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Le persone con disabilità e il voto al referendum costituzionale (spiegato anche in CAA)

12 Marzo 2026 - 12:14pm

Le persone con una disabilità che ostacola il diritto a recarsi a votare potranno naturalmente farlo al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, ma in base alle differenti condizioni di ciascuno, la normativa prevede possibilità diverse, che elenchiamo nel presente testo, dando spazio anche a una meritoria e utile iniziativa, attuata da Antonio Bianchi, consigliere della Federazione LEDHA, vale a dire i contenuti del referendum spiegati in CAA (Comuunicazione Aumentativa Alternativa) Una delle parti del documento che spiega il referendum costituzionale in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa)

Il 22 marzo (ore 7-23) e il 23 marzo (ore 7-15) i cittadini e le cittadine del nostro Paese saranno chiamati e chiamate ad esprimersi sul referendum confermativo della legge costituzionale recante Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare (per ogni maggiore informazione sulla sostanza del quesito referendario, si veda al sito del Ministero dell’Interno).
Potranno esercitare il diritto di voto tutti i cittadini e le cittadine che abbiano compiuto i 18 anni e come sempre sarà necessario presentarsi al proprio seggio di appartenenza con un documento d’identità munito di fotografia e con la tessera elettorale. Le persone con una disabilità che ostacola il diritto a recarsi a votare potranno naturalmente esprimere comunque le loro preferenze di voto, ma in base alle differenti condizioni di ciascuno, la normativa prevede possibilità diverse, di seguito elencate.

Voto a domicilio
Le persone con disabilità che siano in condizioni di dipendenza continuativa e vitale da apparecchiature elettromedicali e impossibilitate ad allontanarsi dall’abitazione in cui dimorano possono chiedere di esercitare il voto a domicilio, facendo pervenire al Sindaco del Comune in cui si è iscritti nelle liste elettorali un’esplicita richiesta (in questo caso andava fatta entro il 2 marzo).

Voto in ospedale o in casa di cura
La normativa prevede inoltre, per le persone ricoverate in ospedale o in casa di cura, la possibilità di votare all’interno del luogo di ricovero. A tal fine l’interessato o l’interessata deve presentare al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali è iscritto un’apposita dichiarazione recante la volontà di esprimere il voto nel luogo di cura e l’attestazione del direttore sanitario dello stesso luogo di cura comprovante il ricovero. Tale dichiarazione, da inoltrare per il tramite del direttore amministrativo o del segretario dell’istituto di cura, deve pervenire al Comune non oltre il terzo giorno antecedente la votazione.

Voto assistito
Le persone cieche, quelle amputate delle mani, affette da paralisi o da altro impedimento di analoga gravità, ossia coloro che sono fisicamente impediti nell’espressione autonoma del voto, possono essere accompagnate all’interno della cabina elettorale da un familiare o da un altro elettore scelto appunto come accompagnatore, che può essere iscritto nelle liste elettorali di un qualsiasi Comune italiano.
Possono quindi essere ammessi all’espressione del voto con l’assistenza di un accompagnatore gli elettori:
° che presentando apposita certificazione sanitaria abbiano ottenuto, da parte del Comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, l’inserimento sulla propria tessera elettorale dell’apposito Codice AVD, che sta per “diritto voto assistito”. Questo timbro, corredato dalla sottoscrizione di un delegato del Sindaco, è collocato nella parte interna della tessera, e precisamente sulla facciata a fianco di quelle contenenti gli spazi per la certificazione del voto oppure, se ciò non è stato possibile per la presenza di annotazioni, nello spazio posto sotto la scritta Circoscrizioni e collegi elettorali.
° il cui impedimento fisico nell’espressione autonoma del voto sia evidente.
Quando poi sulla tessera elettorale non è presente l’annotazione permanente per il voto assistito, e l’impedimento fisico dell’elettore non risulta evidente, il diritto ad essere accompagnati in cabina può essere dimostrato tramite un certificato medico rilasciato da un medico funzionario designato dalla competente Azienda Sanitaria Locale, ove si attesti in modo esplicito che l’infermità fisica impedisce all’elettore/elettrice di esprimere il voto autonomamente, rendendo necessario l’aiuto di un altro elettore.
Nessun elettore può esercitare la funzione di accompagnatore per più di una persona con disabilità.

Elettori non deambulanti
Nel caso in cui il seggio assegnato a un elettore con difficoltà di deambulazione non sia accessibile, egli può esprimere il suo diritto al voto presso un’altra sezione del Comune. Per farlo, deve esibire al Presidente del seggio prescelto, insieme alla tessera elettorale personale, un’attestazione medica di “Impossibilità o capacità gravemente ridotta di deambulazione”, rilasciata gratuitamente dai medici dell’ASL, anche in precedenza per altri scopi, o presentando semplicemente la copia autentica della patente di guida speciale.
Da ricordare anche che, in occasione delle varie consultazioni elettorali, molti Comuni organizzano servizi di trasporto pubblico gratuito in modo da facilitare agli elettori con disabilità il raggiungimento del seggio elettorale (per le relative informazioni, contattare il proprio Comune di residenza).

Rilascio dei certificati
Per rendere più agevole l’esercizio del diritto di voto, le Unità Sanitarie Locali, nei tre giorni precedenti la consultazione elettorale, garantiscono in ogni Comune la disponibilità di un adeguato numero di medici autorizzati per il rilascio dei certificati di accompagnamento e dell’attestazione medica di cui all’articolo 1 della Legge 15/91 (articolo 29 della Legge 104/92).

Il referendum spiegato in CAA
In conclusione ci piace segnalare un’iniziativa assai utile e meritoria attuata da Antonio Bianchi, consigliere della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), ossia un testo in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) che spiega, in modo semplice ed efficace, le ragioni del “Sì” e quelle del “No” (a questo link è possibile consultare il documento in versione sfogliabile). Per ciascuna delle due opzioni di voto, infatti, vengono indicate cinque motivazioni, sintetizzate rispettivamente a partire dai documenti elaborati dall’Unione delle Camere Penali (per il “Sì”) e dal Comitato per il “No”. Nel testo viene inoltre spiegato alle persone con disabilità che, in caso di indecisione, è possibile anche votare scheda bianca.
«Questo documento – sottolineano dalla LEDHA – è stato realizzato con l’obiettivo di rendere accessibili e comprensibili anche alle persone con disabilità cognitive (e non solo) i temi del grande dibattito pubblico. Temi spesso complessi, ma che hanno una ricaduta diretta sulla vita quotidiana di tutti e sui quali è necessario essere informati per poter compiere scelte consapevoli. La proposta è perfettibile e parziale, necessita di una conoscenza del mondo non sempre disponibile alle persone con disabilità cognitive. Vuole comunque essere un’occasione di dialogo, di approfondimento, un modo anche questo per fare politica, anche a prescindere dal voto, del cui esercizio si vuole comunque sostenere l’importanza. L’iniziativa vuole inoltre contribuire a garantire a tutti e tutte il rispetto del diritto di voto: un’informazione comprensibile, infatti, è una condizione essenziale per una partecipazione piena e consapevole alla vita democratica». (S.B.)

Ringraziamo la Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) per la collaborazione.

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Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) e diritto alla difesa

12 Marzo 2026 - 11:21am

«Abbiamo accolto con grande interesse – scrivono dall’Associazione Diritti alla Follia – la recente Ordinanza con cui il Tribunale di Firenze ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardo a quell’articolo della Legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, nella parte in cui non garantisce adeguatamente il diritto alla difesa della persona sottoposta a Trattamento Sanitario Obbliatorio (TSO)»

La nostra Associazione [Diritti alla Follia] ha accolto con grande interesse l’Ordinanza del 29 dicembre 2025 con cui il Tribunale di Firenze ha rimesso alla Corte Costituzionale una questione di legittimità riguardante la disciplina del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Con tale provvedimento, infatti, il Tribunale di Firenze ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardo all’articolo 35 della Legge 833/78 (Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale), nella parte in cui non garantisce adeguatamente il diritto alla difesa della persona sottoposta a TSO. Il giudizio davanti alla Consulta è stato quindi formalmente aperto.

Nello specifico il giudice ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità in riferimento all’articolo 24 della Costituzione, osservando che la normativa vigente non prevede alcune garanzie fondamentali per la persona sottoposta a TSO. In particolare, la legge non stabilisce:
° che il paziente debba essere informato della facoltà di nominare un difensore di fiducia;
° che l’ordinanza del Sindaco che dispone il TSO debba essere comunicata anche al difensore eventualmente nominato;
° che l’audizione del paziente davanti al giudice tutelare avvenga con la presenza del difensore;
° che anche il decreto di convalida del giudice tutelare sia comunicato al difensore.
Secondo il Tribunale, tali lacune compromettono l’effettività del diritto di difesa in un procedimento che comporta una significativa compressione della libertà personale e dell’autodeterminazione sanitaria della persona.

La decisione del giudice fiorentino si inserisce in un percorso giurisprudenziale già avviato dalla Corte Costituzionale, che con la Sentenza 76/25 aveva rafforzato alcune garanzie procedurali nel procedimento di TSO, imponendo la comunicazione del provvedimento alla persona interessata e il suo ascolto prima della convalida [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
Per la nostra Associazione, questa Ordinanza rappresenta un passaggio importante per il riconoscimento dei diritti delle persone sottoposte a trattamenti sanitari coercitivi. In uno Stato di diritto, anche nelle situazioni di emergenza sanitaria o psichiatrica, devono essere garantiti contraddittorio, assistenza legale e piena tutela dei diritti fondamentali.
Auspichiamo quindi che la Corte Costituzionale colga l’occasione per colmare definitivamente questa lacuna normativa e per affermare con chiarezza che il diritto alla difesa deve essere garantito anche nel procedimento di trattamento sanitario obbligatorio.
E del resto, quella riconosciuta dal Tribunale di Firenze come una lacuna della normativa vigente è esattamente una delle criticità che denunciamo da anni. Nella nostra proposta di riforma della procedura di applicazione del TSO abbiamo infatti previsto esplicitamente il diritto alla difesa tecnica della persona sottoposta a Trattamento Sanitario Obbligatorio, con la possibilità di essere assistita da un avvocato nel procedimento di convalida davanti al giudice tutelare. Per questa posizione, abbiamo ricevuto negli anni sberleffi e alzate di spalle da gran parte della psichiatria italiana organizzata e dalla quasi totalità delle Associazioni che si presentano come paladine dei diritti dei “pazienti psichiatrici”. La questione oggi rimessa alla Corte Costituzionale dimostra invece che quella richiesta non era affatto eccentrica o provocatoria, ma individuava un problema reale di tutela dei diritti fondamentali.

*dirittiallafollia@gmail.com.

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I numeri della disabilità sono approssimativi per disinteresse o per scelta?

11 Marzo 2026 - 6:24pm

«Solitamente, nei Paesi occidentali, sui temi importanti i dati – scrive Luca Grecchi – possono mancare per due motivi: o non interessano, o si preferisce che non siano disponibili. Nel caso della disabilità, almeno per quanto concerne la scuola, temo che il primo motivo sia quello prevalente. In ogni caso, la mancanza di rilevazioni, ossia di analisi, anche se si verifica per disinteresse, è sempre una questione politica oltre che culturale, e come tale, dunque, va affrontata»

Ottenere dati precisi sulla disabilità è spesso un problema. Se si ricerca, ad esempio, anche solo quale sia il numero di persone con disabilità in Italia, fonti pur autorevoli oscillano in stime tra i 3 e i 13 milioni. Ciò è, nella fattispecie, dovuto alla complessità della materia: non esiste infatti, come noto, una linea divisoria netta tra chi è disabile e chi no, ma solo un range di riduzione dell’autonomia personale, all’interno del quale, per varie finalità, si sceglie il punto da cui partire per le valutazioni. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la mancanza o la arbitrarietà dei dati è dovuta non alla complessità della materia, bensì ad un sostanziale disinteresse verso la medesima. Mentre infatti se si ricercano statistiche sui prezzi al consumo, sulla produzione industriale o sul commercio estero se ne trovano subito di accurate e aggiornate, non così accade per la disabilità.

Solitamente, nei Paesi occidentali, sui temi importanti i dati possono mancare per due motivi: o non interessano, o si preferisce che non siano disponibili. Nel caso della disabilità, almeno per quanto concerne la scuola, che rappresenta l’àmbito principale di questa mia riflessione, temo che il primo motivo sia quello prevalente. In ogni caso, la mancanza di rilevazioni, ossia di analisi, anche se si verifica per disinteresse, è sempre una questione politica oltre che culturale, e come tale, dunque, va affrontata.

