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125 organizzazioni chiedono una svolta netta, a livello europeo, sul lavoro delle persone con disabilità

30 Marzo 2026 - 12:34pm

Ben 125 organizzazioni a livello continentale e nazionale hanno inviato una lettera congiunta alla Commissione Europea, chiedendo che nel prossimo aggiornamento della Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità una delle azioni chiave sia una Garanzia per l’Occupazione e le Competenze delle persone con disabilità, dalle caratteristiche analoghe alla Garanzia per i Giovani, prevedendo finanziamenti specifici e adeguati

Il modello, come già sottolineato in varie occasioni, è il programma Youth Guarantee (“Garanzia per i Giovani”), lanciato già da parecchi anni e successivamente aggiornato, che punta a sostenere l’occupazione giovanile in tutta l’Unione Europea, attraverso programmi nazionali costituiti da misure che offrano appunto ai giovani un percorso verso un’integrazione stabile nel mercato del lavoro. È infatti pensando ad esso che ben 125 organizzazioni a livello continentale e nazionale* hanno inviato una lettera congiunta alla Commissione Europea, indirizzata nello specifico alla vicepresidente Roxana Mînzatu e alla commissaria Hadja Lahbib, chiedendo che nell’aggiornamento della Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità, che verrà presentato il 6 maggio prossimo durante la riunione del Collegio dei Commissari, una delle azioni chiave sia una Garanzia per l’Occupazione e le Competenze delle persone con disabilità, dalle caratteristiche analoghe, come detto, alla Garanzia per i Giovani, prevedendo finanziamenti specifici e adeguati (il testo integrale della lettera è disponibile a questo link).

«Nella lettera – spiegano dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, primo firmatario della stessa – le organizzazioni sottolineano la necessità di finanziamenti e programmi specifici per ridurre gli elevati tassi di disoccupazione tra le persone con disabilità, se è vero che tra esse solo il 52,7% è occupato, rispetto al 76,7% delle persone senza disabilità. Precedenti nostre ricerche, inoltre, dimostrano che questo divario è dovuto principalmente alla mancanza di adattamenti necessari, all’offerta insufficiente di tecnologie assistive e alle scarse competenze digitali. La lettera congiunta propone quindi che una nuova Garanzia per l’Occupazione e le Competenze delle persone con disabilità affronti queste problematiche attraverso lo stanziamento di fondi, per assicurare l’accesso a opportunità di lavoro ordinarie, apprendistati o corsi di formazione, riferendosi al mercato del lavoro aperto e non a laboratori protetti; a fornire altresì supporto alle aziende e alle organizzazioni per l’attuazione degli adattamenti necessari alle persone con disabilità sul luogo di lavoro, garantendo l’accesso a certificazioni che attestino le competenze acquisite dai partecipanti con disabilità. La Garanzia, per altro, non dovrà pregiudicare il diritto delle persone a continuare a ricevere l’assegno di invalidità e altri sussidi statali».

«Questa Garanzia – ha affermato Yannis Vardakastanis, presidente dell’EDF – è un passo fondamentale per assicurare alle persone con disabilità pari opportunità nel mondo del lavoro. Se vogliamo un’Europa competitiva, è essenziale infatti offrire a tutti pari opportunità di contribuire!». (S.B.)

*Per l’Italia hanno sottoscritto la lettera il FID (Forum Italiano sulla Disabilità), cui fanno riferimento le Federazioni FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), CBM Italia, la Fondazione Fight the Stroke e l’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il testo integrale (in inglese) della lettera inviata da 125 organizzazioni alla Commissione Europea. A quest’altro link, invece, è disponibile un’infografica (sempre in inglese) curata dall’EDF sulla richiesta di una Garanzia per l’Occupazione e le Competenze delle persone con disabilità.

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Caro Scotti: il sostegno non può e non deve essere “quello che passa il convento”

27 Marzo 2026 - 6:30pm

«L’Italia si riempie la bocca con la parola inclusione – scrive Marie Helene Benedetti -, ma poi nella realtà? Si tappano buchi. Si improvvisa. Si manda chi càpita. E finché l’insegnamento di sostegno resterà “quello che passa il convento”, come ha detto Gerry Scotti in televisione, con la leggerezza di un elefante in una cristalleria, non stiamo includendo nessuno. Stiamo solo facendo finta. E nel frattempo, qualcuno resta indietro. Sempre gli stessi!»

Durante una puntata del programma di Canale 5 La Ruota della Fortuna, condotto da Gerry Scotti, una ragazza racconta il suo lavoro. Insegna italiano, storia, geografia. Poi dice: «Quest’anno sono sul sostegno». E Scotti, sorridendo leggero, tranquillo, come se stesse parlando del meteo, se ne esce con: «Lo sappiamo che voi insegnanti, pur di lavorare, accettate quello che passa il convento».
Sono una madre di figli autistici, e presidente di un’Associazione che ogni giorno entra nelle scuole, nei GLO (Gruppi di Lavoro Operativi per l’Inclusione), nei problemi veri. Io sono quella che poi raccoglie i pezzi. E quella frase non è una battuta. È una coltellata irricevibile.

Non è una gaffe. È il sistema
Perché il problema non è che Scotti l’abbia detto. Il problema è che è vero. È esattamente quello che succede, anche a discapito di quegli insegnanti che invece il sostegno lo hanno scelto per passione e che lo fanno con amore e dedizione.
Ne ho parlato proprio in un articolo uscito recentemente su queste stesse pagine (Un paradosso del sostegno: gli studenti più fragili che rischiano di trovare gli insegnanti meno preparati): il sostegno, oggi, da moltissimi docenti, troppi, viene trattato così: un ripiego, una scorciatoia, un “intanto entro nella scuola e poi vediamo”.
Quello che ha detto Gerry Scotti, senza un briciolo di tatto e senza vergogna, in televisione, e con la leggerezza di un elefante in una cristalleria, è l’amara realtà che noi famiglie e associazioni stiamo combattendo.
E nel frattempo chi ci sta sotto? I nostri figli. Bambini autistici. Ragazzi con disabilità complesse. Fragilità che non puoi permetterti di gestire “a tentativi”. E invece succede. Ogni giorno. E mi si permetta di far notare una cosa che va detta: noi pretendiamo rispetto! Non perché “diamo lavoro” a qualcuno. Non perché dobbiamo essere riconoscenti a un sistema che arranca. Ma perché quelli sono i nostri figli. Esseri umani. Persone con una dignità piena. Ragazzi fragili che, se seguiti nel modo giusto, possono crescere, evolvere, costruirsi una vita. E invece troppo spesso vengono affidati a chi non è preparato, a chi non ha scelto quel ruolo e non ne ha nemmeno la pazienza, a chi aspetta solo di andarsene. E lì il rischio è reale. Non essere capiti. Non essere stimolati. Non essere visti. E quando succede, non è neutro. Si perde tempo. Si perdono occasioni. Si perdono pezzi di vita. In molti casi si peggiora la situazione.
Questo non è accettabile. Perché i nostri figli non sono “quello che passa il convento”. Non sono un riempitivo né una tappa da attraversare per raggiungere un altro obiettivo. Sono persone. E nessuno si deve permettere di trattarli – o di parlarne – come se non lo fossero.

Io li vedo, i GLO fatti di niente!
Io nei Gruppi di Lavoro Operativi per l’Inclusione (GLO) ci sto dentro. Li vedo gli insegnanti che non sanno cosa stanno facendo. Che nemmeno lo capiscono. Alcuni, dall’alto della loro ignoranza, nemmeno accettano la condizione del bambino perché non la comprendono. Li vedo quelli che aspettano solo di scappare sulla materia. Li vedo quelli che non hanno idea di cosa sia un PEI (Piano Educativo Individualizzato), di come si gestisce un comportamento, di come si costruisce una relazione educativa. E non perché siano cattive persone. Ma perché non è quello che vogliono fare. Perché il sostegno, per troppi, è solo “quello che passa il convento”. Esattamente come ha detto lui, con la leggerezza di un bisonte che calpesta tutto ciò che trova senza neanche comprendere ciò che sta facendo.

Una frase che pesa più di quanto sembra
Al signor Scotti qualcuno deve spiegare cosa ha fatto, soprattutto dopo le sue sterili e inadeguate scuse social. Quello che per lei è leggero, quasi scontato, detto con un sorriso in una fascia televisiva, davanti a milioni di persone, per noi è esattamente il contrario.
Noi famiglie e noi associazioni lo stiamo combattendo ogni giorno da decenni nei GLO, nelle scuole, nelle riunioni, nei confronti continui con chi quel sistema lo vive sulla pelle. Lo combattiamo con le unghie e con i denti. Perché sappiamo cosa significa davvero quando il sostegno viene trattato come un passaggio, come una soluzione temporanea, come qualcosa da accettare “intanto per lavorare”.
Quella frase, detta così, non è stata solo fuori luogo, ha reso normale ciò che noi stiamo cercando, da anni, di cambiare. E quando una cosa viene normalizzata, smette di essere vista come un problema. E questo, detto da lei, pesa di più, perché lei entra nelle case degli italiani, parla a milioni di persone, contribuisce a costruire pensiero, a orientare percezioni, a rendere accettabile o inaccettabile ciò che racconta. Lei non è “uno che parla”. È parte di un sistema che forma opinioni. E proprio per questo ha una responsabilità enorme.
Non può dunque permettersi di trasformare in normalità qualcosa che noi stiamo cercando di cambiare da anni. Non può permettersi di raccontare con leggerezza una realtà che, per chi la vive, è tutto fuorché leggera. Perché mentre quelle parole scorrono veloci in televisione, qui fuori c’è chi ne paga le conseguenze. E non sono dettagli. Sono persone!

Le scuse? Non bastano proprio!
Poi dunque arrivano le scuse di Gerry Scotti. Sui social. Prima ti infanga davanti a milioni di italiani in televisione e poi sistema tutto con un post molto sbrigativo e superficiale come le parole che ha usato per definire i nostri figli: «Parole superficiali», «Non volevo mancare di rispetto»…
No. Non basta. Non basta perché quella frase non è uscita per caso. È uscita perché è normale pensarla. Ed è questo il problema. Se infatti il sostegno fosse davvero riconosciuto per quello che è – una professione a tutti gli effetti – se esistesse un percorso universitario specifico per diventare insegnanti di sostegno, come è giusto che sia, e non un passaggio rapido, non una fase temporanea della carriera, quella frase non le sarebbe mai venuta in mente. Nemmeno per scherzo. E soprattutto, molti dei danni che oggi vediamo – causati da insegnanti “di passaggio”, “di ripiego”, “di attesa” – semplicemente non esisterebbero.

I nostri figli non sono “un passaggio di carriera!
Questa è la verità che dà fastidio: i nostri figli non possono più essere il trampolino per entrare nella scuola, non possono più essere un passaggio, un “intanto lavoro”. Sono persone. E hanno diritto a insegnanti preparati, presenti, motivati. Non di gente che sta lì contando i giorni per andarsene.

