Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria
Pubblicato su Centri Territoriali di Supporto B.E.S. - Calabria (https://www.handitecno.calabria.it)

Home > Printer-friendly >

Abbonamento a feed SuperandoI temi delle disabilità trattati con coraggio
Superando
URL:
https://superando.it
Aggiornato:
49 min 50 sec fa

Un interessante progetto artistico e sociale in scena a Bergamo

19 Marzo 2026 - 12:26pm

Spettacolo di e con Valentina Dal Mas, che andrà in scena il 21 marzo a Bergamo, “Luisa” è nato dall’incontro con la fragilità di una donna reale, che trasforma l’atto del cucire in una metafora di resistenza e dignità. A precederlo vi sarà l’interessante laboratorio espressivo “Cucio i fiori per non farli morire”, rivolto a tutti e tutte, ma con un’attenzione specifica a operatori socio-sanitari, educatori, psicologi e caregiver che quotidianamente si dedicano a persone con fragilità Valentina Dal Mas in una scena dello spettacolo “Luisa”

Spettacolo di e con Valentina Dal Mas (produzione La Piccionaia), già vincitore del Premio Scenario Periferie 2023, Luisa, che andrà in scena nella serata del 21 marzo al Teatro San Giorgio di Bergamo, nato dall’incontro con la fragilità di una donna reale, che trasforma l’atto del cucire in una metafora di resistenza e dignità, sarà preceduto dal laboratorio espressivo denominato Cucio i fiori per non farli morire (ore 18), iniziativa rivolta a tutti e tutte, ma con un’attenzione specifica a operatori socio-sanitari, educatori, psicologi e caregiver che quotidianamente si dedicano a persone con fragilità.
«Questo laboratorio – come si legge nella presentazione – si propone come uno spazio-tempo per ri-generare il carico fisico ed emotivo legato alla cura, utilizzando gesti, poesie e composizioni floreali per toccare con mano il potere di rinascita custodito nei fili e nei fiori secchi. Riteniamo trattarsi di un’iniziativa che parla con delicatezza e profondità di temi quali il supporto a chi si prende cura dell’altro e la valorizzazione della vulnerabilità attraverso il linguaggio teatrale». (S.B.)

A questo link sono disponibili informazioni e immagini sullo spettacolo Luisa del 21 marzo a Bergamo. Per ogni ulteriore informazione: organizzazione@teatroprova.com.

L'articolo Un interessante progetto artistico e sociale in scena a Bergamo proviene da Superando.

Disabilità: una condizione umana che si scontra con barriere sociali e che esige diritti certi

19 Marzo 2026 - 11:57am

«La disabilità – scrive Salvatore Cimmino – viene ancora troppo spesso filtrata attraverso lenti distorte: quella della pietà o quella dell’eroismo. Raramente la si affronta per ciò che è realmente: una condizione umana che si scontra con barriere sociali e che esige diritti certi». E aggiunge: «Serve certamente un cambio di paradigma radicale su tre fronti, vale a dire il linguaggio, la cultura e l’associazionismo»

La disabilità viene ancora troppo spesso filtrata attraverso lenti distorte: quella della pietà o quella dell’eroismo. Raramente la si affronta per ciò che è realmente: una condizione umana che si scontra con barriere sociali e che esige diritti certi.
Questa distorsione parte innanzitutto dal linguaggio: espressioni come “esigenze particolari” o “bisogni speciali” non fanno che stigmatizzare e ghettizzare, trattando la disabilità come una categoria a parte. Eppure, non stiamo parlando di una malattia, ma del risultato dell’interazione tra un individuo e un ambiente ostile.
Le necessità di accessibilità appartengono a tutti, ma la vera discriminante è politica: esiste infatti l’obbligo giuridico di rimuovere gli ostacoli per garantire pari opportunità universali, ma quando trasformiamo questi diritti in favori o concessioni, calpestiamo la dignità della persona, trasformandola da cittadino attivo a soggetto passivo di assistenza.
È inaccettabile che, nel 2026, la Legge 18 del 2009 — che ha ratificato in Italia la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità — sia ancora “un oggetto misterioso” per molti, inclusi gli addetti ai lavori. Questa norma non inventa privilegi, ma chiarisce che i diritti umani devono essere garantiti senza distinzioni; ignorarla significa ridurre la dignità a semplice beneficenza.
Oggi, tuttavia, il rischio più insidioso è la commercializzazione. Quando l’inclusione diventa un business, la persona rischia di essere ridotta a mero consumatore o, peggio, a prodotto per campagne di marketing.
Parallelamente, assistiamo a una proliferazione selvaggia di Associazioni: sebbene il pluralismo sia un valore, la frammentazione spesso nasconde realtà nate per scopi personali o piccoli finanziamenti, anziché per denunciare violazioni gravi come la mancanza di accessibilità o il negato diritto alla riabilitazione. È lo Stato di Diritto che deve farsi carico della persona, come solennemente sancito dalla nostra Costituzione.
Per uscire da questa impasse serve un cambio di paradigma radicale su tre fronti. Primo, il linguaggio: rimettere al centro la persona, non la sua diagnosi. Secondo, la cultura: conoscere e pretendere l’applicazione delle leggi vigenti. Terzo, l’associazionismo: esigere trasparenza e fare rete per rivendicare diritti, non omaggi.
Dobbiamo smettere di tradire, violare ed eludere la nostra Carta Costituzionale. La vera inclusione non si compra e non si vende: si costruisce garantendo che la dignità umana non sia mai considerata come una merce di scambio.

L'articolo Disabilità: una condizione umana che si scontra con barriere sociali e che esige diritti certi proviene da Superando.

“L’amore si muove”, un luogo dove le persone si sentono accolte e dove l’arte diventa occasione di incontro e di cambiamento

19 Marzo 2026 - 11:40am

In un tempo in cui il tema della disabilità rischia spesso di essere raccontato in chiave retorica, una manifestazione come “L’amore si muove”, capace di coniugare arte, partecipazione e impegno sociale, propone invece una narrazione attiva, fondata sulla centralità delle persone e sul protagonismo delle persone coinvolte. Ne abbiamo parlato con l’ideatore, il professor Alberico Lombardi Alberico Lombardi (foto di Ufficio Stampa Francesco Picazio)

Dopo il successo nel febbraio scorso della sesta edizione di L’amore si muove, evento andato in scena al Galoppatoio reale di Portici (Napoli), capace di coniugare arte, partecipazione e impegno sociale, abbiamo incontrato il professor Alberico Lombardi, ideatore e anima della manifestazione.
Più che un evento spettacolare, tale progetto si configura come un laboratorio culturale permanente in cui musica, parola e corpo diventano strumenti di inclusione concreta. In un tempo in cui il tema della disabilità rischia spesso di essere raccontato in chiave retorica, L’amore si muove propone invece una narrazione attiva, fondata sulla centralità delle persone e sul protagonismo delle persone coinvolte.

Alberico Lombardi ha sempre nutrito una passione profonda per la musica, un amore che ha coltivato parallelamente al suo percorso da insegnante di sostegno e di diritto. Il suo primo contatto con il mondo dello spettacolo avviene attraverso la radio: diventa speaker in diverse emittenti locali, affinando così le sue doti comunicative. Ma è con il teatro che il suo talento vocale trova piena espressione. Negli anni ha dato vita a numerosi spettacoli, dimostrando una grande versatilità artistica: dagli omaggi a Lucio Dalla e Lucio Battisti fino a performance dedicate alla canzone napoletana e a tematiche sociali come la lotta contro la violenza sulle donne. Un percorso che intreccia arte e impegno civile e che trova oggi nella manifestazione L’amore si muove una sintesi particolarmente significativa.
Il lavoro educativo rappresenta infatti una dimensione centrale del suo percorso umano e professionale. Lombardi rivendica con forza il valore dell’insegnamento di sostegno, che considera uno dei punti più alti della missione della scuola. «Essere insegnante di sostegno – dice – non è un incarico qualsiasi: è uno dei punti più alti della missione educativa della scuola. Io credo profondamente in una scuola che non misura il valore delle persone dalle loro difficoltà, ma dalla loro possibilità di crescita. È lì che si misura davvero il valore di una comunità educativa: nella capacità di non lasciare indietro nessuno».
Una convinzione, questa, che si traduce anche in una riflessione più ampia sulla formazione dei docenti. «Chi sceglie il sostegno dovrebbe farlo con convinzione, preparazione e autentica vocazione educativa. Per questa ragione credo sarebbe utile introdurre criteri di accesso più selettivi e qualificanti, una sorta di “sbarramento” formativo e professionale, garantendo che a svolgere questo ruolo siano docenti realmente motivati e adeguatamente preparati. Non per escludere, ma per tutelare la qualità dell’inclusione».

Professore, L’amore si muove è arrivato alla sua sesta edizione mantenendo coerenza e intensità emotiva: qual è la visione culturale che guida il progetto fin dalla sua nascita?
«È un progetto nato da una ferita e da una speranza insieme. Dal bisogno di dare un senso a tutto quello che ogni giorno vedo negli occhi dei ragazzi, nelle loro fatiche e nella loro straordinaria capacità di amare senza difese. Non volevo creare un evento, volevo creare una casa. Un luogo dove nessuno dovesse chiedere il permesso di essere se stesso. La mia visione è questa: ricordare a tutti che la fragilità non è un limite, è una forma di verità che ci rende più umani. Ogni edizione è un atto necessario, quasi inevitabile».

Nel suo ruolo di ideatore e conduttore lei riesce a coniugare dimensione artistica e responsabilità educativa. Quanto è complesso tenere insieme questi due piani senza scivolare nella retorica dell’inclusione?
«È difficile, perché quando parli di inclusione rischi sempre di essere frainteso o semplificato. Io provo a restare fedele a ciò che vivo ogni giorno: a scuola relazioni vere, a volte faticose, sempre profonde. Sul palco non porto un messaggio costruito, porto la mia storia intrecciata con quella dei miei ragazzi. Se c’è emozione è perché è reale, non perché la cerchiamo. L’unico modo per evitare la retorica è esporsi davvero, mettersi in gioco senza protezioni».

I ragazzi coinvolti non sono mai semplici partecipanti, ma protagonisti attivi. Qual è il lavoro preparatorio che sta dietro questo risultato e quali trasformazioni osserva in loro nel corso del percorso?
«Il lavoro è fatto di tempo, presenza, ascolto. Ci sono giorni in cui si prova una canzone e giorni in cui si prova semplicemente a stare insieme. Vedo ragazzi che arrivano timidi, a volte chiusi, e piano piano trovano una voce, uno spazio, uno sguardo che non abbassa più gli occhi. La trasformazione più potente è quando capiscono che non devono dimostrare nulla per essere amati. E ogni volta mi accorgo che sono loro a trasformare me».

