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Il decennale del Premio Giornalistico Alessandra Bisceglia per la Comunicazione Sociale

8 Aprile 2026 - 5:22pm

C’è tempo ancora fino al 30 aprile per partecipare (gratuitamente) al Premio Giornalistico Alessandra Bisceglia per la Comunicazione Sociale, iniziativa promossa dalla Fondazione Alessandra Bisceglia ViVa Ale, insieme all’Università LUMSA di Roma, giunta quest’anno alla sua decima edizione e articolata in due sezioni (“Giornalisti sotto i 35 anni” e “Studenti di Scuole e Master di Giornalismo riconosciuti dall’Ordine Professionale”)

C’è tempo ancora fino al 30 aprile per partecipare (gratuitamente) a un’iniziativa di cui ancora una volta abbiamo il piacere di occuparci, anche perché particolarmente cara a Superando, che nel 2020 risultò tra coloro che ricevettero una Menzione Speciale nella categoria delle Testate online.
Si tratta del Premio Giornalistico Alessandra Bisceglia per la Comunicazione Sociale, iniziativa promossa dalla Fondazione Alessandra Bisceglia ViVa Ale, insieme all’Università LUMSA di Roma, giunta alla sua decima edizione e dedicata alla memoria della giovane giornalista e autrice televisiva lucana Alessandra Bisceglia, prematuramente scomparsa a 28 anni nel 2008, a causa di una rara malformazione vascolare congenita.
«Un’edizione speciale – dicono i promotori -, quella del decennale, che non solo intende come sempre valorizzare i migliori lavori di giornalismo sociale, ma punta anche a rafforzare un ecosistema di media, enti e aziende impegnati sui temi dell’inclusione, della salute e della responsabilità sociale».

Articolato in due sezioni (Giornalisti sotto i 35 anni e Studenti di Scuole e Master di Giornalismo riconosciuti dall’Ordine Professionale), il concorso consentirà ai primi classificati di ricevere un premio di 1.500 euro, con targhe e attestati per i secondi e terzi classificati, oltre a riconoscimenti speciali alle testate distintesi nella promozione della comunicazione sociale.
Possono concorrere articoli, servizi radio-televisivi, podcast, reportage multimediali, fotografie e graphic novel di carattere giornalistico, pubblicati, trasmessi o diffusi nel periodo compreso tra il 1° marzo 2025 e il 30 aprile 2026. Particolare attenzione sarà dedicata ai lavori che abbiano affrontato temi legati alle malattie rare, alla ricerca scientifica, all’equità nell’accesso alle cure e all’inclusione  delle persone con disabilità.

«Partecipare a questo nostro Premio – sottolineano dalla Fondazione Alessandra Bisceglia ViVa Ale – significa entrare a far parte di un progetto che promuove un’informazione autentica, inclusiva e di forte impatto sociale. Un’occasione concreta per trasformare talento e passione in strumenti capaci di generare consapevolezza e contribuire a una società più equa. (S.B.)

Il bando è disponibile a questo link. Per ogni ulteriore informazione: premioalessandrabisceglia@fondazionevivaale.org; info@fondazionevivaale.org.

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Malati di SLA: un appello urgente alle Istituzioni

8 Aprile 2026 - 4:51pm

Uniformare i servizi sanitari e assistenziali su tutto il territorio nazionale, garantire un’assistenza domiciliare continuativa e altamente specializzata, estendere l’“Home Care Premium” e potenziare la ricerca scientifica: sono gli interventi richiesti da un gruppo di persone con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e dalle loro famiglie al Governo e alle Istituzioni, tramite una petizione nel web che ha già raggiunto quasi 44.000 firme verificate Una persona con la SLA

Uniformare i servizi sanitari e assistenziali su tutto il territorio nazionale, garantire un’assistenza domiciliare continuativa e altamente specializzata, estendere l’Home Care Premium* e potenziare la ricerca scientifica: sono gli interventi immediati richiesti da un gruppo di persone con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e dalle loro famiglie al Governo e alle Istituzioni, tramite una petizione nel web (denominata Malati di SLA: appello urgente alle Istituzioni e raggiungibile a questo link) che ha già raggiunto quasi 44.000 firme verificate. Il tutto, segnatamente, per far sì che «vengano garantite –  come si legge nella petizione stessa – dignità, assistenza e diritti a chi ogni giorno combatte contro una malattia che non concede tregua». (S.B.)

*L’“Home Care Premium” è un progetto dell’INPS riguardante i dipendenti pubblici, che finanzia l’assistenza domiciliare per persone non autosufficienti.