Basta raccontarcela
L’Italia si riempie la bocca con la parola inclusione. Inclusione. Inclusione. Ma poi nella realtà? Si tappano buchi. Si improvvisa. Si manda chi càpita. E se qualcuno lo dice, dà fastidio.
Bene. Io sono qui proprio per questo, per dare fastidio. Perché finché il sostegno resterà “quello che passa il convento”, non stiamo includendo nessuno. Stiamo solo facendo finta. E nel frattempo, qualcuno resta indietro. Sempre gli stessi.

*Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo.

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Tecnologie e testimonianze concrete di chi vive la disabilità a “TechCare Expo”

27 Marzo 2026 - 6:02pm

Il convegno “Tecnologie per la cura e l’autonomia”, dal quale sono emerse interessanti novità, ma anche testimonianze concrete di chi vive quotidianamente la disabilità hanno animato in questi giorni a Rimini la prima edizione di “TechCare Expo”, evento dedicato al futuro della cura, dell’assistenza e dell’inclusione soprattutto  attraverso le innovazioni tecnologiche, promosso dal Gruppo Maggioli Marina Cuollo (a sinistra), insieme ad Antonella Miccio, durante il suo intervento a “TechCare Expo”

Smartphone e Smartwatch non più solo strumenti di monitoraggio passivo – ad esempio del battito cardiaco, della pressione, della qualità del sonno – ma anche di assistenza e riabilitazione per persone con patologie croniche e fragilità che richiedano un supporto costante: è quanto emerso dal convegno Tecnologie per la cura e l’autonomia, svoltosi a Rimini, durante la prima edizione della rassegna TechCare Expo, evento dedicato al futuro della cura, dell’assistenza e dell’inclusione attraverso le innovazioni tecnologiche, promosso dal Gruppo Maggioli e già da noi ampiamente presentato in altra parte del giornale.
Come dunque è stato detto nel corso del convegno, stando ai dati provenienti dagli Stati Uniti, circa il 20% degli ultrasessantacinquenni hanno uno Smartwatch o un Apple Watch per monitorare il proprio stato di salute. E poiché le previsioni indicano che oltre il 20% della popolazione mondiale avrà più di 65 anni entro il 2100, si tratta di un trend è destinato a consolidarsi. E come detto, non è solo monitoraggio, ma anche supporto riabilitativo, se è vero, ad esempio, che il sistema Gain Tutor, sviluppato da un’azienda bolognese, analizza il movimento delle persone con la malattia di Parkinson e tramite sensori da posizionare su piedi e torace, suggerisce come migliorare la camminata allungando il passo tramite comandi vocali. A tal proposito, un follow-up di nove mesi su un gruppo di persone con forme lievi o intermedie di Parkinson che lo hanno utilizzato con regolarità, ha mostrato miglioramenti misurabili in scale cliniche e strumentali.

Non solo tecnologie, per altro, ma anche testimonianze concrete di chi vive quotidianamente la disabilità hanno animato in questi giorni la manifestazione di Rimini, con la Factanza Arena che ospita l’intervento di attivisti, giornalisti, creator che si occupano di disabilità, come la giornalista e scrittrice Marina Cuollo, da sempre in prima linea nella lotta contro pregiudizi e stereotipi sulla disabilità. «Oggi – ha dichiarato per l’occasione – tramite un app è possibile ordinare cibo e vederselo recapitato a casa in pochi secondi, mentre per avere i dispositivi per l’ossigenoterapia che utilizzo quotidianamente sono costretta a numerosi passaggi e interlocuzioni».
«Nessuna inclusività è quindi possibile – ha aggiunto – senza il coinvolgimento diretto delle persone che vivono ogni giorno la disabilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Luciana Apicella (luciana.apicella@mec-partners.it).

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Un evento a Ragusa dedicato alla sindrome di Sjögren e a tutte le malattie rare

27 Marzo 2026 - 5:29pm

L’inaugurazione della quarantatreesima panchina azzurra, nell’àmbito dell’omonimo progetto dell’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren), ma anche un murale dedicato alla Giornata delle Malattie Rare, celebratasi il 28 febbraio scorso, e il convegno “Tessendo Speranza per il Futuro” cui parteciperanno anche UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare e l’Associazione ASMARA: accadrà domani, 28 marzo, a Ragusa Il logo internazionale della Giornata Mondiale delle Malattie Rare che si celebra ogni anno nell’ultimo giorno di febbraio

Non vi sarà solo l’inaugurazione di una nuova panchina azzurra, questa volta per l’ANIMASS (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjögren), la quarantatreesima dopo quelle della Sicilia, di Verona, Rimini, Napoli e di varie località del Salernitano, nell’àmbito dell’omonimo progetto regolarmente seguito anche dal nostro giornale, volto a sensibilizzare sulla sindrome di Sjögren. Verrà infatti inaugurato anche un murale dedicato alla Giornata delle Malattie Rare, celebratasi il 28 febbraio scorso, nonché il convegno Tessendo Speranza per il Futuro cui parteciperanno anche UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare e l’ASMARA (Associazione Malattia Rara Sclerodermia e altre Malattie Rare “Elisabetta Giuffrè”).
Accadrà nel pomeriggio di domani, 28 marzo, a Ragusa, evento che si avvarrà del patrocinio e della collaborazione del Comune di Ragusa e del Presidente dell’Ordine TSRM e PSTRP di Ragusa Roberto Caruso Olivo, il tutto per accendere i riflettori sulle malattie rare.
Nel dettaglio, per la panchina azzurra e per il murale l’inaugurazione sarà in Piazza Monsignor Tidona alle 15, mentre il convegno si terrà alle 16 presso la Chiesa della Badia in Corso Italia.

Per quanto riguarda la sindrome di Sjögren, si tratta di una patologia che colpisce in grande maggioranza le donne (in proporzione di 9 a 1) ed è una malattia autoimmune, sistemica, degenerativa e inguaribile che può attaccare tutte le mucose dell’organismo: occhi, bocca, naso, reni, pancreas, fegato, cuore, apparato cardiocircolatorio, apparato osteo-articolare e polmonare, degenerando spesso in linfoma non-Hodgkin, con conseguenze fatali per il 5-8% delle circa 12.000/16.000 persone malate. Tra le malattie autoimmuni è quella con il più alto rischio di linfoproliferazioni (44 volte superiore alla popolazione generale), oltre a provocare gravi effetti non soltanto sotto l’aspetto clinico e psicologico, ma anche nei confronti della vita sociale e affettiva.
A causa della complessità clinica, una diagnosi precoce e una prevenzione mirata sono sempre molto difficili, ma assolutamente necessarie e per superare questo pesante ostacolo identificativo è opportuno lavorare in rete per la presa in carico a trecentosessanta gradi delle persone malate. Ed è importante anche la conoscenza tra i giovani, per creare attenzione e accoglienza nei confronti dei coetanei/coetanee colpiti da una malattia rara invisibile come questa, che coinvolge anche la fascia pediatrica. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: animass.sjogren2005@gmail.com.

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“Pronti per l’Indipendenza”: strumenti pratici per favorire l’autodeterminazione delle persone con disabilità

27 Marzo 2026 - 5:01pm

Fornire strumenti pratici per favorire l’autodeterminazione delle persone con disabilità, superando le barriere che spesso limitano la crescita individuale e l’inclusione sociale: è stato sostanzialmente questo l’obiettivo del progetto “Pronti per l’Indipendenza”, che ha avuto quale capofila la Federazione FISH e del quale si è tenuto l’evento conclusivo a Roma, in un incontro che ha segnato il traguardo di un percorso volto a trasformare il concetto di assistenza in una concreta cultura dell’autonomia

Fornire strumenti pratici per favorire l’autodeterminazione delle persone con disabilità, superando le barriere che spesso limitano la crescita individuale e l’inclusione sociale: è stato sostanzialmente questo l’obiettivo del progetto Pronti per l’Indipendenza del quale si è tenuto l’evento conclusivo a Roma, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, incontro che ha segnato il traguardo di un percorso volto a trasformare il concetto di assistenza in una concreta cultura dell’autonomia.
Finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e seguito di volta in volta anche dal nostro giornale, Pronti per l’Indipendenza ha avuto quale capofila la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), affiancata dai partner AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), LEDHA (Lega delle Persone con Disabilità, componente lombarda della stessa FISH), FIADDA (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone sorde e Famiglie), AVI Umbria (Associazione Vita Indipendente), FISH Calabria, FIADDA Roma e Capit.

Il progetto si è sviluppato su tre direttrici fondamentali: la formazione, attraverso percorsi strutturati su temi quali la pianificazione del progetto di vita, la gestione delle risorse finanziarie, l’accessibilità degli ambienti e l’orientamento ai servizi di supporto; il supporto pratico alla realizzazione del proprio Progetto di Vita, tramite un contributo economico; la creazione di una rete stabile di scambio e mutuo aiuto, dove la condivisione di esperienze e buone pratiche funge da stimolo per definire e raggiungere i propri obiettivi personali.
Durante l’evento conclusivo si è posto l’accento in particolare sull’importanza di “fare rete” nello svolgere le attività, all’insegna di un impegno corale tra Terzo Settore, Famiglie e Istituzioni per abbattere non solo le barriere architettoniche, ma soprattutto quelle culturali, promuovendo una visione della disabilità basata sul diritto alla scelta e all’indipendenza. Un impegno che prosegue ora con l’altro progetto denominato Insieme per l’Indipendenza.
«L’autonomia – ha dichiarato Vincenzo Falabella, presidente della FISH – non è un traguardo che si raggiunge da soli, ma il risultato di una comunità che decide di investire sulle capacità e sul desiderio di futuro di ogni individuo». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: uufficiostampa@fishets.it.

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Riparte dal Veneto il nuovo Giro d’Italia di Handbike

27 Marzo 2026 - 4:36pm

Cinque tappe internazionali di alto livello, a partire dal 29 marzo a Noventa di Piave (Venezia), per proseguire il 21 giugno a Cesano Maderno (Monza-Brianza), il 12 luglio a Monfalcone (Gorizia) e il 6 settembre a Carugate (Milano), con la conclusione in programma per il  4 ottobre a Biella: è pronto a ripartire il Giro d’Italia di Handbike, giunto alla sedicesima edizione

Cinque tappe internazionali di assoluto livello, tutte inserite in Categoria UCI C.1.: è il percorso del 16° Giro d’Italia di Handbike che prenderà il via il 29 marzo, come avevamo già segnalato a suo tempo, a Noventa di Piave (Venezia), per proseguire il 21 giugno a Cesano Maderno (Monza-Brianza), il 12 luglio a Monfalcone (Gorizia) e il 6 settembre a Carugate (Milano), con la conclusione in programma per il  4 ottobre a Biella.
«Apriamo l’edizione 2026 del Giro – dichiara Fabio Pennella, presidente di SEO (Solutions & Events Organization) che promuove la manifestazione – con una tappa che si preannuncia di grande livello. Siamo pronti a vivere una gara competitiva e coinvolgente, in cui gli atleti daranno il massimo confermando il valore della manifestazione. Ogni appuntamento, del resto, rappresenta un tassello fondamentale nella crescita del Giro e nella promozione dello sport paralimpico sui territori. Nello specifico ringraziamo l’Amministrazione Comunale di Noventa di Piave per avere creduto in questo progetto e per il supporto concreto».
Importante novità di quest’anno, che vale certamente la pena segnalare, è che la Maglia Bianca del miglior giovane del Giro sarà simbolo della sicurezza stradale e strumento di sensibilizzazione nazionale grazie a un progetto condiviso con la Federazione Ciclistica Italiana. Essa, infatti, porterà sul fianco la frase ufficiale della Federazione stessa, Sicuri In Bici, diventando parte integrante dell’identità della maglia e del messaggio che intende trasmettere. (S.B.)

