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Milano Cortina 2026 e l’Universal Design: una visione dell’accessibilità come investimento per tutti e tutte

9 Febbraio 2026 - 6:15pm

Come è stato utilizzato l’approccio dell’Universal Design (“Progettazione universale”), per promuovere la massima accessibilità, in vista delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026? Ne parliamo con Roberto Vitali, autorevole esperto di progettazione universale, che sotrtolinea tra l’altro come «l’Universal Design non sia un’azione “per alcuni”, ma un investimento per tutti, capace di generare impatti positivi che vanno ben oltre l’evento sportivo»

Qualche tempo fa, su queste stesse pagine, avevamo parlato dei diversi interventi attuati dalla Regione Lombardia per promuovere la massima accessibilità, in previsione delle Olimpiadi e Paralimpiadi Milano Cortina 2026; oggi, ci focalizziamo su come è stato utilizzato l’approccio dell’Universal Design (“Progettazione universale”) nella stessa direzione e ne parliamo con Roberto Vitali, autorevole esperto di progettazione universale, oltreché co-fondatore e amministratore delegato di Village for all (V4A®), la nota rete impegnata da molti anni sul tema dell’ospitalità accessibile.

Dottor Vitali, quale grande professionista di accessibilità, ci spiega in concreto cosa significa che per garantire la massima accessibilità ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina è stato adottato un approccio basato sull’Universal Design?
«Adottare un approccio basato sull’Universal Design per i Giochi Olimpici e Paralimpici significa compiere un cambiamento profondo di prospettiva: non si progetta “per la disabilità”, ma si progetta per tutti, anticipando la varietà delle esigenze umane sin dalle prime fasi di ideazione. Questo approccio evita soluzioni aggiuntive o marginali e punta a realizzare ambienti, servizi e infrastrutture che siano fruibili da chiunque, in modo autonomo, sicuro e dignitoso, indipendentemente dalle capacità fisiche, sensoriali o cognitive di ciascuno. È un approccio che abbandona l’idea di accessibilità come adempimento tecnico o rispetto normativo e abbraccia la visione dell’accessibilità come valore, come strumento per costruire un’eredità sociale e culturale duratura. In questo senso, l’Universal Design non è un’azione “per alcuni”, ma un investimento per tutti, capace di generare impatti positivi che vanno ben oltre l’evento sportivo».

In particolare, come è stato l’Universal Design per rendere il più possibile accessibili le infrastrutture?
«Negli ultimi tre anni, come Village for all, abbiamo affiancato la Regione Veneto nello sviluppo delle progettualità legate ai Giochi Olimpici e Paralimpici, offrendo la nostra esperienza sin dalle fasi iniziali di valutazione dei progetti. Il nostro ruolo è stato quello di accompagnare le aziende incaricate, supportando le scelte tecniche affinché seguissero concretamente i principi dell’Universal Design, non solo nella forma, ma nella sostanza.
Uno degli esiti più significativi di questo lavoro è stata la redazione delle Linee Guida per l’Accessibilità della Regione Veneto, che sono diventate oggi un riferimento normativo ufficiale a livello regionale. Queste Linee Guida, volute appunto dalla Regione Veneto, non sono solo uno strumento tecnico: rappresentano infatti un vero e proprio documento complessivo, pensato per parlare non solo ai progettisti e ai tecnici, ma anche agli amministratori pubblici, alle imprese, al mondo dell’ospitalità, della ristorazione, degli eventi e del turismo in senso ampio. L’obiettivo era chiaro: rendere l’accessibilità parte integrante della qualità complessiva dell’offerta, e non una voce accessoria o residuale. L’Universal Design è stato quindi applicato come criterio guida, capace di generare valore per tutti e di garantire che ogni persona, a prescindere dalle proprie capacità, possa vivere l’esperienza olimpica e paralimpica in autonomia, sicurezza e piena dignità.
Tuttavia, è doveroso precisare che questo non significa che tutto sarà perfetto. Come in ogni grande progetto pubblico, esistono vincoli di contesto, contrattuali, economici e legati agli appalti già assegnati. Abbiamo lavorato per ottenere il miglior risultato possibile nelle condizioni date, con un approccio pragmatico, volto a massimizzare l’accessibilità e l’usabilità reale degli spazi e dei servizi».

In questa direzione, lei concorda nell’affermare che la progettazione paralimpica abbia “guidato” quella olimpica, rappresentando un modello virtuoso che promuove la partecipazione di tutte le persone agli eventi sportivi?
«Quando si adotta un approccio basato sull’Universal Design, si sceglie di progettare per tutti, fin dall’inizio. Questo ha permesso, anche nel caso dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, di orientare le scelte progettuali verso soluzioni in grado di migliorare la qualità complessiva dell’esperienza per tutte le persone, non solo per chi ha esigenze di accessibilità. La progettazione paralimpica, infatti, ha rappresentato un motore di innovazione e qualità, che ha influenzato positivamente anche quella olimpica, anticipando bisogni, innalzando gli standard e ponendo la persona – non la disabilità – al centro del progetto. È un cambio di paradigma che va esattamente nella direzione indicata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, cui fa riferimento anche l’IPC, il Comitato Paralimpico Internazionale, che promuove espressamente l’adozione dei princìpi dell’Universal Design. Potremmo dire che la qualità progettuale si alza proprio quando si parte dalle esigenze più complesse. Se un ambiente è realmente accessibile e funzionale per una persona con una disabilità o meglio, con esigenze di accessibilità, sarà molto più comodo, sicuro e accogliente anche per tutti gli altri. È questo il senso profondo dell’approccio inclusivo che abbiamo cercato di sostenere con il nostro lavoro, affiancando la Regione Veneto e curando la redazione delle citate Linee Guida per l’Accessibilità, oggi riconosciute come strumento normativo ma anche culturale e strategico. In questo senso, la progettazione paralimpica non è “a parte”, ma è stata la base per costruire un progetto olimpico più forte, più giusto e più vicino alle persone. E questo, a mio avviso, è un segnale importante di maturità e visione».

I Giochi di Milano Cortina rappresentano la prima occasione in cui il Design For All si coniuga con lo sport o, in passato, è già successo? E come valuta questo connubio?
«Il connubio tra Universal Design e sport non nasce con Milano Cortina 2026. Infatti, già in numerose edizioni dei Giochi Paralimpici – in particolare quelli recenti, come Londra 2012 o Tokyo 2020 – Il Comitato Internazionale Paralimpico aveva promosso un approccio progettuale inclusivo, in linea con i valori della Convenzione ONU, che pongono appunto l’Universal Design come strumento chiave per garantire la partecipazione piena e paritaria di tutte le persone.
Quello che i Giochi di Milano Cortina 2026 rappresentano, però, è un salto di qualità: è la prima volta, infatti, che in Italia questo approccio viene integrato fin dall’inizio. Possiamo quindi dire che Universal Design e sport formano un connubio già vincente, perché ogni volta che si è adottato questo approccio, i risultati sono stati positivi per tutti: per gli atleti, per il pubblico, per i territori. Quando si progetta a partire dalle esigenze più complesse, si costruiscono ambienti migliori per chiunque. E lo sport, per sua natura, è uno straordinario veicolo di inclusione e partecipazione. Milano Cortina 2026 ha l’opportunità – e la responsabilità – di lasciare un’eredità concreta, culturale prima ancora che strutturale. E in questo, l’incontro tra Universal Design e sport è molto più che una coincidenza tecnica: è una visione condivisa di futuro a cui tutti dobbiamo dare attenzione».

Di recente, la ministra per le Disabilità Locatelli ha dichiarato che Milano Cortina 2026 sarà un modello di accessibilità che contribuirà a costruire un Paese più inclusivo e attento ai bisogni di ogni persona. Lei crede che ciò possa realmente accadere o è una pura chimera?
«Le dichiarazioni della Ministra vanno nella giusta direzione, ma servono azioni concrete e continuative per evitare che restino mere intenzioni. L’accessibilità non è solo una questione di qualità e giustizia sociale, ma è anche un’opportunità economica. Rispondere con serietà e competenza alle esigenze di accessibilità significa intercettare un mercato ampio, internazionale, composto da milioni di persone che vogliono viaggiare, partecipare, vivere esperienze scegliere liberamente dove e come farlo. Un mercato che, se accolto con rispetto e lungimiranza genera valore, crescita e sviluppo per tutto il sistema Paese. Questa potrà essere l’eredità più importante di questo evento mondiale.
Credo insomma che Milano Cortina 2026 possa davvero rappresentare un modello concreto e positivo, a condizione che questa esperienza non rimanga un’eccezione legata all’evento, ma venga trasformata in patrimonio condiviso, capace di generare valore nel tempo. In questi anni abbiamo tracciato un percorso possibile, fondato sui princìpi dell’Universal Design, dimostrando che progettare per tutti non solo è fattibile, ma innalza la qualità dell’esperienza per ciascuno, riduce le disuguaglianze e promuove una società più accogliente. Ora è fondamentale trasferire quanto appreso nella quotidianità dell’agire politico, amministrativo e imprenditoriale, facendolo diventare conveniente e facendo sì che questi strumenti diventino parte della cultura progettuale del Paese. E per riuscirci, devono essere coinvolti tutti: le professioni tecniche, che devono essere formate su Universal Design e Inclusione; le imprese e gli imprenditori, che devono riconoscere nell’accessibilità trasparente una leva strategica; gli amministratori pubblici, a tutti i livelli – locali, regionali e nazionali – chiamati a integrare queste logiche nei propri strumenti di pianificazione e di programmazione; e infine, tutta la filiera dell’ospitalità, del turismo, degli eventi e della cultura».

*Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Milano-Cortina, una grande opportunità per il Design for all” e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Le iniziative per la Giornata Internazionale dell’Epilessia nel Triveneto

9 Febbraio 2026 - 5:35pm

Le varie iniziative promosse dalla LICE (Lega Italiana contro l’Epilessia) e dalla Fondazione LICE, nella Macroarea Veneto-Friuli-Venezia Giulia-Trentino Alto Adige, in occasione della Giornata Internazionale dell’Epilessia di oggi, 9 febbraio, evento dedicato a quella che è una delle patologie neurologiche più diffuse al mondo, che in Italia colpisce circa 500.000 persone, con uno stigma sociale che purtroppo è ancora presente

Abbiamo già riferito in altra parte del giornale delle iniziative promosse nella propria Regione dall’AICE Valle d’Aosta (Associazione Italiana Contro l’Epilessia), in occasione della Giornata Internazionale dell’Epilessia (International Epilepsy Day) di oggi, 9 febbraio, evento dedicato a quella che è una delle patologie neurologiche più diffuse al mondo, colpendo circa 50 milioni di persone, che in Italia sono circa 500.000, con migliaia di nuove diagnosi ogni anno. Nonostante questi numeri, però, lo stigma sociale è ancora presente.
Qui ci occupiamo delle varie manifestazioni promosse dalla LICE (Lega Italiana contro l’Epilessia) e dalla Fondazione LICE, nella Macroarea Veneto–Friuli-Venezia Giulia-Trentino Alto Adige, ove anche qui numerosi monumenti si colorano oggi di viola, colore simbolo della lotta all’epilessia, tra cui la fontana di Nettuno a Trento, la Fabbrica Marzadro a Nogaredo (Trento), la Loggia del Lionello e Via Mercato Vecchio a Udine, la facciata di Palazzo Moroni a Padova, sede del Comune.
Da segnalare inoltre, il 7 febbraio scorso, anche l’inaugurazione di una panchina viola presso la collina del Grumo Santorso (Vicenza), all’insegna dello slogan Metti in panchina l’epilessia.

«L’epilessia non è solo una malattia, ma una realtà che coinvolge le persone in maniera complessa e variegata. E tuttavia, nonostante le sfide, molte persone con epilessia conducono una vita piena e produttiva, e l’educazione e la sensibilizzazione sono chiavi essenziali per abbattere le barriere di pregiudizio e promuovere un mondo più inclusivo»: a dirlo è Giada Pauletto della Struttura Operativa Complessa di Neurologia nel Dipartimento di Neuroscienze (Azienda Sanitaria Universitaria del Friuli Centrale, Udine), coordinatrice della Macroarea Veneto-Friuli-Venezia Giulia-Trentino Alto Adige della LICE. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: s.perrelli@aimcommunication.eu (Stefania Perrelli).

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La vittoria dei diritti umani contro quel Protocollo Europeo non è ancora definitiva

9 Febbraio 2026 - 4:55pm

«Una vittoria per i diritti delle persone con disabilità», così il Forum Europeo sulla Disabilità ha commentato la notizia del Parere negativo espresso all’unanimità dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, al progetto di Protocollo Aggiuntivo alla cosiddetta “Convenzione di Oviedo”, un Protocollo in aperto contrasto con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. E tuttavia, questa vittoria, pure importante, non è ancora risolutiva e vediamo perché L’Assemblea Parlamentare del Coinsiglio d’Europa

Anno dopo anno abbiamo seguito sulle nostre pagine le azioni di pressione svolte con forza da tutte le principali organizzazioni di persone con disabilità europee, non ultima, nel nostro Paese, la Federazione FISH, contro il Protocollo Aggiuntivo alla cosiddetta Convenzione di Oviedo (Convenzione sui Diritti Umani e la Biomedicina del Consiglio d’Europa del 1997) che, se approvato, si porrebbe in contrasto con molte disposizioni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, autorizzando di fatto il trattamento forzato e la coercizione nell’assistenza sanitaria alle persone con disabilità psicosociale.
Con il nostro ultimo aggiornamento, nello scorso mese di dicembre, avevamo segnalato che la Commissione per gli Affari Sociali, la Salute e lo Sviluppo Sostenibile dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa aveva adottato all’unanimità un parere negativo su quel Protocollo. Con soddisfazione, dunque, accogliamo ora la notizia della bocciatura unanime in plenaria, da parte della stessa Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, come informa l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità. Ma la vittoria dei diritti umani non è ancora definitiva e di seguito vediamo perché. (S.B.)

«Accogliamo con favore la decisione unanime dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa di adottare un Parere negativo sul progetto di Protocollo Aggiuntivo alla “Convenzione di Oviedo”. Questo Protocollo, a cui ci opponiamo da tempo, adotta un approccio errato nella regolamentazione del ricorso al trattamento e al ricovero coatti in psichiatria», scrivono dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, commentando la notizia del menzionato Parere negativo, diramata dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, rispetto all’avanzamento del progetto di Protocollo Aggiuntivo alla cosiddetta “Convenzione di Oviedo”, vale a dire la Convenzione sui Diritti Umani e la Biomedicina approvata dal Consiglio d’Europa nel 1997. Un Protocollo in contrasto con molte disposizioni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità che, se approvato, autorizzerebbe il trattamento forzato e la coercizione nell’assistenza sanitaria alle persone con disabilità psicosociale. Tanto che lo stesso EDF, assieme all’MHE (Mental Health Europe), si era fatto promotore della campagna informativa #WithdrawOviedo (“Ritirare Oviedo”).

«Riteniamo che il parere rappresenti un passo importante verso la garanzia della tutela e della promozione dei diritti umani nell’assistenza sanitaria nell’area della salute mentale, in linea con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – proseguono dall’EDF –. Il parere adottato all’unanimità dall’Assemblea Parlamentare: ribadisce la sua opposizione di lunga data al progetto di Protocollo; rinnova le sue raccomandazioni per l’allineamento di tutte le attività del Consiglio d’Europa alla Convenzione ONU; riconosce l’opposizione delle Organizzazioni della società civile, di altri organismi delle Nazioni Unite e dell’ex Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa; incoraggia il Comitato dei Ministri a commissionare uno studio sulla compatibilità con la Convenzione ONU prima di procedere con ulteriori considerazioni; suggerisce al Comitato dei Ministri di procedere con uno strumento più appropriato e flessibile, accogliendo con favore il progetto di Raccomandazione sul rispetto dell’autonomia nell’assistenza sanitaria nell’area della salute mentale».

Tuttavia, questa vittoria, sebbene importante, non è risolutiva, infatti, argomentano ancora dal Forum, «il potere di adottare il Protocollo spetta esclusivamente al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. E da ultime informazioni che abbiamo ricevuto, sembra che il Comitato dei Ministri intende ignorare il parere e adottare il Protocollo aggiuntivo».
Per questo motivo l’EDF rivolge al Comitato dei Ministri l’accorato invito «a tenere conto di questo Parere negativo», anche in considerazione del fatto che «molti esperti delle Nazioni Unite sono già stati chiari: la bozza di Protocollo non è conforme alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, è obsoleta ed è giunto il momento che il Consiglio d’Europa faccia un passo avanti, ritirandola e concentrandosi sull’adozione e l’attuazione della sua bozza di Raccomandazione sul rispetto dell’autonomia nell’assistenza sanitaria nell’area della salute mentale».
«Ritirate subito la bozza!», concludono insomma dall’EDF. (Simona Lancioni)

Il testo integrale del Parere negativo adottato dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa è disponibile a questo link. Per maggiori informazioni: Markaya Henderson, responsabile delle Politiche e dei Progetti Sanitari, nonché delle Politiche e dei Progetti Giovanili dell’EDF, markaya.henderson@edf-feph.org.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, che ha curato l’adattamento della traduzione dall’inglese. Lo riprendiamo con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“Prova l’Orchestra” di Esagramma al centro del programma culturale di Milano Cortina 2026

9 Febbraio 2026 - 1:58pm

Composta da circa 40 giovani e adulti con e senza disabilità, l’Orchestra Sinfonica Esagramma di Milano ha sviluppato una metodologia che rende possibile a tutti fare musica in orchestra attraverso un uso semplificato degli strumenti e arrangiamenti accessibili. Ora aprirà le proprie porte nell’àmbito del programma culturale promosso dalla Fondazione Milano Cortina 2026, tramite due concerti e altrettanti workshop orchestrali inclusivi, l’11 febbraio e il 12 marzo L’Orchestra Sinfonica Esagramma

Abbiamo seguito costantemente in questi anni l’attività dell’Orchestra Sinfonica Esagramma di Milano, composta da circa 40 giovani e adulti con e senza disabilità che suonano fianco a fianco, ciascuno con la propria voce musicale unica. In oltre quarant’anni di attività, va ricordato, Esagramma ha sviluppato una metodologia che rende possibile a tutti fare musica in orchestra attraverso un uso semplificato degli strumenti e arrangiamenti accessibili, capaci di preservare la ricchezza delle partiture originali.
Ora l’Orchestra Esagramma, che fa capo alla Fondazione Sequeri Esagramma, sta per aprire le proprie porte nell’àmbito del “programma culturale” promosso dalla Fondazione Milano Cortina 2026, tramite due concerti e altrettanti workshop orchestrali inclusivi, l’11 febbraio e il 12 marzo.

«In dialogo con il motto delle Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina – spiegano da Esagramma – che è It’s Your Vibe [letteramente “È la tua vibrazione”, ma in senso lato “È la tua creatività” o “È la tua energia”, N.d.R.], i nostri eventi culturali raccontano da oltre quarant’anni una musica vissuta come esperienza condivisa e accessibile a tutti. Apriremo dunque le porte della nostra sede per due incontri che uniranno musica, partecipazione e inclusione. L’iniziativa, intitolata Prova l’Orchestra, inviterà il pubblico a vivere un’esperienza unica, non solo ascoltando un’orchestra sinfonica, ma diventandone parte attiva, grazie a un workshop inclusivo e coinvolgente basato sulla nostra metodologia». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: info@esagramma.net.

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“Racconti di Cambiamenti”: una rassegna di incontri rivolta a giovani adulti con e senza disabilità

9 Febbraio 2026 - 1:19pm

Promossa dalla Fondazione Time2 di Torino, “Racconti di Cambiamenti”, che prenderà il via l’11 febbraio, per protrarsi fino al mese di settembre, è una rassegna di incontri mensili rivolta a persone giovani adulte con e senza disabilità con meno di 35 anni, progetto che nasce come un laboratorio civico e relazionale allo scopo di favorire il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni sui temi di maggiore attualità sociale, culturale e politica.

