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La fatica del caregiver non è una colpa, è un segnale

24 Marzo 2026 - 1:32pm

«“Se sei stanco di fare il caregiver, vuol dire che ami poco” – scrive Daniela Mignogna -: questa è un’idea diffusa, ma è sbagliata. La stanchezza non misura l’amore. Misura il carico. Assistere un familiare ogni giorno – soprattutto per mesi o anni – significa gestire fatica fisica, pressione emotiva e responsabilità continue. Senza pause adeguate, chiunque si esaurisce» “Atlante Farnese”, copia di un originale del II secolo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (particolare)

«Se sei stanco di fare il caregiver, vuol dire che ami poco»: è un’idea diffusa. Ed è sbagliata. La stanchezza non misura l’amore. Misura il carico.
Assistere un familiare ogni giorno – soprattutto per mesi o anni – significa gestire fatica fisica, pressione emotiva e responsabilità continue. Senza pause adeguate, chiunque si esaurisce.
Dire «sono stanco» non vuol dire «non mi importa», vuol dire: sto arrivando al limite!
Il problema è che spesso questa fatica viene letta come egoismo. E così chi assiste:
– si sente in colpa,
– evita di chiedere aiuto,
– regge da solo, finché può.
Con il risultato opposto: più stress, meno lucidità, meno energia anche nella relazione di cura.
Una lettura più utile è semplice: la fatica non è una colpa, è un segnale. E ignorarla non rende la cura più “pura”. La rende solo meno sostenibile!

*Referente per l’Emilia Romagna di Caregiver Familiari Uniti (CFU) (comunicazioni.cfu@gmail.com).

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La prima edizione di “TechCare Expo” a Rimini

24 Marzo 2026 - 1:16pm

Spazio a numerose tecnologie assistive, convegni di approfondimento, sport, ospitalità accessibile e molto altro ancora: sarà questo, il 26 e 27 marzo a Rimini, la prima edizione di “TechCare Expo”, nuovo evento organizzato dal Gruppo Maggioli, che si propone come piattaforma di confronto tra chi vive la disabilità e la fragilità e chi se ne occupa, dai caregiver ai professionisti, dalle istituzioni alle imprese del settore

Dall’intelligenza artificiale che “ricostruisce” la voce di chi l’ha perduta a partire da tracce audio, ai puntatori oculari che consentono a persone con grave disabilità motoria di lavorare al computer o muovere la carrozzina elettrica, dai dispositivi di riconoscimento ambientale e spaziale per le persone cieche al gaming inclusivo: saranno davvero tante le tecnologie che verranno presentate nei 70 spazi espositivi dell’Area Expo alla Fiera di Rimini, per la prima edizione di TechCare Expo, nuovo evento organizzato dal Gruppo Maggioli per il 26 e 27 marzo, che si propone come piattaforma di confronto tra chi vive la disabilità e la fragilità e chi se ne occupa, dai caregiver ai professionisti, dalle istituzioni alle imprese del settore.

Accanto poi all’Area espositiva, vi saranno i convegni di approfondimento, la Factanza Arena, in collaborazione con Factanza Media, con creator e attivisti del mondo della disabilità, l’Area Sport in collaborazione con il CIP (Comitato Italiano Paralimpico), per provare alcune delle discipline paralimpiche assieme a campioni e campionesse, la mostra-evento Take a Holiday! dedicata all’ospitalità accessibile e al design inclusivo, e altro ancora.
Il taglio del nastro è previsto per la mattinata del 26 marzo (ore 9.30), alla presenza di Paolo Maggioli, presidente e amministratore delegato del Gruppo Maggioli, di Mirco Acquarelli, giocatore di basket in carrozzina, presente assieme al suo team NTS Riviera Basket Rimini, e del Dole Basket Rimini di cui lo stesso Paolo Maggioli è presidente. Il 27 marzo, inoltre, sarà presente alla manifestazione anche la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore ampio approfondimento sulla manifestazione di Rimini. Per altre informazioni: Luciana Apicella (luciana.apicella@mec-partners.it).

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Deistituzionalizzazione, ci crediamo ancora?

24 Marzo 2026 - 12:32pm

«È il momento di pensare – scrive tra l’altro Giovanni Merlo – che non si può parlare di un progetto di vita partecipato, individuale e personalizzato senza mettere in discussione, senza verificare che il luogo dove io vivo, che sia la mia famiglia che sia un servizio residenziale, sia davvero il luogo dove io voglio vivere. Dobbiamo riprendere a discutere, per capire come i nostri servizi possano e debbano essere uno strumento a disposizione delle persone con disabilità, per l’elaborazione e la realizzazione del loro progetto di vita» Auguste Rodin, “Il pensatore”, 1880-1902, Museo Rodin, Parigi (particolare)

Il presente contributo di riflessione nasce dalla trascrizione, in parte rielaborata, di un intervento tenuto al convegno Sono adulto! Disabilità, diritto alla scelta e progetto di vita (Trento, 17-18 maggio 2024), organizzato da Erickson (se ne legga anche sulle nostre pagine).

Ogni mattina in Italia un assistente sociale si sveglia e si attacca al telefono per cercare un posto in un servizio residenziale per una persona con disabilità rimasta priva del sostegno familiare. Questo càpita tutti i giorni, forse a più di un assistente sociale. È considerato normale: fa parte del lavoro. Nessuno si scandalizza, nessuno assume dei provvedimenti e non se ne parla sui giornali.
È l’esito dell’impostazione del nostro modello di welfare sociale per la disabilità, che ha uno stampo chiaramente familista. Se guardiamo dall’alto come funziona questo modello, quale destino attribuisce alle persone con disabilità che richiedono un forte sostegno, vediamo un grande fiume dove tutto è già scritto. Mentre le esperienze, le innovazioni e le sperimentazioni si vedono ancora poco.

Il nostro modello di welfare per la disabilità (nell’applicazione dell’articolo 38 della Costituzione) prevede che le persone con disabilità che richiedono un sostegno vivano finché possono con i loro familiari. E quando questi non ce la fanno più o vengono a mancare si arriva all’inserimento in un servizio residenziale. Certamente un modello che vogliamo superare, ma questo è quello che succede.
Poi càpita che nel settembre 2022 il Comitato sui Diritti delle Persone con Disabilità delle Nazioni Unite dica che l’istituzionalizzazione è una pratica discriminatoria nei confronti delle persone con disabilità, contraria all’articolo 5 (Uguaglianza e non discriminazione) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Diabilità. E allora, cosa succede? Da che parte stiamo? Possiamo continuare così?
Questa contraddizione deve essere l’occasione per chiedersi: a che cosa servono i servizi diurni e i servizi residenziali? È una domanda che curiosamente ci poniamo molto poco. Ci chiediamo come possano essere pagati, cosa devono fare, cosa devono fare gli operatori lì dentro, quanto tempo le persone debbano starci. Però, a che cosa servano, quali obiettivi devono conseguire non è oggetto di discussione. Tendiamo a darlo abbastanza per scontato, così come tendiamo a dare abbastanza per scontata la loro esistenza.

Intanto, ricordiamoci da dove nascono questi servizi, che assumono varie denominazioni lungo l’Italia, ma che sostanzialmente hanno la stessa identità. Abbiamo un sistema di servizi residenziali che sono i “nipoti” dei vecchi istituti. Non sono più i vecchi istituti, ma hanno una linea di discendenza diretta: a volte solo nell’impostazione, talvolta anche nelle mura. Molta acqua è passata sotto i ponti, ma questo legame è chiaro.
Poi abbiamo tutta un’altra serie di servizi che possiamo definire diurni e altre modalità residenziali che possiamo definire “comunità”. Si tratta di un insieme di servizi nati negli Anni Ottanta e Novanta per contrastare l’istituzionalizzazione, per offrire una risposta alla scelta (compiuta in modo massivo e massiccio) delle famiglie dei bambini e dei ragazzi con disabilità degli Anni Settanta e Ottanta di non iscrivere i figli alle scuole speciali e quindi di non mandarli più in istituto, come avveniva comunemente fino a poco tempo prima.
In quella fase storica, questa generazione di servizi, insieme ad altre forme di politiche sociali, serviva proprio per offrire un’alternativa all’istituzionalizzazione considerata precoce.
In questo lungo percorso ci siamo molto soffermati sul finanziamento e sul funzionamento e abbiamo un po’ dimenticato gli scopi e le ragioni. In questa dimenticanza è passato un concetto, che magari non troviamo sempre scritto dappertutto.
Credo che la definizione migliore sulla funzione reale, attribuita oggi a questi servizi, sia quella contenuta in una Delibera Regionale della Lombardia di ormai vent’anni fa sul funzionamento dei centri diurni: non c’è scritto a cosa servono. C’è scritto: «accolgono le persone con grave disabilità». Poi si racconta cosa succede. Ci limitiamo ad accogliere e sembra già tanto; perché accogliere bene è diverso da accogliere male. Però sembra essere questa la funzione affidata ai servizi diurni e residenziali.