La presenza di ospiti come Loredana Errore, nota cantante, ha aggiunto una dimensione simbolica forte alla manifestazione. Quanto è importante, per lei, creare un dialogo tra artisti affermati e percorsi di fragilità?
«È fondamentale perché crea un incontro vero, senza gerarchie. Quando un’artista straordinaria come Loredana sale su quel palco accade qualcosa di profondamente umano: le storie si toccano, si riconoscono. Non è solo musica, è condivisione. In quei momenti si sente che nessuno è distante, che tutti siamo parte dello stesso racconto».

Guardando al futuro, quale evoluzione immagina per L’amore si muove?
«Non penso tanto a dove arrivare, penso a restare fedele al senso profondo di questo cammino. Se crescerà, come sta avvenendo anno dopo anno, sarà perché continuerà a essere autentico. Vorrei che L’amore si muove diventasse sempre di più un luogo di incontro, capace di accogliere nuove storie e nuove voci. Ma soprattutto sogno che continui a essere un luogo dove le persone possano sentirsi accolte, dove l’arte diventa occasione di incontro e di cambiamento».

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

L'articolo “L’amore si muove”, un luogo dove le persone si sentono accolte e dove l’arte diventa occasione di incontro e di cambiamento proviene da Superando.

Un’indagine triennale su disabilità e vita quotidiana: il primo focus è sul lavoro

18 Marzo 2026 - 6:20pm

Nel solco dell’indagine realizzata nel 2023 sul tema “Disabilità e impoverimento nelle famiglie italiane”, CBM Italia e la Fondazione Emanuela Zancan hanno avviato una nuova iniziativa di ricerca triennale che mette al centro il punto di vista delle persone con disabilità, con l’obiettivo di approfondire aspetti concreti della vita quotidiana. Il primo focus è dedicato al tema “Disabilità e lavoro” e gli studiosi sono alla ricerca di persone con disabilità disponibili a partecipare a un questionario

Nel solco dell’indagine realizzata nel 2023 sul tema Disabilità e povertà nelle famiglie italiane, dei cui esiti anche Superando si era ampiamente occupato a suo tempo, CBM Italia – la nota organizzazione umanitaria impegnata nella prevenzione e cura della cecità e della disabilità e nell’inclusione delle persone con disabilità nel Sud del mondo e in Italia – insieme alla Fondazione Emanuela Zancan (Centro Studi e Ricerca Sociale), ha avviato una nuova iniziativa di ricerca che mette al centro il punto di vista delle persone con disabilità, con l’obiettivo di approfondire aspetti concreti della vita quotidiana. Il tutto da sviluppare in un progetto triennale che andrà appunto ad analizzare diverse dimensioni della vita quotidiana delle persone con disabilità.

Il primo focus è dedicato a un tema sempre fondamentale e parimenti dolente, quale Disabilità e lavoro, con l’obiettivo di indagarne diversi aspetti, tra cui le difficoltà di accesso al mondo del lavoro stesso, le condizioni lavorative, la qualità dell’impiego, l’impatto su relazioni, socialità e autonomia.
Per questo, gli studiosi sono alla ricerca di persone con disabilità disponibili a partecipare a un questionario cui possono aderire uomini e donne tra i 24 e i 50 anni, con disabilità congenita o acquisita prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, occupati/occupate con contratto di lavoro dipendente, con tirocinio o come lavoratori/lavoratrici autonomi/e o non occupati/e (in cerca o non in cerca di lavoro).
La partecipazione alla ricerca è quanto mai flessibile: il questionario, infatti, può essere compilato online o in formato cartaceo, in autonomia oppure con supporto telefonico e i dati raccolti saranno naturalmente trattati in forma anonima.
«Lo scopo – sottolineano i promotori – è costruire uno spazio di ascolto, dialogo e confronto che parta direttamente dalle esperienze delle persone con disabilità, per contribuire a costruire una “comunità di pensiero” e di confronto libero, laico e plurale, capace di coniugare conoscenza e azione». (S.B.)

Ringraziamo “Persone con disabilità.it” per la segnalazione.

Le persone interessate a partecipare o a segnalare possibili contatti possono scrivere a ricerche@fondazionezancan.it o contattare la Fondazione Emanuela Zancan telefonicamente (049 663800) entro il 10 aprile prossimo.

L'articolo Un’indagine triennale su disabilità e vita quotidiana: il primo focus è sul lavoro proviene da Superando.

“Lorkinos Blue Inclusion Lab”: il mare come spazio di cittadinanza attiva

18 Marzo 2026 - 5:46pm

Tra le iniziative dell’Impresa Sociale Isolahabile, realtà sportiva e turistica dedicata alle disabilità, nata a Napoli nel 2023 e quotidianamente al lavoro per rendere il mare un luogo sempre più accessibile e inclusivo, vi è il “Lorkinos Blue Inclusion Lab”, non soltanto un progetto, ma una visione: dimostrare cioè che l’inclusione non è assistenza, bensì partecipazione piena, responsabilità condivisa e costruzione collettiva di futuro Il “Lorkinos”, che è al centro del progetto “Lorkinos Blue Inclusion Lab”

Fondata a Napoli nel 2023, l’Impresa Sociale Isolahabile è una realtà sportiva e turistica dedicata alle disabilità, quotidianamente al lavoro per rendere il mare un luogo sempre più accessibile e inclusivo, dove tutti, indipendentemente dalle proprie abilità, possano vivere appieno la gioia e i benefìci di stare in acqua rimuovendo ogni barriera culturale, sociale, fisica e ambientale.
Grazie alla flotta di imbarcazioni accessibili, Isolahabile organizza attività ed esperienze di integrazione e socializzazione legate appunto al mare e al mondo nautico, tra cui immersioni e snorkeling con corsi per il rilascio di brevetti internazionali tramite istruttori HSA (l’Associazione Nazionale Attività Subacquee e Natatorie per Persone con Disabilità di cui HSA Italia è la componente nazionale) ed escursioni subacquee uniche insieme a guide esperte nella splendida area del Parco Archeologico Sommerso di Baia; e ancora, la scuola di vela con imbarcazioni progettate e ingegnerizzate per garantire l’accessibilità a tutti e tutte; la scuola di canoa, con corsi di paracanoa, escursioni in kayak e partite di canoa polo accessibili a chiunque; nonché le mini crociere su catamarani allestiti, per rendere agevole la partecipazione attiva di tutte le persone con disabilità, che possono così vivere e gestire senza limitazioni l’esperienza di bordo come skipper, timonieri e marinai.

In questo contesto assume centralità il Lorkinos Blue Inclusion Lab, progetto co-finanziato dall’Unione Europea (programmma Erasmus+), che incarna una visione di inclusione come partecipazione reale e non come semplice slogan.
L’iniziativa si rivolge a giovani tra i 18 e i 30 anni dell’area di Napoli e dintorni, con particolare attenzione a chi vive una condizione di disabilità o una situazione di minori opportunità. L’approccio è chiaro: non destinatari passivi di servizi, ma protagonisti attivi di un percorso che valorizza capacità, idee e vissuti personali.
Avviato nello scorso mese di febbraio, il Lorkinos Blue Inclusion Lab si svilupperà fino al mese di febbraio del 2027, attraverso una combinazione di attività online e incontri in presenza. In questi primi mesi sono previsti momenti di formazione e co-creazione, seguiti da un evento a bordo del natante Lorkinos l’8 e 9 maggio, occasione di lavoro intensivo e confronto diretto. Il 14 settembre, poi, è in programma un evento pubblico dedicato alla stesura condivisa della Carta Marittima dell’Inclusione, documento che raccoglierà proposte e visioni dei partecipanti.
Il percorso culminerà il 15 novembre con la presentazione ufficiale della Carta al Parlamento Europeo, momento altamente simbolico che collegherà l’esperienza locale alla dimensione europea.
La partecipazione sarà gratuita e, per un gruppo selezionato di giovani, è previsto il rimborso delle spese per la trasferta a Bruxelles. Un’opportunità concreta di crescita, quindi, di confronto internazionale e di cittadinanza attiva (per informazioni dettagliate sulle modalità di candidatura, sulle scadenze e sulle condizioni di accessibilità legate alle diverse tipologie di disabilità, motorie, sensoriali o cognitive, scrivere a Isolahabile, hello@isolahabile.org, o telefonare allo 081 18566870, meglio se specificando eventuali esigenze particolari).

Lorkinos Blue Inclusion Lab, quindi, non è soltanto un progetto, ma una visione: dimostrare cioè che l’inclusione non è assistenza, bensì partecipazione piena, responsabilità condivisa e costruzione collettiva di futuro. E quando il mare diventa spazio di cittadinanza, la rotta non può che essere quella del cambiamento.

L'articolo “Lorkinos Blue Inclusion Lab”: il mare come spazio di cittadinanza attiva proviene da Superando.

Il lavoro del caregiver ha un valore sociale ed economico per tutta la collettività

18 Marzo 2026 - 5:20pm

«Serve una legge sul caregiver – scrive tra l’altro Vincenza Zagra del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti) – che riconosca in modo chiaro trattarsi di un soggetto con dei diritti e che il lavoro di cura che svolge ha un valore sociale ed economico per tutta la collettività. Perché chi si prende cura non può essere lasciato solo, soprattutto dallo Stato»

Parlo a nome del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti), ma prima ancora parlo come caregiver familiare. E credo che da qui si debba partire, dalla realtà concreta delle persone che ogni giorno assistono un familiare fragile, spesso 24 ore su 24, senza stipendio, senza contributi e senza un riconoscimento giuridico reale.
Il punto fondamentale da chiarire subito è questo: una legge sul caregiver deve essere una legge per il caregiver. Non per la persona con disabilità, che giustamente ha già un sistema normativo che la tutela, ma per chi si prende cura. Perché il caregiver non è semplicemente un’estensione della persona assistita: è una persona con diritti propri, bisogni propri, limiti propri.
Oggi il caregiving familiare regge una parte enorme del welfare italiano. Migliaia di persone garantiscono assistenza continuativa nelle case, sostituendo servizi che altrimenti dovrebbero essere garantiti dallo Stato. Ma questa realtà, che è sotto gli occhi di tutti, continua a non essere affrontata con la serietà che merita.