Rispettivamente a questo, questo e questo link sono disponibili approfondimenti sul 16° Giro in generale, sulla Maglia Bianca e sulla tappa di Noventa di Piave. Per altre informazioni: ufficiostampa@girohandbike.it (Angela Grassi).

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L’ultimo miglio della decima “Marcia in Blu per l’Autismo”

27 Marzo 2026 - 1:48pm

Avviata 1° marzo, sta per concludersi la “Marcia in Blu per l’Autismo”, iniziativa giunta alla sua decima edizione, promossa dalla Fondazione Bambini e Autismo di Pordenone, a precedere tradizionalmente la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo del 2 Aprile, che ha potuto contare sulla partecipazione di tante persone che da sole o in gruppo hanno camminato o corso. E l’“Ultimo Miglio” di domenica 29 sarà animato da varie attività Ragazzi e ragazze dell’Istituto di Istruzione Superiore Il Tagliamento di Spilimbergo (Pordenone) che hanno partecipato alla “Marcia in Blu per l’Autismo”

Ne avevamo segnalato l’avvio, il 1° marzo, e ora sta per arrivare all’Ultimo Miglio, la Marcia in Blu per l’Autismo, iniziativa giunta alla sua decima edizione, promossa dalla Fondazione Bambini e Autismo di Pordenone, a precedere tradizionalmente la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo del 2 Aprile, che ha potuto contare sulla partecipazione di tante persone che da sole o in gruppo hanno camminato o corso.
Il 29 marzo, dunque, a Pordenone, la marcia dell’ultimo miglio partirà alle 10 dal Parco San Valentino (nell’area vicino al Mosaico della Pace), animata per l’occasione dai clown di corsia dell’Associazione Vip Claunando, dall’intrattenimento degli scout dell’Agesci e dal “trucca-bimbi” della Croce Rossa Italiana.
Lungo il percorso, poi, si potrà provare l’ebbrezza di un passaggio sulle hugbike, le “biciclette degli abbracci”, messe a disposizione dall’Associazione locale Noi Uniti per l’Autismo.
L’arrivo è previsto quindi alle 12 dietro la Loggia del Municipio (Piazza Calderari), alla presenza degli “Ambasciatori della Marcia”, delle istituzioni e delle organizzazioni che collaborano con la Fondazione Bambini e Autismo, insieme a tutti coloro che si sentono vicini alle persone e alle famiglie in occasione delle iniziative promosse per la Giornata del 2 Aprile.
Alla conclusione dell’evento, inoltre, verranno resi noti il numero totale dei chilometri percorsi e il numero di persone che hanno marciato durante tutto il mese, oltre alle donazioni raccolte per i progetti della Fondazione. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: relazioniesterne@bambinieautismo.org; direzione@officinadellarte.org.

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Testimonial dell’AISM di nome e di fatto

27 Marzo 2026 - 1:11pm

Non solo palcoscenico: durante la permanenza a Genova per un suo spettacolo, l’attrice e scrittrice Chiara Francini, testimonial dell’AISM, ha visitato la sede nazionale dell’Associazione ed è stato un passaggio tutt’altro che formale, che l’ha portata a incontrare persone con sclerosi multipla, operatori e volontari, nonché a testare di persona “Hunova”, dispositivo robotico per l’equilibrio e il movimento, e anche gli “exergame”, “videogiochi attivi” sviluppati dall’AISM con l’Istituto Italiano di Tecnologia L’attrice e scrittrice Chiara Francini nella sede dell’AISM a Genova, insieme al presidente nazionale dell’Associazione Francesco Vacca

Non solo palcoscenico. Durante la permanenza a Genova per il suo spettacolo Forte e Chiara, l’attrice e scrittrice Chiara Francini – testimonial dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) e volto della campagna Gardensia, promossa annualmente dalla stessa AISM e dedicata alla sensibilizzazione sulla sclerosi multipla e alle donne, le più colpite da questa malattia – ha scelto di visitare la sede nazionale dell’Associazione ed è stato un passaggio tutt’altro che formale: Francini, infatti, ha incontrato persone con sclerosi multipla, operatori e volontari, fermandosi a dialogare con i giovani volontari coinvolti nelle varie attività. Ha incontrato inoltre anche Francesco Vacca, presidente nazionale dell’AISM, approfondendo l’impegno quotidiano dell’Associazione. E non è mancato nemmeno un gesto simbolico, ossia la firma della Carta dei Diritti AISM, che ad oggi ha già raccolto oltre 74.000 adesioni.

Spazio quindi all’esperienza sul campo e al Servizio Riabilitativo AISM di Genova, che segue ogni anno oltre 1.200 persone con sclerosi multipla, grazie a un’équipe multidisciplinare, Francini ha potuto vedere da vicino cosa significa costruire percorsi riabilitativi su misura. Ha attraversato gli spazi della riabilitazione — dalla piscina alla terapia occupazionale, fino agli ambulatori — entrando nel vivo delle attività e mettendosi in gioco in prima persona. Proprio qui, infatti, ha provato Hunova, dispositivo robotico per l’equilibrio e il movimento, cimentandosi in un esercizio che unisce corpo e mente: mantenere la stabilità su una pedana in movimento mentre si svolgeva un compito di memoria.

Il percorso è proseguito poi al NeuroBRITE-FISM Research Center, nuovo polo di ricerca presso la sede dell’AISM e centro di eccellenza europeo nella neuroriabilitazione, dove ha testato anche innovativi exergame in realtà virtuale, sviluppati con l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), veri e propri “videogiochi attivi” che allenano insieme funzioni cognitive e motorie, tecnologie che rappresentano una frontiera della riabilitazione e che lavorano su capacità – come il multitasking – spesso compromesse nelle persone con sclerosi multipla.

«Entrare in questo Centro – ha dichiarato l’attrice – e incontrare da vicino le persone, i giovani volontari e i ricercatori dell’AISM è stata un’esperienza forte e autentica. Qui si capisce davvero quanto la riabilitazione e la ricerca possano fare la differenza nella vita quotidiana. Porto via con me storie, energia e un impegno ancora più consapevole su cosa significa vivere con la sclerosi multipla».
«Accogliere Chiara Francini nel nostro Centro – ha affermato dal canto suo Francesco Vacca – è stato un momento importante. La sua presenza qui ha un valore che va oltre la visita: significa accendere i riflettori sulla sclerosi multipla e sulle sfide quotidiane che le persone affrontano. La consapevolezza, infatti, è il primo passo per cambiare davvero le cose». (B.E. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Il diritto di non dover sempre essere all’altezza di tutto

27 Marzo 2026 - 12:32pm

«Forse quella massima stoica che parla di sopportare il dolore e di astenersi dal metterlo in scena – scrive Daniela Mignogna, a proposito della quotidianità dei caregiver familiari – andrebbe riletta non come un invito a nascondere il dolore, ma a non farsene travolgere da soli. E accanto ad essa bisognerebbe aggiungere il diritto di condividere, di essere sostenuti, di non dover essere sempre all’altezza di tutto. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio dolore e la possibilità di restare in relazione con gli altri» Shikha Ojhha, “Solitary“, 2010

Alle persone tristi verrebbe da consigliare la massima stoica Sustine et abstine, ossia “sopporta il dolore e astieniti dal metterlo in scena”. Gli stoici la indicavano come esercizio per rafforzare il carattere, come disciplina interiore per attraversare la fatica senza lasciarsene travolgere. Ma per molti caregiver familiari questa non è una scelta filosofica: è la forma concreta della loro quotidianità.
Chi assiste una persona fragile, un genitore, un partner, un figlio, impara presto a reggere la sofferenza e, allo stesso tempo, a contenerla. Non perché sia giusto, non perché sia sano, ma perché spesso sembra l’unico modo per andare avanti. Il dolore viene composto, reso presentabile, quasi addomesticato. Si impara a non mostrarlo troppo, a non “metterlo in scena”, per non appesantire gli altri, per non essere evitati, per non ricevere risposte frettolose che suonano come congedi, «dai, forza», «vedrai che passa».
E così il peso resta, ma diventa invisibile. Si consuma dentro relazioni che, a volte, si fanno più distanti proprio quando ci sarebbe più bisogno di prossimità. Non sempre per cattiveria: spesso per paura, per impotenza, o perché si è disabituati a stare accanto alla sofferenza altrui.
Il dolore degli altri mette a disagio, ricorda una fragilità che si preferirebbe ignorare, almeno finché non riguarda noi.
Ma c’è un prezzo in questo silenzio. Perché trattenere sempre, reggere sempre, senza uno spazio in cui poter essere visti e ascoltati, logora. Il caregiver diventa forte, sì, ma di una forza solitaria che rischia di trasformarsi in isolamento.
Forse allora quella massima andrebbe riletta. Non come un invito a nascondere il dolore, ma a non farsene travolgere da soli. E accanto a Sustine et abstine bisognerebbe aggiungere qualcos’altro: il diritto di condividere, di essere sostenuti, di non dover essere sempre all’altezza di tutto.
Perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio dolore e la possibilità di restare in relazione con gli altri. E, soprattutto, perché prendersi cura di chi cura non è un gesto straordinario: è una responsabilità collettiva.

*Referente per l’Emilia Romagna di Caregiver Familiari Uniti (CFU) (comunicazioni.cfu@gmail.com).

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“La Casa di Silvia”, non un ricordo, ma una continuità

27 Marzo 2026 - 12:08pm

Progetto nato dall’Associazione AISLA, ma frutto di una responsabilità condivisa, “La Casa di Silvia”, di cui nei giorni scorsi vi è stata la posa della prima pietra, doterà la città di Savona di uno spazio di accoglienza e sollievo per altre persone con la SLA e per le loro famiglie. «Non solo un ricordo di Silvia Codispoti, da cui prende il nome – scrive Mirella Madeo – ma una continuità, un modo per continuare a prendersi cura, anche oltre la vita stessa» Da sinistra: Grazia Micarelli (direttrice generale dell’AISLA), Pino Codispoti (papà di Silvia), Stefano Zanoni (Affari Generali AISLA) e Silvia Anceeschi (Raccolta fondi AISLA) alla posa del primo mattone della “Casa di Silvia”

C’è un momento preciso in cui una storia smette di appartenere a chi l’ha vissuta e diventa qualcosa di più grande. Non accade spesso. E quando accade, lo si riconosce subito: non per la retorica, ma per la concretezza dei gesti.
A Savona, quel momento ha preso forma sulla spiaggia dello Scaletto Senza Scalini, nel primo giorno di primavera. Non una semplice cerimonia, ma un passaggio importante. La posa del primo mattone della Casa di Silvia segna infatti l’inizio di un progetto che ha radici intime e uno sviluppo profondamente pubblico: trasformare una casa privata in un luogo accessibile, pensato per le persone con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e per le loro famiglie [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
La scelta del luogo non è casuale. È qui che, diciotto anni fa, è iniziato un percorso di accessibilità che ha cambiato il volto della città. Prima togliendo gli ostacoli fisici, poi quelli culturali. È qui che oggi si aggiunge un nuovo tassello: una casa sul mare, aperta tutto l’anno, dove la fragilità non sia un limite ma una condizione accolta, sostenuta, resa vivibile.