Si chiama Racconti di Cambiamenti, prenderà il via l’11 febbraio, per protrarsi fino al mese di settembre, ed è una rassegna di incontri mensili rivolta a persone giovani adulte con e senza disabilità con meno di 35 anni, progetto che nasce come un laboratorio civico e relazionale allo scopo di favorire il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni sui temi di maggiore attualità sociale, culturale e politica.
Promossa dalla Fondazione Time2 di Torino, la rassegna punta in sostanza a stimolare partecipazione, consapevolezza e senso di appartenenza alle comunità, rafforzando al tempo stesso il legame con la community di riferimento di tale Fondazione, intesa come luogo di partecipazione culturale e civica. In tal senso, Racconti di Cambiamenti si inserisce all’interno del programma Cambiamenti avviato da Time2 nel 2023 per accompagnare progetti capaci di trasformare i contesti di vita, rendendoli più accessibili, inclusivi e partecipativi per le persone con disabilità. Durante i vari incontri, infatti, i 13 progetti di Cambiamenti (a questo link gli enti che ne sono capofila) prenderanno parte agli incontri attraverso pratiche concrete con cui hanno lavorato sull’accessibilità e sull’inclusione dei contesti. E a questo dialogo, in ogni appuntamento si affiancherà la collaborazione con Hangar Piemonte, agenzia per le trasformazioni culturali della Regione Piemonte.

La rassegna, come detto, prenderà il via l’11 febbraio presso lo Spazio Open di Torino (Corso Stati Uniti, 62/b), affrontando il tema di un’educazione affettiva e alla sessualità positiva e consapevole. Quindi il 18 marzo si discuterà di luoghi di apprendimento inclusivi, il 23 aprile di performatività nello sport, il 21 maggio di accessibilità della politica giovanile, il 18 giugno di quartieri e città collaborative, il 23 luglio di diversità culturale e dialogo interculturale e il 23 settembre di festival come spazi sicuri e accessibili. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. La partecipazione agli incontri della rassegna sarà libera, ma con prenotazione tramite questo link. Per altre informazioni: Ufficio Stampa Fondazione Time2 (Silvia Bellucci), silviabellucci@bellspress.com.

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Una scuola come comunità: il lascito educativo di Leandro Cantoni

9 Febbraio 2026 - 12:29pm

«Leandro Cantoni – scrive Rosita Lanciotti – è stato un dirigente scolastico capace di dare forma a una visione della scuola come comunità, come luogo in cui le persone contano prima dei ruoli e in cui lo sviluppo individuale è inseparabile da quello collettivo. Ricordarlo oggi significa riconoscere il valore di una scuola pensata come bene comune, che non si limitava a istruire, ma contribuiva a costruire cittadinanza e dove gli studenti con disabilità non erano “gestiti”, ma accompagnati»

A Leandro Cantoni,
che ha saputo tenere insieme rigore e gentilezza,
visione e ascolto,
e ci ha insegnato che una scuola democratica
non è quella che rende tutti uguali,
ma quella che offre a ciascuno una possibilità. 

Il dirigente scolastico Leandro Cantoni

Una scuola pensata come bene comune: inclusiva, partecipata, capace di ascoltare i bisogni reali degli studenti e di guardare oltre la burocrazia.
Nel mio percorso scolastico ho incontrato molti dirigenti, ma uno solo ha inciso davvero sul mio modo di pensare la scuola: Leandro Cantoni. Non è stato soltanto un preside competente, ma un dirigente capace di dare forma a una visione. Una visione che, per valori e metodo, richiamava da vicino l’esperienza di Adriano Olivetti: la scuola come comunità, come luogo in cui le persone contano prima dei ruoli e in cui lo sviluppo individuale è inseparabile da quello collettivo. Ricordarlo oggi significa riconoscere il valore di una scuola pensata come bene comune: una scuola che non si limitava a istruire, ma contribuiva a costruire cittadinanza.

L’Istituto Professionale Cattaneo di Roma caratterizzato da diversi indirizzi di studio e da sedi collocate in zone differenti del territorio, ciascuna con proprie specificità sociali, culturali ed educative, era caratterizzato da una complessità organizzativa e umana che richiedeva capacità di ascolto, mediazione, coordinamento e una costante attenzione all’equità delle scelte. Guidato da Cantoni non era uno spazio burocratico, ma un ambiente vivo, attraversato da relazioni e responsabilità condivise. I progetti nascevano dal basso, dall’ascolto dei bisogni reali degli studenti, dalle idee dei docenti, dal dialogo costante con il territorio. Non c’era una progettazione calata dall’alto, ma un lavoro paziente di costruzione comune, in cui l’autonomia scolastica trovava un significato autentico.
Centrale, in questa visione, era il lavoro di rete. La sua scuola si fondava sull’idea di non essere un’istituzione chiusa o autosufficiente, ma un nodo attivo di una trama più ampia che coinvolgeva enti locali, servizi sociali, associazioni, realtà produttive e culturali del territorio. La collaborazione non era episodica né strumentale, ma costruita nel tempo attraverso relazioni di fiducia e corresponsabilità. Su questa rete si fondavano i percorsi di inclusione, orientamento e autonomia, che diventavano concreti e significativi, capaci di superare la logica dell’intervento isolato e di restituire alla scuola il suo ruolo di presidio educativo diffuso.

Questa impostazione emergeva con forza anche nel modo in cui veniva affrontato il tema dell’inclusione. In un’epoca in cui si parlava ancora quasi esclusivamente di integrazione, Leandro Cantoni aveva già uno sguardo che oggi definiremmo vicino ai Disability Studies. Non si trattava di adattare le persone a un modello rigido, ma di modificare l’ambiente scolastico perché potesse accogliere davvero le differenze. Gli studenti con disabilità non erano “gestiti”, ma accompagnati; i tirocini mirati, costruiti attraverso un lavoro di rete solido e continuativo con il territorio, non erano adempimenti formali, ma percorsi di autonomia reale, pensati a partire dalle capacità e dalle aspirazioni dei ragazzi. Allo stesso modo, gli studenti stranieri venivano accolti come parte integrante della comunità scolastica, in un tempo in cui l’attenzione alle differenze culturali e linguistiche non era ancora patrimonio comune.

Il lavoro di rete non riguardava però solo l’esterno. Fondamentale era anche la capacità di creare rete all’interno della scuola, in particolare tra i docenti. Il dirigente Cantoni sapeva riconoscere e valorizzare le competenze di ciascuno, mettendole in dialogo e trasformandole in risorsa collettiva. I nuovi insegnanti non erano figure marginali, ma parte attiva del progetto educativo. Le idee venivano ascoltate, i progetti sostenuti, la sperimentazione incoraggiata. Il lavoro non era affidato a individualità isolate, ma a gruppi che condividevano obiettivi, responsabilità e riflessione pedagogica. È in questo intreccio di saperi ed esperienze che si costruiva una scuola migliore, fondata sulla cooperazione professionale e sulla crescita reciproca.

Il confronto con la scuola di oggi è inevitabile. Dopo anni di riforme, sperimentazioni e dichiarazioni di principio, la scuola appare spesso più burocratizzata, appesantita da procedure, piattaforme e rendicontazioni. I progetti partono sempre più dall’alto, rispondono a bandi e scadenze, e sempre meno ai bisogni concreti degli alunni. Si fa fatica a trovare tempo e spazio per l’ascolto, per la relazione, per la personalizzazione dei percorsi.
Eppure, nonostante il linguaggio dell’innovazione, la scuola continua in molti casi a rimanere ancorata a un impianto gentiliano, trasmissivo, selettivo e poco flessibile. Le metodologie cambiano nei documenti, ma meno nelle aule. La distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si pratica resta ampia.
È anche per questo che la figura di Leandro Cantoni appare oggi ancora più attuale. La sua esperienza dimostra che un’altra scuola è possibile, ma solo se il dirigente sceglie di essere guida culturale e pedagogica, non solo amministratore. Una scuola che si fonda sulle relazioni, sulla fiducia e sul lavoro di rete — dentro e fuori l’istituzione — è una scuola capace di rispondere ai bisogni reali degli studenti e di costruire comunità. Ricordare Leandro Cantoni significa allora interrogarsi sul presente e sul futuro della scuola pubblica: su quanto spazio siamo ancora disposti a dare alle persone, alle relazioni, alla corresponsabilità educativa. Una scuola come comunità non è un ricordo del passato, ma una necessità del presente.

*Insegnante di sostegno.

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La “Legge sul Dopo di Noi” in Lombardia: a che punto siamo?

9 Febbraio 2026 - 12:02pm

La Fondazione Idea Vita di Milano ha prodotto un documento sui risultati di dieci anni della “Legge sul Dopo di Noi” in Lombardia. E se in generale l’impressione e che i servizi continuino con le stesse modalità operative di sempre, vi è stata anche una Determinazione del Comune di Milano che vuole «sperimentare un modello innovativo per l’inclusione abitativa di persone con disabilità in grado di trasformare l’attuale sistema delle Unità di Offerta»

Sono passati dieci anni esatti dall’approvazione della Legge 112/16 nota anche come “Legge sul Dopo di Noi”, una norma lungimirante e pensata con un obiettivo ambizioso: aiutare i genitori di persone con disabilità a costruire percorsi di vita autonoma dei propri figli al di fuori dal nucleo familiare d’origine o per sostenere percorsi di deistituzionalizzazione. Una Legge che «è stata per molte persone con disabilità e per molti familiari una boccata d’ossigeno”, scrivono Laura Belloni e Davide Motto della Fondazione Idea Vita di Milano, in un documento che traccia un bilancio di questa esperienza in Lombardia. E lo fanno partendo da una domanda: «A che punto siamo?».
I numeri dicono dunque che in Lombardia, dopo dieci anni, sono attivi circa 500 progetti di vita indipendente a fronte di circa 4.300 posti accreditati nelle RSD (Residenze Sanitarie Assistenziali Disabili) e circa 2.300 posti autorizzati nelle Comunità Alloggio per disabili. Mentre, per quanto riguarda i servizi diurni in Lombardia, ci sono 6.179 posti accreditati nei CDD (Centri Diurni Disabili) e 4.762 posti autorizzati nei Centri Socioeducativi.
Questo porta gli autori del documento a un’amara riflessione: i servizi, nel loro complesso, continuano con le stesse modalità operative di sempre e i percorsi di vita indipendente e la stessa applicazione della Legge 112/16 si scontrano con un sistema che sembra “non poter cambiare mai”. «Per molti – si legge nel documento – il rischio è che il proprio progetto di vita si limiti a una sperimentazione (le palestre per la vita indipendente) e che dopo alcuni tentativi in una casa, arrivi (da parte dei servizi stessi) la valutazione di idoneità o non idoneità alla vita indipendente: “Troppo grave”, “complesso”, “non ancora pronto”. Per poi arrivare a una sentenza: “È da comunità socio-sanitaria” o “È da RSD”».