Nella scuola, quali sono i dati che mancano? Vorrei partire da una esperienza personale. Lo scorso anno, mentre stavo scrivendo il libro Filosofia, inclusione, comunità, cercavo una documentazione statistica. Volevo cioè sapere se gli studenti con disabilità (e magari anche con DSA-Disturbi Specifici dell’Apprendimento) della scuola secondaria italiana fossero, in proporzione, bocciati di più o di meno rispetto agli altri studenti. Mi chiedevo, cioè, se, dopo circa 20 anni di normative inclusive molto accurate, GLO, PEI, PDP, eccetera [acronimi che stanno rispettivamente per Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione, Piano Educativo Individualizzato e Piano Didattico Personalizzato, N.d.R.], gli studenti con disabilità continuassero ad essere respinti 6 volte di più rispetto agli altri, come riportava in un suo libro del 2006 uno dei maggiori esperti in materia, ossia Raffaele Iosa. Pensavo che avrei reperito facilmente i numeri di cui avevo bisogno, ma mi sbagliavo.
All’inizio, essendo io, come alcuni sanno, primariamente uno studioso di filosofia antica, ho creduto che la colpa fosse mia: forse non sapevo cercare nei posti giusti. Chiesi allora ad amici specialisti di Pedagogia dove avrei potuto reperire rilevazioni, ministeriali o non, su questo tema. Dopo qualche giorno di silenzio, mi dissero che purtroppo nemmeno loro riuscivano a trovarne. Domandai allora al Centro Studi Erickson, forse il maggiore riferimento scientifico in Italia su questi argomenti. Mi risposero che, nel loro pur ampio catalogo, non vi era una sola pubblicazione su questo tema. Mi rivolsi a quel punto, con crescente sconcerto, direttamente al Ministero dell’Istruzione, dove un importante dirigente mi confermò l’assenza di questi dati, insieme tuttavia all’impegno a valutare la loro rilevazione per il successivo anno scolastico.

L’impressione che mi fece questa vicenda fu la seguente: decine di norme, convegni, libri sull’inclusione, ma ben poche persone, nel mondo della ricerca, realmente interessate a verificare se tutto quell’impegno abbia prodotto, per questi giovani esseri umani, almeno il risultato di evitare loro maggiori inique bocciature.
Per un adolescente con disabilità, che solitamente non viene incluso nei gruppi sociali dei coetanei, essere escluso, a causa di una bocciatura evitabile, da un contesto classe in cui magari è stato accolto bene, non è infatti solo un fallimento formativo, ma una vera e propria tragedia. Una tragedia che spesso conduce, soprattutto se il fatto si ripete, ad abbandonare la scuola: l’Eurostat rileva infatti che nel 2024 il tasso di abbandono scolastico nell’Unione Europea – verosimilmente correlato al numero di ripetenze – degli studenti con gravi forme di disabilità è stato di oltre 5 volte superiore rispetto a quello degli studenti senza disabilità. Se si considera inoltre che il suicidio costituisce la seconda causa di morte tra i giovani, e che esso risulta molto più frequente tra le persone con disabilità, vi è materia su cui riflettere.

“Dare i numeri”, dunque, in questo àmbito, non significa “sragionare”, ma, al contrario, effettuare indagini, verifiche, controlli per analizzare se, effettivamente, le misure intraprese stiano raggiungendo il loro fine, oppure, in caso contrario, se si debba correggere la traiettoria. Fare questo vorrebbe dire che l’inclusione, almeno in questi aspetti misurabili, rappresenta davvero il fine delle Istituzioni ad essa preposte. Non farlo lascia invece molti dubbi. Cosa penseremmo infatti, per fare solo un esempio, di una multinazionale che promuova decine di incontri, studi, linee guida per sollecitare l’utilizzo di un certo farmaco al fine di prevenire alcune malattie, ma che poi, venduto il farmaco, si disinteressasse totalmente di andare a vedere se, dopo un determinato lasso di tempo, l’utilizzo di quel farmaco ha effettivamente ridotto le malattie? Come minimo, penseremmo che il fine di quella impresa non era realmente la salute delle persone.
Quando i numeri mancano, in effetti, è verosimile che il problema non stia davvero a cuore a chi pure dovrebbe occuparsene. Le persone con disabilità, del resto, sono le prime a risultare “invisibili” anche nei numeri. Nella mia esperienza, ormai piuttosto lunga, mi sono in effetti trovato spesso di fronte a persone che dichiaravano di essere molto interessate a favorire l’inclusione; poche volte, tuttavia, mi sono trovato di fronte a persone realmente interessate a favorire l’inclusione.
Le parole, come scriveva Democrito circa 25 secoli fa, sono tuttavia sempre meno importanti dei fatti. Si può affermare ciò che si vuole, ma la realtà mostra la verità in maniera inequivocabile, per chi sappia comprenderla.

Gli studenti con disabilità, anche intellettiva, se adeguatamente supportati, possono raggiungere importanti traguardi scolastici, per poi inserirsi nel contesto sociale ponendo in essere tutte le loro migliori potenzialità. Ma affinché ciò si verifichi, occorre che l’inclusione diventi una teoria e una prassi diffusa. La cultura deve impegnarsi per influenzare in questo senso la politica. In caso contrario, assisteremo a crescenti processi di esclusione delle persone con disabilità, non solo dalla scuola, ma da ogni altro àmbito.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione costituisce l’estratto di un testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Per gentile concessione.

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La forza dell’arte e quella dell’impegno civile in un evento promosso dall’UICI di Roma

11 Marzo 2026 - 5:52pm

«Un appuntamento che metterà sullo stesso piano la forza dell’arte e quella dell’impegno civile, perché se la musica sa emozionare, il volontariato sa trasformare concretamente le vite»: così viene presentato l’evento “ARR Project in Concerto”,promosso dall’UICI di Roma e finalizzato a sostenere il Servizio di Volontariato della stessa UICI capitolina, vero “cuore pulsante” dell’Associazione, attivo ogni giorno accanto alle persone cieche e ipovedenti

Musica e impegno sociale si incontreranno il 13 marzo a Roma (Sala Baldini, Piazza di Campitelli, 9, ore 19) in una serata che promette emozioni profonde e un impatto concreto sulla vita delle persone. Denominato ARR Project in Concerto e promosso dall’UICI di Roma (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), l’evento sarà infatti finalizzato alla raccolta fondi per sostenere il Servizio di Volontariato della stessa UICI capitolina, vero “cuore pulsante” dell’Associazione, attivo ogni giorno accanto alle persone cieche e ipovedenti.
Protagonisti della serata saranno il maestro Riccardo Caudali al sassofono e il maestro Alessandro Mariano al pianoforte, anima dell’ARR Project, duo nato dall’incontro tra jazz e grande cinema, con arrangiamenti originali, interplay costante e improvvisazioni raffinate che rendono ogni brano un’esperienza intensa e coinvolgente. «Sarà un appuntamento – sottolineano dall’UICI di Roma – che metterà sullo stesso piano la forza dell’arte e quella dell’impegno civile, perché se la musica sa emozionare, il volontariato sa trasformare concretamente le vite». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore ampio approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@uicroma.it (Giovanni Fornaciari).

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Docenti di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado: è veramente emergenza?

11 Marzo 2026 - 5:30pm

Alla luce dei dati presenti in una rilevazione elaborata dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati sulla copertura dei posti di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado, il carattere emergenziale attribuito ai percorsi accelerati di specializzazione e fissato anche nei giorni scorsi dal Ministero, non sembrerebbe giustificato per questo segmento scolastico, dove i posti stessi risultano già in larga parte coperti da docenti con specializzazione completa

«Nel tentativo di evidenziare una serie di dati che riteniamo rilevanti per il dibattito pubblico sulla formazione dei docenti di sostegno – si legge in una nota diffusa dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati – abbiamo recentemente concluso una rilevazione (disponibile a questo link) sulle nomine tratte dalle GPS (Graduatorie Provinciali per Supplenze) per l’anno scolastico 2024-2025 relative alla classe di concorso ADSS (Sostegno nella scuola secondaria di secondo grado). Ebbene, i dati evidenziano una saturazione pressoché totale dei posti disponibili da parte di docenti già specializzati».

«Questo elemento – secondo il Collettivo – appare particolarmente significativo alla luce delle più recenti scelte normative. Con il Decreto Ministeriale 41/26 del 9 marzo scorso, infatti, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha autorizzato l’attivazione dei percorsi di specializzazione sul sostegno organizzati dall’INDIRE (secondo ciclo) con una durata non inferiore a tre mesi, con conclusione prevista entro il 30 giugno prossimo, nell’àmbito di un intervento definito di carattere emergenziale. Dalle prime indicazioni operative emerge inoltre che i candidati del secondo ciclo potranno inserirsi con riserva nelle graduatorie, per poi sciogliere la riserva entro giugno, acquisendo così il titolo a pieno effetto. Tale possibilità sembrerebbe fondarsi sulla dichiarazione di intenzione di partecipare al percorso, e non necessariamente sulla frequenza già avviata del corso. Alla luce dunque dei dati raccolti sulla copertura dei posti nella scuola secondaria di secondo grado, riteniamo importante evidenziare che il carattere emergenziale attribuito ai percorsi accelerati non appare giustificato per questo segmento scolastico, dove i posti stessi risultano già in larga parte coperti da docenti con specializzazione completa».

«Il rischio – concludono dal Collettivo – è quello di introdurre nel sistema un numero elevato di docenti formalmente specializzati, senza che vi sia una reale esigenza di sistema nella scuola secondaria di secondo grado, con possibili ripercussioni sulla qualità della formazione e sull’organizzazione del sostegno nelle scuole». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile la Rilevazione occupazionale docenti di sostegno secondaria di secondo grado elaborata dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati. Per ulteriori informazioni: collettivodocentispecializzati@gmail.com.

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I correttivi necessari e urgenti per il “Disegno di Legge Caregiver”

11 Marzo 2026 - 4:51pm

«Apprezzamento per un intervento atteso da decenni che segna un passo fondamentale verso il pieno riconoscimento di chi quotidianamente assiste e sostiene persone con disabilità, ma anche l’evidente necessità di correttivi urgenti, volti a rafforzare l’efficacia della norma»: è la posizione espressa dalla Federazione FISH nel corso di un’audizione presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera, a proposito del cosiddetto “Disegno di Legge Caregiver”

«Apprezzamento per un intervento atteso da decenni che segna un passo fondamentale verso il pieno riconoscimento di chi quotidianamente assiste e sostiene persone con disabilità, garantendo inclusione e dignità, ma anche l’evidente necessità di correttivi urgenti, volti a rafforzare l’efficacia della norma»: è questa la posizione espressa dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), audita dalla XII Commissione Affari Sociali della Camera, a proposito del cosiddetto “Disegno di Legge Caregiver” (Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari), con il relativo deposito di una propria Memoria.
«Tra le proposte principali da noi espresse – si legge in una nota della FISH – figurano la libertà di scelta della persona con disabilità e la revisione del monte ore richiesto per la qualifica di caregiver (articolo 2), che dovrebbe essere ridotta a 70 ore per i conviventi e a 18 ore per i non conviventi. Abbiamo inoltre richiesto il potenziamento del contributo economico, previsto dal 1° gennaio 2027 per chi si registrerà al portale INPS entro il prossimo mese di ottobre, e la conferma della natura esentasse del beneficio, escludendolo dal calcolo del reddito imponibile e dell’ISEE. In tal senso, chiediamo l’eliminazione della soglia dei 3.000 euro lordi annui per chi non svolge attività lavorativa e la soglia ISEE dei 15.000 euro, stabilendo invece come soglia quella prevista per il riconoscimento dell’Assegno Unico e Universale (AUU). In caso di co-caregiving, il contributo dovrebbe essere ripartito equamente tra entrambi i genitori (articolo 13)».

La FISH ha proposto inoltre anche «l’istituzione di un Fondo integrativo volontario presso l’INPS, tramite un articolo 13 bis, per ampliare le risorse destinate ai caregiver, un Fondo finanziato esclusivamente da contributi volontari dei lavoratori, professionisti e donazioni pubbliche o private, senza gravare sulle risorse statali obbligatorie».
Un altro punto ritenuto centrale dalla Federazione riguarda poi la previdenza dei caregiver (articolo 13 ter): «Entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, auspichiamo un Decreto Legislativo che garantisca contributi figurativi per l’intero periodo di assistenza, calcolati sulla base di 54 ore settimanali, interamente a carico dello Stato, dal momento del riconoscimento ufficiale del ruolo di caregiver».
E infine, sul tema della qualifica del caregiver, attualmente collegata al numero di ore settimanali, la FISH propone tre alternative per uniformare i criteri su tutto il territorio nazionale, vale a dire «fissare soglie minime nazionali, basarsi sul carico di cura effettivo certificato da strumenti ufficiali (PAI-Piano di Assistenza Individuale o Progetto di Vita), o definire standard omogenei tramite uno specifico Decreto».

