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Persone cieche o ipovedenti che vivono l’esperienza della bicicletta immersi nella natura di Bibione

1 Giugno 2026 - 12:28pm

Protagonista già da parecchi anni di un percorso tutto all’insegna dell’accessibilità, la località balneare di Bibione (Venezia) propone in tale àmbito anche l’iniziativa denominata “Riding in The Dark. Sentire Bibione”, tour serale in mountain bike ideato in collaborazione con Bikeezy, che a partire da domani, 2 giugno, e durante tutta l’estate, permetterà anche alle persone cieche o ipovedenti di vivere l’esperienza della bicicletta immersi nella natura Uno dei tour degli anni scorsi, nell’àmbito dell’iniziativa “Riding in the Dark”

Era il 2019 quando avevamo segnalato come a Bibione (Venezia), ed esattamente al progetto Bibione Destinazione Ospitalità Accessibile, fosse stato assegnato il premio Destination4All, nell’àmbito dei V4A®Awards promossi dalla rete Village for all, per essere stat la prima destinazione turistica italiana ad avere intrapreso un percorso di accessibilità, coinvolgendo tutta la filiera turistica locale, dagli imprenditori all’amministrazione pubblica, dal sistema del commercio alla ristorazione, dalle spiagge alle terme, fino alle Associazioni che offrono attività sportiva e ricreazionale accessibile anche alle persone con disabilità. E in quel percorso virtuoso rientra anche l’iniziativa denominata Riding in The Dark. Sentire Bibione, tour serale in mountain bike ideato nella località balneare in collaborazione con Bikeezy, che a partire da domani, 2 giugno, e durante tutta l’estate, permetterà anche alle persone cieche o ipovedenti di vivere l’esperienza della bicicletta immersi nella natura della località.

Come spiegano i promotori, «la formula è semplice: per dodici serate – tutte a partecipazione gratuita – le persone con disabilità visiva potranno pedalare in tandem insieme a guide esperte che li accompagneranno alla scoperta di una Bibione insolita. Insieme a loro, anche tutti coloro che vorranno immergersi nel patrimonio naturale della località, attraverso percorsi che costeggiano la spiaggia e che si addentrano tra boschi di pinete sino al faro sul fiume Tagliamento. Unico requisito, essere equipaggiati con mountain bike, luci e casco, noleggiabili direttamente nella località».
«A Bibione, del resto, la bicicletta – si aggiunge – non è soltanto uno sport o un mezzo di trasporto, ma anche uno dei modi più autentici per entrare in contatto con il paesaggio: oltre 240 chilometri di percorsi ciclabili collegano infatti mare, pineta, laguna ed entroterra, con itinerari spesso accessibili anche alle persone con disabilità».

Come detto, le escursioni nel quadro di Riding in The Dark prenderanno il via dalle terme di Bibione domani 2 giugno, per proseguire poi il 16 e il 30 giugno, il 14, 21 e 28 luglio, il 4, 12, 18 e 25 agosto e l’1 e 8 settembre, con ritrovo 15 minuti prima della partenza, che varierà a ogni appuntamento a seconda del calare del sole. (S.B.)

La partecipazione alle escursioni sarà gratuita, con prenotazione obbligatoria, scrivendo a office@bikeezy.com o telefonando al numero 340 0882929. Per ulteriori informazioni: pr@carterandbennett.com.

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Quando la scuola diventa lo specchio del nostro tempo

1 Giugno 2026 - 11:54am

«Negli ultimi mesi – scrive Rosita Lanciotti – la cronaca ha restituito immagini sempre più frequenti di aggressioni ai docenti, insulti, minacce, episodi di violenza verbale e fisica dentro le scuole. Ma ciò che colpisce è che lo stesso clima sembra attraversare anche altri contesti della vita sociale: nei rapporti quotidiani, nelle famiglie, nello spazio pubblico e digitale. È come se una forma diffusa di fatica relazionale stesse cambiando il modo stesso di stare insieme. Che cosa sta accadendo al nostro modo di abitare le relazioni?» Taisuke Mohri, “The Mirror” (“Lo specchio”)

Negli ultimi mesi la cronaca ha restituito immagini sempre più frequenti di aggressioni ai docenti, insulti, minacce, episodi di violenza verbale e fisica dentro le scuole. Ma ciò che colpisce è che lo stesso clima sembra attraversare anche altri contesti della vita sociale: nei rapporti quotidiani, nelle famiglie, nello spazio pubblico e digitale. È come se una forma diffusa di fatica relazionale stesse cambiando il modo stesso di stare insieme. E da qui nasce una domanda che va oltre i singoli episodi: che cosa sta accadendo al nostro modo di abitare le relazioni?
Da insegnante — e prima ancora da adulta che ogni giorno attraversa la complessità della scuola — faccio fatica a leggere questi fatti come semplici emergenze disciplinari. Sarebbe più rassicurante, ma anche riduttivo. Quello che si manifesta nelle classi sembra piuttosto il punto di emergenza di una fragilità più ampia, che riguarda tutti i contesti della vita sociale, non solo i giovani.
A scuola questa fragilità non resta sullo sfondo: si rende visibile, a volte in modo improvviso. Le classi diventano lo spazio in cui arrivano tensioni che nascono altrove, fatte di solitudine, difficoltà emotive, aspettative contraddittorie, mancanza di tempo relazionale. E spesso gli insegnanti si trovano a reggere ciò che supera il perimetro della sola didattica.

È in questo contesto che, nella mia prima classe, pochi giorni fa è accaduto un episodio che mi ha profondamente colpita: dallo zaino di uno studente è caduta una mannaia. Non c’è stato un gesto violento, né una minaccia esplicita, ma la presenza di quell’oggetto ha attraversato la classe come una frattura improvvisa. In quel momento non ho provato solo paura, ma soprattutto smarrimento: la sensazione che qualcosa ci stia sfuggendo, che i segnali ci siano ma non sempre riusciamo a leggerli.

E proprio dentro quella stessa classe, ogni giorno, incontro anche un’altra forma di complessità. Seguo un ragazzo autistico, molto forte fisicamente, che talvolta si avvicina agli altri con modalità di contatto intense, immediate, che richiedono mediazione costante. In quei momenti il lavoro educativo diventa soprattutto costruzione di confini e possibilità: aiutarlo a riconoscere lo spazio dell’altro, a trasformare l’impulso in relazione, a scoprire forme di interazione più consapevoli. È un percorso fatto di ripetizioni, di pazienza, di aggiustamenti continui. Gli propongo spesso di chiedere ciò che desidera con calma e gentilezza, perché la nostra società sembra avere smarrito proprio la gentilezza nei gesti e nelle parole. E mi accorgo che anche io, come adulta, devo continuamente interrogare il mio modo di stare nella relazione educativa, per non ridurla a reazione ma mantenerla come risposta pensata, non sempre ci riesco!

Questi due episodi, così diversi, non sono però separati. Appartengono allo stesso paesaggio. Entrambi parlano di una difficoltà più profonda: la fatica crescente nel riconoscere l’altro, nel gestire la distanza, nel dare forma alle emozioni. È qui che la scuola diventa specchio di qualcosa che la attraversa ma che non nasce solo in essa.
Mi domando allora quando abbiamo iniziato a perdere umanità. Quando la cura, l’ascolto, la pazienza educativa hanno iniziato a lasciare il posto alla fretta, alla prestazione, alla risposta immediata. Quando la vulnerabilità ha smesso di essere una condizione condivisa ed è diventata qualcosa da nascondere o da evitare.
Forse il punto non è soltanto ciò che vediamo emergere — la rabbia, la violenza, lo spaesamento — ma ciò che precede tutto questo: un indebolimento dei legami, una riduzione degli spazi di relazione autentica, una società che chiede performance, ma fatica a costruire riconoscimento.
Non credo esistano risposte semplici. Ma credo sia necessario fermarsi e riconoscere che ciò che viviamo riguarda tutti. Non come somma di problemi individuali, ma come questione collettiva.
La scuola non può essere sola. Serve una rete reale tra scuola, famiglie e territorio, perché la complessità che attraversa i ragazzi non nasce in un solo luogo e non può essere compresa né affrontata da un solo attore educativo. È un intreccio che ci riguarda tutti e che chiede di essere pensato insieme.

Nella mia classe, alla fine, non ho visto episodi isolati. Ho visto un unico scenario: il nostro tempo, che chiede con urgenza di essere riconosciuto e restituito alla cura come dimensione possibile del vivere insieme.
Per l’epistemologa Luigina Mortari la “politica della cura” non è una dimensione accessoria dell’agire umano, ma una forma fondamentale del vivere insieme: significa riconoscere la vulnerabilità come tratto costitutivo dell’esistenza e assumere la responsabilità dell’altro come parte della propria libertà. È una postura etica e civile che chiede di ripensare i contesti educativi non come luoghi di prestazione, ma come spazi di relazione.

*Insegnante di sostegno.

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Modello DAMA di assistenza medica avanzata alle persone con disabilità: prosegue il percorso per introdurlo in tutto il Piemonte

29 Maggio 2026 - 6:16pm

Nel corso di un incontro con la  Rete Obiettivo DAMA Piemonte, che punta a promuovere l’implementazione nella propria Regione del Modello DAMA (“Assistenza medica avanzata alle persone con disabilità”), la Regione Piemonte ha informato che il documento di ricognizione delle strutture sanitarie che offrono qualche percorso di accoglienza personalizzata per pazienti cosiddetti “non collaboranti” sarà ultimato entro luglio. La Rete resterà dunque in attesa di tale documento nei tempi indicati

Per tutto lo scorso anno avevamo seguito sulle nostre pagine i positivi sviluppi della Rete Obiettivo DAMA Torino, nata nel novembre 2024, con l’intento di promuovere l’implementazione del Modello DAMA (Disabled Advanced Medical Assistance, ovvero “Assistenza medica avanzata alle persone con disabilità”) in Piemonte. Qualche mese fa l’organismo è divenuto Rete Obiettivo DAMA Piemonte, riunendo 37 organizzazioni (a questo link l’elenco completo) impegnate appunto a garantire l’accesso alle cure di persone con disabilità intellettiva, autismo e disturbi del neurosviluppo, cosiddette “non collaboranti”, e come tale ha incontrato nei giorni scorsi la Direzione Sanità della Regione Piemonte, rappresentata da Floriana Montani, con la partecipazione di Franco Ripa. All’incontro stesso era presente, in collegamento, la maggioranza delle realtà aderenti alla Rete.

Per l’occasione, dunque, la Regione ha confermato che il documento di ricognizione delle strutture sanitarie piemontesi che offrono un qualche percorso di accoglienza personalizzata per pazienti non collaboranti sarà ultimato entro luglio 2026. Dal canto suo, la Rete ha preso atto con favore di tale impegno, ritenendolo per altro una risposta ancora parziale e transitoria alle istanze poste.
L’obiettivo sostanziale resta infatti l’attuazione strutturale del Modello DAMA, con i suoi pilastri operativi, da un centralino dedicato a un’équipe formata, dalla presenza del caregiver ad ambulatori con accesso facilitato, fino al fascicolo sanitario personalizzato e a una semplificazione amministrativa.
«Tali richieste, come si legge in una nota diffusa dalla Rete – sono per altro sostenute da impegni istituzionali già assunti, ossia l’Ordine del Giorno n. 323, approvato all’unanimità dal Consiglio Regionale del Piemonte il 4 agosto 2025, che impegna la Giunta ad attivare il Progetto DAMA; l’inserimento del modello tra gli obiettivi del Piano Socio-Sanitario Regionale 2025-2030 del Piemonte (Deliberazione di Consiglio Regionale n. 137-27771 del 22 dicembre 2025); una serie di Ordini del Giorno approvati dai Consigli Comunali di Druento, Nichelino, Beinasco, Collegno, Torino, Grugliasco, Mondovì, Alpignano e Chieri».

«Come chiarito più volte da Maurizio Ghelma, ideatore del modello, il DAMA – ribadiscono una volta ancora dalla Rete piemontese – non è un costo aggiuntivo ma un investimento: consente infatti la presa in carico di pazienti complessi senza interferire con l’attività ordinaria, sostituisce ricoveri plurigiornalieri con sessioni concentrate e — grazie al centralino dedicato — risolve più della metà delle richieste senza accesso fisico al presidio».
La Rete Obiettivo DAMA Piemonte resta dunque in attesa del documento regionale entro i tempi indicati, riservandosi di definire i passi successivi in coerenza con gli impegni assunti dalla Regione. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: reteobiettivodama@gmail.com.