Il progetto nasce dall’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), ma non si esaurisce in una dimensione associativa. Fin dall’inizio si configura come un’azione condivisa, una responsabilità diffusa. Lo chiarisce Alberto Fontana, tra i promotori: non si tratta solo di offrire un servizio, ma di rendere possibile ciò che troppo spesso non lo è. Restituire tempo, spazio, normalità. Parole che, nel contesto della SLA, assumono un peso specifico preciso.
La casa – circa 80 metri quadrati – sarà completamente ristrutturata per garantire accessibilità e funzionalità. L’obiettivo è renderla operativa già dalla prossima estate. Ma il valore del progetto non risiede soltanto nella sua destinazione d’uso. Sta nel processo che lo rende possibile.
L’acquisto dell’immobile è stato sostenuto da una rete ampia: Sezioni territoriali dell’AISLA, Fondazioni, realtà locali, donatori. Una geografia solidale che attraversa l’Italia e si ricompone in un punto preciso, davanti al mare. Non un’operazione calata dall’alto, ma una costruzione per stratificazione: piccoli contributi, scelte individuali, responsabilità condivise. E anche i dettagli raccontano questa dinamica.
La lastra in ardesia ligure, incisa con la frase «Qui nasce la Casa di Silvia. Un luogo di accoglienza e libertà», non è frutto di una commissione formale, ma di un gesto spontaneo. Un contributo silenzioso, che l’AISLA ha deciso di rendere visibile proprio per ciò che rappresenta: una comunità che partecipa senza bisogno di esporsi.

E poi c’è la storia da cui tutto nasce. Silvia non è evocata come simbolo, ma come presenza concreta. Vent’anni vissuti dentro la malattia, senza che fosse la malattia a definire tutto.
Le parole del padre, Pino Codispoti, restituiscono con precisione questo equilibrio: la casa non è un ricordo, ma una continuità. Un modo per continuare a prendersi cura, anche oltre la vita stessa.
È qui che il progetto cambia natura. Non è più soltanto un’iniziativa sociale o sanitaria. Diventa un dispositivo culturale. Interroga il modo in cui pensiamo la disabilità, il tempo, la qualità della vita. E soprattutto mette in discussione un presupposto implicito: che alcune esperienze – come una vacanza, il mare, la possibilità di abitare uno spazio – non siano accessibili a tutti.
La Casa di Silvia interviene esattamente su questo punto. Non aggiunge un servizio, ma amplia un diritto. Non crea un’eccezione, ma prova a normalizzare ciò che dovrebbe esserlo.
La presenza delle Istituzioni locali, che hanno espresso sostegno e disponibilità, rafforza questa lettura. Quando un’iniziativa nata da una storia familiare viene riconosciuta come patrimonio collettivo, si produce un cambio di scala e la responsabilità si allarga. Il progetto smette di essere “di qualcuno” e diventa “per tutti”.
E forse è proprio questo il passaggio più rilevante. Prima ancora che la casa venga completata, è già abitata. Non da persone, ma da significati. Dalla fiducia di chi ha contribuito, dalla memoria di chi l’ha ispirata, dall’aspettativa di chi potrà viverla.

In un tempo in cui le fragilità rischiano di essere confinate ai margini, questa storia compie un movimento opposto: le porta al centro, le trasforma in motore, le rende generative.
Non è una narrazione consolatoria, è una presa di posizione e come tutte le prese di posizione autentiche, non si limita a raccontare. Costruisce.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Per ulteriori informazioni sul progetto di cui si parla: ufficiostampa@aisla.it (Elisa Longo).

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“SPORT SI PUÒ”: un investimento sull’inclusione, l’autonomia e la crescita dei giovani con disabilità

26 Marzo 2026 - 6:25pm

Oltre 5.000 alunni con disabilità coinvolti dal 1997 a oggi, centinaia di scuole partecipanti e una rete sempre più solida tra enti pubblici, associazioni e sponsor privati: sono i numeri di “SPORT SI PUÒ”, progetto dell’Associazione POLHA-VARESE, che anche in questo 2026 continua ad offrire in orario scolastico corsi gratuiti di nuoto a bambini e ragazzi con disabilità tra i 6 e i 14 anni. Non solo un progetto sportivo, ma un investimento continuativo sull’inclusione, l’autonomia e la crescita dei giovani con disabilità Il logo di “SPORT SI PUÒ”, realizzato da Simone Barlaam

Oltre 5.000 alunni e alunne con disabilità coinvolti dal 1997 a oggi, centinaia di scuole partecipanti e una rete sempre più solida tra enti pubblici, associazioni e sponsor privati: sono numeri assai significativi quelli che contraddistinguono la storia di SPORT SI PUÒ, progetto promosso dall’Associazione POLHA-VARESE, che anche in questo 2026 continua ad offrire in orario scolastico corsi gratuiti di nuoto a bambini/bambine e ragazzi/ragazze con disabilità tra i 6 e i 14 anni.
«Nato ormai ventinove anni fa da un’idea del Tavolo Provinciale Sport Disabili – spiega Daniela Colonna-Preti, presidente di POLHA-VARESE – e sostenuto interamente dalla Provincia di Varese fino al 2014, questo nostro ha saputo trasformarsi nel tempo senza mai interrompersi. Dal 2015, infatti, la continuità è stata garantita dal nostro impegno organizzativo ed economico e dalla collaborazione con Comuni, gestori degli impianti sportivi e sponsor del territorio. Preme ricordare che nei suoi anni di massima espansione, SPORT SI PUÒ ha raggiunto risultati impensabili: fino a 320 alunni/alunne coinvolti in un solo anno, 8 piscine attive, 60 scuole partecipanti, 35 istruttori specializzati e oltre 200 tra insegnanti ed educatori coinvolti. Numeri che testimoniano non solo la portata dell’iniziativa, ma anche l’impatto concreto di essa sul territorio».

In questo 2026, dunque, il progetto è attivo nelle piscine di Caronno Pertusella, Castiglione Olona, Tradate e Varese, grazie al sostegno dei rispettivi Comuni, insieme a quelli di Casciago, Venegono Inferiore e Superiore.
I gestori degli impianti (Omnia Sport, New Swim, Mio Club e Palaghiaccio Varese) mettono a disposizione gli spazi acqua a condizioni agevolate, mentre POLHA e altre Associazioni di volontariato garantiscono il servizio di trasporto.
Fondamentale quest’anno, inoltre, assieme al contributo “storico” della Famiglia Orrigoni con Tigros e del Rotary Club Varese che da anni affiancano il progetto coprendo i costi eccedenti i contributi pubblici, è il supporto del Gruppo Alpini di Vergiate che permetterà di sostenere alcuni costi imprevisti.
A completare infine la rete territoriale, sono le piscine di Luino, Jerago con Orago e Saronno – insieme ai rispettivi Comuni e ai gestori Forus Italia, Aquamore e Saronno Servizi – che dal 2024 portano avanti l’iniziativa in autonomia, mantenendo la formula organizzativa originaria trasmessa da alla POLHA.

«Gli alunni e le alunne – ricorda ancora Colonna-Preti – partecipano ai corsi durante l’orario scolastico: accompagnati dai loro insegnanti, raggiungono le piscine dove vengono seguiti da istruttori specializzati nella didattica del nuoto per persone con disabilità e dai volontari della POLHA. Grazie a questa sinergia tra pubblico e privato, anche quest’anno oltre 300 bambini/bambine e ragazzi/ragazze vivranno gratuitamente un’esperienza sportiva, educativa e sociale di grande valore, senza alcun costo per le famiglie o per le scuole».
«SPORT SI PUÒ – conclude – non è solo un progetto sportivo: è un investimento continuativo sull’inclusione, l’autonomia e la crescita dei giovani con disabilità del nostro territorio, un’esperienza che dopo oltre un quarto di secolo, continua a dimostrare che lo sport può davvero essere uno strumento concreto di integrazione». (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: info@polhavarese.org.

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“Costretto” in carrozzina? Per me è stato uno strumento di liberazione

26 Marzo 2026 - 5:57pm

«Per molte persone con disabilità – scrive Giona Dagnese – gli ausili sono esattamente “le scarpe più comode”, ciò che ci permette di stare abbastanza comodi per poter fare tutto il resto. Vorrei quindi un mondo antiabilista che ci insegnasse a pensare e a ri-pensare tutto ciò che pensavamo di sapere, dove gli ausili fossero finalmente uno strumento di libertà accessibile a tutti e tutte, per una vita in cui a guidarci siano i nostri desideri e non l’assenza di alternative»

Nel 2008 Steve Wilkinson, un blogger con disabilità, scelse il 1° marzo come data internazionale per il #WheelchairDay, poiché si accorse che ancora non ne esisteva uno. Venendo a conoscenza di questa ricorrenza, mi sono reso conto che tra le tantissime cose che do per scontate della mia vita c’è anche la carrozzina.
Nonostante troppo spesso ancora si dica che noi persone con disabilità siamo “costrette” sulla carrozzina, la verità è che per me è stato uno strumento di liberazione, che ho sognato per anni.
Quando alla mia famiglia è stato prospettato per me un futuro “seduto”, i miei genitori hanno deciso di impiegare tutte le proprie forze e i propri mezzi pur di poter disattendere questo pronostico, per loro infausto.
Conservo foto e video di esercizi che facevamo insieme: da terra fino a sedermi e da seduto fino ad alzarmi in piedi, fisioterapia, viaggi in centri internazionali con programmi di riabilitazione all’avanguardia. Per tutto questo, abbiamo anche rinunciato a qualche vacanza. E pian piano, quel sogno è diventato anche mio: imparare a camminare, come gli altri.
Eppure, proprio in quegli stessi luoghi in cui andavamo e sudavamo – bisogna dirlo, il sacrificio non è mai stato solo mio – nella speranza di smentire quel cattivo presagio iniziale, io ho imparato a conoscere nuovi mezzi: i bambini attorno a me erano sì seduti, ma si muovevano con molta meno fatica e, soprattutto, autonomamente.
Ho iniziato a invidiarli, come costretto alla fatica di una dieta durante una festa di compleanno: era “per il mio bene”, ma a me era sempre chiesto uno sforzo in più, tanto che mi dimenticavo di divertirmi. Se si trattava di tragitti abbastanza brevi, dovevo farli a piedi, frustrato dalla mia stanchezza. Se erano tragitti lunghi, si usava un passeggino, dentro al quale mi arrendevo a traiettorie che non potevo scegliere. Alle gambe avevo sempre dei grossi tutori ed enormi scarpe ortopediche (dunque orrende), costantemente consumate dal mio passo claudicante.