«In questo momento storico – concludono dalla Federazione -, è fondamentale che la Commissione della Camera al lavoro sul Disegno di Legge e le Istituzioni competenti assumano piena responsabilità, rafforzando il provvedimento per trasformarlo in uno strumento concreto di riconoscimento, tutela e sostegno dei caregiver familiari. Migliaia di famiglie attendono da anni questo passo: il Parlamento deve pertanto approvare una norma solida, equa e capace di rispondere ai bisogni reali delle persone e delle comunità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

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Interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno: per una riforma che metta al centro la persona

11 Marzo 2026 - 2:02pm

L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità ha trasmesso alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti un documento volto a fornire una base tecnica per attuare la delega legislativa che porti al superamento degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione e alla revisione dell’amministrazione di sostegno, il tutto nel rispetto dei princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e in coerenza con la riforma della disabilità incentrata sul Progetto di Vita

L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità ha trasmesso alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti un articolato contributo tecnico-giuridico nell’ottica dell’attuazione dell’articolo 17 (Delega al Governo in materia di misure di protezione giuridica di cui al libro I, titolo XII, del Codice Civile) della Legge 167/25 (Misure per la semplificazione normativa e il miglioramento della qualità della normazione e deleghe al Governo per la semplificazione, il riordino e il riassetto in determinate materie), che delega appunto il Governo al riordino e alla semplificazione degli istituti dell’interdizione, dell’inabilitazione, dell’amministrazione di sostegno e dei relativi procedimenti.
«Il documento – si legge in una nota diffusa dall’Ufficio dell’Autorità Garante – affronta uno dei nodi più rilevanti del diritto civile italiano: il superamento graduale degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione, ancora previsti dal Codice Civile, e la revisione dell’amministrazione di sostegno, introdotta nel 2004 [Legge 6/04, N.d.R.]. È una riforma attesa da molto tempo dal mondo della disabilità, orientata a rafforzare il riconoscimento della capacità giuridica delle persone con disabilità e a garantire agli interessati strumenti di protezione più rispettosi della loro autonomia e dignità. Gli istituti tradizionali dell’interdizione e dell’inabilitazione, infatti, comportano una sostanziale sostituzione della persona nelle decisioni che la riguardano, che vengono rimesse in toto a un tutore o a un curatore. Il percorso di riforma mira, invece, a costruire un sistema di supporto personalizzato, nel quale gli strumenti di protezione giuridica possano essere calibrati sui bisogni della persona, con l’obiettivo primario di valorizzarne la partecipazione alle scelte che incidono sulla sua vita».

Il contributo trasmesso dall’Autorità Garante alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti, è stato elaborato da un apposito gruppo di studio istituito dalla stessa Autorità Garante, «composto – viene sottolineato – da giuristi ed esperti della materia, con l’obiettivo di fornire al Governo una base tecnica per attuare la delega legislativa nel rispetto dei princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e in coerenza con la riforma in materia di disabilità incentrata sul Progetto di Vita».

Il tema, va ricordato in conclusione, sarà al centro anche di un convegno giuridico in programma per il 18 marzo a Roma, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, promosso dall’Autorità Garante e dall’Associazione ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), con la partecipazione di giuristi ed esperti del settore, incontro durante il quale si approfondiranno le prospettive della riforma e l’impatto di essa sul sistema di tutela dei diritti delle persone con disabilità. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: segreteria@garantedisabilita.it.

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Parlare di disabilità a Sanremo? Dipende da come se ne parla

11 Marzo 2026 - 1:35pm

«Parlare di disabilità al Festival di Sanremo anche sì – scrive Donata Scannavini -, se sensibilizzasse sulle istanze di una reale inclusione, se si vedessero in gara cantanti con disabilità giudicati come tutti gli altri per la loro canzone e perfomance, se ci si battesse perché tutte le strutture fossero accessibili e se si presentassero anche persone che, nonostante la disabilità, sono riuscite a realizzare i loro sogni. Ma finché il servizio pubblico non sarà in grado o non vorrà fare questo, no, grazie!»

Anche quest’anno durante il Festival di Sanremo gli organizzatori hanno voluto dedicare spazio alle persone con disabilità, pensando di essere inclusivi. Ma cosa c’è di inclusivo nel fare cantare delle persone (non “ragazzi”, please) con disabilità che indossavano una bella maglietta rossa con scritto in bianco “Io sono come te”? Ci rendiamo conto che quella scritta si smentisce da sola? Se fosse davvero superflua – perché davvero siamo “come voi” – non ci sarebbe bisogno di esibirla. Nessun altro su quel palco indossa o indosserebbe una maglietta del genere: proprio perché non avrebbe senso.
Andiamo avanti: è stato sottolineato con enfasi e meraviglia che una persona di quel coro conosce a memoria tutte le canzoni di Laura Pausini. Prodigio! Non potrebbe, semplicemente, essere un suo fan e, come tutti i fan che si rispettino, conosca a memoria le canzoni della sua beniamina?

La gara canora prosegue e dopo un po’ arriva il momento dedicato agli atleti olimpici e paralimpici. Va riconosciuto che qui le cose sono andate un po’ meglio: gli atleti erano sul palco tutti insieme, sono stati fatti i complimenti a chi ha già gareggiato ottenendo medaglie importanti e sono stati incoraggiati coloro che avrebbero poi iniziato i Giochi Paralimpici. Peccato che Giovanni Malagò, già presidente del CONI, oggi presidente della Fondazione Milano Cortina, non abbia saputo resistere dal definire “eroi” gli atleti paralimpici.
Siccome la sottoscritta è ignorante e non capisce, prova a cercare su Google la definizione di “eroe” e trova: «L’eroe è una figura centrale in miti, letteratura e vita reale, definita da coraggio straordinario, abnegazione e capacità di compiere imprese eccezionali, spesso sacrificandosi per ideali, giustizia o la comunità». La domanda quindi sorge spontanea, un atleta ha un coraggio straordinario, compie imprese eccezionali (a volte qualcuno…) si sacrifica per gli altri?
Al netto che qualunque sportivo se vuole raggiungere dei risultati importanti deve fare sacrifici anche pesanti, non mi sembra che la definizione di eroe si addica agli atleti. Il nocciolo della questione, perciò, è che quando si parla di disabilità in televisione e sui media in generale l’obiettivo non è fare inclusione, ma suscitare sentimenti forti, pietismo, ammirazione smisurata, sensazionalismo.

Prova di questo è stato anche il collegamento in terza serata del Festival con un giovane che, in seguito a lesioni provocate da un pestaggio da parte di una baby gang, «ha avuto una sentenza terribile, tutta la vita in sedia a rotelle» e che desiderava partecipare al Festival come spettatore, ma non ha potuto.
Ora, nessuno discute che per un ragazzo di vent’anni sentirsi dire che passerà il resto della sua vita in carrozzina sia un’esperienza sconvolgente, ma ancora una volta si è voluto mirare alla pancia degli spettatori. Non è stato detto perché questo ragazzo non sia potuto andare a Sanremo; potrebbe essere che problemi che hanno impedito la sua partecipazione al Festival fossero veramente irrisolvibili, ma, non sapendolo, è lecito domandarsi se non si trattasse di questioni che con una reale volontà di inclusione si sarebbero potute risolvere.

Parlare di disabilità dal palco di Sanremo – un evento seguito ogni anno da milioni di spettatori e di cui si parla diffusamente su tutti i media – potrebbe essere un fatto molto positivo; il Festival, al di là delle opinioni che ognuno possa avere in merito, è una grossa cassa di risonanza. Il problema è come si parla di disabilità, come si presentano le persone con disabilità che non sono né poveretti condannati da “sentenze terribili”, né supereroi quando riescono, nonostante le difficoltà, a realizzare i propri sogni.
Sanremo anche sì, se sensibilizzasse sulle istanze di una reale inclusione, se per esempio si vedessero in gara cantanti con disabilità (ricordiamo Pierangelo Bertoli, Annalisa Minetti, Aleandro Baldi, per non parlare di Andrea Bocelli, ospite dell’ultima serata), giudicati, come tutti gli altri per la loro canzone e perfomance.
Sanremo anche sì, se ci si battesse perché tutte le strutture fossero accessibili, se si presentassero anche persone che, nonostante la disabilità, sono riuscite a realizzare i loro sogni. Ma si facesse questo senza sensazionalismo, senza l’obiettivo di far scendere la lacrimuccia alle signore delle prime file (“casualmente” inquadrate in quel momento), ma solo per spronare tutti, ognuno secondo il ruolo e la funzione ricoperta, a costruire una società sempre più inclusiva, dove sia normale che ogni persona, con o senza disabilità, possa realizzare al meglio se stessa, partecipando alla vita sociale alla pari di tutti gli altri.
Finché però il servizio pubblico non sarà in grado o, volendo pensar male, non vorrà fare questo, Sanremo? No, grazie!

*Il presente contributo è già apparso in “Persone con Disabilità.it” e viene qui riproposto, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Sul medesimo tema qui trattato, abbiamo già pubblicato i contributi di riflessione La rappresentazione della disabilità e il messaggio trasmesso al Festival di Sanremo di Fortunato Nicoletti (a questo link) e Ma Sanremo è davvero un contesto adeguato per affrontare un tema tanto complesso e articolato come la disabilità? di Tonino Urgesi (a questo link).

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Anche quest’anno le scuole hanno risposto alla grande ai “Pensieri di Marta”, fotografando l’inclusione

11 Marzo 2026 - 1:10pm

Il 21 marzo a Napoli vivrà felicemente la propria conclusione anche la sesta edizione del progetto educativo nazionale “I Pensieri di Marta”, di cui dallo scorso anno Superando è media partner, iniziativa di cui l’anima e il motore è Marta Russo, che dal 2020 propone a tutte le scuole questo progetto dedicato di volta in volta ai temi “Disabilità e Barriere”, “Accessibilità” e “Inclusione”, centrato quest’anno sulla fotografia, con “Uno scatto all’inclusione” “Siamo fili diversi di un’unica ragnatela” è la foto del 21° Circolo Didattico Mameli-Zuppetta di Napoli che ha vinto ex aequo il Premio della Giuria per la sesta edizione dei “Pensieri di Marta”

Ci siamo! Ancora una decina di giorni e anche la sesta edizione del progetto educativo nazionale I Pensieri di Marta, di cui dallo scorso anno Superando è media partner, vivrà felicemente a Napoli la propria conclusione. Ma ricordiamo a Lettori e Lettrici di cosa si tratta esattamente.
Marta Russo, influencer dell’accessibilità, presidente dell’Associazione Diritti Diretti e per non farsi mancare niente anche Cavaliere della Repubblica, è una giovane con disabilità molto attiva per la costruzione di un mondo in cui ogni persona sia al centro dei percorsi di inclusione. Dal 2020 propone a tutte le scuole il citato progetto nazionale I Pensieri di Marta, dedicato di volta in volta ai temi Disabilità e Barriere, Accessibilità e Inclusione e che ogni anno si basa su un nuovo tema e titolo – quest’anno Uno scatto all’inclusione, focalizzato segnatamente sulla fotografia – con tante proposte, risorse e materiali dedicati, coinvolgendo centinaia di istituti scolastici in tutte le Regioni d’Italia.
Si tratta ormai di un appuntamento atteso sia per la possibilità di utilizzo di risorse versatili, sia per gli spunti operativi, sia per la possibilità di interagire direttamente con Marta che è sempre disponibile a realizzare incontri ed interventi con gli studenti e le studentesse in tutta Italia.
Dal 2024 Marta ha coinvolto l’Associazione Diritti Diretti e anche l’Istituto Comprensivo 88° Eduardo De Filippo di Napoli, per procedere con una coprogettazione di idee, contenuti, obiettivi e per realizzare proprio in una scuola la cerimonia di chiusura del percorso progettuale. Dallo scorso anno, infine, si è aggiunta, come detto, anche la presenza e la partecipazione della nostra testata Superando come media partner.

«Questo progetto – racconta la stessa Marta Russo – non rappresenta un concorso nel senso che non vuole creare uno spirito di competizione, ma è soprattutto un’opportunità per riflettere tutti insieme su un tema così trasversale. Ogni anno è una grande emozione: ricevo video, foto, lettere, ma in particolare si creano connessioni, incontro tanti ragazzi, i loro docenti, le famiglie, Associazioni ed Enti Locali. Anche la quinta edizione era stata un grande successo: avevo chiesto infatti alle scuole di realizzare un racconto inclusivo con la promessa di pubblicare i migliori. Oggi i testi selezionati sono racchiusi in un libro pubblicato nell’ottobre dello scorso anno e presto saranno presenti materiali per i docenti per farne un testo che serva a riflettere ancora tutti insieme nelle scuole. La pubblicazione si chiama I Pensieri di Marta Una Visione, Un Progetto, Il Libro ed è un testo scritto con i ragazzi/ragazze e per i ragazzi/ragazze».