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Essere sibling, ossia fratello o sorella di una persona con disabilità, è una questione che dura tutta la vita

29 Maggio 2026 - 5:08pm

In vista dell’imminente Giornata Europea dei Siblings del 31 maggio, la Fondazione Paideia di Torino ha organizzato il proprio primo “Siblings Day”, ed è stata una giornata piena di storie, emozioni e incontri, rivolta sia ai sibling più giovani che agli adulti, perché, come è stato detto, «essere sibling, ossia fratello o sorella di una persona con disabilità, è una questione che dura tutta la vita» Una bambina e un bambino durante il “Siblings Day” della Fondazione Paideia di Torino

Ci sono bambini che imparano presto a essere forti, a non disturbare, a capire “da soli”. Succede spesso nelle famiglie in cui cresce un figlio con disabilità: mentre tutte le attenzioni si concentrano inevitabilmente sui bisogni più urgenti, fratelli e sorelle finiscono per occupare uno spazio silenzioso, quasi invisibile. Eppure ci sono anche loro, con le loro paure, le domande mai fatte, i sensi di colpa, la voglia di sentirsi semplicemente figli.
Li chiamano siblings e chi vive questa esperienza sa che non è un ruolo che si attraversa soltanto da bambini. «Essere sibling è una questione che dura tutta la vita», ricordava Don Meyer, fondatore del programma internazionale Sibling Support Project. Una consapevolezza da cui parte anche il lavoro della nostra Fondazione [Fondazione Paideia, N.d.R.], che da oltre trent’anni supporta i bambini/bambine con disabilità e le loro famiglie e che intende ora accendere i riflettori proprio su chi troppo spesso resta sullo sfondo.
In vista infatti dell’imminente Giornata Europea dei Siblings del 31 maggio, abbiamo organizzato il 23 maggio scorso il nostro primo Siblings Day, nato all’interno del Paideia Siblings Hub, grazie al sostegno di For Funding, piattaforma di crowdfunding di Intesa Sanpaolo, una giornata pensata non come celebrazione simbolica ma come spazio reale di ascolto e condivisione.

Per l’occasione, il nostro Centro Paideia si è riempito di storie, emozioni e incontri. La mattinata è stata dedicata agli adulti, uomini e donne che da anni convivono con responsabilità emotive spesso difficili da raccontare, accompagnati dallo psicologo e psicoterapeuta Andrea Dondi, già autore dei libri Siblings (San Paolo Edizioni, 2018) e I gruppi di Siblings adulti (San Paolo Edizioni, 2022), e dagli operatori della Fondazione in un momento di confronto intimo e collettivo insieme.
Nel pomeriggio sono arrivati invece i più giovani, dagli 8 ai 18 anni, trasformando il Parco Michelotti di Torino in un luogo dove sentirsi finalmente liberi di parlare di sé. Una caccia al tesoro fatta di giochi, attività di cooperazione e piccoli esercizi di immedesimazione sono diventati, tappa dopo tappa, un modo per dare voce a emozioni che spesso restano trattenute.

Si è trattato in conclusione di una giornata che ha raccontato solo una parte di un lavoro molto più ampio. Nel 2024, infatti, sono stati 125 i sibling coinvolti nei nostri gruppi di supporto, tra laboratori creativi, teatro, incontri dedicati e percorsi di ascolto costruiti per accompagnare l’intera famiglia. A colpire è soprattutto un dato: la fascia più numerosa è quella degli adulti, con 42 partecipanti, il 30% del totale. Un segnale chiaro di quanto il bisogno di confronto non finisca crescendo.
Per questo lo scorso anno abbiamo deciso di rendere stabili anche due gruppi online di supporto dedicati ai giovani adulti, coinvolgendo circa 40 partecipanti da tutta Italia. Uno spazio mensile dove chi per anni si è sentito invisibile può finalmente smettere di esserlo.
Accanto a questo, continua anche il lavoro con genitori, insegnanti e operatori, attraverso percorsi di counselling, consulenze e formazione. Perché sostenere una persona con disabilità significa prendersi cura dell’intero equilibrio familiare. E ricordarsi che nessuno, dentro una famiglia, dovrebbe sentirsi messo ai margini della storia.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Luna Rondana (lrondana@maybepress.it).

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“Distro Coach”: la carrozzina da simbolo di limite a simbolo di energia, partecipazione e protagonismo

29 Maggio 2026 - 4:34pm

«Il progetto “WheelchairGP” trasforma la carrozzina da simbolo di limite a simbolo di energia, partecipazione e protagonismo. Organizziamo veri e propri “Gran Premi delle carrozzine”, con pista, griglia di partenza, speaker, musica, podio, premiazioni, volontari, pubblico e grande attenzione alla sicurezza»: lo scrive Michele Sanguine, fondatore e presidente onorario dell’Associazione WheelchairGP, ma anche rapper noto come “Toro Seduto”, che presenta l’evento “Distro Coach”, promosso per il 31 maggio a Gazzada Schianno (Varese)

Si chiama Distro Coach ed è un evento che si terrà nel pomeriggio del 31 maggio (dalle 16), presso Villa Cagnola di Gazzada Schianno, in provincia di Varese. A promuoverlo è l’Associazione Sportiva Dilettantistica WheelchairGP, che organizza gare di velocità non agonistiche su piste da go-kart dedicate a ragazzi e adulti con disabilità che utilizzano sedie a rotelle elettroniche e triride. A fondarla è stato Michele Sanguine, che ne è anche il presidente onorario e che qui di seguito si presenta ai nostri Lettori e Lettrici, oltre a raccontare in cosa consisterà l’evento del 31 maggio.

Ho 41 anni e vivo a Gallarate (Varese). Sono affetto da distrofia muscolare di Duchenne, grave malattia genetica progressiva causata dalla mancanza della distrofina, proteina fondamentale per la stabilità e il corretto funzionamento dei muscoli. Quando questa proteina manca, i muscoli diventano progressivamente sempre più deboli e fragili e con il passare degli anni la malattia porta alla perdita della forza fisica, alla necessità di utilizzare una carrozzina elettronica e, nei casi più avanzati, al coinvolgimento della respirazione e del cuore.
La distrofia di Duchenne è la stessa malattia che colpì anche Dino Ferrari, figlio di Enzo Ferrari. Dino Ferrari era un giovane ingegnere, scomparso poco più che ventenne, e la sua storia ha reso purtroppo questa patologia conosciuta anche nella storia della famiglia Ferrari.
La mia storia personale è iniziata con una vita apparentemente normale: fino all’età di 11 anni camminavo, ma cadevo all’improvviso, senza riuscire a controllare davvero il mio corpo. Poi, con il peggiorare della malattia, la mia vita è cambiata radicalmente. A 12 anni, a Natale, la mia famiglia mi regalò la mia prima carrozzina. Fu un passaggio difficile, ma anche l’inizio di un nuovo modo di affrontare il mondo.
Oggi vivo attaccato a un respiratore 24 ore su 24 e guido la mia carrozzina elettronica utilizzando il labbro, attraverso un comando molto delicato che mi permette di muovermi nonostante la quasi totale immobilità del corpo. Questa condizione rende ogni cosa più complicata, ma non mi ha impedito di continuare a pensare, creare, comunicare e progettare.
Nonostante questa situazione molto complessa, ho scelto di non lasciare che la malattia diventasse l’unica definizione della mia vita. Il mio corpo è fragile e quasi immobile, ma la mia mente, la mia creatività e la mia voglia di comunicare sono ancora forti. Da anni porto avanti progetti artistici, sportivi e sociali, con l’obiettivo di dimostrare che anche da una carrozzina si può creare, organizzare, comunicare, cantare, emozionare e costruire qualcosa di utile per gli altri.
Sono il fondatore e presidente onorario dell’Associazione Sportiva Dilettantistica WheelchairGP, con sede a Gallarate. L’Associazione è nata per organizzare eventi, manifestazioni e gare dimostrative dedicate a persone che utilizzano carrozzine elettroniche.
Il progetto WheelchairGP trasforma la carrozzina da simbolo di limite a simbolo di energia, partecipazione e protagonismo. Organizziamo veri e propri Gran Premi delle carrozzine, con pista, griglia di partenza, speaker, musica, podio, premiazioni, volontari, pubblico e grande attenzione alla sicurezza. Non si tratta solo di una gara: è un’esperienza di inclusione, socialità e spettacolo, pensata per far vivere alle persone con disabilità una giornata da protagonisti.
L’obiettivo è far capire che la disabilità non deve essere nascosta, compatita o vissuta solo come sofferenza. Una carrozzina non è qualcosa di cui vergognarsi: può diventare un mezzo per incontrare persone, divertirsi, creare eventi, fare squadra e sentirsi parte attiva della società.
Sono inoltre conosciuto artisticamente con il nome di Toro Seduto, tramite il quale ho scelto il rap perché è il linguaggio più vicino alla mia condizione: non riesco a cantare facilmente come un cantante tradizionale, perché devo seguire e rispettare le pause del respiratore. Ogni frase, ogni parola e ogni respiro devono trovare il momento giusto. Per questo il rap, con il suo ritmo parlato e diretto, mi permette di trasformare un limite fisico in una forma di espressione.
La mia attività di cantante rap è iniziata con il videoclip Proteina, brano che racconta in modo diretto e ironico la mia malattia, partendo proprio dalla mancanza della distrofina, la proteina fondamentale per il funzionamento dei muscoli.
Nel mio percorso artistico ho avuto anche l’onore di essere intervistato su Radio Kiss Kiss da Francesco Facchinetti, durante il programma Generazione C. Ho inoltre avuto l’occasione di esibirmi sul palco dell’Alcatraz di Milano, portando la mia storia e la mia musica davanti al pubblico. E ancora, sono stato protagonista a teatro del Toro Seduto Show, spettacolo nato per raccontare la mia vita, la disabilità, la musica e il desiderio di trasformare il dolore in comunicazione, ironia e forza.
Sono anche regista e produttore della webserie Nonno Seduto, progetto creativo visibile a questo link.
Con l’evento Distro Coach del 31 maggio desidero portare un messaggio forte, umano e concreto. Voglio parlare ai ragazzi, alle persone con disabilità, alle famiglie, ai volontari, ma anche a tutte le persone cosiddette “normali”. Voglio raccontare che, anche quando il corpo è quasi immobile e si vive attaccati a un respiratore, si possono ancora fare tante cose con la testa, con il coraggio, con la fantasia e con la voglia di vivere.
Vorrei essere una spinta per tutte quelle persone che si vergognano della propria disabilità, che si sentono osservate, giudicate o messe da parte. Il mio messaggio è semplice: non bisogna vergognarsi di una sedia a rotelle. La carrozzina fa parte della mia vita, ma non cancella la mia identità, i miei sogni, la mia ironia, la mia musica e la mia voglia di essere protagonista.
Il mio obiettivo è dimostrare che la forza non è solo nei muscoli. A volte la forza è nella capacità di pensare, progettare, resistere, rialzarsi e continuare a lottare anche quando la vita sembra toglierti quasi tutto.
Durante l’incontro di Gazzada Schianno verrà presentata l’organizzazione del WheelchairGP, spiegando la strategia, la logistica e il lavoro che c’è dietro alla realizzazione dei nostri Gran Premi delle carrozzine. Sarà un’occasione per far conoscere meglio l’Associazione, il suo spirito, i suoi volontari e il desiderio di coinvolgere nuove persone, aziende, sostenitori e realtà del territorio.
Nel corso dell’evento verrà inoltre lanciato il mio nuovo videoclip musicale, con un brano in cui mi paragono a un pugile: una persona che prende pugni dalla vita, cade, soffre, ma trova sempre la forza di rialzarsi e continuare a combattere.

*Fondatore e presidente onorario dell’Associazione Sportiva Dilettantistica WheelchairGP.

Per prenotarsi all’evento del 31 maggio si può scrivere a info@wheelchairgp.org o inviare un WhatsApp al numero 333 2435834.

