Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria
Pubblicato su Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria (https://www.handitecno.calabria.it)

Home > Printer-friendly >

Abbonamento a feed SuperandoI temi delle disabilità trattati con coraggio
Superando
URL:
https://superando.it
Aggiornato:
52 sec fa

Se la discriminazione si traveste da protezione

26 Ottobre 2026 - 12:50pm

Bisognerebbe imparare a riconoscere la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità anche quando si presenta in ambienti ordinati, con personale gentile e procedure impeccabili. Perché la segregazione non ha sempre bisogno di cancelli, imposizioni o parole ostili. A volte basta ad essa un sorriso, una buona intenzione e qualcuno disposto a decidere al posto tuo: sono le riflessioni indotte dalla visione di un inquietante esperimento televisivo britannico, sul confine tra prendersi cura delle persone e decidere della loro vita In primpo piano Mat Fraser e Sophie Morgan, in un’immagine del programma televisivo “The Experiment”

Quando la discriminazione si traveste da protezione, assistenza ed efficienza, riconoscerla diventa più difficile. Un inquietante esperimento televisivo britannico ci invita a riflettere sul confine tra prendersi cura delle persone e decidere della loro vita.
Non occorre odiare qualcuno per negargli un diritto, a volte basta essere convinti di sapere che cosa sia meglio per lui. È forse questa la riflessione più inquietante che emerge da The Experiment, un documentario trasmesso il 21 ottobre scorso dall’emittente britannica Channel 4 e raccontato in una recensione pubblicata sul quotidiano britannico «The Guardian».
Il programma condotto da Sophie Morgan e Mat Fraser, entrambi con disabilità, parte da una domanda tanto semplice quanto scomoda: quanto sarebbe difficile convincere persone comuni ad accettare la segregazione delle persone con disabilità, se questa venisse presentata come una soluzione ragionevole, sicura ed economicamente vantaggiosa?
Per verificarlo viene allestita una falsa struttura residenziale, chiamata Segrilife, nella quale alcuni cittadini vengono accompagnati in visita senza sapere di trovarsi all’interno di un esperimento televisivo. I residenti sono attori con disabilità, mentre ambienti e materiali informativi ripropongono, con un linguaggio contemporaneo, idee riconducibili alla segregazione e alla svalutazione delle persone con disabilità.
Ci sono lavori ripetitivi e poco qualificati, dormitori collettivi sorvegliati da telecamere, manifesti che illustrano il costo dell’assistenza e il risparmio ottenuto attraverso l’istituzionalizzazione. Tutto viene presentato con toni rassicuranti, parlando di sicurezza, organizzazione e sostenibilità economica. La cosa più sconcertante è che diversi visitatori finiscono per considerare quelle condizioni ragionevoli, quando non addirittura positive.

Il documentario richiama anche l’Aktion T4, il programma nazista di sterminio delle persone con disabilità. Senza stabilire improprie equivalenze con le politiche sociali contemporanee, quel riferimento storico invita a riflettere sulle idee che resero possibile la disumanizzazione di intere categorie di persone: la convinzione che alcune vite valgano meno di altre, che il valore di un essere umano dipenda dalla sua produttività e che chi necessita di maggiori sostegni rappresenti soprattutto un peso per la collettività.

Colpisce soprattutto che le persone che approvano ciò che vedono non sembrino necessariamente animate da ostilità verso le persone con disabilità. Alcune appaiono sinceramente convinte che quelle condizioni siano appropriate, persino desiderabili. È il vecchio paternalismo che conosciamo bene, quello che considera le persone con disabilità come soggetti da proteggere e assistere, per i quali altri possono decidere dove vivere e quali possibilità concedere. Tutto, naturalmente, per il loro bene. Una discriminazione difficile da contrastare, perché spesso si nasconde dietro intenzioni apparentemente generose. Eppure, una decisione presa nell’interesse dichiarato di qualcuno non diventa automaticamente giusta se quella persona viene esclusa dalla decisione stessa.
È un rischio che riguarda anche le nostre società, in un clima internazionale segnato da nuovi venti di guerra e da logiche di potere, competizione e consumo che rischiano di ridurre ogni cosa al suo valore economico.
Anche il dibattito sulla disabilità continua troppo spesso a privilegiare i costi dell’assistenza e le esigenze organizzative dei servizi rispetto ai diritti e alla volontà delle persone. Le risorse pubbliche non sono illimitate, ma quando il risparmio diventa il criterio principale per decidere dove e come una persona debba vivere, si finisce per cercare la sistemazione meno onerosa anziché i sostegni necessari a garantirle la libertà di scelta. E tra sostenere una persona e sistemarla da qualche parte passa tutta la differenza che esiste tra un diritto e una concessione.

L’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce il diritto di scegliere dove e con chi vivere e di disporre dei sostegni necessari per partecipare alla vita della comunità, senza subire isolamento o segregazione. È una prospettiva che dovrebbe orientare qualsiasi politica pubblica.
Ma l’aspetto più inquietante di The Experiment è proprio la normalità con cui certe limitazioni della libertà vengono accettate, soprattutto quando sono presentate come inevitabili o vantaggiose. È un monito che riguarda tutti, perché la segregazione può sopravvivere anche grazie all’abitudine, all’indifferenza e alla convinzione che per alcune persone non esistano alternative.
Dovremmo imparare a riconoscere la discriminazione anche quando si presenta in ambienti ordinati, con personale gentile e procedure impeccabili. Perché la segregazione non ha sempre bisogno di cancelli, imposizioni o parole ostili. A volte basta ad essa un sorriso, una buona intenzione e qualcuno disposto a decidere al posto tuo.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

L'articolo Se la discriminazione si traveste da protezione proviene da Superando.

“I tuoi occhi, il tuo futuro”: essere ciechi è una cosa diversa da non vedere

23 Ottobre 2026 - 6:37pm

«Essere ciechi è una cosa diversa da non vedere. Vivere esperienze estemporanee e documentarsi non è sufficiente»: è l’assioma della mostra di Lodi “I tuoi occhi, il tuo futuro”, che ha offerto la possibilità di riflettere sul fatto che il buio vada colto nella sua essenza, non considerandolo solo come privazione. Nella pratica, questo è consistito nel far comprendere alle persone vedenti che cosa voglia dire superare un ostacolo visivo, portare gli occhiali a causa di una seria disabilità visiva, guardare il mondo con gli occhi di una persona cieca

«Essere ciechi è una cosa diversa da non vedere. Vivere esperienze estemporanee e documentarsi non è sufficiente»: è l’assioma della mostra I tuoi occhi, il tuo futuro che si è tenuta all’Ospedale Maggiore di Lodi dall’8 al 12 ottobre, realizzata dai soci e dai volontari dell’UICI della città lombarda (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) della città lombarda. Scopo dell’esposizione è stato offrire la possibilità di riflettere sul fatto che il buio vada colto nella sua essenza, non considerandolo solo come privazione. Nella pratica, questo è consistito nel far comprendere alle persone vedenti che cosa voglia dire superare un ostacolo visivo, portare gli occhiali a causa di una seria disabilità visiva, guardare il mondo con gli occhi di una persona cieca.

Elementi alquanto significativi della mostra – promossa, in occasione della Giornata Mondiale della Vista dell’8 ottobre dall’UICI Lombardia, in collaborazione con l’Ospedale Maggiore di Lodi Distretti e Presìdi Lodigiani, con IAPB Italia, componente nazionale dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità e con l’ASST di Lodi (Azienda Socio Sanitaria Territoriale) – sono stati i pannelli fotografici dimostrativi sulle ipovisioni o sulle non visioni, disposti lungo un corridoio, che hanno acconsentito la libera fruizione, offrendo l’opportunità di focalizzare, con estrema chiarezza, immagini distorte, annebbiate, offuscate, parziali e frammentate con contorni indefiniti. Riproduzioni che hanno permesso a visitatori e visitatrici di poter vedere proprio con gli occhi di una persona con disabilità visiva, calandosi per alcuni istanti nei suoi panni.

Un pannello è stato dedicato ai momenti della vita di tutti i giorni vissuti dalle persone con disabilità visiva, una tavola che ha indotto il pubblico a un’analisi riflessiva.
I tuoi occhi, il tuo futuro, dunque, sensibilizzando i visitatori, li ha condotti alla consapevolezza dell’importanza della salute oculare e pertanto al discorso sulla prevenzione. In particolare, nella mattinata inaugurale della mostra un medico oculista dell’ASST di Lodi ha parlato delle principali patologie della vista e rispetto alla prevenzione oculare, è emersa l’importanza di assumere uno stile di vita corretto, un’alimentazione equilibrata, l’utilizzo di adeguate protezioni durante l’esposizione alla luce solare o artificiale e una certa attenzione anche all’uso di telefonini e computer.

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Con i miei occhi: a Lodi una mostra ha fatto conoscere il mondo della cecità” e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

L'articolo “I tuoi occhi, il tuo futuro”: essere ciechi è una cosa diversa da non vedere proviene da Superando.

Eventi fruibili anche da parte di persone con difficoltà uditive al Centro Asteria di Milano

23 Ottobre 2026 - 5:55pm

Realtà culturale e sociale di Milano che propone una programmazione dedicata alle scuole sempre più ampia, tra teatro, cinema, musica, formazione e incontri, il Centro Asteria, grazie a una collaborazione con la Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano e con ALFA (Associazione Lombarda Famiglie Audiolesi), ha installato nella propria sala alcuni sistemi che possono rendere i vari eventi fruibili anche da parte di persone con difficoltà uditive Un evento rivolto alle scuole al Centro Asteria di Milano

Realtà culturale e sociale di Milano che propone durante l’anno una programmazione dedicata alle scuole secondarie di primo e secondo grado e territoriale sempre più ampia, tra teatro, cinema, musica, formazione e incontri, con l’obiettivo di offrire occasioni di cultura e incontro, il Centro Asteria, grazie a una collaborazione con la Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano e con ALFA (Associazione Lombarda Famiglie Audiolesi), nell’àmbito del progetto Comunicare senza barriere, ha installato nella propria sala alcuni sistemi che possono rendere i vari eventi fruibili anche da parte di persone con difficoltà uditive.
Si tratta dell’ascolto assistito tramite Listen WiFi, dell’induzione magnetica e dei sottotitoli (quando previsti). (S.B.)

A questo link è disponibile il calendario degli eventi del Centro Asteria per questa stagione 2026-2027. Per ulteriori informazioni: cultura@centroasteria.it.

L'articolo Eventi fruibili anche da parte di persone con difficoltà uditive al Centro Asteria di Milano proviene da Superando.

ADHD e dipendenze patologiche: se ne parla in Friuli Venezia Giulia

23 Ottobre 2026 - 5:23pm

Contribuire ad una maggiore conoscenza dell’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività che presenta una maggiore vulnerabilità verso le dipendenze, migliorando il riconoscimento tempestivo di tale problema e l’accesso alle cure nei servizi sanitari territoriali: è l’obiettivo del “2° Convegno Regionale Friuli Venezia Giulia”, intitolato “ADHD e dipendenze patologiche: dall’età neonatale all’età adulta”, promosso per domani, 24 ottobre, a Udine dall’AIFA (Associazione Italiana Famiglie ADHD) 

In questo che è il Mese della Consapevolezza sull’ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), l’AIFA (Associazione Italiana Famiglie ADHD) ha promosso per domani, 24 ottobre, a Udine (Sala Polifunzionale dell’Ospedale, ASUFC-Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale, Piazzale Santa Maria della Misericordia, ore 9-17), il 2° Convegno Regionale Friuli Venezia Giulia, intitolato ADHD e dipendenze patologiche: dall’età neonatale all’età adulta, momento di approfondimento sulla complessa relazione tra l’ADHD e le dipendenze patologiche, coprendo l’intero arco di vita delle persone.
Nel dettaglio, il programma della giornata prevede interventi di autorevoli esperti, provenienti dai principali Atenei e dalle Aziende Sanitarie della Regione Friuli-Venezia Giulia, moderati da specialisti del settore. Le varie sessioni affronteranno temi quali le lezioni apprese dalla gestione dell’ADHD in età adulta, la relazione tra ADHD e uso di sostanze, le dipendenze comportamentali, la FASD (Sindrome feto-alcolica) e il ruolo cruciale dei Servizi per le Dipendenze.
«Obiettivo dell’incontro – spiega Paola Forte, referente regionale dell’AIFA per il Friuli-Venezia Giulia – è contribuire ad una maggiore conoscenza dell’ADHD, disturbo del neurosviluppo che presenta una maggiore vulnerabilità verso le dipendenze, a partire dalle stime di prevalenza, migliorando il riconoscimento tempestivo di tale problema e l’accesso alle cure nei servizi sanitari territoriali».
L’ADHD, ricordiamo in conclusione, acronimo che sta per Attention Deficit Hyperactivity Disorder, è inserito nel DSM-5-TR, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (quinta edizione text revision), tra i disturbi del neurosviluppo con una prevalenza di circa il 7,2% nei bambini e di circa il 2,5% negli adulti. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del convegno di domani, 24 ottobre, a Udine, a quest’altro link una scheda sull’AIFA e sulla prevalenza dell’ADHD in Italia, in Friuli Venezia Giulia e nelle Province di questa Regione. Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa@associazioneaifa.it (Francesca Mezzelani).

L'articolo ADHD e dipendenze patologiche: se ne parla in Friuli Venezia Giulia proviene da Superando.