“Inclusione tra i fornelli” dell’IIS Giovanni Paolo II di Maratea (Potenza) è l’altra foto che ha vinto ex aequo il Premio della Giuria per la sesta edizione dei “Pensieri di Marta”

E veniamo dunque agli esiti dell’edizione di quest’anno, dedicata, come detto, al tema Uno scatto all’inclusione e che ancora una volta ha dimostrato di sapersi allineare alle buone pratiche di educazione inclusiva, valorizzando la diversità e promuovendo ambienti scolastici creativi e accoglienti.
«Anche quest’anno – spiega la promotrice -, gli istituti scolastici partecipanti hanno utilizzato materiali didattici dedicati presenti sul sito web ufficiale dell’iniziativa e, in più, sono stati chiamati ad approfondire la normativa a partire dal Decreto Legislativo 62/24, per conoscere il linguaggio corretto da utilizzare per le persone con disabilità. Integrando dunque temi di inclusione, diritti delle persone con disabilità e creatività espressiva, docenti, studenti, famiglie e territorio hanno potuto affrontare temi anche molto complessi. Al termine del percorso, poi, docenti e studenti sono stati chiamati a realizzare un’immagine che fotografasse appunto l’inclusione. Le foto inviate sono state quindi presentate al pubblico attraverso la pagina ufficiale Facebook dei Pensieri di Marta, raggiungendo oltre 500.000. Detto che il progetto ha coinvolto numerose scuole anche sui temi dei bisogni comunicativi complessi, in un percorso innovativo che unisce educazione, inclusione, arte e legalità, va certamente sottolineata l’importanza dei numeri: circa 50.000 studenti coinvolti, come ogni anno, e nello specifico di questa edizione 28 scuole di 12 Regioni alla fase finale, oltre a tantissimi incontri con studenti e studentesse».

Non resta dunque che dare appuntamento al 21 marzo, presso l’Auditorium dell’Istituto Comprensivo 88° Eduardo De Filippo di Napoli, per l’evento di premiazione che sarà un momento di festa e confronto, con la presenza di importanti relatori, la consegna degli attestati di Scuola Attenta alla Disabilità e all’Inclusione a tutti gli istituti partecipanti e la presentazione delle opere vincitrici.
Il Premio del Pubblico andrà dunque all’Istituto Comprensivo G. De Petra di Casoli (Chieti) con la Foto n. 27 Il Sorriso di Vera (4.650 preferenze espresse), quello della Giuria, invece, verrà assegnato ex aequo al 21° Circolo Didattico Mameli-Zuppetta di Napoli con la Foto n. 23 Siamo fili diversi di un’unica ragnatela e all’IIS Giovanni Paolo II di Maratea (Potenza) con la Foto n. 28, Inclusione tra i fornelli.

E da ultimo, ma non certo ultimo, va segnalato che questa edizione dei Pensieri di Marta ha ricevuto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo, concesso dalla presidente dello stesso Roberta Metsola, nonché il patrocinio dell’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: ipensieridimarta@gmail.com.

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La creazione di un’Agenzia Europea per l’Accessibilità? Sarebbe una tripla vittoria

11 Marzo 2026 - 11:53am

Perché, secondo il Forum Europeo sulla Disabilità, la creazione di un’Agenzia Europea per l’Accessibilità dovrebbe essere una delle “azioni faro” negli aggiornamenti della Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità che presto la Commissione Europea renderà pubblici? Perché sarebbe una tripla vittoria, con migliore supporto e soluzioni per le pubbliche autorità, più innovazione e nuovi mercati per le imprese, una società più accessibile per le persone con disabilità e le loro famiglie

Perché, secondo l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, la creazione di un’Agenzia Europea per l’Accessibilità dovrebbe essere una delle “azioni faro” negli aggiornamenti della Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità che più o meno entro un paio di mesi, come avevamo riferito anche sulle nostre pagine, la Commissione Europea dovrebbe rendere pubblici?
«L’accessibilità – dicono a tal proposito dall’EDF – è un fattore abilitante per i diritti, l’autonomia e l’uguaglianza e, in quanto tale, una parte essenziale della Strategia Europea. Va poi senz’altro ricordato che l’Unione Europea ha effettivamente approvato in questi anni importanti normative sull’accessibilità, come l’European Accessibilty Act o la stessa Direttiva 2016/2102 sull’accessibilità del web e delle applicazioni mobili da parte degli Enti Pubblici, senza dimenticare gli obblighi di accessibilità contenuti in altre Leggi, come quelle sui trasporti, sui servizi audiovisivi, sulle comunicazioni elettroniche, sul rendimento energetico degli edifici e altro ancora. E tuttavia è un dato di fatto che l’accessibilità non venga affatto applicata in modo uniforme in tutta l’Unione Europea. Basandosi dunque sul lavoro del Cetro di Risorse dell’Unione Europea AccessibleEU, una nuova Agenzia potrebbe diventare l’organizzazione di riferimento per le competenze su questi temi in diversi settori, dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione all’ambiente edificato e ai trasporti, coordinando e supportando l’applicazione delle varie norme sull’accessibilità, con un prezioso sostegno alle varie autorità nazionali, producendo e fornendo informazioni approfondite ai responsabili politici e alle autorità dei paesi dell’Unione, inclusa l’adozione di standard tecnici, riunendo inoltre le stesse pubbliche autorità con le imprese, i professionisti dell’accessibilità e la comunità delle persone con disabilità».

In particolare, con la creazione di un’Agenzia, il contributo delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni rappresentative diventerebbe sostanziale, come viene evidenziato con efficace sintesi dal Forum Europeo sulla Disabilità: «Un’Agenzia Europea per l’Accessibilità disporrebbe delle risorse per mettere in contatto autorità e imprese con le persone a cui offrono i propri servizi. Queste ultime, dal canto loro, fornirebbero feedback e orienterebbero le raccomandazioni politiche e la ricerca, guiderebbero le autorità nazionali e le imprese in modo efficace per fornire soluzioni accessibili. Contribuirebbero infine con la loro esperienza e competenza allo sviluppo di specifiche tecniche e standard utili ad attuare politiche di accessibilità. Sarebbe in sostanza una tripla vittoria, con migliore supporto e soluzioni per le pubbliche autorità, più innovazione e nuovi mercati per le imprese, una società più accessibile per le persone con disabilità e le loro famiglie». (S.B.)

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Raccontare la propria esperienza di vita con il Parkinson è un atto di partecipazione attiva

10 Marzo 2026 - 6:18pm

Orientare lo sviluppo di nuove terapie più vicine ai bisogni reali, portare la voce dei pazienti e dei caregiver direttamente ai decisori politici europei, migliorare la comprensione dell’impatto della malattia sulla qualità della vita: sono i risultati che si attende l’indagine europea proposta da Parkinson’s Europe e attuata tramite un questionario disponibile anche in italiano, che tutte le persone con la malattia di Parkinson, i loro familiari e caregiver possono compilare entro il 20 marzo Attività riabilitative per persone con la malattia di Parkinson

La Confederazione Parkinson Italia segnala un’importante iniziativa internazionale cui tutte le persone con la malattia di Parkinson, i loro familiari e caregiver possono contribuire.
A lanciarla è stata l’organizzazione Parkinson’s Europe, in collaborazione con Zambon, ed è una nuova indagine europea attuata tramite un questionario disponibile in sei lingue, italiano incluso, la cui compilazione, entro il 20 marzo, richiede circa una quindicina di minuti circa (il questionario in italiano è a questo link).
«I risultati di questo studio – spiegano dalla Confederazione Parkinson Italia – serviranno a orientare lo sviluppo di nuove terapie più vicine ai bisogni reali; portare la voce dei pazienti e dei caregiver direttamente ai decisori politici europei; migliorare la comprensione dell’impatto della malattia sulla qualità della vita. Il contributo di coloro che vorranno partecipare andrà dunque oltre il singolo questionario: sarà un atto di partecipazione attiva per migliorare il futuro di tutti e tutte». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il questionario rivolto alle persone con la malattia di Parkinson, ai loro familiari e caregiver, cui partecipare entrro il 20 marzo. Per ogni ulteriore informazione: segreteria@parkinson-italia.it

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Maria Luisa Garatti: per me sport e diritto parlano la stessa lingua

10 Marzo 2026 - 5:55pm

Avvocata con la sclerosi multipla, Maria Luisa Garatti è una maratoneta paralimpica nazionale e in gennaio è stata tedofora delle Olimpiadi Invernali a Iseo (Brescia). «Sport e diritto – dice – per me parlano la stessa lingua: la dignità della persona». E augli atlete e le atlete delle Paralimpiadi aggiunge: «Ognuno di loro porta con sé una storia, un percorso, una forza invisibile: ebbene, che le Paralimpiadi siano il palco in cui questa forza può essere mostrata senza doverla trasformare in simbolo!» Maria Luisa Garatti è stata tedofora della Fiamma Olimpica nel gennaio scorso a Iseo (Brescia)

La tedofora Maria Luisa Garatti (57 anni), avvocata bresciana con sclerosi multipla, condizione che l’ha portata a reagire scoprendo la corsa e diventando una maratoneta paralimpica nazionale in atletica leggera, il 17 gennaio scorso ha portato la fiamma olimpica a Iseo (Brescia), diventando un simbolo nazionale di resilienza, rinascita e diritto alla partecipazione [se ne legga già ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Abbiamo voluto sapere direttamente da lei come ha vissuto quell’esperienza e come sta ora vivendo le Paralimpiadi di Milano Cortina.

Maria Luisa, la sua è sicuramente una storia di riscatto e la recente esperienza di tedofora l’ha resa un simbolo italiano di resilienza, rinascita e diritto alla partecipazione. Ce ne vuole parlare?
«Io non mi sono mai sentita un simbolo; sono, semplicemente, una donna che ha dovuto imparare a vivere dentro un cambiamento profondo, spesso doloroso, spesso silenzioso. La fiamma che ho portato non rappresentava un traguardo sportivo, ma una storia umana. Vent’anni di vita ricostruita pezzo per pezzo.
La sclerosi multipla non è stata un evento, ma una trasformazione continua. Ha cambiato il mio corpo, il mio tempo, i miei progetti, il mio modo di guardare il mondo. Portare la fiamma è stato come rendere visibile tutto questo percorso. Se oggi questa immagine ha un valore simbolico, spero che racconti una cosa semplice: che la fragilità non toglie dignità, che la malattia non cancella l’identità, che la disabilità non elimina il diritto di esserci. La partecipazione non è un privilegio, è un diritto umano».

In che modo la sua esperienza personale e professionale le permette di vedere le Paralimpiadi come uno strumento per contrastare l’abilismo?
«Quando penso alle Paralimpiadi, non vedo solo una competizione sportiva, ma una piattaforma potente per cambiare lo sguardo collettivo sulle persone con disabilità. L’abilismo, come ho imparato nella mia esperienza, non nasce solo dalle barriere architettoniche o dalla mancanza di servizi, nasce dalle parole che usiamo, dalle immagini che scegliamo, dalle storie che raccontiamo. Per troppo tempo le persone con disabilità sono state invisibili, oppure rappresentate come eroi straordinari, lontani dalla realtà di tutti i giorni. Entrambe le narrazioni sono sbagliate, perché cancellano la normalità e la complessità di una vita. Le Paralimpiadi hanno la capacità di invertire questa prospettiva. Mostrano corpi diversi che competono, che si allenano, che si preparano con dedizione, senza bisogno di spettacolarizzare la loro condizione. In quel momento, la visibilità diventa reale, concreta, e non simbolica. È un messaggio potente: la diversità non è eccezione né limite, è parte integrante della nostra società.
Come avvocata, vedo la stessa logica: il diritto non è solo accessibilità o tutela materiale, è anche educazione culturale, cambiamento della percezione sociale. Mostrare, raccontare, dare spazio reale significa costruire un nuovo immaginario in cui l’abilismo non trovi terreno».