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A scuola di volontariato dei diritti

29 Maggio 2026 - 2:25pm

Un volontariato consapevole, competente e indipendente è una necessità: il progetto torinese “A scuola per un volontariato dei diritti” si propone di restituire agli individui e alle associazioni la capacità di capire cosa è loro dovuto, e come pretenderlo. Promossa dall’ULCES, in sinergia con la Fondazione Promozione Sociale, l’Associazione Tutori Volontari e l’UTIM, l’iniziativa ruota attorno al libro omonimo e a un sito internet dedicato. Vediamo di cosa si tratta

C’è una distanza spesso enorme tra il diritto scritto in una legge e il diritto effettivamente ottenuto. Per colmarla occorre conoscenza, competenza, capacità di azione. Non ci si improvvisa, e la buona volontà – da sola – non basta. È da questa consapevolezza, maturata in sessant’anni di lavoro sul campo, che è nato a Torino il progetto A scuola di volontariato dei diritti, promosso dall’ULCES (Unione per la Lotta contro l’Emarginazione Sociale) in sinergia con la Fondazione Promozione Sociale, l’Associazione Tutori Volontari e l’UTIM (Unione per la Tutela delle persone con disabilità intellettiva).
Il progetto ruota attorno a due assi: il volume omonimo, già pubblicato nella collana “Strumenti” della rivista Prospettive. I nostri diritti sanitari e sociali, e il sito www.scuoladeidiritti.it, la sua estensione digitale.

Volontariato dei diritti: una categoria precisa
Occorre distinguere. Il volontariato dei diritti non è il volontariato caritatevole — quello che supplisce alle carenze istituzionali senza intaccarne le cause — né il volontariato gestionale, integrato nel sistema di erogazione dei servizi e spesso in posizione di dipendenza dagli enti pubblici. Il volontariato dei diritti si fonda su quattro pilastri che ne definiscono l’identità: indipendenza assoluta dalle istituzioni, sia pubbliche che private; gratuità integrale delle prestazioni; competenza tecnica, giuridica e organizzativa; continuità dell’azione nel tempo.
Ciò significa che chi pratica questo tipo di volontariato esige quello che è dovuto per legge. Perché non deve essere dato per carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia.

I destinatari
Sono volontari di Associazioni civiche e sociali, familiari di persone con disabilità o malate non autosufficienti, aspiranti tutori e amministratori di sostegno, operatori e cittadini che vogliono capire come funziona concretamente la tutela dei diritti. Le persone da difendere, al centro di tutto, sono quelle che da sole non ce la fanno: minori privi di adeguato sostegno familiare, persone con disabilità intellettiva o autismo, anziani malati cronici non autosufficienti.

Il libro
Il volume è strutturato in due parti complementari. La prima offre le basi culturali e giuridiche: il significato del volontariato dei diritti, il valore della Costituzione, il ruolo del Servizio Sanitario Nazionale, i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), le questioni legate all’ISEE, alla disabilità, alla non autosufficienza, alla tutela e all’amministrazione di sostegno. La seconda è operativa, e non ha equivalenti facilmente reperibili: insegna come scrivere una PEC, presentare una diffida, richiedere l’accesso agli atti, preparare un esposto, promuovere una petizione, comunicare con la stampa, dialogare con le istituzioni. Non teoria applicata dunque, ma strumenti, con esempi e modelli pronti da usare.

Il sito
Il sito www.scuoladeidiritti.it nasce come estensione digitale del volume, ma aspira a diventare qualcosa di più. È pensato infatti come spazio formativo e informativo in continuo aggiornamento: ospita il testo integrale del libro suddiviso per temi, modelli e facsimile scaricabili, un’area didattica con esercitazioni e quiz, il calendario degli incontri formativi, ed altro ancora.

Il percorso formativo
Il cuore operativo del progetto è un ciclo formativo modulare, strutturato. La prima parte comprende l’introduzione al volontariato dei diritti, analisi di norme e strumenti giuridici, approfondimenti su ISEE e amministrazione di sostegno, tecniche di comunicazione e mobilitazione civica e si svolge online. La seconda parte, un laboratorio pratico con simulazioni di casi reali, si tiene in presenza. Al termine del percorso viene rilasciato un attestato finale.
L’obiettivo è formare volontari attivi e costruire una rete stabile di persone competenti, autonome, capaci di intervenire quando i diritti vengono negati.

Perché adesso
Il sistema di welfare si è ristretto, le tutele sono in arretramento, le organizzazioni di rappresentanza collettiva — sindacati, movimenti, enti civici — per varie ragioni hanno perso parte della capacità di pressione che avevano. Le famiglie con un componente con disabilità grave o non autosufficiente sono sempre più sole. In questo scenario, un volontariato consapevole, competente e indipendente è una necessità.
A scuola per un volontariato dei diritti si propone quindi di restituire agli individui e alle associazioni la capacità di capire cosa è loro dovuto, e come pretenderlo.

*Per ULCES di Torino (Unione per la Lotta contro l’Emarginazione Sociale), ulcesodv@gmail.com.

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Programmazione sanitaria, diritti e piena partecipazione sociale: il percorso dell’Agenda della Sclerosi Multipla 2030

29 Maggio 2026 - 1:35pm

Dalla telemedicina poco integrata nei Centri sulla Sclerosi Multipla, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale senza indicazioni ufficiali condivise; dalla riforma della disabilità ancora poco conosciuta dalle persone, all’impatto della sclerosi multipla su lavoro, autonomia e partecipazione sociale: sono alcuni dei nodi portati dall’AISM e dalla propria Fondazione FISM all’attenzione del Parlamento, durante l’incontro celebrativo che ha preceduto la Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla di domani, 30 maggio Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, iluminato di rosso, come accadrà domani, 30 maggio, per la Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla

Dalla telemedicina poco integrata nei Centri sulla Sclerosi Multipla e quasi mai remunerata dal sistema sanitario, fino all’utilizzo dell’intelligenza artificiale senza indicazioni ufficiali condivise; dalla riforma della disabilità ancora poco conosciuta dalle persone, fino all’impatto della sclerosi multipla su lavoro, autonomia e partecipazione sociale: sono alcuni dei nodi portati dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) e dalla propria Fondazione FISM all’attenzione del Parlamento durante la celebrazione della Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla presso la Camera dei Deputati.
Al centro vi è stato il confronto con le Istituzioni, la comunità scientifica e i vari portatori d’interesse sui grandi temi che guideranno l’Agenda della SM e patologie correlate 2030: programmazione sanitaria e piena inclusione e partecipazione sociale. Un percorso che entra dunque nei principali dossier aperti del Parlamento: dalla riforma della disabilità al cosiddetto “DdL caregiver”, dall’accesso all’innovazione terapeutica ai temi delle assicurazioni, dalla semplificazione per l’accesso alla patente, fino alla mobilità, al lavoro e alla presa in carico territoriale.
La celebrazione si è svolta nel pieno della Settimana Nazionale della Sclerosi Multipla, percorso che culminerà con la Giornata Mondiale di domani, 30 maggio, quando oltre 200 monumenti e luoghi simbolici in tutta Italia saranno illuminati di rosso per richiamare l’attenzione sulla sclerosi multipla e sulle patologie correlate. Tra essi anche Palazzo Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi a Roma.

L’Agenda della SM e patologie correlate 2030 definisce obiettivi e direzioni di cambiamento per i prossimi cinque anni attraverso un lavoro di consultazione che ha coinvolto persone con sclerosi multipla, caregiver, professionisti sanitari, ricercatori, istituzioni e altri portatori d’interesse. Al centro del documento vi è un cambio di prospettiva: non limitarsi cioè alla gestione della patologia, ma agire sulla qualità della vita, sull’autonomia, sulla partecipazione sociale e sui diritti delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate.
«Per quanto concreta, pragmatica, fortemente orientata all’azione, la nostra Agenda 2030 ha la necessità di essere calata progressivamente nello spazio e nel tempo, facendosi mozione e campagna di mobilitazione»: lo ha dichiarato Francesco Vacca, presidente nazionale dell’AISM, aprendo i lavori dell’incontro in Parlamento, insieme a Mario Alberto Battaglia, presidente della Fondazione FISM e direttore generale dell’AISM stessa.
In tal senso Vacca ha collegato il percorso dell’Agenda al lavoro dell’Intergruppo Parlamentare sulla sclerosi multipla e patologie correlate e alla costruzione di nuovi “cantieri” di cambiamento condiviso.

Nel corso dell’evento sono intervenuti la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli e il presidente della Commissione Affari Sociali della Camera Ugo Cappellacci. Messaggi istituzionali sono arrivati inoltre dal presidente della Camera Lorenzo Fontana e dalla viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci. È stato anche trasmesso un videomessaggio del presidente di Farmindustria Marcello Cattani.
Nel suo messaggio di saluto, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha ribadito il sostegno alla ricerca scientifica, all’innovazione terapeutica e alla collaborazione tra istituzioni, comunità scientifica e associazioni per costruire percorsi di presa in carico sempre più appropriati e personalizzati. Ha inoltre espresso apprezzamento per il lavoro svolto dall’AISM e per il ruolo dell’Intergruppo Parlamentare sulla sclerosi multipla, definito «uno spazio trasversale ed essenziale per trasformare in misure concrete il diritto alla cura e all’inclusione sociale di tutti coloro che convivono con questa malattia cronica», rinnovando il massimo impegno affinché «nessuno venga lasciato solo nel proprio percorso di cura e di vita».

Proprio al menzionato Intergruppo parlamentare sulla Sclerosi Multipla e patologie correlate, nato nel novembre 2025 come sede stabile di confronto tra Parlamento, Governo, comunità scientifica e associazioni è stato dedicato uno dei momenti centrali della giornata. Tale organismo si inserisce infatti nel percorso politico avviato dall’AISM con la campagna #1000azionioltrelaSM e con le mozioni sulla sclerosi multipla, approvate dalla Camera nel novembre 2024.
«L’Agenda 2030 promossa dall’AISM – ha dichiarato la senatrice Tilde Minasi, co-presidente dell’Intergruppo – rappresenta un passaggio fondamentale: non un semplice documento, ma un percorso di ascolto e co-progettazione che ha coinvolto cittadini con sclerosi multipla, caregiver, clinici, istituzioni e Parlamento, individuando priorità precise su cui intervenire. Da questo lavoro è maturata anche la costituzione, a novembre 2025, del nostro Intergruppo Parlamentare. Ora il compito è consolidare quel percorso e trasformare le priorità emerse in un’agenda istituzionale stabile. È in questa direzione che l’Intergruppo ha già avviato un programma strutturato di confronto e approfondimento, finalizzato a raccogliere evidenze e tradurre i bisogni delle persone con sclerosi multipla in iniziative concrete. L’obiettivo è fare in modo che la voce di queste persone entri stabilmente nei processi decisionali, come criterio permanente per orientare politiche più giuste, efficaci e aderenti alla vita reale».
La deputata Luana Zanella, altra co-presidente dell’Intergruppo, ha sottolineato invece il valore politico e istituzionale del percorso avviato dall’AISM con l’Agenda 2030 e con la consultazione #1000azionioltrelaSM. «Tutto ciò – ha affermato – indica una rotta precisa: diagnosi tempestiva, percorsi di cura omogenei, accesso all’innovazione, riabilitazione, inclusione, lavoro, mobilità, sostegni adeguati e accesso ai servizi. Oltre alla ricerca scientifica che sostiene tutte queste linee di priorità d’azione. In qualità di co-presidente dell’Intergruppo, confermo la volontà e l’impegno di questo organismo a dare continuità a queste priorità attraverso un percorso strutturato di confronto con il mondo scientifico, il Terzo Settore, le Istituzioni nazionali e territoriali e tutti i soggetti coinvolti nella presa in carico delle persone con sclerosi multipla. Affrontare questa malattia nella sua complessità e con le evidenze fornite da AISM e FISM ci consente di mettere a fuoco problemi più ampi e trovare soluzioni normative e politiche che siano in grado di impattare positivamente sull’intero sistema e di qualificare l’azione politica».

A chiudere la celebrazione, vi è stata la firma simbolica della Carta dei Diritti delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate, loro familiari e caregiver da parte dei relatori e degli esponenti istituzionali presenti, come impegno condiviso a trasformare l’Agenda della SM 2030 in azioni concrete per le persone con sclerosi multipla e patologie correlate.
In tal senso, Una Agenda, Mille Agende è il principio che accompagnerà il percorso dell’Agenda della SM 2030: trasformare cioè le priorità condivise in cambiamenti concreti e diffusi, capaci di incidere realmente sulla qualità della vita delle persone entro il 2030. «Siamo tutti chiamati a contribuire, ciascuno per la propria parte, alla costruzione di un sistema più accessibile, equo e vicino alla vita reale delle persone. Un sistema capace di adattarsi alla vita delle persone e non il contrario», ha concluso Vacca.

