Aggregatore di feed

La sovraesposizione ai dispositivi digitali nei bambini con disturbi del neurosviluppo

Superando -

Molti bambini con disturbi del neurosviluppo sono esposti a notevoli quantità di tempo davanti agli schermi, principalmente per scopi ricreativi passivi, mentre l’uso per scopi riabilitativi o educativi rimane limitato: è quanto emerge da uno studio dell’IRCCS Eugenio Medea, uno dei primi svolti in questo àmbito

Molti bambini con disturbi del neurosviluppo sono esposti a notevoli quantità di tempo davanti agli schermi, principalmente per scopi ricreativi passivi, mentre l’uso per scopi riabilitativi o educativi rimane limitato: è quanto emerge da uno studio dell’IRCCS Eugenio Medea pubblicato dalla rivista «Disability and Rehabilitation: Assistive Technology».
Si parla di un lavoro che ha preso in esame 352 famiglie e 407 bambini e bambine con disabilità intellettiva, sindromi genetiche, autismo e disturbi dell’apprendimento. I dati hanno rilevato che molti bambini superavano i limiti di tempo raccomandati davanti allo schermo, con una prevalenza dei più grandi rispetto ai più piccoli, mentre sono emerse modalità di utilizzo relativamente simili in base a genere, gruppi diagnostici e livelli di disabilità funzionale.
La televisione è il dispositivo utilizzato più frequentemente, mentre circa la metà del campione utilizza smartphone. Guardare video e cartoni animati, spesso da soli, è l’attività più comune, con pochi casi di utilizzo riabilitativo. Inoltre, è risultato prevalente un uso passivo di schermi ricreativi.
Questa tendenza può essere influenzata da diversi fattori: i deficit funzionali possono ostacolare le risposte motorie e l’interazione con schermi più interattivi, come smartphone e consolle di gioco, mentre le difficoltà cognitive ed emotivo-comportamentali possono indirizzare verso attività solitarie e meno impegnative e ridurre l’utilizzo di social network.
I risultati evidenziano anche che le abitudini mediatiche dei genitori influenzano quelle dei bambini e che lo stress genitoriale è direttamente associato a un maggiore uso dei media digitali nei figli.
I ricercatori sottolineano infine l’importanza di linee guida personalizzate e politiche di supporto per migliorare la cittadinanza digitale di questa popolazione e per mitigare i rischi associati all’eccessiva esposizione agli schermi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, insieme all’American Academy of Paediatrics e ad altre Società Pediatriche Nazionali, ha pubblicato raccomandazioni sull’uso degli schermi per bambini e adolescenti. In Italia, la SIP (Società Italiana di Pediatria) ha recentemente delineato linee guida specifiche per l’infanzia e l’adolescenza, che sconsigliano l’esposizione a schermi digitali prima dei 2 anni di età, raccomandano un massimo di un’ora al giorno per i bambini tra 2 e 5 anni e meno di 2 ore al giorno per quelli di età compresa tra 5 e 8 anni. Inoltre, sconsigliano l’uso dello schermo durante i pasti, almeno un’ora prima di coricarsi e come “ciuccio” per tenere i bambini tranquilli.
Tuttavia le linee guida esistenti si basano su ricerche condotte su popolazioni a sviluppo tipico, mentre sono disponibili pochi studi su bambini e adolescenti con disturbi del neurosviluppo.

Entrando nel dettaglio dello studio citato, va detto che esso è stato condotto coinvolgendo le famiglie di bambini e bambine che attualmente ricevono servizi clinici e interventi riabilitativi dall’Associazione La Nostra Famiglia. Hanno inoltre supportato il reclutamento dei partecipanti, l’ASSI Gulliver (Associazione Sindrome di Sotos Italia), l’AFSW (Associazione Famiglie Sindrome di Williams) e l’Associazione GRI Italia.
Nel complesso, dunque, il tempo trascorso davanti allo schermo è risultato simile tra maschi e femmine, mentre è risultato statisticamente significativo il confronto per fasce d’età, con un utilizzo maggiore tra i preadolescenti e gli adolescenti. Sebbene poi l’uso di dispositivi digitali non sia consigliato prima dei 2 anni, solo un bambino su 16 in questa fascia d’età non è esposto abitualmente a schermi digitali. Tra i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni, oltre la metà supera il limite raccomandato di un’ora al giorno e circa un terzo dei bambini in età scolare (6-10 anni) eccede il limite raccomandato dalla SIP.
La televisione, come detto, è lo strumento più comunemente utilizzato, mentre gli smartphone vengono utilizzati da circa la metà del campione. L’uso quotidiano di tablet, personal computer e consolle per videogiochi è stato segnalato solo da una minoranza. Le attività più frequenti includevano la visione di video e cartoni animati (81%) e l’uso di videogiochi (37%), mentre le piattaforme di social media erano utilizzate solo da una minoranza del campione (14%), con un incremento tra gli adolescenti (39%).

