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Inclusione scolastica: che sia il caso di ricostruirla in un’ottica di equità, per tutta la comunità educante?

«Dobbiamo francamente porci alcune domande – scrive Paola Di Michele – e cercare le risposte nei posti giusti e con la necessaria onestà intellettuale. Farlo ci consentirebbe di capire da quale parte stia andando questa benedetta inclusione scolastica e che forse sarebbe il caso di ripensare e ricostruire daccapo, magari ripensandola in un’ottica di equità, per tutta la comunità educante. Come direbbe Andrea Canevaro, “a ciascuno ciò che spetta; né di più, né di meno”»

Nella patria del diritto romano, l’impianto normativo che regola l’accesso al diritto all’istruzione di alunni/alunne e studenti/studentesse con disabilità è particolarmente complesso e, ugualmente, fragile, spesso persino farraginoso.
Per fare un esempio, l’introduzione del nuovo PEI (Piano Educativo Individualizzato) prevede una modalità di compilazione online che consentirebbe una reale condivisione e corresponsabilità da parte di tutti i componenti del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione). Finalmente è (o, meglio, sarebbe) possibile, anche per le famiglie, consultare e collaborare, per la propria parte, alla stesura del PEI e coinvolgere attivamente tutti i colleghi curricolari. Eppure la normativa lo prevede ma non dà istruzioni chiare sul relativo obbligo.
Compilare collettivamente il PEI non può considerarsi semplicemente una previsione normativa, ma un processo che vedrebbe finalmente applicata una visione di corresponsabilità educativa in cui uscire da una prassi burocratizzata e delegante ed entrare in una dimensione che si avvicina al Progetto di Vita, in cui ciascun componente del GLO offre la sua specificità e il suo contributo.

Negli ultimi tempi, le forze politiche di governo hanno prodotto un’ampia congerie normativa che tende, come spesso in passato, a modificare l’idea stessa della scuola come è attualmente. Dalla “stabilizzazione” dei corsi brevi INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) riguardo al sostegno didattico, alle limitazioni sull’educazione socio-affettiva, dalle modifiche all’Esame di Stato, alla conferma della “scelta” degli insegnanti specializzati da parte di famiglie e dirigenti scolastici (non a caso, a tal proposito, il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi ha espresso l’anelito di “poter scegliere” tutti gli insegnanti graditi).
Non è un’assoluta novità che ad ogni cambio di dirigenza politica si assista all’avvicendarsi di riforme e nomenclature. Ciò che veramente continua a stupire è la mancanza di una vera visione psico-pedagogica in grado di sostenere e giustificare tali modifiche.
Per fare un esempio: è possibile continuare a rimandare, fin dalla più tenera età, l’insegnamento delle competenze emotivo-affettive e legate alla sessualità in un Paese come il nostro in cui la violenza di genere rappresenta un fenomeno trasversale e presente anche in fasce d’età adolescenziali? Eppure, uno degli ultimi provvedimenti va esattamente in questa direzione, fino ad arrivare a vietare espressamente tali insegnamenti sino alla fine della scuola secondaria di primo grado.
Si continua a proporre, su questi temi, una visione ideologica che non tiene in considerazione né la realtà dei nostri studenti, né le evidenze e le indicazioni che giungono dal mondo della ricerca in ambito psico-pedagogico.

Il terreno apparentemente più fertile per l’appropriazione ideologica in atto nella scuola sembrerebbe essere proprio l’impianto stesso dell’inclusione scolastica. A partire da un dato di fatto che ne costituisce la base stessa: siamo sicuri che sia sufficiente “imporre” il paradigma dell’inclusione per svilupparlo, come sentimento e tensione ideale, in tutte le componenti della scuola? Ovvero, quanto la rappresentazione mentale abilista è diffusa anche fra gli insegnanti?
Si tratta di una questione di base che bisogna porsi, se è vero che ancora permangono situazioni di forte criticità, dalla delega alle figure di supporto, alla logica della “copertura” delle ore, alla mancanza di adeguata formazione dei docenti curricolari (giova ricordare, in tal senso, il fallimento del corso di formazione obbligatorio di qualche anno fa).

Il Sistema Scuola mostra ancora forti resistenze all’idea reale di includere tutti e tutte; ancora si fa fatica a pensare un’idea di didattica personalizzata, in grado di adattarsi alle esigenze degli alunni, e ad una relazione educativa di qualità basata su reciprocità e dialettica.
Altra questione, mai sopita, è la concezione “vocazionale” degli insegnanti specializzati su sostegno didattico. Poco e pochissimo si parla di professionalità, codici deontologici e formazione continua. Si ritiene più utile dedicarsi ad operazioni ideologiche come proposte di cambi di nome (“docente per l’inclusione”) o per istituire la “cattedra di sostegno” (come se il sostegno didattico fosse, in se stesso una disciplina), che non interrogarsi sulla deriva che ha assunto la formazione iniziale, sempre più stringata e “telematica” e sulla mancata programmazione del numero di corsi attivati negli ultimi anni che ha causato forti disuguaglianze fra necessità e offerta, laddove sulla scuola dell’infanzia e primaria continua a mancare personale e nella scuola secondaria di secondo grado ormai si parla di graduatorie con migliaia di aspiranti che forse non lavoreranno mai. Porsi qualche domanda su questo fenomeno potrebbe, forse, aiutare a comprenderne le motivazioni sottostanti.
Non basta elencare numeri: bisogna chiedersi perché ci sono luoghi e cicli scolastici in cui c’è carenza e luoghi e cicli in cui c’è una sovrabbondanza. Bisognerebbe chiedersi come sia possibile che circa 10.000 insegnanti specializzati all’anno decidano di richiedere la mobilità per passare su cattedra comune/curricolare. Avere un atteggiamento proibizionista o parlare di calo vocazionale non è utile né ci aiuta a comprendere. E vale lo stesso ragionamento per quella che ormai possiamo definire l’emorragia delle figure educative dalla scuola (relegate spesso ad una condizione lavorativa “suppletiva” rispetto al sostegno e in situazione esterna e subalterna rispetto all’istituzione scolastica in cui lavorano).
Ci sono condizioni che rendono il lavoro, alla lunga, troppo difficile, pesante, da svolgere? È possibile che la costante delega e marginalizzazione delle figure cosiddette preposte dall’inclusione rispecchi una possibile marginalizzazione degli stessi studenti con disabilità? Dobbiamo francamente porci alcune domande e cercare le risposte nei posti giusti e con la necessaria onestà intellettuale. Farlo ci consentirebbe di capire da quale parte stia andando questa benedetta inclusione e che forse sarebbe il caso di ripensare e ricostruire daccapo, magari ripensandola in un’ottica di equità, per tutta la comunità educante.
Come direbbe Andrea Canevaro, «a ciascuno ciò che spetta; né di più, né di meno».

*Insegnante di sostegno, già assistente all’autonomia e alla comunicazione. Il presente contributo è già apparso nel sito di Erickson, con il titolo “Inclusione scolastica: forma giuridica e sostanza psicopedagogica” e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, insieme all’immagine utilizzata, per gentile concessione.

L’occasione del presente contributo ci è utile per ricordare l’ormai prossimo importante appuntamento promosso da Erickson, vale a dire il 15° Convegno Internazionale sulla Qualità dell’inclusione scolastica e sociale, in programma dal 14 al 16 novembre al Palacongressi di Rimini, che abbiamo già ampiamente presentato in altra parte del giornale.

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Tutta sulla scultura la decima edizione di “Doppio Senso” alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia

Sta per vivere la sua decima edizione, alla celebre Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, il programma di accessibilità “Doppio Senso. Percorsi tattili alla Collezione Peggy Guggenheim”, con il quale il noto museo di Palazzo Venier dei Leoni ha aperto il proprio patrimonio artistico anche al pubblico con disabilità visive, e quest’anno i sette appuntamenti in programma saranno tutti dedicati alla scultura Esplorazione tattile di una scultura alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia (foto di Fei Xu)

Sta per ripartire e per vivere la sua decima edizione, alla celebre Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, un appuntamento che in questi anni abbiamo avuto il piacere di seguire regolarmente, vale a dire il programma di accessibilità Doppio Senso. Percorsi tattili alla Collezione Peggy Guggenheim, con il quale il noto museo di Palazzo Venier dei Leoni ha aperto il proprio patrimonio artistico anche al pubblico con disabilità visive, iniziando un processo di sensibilizzazione alla conoscenza dell’arte attraverso il tatto, grazie a una serie di visite guidate e laboratori per ciechi, ipovedenti e vedenti.
Arricchendosi dunque di nuove proposte e attività, il progetto si avvale di sempre più materiali di supporto per le visite in autonomia, offrendo al pubblico un’esperienza ancora più coinvolgente e inclusiva e rendendo così il patrimonio artistico del museo accessibile a chiunque.

Dall’8 novembre prossimo, fino al mese di maggio del 2026 (in calce proponiamo il calendario completo), sono previsti sette appuntamenti a cadenza mensile, di cui anche una masterclass a gennaio dedicata a Lucio Fontana e alle sue ceramiche, protagoniste della mostra Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana.
Il ciclo di incontri sarà tutto dedicato, per la prima volta, alla scultura e alle arti plastiche del XX secolo. «La scelta di focalizzarsi esclusivamente sulla scultura – spiegano i promotori – nasce sia dall’opportunità offerta dalla mostra temporanea dedicata a Lucio Fontana, sia dal forte interesse che Peggy Guggenheim sempre nutrì per la scultura, evidente già nella prima mostra che la collezionista organizzò a Palazzo Venier dei Leoni nel 1949, incentrata proprio sulla scultura moderna».

«La selezione delle opere oggetto dell’edizione di quest’anno di Doppio Senso – proseguono dalla Collezione Peggy Guggenheimm – si focalizza in particolare su quegli scultori che hanno indagato la relazione tra figura – umana, animale e vegetale – e astrazione, rivoluzionando i tradizionali canoni di rappresentazione della forma, per suggerirne invece l’espressione interiore. I sette appuntamenti offriranno dunque la possibilità di esplorare tattilmente diverse sculture originali, dopo aver positivamente valutato il loro stato di conservazione e la loro leggibilità al tatto. Ogni incontro prevede infatti un primo momento di fruizione tattile delle sculture, sotto la guida di Valeria Bottalico, esperta in accessibilità museale e ideatrice e curatrice del progetto, cui seguirà un laboratorio artistico condotto dallo scultore con disabilità visiva Felice Tagliaferri. L’esplorazione attraverso il tatto consentirà di cogliere aspetti diversi e spesso inediti delle opere: la tridimensionalità, la grana della superficie, i rapporti di scala e proporzione. Attraverso il contatto diretto con la materia, chi parteciperò potrà quindi costruire un’immagine mentale ricca e complessa, risultato della combinazione tra percezione, immaginazione e memoria, all’insegna di un approccio che permetterà di comprendere meglio teorie e tecniche scultoree e di scoprire le peculiarità di diverse espressioni artistiche del Novecento, con particolare enfasi su movimenti come il Cubismo, il Futurismo e il Surrealismo, fino alle forme scultoree più recenti vicine ai movimenti degli Anni Settanta e del mondo contemporaneo».

Da ricordare, in conclusione, che al di là della specifica proposta di questa stagione, rimane sempre attivo Doppio Senso. Nelle tue mani, il percorso integrato nelle sale della Collezione che si avvale di una serie di riproduzioni tattili di altrettanti dipinti esposti, fruibili da chiunque durante la visita, tra cui Superficie 236 (1957) di Giuseppe Capogrossi, Verso l’alto (1929) di Vasilij Kandinskij e Uomini in città (1919) di Fernand Léger. Inoltre, oltre al kit con riproduzioni tattili aggiuntive, nel sito della Guggenheim, a questo link, è possibile scaricare e ascoltare le schede descrittive di una selezione delle opere della Collezione, utili per la preparazione alla visita. (S.B.)

Gli appuntamenti del programma Doppio Senso saranno gratuiti, fino a esaurimento posti. Per informazioni e prenotazioni: doppiosenso@guggenheim-venice.it (Maria Rita Cerilli).
Il calendario:
° 8 novembre (ore 14.30, durata 2 ore): Marino Marini e la scultura Pomona
° 13 dicembre (ore 14.30, 2 ore): Raymond Duchamp-Villon e Il cavallo
° 24–25 gennaio (ore 10-17, due giorni): Doppio Senso Masterclass Mani-Fattura. Laboratorio di due giorni dedicato alle ceramiche di Lucio Fontana
° 28 febbraio  (ore 14.30, 2 ore): Arnaldo Pomodoro e Sfera n. 3
° 21 marzo (ore 14.30, 2 ore): Henry Moore e Tre figure in piedi
° 11 aprile (ore 14.30, 2 ore): Jean (Hans) Arp e Anfora-frutto
° 16 maggio (ore 14.30, 2 ore): Anish Kapoor, Senza titolo

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“Pensiero Imprudente”: facciamo Pace o pausa caffè?