Ricordiamo ancora il link tramite il quale si raggiunge la petizione Malati di SLA: appello urgente alle Istituzioni.

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Dedicato a Stefania Delendati il quarto “Premio Marina Garbesi”

8 Aprile 2026 - 4:16pm

Era aprile anche lo scorso anno quando con grande piacere e orgoglio avevamo accolto la notizia riguardante il “Premio Marina Garbesi” assegnato per la sezione “Giornalismo” alla nostra cara direttrice responsabile Stefania Delendati, che purtroppo ci ha lasciato nel gennaio scorso. Ma ora siamo ugualmente onorati che a lei e al suo ricordo sia dedicata la quarta edizione di quel premio, che il 10 aprile a Imola andrà a Giovanni De Plato per la sezione “Giornalismo” e a Rina Jost per la sezione “Graphic Novel” Stefania Delendati (1976-2026)

Era aprile anche lo scorso anno quando con grande piacere e orgoglio avevamo accolto la notizia riguardante il Premio Marina Garbesi assegnato per la sezione Giornalismo alla nostra cara direttrice responsabile Stefania Delendati, «per il suo impegno a tutela dei diritti delle persone con disabilità, la cura e la tenacia con cui lo svolge, l’eleganza dello stile, il contributo costante – dal 2024 in qualità di direttrice – che ha dato alla storia ventennale di “Superando.it”, un organo d’informazione che affronta, e risolve, la questione del linguaggio sulle persone con disabilità nella pratica quotidiana».
Alla fine di gennaio, purtroppo, Stefania ci ha lasciato, a soli 49 anni, ma ora siamo ugualmente onorati che a lei e al suo ricordo – curato nello specifico dal giornalista Simone Fanti – sia dedicata la quarta edizione di quel premio, che vivrà il proprio evento conclusivo il 10 aprile a Imola (Bologna), presso la Biblioteca Comunale della città (ore 17).

Il Premio Marina Garbesi, va ricordato, è stato istituito con il sostegno del Comune di Imola e dell’Associazione Impresa e Professioni, da Ludovico Bellu, giovane uomo autistico, figlio della giornalista di «la Repubblica», Marina Garbesi, appunto, scomparsa il 4 aprile 2021, il tutto con l’obiettivo di promuovere un’informazione rispettosa della disabilità.
Questa volta verrà assegnato per il Giornalismo a Giovanni De Plato, psichiatra, scrittore, editorialista del «Corriere della Sera» di Bologna e per il Graphic Novel alla fumettista svizzera Rina Jost. «Due riconoscimenti a opere diversissime tra loro per tecnica espressiva e contenuti – dicono i promotori dell’iniziativa – ma ispirate entrambe dall’urgenza di combattere gli stereotipi e i pregiudizi: De Plato sull’associazione tra arte e follia e il luogo comune secondo il quale l’artista geniale è sempre un po’ “matto”; Jost sulla convinzione – che spesso aggrava la situazione della famiglie – che chi si occupa di un figlio, un fratello, un genitore sofferente e incapace di badare a se stesso, debba mettere da parte le proprie angosce e le proprie fragilità in nome della più grande missione che la vita gli ha affidato. E invece la fantasia non è follia e i caregiver non sono eroi!».

Queste, nel dettaglio, le motivazioni dei premi. «La scelta di Giovanni De Plato è un riconoscimento al suo contributo, ormai decennale, alla lotta contro i luoghi comuni in tema di salute mentale, in particolare l’associazione “arte e follia” nel racconto delle vite di Van Gogh, Caravaggio e, da ultimo, Edvard Munch. Per essersi battuto ieri per l’abbattimento dei muri fisici delle istituzioni manicomiali e oggi di quelli invisibili che imprigionano le vittime dei pregiudizi. Come clinico, docente di psichiatria e divulgatore, si è inoltre impegnato nello studio di casi esemplari “maltrattati” dalla psichiatria, dalla psicologia e dalla psicoterapia».
Rina Jost, invece, è stata premiata per l’opera di Graphic Novel Mentre ero via (Diabolo Edizioni), «Per l’originalità, la compiutezza formale e la capacità di affermare l’indicibile attraverso una narrazione mai scontata e manieristica, che si unisce a una ricerca profonda e compiuta nell’uso del segno grafico. Rina Jost, con encomiabile abilità narrativa, accompagna chi legge in un viaggio che attraversa l’intima complessità di chi vive la depressione e il disagio psichico, sottolineando, e restituendo, l’assoluta importanza e centralità dei “caregiver”, figure che si scontrano con una realtà che non sempre è in grado di comprenderne fragilità e importanza. Il plauso della giuria va anche all’editore, al cui coraggio si deve la pubblicazione di un’opera di così grande valore poetico e sociale». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: info@premiomarinagarbesi.it.