Per il primo decennio della mia vita, dunque, sono stato occupato a imparare a camminare. Poi ho capito: il mio reale desiderio era essere indipendente e per farlo, camminare non era necessario. Al contrario, in alcune circostanze complicava le cose.
Si è cercato di fare di tutto perché “non finissi costretto su una carrozzina”, eppure, appena mi ci sono seduto per la prima volta, ho smesso di esserlo. Ho smesso di essere costretto a chiedere alle persone di sostenermi, di fare le cose al mio posto, di prendere le cose al mio posto, costretto a rinunciare, a concentrarmi solo a camminare.

Viviamo in un’epoca che celebra la performance. Ci viene ripetuto continuamente che per ottenere qualcosa bisogna uscire dalla propria comfort zone: spingersi oltre, mettersi alla prova.
Ma poter stare comodi, stare a proprio agio, non è un limite, è la base: la condizione che rende possibile fare le cose. Pensiamo alle scarpe: se decidi di scalare l’Everest stai decisamente uscendo dalla tua comfort zone, ma per farlo hai bisogno di scarpe comode e affidabili.
Per molte persone con disabilità gli ausili sono esattamente questo: le nostre scarpe più comode. Sono ciò che ci permette di stare abbastanza comodi per poter fare tutto il resto. Eppure per molti di noi è ancora così: sogniamo degli ausili che ci permettano di immaginare una vita diversa.
Per questo, vorrei tanto un mondo antiabilista che ci insegnasse a pensare e a ri-pensare tutto ciò che pensavamo di sapere, dove gli ausili fossero finalmente uno strumento di libertà accessibile a tutti e tutte, per una vita in cui a guidarci siano i nostri desideri e non l’assenza di alternative.

*Giona Dagnese, 24 anni, è un attivista per i diritti delle persone disabili e transgender. Attraverso testimonianze personali e attività divulgativa, promuove una narrazione della disabilità centrata sull’autonomia, sulla libertà di scelta e sul superamento degli stereotipi. Il presente contributo è già apparso in «Persone con disabilità.it» e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“Aula IDEA 360”: una stanza immersiva che sperimenta nuove forme di apprendimento all’insegna della didattica adattiva

26 Marzo 2026 - 5:42pm

Inaugurata durante la prima giornata della “Settimana dell’Inclusione”, promossa dall’Università di Macerata, l’“Aula IDEA 360”, ove “IDEA” sta per “Inclusione, Didattica, Educazione, Apprendimento”, è una sala di 8 metri per 3, dove pareti e pavimento diventano superfici interattive, rendendo possibile una didattica adattiva, all’insegna dell’accessibilità a concetti complessi anche per le persone con disabilità Francesco Manfredi, presidente dell’INDIRE, “esplora” con il tatto una parete dell'”Aula IDEA 360″

Nel corso della prima giornata della nona Settimana dell’Inclusione, promossa dall’Università di Macerata, il principale appuntamento accademico italiano dedicato alla pedagogia speciale e all’inclusione sociale, già da noi ampiamente presentato in altra parte del giornale, è stata inaugurata l’Aula IDEA 360, stanza immersiva realizzata dal Centro di Ricerca TIncTec dell’Ateneo marchigiano, per sperimentare nuove forme di apprendimento.
Ma di cosa si tratta esattamente? Innanzitutto va data una spiegazione dell’acronimo IDEA che sta per Inclusione, Didattica, Educazione, Apprendimento. Si parla in sostanza di una sala di 8 metri per 3 dove pareti e pavimento diventano superfici interattive, capaci di reagire al tocco degli utenti e di adattare i contenuti in tempo reale grazie a una combinazione tecnologica di precisione, con sette proiettori a proiezione frontale che avvolgono tre pareti e il pavimento, quattro sensori LiDAR che trasformano ogni superficie in una grande lavagna touch dove proiettare qualsiasi tipo di contenuto: video, fotografie, renderizzazioni tridimensionali.
«Ma la caratteristica più significativa – sottolineano dal Centro TIncTec – non è l’hardware, bensì la didattica adattiva che questo spazio rende possibile. I contenuti, infatti, non sono statici, ma si modificano in tempo reale in base alle interazioni degli studenti, alle loro specificità, al loro ritmo di apprendimento. È quindi un sistema pensato per rendere accessibili concetti complessi anche a persone con disabilità: dall’apprendimento di abilità di vita quotidiana come l’attraversamento autonomo della strada, fino alla materializzazione di concetti astratti».

Durante l’inaugurazione, il rettore dell’Università di Macerata John Mc Court ha ricordato come questa struttura rappresenti «un investimento importante non solo per l’Ateneo ma per tutto il territorio, mettendo al centro la persona attraverso le nuove tecnologie».
Nato da un finanziamento ministeriale del 2021 destinato all’edilizia universitaria, che ha permesso la progettazione e la realizzazione della struttura nell’arco di un anno e mezzo, il risultato ottenuto è frutto di una collaborazione tra l’area tecnica dell’Ateneo, i dottorandi di ricerca del Centro TIncTec — che hanno contribuito con le loro esperienze di studio anche all’estero — e i partner tecnologici M-Cube, Epson Italia e Iper Media Studio. Ed è stato coinvolto anche Andrew Quinn, uno dei maggiori esperti mondiali di touch design.

«Abbiamo costruito un’équipe interdisciplinare di ingegneri esperti di interfaccia uomo-macchina, docenti di pedagogia speciale e di didattica – ha dichiarato la prorettrice dell’Ateneo Catia Giaconi, direttrice del Centro TIncTec e responsabile scientifica dell’iniziativa -, il tutto con l’obiettivo di rendere concreto ciò che è difficile da spiegare: materializzare concetti per chi ha bisogno di un accesso diverso alla conoscenza». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@unimc.it.

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L’arte accessibile per tutti nel progetto di vita delle persone con disabilità visiva

26 Marzo 2026 - 4:31pm

Nell’àmbito della mostra itinerante “Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina”, progetto espositivo della Fondazione Alfredo Catarsini 1899, nato all’insegna dell’accessibilità e che vede come media partner la nostra testata Superando, la sesta tappa dell’esposizione a Lucca ospiterà il 28 marzo il convegno nazionale denominato “L’arte accessibile per tutti nel progetto di vita delle persone con disabilità visiva”

Avevamo già ampiamente presentato, nel febbraio scorso, la tappa di Lucca, che sarà ospitata fino al 30 aprile dallo storico Palazzo Guinigi della città, della mostra Il Novecento di Catarsini. Dalla macchia alla macchina, sesta uscita (dopo il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera nel 2024, Palazzo Sacrati Strozzi a Firenze, sede della Giunta Regionale Toscana, la Villa Museo Paolina Bonaparte di Viareggio, il Fortilizio della Cittadella di Pisa e il Municipio di Montecatini Terme tra il 2025 e l’anno corrente) di questa esposizione itinerante curata dallo storico dell’arte Rodolfo Bona e organizzata dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, progetto promosso e realizzato in questo caso con il contributo del Comune di Lucca e della Regione Toscana e che come media partner vede la nostra testata Superando.
Si tratta, lo ricordiamo, di una ricca retrospettiva sulla carriera artistica di Alfredo Catarsini, artista e intellettuale viareggino nato nel 1899 e scomparso nel 1993, che ha attraversato tutto il “secolo breve” e che oggi suscita un rinnovato interesse da parte degli amanti dell’arte (e non solo), grazie appunto alla Fondazione che ne porta il nome. Presieduta infatti da Elena Martinelli, quest’ultima da alcuni anni si occupa di valorizzarne l’opera artistica, con iniziative delle quali più volte ci siamo occupati su queste pagine, anche per l’impegno nel promuovere una cultura accessibile a tutti e tutte.

Ebbene, nell’àmbito di tale iniziativa, è ora in programma nella medesima sede, per la mattinata del 28 marzo, il convegno nazionale L’arte accessibile per tutti nel progetto di vita delle persone con disabilità visiva, organizzato anch’esso dalla Fondazione Catarsini, che lo presenta così: «Rivolto in particolare alle persone con disabilità visiva, questo convegno nasce dal nostro progetto pluriennale L’arte accessibile per tutti che da oltre tre anni portiamo avanti in àmbiti diversificati: giovani, formazione, cultura, turismo e benessere-tempo libero con l’obiettivo di progettare una rete di inclusione pensata non per loro, ma con loro, trasformando i luoghi di cultura e turistici in esperienze tattili e sonore, permettendo a tutti di godere della bellezza in piena autonomia e libertà».

Patrocinato dal Ministero per le Disabilità, dalla Regione Toscana, dalla Provincia di Lucca e da altre prestigiose Istituzioni e Associazioni, l’incontro si svolgerà, come detto, a Palazzo Guinigi di Lucca, stessa sede della mostra, il cui percorso include anche un laboratorio esperienziale con l’opera tattile dello scultore Massimiliano Trubbiani (Museo Tattile Statale Omero di Ancona), che reinterpreta l’affresco dell’abside della Chiesa di San Martino in Freddana, vicino Lucca.
La mattinata si aprirà con i saluti istituzionali di Mario Pardini, sindaco di Lucca, Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità, Angela Mia Pisano, assessora alla cultura del Comune di Lucca, Elena Martinelli, presidente della Fondazione Catarsini 1899, Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), Massimo Diodati, presidente dell’UICI Toscana (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e Gilberto Tuccinardi, governatore del Distretto 108 LA Lions International.
«Rendere l’arte, i luoghi della cultura e le esperienze artistiche fruibili anche da parte dalle persone con disabilità visiva – sottolinea la ministra Alessandra Locatelli – significa affermare con forza il principio che la partecipazione alla vita culturale è un diritto di tutti e una dimensione essenziale del pieno sviluppo della persona. Iniziative come questa di Lucca dimostrano come il dialogo tra Istituzioni, mondo culturale e realtà associative possa generare percorsi concreti di innovazione e inclusione, trasformando l’accessibilità in un’opportunità di crescita per l’intera comunità».

L’incontro proseguirà quindi con gli interventi del presidente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità Maurizio Borgo (Ruolo dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità), della funzionaria del Ministero della Cultura Anna Soffici (Valorizzare i luoghi, valorizzare le persone – Esperienze recenti), del Consigliere del Centro Studi Turistici di Firenze e direttore Cooperativa Cristoforo TEC del capoluogo toscano Paolo Pestelli (L’accessibilità dell’offerta culturale come volano economico e strategico per lo sviluppo del settore turistico), della funzionaria del Ministero della Cultura Luisa Berretti e dell’architetto esperto di accessibilità di Lucca Lucas Frediani (Senza barriere. Interventi di accessibilità in corso ai Musei nazionali di Lucca), del Presidente dell’Associazione TDDF (Tutela Diritti Disabili Sensoriali) Guardiamo avanti di Roma Alessandro Guastaferro (L’esperienza dell’associazione TDDS Guardiamo avanti) e di Elena Martinelli (L’Arte accessibile per tutti – Il progetto della Fondazione Catarsini).