Il primo nodo che voglio sottolineare riguarda l’ISEE [Indicatore della Situazione Economica Equivalente, N.d.R.]. Per le situazioni di disabilità gravissima con assistenza continuativa 24 ore su 24, l’ISEE non può e non deve essere utilizzato come criterio di accesso alle tutele. Quando parliamo di caregiving per 24 ore su 24 parliamo di una condizione di vita in cui giorno e notte hanno esattamente lo stesso significato, perché la cura non si interrompe mai. Non esiste un orario di lavoro, non esiste un turno che finisce. Molti caregiver non dormono la notte, devono alzarsi continuamente per assistere il proprio familiare, per controllare respirazione, alimentazione, sicurezza, crisi o bisogni assistenziali continui.
In queste condizioni il carico di cura è totale e permanente e non è paragonabile a nessun altro tipo di assistenza. Per questo legare le tutele del caregiver a una soglia economica significa non comprendere la natura stessa del caregiving H24. Il carico assistenziale non diminuisce se una famiglia ha un reddito leggermente più alto o se possiede una casa. La fatica fisica, l’impegno continuo, la rinuncia al lavoro e alla vita sociale restano esattamente gli stessi.
Il caregiving H24 non è una condizione economica. È una condizione esistenziale. Per questo chiediamo con forza che per le situazioni di assistenza H24 legate alla disabilità gravissima non esista alcuna soglia ISEE, perché il diritto al sostegno non può dipendere dal reddito, ma dal carico reale di cura che una persona sostiene ogni giorno.

Il secondo punto su cui voglio porre l’attenzione riguarda la rete dei servizi. Oggi uno dei problemi più gravi che i caregiver incontrano non è solo la scarsità dei servizi, ma la totale frammentazione del sistema. Sanità, Servizi Sociali, Comuni, Regioni, INPS: ognuno ha una parte di competenza, ma spesso nessuno si assume davvero la responsabilità di accompagnare il caregiver nel percorso. Il risultato è che la famiglia rimane sola a districarsi tra procedure, uffici e norme diverse.
Quello che serve è una rete chiara e coordinata, in cui sia evidente chi fa cosa e dove il caregiver possa trovare un punto di riferimento stabile. Per questo riteniamo fondamentale l’istituzione di sportelli dedicati ai caregiver familiari, capaci non solo di fornire informazioni, ma di accompagnare concretamente le famiglie nell’accesso ai servizi, nei percorsi sanitari e nelle procedure amministrative. Perché oggi il caregiver non si limita ad assistere un familiare: diventa anche organizzatore di servizi, gestore di pratiche burocratiche, coordinatore di interventi sanitari e sociali.

Il terzo punto riguarda i servizi di supporto concreti. Il caregiver ha bisogno di strumenti reali per poter reggere nel tempo il carico di cura. Tra questi, l’assistenza domiciliare è uno degli elementi più importanti. In molte realtà territoriali l’assistenza domiciliare è insufficiente o quasi simbolica, mentre la cura che il caregiver garantisce è continua. Senza servizi domiciliari adeguati, il caregiver rischia isolamento sociale, impoverimento economico e problemi di salute.
Accanto a questo è fondamentale sviluppare anche forme di assistenza che possano essere effettuate da remoto o in telemedicina, riducendo gli spostamenti e facilitando l’accesso ai servizi per chi vive una quotidianità molto complessa. La digitalizzazione dei servizi sanitari e amministrativi può rappresentare un aiuto concreto per migliaia di famiglie che oggi devono affrontare ogni visita, ogni certificazione e ogni pratica come un percorso ad ostacoli, magari dopo avere passato diverse notti (e diversi giorni) senza mai riposare un attimo.

Vorrei anche sottolineare un aspetto che spesso viene dimenticato nel dibattito pubblico: il caregiver non è un costo per lo Stato. Al contrario, il caregiver rappresenta una risorsa enorme per il sistema sociale e sanitario. L’assistenza familiare permette, ogni giorno, di evitare costi altissimi per il sistema pubblico. Basti pensare che un giorno di assistenza in struttura residenziale può arrivare a costare tra i 250 e i 500 euro. Questo significa che il lavoro di cura svolto nelle famiglie genera un valore economico e sociale immenso per il Paese.
Eppure questo lavoro continua a non essere riconosciuto. Il caregiver resta spesso invisibile nelle politiche pubbliche, come se la sua presenza fosse scontata, come se la cura familiare fosse una risorsa inesauribile. Ma non è così. Il caregiving prolungato produce stanchezza, isolamento, difficoltà economiche e spesso anche problemi di salute per chi assiste.
Per questo serve una legge sul caregiver che riconosca in modo chiaro trattarsi di un soggetto con dei diritti e che il lavoro di cura che svolge ha un valore sociale ed economico per tutta la collettività. Perché chi si prende cura non può essere lasciato solo, soprattutto dallo Stato.

*Componente del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti). I contenuti del presente contributo corrispondono a quelle di un’audizione informale che il Coordinamento avrebbe dovuto tenere presso la XII commissione Affari Sociali della Camera, ma che è stata rinviata a dopo il referendum costituzionale del 22-23 marzo prossimi.

L'articolo Il lavoro del caregiver ha un valore sociale ed economico per tutta la collettività proviene da Superando.

“Pensiero Imprudente”: il canestro di Mattia

18 Marzo 2026 - 4:52pm

Ci racconta questa volta una storia di sport inclusivo, Claudio Imprudente, nella sua rubrica “Pensiero Imprudente”. Più precisamente ci parla del baskin che, come racconta un praticante di tale disciplina, Mattia, «è un po’ come il basket, ma è ancora più bello perché ci possono giocare tutti quanti! Proprio tutti tutti, anche i bambini che magari sono un po’ diversi dagli altri, perché hanno delle difficoltà a muoversi o non vedono bene oppure imparano le cose in un modo un po’ diverso» La squadra di baskin del “VENI Basket”

Già qualche tempo fa ci siamo imbattuti in un arbitro che ha messo in atto una rivoluzione, ha aperto una strada dove non sembrava che fosse possibile ed è così che abbiamo conosciuto la persona di Cristian Agostini e la sua determinazione a diventare arbitro in carrozzina nella specialità del baskin. Ma perché ne parlo? Perché negli anni mi sono affacciato anch’io talvolta in palestra, memorabile è stata la mia prova con caschetto per il gioco delle bocce… Ho un video che lo testimonia con i mitici Lorenzo Roata e Claudio Arrigoni.
Ma dopo quella breve, se pur intensa, parentesi in cui mi sono cimentato in un’attività sportiva, in realtà ho sempre per lo più amato guardare gli altri mettersi in gioco e qualche settimana fa un mio carissimo amico, nonché vicino di casa, mi ha invitato a vederlo scendere in campo.
E così una domenica di febbraio sono andato a vedere il mio amico Mattia Pancaldi impegnato in un torneo con la sua squadra VENI Basket, con un gran pubblico sugli spalti e questo mi ha fatto enormemente piacere, non era scontato.
Sono stati tre tempi intensi, hanno giocato punto su punto, poi a pochi secondi dallo scadere del tempo, i tre punti dalla lunetta della squadra avversaria hanno fatto la differenza!
Vedere i ragazzi impegnati all’assalto per gli ultimi secondi e anche le famiglie e gli amici a fare il tifo per loro è stata per me una grande testimonianza, che va ben oltre il semplice pietismo. E così nei giorni successivi, dovete sapere che io e Mattia abbiamo un piccolo rituale e ogni tanto il lunedì, dopo il lavoro, attacchiamo insieme le figurine dei calciatori, ma un lunedì gli ho chiesto se gli andava di raccontarmi qualcosa di più del baskin, dal suo punto di vista, e mi ha detto alcune cose che qui di seguito riporto.

«Ecco, il baskin è un po’ come il basket, ma è ancora più bello perché ci possono giocare tutti quanti! Proprio tutti tutti, anche i bambini che magari sono un po’ diversi dagli altri, perché hanno delle difficoltà a muoversi o non vedono bene oppure imparano le cose in un modo un po’ diverso. Nel baskin, ognuno ha un ruolo speciale e ci sono tante regole un po’ diverse dal basket normale per fare in modo che tutti possano partecipare e divertirsi. Per esempio, ci sono quattro canestri, posizionati a due altezze differenti e ogni giocatore ha un numero che dice molto su di lui e ci sono dei numeri da rispettare, per capire che formazione deve entrare in campo. Così, quando si fanno le squadre, si mettono insieme giocatori con numeri diversi per fare squadre equilibrate, dove tutti possono dare il proprio contributo. È come se fosse un gioco di squadra super speciale dove l’importante è giocare insieme e aiutarsi, non solo chi è più bravo a correre o a saltare. Nel baskin, tutti possono tirare, passare la palla, fare canestro e soprattutto fare parte di una vera squadra! È un modo bellissimo per fare amicizia e imparare che siamo tutti bravi a fare qualcosa, anche se lo facciamo in modo un po’ diverso. Ti piacerebbe provare a giocare a baskin? Sono sicuro che ti divertiresti un sacco!».
Caro Mattia, non credo di potermela cavare tanto con il baskin, forse per me sarebbe meglio tornare a fare qualche tiro di boccia, ma grazie per la tua testimonianza, perché lo sport è per tutti, soprattutto quando è all’insegna dell’inclusione!
E voi, vi siete mai imbattuti in uno sport inclusivo?
Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram. 

*Il presente contributo è già apparso nel sito del CDH-Cooperativa Accaparlante di Bologna, con il titolo “Il canestro di Mattia, a proposito di baskin” e viene qui proposto, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore e un diverso titolo, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Dalla fine del 2022 Claudio Imprudente è divenuto una firma regolare del nostro giornale, con questa suo spazio fisso che abbiamo concordato assieme di chiamare Pensiero Imprudente, grazie alla quale sta impreziosendo le nostre pagine, condividendo con Lettori e Lettrici il proprio sguardo sull’attualità.
Persona già assai nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana).
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 Maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.

L'articolo “Pensiero Imprudente”: il canestro di Mattia proviene da Superando.