Per quanto poi riguarda lo stress dei genitori, solo una piccola parte dei caregiver (meno del 13%) ha riferito di utilizzare dispositivi digitali come strategia per tenere i bambini tranquilli, durante i pasti o prima di metterli a letto. Al contrario, sono emerse differenze significative nell’uso per calmare il bambino in base al livello di disabilità funzionale, segnalato più comunemente nei bambini con più di una diagnosi di disturbi del neurosviluppo, in quelli con disabilità funzionale più grave e nei bambini con autismo. Inoltre, considerando che i bambini con disturbi del neurosviluppo presentano spesso difficoltà comportamentali e richiedono un maggior carico assistenziale per la famiglia, lo studio ha indagato la complessa interazione tra lo stress dei genitori e l’uso dei media digitali da parte dei bambini: ebbene, è stato evidenziato un effetto diretto dello stress genitoriale sul tempo trascorso dai bambini davanti allo schermo. Permettere ai bambini l’uso dei media digitali può servire come strategia di adattamento per i genitori e offrire un sollievo temporaneo dal comportamento e dalle richieste del proprio figlio.
«L’assorbimento nei dispositivi digitali può ridurre la responsività dei genitori durante le prime interazioni, con conseguenti minori opportunità di coinvolgere i bambini in altre attività», spiega Niccolò Butti, psicologo e ricercatore presso il Centro 0-3 dell’IRCCS Medea e primo autore dello studio. «Il tempo trascorso davanti allo schermo e le abitudini dei caregiver – aggiunge – potrebbero quindi rappresentare un potenziale obiettivo per interventi di supporto rivolti ai genitori di bambini con disturbi del neurosviluppo».

La ricerca ha esplorato infine il possibile ruolo dei dispositivi digitali come strumenti per la riabilitazione, supporto alla comunicazione e nelle attività scolastiche. Ebbene, solo una minoranza fa un uso riabilitativo ed educativo degli stessi dispositivi digitali, principalmente i bambini con disturbi dell’apprendimento, ADHD o disabilità funzionali più gravi. In quest’ottica, il potenziale dei dispositivi digitali nel supportare interventi comportamentali e cognitivi e nel facilitare la partecipazione sociale sembra ampiamente sottoutilizzato.
«Abbiamo voluto acquisire dati sull’utilizzo sempre più diffuso dei dispositivi digitali anche nella vita dei bambini e ragazzi con disturbi del neurosviluppo – spiega Rosario Montirosso, psicologo responsabile del Centro 0-3 dell’IRCCS Medea – perché è un àmbito ancora poco indagato e sebbene sia indubbio che ci sono molti benefìci nell’utilizzo delle nuove tecnologie per i nostri bambini, è importante sia per gli operatori che per i genitori conoscere anche i loro potenziali rischi». (C.T. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Cristina Trombetti (cristina.trombetti@lanostrafamiglia.it).

L'articolo La sovraesposizione ai dispositivi digitali nei bambini con disturbi del neurosviluppo proviene da Superando.

Disabilità e trasporti pubblici nell’Unione Europea: è ancora una grande sfida

Superando -

Quello che negli Stati Membri dell’Unione Europea è un vero e proprio “puzzle” di soluzioni nazionali, regionali e locali, coincide spesso con una situazione di scarsa accessibilità dei trasporti pubblici, facendo sì che utilizzarli, per le persone con disabilità, sia ancora spesso una sfida, limitandone la libertà di andare dove vogliono e quando vogliono. E tuttavia alcune possibili soluzioni strutturali ci sarebbero, come quelle di seguito evidenziate dal Forum Europeo sulla Disabilità