In Italia, dal 2009, con la ratifica della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità [Legge 18/09, N.d.R.], il secondo punto dell’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) di quest’ultima ci dice che non è questa la funzione dei servizi: perché le persone con disabilità devono poter accedere a una serie di servizi diurni, residenziali, l’assistenza personale…. «per consentire loro di vivere nella società e impedire che siano isolate o vittime di segregazione». A questo devono servire i servizi.
E allora, in quel momento abbiamo iniziato a porci la domanda: ma cosa vuol dire essere vittima di segregazione? In che modo un servizio può essere considerato segregante o non segregante?
Segregazione, come la parola istituzionalizzazione, sono termini fluttuanti: abbiamo avuto il merito – come movimento associativo – di far riemergere la parola segregazione tra il 2017 e il 2022. Mentre adesso è di nuovo sommersa. Istituzionalizzazione è una parola ambigua, perché contiene in sé un valore positivo, il richiamo all’istituzione: vuol dire un punto di riferimento sociale, politico e civile; ma applicata ai servizi assume tutt’altro significato. Richiama l’istituzione totale, che si prende cura completamente della persona.

Ma c’è un’altra ambiguità: noi diciamo che è un male, tutti i regolamenti dei Comuni parlano di una serie di misure a sostegno della persona e della sua famiglia per contrastare o ritardare l’istituzionalizzazione: se vogliamo contrastarla vuol dire che non ci piace. Ma dall’altra parte continuiamo a finanziarla, a prevederla. E nel momento in cui si è iniziato a capire che forse si poteva anche superare, si è alzato un fortissimo coro che ha detto: non è il momento. Abbiamo ancora bisogno di questi servizi perché non abbiamo un’alternativa, perché pensiamo che per alcune persone siano necessari e indispensabili.
Sta di fatto che l’opportunità in Italia di avviare un progetto, un programma di deistituzionalizzazione è per il momento tramontata, non se ne parla più.
Ma proviamo comunque a definire l’istituzionalizzazione, a capire cosa intendiamo quando usiamo questa parola, in modo che possiamo pensare in un futuro di riprendere un percorso di deistituzionalizzazione come ci viene chiesto dall’approccio alla disabilità basato sui diritti umani e da chi ha il dovere e la responsabilità di applicare la Convenzione ONU.
L’istituzionalizzazione è la forma istituzionale della segregazione: non ha il monopolio della segregazione, le persone con disabilità possono essere ancora oggi segregate in famiglia, a scuola, al lavoro, nella società. Però la segregazione istituzionale ha la sua forma nell’istituzionalizzazione. Ovvero dei servizi chiamati a occuparsi delle persone con disabilità che non hanno altro posto nella società. Hanno sicuramente una funzione positiva, perché in Italia le persone con disabilità non possono morire di fame, di freddo o di mancata assistenza, non diamolo per scontato.
Tutta la retorica del “Dopo di Noi” in Italia non ha senso: sappiamo benissimo cosa succede dopo di noi. Le persone vanno in istituto. «Non so cosa capiterà»: lo sappiamo perfettamente cosa càpita, è un dovere. Tant’è che l’assistente sociale deve attaccarsi al telefono e trovare un posto, non può dire «ho qualcosa di più urgente da fare». Diventa quella la priorità numero uno.
Quindi l’istituzionalizzazione, prima di avere a che fare con i muri e con la dimensione dei servizi, che pure sono aspetti importanti, ha a che fare con la privazione della libertà delle persone. E la prima grossa privazione è l’impossibilità di scegliere dove e con chi vivere, di essere obbligati a vivere in quella sistemazione, perché è l’unica disponibile o perché è quella che qualcun altro ha deciso essere la più opportuna, la più appropriata per te. La segregazione inizia lì, nel momento in cui a una persona si dice «guarda che vai lì».
Una parte delle situazioni che seguiamo al Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione LEDHA arriva senza che legalmente ci sia il coinvolgimento della persona con disabilità: per inserire una persona con disabilità in una struttura residenziale non è necessario sentire il suo parere. Basta che siano d’accordo il suo amministratore di sostegno, il Comune, gli Enti Gestori. La persona può essere letteralmente deportata a cinquanta, cento chilometri di distanza dal luogo dove ha vissuto per anni, con un operatore che semplicemente dice: «Dai, facciamo le valigie, è ora di andare». Questa è la prima segregazione, non importa dove si va.
La segregazione ha che fare con l’impossibilità di scegliere, ma anche nell’essere inseriti in “servizi comunitari” dove nella definizione delle regole di convivenza, delle condizioni di vita, di tutto quello che attiene alle dimensioni della mia vita nella sua quotidianità, come nelle grandi scelte, prevalgono le esigenze organizzative rispetto alle scelte personali.
Non posso scegliere da chi farmi assistere, a chi far mettere le mani sul mio corpo; non posso scegliere gli orari della mia vita; ho una limitata possibilità di scelta sulle attività; non posso scegliere se stare dentro o andare fuori; non posso scegliere a che ora andare in bagno. Ho una limitata possibilità di scelta perché vivo in un’organizzazione che ha le sue regole, ha i suoi tempi, ha la sua sostenibilità economica e mi devo adattare.

In questa dimensione non si salva nessuno, bisogna essere onesti: ci sono pochissimi servizi tra quelli tradizionali finanziati dai fondi sanitari e sociali che sfuggono a questa modalità di organizzazione. È anche per questo, forse, che quando si sono avanzate queste proposte, si sono alzati molti muri, molte resistenze, molte paure; cioè, non possiamo mettere in discussione proprio tutto. Però, nel guardare alla vita delle persone con disabilità con la logica dei diritti umani questa contraddizione emerge con forza tutti i giorni.
Non è una questione di accusare i servizi diurni o residenziali di trattamenti inumani o degradanti. Tant’è che quando càpita arrivano i carabinieri, ci sono gli articoli sui giornali. Vuol dire che abbiamo raggiunto il risultato che le persone devono essere trattate bene, considerate nei loro funzionamenti, nelle loro esigenze fondamentali e primarie, ma non ancora in un’ottica di reciprocità, di parità dei diritti, di riconoscimento della loro intrinseca dignità. Non ci siamo ancora.
Prendiamo questo esempio solo come sintomo: se entriamo in un servizio di quelli belli, dove le cose funzionano bene e chiudiamo gli occhi, è comunque facile capire se stiamo parlando di una persona con disabilità o di un operatore. Quelli che chiamiamo “ragazzi” sono persone con disabilità anche se hanno 55 anni.
Non è più, non è ancora, l’ora della deistituzionalizzazione come processo organizzato, pianificato e perseguito. C’era questa possibilità, che ora non c’è più; dipenderà anche da noi farla riemergere. Però è un’altra ora: è ora di opportunità in cui lo spazio di azione e la responsabilità degli operatori si espandono, proprio perché non possiamo aderire a una pianificazione fatta da altri, perché non c’è. Possiamo tuttavia assumerci la responsabilità, il dovere di dare voce alle persone con disabilità; di ascoltare la voce di tutte le persone con disabilità, soprattutto di quelle che fanno fatica a comunicare, di quelle che fanno fatica a elaborare un pensiero, ma non è che non ci sia una voce, che non ci sia un desiderio, che non ci sia un’intenzione.
È il momento di pensare che non si può parlare di un progetto di vita partecipato, individuale e personalizzato senza mettere in discussione, senza verificare che il luogo dove io vivo, che sia la mia famiglia che sia un servizio residenziale, sia davvero il luogo dove io voglio vivere. Non possiamo più pensare di lavorare in servizi che non abbiano una dimensione comunitaria e territoriale. Dobbiamo riprendere a discutere, a litigare per capire come i nostri servizi possano e debbano essere uno strumento a disposizione delle persone con disabilità, per l’elaborazione e la realizzazione del loro progetto di vita. Abbiamo regole che ci contrastano: quando queste regole emergono, abbiamo il dovere di ribellarci. Abbiamo il dovere di dire no, quella regola che prevede lo spazio esclusivo (per fare un esempio) del centro diurno ad uso solo delle persone con disabilità è discriminante e segregante. Cambiamo la regola, disobbediamo; ma non disobbediamo in silenzio, disobbediamo sul serio, diciamolo ad alta voce e questo per ognuna delle regole che ci impediscono di essere attori fondamentali nei processi di emancipazione delle persone con disabilità.
La chiusura di un’opportunità politica apre lo spazio alla responsabilità di ogni operatore di decidere se e in che misura, in che modo essere veramente un attore protagonista nel processo di emancipazione dei diritti di tutte le persone con disabilità.

*Direttore della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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I talenti delle persone con disabilità

24 Marzo 2026 - 12:01pm

Una maratona nazionale online il 27 marzo, centrata sui “Talenti” delle persone con disabilità e in particolare con disabilità intellettive e del neurosviluppo, e il tradizionale “Open Day – Porte aperte all’inclusione sociale”, che vedrà tutti gli Enti della famiglia ANFFAS organizzare varie attività dal 27 al 29 marzo: sono le iniziative promosse dall’ANFFAS in vista del 68° anno dalla propria fondazione e della XIX Giornata Nazionale di sensibilizzazione sulle disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo del 28 marzo

Il 28 marzo prossimo, in coincidenza con il 68° anno dalla fondazione dell’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), si celebrerà la XIX Giornata Nazionale di sensibilizzazione sulle disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, iniziativa che si articolerà su un approccio comunicativo positivo e non pietistico, strettamente aderente a quanto sancito dai paradigmi dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. «Infatti – sottolineano dall’ANFFAS – nonostante le tante “conquiste”, ancora oggi i diritti delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo e dei loro familiari continuano ad essere, in gran parte, negati: la Giornata del 28 marzo vuole quindi essere strumento concreto ai fini della promozione di una nuova cultura della disabilità, andando a sradicare stigma, pregiudizi e discriminazioni che purtroppo ancora oggi permangono nella nostra società. Per questo, sin dalla sua fondazione, la nostra Associazione è costantemente impegnata nel promuovere dignità, diritti e Qualità di Vita delle Persone con disabilità, contribuendo a valorizzarne il potenziale umano, e dando adeguato sostegno per poter esprimere al meglio le potenzialità ed avere la migliore Qualità di Vita possibile».