«La “cultura dell’altro” – scrive Claudio Imprudente nella sua rubrica “Pensiero Imprudente”- dev’essere un punto fisso, perché l’altro è sempre diverso da noi. Ci dobbiamo rapportare alla diversità, perché se non ci relazioniamo al diverso facciamo solo delle tregue, delle “pause caffè” e non costruiamo la cultura della Pace» “Pausa caffè”

Credo che la situazione sia ai limiti. Non vorrei fare la solita citazione, ma come ha detto più volte Papa Francesco, «siamo già in guerra mondiale, anche se nessuno lo vuole ammettere». C’è tutta una situazione di falsità, dai massimi media agli uomini di potere, che soffiano su fuoco della conquista di un pezzo di terra.
Io ammetto la mia ignoranza sulla situazione di Gaza, non tanto della situazione fisica, che quella ce la sbattono in faccia ogni giorno, ma sono ignorante sulla Storia, sul perché siamo giunti a questo orrore. Qui si mescolano i problemi politici con i problemi religiosi e questo mi crea disagio: non sapere bene la Storia. Andare in piazza non sapendo bene la Storia per me è ipocrisia.
Concludendo, oggi siamo pietrificati su Gaza, ieri sull’Ucraina, ma al mondo ci sono più di ottanta conflitti.

Nelle scorse settimane Trump ha fatto un passo avanti, ha fermato un po’ il conflitto e sono stati lasciati liberi degli ostaggi. Non so quanto potrà durare la tregua, una tregua non vuol dire pace, tregua è sinonimo di pausa, una pausa prevede una ripresa degli eventi, la famosa “pausa caffè”: dopo si riprende a lavorare. Mentre la pace è una condizione permanente, è una situazione di vita interiore e del sé.

Claudio Imprudente, che cura per Superando la rubrica “Pensiero Imprudente”

Noi siamo invasi da notizie di tutti i tipi e la parola più utilizzata è la parola “pace”, ovviamente perché non c’è.
Giorni fa il nostro Presidente Sergio Mattarella si è recato alla Comunità di Sant’Egidio di Roma, all’incontro del 26 ottobre Osare la pace-Religioni e Culture in dialogo e mi hanno colpito alcune sue frasi che voglio riportare.
«Il nazionalismo da opporre ad altri nazionalismi nasce dal considerare gli altri popoli come nemici, se non come presenze abusive o addirittura inferiori per affermare con la prepotenza e, sovente, con la violenza, pretese di dominio».
«[…] osservando l’instabilità, le tensioni, i conflitti, la violenza – anche verbale – che caratterizzano la nostra contemporaneità, si registra la diffusione di atteggiamenti che, se applicati alla convivenza all’interno delle nostre società nazionali, meriterebbero l’appellativo di teppistici, mentre hanno la pretesa, nelle relazioni internazionali, di essere considerati fatti politici».
«Le azioni di forza e i fatti compiuti, pretendono di assumere la natura di situazioni definitive, mentre non sono che la premessa dell’esplodere di future contrapposizioni».

Quello che sta succedendo è che sta continuando la distruzione mondiale, che i poveri sono sempre più poveri e i poteri distruggono i poveri invece di aiutarli. Bisogna ripartire da un’altra prospettiva: che l’altro è uguale a me stesso.
Come diceva Umberto Tozzi nella canzone Gli altri siamo noi (1991): «e gli altri siamo noi ma qui sulla stessa via / vigliaccamente eroi lasciamo indietro pezzi di altri noi / che ci aspettano e si chiedono perché nascono e subito / muoiono / forse rondini foglie d’Africa / ci sorridono in malinconia / e tutti vittime e carnefici / tanto prima o poi gli altri siamo noi».

La “cultura dell’altro” è la più difficile da far passare perché guardiamo sempre al nostro orticello e abbiamo perso il gusto di alzare il nostro sguardo e verso l’orizzonte.
La cultura dell’altro è un punto fisso del Centro Documentazione Handicap di Bologna perché l’altro è sempre diverso da noi, ci dobbiamo rapportare alla diversità, se non ci relazioniamo al diverso facciamo solo delle tregue, delle “pause caffè” e non costruiamo la cultura della pace.
E voi volete fare pause caffè o costruire la pace?
Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

*Il presente contributo è già apparso nel sito del CDH-Cooperativa Accaparlante di Bologna, con il titolo “Facciamo Pace o pausa caffè?” e viene qui proposto, con minimi riadattamenti al diverso contenitore e un diverso titolo, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Dalla fine del 2022 Claudio Imprudente è divenuto una firma regolare del nostro giornale, con questa suo spazio fisso che abbiamo concordato assieme di chiamare Pensiero Imprudente, grazie alla quale sta impreziosendo le nostre pagine, condividendo con Lettori e Lettrici il proprio sguardo sull’attualità.
Persona già assai nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana).
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 Maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.

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Il divario di genere nell’assistenza: un documento del Parlamento Europeo

Il Parlamento Europeo ha pubblicato un documento sul “gender care gap”, il divario di genere nell’assistenza, e sull’impatto socio-economico del divario di genere stesso nei servizi di cura, sia in contesti istituzionali che in contesti domiciliari. Ne emerge tra l’altro che il costo economico del lavoro di cura informale non retribuito potrebbe raggiungere 147-220 miliardi di euro l’anno, pari a circa un terzo del divario complessivo nei guadagni tra uomini e donne nell’Unione Europea Una caregiver insieme a una bimba con sindrome di Down

Lo scorso 31 ottobre il Parlamento Europeo ha pubblicato un briefing sul gender care gap, il divario di genere nell’assistenza, e sull’impatto socio-economico del divario di genere stesso nei servizi di cura, sia in contesti istituzionali che in contesti domiciliari.
Addressing the gender care gap: Potential European added value (“Affrontare il divario di genere nell’assistenza: potenziale valore aggiunto europeo”) è questo il titolo del briefing (disponibile in lingua inglese a questo link), elaborato per supportare le Commissioni EMPL (Occupazione e Affari Sociali) e FEMM (Diritti delle donne e uguaglianza di genere) nella preparazione di una relazione d’iniziativa sul tema.

Stando al documento, dunque, il costo economico del lavoro di cura informale non retribuito potrebbe raggiungere 147-220 miliardi di euro l’anno, pari a circa un terzo del divario complessivo nei guadagni tra uomini e donne nell’Unione Europea.
La ridotta partecipazione femminile al lavoro retribuito comporta effetti a lungo termine su salari, opportunità di carriera, condizioni di salute e pensioni: nel 2024 il gender pension gap nell’Unione Europea era pari al 24,5%.
Sempre nell’Unione Europea sono circa 14,1 milioni le lavoratrici e i lavoratori occupati nel settore della cura retribuita, con una prevalenza femminile che supera l’88%. Tuttavia, persistono condizioni lavorative difficili, bassi salari e carichi di lavoro intensi, insieme a carenze di personale e presenza diffusa di lavoro non riconosciuto, soprattutto nell’assistenza domiciliare e tutto questo nonostante le evidenze dimostrino che gli investimenti in servizi educativi per la prima infanzia e assistenza a lungo termine generino ritorni economici positivi. Secondo le ricerche, infatti, per ogni euro investito si possono ottenere almeno quattro euro di benefìci in termini di occupazione, crescita e coesione sociale.

Entrando nel dettaglio, il briefing identifica tre aree strategiche per ridurre il divario di genere nell’assistenza attraverso azioni coordinate a livello europeo:
° Conciliazione vita-lavoro: rafforzamento di congedi, flessibilità lavorativa e riconoscimento del lavoro di cura non retribuito.
° Condizioni di lavoro nel settore della cura: miglioramento di salari, contratti, formazione, tutele e contrasto al lavoro irregolare.
° Disponibilità e accessibilità dei servizi formali di cura: ampliamento e miglioramento di servizi educativi per la prima infanzia e di assistenza a lungo termine, riduzione delle liste d’attesa e dei costi.

Il documento sottolinea anche che ulteriori interventi europei potrebbero generare un significativo valore aggiunto, promuovendo la libera circolazione dei lavoratori e delle lavoratrici e l’efficienza degli investimenti grazie alle economie di scala, stimolando occupazione, crescita e benessere collettivo. (Simona Lancioni)

Si ringrazia Andrea Pancaldi per la segnalazione.

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso con minimi riadattamenti al diverso contenitore, insieme all’immagine utilizzata, per gentile concessione.

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Più di un insegnante su quattro vorrebbe classi e scuole speciali: un dato su cui riflettere

«Il 27% del campione interpellato (833 insegnanti da tutta Italia) è favorevole a classi e scuole speciali»: lo dicono da Erickson a proposito di uno dei dati che fanno più riflettere, emersi dalla propria indagine sul tema “Le voci dell’inclusione”, che verrà tra l’altro presentata a Rimini nel corso del 15° Convegno Internazionale Erickson sulla “Qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, in programma dal 14 al 16 novembre

«Il 27% del campione (833 insegnanti da tutta Italia), con un 10,1 punti percentuali in più rispetto al 2023, è favorevole a classi e scuole speciali e lo sono soprattutto gli/le insegnanti delle scuole superiori di secondo grado e quelli/e con più anni di esperienza. In termini di clima culturale generale, ciò indica un minore consenso all’inclusione piena e una maggiore accettazione di modelli che possono assumere caratteristiche separative»: lo dicono da Erickson a proposito di uno dei dati che fanno più riflettere, emersi dall’indagine condotta a cura di Dario Ianes, Sofia Cramerotti, Marco Rospocher, Marco Bombieri e Benedetta Zagni, sul tema Le voci dell’inclusione, con l’obiettivo di trovare risposte a tre quesiti principali, uno dei quali, appunto, su quanti insegnanti vorrebbero oggi la riapertura delle scuole e classi speciali; gli altri quesiti puntavano invece a evidenziare che cosa funziona per costruire una buona inclusione e come vivono emotivamente l’inclusione stessa le e gli insegnanti italiani.
«Rispetto a ciò che funzione – dicono da Erickson – i punti di forza più importanti andrebbero rintracciati, secondo il campione interpellato, nelle relazioni tra colleghi/e, tra gli alunni e le alunne, con le famiglie, mentre, purtroppo, le competenze professionali in materia di inclusione, come la conoscenza e l’uso di metodologie didattiche inclusive, non vengono considerate fattori decisivi per una buona inclusione. Per quanto riguarda poi il vissuto emotivo dell’inclusione, vi sono buone sensazioni nei confronti delle relazioni, delle pratiche di codocenza/collaborazione tra sostegno e curricolare, dell’autodeterminazione dell’alunno/a con disabilità, delle educatrici e degli educatori e, infine, della personalizzazione didattica. Sensazioni negative, invece, nei confronti della collaborazione con i servizi socio-sanitari, che ancora una volta continuano ad essere considerati come un elemento critico nello sviluppo dell’inclusione».

I risultati completi dell’indagine verranno dibatuuti al Palacongressi di Rimini, nel corso del 15° Convegno Internazionale Erickson sulla Qualità dell’inclusione scolastica e sociale, in programma dal 14 al 16 novembre, che viene presentato così dai promotori: «L’inclusione non è solo un principio, ma una pratica quotidiana che si misura nelle aule, nei corridoi, nei cortili e nelle relazioni. Ed è oggi, più che mai, una questione aperta. Per parlare delle sfide complesse, ma altrettanto urgenti e necessarie, che l’inclusione pone alla scuola e alla società contemporanee, torna per la sua 15ª edizione il nostro Convegno Internazionale che ha fatto della partecipazione e del confronto il suo segno distintivo. E ancora una volta saranno tre giorni vissuti tra sessioni plenarie, tavole rotonde, workshop e altri incontri di vario tipo, per ascoltare e rinnovare l’impegno comune verso una qualità dell’inclusione sempre più concreta e condivisa. Oltre 35.000 professionisti sono stati coinvolti nelle edizioni precedenti – tra insegnanti, educatori ed educatrici, pedagogisti, dirigenti scolastici, operatori del sociale e della riabilitazione – per confrontarsi su come dare forma a un’idea di scuola e società capaci di accogliere, valorizzare, trasformare».

Rimandando Lettori e Lettrici al programma completo del convegno (a questo link), segnaliamo qui, tra i vari ospiti di quest’anno, lo scrittore e drammaturgo Stefano Massini, con la sua Lettera a una scuola che non esclude, Alberto Pellai in dialogo con Gino Cecchettin e Stefania Auci, che porterà la propria esperienza di insegnante di sostegno, nonché la presentazione dei dati ISTAT sull’inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità, e l’attivista culturale Espérance Hakuzwimana sulla necessità di una scuola plurale. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il programma completo del convegno di Rimini. Per ogni ulteriore informazione: Lisa Oldani (lisa.oldani@erickson.it).