Non c’è dubbio che a livello di Unione Europea negli ultimi anni vi siano stati progressi in materia di accessibilità dei trasporti: si è dato spazio ai diritti dei passeggeri in tutte le modalità di trasporto, insieme a requisiti per rendere accessibili le ferrovie e ad alcuni obblighi sull’accessibilità degli autobus. Più recentemente, inoltre, la Direttiva Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Act) ha introdotto una serie di normative standard riguardanti i siti web, le app e i terminal self-service utilizzati per accedere ai trasporti. E ancora, i premi annuali della Commissione Europea alle città accessibili (Access City Award), guardano molto anche alla componente dei trasporti.
Quest’ultimo è certamente un importante strumento di sensibilizzazione il quale dimostra tra l’altro che un’infrastruttura di trasporto urbano accessibile è possibile. Purtroppo, però, non è certo questo il caso di tutte le città dell’Unione Europea. In realtà, infatti, utilizzare i trasporti pubblici è ancora spesso una sfida, che limita la libertà delle persone con disabilità di andare dove vogliono e quando vogliono. Le città, ad esempio, acquistano una nuova flotta di autobus elettrici, ma mancano le funzionalità di accessibilità di base. Oppure si costruiscono nuove fermate dei tram, ma non sono alla stessa altezza delle vecchie vetture ancora in uso, rendendo il servizio inaccessibile agli utenti su sedia a rotelle. E sono solo due esempi possibili tra tanti altri.
Proviamo dunque ad elencare quelle che a nostro parere sono alcune tra le principali questioni irrisolte.

Bisogna innanzitutto parlare della mancanza di norme precise a livello dell’Unione Europa sull’accessibilità dei veicoli e delle infrastrutture di trasporto urbano, tra cui la metropolitana, metropolitana leggera, i tram e le fermate degli autobus. Sebbene infatti gli autobus siano in parte coperti dalle norme comunitarie, questo non appare sufficiente, né esistono requisiti o norme a su come rendere accessibili le altre modalità di trasporto.
Ne risulta un vero e proprio “puzzle” di soluzioni nazionali, regionali e locali che spesso si traducono in scarsa accessibilità.

Va poi evidenziata la carenza di competenze in materia di accessibilità da parte delle autorità pubbliche e/o del mondo imprenditoriale. Secondo infatti la Direttiva dell’Unione Europea sugli appalti pubblici, le città o i comuni che desiderino acquistare nuovi autobus urbani possono includere l’accessibilità nelle loro gare d’appalto e privilegiare un’accessibilità di qualità nell’appalto vincente rispetto al prezzo. In realtà, però, le specifiche tecniche che accompagnano le gare d’appalto a volte non sono sufficientemente chiare, perché i comuni non dispongono delle competenze necessarie in materia di accessibilità. E d’altra parte, nemmeno i costruttori di veicoli o le imprese di costruzione a volte dispongono delle competenze necessarie per implementare tali specifiche.

Va infine sottolineata anche una persistente mancanza di chiarezza su come vengono spesi i finanziamenti dell’Unione Europea per i progetti infrastrutturali. Il meccanismo CEF (Connecting Europe Facility) è lo strumento di finanziamento dell’Unione per le infrastrutture di trasporto e il regolamento che lo disciplina stabilisce esplicitamente che i fondi per rendere accessibili le infrastrutture siano ammissibili e che l’accessibilità venga inclusa nei criteri di aggiudicazione delle proposte. E tuttavia, non esistono dati concreti su quanti finanziamenti siano stati effettivamente destinati a infrastrutture accessibili né il regolamento impedisce la costruzione di nuove infrastrutture inaccessibili.