In questo contesto, per altro, il documento di Fondazione Idea Vita sottolinea la valenza positiva di una Determinazione del Comune di Milano (numero 6396 del 29 luglio 2024) che «ha inteso sperimentare un nuovo approccio» e che vuole «sperimentare un modello innovativo per l’inclusione abitativa di persone con disabilità in grado di trasformare l’attuale sistema delle Unità di Offerta».
Il punto di partenza di quella Determinazione è: «Riconoscere e valorizzare le buone prassi di esperienze abitative e di emancipazione dalla famiglia, coerenti con il dettato normativo, che in questi anni si sono realizzate a livello cittadino anche grazie alla solidarietà familiare e alla concreta sussidiarietà, anche tramite investimenti progettuali attivati dai genitori e valorizzati dalle imprese sociali». Tale testo è stato il frutto di un percorso condiviso e durato anni, voluto fortemente dalle persone con disabilità, dai loro familiari e da quegli enti gestori che hanno speso risorse ed energie per realizzare i propri progetti.
Tuttavia è importante che questi percorsi non vengano relegati a “casi particolari” o a “esperienze solo per pochi”. «Riteniamo anzi – dicono da Idea Vita – che vadano ampliate le opportunità per dare risposte a tutte le persone che stanno ora co-costruendo insieme ad altri il proprio progetto di vita indipendente. Non può rimanere solo una sperimentazione, il percorso non può fermarsi a quanto già fatto».

Per far comprendere la portata e l’importanza di questi percorsi, Fondazione Idea Vita si è affidata alle parole dei protagonisti, per ribadire la volontà e l’impegno reale che realizza percorsi virtuosi, concreti, possibili. «Dobbiamo essere consapevoli che innovare comporta abbandonare equilibri consolidati, situazioni certe, problematiche conosciute, modelli cristallizzati ed obsoleti, ma noti a tutti, per affrontare esperienze nuove e aprire nuovi cammini, investire, rischiare, credere in quello che si fa – racconta la mamma di una delle persone coinvolte -. Si può solo parlare per convincere. Ma non abbiamo nulla da perdere fuorché le catene che angosciano le famiglie, privano dell’interesse alla loro professione gli operatori e, soprattutto, costringono i nostri figli ad una sopravvivenza grigia e piatta. Il centro dell’analisi e delle valutazioni deve essere sempre la persona con disabilità e la nostra stella polare deve essere il suo benessere».
Anche le persone che hanno bisogni assistenziali o di supporto complessi hanno la possibilità di decidere, mantenere le autonomie possibili, avere a domicilio gli ausili necessari, usufruire dei servizi a cui accedono tutti i cittadini. «Visto che ho bisogno di molta assistenza, preferisco le persone che mi chiedono che cosa desidero e di cosa ho bisogno, che mi coinvolgono nelle azioni che compiono verso di me e su di me – racconta una persona che sta sperimentando un percorso di vita autonoma -. In questa casa ho tutti gli ausili necessari, compreso il sollevatore a soffitto. A casa mia è attivo il servizio di assistenza domiciliare integrata attraverso il quale tre volte a settimana è presente una figura infermieristica per i diversi bisogni di noi coinquilini. Siamo un bel gruppetto affiatato in casa». (I.S.)

Il presente contributo è già apparso in «Persone con disabilità.it» e viene qui ripreso, con alcun i riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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All’Università di Cagliari si parlerà del futuro e dei diritti delle persone con disabilità

6 Febbraio 2026 - 6:43pm

L’11 febbraio all’Università di Cagliari si parlerà del libro “Progetto di Vita. Domande e risposte. Normative, applicazioni e buone prassi” di Francesca Palmas e Marco Espa, e in generale del futuro e dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Introdurrà il Magnifico Rettore Francesco Mola, e parteciperanno gli Autori di quuello stesso libro, insieme a un ospite d’eccezione quale Dario Ianes, punto di riferimento nel nostro Paese per la pedagogia e la didattica dell’inclusione

«Questo è un testo agile e stimolante per far sì che i Progetti di Vita personalizzati e partecipati possano veramente diventare l’unica soluzione per assicurare una vita dignitosa e soddisfacente a tutte le persone con disabilità»: lo ha scritto sulle nostre pagine Salvatore Nocera, nel suo ampio approfondimento di presentazione del libro Progetto di Vita. Domande e risposte. Normative, applicazioni e buone prassi, pubblicato da Erickson nell’ottobre dello scorso anno e scritto a quattro mani da Francesca Palmas e Marco Espa, rispettivamente responsabile del Centro Studi e presidente nazionale dell’ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi). Un volume sul quale si è recentemente soffermato, sempre nel nostro giornale, anche Claudio Imprudente.
Ora sarà l’Università di Cagliari ad aprire la propria Aula Magna (Via Università, 40), per parlare di quel libro e in generale del futuro e dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Nella mattinata dell’11 febbraio, infatti (ore 11), il Magnifico Rettore dell’Università Francesco Mola introdurrà un incontro cui parteciperanno i due autori di Progetto di Vita, Francesca Palmas e Marco Espa, insieme a un ospite d’eccezione, Dario Ianes, professore ordinario di Pedagogia e Didattica dell’Inclusione all’Università di Bolzano, punto di riferimento assoluto nel nostro Paese per il mondo dell’inclusione e della pedagogia. (S.B.)

La partecipazione in presenza all’incontro sarà libera, ma con prenotazione obbligatoria entro il 9 febbraio (a questo link la diretta online). Per prenotazioni e informazioni: info@abcsardegna.org.

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Amministrazione di sostegno: troppe storie di dignità negata e una Legge da ripensare in profondità

6 Febbraio 2026 - 6:02pm

La Legge 6/04, che ventidue anni fa introdusse l’amministrazione di sostegno, «è stata presentata – scrive Carla Cannas dell’Associazione Diritti alla Follia – come uno strumento moderno e “mite”, pensato per aiutare senza sostituirsi, per accompagnare senza annullare. E nel dibattito pubblico è stata spesso descritta come una conquista di civiltà. Ma tra le intenzioni e ciò che accade nella vita concreta delle persone c’è una distanza che non può più essere ignorata» Jina Wallwork, “Support” (©Jina Wallwork)

La legge dice che tutela. La realtà è che spesso spezza legami, isola, zittisce, svuota le persone della possibilità di decidere della propria vita. Dietro molte amministrazioni di sostegno non ci sono solo atti burocratici: ci sono madri separate dai figli, anziani rinchiusi contro la loro volontà, persone private dei propri soldi, delle relazioni, perfino della voce.
Con questo articolo vorrei raccontare ciò che le Istituzioni e una parte dell’informazione continuano a ignorare: la vita reale dei cosiddetti “fragili” e la loro dignità negata.

La Legge 6/04, che ha introdotto l’amministrazione di sostegno, è stata presentata come uno strumento moderno e “mite”, pensato per aiutare senza sostituirsi, per accompagnare senza annullare. Nel dibattito pubblico è stata spesso descritta come una conquista di civiltà. Anche il giurista Paolo Cendon, tra i promotori della norma, ne ha rappresentato a lungo il volto ideale. La sua recente scomparsa ha riportato l’attenzione sul senso originario della Legge e sulle intenzioni che l’avevano ispirata. Ma tra le intenzioni e ciò che accade nella vita concreta delle persone c’è una distanza che non può più essere ignorata.
Per noi figlie – io e mia sorella Serenella – l’amministrazione di sostegno applicata a nostra madre non è stata tutela, ma spoliazione: spoliazione di libertà, di dignità, di relazioni, del diritto di scegliere sulle cure e sulla propria vita quotidiana.
Il mito dell’amministratore che “dà voce ai fragili” si è infranto contro un muro di silenzi, decisioni calate dall’alto, porte chiuse.
Quando l’amministrazione di sostegno diventa potere senza ascolto, la persona non è più al centro: diventa oggetto di gestione.

Dopo la morte di nostra madre non ci siamo fermate. Abbiamo scritto a istituzioni, parlamentari, giornali. Abbiamo chiesto ascolto, chiesto verità, chiesto che si guardasse in faccia ciò che accade davvero. Quasi tutti hanno taciuto. Fanno eccezione alcune giornaliste che hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che molti preferiscono non vedere.
Tra queste, Serenella Bettin, che il 19 giugno 2023 su «La Verità» ha denunciato abusi e distorsioni legate all’amministrazione di sostegno, portando all’attenzione pubblica anche il caso di nostra madre. E soprattutto Stefania Delendati, “storica” direttrice di «Superando», purtroppo scomparsa nei giorni scorsi, che per anni ha dato spazio a storie di persone private della propria voce da decisioni prese “per il loro bene” [si veda: Stefania Delendati, “Amministrazione di sostegno: quando la dignità umana viene negata ai ‘fragili’”, 7 aprile 2025, N.d.R.]. Con sensibilità rara e rigore civile, ha mostrato come strumenti nati per proteggere possano trasformarsi in dispositivi di controllo, isolamento e compressione dei diritti. Il silenzio, però, resta la regola.
E il silenzio:
– permette che gli abusi si ripetano;
– impedisce un vero dibattito pubblico;
– blocca le riforme;
– lascia le famiglie sole e impotenti.

Criticare la Legge 6/04 non significa negare che possa servire in alcuni casi. Significa dire che così com’è applicata oggi può produrre danni gravissimi, con poteri enormi e controlli spesso deboli o inefficaci. Le storie non sono eccezioni. Sono tante. Troppo simili tra loro.
Casi emblematici raccontati nel tempo anche da «Superando» e da familiari:
° Carlo Gilardi, 92 anni, rinchiuso in RSA (Residenza Sanitaria Assistita), contro la sua volontà per anni.
° Marta Garofalo Spagnolo, giovane donna privata di autonomia.
° C. e Barbara, separati e trasferiti in RSA senza rispetto della loro volontà.
° Simone e Sara, ricovero forzato e ricatto affettivo.
° Oriana, morta isolata dai familiari con decisioni sanitarie imposte.
° Giovanna e la madre, separate da amministratori che limitano autonomia e affetti.
° Un giovane uomo fiorentino, a cui la madre-amministratrice impedisce contatti con familiari e compagna.
° Maria Antonietta, vittima di ripetuti abusi economici da parte della propria amministratrice.
° Gigi Monello, professore assolto dopo anni di processo, separato ingiustamente dalla madre.
Temi ricorrenti: isolamento affettivo, gestione arbitraria dei poteri, abusi economici, negazione dei diritti fondamentali.