A delineare il contesto del confronto istituzionale sono stati anche i nuovi dati del Barometro della SM e patologie correlate 2026. Sul fronte della programmazione sanitaria emerge il rallentamento nella diffusione dei PDTA aziendali e interaziendali (Piani Diagnostici Terapeutici Assistenziali), ritenuti strumenti efficaci per costruire percorsi realmente integrati di presa in carico, frenati però dalla persistente crisi di personale. Nei Centri sulla Sclerosi Multipla, infatti, il carico supera le 600 persone per neurologo, oltre il doppio dello standard indicato dall’AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali).
I dati evidenziano anche il miglioramento delle cure neurologiche, che si riflette nella riduzione dell’intervallo diagnostico medio: si è passati da oltre 76 mesi per le persone con sintomi insorti prima del 2000 a meno di 19 mesi per quelle con esordio tra il 2020 e il 2022. Restano però criticità nella diagnosi precoce, soprattutto nella capacità di riconoscimento dei sintomi e nella formazione dei medici di medicina generale.
Particolare attenzione, quindi, è stata dedicata alle nuove tecnologie, con la telemedicina che, come accennato in precedenza, non viene quasi mai riconosciuta economicamente ed è quindi poco incentivata nella pratica clinica.
Cresce parallelamente il ricorso all’intelligenza artificiale, ma 3 persone su 4 segnalano l’assenza di indicazioni ufficiali e strumenti condivisi di governance e sperimentazione, ritenendo che tale assenza di regolamentazione possa comportare rischi clinici rilevanti. Molti, infine, evidenziano l’urgenza di investire nella formazione dei professionisti sanitari.
Nel corso dell’incontro è stato poi richiamato il tema dell’attuazione della riforma della disabilità e del nuovo modello di valutazione e progetto di vita: oltre la metà delle persone con sclerosi multipla ha affrontato più di un accertamento negli ultimi tre anni. Persistono inoltre forti criticità nella valutazione dei cosiddetti “sintomi invisibili” e nella preparazione delle commissioni medico-legali. Secondo i dati presentati, il 63,6% delle persone coinvolte nelle Province interessate dalla sperimentazione dichiara di conoscere poco o nulla il nuovo sistema di valutazione.
Per quanto concerne la scuola e l’università, essi restano contesti ritenuti ad alto rischio di esclusione per le persone con sclerosi multipla e patologie correlate in assenza di accomodamenti ragionevoli e strumenti adeguati di supporto.
Forte è anche l’impatto sul lavoro e sull’autonomia personale, così come restano diffuse discriminazioni e barriere nella vita quotidiana.
Quasi sei persone su dieci con disabilità grave dichiarano infine di non riuscire a realizzarsi pienamente nella propria vita personale e sociale, a conferma di come l’inaccessibilità degli ambienti e dei contesti di vita continui ancora oggi a limitare concretamente diritti, autonomia e partecipazione. (B.E. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbara.erba@aism.it.

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Come l’Amministrazione Trump sta pesantemente ostacolando le Conferenze ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

29 Maggio 2026 - 12:45pm

L’ampliamento delle restrizioni sui visti d’ingresso da numerosi Paesi, nonché la possibilità di negare i visti stessi a persone con patologie croniche o disabilità, se considerate come un potenziale «peso pubblico»: questi provvedimenti introdotti dall’Amministrazione Trump renderanno la prossima Conferenza ONU di New York sui Diritti delle Persone con Disabilità una delle meno partecipate di sempre. Una condanna formale è arrivata da DPI Europe con una mozione approvata dall’Assemblea del Forum Europeo sulla Disabilità A causa dei provvedimenti dell’Amministrazione Trump, la prossima Conferenza degli Stati Parti sulla Convenzione ONU per i Diritti delle Persone con Disabilità, in programma a New York dal 9 all’11 giugno, sarà una delle meno partecipate di sempre

«1. Gli Stati si riuniscono regolarmente in una Conferenza per esaminare ogni questione concernente l’applicazione della presente Convenzione. 2. Le riunioni della Conferenza vengono convocate dal Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ogni biennio o su decisione della Conferenza degli Stati Parti»: è questa la sostanza del quarantesimo articolo della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, e quella Conferenza, che si svolge al Palazzo delle Nazioni Unite di New York, giungerà dal 9 all’11 giugno alla sua diciannovesima edizione (in acronimo COSP19).
Perché dunque DPI Europe (Disabled Peoples’ International) ha recentemente presentato a Cipro una propria mozione, nell’àmbito dell’Assemblea dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, mozione approvata all’unanimità, in cui «si condannano formalmente le misure restrittive statunitensi in materia di visti, in quanto violazione dell’articolo 40 della Convenzione» e «si sollecita il Segretario Generale delle Nazioni Unite e l’Ufficio della COSP a trasferire la COSP19 in una città in grado di garantire una partecipazione senza ostacoli», guardando ad esempio a città europee come Ginevra e Vienna?
Il motivo è purtroppo semplice e va individuato nelle politiche estremamente restrittive sulla libera circolazione adottate negli Stati Uniti dall’Amministrazione Trump e segnatamente sulla concessione dei visti d’ingresso a chi proviene dall’estero.
Riassumiamo dunque alcuni elementi, così come evidenziati da DPI Europe, secondo cui una parte significativa dei partecipanti della società civile, potenzialmente dal 30% al 50% di quelli provenienti da Paesi non occidentali, potrebbe non essere in grado di intervenire alla Conferenza del 9-11 giugno.

Innanzitutto va ricordato che a partire dal 1° gennaio di quest’anno, il Proclama Presidenziale Statunitense 10998 ha ampliato le restrizioni sui visti e sull’ingresso negli Stati Uniti per i cittadini e le cittadine di 39 Paesi, con quelli di Stati come l’Afghanistan, il Burkina Faso, Haiti, il Mali e il Sudan soggetti a un divieto quasi totale di rilascio di visti.
Nel complesso la sospensione risulta essere totale per 19 Paesi, parziale per altri 20, tra cui Nigeria, Venezuela e Cuba, rispetto ai quali sono stati ad esempio sospesi i Visti turistici B-1/B-2, ossia proprio la categoria richiesta ai rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative per partecipare alle Conferenze delle Nazioni Unite.

Ancor più problematiche, guardando alla disabilità, risultano essere le conseguenze di una Direttiva Sanitaria prodotta nel novembre dello scorso anno dall’Amministrazione Trump. Quest’ultima, infatti, impone ai funzionari consolari di negare i visti alle persone con patologie croniche o disabilità, se considerate come un potenziale «peso pubblico». I funzionari stessi devono quindi valutare se la disabilità di una persona possa richiedere «cure costose a lungo termine» o se disponga dei «mezzi finanziari per coprire le future spese mediche».
«Poiché la Conferenza ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riguarda specificamente queste ultime – sottolineano da DPI Europe – questa Direttiva agisce come una sorta di “filtro mirato”, consentendo ai funzionari di negare l’ingresso in base al profilo fisico o neurologico del richiedente».

Alla luce dunque del classico profilo dei partecipanti alle Conferenze COSP e dei provvedimenti or ora citati, considerando che storicamente circa il 40% delle Organizzazioni Non Governative registrate proviene dal Sud del mondo e dato che il “blocco dei visti per immigrati” in un totale di 75 Paesi ha creato un arretrato con conseguenze anche sulle procedure per i visti dei non immigrati, i semplici ritardi impediranno a centinaia di persone di essere a New York.
Sebbene poi i delegati ufficiali delle Nazioni Unite godano di una certa tutela ai sensi dell’Accordo sulla sede delle Nazioni Unite, che definisce lo status giuridico, i privilegi e le immunità che lo Stato ospitante garantisce alle stesse Nazioni Unite, appare evidente che l’Amministrazione Trump ha sempre più spesso utilizzato la “sicurezza nazionale” come pretesto per aggirare tali obblighi.
In sostanza, si prevede che i tassi di rifiuto per la COSP 19 saranno di circa il doppio rispetto a quelli della precedente sessione del 2024 e che l’imminente sessione della Conferenza sarà una delle meno diversificate nella storia della Convenzione, con una rappresentanza fortemente sbilanciata verso coloro che già risiedono negli Stati Uniti o provenienti da nazioni occidentali “esenti” da restrizioni.

Di fronte a questa situazione, per altro, varie importanti organizzazioni internazionali per i diritti delle persone con disabilità e organizzazioni affiliate alle Nazioni Unite non sono rimaste con le mani in mano, iniziando a spostare la propria attenzione verso le menzionate città europee di Ginevra e Vienna per garantire una partecipazione globale. Sebbene infatti la COSP19 ufficiale rimanga in programma a New York dal 9 all’11 giugno, una serie di altri eventi si sono già svolti o si svolgeranno, a partire dalla Conferenza di febbraio a Vienna di Zero Project, presso la sede delle Nazioni Unite della capitale austriaca, rispetto alla quale molte Organizzazioni Non Governative hanno reindirizzato il loro budget di viaggio, sostituendo quello previsto per giugno a New York.
Sempre Vienna ospita inoltre “incontri satellite regionali”, per consentire ai delegati provenienti da Africa e Asia di partecipare in tempo reale, pur venendo loro negato l’ingresso in Europa.
Per quanto poi concerne Ginevra, che è sede dell’Alto Commissariato dei Diritti Umani e del Comitato per i Diritti delle Persone con Disabilità, organismo, quest’ultimo, preposto a monitorare l’attuazione della Convenzione nei vari Stati, nella città svizzera varie alleanze internazionali per i diritti delle persone con disabilità, come l’IDA (International Disability Alliance), stanno promuovendo eventi collaterali durante la stessa settimana della COSP 19 di New York, eventi pensati per essere trasmessi in diretta streaming nelle sale conferenze del Palazzo delle Nazioni Unite, garantendo che le voci del Sud del mondo vengano ascoltate.
E ancora, siccome in questo 2026 verranno eletti nove membri del citato Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, i candidati che non potranno recarsi a New York stanno sempre più spesso allestendo “centri di campagna elettorale” a Ginevra per incontrare le missioni diplomatiche che vi hanno sedi secondarie.
E da ultimi, ma non ultimi, anche “incontri satellite” per fungere da “preparazione” a coloro che non potranno entrare negli Stati Uniti, uno dei quali si è svolto nei giorni scorsi proprio in Italia, ed esattamente a Vicenza, ovvero Europe in Action 2026, evento cruciale per il movimento delle persone con disabilità intellettive, di cui ci siamo ampiamente occupati anche sulle nostre pagine.
Infine l’evento Bali WDRC 2026, Conferenza mondiale sulla disabilità e la riabilitazione, in programma il 10 e l’11 agosto prossimi in Indonesia, che offrirà un solido modello di partecipazione anche da remoto, specificamente pensato per i delegati dei 75 Paesi attualmente soggetti al blocco dei visti per gli Stati Uniti. (Stefano Borgato)

Ringraziamo Giampiero Griffo per la collaborazione.

A questo e a questo link sono rispettivamente disponibili (in inglese) il testo della mozione di DPI Europe approvata all’unanimità dalla recente Assemblea dell’EDF e un riassunto sugli elementi che che hanno portato alla mozione stessa.

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Progettazione universale come imperativo categorico per i pieni diritti di cittadinanza

28 Maggio 2026 - 6:35pm

«Progettare secondo i princìpi dell’Universal Design – scrive Gabriele Fabbri – significa concepire, realizzare e distribuire ambienti, prodotti, sistemi grafici e servizi che siano fruibili fin dal principio dal maggior numero di persone possibile, senza alcun bisogno di adattamenti successivi, soluzioni posticce o marchiature speciali che finiscono inevitabilmente per generare stigma e separazione sociale» Una realizzazione grafica dedicata al Design Universale (“progettazione per tutti e tutte”)

Nel panorama normativo, amministrativo e culturale italiano, il tema dell’accessibilità viene ancora troppo spesso confinato all’interno di una dimensione settoriale, emergenziale o puramente assistenziale. Infatti, nonostante decenni di battaglie della società civile e delle associazioni impegnate sul tema, quando si affronta il nodo delle barriere architettoniche, sensoriali, digitali o cognitive, l’approccio predominante delle amministrazioni e dei progettisti resta purtroppo quello della “soluzione speciale” o della compensazione ex post.
Si individua cioè una specifica categoria di utenti considerata “non standard”, si calcolano le deroghe e si progetta un intervento separato, isolato dal contesto generale e spesso ghettizzante. È invece tempo di affermare con assoluta fermezza che questa impostazione è culturalmente superata, ma anche economicamente inefficiente. Il Paese ha bisogno di una transizione normativa e culturale radicale verso un concetto chiaro come quello dell’Universal Design, che a settembre arriverà alla Camera dei Deputati e che quest’estate girerà per l’Italia per continuare a farsi conoscere, inteso come vero e proprio atto politico universalistico.