Quelle menzionate sono sfide davvero complicate, ma le possibili soluzioni ci sarebbero. Ad esempio:
° Revisionare la legislazione vigente dell’Unione Europea vigente o elaborare una nuova legislazione sull’accessibilità delle infrastrutture e dei veicoli di trasporto, incluso il trasporto urbano. Questa potrebbe, ad esempio, essere inclusa nel citato European Accessibilty Act o in altre normative esistenti incentrate su modalità di trasporto specifiche.
° Istituire una nuova Agenzia Europea decentrata per l’accessibilità, basata sul Centro AccessibleEU e per implementarne il lavoro, allo scopo di supportare l’armonizzazione di tutta la legislazione dell’Unione in materia di accessibilità. Tale Agenzia potrebbe supportare gli Stati Membri e i Comuni, fornendo consulenza pratica su come rendere il trasporto pubblico più accessibile.
° Elaborare linee guida dell’Unione Europea sugli appalti per i sistemi di trasporto pubblico urbano, documenti che dovrebbero fornire indicazioni tecniche e buone pratiche alle autorità locali per l’approvvigionamento di veicoli e infrastrutture di trasporto pubblico accessibili (tram, metropolitane, taxi o autobus), specificando le caratteristiche minime di accessibilità da includere nell’offerta. Queste ultime dovrebbero concentrarsi non solo sull’accessibilità fisica, ma anche sulla comprensibilità di segnaletica, mappe e istruzioni, e sulla chiara indicazione di stazioni/fermate per facilitare il viaggio dei passeggeri.
° I finanziamenti dell’Unione Europea non dovrebbero più essere spesi per progetti che creano nuove infrastrutture di trasporto inaccessibili. A tal proposito, nel prossimo Bilancio Pluriennale dell’Unione (Quadro Finanziario Pluriennale), che include anche la revisione del “Meccanismo per collegare l’Europa”, dovrebbe essere aggiunta al regolamento una clausola che conceda finanziamenti solo a progetti di infrastrutture di trasporto con caratteristiche di accessibilità. E in parallelo nuove o ristrutturate stazioni ferroviarie, così come aeroporti nuovi o ristrutturati dovrebbero essere il fruttto di interventi accessibili alla base.
° Utilizzare meglio i Piani di Mobilità Urbana Sostenibile (SUMPs), già obbligatori per 431 città e nodi urbani nell’Unione Europea. Per tali Piani, le città dovrebbero anche riferire su indicatori specifici, uno dei quali dovrebbe essere proprio l’accessibilità per le persone a mobilità ridotta.

Ci auguriamo quindi che nei prossimi cinque anni il trasporto pubblico urbano sia maggiormente al centro delle politiche dell’Unione Europea, con misure concrete per migliorare l’accessibilità. E questo dovrebbe andare di pari passo con la trasformazione verso soluzioni di mobilità urbana più sostenibili e, auspicabilmente, riflettersi anche nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione.

*L’EDF (European Disability Forum) è il Forum Europeo sulla Disabilità. Traduzione e adatamentoi del testo a cura della Redazione di Superando.

L'articolo Disabilità e trasporti pubblici nell’Unione Europea: è ancora una grande sfida proviene da Superando.

Corsi di specializzazione per il sostegno: guardare la luna e non il dito!

Superando -

«Credo – scrive Fernanda Fazio – che tra docenti dovremmo confrontarci non su quali siano i corsi più validi per la specializzazione sul sostegno, ma sul fatto che la normativa di base sull’inclusione è stata erosa e scarnificata, sostituendo ad essa un progressivo “aggiustamento”. E dovremmo anche finalmente chiarire quali siano le funzioni del docente specializzato, dei docenti disciplinari e degli assistenti, magari con le associazioni, con i sindacati, con le forze politiche e soprattutto tra i docenti stessi»

A seguito di un articolo sulla nascita del MUISS (Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale), ho avuto modo di leggere un altro testo in difesa dei cosiddetti “corsi INDIRE”, ovvero i corsi per la spcializzazione sul sostegno gestiti dall’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) e prorogati anche per il prossimo anno. A questo punto credo sia decisamente importante tentare una riflessione e, perché no, magari un confronto; il mettere l’un contro l’altro i docenti, infatti, è una strategia che si trascina da tanti anni, il tutto a grave discapito della scuola.

Non credo sia impossibile trovare alternative valide all’ingiusta (e spero che su questo aggettivo potremmo essere tutti d’accordo) modalità di contrapporre docenti dei corsi INDIRE a docenti specializzati per il sostegno tramite il TFA (Tirocinio di Formazione Attiva). Credo che ci possa essere una modalità di verificare, accompagnare, graduare le cose in modo tale da non penalizzare alcuno né far prevalere gli interessi dei docenti sul diritto degli alunni ad avere docenti preparati e professionali. In tal senso, è avvilente vedere come, per risolvere i problemi della scuola, si ricorra a interventi spot, aggiustamenti e “contentini”, non mettendo mai a sistema gli impegni che un Governo e uno Stato debbono offrire ai propri cittadini, anche solo attuando le normative già vigenti che sono il cardine di tutto il processo dell’inclusione.
Credo dunque che dovremmo confrontarci non su quale corso sia più valido, ma sul perché stia succedendo tutto questo. E quindi vanno messi in fila alcuni punti.
1) Il docente specializzato nasce come docente curricolare di ruolo (da almeno cinque anni) che ha acquisito competenze specifiche aggiuntive per poter essere di supporto alla classe (e al Consiglio di Classe) in cui è “inserito” un alunno/alunna con disabilità.
2) Il docente specializzato è quindi assegnato alla classe.
3) I corsi di specializzazione, nati per formare questi docenti, prevedevano una durata di due anni, molti laboratori e quattro tirocini in presenza nelle classi dove frequentava un alunno con disabilità psicofisica, visiva, uditiva o una pluridisabilità.
4) I corsi prevedevano discipline legate alla clinica medica, alla pedagogia, alle discipline e alle specificità delle disabilità sensoriali.