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I successi della Nazionale Italiana FISDIR ai Mondiali di Atletica in Australia

Tra gli eventi che fanno capo a Virtus, organizzazione globale che promuove sport d’élite per atleti e atlete con disabilità intellettive e relazionali, vi sono anche i Campionati Mondiali di Atletica la cui edizione di quest’anno si è tenuta a Brisbane in Australia. E in tale manifestazione la Nazionale Italiana FISDIR (Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali) ha conquistato il primo posto nel medagliere e stabilito numerosi record del mondo

Tra gli eventi che fanno capo a Virtus, organizzazione globale che promuove sport d’élite per atleti e atlete con disabilità intellettive e relazionali, vi sono anche i Campionati Mondiali di Atletica la cui edizione di quest’anno (Virtus World Athletics Championships 2025) si è tenuta nell’ottobre scorso a Brisbane in Australia. E in tale manifestazione, cui hanno partecipato oltre 300 atleti provenienti da più di 30 Paesi, la Nazionale Italiana FISDIR (Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali) ha davvero fatto la parte del leone, conquistando il primo posto nel medagliere, con 41 medaglie complessive (20 ori, 11 argenti e 10 bronzi) e 8 record del mondo.

«Questi Campionati Mondiali – commenta un entusiasta Francesco Ambrosio, presidente della FISDIR – ci consegnano un risultato straordinario, che va ben oltre le medaglie. L’Italia FISDIR ha dimostrato infatti di essere una realtà solida, capace di confrontarsi ai massimi livelli internazionali e di portare avanti con orgoglio la nostra idea di sport paralimpico. Siamo orgogliosi dei nostri atleti, dello staff e dei tecnici che con professionalità e passione hanno contribuito a costruire questo successo. Tornare a casa da Brisbane con il primo posto nel medagliere mondiale e numerosi record del mondo è una soddisfazione enorme, ma la nostra più grande vittoria resta quella di avere mostrato al mondo la forza, la determinazione e i valori del nostro movimento».
«Siamo estremamente soddisfatti dell’andamento della squadra in questi Campionati Mondiali Virtus a Brisbane – dichiara da parte sua Pietro Camporeale, referente tecnico nazionale per l’atletica leggere -. La settimana di gare è stata semplicemente straordinaria: una vera e propria pioggia di medaglie ha premiato il duro lavoro e la dedizione dei nostri atleti, che hanno saputo esprimere al meglio il loro talento in campo internazionale. I record del mondo stabiliti rappresentano poi un traguardo storico e il segnale concreto della crescita costante e dell’eccellenza raggiunta dal nostro movimento. Si tratta di risultati che non sono arrivati per caso, ma sono il frutto di mesi di preparazione, dell’impegno di uno staff tecnico di altissimo livello e del sostegno delle famiglie e delle società. Continuiamo con entusiasmo, determinati a onorare ogni gara con lo stesso spirito e la stessa passione». (S.B.)

Ringraziamo Renata Trevisan per la collaborazione.

Per ulteriori informazioni: stampa@fisdir.it.

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Un gioco educativo per aiutare i bambini con stomia a conoscere e gestire la propria condizione

Videogioco educativo, composto anche da elementi fisici tra cui un accessorio LEGO, “StomyCraft”, che aiuta i bambini con stomia a conoscere e gestire la propria condizione in modo semplice e divertente, sarà al centro di un pomeriggio di gioco e inclusione, rivolto a grandi e piccoli, promosso per l’8 novembre dalla FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati) al Salone Margherita di Roma

StomyCraft è un videogioco educativo che aiuta i bambini con stomia a conoscere e gestire la propria condizione in modo semplice e divertente. È composto anche da elementi fisici, ossia un accessorio LEGO, in grado di trasformare una miniatura in un personaggio con il sacchetto per la stomia, un coprisacca personalizzabile e una consolle di gioco. La dinamica prevede che durante la partita ai bambini vengano proposti diversi alimenti che possono scegliere se mangiare o meno. Se mangeranno un cibo adatto alla loro condizione riceveranno dei bonus, in alternativa dei malus.
L’obiettivo è segnatamente quello di informare il paziente riguardo ai cibi adatti alla specifica condizione medica, allo scopo di indurre una maggiore capacità di “auto-cura” (self-care).

Sarà proprio StomyCraft al centro del pomeriggio di gioco e inclusione, rivolto a grandi e piccoli, promosso per l’8 novembre dalla FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati) al Salone Margherita di Roma. Durante l’evento, infatti, su due turni successivi (ore 14.30 e ore 16.30), sarà possibile costruire con mattoncini LEGO® e DUPLO® la Lupa capitolina, oltre a partecipare alla “corsa dei cavalli” all’interno del mondo di StomyCraft e scoprire come il gioco possa diventare uno strumento educativo e di solidarietà. (S.B.)

L’iniziativa sarà gratuita e aperta a tutti, con prenotazione obbligatoria tramite questo link. Per ulteriori informazioni: anitafiaschetti@gmail.com (Anita Fiaschetti).

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Comunicazione su malattie e tumori rari: ancora pochi giorni per partecipare al 12° Premio OMaR

Si potranno inviare fino al 10 novembre le candidature al dodicesimo Premio OMaR per la comunicazione sulle malattie e i tumori rari, partecipando alle tre categorie previste (“Premio Giornalistico” per contenuti stampa, web, audio e video e “Premi per la Migliore Campagna di Comunicazione”, riservati a professionisti e non professionisti). La cerimonia conclusiva si terrà a Roma nel febbraio del prossimo anno, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2026

Ci sono ancora un po’ di giorni – ed esattamente fino al 10 novembre, tramite il form online dedicato – per inviare le candidature al dodicesimo Premio OMaR per la comunicazione sulle malattie e i tumori rari, che oltre a riconoscere l’eccellenza nella comunicazione in questo àmbito, rappresenta ormai da anni un’importante occasione di confronto tra giornalisti, comunicatori, ricercatori, società scientifiche, associazioni di pazienti, aziende e istituzioni.

Il regolamento del concorso, va ricordato, prevede tre categorie per concorrere, tutte rivolte a valorizzare chi si sia distinto per un’informazione corretta e una comunicazione capace di sensibilizzare il pubblico sul tema delle patologie e dei tumori rari. Si tratta del Premio Giornalistico, per contenuti stampa, web, audio e video, e dei due Premi per la Migliore Campagna di Comunicazione, riservati rispettivamente a professionisti e non professionisti.
I lavori ammessi alla selezione devono essere stati pubblicati tra il 1° marzo 2024 e il 28 febbraio 2025 e ai vincitori di ciascuna categoria sarà assegnato un corrispettivo del valore di 2.500 euro.
La cerimonia di premiazione si terrà a Roma nel mese di febbraio del prossimo anno, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2026, alla presenza degli organizzatori, dei partner, dei giurati, e dei rappresentanti delle istituzioni, del mondo clinico, dei media e delle associazioni di pazienti.

A collaborare con l’OMaR (Osservatorio Malattie Rare) nell’organizzazione dell’iniziativa sono il CnAMC (Coordinamento Nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici e Rari di Cittadinanzattiva), la Fondazione Telethon, Orphanet Italia e la SIMeN (Società Italiana di Medicina Narrativa) e tra i partner vi sono Ability Channel, la FERPI (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) e il Festival Cinematografico Uno Sguardo Raro. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@osservatoriomalattierare.it.

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A Rovigo il Campionato Italiano Assoluto di calciobalilla paralimpico

Si terrà dal 7 al 9 novembre a Rovigo il Campionato Italiano Assoluto di calciobalilla paralimpico, organizzato da Mediterranea Eventi, sotto l’egida della FPICB, la Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla che per l’occasione consegnerà anche i riconoscimenti degli “Omini d’Oro” Un match di “doppio” di calcio balilla paralimpico

Si terrà dal 7 al 9 novembre a Rovigo, negli spazi del CenSer di Viale Porta Adige, il Campionato Italiano Assoluto di calciobalilla paralimpico, organizzato da Mediterranea Eventi, sotto l’egida della FPICB (Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla) e con il contributo del Comune di Rovigo.
Si misureranno dunque nella città veneta le categorie divise per classificazione funzionale TS1, TS2 e TS3, mentre il Campionato di “Doppio” si giocherà con classificazioni miste, come da regolamento federale.
Durante la tre giorni, inoltre, la FPICB assegnerà gli Omini d’Oro, riconoscimento per quelle figure distintesi durante l’anno non solo per meriti agonistici, ma anche per l’impegno dedicato alla disciplina e all’organizzazione degli eventi, senza dimenticare gesti o azioni che meglio hanno incarnato i valori di questo sport. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fpicb.it.

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Una proposta programmatica sulla disabilità rivolta a chi governerà la Regione Campania

Si chiama “Il Progetto di Vita: l’agenda strategica per le persone con disabilità in Regione Campania”, il manifesto elaborato dalla FISH Campania, in vista delle prossime elezioni nella propria Regione, documento ripartito in cinque punti (Autodeterminazione e De-istituzionalizzazione; Salute; Inclusione lavorativa e Qualità della Vita; Coerenza della progettazione; Sostenibilità finanziaria), per una serie di impegni definiti come «tassativi e attuabili» da parte della Federazione Una bella foto di gruppo per la Federazione FISH Campania

«La nostra Federazione, cui aderiscono 25 Associazioni di persone con disabilità e di familiari, in vista delle prossime elezioni regionali, chiede a tutti i candidati un concreto impegno per il rispetto dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie, impegno che deve tradursi innanzitutto nella piena e immediata attuazione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, del Decreto Legislativo 62/24 (Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato), attuativo della precedente e della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, Legge 18/09 dello Stato Italiano»: si apre così il Manifesto elaborato dalla FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in vista delle ormai prossime elezioni della propria Regione, in programma per il 23 e 24 novembre, una proposta programmatica intitolata Il Progetto di Vita: l’agenda strategica per le persone con disabilità in Regione Campania.

«È necessario operare un cambio di paradigma – si legge ancora nel documento -: bisogna passare da una visione che considera la persona unicamente in base a prestazioni e bisogni frammentati, a una che ne abbraccia l’intera esistenza, con l’intento di sostenere la vita indipendente e inclusiva, adottando un approccio olistico e superando la frammentazione dei servizi. Fondamentale è adottare un approccio partecipativo (come previsto dalla Convenzione ONU), dove la persona con disabilità sia protagonista attiva in ogni fase, dalla progettazione alla realizzazione del suo percorso. Per rendere tutto questo realizzabile e attuabile dal prossimo Governo Regionale, proponiamo alcuni impegni programmatici».

Sono esattamente cinque i punti in cui la FISH Campania sintetizza tali impegni, a partire da quello riguardante l’autodeterminazione e la de-istituzionalizzazione, con riferimento diretto all’articolo 19 della Convenzione ONU (Vita indipendente ed inclusione nella società), che viene articolato nelle seguenti azioni: «Sostenere l’autodeterminazione, favorendo la capacità della persona di fare scelte autonome sulla propria vita, in particolare quella di vivere come e con chi desidera. Sostenere i processi di de-istituzionalizzazione, considerando con urgenza le soluzioni per il “Dopo di Noi” non più in una connotazione di emergenza da declinare nelle RSA, ma riflettendo su una nuova stagione che veda per le persone con disabilità il raggiungimento del diritto di vivere la propria età adulta, ove possibile, autonomamente dal proprio nucleo familiare, in un contesto inclusivo e non segregante.
Per quanto poi concerne la salute, la Federazione campana chiede di «potenziare il diritto alla salute e alla riabilitazione, eliminando le liste di attesa definitivamente e sburocratizzando l’accesso ai servizi sanitari e riabilitativi per le persone con disabilità».
Sull’inclusione lavorativa e sulla qualità della vita, quindi, guardando agli articoli 27 e 9 della Convenzione ONU (rispettivamente Lavoro e occupazione e Accessibilità), l’esigenza è quella da una parte «di rafforzare le politiche del lavoro, perché il Progetto di Vita passa attraverso una piena e buona occupazione. È necessario, pertanto, dare continuità all’attuazione di politiche attive per le persone con disabilità (Garanzia INN-Inserimento, Inclusione, Integrazione Lavorativa) e rendere i Centri per l’impiego sempre più a misura per le persone con disabilità». Dall’altra parte, «aumentare la qualità della mobilità, dei trasporti, delle reti comunicative e dell’abitare» e a tal proposito viene ritenuto «fondamentale, per il diritto di cittadinanza, rifinanziare con fondi regionali le norme a partire dalla Legge 13/89 (Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati), nella direzione dell’abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali in edifici privati, che non è finanziata da molti anni dalla Regione Campania».
E ancora, vi è la richiesta di coerenza della progettazione, «da integrare con altri strumenti. In altre parole, il Progetto di Vita deve includere e superare altri strumenti come il PEI (Piano Educativo Individualizzato), ampliando la visione al futuro e a tutte le sfere della vita. È necessario pertanto garantire il coordinamento funzionale tra il tempo scuola, il tempo famiglia, il tempo servizi e il tempo sociale, secondo un’ottica olistica».
E da ultima, ma non certo ultima, la sostenibilità finanziaria: «È imprescindibile garantire la continuità delle risorse dei servizi e dei supporti per un periodo di tempo adeguato a sostenere il percorso di crescita e il raggiungimento degli obiettivi. A tal fine, si propone la costituzione di un fondo unico regionale per la disabilità».