«C’è una data che fa da spartiacque – dichiara Elena Martinelli – ed è il 3 marzo 2009, ossia quando il nostro Paese ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvando la Legge 18/09. Quel giorno l’Italia ha compiuto un salto di civiltà, smettendo di guardare alla disabilità come a un bisogno da assistere, per riconoscerla finalmente come un diritto umano da garantire. In quel momento è stato sancito il principio che non è l’individuo a doversi adattare al mondo, ma è il mondo che ha il dovere di rimuovere ogni barriera. In questi anni siamo stati testimoni di una trasformazione profonda: siamo passati dalla protesta solitaria alla coprogettazione consapevole, diventando alleati delle Istituzioni, per scrivere insieme politiche pubbliche davvero strategiche. La responsabilità passa ora nelle nostre mani: tocca cioè a noi cittadini, agli Enti e alle realtà del territorio far sì che l’inclusione non sia più l’eccezione, ma la regola. Il nostro impegno deve tradurre i diritti in fatti, investendo in cultura e formazione per dare risposte concrete all’autonomia. Questa è la missione che la Fondazione Catarsini persegue con determinazione, sostenuta da partner che condividono lo stesso obiettivo: trasformare i progetti in utilità sociale e in una crescita reale per tutti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@fondazionecatarsini.com

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Torna in scena Elena Tomei con “Varco della soglia virtuale”

26 Marzo 2026 - 2:05pm

Apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico, Elena Tomei tornerà a portare in scena da domani, 27 marzo, a domenica 29, al Teatro Petrolini di Roma, nell’àmbito della rassegna “Monologando & Dialogando”, il monologo da lei stessa diretto e interpretato, “Varco della soglia virtuale”, scritto da Cristina Nardelli, che parla della destabilizzazione emotiva di una donna vittima di una relazione tossica nata in chat

Apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico di cui seguiamo sempre con piacere le varie performance, Elena Tomei, dopo il successo ottenuto nelle precedenti esibizioni, tornerà a portare in scena da domani, 27 marzo, a domenica 29, il monologo da lei stessa diretto e interpretato, Varco della soglia virtuale, scritto da Cristina Nardelli, che parla della destabilizzazione emotiva di una donna vittima di una relazione tossica nata in chat.
Come è stato scritto, «si tratta di un testo molto toccante, introspettivo e universale per raccontare un episodio che può capitare alle persone più fragili con l’utilizzo dei social».
L’appuntamento è dunque per i prossimi giorni al Teatro Petrolini di Roma (Via Rubattino, 5, Testaccio), nell’àmbito della decima edizione della rassegna Monologando & Dialogando. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@teatropetrolini.it.

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La disabilità mi ha tolto l’autonomia, la libertà, la bellezza, ma ho scelto di essere felice

26 Marzo 2026 - 1:39pm

Artista e molto altro, Andrea Ferrero Sette è diventato cieco nel 2010 e racconta: «Quando è avvenuto, ero in fondo a un pozzo e da lì, a un certo punto, potevo soltanto risalire. Il buio, però, non è stato la fine di tutto. Anzi ho scoperto e fatto cose che, quasi certamente, non avrei fatto se avessi conservato la vista. Con questo non intendo certo dire che sono felice di essere cieco: la disabilità mi ha tolto l’autonomia, la libertà, la bellezza. Ma la cosa più importante è che ho scelto di essere felice» Andrea Ferrero Sette con una sua recente opera

Abbiamo già avuto il piacere di incontrare sulle nostre pagine, in più di un’occasione, Andrea Ferrero Sette, artista e molte altre cose ancora. Torniamo a farlo con questo bel servizio di Luigi Alfonso.

«Sono una persona che, all’improvviso, ha scoperto di avere una malattia degenerativa progressiva incurabile alla retina. Sapevo che sarei diventato cieco. Nel 2010, quando questo è avvenuto, ero in fondo a un pozzo e da lì, a un certo punto, potevo soltanto risalire. Così ho fatto. Il buio non è stato la fine di tutto. Anzi, col senno di poi, vi dico che questa patologia mi ha permesso di scoprire e fare cose che, quasi certamente, non avrei fatto se avessi conservato la vista. Con questo non intendo dire che sono felice di essere cieco: la disabilità mi ha tolto l’autonomia, la libertà, la bellezza. Ma la cosa più importante è che ho scelto di essere felice».
Inizia così la lunga chiacchierata con Andrea Ferrero Sette, cagliaritano di 55 anni. È un dipendente del Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori in Sardegna – Crs4, fondato nel 1990 dalla Regione Sardegna. Una laurea in Economia e Commercio e un percorso professionale che lo ha visto dapprima introdotto nella carriera di commercialista e poi in una grande impresa come Tiscali. Da alcuni anni sta sviluppando una sua grandissima passione: l’arte.
«Nel 1998 mi diagnosticarono la retinite pigmentosa. Sino ad allora, avevo messo a frutto i miei studi – racconta -. Vedevo il mio futuro all’interno di un’amministrazione o da libero professionista. La cecità ha cambiato tutto, costringendomi a ripensare la mia vita e soprattutto a capire che cosa non volessi fare. Oggi nella mia vita ci sono l’arte, l’attività sportiva, gli incontri di sensibilizzazione, i seminari all’università e nelle scuole, oltre all’impegno legato a progetti sull’accessibilità».

Parliamo del suo percorso artistico.
«Mi è sempre piaciuta l’arte, sin da adolescente. Ho visitato tanti musei in Italia e all’estero, negli anni ho coltivato questa passione. Quando sono diventato cieco, ho partecipato a un progetto del Crs4, Over the view, grazie al quale ho avuto modo di conoscere Marcella Serreli, allora direttrice della Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Lei “raccontava” i bellissimi retabli custoditi in quel museo. Annalisa Carta, pittrice e amica di mia moglie, nello stesso periodo mi propose di iniziare a dipingere. Figurarsi, io ero un ex vedente con tanti pregiudizi e le dissi subito: “Mi spieghi come faccio a dipingere se non vedo nulla?”. Ma lei e mia moglie mi spronarono a provare. La loro proposta mi sembrava oscena. Quando ho mostrato i primi quadri a Marcella, lei ci ha visto qualcosa di particolare e mi ha suggerito di proseguire. Ora è la curatrice delle mie mostre. Ho iniziato con i pennelli, ma avvertivo la distanza dalla tela. Così ho incominciato a dipingere con le mani, come faccio tuttora. Mi faccio aiutare da Massimiliano Ibba, un caro amico che mi passa i colori che intendo utilizzare. La scelta è sempre e solo mia. Capisco perfettamente coloro che restano un po’ perplessi, ma credo che un quadro sia un’esperienza sensoriale: dietro c’è un progetto, poi ci metto il tatto e persino l’udito quando scorro il dito sulla tela. E pure l’olfatto».

Nella scelta dei colori, la aiuta molto la memoria di quando era vedente?
«Moltissimo. Sino al 2010, ho immagazzinato nella mente migliaia di immagini, colori, suggestioni. Se uno nasce cieco, quella è la condizione e te ne fai una ragione. Se invece perdi la vista, come è accaduto a me, è una fase che richiede l’elaborazione del lutto. Io ci sono riuscito. E ho ben presenti i colori del mare o di un campo di grano, due soggetti che nei miei quadri erano ricorrenti. Ho visto migliaia di quadri, mi sono fatta un’idea precisa e tutto questo oggi mi aiuta. Poi, ovviamente, occorrono creatività e immaginazione. Ogni mio lavoro inizia con una tela bianca. Poi io ci metto i colori, perché essi sono dentro di noi».

Le sue mostre riscuotono sempre un buon successo di pubblico. L’ultima, allo Spazio Pira di Quartu Sant’Elena, è stata molto apprezzata.
«Eppure, ho sempre il timore di essere visto come una sorta di “fenomeno da baraccone”, e non semplicemente come una persona che dipinge e proietta sulla tela ciò che ha dentro. Marcella Serreli, invece, racconta sempre l’artista, non stimola il pietismo del pubblico».

Ultimamente si sta cimentando in un’altra esperienza artistica.
«Cerco sempre qualcosa di nuovo, sperimento di continuo. Sono partito dal figurativo per passare all’astratto; attraverso quest’ultima forma, riesco a trasmettere maggiormente le mie emozioni. Sto utilizzando vari materiali, come lo stucco, la farina di quarzo o una pasta modellante naturale fatta di amido mais, colla vinilica e acqua. In questo modo rendo più tattili possibili i miei lavori. Cerco di evolvermi ed essere sperimentativo. Ora sto lavorando l’argilla, seguito dall’artista Francesco Amadori».

Il miglior complimento che ha ricevuto?
Di recente, la giornalista Maria Chiara Cugusi di Radio Karalitana, durante un’intervista in studio, mi ha detto che sono una persona che trasmette gioia. La verità è che ho un carattere comunicativo, riesco a trasmettere ciò che ho nel cuore, nell’anima e nella testa. Però mi ha fatto molto piacere sentire quelle parole».

Ha fatto riferimento in precedenza al progetto Over the view. Ce ne parla?
«È stata una bella esperienza, in cui ho riversato passione, entusiasmo e tutta la mia competenza, mettendo a disposizione dell’azienda tutte le mie conoscenze nel settore dell’accessibilità museale per abbattere le barriere. Perché, in presenza di una disabilità, e nello specifico di una disabilità visiva, tutto si complica. L’esperienza tattile nei musei non sempre è possibile, al di là delle precauzioni che possono essere adottate. E quell’esperienza può risultare poco significativa».

Andrea prima di una gara di spada non vedenti

Molte esperienze anche nell’àmbito sportivo…
«Ho praticato diversi sport, come tante altre persone. Quand’ero ragazzo, non andavo benissimo a scuola. Per i miei genitori, l’attività sportiva doveva essere un premio, dunque interruppi quel percorso. Ho ripreso molti anni più tardi, frequentando una palestra. Poi mi sono dato allo sci nautico con il plurimedagliato Jeff Onorato che per me è anche un maestro di vita; al nuoto con Salvatore Bandinu, che è specializzato nelle discipline natatorie; e all’acquagym. In ultimo, la spada non vedenti: la scherma è una disciplina alla quale non avevo mai pensato quand’ero ancora vedente. Mi sono tolto qualche soddisfazione, ho partecipato persino alle finali nazionali di Napoli grazie al percorso con l’Accademia Athos di Cagliari».

Ma che cos’è per lei la disabilità?
«Affrontare la vita in un altro modo. È qualcosa che nessuno vuole, ma mi ha costretto a ripensarmi. Bisogna essere bravi a tirare fuori il meglio di noi stessi, per poterla affrontare serenamente ed essere felici. Io sono molto fortunato, ho mia moglie Annalisa e una famiglia che mi supporta in tutto. Tante persone che mi vogliono bene e mi sostengono, trasmettendomi energia. Questo mi aiuta moltissimo».

Si è mai sentito escluso?
«Sì. Ci sono state persone che sono sparite quando la cecità ha cominciato ad affacciarsi nella mia vita. Quand’ero già ipovedente, una ragazza con cui c’era una forte simpatia venne a sapere da amici comuni che avrei perso la vista. Così preferì fare un passo indietro, non si sentiva di affrontare un percorso così impegnativo. Quella che è diventata mia moglie, invece, ha fatto l’esatto contrario: è davvero una donna straordinaria, e lo dimostra tutti i giorni».