L’importanza di diffondere una nuova cultura sulla disabilità anche nei piccoli centri

18 Marzo 2026 - 4:20pm

L’esito positivo di un corso di formazione sul turismo accessibile ad Armeno, località piemontese sul Lago d’Orta, nell’àmbito di altre iniziative inclusive, una buona prassi tutta da raccontare, con la consapevolezza dell’importanza di diffondere una nuova cultura sulla disabilità anche nei piccoli centri del nostro Paese, che sono la stragrande maggioranza All’interno del Museo dei Cuochi e Camerieri (“Museo degli Alberghieri”) di Armeno (Novara)

Molti dei miei articoli sono, spesso, riferiti a buone prassi; ritengo infatti che divulgarle sia molto utile, per poterle replicare, adeguandole ai vari contesti. Tengo in modo particolare a quella che sto per raccontare, perché si è svolta ad Armeno (Novara), il mio paese.
Grazie alla vincita del bando regionale (DGR) 18-1433 del 28 luglio 2025, Metti in Comune l’inclusione – interventi per un turismo accessibile in Piemonte, Armeno ha realizzato un corso di formazione sul turismo accessibile rivolto a operatori dello stesso territorio.

Quando la sindaca Mara Lavarini mi ha coinvolto nell’elaborazione della progettualità, ho subito creduto nella grande potenzialità dell’iniziativa. Armeno è un borgo di 2.000 abitanti, sito sulle alture del Lago d’Orta; per tradizione è considerato il “Paese dei cuochi e dei camerieri”, perché specie nel dopoguerra molti adolescenti partivano da soli, imbarcandosi sulle navi da crociera per lavorare in cucina come cuochi, o nelle sale da pranzo come camerieri; alcuni di loro hanno fatto una brillante carriera. Questo andirivieni dei paesani ha sicuramente aperto la mentalità in ogni settore, a mio avviso anche nei confronti della disabilità; l’ho potuto constatare direttamente su di me. Infatti, rispetto ad altre realtà molto vicine ad Armeno dal punto di vista geografico, al mio paese non mi sono mai sentita una “diversa” o emarginata, ma, fin da giovane, molto ben integrata nella compagnia dei giovani armeniesi, cosa non così scontata, considerando che stiamo parlando di una quarantina d’anni fa.
Ho ritenuto, pertanto, che il mix di questi fattori, l’inclinazione al settore turistico e una certa apertura culturale degli armeniesi, potessero essere dei presupposti utili per partecipare al bando e aggiudicarselo. Affidandosi a un’organizzazione specializzata in corsi di formazione e sull’accessibilità, quindi, il Comune ha vinto il bando, ottenendo la cospicua somma di quasi 80.000 euro. La cifra ottenuta sarà suddivisa per il citato corso di formazione sul turismo accessibile, per la realizzazione di un gradino agevolato sulla breve scalinata che porta sia agli uffici comunali sia a quelli postali, nonché a rendere accessibile il Museo dei Cuochi e Camerieri (“Museo degli Alberghieri”), unico al mondo in questo settore.

La settimana scorsa, dunque, ci sono stati i tre pomeriggi del corso di formazione per il turismo accessibile, tenuto da Roberto Bazzano, presidente di Bandiera Lilla, e da alcuni suoi collaboratori, cui hanno partecipato una quindicina di esercenti del settore. La mia parte di competenza di docenza è consistita nel portare la mia esperienza diretta di “turista con disabilità”, introducendo temi importanti, tutti con la persona con disabilità al centro. Argomentazioni che ho affrontato tantissime volte, in contesti diversi fra loro, per i quali ho una certa dimestichezza, ma questa occasione è stato davvero speciale. Non mi era mai capitato, infatti, di parlare di certi temi a una platea così piccola, composta da persone per lo più conosciute, come un mio cugino con cui sono cresciuta, o il proprietario della pizzeria dove vado abitualmente da oltre quarant’anni; questo mi ha suscitato forti emozioni. Nella mia vita non avrei mai immaginato di “dover insegnare”, parlare a loro di accessibilità, accoglienza, o quant’altro, in termini professionali, ma la cosa che più mi ha sorpreso, in maniera positiva, è stata la loro dimostrazione di attenzione, e soprattutto di interesse, considerate le domande e il confronto che hanno avuto non solo con me, ma anche con gli altri docenti.

Non vorrei a questo punto sembrare troppo ottimista, ma “leggo” questa esperienza, seppur piccola, in modo positivo, in quanto è un segnale che le persone non sono cosi insensibili al tema della disabilità e che, di conseguenza, sussistono i presupposti per lavorare e promuovere un’adeguata cultura rivolta a una vera inclusione attiva delle persone con disabilità in ogni aspetto di vita.
Per questo ritengo che sia molto importante promuovere iniziative anche in piccoli Comuni, come ha fatto quello di Armeno, anche se, di primo acchito, potrebbe sembrare inutile, proprio per le dimensioni esigue della località. Spesso, ciò presuppone una “larga” mentalità di vedute, che vada oltre alla diffusa concezione secondo la quale la disabilità non riguardi i piccoli centri.
Auspico quindi che altri Sindaci del Comuni del nostro territorio, prendendo esempio da Mara Lavarini, che ha creduto e si è prodigata per questa progettualità, promuovano iniziative simili, affinché la straordinarietà della zona stessa possa essere accessibile e usufruibile da tutti e tutte.

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “La vittoria di Armeno e la via all’inclusione per i piccoli centri” e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

L'articolo L’importanza di diffondere una nuova cultura sulla disabilità anche nei piccoli centri proviene da Superando.

“La Casa di Silvia”: a Savona uno spazio di accoglienza e sollievo per persone con la SLA e per le loro famiglie

18 Marzo 2026 - 1:57pm

In memoria di Silvia Codispoti, volontaria dell’AISLA che aveva convissuto con la SLA per oltre vent’anni senza mai perdere il proprio amore per la vita, “La Casa di Silvia” è un progetto della stessa AISLA che doterà la città di Savona di uno spazio di accoglienza e sollievo per altre persone con la SLA e per le loro famiglie. Per il 21 marzo è in programma la posa simbolica del primo mattone

Volontaria dell’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), persona che aveva convissuto con la SLA per oltre vent’anni senza mai perdere il proprio amore per la vita e per il mare di Savona, Silvia Codispoti aveva scelto quella casa come luogo di libertà e oggi quella casa diventerà uno spazio di accoglienza e sollievo per altre persone che vivono anch’esse la SLA e per le loro famiglie. Savona diventerà così la prima città in Italia ad ospitare una casa pensata per permettere alle persone con SLA e alle loro famiglie di vivere momenti di serenità vicino al mare, senza barriere.
L’invito dell’AISLA alla stampa, alle istituzioni e alla cittadinanza tutta, per la posa simbolica del primo mattone della Casa di Silvia, è per la mattinata del 21 marzo presso la Spiaggia dello Scaletto Senza Scalini in Corso Vittorio Veneto a Savona (ore 11), con la presentazione del bel progetto e la posa della lastra commemorativa contenente una delle frasi che Silvia amava ripetere, ovvero «La vita è bellissima».
«La cerimonia del 21 marzo – sottolineano dall’AISLA – nel giorno dell’inizio della primavera, rappresenterà l’avvio di questo percorso, tramite un gesto semplice e simbolico che segnerò l’inizio dei lavori e di una nuova storia di comunità, costruita insieme ai volontari della nostra Associazione, alla famiglia di Silvia, ai partner e ai primi sostenitori del progetto». (S.B.)

In caso di maltempo, la sede della cerimonia del 21 marzo verrà spostata di pochi metri rispetto a quella prevista. Per ogni informazione e approfondimento: Ufficio Stampa AISLA (Elisa Longo), ufficiostampa@aisla.it

L'articolo “La Casa di Silvia”: a Savona uno spazio di accoglienza e sollievo per persone con la SLA e per le loro famiglie proviene da Superando.

Un paradosso del sostegno: gli studenti più fragili che rischiano di trovare gli insegnanti meno preparati

18 Marzo 2026 - 1:29pm

«I nuovi percorsi di specializzazione sul sostegno – scrive Marie Helene Benedetti – sollevano interrogativi importanti sulla qualità della preparazione richiesta per svolgere uno dei ruoli più delicati della scuola. Il rischio è infatti quello di arrivare al paradosso che gli studenti più fragili del sistema scolastico vengano affidati agli insegnanti meno preparati»

In queste settimane stanno prendendo forma i nuovi percorsi di specializzazione sul sostegno organizzati dall’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) e dalle Università, previsti dal Decreto Legge 71/2024, un nuovo sistema di formazione che promette di trasformare, in pochi mesi, migliaia di supplenti in insegnanti di sostegno specializzati.
Il percorso durerà circa tre mesi, ma a conti fatti sono due. Le lezioni saranno online, con attività sincrone pomeridiane e nei fine settimana. Il costo: 1.300 euro. Alla fine del corso si ottiene la specializzazione sul sostegno. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre la carenza cronica di insegnanti specializzati nelle scuole italiane. Ma la questione è più profonda e molto preoccupante.

Chi finisce davvero sul sostegno
Il sostegno dovrebbe essere il ruolo più delicato della scuola. Significa lavorare ogni giorno con studenti con autismo, disabilità cognitive, disturbi comportamentali complessi, fragilità emotive profonde. Significa leggere e costruire un PEI (Piano Educativo Individualizzato), coordinarsi con servizi sanitari, insegnanti, famiglie. Significa avere una vocazione, pazienza, voglia di mettersi in discussione e di imparare a gestire casi anche molto complessi, sempre diversi. Eppure il sistema italiano continua a trattarlo come una semplice porta d’ingresso nel mondo della scuola.
Con questi nuovi percorsi, chi ha già fatto supplenze sul sostegno potrà ottenere la specializzazione attraverso un corso accelerato. Fino al TFA Sostegno compreso [TFA sta per Tirocinio Formativo Attivo, N.d.R.], il sistema prevedeva un passaggio preciso: per specializzarsi sul sostegno era necessario prima ottenere l’abilitazione all’insegnamento su posto comune e solo successivamente accedere alla specializzazione. Il nuovo modello cambia radicalmente questa logica. Oggi, infatti, può accedere ai nuovi percorsi chi ha maturato tre anni di supplenze sul sostegno e dopo un corso concentrato di pochi mesi, che di fatto si riduce a poche settimane di formazione effettiva, è possibile ottenere la specializzazione, iscriversi ai concorsi e accedere alle supplenze annuali.
Una trasformazione, questa, che solleva interrogativi importanti sulla qualità della preparazione richiesta per svolgere uno dei ruoli più delicati della scuola. Il problema è che per fare supplenze sul sostegno non serve alcuna formazione specifica. Così può accadere che persone senza una preparazione reale sulla disabilità entrino nel sistema e, dopo qualche anno di supplenze, ottengano una specializzazione con un percorso molto breve. Il risultato è un paradosso: gli studenti più fragili del sistema scolastico rischiano di essere affidati agli insegnanti meno preparati.