Per lei, il 6 marzo, giorno della cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, è stato una data particolare: il compleanno di sua madre e il giorno dei primi sintomi della sua malattia nel 2006. Come ha vissuto quella giornata?
«Il 6 marzo è un giorno che porta con sé una densità emotiva incredibile. Ricordo chiaramente il 2006, il momento in cui il mio corpo ha iniziato a mandarmi segnali che non capivo, segnali che mesi dopo hanno avuto un nome: sclerosi multipla. Era come se la mia vita fosse entrata in un terreno sconosciuto, dove la sicurezza del quotidiano veniva meno e il futuro si faceva incerto.
Allo stesso tempo, quella data è il compleanno di mia madre, che è stata un punto di riferimento costante, un’àncora nei momenti in cui mi sentivo più fragile.
E ora ha coinciso con l’inizio delle Paralimpiadi, un evento che mette al centro atleti e atlete con disabilità, mostrando al mondo che i limiti non definiscono chi siamo. Quella sovrapposizione di significati mi ha attraversato profondamente. Il 6 marzo non più solo “giorno della paura” o della malattia, ma anche giorno della consapevolezza, della forza costruita nel tempo, della persona che sono diventata. Racconta la fragilità e la resilienza, la memoria e il futuro, il dolore e la gratitudine. E le Paralimpiadi raccontano una storia simile: corpi e talenti che convivono con le difficoltà, senza essere ridotti a simboli, ma celebrando la possibilità di esprimersi appieno, nella loro complessità».

Che cosa intende quando afferma che lo sport le ha cambiato la vita? Secondo lei, le Paralimpiadi possono “testimoniare” tale ruolo dello sport nell’esistenza di molti atleti e atlete?
«Dopo la diagnosi, il corpo smette di essere un alleato. Diventa estraneo, fragile, imprevedibile. Ti senti tradita dalle tue stesse mani, dalle tue gambe, dal respiro. Lo sport è stato il mezzo attraverso cui ho potuto riconquistare questa alleanza. Non è stato un semplice allenamento: è stato un processo di ricostruzione, un percorso per rientrare nel mio corpo, ascoltarlo, rispettarlo senza paura. Mi ha insegnato che i limiti non sono una condanna, ma una diversa forma di possibilità, e che la forza non si misura nell’invincibilità, ma nella consapevolezza.
Le Paralimpiadi rappresentano questa trasformazione su scala collettiva. Atleti e atlete che affrontano ogni giorno allenamenti, dolori, sfide fisiche e mentali, mostrano al mondo che il corpo con disabilità non è meno capace, non è meno prezioso. La competizione diventa testimonianza di resilienza quotidiana, non di eroismo straordinario. E questo messaggio, veicolato in milioni di occhi e nelle migliaia di storie che si intrecciano nei Giochi, ha il potere di modificare l’immaginario collettivo, dimostrando che la diversità non è una barriera, ma una risorsa».

Nella sua vita è riuscita a coniugare il ruolo di atleta con quello di avvocata ed entrambi sono portatori di valori; come possono gli stessi emergere anche dalle Paralimpiadi?
«Lo sport è un linguaggio concreto di valori: rispetto, responsabilità, regole, cooperazione, inclusione. Come atleta li vivo nel corpo, nelle mani che stringono l’attrezzo, nelle gambe che spingono, negli occhi che osservano l’avversario. Come avvocata, cerco di tradurre questi stessi valori in strumenti concreti: politiche, leggi, diritti che garantiscano a tutti di poter partecipare pienamente alla vita.
Le Paralimpiadi mostrano questi valori a livello globale: l’equità regolata, la competizione che premia il merito, la collaborazione e la responsabilità individuale dentro la squadra. È lo stesso principio che dovrebbe guidare la società: creare le condizioni perché ogni persona possa esprimere le proprie capacità senza barriere invisibili. Sport e diritto, per me, parlano la stessa lingua: la dignità della persona. La mia battaglia è culturale prima ancora che professionale: cambiare lo sguardo, modificare l’immaginario collettivo, affermare che la diversità non è un limite, ma parte della nostra normalità».

Qual è il suo augurio agli atleti e alle atlete delle Paralimpiadi in pieno svolgimento in questa settimana?
«Vorrei dir loro di vivere le Paralimpiadi come uno spazio di libertà, non come una prova in cui dover incarnare un simbolo. Di restare prima di tutto persone, con i loro sogni, le loro emozioni, la loro complessità. Che possano assaporare la gioia della gara, sentire la fatica dell’allenamento e l’emozione del confronto senza il peso delle aspettative altrui. La loro vita va oltre la medaglia.
Le Paralimpiadi sono un momento altissimo, un evento unico che raccoglie attenzione e sguardi da tutto il mondo, ma non definiscono la loro identità. La dignità non si misura sul podio: si misura nel modo in cui scelgono di vivere ogni giorno, nel rispetto di se stessi e nel coraggio di esprimere ciò che sono. Ogni atleta che entra in campo porta con sé una storia, un percorso, una forza invisibile: ebbene, che le Paralimpiadi siano il palco in cui questa forza può essere mostrata senza doverla trasformare in simbolo!».

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “L’avvocatessa e maratoneta Maria Luisa Garatti: ‘Non più invisibili, ma neppure eroi: le Paralimpiadi ci aiutano a un’educazione culturale sulla disabilità’” e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Donne nello spettro autistico: il mondo deve imparare a guardarle senza maschere

10 Marzo 2026 - 5:16pm

Dopo i primi due testi, continuiamo a dare spazio agli approfondimenti sul tema “Voci di donne adulte nello spettro autistico”, curati da Tetiana Bilokonska, ricordandone anche la necessaria e importante precisazione: «Anche se nella Classificazione Internazionale delle Malattie non si parla più di “sindrome di Asperger” come diagnosi separata, ma di disturbi dello spettro autistico, in questi testi capiterà di utilizzare consapevolmente questo termine per rendere subito chiaro di chi e di cosa stiamo parlando»

Il mascheramento diventa spesso una delle cause principali per cui le donne con sindrome di Asperger finiscono in relazioni abusive. Cercando infatti di adattarsi alle aspettative sociali e di “essere come tutti”, una donna perde gradualmente il contatto con se stessa. Smette di sentire dove finisce il suo vero “io” e dove iniziano i ruoli imposti. Questo porta a problemi con i confini personali: non sempre riesce a capire quale comportamento nei suoi confronti sia accettabile e quale sia già violenza. Queste donne possono sottovalutare il livello di aggressività o tollerare il disprezzo, perché pensano che “tutti si comportano così”. L’immaturità emotiva e le difficoltà nel riconoscere le emozioni (alessitimia) rendono ancora più difficile uscire da relazioni tossiche.
L’isolamento, che molte persone hanno vissuto già prima di entrare in una relazione, rende la situazione ancora più grave. Il partner aggressivo diventa per la donna l’unico modello di “relazione normale”. Spesso anche esperienze di violenza nell’infanzia “insegnano” a percepire la crudeltà come qualcosa di normale.

Margherita, 40 anni: «Sono cresciuta con un padre alcolista che picchiava spesso mia madre, arrivando persino a minacciarla con un coltello. Con me non era violento, ma la paura e il senso di ingiustizia li ricordo da sempre. La cosa più insopportabile era stare nascosta in un angolo e temere che mia madre non tornasse più. Per scherzo spruzzò dello spray urticante sul mio gatto, e quando avevo sette anni tentò il suicidio tagliandosi le vene. Sono stata io a trovarlo per prima, in una pozza di sangue sul balcone di casa. La mia prima relazione, a 15 anni, fu fatta di insulti, umiliazioni, disprezzo e derisione. Pensavo che tutti gli uomini fossero così e che quella fosse la vera storia d’amore. Solo in età adulta, grazie alla psicoterapia, ho capito che l’aggressività non è normale. Per tutta la vita ho sopportato ciò che non andava sopportato, solo per avere una famiglia, una relazione, una persona viva accanto a me. Nascondevo il disagio, la disperazione e la solitudine pur di non restare sola. Ma questa strada si è rivelata sbagliata e, purtroppo, molte donne Asperger hanno dovuto e devono ancora attraversare esperienze simili».

L’esperienza di Margherita non è un caso isolato. Purtroppo, diversi studi internazionali lo confermano chiaramente: le persone nello spettro autistico, e in particolare le donne, hanno un rischio significativamente più alto di subire diverse forme di violenza.
Nella revisione sistematica Prevalence of Victimisation in Autistic Individuals: A Systematic Review and Meta-Analysis è emerso che le persone autistiche presentano un rischio molto più elevato di vittimizzazione, compresi bullismo, violenza sessuale e abusi di vario tipo.
Nello studio Experiences of interpersonal victimization and abuse among autistic people, 24 adulti autistici hanno descritto le loro esperienze come vittime di violenza da parte del partner, di violenza sessuale o di violenza domestica. Alcuni aspetti erano simili a quelli delle vittime neurotipiche, ma altri risultavano specifici dell’autismo.
Nella meta-analisi Gender Differences in the Prevalence of Autistic Experiences of Interpersonal Violence è stato rilevato che le donne nello spettro subiscono violenza in modo significativamente più frequente rispetto agli uomini, inclusa violenza psicologica, sessuale e cyberbullismo.
Infine, un sondaggio online condotto in Francia (Almost 90% of autistic women report experiencing sexual violence…, ha mostrato una frequenza estremamente alta di violenza sessuale tra donne e persone non binarie autistiche, spesso ripetuta, iniziata in giovane età, e in molti casi non denunciata o senza accesso a un supporto adeguato.
Queste statistiche sono allarmanti: oltre al bullismo scolastico e alla discriminazione, molte donne subiscono violenza anche in famiglia e nelle relazioni intime. Ancora più tragico è il fatto che molte non riconoscono nemmeno la violenza come tale, a causa della loro neurodivergenza e della mancanza di supporto sistemico.
Gli studi specificamente dedicati alle donne con sindrome di Asperger sono drammaticamente pochi. Nella legislazione, la maggior parte delle norme riguarda in generale le “persone con disabilità”, senza considerare le specificità dell’autismo. Di conseguenza, polizia, servizi sociali e centri di supporto spesso non dispongono di strumenti adeguati per prevenire e intervenire, e una donna che non riesce a raccontare la violenza “come fanno tutti” resta inascoltata. Ciò che oggi conosciamo sono solo le storie di quelle poche che hanno trovato il coraggio di parlare.

Olena, 39 anni: «A 11 anni sono stata stuprata… Tornavo a casa da scuola e, passando davanti a un palazzo, qualcuno mi ha tappato la bocca da dietro e mi ha trascinata nell’androne. Era un uomo molto robusto e così forte che, mentre mi portava all’ultimo piano, non riuscivo a muovermi. Non ho urlato. Mi ha strappato le mutandine e me le ha infilate in bocca, mi ha stesa sul pavimento, non riuscivo a respirare. Mi ha violentata in modo innaturale, il dolore era insopportabile. A un certo punto ho smesso di muovermi, tutte le forze mi hanno abbandonata. Si è alzato urlando perché mi ero fatta addosso e l’avevo sporcato. Indossavo una maglietta bianca che ho dovuto togliere perché potesse pulirsi… Non ho detto nulla ai miei genitori: parlavo poco e avevo molta paura che mi rimproverassero per la biancheria sporca e per l’aspetto disordinato. Erano molto severi e dovevo sempre apparire “normale” e comportarmi “bene”. Solo molti anni dopo, durante una lunga psicoterapia, sono riuscita a raccontare quel giorno terribile. Eppure, per tutta la vita, ho pensato che non fosse successo nulla di così grave e che bisognasse semplicemente dimenticare».

Ma la violenza non è solo fisica. In molti casi il pericolo continua a livello sistemico, quando il comportamento della vittima viene interpretato in modo sbagliato, persino in tribunale.
Si parla del rischio documentato di una cattiva interpretazione dei segnali sociali durante l’interazione con la polizia e il sistema giudiziario. Questo problema non riguarda solo il mascheramento, ma un insieme di questioni interconnesse legate all’autismo, che non possiamo ignorare.
Le persone autistiche (incluse le donne) si trovano spesso di fronte a investigatori, procuratori o giurati che interpretano in modo errato il loro comportamento non verbale (assenza di contatto visivo, affettività piatta, silenzio, movimenti stereotipati), come segni di menzogna, colpevolezza od occultamento della verità. Questo può influire sugli interrogatori, sulle testimonianze e sulle sentenze. Non esistono molti casi pubblici dettagliati riguardanti donne con sindrome di Asperger in cui una condanna sia stata annullata esclusivamente per questo tipo di errore interpretativo, ma il meccanismo di rischio è ben documentato da studi empirici e analisi del sistema giudiziario.
Durante gli interrogatori di polizia, gli adulti autistici vengono più facilmente percepiti come non sinceri, faticano a gestire domande suggestive, si stancano rapidamente e possono acconsentire automaticamente pur di far terminare l’interrogatorio. Questo aumenta direttamente il rischio di false confessioni o di testimonianze incomplete e contraddittorie.
L’analisi di procedimenti giudiziari che coinvolgono imputati autistici ha mostrato fallimenti sistemici: in molti casi non era presente un Appropriate Adult (“persona di supporto”) durante gli interrogatori, e giudici o giurie interpretavano l’assenza di espressione emotiva e di contatto visivo come indizi di colpevolezza.
Gli studi sulla percezione dei testimoni e degli imputati autistici dimostrano che le giurie si basano fortemente su “codici” non verbali (sguardo, mimica, postura), che nel caso dell’autismo non sono indicatori affidabili di veridicità. Senza una spiegazione della diagnosi, questo riduce la credibilità delle testimonianze. Informare la giuria sull’autismo e fornire istruzioni corrette può aumentare la valutazione di attendibilità.