«Chiediamo ai vari candidati – è la conclusione del documento – di assumere questi impegni come tassativi e attuabili, per garantire che i diritti delle persone con disabilità in Campania passino dalla dimensione normativa a quella della realtà quotidiana».

«La disabilità – preme ricordare a Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania – non è un difetto individuale, ma il risultato di un ambiente che crea barriere e non offre supporti adeguati. Anche per questo riteniamo centrale, nella nostra proposta programmatica a chi sarà chiamato a governare la Regione Campania, l’attuazione immediata del Decreto Legislativo 62/24, perché il Progetto di Vita, non servirà solo a “liberare” i caregiver, ma restituirà dignità e autodeterminazione alla persona, creando un contesto finalmente inclusivo. E la dignità non è un favore, ma un diritto». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: fishcampania@gmail.com.

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In Sardegna la più alta incidenza e prevalenza di miastenia gravis

Malattia autoimmune rara e cronica che colpisce le giunzioni neuromuscolari e che si manifesta con una generale debolezza muscolare, la miastenia gravis, secondo recenti studi, ha in Sardegna l’incidenza e la prevalenza più alta al mondo. Anche per questo l’OMaR (Osservatorio Malattie Rare) ha organizzato per il 6 novembre a Cagliari il convegno “Miastenia gravis, la Sardegna al centro”

Malattia autoimmune rara e cronica che colpisce le giunzioni neuromuscolari e che si manifesta con una generale debolezza muscolare, la miastenia gravis non è ereditaria e può insorgere a qualsiasi età, compromettendo in modo significativo l’autonomia di chi ne è affetto. Si tratta di una patologia che in Sardegna, secondo recenti studi, ha l’incidenza e la prevalenza più alta al mondo, «motivo in più – sottolineano dall’OMaR (Osservatorio Malattie Rare), per tenerla al centro dell’attenzione clinica ma anche istituzionale». È stato infatti proprio l’ OMaR, con il patrocinio dell’AIM-Sezione Sardegna (Associazione Italiana Miastenia e Malattie Immunodegenerative Amici del Besta ODV) e con il contributo non condizionante di UCB Pharma, ad organizzare il convegno denominato Miastenia gravis, la Sardegna al centro, in programma per il pomeriggio del 6 novembre a Cagliari (ACP Collection, Viale Regina Margherita, 6, ore 15).

«Sono tante – spiegano ancora dall’OMaR – le questioni strutturali che possono essere affrontate e risolte con l’aiuto dei vari portatori d’interesse: dalla riduzione dei tempi della diagnosi e di certificazione dell’esenzione al miglioramento dei registri, dalla messa a punto di un Piano Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) Regionale che indirizzi i pazienti ai centri di riferimento della nuova Rete Malattie Rare, fino all’attivazione dei PAI (Piani Assistenziali Individualizzati), per dare ad ogni persona ciò di cui ha veramente bisogno, dalle visite ai trattamenti e all’assistenza. Di questi aspetti si parlerà nel corso dell’incontro di Cagliari, grazie alla presenza di rappresentanti dei pazienti, di clinici di diversa specialità e delle istituzioni». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo. Per ulteriori informazioni: info@osservatoriomalattierare.it.

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Verso le nuove azioni da inserire nella Strategia Europea sui Diritti delle Persone con Disabilità

Occcupazione, istituti segreganti, crisi abitativa, il rapporto tra povertà e disabilità, i caregiver, l’attuazione della Convenzione ONU e altro ancora: per la varietà dei temi affrontati è stata particolarmente interessante una recente riunione dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento Europeo, voluta per discutere la prossima fase della Strategia Europea sulla Disabilità, che dovrà essere definita entro la metà del 2026, e vi ha partecipato anche il Forum Europeo suilla Disabilità

Nel corso di una recente riunione dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento Europeo, voluta per discutere la prossima fase della Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità, che dovrà essere definita entro la metà del 2026, nonché la crisi abitativa che colpisce le stesse persone con disabilità, Lucie Davoine, che vi ha partecipato in qualità di responsabile ad interim dell’Unità Disabilità della Commissione Europea, ha presentato i risultati finora ottenuti nell’àmbito della Strategia e ha delineato i prossimi passi da compiere, che dovranno porteranno a nuove azioni e iniziative.
In tal senso, Davoine ha sottolineato che si dovrà tenere conto delle «Raccomandazioni del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità». l’organismo preposto a monitorare l’attuazione della relativa Convenzione ONU, «la relazione del Parlamento Europeo sulla Strategia, adottata dalla Commissione per l’Occupazione e gli Affari Sociali, nonché le conclusioni del Consiglio dell’Unione Europea e la posizione delle organizzazioni della società civile attraverso una consultazione pubblica aperta che verrà avviata a breve».
Davoine ha sottolineato altresì «la necessità di migliorare le statistiche sull’occupazione delle persone con disabilità, rimaste sostanzialmente ferme per un decennio, e di ridurre il numero di persone con disabilità che vivono in istituti segreganti, un numero che purtroppo è aumentato in diversi Stati Membri dell’Unione».

Dopo la relazione di Davoine, vi sono stati gli interventi degli altri presenti alla riunione, a partire dall’eurodeputata polacca Jagna Marczułajtis-Walczak la quale ha segnalato che «gli Stati Membri dell’Unione non stanno attuando in modo adeguato la Convenzione ONU. Ha esortato inoltre la Commissione a ricordare agli Stati i loro obblighi ai sensi dell’articolo 19 della Convenzione stessa (Vita indipendente ed inclusione nella società), chiedendo informazioni sulle statistiche relative alle persone con disabilità che vivono in istituti residenziali.
Sulla Carta Europea della Disabilità (European Disability Card) si è soffermata poi l’eurodeputata tedesca Katrin Langensiepen, affermando che essa «dovrebbe essere come una patente di guida, utilizzabile ovunque». Ha poi aggiunto che «sono ancora troppo poche le persone a conoscere la Carta. Mentre gli Stati Membri non hanno predisposto piani specifici per promuoverla».
Ha concluso sottolineando la necessità che i fondi dell’Unione siano trasparenti e disponibili per l’attuazione della Convenzione ONU.
È intervenuta quindi l’eurodeputata del nostro Paese Chiara Gemma, che sempre sulla Carta Europea, ha affermato come essa «non funzioni perché i servizi non vengono messi in pratica». Per questo ha rilevato la necessità di «un quadro normativo più concreto». Ha quindi concluso riocrdando la situazione delle famiglie e dei caregiver informali delle persone con disabilità.
Di temi importanti quali la povertà e gli alloggi ha parlato l’eurodeputato irlandese Aodhán Ó Ríordáin, avvertendo che una “semplificazione” delle norme esistenti potrebbe portare a indebolire diritti conquistati a fatica. Ha chiesto poi alla Commissione Europea di affrontare l’impatto della crisi abitativa sull’occupazione, sottolineando l’aumento del rischio di senzatetto e dipendenza tra i gruppi vulnerabili, comprese le persone con disabilità.

Sono arrivate a questo punto le risposte di Davoine sui vari temi sollevati, innanzitutto evidenziando un progetto pilota di Eurostat, volto a raccogliere dati sulle famiglie. Nel frattempo, agenzie dell’Unione, come Eurofound, stanno studiando la situazione delle persone con disabilità che vivono in istituti.
Per quanto riguarda la Carta Europea della Disabilità, mentre il recepimento è in corso a livello nazionale, la Commissione si sta concentrando sullo sviluppo degli aspetti tecnici della Carta stessa. La normativa impone inoltre alla Commissione stessa di creare un sito web dedicato per sensibilizzare l’opinione pubblica, supportato da campagne di comunicazione.
E ancora, Davoine ha riconosciuto lo stretto rapporto tra povertà e disabilità e intende collaborare con la task force per l’edilizia abitativa, allestita dalla Commissione, per affrontare la situazione specifica delle persone con disabilità in riferimento all’accessibilità e al costo degli alloggi.

Su tale tema specifico è intervenuto l’eurodeputato spagnolo Borja Giménez Larraz, relatore della Commissione Speciale sulla crisi abitativa, che nel presentare lo stato attuale della relazione in fase di elaborazione su tale problema, ha sottolineato che «la crisi abitativa e la mancanza di alloggi accessibili e a prezzi accessibili rappresentano un problema strutturale da affrontare nel prossimo Piano d’Azione per l’edilizia abitativa a prezzi accessibili della Commissione». «Vi è per altro – ha aggiunto – una diffusa mancanza di consapevolezza sulle norme riguardanti l’accessibilità».
Nel ricordare quindi che «molte persone con disabilità e anziane sono costrette a vivere in istituti», ha affermato che «gli investimenti dell’Unione Europea devono rispettare gli standard di accessibilità per queste fasce di cittadini, con risorse quali quelle derivanti dal Fondo Sociale Europeo e dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, «che dovrebbero essere utilizzati per migliorare l’edilizia abitativa, l’assistenza e i servizi basati sulla comunità, aumentando, in sostanza, l’offerta stessa di alloggi».

Successivamente Davoine ha concluso il proprio intervento tornando sulla questione del riconoscimento dei caregiver informali, ricordando una recente Sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha esteso il divieto di discriminazione al genitore o caregiver di una persona con disabilità (se ne legga già anche sulle nostre pagine). Ha inoltre affermato che il problema dovrebbe essere senz’altro affrontato in coordinamento con la Strategia per la Parità di Genere, poiché sono in maggioranza le donne ad assumersi responsabilità di assistenza.

Presente alla riunione in rappresentanza dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, il vicepresidente di tale organismo, Pat Clarke, oltre a congratularsi con gli Eurodeputati per l’adozione della bozza di relazione sulla prossima fase della Strategia sulla Disabilità, che riflette le richieste del movimento per la disabilità, ha sottolineato che «il prossimo Bilancio dell’Unione Europea dovrebbe includere la Convenzione ONU e vietare il finanziamento di istituti segreganti come principio orizzontale. Dovrebbe essere inoltre reintrodotta la destinazione del 25% dei Fondi Sociali all’inclusione sociale».
Per quanto riguarda infine la crisi abitativa, secondo Clarke, «l’accessibilità dev’essere una precondizione per i nuovi edifici e le ristrutturazioni, comprese quelle legate alla sostenibilità e si dovrebbero anche prendere in considerazione misure legislative, quali modifiche alle norme sugli aiuti di Stato, per migliorare l’accessibilità economica degli adattamenti abitativi». (Stefano Borgato)

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Le competizioni artistiche inclusive del progetto “Pythika”

Si chiama “Pythika”, ovvero “Competizioni Artistiche Inclusive”, si ispira ai Giochi Pitici dell’antica Grecia ed è una competizione artistica nazionale (recitazione, danza e canto/musica), aperta a persone con disabilità, ma anche senza disabilità, se i partecipanti si presenteranno in squadre. A promuovere il progetto, a iscrizione gratuita fino al 10 dicembre e con il patrocinio della Ministra per le Disabilità, è l’Accademia romana L’Arte nel Cuore, che tante persone con disabilità ha coinvolto dal 2005

Si chiama Pythika, ovvero Competizioni Artistiche Inclusive, si ispira ai Giochi Pitici, antiche competizioni artistiche che si tenevano ogni quattro anni a Delfi, nell’antica Grecia, in onore del dio Apollo, ed è la prima competizione artistica nazionale nelle discipline della recitazione, della danza e del canto/musica, aperta a persone con e senza disabilità, con il duplice obiettivo di promuovere la normalizzazione della condizione di disabilità e di trovare occasioni di reale inserimento lavorativo nella filiera dello spettacolo per le stesse persone con disabilità. «Un’iniziativa di inclusione sociale e culturale che unisce talento, passione e opportunità concrete nel mondo dello spettacolo», così come viene presentata.
A promuovere l’interessante progetto è l’Accademia L’Arte nel Cuore, la nota iniziativa di formazione artistica lanciata a Roma nel 2005 da Daniela Alleruzzo, di cui ci siamo tante volte occupati anche sulle nostre pagine e che tante persone con disabilità ha coinvolto nel corso di questi vent’anni.