Tutto ciò premesso, tuttavia, proprio in una visione di responsabilità condivise, nelle scuole si era affiancati da un’équipe psico-medico-pedagogica che monitorava le diverse situazioni, proponeva incontri di aggiornamento, conosceva gli alunni, si confrontava con le classi, con i Consigli di Classe e con le famiglie. All’alunno con disabilità, se necessario, veniva assegnato un assistente per le sue competenze specifiche (relativamente all’autonomia). Ebbene, di tutto questo sistema cosa rimane?
Poco o nulla: l’insegnante specializzato il più delle volte è un supplente, spesso non abilitato all’insegnamento che, stanco di precarietà, decide di tentare la stabilizzazione attraverso la strada della specializzazione. Nulla di male, nulla da eccepire. Ma, una volta stabilizzati, per molti l’aspirazione è quella di spostarsi sulla disciplina. Perché?
Le risposte che ci siamo dati sono tante, le più frequenti sono:
° Il docente di sostegno viene poco considerato dai suoi colleghi. Come mai, visto che non solo è un docente laureato, abilitato, di ruolo, ma anche con competenze in più?
° Spesso il docente di sostegno viene delegato in tutto o in parte alla gestione dell’alunno con disabilità, dall’assistenza alla programmazione del percorso di apprendimento, alla valutazione e verifica degli apprendimenti e degli obiettivi raggiunti. E così l’alunno non viene preso in carico dai docenti “disciplinaristi”, che si dicono non “formati” per questo compito (e quindi non tenuti a farsi carico anche degli alunni con disabilità).
° Spesso, nello svolgere i programmi scolastici per il raggiungimento del titolo di studi, i docenti curricolari non sono in grado di intraprendere declinazioni degli obiettivi capaci di includere anche alunni con difficoltà fortemente connotate che richiedono modalità, strategie e tempi molto difformi da quelle richieste dal resto della classe.
° Spesso il percorso dell’alunno con disabilità non prevede il raggiungimento di un traguardo che lo possa far parte attiva del contesto sociale. In tal caso l’allontanamento dalla classe e l’esclusione diviene la prassi più diffusa. È difficile, impegnativo, non sempre possibile fare diversamente, vista la totale delega data alla scuola, seguita, poi, al termine del percorso di apprendimento scolastico, dal nulla.
Aggiungiamo che l’équipe è scomparsa, che gli assistenti si sono moltiplicati e che spesso sono laureati e specializzati per lunga esperienza su quella tipologia di disabilità, seguono l’alunno accompagnandolo da un livello scolastico all’altro, costano di meno (sono per lo più a cottimo, pagati per le ore che svolgono), sono soggetti al “giudizio” delle famiglie e a quello della scuola.

Insomma, la normativa di base è stata erosa e scarnificata, sostituendo, alle grosse inadempienze degli enti e dei ministeri, un progressivo “aggiustamento”: il neuropsichiatra manca? La diagnosi la fa qualcun altro, il medico dell’INPS! Sono necessari più docenti specializzati? Si ricorre ai precari senza dare la disponibilità di cattedre. Mancano docenti specializzati? Si fanno specializzare anche coloro che non hanno alcuna abilitazione né esperienza. Mancano ancora? Si riduce ad un solo anno il percorso! Sono ancora insufficienti? Facciamo un decreto tipo “condono”: se hai insegnato per tre anni, ti basta un corso di 4 mesi on line! Hai fatto il corso in Albania, Romania, Spagna (Paesi dove i ragazzi con disabilità non sono inclusi nelle scuole e nelle classi di tutti) altro condono: basta un corso INDIRE (vedi sopra)!

Aggiungo un’ultima riflessione, se avessi bisogno di un medico, non sarei tranquilla sapendo che “si sta facendo la sua esperienza” su di me, senza avere affrontato studi adeguati e aggiornati sulle conquiste scientifiche più recenti e senza che abbia almeno un tutor che lo accompagni in questa esperienza.
E aggiungo ancora che dovremmo finalmente chiarirci e chiarire quali siano le funzioni del docente specializzato, quali quelle dei docenti disciplinari, quali quelle degli assistenti, magari con le associazioni, con i sindacati, con le forze politiche e soprattutto tra i docenti stessi.