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“Esplorare il proprio autismo”: un libro necessario, da leggere su più livelli

8 Aprile 2026 - 2:02pm

«“Esplorare il proprio autismo” – scrive Mirella Madeo – è un libro che andrebbe letto su più livelli: come guida per le persone nello spettro autistico, come strumento di comprensione per familiari e operatori e come dispositivo culturale capace di mettere in discussione norme date per scontate. Perché raccontare la fragilità, quando è autentica, non significa esporre una mancanza, ma restituire complessità, dignità e diritto di esistere nel mondo sociale. E questo libro lo fa, con rigore e con verità»

C’è un passaggio, nel testo che accompagna Esplorare il proprio autismo. Manuale di formazione al benessere per adulti nello spettro, che restituisce con estrema precisione la dimensione esistenziale di chi vive nello spettro: la socialità non è assente, è diversa. E, soprattutto, è spesso faticosa. Da qui parte una riflessione necessaria, che questo libro – scritto da Chiara Mangione e Francesca Mela (Aka Ty Lancieri) – sviluppa con una profondità rara: comprendere l’autismo non significa osservare dall’esterno, ma avvicinarsi ai vissuti, ascoltare, leggere, sostare dentro una prospettiva che non coincide con quella dominante.
È dunque davvero un piacere – e anche una responsabilità – presentare un testo come questo. Perché non siamo di fronte a un manuale tecnico in senso tradizionale, ma a un’opera esperienziale, costruita a partire da vite vissute.

Per chi vuole conoscere l’autismo e la neurodivergenza esistono diverse strade, ma la più autentica resta una: stare con, ascoltare le persone autistiche. Questo libro rende possibile proprio questo movimento: permette di accedere ai pensieri, alle sensazioni, alle percezioni di chi vive nello spettro. Non come oggetto di studio, ma come soggetto narrante.
Uno dei contributi più importanti del volume riguarda la decostruzione di un luogo comune ancora radicato: l’idea che le persone autistiche non desiderino relazioni. La realtà è più complessa. Molte persone nello spettro, infatti, costruiscono legami profondi e significativi, ma devono farlo attraversando un territorio irregolare, spesso privo di segnali chiari.
Le regole sociali, implicite per la maggioranza, per una persona autistica possono risultare invisibili. Da qui nasce uno sforzo costante di interpretazione di ciò che non viene detto, un tentativo continuo di indovinare cosa sia appropriato e un adattamento che passa attraverso strategie di compensazione.
Tutto questo ha un costo, che è insieme energetico, emotivo e identitario.

Leggendo le pagine del libro, emerge con forza un’immagine: quella dell’alpinista. Il percorso sociale di una persona autistica assomiglia cioè a una scalata in alta quota, lungo una cresta esposta. Ogni passo richiede attenzione, ogni scelta può comportare rischio, ogni errore può trasformarsi in caduta.
Non è una metafora retorica: è una descrizione precisa di una condizione in cui la prevedibilità è ridotta, l’errore ha un impatto amplificato e l’ambiente non è progettato per accogliere. E le cadute, nel testo, hanno nomi concreti: meltdown, shutdown, abusi, bullismo.
Uno dei passaggi più rilevanti, anche sul piano clinico e culturale, riguarda proprio la descrizione di meltdown e shutdown che il libro restituisce non come sintomi da contenere, ma come risposte a un sovraccarico, a una fatica accumulata, a un sistema che non regge più.
Ed è qui che emerge una criticità sistemica: troppo spesso questi stati vengono fraintesi, letti come episodi psichiatrici, medicalizzati in modo improprio, trattati con strumenti non adeguati. Per questo motivo, queste pagine dovrebbero essere una lettura imprescindibile per chi opera nel mondo di àmbito psicologico, dagli psicologi agli psichiatri, dai neuropsichiatri agli educatori. Non per aggiungere teoria, ma per correggere uno sguardo.
La socialità, nel tempo, può diventare un terreno complesso e talvolta ostile. Esperienze ripetute di incomprensione, rifiuto o giudizio incidono profondamente sulla disponibilità a relazionarsi. Si genera una distanza tra il mondo interno e quello esterno che diventa difficile da colmare. A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: la necessità di tradursi continuamente per essere compresi.
Si tratta di un lavoro invisibile, che richiede energia e che, a lungo andare, può diventare doloroso.