A partecipazione completamente gratuita e realizzato con il patrocinio della Ministra per le Disabilità, Pythika è stato presentato nel settembre scorso presso la Presidenza del Consiglio, con la partecipazione della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, delle ideatrici Daniela Alleruzzo, Claudia Barcellona e Susi Zanon, di alcuni membri della Commissione Pythika (Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa Film, Maurizio Fabrizio, compositore; Enzo Campagnoli, direttore d’orchestra), oltreché dell’attore Samuele Carrino, ambasciatore Pythika per i giovani, e altri sponsor e sostenitori.
Le iscrizioni tramite il sito dedicato – gratuite, come detto – sono aperte fino al 10 dicembre. Successivamente, dopo una fase di selezioni regionali online, i semifinalisti, e poi i finalisti, si sfideranno in presenza a Roma, presso l’Auditorium Parco della Musica, il 10 e 11 aprile 2026.
Le varie performance saranno valutate da giurie composte da esperti di settore di fama nazionale, critici, giornalisti e professionisti dello spettacolo. Nella fase finale è prevista inoltre una Giuria Giovani, formata da studenti per ogni scuola media e superiore della Regione ospitante, che voterà alle finali tramite televoto. Denominati “Ambasciatori per l’uguaglianza”, quegli studenti avranno il compito di riportare l’esperienza nelle scuole anche come azione di contrasto al bullismo.

«Ribaltare la narrazione dominante sulla disabilità – spiegano i promotori, in riferimento all’obiettivo dell’iniziativa -, non per suscitare applausi facili o indulgere in retoriche compassionevoli, ma per portare in scena il talento nella sua essenza più autentica, dove l’abilità e il merito si affermano al di là di qualsiasi etichetta. E la disabilità non presentata come una condizione da assistere, ma come una realtà che, riconosciuta e valorizzata, deve tradursi in autonomia, lavoro, dignità e contributo attivo alla società».
Gli artisti potranno partecipare singolarmente o in squadre, e in quest’ultimo caso un terzo dei componenti potrà essere senza disabilità, in un’ottica di integrazione sostanziale da sempre perseguita dall’Arte nel Cuore.
La manifestazione, infine, sarà arricchita anche da eventi collaterali, il più rilevante dei quali sarà Special Pythika, sezione che vedrà le esibizioni – senza competizione, ma in uno spirito di scambio di esperienze – da parte di vari artisti con disabilità che riceveranno dalla ministra Locatelli un riconoscimento di partecipazione durante la serata finale, prima della premiazione del vincitore. (S.B.)

A questo link è disponibile il regolamento di Pythika. Per ogni ulteriore informazione: pythika@gmail.com (Sofia Nanni).

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Tre Sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea riguardanti anche le persone con disabilità

Nelle scorse settimane la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha prodotto alcune importanti Sentenze in àmbito di diritti, riguardanti anche le persone con disabilità o i loro familiari e caregiver e centrate rispettivamente sul “periodo di comporto” dei lavoratori con disabilità, sulla “discriminazione per associazione” estesa a genitori o caregiver e sulle cure mediche in altri Stati Membri dell’Unione Europea

Nelle scorse settimane la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha prodotto alcune importanti Sentenze in àmbito di diritti, riguardanti anche le persone con disabilità o i loro familiari e caregiver, con la prima delle quali (Causa C-5/24 dell’11 settembre) ha stabilito che una norma nazionale (come il “periodo di comporto” di 180 giorni) che porta al licenziamento per malattia non costituisce, di per sé, una discriminazione indiretta se applicata a un lavoratore con disabilità. E tuttavia, il licenziamento è legittimo solo se non è sproporzionato rispetto all’obiettivo legittimo del datore di lavoro e a condizione che siano stati precedentemente adottati “accomodamenti ragionevoli” per evitare il recesso. Spetta al giudice nazionale verificarne la congruità.

La seconda Sentenza (Causa C-38/24, anch’essa prodotta l’11 settembre) ha riconosciuto che il divieto di discriminazione si estende al genitore o caregiver di una persona con disabilità (discriminazione per associazione). In tal senso, il datore di lavoro ha l’obbligo di adottare “accomodamenti ragionevoli”, come ad esempio la flessibilità oraria, anche per il caregiver che lavora, a meno che non comportino un onere sproporzionato.

Infine, la Sentenza C-489/23del 4 settembre, facendo riferimento alla giurisprudenza più recente e in linea con la Direttiva 2011/24/UE, concernente l’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera, ha rafforzato il diritto dei cittadini e delle cittadine dell’Unione Europea, incluse le persone con disabilità, a ricevere cure mediche in un altro Stato Membro e di ottenere il rimborso dei costi, a patto che le cure richieste rientrino tra quelle coperte nello Stato di affiliazione. (R.A.)

Per ulteriori approfondimenti sulle Sentenze citate, fare riferimento al Centro Studi Giuridici HandyLex rispettivamente a questo, questo e questo link.

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Ripristino dell’assegno di cura per le famiglie con la SLA della Basilicata

L’Associazione AISLA aveva annunciato per il 7 novembre a Potenza una manifestazione di protesta delle famiglie per il mancato ripristino del Fondo Regionale SLA (sclerosi laterale amiotrofica), per gli assegni di cura ancora bloccati e ridotti a 500 euro e per le cure domiciliari senza prospettive di rafforzamento. Quella manifestazione, però, è stata revocata, dopo l’esito positivo di un incontro d’urgenza convocato dall’Assessore alla Sanità della Regione Basilicata Ezio, persona con la SLA dell’AISLA Basilicata

«Con questa decisione, la Regione Basilicata dimostra di saper ascoltare e farsi carico dei bisogni dei più fragili. Il ripristino dell’assegno di cura restituisce infatti respiro concreto alle famiglie e apre la strada a un percorso di sostegno stabile e duraturo»: così l’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) commenta l’esito dell’incontro d’urgenza convocato da Cosimo Latronico, assessore alla Sanità della Regione Basilicata, dopoché la stessa AISLA aveva annunciato per il 7 novembre a Potenza, di fronte al palazzo della Regione, una manifestazione di protesta delle famiglie per il mancato ripristino del Fondo Regionale SLA, per gli assegni di cura ancora bloccati e ridotti a 500 euro e per le cure domiciliari senza prospettive di rafforzamento. «Da mesi – avevano sottolineato dall’Associazione – più di 50 famiglie lucane vivono in un limbo di silenzio e incertezza, con promesse di dialogo e attenzione che non si sono mai concretizzate».

Dopo l’incontro in Regione, dunque, quella manifestazione è stata revocata, poiché, come viene riferito, «durante il confronto è stata condivisa la comune priorità di garantire, fin da subito, la continuità del sostegno economico alle persone affette da SLA secondo i vecchi parametri, grazie all’integrazione di risorse regionali al Fondo Nazionale, per assicurare alle famiglie l’assegno di cura. Dal canto loro, gli uffici regionali procederanno contestualmente con le verifiche tecniche necessarie per individuare, in tempi brevi, risorse e strumenti che possano, in modo strutturale e in continuità, garantire la misura».

All’incontro, insieme all’assessore Latronico, hanno partecipato Domenico Tripaldi, direttore generale per la Salute e le Politiche della Persona, e Antonio Corona, dirigente dell’Ufficio Sistemi di Welfare. Per l’AISLA erano presenti Pina Esposito, segretario Nazionale, e Mimmo Santomauro, referente dell’AISLA Basilicata.
«Continueremo naturalmente a seguire con attenzione – concludono dall’Associazione – l’attuazione del provvedimento e il tavolo di confronto avviato con la Regione». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@aisla.it (Elisa Longo).

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La qualità dell’inclusione scolastica come una barca alla deriva in mezzo al mare

«Assistiamo – scrive Salvatore Nocera – ad un lento declino della qualità dell’inclusione scolastica, tra buone norme paralizzate dalla mancata attuazione dei provvedimenti applicativi e carenza di formazione dei docenti. E dire che quest’anno celebriamo 50 anni del cosiddetto “Documento Falcucci”, che fornì i princìpi fondamentali dell’integrazione scolastica. Celebrare quel Documento con la proroga dei “corsetti” di specializzazione sul sostegno gestiti dall’INDIRE è come oltraggiarne la memoria» René Magritte, “Golconda”, 1953

Negli ultimi giorni di ottobre, mentre l’opinione pubblica era totalmente presa, prima dalle ultime battute sull’approvazione definitiva dell’assai controversa Proposta di Legge sulla separazione delle carriere dei magistrati, poi sull’incontro tra Trump e il Presidente cinese, e infine dal parere negativo della Corte dei Conti sulla costruzione del fantomatico “ponte sullo Stretto”, in totale silenzio, tre “manine senatoriali” hanno inserito con tecnica legislativa degna dei migliori illusionisti, un “emendamentino” alla norma in discussione sulla riforma degli esami di maturità ed il corretto avvio dell’anno scolastico.
Tale emendamento proroga, anche per il prossimo anno, i “corsetti” di specializzazione sul sostegno agli studenti con disabilità, assegnati lo scorso anno, eccezionalmente per la prima volta nella storia della specializzazione in Italia, all’INDIRE (Istituto Nazionale per la Documentazione, l’Innovazione e la Ricerca Educativa), dagli articoli 6 e 7 del Decreto Legge 71/24, convertito nella Legge 106/24; quegli articoli avevano previsto percorsi formativi di 30 CFU (Crediti Formativi Universitari), dimezzati rispetto a quelli ordinari gestiti da sempre dalle Università con ben 60 CFU, corrispondenti a circa 1.500 ore di lezioni, tirocinio e laboratori, da svolgersi tutti in presenza, mentre i citati “corsetti” INDIRE si stanno svolgendo a distanza (e talora anche in modalità asincrona), con la frequenza in contemporanea online di oltre 2.300 docenti.
Tali corsi “speciali” sono aperti ai docenti che abbiano svolto negli ultimi 5 anni (anch’essi prorogati a 8 dal suddetto “emendamentino”) per almeno 3 anni attività di sostegno senza specializzazione, nonché ai docenti che abbiano acquisito all’estero un diploma di specializzazione, risultati non validati in Italia dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, per i quali i titolari hanno in piedi ricorsi per ottenerne la convalida. La motivazione di tutto ciò, fornita lo scorso anno, era stata che occorreva colmare il vuoto di docenti di sostegno specializzati.

A quel punto la SIPeS (Società Italiana di Pedagogia Speciale) aveva levato gli scudi contro quelle norma eccezionale e svilente la cultura, così come le Associazioni di persone con disabilità e delle loro famiglie erano state inizialmente del tutto contrarie; a seguito però di una durissima contrattazione da parte della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), si era riusciti ad ottenere una sorta di “riduzione del danno”, con l’aumento di altri dieci Credito Formativi Universitari, e l’impegno del Governo a non ripetere mai più negli anni successivi tale paurosa riduzione della formazione dei docenti che debbono curare, insieme ai colleghi disciplinari, l’inclusione scolastica.
Quale è stata quindi la meraviglia nel vedere comparire questa “normetta”, nascosta tra le pieghe di altre diversissime norme e, per giunta, ancora una volta in una Proposta di Legge di conversione di un Decreto-Legge, ossia di un provvedimento che dovrebbe riguardare solo “casi straordinari di necessità ed urgenza” e che invece si ripeteva dopo l’improvvisa decretazione d’urgenza del 2024.

Di fronte a quell’imprevista operazione, culturalmente al ribasso, simile a quella della “rottamazione delle cartelle esattoriali”, con cui debitori del fisco, se rinunciano al loro contenzioso in corso, ottengono di pagare una somma ben inferiore a quella che avrebbero dovuto, se accertata pienamente al termine delle cause, si è fatta registrare una reazione dell’opinione pubblica. Molti docenti specializzati con i corsi ordinari, genitori, docenti universitari ed esperti hanno costituito due comitati, il primo denominato Collettivo dei Docenti di Sostegno Specializzati (CDSS), l’altro Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale (MUISS), che hanno fatto sentire la propria voce, inviando anche ai Parlamentari proteste e richieste di ritiro di quello spurio emendamento.
Dal canto loro, le Associazioni aderenti alla FISH hanno inviato ai Parlamentari, tramite la Federazione stessa, ben tre richieste di ritiro, due al Senato – quando la Legge era in esame in sede referente, l’altra quando è arrivata in Aula – la terza alla Camera, con la richiesta almeno dell’aumento di altri 10 Crediti Formativi Universitari; ma tutto è stato inutile.
E così, il 28 ottobre la Legge, è stata approvata con l’“intruso” emendamento, mentre davanti alla Camera tre giovani professoresse del CDSS, specializzate con i corsi ordinari, si rendevano protagoniste di un presidio vestite di nero con delle maschere bianche e con un altoparlante che scandiva slogan e diffondeva brani musicali, per la curiosità e l’interesse dei passanti [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.].