La ricerca e la letteratura sui diritti umani confermano quindi che il comportamento delle persone autistiche viene spesso interpretato in modo sistematicamente errato durante interrogatori e processi, con il rischio di false confessioni, sfiducia nelle testimonianze e, in definitiva, condanne ingiuste.
Per le donne con sindrome di Asperger questo rischio è ulteriormente amplificato dal mascheramento (che produce una combinazione “strana” di segnali) e dalle aspettative di genere (essere calorose, empatiche), la cui mancanza viene spesso letta come colpa.
Esemplare, per esempio, è il caso di Melissa Lucio (Stati Uniti), condannata ingiustamente alla pena di morte per la morte della figlia. Non è una persona autistica, ma questo processo è diventato simbolo del pericolo di interpretare una “modalità comportamentale passiva” e la mancanza di contatto visivo come segni di menzogna o di occultamento della verità. Questo è direttamente collegato a come caratteristiche simili nelle donne con sindrome di Asperger possano essere erroneamente lette come prove di colpevolezza.
Lo stesso vale per il caso di Robert Roberson (Stati Uniti), uomo nello spettro autistico, anch’egli condannato a morte perché le sue caratteristiche autistiche sono state interpretate come indicatori di colpa. Oppure il caso di Auriol Grey (Gran Bretagna), donna con autismo e paralisi cerebrale, condannata ingiustamente a causa dell’incapacità del sistema giudiziario di tenere conto della neurodivergenza della persona sospettata.

La questione di come prevenire situazioni simili e di come evitare accuse basate sulle modalità comunicative delle donne autistiche merita uno studio approfondito a sé. Tuttavia, già oggi è possibile indicare alcuni importanti strumenti di tutela, tra cui:
° la presenza obbligatoria di un Appropriate Adult, la già citata persona di supporto per soggetti neurodivergenti e di un avvocato durante gli interrogatori, nonché l’uso di protocolli di intervista adattati (domande brevi, assenza di pressione, pause regolari);
° la formazione di investigatori, giudici e giurie: assenza di contatto visivo, affettività piatta, ecolalie, pause nelle risposte non sono segnali di menzogna;
° la possibilità di modalità comunicative alternative (risposte scritte, tempi di pausa, supporti visivi) e l’attenzione alle condizioni sensoriali durante l’interrogatorio;
° la spiegazione in aula della diagnosi e delle manifestazioni di essa, poiché giurie informate valutano le testimonianze in modo molto più accurato;
° l’orientamento esclusivo alle prove, e non al comportamento “strano”, alla mimica o all’intonazione.

Il masking (“mascheramento”) non è solo un tentativo di “diventare normali”. È una strategia di sopravvivenza in un mondo che non vuole vedere la diversità. Ma ogni sopravvivenza costruita sulla negazione di sé ha un prezzo e per una donna autistica questo prezzo è spesso altissimo: dalla perdita della propria voce fino alla trappola della violenza, dove la sua “alterità” diventa un ulteriore strumento di controllo.
La maschera che un tempo sembrava una salvezza si trasforma quindi in una prigione. Non solo nasconde il dolore, ma lo rende invisibile al mondo. E quando una donna così chiede aiuto, la società spesso non ascolta lei, ma solo il silenzio abituale. Le sue parole appaiono strane, le sue emozioni “sbagliate”, la sua sofferenza esagerata. Persino in tribunale, dove dovrebbe regnare la giustizia, la sua mimica o il suo silenzio possono essere interpretati come “prove di colpa”.
Ma questa non è colpa sua. È la colpa di un sistema che non sa vedere chi è diverso, perché per decenni ha imparato a leggere una sola lingua: quella delle reazioni neurotipiche. Quando la società non comprende le donne autistiche, non nega solo la giustizia: nega il loro stesso diritto all’esistenza. Perché il masking non è una menzogna, ma è il tentativo quotidiano di meritarsi il diritto di far parte di un mondo che continuamente fa capire: tu qui sei di troppo.
E forse la vera guarigione non sta nell’insegnare alle donne autistiche a mascherarsi meglio, ma nel fatto che il mondo impari finalmente a guardare senza maschere. A non interpretare il silenzio come indifferenza, l’affettività piatta come freddezza, l’assenza di sguardo come colpa. A riconoscere che nella diversità dei modi di essere umani non esistono colpevoli. Solo allora la maschera smetterà di essere una trappola. E forse allora chi per anni si è nascosta dietro di essa potrà finalmente vivere, senza la paura che la propria autenticità venga trattata come un crimine.

*Scrittrice ucraina, autrice di approfondimenti su autismo e neurodiversità. I primi due contributi di questa stessa serie di approfondimenti, intitolata “Donne Asperger: come vivere sempre su un palcoscenico, senza mai poter togliere il costume”, sono disponibili a questo e a questo link.

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Requisiti del tutto insufficienti per l’accesso alla professione di assistente all’autonomia e alla comunicazione

10 Marzo 2026 - 4:39pm

«Rimane del tutto insoluto il problema – scrive Salvatore Nocera, commentando l’approvazione al Senato del Disegno di Legge sugli assistenti all’autonomia e alla comunicazione per gli alunni con disabilità – di come si potrà colmare il vuoto formativo presente totalmente o parzialmente nell’àmbito dei requisiti necessariper accedere a tale professione e sorge anche il dubbio che ci possa essere illegittimità costituzionale per contrasto con il diritto costituzionalmente garantito all’assistenza scolastica degli alunni con disabilità»

L’articolo 13, comma 3 della Legge 104/92 aveva previsto il diritto di alunni/alunne e studenti/studentesse con disabilità ad avere un assistente per l’autonomia e la comunicazione (d’ora in poi ASACOM in forma abbreviata). Da allora nessuno si è preoccupato di stabilire con legge il profilo professionale nazionale di questa figura molto importante per un’inclusione scolastica di qualità e, pertanto, ogni Comune e ogni Regione, rispettivamente per le scuole del primo e del secondo ciclo di istruzione, hanno adottato i più vari provvedimenti per richiedere il titolo di studi di accesso a tale professione, che vanno dal diploma di scuola secondaria di secondo grado alla laurea con successivo master annuale.
Inoltre, gli Enti Territoriali testé indicati hanno esternalizzato questo compito, bandendo gare tra le Cooperative Sociali, o assegnando i fondi alle scuole per l’effettuazione dei bandi, con la conseguenza dei ritardi ad esse connesse e della discontinuità; pertanto molti alunni con disabilità spesso non trovano all’inizio dell’anno scolastico l’ASACOM, e questo cambia molto spesso di anno in anno, oltreché, talora, più volte nello stesso anno. Ciò, anche perché essi sono pagati solo per i giorni in cui l’alunno è presente a scuola con loro: quindi non hanno salario durante le assenze dell’alunno stesso né durante i mesi di giugno, luglio e agosto; conseguentemente, quando trovano impieghi meglio retribuiti, ovviamente, abbandonano gli alunni, anche in corso d’anno.
Solo con il Decreto Legislativo 66/17 (articolo 3, comma 4), si era previsto che entro 180 giorni dall’entrata in vigore di esso, una delibera della Conferenza Stato-Regioni provvedesse «all’individuazione dei criteri per una progressiva uniformità su tutto il territorio nazionale della definizione dei profili» degli ASACOM. Purtroppo nessun Governo negli anni successivi si è adoperato per realizzare ciò, e si è quindi proseguito nella massima differenziazione e nel massimo disagio per gli alunni e le alunne con disabilità.

Finalmente nel 2024 al Senato è stata presentata dalla senatrice Bucalo un Disegno di Legge inizialmente tendente alla stabilizzazione nei ruoli del Ministero dell’Istruzione e del Merito di tale personale, prevedendone pure il profilo professionale; l’idea della stabilizzazione è stata tuttavia abbandonata, a causa dell’eccessiva spesa e quindi dell’impossibilità di copertura finanziaria del Disegno di Legge. Pertanto, essendo stati presentati altri Disegni di Legge, si è pervenuti alla redazione di un testo unificato sul quale si sono svolte audizioni da parte di Enti e Associazioni, tra cui pure la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
Quindi il Disegno di Legge è stato approvato al Senato ed è passato alla Camera per l’approvazione definitiva. Essa si compone di un solo articolo con il quale si apportano modifiche al citato articolo 3 del Decreto Legislativo 66/17. In particolare viene sostituito il comma 4 con 3 diversi commi, e sempre all’articolo 3 si aggiungono al comma 5 bis due nuovi commi e un comma 6.

Il nuovo comma 4, dunque, istituisce la figura professionale dell’ASACOM, fondamentalmente come educatore, i cui compiti verranno definiti da una Delibera della Conferenza delle Regioni e il cui inquadramento economico è demandato al Contratto Collettivo Nazionale.
Il comma 4 bis elenca i diversi tipi di requisiti per accedere alla professione che sono:
° coloro che sono in possesso della qualifica di educatore professionale socio-pedagogico;
° coloro che sono in possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado, nonché di un attestato relativo al superamento di un corso professionale riconosciuto dalle Regioni e dalle Province Autonome di Trento e Bolzano, funzionale all’acquisizione delle competenze necessarie;
° coloro che, alla data di entrata in vigore della disposizione, abbiano svolto, per almeno dodici mesi, anche non continuativi, funzioni di assistenza per l’autonomia e la comunicazione presso le istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione e formazione e che siano in possesso del diploma di scuola secondaria di secondo grado;
° coloro che sono in possesso del titolo di assistente per l’autonomia e la comunicazione, conseguito presso un ente qualificato, a seguito di un percorso di formazione di durata non inferiore a 830 ore, di cui almeno 810 di pratica della LIS (Lingua dei Segni Italiana), oppure che abbiano svolto un’esperienza minima di 36 mesi, anche non continuativi, nelle istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione e formazione, con funzione di assistente per l’autonomia e la comunicazione.
Il comma 4 ter collega poi l’attività di ASACOM con il Progetto di Vita personalizzato e partecipato di cui al Decreto Legislativo 62/24.
L’emendamento al comma 5 bis, congiuntamente ad un emendamento 6 bis, stabilisce che in caso di assunzioni gli Enti Territoriali debbano dare priorità a quanti abbiano svolto l’attività di ASACOM per almeno 3 anni e abbiano un diploma di scuola superiore, congiunto al possesso del certificato di svolgimento di un corso professionale predisposto dalle Regioni.
In questa sede interessa trattare del comma 4 bis, concernente, come detto, i requisiti di accesso alla professione di ASACOM, riservandoci di affrontare in separata sede gli altri aspetti non meno rilevanti.

Qui dunque preme evidenziare che:
1) Il titolo di educatore professionale socio-pedagogico non comprende assolutamente neppure un’ora di preparazione sui mezzi di comunicazione concernenti le diverse tipologie usate dalle persone con diverse tipologie di menomazioni (ciechi, sordi segnanti, sordi oralisti, disabilità intellettive, disturbi del neurosviluppo).
2) Per quanti abbiano un qualunque diploma di scuola secondaria di secondo grado più un diploma professionale riconosciuto dalle Regioni, le Regioni stesse hanno già stabilito nella Conferenza Unificata del 7 maggio 2025 la durata massima di 600 ore comprensive di tutti i mezzi di comunicazione per ogni tipologia di menomazione, che sono del tutto insufficienti se si guarda a quanto stabilito nella successiva quarta ipotesi per i soli alunni sordi segnanti.
3) Coloro che, in possesso del diploma di scuola superiore, abbiamo svolto l’assistenza di fatto senza alcuna formazione precedente, e senza la previsione di alcuna formazione successiva, potranno svolgere la professione solo sulla base di un’attività materiale che può certamente comportare errori i quali non vengono corretti in mancanza di un tirocinio indiretto che li aiuti a riflettere e ad acquisire comportamenti assistenziali corretti; questa ipotesi è del tutto analoga a quanto è stato stabilito con riguardo ai recenti corsi di specializzazione per il sostegno gestiti dall’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa), ridotti di contenuti, svolti tutti online e privi di tirocinio indiretto.
4) Coloro che hanno frequentato un corso di specializzazione per la LIS di almeno 810 ore hanno una sufficiente preparazione per l’assistenza alla comunicazione degli studenti sordi segnanti; nulla invece si dice per la comunicazione con i ciechi, con i sordi oralisti, con le disabilità intellettive e per i disturbi del neurosviluppo.
5) Per coloro che abbiano svolto l’attività di assistente per l’autonomia e la comunicazione per 36 mesi senza formazione e senza diploma di scuola superiore, si ripete lo stesso errore dei già citati corsi INDIRE, cioè basta il fare, senza una formazione teorica, né preventiva all’attività di assistenza senza titolo, né successiva; e addirittura senza la necessità del diploma di scuola superiore.