Il libro affronta anche aspetti più sottili ma decisivi, come la difficoltà nel modulare l’intimità nelle conversazioni, il senso di inutilità percepito nello small talk [conversazione informale su argomenti leggeri e non impegnativi, N.d.R.] – che invece svolge una funzione sociale precisa – e la gestione dell’energia nelle interazioni. Per molte persone autistiche, socializzare non è spontaneo, ma rappresenta un’attività che consuma risorse. Da qui nasce la necessità di tempi più brevi, contesti prevedibili e relazioni selezionate. E anche la socialità online emerge come uno spazio più accessibile, pur senza poter sostituire completamente quella in presenza.
Forse il punto più importante è proprio questo: non esiste un unico modo giusto di vivere la socialità.
Esiste una pluralità di modalità, di bisogni, di equilibri e il lavoro più importante diventa allora un altro: conoscersi, riconoscere i propri limiti, individuare i contesti sostenibili.

In conclusione, Esplorare il proprio autismo è un libro che andrebbe letto su più livelli: come guida per le persone autistiche, come strumento di comprensione per familiari e operatori e come dispositivo culturale capace di mettere in discussione norme date per scontate.
È un testo che non si limita a spiegare, ma “fa entrare” e questo è il suo valore più grande. Perché raccontare la fragilità, quando è autentica, non significa esporre una mancanza, ma restituire complessità, dignità e diritto di esistere nel mondo sociale. E questo libro lo fa, con rigore e con verità.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Tutti uguali e/o tutti differenti?

8 Aprile 2026 - 1:31pm

«Quando in occasione di giornate dedicate – scrive Luca Grecchi – si parla di inclusione, il più delle volte lo si fa soprattutto tramite slogan e su ogni maglietta che caratterizza iniziative come queste, le scritte più gettonate sono in genere “Siamo tutti uguali” (per cui è sbagliato discriminare), oppure “Siamo tutti differenti” (per cui è sbagliato discriminare). Ma entrambi questi slogan, univocamente considerati, sono tuttavia manchevoli e sarebbe meglio non usarli, anche in base a ragioni filosofiche»

Della disabilità, in televisione, si discute normalmente solo nelle giornate dedicate (all’autismo, alla sindrome di Down ecc.), in trasmissioni che talvolta impiegano le persone con disabilità – quelle, si intende, “mediaticamente fruibili” – soprattutto per suscitare emozioni tra gli spettatori.
In tali circostanze si parla di inclusione, il più delle volte principalmente tramite slogan. Su ogni maglietta che caratterizza queste iniziative, le scritte più gettonate, al di là dell’espressione linguistica utilizzata, sono prevalentemente due: Siamo tutti uguali (per cui è sbagliato discriminare), oppure Siamo tutti differenti (per cui è sbagliato discriminare). Questi slogan, univocamente considerati, sono tuttavia manchevoli. Per tale motivo, in base a ragioni filosofiche che cercherò ora di esporre, sarebbe meglio non usarli.

Tra i filosofi antichi, Aristotele ha in merito argomentato che le affermazioni “univociste” – ad esempio, appunto, Siamo tutti uguali, oppure Siamo tutti differenti –, le quali cercano di descrivere la realtà in un unico modo, sono sempre sbagliate, in quanto la realtà non è in un unico modo, ossia univoca, bensì in molti modi, ossia “multivoca”. Aristotele criticava infatti sia la tesi attribuita a Parmenide, secondo cui “tutto è eterno”, sia la tesi opposta attribuita ad Eraclito, secondo cui “tutto è diveniente”. La tesi secondo cui “tutto è eterno” era a suo avviso facilmente falsificabile in quanto, ad esempio, chi sta scrivendo, tra qualche tempo, non scriverà più. Anche, tuttavia, la tesi opposta, pur oggi maggiormente di moda, secondo cui “tutto è diveniente”, era a suo avviso falsa: nulla, in effetti, si crea dal nulla, per cui deve necessariamente esserci stata qualche cosa eterna a partire dalla quale la realtà, trasformandosi, ha assunto progressivamente la forma attuale. Per Aristotele questa cosa era, sul piano fisico, la materia originaria di cui si compone il cosmo, mentre, sul piano metafisico, era il divino, causa motrice degli originari movimenti fisici.
Nella realtà, dunque, non tutto è diveniente, non tutto è eterno: qualcosa è diveniente, qualcosa è eterno.