Il sostegno usato come trampolino
C’è poi un altro aspetto di cui si parla poco, ma che nelle scuole è ormai evidente: oggi il sostegno è diventato di fatto un trampolino per entrare nella scuola. Molti aspiranti docenti lo scelgono non perché abbiano una vocazione per lavorare con la disabilità, ma perché è la strada più rapida per ottenere una cattedra e, nel tempo, arrivare al ruolo. Dopo alcuni anni, infatti, è possibile spostarsi su una cattedra curricolare, e il risultato è un meccanismo distorto. Persone che ambiscono a diventare insegnanti di materia accettano il sostegno come una fase di passaggio, stringono i denti per qualche anno e poi cercano di spostarsi su una cattedra. Nel frattempo, però, lavorano con studenti che hanno bisogno di competenze altissime e con essi lavorano anche persone che non hanno alcuna vocazione o sensibilità per il sostegno, ma che anni fa hanno conseguito il diploma magistrale e oggi accedono al TFA. Stiamo parlando di persone che non hanno una preparazione né pedagogica né psicologica, che magari hanno fatto l’avvocato, la parrucchiera o la cassiera per tutta la loro vita e che oggi vedono nella scuola una possibilità di stabilità lavorativa.
Per le famiglie questa situazione è devastante, perché il sostegno non è un incarico qualsiasi, è un lavoro complesso, che richiede pazienza, formazione continua e una vera motivazione. Quando queste condizioni mancano, gli effetti si vedono subito, a volte creano danni irrecuperabili. Bambini e ragazzi che non vengono compresi, difficoltà gestite male, strategie educative inesistenti.

Quello che vedono le famiglie
Chi lavora accanto alle famiglie lo osserva ogni giorno: come Associazione Asperger Abruzzo ci troviamo a partecipare a GLO su GLO nelle scuole [Gruppi di Lavoro Operativi sull’Incluusione, N.d.R.], proprio perché spesso emergono situazioni in cui gli insegnanti di sostegno non sanno realmente come affrontare le difficoltà degli studenti. Questo problema va discusso, va sanato, ed è giusto dirlo con chiarezza. Accanto a docenti straordinari, che scelgono il sostegno per vocazione e che studiano, si formano, cercano strategie e costruiscono rapporti educativi solidi con i ragazzi, esistono anche situazioni molto diverse di docenti che non hanno scelto quel ruolo per convinzione, ma perché rappresenta una strada per entrare nella scuola.
Ed è qui che nasce il problema più grande, perché i nostri figli non possono continuare ad essere il trampolino di lancio per la carriera di qualcuno che non ha alcun interesse per loro.

Una riforma necessaria
Forse, dunque, è arrivato il momento di aprire una riflessione più ampia. Il sostegno dovrebbe avere una graduatoria specifica e distinta, non essere semplicemente una porta di accesso alla carriera docente. Chi sceglie di diventare insegnante di sostegno dovrebbe farlo attraverso un percorso universitario specifico e coerente, costruito proprio per prepararsi a lavorare con studenti con disabilità, disturbi dello spettro autistico e fragilità complesse.
In altre parole, il sostegno dovrebbe essere una professione scelta e formata, non una fase temporanea della carriera e chi decide di intraprendere questo percorso dovrebbe formarsi per diventare insegnante di sostegno, non utilizzare il sostegno come passaggio verso una cattedra curricolare. Perché lavorare con studenti che vivono situazioni educative così delicate richiede preparazione, competenze specifiche e una responsabilità educativa enorme.
Senza queste condizioni il rischio è concreto: non aiutare gli studenti più fragili, ma al contrario creare difficoltà che spesso diventano molto difficili da recuperare.

Inclusione significa competenza
L’Italia viene spesso citata come esempio internazionale per il suo modello di inclusione scolastica. Una scelta di civiltà che già negli Anni Settanta ha superato le scuole speciali e ha affermato il principio che gli studenti con disabilità devono poter vivere e crescere nella scuola di tutti, perché la scuola, proprio come il mondo, è di tutti. Ma l’inclusione non può essere trattata come viene trattata oggi. La scuola deve essere costruita sulla competenza e se il sostegno diventa una scorciatoia per entrare nella scuola o una fase temporanea da sopportare prima di arrivare a una cattedra di materia, allora quel modello rischia di svuotarsi dall’interno.
Perché l’inclusione non si misura tappando buchi. Si misura ogni mattina, in classe, nel rapporto tra un insegnante e uno studente. Ed è lì che si capisce davvero se la scuola sta includendo qualcuno… o se, senza accorgersene, sta semplicemente lasciando qualcuno indietro.

*Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo.

L'articolo Un paradosso del sostegno: gli studenti più fragili che rischiano di trovare gli insegnanti meno preparati proviene da Superando.

“Insieme possiamo” affrontare la sclerosi tuberosa

18 Marzo 2026 - 1:05pm

Ascoltare le novità della ricerca, coinvolgere gli Enti Locali , formare e informare operatori e caregiver: è il triplice intento dell’Assemblea Nazionale dei Soci dell’AST (Associazione Sclerosi Tuberosi), in programma dal 20 al 22 marzo a Genova Pegli, con il titolo “Insieme possiamo” . Malattia genetica rara, la sclerosi tuberosa è tra le principali cause genetiche di epilessia, autismo e disabilità intellettive

Malattia genetica rara caratterizzata dalla presenza di tumori multipli in diversi organi (sistema nervoso centrale, cuore, reni, polmoni, occhi, cute) la sclerosi tuberosa è tra le principali cause genetiche di epilessia, autismo e disabilità intellettive. «La cronicità e la straordinaria varietà delle manifestazioni cliniche di tale patologia – sottolineano dall’AST (Associazione Sclerosi Tuberosa) – richiedono, infatti, l’intervento di specialisti differenti e la presenza delle forme tumorali, perlopiù di carattere benigno, non permette mai di abbassare la guardia, poiché i nostri giovani portano spesso con sé danni più o meno importanti che possono sfociare in dialisi, epilessia spesso farmacoresistente, grave ritardo mentale e problemi psichiatrici. Ci sono per altro portatori che hanno una buona qualità di vita e di realizzazione personale, tra affetti e lavoro, ma sempre condizionata dall’errore genetico».

Attiva sia in Italia che all’estero, accanto a staff e comitati scientifici di medici e ricercatori, l’AST – che collabora regolarmente con Telethon, l’Istituto Superiore di Sanità, l’ETSC (European Tuberous Sclerosis Complex Association) e UNIAMO (Federazione Italiana Malattie Rare) – si appresta come ogni anno a vivere la propria Assemblea Nazionale dei Soci che questa volta si svolgerà dal 20 al 22 marzo a Genova Pegli (Hotel Mediterranee), con il titolo di Insieme possiamo, avvalendosi del sostegno economico della Fondazione Carige.
«La tre giorni – spiegano dall’Associazione – ha un triplice intento: ascoltare la ricerca con le sue novità tramite la presenza di medici e professionisti sanitari, coinvolgere gli Enti Locali e i loro rappresentanti, formare e informare operatori e caregiver. Insieme a educatori ed educatrici specializzate, offriremo anche ampi spazi di autonomia e divertimento ai bambini, bambine e familiari interessati a questa malattia genetica rara e che, in diversi stadi di gravità, provoca neoformazioni benigne che possono degenerare, intaccando profondamente la funzionalità di vari organi dal cervello al fegato ai reni». (S.B.)

A questo link sono disponibili tutte le notizie e il programma completo dell’Assemblea. Peer altre informazioni: info@sclerosituberosa.org.

L'articolo “Insieme possiamo” affrontare la sclerosi tuberosa proviene da Superando.

Piano Nazionale per la Non Autosufficienza: il diritto a una vita dignitosa non può più essere rinviato

18 Marzo 2026 - 12:25pm

«La Conferenza Unificata dimostri una piena assunzione di responsabilità, garantendo un’approvazione rapida e coerente con i princìpi di equità, accessibilità e dignità del DPCM relativo al Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025–2027, »: lo chiedono dalla Federazione FISH, ritenendo tale passaggio «un banco di prova importante per verificare la reale volontà di garantire sostegni adeguati alle persone che vivono condizioni di non autosufficienza e alle loro famiglie»

«Richiamiamo con forza l’attenzione delle Istituzioni su un passaggio decisivo per la tutela dei diritti e della dignità di milioni di cittadini e cittadine, vale a dire l’approvazione del DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio) relativo al Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025–2027»: lo si legge in una nota diffusa dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), con la quale si ricorda che proprio oggi, 18 marzo, «la Conferenza Unificata è chiamata ad esprimersi su tale provvedimento, atteso ormai da tempo, che rappresenta uno strumento fondamentale per rendere effettivo il Fondo. Si tratta di un banco di prova importante per verificare la reale volontà di garantire sostegni adeguati alle persone che vivono condizioni di non autosufficienza e alle loro famiglie».

«Il Piano 2025-2027- spiegano in tal senso dalla Federazione – definisce le linee di intervento e le modalità di utilizzo delle risorse destinate a servizi essenziali: assistenza domiciliare, sostegno alla vita indipendente, inclusione sociale e le Regioni attendono con urgenza l’approvazione del Piano stesso per poter programmare e rispondere in modo concreto ai bisogni dei cittadini. Ogni ritardo, infatti, si traduce in un vuoto di servizi, in disuguaglianze territoriali e in un aggravio sulle famiglie, spesso lasciate sole a sostenere carichi assistenziali sempre più complessi. È necessario, quindi, che la Conferenza Unificata dimostri una piena assunzione di responsabilità, garantendo un’approvazione rapida e coerente con i princìpi di equità, accessibilità e dignità della persona».

«La Conferenza Unificata – sottolinea Vincenzo Falabella, presidente della FISH – ha l’occasione di passare dalle parole ai fatti, ricordando che l’approvazione del Piano 2025-2027 non è una concessione, ma un atto dovuto per garantire l’esigibilità dei diritti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Chiediamo pertanto che le Istituzioni superino le lungaggini burocratiche per dare risposte certe a chi non può più attendere».

«Continueremo dunque a monitorare passo dopo passo l’evoluzione dell’iter di approvazione – conclude la nota della FISH -, mantenendo alta l’attenzione e dando voce alle istanze delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Il diritto a una vita dignitosa non può essere rimandato né subordinato a logiche burocratiche». (S.B.).

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.

L'articolo Piano Nazionale per la Non Autosufficienza: il diritto a una vita dignitosa non può più essere rinviato proviene da Superando.