In tale situazione c’è da chiedersi: come si potrà garantire una comunicazione di qualità a tutti gli alunni/alunne e studenti/studentesse con disabilità che necessitano della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) e della lettura facile da leggere (disabilità intellettive), del Braille (persone con minorazione della vista), del linguaggio labiale (sordi oralisti) e dell’ABA (gli alunni con disturbi del neurosviluppo)?
Di tutto ciò non si è potuto discutere con i Parlamentari poiché la FISH è stata audita al Senato, ma ha depositato una propria Memoria senza poterla discutere, e senza che essa sia stata tenuta in considerazione dal Senato; alla Camera, poi, sono state consentite pochissime audizioni, due per gruppo parlamentare, e la FISH non è rientrata tra esse.
Nella propria Memoria la FISH stessa aveva proposto emendamenti miranti ad ottenere che fosse limitato il diploma di scuola superiore solo a quello dei licei pedagogici, e che ad esso seguissero due anni post diploma, gestiti dalle Università, in modo da comprendere tutte le conoscenze or ora indicate.
Comunque, è da supporre che il Disegno di Legge venga approvato alla Camera nello stesso testo già approvato al Senato, senza emendamenti, perché esso rientra nel gruppo di provvedimenti previsti dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato dall’Unione Europea) che devono essere necessariamente approvati entro il secondo trimestre del 2026.
Non vi è chi non veda come i titoli di accesso, ad eccezione dell’ipotesi dell’avvenuta frequenza delle 810 ore per la LIS, siano di estrema genericità, nulla dicendo per i fondamentali mezzi comunicativi riguardanti le persone con le altre tipologie di minorazione.
Data l’insufficiente preparazione di sole 600 ore relativa alla seconda ipotesi, e l’assenza di una specifica formazione teorica prevista dalla prima, terza, quarta e quinta ipotesi sopra enumerate, c’è da chiedersi se sia necessaria una formazione polivalente come quella per l’attuale specializzazione dei docenti di sostegno, o una monovalente, come era previsto precedentemente per gli stessi docenti. Rimane comunque insoluto il problema di come si potrà colmare il vuoto formativo presente totalmente o parzialmente in tutte le ipotesi, e sorge il dubbio se le norme non possano essere viziate da illegittimità costituzionale per contrasto con il diritto costituzionalmente garantito all’assistenza scolastica degli alunni con disabilità, sancito appunto dalla nostra Costituzione, come interpretata da numerose Sentenze della Consulta.
E quanto a incostituzionalità, la Regione Puglia, seguita dalla Regione Emilia Romagna, ha sollevato in via diretta la questione di legittimità costituzionale sulla Legge di Bilancio 199/25 per il 2026, ossia per i commi dal 706 al 711 dell’articolo 1, nella parte in cui, prevedendo la formulazione dei Livelli Essenziali per gli ASACOM a carico degli Enti Territoriali, non prevede un adeguato finanziamento tale da poterne soddisfare il pieno adempimento da parte delle Regioni economicamente più svantaggiate.

Comunque si risolverà la questione di legittimità costituzionale per questi aspetti, rimane di tutta evidenza l’insufficienza dei requisiti richiesti per l’accesso alla professione di ASACOM diversi da quelli per l’accesso all’assistenza per la comunicazione agli alunni sordi segnanti, per i quali è indicato un adeguato numero di ore di formazione, nulla dicendosi per tutti gli altri alunni. E nel caso di assistenti in possesso del diploma di scuola superiore e del certificato di frequenza del corso di formazione professionale di 600 ore, risulta palese la discriminazione tra quanto già previsto per gli alunni sordi segnanti (810 ore) e le 600 ore attualmente previste dalla Delibera della Conferenza delle Regioni del 7 maggio 2025 per tutti gli altri alunni con le rispettive minorazioni.
Questo è un problema non solo di diritto formale, ma anche di giustizia sostanziale, e di correttezza pedagogica, che non doveva essere ignorato dal Disegno di Legge in esame e che certamente non lo sarà, ne sono certo, da parte delle Società Scientifiche di Pedagogia e dalle Associazioni, specie quelle aderenti alle due Federazioni FISH e FAND, maggiormente rappresentative dei loro diritti.

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La sfida delle malattie neuromuscolari e neurodegenerative: se ne parlerà a Pavia

10 Marzo 2026 - 1:39pm

Il 21 marzo prossimo coinciderà con la nona Giornata delle Malattie Neuromuscolari, che vedrà il coinvolgimento contemporaneo di oltre 40 Centri di 19 diverse città, evento di cui torneremo prossimamente a parlare. Qui diamo spazio all’incontro promosso in quel giorno a Pavia presso l’Istituto Neurologico Mondino, con un prezioso aggiornamento sui percorsi terapeutici, i risultati raggiunti e le criticità ancora presenti, prestando  attenzione all’evoluzione futura dei trattamenti e dei modelli assistenziali

Il 21 marzo prossimo coinciderà con la nona edizione della Giornata delle Malattie Neuromuscolari (distrofie, atrofie, miotonie ecc.), sempre frutto della collaborazione tra AIM (Associazione Italiana di Miologia) e ASNP (Associazione Italiana Sistema Nervoso Periferico), con il coinvolgimento contemporaneo di oltre 40 Centri di 19 diverse città, per fare il punto sugli avanzamenti della ricerca, dell’assistenza e della prevenzione in tale settore. Torneremo certamente a parlarne nell’imminenza dell’evento.
Qui diamo spazio all’incontro promosso nella mattinata di quel 21 marzo a Pavia presso l’Istituto Neurologico Mondino, con il coordinamento della neuropsichiatra infantile Angela Berardinelli, dirigente medico, responsabile dell’Unità Operativa Malattie Neuromuscolari del Centro Regionale Malattie Neuromuscolari presso lo stesso Istituto Mondino e di Sabrina Ravaglia, dirigente medico nel Reparto di Neuro-Oncologia e Neuro-Infiammazione, responsabile del Centro Regionale Malattie Neuromuscolari dell’adulto sempre presso l’Istituto Mondino.

«Le malattie neuromuscolari e neurodegenerative – come si legge nella presentazione dell’incontro di Pavia – rappresentano una sfida clinica e organizzativa complessa. Negli ultimi anni, i progressi della ricerca hanno portato a importanti risultati terapeutici in particolare nell’àmbito delle malattie muscolari, delle neuropatie periferiche, delle patologie del motoneurone e delle malattie della giunzione neuromuscolare, aprendo nuove prospettive di cura. Con l’evento del 21 marzo intendiamo offrire un aggiornamento sui percorsi terapeutici, evidenziando i risultati raggiunti e le criticità ancora presenti, con particolare attenzione all’evoluzione futura dei trattamenti e dei modelli assistenziali. La tavola rotonda conclusiva sarà dedicata poi alle difficoltà nella gestione delle malattie rare, sottolineando il ruolo centrale del medico di medicina generale e del neurologo del territorio nella diagnosi precoce, nella presa in carico e nella continuità assistenziale, attraverso un confronto multidisciplinare tra professionisti sanitari, istituzioni e rappresentanti delle associazioni di pazienti». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro di Pavia.

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Salvo L’Amore APS: una storia che continua ad aiutare

10 Marzo 2026 - 1:08pm

Ci sono incontri che chiedono di essere ascoltati prima ancora che raccontati. La conversazione con Milena Fiorini, parlando dell’Associazione Salvo l’Amore APS, appartiene a questa categoria. Perché dentro le sue parole non c’è soltanto la memoria di una malattia durissima come la SLA (sclerosi laterale amiotrofica), vissuta da Milena per anni accanto al marito, ma soprattutto la traccia viva di un legame che continua a generare gesti, relazioni, aiuto concreto

Ci sono incontri che chiedono di essere ascoltati prima ancora che raccontati. La conversazione con Milena Fiorini, parlando dell’Associazione Salvo l’Amore APS (a questo link il sito), appartiene a questa categoria. Perché dentro le sue parole non c’è soltanto la memoria di una malattia durissima come la SLA (sclerosi laterale amiotrofica), ma soprattutto la traccia viva di un legame che continua a generare gesti, relazioni, aiuto concreto. E infatti, mentre Milena racconta, si ha spesso l’impressione che Salvo sia una presenza viva, quasi operante, nel lavoro dell’Associazione e nella sua attenzione verso gli altri…

L’Associazione Salvo l’Amore APS nasce infatti proprio da questa esperienza. Non come progetto teorico, ma come risposta concreta a ciò che Milena ha vissuto per anni accanto al marito, trasformando simbolicamente l’acronimo della malattia (SLA) nel nome stesso dell’Associazione, Salvo L’Amore, appunto.
Chi ha attraversato da vicino la SLA sa bene che la malattia non riguarda mai una sola persona. Entra nelle case, modifica gli equilibri familiari, impone una riorganizzazione radicale della vita quotidiana. Spesso, insieme alla sofferenza, arriva anche una solitudine difficile da spiegare: famiglie lasciate a gestire turni di assistenza estenuanti, a inseguire ausili indispensabili, a districarsi dentro procedure burocratiche che raramente tengono conto della drammaticità della situazione.
È proprio qui che l’Associazione prova a collocarsi. Non sul terreno delle dichiarazioni di principio, ma su quello dell’esperienza vissuta. Raccolte fondi, sostegno a persone malate di SLA e alle loro famiglie, orientamento nei momenti più difficili, una rete di relazioni capace di alleggerire almeno in parte il peso che grava su chi vive ogni giorno accanto alla malattia.
Milena insiste molto su questo aspetto: spesso ciò di cui le famiglie hanno più bisogno non è soltanto un aiuto materiale, ma qualcuno che sappia comprendere davvero ciò che stanno attraversando.
Ed è qui che la storia personale di Milena e Salvo comincia ad affiorare naturalmente nel racconto.

Salvatore “Salvo” Caserta, brigadiere dei Carabinieri, prima della malattia era un uomo pieno di energia, con una vita attiva, relazioni solide, uno sguardo fiducioso sul futuro. L’arrivo della SLA ha cambiato progressivamente tutto. Come accade in queste situazioni, la malattia ha imposto una trasformazione rapida, ma soprattutto radicale dell’esistenza quotidiana, mettendo alla prova il corpo, le abitudini, le prospettive.
Ma dentro questa trasformazione si è rivelata anche la forza di un legame che ha continuato a sostenere entrambi. Milena parla del suo Salvo con una dolcezza che non ha nulla di fragile. Non lo presenta come una figura eroica, né come un simbolo. Lo racconta come un uomo reale, con le sue paure, la sua determinazione, la sua capacità di restare profondamente se stesso anche mentre la malattia sottraeva progressivamente le possibilità del corpo.
Quello che emerge dalle sue parole è soprattutto la qualità della relazione che li ha uniti: una presenza reciproca fatta di cura quotidiana, di adattamenti continui, di una fedeltà che non si è mai trasformata in rassegnazione. In questa storia anche la fede ha avuto un ruolo, ma Milena ne parla con grande misura. Non come di una risposta semplice alla sofferenza, ma come di una compagnia dentro la prova. Accanto a loro, nel tempo della malattia ci sono state anche figure importanti come don Roberto Peruzzi e il cardinale Matteo Zuppi, che hanno offerto sostegno e vicinanza lungo un percorso umano e spirituale particolarmente impegnativo.

È dentro questa trama di relazioni che nasce anche il libro Salvo l’Amore, una testimonianza che racconta dall’interno l’esperienza della malattia e della vita condivisa.
Il volume ha conosciuto diverse edizioni nel tempo e, nella sua forma più recente, è stato completato proprio da Milena. Quando infatti la malattia ha reso sempre più difficile per Salvo proseguire il racconto, è stata lei a raccogliere il testimone della scrittura, portando a compimento un percorso narrativo che era iniziato come testimonianza personale e si è trasformato in una storia condivisa.
Il libro non nasce con l’intenzione di spiegare tecnicamente la SLA. Piuttosto, restituisce la dimensione umana di ciò che accade quando una malattia così radicale entra nella vita di una persona e della sua famiglia. Racconta la fatica, certo, ma anche la possibilità di continuare a trovare senso nella relazione, nella vicinanza degli altri, nella dignità che non viene meno nemmeno nelle condizioni più estreme. Proprio per questo il libro e l’Associazione sembrano rispondere alla stessa esigenza. Da una parte c’è la narrazione di una vicenda personale, attraversata con lucidità e tenerezza. Dall’altra c’è il tentativo di fare in modo che quella vicenda non resti chiusa nel perimetro della memoria privata, ma continui a generare aiuto per altri.
Salvo l’Amore APS, in fondo, nasce da qui: dalla volontà di trasformare una storia segnata dalla malattia in una presenza concreta accanto a chi si trova ad affrontare lo stesso percorso. Non come gesto simbolico, ma come responsabilità quotidiana. Perché se la SLA rischia spesso di isolare le persone e le famiglie, l’esperienza di Milena dimostra che anche dentro una prova così dura può nascere una rete di solidarietà capace di durare nel tempo.
Alla fine della conversazione resta soprattutto questa impressione: che la storia di Salvo non sia stata consegnata al passato, ma continui a vivere nel lavoro dell’Associazione e nella voce di Milena. Una presenza discreta, ma forte, che ricorda come anche dentro la fragilità più radicale possano nascere relazioni capaci di generare bene.