Se applichiamo, mutatis mutandis, lo stesso ragionamento agli slogan di cui sopra, ci accorgiamo agevolmente che la tesi secondo cui “siamo tutti uguali”, univocamente considerata, è falsa, in quanto, ad esempio, chi scrive non è uguale a chi legge. Anche, tuttavia, la tesi opposta, secondo cui “siamo tutti differenti”, univocamente considerata, è falsa, poiché condividiamo tutti almeno la comune natura umana. Gli esseri umani sono infatti, al contempo, per alcuni aspetti uguali, per altri aspetti differenti. Non sono tutti uguali, perché non sono uguali in tutto; non sono tutti differenti, perché non sono differenti in tutto. Ma ciò che è importante, per il nostro tema – e qui serve la filosofia –, è stabilire cosa è uguale e cosa è differente, per evitare che le differenze diventino poi, impropriamente, “diversità”, dunque anche forme discriminanti di pregiudizio, come accade spesso, appunto, proprio in quei contesti sociali in cui si trascura la filosofia.

Cosa è uguale, quindi, in tutti gli esseri umani? Come detto, è uguale la comune natura umana, ovvero gli elementi costitutivi generali della nostra specie, i quali non sono solo quelli fisici, ma sono soprattutto quelli “metafisici”, ossia la componente razionale (è necessario, per vivere bene, conoscere con verità almeno i contenuti più importanti della vita) e la componente morale (è necessario, per vivere bene, agire con rispetto e cura verso gli altri enti del cosmo).
Cosa è differente, invece, in tutti gli esseri umani? Differente è la particolarità di ciascuno, che si declina non solo in specificità fisiche individuali, ma soprattutto in specificità “metafisiche” personali, ossia in differenti declinazioni del proprio porre in atto la comune natura razionale e morale.
C’entra tutto questo con la disabilità? Moltissimo. Il fatto che siamo tutti uguali, infatti, consente di comprendere che, al di là di possibili differenze della nostra materia biologica, siamo tutti ugualmente persone. Questo dovrebbe aiutare a capire che ciò che accade a qualcuno può accadere a tutti, sicché è utile, per la specie umana – come, del resto, per ogni specie vivente –, creare comunità.
Il fatto poi che siamo anche tutti differenti, per quanto partendo da una comune natura umana, consente invece di comprendere che le differenze sono qualcosa di accidentale, non nel senso che non si verifichino sempre, ma nel senso che esse sono solitamente dovute a lievi difformità della materia biologica, o degli ambienti di provenienza, per cui non possono costituire una ragione valida per determinare una “diversità”. Quest’ultima inerisce infatti solo ad elementi essenziali, oltre a non costituire, in alcun caso, una ragione sufficiente per produrre discriminazione (dovremmo forse discriminare le margherite in quanto sono, nella loro essenza, diverse da noi?).
Essenziale, per ogni essere umano, è la comune umanità, che ne definisce la natura. Per questo chi discrimina per delle differenze non essenziali, facendole diventare “diversità”, non sa nemmeno distinguere tra ciò che è accidentale – ad esempio il colore della pelle, la mancanza di un arto, un funzionamento intellettivo atipico – e ciò che è essenziale. Purtroppo, tuttavia, nella vita, chi non capisce l’essenziale di un argomento non è che non capisca un dettaglio: non capisce proprio niente, agendo poi in base a pregiudizi, ossia giudicando prima di conoscere, ovvero senza conoscere.

Per concludere, gli esseri umani sono tutti, al contempo, uguali per la comune umanità e differenti per la specifica individualità. Non sono solo uguali, non sono solo differenti. Dire che ciò che ci accomuna è essenziale, mentre ciò che ci differenzia (a causa delle contingenze) è accidentale, può forse porre in secondo piano il valore della specificità di ogni persona? Assolutamente no. La cultura cristiana, da questo punto di vita, ha integrato in modo ottimo la cultura greca. Ciascuno realizza la propria umanità, infatti, in base a quanto riesce a porre in atto, sul piano personale, di quelle caratteristiche razionali e morali comuni in potenza presenti in ogni essere umano. Ogni individuo può porle in essere tanto o poco, bene o male, in un modo oppure in un altro, ma il fatto di avere sempre, in qualunque condizione, una quota di umanità da condividere, lo qualifica sicuramente come persona dotata di valore.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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“ARRAY”: uno spettacolo teatrale in Piemonte sulle molteplici forme del “sentire”, fisiche ed emotive