Collocamento mirato: ma mirato a chi? Quando trovare un lavoro sostenibile diventa già un lavoro insostenibile

23 Ottobre 2026 - 4:50pm

«Non cerco un lavoro “per autistici” e non cerco un lavoro “da disabile” – scrive Federica Quercia -. Non voglio che qualcuno guardi una diagnosi e decida al posto mio che sono incapace, ma non voglio neppure che, per paura di discriminarmi, qualcuno faccia finta che le mie incapacità non esistano. Voglio un lavoro adatto al mio funzionamento, ma sembra che sia impossibile. E allora mi chiedo: collocamento mirato, ma mirato a chi?»

La Legge 68 del 1999 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) non parla semplicemente di assumere persone con disabilità, ma di collocamento mirato. Non è una differenza puramente linguistica: l’articolo 2 di tale norma, infatti, definisce il collocamento mirato come quell’insieme «di strumenti tecnici e di supporto che permettono di valutare adeguatamente le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative e di inserirle nel posto adatto, attraverso analisi di posti di lavoro, forme di sostegno, azioni positive e soluzioni dei problemi connessi con gli ambienti, gli strumenti e le relazioni interpersonali sui luoghi quotidiani di lavoro e di relazione».
Le Linee Guida Nazionali adottate nel 2022 (Decreto Ministeriale 43/22) insistono a loro volta su un approccio che tenga conto della persona, del contesto e delle caratteristiche del posto di lavoro. Questo, naturalmente, non significa che la legge prometta a ogni persona con disabilità un posto inventato appositamente per lei: sarebbe scorretto sostenerlo. Ma quella parola, mirato, deve pur significare qualcosa. Presuppone almeno che esistano due elementi da mettere in relazione, una persona e un lavoro, e che non basti sapere che la prima appartiene alle “categorie protette” e che il secondo è disponibile. Bisogna conoscere entrambi.
È proprio prendendo sul serio questa parola che, per me, cominciano i problemi. Perché io al collocamento mirato ci sono stata e oggi mi ritrovo ancora a chiedermi: a cosa stiamo mirando?

Il primo lavoro è trovare lavoro
Cercare lavoro è già un lavoro. Può sembrare un gioco di parole, finché non proviamo a scomporre concretamente tutto ciò che significa: capire a quali servizi rivolgersi, iscriversi, cercare informazioni, comprendere bandi, progetti e annunci, aggiornare il curriculum, selezionare le offerte, candidarsi, controllare le mail, rispondere a sconosciuti, telefonare o farsi telefonare, organizzare appuntamenti, spostarsi, sostenere colloqui, raccontarsi, presentare le proprie competenze, gestire i rifiuti e l’incertezza, sollecitare chi non risponde e, quando non funziona, ricominciare.
Nel mio caso bisogna fare anche un’altra cosa, particolarmente difficile: spiegare bene ciò che non riesco a fare. Bisogna saper dire che un’offerta non è compatibile senza sembrare poco motivati, spiegare che poche ore non significano poca voglia di lavorare, far comprendere che un curriculum apparentemente discreto non rappresenta necessariamente ciò che si riesce a sostenere oggi. Bisogna persino riuscire a spiegare una distinzione che sulla carta sembra semplice, ma nella pratica non lo è affatto: essere capaci di svolgere una mansione non significa necessariamente essere capaci di sostenerla nel tempo.
E qui incontro il primo paradosso. Per trovare un lavoro compatibile con le mie difficoltà, devo prima dimostrare di saper fare quasi autonomamente molte delle cose che le mie difficoltà rendono difficili: orientarmi, pianificare, organizzarmi, espormi, comunicare con sconosciuti, reggere l’incertezza, valutare opportunità, promuovermi e negoziare i miei bisogni. Tutto questo prima ancora di aver lavorato un’ora.
Il primo lavoro che mi viene richiesto è quindi trovare il lavoro, ed è già un lavoro che faccio fatica a sostenere. È da qui che nasce il sottotitolo di questo mio contributo: quando trovare un lavoro sostenibile diventa, di per sé, un lavoro insostenibile.
Se una persona ha bisogno del collocamento mirato anche perché la sua capacità di muoversi autonomamente nel mercato del lavoro è ridotta, quanto senso ha consegnarle sostanzialmente gli strumenti del lavoratore ordinario e aspettare che sia lei a trovare l’incastro? Non significa che qualcuno debba fare tutto al suo posto. Significa chiedersi se anche il percorso verso il lavoro debba essere mirato, e non soltanto il lavoro che forse troverà alla fine.

Dov’è la parte “protetta”?
Da qualche tempo guardo gli annunci rivolti alle “categorie protette” facendo mentalmente un piccolo esperimento: tolgo dal titolo la dicitura “L. 68/99” e rileggo l’offerta. Molto spesso, negli annunci che incontro, il resto potrebbe essere tranquillamente rivolto a chiunque: flessibilità, dinamismo, orientamento al cliente, capacità relazionali, problem solving, lavoro in team, gestione dello stress, disponibilità nei weekend, raggiungimento degli obiettivi. E allora mi viene spontaneo chiedermi: dov’è la parte “protetta”?
La domanda non significa affatto che una persona appartenente alle “categorie protette” non possa essere dinamica, lavorare con il pubblico, assumersi grandi responsabilità o avere una carriera complessa. È proprio questo il punto: “categoria protetta” non descrive una persona. Non dice quante ore riesca a lavorare, quanto rumore tolleri, se possa lavorare su turni, se riesca a utilizzare il telefono, quanto possa spostarsi, quanta interazione sociale riesca a sostenere, quanta autonomia organizzativa possieda o quanto recupero le serva dopo una giornata lavorativa. Dice qualcosa sul suo inquadramento giuridico, ma non ci dice chi abbiamo davanti.
Mi chiedo allora se, in alcuni casi, il meccanismo non rischi di funzionare al contrario: invece di partire dalla persona con disabilità e cercare un posto compatibile, partiamo da un posto già perfettamente definito e cerchiamo, tra le persone appartenenti alle “categorie protette”, quella che riesca ad adattarvisi meglio. Il paradosso sarebbe notevole: le persone più facilmente collocabili potrebbero essere proprio quelle che hanno meno bisogno che il collocamento sia realmente “mirato”, mentre chi necessita maggiormente di un incontro preciso tra capacità, limiti e caratteristiche del lavoro rischia di diventare più difficile da collocare.

«Ma allora perché ti sei candidata?»
Recentemente mi sono candidata spontaneamente a un annuncio per una posizione di sales assistant [“addetta alle vendite”, N.d.R.] riservata alle “categorie protette”. Sapevo che cosa c’era scritto: nessuno mi aveva indirizzata verso quella posizione e nessuno mi aveva promesso che il lavoro sarebbe stato adattato alle mie esigenze. È importante precisarlo, perché altrimenti sarebbe troppo facile trovare un colpevole e perdere il punto.
Una responsabile mi ha scritto proponendomi un colloquio. Prima di accettare le ho chiesto se il ruolo fosse esclusivamente customer facing (“a contatto con i clienti”). La risposta è stata affermativa. Le ho spiegato allora ciò che stavo cercando: un impegno ridotto, idealmente entro le quindici ore settimanali, mansioni semplici e prevedibili e un carico relazionale contenuto. Ho chiesto se all’interno dell’azienda esistessero eventualmente attività più operative o di supporto. La risposta è stata molto chiara e corretta: la posizione disponibile prevedeva ventiquattro ore settimanali e attività esclusivamente rivolte al cliente. Al momento non esistevano opportunità compatibili con le necessità che avevo descritto, ma il mio profilo sarebbe stato tenuto in considerazione qualora ne fossero emerse in futuro.
Nessuno aveva sbagliato. L’azienda cercava una persona per svolgere un determinato lavoro; io cercavo un lavoro compatibile con determinate possibilità e determinati limiti. Quel lavoro e quella persona, semplicemente, non coincidevano. Ed è proprio l’assenza di un “colpevole” a rendere interessante l’episodio, perché il problema diventa un altro: chi dovrebbe occuparsi dello spazio che rimane tra noi due? L’azienda mi dice, correttamente, «questo è il lavoro che abbiamo», io rispondo, altrettanto correttamente, «questo è il lavoro che riesco a sostenere». Le due cose non coincidono e quindi ricomincio: apro un altro annuncio, leggo, cerco di capire, mando un altro curriculum, aspetto, eventualmente parlo con qualcuno, spiego nuovamente le mie necessità, scopriamo magari un’altra incompatibilità, ringrazio e ricomincio ancora.
È esattamente qui che la ricerca di un lavoro sostenibile comincia a diventare essa stessa un lavoro insostenibile. Non perché le aziende siano necessariamente cattive, non perché tutti gli annunci rivolti alle “categorie protette” siano sbagliati e nemmeno perché io non voglia lavorare, ma perché il lavoro necessario per trovare il punto d’incontro continua a rimanere sulle mie spalle.
Ed è precisamente quel punto d’incontro che pensavo fosse contenuto nella parola mirato.

Non esiste un Indeed per persone con disabilità
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: se sai che un lavoro non è compatibile, semplicemente non candidarti. Ed è vero. Ma dove dovrei candidarmi? Credo di aver capito soltanto recentemente che cosa stessi cercando quando selezionavo il filtro “categorie protette” nei portali di lavoro. Non soltanto un annuncio al quale avessi formalmente diritto di candidarmi, ma, forse ingenuamente, un lavoro nel quale quella dicitura significasse qualcosa anche rispetto al modo in cui il lavoro era stato pensato.
“Categoria protetta”, però, non significa automaticamente meno ore, meno pressione, meno responsabilità, meno contatto con il pubblico o mansioni più semplici. E sarebbe sbagliato se significasse necessariamente questo, perché moltissime persone appartenenti alle “categorie protette” non hanno bisogno di nulla del genere. Il filtro mi dice «puoi candidarti». Non mi dice «questo lavoro può essere sostenibile per te». Tra queste due frasi c’è un abisso.
Per questo qualche volta mi viene da usare un’espressione volutamente provocatoria: non esiste un Indeed per persone con disabilità, ovvero un motore di ricerca che sia quello giusto. Non intendo dire che dovrebbe esistere un mercato separato, popolato da lavori “da disabili”. Intendo dire che un normale portale può filtrare la città, la professione, il contratto, le ore e l’appartenenza alle categorie protette, ma non può filtrare il funzionamento di una persona. Non posso inserire in una casella: posso lavorare, ma per poche ore; ho bisogno di mansioni semplici e prevedibili; non riesco a sostenere un ruolo esclusivamente a contatto con i clienti; ho bisogno di poche pressioni e di un carico relazionale contenuto; non posso attraversare ogni giorno tutta la città; cerco un lavoro semplice non perché non abbia studiato, ma perché questo è ciò che oggi riesco a sostenere.
E probabilmente non è nemmeno ragionevole pretendere che un motore di ricerca sappia fare tutto questo. Ma allora chi dovrebbe farlo? Un portale di annunci può mettere in relazione un curriculum e un’offerta. Il collocamento mirato dovrebbe riuscire a mettere in relazione una persona e un lavoro.

Il curriculum registra la prestazione, non il costo di essa
C’è poi un altro strumento che, nel mio caso, produce un paradosso: il curriculum. Se potessi, qualche volta mi presenterei al lavoro senza. Non perché non abbia fatto nulla, ma per il motivo opposto. Il mio curriculum, infatti, racconta una storia vera, ma rischia di raccontare quella sbagliata. Registra dove ho lavorato, cosa ho studiato, quali mansioni ho svolto e quali competenze ho acquisito. È perfettamente normale che chi lo legge utilizzi il passato per prevedere il futuro: hai fatto questo, quindi presumibilmente puoi farlo ancora. Ma il curriculum registra la prestazione, non il costo della prestazione. Non racconta come stavo mentre facevo quelle cose, quante energie richiedessero, quanto recupero fosse necessario, che cosa succedesse fuori dall’orario di lavoro. Soprattutto, non racconta se quell’esperienza fosse sostenibile oppure se io stessi semplicemente resistendo.
Così accade una trasformazione curiosa: se ho lavorato con il pubblico, la fatica di lavorare con il pubblico diventa “esperienza con il pubblico”; se ho sostenuto determinate responsabilità, quelle responsabilità diventano competenze; se sono riuscita a resistere a determinati ritmi, quella resistenza diventa la prova che posso sostenerli. La fatica diventa competenza, la resistenza diventa requisito e ciò che sono riuscita a sopportare diventa ciò che ci si aspetta che io possa continuare a fare. Ma essere sopravvissuta a qualcosa non significa essere adatta a rifarla.
Vorrei quindi che qualcuno leggesse il mio curriculum anche al contrario: hai fatto questo, ma come stavi mentre lo facevi? Quanto ti costava? Perché hai smesso? Quale parte di quell’esperienza rappresenta davvero una competenza utile e quale rappresenta, invece, qualcosa che non dovrebbe essere ripetuto?
Non sto cercando necessariamente il gradino successivo. Non voglio capitalizzare tutto ciò che mi ha fatto male trasformandolo in esperienza professionale. Non chiedetemi soltanto cosa ho già fatto. Chiedetemi cosa posso fare oggi senza farmi a pezzi.