“Da ciò che siamo a ciò che possiamo diventare”: una giornata di eventi a cura di CEPIM-TORINO

17 Marzo 2026 - 6:20pm

L’incontro “Da ciò che siamo a ciò che possiamo diventare” e in serata lo spettacolo teatrale “Mezzogiorno di fuoco a RIVERTOWN”, portato in scena da una compagnia composta da persone con sindrome di Down e volontari: sono le proposte per il 21 marzo, Giornata Mondiale della Sindrome di Down, provenienti da CEPIM-TORINO, organizzazione che da quasi 50 anni è un punto di riferimento sul proprio territorio per le persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva e per le loro famiglie

Nato dall’impegno diretto dei genitori, da quasi cinquant’anni CEPIM-TORINO (Centro Persone con Sindrome di Down) è un punto di riferimento per le persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva e per le loro famiglie, una realtà che promuove diritti, autonomia e qualità della vita attraverso attività educative, percorsi di inclusione scolastica e lavorativa e un costante lavoro in rete con il proprio territorio.
Il 21 marzo, in occasione della Giornata Mondiale della Sindrome di Down (World Down Syndrome Day), tale organizzazione promuoverà l’evento a porte aperte denominato Da ciò che siamo a ciò che possiamo diventare (Sala Atlas di Combo Torino, Corso Regina Margherita, 128, ore 8.30-13), un incontro con cui segnare l’avvio di una nuova fase di apertura, coinvolgimento e rinnovamento della comunità, tramite testimonianze e riflessioni condivise, con la partecipazione di persone con sindrome di Down, famiglie, volontari, scuole, realtà sportive e lavorative, professionisti ed esponenti istituzionali.
«Con questo incontro – spiegano da CEPIM-TORINO – vogliamo valorizzare l’impatto sociale generato dalla nostra Associazione, promuovere una cultura delle pari opportunità e rafforzare la collaborazione con le realtà locali».

In serata, poi, vi sarà lo spettacolo teatrale Mezzogiorno di fuoco a RIVERTOWN (Teatro Don Bosco di Cascine Vica, Via Stupinigi, 1, ore 21), portato in scena dalla Compagnia ARTONAUTI di CEPIM-TORINO, composta da persone con sindrome di Down e volontari, esperienza che unisce talenti e sensibilità diverse, in cui ciascuno contribuisce con la propria unicità. «Il teatro – sottolineano da CEPIM-TORINO – diventa così strumento educativo e di sensibilizzazione, capace di dare voce alle persone e di coinvolgere il pubblico sui temi dell’identità, della relazione e della dignità delle persone stesse: non solo un racconto, ma un invito concreto a partecipare, condividere e prendersi cura del futuro della comunità, occasione con cui la nostra Associazione rinnova il proprio impegno nel promuovere inclusione, autonomia e diritti».

«La giornata del 21 marzo – afferma Mirella Flecchia, presidente di CEPIM-TORINO – non sarà solo una celebrazione, ma l’occasione per raccontare un percorso costruito in quasi cinquant’anni di impegno accanto alle persone con sindrome di Down e alle loro famiglie. Guardiamo al futuro con la convinzione che inclusione e autonomia non siano obiettivi astratti, ma diritti concreti che prendono forma ogni giorno insieme alla comunità. “Da ciò che siamo a ciò che possiamo diventare” esprime il senso del nostro impegno: non fermarsi ai limiti, ma agire quotidianamente per ampliare le opportunità di autonomia, lavoro e partecipazione. Questo evento è dunque un invito rivolto a tutti e a tutte a fare un passo in più insieme a noi». (S.B.)

La prenotazione per entrambi gli appuntamenti del 21 marzo è obbligatoria, scrivendo cepim@cepim-torino.it, lo stesso indirizzo a cui chiedere informazioni (o per informazioni anche: Gaia Palma, gaia.palma@cmailander.it).

L'articolo “Da ciò che siamo a ciò che possiamo diventare”: una giornata di eventi a cura di CEPIM-TORINO proviene da Superando.

“Il pulmino giallo”, un podcadst per raccontare la scuola e la disabilità di ieri e di oggi

17 Marzo 2026 - 5:23pm

Un giovane studente con disabilità arrivato a Bologna dalla Puglia negli Anni Settanta, con il pulmino giallo che lo portava a scuola, in una città già all’avanguardia sui temi dell’inclusione rispetto al panorama nazionale: raccontare quella storia e quelle storie da non da dimenticare, intrecciandole alla scuola di oggi, per ragionare sulla vera inclusione scolastica, è l’obiettivo del podcast cui punta il CDH di Bologna per la cui realizzazione ogni contributo può essere importante

Bologna, Anni Settanta: Michele Morritti è un giovane studente con disabilità, arrivato dalla Puglia. Ha una paralisi cerebrale infantile, è “spastico” come si diceva all’epoca e inizia le elementari prima della legge dell’integrazione scolastica. Dalle elementari all’anno del diploma, Michele vive sulla sua pelle il mutamento di un sistema scolastico che sta imparando ad aprirsi alle persone con disabilità. La sua esperienza, però, vede anche una Bologna attenta e attiva, un unicum, dove molte persone hanno aiutato a costruire un percorso di inclusione in anni molto complessi.
Michele, che per tanti anni ha lavorato anche presso il nostro Centro [CDH-Centro Documentazione Handicap di Bologna, N.d.R.], ha scritto un diario di quegli anni, il primo giorno di scuola, i compiti in classe, il compagno di banco, le prime cotte, i brutti voti, il pulmino giallo che lo portava a scuola… Il suo racconto si intreccia con una città all’avanguardia nel panorama nazionale: a Bologna c’è il Gruppo H del maestro Aldo Costa, che coordina le attività educative per bambini e bambine con disabilità attraverso modalità alternative di insegnamento. C’è il professor Andrea Canevaro, padre della Pedagogia Speciale in Italia. C’è il Centro Bernardi, con servizi di riabilitazione pubblici e gratuiti. C’è il Gruppo del Don (quello di don Edelweiss Montanari), che organizza gite e momenti di socialità molto partecipati. Ci sono il volontariato, il terzo settore e le cooperative sociali…
È proprio tutto questo che vogliamo raccontare attraverso un podcast in tre puntate, facendo convivere in esso diverse voci: una voce narrante, la voce di Michele (interpretata da un attore, in quanto Michele fatica a parlare), le interviste alla famiglia e agli ex compagni di scuola, la voce degli esperti (docenti, pedagogisti, educatori ecc.), spezzoni di voci dal passato, esperti di scuola e disabilità e dell’evoluzione dei diversi approcci negli anni, fino alla voce delle stesse istituzioni scolastiche.
Vogliamo insomma raccontare un’esperienza che non va dimenticata, intrecciandola alla scuola di oggi, per ragionare sulla vera inclusione scolastica.
Produzione, musiche originali, interviste, le spese per il podcast non mancano e quindi ogni contributo può essere è importante tramite la piattaforma presente a questo link.
Grazie dunque a tutti coloro che ci aiuteranno a raccontare questa storia!

*Il sito del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) è a questo link.

Per ulteriori informazioni: valeria@accaparlante.it (Valeria Alpi).

L'articolo “Il pulmino giallo”, un podcadst per raccontare la scuola e la disabilità di ieri e di oggi proviene da Superando.

Dalla protezione alla valorizzazione delle persone con disabilità

17 Marzo 2026 - 4:59pm

L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, insieme all’ANFFAS, ha promosso per domani, 18 marzo, a Roma (ma fruibile anche in diretta streaming), il convegno “Dalla protezione alla valorizzazione delle persone con disabilità. Il superamento degli istituti di ‘incapacitazione’ e la riforma dell’amministrazione di sostegno nel rispetto dell’autodeterminazione”

Come segnalato la scorsa settimana, nel riferire del contributo tecnico-giuridico presentato dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri, nell’ottica dell’attuazione dell’articolo 17 (Delega al Governo in materia di misure di protezione giuridica di cui al libro I, titolo XII, del Codice Civile) della Legge 167/25 (Misure per la semplificazione normativa e il miglioramento della qualità della normazione e deleghe al Governo per la semplificazione, il riordino e il riassetto in determinate materie), che delega appunto il Governo al riordino e alla semplificazione degli istituti dell’interdizione, dell’inabilitazione, dell’amministrazione di sostegno e dei relativi procedimenti, la stessa Autorità Garante, insieme all’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), ha promosso sui medesimi temi per domani, 18 marzo, a Roma (Sala Vanvitelli dell’Avvocatura di Stato, Via dei Portoghesi, 12, ore 15, ma fruibile anche in diretta streaming tramite questo link), il convegno denominato Dalla protezione alla valorizzazione delle persone con disabilità. Il superamento degli istituti di “incapacitazione” e la riforma dell’amministrazione di sostegno nel rispetto dell’autodeterminazione.

Dopo i saluti istituzionali di Gabriella Palmieri Sandulli, avvocato generale dello Stato, Maurizio Borgo, presidente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS, vi interverranno Angelo D’Onofrio, procuratore dello Stato ed esperto giuridico dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità; Antonio Peelagatti, componente del Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità; Rita Rossi, avvocata del Foro del Bologna, già collaboratrice del professor Paolo Cendon di cui durante il convegno verrà ricordata la figura; Serafino Corti, coordinatore del Comitato Tecnico-Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità. Le conclusioni saranno tratte da Francesco Vaia, componente vicario del Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net; segreteria@garantedisabilita.it.

L'articolo Dalla protezione alla valorizzazione delle persone con disabilità proviene da Superando.

Il diritto di voto e la possibilità di utilizzare la Carta Europea della Disabilità

17 Marzo 2026 - 4:28pm

Una recente Circolare del Ministero dell’Interno, riguardante l’esercizio del diritto di voto delle persone con disabilità, prevede tra l’altro anche la possibilità di utilizzare la Carta Europea della Disabilità come documento valido per l’ammissione al voto assistito. Nell’accogliere con favore tale provvedimento, le Federazioni FISH e FAND sottolineano come «esso non rappresenti un atto isolato, ma sia il risultato concreto di un articolato lavoro di analisi e proposta portato avanti dalle nostre organizzazioni» La Carta Europea della Disabilità

«Accogliamo con grande favore la pubblicazione della nuova Circolare 32/26, prodotta dal Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali (Direzione Centrale per i Servizi Elettorali) del Ministero dell’Interno in materia di esercizio del diritto di voto delle persone con disabilità, provvedimento che per altro non rappresenta un atto isolato, ma è il risultato concreto di un articolato lavoro di analisi e proposta portato avanti dalle nostre Federazioni»: lo si legge in una nota prodotta congiuntamente da FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), sottolineando come la Circolare citata introduca tra l’altro la possibilità di utilizzare la Carta Europea della Disabilità (EU Disability Card) come documento valido per l’ammissione al voto assistito, «rafforzandone in tal modo il ruolo nell’àmbito del più ampio progetto europeo volto a semplificare l’accesso ai diritti civili e ai servizi, pubblici e privati, nei Paesi aderenti».