8 Aprile 2026 - 1:03pm

«Cosa significa davvero “sentire”? E quante forme può assumere l’ascolto?»: è incentrato sostanzialmente su questi due quesiti fondamentali, proposti dall’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare), lo spettacolo teatrale “ARRAY”, che andrà in scena in prima assoluta il 12 aprile a Moncalvo (Asti), organizzato dalla stessa APIC, con il sostegno di Advanced Bionics

«Cosa significa davvero sentire? E quante forme può assumere l’ascolto?»: è incentrato sostanzialmente su questi due quesiti fondamentali, proposti dall’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare), lo spettacolo teatrale ARRAY, che andrà in scena in prima assoluta nel pomeriggio del 12 aprile a Moncalvo, in provincia di Asti (Teatro Civico, Piazza Garibaldi, ore 17.30), organizzato dalla stessa APIC, con il sostegno di Advanced Bionics, realtà impegnata nello sviluppo di tecnologie per l’udito.

«Questa rappresentazione – spiegano dall’Associazione promotrice – nasce da una storia vera e personale, ma che parla a tutti. In scena, sola con le sue percussioni, la musicista e insegnante Sara Olimpia Malandrone conduce il pubblico in un viaggio intenso fatto di parole, ritmo, silenzi, musica dal vivo e immagini. Il racconto parte dalla perdita progressiva dell’udito all’orecchio destro della stessa Malandrone e attraversa l’esperienza dell’impianto cocleare e della riabilitazione. Ma ARRAY è anche il diario di un percorso umano nato quasi all’improvviso, in 45 minuti, in un parcheggio dopo una visita che segna un nuovo inizio. Una riflessione sul limite, sulla vocazione, sulla ricerca di sé e sulle molteplici forme del “sentire”, fisiche ed emotive».

Con un’attenzione speciale all’accessibilità uditiva (sottotitoli, interprete LIS, dispositivi vibro-tattili e ausili all’ascolto), la rappresentazione è stata dunque pensata come un’esperienza multisensoriale e inclusiva, «un’occasione – concludono dall’APIC – per lasciarsi attraversare da un racconto vero, che parla di limite, rinascita e delle infinite forme dell’ascolto». (S.B.)

L’ingresso sarà gratuito e libero fino ad esaurimento posti (consigliata la prenotazione). Per informazioni e prenotazioni: apic.torino.it@gmail.com.

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Il debutto della Compagnia Teatro dei Monelli, nata all’interno dell’UICI di Roma

8 Aprile 2026 - 12:43pm

«L’arte che diventa strumento di partecipazione, relazione e valorizzazione delle persone e per il pubblico l’occasione di assistere a uno spettacolo capace di divertire, emozionare e lasciare un messaggio profondo»: così, dall’UICI di Roma, viene presentato lo spettacolo “Fatti di scena – allegri ma non troppo”, in programma per il 12 aprile nella Capitale, debutto della Compagnia Teatro dei Monelli, progetto artistico nato all’interno della stessa UICI di Roma

«Un esempio concreto di come l’arte possa diventare strumento di partecipazione, relazione e valorizzazione delle persone, offrendo alla città di Roma un progetto teatrale di grande originalità e forte valore sociale. E per il pubblico l’occasione di assistere a uno spettacolo capace di divertire, emozionare e lasciare un messaggio profondo»: così, dall’UICI di Roma (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), viene presentato lo spettacolo Fatti di scena – allegri ma non troppo, in programma per il pomeriggio del 12 aprile al Teatro delle Muse di Roma (Via Forlì, 43, ore 17), che costituirà il debutto della Compagnia Teatro dei Monelli, progetto artistico nato all’interno della stessa UICI di Roma, una rappresentazione che proporrà monologhi e scene esilaranti, ironiche e provocatorie, alternando leggerezza, comicità e spunti di riflessione, con l’obiettivo di coinvolgere il pubblico in un’esperienza teatrale originale e intensa.