Vorrei essere considerata meno capace
Questa richiesta mi conduce a una frase che può suonare terribile: io vorrei, almeno per alcuni aspetti, essere considerata meno capace di quanto appaio. Non meno intelligente, meno degna, meno adulta o meno persona. Meno capace di sostenere determinate richieste. Sono cose completamente diverse.
Il mio curriculum può farmi sembrare più competente; i miei studi possono suggerire un certo livello di autonomia; il modo in cui scrivo può dare un’impressione di funzionamento molto diversa da quella che sperimento in altri àmbiti della vita. Posso ragionare su un problema complesso e avere enormi difficoltà a organizzare una giornata. Posso scrivere un articolo e avere difficoltà a fare una telefonata. Posso sostenere bene una conversazione in alcune circostanze e non riuscire a tollerare un ambiente ad alta intensità relazionale per molte ore consecutive. Posso aver fatto qualcosa una volta senza poterla fare cinque giorni alla settimana. Non c’è necessariamente una contraddizione: le capacità umane non sono un’unica barra che sale e scende tutta insieme.
Abbiamo combattuto, giustamente, contro la presunzione di incompetenza associata alla disabilità. Abbiamo imparato a parlare di potenzialità, autonomia, competenze e capacità, ed era necessario. Ma esiste forse anche il rischio opposto: rendere incapacità una parola impronunciabile.
Io non voglio che qualcuno guardi la mia diagnosi e presuma ciò che non so fare. Sto chiedendo quasi il contrario: credetemi quando sono io a dirvi che qualcosa non riesco a farla! Non ho bisogno che qualcuno creda più di me nelle mie capacità. Ho bisogno che qualcuno creda anche a me quando descrivo le mie incapacità, perché un limite non è necessariamente il nemico dell’inclusione. A volte è un’informazione indispensabile per costruirla.
Valere meno e poter fare meno sono due frasi completamente diverse.

Non voglio un lavoro adatto alla mia diagnosi
Io sono autistica, ma questa informazione, da sola, dice ancora pochissimo sul lavoro che potrei sostenere. Conosco altre persone autistiche che lavorano in banca, insegnano o lavorano in proprio; alcune non appartengono neppure alle “categorie protette”.
Recentemente, parlando con altre persone autistiche, ho chiesto se si considerassero realmente disabili. Una persona mi ha risposto di no: la sua neurodivergenza può crearle disagio in alcune situazioni, ma non compromette le attività quotidiane e non sente di avere bisogno di sostegno.
È stata una risposta importante, perché possiamo condividere la stessa diagnosi senza condividere la stessa esperienza della disabilità, la stessa autonomia o la stessa capacità lavorativa. A volte sono proprio altre persone autistiche a non comprendere perché io faccia così fatica, e non c’è nulla di strano: abbiamo la stessa diagnosi, non lo stesso funzionamento.
Recentemente mi è stato proposto un progetto rivolto specificamente a persone autistiche appartenenti alle “categorie protette”, con formazione in àmbito informatico e cybersecurity seguita da un tirocinio. Può essere un progetto eccellente, per qualcun altro. La mia prima reazione è stata molto più semplice: ma a me l’informatica non interessa.
Questa banalissima frase contiene un altro paradosso. Possiamo costruire un progetto specificamente dedicato alle persone autistiche e, contemporaneamente, non partire dalla specifica persona autistica che abbiamo davanti. Prima esiste il contenitore — autismo, informatica, formazione, tirocinio — e poi cerchiamo le persone che possano entrarci. Io avrei bisogno di invertire la direzione della freccia: prima la persona, poi il funzionamento. Quante ore può sostenere? In quale ambiente? Con quale quantità di interazione? Con quali responsabilità? A quale distanza? Di quanta prevedibilità ha bisogno? Che cosa sa fare? Che cosa non può fare? Che cosa potrebbe imparare e che cosa, invece, non dovrebbe essere costretta semplicemente a imparare a sopportare? Soltanto alla fine dovrebbe arrivare la domanda: quale lavoro? Non voglio un lavoro adatto alla mia diagnosi. Voglio un lavoro adatto al mio funzionamento.

Io non arrivo al lavoro “divisa per diagnosi”
C’è poi un’altra questione: io non sono soltanto autistica. Nel mio funzionamento attuale pesano moltissimo anche l’evitamento, una depressione che mi accompagna da tempo e una fiducia nelle mie capacità estremamente fragile. L’autismo contribuisce: sovraccarico, imprevedibilità, richieste sociali e continuo adattamento possono consumare rapidamente le risorse che ho, ma stabilire esattamente dove finisca una cosa e inizi l’altra è quasi impossibile.
Io non arrivo al lavoro “divisa per diagnosi”. Non posso lasciare la depressione a casa e portare con me soltanto l’autismo perché il progetto al quale partecipo è destinato alle persone autistiche, né posso chiedere all’evitamento di aspettarmi fuori mentre faccio un colloquio. Non posso consegnare a un servizio una diagnosi alla volta e aspettarmi che, sommando le risposte, compaia magicamente la persona. Al lavoro arriva tutto insieme. Arrivo io. E se il collocamento è davvero mirato, il bersaglio dovrebbe essere proprio quella persona intera.

Poi arriva la parola magica: inclusione
A questo punto compare inevitabilmente una parola: inclusione. È difficile parlare oggi di disabilità, scuola, lavoro o politiche sociali senza incontrarla, ma che cosa significa davvero includere qualcuno?
La domanda non è puramente filosofica, perché possiamo intendere l’inclusione in modi molto diversi e, se la interpretiamo male, le conseguenze possono ricadere direttamente sulla vita e sulla salute delle persone. Per qualcuno inclusione significa soprattutto non essere considerato diverso, ed è comprensibile. Una persona con disabilità può non volere che qualcuno le assegni preventivamente meno responsabilità, che la consideri fragile, che interpreti ogni sua caratteristica attraverso una diagnosi o che presuma un’incapacità che non esiste. Ha tutto il diritto di chiederlo. Ma esiste anche chi sa di avere dei limiti e magari lo sa proprio perché ha già sperimentato che cosa accade quando tenta di vivere come se quei limiti non esistessero. Anche questa persona ha diritto di essere ascoltata, perché essere trattati come se fossimo tutti identici non è necessariamente inclusione.
Io posso pretendere di avere lo stesso valore di un’altra persona senza avere la stessa capacità lavorativa. Posso volere gli stessi diritti senza riuscire a sostenere lo stesso numero di ore. Posso desiderare autonomia, rispetto e partecipazione sociale, senza riuscire a sopportare gli stessi ritmi, gli stessi ambienti e la stessa pressione.
Essere uguali in dignità non significa dover funzionare tutti allo stesso modo. Forse allora la parola inclusione ha necessariamente una componente individuale. Ma fino a che punto può essere interpretabile? È giusto che possa significare quasi qualunque cosa?
Esiste un rischio antico ed evidente: guardare una persona con disabilità e decidere in anticipo che non possa fare nulla. Ma forse esiste anche un rischio più moderno, benevolo nelle intenzioni e quindi più difficile da riconoscere: guardarla e continuare a dirle «puoi fare tutto». E se non fosse vero?

Quando l’inclusione diventa adattamento
Io posso adattarmi. L’ho già fatto. Ed è proprio questo il problema, perché riuscire a fare qualcosa e riuscire a sostenerla sono due misure completamente diverse della capacità.
Una persona può riuscire a lavorare per mesi o persino per anni in un ambiente incompatibile con il proprio funzionamento. Può alzarsi, presentarsi puntuale, svolgere le mansioni, parlare con i clienti, sorridere, rispettare gli obiettivi e tornare il giorno successivo. Vista da fuori, quella persona funziona. La fotografia del luogo di lavoro, però, non racconta necessariamente quello che succede dopo. Non dice quanta energia rimanga per mangiare, occuparsi della casa, avere relazioni, gestire un imprevisto o coltivare un interesse. Non dice se il fine settimana sia tempo di vita oppure semplicemente il tempo necessario a recuperare abbastanza energie per tornare al lavoro il lunedì. Non dice se la persona stia costruendo una vita oppure recuperando continuamente dal lavoro per riuscire a tornare al lavoro. E soprattutto non dice per quanto tempo riuscirà a continuare.
Una persona può superare ripetutamente il proprio limite e apparire comunque capace, finché qualcosa cede. Il prezzo può essere un peggioramento del benessere psicologico, una fase depressiva, un burnout, una crisi, un crollo del funzionamento o un lungo periodo nel quale diventa necessario fermarsi e provare a rimettersi in piedi.
Questo non significa che ogni difficoltà debba essere evitata o che una persona con disabilità debba vivere al riparo da stress, rischio e frustrazione. Vivere comporta fatica e lavorare comporta fatica. Ma esiste una differenza tra una fatica che attraversiamo e una condizione che riusciamo a sostenere soltanto consumandoci. Se non impariamo a riconoscere quella differenza, rischiamo di chiamare inclusione qualcosa che assomiglia molto di più alla capacità della persona di adattarsi finché riesce a farlo.
E allora la domanda diventa scomoda: se riesco a entrare nel mondo del lavoro, ma per restarci devo stare male, sono davvero inclusa?

Entrare non basta
Forse abbiamo scelto l’indicatore sbagliato. Una persona è stata assunta: benissimo. Ma l’assunzione è un evento; l’inclusione è ciò che succede dopo. È ancora lì tra un anno? Come sta? Gli accomodamenti funzionano? Il numero di ore è sostenibile? Il lavoro è compatibile con il resto della sua vita? Riesce a restare oppure sta resistendo? Restare e resistere sono due verbi molto diversi.
Forse la riuscita di un inserimento lavorativo non dovrebbe essere misurata soltanto dalla possibilità di entrare, ma anche dalla possibilità di restare senza doversi ammalare per riuscirci. Un lavoro, infatti, non è necessariamente sostenibile soltanto perché una persona riesce materialmente a svolgerlo: dovrebbe essere sostenibile abbastanza da lasciarle una vita intorno. Altrimenti abbiamo ottenuto una lavoratrice, ma forse abbiamo perso tutto il resto della persona.

È giusto buttarsi nel vuoto?
Naturalmente esiste un’obiezione: come facciamo a sapere cosa possiamo fare se non proviamo? È vero. Nessuno può conoscere perfettamente i propri limiti prima di incontrarli. Vivere significa anche rischiare, sperimentare, sbagliare valutazione e qualche volta scoprire di essere capaci di qualcosa che credevamo impossibile. Il problema non è provare. Il problema è quando buttarsi nel vuoto diventa il metodo ordinario con cui una persona deve scoprire se un lavoro la farà stare male. Prova, magari ce la fai. Accetta, magari questa volta sarà diverso. Stringi i denti e vediamo quanto resisti. Se non funziona, fermati, riprenditi e poi ricomincia.
Per qualcuno può essere crescita. Per qualcun altro può diventare una successione di inserimenti, sovraccarichi, crolli e lunghi periodi necessari per recuperare. A quel punto il problema non è più se quella persona abbia avuto abbastanza coraggio, ma se il metodo stesso abbia senso.
Io non cerco un posto nel quale riuscire a resistere abbastanza a lungo da poter dire di averci provato. Cerco un posto nel quale poter restare.
Forse il collocamento mirato non dovrebbe cercare il massimo che una persona riesce a fare, ma quanto quella persona riesca a fare in maniera sostenibile, perché il massimo e il sostenibile non sono necessariamente la stessa cosa. E confonderli può costare anni.

Quindici ore sono lavoro
Se provo a tradurre tutto questo nella mia situazione attuale, il risultato può sembrare poco ambizioso: io vorrei lavorare poco. Lo dico volutamente senza addolcirlo. Indicativamente non più di quindici ore alla settimana, con mansioni semplici, chiare e prevedibili, responsabilità contenute, poche pressioni, un carico relazionale ridotto e un luogo facilmente raggiungibile e non troppo distante da casa. Non sto cercando una carriera o una nuova specializzazione e non sento il bisogno che qualcuno trasformi necessariamente questa richiesta in un percorso il cui obiettivo finale sia farmi lavorare sempre un po’ di più. Voglio trovare qualcosa che riesca a fare e, soprattutto, a continuare a fare.
Quindici ore sono lavoro. Tre ore al giorno sono lavoro. Una mansione semplice è lavoro. Avere poche responsabilità non significa non contribuire e avere bisogno di prevedibilità non significa non avere nulla da offrire.
Forse alcune persone non hanno bisogno di essere continuamente spinte verso il gradino successivo. Forse hanno bisogno che qualcuno costruisca un gradino sul quale riescano finalmente a restare. Ed è qui che compare il paradosso più difficile.

«Un lavoro così non esiste»
Mia madre qualche volta mi dice che il lavoro che descrivo probabilmente non esiste. Può darsi. Forse nessuna azienda pubblicherà mai esattamente l’annuncio che sto immaginando. Ma se la risposta è questa, la domanda successiva diventa inevitabile: e quindi?
Se posso lavorare quindici ore, ma il mercato me ne chiede ventiquattro, trenta o quaranta, che cosa succede? Se posso contribuire al mio sostentamento ma non produrre abbastanza reddito da mantenermi, dove vengo collocata? Qual è il piano B?
Non sto dicendo di non saper fare niente. È precisamente questo il problema: so fare qualcosa. La domanda è quanto, per quanto tempo, in quali condizioni e a quale prezzo. Tra la persona pienamente capace di sostenere il mercato del lavoro ordinario e quella totalmente incapace di lavorare esiste un territorio enorme. Io mi trovo da qualche parte lì dentro e vorrei sapere chi si occupa delle persone che abitano quello spazio.
La mia frase non è «non posso lavorare», è molto più complicata: posso lavorare, ma forse non abbastanza da poter vivere del mio lavoro. Che cosa facciamo delle persone che possono contribuire, ma non abbastanza da raggiungere attraverso la propria produttività una piena autosufficienza economica? Diciamo loro di lavorare più di quanto riescano? Diciamo che, se non riescono, allora non esiste un lavoro per loro? Oppure riconosciamo che tra piena autonomia lavorativa e totale incapacità può essere necessaria una terza possibilità?
Potrebbe essere una combinazione tra ciò che una persona riesce realmente a fare, il lavoro che la società riesce a renderle accessibile e il sostegno necessario a coprire ciò che il lavoro, da solo, non può garantire. Perché non possiamo dire contemporaneamente a una persona che il lavoro che riesci a sostenere probabilmente non esiste e che devi mantenerti lavorando. Da qualche parte, tra queste due frasi, deve esserci una risposta.