Ora, questi “corsetti”, come torno a definirli, ripetutisi quest’anno, verranno sicuramente prorogati anche negli anni successivi, dal momento che il “vuoto” di docenti di sostegno specializzati continuerà a permanere per moltissimi anni. Infatti, per il prossimo anno, ad esempio, il Ministero ha bandito un concorso per circa 8.000 posti di sostegno. Il guaio è, però, che ormai da molti anni annualmente transitano da posto di sostegno a cattedra disciplinare circa 10.000 docenti di sostegno di ruolo e quindi, già quest’anno, si creerà un ulteriore “vuoto” di 2.000 docenti specializzati, senza contare quanti andranno in pensione.
Anziché quei “corsetti”, da più parti, e pure dalla FISH, si chiede l’istituzione, presso le Facoltà di Scienze della Formazione, di scuole di specializzazione post-lauream, come avviene ad esempio in Medicina, dotate delle debite risorse finanziarie; esse dovrebbero organizzare corsi di specializzazione, ciascuna per non troppi docenti, in modo da poterne seguire seriamente la formazione e sulla base delle necessità delle scuole individuate dal Ministero. Attualmente, invece, si assiste all’assurdità che in alcune Regioni, specie del Nord Italia, mancano docenti specializzati, mentre in altre, come al Sud, c’è una sovrabbondanza di docenti specializzati, destinati segnatamente alla disoccupazione.
Occorrerebbe inoltre potenziare la formazione iniziale e in servizio dei docenti disciplinari, dal momento che è principio fondamentale dell’inclusione scolastica che essa si realizza da parte dei docenti disciplinari “sostenuti” dai colleghi specializzati.
E infine, da più parti si chiede di portare a 120 i Credito Formativi Universitari e quindi a due anni la specializzazione per il sostegno, attualmente di soli 60 Crediti, dal momento che essa dal 1986 è divenuta “polivalente”, cioè in grado di affrontare i bisogni educativi nascenti dalle diverse condizioni degli alunni con disabilità. L’assurdo è che quando i corsi di specializzazione erano “monovalenti”, ad esempio per alunni ciechi, sordi o con disabilità intellettive, essi duravano ben due anni. Adesso, con i “corsetti INDIRE”, essi sarebbero durati inizialmente addirittura pochi mesi con 30 CFU, portati a 40, come detto, grazie all’intervento non risolutivo della FISH.

In questa disastrosa situazione, dunque, non ci resta che sperare nell’attenta analisi che della Legge appena approvata faranno gli Uffici della Presidenza della Repubblica, così come, ad esempio, è stata effettuata dal Capo dello Stato prima della promulgazione, con la Legge sull’istituzione, della festività nazionale del 4 ottobre, ricorrenza della festa di San Francesco d’Assisi.
E in ogni caso stiamo assistendo nel nuovo millennio ad un lento declino della qualità dell’inclusione scolastica, documentato dall’emanazione di buone norme inclusive paralizzate dalla mancata attuazione dei provvedimenti amministrativi applicativi e dalla carenza di formazione dei docenti, oltreché alla quasi scomparsa di ispettori ministeriali seriamente formati sugli aspetti normativi e didattici dell’inclusione scolastica, come avveniva negli ultimi decenni del secolo scorso. E dire che quest’anno celebriamo i cinquant’anni dall’emanazione del cosiddetto “Documento Falcucci” del 1975, che diede i princìpi fondamentali e una seria normativa iniziale sull’integrazione scolastica. Ebbene, celebrare quella ricorrenza con la proroga dei “corsetti” è veramente un oltraggio alla memoria di quella illuminata Ministra.
Ernest Hemingway ha intitolato un suo famoso romanzo Per chi suona la campana. Dal 28 ottobre scorso possiamo dire che la campana suona per la morte della qualità dell’inclusione scolastica.

*Il presente contributo è già apparso in «La Tecnica della Scuola», con il titolo “Proroga dei “corsetti” per la specializzazione sul sostegno: per chi suona la campana?” e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore e con altro titolo, per gentile concessione.

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“Noi e Matisse” a Pordenone, nuova mostra dei mosaicisti dell’Officina dell’Arte

“Mosaicamente 19”, nuova mostra realizzata presso l’Officina dell’Arte, il centro lavorativo regionale per persone adulte con autismo della Fondazione Bambini e Autismo di Pordenone, sarà dedicata al tema “Noi e Matisse”. L’inaugurazione è previusta per il 7 novembre a Palazzo Mantica di Pordenone e l’esposizione potrà poi essere visitata, a ingresso libero, fino al 21 dicembre

Verrà inaugurata il 7 novembre a Palazzo Mantica di Pordenone (Corso Vittorio Emanuele, ore 18.30), la nuova mostra realizzata presso l’Officina dell’Arte, il centro lavorativo regionale per persone adulte con autismo della Fondazione Bambini e Autismo, che ha prodotto in questi anni numerose iniziative analoghe, denominate Mosaicamente, seguite regolarmente anche sulle nostre pagine.

Mosaicamente 19 sarà dunque sul tema Noi e Matisse, si potrà visitare fino al 21 dicembre a ingresso libero e comprenderà sia opere riconducibili direttamente a dipinti di Henri Matisse, sia opere originali realizzate dalle persone che frequentano l’Officina dell’Arte, partendo da alcuni temi ricorrenti nell’arte dello stesso Matisse.
All’inaugurazione del 7 novembre interverrà Alessandro Del Puppo, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Udine. (S.B.)

L’esposizione di Pordenone sarà visitabile di venerdì (ore 17-19.30), di sabato e domenica (ore 10.30-12.30 e 17-19.30). Per ulteriori informazioni: relazioniesterne@bambinieautismo.org.

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Pieno successo, a Potenza, per l’“Università della Vita Indipendente”

Il progetto dell’Associazione AIPD “Università della Vita Indipendente” ha accompagnato a Potenza 28 persone con disabilità (sindrome di Down e disturbi dello spettro autistico) verso la conquista dell’autonomia e la definizione del proprio futuro, consentnedo loro di acquisire competenze pratiche e relazionali e mettendone alla prova la capacità di autodeterminazione e gestione quotidiana Persone coinvolte nel progetto “Università della Vita Indipendente”, promosso dall’AIPD a Potenza

«L’autonomia non è un privilegio e non è un lusso, non è solo per qualcuno ma è per tutti: in una parola, è un diritto. È partendo da questo principio che abbiamo realizzato a Potenza questo nostro progetto»: lo dicono dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), a proposito del proprio progetto denominato Università della Vita Indipendente, percorso che ha accompagnato 28 persone con disabilità (sindrome di Down e disturbi dello spettro autistico) verso la conquista dell’autonomia e la definizione del proprio futuro, attraverso un cohousing sociale, all’interno di un appartamento appositamente preso in locazione, ove con il supporto costante degli operatori e delle Associazioni partecipanti, le persone hanno potuto acquisire competenze pratiche e relazionali, mettendo alla prova la propria capacità di autodeterminazione e gestione quotidiana.

«La riforma in corso della disabilità – spiega Carmela De Vivo, presidente della FISH Basilicata (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) – ci chiede un cambio di sguardo e di cultura. Le persone con disabilità, infatti, non sono più destinatari passivi di servizi, ma protagonisti della propria vita, con il passaggio al modello dei diritti umani, l’introduzione del progetto personalizzato e partecipato e il coordinamento tra istituzioni che segnano una trasformazione profonda. Ora la sfida è fare in modo che questi princìpi diventino concreti e stabili».
L’ Università della Vita Indipendente ha accompagnato dunque i partecipanti attraverso esperienze di vita reale, dalla gestione della casa alle autonomie quotidiane, in situazione di convivenza e relazioni sociali. «Chi era ai primi passi verso l’autonomia – racconta Arianna Ricciardella, operatrice dell’AIPD di Potenza – ha imparato le basi della Vita Indipendente, mentre chi era già avanti ha consolidato competenze per il co-housing».
«Abbiamo accompagnato le persone con disabilità in un percorso di crescita costruito sui loro bisogni e potenzialità – afferma dal canto suo Cesina Russo, presidente dell’ALA (Associazione Lucana Autismo) -, fornendo strumenti concreti per vivere in modo indipendente, esercitare pienamente i propri diritti e partecipare alla comunità con dignità e responsabilità».
«Uscire dalla bolla – spiega quindi Federica Labella, educatrice socio pedagogica – significa superare stereotipi, limiti e barriere che ancora oggi circondano le persone con disabilità. Le nuove norme di questi ultimi anni ci chiamano a costruire comunità inclusive, dove ciascuno possa scegliere e vivere il proprio progetto di vita. Non è un atto di gentilezza: è giustizia, è democrazia. Il nostro impegno è vigilare, accompagnare e costruire, perché nessuno resti ai margini e ogni persona abbia la possibilità di vivere pienamente i propri diritti e le proprie aspirazioni».
E ancora, Rosa Padula, psicologa clinica e operatrice dell’ALA, ricorda che «con questo progetto abbiamo dimostrato che, quando vengono costruiti contesti strutturati e inclusivi, le persone con disabilità possono sviluppare reali competenze per una vita adulta autonoma. I partecipanti, infatti, hanno imparato a gestire la casa, prendersi cura di sé, relazionarsi con gli altri e affrontare la quotidianità con maggiore consapevolezza e responsabilità». «Questa esperienza – aggiunge – conferma che l’autonomia è un percorso graduale, che richiede tempo, continuità e sostegno professionale. Per questo è fondamentale dare stabilità a progetti come questo, perché offrono opportunità concrete di crescita e permettono di superare definitivamente i luoghi comuni sulle persone con disabilità. Ringraziamo dunque l’AIPD Potenza, le Associazioni partner, la Regione Basilicata e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per avere creduto in un percorso che mette al centro la dignità, le capacità e il futuro delle persone».
«Non si tratta solo di acquisire abilità pratiche – sottolinea infine lo psicologo Giovanni Magoni -: ogni competenza, infatti, deve avere una ricaduta concreta nella vita quotidiana e favorire indipendenza, relazioni significative e autodeterminazione. Il progetto di vita non si rimanda: si costruisce giorno dopo giorno».

Le conclusioni sono affidate a Gianfranco Salbini, presidente nazionale dell’AIPD e capofila del progetto. «La metodologia AIPD – ricorda – nasce nel 1989 con i primi corsi per l’autonomia. Oggi, grazie alla rete territoriale con l’ALA, la FISH Basilicata, l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di Persone con Autismo), l’AGESCI e il CAI, rafforziamo un modello di autonomia concreta, reale e possibile».
Tenendo poi conto del sostegno per il progetto avuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Regione Basilicata, che ne hanno riconosciuto il valore innovativo, Salbini chiede con forza «che questi percorsi diventino strutturali e permanenti, poiché l’autonomia non è un esperimento a tempo, ma è un diritto, un percorso di vita e una condizione essenziale per vivere pienamente la cittadinanza».
Con strumenti adeguati, sostegno professionale e contesti inclusivi, dunque, un progetto come Università della Vita Indipendente dimostra realmente che le persone con disabilità possono vivere da adulti autonomi, superare barriere e pregiudizi e costruire la propria vita con consapevolezza e libertà di scelta. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampaaipd@gmail.com; info@aipdpotenza.it.

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La decima edizione del Festival “Uno Sguardo Raro”

Per celebrare la propria decima edizione, il Festival “Uno Sguardo Raro”, la manifestazione internazionale cinematografica dedicata alle malattie rare, alla disabilità e all’inclusione sociale, ha promosso per il 6 novembre a Roma una conferenza stampa durante la quale, oltre alla presentazione della nuova edizione dell’evento, vi sarà anche, tra l’altro, la consegna di un premio speciale alla nota regista Cinzia TH Torrini, già presidente di giuria nelle prime edizioni del Festival

Per celebrare la propria decima edizione, il Festival Uno Sguardo Raro, l’ormai classica manifestazione internazionale cinematografica dedicata alle malattie rare, alla disabilità e all’inclusione sociale, ha promosso per il pomeriggio del 6 novembre a Roma (Fondazione Roma Lazio Film Commission, Via Parigi, 11, ore 17) una conferenza stampa ricca di anteprime, ospiti e nuove visioni, ma innanzitutto occasione per presentare appunto la nuova edizione del Festival, partendo dalla proiezione del trailer del cortometraggio fuori concorso Una vita vera, prodotto da AOP Health, major sponsor dell’edizione 2025. Il tutto alla presenza del cast del cortometraggio stesso e del regista Massimiliano Franciosa.
Seguiranno gli interventi di Claudia Crisafio, direttrice artistica di Uno Sguardo Raro, Leonardo Radicchi di AOP Health Italia e Antonella Barone, presidente dell’AIPAMM (Associazione Italiana Pazienti con Malattie Mieloproliferative).
Quindi è prevista la consegna del Premio Speciale Uno Sguardo Raro 2025 alla nota regista Cinzia TH Torrini, già presidente di giuria nelle prime edizioni del Festival, che riceverà questo riconoscimento «per il suo impegno nel narrare storie che valorizzano la diversità e rendono visibili gli invisibili, perché da loro si può imparare molto». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: unosguardoraro.stampa@gmail.com.