*Docente specializzata sul sostegno e formatrice.

L'articolo Corsi di specializzazione per il sostegno: guardare la luna e non il dito! proviene da Superando.

Disabilità e background migratorio: “Il doppio confine” è un podcast che racconta una realtà spesso invisibile

Superando -

Si chiama “Il doppio confine” ed è un podcast che racconta cosa significa vivere in Italia affrontando contemporaneamente la disabilità e la condizione di migrante o figlio di migranti, tramite storie che danno voce a una realtà spesso invisibile, di persone che si trovano ogni giorno a superare barriere fisiche, culturali e istituzionali

Aziz ha una disabilità motoria e dal Marocco è arrivato in Italia, dove è riuscito a creare la propria impresa di pulizie, sfidando la diffidenza di chi non credeva nelle sue capacità. Zahra, iraniana, è madre di due figli con autismo: ogni giorno si batte per garantire loro l’assistenza cui hanno diritto. Tamru, giurista cieco fuggito dall’Etiopia, ha ricostruito la sua vita a Milano continuando a occuparsi di diritto antidiscriminatorio: le loro storie, diverse ma unite da una doppia sfida, sono al centro di Il doppio confine, podcast che racconta cosa significa vivere in Italia affrontando contemporaneamente la disabilità e la condizione di migrante o figlio di migranti.
Attraverso le parole di Aziz, Zahra e Tamru, il podcast dà voce a una realtà invisibile: quella delle persone con disabilità e background migratorio, che si trovano ogni giorno a superare barriere fisiche, culturali e istituzionali. Le loro esperienze rendono concreto un tema complesso come la discriminazione intersezionale, mostrando che le diverse forme di esclusione si intrecciano nella vita reale, anche a causa di servizi che spesso non si parlano e non si conoscono.
Alle voci dei protagonisti si affiancano poi le analisi di esperti e ricercatori, che approfondiscono gli aspetti giuridici, sociali e culturali della condizione delle persone con disabilità e con background migratorio.

Il doppio confine è prodotto da Intreccimedia e nasce all’interno del progetto CI SIAMO (che è anche un acronimo per Competenze e Integrazione tra Servizi per Incoraggiare l’Accesso e Migliorare le Opportunità delle persone con disabilità e con background migratorio), realizzato dalla Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multtietnicità), dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) dalla Caritas Ambrosiana e dalla Fondazione Articolo 49, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione Lombardia.
Il progetto CI SIAMO punta a rendere i servizi del territorio più accessibili anche alle persone con disabilità e background migratorio, creando sinergie tra istituzioni, associazioni e operatori del Terzo Settore che, insieme, possano costruire percorsi di inclusione più equi e in grado di valorizzare il potenziale di ognuno. (I.S.)

Podcast Il doppio confine: testi e voce narrante di Dario Paladini; supervisione editoriale di Ilaria Sesana; sound design e post produzione di Angelo Miotto; produzione di Intreccimedia; copertina di Carola Fumagalli. È disponibile su Spotify, Apple Podcasts, Spreaker e su tutte le principali piattaforme. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

L'articolo Disabilità e background migratorio: “Il doppio confine” è un podcast che racconta una realtà spesso invisibile proviene da Superando.

Turismo di montagna accessibile sull’Altopiano della Paganella in Trentino

Superando -

Prenderà avvio da domani, 12 dicembre, a domenica 14, con le tre giornate del “Paganella Open Weekend”, ma proseguirà poi per l’intera stagione, il turismo di montagna senza barriere, accessibile a tutti e tutte, sull’Altopiano della Paganella in Trentino Immagine di repertorio di sci inclusivo sull’Altopiano della Paganella (foto di Filippo Frizzzera)

Come comunicano da Visit Paganella, marchio e identità comunicativa dell’Altopiano della Paganella in Trentino, da domani, 12 dicembre, a domenica 14, vi sarà il Paganella Open Weekend, ovvero tre giornate dedicate a una montagna senza barriere, pensata per accogliere tutti e tutte. Durante la tre giorni, infatti, sono in programma lezioni di sci con ausili specializzati (monoski e dualski), giri in carrozza trainata dai cavalli e ciaspolate tra i boschi innevati, per permettere alle persone con disabilità di vivere pienamente l’esperienza della neve. Tutte attività, così come skipass e noleggio dell’attrezzatura, che saranno gratuite per le stesse persone con disabilità.