Mirato a chi?
E allora torno alla parola da cui ero partita: mirato. La legge parla di valutazione delle capacità lavorative, strumenti di supporto, analisi dei posti di lavoro e inserimento nel posto adatto. Io non leggo queste parole come la promessa di un lavoro perfetto, ma come una domanda che il sistema dovrebbe rivolgere anche a se stesso: quanto siamo davvero capaci di partire dalla persona?
Non dalla diagnosi, dalla percentuale di invalidità, dal progetto che abbiamo già costruito, dal posto che un’azienda deve coprire o dal curriculum. Dalla persona: da ciò che sa fare e da ciò che non sa fare, dal numero di ore che riesce a sostenere, dalle condizioni nelle quali riesce a farlo, dal costo che quella prestazione ha sul resto della sua vita, da ciò che potrebbe imparare e anche da ciò che non deve necessariamente imparare a sopportare. Soltanto dopo dovrebbe arrivare il lavoro. Altrimenti invertiamo la direzione della freccia: abbiamo già il bersaglio e cerchiamo una persona sufficientemente compatibile da colpirlo. Ma se il collocamento è davvero mirato, forse il bersaglio dovrebbe essere un altro: l’incontro sostenibile tra quella specifica persona e quel determinato lavoro. Non il massimo che riesce a sopportare. Non ciò che il suo curriculum suggerisce che dovrebbe riuscire a fare. Non ciò che mediamente riescono a fare altre persone con la stessa diagnosi. Ciò che quella persona può fare e continuare a fare senza che il prezzo dell’inclusione diventi la sua salute.
Non cerco un lavoro “per autistici” e non cerco un lavoro “da disabile”. Non voglio che qualcuno guardi una diagnosi e decida al posto mio che sono incapace, ma non voglio neppure che, per paura di discriminarmi, qualcuno faccia finta che le mie incapacità non esistano.
Non voglio un lavoro adatto alla mia diagnosi. Voglio un lavoro adatto al mio funzionamento. Posso lavorare, forse poco e forse non abbastanza da mantenermi, ma poco non significa niente. E soprattutto non voglio più confondere l’essere capace di entrare con l’essere capace di restare. Perché l’inclusione non dovrebbe essere il momento in cui una persona riesce finalmente a entrare nel mondo degli altri. Dovrebbe essere il momento in cui non è più costretta a farsi male per poterci restare.
Se per trovare quel posto devo prima sostenere da sola un lavoro che non riesco a sostenere, se per essere aiutata devo dimostrare l’autonomia che sto chiedendo aiuto a costruire, se per essere considerata inclusa devo adattarmi fino al punto di ammalarmi, allora la contraddizione rimane.
La legge lo chiama collocamento mirato. Ma mirato a chi?

*fedeoak@yahoo.it (pagina Instagram a questo link). Ne segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine, i contributi: intitolato “Ottenere una diagnosi di autismo a 33 anni e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse” (a questo link), “Non trasformiamo l’autismo in un ‘superpotere’” (a questo link) e “Il diritto di non sapersi difendere” (a questo link).

L'articolo Collocamento mirato: ma mirato a chi? Quando trovare un lavoro sostenibile diventa già un lavoro insostenibile proviene da Superando.

Tecnologie assistive e ausili: ancora troppi ostacoli nell’Unione Europea

23 Ottobre 2026 - 2:00pm

Elenchi superati di attrezzature, finanziamenti scarsi, carenza di informazioni e di consulenza specialistica sia per le autorità che per gli utenti, inadeguatezza dei supporti durante l’utilizzo delle tecnologie assistive: sono le principali ragioni che fanno concludere al Forum Europeo sulla Disabilità, in un recente documento, che «la disomogeneità delle leggi e dei sistemi di finanziamento in tutta l’Unione Europea continua a impedire a molte persone con disabilità di accedere ai dispositivi e alle tecnologie di cui hanno bisogno» Realizzazione grafica dell’EDF (Forum Europeo sulla Disabilità)

«La disomogeneità delle leggi e dei sistemi di finanziamento in tutta l’Unione Europea continua a impedire a molte persone con disabilità di accedere ai dispositivi e alle tecnologie di cui hanno bisogno»: è sostanzialmente questa la conclusione del documento sulle tecnologie assistive nell’Unione Europea (disponibile in inglese a questo link), prodotto dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, che evidenzia anche come le persone possano perdere l’accesso a tecnologie utilizzate per anni quando si trasferiscono all’interno dell’Unione Europea.

Nel dettaglio, l’EDF ha analizzato i diversi approcci nazionali alla fornitura di tecnologie assistive e ausili, individuando una serie di barriere inutili, dalla scelta limitata di prodotti, a causa di elenchi che non tengono conto della più ampia gamma di soluzioni presenti sul mercato dell’Unione Europea, agli insufficienti finanziamenti, che impediscono ad alcuni utenti di permettersi le soluzioni necessarie. E ancora, la mancanza di informazioni e di consulenza specialistica sia per le autorità che per gli utenti, nonché l’inadeguatezza dei supporti durante l’utilizzo delle tecnologie assistive.
Accade quindi, come si legge nel documento, che «normative diverse, elenchi differenti dei prodotti approvati e diversi livelli di finanziamento scoraggino spesso i fornitori dall’operare nei mercati più piccoli, spingendoli a dare priorità ai Paesi più grandi. Di conseguenza, anche prodotti che soddisfano tutti i requisiti non vengono forniti a causa di dubbi e incomprensioni da parte dei fornitori stessi».

L’EDF raccomanda quindi misure volte a garantire che le persone possano ottenere le tecnologie assistive di cui hanno bisogno, ovunque ne abbiano bisogno, mettendo al contempo a disposizione dei fornitori norme chiare e applicabili in tutta l’Unione Europea.
In tal senso si chiede di rendere trasparenti e più comprensibili gli approcci nazionali in questo settore, di adattare le norme (e non viceversa) alle esigenze degli utenti di tecnologie assistive, compreso un accesso più semplice ai finanziamenti, al supporto e alle modalità di ricorso contro le decisioni. Per questo è necessario armonizzare i requisiti informativi per le soluzioni assistive in tutti gli Stati Membri dell’Unione, garantendo il “riconoscimento reciproco” laddove esistano valutazioni equivalenti, assicurando inoltre che i sistemi di finanziamento supportino una più ampia varietà di tecnologie assistive e che anche i prodotti maggiormente specializzati raggiungano gli utenti nei mercati più piccoli. Si chiede infine di aumentare il numero di professionisti qualificati in grado di supportare gli utenti, così come di migliorare l’accesso transfrontaliero alle soluzioni di tecnologia assistiva e la libera circolazione delle persone con disabilità che le utilizzano.
«Solo rafforzando la cooperazione europea – concludono dall’EDF – si potranno ridurre le barriere e la frammentazione, consentendo al contempo ai paesi dell’Unione di mantenere o sviluppare sistemi di supporto più completi». (Stefano Borgato)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Alejando Moledo (cui scrivere in inglese), alejandro.moledo@edf-feph.org.

L'articolo Tecnologie assistive e ausili: ancora troppi ostacoli nell’Unione Europea proviene da Superando.

Risorse per la formazione universitaria sui Progetti di Vita delle persone con disabilità

23 Ottobre 2026 - 1:22pm

Parere favorevole della Conferenza Unificata per il Decreto voluto dalla Ministra per le Disabilità, che promuove la formazione universitaria degli operatori dei settori sociale e socio-assistenziale in materia di redazione dei Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati delle persone con disabilità, con l’obiettivo di incentivare gli Atenei a istituire e rafforzare corsi di laurea, laurea magistrale e percorsi di alta formazione su questi temi, attraverso l’erogazione di borse di studio. Poco meno di 14 milioni di euro lo stanziamento complessivo Immagine realizzata dall’AISW (Associazione Italiana Sindrome di Williams)

La Conferenza Unificata ha espresso parere favorevole al Decreto voluto dalla Ministra per le Disabilità, che promuove la formazione universitaria degli operatori dei settori sociale e socio-assistenziale in materia di redazione dei Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati delle persone con disabilità. «L’obiettivo – sottolinea la ministra Locatelli – è incentivare gli Atenei a istituire e rafforzare corsi di laurea, laurea magistrale e percorsi di alta formazione dedicati a questi temi, attraverso l’erogazione di borse di studio destinate a studenti e studentesse».
Il Decreto prevede uno stanziamento complessivo di 13,75 milioni di euro, risorse che saranno destinate ai 54 Atenei che hanno attivi corsi di laurea in Scienze dell’educazione e della formazione, educatori e pedagogisti; Servizio Sociale, assistenti sociali; Programmazione e gestione dei servizi educativi; Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua; Scienze Pedagogiche; Servizio sociale e politiche sociali, con un contributo per ciascun Ateneo da utilizzare per l’assegnazione di borse di studio. (S.B.)

L'articolo Risorse per la formazione universitaria sui Progetti di Vita delle persone con disabilità proviene da Superando.

Dalla scuola a una vita autonoma sociale e professionale per le persone con disabilità

23 Ottobre 2026 - 12:54pm

Cosa succede dopo la scuola per le persone con disabilità? Come costruire opportunità di autonomia, lavoro e partecipazione sociale? Se ne parlerà al X Congresso Nazionale dell’ASSI Gulliver (Associazione Sindrome di Sotos Italia), denominato appunto “Rendere possibile il futuro tra diritti e opportunità”, in programma per domani, 24 ottobre, a Caserta (ma fruibile anche online), ove si approfondirà, in sostanza, il passaggio alla vita adulta delle persone con sindrome di Sotos e di Malan e il sostegno alle loro famiglie

Cosa succede dopo la scuola per le persone con disabilità? Come costruire opportunità di autonomia, lavoro e partecipazione sociale? Saranno questi i temi centrali del X Congresso Nazionale dell’ASSI Gulliver (Associazione Sindrome di Sotos Italia), denominato appunto Rendere possibile il futuro tra diritti e opportunità, in programma per domani, 24 ottobre, a Caserta Grand Hotel Vanvitelli, ore 9-17), ma con la possibilità di partecipare anche online.
L’incontro – che si avvarrà del patrocinio della Regione Campania, di Associazioni in Rete della Fondazione Telethon e di UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare – approfondirà in sostanza il passaggio alla vita adulta delle persone con sindrome di Sotos e di Malan e il sostegno alle loro famiglie.
Tra i partecipanti, da segnalare anche Laura Andrao, avvocata esperta in diritto scolastico e inclusione delle persone con disabilità e Carlo Lepri, psicologo e docente, impegnato da tempo nell’inclusione lavorativa e sociale delle persone con disabilità intellettive. (S.B.)

A questo link è disponibile un approfondimento sui contenuti, anche con programma completo. Per ogni altra informazione: info@assigulliver.it (Francesca Pucci).

L'articolo Dalla scuola a una vita autonoma sociale e professionale per le persone con disabilità proviene da Superando.

Sessualità e lesioni midollari: i tre tipi di “ferite” che la persona deve superare

23 Ottobre 2026 - 12:17pm

«Sono tre – scrive Raffaele Goretti – i tipi di “ferite” che la persona con lesione midollare sperimenta costantemente e deve superare, riequilibrando l’integrazione al fine di estrinsecare una gratificante sessualità: quella particolare del sé corporeo, rappresentato dalla lesione midollare stessa, quella conseguente al sé psichico, ossia all’immagine di sé da parte della stessa persona con lesione midollare e quella che forse è la meno superabile, ovvero la ferita del “sé sociale”» 

A proposito di sessualità nella persona con lesione al midollo spinale, tema trattato in questi giorni nel convegno di Milano denominato Oltre gli stereotipi: la sessualità nella vita delle persone con disabilità [presentato sulle nostre pagine a questo link, N.d.R.], ricapitolando i concetti essenziali e cercando di essere sintetici, possiamo affermare che il tema trattato, la sessualità, appunto, investe una serie complessa di elementi che sommati costituiscono il patrimonio personale di ognuno di noi.
Non esiste dunque una sessualità “normale”, e non esiste una sessualità “medicalizzata” ma esiste altresì la nostra personale sessualità. E soprattutto non esite una sessualità “per abili” e una per “non abili”, ma esiste la sessualità della donna e dell’uomo, qualunque sia la loro condizione.
Questa affermazione ci introduce nel concetto definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che parla di «una integrazione degli aspetti biologici, affettivi, intellettuali e sociali dell’individuo sessuato al fine di giungere ad un arricchimento e ad una realizzazione della personalità umana, della comunicazione e dell’amore».

Partendo dunque da questa affermazione possiamo definire in quattro punti gli aspetti più significativi:
– ognuno di noi utilizza molte forme di comunicazione per realizzare e arricchire la personalità propria ed altrui. La sessualità è una di queste, è una forma privilegiata di comunicazione;
– la sessualità è preceduta e accompagnata dal desiderio del piacere, e si esprime mediante il rapporto d’amore, utilizzando l’insieme complesso delle manifestazioni dell’istinto sessuale, cioè le stimolazioni sia somatiche che psicologiche, che viene definito erotismo, preparando e favorendo la comparsa dell’orgasmo;
– la sessualità si realizza attraverso un’armonica integrazione tra mente (sé psichico) cioè intelletto e affettività, e soma (sé corporeo);
– la possibilità di espressione di tale forma di comunicazione, l’interpretazione dell’accettabilità o meno delle sue valenze comportamentali, la mediazione tra le aspirazioni e le aspettative del singolo e la risposta della comunità avvengono secondo precise regole sociali.