Alla luce di tutto questo, quindi, per 27 marzo, alla vigilia della Giornata, l’ANFFAS ha promosso una maratona nazionale online centrata sui Talenti delle persone con disabilità e in particolare con disabilità intellettive e del neurosviluppo: «Ogni persona – sottolineano infatti dall’Associazione -, possiede talenti unici e questo vale anche per le persone con disabilità intellettive e del neurosviluppo che hanno capacità e abilità spesso sottovalutate o non considerate a causa di pregiudizi e stereotipi e che rappresentano una risorsa preziosa per la comunità tutta».
Per l’occasione, pertanto, le persone con disabilità, collegate da tutte le sedi ANFFAS operanti sul territorio e sostenute dai propri facilitatori e familiari, avranno la possibilità di intervenire, attraverso videointerviste e testimonianze, e far conoscere il proprio “talento” senza una visione pietistica o meramente assistenziale, contrastando in tal modo stigma e pregiudizi, «con l’obiettivo primario – si aggiunge – di far capire che è fondamentale creare le condizioni, attraverso adeguati e opportuni sostegni, di poter esprimere tali talenti al meglio, ognuno come sa, vuole e riesce a fare».
«Con questo evento – aggiungono ancora dall’ANFFAS – si vuole portare all’attenzione della comunità il ruolo fondamentale che svolgono le reti come la nostra, nel riuscire, appunto, a dare giusti sostegni e supporti per far emergere e valorizzare tutti i “talenti” che le persone con disabilità possiedono, anche se si tratta di un singolo talento, non facile da esprimere e da dimostrare».

Altro appuntamento ormai tradizionale, legato alla Giornata del 28 marzo, sarà l’Open Day – Porte aperte all’inclusione sociale, che anche quest’anno vedrà tutti gli Enti della famiglia ANFFAS organizzare tre giornate (27, 28 e 29 marzo) con numerose attività (visite ai propri Centri, progettualità a carattere inclusivo, stand informativi, convegni, incontri e altro ancora), «il tutto – concludono dall’ANFFAS – con il protagonismo attivo degli autorappresentanti, delle famiglie nostre associate e degli operatori, volontari e facilitatori per dimostrare cosa vuol dire essere ANFFAS, quale impegno viene posto da tutti coloro che a vario titolo operano nell’Associazione e per conto di essa, comprese le stesse persone con disabilità intellettive, sempre più protagoniste attive della vita associativa e in prima linea per contrastare tutti quei preconcetti che non devono più esistere». (S.B.)

Tutte le iniziative collegate all’ Open Day – Porte aperte all’inclusione sociale sono elencate nel sito dell’ANFFAS a questo link. Per ogni ulteriore informazione: comunicazione@anffas.net.

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Pianificare il “Dopo di Noi” nel “Durante Noi”: orientamento e consulenza nel Municipio 7 di Milano

23 Marzo 2026 - 6:29pm

Dedicato prioritariamente alle persone con disabilità residenti nel territorio del Municipio 7 di Milano, “Progettare oggi per il domani” è un servizio di orientamento e consulenza, condotto dagli esperti dell’Associazione InCerchio, per pianificare al meglio il percorso di vita di giovani ed adulti con disabilità, nel “Durante Noi” verso il “Dopo di Noi”

Dedicato prioritariamente alle persone con disabilità residenti nel territorio del Municipio 7 di Milano, che sostiene l’iniziativa, Progettare oggi per il domani è un servizio avviato già nell’autunno dello scorso anno, e confermato per questo 2026.
Si tratta di uno sportello di orientamento e consulenza, condotto dagli esperti dell’Associazione InCerchio, per pianificare al meglio il percorso di vita di giovani ed adulti con disabilità, nel “Durante Noi” verso il “Dopo di Noi”. (S.B.)

A questo link è disponibile una locandina con tutte le caratteristiche del servizio. Per ulteriori informazioni (e appuntamenti): legale@associazioneincerchio.com.

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L’inclusione non è blu, ma è potere condiviso

23 Marzo 2026 - 6:13pm

«Abbiamo deliberato – scrive Liana Cappato, presidente dell’Associazione Autismo Fuori dal Coro OdV – di inserire, a rotazione, una persona autistica maggiorenne all’interno del nostro Direttivo. Non una presenza simbolica. Ma una presenza con pieni diritti. Una persona che possa partecipare, esprimersi, votare. Che possa contribuire alle decisioni che riguardano lei e gli altri. Perché siamo convinti che la vera inclusione si misuri nelle scelte che riconoscono voce e che condividono il potere decisionale»

Ogni anno, avvicinandosi il 2 aprile, Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, si ripete lo stesso copione. Banchetti, convegni, dichiarazioni istituzionali. Si parla di autismo — spesso ancora parlando di “bambini autistici” — come se il tempo non esistesse. Come se quei bambini non fossero destinati a diventare adulti. Adulti che, troppo spesso, vengono lasciati soli da istituzioni e servizi.
Ci saranno associazioni in passerella accanto ai politici del momento. Monumenti illuminati di blu per qualche ora. Palloncini che salgono in cielo. E parole, molte parole, sull’inclusione.
Poi arriverà il 3 aprile. E tutto tornerà come prima. Le persone autistiche, i caregiver, le famiglie torneranno ad essere invisibili. È da qui che nasce una domanda semplice, ma decisiva: che cosa significa davvero fare la differenza?

L’Associazione che rappresento [Autismo Fuori dal Coro OdV, N.d.R.], è una realtà piccola. E proprio per questo ha sentito il bisogno di non limitarsi a “fare attività”, ma di interrogarsi sul senso di ciò che fa. Per mesi ci siamo confrontati, anche in modo acceso, su un punto essenziale: come si riconosce davvero dignità alle persone autistiche? Non basta supportarle. Non basta coinvolgerle. Se vogliamo parlare di diritti — e non solo di assistenza — dobbiamo essere coerenti con il principio di autodeterminazione.
E questo principio ha una conseguenza molto concreta: le persone autistiche devono poter partecipare alle decisioni che le riguardano. Da qui nasce la scelta.
Nel Consiglio Direttivo del 13 marzo scorso abbiamo deliberato all’unanimità di inserire, a rotazione, una persona autistica maggiorenne all’interno del Direttivo. Non una presenza simbolica. Ma una presenza con pieni diritti. Una persona che possa partecipare, esprimersi, votare. Che possa contribuire alle decisioni che riguardano lei e gli altri.
E questa possibilità non è riservata a chi rientra in una determinata categoria o “livello di funzionamento”. Chiunque, tra i nostri iscritti, ne manifesti il desiderio potrà assumere questo ruolo.
Questa decisione non nasce da una teoria. Nasce dall’esperienza.

Nel corso delle attività associative — spesso impegnative — mi sono trovata affiancata da persone autistiche che hanno dato un contributo concreto, continuo, affidabile. Persone che hanno lavorato, partecipato, sostenuto. A un certo punto è emersa una domanda inevitabile: se sono una risorsa quando c’è da fare, perché non dovrebbero esserlo anche quando c’è da decidere?
La risposta non è stata immediata. Ci sono stati dubbi, timori, perplessità. Poi, lentamente, quei dubbi hanno lasciato spazio a una convinzione.
Quando abbiamo proposto questa idea ai nostri ragazzi — che sono effettivamente giovani — la loro reazione è stata sorprendente. Entusiasmo. E, soprattutto, gratitudine. Non per una concessione. Ma per un riconoscimento. Per la prima volta, si sono sentiti considerati persone a pieno titolo. Non semplicemente destinatari di interventi.
Funzionerà? Non possiamo saperlo. Ma sappiamo che era necessario provarci. Perché questa scelta rappresenta, nel concreto, un modo diverso di intendere l’associazionismo.
Un modo che prova a essere davvero di tutti e per tutti.

Si parla spesso di “Dopo di Noi”. Ma costruire il futuro non significa solo proteggere. Significa anche creare le condizioni perché le persone possano partecipare, decidere, assumere un ruolo.
Lavoriamo ogni giorno per favorire l’inserimento graduale dei nostri ragazzi nel contesto lavorativo, sì da consolidarne l’autonomia personale e la responsabilità, e, attraverso la partecipazione attiva, contrastarne l’isolamento sociale. Siamo felici di avere raccolto i frutti del nostro impegno perché, al termine di un importante percorso formativo ed educativo, abbiamo avuto nei giorni scorsi la conferma che uno di loro, dopo uno stage previsto in maggio, sarà assunto nella stagione estiva all’interno di uno stabilimento balneare e inserito nelle attività di cucina con compiti graduali e supervisionati.
L’inclusione, siamo fortemente convinti di ciò, non si misura nei simboli. Non sta nei monumenti illuminati per una sera. Non sta nei discorsi che si consumano in un giorno. L’inclusione si misura nelle scelte. Quelle che cedono spazio. Quelle che riconoscono voce. Quelle che condividono il potere decisionale.
Forse è da qui che può iniziare un cambiamento culturale. Non da grandi dichiarazioni. Ma da scelte concrete. Scelte che qualcuno decide di fare. E che qualcun altro decide di condividere con impegno e passione.