L’impegno di Visit Paganella per un turismo aperto a tutti e tutte proseguirà poi per l’intera stagione: le scuole sci metteranno infatti a disposizione, sempre gratuitamente, gli ausili per le lezioni con maestri specializzati, rendendo la montagna un luogo di condivisione capace di superare barriere e valorizzare la forza delle persone. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore ampio approfondimento. Per altre informazioni: Chiara Martignoni (chiara.martignoni@agenziapressplay.it).

L'articolo Turismo di montagna accessibile sull’Altopiano della Paganella in Trentino proviene da Superando.

Dal powerchair hockey un tedoforo per Milano-Cortina 2026

Superando -

10.001 tra tedofori e tedofore coinvolti nel passaggio della Torcia Olimpica fino all’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026. E tra di loro, ad Agrigento, anche Giuseppe Sanfilippo, atleta con disabilità dei Leoni Sicani di powerchair hockey (hockey in carrozzina elettrica). Una grande occasione per fare luce su sport come l’hockey e il calcio in carrozzina elettrica, rivolti a persone con disabilità particolarmente importanti, ma ancora troppo poco conosciuti

Il 26 novembre, da Olimpia, in Grecia, è iniziato il viaggio della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026, arrivata il 4 dicembre a Roma e già ripartita, due giorni dopo, verso tutte le 110 Province della penisola. In totale, verranno percorsi 12.000 chilometri in 63 giorni, con 60 città di tappa e 10.001 tra tedofori e tedofore coinvolti nel passaggio della Torcia Olimpica fino all’apertura dei Giochi Olimpici Invernali, il 6 febbraio a Milano. Tra quei 10.001 vi sarà anche, nella tappa di Agrigento del 16 dicembre, Giuseppe Sanfilippo, presidente e atleta con disabilità, capitano della squadra dei Leoni Sicani di powerchair hockey (hockey in carrozzina elettrica), come raccontano qui di seguito Gaetano Glorioso, delegato regionale per la Sicilia della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) e dirigente dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Aquile di Palermo, Nunzia Rita Di Giglia, allenatrice della squadra delle Aquile di Palermo, Mattia Sutera, Martina Porretto e Valeria Cervone, volontari del Servizio Civile Universale 2025-2026 presso la sede locale di progetto delle Aquile di Palermo. 

Giuseppe Sanfilippo, presidente e atleta con disabilità, capitano della squadra dei Leoni Sicani di powerchair hockey (hockey in carrozzina elettrica), sarà tra i tedofori della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026

È con immenso piacere e orgoglio che l’Ente Nazionale Tutela Disabilità e la nostra Associazione Sportiva Dilettantistica Aquile di Palermo annunciano una notizia che riteniamo possa segnare un vero e proprio salto di qualità per la FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) e per tutto il movimento  del powerchair sport del quale la nostra squadra, unitamente alle altre due siciliane (Leoni Sicani e Red Cobra) sono parte integrante da oltre un ventennio.
Giuseppe Sanfilippo, atleta di powerchair hockey (hockey su carrozzina elettrica), è stato infatti ufficialmente selezionato come Tedoforo per il Viaggio della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026. «Sei pronto ad entrare nella storia dei Giochi?»: inizia così la lettera ufficiale ricevuta da Giuseppe, che lo conferma come uno dei 10.001 protagonisti che avranno l’onore di trasportare il simbolo più importante dello sport mondiale. Egli diventa in questo modo ambasciatore non solo dei valori olimpici, ma anche della passione e della tenacia che caratterizzano ogni singolo atleta che pratica una delle discipline di powerchair sport.

Questa convocazione, da un lato è certamente per Giuseppe un traguardo e costituirà una indelebile esperienza di vita sul piano personale. Dall’altro, rappresenta l’espressione di una scelta coraggiosa e significativa operata dal vertice del Comitato Paralimpico Internazionale che ha inteso riconoscere il giusto rilievo al lavoro svolto dalla FIPPS e verso le numerose squadre Italiane ad essa federate.
Ma ancor di più, il fatto di coinvolgere in modo così importante un atleta che pratica l’hockey su carrozzina elettrica, è la testimonianza tangibile di una nuova attenzione verso il powerchair sport e dell’intendimento di volere riconoscere la meritata dignità agonistica alle due discipline sportive (hockey e calcio su carrozzina elettrica) che notoriamente sono rivolte a persone con disabilità particolarmente importanti.
Sappiamo bene quanto le nostre discipline abbiano bisogno di luce. Spesso i cosiddetti sport “minori” faticano a trovare spazio sui grandi media, nonostante l’altissimo livello tecnico che esprimono. La presenza di Giuseppe come tedoforo è, dunque, un’occasione imperdibile per fare luce su queste “sconosciute” discipline sportive paralimpiche. Per questo immaginiamo che la Fiamma Olimpica, passando tra le sue mani, illuminerà metaforicamente tutti i nostri campi da gioco, offrendo quella visibilità necessaria a far crescere il movimento e ad attrarre nuovi atleti e sostenitori.