Se questi aspetti appaiono chiari a tutti, sintetizzando possiamo affermare che la sessualità è l’elaborazione di tutte le possibilità di estrinsecazione di questa forma privilegiata di comunicazione che collabora all’arricchimento e alla realizzazione della personalità quando una “ferita” al soma altera, in una persona, l’equilibrio delle capacità di esprimerla, rendendo difficile il rapporto d’amore.
Dobbiamo tenere presente che una delle più gravi difficoltà, forse la meno superabile, che la persona con disabilità causata da una lesione midollare incontra nel riequilibrare la propria integrità psico-fisica per la realizzazione di una sessualità gratificante, è costituita dalla modifica delle aspettative da parte “degli altri”, dal cambiamento delle valenze di origine culturale che tutti hanno.
In parole povere, dai pregiudizi che tutta la società, persone con disabilità comprese, hanno nei confronti di questo particolare argomento, rendendo le “comuni” regole sociali una barriera talvolta insormontabile alla realizzazione di una piena e piacevole sessualità in presenza di una qualsiasi disabilità.

La definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità prima enunciata identifica gli aspetti più significativi; abbiamo anche detto che tra le forme di comunicazione interpersonale, è “privilegiata”, perché? Perchè la sessualità è una manifestazione attiva, propositiva, piacevole che si realizza attraverso l’immediatezza dell’espressione corporea, assumendo l’aspetto di una gestualità che è comprensibile universalmente. Mentre ogni individuo deve utilizzare, per il resto, delle “comunicazioni” fatte di linguaggio e do modalità espressive e culturali completamente diverse e quindi incomprensibili al di fuori del proprio contesto sociale.
La sessualità si concretizza con la realizzazione del piacere, cioè con l’appagamento del desiderio sessuale. Uno dei modi di appagamento, ma non l’unico, è l’orgasmo che è un complesso evento psico-biologico, di breve durata, che costituisce l’acme dell’eccitamento sessuale, accompagnato da un particolare stato di coscienza intensamente piacevole. Tale piacevole e intensa sensazione si raggiunge in seguito a stimolazioni (erotismo) sia somatiche (genitali ed extra genitali) che psichiche ed è caratterizzata da una serie di eventi, non controllabili dalla volontà, che culminano, nel maschio, nell’eiaculazione e nella femmina in contrazioni perivaginali e in altri fenomeni psico-motori e secretori riflessi, determinando la risoluzione della tenzione sessuale.

Altra componente fondamentale nella sessualità è l’erotismo che può essere esplicitato come l’insieme complesso delle manifestazioni dell’istinto sessuale, sia sul piano psicologico e affettivo, che su quello biologico, che preparano la comparsa della reazione orgasmica e comunque la realizzazione del piacere.
L’appagamento del piacere, l’orgasmo, l’erotismo, la tensione sessuale sono eventi psico-biologici che si realizzano a livello cerebrale, non genitale, e sono mediati dal sistema nervoso centrale, da particolari sostanze dette neuropeptidi. Finché tutto fila liscio, tale processo si completa e si riavvia in maniera armonica; ma se l’equilibrio fra mente e corpo si “rompe”, per una “ferita” al sé psichico o al sé corporeo, la sessualità ne risulta ridotta o distorta. Tale compromissione è in genere aggravata sino a rendere impossibile ogni forma, ogni scelta di sessualità, ogni qualvolta un altro “sé”, quello collettivo, sociale, che stabilisce le “regole” di comportamento da rispettare per ogni individuo (bellezza, prestanza fisica, “salute”, età, ruolo diversificato dei sessi, concetti religiosi, “morale comune”, “comune senso del pudore” ecc.), si ritiene a sua volta “ferito” dalla malattia, dall’anomalia di aspetto, dalla diversità psichica, in buona sostanza dalla disabilità del singolo. Il sé collettivo, infatti, concentra l’attenzione sulla disabilità, non sulla persona nella sua interezza, e il rischio per l’individuo è quello di identificarsi con le proprie limitazioni.

In conclusione, si tratta di tre tipi di “ferite” che la persona con lesione midollare sperimenta costantemente e deve superare, riequilibrando l’integrazione al fine di estrinsecare una gratificante sessualità:
° quella particolare del sé corporeo rappresentato dalla lesione trasversa midollare con le sue conseguenze biologiche, molto complesse dal punto di vista fisiopatologico;
° la conseguente, reattiva ferita al sé psichico, all’immagine di sé da parte della stessa persona con lesione midollare;
° la reazione del sé collettivo (prevalentemente se non costantemente distorcente e inibitoria) di cui fa parte la persona con lesione midollare stessa, ossia la ferita del “sé sociale”.

Per favorire il più armonicamente possibile il percorso del recupero della propria personalità sessuale, la persona con lesione al midollo spinale deve dunque poter contare su una serie di sicurezze che devono essere parte integrante del percorso, vale a dire:
– la presenza di servizi adeguati a rispondere anche a questi bisogni, ovvero le Unità Spinali Unipolari;
– la certezza di avere a che fare con personale motivato, qualificato e professionalmente adeguato, che sappia operare in équipe e che sia allenato alla verifica continua e che soprattutto sappia rimettersi in discussione costantemente;
– una reale e provata integrazione socio-sanitaria, tale da non disperdere i risultati raggiunti sul piano sanitario, quindi un sistema che si fondi sul continuo interscambio sociale-sanitario-sociale;
– un sicuro e certo progetto personalizzato rispondente ai differenti bisogni e necessità espresse dalle differenti disabilità;
– le necessarie risorse e la corretta applicazione delle leggi;
– un sistema sociale accogliente, finalizzato ad un armonico reinserimento che sappia valorizzare le diversità, piuttosto che produrre emarginazione e isolamento.
Per vincere questa sfida risulta essenziale in primo luogo aumentare e diffondere la consapevolezza in ognuno di noi: in poche parole dobbiamo convincerci di essere una parte importante e insostituibile di questa complessa organizzazione sociale e soprattutto dobbiamo volerci “molto bene” e acquisire la consapevolezza di essere detentori di diritti e non di indefinite generosità.
Un ringraziamento particolare va quindi a tutti e tutte quelli/e che hanno accettato la sfida di affrontare questo delicato e nello stesso tempo semplice argomento della nostra vita.

*Presidente della Fondazione Serena-Olivi di Perugia.

L'articolo Sessualità e lesioni midollari: i tre tipi di “ferite” che la persona deve superare proviene da Superando.

La forza del teatro, le emozioni e il vero senso dell’inclusione nello spettacolo “Miracolo di Natale a Napoli”

22 Ottobre 2026 - 6:34pm

Compagnia teatrale composta da persone con disabilità, GIOCOSA…MENTE, insieme alla Comunità MAMRE APS di Grumo Nevano (Napoli), porterà in scena in novembre a Sant’Arpino (Caserta) il proprio ottavo spettacolo, “Miracolo di Natale a Napoli”, liberamente ispirato al celebre “Canto di Natale” di Dickens, una rappresentazione dai contenuti che riportano al significato reale dell’inclusione, ossia riconoscere la dignità di ogni persona, rispettarne le caratteristiche e creare opportunità concrete per partecipare alla vita della comunità

Il teatro può diventare uno spazio in cui le emozioni trovano voce, il corpo si trasforma in uno strumento di comunicazione e la relazione con gli altri apre nuove possibilità di espressione. Su queste potenzialità si fonda la teatroterapia, approccio che integra le pratiche teatrali con quelle artiterapeutiche, per favorire il benessere e lo sviluppo di modalità espressive e relazionali. Attraverso il movimento, l’improvvisazione e il lavoro di gruppo, la persona può esplorare risorse e possibilità comunicative. Non è, tuttavia, un percorso adatto indistintamente a chiunque: obiettivi e modalità devono essere valutati in relazione ai bisogni e alle caratteristiche individuali.

Il valore del teatro, però, non si esaurisce nell’àmbito terapeutico. C’è un momento, nella vita di ogni attore, in cui le emozioni cominciano a prendere forma molto prima che si accendano le luci del palcoscenico. È durante le prove, quando le battute diventano più familiari, i gesti si fanno più sicuri e le espressioni aiutano a entrare sempre più nella storia da raccontare. Un percorso fatto di impegno, tempo e dedizione, che trova il suo compimento quando il sipario si apre e il lavoro di tutti diventa emozione da condividere con il pubblico.
Il palcoscenico può offrire a ciascuno l’opportunità di mettere in gioco le proprie capacità, esprimersi e sentirsi parte di un progetto comune. È anche attraverso esperienze come queste che l’inclusione prende forma concreta, quando le persone non sono soltanto destinatarie di iniziative, ma protagoniste attive di un percorso artistico.

È in questa prospettiva che si inserisce GIOCOSA…MENTE, compagnia teatrale composta da persone con disabilità, già conosciuta come Laboratorio Teatrale “Ragazzi Speciali”, che insieme alla Comunità MAMRE APS di Grumo Nevano (Napoli), si prepara a portare in scena il proprio ottavo spettacolo, Miracolo di Natale a Napoli, il 22 novembre (ore 19.30) al Teatro Lendi di Sant’Arpino (Caserta).
Articolato in tre atti e liberamente ispirato al celebre racconto A Christmas Carol, conosciuto in Italia come Canto di Natale, di Charles Dickens, lo spettacolo riporta sul palcoscenico una storia che conserva ancora oggi un messaggio attuale. Ebenezer Scrooge è un uomo chiuso nella propria avarizia e indifferente ai bisogni degli altri. L’incontro con tre spiriti lo conduce a confrontarsi con il passato, il presente e il futuro, fino a riscoprire il valore degli affetti, della generosità e dell’attenzione verso chi gli sta accanto. Attraverso la magia del Natale, la sua storia ci ricorda che cambiare è possibile e che riscoprire il valore dei legami umani può trasformare il nostro modo di guardare agli altri.

È proprio questo sguardo che ci riporta al significato dell’inclusione: riconoscere la dignità di ogni persona, rispettarne le caratteristiche e creare opportunità concrete per partecipare alla vita della comunità. Non basta infatti parlare di inclusione, se poi non siamo capaci di riconoscere nelle persone capacità, desideri e possibilità che meritano di trovare spazio ed espressione.
Le diversità non vanno osservate soltanto con gli occhi di chi si ferma a guardarle per qualche istante. Se ci limitiamo a uno sguardo esterno e superficiale, rischiamo di continuare a vedere le persone come gli “E.T.” di un tempo, quasi fossero estranee al nostro mondo, e a considerarle con gli stessi pregiudizi di allora. È quando impariamo a guardare con la mente e con il cuore, con uno sguardo capace di accogliere e comprendere, che le diversità possono trasformarsi in ricchezze infinite di abilità e capacità. Perché ogni persona ha qualcosa da esprimere e da donare agli altri.

Dietro ad ogni spettacolo teatrale ci sono le prove, la preparazione e la dedizione degli attori, insieme al lavoro di chi li accompagna e sostiene. Un impegno che spesso il pubblico non vede, ma che rende possibile quel momento speciale in cui il sipario si apre e il percorso di ciascuno incontra lo sguardo degli spettatori. Con Miracolo di Natale a Napoli, GIOCOSA…MENTE e la Comunità MAMRE APS si preparano a condividere una storia di generosità e cambiamento. Un appuntamento che, attraverso il linguaggio del teatro e la vicenda di Scrooge, offre anche l’occasione di riflettere sul valore delle relazioni, sulla possibilità di cambiare il proprio sguardo e sulla ricchezza che ogni persona può portare nella vita degli altri.

L'articolo La forza del teatro, le emozioni e il vero senso dell’inclusione nello spettacolo “Miracolo di Natale a Napoli” proviene da Superando.

Due anni di attività per il “Diversamente Bistrot” di Udine

22 Ottobre 2026 - 6:04pm

Inaugurato il 24 ottobre 2024 nel cuore di Udine, il “Diversamente Bistrot” è oggi una realtà che impiega stabilmente nove persone, sette delle quali con disabilità. Per festeggiare dunque due anni di attività, un gruppo di lavoro consolidato e un progetto che continua a crescere, il 24 ottobre il locale promuoverà una mattinata aperta alla cittadinanza, durante la quale si svolgerà anche l’estrazione della “Diversamente Lotteria”, promossa dall’ANFFAS di Udine Francesca Stella in servizio al locale “Diversamente Bistrot” nel centro di Udine

Due anni di attività, un gruppo di lavoro consolidato e un progetto che continua a crescere, offrendo opportunità professionali alle persone con disabilità. Il 24 ottobre il Diversamente Bistrot di Udine festeggerà il suo secondo anniversario con una mattinata aperta alla cittadinanza, durante la quale si svolgerà anche l’estrazione della Diversamente Lotteria, promossa dall’ANFFAS di Udine (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo).

Inaugurato il 24 ottobre 2024 in Corte Savorgnan, 9, nel cuore della città friulana, il Bistrot è oggi una realtà che impiega stabilmente nove persone, sette delle quali con disabilità, affiancate da due professioniste. Un’esperienza lavorativa che attraverso la gestione quotidiana del locale e l’organizzazione di servizi catering, permette di acquisire competenze, assumere responsabilità e sviluppare la propria autonomia.
«In questi due anni siamo cresciuti tanto. Al Bistrot lavoriamo insieme, abbiamo le nostre responsabilità e ogni giorno impariamo qualcosa», racconta Francesca Stella, autorappresentante dell’ANFFAS di Udine e componente del gruppo di lavoro.