*Presidente di Autismo Fuori dal Coro OdV.

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Forme (di atleti e atlete) sotto la stessa luce

23 Marzo 2026 - 5:40pm

Una mostra fotografica che verrà inauguurata domani, 24 marzo, a Milano, e un libro stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, a comporre un progetto che intende raccontare lo sport come spazio di inclusione e cambiamento di prospettiva. Si tratta di “Shapes / Forme – Sotto la stessa luce”, iniziativa che rientra nell’àmbito del programma “Campioni Ogni Giorno” di Procter & Gamble Italia, promossa anche in collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico

Progetto artistico e culturale co-ideato e promosso da Procter & Gamble Italia con l’artista e fotografo Jacopo Di Cera, in collaborazione con il CIP (Comitato Italiano Paralimpico), Shapes / Forme – Sotto la stessa luce verrà inaugurato domani, 24 marzo, a Milano (Spazio IsolaSET, Palazzo Lombardia, Via Galvani, 27, ore 12).
Attraverso 44 scatti dedicati ad altrettanti atleti e atlete del movimento paralimpico, la mostra curata da Maria Vittoria Baravelli, in collaborazione con la Regione Lombardia, insieme a un libro stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, compone un progetto che intende raccontare lo sport come spazio di inclusione e cambiamento di prospettiva, rientrando nell’àmbito del programma Campioni Ogni Giorno di Procter & Gamble.
All’inaugurazione interverranno Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia; Francesca Caruso ed Elena Lucchini, rispettivamente assessora alla Cultura e assessora alla Famiglia, alla Solidarietà Sociale, alla Disabilità e alle Pari Opportunità della Regione Lombardia; Federica Picchi, sottosegretaria con Delega allo Sport e ai Giovani della Regione Lombardia; Riccardo Calvi, direttore della comunicazione di Procter & Gamble Italia; Jacopo Di Cera, artista e fotografo; Michele Scicioli, amministratore delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato; Marco Giunio De Sanctis, presidente del CIP; Maria Vittoria Baravelli, curatrice della mostra. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: safecommunications.press@gmail.com.

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“Diritti” e “Rovesci”. Psichiatria, giustizia e governo delle vite

23 Marzo 2026 - 5:10pm

Il 28 e 29 marzo a Collegno (Torino), vi sarà “‘Diritti’ e ‘Rovesci’. Psichiatria, giustizia e governo delle vite”, ottavo Congresso dell’Associazione Diritti alla Follia che sottolinea come la due giorni «sarà attraversata da alcuni casi emblematici, come lenti critiche per interrogare il rapporto tra cura, controllo e potere, e per aprire uno spazio di confronto tra esperienze, saperi e posizionamenti differenti». L’evento potrà anche essere sreguito in differita in differita sulla pagina Facebook dell’Associazione

Il 28 e 29 marzo si terrà a Collegno, nella Città Metropolitana di Torino, “Diritti” e “Rovesci”. Psichiatria, giustizia e governo delle vite, ottavo Congresso dell’Associazione Diritti alla Follia, che ha ottenuto il patrocinio del Comune ospitante.
«Il Congresso nasce come spazio pubblico, politico e condiviso, dedicato a chi attraversa, lavora dentro o prova a trasformare il campo della salute mentale, mettendo al centro le persone, i diritti e le pratiche istituzionali che incidono sulle loro vite», scrivono dall’Associazione. «L’edizione 2026 sarà attraversata da alcuni casi emblematici, non come cronaca, ma come lenti critiche per interrogare il rapporto tra cura, controllo e potere, e per aprire uno spazio di confronto tra esperienze, saperi e posizionamenti differenti».

Il congresso in Piemonte sarà un’iniziativa all’insegna dell’apertura: «Crediamo che la presenza di associazioni, cooperative, collettivi e movimenti che operano sul territorio piemontese – proseguono infatti da Diritti alla Follia – sia fondamentale per dare senso a questo appuntamento, che non vuole essere un convegno “per addetti ai lavori”, ma un luogo di attraversamento, presa di parola e alleanza».
Quest’anno, chi vorrà, potrà seguire l’evento in differita sulla pagina Facebook dell’Associazione (a questo link), la quale auspica tuttavia che, nei limiti delle proprie possibilità, chi può partecipi in presenza: «La partecipazione è libera e aperta. Per chi potrà esserci, la presenza fisica è particolarmente preziosa, perché il Congresso vive anche delle relazioni che si costruiscono negli spazi informali, nei dialoghi, nelle frizioni e negli incontri fuori programma».
Il Congresso sarà ospitato nella Sala Consiglio di Collegno (Via Torino, 9), presso Parco Dalla Chiesa. (Simona Lancioni)

La locandina del Congresso, corredata dal programma definitivo, è scaricabile da questo link. Per ulteriori informazioni: dirittiallafollia@gmail.com.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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La Giornata della Sindrome di Down o l’“Ab-bracciata Collettiva” ci fanno ritrovare (e riconoscere) tra esseri umani

23 Marzo 2026 - 4:33pm

«Giornate come il 21 Marzo, il 2 Aprile e lo stesso 3 Dicembre – scrive Federico Girelli – servono eccome. Organizzare infatti eventi in tali occasioni serve a ricordarci che (larga) parte dell’umanità troppo spesso resta esclusa dal godimento di diritti fondamentali, che la disabilità è una delle tante manifestazioni della persona umana, che, ad esempio, le persone con sindrome di Down o quelle con disturbo dello spettro autistico sono appunto persone» “Together Against Loneliness” (“Insieme contro la solitudine”) è stato il tema della Giornata Mondiale della Sindrome di Down del 21 Marzo

Il 21 marzo scorso si è celebrata la Giornata Mondiale della Sindrome di Down, data scelta in modo non casuale, poiché richiama quel peculiare assetto cromosomico che connota appunto le persone con sindrome di Down. Tale sindrome, infatti, detta anche Trisomia 21, è una particolare condizione genetica caratterizzata dalla presenza di un terzo cromosoma nella coppia n. 21. Questo cromosoma “aggiuntivo” provoca, tra l’altro, una disabilità intellettiva variabile da persona a persona e dei tipici tratti somatici, che in passato hanno indotto ad usare l’orrendo termine “mongoloide” per riferirsi appunto alle persone con sindrome di Down, termine purtroppo usato ancor’oggi in senso dispregiativo, che nell’offendere queste persone offende altresì le valorose genti della Mongolia.

Numerosi sono stati gli eventi organizzati quest’anno in occasione della XVIII edizione della Giornata, il cui tema è stato Together Against Loneliness (“Insieme contro la solitudine”). L’AIPD di Roma (Associazione Italiana Persone Down), ad esempio, ha dato appuntamento nella mattinata di domenica 22 sulla Terrazza del Gianicolo a Piazza Giuseppe Garibaldi di Roma; la Fondazione Italiana Verso il Futuro ha organizzato nella mattinata del 21 marzo Insieme per l’inclusione, sempre a Roma, a Villa Lazzaroni, incontro ove è stato illustrato il modello di Case Famiglia gestite dalla Fondazione stessa e che vede come protagonisti proprio gli ospiti di esse, impegnati in un non semplice percorso di autonomia; e ancora, la Fondazione Jérôme Lejeune si è fatta promotrice dell’incontro Dalla solitudine all’inclusione: valorizzare la diversità genetica umana per consentire l’effettiva realizzazione dei diritti delle persone con sindrome di Down, che ha visto anche la partecipazione di monsignor Ettore Balestrero, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali a Ginevra, il quale ha sottolineato la piena umanità delle persone con Sindrome di Down. Sì, l’umanità, perché tutti apparteniamo all’unico genere umano, ricco di diversità, che, come tali, vanno riconosciute e valorizzate.

E del resto, fra meno di due settimane, il 2 aprile, si festeggerà anche la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, focalizzata quest’anno sul tema Autismo e umanità: ogni vita ha valore. Anche qui, fra le tante iniziative, si può ricordare la maratona natatoria di 30 ore Ab-bracciata Collettiva, che il 28 e il 29 marzo si svolgerà in contemporanea in tante città italiane: chi scrive nuoterà personalmente presso il Centro Sportivo CassiAntica di Roma e invito tutti ad andare in quei giorni a farsi una bella nuotata nella propria città.

A questo punto ci si potrebbe chiedere se siano utili queste iniziative; se serva, anzi, celebrare ogni 3 dicembre anche la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. La mia risposta è sì: certo che serve, serve eccome. Organizzare questi eventi serve a ricordarci che (larga) parte dell’umanità troppo spesso resta esclusa dal godimento di diritti fondamentali, che la disabilità è una delle tante manifestazioni della persona umana, che, ad esempio, le persone con sindrome di Down o quelle con disturbo dello spettro autistico sono appunto persone.
Insomma, impariamo presto a vivere bene tutti insieme su questo nostro piccolo pianeta.

*Professore di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi Niccolò Cusano di Roma, presidente del Comitato Siblings (Sorelle e fratelli di persone con disabilità).