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Non solo un appello, ma anche strumenti concreti per migliorare la situazione delle donne con disabilità

10 Marzo 2026 - 12:05pm

Un messaggio/appello dai toni forti, indirizzato all’Unione Europea e ai Governi di tutto il continente, un video e anche alcuni interessanti strumenti pratici rivolti in particolare alle organizzazioni di persone con disabilità, per far sì che integrino la parità di genere in ogni aspetto delle loro attività: è quanto prodotto dal Forum Europeo sulla Disabilità, in occasione della recente Giornata Internazionale della Donna dell’8 Marzo

Un messaggio/appello dai toni forti e un video, ma anche alcuni intressanti strumenti pratici rivolti in particolare alle organizzazioni di persone con disabilità : è quanto prodotto dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, in occasione della recente Giornata Internazionale della Donna (International Women’s Day) dell’8 Marzo. Andiamo dunque per ordine.
Nel ricordare che «le donne e le ragazze con disabilità rappresentano quasi un terzo delle donne nell’Unione Europea e circa il 60% dei 100 milioni di persone con disabilità in Europa», l’EDF ricorda che tuttavia «numerosi stereotipi dannosi continuano a raffigurarle come dipendenti, incapaci di prendere decisioni e inadatte alla leadership».
Alla luce di questo, le donne e le ragazze con disabilità del Forum si appellano all’Unione Europea e ai Governi di tutta Europa a «contrastare ed eliminare attivamente gli stereotipi di genere, compresi quelli che negano la leadership, l’autonomia e la capacità decisionale, e di farlo attraverso politiche, campagne e corsi di formazione mirati. Garantire la piena partecipazione e leadership di elettrici, candidate e rappresentanti elette a livello europeo, nazionale e locale, con la garanzia dell’accessibilità sempre e dovunque, nonché di misure di accomodamento ragionevole. Porre fine alla violenza di genere e a pratiche quali la sterilizzazione forzata e l’istituzionalizzazione, assicurando un recepimento efficace e ambizioso della Direttiva dell’Unione Europea 2024/1385 relativa alla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. Rafforzare la visibilità e la rappresentanza delle donne e delle ragazze con disabilità, in tutta la loro diversità, nelle politiche e nei programmi dell’Unione Europea. Promuovere l’indipendenza economica, anche attraverso la parità di accesso a un mercato del lavoro aperto, la parità di retribuzione e misure mirate per ridurre la povertà. Investire nell’emancipazione e nella leadership, anche attraverso il finanziamento di organizzazioni di donne con disabilità e iniziative guidate da e per donne e ragazze con disabilità».

Detto poi del video riguardante gli stereotipi di genere (disponibile a questo link), è del tutto degno di nota il pacchetto di strumenti preparato dall’EDF per questo 8 Marzo (si faccia riferimentro a questo link), rivolto in particolare alle organizzazioni di persone con disabilità, per far sì che i ntegrino in modo significativo la parità di genere in ogni aspetto delle loro attività.
Nel dettaglio si tratta di:
°Linee Guida per l’adozione di un Piano d’Azione di Genere: esse forniscono una serie di indicazioni per supportare le organizzazioni a definire impegni chiari, a identificare le lacune, a stabilire gli obiettivi, ad allocare risorse e a monitorare i progressi raggiunti.
°Linee Guida per la creazione di un Comitato di Donne: i Comitati di Donne svolgono un ruolo fondamentale nel garantire che le prospettive delle donne e delle ragazze con disabilità siano ascoltate. Queste Linee Guida offrono dunque idee e supporto su come creare, fornire risorse e mantenere un Comitato di Donne, garantendo una partecipazione significativa delle donne e delle ragazze con disabilità all’interno delle varie organizzazioni.
°Un modello di toolkit (“kit di strumenti”) per l’integrazione di genere che supporta il personale di un’organizzazione nell’applicare una prospettiva di genere a tutte le aree di lavoro. Esso è progettato per essere adattato alle esigenze locali, rendendo l’integrazione di genere realistica e attuabile.
°Un test di autovalutazione per consentire alle organizzazioni di valutare il loro attuale livello di integrazione di genere, punto di partenza per le organizzazioni stesse di persone con disabilità in qualsiasi fase del loro percorso verso la parità di genere. (Stefano Borgato)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Giulia Traversi (Ufficio per i Diritti delle Donne ell’EDF), giulia.traversi@edf-feph.org.

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Nove persone con cerebrolesioni acquisite pasticcieri per un giorno

9 Marzo 2026 - 6:17pm

Nove persone con cerebrolesioni acquisite che partecipano al progetto pilota “InDiCA” (Interventi Diretti alle Cerebrolesioni Acquisite), promosso dalla Cooperativa Sociale toscana Nòmos, insieme ad ATRACTO (Associazione Traumi Cranici Toscani) e con il contributo della Fondazione CR Firenze, hanno seguito un laboratorio di cucina a Montevarchi (Arezzo), diventando “pasticcieri per un giorno” La preparazione della “torta della nonna” durante il laboratorio di pasticceria a Montevarchi

Nove persone con cerebrolesioni acquisite che partecipano al progetto pilota InDiCA (acronimo che sta per Interventi Diretti alle Cerebrolesioni Acquisite), promosso dalla Cooperativa Sociale toscana Nòmos, insieme ad ATRACTO (Associazione Traumi Cranici Toscani) e con il contributo della Fondazione CR Firenze, hanno seguito un laboratorio di cucina a Montevarchi (Arezzo), preparando la  “torta della nonna”, seguiti dagli operatori e dai maestri pasticcieri, e diventando quindi pasticcieri per un giorno.
«È stato bellissimo, un momento creativo – racconta Laura -, impariamo a fare cose nuove e ci divertiamo anche». «Non avevo mai fatto finora una torta, le avevo solo mangiate», aggiunge Alessandro. Silvia, poi, non ama mangiare i dolci, ma a farli, dice, «mi sono sentita bene, in compagnia». «Mi sembra impossibile – afferma dal canto suo Valerio – è una cosa che ci avvalora. Non credevo di poter fare queste cose, mi sono reso conto che se voglio riesco a fare certe cose».

Il progetto InDiCA promuove e tutela i diritti delle persone con disabilità derivanti da grave danno cerebrale. Nell’àmbito di esso sono stati creati due atelier di terapie occupazionali, uno a Grosseto e l’altro a San Giovanni Valdarno. All’interno di quest’ultimo è stato appunto proposto il laboratorio di cucina con due incontri tenutisi in febbraio.
«Questi tipi di attività – spiega Sandra Bonini di Nòmos, educatrice che ha seguito tutto il progetto – oltreché essere divertenti e favorire la condivisione, aiutano a sviluppare l’autonomia e le capacità personali, rafforzano l’autostima e contribuiscono a combattere la solitudine che spesso accompagna chi ha avuto una cerebrolesione da adulto».
«Esperienze come questa – dichiara quindi Gabriele Gori, direttore generale della Fondazione CR Firenze – rimettono al centro le persone e il loro diritto a una vita piena, anche dopo un evento traumatico. L’autonomia si costruisce anche dai gesti quotidiani come quelli in cucina che da semplici azioni si trasformano in esercizi di fiducia nelle proprie possibilità. Come Fondazione crediamo in percorsi che non si limitano all’assistenza, ma che generano autostima e relazioni. Il laboratorio di pasticceria nel Valdarno è un esempio concreto di come, lavorando insieme al territorio e al Terzo Settore, si possano creare opportunità reali di inclusione e qualità della vita». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: nomos@gallitorrini.com.

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Una guida aggiornata ai diritti e alle prestazioni sanitarie e sociosanitarie

9 Marzo 2026 - 5:39pm

Frutto di un recente aggiornamento, la “Guida ai diritti e alle prestazioni sanitarie e sociosanitarie” prodotta dal Gruppo Solidarietà è un agile e utile documento che contiene una prima parte riguardante la normativa nazionale e una seconda quella della Regione Marche, contenente tutte le più recenti disposizioni normative e regolamentari

Aggiornata al 7 marzo scorso, la Guida ai diritti e alle prestazioni sanitarie e sociosanitarie prodotta dal Gruppo Solidarietà e disponibile a questo link, è un agile e utile documento che contiene una prima parte riguardante la normativa nazionale e una seconda quella della Regione Marche, aggiornata appunto con tutte le più recenti disposizioni normative e regolamentari.
«L’obiettivo di questo opuscolo – si legge nell’introduzione – è quello di aiutare i cittadini, le cittadine (e i loro familiari) a conoscere quali sono i loro diritti così che possono districarsi all’interno della normativa sanitaria e sociosanitaria nazionale e regionale». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile la guida. Per ogni altra informazione e approfondimento: grusol@grusol.it.

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Il Terzo Torneo Regionale di Showdown della Campania: sport, ma anche incontro e crescita sociale

9 Marzo 2026 - 5:25pm

Non solo una competizione sportiva, ma anche un importante momento di incontro e condivisione, che ha dimostrato ancora una volta come lo sport possa essere un potente strumento di inclusione, partecipazione e crescita sociale: è stato questo, a Sant’Anastasia (Napoli) il Terzo Torneo Regionale di Showdown della Campania, incentrato su una disciplina “cugina” del tennistavolo, che è quella più praticata dagli atleti e dalle atlete con disabilità visiva Il team dell’Associazione Real Vesuviana al Terzo Torneo Regionale di Showdown della Campania

Grande partecipazione ed entusiasmo per il Terzo Torneo Regionale di Showdown della Campania, tenutosi presso la Biblioteca Comunale di Madonna dell’Arco, a Sant’Anastasia (Napoli), in una giornata dedicata allo sport paralimpico, all’inclusione e alla crescita degli atleti, evento organizzato dal delegato regionale della FISPIC (Federazione Italiana Sport Paralimpici per Ipovedenti e Ciechi) Mattia Mazza, in collaborazione con le Società Sportive Real Vesuviana, presieduta da Giuseppe Fornaro e Noived Napoli, presieduta da Rocco De Icco, con il supporto della Rete CIVES.
La manifestazione ha potuto inoltre contare sulla presenza di autorevoli rappresentanti del mondo sportivo paralimpico, tra cui il presidente regionale del CIP (Comitato Italiano Paralimpico) Carmine Mellone.

Lo showdown, ricordiamo, è ad oggi la disciplina più praticata dagli atleti e dalle atlete con disabilità visiva. Paragonabile al tennistavolo, ha tuttavia proprie regole e attrezzature specifiche.
Per l’occasione a imporsi nel torneo maschile è stato Mario Fusco della Real Vesuviana, squadra che ha visto anche Antonio Maione piazzarsi al terzo posto ed Emanuele Terracciano al quarto.
Nel torneo femminile, invece, la vittoria è andata a Rosa Riccardi della GSD Colosimo Napoli, seguita da Rosaria De Angelis e Rosa Meluziis, entrambe della Noived Napoli.

«Un ringraziamento particolare – dicono i promotori del torneo – va al Comune di Sant’Anastasia e all’assessora di esso Angela Auriemma, per la collaborazione e la vicinanza dimostrata alle attività sportive e inclusive del territorio. Un sentito ringraziamento va inoltre alla sede di Sant’Anastasia e al Comitato di Napoli della Croce Rossa Italiana, che hanno garantito il presidio sanitario per tutta la durata della manifestazione. Fondamentale, inoltre, anche il lavoro dei volontari della Rete CIVES, che hanno assicurato accoglienza, informazioni, assistenza logistica e supporto negli spostamenti di atleti e atlete, contribuendo in modo determinante alla riuscita dell’evento. Un ulteriore ringraziamento, infine, ai Supermercati Piccolo e al Gruppo La Leonessa che hanno supportato l’iniziativa, oltreché a tutte le Associazioni e i Volontari che hanno partecipato alla giornata».
«Il torneo – viene sottolineato in conclusione –ha rappresentato non solo una competizione sportiva, ma anche un importante momento di incontro e condivisione, dimostrando ancora una volta come lo sport possa essere un potente strumento di inclusione, partecipazione e crescita sociale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: segreteriacives@gmail.com.

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