Il secondo anniversario sarà anche l’occasione per sostenere le attività dell’Associazione attraverso la citata Diversamente Lotteria, il cui ricavato contribuirà in particolare ai percorsi dedicati all’autonomia e al “Dopo di Noi”, con l’obiettivo di accompagnare le persone con disabilità nella costruzione del proprio progetto di vita adulta.
«Il secondo compleanno del Diversamente Bistrot per noi è un traguardo importante perché racconta la continuità di un progetto che, giorno dopo giorno, è diventato una realtà della città», sottolinea Maria Cristina Schiratti, presidente dell’ANFFAS udinese.

Il 24 ottobre, dunque, il Bistrot sarà aperto eccezionalmente dalle 10 alle 13.30. Alle 10.30 è previsto il brindisi per il secondo anniversario, mentre alle 11.30 si procederà all’estrazione dei biglietti vincenti della lotteria. La partecipazione sarà aperta a tutti e tutte e i biglietti (2 euro), potranno essere acquistati fino a domani, 23 ottobre, presso la sede dell’ANFFAS di Udine o direttamente al Bistrot. (F.V.)

Per ogni ulteriore informazione: Ufficio Stampa ANFFAS di Udine (Sara Puntel), sara.puntel@gmail.com.

L'articolo Due anni di attività per il “Diversamente Bistrot” di Udine proviene da Superando.

A rischio in Lombardia gli interventi educativi per centinaia di bambini e ragazzi con disabilità e autismo

22 Ottobre 2026 - 5:37pm

In Lombardia, dal prossimo mese di gennaio, gli interventi del cosiddetto “Voucher socio sanitario” (già “Misura B1”) per bambini e ragazzi con autismo potranno essere svolti solo da educatori socio-sanitari, figure oggi troppo poco diffuse. Per questo la Federazione LEDHA e le componenti lombarde di ANFFAS, ANMIC e FAND hanno chiesto alla propria Regione di aprire agli educatori socio-pedagogici, come prevedono le norme nazionali Un’educatrice socio-pedagogica insieme a un bimbo con disabilità

«Dal 1° gennaio 2027 centinaia di bambini e ragazzi con disabilità e autismo della Lombardia rischieranno di perdere gli interventi educativi finanziati con il Voucher socio-sanitario (già Misura B1); in tal senso, le prime lettere di preavviso stanno già arrivando alle famiglie»: lo si legge in una nota diffusa congiuntamente da LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), ANFFAS Lombardia (Associazione Regionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), ANMIC Lombardia (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili) e FAND Lombardia (Federazione Lombarda tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), che spiegano trattarsi di «una situazione già prevista e annunciata. Si tratta infatti degli interventi condotti da enti gestori accreditati in favore di centinaia di bambini e ragazzi con disabilità e autismo, grazie alle risorse messe a disposizione dalla Regione Lombardia nel cosiddetto Voucher socio-sanitario (già Misura B1), una misura inserita nel Piano Regionale per la Non Autosufficienza e finanziata dal Fondo Sanitario Regionale per incrementare l’offerta esistente di percorsi di accompagnamento all’autonomia, abilitativi/riabilitativi, di supporto e sostegno ai contesti di vita rivolti ai bambini e ragazzi con autismo e alle loro famiglie».

Fino all’anno scorso, dunque, «potevano essere coinvolti all’interno di tali attività – spiegano le Associazioni – anche gli “educatori professionali”. Ma con il nuovo Piano triennale per la Non Autosufficienza, approvato lo scorso giugno con la Delibera di Giunta Regionale n. XII/6320, questa possibilità viene riservata ai soli “educatori professionali socio-sanitari”. Una presa di posizione, questa, che ha sollevato perplessità e proteste, convincendo la Giunta Regionale a rinviare al 2027 l’entrata in vigore di questa disposizione. Ora però, in assenza di altre comunicazioni, gli enti gestori, di fronte a questa imminente scadenza, stanno informando le famiglie che quegli interventi non potranno proseguire e la ragione è semplice: al di là di tutto, infatti, all’interno del mondo degli educatori professionali, già di per sé carente rispetto alle necessità, il numero di educatori “socio-sanitari” è esiguo e quindi gli interventi sono destinati a chiudere per mancanza di personale».

Come accennato, non si tratta di un fulmine a ciel sereno: il 20 giugno scorso, infatti, pochi giorni dopo l’approvazione del Piano Regionale, le principali realtà di Terzo Settore avevano lanciato l’allarme e chiesto alla Giunta Regionale di «estendere esplicitamente il riferimento tanto all’educatore professionale socio-sanitario quanto all’educatore professionale socio-pedagogico per tutte le tipologie di voucher e misure previste». «Una richiesta – sottolineano dalla Federazione LEDHA e dalle componenti lombarde di ANFFAS, ANMIC e FAND – in sintonia con quanto previsto dalle norme nazionali che prevedono la piena operatività delle funzioni socio-educative nei servizi/presìdi socio-sanitari e più in generale della salute all’educatore professionale socio-pedagogico». «Ci appelliamo dunque oggi agli assessori regionali Bertolaso (Welfare) e Lucchini (Famiglia, Solidarietà Sociale e Disabilità), perché accolgano ora questa nostra richiesta», dichiarano Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA, Emilio Rota, presidente dell’ANFFAS Lombardia e Angelo Achilli, presidente dell’ANMIC Lombardia e della FAND Lombardia.

Le Associazioni stesse invitano anche le famiglie coinvolte a segnalare l’arrivo delle lettere di preavviso di sospensione del servizio (info@ledha.it; info@anffaslombardia.it; anmiclombardia@yahoo.it; info@fand-lombardia.org), così da valutare per tempo eventuali forme di tutela del diritto alla cura dei loro figli e figlie. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

L'articolo A rischio in Lombardia gli interventi educativi per centinaia di bambini e ragazzi con disabilità e autismo proviene da Superando.

Forum Europeo sulla Disabilità: Federica Balzani e Dong Dong Camanni nel Comitato Donne e nel Comitato Giovani

22 Ottobre 2026 - 4:49pm

Soddisfazione viene espressa dal FID, il Forum Italiano sulla Disabilità, per l’elezione di Federica Balzani e di Dong Dong Camanni, rispettivamente nel Comitato Donne e nel Comitato Giovani del Forum Europeo sulla Disabilità, che rappresenteranno il FID stesso nei due organismi, portando con sé competenze, esperienze e sensibilità maturate anche nell’àmbito delle organizzazioni italiane di provenienza, ossia l’AISM e l’UICI

Soddisfazione viene espressa dal FID, il Forum Italiano sulla Disabilità, per l’elezione di Federica Balzani e di Dong Dong Camanni, rispettivamente nel Comitato Donne e nel Comitato Giovani dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, che rappresenteranno il FID stesso nei due organismi, portando con sé competenze, esperienze e sensibilità maturate anche nell’àmbito delle organizzazioni italiane di provenienza, l’AISM per Balzani (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) e l’UICI per Camanni.
«Queste due elezioni – sottolineano dal FID – rappresentano un’importante opportunità per rafforzare il contributo italiano alla definizione delle politiche europee in materia di disabilità, con particolare attenzione alla parità di genere, alla partecipazione delle nuove generazioni e alla promozione dei diritti umani».

Federica Balzani vanta una consolidata esperienza nell’àmbito dell’associazionismo e della rappresentanza europea delle persone con disabilità, se è vero che da anni lavora con l’AISM sulle relazioni con i portatori d’interesse internazionali e con le aziende farmaceutiche, contribuendo alla promozione dei diritti delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate. Il suo percorso professionale e associativo si caratterizza quindi per una forte dimensione internazionale e per l’impegno nella partecipazione attiva delle persone con disabilità ai processi decisionali.
La sua elezione nel Comitato Donne dell’EDF rappresenta un’importante occasione per contribuire al lavoro del Forum Europeo sui diritti delle donne e delle ragazze con disabilità, sulla lotta alle discriminazioni multiple e intersezionali, sul contrasto alla violenza di genere e sulla promozione della leadership femminile. «L’impegno di questi oltre dieci anni nell’AISM – dichiara – e l’esperienza preziosa nella Piattaforma Europea Sclerosi Multipla, di cui sono stata vicepresidente, mi hanno dato l’opportunità di ascoltare, capire e rappresentare i bisogni delle persone, portando avanti battaglie su diversi fronti. Questo nuovo incarico nell’EDF è per me un onore e una grande responsabilità: spero di portare avanti le nostre battaglie sui diritti nel migliore dei modi».

Per quanto riguarda Dong Dong Camanni, giovane judoka paralimpico e studente universitario, egli porterà nel Comitato Giovani dell’EDF un percorso personale e sportivo di grande significato.
Nato in Cina e cresciuto in Umbria, è oggi atleta delle Fiamme Gialle e studia Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni all’Università di Bologna. Protagonista del judo paralimpico italiano, ha rappresentato l’Italia ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024, conquistando nel corso della sua carriera importanti risultati internazionali, tra cui una medaglia di bronzo ai Campionati Mondiali del 2023 e, più recentemente, un’altra medaglia di bronzo ai Campionati Europei del 2026 a Heidelberg.
«Il suo percorso – sottolineano dal FID – testimonia il valore dell’autonomia, della determinazione e della partecipazione attiva delle giovani persone con disabilità, cosicché la sua presenza nel Comitato Giovani dell’EDF contribuirà a portare all’attenzione del Forum Europeo le prospettive delle nuove generazioni, con particolare riferimento al diritto allo studio, all’accessibilità, all’occupazione, alla vita indipendente e alla piena partecipazione alla società».

«Siamo davvero felici e orgogliosi dell’elezione di Federica e Dong Dong – dichiara Francesca Sbianchi, presidente del FID – le cui esperienze, pur profondamente diverse, rappresentano una straordinaria ricchezza per il nostro Forum. Federica porta con sé una solida esperienza di advocacy e di rappresentanza internazionale, Dong Dong esprime l’energia, la determinazione e la prospettiva delle giovani generazioni, dimostrando quanto sia importante garantire alle persone con disabilità opportunità concrete di partecipazione e autodeterminazione. Siamo certi che entrambi sapranno offrire un contributo prezioso al lavoro dei rispettivi Comitati, rappresentando con competenza e passione il nostro Forum».
«Desideriamo inoltre ringraziare l’AISM e l’UICI – aggiunge -, due importanti realtà del nostro movimento associativo, per il loro impegno e per avere contribuito alla crescita di persone capaci di portare la propria esperienza anche nei contesti internazionali. L’elezione di Balzani e Camanni, infatti, è un risultato che appartiene a tutto il Forum e che rafforza la nostra convinzione che la rappresentanza debba essere sempre più inclusiva, intergenerazionale e capace di valorizzare le diverse esperienze delle persone con disabilità».

«In un momento in cui le politiche europee sono chiamate a tradurre i princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità in azioni concrete – concludono dal FID – la presenza di rappresentanti italiani nei Comitati dell’EDF costituisce un’importante opportunità per contribuire alla costruzione di un’Europa più equa, accessibile e inclusiva. A Federica Balzani e Dong Dong Camanni vanno quindi le congratulazioni e i migliori auguri di buon lavoro da parte dell’intero nostro Forum». (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore approfondimento dell’AISM su Federica Balzani. Per ulteriori informazioni: fid.presidenza@gmail.com.

L'articolo Forum Europeo sulla Disabilità: Federica Balzani e Dong Dong Camanni nel Comitato Donne e nel Comitato Giovani proviene da Superando.

“Pensiero Imprudente”: la vita è come un disco di vinile, bisogna lasciare una traccia per poterla ascoltare

22 Ottobre 2026 - 2:00pm

«Da sempre – scrive Claudio Imprudente nella sua rubrica “Pensiero Imprudente” -, l’essere umano si interroga su come lasciare una traccia del proprio passaggio. Tutte le forme d’arte possono diventare un modo per farlo, così come la cura degli altri, la medicina e tante altre attività. La vita è come un disco di vinile: bisogna lasciare una traccia per poterla ascoltare e io, per farlo, dopo le relazioni con le persone, ho scelto la scrittura, come ho ribadito a una recente presentazione del mio ultimo libro» Tracce su un disco di vinile

Da quando abita il mondo, l’essere umano si interroga su come lasciare una traccia del proprio passaggio. I modi per farlo sono molti: attraverso la scrittura, la musica, la pittura, il cibo, la moda… Tutte le forme d’arte possono diventare un modo per lasciare un segno nel mondo. Così come la cura degli altri, la medicina e tante altre attività che, in modi diversi, raccontano il nostro passaggio. La vita è come un disco di vinile: bisogna lasciare una traccia per poterla ascoltare.
E sapete qual è il mio modo di lasciare una traccia? Ovviamente, dopo le relazioni con le persone, ho scelto la scrittura.

Scrivere articoli e libri è il mio modo di lasciare segni, pensieri e parole. Recentemente, al Social Hub di Bologna, si è svolto l’incontro di presentazione del mio libro Scritti imprudenti, pubblicato dalle edizioni la meridiana [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Si è parlato dell’importanza dello stare insieme, di quanto tutti abbiamo bisogno dell’altro per poter vivere, raccontarci e, in qualche modo, definirci. Perché senza qualcuno accanto, ognuno di noi rischia di vivere con qualcosa in meno.
Il giornalista Nicola Rabbi ha sostituito degnamente l’altro giornalista Federico Taddia, che all’ultimo momento era impegnato in una registrazione con Fiorello. Nicola ha condotto la discussione, ripercorrendo la storia di come, nel tempo, la disabilità è stata vissuta dalla/nella società. Si è parlato di inserimento, integrazione e, infine, di inclusione delle persone con disabilità all’interno dei diversi contesti sociali. Inoltre, si è affrontato il tema dei mass media e di come questi siano in grado di cambiare l’immagine collettiva della disabilità attraverso ciò che viene rappresentato. Soprattutto, attraverso quello che si sceglie di mostrare e raccontare.