L’Universal Design (in italiano “progettazione universale”) non dev’essere confuso con un sinonimo più moderno o accattivante di “abbattimento delle barriere”, né tanto meno può essere percepito come un favore o una concessione eccezionale fatta a una minoranza di cittadini. Si tratta, al contrario, di un paradigma progettuale ed etico radicale, che assume la diversità delle esigenze umane non come un’eccezione statistica, ma come una caratteristica intrinseca, naturale, strutturale e permanente della società nel suo complesso.
Progettare secondo i princìpi dell’Universal Design significa concepire, realizzare e distribuire ambienti, prodotti, sistemi grafici e servizi che siano fruibili fin dal principio dal maggior numero di persone possibile, senza alcun bisogno di adattamenti successivi, soluzioni posticce o marchiature speciali che finiscono inevitabilmente per generare stigma e separazione sociale.
Il passaggio storico da un vecchio modello di “integrazione a richiesta” a un reale modello di “inclusione di diritto” richiede un impianto legislativo chiaro, vincolante e strutturato, capace di dialogare in modo sinergico con le istituzioni nazionali e i territori. Progettare in modo universale significa comprendere che l’equità nell’uso degli spazi pubblici, l’intuitività dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione e la sicurezza ambientale non sono optional normativi lasciati alla buona volontà dei singoli enti, ma prerequisiti materiali essenziali per l’esercizio dei diritti civili fondamentali e della stessa democrazia.

Ora la vera sfida che viene lanciata è alla politica e ai decisori pubblici che devono/possono raccogliere approvando un disegno di legge, quello dell’Universal Design appunto, che sia in grado di progettare e riprogettare il mondo comune finalmente a misura di tutti e tutte, per tutti e per tutte nessuno escluso.

*Dottore in Giurisprudenza.

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Non posso aggiustarti, ma posso incontrarti!

28 Maggio 2026 - 6:03pm

«Non possiamo – per fortuna! – aggiustare le persone, perché sembrino il più possibile “normali” – scrive Elena Malagoli, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse -, non è giusto inchiodarle al mito del “disabile-supereroe” che, nonostante le difficoltà, fa praticamente tutto “come noi”. Possiamo conoscerle, incontrarle e amarle per quello che sono. E accorgerci che, proprio per quello che sono, possono offrirci un accesso alle innumerevoli, preziose sfumature di questa umanità che tutti ci accomuna» (Immagine tratta da “Pixabey”)

Come tanti genitori di figli con grave disabilità, anche io all’inizio mi gettai a capofitto nella ricerca della “cura”. Interrogai tanti professionisti, tanti genitori come me, scandagliai il web attaccata allo schermo giorno e notte, mentre nella mia vita e nella mia famiglia si aprivano crepe sempre più profonde, e io nemmeno me ne accorgevo (e infatti di lì a poco sarebbe crollato tutto).
Ero disposta a portare questa mia figlia ovunque, anche in capo al mondo, per consentirle di avvicinarsi il più possibile alla “normalità”.
Non mi rendevo conto che non lo stavo facendo per lei, come dicevo a me stessa, ma per me. Perché in questo modo mi sembrava di “fare qualcosa”, di arginare quel senso di impotenza totale al quale non volevo arrendermi, perché non accettavo che tutta la vita che conoscevo dovesse subire una trasformazione così radicale.
Rivolevo indietro la mia vita, rivolevo indietro la figlia e la famiglia e il futuro che avevo immaginato, non ero pronta ad aprire le mani per lasciarlo andare, perciò stringevo disperatamente in pugno la speranza di una “cura”.
E purtroppo i terapeuti che all’epoca consultavo, mi assecondavano in questa ricerca, consigliando varie terapie riabilitative, consulti con ulteriori specialisti, strategie innovative, ma era un ciclo estenuante senza fine, dove “aggiustavi” una cosa e se ne “rompeva” un’altra.
Finché un giorno parlai con lei, una dottoressa anziana, di grande esperienza in “casi” come quello di mia figlia, prossima alla pensione. Fu la prima che mi guardò con uno sguardo compassionevole di madre. «Devi accettare che Ilaria è grave – mi disse – e nella sua condizione il meglio che puoi fare, per lei e per te, è preservare il suo benessere. Una coccola, un giro al parco tranquille, tenerla sul petto mentre guardate un film sul divano, per lei sono la cura».
Piansi ascoltando quelle parole, piansi per il dolore di dover aprire le mani e lasciare scivolare via il mio sogno, piansi per il sollievo di poter finalmente arrendermi.
Dopo tanti anni ringrazio e benedico quella dottoressa, perché ora so che mi ha ridato mia figlia, per come è veramente, non per come l’avevo immaginata.
Non possiamo – per fortuna! – aggiustare le persone, perché sembrino il più possibile “normali”. Non è giusto inchiodarle al mito del “disabile-supereroe” che, nonostante le difficoltà, fa praticamente tutto “come noi”. Possiamo conoscerle, incontrarle e amarle per quello che sono. E accorgerci che, proprio per quello che sono, possono offrirci un accesso alle innumerevoli, preziose sfumature di questa umanità che tutti ci accomuna.
La disabilità, la diversità, la fragilità, non sono inciampi da cui rialzarsi in fretta, non sono storture da sistemare o da camuffare. Sono specifiche espressioni della vita, da accogliere, da ascoltare, da incontrare. E da proteggere, se necessario. Non per buonismo, non per ammirazione del “supereroe” ma perché sono semplicemente, meravigliosamente, vita.
Perché sono quell’umanità che è nostra, che tutti ci riguarda, che è tutto ciò che abbiamo.
All’inizio mi chiedevo: «Come posso aggiustarti?». Ora mi chiedo: «Come posso incontrarti?». E fra le due domande il percorso è stato duro, faticoso, doloroso. Ma lo rifarei mille volte.

*Caregiver familiare, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie.

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Anche con una grave forma di osteogenesi imperfetta l’autonomia è un traguardo raggiungibile

28 Maggio 2026 - 5:45pm

«Anche con forme gravi di osteogenesi imperfetta l’autonomia è un traguardo raggiungibile»: lo dice Leonardo Panzeri, presidente dell’ASITOI, presentando il 42° Convegno Nazionale della propria Associazione (“La Mia AutonoMia – Scegliere per sé, passo dopo passo”), in programma domani, 29 maggio e sabato 30 a Sesto San Giovanni (Milano). E lo confermò con tutta la sua esperienza di vita anche un grande giornalista come Franco Bomprezzi, primo direttore responsabile di Superando, affetto appunto da osetogenesi imperfetta Franco Bomprezzi (1952-2014), primo direttore responsabile di Superando, al quale l’osteogenesi imperfetta non impedì di diventare un grande giornalista

Fragilità e deformità delle ossa, fratture spontanee anche per minimi urti, traumi o torsioni già a partire dall’infanzia, disabilità motorie anche gravi: sono alcune delle principali caratteristiche dell’osteogenesi imperfetta, nota anche come la “malattia delle ossa di vetro” che ha un’incidenza stimata di 1 su 10.000 nati, e coinvolge numerose persone anche in Italia. Ne era affetto anche il primo indimenticato direttore responsabile del nostro giornale, Franco Bomprezzi.
Domani, 29 maggio e sabato 30 a Sesto San Giovanni nella Città Metropolitana di Milano (AC Hotel by Marriott Milan Sesto), l’ASITOI (Associazione Italiana Osteogenesi Imperfetta (As.It.O.I. ETS) – che dal 1982 fa incontrare le persone con osteogenesi imperfetta e sensibilizza la comunità medico-scientifica sulla necessità di fare ricerca e prendere in carico i pazienti con consapevolezza – promuoverà il suo 42° Convegno Nazionale dal titolo La Mia AutonoMia – Scegliere per sé, passo dopo passo, «allo scopo principale – come viene detto in sede di presentazione – di incoraggiare i pazienti e le loro famiglie a guardare oltre i limiti dell’osteogenesi imperfetta e a progettare con gradualità una vita sempre più indipendente, tra scuola, lavoro e relazioni».

«Oggi intorno alla nostra Associazione – sottolinea Leonardo Panzeri, presidente dell’ASITOI – ruotano oltre 1.000 famiglie a livello nazionale, che mettiamo quotidianamente in contatto con specialisti e centri medici in grado di gestire i problemi che comporta l’osteogenesi imperfetta. Tuttavia, guardare a chi ha questa malattia solo come un paziente o una persona con disabilità non basta. Per questo, puntiamo a ricordare che l’autonomia è un traguardo raggiungibile: anche con forme gravi di osteogenesi imperfetta, infatti, è possibile oggi vivere pienamente ogni istante, andare a scuola e all’università, viaggiare, svolgere un lavoro gratificante, formare una famiglia e avere dei figli».
«Il nostro convegno nazionale di quest’anno – aggiunge – offrirà tanti strumenti di conoscenza per avviare un percorso di vita indipendente, aprendo a una riflessione utile anche in senso generale, perché crediamo sia indispensabile porre sempre al centro la persona in ogni contesto sociale, guardando oltre i limiti di ogni forma di disabilità e delle patologie che la causano». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento, a quest’altro link il programma completo del convegno. Per altre informazioni: Marco Penna (marpenna2018@gmail.com).

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Il diritto al lavoro non è una terapia occupazionale

28 Maggio 2026 - 5:13pm

«Si continua a non capire – scrive tra l’altro Gianfranco Vitale – che l’assenza di un lavoro, o la sua estrema precarietà, si traduce per le persone con disabilità in una condizione di grave esclusione sociale, dipendenza economica cronica e impoverimento personale. Ma il problema dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Italia non è solo culturale o morale: è anche, e soprattutto, strutturale»

Il problema dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Italia non è solo culturale o morale: è anche, e soprattutto, strutturale.
Ho già affrontato questo delicato capitolo in altri articoli e Superando ne ha ampiamente trattato con competenza e autorevolezza — basti pensare, ad esempio, ai recenti contributi firmati da Luca Grecchi. Mi limiterò dunque a ricordare l’essenziale, in alcuni casi pescando nella mia sempre più labile memoria.

In Italia lavorano appena 3 persone con disabilità su 10. I dati del XXVI Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) ci dicono che nel 2023 risultava occupato il 33% delle persone con disabilità con gravi limitazioni e il 57% di quelle con disabilità non grave: percentuali comunque inferiori rispetto alla media nazionale. Anche quando lavorano, poi, le persone con disabilità possono andare più facilmente incontro a situazioni di disagio economico.
Secondo alcune rilevazioni riportate da Alley Oop–Il Sole 24 Ore, lo stipendio medio annuo di una persona con disabilità si attesterebbe intorno ai 18.000 euro, contro una retribuzione media annua nel settore privato pari a 38.565 euro nel 2023, secondo l’ISTAT. Inoltre, come stima l’OIL, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le persone con disabilità occupate percepiscono in media una retribuzione oraria inferiore del 12% rispetto agli altri lavoratori.
Sempre in Italia ci sono circa 145.000 posti di lavoro “obbligatori”, previsti dalla Legge 68/99, che restano scoperti. Questi numeri non sono il frutto di una congiunzione astrale negativa. La verità è che, nella maggior parte dei casi, le aziende continuano a non assumere perché il sistema rende spesso più conveniente pagare una sanzione piuttosto che impiegare una persona con disabilità senza strumenti adeguati di supporto.