La fragilità non dovrebbe mai diventare il varco attraverso cui si entra nella vita delle persone per decidere al posto loro tutto, anche contro la loro volontà. E il giornalismo vero non tace davanti al dolore. Non si limita ai casi eclatanti, non raccoglie testimonianze per poi sparire.
Scegliere cosa raccontare – e cosa no – modella la realtà pubblica. Raccontare queste storie è scomodo, complesso, spesso impopolare. Ma è lì che il giornalismo smette di essere vetrina e torna a essere servizio pubblico. Finché le testimonianze resteranno ai margini, il problema non sarà solo una legge da riformare: sarà anche un’informazione che ha scelto di non vedere.

Scrivo perché mia madre non può più parlare. Scrivo perché altre madri, padri, figli non facciano la stessa fine nel silenzio. Scrivo perché il vero scandalo non è criticare una legge, ma fingere di non vedere le vittime.
L’amministrazione di sostegno può essere uno strumento importante solo se profondamente ripensato, con un uso limitato ai casi di reale necessità, controlli effettivi e trasparenza, rispetto della volontà e delle relazioni affettive della persona. Finché questo non accade, continueremo a raccontare. E lo faccio anche nel nome di Stefania Delendati, che ha dato voce ai “fragili” quando il silenzio era la regola. Ci ha lasciati, ma la sua luce resta: in chi continua a parlare per chi non può più farlo, trasformando il dolore in impegno e la memoria in coraggio.

Diritti alla Follia, l’Associazione di cui faccio parte, fa informazione e divulgazione attraverso i propri canali: blog, canali video e incontri pubblici. L’obiettivo è anche quello di elaborare un dossier di casi documentati da portare all’attenzione di organismi nazionali e internazionali per la tutela dei diritti umani. Chi desidera raccontare la propria esperienza con l’amministrazione di sostegno può scrivere a: dirittiallafollia@gmail.com. È garantito il massimo rispetto della volontà delle persone e l’anonimato.

*Componente della Giunta dell’Associazione Diritti alla Follia. La proposta di riforma della Legge 6/04, in tema di amministrazione di sostegno, elaborata dalla stessa Associazione Diritti alla Follia, è disponibile a questo link. Il presente testo è stato innanzitutto pubblicato nel sito della menzionata Associazione, poi ripreso dal sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e quindi ripreso a nostra volta, con minimi riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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Caro Signor Mattel, siamo tutti autistici e le facciamo una lista di ciò che realmente ci serve

6 Febbraio 2026 - 5:32pm

«Caro Signor Mattel, siamo la Banda dell’Ortica della Fondazione Oltre il Blu, tutti quanti autistici, ma proprio tutti quanti, anche se uno diverso dall’altro, tutti quanti con paure e potenziali diversi… lei, con la “Barbie autistica”, ci rappresenta come una donna ben formata con una cuffia tra i capelli e tablet, ma qui nessuno è così! Se davvero vuole sensibilizzare aiutando il mondo autistico, perché non incomincia a chiedersi: “Cos’è questo mondo, cosa vuole e di che cosa avrebbe bisogno?”» La Banda dell’Ortica della Fondazione Oltre il Blu

Barbara era una bambina che amava giocare con le bambole. Un giorno, il papà che tornava da un lungo viaggio, le regala una bambola, Bild Lilli, nata nella lontana Germania.
Il signor Ruth Handler si sorprese molto nel vedere quanto sua figlia e le sue amiche amassero giocare con questa nuova bambola con sembianze d’adulta e, preso dall’entusiasmo, ne creò una simile dandole il nome di Barbie proprio come la sua bambina.
Nel 1954 Barbie viene presentata alla fiera del giocattolo a New York ed ecco il suo primo ingresso in società. Solo nel 1974 entra a far parte dei giocattoli delle case degli italiani. Era difficile non trovare una Barbie lì dove ci fosse una bambina. I capelli lunghi, spesso tagliati, vestitini sempre più di moda, accessori vari, casette, fidanzati, figli e così Barbie seguiva l’onda…
Era solo una semplice bambola e ci si chiede se il signor Ruth avesse mai immaginato che nel 2026 la sua graziosa bambola sarebbe stata protagonista delle più svariate discussioni e che anche lei “Barbie”, sarebbe diventata una “normalmente diversa”, in rappresentanza di un mondo così vasto e delicato, così nascosto e profondo, così intenso e sensibile come il mondo degli autistici.

Caro Signor Mattel, siamo la Banda dell’Ortica che opera presso la Fondazione Oltre il Blu, tutti quanti autistici, ma proprio tutti quanti, anche se uno diverso dall’altro, tutti quanti con paure e potenziali diversi… lei ci rappresenta come una donna ben formata con una cuffia tra i capelli e tablet ma qui nessuno è così!
In questo momento ci troviamo nel nostro laboratorio di trasformazione alimentare dove da anni creiamo ottime composte per addolcire il mondo e renderlo un posto migliore, soprattutto per voi “normali” sempre così seri e tristi in cerca del business.
Caro Signor Mattel, se davvero vuole sensibilizzare aiutando il mondo autistico, perché non incomincia a chiedersi: «Cos’è questo mondo, cosa vuole e di che cosa avrebbe bisogno?». Magari scopre che può fare molte più cose per noi piuttosto che giocattoli che i bambini non capirebbero perché in fondo non li capiscono neanche i grandi.
Quindi ora le facciamo una lista di ciò di cui abbiamo realmente bisogno tutti noi insieme:
– la nostra casa è molto costosa e una bella donazione sarebbe cosa gradita;
– quest’anno vorremmo comprare un furgoncino, la nostra vecchia Panda oramai non ce la fa più a scarrozzarci tutti insieme;
– inoltre, vorremmo anche creare una serra perché ci fa molto bene lavorare con la natura.
Un caro saluto dalla Banda dell’Ortica.

*https://www.oltreilblu.org/laboratorio-ortica/.

Sul tema della “Barbie autistica” segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine, i testi La “Barbie autistica”: ogni rappresentazione sbagliata è un altro giorno passato a dimostrare di esistere di Marie Helene Benedetti (a questo link) e La “Barbie autistica”, ovvero Come renderti visibile senza renderti rilevante di Tiziana Naimo (a questo link).

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Epilessia?… mi siedo con te

6 Febbraio 2026 - 4:52pm

In vista della Giornata Internazionale dell’Epilessia del 9 febbraio, evento dedicato a quella che è una delle patologie neurologiche più diffuse al mondo, l’AICE Valle d’Aosta, articolazione regionale dell’Associazione Italiana Contro l’Epilessia, sta promuovendo in questi giorni una serie di iniziative, che culmineranno nella giornata del 9, con l’inaugurazione di una panchina viola ad Aosta, con la scritta “Epilessia?… mi siedo con te” In questa immagine, realizzata con l’intelligenza artificiale, sono raffigurate sia la panchina viola che verrà inaugurata ad Aosta il 9 febbraio, sia il Palazzo Comunale della Città e il Castello di Aymavilles che in quello stesso giorno si illumineranno di viola

Il 2 febbraio dello scorso anno, come avevamo riferito a suo tempo anche sulle nostre pagine, era nata l’AICE Valle d’Aosta, articolazione regionale dell’Associazione Italiana Contro l’Epilessia. In occasione di tale data, la stessa Associazione ha ritenuto opportuno ricapitolare le tante iniziative promosse in questi 365 giorni (si legga a questo link un ampio resoconto), numerose delle quali caratterizzatesi come buone prassi nazionale, oltre a ricordare il Premio regionale del volontariato 2025 aggiudicatosi grazie al Percorso Epilessia Valle d’Aosta, progetto volto ad attuare azioni complementari sulla parte inclusiva di quanto svolge il Tavolo di Lavoro Regionale sull’Epilessia.

Ora siamo nell’imminenza della Giornata Internazionale dell’Epilessia (International Epilepsy Day) del 9 febbraio, evento dedicato a quella che è una delle patologie neurologiche più diffuse al mondo, colpendo circa 50 milioni di persone, che in Italia sono circa 500.000, con migliaia di nuove diagnosi ogni anno. Nonostante questi numeri, però, lo stigma sociale è ancora presente.
A scopo dunque di informazione e sensibilizzazione, oltreché per offrire un segno di vicinanza alle circa 650 persone con epilessia della Regione e alle loro famiglie, l’AICE Valle d’Aosta promuoverà nei prossimi giorni una serie di iniziative, a partire dall’inaugurazione ad Aosta di una panchina viola (in Via Monte Solarolo vicino alla Tourneuve, lungo il tratto di mura romane e lungo il percorso che conduce verso l’Università), evento patrocinato dal Comune della città. Il colore viola, infatti, è riconosciuto a livello internazionale come simbolo dell’epilessia. Sulla panchina, inoltre, verrà apposta una targa con il logo del citato Percorso Epilessia Valle d’Aosta e un QR Code che rimanderà al sito dell’Associazione, il tutto con la scritta, rigorosamente in viola, Epilessia?… mi siedo con te.
Per l’occasione, insieme al Presidente dell’AICE Valdostana, saranno presenti il Presidente della Regione e quello del Consiglio Regionale, il Sindaco di Aosta, l’Assessore Comunale alle Politiche Sociali e il Presidente del Centro Servizi Volontariato (CSV) Valle d’Aosta.

Sempre il 9 febbraio, quindi, saranno illuminati di viola il Palazzo Comunale di Aosta e il Castello di Aymavilles, anche se in realtà le iniziative dell’AICE Valle d’Aosta per la Giornata Internazionale hanno già preso il via il 5 febbraio con la diffusione di uno spot inclusivo radiofonico (che uscirà 240 volte in un anno), per proseguire domani, 7 febbraio, sia con la Cena in Viola, serata dedicata alla sensibilizzazione e al sostegno delle proprie attività, in programma al Caffè Nazionale di Aosta e realizzata in collaborazione con lo chef Paolo Griffa, sia con la prima di otto uscite di un messaggio inclusivo su un settimanale locale. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: aicevda@libero.it.