Claudio Imprudente, che cura per Superando la rubrica “Pensiero Imprudente”

Riprendendo la storia del Centro Documentazione Handicap (CDH) e della Cooperativa Accaparlante di Bologna, è riemerso il concetto di un’“Acca” parlante, per l’appunto: un’Acca, quella di Handicap, non più muta, ma in grado di parlare, raccontare e relazionarsi ad altro, se unita a un’altra lettera. Se uniamo l’Acca a una lettera, nuove parole prendono forma e significato. Allo stesso modo, quando una persona con disabilità viene unita, associata a qualcun altro o a qualcos’altro, nuove relazioni prendono vita.

Hanno preso la parola anche Lucia Cominoli, dell’Ufficio Stampa della Cooperativa Accaparlante, e Marco Sarti, educatore del Progetto Calamaio, che hanno raccontato, a partire dalla loro esperienza di collaborazione, come si costruiscono un articolo e un incontro di formazione quando si ha un modo di comunicare alternativo. In questi casi, ciò che si produce è un articolo o un momento condiviso, un progetto in comune frutto del dialogo tra due persone.

A concludere l’incontro c’è stata poi una riflessione sul termine bisogno. Un bisogno non è solo una necessità: se scomponiamo la parola, ci troveremo davanti un “bi-sogno”, un doppio sogno, qualcosa da condividere. Perché anche sognare è qualcosa che può essere condiviso. E forse, proprio per questo, bisogna imparare a sognare.
E voi avete dei sogni o solo dei bisogni? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

*Il presente contributo è già apparso in prima battuta in «Bologna Sette», inserto cartaceo della testata «Avvenire» ed è stato successivamente ripreso nel sito del CDH-Cooperativa Accaparlante di Bologna, con il titolo “Sapete qual è una delle paure dell’uomo?”. Lo riprendiamo a nostra volta, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Persona ben nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia,  Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il più recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana), oggetto, quest’ultimo, della presentazione del 7 ottobre.
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.

L'articolo “Pensiero Imprudente”: la vita è come un disco di vinile, bisogna lasciare una traccia per poterla ascoltare proviene da Superando.

Salute mentale: a Modena una settimana per riscoprire il valore delle relazioni

22 Ottobre 2026 - 1:28pm

Dal 24 al 30 ottobre Modena e Provincia ospiteranno la sedicesima “Màt – Settimana della Salute Mentale”, manifestazione che proporrà oltre 80 appuntamenti a partecipazione gratuita tra incontri, dibattiti, spettacoli e iniziative culturali, con l’obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza sui temi della salute mentale, una questione che non riguarda solo chi vive una condizione di disagio psichico, ma che chiama in causa l’intera comunità e la capacità di essa di costruire relazioni, riconoscere le differenze e non lasciare sole le persone

Dal 24 al 30 ottobre Modena e i Comuni della sua Provincia ospiteranno la sedicesima edizione di Màt – Settimana della Salute Mentale, manifestazione che propone oltre 80 appuntamenti a partecipazione gratuita tra incontri, dibattiti, spettacoli e iniziative culturali, con l’obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza sui temi della salute mentale e contrastare lo stigma e i pregiudizi che ancora accompagnano il disagio psichico.
Connessioni è il tema scelto per l’edizione 2026, che invita a riflettere su un’apparente contraddizione della società contemporanea: siamo sempre più connessi attraverso le tecnologie digitali, ma non necessariamente più vicini gli uni agli altri. Al centro della manifestazione vi sarà dunque il valore delle relazioni umane, intese non soltanto come occasione di incontro, ma anche come parte fondamentale dei percorsi di cura e di benessere psicologico. Un tema particolarmente significativo, questo, in un Paese nel quale, secondo i dati richiamati dalla Società Italiana di Psichiatria, circa un milione di persone è seguito dai servizi per la salute mentale, con una domanda di assistenza in crescita.

Come sottolinea Donatella Marrama, direttrice del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’AUSL di Modena, le relazioni contribuiscono a costruire la nostra identità e rappresentano anche il fondamento della cura, mettendo in comunicazione persone, famiglie, professionisti, servizi e comunità. La sfida, dunque, non consiste tanto nel moltiplicare le connessioni, quanto nel migliorarne la qualità, costruendo legami capaci di riconoscere e accogliere la vulnerabilità umana.

La manifestazione prenderà il via, come detto, il 24 ottobre (alle 9.45), con una parata musicale contro i pregiudizi che attraverserà il centro di Modena, da Piazza Roma fino al Cinema Astra, dove si terrà la presentazione ufficiale della Settimana. Nel pomeriggio, poi, sempre al Cinema Astra, verrà proposta una selezione di cortometraggi dedicati alla salute mentale.
Numerosi gli appuntamenti previsti nei giorni successivi. Tra questi, il 25 ottobre a Nonantola, un incontro dedicato al rapporto tra immigrazione, sradicamento e identità; il 28 ottobre a Modena, un confronto sui trattamenti psicosociali e la presentazione del libro dello psichiatra Mario Colucci, Che cos’è la salute mentale? Genealogie e prospettive critiche (Einaudi, 2026), che riprende anche l’eredità culturale di Franco Basaglia.

Promossa dall’Azienda USL di Modena e organizzata dall’ARCI Modena, con il coinvolgimento di istituzioni, associazioni, operatori e familiari, Màt si propone sostanzialmente di portare la salute mentale fuori dai luoghi tradizionalmente dedicati alla cura, facendo delle piazze, dei teatri e degli spazi culturali occasioni di incontro e confronto. Un modo per ricordarci che la salute mentale non riguarda soltanto chi vive una condizione di disagio psichico, ma chiama in causa l’intera comunità e la capacità di essa di costruire relazioni, riconoscere le differenze e non lasciare sole le persone. (Filippo Visentin)

Il programma completo, con le modalità di partecipazione e le informazioni sugli appuntamenti disponibili anche in diretta streaming, è consultabile nel sito dedicato (a questo link). Per ulteriori informazioni: stampa@mediamentecomunicazione.it.

L'articolo Salute mentale: a Modena una settimana per riscoprire il valore delle relazioni proviene da Superando.

Indifferenza burocratica: una barriera sistematica che colpisce una platea vastissima

22 Ottobre 2026 - 1:05pm

«C’è una sofferenza che precede quella del corpo – scrive Salvatore Cimmino – e che scava un solco profondo nell’anima. È il dolore invisibile provocato dall’indifferenza burocratica, una barriera sistematica che in Italia colpisce tante persone che combattono per il riconoscimento dei propri diritti fondamentali, scontrandosi troppo spesso con le decisioni di chi presiede i vertici delle Aziende Sanitarie Locali, figure ed enti centrali il cui operato gestionale può determinare il benessere o l’abbandono dei pazienti più vulnerabili»

C’è una sofferenza che precede quella del corpo e che scava un solco profondo nell’anima. È il dolore invisibile provocato dall’indifferenza burocratica, una barriera sistematica che in Italia colpisce una platea vastissima.
Secondo le analisi e le stime ufficiali contenute nel Focus Disabilità pubblicato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane – organo con sede a Roma presso l’Università Cattolica che incrocia e analizza metodicamente i flussi statistici dell’ISTAT – nel nostro Paese si contano quasi 13 milioni di persone con disabilità, pari a circa il 22% della popolazione.
Dietro questo numero colossale, non ci sono però solo statistiche, ma esistenze umane che combattono quotidianamente per il riconoscimento dei propri diritti fondamentali, una battaglia che troppo spesso si infrange contro le decisioni di chi presiede i vertici delle Aziende Sanitarie Locali (ASL), figure ed enti centrali il cui operato gestionale può determinare il benessere o l’abbandono dei pazienti più vulnerabili.

Il ruolo di chi si trova al vertice delle ASL è preponderante e decisivo. Le scelte amministrative sulla ripartizione dei fondi, i tetti di spesa e l’approvazione dei piani terapeutici individuali si traducono direttamente nella qualità della vita dei cittadini.
Quando la logica del mero bilancio economico prevale sulla centralità della persona, l’effetto è devastante: la negazione di una riabilitazione congeniale alle proprie specifiche esigenze strutturali.
Non si tratta semplicemente di ritardi o disguidi tecnici; quando si eludono infatti i doveri di assistenza, si tradiscono la Costituzione italiana e l’intero patrimonio legislativo di cui è dotato il nostro Paese. Per molti pazienti e per le loro famiglie, la sistematica sottrazione di terapie adeguate viene vissuta come una forma di violenza istituzionale, un’ingordigia di risorse che preferisce il risparmio alla cura e che, per l’entità del male arrecato, equivale moralmente a una sorta di “omicidio silenzioso”.

Questo meccanismo di privazione genera conseguenze irreversibili che superano il perimetro della salute fisica. Negare le cure riabilitative personalizzate significa condannare una persona a una regressione funzionale precoce, ma soprattutto significa colpirne la dignità.
Si assiste così a un processo di logoramento morale che precede e accelera il decadimento fisico: una sensazione di totale abbandono da parte dello Stato che genera momenti indicibili di prostrazione e angoscia. Chi sperimenta questa condizione sulla propria pelle avverte un dolore sordo, cosciente, che mina la salute mentale, portando a un senso di impotenza e isolamento che aggrava drammaticamente il quadro patologico complessivo.

La disparità economica rende questo quadro ancora più drammatico e ingiusto. Una persona con disabilità, in nove casi su dieci, non disporrà mai dei soldi e delle risorse economiche personali necessarie per accedere privatamente a trattamenti riabilitativi salvavita, rimanendo totalmente dipendente dal servizio pubblico. Pertanto la responsabilità etica di chi è consapevole del male provocato da tali omissioni e ciò nonostante prosegue sulla linea della rigidità amministrativa, rappresenta un tema cruciale. È evidente come la freddezza gestionale di certi direttori generali configuri una vera e propria “crudeltà burocratica”, guidata dalla necessità di far quadrare i conti a scapito della sofferenza umana.
Per invertire questa rotta drammatica, è urgente una riforma profonda che rimetta al centro la responsabilità penale e morale dei manager della sanità, trasformando le ASL da strutture di puro controllo finanziario a presìdi di reale ed empatica tutela della salute pubblica.

*https://www.salvatorecimmino.it.

L'articolo Indifferenza burocratica: una barriera sistematica che colpisce una platea vastissima proviene da Superando.

Il rischio di restare confinati all’interno di buone intenzioni legislative prive di gambe economiche

22 Ottobre 2026 - 12:12pm

«L’esperienza di varie mobilitazioni spontanee nate in diverse città italiane contro l’inflazione e la precarietà indica – scrive Daniele Romano – che la soglia di tolleranza delle famiglie è stata superata. Ma sul fronte della disabilità, senza un salto di qualità nella pressione sociale, il rischio è che la tutela di essa rimanga confinata all’interno di buone intenzioni legislative prive di gambe economiche»

Mentre l’Europa e l’Italia scendono in piazza contro l’inflazione e la precarietà, il mondo della disabilità assiste al varo di riforme a “invarianza finanziaria”. Fra il “Disegno di Legge sui caregiver” [Disegno di Legge n. 2063, N.d.R.] dai criteri stringenti e l’insufficienza dei fondi per i Progetti di Vita, si fa strada la necessità di una grande mobilitazione di massa.
Nelle ultime settimane le strade delle principali città italiane ed europee sono tornate a riempirsi. Studenti, lavoratori del settore pubblico, precari e autotrasportatori sono scesi in piazza per denunciare gli effetti paralizzanti del carovita, dei rincari energetici e dell’inflazione galoppante. Si tratta di una mobilitazione visibile e strutturata, capace di imporre la propria agenda al dibattito pubblico e di costringere le Istituzioni a un confronto immediato.
Sul fronte del movimento legato alle persone con disabilità — o almeno in quello ufficialmente riconosciuto e accreditato presso i tavoli istituzionali — il clima appare invece paradossalmente intenerito. Dai comunicati d’agenzia si rincorrono note di cauto apprezzamento per i recenti passaggi legislativi, a partire dall’iter della legge sui caregiver familiari fino ai Decreti Attuativi della Legge Delega sulla Disabilità [Legge 227/21, N.d.R.].
Eppure, grattando la superficie della retorica politica, la realtà vissuta quotidianamente da milioni di famiglie e persone con disabilità racconta una storia del tutto diversa.

L’esempio più evidente di questo divario riguarda l’assetto del già citato “Disegno di Legge sui caregiver”. Se da un lato si celebra il superamento di un vuoto normativo storico, dall’altro l’impatto economico della misura rischia di rivelarsi del tutto marginale. L’accesso alle tutele dirette e alle misure di sostegno economico viene infatti imbrigliato da paletti selettivi estremi, quali soglie ISEE ridotte al minimo (fino a 25.000 euro), requisiti assistenziali gravosissimi (almeno 91 ore settimanali di assistenza diretta), una platea effettiva di beneficiari drasticamente ridotta rispetto alle centinaia di migliaia di persone coinvolte nei carichi di cura familiari.
Una situazione analoga riguarda l’attuazione dei “Progetti di Vita”, cardine della riforma della disabilità. Di fronte alle richieste di un potenziamento strutturale dei finanziamenti territoriali, la risposta istituzionale si è attestata sulla conferma delle risorse già stanziate a bilancio, senza alcuna integrazione a regime, per coprire i reali fabbisogni stimati dagli Enti Locali e dal Terzo Settore.
L’argomento della “mancanza di risorse” mostra le sue fragilità quando viene confrontato con le scelte complessive della politica economica. La percezione di ingiustizia sociale cresce nel momento in cui il bilancio dello Stato individua importanti coperture finanziarie per misure a largo spettro — come le agevolazioni fiscali sulle tasse automobilistiche o i bonus aziendali — mentre dichiara l’impossibilità di ampliare il Fondo per i Progetti di Vita.
Non si tratta, dunque, di un’impossibilità contabile, ma di una chiara graduatoria di priorità politiche in cui l’assistenza e il diritto all’autonomia continuano a occupare gli ultimi posti.