Si definisce cieco o non vedente?
«Io sono cieco. Questa è la parola giusta. Se poi vogliamo usare il termine “non vedente”, facciamolo pure, anche se si mette l’accento su qualcosa che non si ha. I puristi sostengono che si debba dire cieco, io però utilizzo le parole così come vengono. Sto attento a certi termini se li percepisco offensivi».

Lei gioca spesso con le parole. È un modo per esorcizzare la sua disabilità?
«Sono una persona ironica, da sempre. Ma parlo in italiano, come tutti noi. Se devo dare un appuntamento a una persona, dico: ci vediamo domani. Qualcuno, di fronte a una frase del genere, si trova in imbarazzo. Ma perché? Se dico che credo ciecamente in un amico, sto facendo una battuta o dicendo una cosa vera? Insomma, a volte si pensa più all’estetica delle parole che alle cose concrete».

Dicono che lei sia una persona che non si sente mai appagata. Qual è il suo prossimo obiettivo?
«Tanti anni fa, quand’ero all’università, il professor Vittorio Dettori [docente di Economia Politica all’Università di Cagliari, N.d.R.] disse: “L’imprenditore è colui che non è mai appagato”. Ho fatto mia quella sua lezione e sono sempre proiettato al futuro. A volte i sogni rimangono nel cassetto, ma non smetto di sognare perché la vita sarebbe decisamente più triste. Penso a nuove mostre, alla ripresa della mia trasmissione radiofonica Oltre le barriere. E poi ci sono nuove gare di scherma all’orizzonte e gli incontri con gli studenti. La vita è come andare in bicicletta: bisogna stare sempre in movimento per restare in equilibrio».

*Il presente servizio è già apparso in Vita.it, e viene qui ripreso, con diverso titolo e minime modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione (Credits delle foto, Valentina Bullitta e Annalisa Marini).

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A Voghera si proietta il film documentario “Life, Animated”, seguito da una merenda solidale

26 Marzo 2026 - 12:55pm

In vista della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo del 2 Aprile, la Fondazione Oltre il Blu di Val di Nizza (Pavia) propone per il 28 marzo al Cinema Arlecchino di Voghera la proiezione del film documentario “Life, Animated”, seguita da una merenda solidale predisposta dalle persone della Banda dell’Ortica, il laboratorio inclusivo della Fondazione stessa, aperto anche a persone con disturbo dello spettro autistico o altre disabilità intellettive

In vista della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo del 2 Aprile, la Fondazione Oltre il Blu di Val di Nizza (Pavia), in coillaborazione con i Lions Club Voghera Castello Visconteo, propone una bella iniziativa per il pomeriggio del 28 marzo al Cinema Arlecchino di Voghera (dalle 15.30), ossia la proiezione di Life, Animated, seguita da una merenda solidale predisposta dalle persone della Banda dell’Ortica, il laboratorio inclusivo della Fondazione stessa, aperto anche a persone con disturbo dello spettro autistico o altre disabilità intellettive.

Film documentario del 2016, diretto da Roger Ross Williams, Life, Animated ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è stato anche candidato all’Oscar come miglior documentario nel 2017.
Vi si illustra la vita di Owen, persona con disturbo dello spettro autistico la cui comunicazione con il mondo esterno è stata resa possibile e in qualche misura è continuamente filtrata dal mondo dei film di animazione della Disney che lui adora.
L’opera si basa sul libro Life, Animated: A Story of Sidekicks, Heroes, and Autism scritto dal padre di Owen, il giornalista Ron Suskind. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: fondazione@oltreilblu.org.

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Lavoro e disabilità: se la parola inclusione non basta più

26 Marzo 2026 - 12:18pm

Com’è andata e a quali conclusioni ha portato la tavola rotonda online denominata “Inclusione è ancora la parola giusta per garantire la vera equità di diritti per tutti?”, tenutasi il 13 marzo scorso? Tale evento, lo ricordiamo, si è inserito nel percorso che conduce all’“Inclusion Job Day” di domani, 27 marzo, e del 31 marzo, doppio appuntamento online dedicato all’incontro tra aziende e candidati con disabilità, di cui Superando è da alcuni mesi media partner I partecipanti alla tavola rotonda online del 13 marzo scorso

Inclusione: una parola che si usa nei convegni, nei documenti aziendali, nelle strategie di comunicazione. Ma una domanda resta aperta: è una parola che ha ancora senso?
È attorno a questo nodo che si è sviluppato l’Inclusion Job Talk del 13 marzo scorso, da noi presentato a suo tempo a questo link, ossia la tavola rotonda online denominata Inclusione è ancora la parola giusta per garantire la vera equità di diritti per tutti?, che ha preceduto il primo evento del 2026 di Inclusion Job Day (se ne legga nel box in calce), in programma domani, 27 marzo, sempre a cura di Hidoly e di Cesop HR Consulting Company.
A moderare l’incontro è stata Roberta Barba, Inclusion Job Day Consultant, che ha accompagnato il confronto tra cinque relatori provenienti da àmbiti diversi.

Sembra dunque quasi un paradosso: più si utilizza il termine inclusione, meno la si ottiene. Si è parlato dunque in primo luogo di questo vocabolo usato – e spesso abusato – non soltanto nella lingua italiana. Ma è davvero ancora la parola giusta?
Dal confronto è emersa una posizione per larga parte condivisa: “inclusione” non è una parola amata, ma resta, in qualche modo, una sorta di male necessario. Un codice convenzionale utile a intendersi, a patto però che non resti un’etichetta, ma si traduca in azioni, comportamenti e scelte capaci di incidere davvero.
A rompere il ghiaccio è stata Francesca Marchegiano, educatrice narrativa, che non ha nascosto una vera e propria avversione per il termine, preferendo invece “coesistenza”. Ha raccontato come la narrazione – a ogni livello, anche nelle aziende – possa essere un elemento facilitatore: «Le storie si rivelano fondamentali proprio nei momenti di cambiamento, come quello che tutti auspichiamo verso una società equa e aperta, non solo di facciata».
Una riflessione, questa, che ha trovato un punto di continuità nel bell’intervento di Roberta Laudito, Care Innovation & Experience Manager, rappresentante di Federmanager e componente del Gruppo Minerva: «Per me – ha affermato – inclusione deve essere sinonimo di rimozione degli ostacoli e di partecipazione. Quando parlo di imprese, più che a organizzazioni penso a comunità, dove si possono sviluppare i talenti di tutte le persone».
A partire dalla sua esperienza in contesti multinazionali, Laudito ha ampliato il tema dell’inclusione ad altri settori, come il Gender Gap e l’Ageing (“differenze di genere” e “invecchiamento”), oggi particolarmente rilevante: «Non è raro, infatti, che all’interno della stessa azienda convivano fino a quattro generazioni diverse. Una complessità che richiede nuove forme organizzative e strumenti adeguati: in questo senso, anche l’intelligenza artificiale può rappresentare un alleato utile per superare ostacoli e facilitare i processi».

Per Manuela Pioltelli, responsabile dell’Area Collocamento Mirato dell’Agenzia per il Lavoro Umana, termini come “coesistenza” o “convivenza” sarebbero probabilmente più adatti. Al netto delle parole, tuttavia, i dati restituiscono una situazione ancora critica: in Italia, infatti, solo il 33% delle persone con disabilità occupabili risulta effettivamente inserito nel mondo del lavoro. Le cause sono molteplici: ambienti poco accessibili, insufficiente ricorso agli accomodamenti ragionevoli, svantaggi che colpiscono in particolare alcune categorie, come le donne o i giovani con disturbi dell’apprendimento, spesso tutelati nel percorso scolastico ma non più nel passaggio al lavoro.

Uno sguardo più ottimistico è arrivato da Carlo Francescutti, responsabile di una ASL friulana ed esperto dell’Autorità Garante dei diritti delle persone con disabilità: «La parola inclusione – ha dichiarato – può suscitare una sensazione di retorica fastidiosa, ma al di là della percezione, devo dire che, nel mondo del lavoro, la situazione è forse migliore di quanto pensiamo. Infatti, la Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) è certamente migliorabile, ma ci permette di dialogare con le imprese».
Restando sul piano normativo, Francescutti ha sottolineato l’importanza del Decreto Legislativo 62/24, che ha introdotto un approccio rinnovato: «Esso – ha sottolineato – definisce la condizione di disabilità, la valutazione di base, l’accomodamento ragionevole, la valutazione multidimensionale, per arrivare a elaborare un progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. E costringerà aziende e istituzioni a ripensare il welfare».

Molto diretto, infine, l’intervento di Filippo Visentin, giornalista e collaboratore del nostro giornale Superando, testata che è media partner di Inclusion Job Day, il quale ha portato anche la propria esperienza quasi trentennale di lavoratore con disabilità nel settore pubblico: «Non basta assumere una persona con disabilità per definirsi inclusivi – ha affermato -: occorre renderla parte della realtà in cui viene accolta, valorizzarla, metterla nelle condizioni di essere autonoma attraverso l’impiego di tecnologie assistive e di accomodamenti adeguati, permetterle una crescita, anche in termini di carriera. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il più delle volte – anche se le eccezioni fortunatamente ci sono – l’assunzione in azienda di una persona con disabilità viene ancora vissuta come una sorta di balzello, di onere al quale adempiere magari controvoglia, anziché come una risorsa, una possibilità di crescita».

La tavola rotonda del 13 marzo, ricordiamo in conclusione, è possibile rivederla e riascoltarla tramite questo link. Essa si è inserita, come detto inizialmente, nel percorso che conduce all’Inclusion Job Day di domani, 27 marzo, appuntamento online dedicato all’incontro tra aziende e candidati, di cui la tavola rotonda stessa ha rappresentato un momento di riflessione e approfondimento. (Redazione di Superando)

Inclusion Job Day 2026
Evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità e in generale appartenenti alle cosiddette “categorie protette” (come da Legge 68/99) che vogliano dare una svolta al loro futuro professionale e alle aziende che cerchino nuovi profili qualificati da inserire nell’organico, Inclusion Job Day è progettato e organizzato dalla digital agency Hidoly, che ha realizzato l’infrastruttura tecnologica e che fornisce l’assistenza prima, durante e dopo l’evento, e da Cesop HR Consulting Company, che cura la presenza delle aziende partecipanti.

Si tratta di un’iniziativa che come Superando seguiamo sin dagli inizi e che dall’autunno dello scorso anno ci vede anche impegnati come media partner. Questo 2026 coincide con il settimo anno di Inclusion Job Day, con qualche novità rispetto alle edizioni precedenti. Visto infatti il numero sempre più elevato di utenti che accedono alla piattaforma (circa 6.000 dal 2020), questa volta gli appuntamenti saranno due, con partecipazione all’uno o all’altro a scelta delle aziende.
Domani, 27 marzo, dunque (ore 10.30-18) vi sarà l’evento con le consuete modalità, ossia con le aziende che si presenteranno, si confronteranno con i candidati attraverso le chat e organizzeranno i colloqui one-to-one; il 31 marzo, invece (dalle 10.30), la sessione sarà dedicata esclusivamente ai colloqui, su invito delle aziende.