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Ad Aosta due incontri sui progetti di vita personalizzati

23 Marzo 2026 - 2:01pm

Dapprima, il 26 marzo, una nuova presentazione del libro “Progetto di Vita. Domande e risposte. Normative, applicazioni e buone prassi” di Francesca Palmas e Marco Espa, successivamente, il 27 marzo, un seminario promosso dalla Regione, sul tema “Riforma in materia di disabilità: principi, diritti e progettazione personalizzata nei percorsi di vita”: sono i due appuntamenti in programma nei prossimi giorni ad Aosta

Nella cornice della BrivioDue Libreria di Aosta, vero e proprio salotto culturale della città, è in programma per il pomeriggio del 26 marzo (Piazza Émile Chanoux, 28, ore 17), una nuova presentazione del libro Progetto di Vita. Domande e risposte. Normative, applicazioni e buone prassi, pubblicato da Erickson nell’ottobre dello scorso anno e scritto a quattro mani da Francesca Palmas e Marco Espa, rispettivamente responsabile del Centro Studi e presidente nazionale dell’ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi).
Di tale pubblicazione abbiamo già avuto occasione di occuparci in più di un’occasione, dando spazio, ad esempio, all’ampio approfondimento di Salvatore Nocera, che ha scritto tra l’altro: «Questo è un testo agile e stimolante per far sì che i Progetti di Vita personalizzati e partecipati possano veramente diventare l’unica soluzione per assicurare una vita dignitosa e soddisfacente a tutte le persone con disabilità».
Insieme ai due Autori, Palmas ed Espa, parteciperà anche all’incontro Maria Cosentino della Cooperativa Sociale C’era l’Acca e del CoDiVdA (Coordinamento Disabilità Valle d’Aosta), componente regionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

Nel pomeriggio del giorno seguente, 27 marzo, vi sarà poi un appuntamento istituzionale promosso dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta, ossia il seminario intitolato Riforma in materia di disabilità: principi, diritti e progettazione personalizzata nei percorsi di vita (Sala Conferenze del Megamuseo di Aosta, ore 14-16.30).
Entrambi gli incontri saranno a ingresso libero, aperti a tutti e tutte. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: codivda@gmail.com.

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A Macerata c’è il principale appuntamento accademico italiano sulla pedagogia speciale e l’inclusione sociale

23 Marzo 2026 - 1:24pm

Sei giorni di convegni, laboratori, eventi sportivi, presentazioni editoriali e una cerimonia di premiazione, con oltre cinquanta incontri in programma: si apre oggi, 23 marzo, e si protrarrà fino al 28, la Settimana dell’Inclusione, promossa dall’Università di Macerata, nona edizione del principale appuntamento accademico italiano dedicato alla pedagogia speciale e all’inclusione sociale. E già nel pomeriggio di oggi è in programma un interessante incontro sul tema “Il Progetto di Vita entra nella fase attuativa”

Sei giorni di convegni, laboratori, eventi sportivi, presentazioni editoriali e una cerimonia di premiazione, con oltre cinquanta incontri in programma e la partecipazione di Università da Italia, Stati Uniti, Brasile, Palestina, Ungheria e Repubblica di San Marino: si apre oggi, 23 marzo, e si protrarrà fino a sabato 28, la Settimana dell’Inclusione, promossa dall’Università di Macerata, nona edizione del principale appuntamento accademico italiano dedicato alla pedagogia speciale e all’inclusione sociale.

Rimandando Lettori e Lettrici al ricco programma della rassegna (disponibile a questo link), ne segnaliamo qui alcuni appuntamenti di particolare interesse, a partire da quello del pomeriggio di oggi, 23 marzo, sul tema Il Progetto di Vita entra nella fase attuativa, che viene presentato così: «Il Decreto Legislativo 62/24 ha introdotto in Italia il “Progetto di Vita” come strumento personalizzato e obbligatorio per ogni persona con disabilità, ridisegnando radicalmente il rapporto tra individuo, famiglia e servizi pubblici. La fase sperimentale è in corso in dodici ambiti territoriali: Macerata ne è uno. Questo convegno sarà il primo grande momento di verifica pubblica di questa riforma».
Vi interverranno tra gli altri Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) e Karrie Shogren dell’Università americana del Kansas, che si soffermerà su un confronto tra il modello statunitense e la riforma della disabilità italiana.
Nella giornata di domani, 24 marzo, poi, Giampiero Griffo, attivista per i diritti umani delle persone con disabilità e componente del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International), dialogherà con Adrianna Taddei dell’Università di San Marino, sul tema Pedagogia speciale per l’inclusione.
E ancora, nel pomeriggio del 27 marzo, in collaborazione con la CNUDD (Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità), l’incontro La didattica inclusiva all’università, mentre nella mattinata del 28 marzo verrà presentato il progetto MEraviglIA, esperienza di integrazione sistematica tra intelligenza artificiale e didattica inclusiva sviluppata in modo coordinato tra i quattro atenei marchigiani (Macerata, Camerino, Politecnica delle Marche e Urbino Carlo Bo). (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento, a quest’altro link il programma completo. Per altre informazioni: ufficiostampa@unimc.it.

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Il modo migliore per ricordare Alice sarebbe portarne a termine il lavoro iniziato

23 Marzo 2026 - 12:12pm

«Il sindaco di Bologna, parlando di Alice Greco, ha detto che “Bologna saprà ricordarla”. Ci permettiamo un suggerimento preventivo: posto che qualunque commemorazione sarebbe senz’altro meritata, il modo migliore per onorare un’attivista non è scriverne il nome su una targa, ma portare a termine il lavoro che ha iniziato sui temi che le stavano a cuore»: è un bel ricordo “da attivisti e attiviste”, quello che l’Associazione Rete per l’Autonomia dedica ad Alice Greco, presidente della UILDM di Bologna, scomparsa il 21 marzo a 36 anni Alice Greco mentre sale la rampetta di un centro estetico (foto tratta dalla sua pagina Facebook)

Alice Greco, presidente della UILDM di Bologna (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), ci ha lasciate il 21 marzo a soli 36 anni, lasciando un vuoto che ancora non sappiamo nominare.
Era stata lei a dire alla nostra Presidente di entrare nella Consulta Comunale sulla Disabilità, quando a mala pena sapeva cosa fosse. Ed era stata sempre lei a dare fiducia alla proposta di spingere perché il Comune regolasse un po’ meglio l’accessibilità degli edifici aperti al pubblico. Quel progetto era l’idea di persone con disabilità “qualsiasi”, ma Alice sapeva fare una cosa purtroppo non scontata nel mondo associativo: aprire le porte, creare connessioni anziché muri. Attorno a quel progetto ha costruito una rete di oltre 15 Associazioni, e la lotta del gruppo ne ha ottenuto la trasformazione in un regolamento comunale, le Linee guida visitabilità, nel 2021.
E poi? In uno dei suoi ultimi post su Facebook, Alice si è fatta fotografare mentre saliva la rampetta di un centro estetico, che ringraziava con un po’ di ironia per avere “mantenuto la promessa” di dotarsi di una rampa. Un rinforzo positivo purtroppo necessario: un negozio con una rampa è ancora una notizia da postare, un regalo per cui ringraziare, non un’ovvietà. Le citate Linee guida ci sono da cinque anni, la Convenzione ONU sui Diritti per le Persone con Disabilità da venti, ma per avere l’accessibilità dobbiamo ancora strappare promesse personali ai negozianti e ringraziarli su Facebook. Dobbiamo mettere in mezzo i nostri corpi, la nostra voce, il nostro tempo. Un tempo che a volte è troppo breve.
Alice al suo aspetto ci teneva, amava la moda, e ce la immaginiamo a voler strappare alla sua vita breve una mezz’ora di leggerezza per farsi le unghie là dentro. Ci domandiamo: quanti anni di lotta è costata quella mezz’ora? E quante altre mezz’ore di leggerezza non ha trascorso, quanti amici non ha visto, quante esperienze ha perso perché, beh, prima di imporre l’accessibilità c’era una procedura da affinare, un ufficio da convincere, e soprattutto le elezioni da attendere?
Mentre la politica scantona e la burocrazia cincischia, le nostre vite corrono, a volte velocissime. E arrivano al traguardo sfilacciate, coi buchi scavati da tutte le cose che non abbiamo potuto fare perché una società abilista e inaccessibile ce l’ha impedito.
Un’amica di Alice di un’altra città, che con lei, oltre alla disabilità, ha condiviso tante lotte, non potrà venire al funerale [24 marzo, ore 10.30 presso il Pantheon della Certosa a Bologna, Via della Certosa, 18, N.d.R.], «perché non ho chi mi accompagna». E venire in treno? «Eh, e poi chi mi aiuta lì ad andare in bagno? E se anche trovo un assistente, come ci arrivo dalla stazione al cimitero senza taxi accessibili?».
Questo è l’effetto concreto dei “progetti di vita” senza fondi sufficienti per assumere assistenti, dei bandi taxi senza obblighi di accessibilità, di tutte le altre politiche che ci dimenticano: che non possiamo neanche andare ai funerali. Non possiamo scegliere liberamente dove e con chi vivere, da chi farci assistere, quando fare la doccia o uscire di casa, perché l’assistenza non è un diritto davvero garantito. Proprio negli ultimi tempi Alice stava mettendo gli ultimi mattoncini al suo progetto di vita indipendente. La beffa delle nostre vite è spenderne gran parte lottando per conquistare il diritto a goderne quando sarà troppo tardi.
Alice ultimamente si vedeva meno alle riunioni, aveva deciso di prendersi del tempo per costruire questa indipendenza, ha viaggiato. Ha fatto bene. Forse in qualche modo lo sapeva che, tanto, non avrebbe fatto in tempo a vedere i risultati dell’ennesima riunione di Consulta.
Non ha fatto in tempo neanche a vedere la campagna di comunicazione sulle Linee guida visitabilità, per cui avevamo lottato insieme. La campagna è pronta da più di un anno, ma il Comune non l’ha pubblicata e le norme restano sconosciute ai più, ovviamente inapplicate. Ci sarà senz’altro un buon motivo: una procedura da affinare, un ufficio da convincere, un’elezione da attendere.
Il sindaco Lepore, parlando di Alice Greco, ha detto che «Bologna saprà ricordarla». Ci permettiamo un suggerimento preventivo: posto che qualunque commemorazione sarebbe senz’altro meritata, il modo migliore per onorare un’attivista non è scriverne il nome su una targa, ma portare a termine il lavoro che ha iniziato sui temi che le stavano a cuore. Dando senso, cosi, al suo investimento di tempo, il suo poco tempo, in riunioni e progetti per i diritti di tutte.
Qualche volte, scherzando sul nostro funerale, diciamo: non fiori ma rampe! Chissà se faremo in tempo a vederle…