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Per rispondere sempre meglio ai bisogni delle persone con sordocecità e pluridisabilità psicosensoriale

6 Febbraio 2026 - 1:57pm

Con il supporto scientifico dell’Università degli Studi di Milano, la Lega del Filo d’Oro ha sviluppato un agile questionario, per conoscere l’opinione delle persone sulla rilevanza delle azioni che tale organizzazione intende realizzare, per ampliare la propria capacità di rispondere ai bisogni delle persone con sordocecità e pluridisabilità psicosensoriale Nicola, bimbo seguito dalla Lega del Filo d’Oro, insieme a Claudia, sostenitrice dell’organizzazione

Conoscere l’opinione delle persone sulla rilevanza delle azioni che un’organizzazione ormai “storica” come la Lega del Filo d’Oro intende realizzare per ampliare la propria capacità di rispondere ai bisogni delle persone con sordocecità e pluridisabilità psicosensoriale. È questo l’obiettivo dell’agile questionario (disponibile a questo link), sviluppato con il supporto scientifico dell’Università degli Studi di Milano, che richiede pochi minuti per la compilazione e al quale diamo ben volentieri visibilità. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il questionario. Per ogni ulteriore informazione: segreteriapresidente@legadelfilodoro.it.

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Quando la competenza conta più della retorica: Valentina Baldini Cavaliere della Repubblica

6 Febbraio 2026 - 1:31pm

L’onorificenza di Cavaliere della Repubblica a Valentina Baldini, giovane medico e ricercatrice bolognese affetta da atrofia muscolare spinale, rappresenta un preciso segnale culturale, ossia il diritto delle persone con disabilità a essere valutate per la propria competenza e per il contributo concreto alla vita civile del Paese, superando la narrazione del “nonostante tutto”, per approdare a una reale inclusione basata sul merito Valentina Baldini

Quando si parla di disabilità, lo sappiamo, è facile cadere in retoriche di pietismo o di eroismo individuale. Ma la storia di Valentina Baldini, 30 anni, medico e ricercatrice bolognese affetta da atrofia muscolare spinale (SMA), invita a guardare alla disabilità come a una questione di diritti, competenze e partecipazione sociale.
Alcuni giorni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per l’impegno nella tutela della salute psico-fisica, un riconoscimento che premia un percorso costruito su rigore scientifico e responsabilità civile. La cerimonia ufficiale si svolgerà il 3 marzo prossimo al Palazzo del Quirinale.

Laureata in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Psichiatria, Baldini ha orientato la propria carriera verso l’ambito accademico: oggi è infatti dottoranda di ricerca in Neuroscienze con un lavoro focalizzato sui disturbi del sonno, sulla suicidalità e sui fattori di rischio psicosociali, attività sostenuta da un assegno universitario.
Nonostante la forte impronta scientifica, il suo legame con la clinica resta vivo: i pazienti riconoscono in lei una professionista capace di un ascolto autentico, dove la cura non si fonda sull’identificazione, ma su una sensibilità maturata attraverso l’esperienza personale e tradotta in metodo rigoroso.

Accanto all’impegno in Ateneo, Baldini presiede l’ASAMSI (Associazione per lo Studio delle Atrofie Muscolari Spinali Infantili) e l’Associazione del Registro Italiano dei Pazienti con Malattie Neuromuscolari, realtà cruciali per la raccolta di dati clinici e la costruzione di politiche sanitarie.
Valentina rifiuta ogni idealizzazione della propria figura, sottolineando che ciò che conta nel lavoro con le persone è la qualità della relazione sostenuta dalla responsabilità professionale. L’onorificenza ricevuta rappresenta dunque un segnale culturale: il diritto delle persone con disabilità a essere valutate per la propria competenza e per il contributo concreto alla vita civile del Paese, superando la narrazione del “nonostante tutto”, per approdare a una reale inclusione basata sul merito. (Filippo Visentin)

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Il tuo pensiero, Stefania, è oggi la nostra eredità

6 Febbraio 2026 - 1:04pm

È davvero bello continuare a ricevere messaggi di vicinanza e ricordo dedicati alla nostra cara direttrice responsabile Stefania Delendati, mancata il 30 gennaio scorso. Ed è bello poterli tutti segnalare e trasmettere ai genitori di Stefania, Rita e Angelo. Oggi diamo spazio a quelli ricevuti da Maria Rosaria Ricci e da Manuela Viezzoli Stefania Delendati

Non si fermano i messaggi di vicinanza e di ricordo dedicati alla nostra cara direttrice responsabile Stefania Delendati, mancata il 30 gennaio scorso, ciò che naturalmente ci fa un grande piacere, oltre a renderci lieti di poterli tutti segnalare e trasmettere ai genitori di Stefania, Rita e Angelo. Oggi diamo spazio a quelli ricevuti da Maria Rosaria Ricci e da Manuela Viezzoli.

Cara Stefania, anche se non sei più con noi, il tuo coraggio, la tua passione e la tua dedizione per la scrittura continuano a illuminare chi ti ha conosciuta e chi ha avuto la fortuna di leggere le tue parole.
Grazie al computer e al software Dragon, sei riuscita a trasformare la tua passione in una vera professione di giornalista pubblicista, collaborando con HPress, InVisibili, il trimestrale della Camera di Commercio di Parma e Superando, testata che hai guidato come direttrice con competenza e impegno straordinari.
Grazie a te, inoltre, Superando ha dato spazio anche ai miei articoli: un dono prezioso che custodirò sempre con gratitudine. È stato per me un onore scrivere un articolo-intervista per te, un’esperienza che mi ha permesso di apprezzare ancora di più la tua forza e la tua capacità di affrontare ogni sfida. In particolare ricordo con emozione una mia intervista a Te pubblicata in «Millevoci News».
Il tuo esempio rimane un faro di coraggio e dedizione, un’arma imbattibile contro i pregiudizi che ruotano intorno alla disabilità.
Con affetto e ammirazione, fai buon viaggio Stefania.
Maria Rosaria Ricci

Pochi giorni fa, Stefania Delendati ci ha lasciato. Era la direttrice responsabile della testata Superando, giornale online che da sempre si occupa di tematiche riguardanti la disabilità in tutti i suoi aspetti. Conduceva il giornale con serietà e dedizione, non mancando mai di attenzione verso gli altri. Il giornale, sotto la sua guida, ha sempre fornito un’informazione completa e capillare e, soprattutto, accessibile a tutti.
Come scrive Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), la scomparsa di Stefania “lascia un vuoto umano e professionale difficile da colmare, ma anche un’eredità solida fatta di metodo, valori e visione”.
Stefano Borgato, segretario di redazione, continuerà a camminare nella direzione in cui Stefania credeva e che portava avanti quotidianamente.
In queste righe da lei scritte in occasione della sua presa di incarico, si riassume il suo pensiero che oggi diventa la nostra eredità: «Ho capito scrivendo che la disabilità abita ogni àmbito, la trovi anche laddove ti pare impossibile, a dimostrazione che non è un argomento riservato a pochi, ma può toccare chiunque. Non mi è mai piaciuto dire “mondo della disabilità”, è in antitesi con l’inclusione, una maniera per relegare una parte di umanità su un pianeta distante, mentre dobbiamo conoscerci e arricchirci a vicenda nell’unico mondo di cui tutti facciamo parte».
Manuela Viezzoli

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Le responsabilità che si collocano tra i diritti proclamati e i diritti praticabili

6 Febbraio 2026 - 12:33pm

«Nel tentativo di declinare dalla prospettiva della disabilità alcune analisi che mettono in luce meccanismi ricorrenti in molti sistemi istituzionali – scrivono da Attiva-Mente – si compone uno scenario in cui non basta più avere ragione, non bastano i dati, le convenzioni internazionali o i richiami ai diritti: tra diritti proclamati e diritti praticabili si collocano infatti responsabilità tanto complesse quanto precise» «Ci sono dinamiche riscontrate in contesti istituzionali contemporanei di molti Paesi – scrivono da Attiva-Mente – che si traducono in muri culturali e amministrativi che non si presentano come discriminatori, ma come “oggettivi”, “tecnici”, “inevitabili” e che, proprio per questo, risultano ancora più difficili da scalfire, diventando parte stabile del meccanismo».

Senza l’ambizione di esaurire il tema né di ridurlo a schemi semplicistici, con la presente riflessione vorremmo provare a declinare, dalla prospettiva della disabilità, alcune analisi che mettono in luce meccanismi ricorrenti in molti sistemi istituzionali.
Le decisioni politiche maturano all’interno di contesti complessi e, nell’àmbito dei diritti sociali in particolare, per formarsi, consolidarsi e tradursi in risultati concreti, hanno bisogno di almeno tre fattori:
° Una pressione difficile da ignorare: una richiesta, una critica, una protesta non frammentata né episodica, ma compatta e perseverante, capace di scuotere il “palazzo” e di incrinare quella comfort zone che tende a proteggere chi governa dall’urgenza del cambiamento. In assenza di una spinta collettiva forte, si rinvia o si smussano le questioni più scomode, nell’attesa che tutto si esaurisca da sé, con il risultato di un progressivo stratificarsi dell’indifferenza.
° La disponibilità di risorse economiche: la volontà politica, anche quando esiste sul piano enunciativo, raramente si traduce in scelte concrete senza investimenti reali. Per la disabilità, ad esempio, questo limite è una costante: le risorse “non ci sono mai”, o vengono dichiarate insufficienti e sempre rinviabili. Una condizione che finisce per trasformarsi in alibi, rendendo persistente l’idea che alcuni diritti siano legittimi in teoria, ma negoziabili nella pratica.
° La volontà politica, il cui agire tende a legarsi alla politica con la “p” minuscola, orientata al consenso immediato, alla gestione degli equilibri e alla tenuta delle maggioranze, al netto delle esigenze reali dei cittadini.

Quando si parla di responsabilità politica, il riflesso immediato è quello di puntare il dito contro chi ricopre incarichi di governo. È una reazione comprensibile, ma spesso fuorviante. Non per assolvere la classe politica – partiti e parlamentari hanno grandi responsabilità -, bensì per capire dove e come si forma l’orientamento delle decisioni che incidono sulla vita delle persone. Il punto decisivo è ciò che accade nello spazio che si apre tra il ruolo politico e la conoscenza necessaria per esercitarlo: è lì che si annida spesso il vero potere di indirizzo.
Le scelte concrete, quelle che diventano atti, prassi, dinieghi o rinvii infiniti, prendono forma attraverso pareri, relazioni, interpretazioni normative, valutazioni di fattibilità e linguaggi apparentemente neutri, capaci di stabilire cosa sia possibile e cosa no. In quello spazio operano funzionari e dirigenti pubblici, figure che non decidono formalmente, ma orientano in modo sostanziale. Figure che conoscono il sistema, le sue inerzie e i suoi confini non scritti, e che sanno fino a dove ci si può spingere senza disturbare equilibri consolidati.