La Compagnia Teatro dei Monelli ha preso vita due anni fa da un’intuizione condivisa da Giuliano Frittelli e Maurizio Margutti, trasformata in un laboratorio teatrale capace di andare oltre la semplice esperienza artistica, per animare un luogo di incontro, relazione e crescita, dove il teatro diventa strumento di espressione personale, condivisione e inclusione sociale.
Alla regia il citato Maurizio Margutti, artista noto al pubblico italiano come attore attivo tra gli Anni Ottanta e i primi Anni Duemila, oltreché per il suo impegno nel panorama del teatro sociale, che dopo la perdita della vista nel 2020, ha scelto di proseguire con determinazione la propria attività artistica, trasformando il teatro in un potente luogo di rinascita personale e collettiva. Negli ultimi anni, infatti, ha focalizzato il proprio lavoro proprio sul palcoscenico, collaborando attivamente con l’UICI di Roma e tra i suoi lavori più rilevanti va ricordato il Giuda tratto dal testo di Lot Vekemans, diretto e interpretato al Teatro Porta Portese di Roma.

Il cast dello spettacolo del 12 aprile vedrà recitare, insieme a Margutti, Emilia Bernardini, Daniele Ciancarella, Francesca Romana Cicero, Paolo D’Amore, Marina Esposito, Rosella Frittelli e Simonetta Pizzuti. «Sarà un debutto – sottolineano ancora dall’UICI capitolina – che promette di emozionare e far riflettere, portando sul palcoscenico non solo uno spettacolo, ma una storia di passione, resilienza e inclusione». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa UICI di Roma (Giovanni Fornaciari), ufficiostampa@uicroma.it.

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Talenti unici concernenti il valore delle persone in quanto tali

8 Aprile 2026 - 12:10pm

«Abbiamo dato un nuovo significato ad un termine spesso abusato e riferito prevalentemente alla perfezione: si è infatti reso palese che ogni persona possiede talenti unici per nulla riguardanti la perfezione o le prestazioni, ma concernenti invece il valore intrinseco della persona stessa in quanto tale»: così dall’ANFFAS viene raccontata la propria Maratona Nazionale online del 27 marzo, centrata appunto sui “Talenti” delle persone con disabilità, e in particolare con disabilità intellettive e del neurosviluppo

«Cos’è il talento? Il significato di questa parola viene indicato come “ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti…”, eppure, durante la nostra recente Maratona dedicata proprio ai Talenti, questa parola ha assunto diverse forme: “Il talento è credere in se stessi, sempre”, “è provare a fare qualcosa senza tirarsi indietro, perciò essere coraggiosi e mettersi in gioco”, “è partecipare”, “è passione per qualcosa”, “è voce e possibilità”, “è qualcosa di straordinario per tutti e ognuno di noi merita di far brillare il proprio”. Ma il talento è stato inteso anche come fratellanza, speranza, autorappresentanza, partecipazione, empatia, passione…»: così dall’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) viene raccontata la Maratona Nazionale online del 27 marzo scorso, centrata sui Talenti delle persone con disabilità, e in particolare con disabilità intellettive e del neurosviluppo, che ha visto collegate numerose sedi ANFFAS operanti sul territorio, come avevamo ampiamente riferito in sede di presentazione.
«Quella Maratona – proseguono dall’Associazione – ha dato un nuovo significato ad un termine spesso abusato e riferito prevalentemente alla perfezione: con oltre 50 interventi delle realtà associative presenti su tutto il territorio, si è infatti reso palese che ogni persona possiede talenti unici per nulla riguardanti la perfezione o le prestazioni, ma concernenti invece il valore intrinseco della persona stessa in quanto tale. E sono stati proprio i numerosi contributi delle persone con disabilità – sostenute dai propri facilitatori e familiari – che hanno contrastato la visione pietistica, lo stigma e i pregiudizi ancora troppo presenti nella nostra società. Ognuno di loro ha portato all’attenzione dei tanti spettatori online i propri talenti che oggi possono essere espressi, coltivati e sviluppati grazie al sostegno della grande rete che fa riferimento alla nostra Associazione e che con i giusti supporti riesce ogni giorno far emergere e valorizzare tutti i “talenti” che le persone con disabilità possiedono, anche se si tratta di un singolo talento, non facile da esprimere e da dimostrare».