«Nonostante la rilevanza del risultato – prosegue la nota di FISH e FAND – osserviamo per altro che la relativa comunicazione diffusa dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, pur valorizzando il provvedimento, non richiama il contributo tecnico-giuridico offerto dalle nostre due Federazioni. Un riferimento in tal senso avrebbe ulteriormente evidenziato il valore della collaborazione tra Istituzioni e Società Civile organizzata, elemento importante per promuovere politiche sempre più efficaci e inclusive. Questo risultato, infatti, dimostra quanto sia fondamentale il dialogo tra Istituzioni e rappresentanze associative, se è vero che il progresso dei diritti civili è sempre il frutto di un lavoro condiviso; pertanto è importante che ogni traguardo riconosca il contributo tecnico e l’impegno costante di chi opera quotidianamente al fianco delle persone».

«Ribadiamo infine il nostro impegno – conclude la nota delle due Federazioni – a vigilare affinché quanto previsto dalla Circolare del Ministero dell’Interno trovi piena e uniforme applicazione in tutte le fasi del processo elettorale, a tutela della dignità e dei diritti di ogni cittadino e cittadina». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishets.it.
Sulle modalità di voto per le persone con disabilità e sui contenuti del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, segnaliamo anche, sulle nostre pagine, il testo Le persone con disabilità e il voto al referendum costituzionale (anche in CAA) (a questo link).

L'articolo Il diritto di voto e la possibilità di utilizzare la Carta Europea della Disabilità proviene da Superando.

Le tante Sentenze che hanno garantito alle persone con disabilità il diritto allo studio (e non solo)

17 Marzo 2026 - 2:00pm

«Per noi persone con disabilità – scrive Salvatore Nocera – la Magistratura è stata storicamente uno dei tre poteri dello Stato che più di tutti ci ha aiutato nella conquista e nel consolidamento dei nostri diritti, sanciti dal Parlamento, e che anzi talora ha stimolato l’approvazione di norme con delle proprie Sentenze anticipatrici delle stesse»

La campagna referendaria sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri era partita in termini molto corretti e civili e, soprattutto, con argomentazioni esclusivamente giuridiche. Purtroppo, a mano a mano si è perduto questo spirito di correttezza di lotta politica e si è passati a contrapporre i passaggi di personalità dall’uno all’altro campo; così ad esempio si è molto enfatizzata la dichiarazione di voto a favore del “Sì” dell’ex magistrato Di Pietro, passato dall’ambiente della Magistratura allo schieramento in cui la Magistratura cominciava ad essere denigrata. Così pure si è evidenziato il fatto che l’avvocato Coppi, famoso difensore a suo tempo di Silvio Berlusconi, che voleva la separazione delle carriere, sia passato nel campo del “No”, dichiarandosi difensore dell’attuale assetto della Magistratura.
Infine, nell’ultimo mese si è pervenuti a forme di denigrazione della Magistratura che veramente un Paese civile dovrebbe avere gli anticorpi per evitare, pur ammettendosi legittimamente corrette critiche e dissensi, come di solito avviene all’interno di convegni o di pubblicazioni in cui la civiltà, grazie a Dio, è rispettata. E d’altra parte, negli ultimi dieci giorni l’altra scomposta tifoseria non ha avuto ritegno ad oltraggiare altre Istituzioni.

Di fronte a questo vero e proprio imbastardimento della lotta politica, io che sono persona con minorazione della vista mi permetto di fare osservare che per noi persone con disabilità la Magistratura è stata storicamente uno dei tre poteri dello Stato che più di tutti ci ha aiutato nella conquista e nel consolidamento dei nostri diritti, sanciti dal Parlamento, e che anzi talora ha stimolato l’approvazione di norme con delle proprie Sentenze anticipatrici delle stesse.
Desidero dare alcuni esempi, a cominciare dalla famosa Sentenza della Corte Costituzionale 215/87 che ha sancito per la prima volta in modo definitivo l’esistenza del diritto costituzionalmente garantito alla frequenza di tutti i gradi di scuola, compreso finalmente anche quello delle scuole superiori. Anzi, sono stati i princìpi formulati in quella Sentenza che hanno creato il terreno favorevole all’approvazione della Legge Quadro 104/92, in cui è stato normato in modo ampio il diritto allo studio degli alunni e delle alunne con disabilità.
A proposito di tale diritto, ancora la Corte Costituzionale, con la Sentenza 80/10, ha ulteriormente precisato il diritto ad avere l’assistenza per l’autonomia e la comunicazione da parte degli Enti Locali, che non può essere negata con la motivazione della mancanza di disponibilità di bilancio.
E successivamente, nel 2016, è stata ancora la Consulta a dichiarare il diritto costituzionalmente garantito degli alunni/alunne con disabilità al trasporto gratuito a scuola, sempre da parte degli Enti Locali, che anch’esso non può essere negato per motivi di bilancio.

Passando al Consiglio di Stato, la Sentenza 2023/17 ha confermato un precedente pronunciamento del TAR Toscana (Tribunale Amministrativo Regionale) che aveva condannato il Ministero dell’Istruzione, per avere ridotto il numero di ore di sostegno richiesto nel PEI (Piano Educativo Individualizzato), affermando il principio secondo cui quel numero di ore indicato nel PEI non può essere ridotto da nessuno, neppure dall’Amministrazione Scolastica, poiché i membri del Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione, che formula detto Piano, è composto da persone che, come i familiari, i docenti e i professionisti sociali e sanitari, sono quella che possono conoscere meglio i problemi, e quindi i bisogni educativi, degli alunni/alunne con disabilità.

Riguardo poi alla Corte dei Conti, la Sentenza 59/04 è esemplare perché questo organo di giustizia contabile – che ha il potere di condannare per danno erariale i pubblici funzionari che sperperano soldi pubblici – ha riformato la condanna in primo grado per danno erariale nei confronti di un dirigente scolastico, il quale aveva nominato un supplente per l’assenza di un insegnante senza attendere gli undici giorni previsti dall’articolo 21, comma 14 dell’Ordinanza Ministeriale 371/94. Ciò dopo avere constatato l’assenza di docenti a disposizione e quindi garantendo la continuità didattica degli alunni con e senza disabilità.

Quelli che ho citato sono solo alcuni dei numerosi pronunciamenti delle giurisdizioni superiori, ma passando a quelle dei giudici civili e amministrativi, il numero delle Sentenze diventa davvero copioso. Così, come ultimo dato disponibile, nel 2024 i tribunali italiani complessivamente avevano pronunciato circa 400 Sentenze sui diritti allo studio degli alunni/alunne con disabilità. Un dato, questo, segnalato dall’Ossevatorio Giuridico Permanente Human Hall dell’Università di Milano, in àmbito di diritti delle persone con disabilità, a cura di Giuseppe Arconzo, in collaborazione con il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione LEDHA (siamo in attesa dei dati relativi al 2025).

In presenza dunque di questi dati inconfutabili decisamente favorevoli a garantire una migliore qualità dell’inclusione scolastica degli alunni con disabilità, io che mi occupo da almeno cinquant’anni di questi problemi non posso assolutamente accettare la denigrazione della Magistratura, che purtroppo si farà ancora più intensa in questi giorni che precedono il voto, e con tutta serenità darò la mia fiducia confermando la mia stima nella Magistratura stessa e nella sua attuale regolamentazione costituzionale, rifiutando le modifiche proposte dalla Legge Costituzionale sottoposta a referendum.

*Il presente contributo è già apparso in «La Tecnica della Scuola» e viene qui ripreso con alcune modifiche e integrazioni, oltreché con diverso titolo, per gentile concessione.

L'articolo Le tante Sentenze che hanno garantito alle persone con disabilità il diritto allo studio (e non solo) proviene da Superando.

Mouse o matita? Ovvero: ha ancora senso insegnare a leggere e a scrivere?

17 Marzo 2026 - 1:22pm

«Mouse o matita? Ovvero, se l’intelligenza artificiale scrive al posto nostro, ha ancora senso insegnare a leggere e a scrivere?»: nasce da questa provocazione il tema dell’8° Convegno Nazionale della Rete SOS Dislessia, in programma il 20 e 21 marzo a Bologna, occasione di confronto tra esperti neuroscienziati, psicologi, pedagogisti ed operatori della scuola e tecnologi nella quale affrontare il rapporto tra mondo digitale e futuro dell’educazione

«Mouse o matita? Ovvero, se l’intelligenza artificiale scrive al posto nostro, ha ancora senso insegnare a leggere e a scrivere?»: nasce da questa provocazione il tema dell’8° Convegno Nazionale di SOS Dislessia, in programma il 20 e 21 marzo allo ZanHotel Europa di Bologna, preziosa occasione di confronto tra esperti neuroscienziati, psicologi, pedagogisti ed operatori della scuola e tecnologi nella quale affrontare il rapporto tra mondo digitale e futuro dell’educazione.
SOS Dislessia è una rete nazionale di professionisti e centri specializzati nella presa in carico di diagnosi, valutazione e trattamento dei DSA (disturbi specifici dell’apprendimento, ossia dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia) e di altri disturbi del neurosviluppo, quali ADHD (disturbo di attenzione e iperattività), disprassia, disturbo del linguaggio e altri ancora. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del convegno, a quest’altro link un ulteriore approfondimento sui contenuti. Per ulteriori informazioni: Natascia Maesi (natascia.maesi@gmail.com).

L'articolo Mouse o matita? Ovvero: ha ancora senso insegnare a leggere e a scrivere? proviene da Superando.