La neutralità del “tecnico” è più un mito che una realtà. In sistemi poco permeabili e scarsamente trasparenti, il confine tra competenza, fedeltà politica e riconoscenza personale tende a sfumare fino quasi a scomparire. Tecnici e decisori finiscono così per rassicurarsi a vicenda, trovando nella prudenza, nel rinvio e nella conservazione dello status quo una comoda zona di sicurezza.
È un sottile meccanismo che alimenta indifferenza, inerzia e burocrazia: una postura strutturale che, per non rivedere prassi consolidate e per non riconoscere diritti che comporterebbero doveri, costi e cambiamenti organizzativi, finisce per proteggere il sistema da ciò che potrebbe trasformarlo.

Esiste poi un’ulteriore condizione, probabilmente la più critica, in cui le funzioni di indirizzo politico si sovrappongono alle responsabilità tecnico-amministrative esercitate dalla stessa persona. Quando chi contribuisce a definire le politiche è chiamato anche a gestirne l’attuazione, il rischio non è solo che il controllo si indebolisca, ma che le decisioni finiscano per auto-legittimarsi, sottraendosi strutturalmente al confronto con soluzioni alternative.

Queste dinamiche, riscontrate in contesti istituzionali contemporanei di molti Paesi, si traducono in muri culturali e amministrativi che non si presentano come discriminatori, ma come “oggettivi”, “tecnici”, “inevitabili” e che, proprio per questo, risultano ancora più difficili da scalfire, diventando parte stabile del meccanismo. In questo modo, i diritti vengono riconosciuti sul piano formale, ma la loro applicazione concreta resta sospesa, rallentata o di fatto neutralizzata.
Il prezzo di tutto ciò non lo pagano le lobby con più potere, ma le persone con meno voce, meno potere contrattuale e minore accesso alla vita pubblica: condizioni e barriere che le persone con disabilità sperimentano quotidianamente.

In questo scenario, non basta più avere ragione, non bastano i dati, le convenzioni internazionali o i richiami ai diritti: il lavoro, per quanto coeso, di chi fa sensibilizzazione e rivendica giustizia si scontra con un sistema normalizzato e abilista che continua a funzionare fin troppo bene per chi lo governa e lo amministra.
Tra diritti proclamati e diritti praticabili si collocano responsabilità tanto complesse quanto precise.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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“Riforma della disabilità” e il “caso Brescia”: senza soluzioni nazionali i problemi locali rischiano di ripetersi

5 Febbraio 2026 - 6:35pm

«I problemi emersi nella sperimentazione a Brescia riguardano in particolare la riforma della certificazione che dovrebbe portare alla nuova “Valutazione di base della disabilità”. E sono problemi che se non saranno affrontati e risolti a livello nazionale, con tutta probabilità si riproporranno anche nelle Province alle quali si allargherà la sperimentazione»: lo dicono in una nota le Federazioni Lombarde LEDHA  e FAND, insieme alle componenti regionali di ANFFAS, ANMIC e del Forum Terzo Settore

«Nei giorni scorsi la ministra per le Disabilità Locatelli [se ne legga anche in Superando, N.d.R.] ha comunicato l’estensione dal 1° marzo della sperimentazione della “Riforma della disabilità” in altre 40 Province italiane, tra cui sei della Lombardia (Bergamo, Como, Milano, Mantova, Pavia e Sondrio). Dal canto nostro esprimiamo la nostra preoccupazione su tale prossima estensione della sperimentazione»: è quanto si legge in una nota diffusa congiuntamente dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità), dalla FAND Lombardia (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), dall’ANFFAS Lombardia (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), dall’ANMIC Lombardia (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili) e dal Forum Terzo Settore Lombardia.
Già all’inizio dello scorso mese di dicembre, per altro, anche sulle nostre pagine la LEDHA e la FAND Lombardia avevano espresso preoccupazione circa i problemi incontrati nel primo anno di sperimentazione di quanto previsto dalla riforma nella Provincia di Brescia. Anche per questo motivo, dunque, le due Federazioni avevano chiesto di essere inserite nella Cabina di regia territoriale regionale che ha il compito di seguire l’andamento e l’esito della sperimentazione, richiesta recepita in un incontro, ma a cui finora non è stato dato seguito.

«I problemi emersi nella sperimentazione bresciana – spiegano le varie organizzazioni firmatarie della nota congiunta – riguardano la riforma della certificazione che dovrebbe portare alla nuova “Valutazione di base della disabilità”: su questo fronte, infatti, si registrano preoccupanti ritardi e diversi problemi, dovuti sostanzialmente alla mancanza di medici, commissioni insufficienti e carenza di locali da destinare alle sedi di commissione decentrate sui territori provinciali da parte dell’INPS, per fare fronte al numero di richieste. Si consideri che con l’attuale normativa sono presenti Commissioni di accertamento dell’invalidità civile gestite dalle ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali) in ogni Ambito territoriale, mentre l’INPS, fatto salvo il caso di Milano, ha prevalentemente Sedi Provinciali localizzate nei capoluoghi di provincia. Per quanto poi riguarda i “medici di categoria” (ANMIC, ANFFAS, ENS e UICI), sebbene siano stati richiesti dall’INPS aumenti pari al doppio degli attuali in organico, non è possibile procedere alle pratiche di contrattualizzazione in quanto la Direzione Regionale dell’INPS consentirà l’avvio delle procedure solo dopo che avrà avuto il via libera sui relativi fondi a disposizione da parte della propria Direzione Generale».
«Si tratta di problemi – commentano LEDHA, FAND, ANFFAS, ANMIC e Forum Terzo Settore della Lombardia – che risultano ancora presenti nel territorio bresciano e che se non saranno affrontati e risolti a livello nazionale dal Ministero per le Disabilità e dall’INPS, con tutta probabilità sono destinati a riproporsi nelle sei nuove Province della nostra Regione, generando grandi preoccupazioni tra gli addetti ai lavori, tra le persone con disabilità e le famiglie direttamente coinvolte. E sono anche le ragioni che hanno portato prima le organizzazioni sindacali e poi la stessa Regione Lombardia – nelle persone degli assessori Guido Bertolaso (Welfare) e Simona Tironi (Istruzione, Formazione e Lavoro) – a chiedere il rinvio dell’applicazione della riforma».

Rispetto a quest’ultimo dato, tuttavia, la posizione di LEDHA, FAND Lombardia e Forum Terzo Settore Lombardia, è chiara: «Riteniamo – affermano – che sia interesse delle persone con disabilità della Lombardia che la riforma sia applicata presto e bene su tutto il territorio regionale, dando un forte impulso all’attuazione di quanto previsto dal Decreto Legislativo 62/24 sul Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, a sostegno delle esperienze già avviate nella nostra Regione a seguito dell’approvazione della Legge Regionale 25/22. Nel frattempo, però, invitiamo a riflettere sulle difficoltà emerse dall’esperienza del territorio bresciano in merito alla nuova “Valutazione di base” destinata ad assorbire le attuali modalità di certificazione dell’invalidità e della disabilità, approntando tutti gli strumenti necessari per ridurre i disagi. E proprio alla luce di queste considerazioni, riteniamo che sarebbe stato opportuno che a valutare e ad esprimersi sull’opportunità o meno di avviare o rinviare l’applicazione della riforma, almeno per quanto riguarda la “Valutazione di base”, non fossero stati i singoli Enti e Istituzioni coinvolte, ma un gruppo di lavoro con riunite tutte le parti coinvolte, comprese le organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità. Un metodo necessario non solo per definire i tempi di attuazione della riforma, ma anche i possibili e necessari interventi per affrontare e risolvere i problemi riscontrati a Brescia, anche per evitare che si ripropongano nel resto del territorio regionale».

«Per questo – conclude la nota congiunta delle varie organizzazioni lombarde – riteniamo urgente e necessaria la convocazione di un tavolo interistituzionale, che veda anche la partecipazione delle rappresentanze degli Enti di Terzo Settore, a partire da quelle delle Associazioni, dove poter confrontarsi sulle criticità e sulle possibili soluzioni, per evitare di affrontare le riforma in modo frammentato e al fine di rendere efficaci queste sperimentazioni territoriali. E nel frattempo torniamo ad invitare a riflettere sulle difficoltà emerse dall’esperienza del territorio bresciano in merito alla nuova “Valutazione di base”, approntando tutti gli strumenti necessari per ridurre i disagi». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Il legame inscindibile tra i diritti delle persone con disabilità e i diritti dei caregiver familiari

5 Febbraio 2026 - 5:45pm

In attesa dell’avvio della discussione parlamentare nelle Commissioni competenti sul Disegno di Legge riguardante i caregiver familiari, la Federazione FISH è intervenuta presso la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, richiamando l’attenzione «sul legame inscindibile tra diritti delle persone con disabilità e diritti dei caregiver familiari» e sottolineando come «l’assenza di una disciplina organica e strutturale continui a produrre gravi diseguaglianze e violazioni sistemiche»

«La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09, afferma con chiarezza che ogni violazione dei diritti delle persone con disabilità costituisce una violazione dei diritti umani. Si tratta di un principio che trova piena coerenza negli articoli 2, 3, 32 e 38 della Costituzione Italiana, che impongono alla Repubblica il dovere di garantire i diritti inviolabili della persona, l’eguaglianza sostanziale, il diritto alla salute e un sistema di assistenza pubblica adeguato. La solidarietà non può, quindi, tradursi in una delega integrale alle famiglie. Quando il carico assistenziale grava in modo esclusivo e continuativo sui caregiver familiari, senza tutele, riconoscimenti e supporti adeguati, si realizza una distorsione del principio costituzionale di solidarietà e si compromette l’effettività dei diritti delle persone con disabilità»: lo ha dichiarato la delegazione della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che in attesa dell’avvio della discussione parlamentare nelle Commissioni competenti sul Disegno di Legge riguardante i caregiver familiari, approvato nel mese scorso dal Consiglio dei Ministri, è intervenuta presso la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, per richiamare l’attenzione «sul legame inscindibile tra diritti delle persone con disabilità e diritti dei caregiver familiari», sottolineando come «l’assenza di una disciplina organica e strutturale continui a produrre gravi diseguaglianze e violazioni sistemiche».