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María Blanchard, il cubismo, la disabilità e l’impegno sociale

Per uno dei tanti “dispetti” della Storia, che accantona qualcuno per far emergere altri, María Blanchard, la prima pittrice spagnola ad adottare l’approccio cubista, è stata grande ma ben poco conosciuta. Grande nonostante fosse nata donna in un’epoca “sbagliata” e nonostante la disabilità che la rese bersaglio di umiliazioni. Due bastoni la sorreggevano, quello tangibile e quello “virtuale” dell’arte che era il supporto dell’anima, infelice ma mai arresa. Andiamo a conoscerla con Stefania Delendati María Blanchard (Santander, Spagna, 1881-Parigi, 1932)

Se siete appassionati di storia dell’arte ma non avete mai sentito parlare di María Blanchard, non dovete sentirvi in difetto. Per uno dei tanti “dispetti” della Storia che accantona qualcuno per far emergere altri, questa donna, esponente delle avanguardie artistiche del primo Novecento, la prima artista spagnola ad adottare l’approccio cubista, è grande quanto misconosciuta, sebbene la complessità formale delle sue tele, il loro carattere innovativo e l’impegno sociale che caratterizzò una parte della sua vita siano stati riconosciuti anche da illustri colleghi.

María Gutiérrez-Cueto y Blanchard nacque nel 1881, lo stesso anno di nascita di Picasso; lei venne alla luce all’una di notte del 6 marzo, lui il 25 ottobre. Quella bimba e quel bimbo si sarebbero incontrati da grandi, nei pennelli e nella tavolozza avrebbero trovato la loro strada, ma con fortuna differente. Se Pablo Picasso diventò un’autentica celebrità e tuttora viene osannato, María, pur avendo un talento cristallino superiore a quello di molti altri pittori cubisti della sua generazione, scontò il fatto di essere donna in un contesto culturale che riteneva il genere femminile inferiore, dovette lottare contro gli stereotipi di genere e anche contro i pregiudizi dovuti alla sua disabilità.
Apparteneva a una famiglia colta dell’alta borghesia di Santander, città nel Nord della Spagna, il padre Enrique era un giornalista, uomo di lettere ed esperto d’arte, segretario del Consiglio dei lavori portuali e fondatore del periodico «El Atlántico». Al secondo piano di Via Santa Lucia 14 vivevano anche la madre, Concepción, una donna molto bella dalla prodigiosa memoria che recitava poesie dei classici francesi, un fratello e tre sorelle, Aurelia, Carmen, Fernando e Ana.
L’ambiente illuminato e privilegiato non le risparmiò un’infanzia dolorosa. María era molto piccola di statura e fin da bambina utilizzava un bastone per camminare, conseguenza della malformazione della spina dorsale già presente alla nascita, si pensava causata da una caduta accidentale della madre mentre cercava di salire in carrozza durante la gravidanza. Soltanto a posteriori si comprese che la doppia curvatura della colonna vertebrale era invece una condizione congenita causata da un’anomalia cromosomica; era infatti la medesima disabilità della cugina Mercedes Blanchard y Plasencia. La cifoscoliosi, questo il nome dell’alterazione morfologica di María e della cugina, rende la spina dorsale con la forma di un panno bagnato e poi strizzato con forza, in un senso e poi nell’altro. Soltanto negli ultimi decenni sono arrivate terapie che ne riducono l’impatto, ma in mancanza di queste, non soltanto il cammino diventa molto difficoltoso, ma compaiono dolori in tutto il corpo e con l’avanzare dell’età insorgono problemi respiratori e cardiaci.

Per i compagni di scuola María era la bruja, la strega, soprannome poco lusinghiero che la angosciava. Aveva dalla sua parte un carattere testardo e ostinato, il bullismo che la faceva tanto soffrire non riuscì dunque ad abbatterne lo spirito. Incoraggiata dal padre, iniziò a prendere lezioni private di disegno a 10 anni, passando poi alla pittura; il papà le costruiva sedie e cavalletti adatti alla sua disabilità.
Al compimento dei 21 anni, la maggiore età di allora, si trasferì a Madrid per studiare presso alcuni pittori e iscrivendosi successivamente alla Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, scuola prestigiosa dove si erano formati alcuni dei più importanti artisti spagnoli. Si appassionò alle nature morte, apprese la precisione e l’uso del colore, esuberante, la predilezione per il verde, il nero e il marrone, una peculiarità che secondo i critici conferisce un carattere fortemente ispanico alle sue prime composizioni. La Real Academia era un luogo conservatore, i lavori di María avevano quindi come soggetti predominanti i temi tradizionali della Spagna di inizio secolo, il ritratto e la mitologia, realizzati con una particolare cura del dettaglio. Ben diversa era la Parigi che a sua insaputa l’attendeva.
Nel 1908 partecipò alla Exposición Nacional de Bellas Artes e vinse il terzo premio, un’altra medaglia arrivò per il dipinto Musa gitana. Non c’era più il padre ad esultare per i primi riconoscimenti ottenuti da María, era venuto a mancare nel 1904, ora era lo zio Domingo ad occuparsi della sua istruzione.
Le estati non trascorrevano più nella tenuta della nonna paterna, ma nella villa di un altro zio, fratello del papà, Fernando. Con la mamma, le sorelle e il fratello lasciò Santander e si trasferì a Madrid, in una casa in affitto al numero 7 di Via Castellò. La famiglia era all’epoca il soggetto delle sue opere, ritrasse una nipote, la sorella Aurelia mentre leggeva, la mamma, la sorella minore Ana e se stessa.
Nessuno poteva più provvedere al finanziamento dei suoi studi e pertanto fu il Comune di Santander a sovvenzionare con una borsa di studio di 1.500 pesetas il proseguimento dell’istruzione di María presso l’Academie Vitti, nella capitale francese.
Prima di trasferirsi, fece in tempo a conoscere Diego Rivera al Museo del Prado, un giovane omone che pesava già 120 chili per un metro e ottanta d’altezza e che accanto a lei sembrava ancora più massiccio. Fu Rivera a tracciare una descrizione di María che ci consente di figurarcela davanti: «Era gobba e alta poco più di un metro e venti. Sopra il suo corpo deforme c’era una bellissima testa. […] Era incredibilmente intelligente. Il suo corpo era come un grande lampadario, leggermente storto, e aveva una testa e delle braccia bellissime che terminavano nelle mani più belle che abbia mai visto. […] non era una bellezza volgare, ma una combinazione di corpo e spirito […]. Evocava purezza e luce». Fu sempre Rivera a coglierne il tocco geniale, arrivando a dire di lei che «nessun colorista del nostro tempo la supera».

Pablo Picasso, che nacque nello stesso anno di María Blanchard e che cercò, invano, di instillarle un metodo più efficace per piazzare le sue opere

Giunse a Parigi nel 1909, in tasca aveva una lettera di raccomandazione da consegnare alla superiora di un convento di suore dove avrebbe soggiornato offrendosi come insegnante in cambio di vitto e alloggio. Per tutta la vita avrebbe nutrito risentimento per quel luogo, per la cella spregevole dove fu costretta a vivere, soprattutto per le umiliazioni delle studentesse che la deridevano per il suo aspetto. Ma quel primo periodo parigino rappresentò anche un’esperienza formativa umana, oltreché artistica, realmente irripetibile; con la pittura, infatti, si affrancò dalle paure e dagli affanni che l’accompagnavano da quand’era bambina. Era dotata di ironia, grinta e voglia di vivere, anche se di primo acchito era difficile capirlo, lo sapeva soltanto chi la conosceva bene, come l’amico André Lothe con il quale intratteneva un rapporto epistolare da cui emergono appunto questi tratti del suo carattere.
Nel 1910 prese a frequentare l’accademia della pittrice russa Marie Vissilief; condividevano una stanza e fu lei a introdurre María nel cubismo. A Parigi conobbe il quasi coetaneo Pablo Picasso e il pittore cubista spagnolo Juan Gris; di quest’ultimo diventò amica intima e tale rimase per tutta la vita, con lui intraprese un comune percorso artistico. C’erano anche la pittrice russa Angelina Beloff e il marito, Diego Rivera, pure loro amici sebbene per Diego María nutrisse sentimenti più profondi. Entrò nella Section d’Or, Associazione di pittori e critici d’arte legati al cubismo che ampliò le sue conoscenze tra le personalità più straordinarie dell’epoca.
Insieme ad un’altra artista russa, Angelina Petrovna Belova, detta “Quiela”, strinse una bella amicizia e con lei si recò in Belgio, a Bruges, un centro nevralgico per gli artisti.
Un giorno si trovavano sulla spiaggia di Knokke, stavano dipingendo, quando un gruppo di teppisti iniziò a tirare sabbia e fango sul lavoro di María. Presero di mira il quadro per offendere lei, ancora una volta il suo aspetto fisico le attirò scherno e ingiurie. Si recò dalla polizia che le assegnò un gendarme, una guardia del corpo personale che la seguiva e la proteggeva costantemente durante il soggiorno in città. Fu una giornata lunga quella, Marìa e Quiela sul tardi andarono in un caffè dove c’erano a sorpresa Diego Rivera con un amico. Da quel momento il soggiorno in Belgio diventò un viaggio a quattro, dipinsero insieme, raggiunsero poi Londra.

Al ritorno a Parigi, María affittò una stanza in Rue Vaugirad che lasciò nel 1912 per trasferirsi a casa di Rivera e della moglie a Montparnasse, al civico 26 di Rue de Départ, sempre silenziosamente innamorata di lui. Con lo scoppio della prima guerra mondiale decise di fare ritorno a Madrid, a casa della madre, un luogo più appartato. Portò con sé la pittura e allestì il suo primo atelier che condivise con alcuni degli artisti conosciuti in Francia che nel frattempo l’avevano raggiunta.
Il nome di María iniziava ad imporsi, le sue opere vennero presentate nel 1915 ad un’esposizione al Museo de Arte Moderno di Madrid (oggi Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía) insieme a quelle dei più grandi esponenti internazionali del cubismo. Era la prima volta che il cubismo appariva in Spagna; María c’era e veniva descritta così nel catalogo della mostra: «Una viaggiatrice appena tornata dalla terra delle caverne oscure e dalla terra delle cime radiose». Una postilla diceva «non è femminile, è virilmente maligna», l’ennesimo commento che la fece soffrire.
Continuava a essere “la strega”, i bambini le urlavano contro, le persone anziane non nascondevano repulsione per la sua gobba pronunciata, per la zoppia evidente, i grandi occhiali con le lenti rotte, le basette nere, i suoi abiti logori. «Baratterei tutto il mio lavoro per un po’ di bellezza», disse un giorno davanti allo specchio mentre cercava di nascondere la gobba con un grande scialle. Una sua cugina raccontò che «tanto amava la bellezza che soffriva della sua deformità in modo impressionante». Tutti si soffermavano sull’aspetto esteriore, pochi erano al corrente delle sue sofferenze fisiche, pochi sapevano che non aveva mai dormito in un letto ma sempre in poltrona, reclinata sullo stesso lato, a causa della cifoscoliosi che le impediva di stare sdraiata. Neppure la critica la comprendeva, in questo era come i suoi colleghi artisti, le cui opere erano definite «produzioni di quella strana nuova scuola che ha dislocato regole e precetti e nella sua anarchia raggiunge i limiti del delirio pittorico».

A quegli anni risalgono alcuni dipinti che dimostrano il suo intenso studio dell’anatomia delle cose e dei colori. Sono Donna con ventaglio, Natura morta e Donna con chitarra i quadri che l’hanno resa famosa come esponente del cubismo. Donna con chitarra, in particolare, rielabora un tema classico della tradizione francese, ovvero il personaggio “trasformato” in strumento musicale. La figura dipinta è un’estrema sintesi, non ha volume né prospettiva, gli unici dettagli riconoscibili sono le corde della chitarra, un occhio e tre dita che consentono di riconoscere la donna rappresentata.
Non erano soltanto successi, anzi. La sorella Aurelia la convinse a lasciare la vita bohemienne parigina e a candidarsi come insegnante di disegno a Salamanca. La sua famiglia aveva sempre desiderato per lei un lavoro sicuro, un posto fisso con il quale potesse mantenersi, le scuole magistrali davano uno stipendio annuale di 1.500 pesetas, era l’occasione e María accettò di buon grado.
L’autrice di una sua biografia, la contessa di Campo Alange, che si spese affinché ottenesse la cattedra, affermò che si esercitava davanti ad uno specchio per interpretare il ruolo di insegnante. Non faceva per María, però, quel lavoro alla Scuola Normale Magistrale, si scontrava con i metodi tradizionali che per lei non rappresentavano l’arte, riteneva inutile la copiatura di illustrazioni senza valore artistico. Gli studenti avrebbero dovuto amarla per questo, invece la sbeffeggiavano con commenti crudeli, la preside era meschina. Strinse i denti, ma dopo un anno accademico prese la ferma decisione di lasciare per sempre la Spagna.