*reteperlautonomia@gmail.com.

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Si apre a Venaria Reale la primavera della “Subacquea Zero Barriere”

20 Marzo 2026 - 6:21pm

Già 40 persone con disabilità hanno aderito all’appuntamento del 22 marzo a Venaria Reale (Torino), con cui si aprirà la primavera di “Subacquea Zero Barriere”, il programma di eventi con cui HSA Italia, l’Associazione Nazionale Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, da molti anni, in Italia e all’estero, costruisce inclusione sociale, abbattendo barriere e unendo persone con e senza disabilità in un contesto di uguaglianza e rispetto reciproco Immagine di repertorio di un evento in piscina promosso da HSA Italia

La primavera di Subacquea Zero Barriere, il programma di eventi con cui HSA Italia (Handicapped Scuba Association International), l’Associazione Nazionale Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità, da molti anni, in Italia e all’estero, costruisce inclusione sociale, abbattendo barriere e unendo persone con e senza disabilità in un contesto di uguaglianza e rispetto reciproco, si aprirà il 22 marzo con un’iniziativa gratuita e aperta a tutti a Venaria Reale (Torino), nella Piscina Venaria (Via Di Vittorio, 18, ore 9.30-13.30), «per scoprire l’emozione del primo respiro sott’acqua – come si legge nella presentazione – all’insegna del motto Un respiro in più, una barriera in meno».
All’evento, cui hanno già aderito 40 persone con disabilità, con il coinvolgimento di oltre 150 persone tra istruttori, guide, familiari, volontari e rappresentanti istituzioni, le stesse persone con disabilità potranno vivere in prima persona l’esperienza di immergersi in una piscina profonda dieci metri, partecipando a prove di nuoto, snorkeling, apnea e subacquea.
L’iniziativa sarà coordinata da Gianfranco Lenti di HSA Nazionale, con Fabio Moreo e Mariano Cornacchia di HSA Torino, che commentano: «A rendere possibile queste giornate gratuite sono sempre gli istruttori e le guide HSA provenienti da diverse realtà del territorio, che mettono a disposizione esperienza, passione e professionalità. A Venaria, il nostro grande e sentito grazie va alle scuole Onda Sub Torino, Alice Sub, Sub Novara Laghi, Nato Scuba Diving Club, Scuba Project, Passione D’Amare, Apnea HSA Team Italia. Un ringraziamento, inoltre, va anche ai Lions Pietro Micca, a Hesperia Torino e a La Mandria di Venaria Reale, coordinati da Alessandro Artero, con Giacomo Ardone, storico trainer HSA, che ha sviluppato l’evento in collaborazione con HSA e agli sponsor tecnici Suex, Beuchat, Sport Club Venaria».
Da ricordare, in conclusione, che l’iniziativa si avvarrà del patrocinio del Ministero del Turismo, della Regione Piemonte, della Città di Venaria Reale, della SIMSI (Società Italiana di Medicina Subacquea e Iperbarica), di NADD Global Diving Agency e del Pianeta Azzurro. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Patrizia De Santo (patrizia@patriziadesantopr.it).

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Una gara di solidarietà digitale per la Lega del Filo d’Oro

20 Marzo 2026 - 5:26pm

Dal 23 al 27 marzo la Fondazione Lega del Filo d’Oro promuoverà “La Settimana d’Oro”, gara di solidarietà in diretta sui social che vedrà protagonisti noti creator impegnati a far conoscere le attività della Fondazione stessa e a raccogliere donazioni che contribuiranno a rafforzarne la presenza sul territorio nazionale, con l’obiettivo di raggiungere sempre più persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale e le loro famiglie

Dalla Treccani (“Neologismi”) leggiamo: «Creator: persona che, per mestiere o per passione, crea e pubblica contenuti originali e innovativi, principalmente video, da destinare alle piattaforme digitali». Ebbene, dal 23 al 27 marzo la Fondazione Lega del Filo d’Oro promuoverà La Settimana d’Oro, gara di solidarietà in diretta sui social che vedrà protagonisti creator e community uniti per raccogliere donazioni a sostegno della Fondazione stessa, contribuendo a rafforzarne la presenza sul territorio nazionale, attraverso l’apertura di nuove sedi, con l’obiettivo di raggiungere sempre più persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale e le loro famiglie, per le quali l’Ente è punto di riferimento da oltre 60 anni.
Per l’occasione, dieci creator digitali tra i più seguiti d’Italia – attori, comici, travel blogger – entreranno “nel cuore” dell’organizzazione, per realizzare dirette social quotidiane di due ore, trasmesse sui canali della Fondazione (Instagram, Facebook, YouTube) e sui canali Instagram dei creator stessi. Le dirette social accompagneranno il pubblico alla scoperta delle attività e dei servizi della Lega del Filo d’Oro, mostrando da vicino il lavoro dei professionisti che ogni giorno si dedicano alle persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale. E parteciperanno con contributi video anche ambassador e testimonial dell’Ente, dall’attore Neri Marcorè allo chef Filippo La Mantia, dal compositore Fabio Frizzi al direttore d’orchestra Pinuccio Pirazzoli e all’attrice e giornalista Mirea Stellato.

«L’impegno che ci contraddistingue da oltre sessant’anni – sottolinea Rossano Bartoli, presidente della Lega del Filo d’Oro – al fianco delle persone sordocieche e con pluridisabilità psicosensoriale e delle loro famiglie, merita di essere conosciuto, raccontato, sostenuto. Con questa gara di solidarietà digitale vogliamo quindi invitare tutti e tutte a farne parte». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: Virginia Matteucci (v.matteucci@inc-comunicazione.it).

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Donne, Disabilità, Empowerment: una mostra fotografica e dieci storie di donne dell’Africa

20 Marzo 2026 - 5:04pm

Sarà visibile dal 23 al 29 marzo a Milano (ma anche online) “Women. Disability. Empowerment”, mostra fotografica centrata sulla storia di dieci donne con e senza disabilità dell’Africa, oggi protagoniste della propria vita. L’iniziativa rende visibile anche l’impatto del lavoro di CBM Italia e dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, soggetti impegnati in progetti di accesso ai servizi sanitari, educazione, formazione professionale, sicurezza alimentare e lavoro, rivolti a migliaia di donne con disabilità Rose con Shirleen (©CBM Italia)

Sarà visibile dal 23 al 29 marzo a Milano Women. Disability. Empowerment, mostra fotografica che propone un percorso attraverso cinque Paesi dell’Africa (Burkina Faso, Etiopia, Kenya, Niger, Sud Sudan) – e dieci storie di donne con e senza disabilità che hanno intrapreso un percorso di empowerment (crescita dell’autoconsapevolezza) e che oggi sono protagoniste della propria vita.
L’iniziativa ha anche lo scopo di rendere visibile l’impatto del lavoro congiunto di CBM Italia – componente nazionale della nota organizzazione impegnata nella salute, l’educazione, il lavoro e i diritti delle persone con disabilità nel mondo e in Italia – e dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo), entrambi soggetti impegnati in progetti di accesso ai servizi sanitari, educazione, formazione professionale, sicurezza alimentare e lavoro, rivolti a migliaia di donne con disabilità alle quali troppo spesso vengono negati diritti fondamentali.

«Ogni storia restituisce non solo un cambiamento individuale, ma anche la trasformazione che questo genera nelle comunità», è scritto nella nota di presentazione. In questo spazio ne raccontiamo una.
Rose, 29 anni, vive nello slum di Nairobi, in Kenya, con la figlia Shirleen, di 6 anni, che è nata con una paralisi cerebrale e fatica a camminare e a parlare. I vicini la picchiavano perché diversa, “vittima di una maledizione”. Per proteggerla, Rose la teneva chiusa in casa. Grazie a un programma di educazione inclusiva, oggi Shirleen va a scuola. Intanto Rose è diventata un punto di riferimento nello slum: ha fondato un piccolo gruppo di mutuo-aiuto per madri di bambini con disabilità. La sua forza oggi è questa: costruire reti, ottenere servizi adeguati, rendere visibili diritti che per troppo tempo sono rimasti negati.