«Il percorso normativo nazionale ed europeo – è stato ancora sottolineato dalla FISH -, dalla Legge di Bilancio per il 2018 (Legge 205/17) al Decreto Legislativo 29/24, dalla Direttiva Europea 2019/1158 fino alla recente Sentenza della Corte di Giustizia Europea sugli accomodamenti ragionevoli per i lavoratori caregiver, converge verso un dato inequivocabile: senza una disciplina organica sul caregiver familiare, i diritti fondamentali restano sulla carta».
«Riconoscere e tutelare i caregiver familiari – ribadisce in tal senso Vincenzo Falabella, presidente della FISH – non è una concessione, ma un dovere costituzionale: senza una legge organica i diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie restano incompleti e diseguali».

La FISH intende dunque continuare a seguire con estrema attenzione l’iter del Disegno di Legge, auspicando che «il confronto nelle Commissioni competenti possa portare a scelte coerenti con i princìpi costituzionali e con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.
A questo link è disponibile l’elenco dei numerosi testi con cui Superando si è recentemente occupato del Disegno di Legge sui caregiver familiari approvato in gennaio dal Consiglio dei Ministri.

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Non è più tempo di inclusione come concessione benevola: è tempo di riconoscere!

5 Febbraio 2026 - 5:04pm

«Quanto abbiamo letto in questi giorni – scrive Tonino Urgesi – non parla solo di un viaggio di istruzione negato a un docente di inglese cieco, ritenuto non in grado di vigilare sugli alunni, parla di un modello culturale ancora profondamente radicato, che confonde la disabilità con l’incapacità, la tutela con il controllo, la prudenza con la negazione dei diritti. Ma non siamo più nel tempo storico in cui le persone con disabilità devono “essere incluse” come concessione benevola da parte delle Istituzioni!»

Quanto letto in questi giorni sul «Corriere della Sera-Corriere Fiorentino» non parla solo di un viaggio di istruzione negato a un docente di inglese cieco, ritenuto dalla preside non in grado di vigilare sugli alunni. Parla di un modello culturale ancora profondamente radicato: quello che confonde la disabilità con l’incapacità, la tutela con il controllo, la prudenza con la negazione dei diritti.

Dal punto di vista psicologico e pedagogico, la decisione di escludere un docente cieco da un viaggio di istruzione, nonostante la fiducia esplicita di studenti e famiglie, rivela un meccanismo ben noto: il paternalismo abilista. Un atteggiamento che si maschera da protezione, ma che, in realtà, sottrae potere decisionale e riconoscimento professionale alla persona con disabilità.
Non siamo più nel tempo storico in cui le persone con disabilità devono “essere incluse” come concessione benevola da parte delle Istituzioni. Quel tempo è finito! Oggi siamo nel tempo in cui le persone con disabilità dovrebbero rivendicare la propria piena soggettività, la propria competenza, la propria dignità professionale e civile.
Educare, infatti, non significa solo vigilare. Significa costruire relazioni, promuovere responsabilità, sviluppare autonomia. Tutte competenze che quel docente esercita quotidianamente in aula, in contesti complessi e imprevedibili. Sostenere che tali competenze svaniscano appena si oltrepassa un confine geografico non è una valutazione oggettiva del rischio: è una proiezione della paura di chi decide.

Direi che dal punto di vista pedagogico, il messaggio implicito dato agli studenti e alle studentesse è assai devastante: che la disabilità è ancora un limite invalicabile, che la fiducia possa essere ritirata in qualsiasi momento, che i diritti siano sempre subordinati allo sguardo di chi detiene il potere.
E invece no. Le persone con disabilità non devono restare ferme ad aspettare di essere “ammesse”. Devono — e sempre più lo fanno — alzare la voce, occupare lo spazio che spetta loro, pretendere coerenza tra i princìpi proclamati e le pratiche reali. Non per eroismo, ma per giustizia e dignità. Perché la vera educazione inclusiva non consiste nel proteggere le persone con disabilità dal mondo, ma nello smantellare i modelli mentali che continuano a escluderle.
E questa, più di qualsiasi viaggio a Dublino, è la lezione che la scuola avrebbe dovuto e dovrebbe insegnare.

*Esperto di affettività e sessualità delle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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Può la filosofia favorire realmente una migliore inclusione sociale delle persone con disabilità?

5 Febbraio 2026 - 4:47pm

La filosofia può realmente favorire una migliore inclusione sociale delle persone con disabilità tentando di costruire un ambiente comunitario, in cui tutti si relazionino in maniera fraterna, anziché conflittuale? Queste parole, proposte in modo affermativo dalla presentazione di Filosofia, inclusione, comunità, libro recentemente pubblicato da Luca Grecchi, docente universitario di Storia della Filosofia, costituiscono un affascinante quesito da sviluppare senz’altro in termini di dibattito

La filosofia può realmente favorire una migliore inclusione sociale delle persone con disabilità tentando di costruire un ambiente comunitario, in cui tutti si relazionino in maniera fraterna, anziché conflittuale? Queste parole, proposte in modo affermativo nella presentazione editoriale di un libro recentemente uscito, costituiscono per noi un affascinante quesito da sviluppare in termini di dibattito, fermo restando un pieno accordo sul fatto che, come si legge ancora nella presentazione editoriale, «la disabilità è un tema politico, oltre che culturale, riguardando l’effettiva realizzazione delle migliori condizioni di vita e la piena attuazione di quei diritti che consentano a tutti di condurre un’esistenza massimamente felice».

Il libro di cui parliamo è Filosofia, inclusione, comunità (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”) e a firmarlo è Luca Grecchi, docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, direttore della rivista «Koinè» e di due collane di studi filosofici presso gli editori Petite Plaisance e Unicopli, oltreché autore di numerosi volumi di filosofia antica.
Corredato da una ricca bibliografia che attinge a piene mani anche da opere di persone piuttosto note nel mondo della cultura riguardante la disabilità («Sono, principalmente, uno studioso di filosofia antica – scrive Grecchi – non di pedagogia speciale e ho pertanto dovuto acquisire, per realizzare questo libro, alcune competenze di cui non disponevo»), il volume, sottolinea l’Autore nell’introduzione, si pone appunto come fine «di argomentare come la filosofia possa favorire una migliore inclusione delle persone con disabilità, un fine raggiungibile tentando di costituire, al contempo, un ambiente comunitario in cui le persone si relazionino in maniera quanto più possibile fraterna, anziché conflittuale».

«Negli ultimi decenni – aggiunge poi Grecchi – qualcosa è stato fatto nel nostro Paese, ma troppo poco rispetto a ciò che rimane da fare per favorire, per le persone con disabilità, lo svolgimento di una esistenza degna di essere vissuta. Fino a che sussisteranno dunque condizioni di esclusione, dunque di sofferenza, che colpiscono, nel mondo, centinaia di milioni di esseri umani, occorrerà segnalare, con verità, ogni situazione in cui l’inclusione viene, di fatto, negata. Ciò costituisce il necessario punto di partenza per potere poi, nel tempo, porre progettualmente rimedio a tale stato di cose. E la ricerca della verità, in un’ottica interale – che tenga, cioè, conto dell’intero, dunque della realtà per come essa si struttura nella articolazione delle sue parti -, costituisce il contenuto principale della filosofia, così come dell’inclusione».
Temi, quesiti e concetti del tutto degni di nota, che rendono assai utile “raccogliere la sfida” della filosofia lanciata da questo libro di Luca Grecchi, di cui consigliamo caldamente la lettura. (Stefano Borgato)

Luca Grecchi, Filosofia, inclusione, comunità, Brescia, Scholé (marchio di Morcelliana), 2026, (collana “Orso blu”), 189 pagine.

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Due appuntamenti educativi e multisensoriali al Museo Omero di Ancona, in collaborazione con “Erratica”

5 Febbraio 2026 - 1:58pm

In collaborazione con la mostra “Erratica” (nuova edizione del “Premio Marche-Biennale d’Arte Contemporanea”), il Museo Tattile Statale Omero di Ancona proporrà nei prossimi giorni, presso la propria sede, due appuntamenti educativi e multisensoriali, il primo dei quali domani, 6 febbraio, sarà una visita guidata multisensoriale rivolta a un pubblico adulto, mentre l’8 febbraio è in programma un gioco-esplorazione rivolto a famiglie con bambini e bambine dai 6 anni in su Una delle sale della mostra “Erratica” alla Mole Vanvitelliana di Ancona, che sarà coinvolta nelle iniziative dei prossimi giorni proposte dal Museo Omero

Nel quadro di una collaborazione con la mostra Erratica, nuova edizione del Premio Marche-Biennale d’Arte Contemporanea, ospitata fino al 28 febbraio dalla Mole Vanvitelliana di Ancona, il Museo Tattile Statale Omero del capoluogo marchigiano, che ha anch’esso sede presso la Mole Vanvitelliana, proporrà nei prossimi giorni due appuntamenti educativi e multisensoriali, «pensati – così come vengono presentati – per ampliare l’esperienza di visita e renderla accessibile a pubblici diversi, offrendo un modo nuovo di vivere la mostra, non solo attraverso lo sguardo ma coinvolgendo il corpo, le mani, l’ascolto e l’immaginazione».
Nel pomeriggio di domani, 6 febbraio, dunque (ore 16.30), vi sarà una visita guidata multisensoriale rivolta a un pubblico adulto, tenuta dalle guide della mostra Erratica in collaborazione con lo staff del Museo Omero.
La mattinata dell’8 febbraio, invece (ore 10.30), sarà dedicata alle famiglie con bambine e bambini dai 6 anni in su e sarà un gioco-esplorazione denominato Esploratori erranti: alla scoperta dell’arte che si può toccare.
Il punto d’incontro per entrambe le attività sarà presso la biglietteria della Mostra Erratica alla Mole Vanvitelliana di Ancona. La prenotazione è obbligatoria e può essere effettuata telefonicamente o via WhatsApp (numero 335 5696985), o scrivendo a prenotazioni@museoomero.it. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: redazione@museoomero.it.

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