Ma quali strumenti mancano? Manca, innanzitutto, una vera rete di accompagnamento. E resta irrisolto il nodo della formazione continuativa, che per le aziende — ma aggiungo anche per la stessa persona con disabilità — è assolutamente prioritario.
Perché sorprendersi, allora, se proliferano assunzioni saltuarie anziché stabili, elemosine travestite da tirocini, stage e borse lavoro farlocche, spesso pagate con compensi irrisori, quando non inesistenti? Sempre più frequentemente si viene a contatto con queste realtà, il più delle volte sommerse, di cui nessuno parla o di cui, più comodamente, si preferisce non parlare.
A chi non è capitato di entrare in qualche bar, ristorante o — soprattutto in questo periodo — in qualche stabilimento balneare, imbattendosi in ragazzi o persone considerate superficialmente “strane”, che lavorano all’interno di questi cosiddetti “enti accoglienti”? Potrebbero essere persone autistiche, persone con sindrome di Down o con altre disabilità, impegnate nelle mansioni più disparate.
A me, di recente, è capitato di soffermarmi su un giovane che aveva tratti chiaramente autistici. Qualcuno — suppongo il titolare — mi ha detto che era lì grazie a una borsa lavoro, per «pulire dalle otto alle dieci del mattino i poggiavattelapesca (li chiamo così perché non saprei davvero come altro definirli), quelli attaccati ai pali degli ombrelloni». Avrei voluto chiedere: «Borsa lavoro erogata da chi? Comune? Servizi Sociali? Regione?». Erogata a chi? Con quali criteri? Con quale progetto educativo, formativo o professionale alle spalle?
Dovrebbero essere risposte dovute, perlomeno verso chi si fa un mazzo tanto per scrivere progetti, firmare accordi di rete, girare tra commercialisti e consulenti del lavoro, sperando di trovare per i propri figli o familiari una forma di impegno almeno dignitosa e coerente con la loro persona.
Posso immaginare la frustrazione di quelle famiglie e di quelle pochissime Associazioni che hanno provato davvero ad attivarsi in prima persona. Dopo tanto bussare, dopo mesi o anni fatti di niente, il Comune individua finalmente, insieme ad ASL e Servizi, un ente accogliente per attivare una borsa lavoro destinata a un giovane adulto autistico. Risultato? Tre mattine a settimana — inizialmente erano due (così mi ha detto il tipo tatuato, con cappellino griffato, che avevo di fronte) — quel giovane lavora per due ore, dalle 8 alle 10 del mattino, in uno stabilimento balneare. Retribuzione: zero euro. Viene coperta soltanto la quota INAIL, così tutti si parano il… «Non ci sono soldi». E bisogna pure essere grati per questa “opportunità”.

Eppure c’è ancora chi ha il coraggio di chiamare tutto questo “terapia occupazionale”, quando in realtà altro non è che una forma legalizzata di sfruttamento. Tocca ascoltare giustificazioni ipocrite da parte di istituzioni e servizi che — con la connivenza di enti accoglienti ed enti di formazione — continuano a trascinare questi ragazzi dentro sabbie mobili fatte di stage, tirocini e WEX (Work EXperience), perché chiamarli banalmente “periodi di prova” sarebbe troppo vicino alla verità. Nel frattempo non si restituisce mai loro dignità. Non si chiede quasi mai cosa vorrebbero fare da grandi. Alla faccia della “Persona al centro” sbandierata ai quattro venti dalla ministra per le Disabilità Locatelli. Alla faccia della Legge 328/00, della riforma sul Progetto di Vita e del principio di autodeterminazione sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/09.
Si continua a non capire che l’assenza di un lavoro — o la sua estrema precarietà — si traduce per le persone con disabilità in una condizione di grave esclusione sociale, dipendenza economica cronica e impoverimento personale.
Il lavoro non è soltanto reddito. È il principale canale di socializzazione, riconoscimento e realizzazione individuale. La mancanza di occupazione riduce drasticamente le reti relazionali, mina l’autostima e aumenta il rischio di depressione e isolamento. La precarietà rende inoltre quasi impossibile ogni percorso di emancipazione dal nucleo familiare. E quando i genitori vengono a mancare, l’assenza di un reddito proprio e stabile porta troppo spesso a istituzionalizzazioni coatte o a esistenze di estrema marginalità.

E allora, se una persona autistica — o qualunque altra persona con disabilità — dovesse manifestare comportamenti problematici all’interno di questi contesti “fuffa”, per l’amor di Dio non ci si nasconda dietro la sua condizione. Non si scarichino sulla disabilità e sulla persona stessa le responsabilità di un fallimento annunciato. Non si può sempre vincere facile. Ogni tanto, infatti, bisognerebbe avere il coraggio di cospargersi il capo di cenere e ammettere, con umiltà, le proprie responsabilità. E io, ai Servizi, alle ASL e ai Comuni lo dico chiaramente: in questi casi la colpa è tutta vostra!

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Quel che serve per arrivare realmente alla deistituzionalizzazione delle persone con disabilità

28 Maggio 2026 - 2:07pm

«I maggiori freni alla deistituzionalizzazione delle persone con disabilità – scrive Germano Tosi – derivano da un mix di povertà di risorse, modelli culturali radicati, conflitti di interessi e normative ancora poco coerenti con il diritto a vivere in modo indipendente e a essere inclusi nella collettività. Superare questi ostacoli richiede politiche chiare, investimenti stabili e una vera inversione di rotta che metta al centro la voce e la scelta delle persone con disabilità»

ENIL Italia (European Network on Independent Living) conferma e sostiene l’adesione alla campagna di sensibilizzazione del Centro Informare un’h, voluta per promuovere il processo di deistituzionalizzazione per le persone con disabilità e il loro diritto di scelta su come, dove, con chi vivere la propria vita. La deistituzionalizzazione delle persone con disabilità, infatti, non è solo un cambiamento di luogo di vita, ma un passo fondamentale verso il riconoscimento di un diritto umano e soggettivo sancito in via prioritaria dalla Costituzione Italiana che oggi è ancora frenato da una serie di ostacoli strutturali, economici e culturali, evidenziati sia nelle relative Linee Guida dell’ONU che nelle analisi sul contesto italiano, modelli che ancora resistono nella pratica e nel pensiero collettivo.
Dal lavoro di ENIL Italia e dalle citate Linee Guida dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità, emerge chiaramente che gli istituti non sono “protezioni” ma forme di controllo che limitano autonomia, libertà e dignità. Il Commento Generale numero 5 arrivato dalle Nazioni Unitre, sul diritto a vivere in modo indipendente ed essere inclusi nella collettività, è il modello basilare a cui ogni Stato dovrebbe rivolgersi per costruire politiche realmente improntate alla deistituzionalizzazione.
La recente Legge Delega 227/21 in materia di disabilità si prefigge di riformare le disposizioni vigenti in questa materia. Il Governo ha ricevuto infatti la delega ad adottare Decreti Legislativi specifici atti a rinnovare profondamente il sistema degli accertamenti, dei sostegni e delle tutele, introducendo nuovi modelli con procedimenti complementari sulla valutazione di base e la valutazione multidimensionale della condizione di disabilità. Modelli funzionali alla successiva elaborazione del Progetto di Vita che deve valorizzare le potenzialità individuali e promuovere il protagonismo e l’autonomia della persona con disabilità.
C’è finalmente il riconoscimento del diritto all’autogestione del progetto personalizzato e partecipato sulla base della propria autodeterminazione, tramite il Decreto 14 gennaio 2025 n. 17. Ci chiediamo però: perché i riferimenti al processo di deistituzionalizzazione presente nella Legge Delega 227/21 non sono stati inseriti nel Decreto Attuativo di essa 62/24, importantissimo per il vero “cambio di paradigma”?

Deistituzionalizzazione come diritto
La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e in particolare l’articolo 19 di essa, sancisce il diritto a vivere in modo indipendente e a essere inclusi nella collettività, senza essere costretti in “sistemazioni” prestabilite. Significa quindi smantellare progressivamente i modelli residenziali totalizzanti e sostituirli con servizi comunitari e personalizzati sul territorio, finanziando sostegni e abitazioni inclusivi anziché istituti.
ENIL Italia sottolinea che la vita indipendente si costruisce su un progetto di vita personalizzato, in cui la persona è sempre il protagonista assoluto delle scelte, sulla base della propria autodeterminazione espressa in ogni forma e livello possibile. L’accrescimento della consapevolezza (empowerment) si acquisisce anche per mezzo del lavoro del consulente alla pari e delle Agenzie per la Vita Indipendente, ma, in particolar modo, tramite l’opera e l’esperienza diretta di Associazioni come la nostra, impegnate da oltre trent’anni su questa tematica, con un lavoro formativo per trasformare le persone con disabilità in veri protagonisti della loro vita. Questo implica che chi vive con una disabilità abbia reale voce in capitolo su dove abitare, con chi condividere la casa e con quali servizi di supporto, sostegni economici che garantiscano dignità e copertura dei contratti lavorativi dei propri assistenti personali, per vivere a casa propria anziché essere costretti a spostarsi o “collocati” sulla base di logiche burocratiche o di comodità dei servizi.

Vivere come, dove, quando e con chi si vuole
La deistituzionalizzazione non è un obiettivo solo “fisico” (dall’istituto a una casa), ma un cambiamento atto a riconoscere che ogni persona ha il diritto di gestire il proprio tempo, le relazioni e le attività quotidiane secondo i propri ritmi e desideri. Questo significa disporre di aiuti personalizzati e sostegni sociali e abitativi mirati, senza sostituirsi al potere decisionale della persona stessa, per far sì la disabilità non diventi sinonimo di rinuncia alla vita adulta.
I servizi comunitari, però (salute mentale, sostegni personalizzati, abitazioni condivise), sono ancora cronicamente sottofinanziati e con carenze di personale, il che limita la capacità di sostenere percorsi di migrazione dagli istituti. Si tratta di una carenza di investimenti in abitazioni inclusive e in reti diffuse di supporto, che costringe a mantenere strutture residenziali per “mancanza di alternative realistiche”. Ostacoli burocratici e amministrativi (ad esempio lentezze nell’attivazione di progetti abitativi condivisi, conflitti di competenza tra Comuni, ASL, Regioni) che bloccano o rallentano percorsi di uscita già delineati.
Vi sono quindi comunità alloggio con spazi ridotti nei quali le persone sono obbligate a vivere senza un minimo di privacy e costrette a sottostare a regolamenti e orari predefiniti che limitano le libertà personali.

Le resistenze culturali e politiche e una mentalità ancora radicata
Molte Regioni e operatori continuano a considerare l’istituto come “protezione” o come soluzione più semplice, sottovalutando il diritto alla dignità, all’autonomia e alle relazioni sociali delle persone con disabilità. Assistiamo ancora a troppi episodi di cronaca che denunciano maltrattamenti e comportamenti violenti soprattutto nei confronti delle persone con disabilità intellettive e relazionali ospiti di residenze e istituti, impossibilitate a difendersi, succubi di percosse e ingiurie o, peggio ancora, violenze sessuali.
Da una parte vanno registrate le resistenze da parte di alcuni soggetti con interessi economici o gestionali legati agli istituti (enti gestori, gruppi privati, anche religiosi), che tendono a rallentare o a condizionare i processi di chiusura. Dall’altra, vi è lo stigma e paure dei familiari e delle comunità locali, con il timore che l’arrivo di persone con disabilità in quartieri “ordinari” porti problemi o disturbo, ostacolando l’accettazione di case condivise o piccoli gruppi abitativi.
Non vi è per altro una reale libertà di partecipazione per le stesse persone con disabilità nei processi di deistituzionalizzazione: spesso, infatti, le scelte sono decise da istituzioni o da gestori, senza che chi è interessato abbia un vero ruolo decisionale.

In sintesi, i maggiori freni alla deistituzionalizzazione derivano da un mix di povertà di risorse, modelli culturali radicati, conflitti di interessi e normative ancora poco coerenti con il diritto a vivere in modo indipendente e a essere inclusi nella collettività. Superare questi ostacoli richiede politiche chiare, investimenti stabili e una vera inversione di rotta che metta al centro la voce e la scelta delle persone con disabilità.
Gli studi nazionali segnalano sperequazioni forti tra le Regioni: alcune hanno ridotto in modo consistente la presenza residenziale, altre hanno livelli di istituzionalizzazione ancora elevati, soprattutto per persone con disabilità intellettiva e disturbi del neurosviluppo. Ciò si traduce in diseguaglianze illegali.
Alcune Regioni, inoltre, hanno avviato da tempo percorsi strutturati per facilitare la vita indipendente e la chiusura graduale degli istituti, mentre altre restano ancora molto legate a istituti residenziali di grandi dimensioni. In qualche realtà del Nord e del Centro (come il Friuli Venezia Giulia e alcune aree del Veneto e dell’Emilia Romagna) si osservano sistemi di salute mentale e riguardanti la disabilità incentrati su servizi e sostegni mainstreaming [che diventano norma nei servizi per tutti, N.d.R.], con reti di servizi domiciliari, piccole strutture abitative e poca o nulla presenza di grossi istituti. Trieste, in particolare, viene spesso citata come esempio di “deistituzionalizzazione permanente”: ha chiuso da tempo il manicomio e ha costruito un modello diffuso di servizi territoriali, con forte attenzione alla partecipazione delle persone e alle relazioni sociali. Come già accennato, invece, nelle Regioni del Sud e in alcune aree del Centro‑Sud, permangono grandi strutture residenziali, con una maggiore difficoltà a sviluppare reti di sostegno domiciliari e servizi comunitari adeguati.