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Passaggio decisivo per la vittoria dei diritti umani contro quel Protocollo Europeo

26 Marzo 2026 - 11:30am

Dopo anni di discussioni, prese di posizione e mobilitazioni in tutta Europa, siamo dunque giunti al momento decisivo, come spiega bene l’Associazione Attiva-Mente, con la parola finale che spetta al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, se proseguire o meno con quel Protocollo Aggiuntivo alla cosiddetta “Convenzione di Oviedo” (Convenzione sui Diritti Umani e la Biomedicina del Consiglio d’Europa del 1997), un Protocollo in aperto contrasto con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa

Anno dopo anno abbiamo seguito sulle nostre pagine le azioni di pressione svolte con forza da tutte le principali organizzazioni di persone con disabilità europee, non ultima, nel nostro Paese, la Federazione FISH, contro il Protocollo Aggiuntivo alla cosiddetta Convenzione di Oviedo (Convenzione sui Diritti Umani e la Biomedicina del Consiglio d’Europa del 1997) che, se approvato, si porrebbe in contrasto con molte disposizioni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, autorizzando di fatto il trattamento forzato e la coercizione nell’assistenza sanitaria alle persone con disabilità psicosociale.
Nello scorso mese di dicembre avevamo segnalato che la Commissione per gli Affari Sociali, la Salute e lo Sviluppo Sostenibile dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa aveva adottato all’unanimità un parere negativo su quel Protocollo. Con soddisfazione, quindi, avevamo accolto, all’inizio di febbraio, la notizia della bocciatura unanime in plenaria, da parte della stessa Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, ricordando però perché la vittoria dei diritti umani non fosse ancora definitiva, in quanto la parola finale sull’eventuale adozione del Protocollo spetta esclusivamente al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Ora, dunque, siamo giunti al momento decisivo, come spiega bene qui di seguito l’Associazione sammarinese Attiva-Mente. (S.B.)

Ci siamo, è giunta l’ora decisiva. Dopo anni di discussioni, prese di posizione e mobilitazioni in tutta Europa, la questione del Protocollo Aggiuntivo alla Convenzione di Oviedo è arrivata al momento più importante: quello in cui si decide davvero da che parte stare.
La campagna promossa da molte organizzazioni [#WithdrawOviedo: “Ritirare Oviedo”, N.d.R.], tra cui l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, e l’MHE (Mental Health Europe) è giunta al suo passaggio finale, quello che può determinare se questo testo verrà definitivamente fermato oppure se il percorso di esso proseguirà.
In questi anni, la posizione è stata chiara e sempre più forte. Le organizzazioni di persone con disabilità, gli utenti e sopravvissuti alla psichiatria, gli esperti delle Nazioni Unite e numerose Istituzioni europee hanno espresso una contrarietà netta a un Protocollo che rischia di legittimare trattamenti e ricoveri involontari basati sulla disabilità, in evidente contrasto con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Non è un caso che anche l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa abbia recentemente espresso un parere negativo, chiedendo di abbandonare questa strada e di investire invece in sistemi di salute mentale fondati sui diritti, sul consenso e sull’autodeterminazione.
A questo punto il processo non è ancora terminato: manca un passaggio, quello decisivo. La scelta finale spetta infatti al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Sarà questo organo a decidere se ritirare definitivamente il Protocollo oppure se portarlo avanti, assumendosi la responsabilità di una scelta che avrà conseguenze profonde sul piano dei diritti umani nel nostro continente.
È per questo che proprio in questi giorni, in tutti i Paesi membri, le organizzazioni stanno facendo pervenire ai propri Ministri degli Esteri e della Salute – o degli Affari Sociali – lettere con contenuti condivisi in tutta Europa, che stanno arrivando ai Ministri competenti (è possibile consultarne un esempio a questo link), chiedendo con forza di sostenere il ritiro del testo. Un’azione coordinata, che riflette una posizione ampia e consolidata e richiama i Governi a rispettare gli impegni assunti a livello internazionale.
Anche noi, come Attiva-Mente, ci uniamo simbolicamente a questa richiesta, consapevoli che questo è il momento più importante. Non si tratta solo di un documento, ma della direzione che si vuole dare alle politiche sulla salute mentale: continuare a tollerare la coercizione oppure costruire sistemi realmente fondati sulla libertà, sul supporto e sul rispetto della persona.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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So fare “se”: quell’espressione che usava Andrea Canevaro

25 Marzo 2026 - 6:29pm

«Come Andrea Canevaro – scrive Luca Grecchi -, sarei felice se tutti i docenti si predisponessero, almeno una volta, ad ascoltare la voce di studenti che credo si rivolgerebbero loro con queste parole: “Caro professore, anch’io so imparare se tu cerchi di spiegare le cose tenendo conto del mio funzionamento cognitivo; anch’io so prendere buoni voti se tu prepari, nelle verifiche, adeguate prove equipollenti, che so essere più impegnative per te da predisporre, ma per me sono necessarie”. E molto altro si potrebbe aggiungere» Keith Haring, “Rebel with Many Causes” (“Ribelle per molte ragioni”), 1989

Come sa chi conosce i miei testi, io sono essenzialmente uno studioso di filosofia antica. Ciò nonostante, da molti anni seguo il tema dell’inclusione, per cui, nel 2025, ho deciso di realizzare il libro Filosofia, inclusione, comunità per comporre il quale ho dovuto studiare molto.
La filosofia era il mio campo, e anche sul concetto di comunità, importante per il nostro argomento, mi sentivo pronto, in quanto il mio filosofo di riferimento è Aristotele. Dovevo, tuttavia, costruirmi maggiori competenze teoriche sull’inclusione, al fine – che ritenevo primario per quel lavoro – di rendere più fecondo il rapporto tra Filosofia e Pedagogia Speciale, ovvero la disciplina che maggiormente si occupa di questa tematica.

Ebbene, nel vasto àmbito degli studiosi di tale materia, mi colpì subito la figura di Andrea Canevaro, da molti, almeno in Italia, considerato il padre di questa scienza. Canevaro è purtroppo mancato nel 2022, per cui non ho potuto ringraziarlo per tutto ciò che ho imparato dalla sua opera. Non posso qui nemmeno riassumere i tanti punti della stessa che mi sono stati utili per realizzare il mio libro, nel quale il suo è sicuramente il nome più citato. Vorrei, allora, rendergli onore, rielaborando, in maniera personale, un’espressione da lui talvolta utilizzata in alcuni incontri pubblici, ovvero «so fare se».
Cosa significano queste parole? Innanzitutto, indicano un’elevata capacità di pensare la collaborazione. Con questo modo di dire, Canevaro si immedesimava soprattutto con la persona con disabilità la quale, come accade comunque ad ogni altra persona – in generale, ciò che vale per le persone con disabilità vale per tutte le persone, essendo i disabili, innanzitutto, persone –, riesce a fare alcune cose solo se si attiva un’adeguata cooperazione.
Nessuno è in effetti completamente autonomo in tutto ciò che fa. Ogni essere umano sa fare bene una cosa, in modo sufficiente un’altra cosa, malino un’altra cosa ancora, ma, se viene supportato, riesce a fare molte cose in maniera discreta. Non conosco, in ogni caso, una sola persona che sappia fare tutte le cose perfettamente, ossia, diciamo così, che abbia una “percentuale di validità” del 100%!

Svolta questa premessa, vorrei provare a dire ciò che può significare tale espressione, “so fare se”, principalmente nel mondo della scuola, dato che, insegnando in un corso di laurea in Scienze dell’Educazione, tale contesto rappresenta per me l’àmbito di riflessione primario (l’espressione può, ad ogni modo, essere ben adattata anche al mondo del lavoro).
Dunque, se fin dai primi approcci scolastici, gli educatori non si rapportano alla giovane persona con disabilità, sostenendone, con competenza, le capacità di crescita evolutiva, ossia supportandola in ciò che può saper essere in grado di fare, è molto probabile che, giunta all’adolescenza, questa persona abbia già il proprio destino segnato. Questo destino consiste, nella maggior parte dei casi, nel vagare per casa finché i genitori sono in vita, o in un centro residenziale per disabili quando i genitori saranno morti, o non potranno più occuparsene.
Troppo spesso, purtroppo, nei miei rapporti col mondo della scuola, soprattutto secondaria, ho conosciuto docenti che, pur non ammettendolo esplicitamente, mi sono sembrati relazionarsi con gli studenti con disabilità (o anche con DSA-Disturbi Specifici dell’Apprendimento), inquadrandoli in una mera logica valutativa di tipo binario, “Sai fare/non sai fare”, all’interno della quale queste giovani persone venivano quasi sempre inserite nella seconda casella. In realtà, in tali casi, chi “non sa fare” non è lo studente, bensì il docente, quasi mai adeguatamente formato dal sistema scolastico, ma molte volte anche poco propenso a educarsi da solo, come pure sarebbe suo compito, dovendo egli comprendere il funzionamento cognitivo dei propri allievi per adeguarvisi nella didattica.

Conosco le ragioni, non infondate, addotte da molti insegnanti per giustificare, in merito, la propria relativa impreparazione. Ciò nonostante, non è accettabile che il problema della disabilità, nella scuola secondaria, sia spesso ancora risolto in questo modo. Esso infatti, così facendo, sfocia per questi studenti, quando non nella esclusione, in un mero pietistico inserimento nel cosiddetto percorso differenziato, il quale, tuttavia, non conduce all’ottenimento del diploma, bensì ad un semplice attestato, con tutto ciò che di negativo consegue per il loro futuro lavorativo.
Come Andrea Canevaro, sarei veramente felice se tutti i docenti si predisponessero, almeno una volta, ad ascoltare la voce di questi studenti la quale, anche quando non espressa, ritengo rivolgerebbe loro parole simili a queste: «Caro professore, anch’io so imparare se tu cerchi di spiegare le cose tenendo conto del mio funzionamento cognitivo; anch’io so prendere buoni voti se tu prepari, nelle verifiche, adeguate prove equipollenti, che so essere più impegnative per te da predisporre, ma per me sono necessarie; anch’io so essere utile agli altri se tu adotti, in classe, modalità didattiche in cui sia centrale la collaborazione comunitaria fra noi studenti, anziché la competizione individuale per il voto». E molto altro si potrebbe aggiungere.
Omettendo invece quel se, ovvero quella congiunzione fra mondo della disabilità e mondo della scuola (più in generale della vita), l’allievo con difficoltà potrà soltanto incanalarsi, progressivamente, nella casella di coloro che “non sanno fare”, sino, alla fine, a crederci anche lui.
Con questo giudizio, talvolta espresso quando ancora è bambino, egli vedrà scorrere la propria esistenza nei vari àmbiti, senza la possibilità di realizzare alcuna delle sue migliori potenzialità, come al contrario avrebbe potuto se fosse stato adeguatamente supportato dai propri insegnanti.

In un incontro pubblico, qualche tempo fa, una maestra di scuola primaria in pensione mi disse che lei aveva voluto molto bene ai suoi studenti con disabilità, anche se non aveva mai ritenuto opportuno studiare per comprenderne il funzionamento cognitivo. Volere bene ai propri studenti – come, in generale, a ogni essere vivente – significa però, in primo luogo, cercare di conoscerli, per agire in modo tale da essere loro quanto più possibile utili, cominciando da quelli che sono maggiormente in difficoltà. La scuola dovrebbe essere, come prima cosa, proprio questo.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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