Il progetto di vita riguarda ogni persona, con e senza disabilità

17 Marzo 2026 - 12:50pm

«Non esiste un “noi” e un “loro”, ma un’unica comunità che cammina insieme, a cui tutti apparteniamo e di cui siamo responsabili. Perché il progetto di vita riguarda ogni persona, con e senza disabilità, ciascuna con le proprie capacità, bisogni e la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni»: partirà da questo assunto il quinto Convegno Nazionale del Servizio per la Pastorale delle Persone con Disabilità della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), in programma a Bergamo dal 19 al 21 marzo L’immagine utilizzata a corredo della locandina del convegno di Bergamo

NOI, comunità e progetto di vita: si chiama così il quinto Convegno Nazionale del Servizio per la Pastorale delle Persone con Disabilità della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), in programma a Bergamo (Centro Congressi Giovanni XXIII), dal 19 al 21 marzo, organizzato in collaborazione con le Diocesi di Bergamo e Brescia.
«Il titolo scelto per il convegno – viene spiegato – esprime un concetto chiave: non esiste un “noi” e un “loro”, ma un’unica comunità che cammina insieme, a cui tutti apparteniamo e di cui siamo responsabili. Perché il progetto di vita riguarda ogni persona, con e senza disabilità, ciascuna con le proprie capacità, bisogni e la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni». «E questa tre giorni – sottolinea suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio per la Pastorale delle Persone con Disabilità nella CEI – si propone di essere un laboratorio di comunità, capace di generare visioni condivise e impegni concreti».

Saranno dunque tre giornate di lavori, riflessioni, esperienze sui territori e i momenti spirituali che coinvolgeranno oltre 60 relatori tra operatori pastorali, docenti, teologi, studenti universitari, rappresentanti delle istituzioni e di associazioni, famiglie e persone con disabilità provenienti da tutta Italia. Il tutto ponendo al centro temi chiave quali la corresponsabilità, l’autodeterminazione, l’accessibilità, la scuola, il lavoro, lo sport, la cultura, la catechesi e la liturgia. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del convegno. Per ogni altra informazione: pastoraledisabili@chiesacattolica.it.

L'articolo Il progetto di vita riguarda ogni persona, con e senza disabilità proviene da Superando.

“È ora di evolversi!”: le parole della disabilità usate per offendere diventino un ricordo del passato!

17 Marzo 2026 - 12:21pm

«Se è stato possibile abbandonare usanze del passato oggi ritenute del tutto obsolete, perché non possiamo farlo con le parole che fanno male e il cui utilizzo contribuisce a creare un contesto culturale che associa la disabilità a incapacità, fallimento e marginalità?»: parte da questo “Just Evolve” (“È ora di evolversi”), la nuova campagna internazionale lanciata dal CoorDown, in occasione dell’ormai imminente Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down del 21 marzo Un’immagine tratta dal video “Just Evolve”

«Cosa accade quando usiamo le parole della disabilità per offendere o per far ridere? Il problema non è “una parola sbagliata”. Il problema è l’immaginario abilista che il linguaggio alimenta e riproduce nella vita quotidiana, nei media, nelle istituzioni. Quando la disabilità viene usata come insulto, come metafora per degradare, come dispositivo narrativo per far ridere, le persone vengono ridotte a simboli e scorciatoie emotive. E questo ha conseguenze concrete: rafforza stereotipi, legittima discriminazioni, rende più difficile se non impossibile la piena partecipazione alla vita sociale. Ogni cultura, del resto, possiede il proprio vocabolario dell’esclusione. Nel mondo anglosassone, ad esempio, si usa il termine retarded (conosciuto anche come R-word per chi vuole evitare di pronunciarlo). In Italia, espressioni come “ritardato o “mongoloide” portano con sé lo stesso carico di stigma, così come l’uso spregiativo di retardé e débile in francese o retrasado e mongólico in spagnolo. Ebbene, al di là delle specifiche differenze linguistiche, questi termini non sono neutri né “solo battute”: producono un danno reale sulle persone con sindrome di Down e, più in generale, su tutte le persone con disabilità»: è con questo preambolo che il CoorDown (Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down) lancia quest’anno, come sempre in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down del 21 marzo (World Down Syndrome Day), la propria nuova campagna di sensibilizzazione internazionale, denominata Just Evolve (in italiano più o meno “È semplicemente ora di evolversi”), per chiedere appunto a ognuno di fare un salto culturale e di responsabilità: far cioè diventare un lontano ricordo del passato le parole della disabilità usate per offendere. In altre parole cambiare, far evolvere il linguaggio per produrre un cambiamento sostanziale in ogni comunità: «Una chiamata all’azione per tutte le persone, aziende, media, scuole, istituzioni – dicono dal CoorDown -, perché scegliere una narrazione più accurata e rispettosa non è solo un gesto di cortesia, ma è un atto che costruisce un mondo più equo e a misura di ognuno».

«Invertire la direzione del linguaggio abilista è possibile – sottolineano dunque dal Coordinamento -: se infatti è stato possibile abbandonare “vecchie abitudini” oggi ritenute obsolete, perché non possiamo farlo con le parole che fanno male? Proprio da qui prende le mosse il video Just Evolve (disponibile a questo link con sottotitoli in italiano anche in MP4, formato orizzontale), dove con tono sarcastico e arguto il protagonista – un giovane con sindrome di Down – spiega a un uomo fiero della propria “libertà d’espressione” il motivo per cui la “parola con la R” non andrebbe più usata. Sullo schermo si avvicendano quindi una serie di esempi storici disgustosi, assurdi, crudeli di quali usanze gli esseri umani praticavano nel passato e che oggi sono solo un ricordo (lavare il bucato con l’urina, applicare sopracciglia con pelo di topo o vendere la propria moglie al mercato). E quindi, come ci siamo lasciati alle spalle quei comportamenti, si può anche smettere di usare la “parola con la R” e tutte le altre parole offensive sulla disabilità, basta evolversi e andare avanti. Perchè se la si continua a usare – come appare nel film – allora è come continuare a lavare i panni con l’urina!».

Già da alcuni giorni e fino al 21 marzo i social media del @CoorDown ospitano e rilanciano storie di persone con disabilità e delle loro famiglie in cui raccontano quali abitudini del passato sia state superate e come oggi sia appunto il momento di evolversi.
Inoltre, il Coordinamento ha creato un agente AI – a cura di FAIRFLAI – addestrato per guidare gli utenti che vogliano capire di più sull’argomento e attivarsi, trovare azioni concrete da realizzare per creare una cultura del rispetto e dell’inclusione a partire dal linguaggio.
Come prima azione, tra l’altro, il CoorDown ha aderito alla raccolta firme lanciata dall’OMaR ( Osservatorio Malattie Rare), che con una lettera aperta ha chiesto di modificare la parola “minorati” nella Costituzione Italiana (se ne legga già anche sulle nostre pagine).

«Siamo consapevoli – afferma Martina Fuga, presidente del CoorDown – che il 90% delle volte che le persone usano queste parole non è per offendere direttamente le persone con disabilità. Ma il loro utilizzo contribuisce a creare un contesto culturale che associa la disabilità a incapacità, fallimento e marginalità. Le parole che scegliamo modellano la realtà, sia quella degli altri che la nostra percezione di essa; esse possono quindi includere o escludere e chiarire o confondere. Vogliamo chiedere a ogni persona che ancora oggi pronuncia queste espressioni dannose di smettere. Non perché “non si può più dire niente”. Ma perché appartengono al passato».

Per il video Just Evolve è stato scelto un cast professionista internazionale che vede come protagonista Noah M Matofsky, diciannovenne attore inglese con sindrome di Down. La campagna è nata dalla collaborazione con l’agenzia SMALL di New York ed è stata prodotta da Indiana Production, una società Vuelta, per la regia di Martin Holzman, e la direzione della fotografia di Alvar Riu Dolz. La musica è stata composta e realizzata da Stabbiolo Music.
Il tutto, come nel caso delle numerose precedenti campagne del CoorDown nasce in Italia con grazie al CoorDown stesso, ed è sostenuta dalla Fondazione Cariplo, con il contributo di varie Associazioni internazionali che ne rafforzano l’impatto a livello globale: National Down Syndrome Society, Down’s Syndrome Association UK, Canadian Down Syndrome Society, The Achieve Foundation, Together Academy, Global Down Syndrome Foundation, Down Syndrome International, AOJ Woods Foundation, New Zealand Down Syndrome Association, Down Syndrome Australia.
Just Evolve si è avvalsa inoltre del sostegno del Comune di Vigevano, della Fondazione Compagnia di San Paolo, di AB Mauri Italy Spa Società Benefit e di Eco Demolizioni s.r.l. Società Benefit.
Una versione video con audiodescrizione e una trascrizione descrittiva sono state infine create dalla società di accessibilità ai media Scribely.

La Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down del 21 marzo, va ricordato in conclusione, è un appuntamento internazionale – sancito ufficialmente da una Risoluzione dell’ONU — nato per diffondere una maggiore consapevolezza e conoscenza sulla sindrome di Down, per creare una nuova cultura della diversità e per promuovere il rispetto e l’inclusione nella società di tutte le persone con sindrome di Down. La scelta della data non è casuale: la sindrome di Down, infatti, detta anche Trisomia 21, è caratterizzata dalla presenza di un cromosoma in più – tre invece di due – nella coppia cromosomica n. 21 all’interno delle cellule.
Il tema scelto per l’evento di quest’anno fa riferimento al problema della solitudine, basandosi sullo Together Against Loneliness (“Insieme contro la solitudine”), per raccontare come per lepersone con sindrome di Down la solitudine non sia solo una sensazione triste, ma un problema serio per la salute mentale e fisica. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: ufficiostampa@coordown.it. La comunicazione internazionale del CoorDown
Nato nel 1987 allo scopo di promuovere azioni di comunicazione condivise tra le diverse organizzazioni italiane impegnate nella tutela e nella promozione dei diritti delle persone con sindrome di Down, il CoorDown crede da sempre e investe nella comunicazione di qualità. Ormai da molti anni, infatti, in collaborazione con agenzie di pubblicità note a livello internazionale, realizza campagne innovative (delle quali si è di volta in volta puntualmente occupata anche la nostra testata), che hanno ricevuto i più ambìti riconoscimenti.
A questo link è disponibile l’elenco delle varie campagne finora realizzate dal Coordinamento.

___________________

L'articolo “È ora di evolversi!”: le parole della disabilità usate per offendere diventino un ricordo del passato! proviene da Superando.

Pagine

  • « prima
  • ‹ precedente
  • …
  • 40
  • 41
  • 42
  • 43
  • 44
  • 45
  • 46
  • 47
  • 48
  • …
  • seguente ›
  • ultima »

Valida codice   Valida CSS   Accessibilità

Privacy    Note legali


© 2015-2026    handitecnocalabria.it

Sito realizzato da Attilio Clausi


( 10 Set 2026 - 15:43 ): https://www.handitecno.calabria.it/aggregator/sources/8?page=43