Differenze di spesa sociale e di organizzazione sanitaria
Ogni Regione – sia a statuto ordinario che a statuto speciale -, ma anche ogni Comune dello stesso territorio, investe risorse diseguali che generano squilibri, mentre in alcune zone la chiusura degli istituti è bloccata perché mancano case, professionalità e servizi di supporto.
Le leggi nazionali e il Piano di Azione per l’inclusione delle persone con disabilità (siamo arrivati al terzo…) chiedono a tutte le Regioni di accelerare la deistituzionalizzazione, ma l’effettiva velocità dipende da scelte politiche locali, da come vengono spesi i fondi e da quanto le amministrazioni coinvolgano davvero le persone con disabilità nei progetti di vita indipendente. Fondamentale è il ruolo delle grandi Federazioni che dialogano con gli organi del Governo e i Ministri di turno, ma la realtà delle cose restituisce un’evidente lentezza operativa.
Esortiamo dunque a gran voce queste Federazioni, che hanno il privilegio del ruolo di interlocuzione e rappresentanza presso il Governo e in sede di Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, di svolgere una forte azione mirata a promuovere il processo di deistituzionalizzazione, a partire dalla modifica del Decreto Legislativo 62/24, inserendo inequivocabili e inderogabili riferimenti. L’articolo 20 del Decreto stesso, in particolare, reca un dettato in evidente contrasto con i princìpi della Convenzione ONU e del citato Commento Generale numero 5 delle Nazioni Unite, se è vero che il diritto di libertà sulle scelte della propria vita non può essere condizionato, negato o sottostare a limitazioni dovute ad un “accomodamento ragionevole” di comodo.

*Presidente di ENIL Italia (European Network on Independent Living).

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Valorizzare competenze spesso invisibili e trasformarle in risorse imprenditoriali

28 Maggio 2026 - 1:10pm

Valorizzare competenze spesso invisibili (relazionali, organizzative e di cura), maturate da esperienze quotidiane con la disabilità, e trasformarle nel motore di potenziali idee d’impresa in vari settori, tra cui ad esempio il turismo accessibile, la comunicazione e l’architettura inclusiva: è l’obiettivo principale del “Techstars Startup Weekend Diversity & Inclusion Parma”, evento in programma dal 5 al 7 giugno nella città emiliana, per il quale ci si può iscrivere (gratuitamente) fino al 1° giugno

Trasformare la disabilità in risorsa imprenditoriale: è l’obiettivo del Techstars Startup Weekend Diversity & Inclusion Parma, in programma dal 5 al 7 giugno prossimi nella città emiliana (presso Officine On/Off, Strada Naviglio Alto, 4/1, Parma), iniziativa inserita all’interno del progetto DOP – Disabilità Opportunità Professionalità, ideato dalla Polisportiva Gioco Parma con il sostegno della Fondazione Cariparma, e in collaborazione con On/Off APS e ANMIC Parma (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili), oltreché avvalendosi del patrocinio dell’Università e del Comune di Parma.
Organizzato a Parma dal 2017, Startup Weekend torna dunque in città con la quinta edizione, per la prima volta in Italia dedicata al tema della Diversità e Inclusione. «Lo Startup Weekend – spiegano i promotori – è il format “dall’idea all’impresa” più diffuso a livello internazionale: per un intero fine settimana, infatti, persone con profili diversi (professionisti, designer, caregiver, studenti, persone con disabilità e bisogni specifici, esperti di diversità e inclusione) lavoreranno in team multidisciplinari per trasformare idee in progetti imprenditoriali in diversi campi, tra cui il turismo accessibile, la comunicazione e l’architettura inclusiva. I gruppi di lavoro saranno affiancati da mentor esperti e presenteranno i propri progetti nella giornata del 7 giugno davanti a una giuria. In palio vi saranno percorsi di mentorship e opportunità di incubazione per trasformare le idee in progetti reali. Più che una competizione, tuttavia, l’evento vuole valorizzare competenze spesso invisibili (relazionali, organizzative e di cura), maturate da esperienze quotidiane con la disabilità, e trasformarle nel motore di potenziali idee d’impresa».
Le iscrizioni sono ancora aperte fino al 1° giugno prossimo, attraverso la piattaforma Eventbrite (a questo link) ed è possibile partecipare (gratuitamente) sia proponendo un’idea da sviluppare che unendosi a un team mettendo a disposizione le proprie competenze. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: swparma@officineonoff.com (Rossella Lombardozzi).

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La Corte dei Conti registra il Decreto che adotta il Piano per la Non Autosufficienza e definisce il riparto del relativo Fondo

28 Maggio 2026 - 12:15pm

La Corte dei Conti ha registrato il Decreto che adotta il Piano Nazionale per la Non Autosufficienza e definito il riparto del relativo Fondo per il triennio 2025-2027 (con uno stanziamento di 3 miliardi di euro). La Federazione FISH chiede ora che a ciò «segua rapidamente l’attuazione concreta del Piano, il pieno coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative e un monitoraggio costante dell’effettiva ricaduta dei servizi sui cittadini e sulle cittadine»

Proprio nella giornata di ieri, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) aveva espresso forte preoccupazione, anche sulle pagine del nostro giornale (Finanziamento della non autosufficienza: così non va!), per i ritardi nelle procedure nazionali di programmazione e ripartizione del Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, da cui dipendono servizi essenziali, sostegni domiciliari e interventi di assistenza rivolti alle persone con gravissima situazione di disabilità, alle persone anziane non autosufficienti e alle loro famiglie.
A tal proposito, la Federazione aveva richiamato l’attenzione sul rischio di rallentamenti nell’erogazione degli interventi territoriali, sottolineando appunto la necessità di «garantire certezza delle risorse, continuità delle prestazioni e uniformità dei diritti su tutto il territorio nazionale, in una fase particolarmente delicata per migliaia di famiglie».

Dopo quell’appello, dunque, sono arrivate le prime risposte istituzionali, a partire dalla registrazione, da parte della Corte dei Conti, del DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio), che adotta il Piano Nazionale per la Non Autosufficienza e definisce il riparto del Fondo per le Non Autosufficienze relativo al triennio 2025-2027, con uno stanziamento complessivo pari a 3 miliardi di euro.
«Si tratta di un passaggio significativo – commentano oggi dalla FISH – per garantire continuità assistenziale, integrazione sociosanitaria e sostegno concreto alle persone anziane, alle persone con disabilità e a tutte le persone con elevati bisogni assistenziali, rafforzando la rete di protezione sociale a tutela delle persone più fragili e delle loro famiglie. Il provvedimento, inoltre, dà attuazione per la prima volta alle innovazioni introdotte dalle riforme su disabilità e anziani, consolidando un modello di welfare territoriale più vicino alle persone e orientato alla permanenza al domicilio, tramite servizi capaci di assicurare qualità della vita, dignità e presa in carico continuativa».
La Federazione ritiene anche «importante l’adeguamento dei criteri di riparto del Fondo, ora più coerenti con la reale platea dei beneficiari e con i bisogni espressi dai territori», segnalando inoltre che «nelle more del perfezionamento dell’atto, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha assicurato, in raccordo con le Regioni, la continuità degli interventi territoriali rivolti alle persone non autosufficienti».

Nel valutare positivamente sia le dichiarazioni della ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Calderone, secondo cui «il Piano Nazionale 2025-2027 sarà uno strumento fondamentale per garantire un quadro di risorse stabile e certo, indispensabile per consentire ai territori di programmare interventi strutturali di lungo periodo» e anche il richiamo della viceministra Bellucci «sulla necessità di rafforzare l’integrazione sociosanitaria, la continuità assistenziale domiciliare e il monitoraggio dell’efficacia della spesa, affinché non vi siano disallineamenti territoriali e venga garantito il pieno rispetto dei diritti delle persone», la FISH conclude ribadendo «la necessità che alla registrazione del Decreto seguano rapidamente l’attuazione concreta del Piano, il pieno coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative e un monitoraggio costante dell’effettiva ricaduta dei servizi sui cittadini e sulle cittadine, affinché i diritti sociali e assistenziali delle persone non autosufficienti siano realmente esigibili e uniformemente garantiti in tutte le Regioni». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Condannato il Comune di Capri per assenza di PEBA

27 Maggio 2026 - 6:25pm

Tramite una recente Sentenza, successiva al ricorso dell’Associazione Coscioni e di un cittadino, il Tribunale di Napoli ha condannato il Comune di Capri per condotta discriminatoria collettiva nei confronti delle persone con disabilità a causa della mancata adozione di un PEBA (Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche), oltreché per il ritardo con cui l’Ente Comunale ha realizzato gli interventi necessari al fine di rendere accessibili i Giardini di Augusto

Tramite la Sentenza n. 8190/26, resa pubblica il 18 maggio scorso, il Tribunale di Napoli (Decima Sezione Civile) ha condannato il Comune di Capri per condotta discriminatoria collettiva nei confronti delle persone con disabilità a causa della mancata adozione di un PEBA (Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche), oltreché per il ritardo con cui l’Ente Comunale ha realizzato gli interventi necessari al fine di rendere accessibili i Giardini di Augusto.
Basandosi sul ricorso promosso dall’Associazione Luca Coscioni e dal cittadino Christian Durso, tale pronunciamento, che risulta avere pochissimi precedenti, ha stabilito dunque che la mancata adozione e approvazione del PEBA rappresenti ai sensi della Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni) una condotta discriminatoria indiretta attuata in forma collettiva nei confronti delle persone con disabilità.
Come sottolineano infatti dall’Associazione Coscioni, «per il Tribunale, la mancata rilevazione e classificazione delle barriere architettoniche presenti sul territorio comunale, con la conseguente mancata pianificazione degli interventi finalizzati alla loro graduale rimozione, comprime i diritti delle persone con disabilità all’inclusione, alla mobilità e all’accessibilità e fruibilità degli edifici pubblici, nonché dei luoghi e degli spazi urbani pubblici. Per il Tribunale questa mancata programmazione degli interventi finalizzati alla rimozione delle barriere può incidere negativamente, in una città come Capri, anche su migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Nel corso del giudizio è stato inoltre accertato che solo dopo il nostro ricorso, presentato nel febbraio dello scorso anno, i Giardini di Augusto sono stati resi accessibili anche alle persone con disabilità grazie all’installazione di due montascale, un enorme ritardo che rappresenta una discriminazione indiretta nei confronti del signor Durso, persona con disabilità motoria che si sposta con l’ausilio della sedia a ruote».

La Città di Capri dovrà pertanto risarcire il danno da discriminazione cagionato al signor Durso versandogli la somma di 6.000 euro. Il Comune è stato inoltre condannato a cessare il comportamento discriminatorio mediante l’adozione di un PEBA, entro i prossimi 12 mesi.
«Si tratta di una delle poche condanne per condotta discriminatoria emesse in Italia nei confronti di un Comune a causa della mancata adozione del PEBA – dichiara l’avvocato Alessandro Gerardi, consigliere generale dell’Associazione Coscioni –. Infatti, nonostante la Legge 41/86 e la successiva Legge 104/92 impongano a tutte le amministrazioni comunali di dotarsi di un PEBA, ad oggi sono assai pochi gli enti locali che lo hanno fatto. Anche grazie a questa Sentenza, sarà dunque possibile rivolgersi alla giustizia civile per costringere i Comuni a monitorare e a censire tutte le barriere architettoniche e sensoriali presenti sui loro territori e a programmare nel tempo gli interventi necessari alla loro rimozione».
«Il Tribunale di Napoli – aggiunge dal canto suo Christian Durso – ha emesso una condanna significativa contro il Comune di Capri, colpevole di aver impedito per anni alle persone con disabilità come me di accedere ai celebri Giardini di Augusto. Esso, infatti, ha ignorato per anni le mie diffide e si è attivato concretamente solo dopo l’avvio della nostra azione legale. Questa Sentenza, pertanto, ci ricorda innanzitutto che il diritto all’accessibilità e all’inclusione sociale non possono ammettere deroghe o ritardi ingiustificati». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Gianandrea Bufi (gianandrea.bufi@associazionelucacoscioni.it).