L’inaugurazione della mostra fotografica si terrà nel secondo pomeriggio del 23 marzo (ore 18.15), presso il Museo di Arte e Scienza di Milano (Via Sella, 4), a Milano. L’evento sarà moderato da Maria Elena Viola, direttrice di «Donna Moderna». Interverranno Anna Rossi, atleta e accessibility coordinator della Fondazione Milano Cortina 2026, Antonella Ferrari, attrice e scrittrice e Olive Namutebi, direttrice dell’Associazione Albinism Umbrella (in collegamento dall’Uganda).
La mostra sarà visibile anche online a questo link. (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@cbmitalia.org.
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Contrarie a ogni forma di istituzionalizzazione

20 Marzo 2026 - 3:57pm

«Ribadiamo la nostra contrarietà a ogni forma di istituzionalizzazione – scrivono dal Gruppo Donne della FISH -, in coerenza con i princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che riconosce il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella comunità, con la stessa libertà di scelta delle altre persone, e ad accedere ai sostegni necessari ad una piena partecipazione e inclusione sociale. Un principio, questo, che assume rilievo ancora più significativo con riferimento alle donne con disabilità»

Ribadiamo con fermezza la nostra contrarietà a ogni forma di istituzionalizzazione, in coerenza con i princìpi e gli obblighi sanciti dall’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, che riconosce il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella comunità, con la stessa libertà di scelta delle altre persone, e ad accedere ai sostegni necessari per garantire una piena partecipazione e inclusione sociale.
Tale principio assume un rilievo ancora più significativo con riferimento alle donne con disabilità, che spesso sperimentano forme molteplici e intersezionali di discriminazioni legate al genere e alla disabilità. Questa condizione le espone con maggiore frequenza a situazioni di segregazione, isolamento e limitazione della propria autodeterminazione, rendendo ancora più urgente l’affermazione e l’attuazione concreta del diritto alla vita indipendente e all’inclusione nella comunità.
Riteniamo pertanto che il superamento di ogni forma di istituzionalizzazione debba costituire una priorità delle politiche pubbliche, attraverso lo sviluppo e il rafforzamento di servizi territoriali, sostegni personalizzati e strumenti che garantiscano alle persone con disabilità, e in particolare alle donne con disabilità, la possibilità di vivere, scegliere e partecipare pienamente alla vita della comunità.
In questo quadro, esprimiamo piena condivisione degli obiettivi e delle finalità della campagna promossa dal Centro Informare un’h [Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone, N.d.R.], che richiama l’attenzione pubblica e istituzionale sulla necessità di promuovere politiche e interventi fondati sui diritti umani, sull’autonomia, sulla dignità e sull’autodeterminazione delle persone con disabilità.
Confermiamo dunque il nostro impegno a promuovere la massima sensibilizzazione su tali temi e a diffondere, presso le Associazioni di cui le componenti del nostro Gruppo fanno parte, i contenuti e gli obiettivi dell’iniziativa che ha come scopo il garantire la piena attuazione dei diritti sanciti dalla citata Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

*La FISH è la Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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È complicata la situazione delle Unità Spinali del nostro Paese

20 Marzo 2026 - 1:58pm

Saturazione strutturale, attese fino a sei mesi in situazioni di cronicità e un Paese quasi sempre impreparato alla dimissione, se è vero che proprio a casa il sistema mostra le lacune più profonde: non sono certo confortanti i dati emersi da un’indagine svolta dall’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola su diciassette Unità Spinali italiane

Saturazione strutturale, attese fino a sei mesi nella cronicità e un Paese quasi sempre impreparato alla dimissione: non sono certo confortanti i dati emersi da un’indagine svolta dall’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna) – la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita – su diciassette Unità Spinali italiane, presenti in Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Sardegna, Sicilia e Veneto, indagine presentata nei giorni scorsi al meeting RehabEvolution 2026 di Bologna, evento organizzato dallo stesso Istituto Montecatone.

Entrando nel dettaglio dei dati raccolti dall’indagine, va innanzitutto sottolineato che il 73,3% delle Unità Spinali lavora con un tasso di occupazione superiore al 95%.
Per quanto poi riguarda i tempi di attesa, in acuto, l’80% dei centri ricovera entro un mese, mentre nella cronicità nessuno raggiunge quella soglia: il 60% dei pazienti, infatti, attende tra uno e tre mesi, il 33,3% tra tre e sei. «Si tratta di un’attesa – sottolineano da Montecatone – che ha conseguenze cliniche dirette, perché nella lesione midollare la cronicità non equivale a stabilità: le complicanze più frequenti, infatti (lesioni da pressione, problematiche neuro-urologiche, spasticità), precipitano rapidamente se non intercettate».

Rispetto poi al tema della dimissione, tutti i centri segnalano un rientro domiciliare superiore al 50% dei pazienti, sia in post-acuto che in cronicità, ma è proprio a casa che il sistema mostra le lacune più profonde: l’86,7% delle strutture, infatti, segnala barriere architettoniche come primo ostacolo, il 60% cita problemi socioeconomici della famiglia, il 33,3% la mancanza di caregiver adeguati e la scarsa integrazione tra ospedale e territorio.
A rendere quindi il quadro ulteriormente critico, vi sono i dati sul monitoraggio digitale, secondo cui il 53,3% dei centri è privo di qualsiasi sistema informatizzato di follow-up per i pazienti cronici e solo il 13,3% dispone di uno strumento integrato con i servizi territoriali. Inoltre, protocolli condivisi a livello regionale esistono in appena il 26,7% dei casi.

«In Italia – ricordano da Montecatone – il numero delle persone con lesione midollare che vivono al domicilio è stimato tra le 80.000 e 100.000; non esiste infatti un dato ufficiale univoco, ma si tratta di stime elaborate dalle stesse strutture sanitarie che seguono pazienti con questa specifica patologia. Ogni anno, inoltre, si registrano circa 2.500-3.000 nuovi casi di mielolesione. A fronte di questi numeri, la rete delle Unità Spinali italiane interpellate dispone complessivamente di circa 400 posti letto, un dato che evidenzia la forte pressione su questi presìdi altamente specializzati. La valutazione complessiva dell’offerta assistenziale regionale rispecchia lo scenario generale, con l’86,7% dei centri che la giudica “solo parzialmente adeguata”».
«La fase più critica della lesione midollare – si conclude – non è più soltanto quella acuta. La vera sfida, infatti, è la transizione verso la cronicità e la gestione a lungo termine nel territorio. E la risposta non può essere solo clinica, ma dev’essere anche organizzativa». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: media@montecatone.com.

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Quando assistere chi ami diventa un rischio per la tua salute

20 Marzo 2026 - 1:24pm

«Molti caregiver – scrive Daniela Mignogna – si ammalano di più non perché siano più deboli, ma paradossalmente perché sono rimasti più a lungo in una posizione di forza. Hanno retto, adattato la propria vita, fatto spazio all’altro. E il corpo, a un certo punto, chiede il conto. Il caregiver incarna una forma di legame che nelle società moderne si vede meno spesso, ossia l’idea che la vita di qualcuno possa diventare, per un periodo, anche la nostra responsabilità. È un gesto enorme, ma proprio perché è enorme lascia delle tracce»

Quando una persona diventa caregiver di un familiare succede qualcosa di molto particolare: la relazione cambia natura. Non è più solo affetto, condivisione, memoria comune. Diventa anche responsabilità continua. È come se l’amore prendesse la forma di un lavoro che non finisce mai.
Questo ha un effetto profondo sul corpo. Il caregiver, infatti, vive spesso in uno stato di attenzione permanente. Anche quando riposa davvero non riposa del tutto, perché una parte della mente resta vigile: «Se succede qualcosa?», «Se cade?», «Se ha bisogno?». Il corpo umano, però, non è fatto per restare così a lungo in una condizione di allerta. Col tempo quella tensione sottile diventa stanchezza cronica, sonno leggero, sistema immunitario più fragile.
E c’è poi un altro aspetto, più silenzioso. Molti caregiver spostano il centro della propria vita fuori da sé. Le priorità diventano la terapia dell’altro, i suoi orari, i suoi bisogni. Non è una decisione egoistica o razionale: è spesso una forma molto pura di lealtà affettiva. Ma il risultato è che la propria salute passa in secondo piano. Non per mancanza di intelligenza o di informazione, ma perché il tempo interiore ed emotivo è occupato da qualcun altro.
E ancora c’è una specie di dolore lento che raramente viene nominato: assistere qualcuno significa vedere la fragilità di chi ami ogni giorno. Non è un trauma improvviso, è una goccia costante. Il caregiver vive spesso una forma di lutto anticipato o di nostalgia per la persona com’era prima. Questo consumo emotivo non è drammatico ogni giorno, ma nel lungo periodo pesa.
Per questo molti caregiver si ammalano di più: non perché siano più deboli, ma paradossalmente perché sono rimasti più a lungo in una posizione di forza. Hanno retto, adattato la propria vita, fatto spazio all’altro. E il corpo, a un certo punto, chiede il conto.
Eppure c’è anche qualcosa di molto umano in tutto questo: il caregiver incarna una forma di legame che nelle società moderne si vede meno spesso, ossia l’idea che la vita di qualcuno possa diventare, per un periodo, anche la nostra responsabilità. È un gesto enorme, ma proprio perché è enorme lascia delle tracce.

