretamente alla sorprendente medicina antica.
In quelle ore, dunque, le mani sono diventate occhi, le pietre hanno raccontato storie, i monumenti hanno smesso di essere semplici luoghi da osservare per diventare esperienze da vivere. Ed è forse questa la fotografia più bella lasciata dalla manifestazione: persone provenienti da tutta Europa che insieme camminano, ascoltano, ridono, si aiutano e si scoprono meno diverse di quanto avrebbero immaginato».

Cosa soprattutto rimarrà, dunque, di questa bella manifestazione?
«Rimarranno certamente la coppa, le classifiche e le fotografie ufficiali, l’orgoglio di un’Italia vincitrice e la gioia di noi quattro azzurri, oltre al volto accogliente di Rimini e al cuore generoso di tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita dell’evento. Soprattutto, però, rimarrà la consapevolezza che per una settimana tutto questo è accaduto davvero e che certe partite continuano a vivere molto tempo dopo l’ultima mossa: quella vissuta a Rimini è stata una di quelle occasioni in cui sport, cultura, inclusione e umanità hanno saputo camminare insieme ed è forse proprio questa la vittoria più bella che la 28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti ha lasciato in eredità a tutti noi». (Stefano Borgato)

*Presidente dell’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani).

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