María Blanchard, “Donna con chitarra”, 1917

All’inizio di marzo del 1916 tornò a Parigi. Gettato alle spalle il passato, cambiò anche il nome. Per tutti, da allora in poi, diventò María Blanchard, adottando soltanto il cognome materno e arrivando a dire agli amici: «Se andate in Spagna, sputate sulla terra di Spagna e, al ritorno, non dimenticate di pulirvi la polvere dalle scarpe».
Parigi era diversa, il conflitto l’aveva resa irriconoscibile, diverso era ogni aspetto della vita. Ne risentì anche l’arte cubista che abbandonò la sperimentazione delle origini, alla ricerca di creazioni che fossero maggiormente leggibili. Quelle di María lo erano sempre state, non aveva mai smesso di dialogare con il figurativo. Il caffè La Rotonde diventò il suo punto fermo, lì incontrava gli altri artisti che dicevano di lei: «Povera María, pensa di avere successo solo con il talento». Si diede ad un’attività pittorica frenetica, utilizzò il ricavato delle vendite per acquistare uno studio in Rue du Maine, per un po’ di tempo ospitò lo scultore messicano Germán Gutiérrez Vidal, suo cugino, che introdusse nei circoli artistici d’avanguardia. Il suo “istinto commerciale”, tuttavia, non era molto spiccato, Picasso cercò di instillarle un metodo più efficace per piazzare le sue opere, invano, cosicché continuava a campare alla bell’è meglio. Evidentemente non era facile farle cambiare idea, lo racconta Isabelle Rivière, prima biografa di María Blanchard e sua allieva a Parigi: «Per anni e anni ha indossato un orribile vestito con enormi quadrati gialli e verdi di cui non riuscivamo a liberarci, nemmeno con i trucchi più subdoli o gli attacchi più diretti… Quando cercavamo di insinuare, senza dargli troppa importanza, che il nero era davvero il colore che le donava di più, lei rispondeva con il sorriso implorante e accattivante di una bambina che cerca di rubare una caramella. “Adoro travestirmi così tanto!”».
Pur con introiti economici scarsi, ormai era all’apice della carriera, ad un’esposizione a Bruxelles ottenne grande successo di critica La Comulgante. Aveva iniziato a dipingerla intorno al 1914 e continuò a ritoccarla per alcuni anni questa bambina il giorno della prima comunione, usando toni scuri e dolenti. Non c’è nulla di gioioso nella figura massiccia che ricorda i dipinti di Diego Rivera, gli occhi sono pieni di lacrime, la stessa María disse di aver voluto così rappresentare il dolore di non essere diventata madre. Le offrirono un assegno in bianco per il dipinto, lei rifiutò in cambio del patrocinio permanente del mercante d’arte Léonce Rosenberg che nel 1919 le organizzò la prima mostra personale nella sua galleria, L’Effort Modern in Rue Baume. Rosenberg la liquidò con una lettera laconica il 24 febbraio 1920: «[…] è impossibile continuare ad acquistare l’intera vostra produzione a tempo indeterminato. Pertanto, devo consigliarvi oggi di trovare sbocchi per i vostri dipinti, che non acquisterò in futuro se non in base alle mie vendite». Il mercante, d’altra parte, non l’aveva mai compresa del tutto, non si impegnava per vendere bene i suoi quadri, anzi, se ne disfece in toto, piazzandoli ad un prezzo inferiore del loro reale valore.

Sebbene ammirata, anche se non come i colleghi uomini, per molti era la “strega del cubismo”, quell’etichetta non riusciva a togliersela di dosso. Dopo la mostra al Salon des Indépendants, dove presentò tre dipinti cubisti e uno figurativo, nel 1921 espose alla Society of Independent Artists a New York e la richiesta delle sue opere aumentò in maniera considerevole. Era in una fase in cui le esperienze di vita diventavano colore, il cubismo le andava ormai stretto e se ne discostò. Cambiò il repertorio tematico, la scelta di rappresentare la quotidianità delle madri, gli interni domestici, bambini e bambine al lavoro rifletteva la sua profonda preoccupazione per la vulnerabilità della condizione umana nelle classi sociali più povere. Temi malinconici che mostravano l’asprezza della vita e sempre il rimpianto per la mancata maternità, esaltati da una tecnica impeccabile che si riavvicinava allo stile di Cézanne.
Il successo di quei brevi anni fu effimero, l’Europa era attraversata da una crisi economica che influenzava il mercato dell’arte. I guadagni sperati non arrivarono mai e María diventò economicamente dipendente da amici e mecenati, una condizione che non l’abbandonerà più. Frank Flausch era il suo finanziatore più convinto, quello che la sostenne fino alla di lui morte nel 1926. L’anno dopo se ne andò a soli quarant’anni l’amico di sempre, Juan Gris. Se Diego Rivera per María era stato un fuoco appassionato ma vacuo, Juan aveva rappresentato la certezza di un calore duraturo e rassicurante. La sua scomparsa, unita alla partenza di Diego Rivera per il Messico e il suo nuovo matrimonio con Guadalupe Marin, sprofondò la donna nella depressione, uno stato d’animo che l’avvicinò alla religione. Proprio lei, cresciuta in una famiglia agnostica e ribelle ad ogni attrattiva verso il divino, fu pervasa da un impeto mistico che la faceva partecipare a messe quotidiane. Arrivava in chiesa con difficoltà crescenti, zoppicando, ascoltava rapita i sermoni e donava quanto più poteva agli indigenti e all’orfanotrofio. Non era più “la strega”, presero a chiamarla “insetto da sagrestia”, pensò di lasciare i suoi pochi beni e le sue opere in eredità agli istituti psichiatrici, prendere i voti e ritirarsi in convento. A farla desistere dal proposito di abbandonare tutto, famiglia, amici e pittura, fu il suo confessore, il benedettino padre Alterman, che la riportò alla ragione e alla realtà. Contribuì a distoglierla dall’ossessione religiosa l’arrivo della sorella Carmen che si stabilì nella sua casa parigina, portando con sé il marito e i due figli. Voleva trasferirsi anche la madre, María la rifiutò. Aveva sempre mantenuto una fredda distanza da lei, in fondo non si era mai sentita accettata.
La presenza della famiglia della sorella, comunque, ne alleviò la tristezza e riprese a dipingere. «Se vivrò, dipingerò molti fiori», disse, lei che non aveva mai dipinto fiori. Il riconquistato fervore artistico andò di pari passo con il collasso economico. Riusciva a vendere qualche quadro, ma gli esigui profitti erano investiti nel mantenimento delle nuove bocche da sfamare che risiedevano con lei. Pressata dalle spese, inutilmente impegnò gli oggetti d’argento. Era più che mai «un uccello selvaggio rinchiuso in una triplice gabbia: il suo corpo torturato, il suo cuore avido e il mondo ostile», per usare le parole di Isabelle Rivière.
Morì in completa povertà il 5 aprile 1932, forse per il riacutizzarsi della tubercolosi. Aveva appena 51 anni, vissuti non senza dolori fisici e morali. Ad accompagnarla nell’ultimo viaggio verso il cimitero parigino di Bagneux c’era un piccolo corteo composto da pochi parenti, alcuni amici, il suo primo allievo César Jenaro Abin, la prima moglie di Rivera. Il gruppo più nutrito era composto da vagabondi, poveri, mendicanti ed emarginati d’ogni tipo, persone con cui María aveva stretto un legame forte, aiutandole in silenzio e arrivando a vendere i suoi dipinti a prezzo stracciato per sostenerle. Per loro, ultimi tra gli ultimi, non era “la strega” né “l’insetto da sagrestia”, era “la gobba angelica”.
Quella sepoltura semplice, una lapide e una croce, richiedeva il rispetto di obblighi finanziari per il mantenimento. Nessuno se ne occupò e il corpo di María sarebbe finito in una fossa comune se non fosse intervenuto il sindaco di Santander, Juan Hormaechea, che la fece seppellire più dignitosamente. Ora la pittrice dimenticata riposa nella divisione 88, quinta fila, seconda fossa del cimitero. Si ventilò l’ipotesi di trasferire la salma in Spagna, si opposero i parenti paterni, realizzando il desiderio di María che non voleva tornare neppure da morta nella sua patria che le aveva negato il diritto di essere felice.

María Blanchard, “La Comulgante” (iniziato nel 1914 e ritoccato varie volte negli anni successivi)

Nell’Ateneo di Madrid, il 1° giugno 1932, a pochi mesi dalla morte, si tenne una serata commemorativa voluta dall’Unione Repubblicana delle Donne, un modo per ricordarla e renderle omaggio, ma anche per farla conoscere, visto che rimaneva a torto una figura marginale nella storia dell’arte. Toccante il discorso di Federico García Lorca che in quell’occasione lesse Elegia a María Blanchard che aveva scritto per lei: «[…] La lotta di Maria Blanchard era dura, aspra, nodosa, come un ramo di quercia, eppure non mostrò mai risentimento, ma al contrario, fu sempre dolce, pia e vergine. Ha sopportato la pioggia di risate che ha causato, involontariamente, il suo corpo, da buffone d’opera, e le risate che le sue prime mostre hanno provocato […]. Il combattimento tra angelo e demonio è stato espresso matematicamente nel tuo corpo. […] Strega e fata, tu eri un esempio rispettabile di lacrime e chiarezza spirituale. […] Ti ho sempre chiamato “gobba” e non ho detto nulla dei tuoi occhi belli e pieni di lacrime, con lo stesso ritmo con cui il mercurio sale attraverso il termometro, né ho parlato delle tue mani magistrali. […] Gli uomini capiscono le cose poco e io ti dico, María Blanchard, come amico della tua ombra, che hai i capelli più belli che siano mai stati visti in Spagna».
I primi a voler far cadere nell’oblio la sua memoria furono i familiari che ritirarono molte sue opere, condannandole a un lungo periodo di oscurità. Per anni nessuno parlò più di María Blanchard, soltanto nel 1937 si tenne una mostra che la fece di nuovo conoscere e il mercato dell’arte ricominciò a guardare con interesse questa artista che univa con abilità motivi geometrici a composizioni figurative, il che conferiva alle sue rappresentazioni un carattere unico e originale, una sensibilità profonda per i drammi umani che si riflette nella potenza evocativa delle emozioni quando si osservano le sue opere.
Nel catalogo di una mostra curata dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid si legge: «Anche se è vero che il suo aspetto è stato un fattore determinante nella sua esistenza, il suo carattere forte e ostinato le ha fatto guadagnare il rispetto dei colleghi, che l’hanno sempre trattata alla pari, in un ambiente che all’epoca era comunque dominato culturalmente dagli uomini».
Saremmo curiosi di sapere cosa penserebbe María oggi del fatto che i suoi quadri, così difficili da capire e vendere quando era in vita, sono stati addirittura rubati due volte. La prima nel 1978, cinque dipinti spariti dalla casa della sorella Carmen, la seconda nel 1998, sull’autostrada nei pressi di Figueres, in Spagna. Cosa penserebbe del “litigio” che nel 2021 ha visto contrapposti il Reina Sofía e il Museo del Prado, quando quest’ultimo acquistò un’opera del 1929 della Blanchard, La Boulonnaise. Per il Reina Sofía si trattò dello sconfinamento in un arco temporale non di competenza del Prado, tanto più che il Reina Sofía possiede un nucleo di 15 quadri della Blanchard, aveva organizzato anni addietro una mostra antologica dell’artista e pubblicato il catalogo ragionato delle sue opere, considerandola parte centrale della sua collezione dedicata all’arte moderna.
Sorriderebbe, forse, della “gelosia” che ha scatenato tra due così famose istituzioni museali, e anche sapendo di aver ottenuto un importante momento di riconoscimento al Museo Picasso di Málaga, “la casa” del suo vecchio amico che le voleva insegnare a piazzarsi sul mercato. Nel 2024 quel Museo le ha dedicato una retrospettiva, María Blanchard, una pittrice nonostante il cubismo, che ha offerto una panoramica cronologica delle diverse fasi della sua vita artistica, riunendo 85 tra dipinti a olio, pastelli e disegni. Nonostante il cubismo, è vero, perché se vi aderì restò sempre una outsider; nonostante il fatto di essere nata donna e nonostante la disabilità che la rese bersaglio di umiliazioni. María Blanchard attraversò tutto questo sorretta da due bastoni, quello tangibile che agevolava i suoi passi sulla terra, e il bastone “virtuale” dell’arte che era il supporto dell’anima, infelice ma mai arresa.

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