*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).

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«Il tempo libero per molti di noi è un tempo vuoto»: la solitudine delle persone con sindrome di Down

20 Marzo 2026 - 1:03pm

«Solitudine non indica solo assenza di compagnia, ma anche assenza di ascolto, di opportunità e di condizioni per poter essere riconosciuti come parte della comunità. È quindi fondamentale operare su questo assunto per poter costruire contesti realmente inclusivi in cui nessuno resti indietro»: lo dicono dall’ANFFAS, alla vigilia della Giornata Mondiale della Sindrome di Down di domani, 21 marzo, centrata quest’anno sul tema “Insieme contro la solitudine”

«Il tempo libero per molti di noi è un tempo vuoto». «Vorremmo trovarci di più la sera, a mangiare una pizza insieme, o a vedere un film». «Ho paura di rimanere da solo… vorrei un amico… un amico per prendere un caffè, per una chiamata, e per chiedermi come sto». «Sappiamo che c’è ancora troppa discriminazione, non veniamo sempre accettati e rispettati»: alla vigilia della Giornata Mondiale della Sindrome di Down di domani, 21 marzo, centrata sul tema Insieme contro la solitudine, l’ANFFAS (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) riporta alcune frasi coincidenti con alcune dichiarazioni dei propri Autorappresentanti durante gli Stati Generali Anffas sulle disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, svoltisi dal 2023 al 2025, frasi che sottolineano quanto ancora troppo spesso le persone con sindrome di Down e in generale le persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, nonché le loro famiglie, si trovino in condizioni di isolamento ed emarginazione. «Si tratta infatti di dichiarazioni – sottolineano dall’Associazione – che esprimono un disagio profondo e ancora attuale riguardante ogni àmbito della vita: scuola, lavoro, tempo libero, partecipazione alla vita della comunità».

«Contrastare la solitudine – proseguono dall’ANFFAS – vuol dire in primo luogo contrastare barriere culturali, pregiudizi e stereotipi ancora presenti nella società e andare ad operare per creare delle reti di sostegno, delle comunità accoglienti e realmente inclusive che consentano di esprimere le proprie potenzialità, di coltivare relazioni significative e di partecipare attivamente alla vita della comunità al pari degli altri, senza dimenticare il supporto fondamentale verso le famiglie che si trovano spesso ad affrontare indifferenza e carenza di supporti. Questo vuol dire che tutti hanno una responsabilità: è necessario a tal proposito operare insieme per una società realmente inclusiva sotto ogni punto di vista, che guardi alla persona con disabilità intellettiva non come ad una mera “presenza” ma come parte attiva di legami e relazioni, fornendo giusti sostegni e supporti per consentire a tutti di dare il proprio contributo e di potersi esprimere come si può e come si desidera».

«Solitudine non indica solo assenza di compagnia – commenta Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS – ma anche assenza di ascolto, di opportunità e di condizioni per poter essere riconosciuti come parte della comunità. È quindi fondamentale operare su questo assunto per poter costruire contesti realmente inclusivi in cui nessuno resti indietro». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net.

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Non può esserci autodeterminazione dove mancano alternative

20 Marzo 2026 - 12:41pm

La Rete Europea sulla Vita Indipendente ENIL ha pubblicato un documento sul suicidio assistito, portando nel dibattito europeo una prospettiva spesso trascurata, quella delle persone con disabilità e del movimento per la Vita Indipendente. E la conclusione è chiara: «Nelle attuali condizioni sociali, economiche e politiche in Europa, il suicidio assistito non può essere considerato un’opzione sicura né pienamente libera. Prima di qualsiasi apertura in questa direzione, è necessario garantire ciò che ancora oggi manca» “Free choice or Forced choice?” (“Libera scleta o scelta forzata?”), si legge nell’immagine proposta da ENIL a corredo del proprio documento sul suicidio assistito

L’ENIL (European Network on Independent Living), ossia la Rete Europea sulla Vita Indipendente, ha appena pubblicato un Position Paper (“documento di posizione”), disponibile integralmente a questo link, riguardante il suicidio assistito, portando nel dibattito europeo una prospettiva tanto necessaria quanto spesso trascurata: quella delle persone con disabilità e del movimento per la Vita Indipendente.
Si tratta di un lavoro importante, costruito attraverso una consultazione ampia che ha coinvolto membri e realtà da tutta Europa. Un processo che ha permesso di raccogliere punti di vista diversi, esperienze dirette e riflessioni profonde su un tema complesso, che tocca la vita, la dignità e i diritti delle persone.

Il punto di partenza è chiaro: il suicidio assistito non può essere affrontato come una questione isolata, ma deve essere letto dentro il contesto reale in cui vivono le persone con disabilità. Ed è proprio qui che il documento introduce uno degli elementi più rilevanti.
Oggi, in gran parte d’Europa, la Vita Indipendente non è ancora una realtà pienamente garantita. Molte persone continuano a vivere senza accesso adeguato all’assistenza personale, senza servizi sufficienti, senza soluzioni abitative accessibili, spesso in condizioni di isolamento o istituzionalizzazione. In questo scenario, parlare di “scelta libera” diventa inevitabilmente problematico. Perché una scelta può dirsi davvero libera solo quando esistono alternative reali.
Il Position Paper evidenzia con forza proprio questo rischio: che il suicidio assistito possa trasformarsi, in alcuni casi, non in una scelta autentica, ma nella conseguenza di una mancanza di supporti, di opportunità e di diritti garantiti. Quando mancano servizi adeguati, quando le persone si sentono un peso per la famiglia o per la società, quando le condizioni di vita sono segnate da disuguaglianze e marginalizzazione, la linea tra scelta e costrizione diventa estremamente sottile.

Un altro elemento centrale riguarda il ruolo dell’abilismo, spesso invisibile ma profondamente radicato. Il documento sottolinea come, ancora oggi, la vita delle persone con disabilità venga frequentemente percepita come meno desiderabile, meno dignitosa, o inevitabilmente segnata dalla sofferenza. Queste narrazioni, anche quando non esplicite, influenzano il modo in cui vengono prese decisioni, sia a livello individuale che nei sistemi sanitari.
Non si tratta di una questione teorica. Il documento richiama anche esperienze e dati che mostrano come, in alcuni contesti, le richieste di accesso al suicidio assistito siano legate non tanto al dolore fisico, quanto alla perdita di autonomia, alla solitudine, alla mancanza di supporti. Elementi che non sono inevitabili, ma che dipendono da scelte politiche e sociali.
La consultazione condotta da ENIL riflette bene questa complessità. Le opinioni non sono univoche, ma emerge una preoccupazione diffusa: circa il 59% dei partecipanti si è espresso in modo contrario, totale o parziale, al suicidio assistito. Un dato che non chiude il dibattito, ma che segnala con chiarezza quanto sia forte il timore che, nelle condizioni attuali, questo strumento possa trasformarsi in una risposta a fallimenti sistemici, piuttosto che a bisogni individuali.

La posizione finale di ENIL è netta: nelle attuali condizioni sociali, economiche e politiche in Europa, il suicidio assistito non può essere considerato un’opzione sicura né pienamente libera. Prima di qualsiasi apertura in questa direzione, è necessario garantire ciò che ancora oggi manca: il diritto alla Vita Indipendente, servizi adeguati, assistenza personale, accesso alla salute, alla casa, alla partecipazione sociale. In altre parole, le condizioni che rendono possibile una vita dignitosa.
Questo documento rappresenta un contributo molto importante, perché ricorda che il rischio più grande non è solo quello di decisioni sbagliate, ma quello, più silenzioso, dell’abitudine. L’abitudine alla mancanza di servizi, alla solitudine, alla marginalità. L’abitudine a considerare alcune vite come meno degne di essere vissute.
Per questo motivo, pur ribadendo con forza l’importanza e l’urgenza di leggi moderne sul fine vita, riteniamo altrettanto imprescindibile non perdere mai di vista il contesto in cui queste scelte maturano.
Abbiamo più volte affermato il valore della libertà di scelta, dalla nascita alla morte. Una libertà che riguarda la dignità della persona in ogni fase della vita, anche nei momenti più difficili. Crediamo, però, che quella libertà debba essere reale, concreta, non condizionata. Non può dirsi pienamente libera una scelta che nasce dalla mancanza di assistenza, dall’isolamento, dalla povertà, dalla carenza di servizi o dalla percezione di essere un peso. Non può esserci autodeterminazione dove mancano alternative.
Ed è proprio qui che il messaggio dell’ENIL si fa netto e, per certi versi, scomodo ma necessario: prima di discutere fino in fondo del diritto a morire, dobbiamo avere il coraggio politico e civile di garantire davvero il diritto a vivere. Vivere in modo dignitoso, libero, sostenuto: con accesso all’assistenza personale, ai servizi, alle relazioni, alla partecipazione. Perché solo quando esistono queste condizioni, la libertà di scelta, anche nelle decisioni più estreme, può dirsi davvero tale, e non il riflesso di una mancanza di diritti.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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