Per decenni, la rappresentanza della disabilità ha preferito la via dell’interlocuzione formale: audizioni in commissione, emendamenti, tavoli tecnici e comunicati stampa. Tuttavia, di fronte a un contesto economico segnato dal carovita, questo metodo mostra tutti i suoi limiti. I comunicati d’agenzia senza una forza sociale che li sostenga rischiano di trasformarsi in routine burocratica, archiviata al termine della giornata senza produrre interventi concreti.
Un passaggio a forme di protesta e di mobilitazione di piazza incontra per altro ostacoli strutturali non trascurabili e tuttavia, nonostante queste difficoltà, l’esperienza delle mobilitazioni spontanee nate in diverse città italiane indica che la soglia di tolleranza delle famiglie è stata superata.
Senza un salto di qualità nella pressione sociale, la tutela della disabilità rischia di rimanere confinata all’interno di buone intenzioni legislative prive di gambe economiche.

L'articolo Il rischio di restare confinati all’interno di buone intenzioni legislative prive di gambe economiche proviene da Superando.

Il percorso di accettazione della diversità di figli, figlie e genitori: un incontro a Senago

22 Ottobre 2026 - 11:49am

«Attraverso dialoghi tra genitori, letture da Shakespeare e musica, proveremo a raccontare cosa accade quando i nostri figli diventano altro rispetto all’immagine che ci eravamo costruiti di loro e come, nell’incontro con la loro diversità, possiamo cambiare anche noi»: lop dicono i promotori dell’incontro “Chi sono i miei figli? Chi sono le mie figlie? Esploriamo insieme il percorso di accettazione della diversità di figli, figlie e genitori”, in programma per il 24 ottobre a Senago (Milano), organizzato dalla Rete Terzo Tempo 

Accompagnare nella vita un figlio o una figlia con o senza disabilità significa anche fare i conti con aspettative, cambiamenti, paure e possibilità che non avevamo immaginato: nasce da questo assunto l’idea dell’incontro denominato Chi sono i miei figli? Chi sono le mie figlie? Esploriamo insieme il percorso di accettazione della diversità di figli, figlie e genitori, in programma per il pomeriggio del 24 ottobre, a Senago, nella Città Metropolitana di Milano (Villa Sioli, Via San Bernardo, 7, ore 17-19), organizzato da Terzo Tempo, rete attiva in particolare nell’Ambito Territoriale di Garbagnate Milanese, nata per promuovere l’inclusione sociale delle persone con disabilità.
«Attraverso dialoghi tra genitori, letture da Shakespeare e musica – spiegano i promotori -, proveremo a raccontare cosa accade quando i nostri figli diventano altro rispetto all’immagine che ci eravamo costruiti di loro e come, nell’incontro con la loro diversità, possiamo cambiare anche noi».
Interverranno Donata Scannavini, scrittrice, pedagogista e persona con disabilità, madre di Chiara; Massimiliano Verga, docente universitario e scrittore, padre di Moreno, persona con disabilità; Maurizio Ferrari, giornalista e padre di Martina, persona con disabilità; Sibilla Panzeri, scrittrice e madre di Alessandro, persona con disabilità. L’introduzione ai brani di Shakespeare sarà curata da Rossana Mola, l’accompagnamento musicale al pianoforte da Pietro Caprioli e le letture dall’Associazione Culturale Parafrisando. Modererà l’incontro Riccardo Morelli dell’Azienda Speciale Consortile Comuni insieme per lo Sviluppo Sociale. (S.B.)

La partecipazione sarà libera e gratuita fino a esaurimento posti (tramite questo link). Per ulteriori informazioni: terzotempo@comuni-insieme.mi.it.

L'articolo Il percorso di accettazione della diversità di figli, figlie e genitori: un incontro a Senago proviene da Superando.

Non esistono due classi in una classe

21 Ottobre 2026 - 6:24pm

«Un insegnante di sostegno – scrivono Marta Frisenda e Riccardo Tosin – non può limitarsi a lavorare esclusivamente con alcuni alunni. Deve lavorare con tutta la classe. Perché i ragazzi “con Bisogni Educativi Speciali” e la classe non sono due entità diverse. Devono andare nella stessa direzione. E devono farlo insieme» «A volte – scrivono Marta Frisenda e Riccardo Tosin – l’insegnante di sostegno, nella scuola secondaria di primo grado, assomiglia a un esploratore all’avventura nella giungla. Non si aggira tra alberi giganti e belve feroci, ma tra i banchi e gli alunni, che sono un ibrido tra “sono grande e me la vedo da solo” e “possiamo vedere un cartone della Disney?”»

A volte l’insegnante di sostegno, nella scuola secondaria di primo grado, assomiglia a un esploratore all’avventura nella giungla. Non si aggira tra alberi giganti e belve feroci, ma tra i banchi e gli alunni, che sono un ibrido tra «sono grande e me la vedo da solo» e «possiamo vedere un cartone della Disney?». È un’avventura: intercettare un bigliettino, fingere di non vedere dei compiti copiati all’ultimo secondo, simulare un colpo di tosse per far mettere via la merendina sfoderata a metà lezione.
Osservarli, proprio come farebbe un esploratore, permette di capire cosa amano fare, come cambia il loro sguardo, in quali momenti si sfregano le mani, si toccano i capelli, quali sono i sorrisi veri e quali no, a chi li fanno. E come un provetto Indiana Jones, unire tutti questi indizi ci permette di trovare quel pezzo di puzzle che mancava. E che sa spiegare molte cose.
Osservare significa avvicinarsi al loro mondo, alle loro emozioni, ai loro pensieri. Significa provare a immedesimarsi per poterli sostenere in una fase della vita complicata e che per alcuni di loro pesa ancora di più perché si sentono diversi.

Il diverso è bello, è colorato, è allegro, è un arcobaleno. Ma a dodici anni chi vuole essere diverso? Chi vuole avere un PC quando tutti gli altri usano il quaderno? Chi vuole usare la calcolatrice quando agli altri non è concesso?
A quell’età non si accetta nemmeno di avere scarpe diverse dall’ultimo modello di Nike. Figuriamoci uscire dall’aula con l’insegnante di sostegno, mentre gli altri rimangono in classe. Nella loro testa, quella porta che si chiude significa una cosa molto semplice: io non faccio parte di questa classe.
E allora cosa deve fare l’insegnante? Deve esserci senza stare addosso. Ma deve esserci per tutti. Deve diventare un punto di riferimento per l’intera classe e non soltanto per chi è fragile. Perché tutti hanno delle fragilità, anche chi dimostra sempre di essere più bravo. Anche chi non disturba la lezione.
L’uso di uno strumento compensativo non deve essere un tabù. Usare una calcolatrice, studiare su uno schema colorato, lavorare assieme all’insegnante di sostegno, non devono definire un ragazzo. Bisogna educare a non essere giudicanti. Senza sostituire il giudizio negativo con il pietismo. Anche compatire un compagno lo mette in una posizione diversa dagli altri.

Un insegnante di sostegno non può limitarsi a lavorare esclusivamente con alcuni alunni. Deve lavorare con tutta la classe. Perché i ragazzi “con BES” [Bisogni Educativi Speciali, N.d.R.] e la classe non sono due entità diverse. Devono andare nella stessa direzione. E devono farlo insieme.
Nel percorso scolastico ogni ragazzo avrà il diritto e il bisogno di “sostegno”. Per questo quella sedia non deve avere il posto fisso allo stesso banco, ma deve essere come una trottola. Ci saranno alunni per cui ci si ferma per trenta minuti, altri a cui ne servono cinque, ad altri basta un occhiolino. Poi l’ora dopo cambia tutto. In questo modo si presta attenzione ai bisogni di tutti. In questo modo nessuno viene stigmatizzato.
Uscire dall’aula va bene, ma perché devono uscire sempre i soliti due o tre? Le attività fuori aula possono essere fatte con gruppi eterogenei e sempre diversi. Si può valorizzare il peer tutoring, approfondire particolari temi, dare a tutti l’opportunità di defaticare (anche chi è “bravo” si stanca).
Quante volte mi è capitato di preparare un fumetto per spiegare la mitologia greca e poi di distribuirlo a tutta la classe? Non perché era più facile da capire. Il facile non esiste. È una costruzione personale. Esiste quello che è meglio per me.

Il nostro compito non è nascondere la diversità, non è far finta che tutti siano uguali, perché non lo siamo. È fare in modo che la diversità non diventi una vergogna, qualcosa da nascondere, o peggio, da compatire. Questo significa soprattutto smettere di pensare che esista un unico modo giusto per stare in classe. Che ci sia una classe dentro la classe.
Ma non esistono due classi in una classe, esiste una classe. E dentro quella classe ci siamo tutti, quelli “bravi”, quelli “con difficoltà”, quelli “che fanno casino”, quelli che “non li senti neanche” e anche noi insegnanti. Perché, a volte, quelli “bravi” e quelli “con difficoltà” si possono intercambiare in un istante.

*Marta Frisenda è docente di sostegno, Riccardo Tosin è educatore scolastico.

L'articolo Non esistono due classi in una classe proviene da Superando.

L’edizione autunnale di “Inclusion Job Day”, piattaforma virtuale che rende concreta l’inclusione lavorativa

21 Ottobre 2026 - 6:01pm

“Inclusion Job Day”, di cui Superando è media partner, è l‘evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità che vogliano usufruire di una concreta possibilità di realizzarsi professionalmente e alle aziende che cerchino nuovi profili qualificati: per il 23 ottobre è in programma l’ultimo appuntamento di questo 2026, settimo anno dell’iniziativa, che finora ha visto la partecipazione di oltre 1.300 persone, con circa 400 colloqui one-to-one

Evento online che mette gratuitamente in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità e in generale appartenenti alle cosiddette “categorie protette” (come da Legge 68/99) che vogliano usufruire di una concreta possibilità di realizzarsi professionalmente (uno dei temi, tra l’altro, al centro del Progetto di Vita, cardine della riforma in corso sulla disabilità), rivolgendosi sull’altro versante alle aziende che cerchino nuovi profili qualificati da inserire nell’organico, Inclusion Job Day è progettato e organizzato dall’agenzia digitale Hidoly, che ha realizzato l’infrastruttura tecnologica e che fornisce l’assistenza prima, durante e dopo l’evento, e da Cesop HR Consulting Company, che cura la presenza delle aziende partecipanti.
Si tratta di un’iniziativa che come Superando seguiamo sin dagli inizi e che dall’autunno dello scorso anno ci vede anche impegnati come media partner.
Questo 2026 ha coinciso con il settimo anno di Inclusion Job Day, con gli appuntamenti di marzo e giugno, che hanno visto finora la partecipazione di oltre 1.300 persone, quasi il 60% di esse laureato o laureando, con circa 400 colloqui one-to-one.

L’appuntamento conclusivo dell’anno si è ancora una volta suddiviso in due momenti diversi, del primo dei quali, il 2 ottobre, abbiamo già riferito (a questo link), mentre il secondo, nel consueto ambiente virtuale e accessibile dove incontrarsi tra persone e aziende, è in programma per il 23 ottobre (ore 11-18).
Le aziende che hanno finora aderito sono realtà di rilievo del mondo chimico-farmaceutico, tecnologico, energetico e bancario, nonché agenzie per il lavoro, vale a dire AbbVie, Bristol Myers Squibb, DGS, Enav, Fincantieri, Icrrea Banca, Infocamere, Kraft Heinz Italia, Open Fiber, Petronas, Pirola Pennuto Zei, Polo Strategico Nazionale, Relatech, Terna, Thales Alenia Space Italia, Umana.
Come sempre, infine, l’evento sarà preceduto dall’Inclusion Job Talk, tavola rotonda online con esperti e rappresentanti del mondo accedemico, imrenditoriale e associativo, centrata questa volta sul tema Falsi miti da sfatare sull’inclusione lavorativa (ore 9.30), moderata dalla giornalista Anna Marino.
Particolare da ricordare in conclusione: anche dopo l’ultimo appuntamento dell’anno, la piattaforma resterà sempre attiva e a disposizione delle aziende per caricare nuove posizioni a cui gli utenti potranno candidarsi. (S.B.)

A questo link è disponibile un ulteriore testo di approfondimento. Per altre informazioni: segreteria@inclusionjobday.com.

L'articolo L’edizione autunnale di “Inclusion Job Day”, piattaforma virtuale che rende concreta l’inclusione lavorativa proviene da Superando.

Pagine

  • « prima
  • ‹ precedente
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • …
  • seguente ›
  • ultima »

Valida codice   Valida CSS   Accessibilità

Privacy    Note legali


© 2015-2026    handitecnocalabria.it

Sito realizzato da Attilio Clausi


( 1 Nov 2026 - 16:48 ): https://www.handitecno.calabria.it/aggregator/sources/8?page=2