La scelta di un tedoforo siciliano per la tappa di Agrigento accende inoltre i riflettori sulla nostra Regione, l’unica che dalla Campania in giù, con le sue tre squadre che praticano le discipline del powerchair sport, fornisce l’occasione a diverse decine di atleti di vivere l’esperienza vibrante della partecipazione sportiva-attiva ai rispettivi campionati nazionali, pur a fronte dei molteplici e comprensibili disagi di vario tipo che vengono, di volta in volta, affrontati nel corso delle lunghe trasferte.
Idealmente l’intero movimento sportivo del powerchair sarà accanto a Giuseppe Sanfilippo per rappresentare i valori che ci spingono ogni giorno a promuovere l’hockey e il calcio su carrozzina elettrica.
Si legge nella lettera di convocazione che il compito del tedoforo è «dare luce ai sogni delle persone», un impegno che Giuseppe siamo sicuri porterà a compimento con la consapevolezza che il mondo lo guarderà e che tutti noi, amanti del powerchair sport, gli saremo accanto.

Ringraziamo Salvatore Di Giglia per la collaborazione.

*Gaetano Glorioso, delegato regionale per la Sicilia della FIPPS (Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport) e dirigente dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Aquile di Palermo; Nunzia Rita Di Giglia, allenatrice della squadra delle Aquile di Palermo; Mattia Sutera, Martina Porretto e Valeria Cervone, volontari del Servizio Civile Universale 2025-2026 presso la sede locale di progetto delle Aquile di Palermo.

L'articolo Dal powerchair hockey un tedoforo per Milano-Cortina 2026 proviene da Superando.

La Convenzione ONU 19 anni dopo: a che punto siamo?

Superando -

19 anni fa venne firmata a New York la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, un tempo sufficientemente lungo per misurare i progressi fatti, ma anche per riconoscere con chiarezza quanta strada resti ancora da percorrere verso una piena inclusione e il rispetto effettivo dei diritti di tutte le persone con disabilità. Se ne parlerà il 17 dicembre, nel corso dell’incontro online “Disabilità e diritti umani: a che punto siamo?”, organizzato dalla LEDHA e dalla FISH 2006: un lungo applauso accolse a New York, presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, punto di riferimento imprescindibile, che ha sancito il diritto delle persone con disabilità a scegliere dove e con chi vivere come fondamento di una società realmente inclusiva

Era il 13 dicembre 2006, ovvero 19 anni fa, quando venne firmata, al Palazzo delle Nazioni Unite di New York, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Si tratta certamente di un tempo sufficientemente lungo per misurare i progressi fatti, ma anche per riconoscere con chiarezza quanta strada resti ancora da percorrere verso una piena inclusione e il rispetto effettivo dei diritti di tutte le persone con disabilità.
La LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità) e la stessa FISH hanno dunque organizzato per il pomeriggio del 17 dicembre (ore 16), l’incontro online denominato Disabilità e diritti umani: a che punto siamo?.
«Questo incontro – spiegano i promotori – nasce sostanzialmente dall’esigenza di valutare, a quasi vent’anni dalla ratifica della Convenzione ONU, quali cambiamenti concreti siano stati raggiunti, quali criticità persistano e quale ruolo debbano avere oggi le Associazioni impegnate nella tutela dei diritti».

A introdurre e a moderare sarà Laura Abet, responsabile del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA. Seguiranno gli interventi di Alberto Fontana (LEDHA), Salvatore Nocera (FISH) e Giampiero Griffo (DPI-Disabled Peoples’ Internatioinal).
Le conclusioni saranno affidate ad Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA. (S.B.)

Per iscriversi, accedere a questo link. Per ulteriori informazioni: comunicazione@ledha.it.

L'articolo La Convenzione ONU 19 anni dopo: a che punto siamo? proviene da Superando.

Pagine

Abbonamento a Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria aggregatore