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Il premio alle opere tattili che reinterpretano i dipinti di Alfredo Catarsini

27 Maggio 2026 - 5:57pm

Un’ulteriore iniziativa parallela alla tappa di Seravezza (Lucca) del “Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, la mostra itinerante curata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899 che vede come media partner la nostra testata Superando, sarà la cerimonia conclusiva domani, 28 maggio, del “XXIV Premio Catarsini”, rivolto ad opere tattili che nell’àmbito del progetto “L’arte accessibile per tutti”, reinterpretano dipinti di Catarsini presenti in diverse tappe della mostra diffusa “Il Cammino I luoghi di Catarsini”

Come avevamo già ampiamente raccontato sulle nostre pagine, è in corso di svolgimento fino al 12 luglio, alle Scuderie Granducali di Seravezza (Lucca), un’ulteriore tappa della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, nuova uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa, il Municipio di Montecatini Terme e Palazzo Guinigi a Lucca, tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato con il contributo della Regione Toscana, che lo patrocina insieme al Ministero della Cultura, e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

Un’ulteriore iniziativa a fianco della mostra è quella in programma per il pomeriggio di domani, 28 maggio (ore 17), quando sempre presso le Scuderie Granducali, vi sarà la cerimonia conclusiva del XXIV Premio Catarsini, rivolto ad opere tattili che reinterpretano dipinti dell’artista viareggino presenti in tappe del Cammino I luoghi di Catarsini, grande mostra diffusa – che gode dell’Alto Patronato del Parlamento Europeo – concepita per collegare vari punti significativi del territorio legati alla vita e all’opera di Catarsini e anche l’unico Cammino in Italia interamente accessibile anche a persone con disabilità visiva. Il sottotitolo del concorso di quest’anno, infatti, è La memoria del territorio nel Cammino I luoghi di Catarsini e rientra nel progetto L’arte accessibile per tutti.

Questi i dipinti di Catarsini cui gli studenti e le studentesse si sono dovuti ispirare per realizzare le opere tattili in concorso, Campagna di Massarosa (tappa del Cammino: Massarosa); Samaritana al pozzo, cartone d’affresco (tappa del Cammino: Camaiore); Cave di marmo (tappa del Cammino: Seravezza); Incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo, bozzetto per l’affresco di San Martino in Freddana (tappa del Cammino: Camaiore); Lago di Massaciuccoli (tappa del Cammino: Massarosa).
Nove le opere finaliste realizzate da studenti/studentesse delle classi III , IV e V di due scuole toscane, il Liceo Artistico don Lazzeri-Stagi di Pietrasanta (docente Roberto Giansanti) e l’Istituto Statale di Istruzione Superiore Guglielmo Marconi di Viareggio, sezione di Seravezza (docenti: Katia Cirrincione, Giovanna Bacci e Francesco Bruschi).
Questo, infine, l’elenco degli studenti/studentesse finalisti: Gabriele Bianchi, Amanda Ferrari, Miranda Quiriconi, Maya Romani, Edoardo Angeli, Eleonora Francione, Valeria Maremmi, Noemi Percanziono, Damiano Rossi, Lapo Evangelisti, Thomas Bartelloni e Alessandro Capursi.

A valutare le opere in concorso sarà la commissione giudicatrice presieduta dall’architetto Tiziano Lera – già allievo di Alfredo Catarsini all’Istituto d’Arte Stagio Stagi di Pietrasanta – e formata anche da Luca Bertozzi, Margherita Casazza, Renzo Maggi e Andrea Pucci, tutti membri del Comitato Scientifico della Fondazione Catarsini, insieme a Piero Pancani dell’UICI di Firenze (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).
Durante la cerimonia di premiazione verranno assegnati tre premi, rispettivamente da 300, 200 e 100 euro, e sei menzioni di merito. L’opera vincitrice sarà collocata in maniera permanente nel laboratorio esperienziale di una delle tappe del Cammino I luoghi di Catarsini. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@fondazionecatarsini.com.

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I più recenti sviluppi clinici, riabilitativi e tecnologici nel campo della disabilità visiva

27 Maggio 2026 - 5:16pm

Medici oculisti, professionisti della riabilitazione visiva, esperti del settore sanitario e rappresentanti delle Istituzioni, riuniti per un confronto sui più recenti sviluppi clinici, riabilitativi e tecnologici nel campo della disabilità visiva: sarà questo, domani, 28 maggio, e venerdì 29 a Trieste, il 10° Convegno Nazionale AMGO, promosso dall’UICI, in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi Cavazza di Bologna e, in questa edizione, con l’Istituto Rittmeyer di Trieste e il patrocinio di IAPB Italia

Cecità e Ipovisione: percorsi clinici, riabilitativi e tecnologici secondo l’origine della patologia: sarà questo il titolo del 10° Convegno Nazionale AMGO, in programma domani, 28 maggio e venerdì 29 a Trieste (Istituto Rittmeyer, Viale Miramare, 119), promosso dall’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi Cavazza di Bologna e, in questa edizione, con l’Istituto Rittmeyer che ospiterà la due giorni e il patrocinio di IAPB Italia, componente nazionale dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità.
L’incontro riunirà medici oculisti, professionisti della riabilitazione visiva, esperti del settore sanitario e rappresentanti delle Istituzioni per un confronto sui più recenti sviluppi clinici, riabilitativi e tecnologici nel campo della disabilità visiva. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento, a quest’altro link il programma completo. Per ulteriori informazioni: ustampa@uici.it.

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Si sta facendo davvero tutto il possibile per comprendere il disagio di quel bambino?

27 Maggio 2026 - 4:52pm

«C’è un bambino – scrive Marie Helene Benedetti – che vive una situazione di forte disagio emotivo e relazionale, sia in àmbito scolastico sia nelle relazioni con i compagni di classe anche al di fuori della scuola, un disagio che emerge chiaramente persino dal suo stesso Piano Educativo Individualizzato. Ma si sta facendo davvero tutto il possibile per comprenderne il disagio? Rifiutare la partecipazione di una figura esterna (ed esperta) al Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione non è un bel segnale in tal senso»

In provincia di Agrigento, in Sicilia, c’è un bambino di 10 anni che sta vivendo una situazione di forte disagio emotivo e relazionale, sia in àmbito scolastico sia nelle relazioni con i compagni di classe anche al di fuori della scuola, nel piccolo paese in cui vive. Un disagio che emerge chiaramente persino dal suo stesso PEI (Piano Educativo Individualizzato).
Nel documento si parla infatti di difficoltà di integrazione nel gruppo classe, fragilità relazionali, bassa autostima, disregolazione emotiva e comportamentale, oppositività, difficoltà attentive, collaborazione limitata soltanto ad alcuni compagni.
A fronte però di queste criticità, nel documento non emergono strategie realmente strutturate sul piano del benessere relazionale del minore.
Parole pesanti. Parole che raccontano un bambino che evidentemente non sta vivendo serenamente il contesto scolastico e sociale.
La famiglia, non sapendo più a chi rivolgersi e trovandosi davanti ad una situazione sempre più delicata, ha richiesto formalmente alla scuola, tramite PEC protocollata, la partecipazione di chi scrive al GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione) del minore.

Come presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo partecipo da anni ai GLO di bambini e ragazzi con difficoltà molto diverse tra loro, non soltanto con autismo. Ho partecipato a GLO e riunioni scolastiche in Abruzzo e in altre Regioni d’Italia, spesso in situazioni complesse, conflittuali o caratterizzate da forte sofferenza familiare. Nel corso degli anni, anche nei casi più delicati e conflittuali, la presenza di una figura esterna di supporto e mediazione non era mai stata respinta. E c’è una cosa che negli anni ho imparato molto bene: quando attorno ad un bambino si crea una vera rete di collaborazione, i risultati cambiano completamente.
Perché il GLO dovrebbe servire esattamente a questo, mettere cioè insieme osservazioni, competenze e punti di vista differenti nell’interesse del minore.
Una figura esterna, quindi, non dovrebbe essere vissuta come una minaccia, ma come un supporto, per la famiglia, per il bambino e anche per la scuola stessa. Soprattutto quando ci si trova davanti a situazioni delicate, dove il rischio è che il disagio del minore venga letto soltanto come “problema comportamentale”, senza approfondire davvero il piano emotivo e relazionale.

Ebbene, nonostante questo, e nonostante la richiesta formalmente avanzata dalla famiglia secondo quanto previsto dalla normativa vigente, la scuola ha rifiutato la partecipazione della figura esterna richiesta per il GLO, una decisione, questa, che lascia profondamente perplessi.
Perché quando un documento scolastico parla di difficoltà di integrazione, fragilità relazionali e collaborazione limitata con il gruppo dei pari, la domanda dovrebbe essere una sola: si sta facendo davvero tutto il possibile per comprendere il disagio di questo bambino?
Perché l’inclusione vera non è compilare moduli, non è scrivere parole corrette dentro un PEI e non è nemmeno limitarsi a gestire il comportamento. Inclusione significa costruire una rete reale attorno al minore, avere il coraggio di ascoltare, di confrontarsi, di accogliere punti di vista differenti, di collaborare anche e soprattutto quando le situazioni diventano difficili.
Ed è proprio qui che, troppo spesso, il sistema mostra i suoi limiti. Perché certi bambini non hanno bisogno soltanto di essere contenuti. Hanno bisogno di essere compresi.
Le famiglie non possono essere lasciate sole a combattere contro muri burocratici, chiusure e rigidità, mentre i loro figli continuano a stare male dentro la scuola.
Per questo motivo la famiglia di quel bimbo, insieme all’Associazione, valuterà ogni azione utile per fare piena chiarezza sulla vicenda e tutelare i diritti del minore. Perché certi bambini non hanno bisogno di qualcuno che li contenga meglio, né di adulti che attribuiscano a loro la colpa del fallimento di metodi educativi inadeguati. Hanno bisogno di adulti capaci di capire perché stanno male.

*Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo.

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Quasi 20.000 segnalazioni all’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità

27 Maggio 2026 - 1:41pm

«Ad oggi abbiamo ricevuto quasi 20.000 segnalazioni, a dimostrazione di quanto esista ancora un grave deficit nell’effettivo riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità»lo ha dichiarato Maurizio Borgo, presidente dell’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, intervenendo alla conferenza “Europe in Action 2026”, ove ha sottolineato anche che «il Progetto di Vita deve valere per tutte le persone con disabilità, anche per quelle che si trovano presso strutture di cura e accoglienza»

«Ad oggi l’Autorità Garante ha ricevuto quasi 20.000 segnalazioni, attraverso la maschera disponibile nella home page del nostro sito istituzionale e tramite l’indirizzo e-mail dedicato: un dato che dimostra quanto esista ancora un grave deficit nell’effettivo riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità. E tra le criticità più diffuse, vi è quella dell’inclusione scolastica, che purtroppo è ancora troppo spesso solo sulla carta: a tutt’oggi, infatti, permangono ostacoli che impediscono agli studenti e alle studentesse con disabilità di partecipare alla vita scolastica in condizioni di piena uguaglianza con gli altri»: lo ha dichiarato Maurizio Borgo, presidente dell’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, intervenendo all’incontro Anti-discriminazione: quali sostegni e quali tutele, all’interno di Europe in Action 2026, la principale conferenza europea dedicata ai temi della disabilità intellettiva, dell’inclusione e dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie, la cui ventunesima edizione, da noi già ampiamente presentata, si concluderà oggi, 27 maggio, a Vicenza, organizzata dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), insieme a Inclusion Europe, rete europea cui la stessa ANFFAS aderisce.

Un altro tema su cui si è soffermato il Presidente dell’Autorità Garante è quello riguardante la presa in carico delle persone con disabilità, rispetto al quale la stessa Autorità Garante sta intervenendo attraverso visite alle strutture, in collaborazione con il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute. «Il nostro compito – ha affermato Borgo – è verificare che i diritti delle persone con disabilità siano effettivamente garantiti anche all’interno di questi luoghi. Il Progetto di Vita, infatti, vale per tutte le persone con disabilità, anche per quelle che si trovano presso strutture di cura e accoglienza. Nessuno deve restare parcheggiato, perché questo significherebbe accettare una forma di istituzionalizzazione che, a vent’anni dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, non sarebbe accettabile». (S.B.)

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