«Essere con voi – ha ricordato in tale occasione Maurizio Borgo, presidente dell’Autorità Garante Nazionale sui diritti delle persone con disabilità – è un piacere che va oltre il mio ruolo istituzionale. Il talento di essere noi stessi tocca un tema centrale, la dignità di ciascuno, che si realizza solo quando tutte le persone riescono a partecipare pienamente alla vita».
Dal canto loro, Vincenzo Falabella, presidente della FISH, la Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, cui l’ANFFAS aderisce, e Giancarlo Moretti, portavoce del Forum del Terzo Settore, hanno evidenziato rispettivamente come «l’ANFFAS abbia dato voce a chi non ne aveva ed è una figura fondamentale all’interno della Federazione» e come sia «una realtà importante nel Forum, con un operato fondamentale per il nostro lavoro costante nella società».
Un impegno, questo, sottolineato anche dal presidente da Jyrki Pinomaa, presidente di Inclusion Europe, organizzazione continentale di persone con disabilità intellettive e delle loro famiglie, che con un video messaggio ha ricordato la decennale collaborazione con l’ANFFAS e dato anche appuntamento a Vicenza, per Europe in Action, conferenza europea sui temi delle disabilità intellettive organizzata proprio insieme alla stessa ANFFAS e in programma dal 25 al 27 maggio prossimi.
Di collaborazione e impegno, infine, ha parlato anche la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli che ha sottolineato come «grazie all’ANFFAS le persone con disabilità e le famiglie abbiamo avuto modo di esprimersi e confrontarsi con le Istituzioni, talché oggi dobbiamo continuare ad operare insieme per continuare a diffondere una visione diversa della disabilità basata sui paradigmi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, oltreché per arrivare ad un nuovo sistema di presa in carico e di welfare e sono certa che il contributo dell’ANFFAS ci sarà, come c’è sempre stato».

«Ancora una volta – è la conclusione di Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS – non posso che essere orgoglioso della grande famiglia della nostra Associazione, per un momento, come quello della Maratona, che ci ha consentito di vedere concretamente partecipazione e valorizzazione delle capacità, delle aspirazioni e delle potenzialità delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Continueremo dunque a operare costantemente per superare stereotipi e barriere culturali, riconoscendo e sostenendo i talenti di ciascuno, qualunque essi siano e in qualunque forma vengano espressi». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net.

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Un’anteprima nazionale accessibile per il percorso del Teatro Stabile di Torino

7 Aprile 2026 - 6:15pm

Sesto appuntamento di questa stagione 2025-2026, dal 14 al 19 aprile, con la rappresentazione in anteprima nazionale di “Circle Mirror Transformation” di Annie Baker, per il percorso ideato dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, che consente anche alle persone con disabilità sensoriale di assistere agli spettacoli mediante nuove tecnologie e materiali di approfondimento Un’immagine della rappresentazione di “Circle Mirror Transformation” (foto di Virginia Brown)

Da noi presentata nell’ottobre dello scorso anno, sta per arrivare al sesto appuntamento di questa stagione 2025-2026 un’iniziativa da noi regolarmente seguita, ideata già da alcuni anni dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale e sviluppata in collaborazione con il partner tecnologico PANTHEA e con l’Associazione +Cultura Accessibile, per consentire anche alle persone con disabilità visiva e uditiva di assistere agli spettacoli mediante nuove tecnologie e materiali di approfondimento. E dal 14 al 19 aprile, al Teatro Carignano di Torino, l’appuntamento sarà davvero d’eccezione, con Circle Mirror Transformation, scritto della drammaturga statunitense Annie Baker, vincitrice del Premio Pulitzer, testo che viene rappresentato in Italia per la prima volta, con la regia di Valerio Binasco, direttore artistico del Teatro Stabile di Torino, che sarà in scena egli stesso, insieme ad un cast di rilievo.
Si tratta di una delle opere più celebri di Annie Baker, con cinque sconosciuti che si ritrovano in un’anonima sala di provincia per un corso di recitazione e che attraverso sei settimane di esercizi teatrali, scoprono legami inaspettati, tra momenti comici e toccanti.

Le repliche saranno dunque corredate da sovratitoli in italiano, in inglese e in italiano accessibile con descrizione dei suoni, attraverso l’uso di dispositivi forniti direttamente dal Teatro, ovvero smartglasses (“occhiali smart”) o tablet, messi a disposizione dal teatro.
All’inizio di ogni recita accessibile, inoltre, è prevista la trasmissione in sala di una breve audiointroduzione e verrà resa disponibile l’audiodescrizione in cuffia per tutta la durata dello spettacolo, fruibile attraverso smartphone, sempre messi a disposizione dal teatro.
E ancora, nel pomeriggio del 17 aprile (ore 18), è previsto l’ormai tradizionale appuntamento gratuito con il tour descrittivo e tattile sul palcoscenico (previa prenotazione, entro il 16 aprile, scrivendo a accessibilita@teatrostabiletorino.it).
Da ricordare, poi, che in una specifica sezione del sito internet del Teatro Stabile (a questo link), predisposta per la lettura da parte di applicazioni screen reader e con un plug-in facilitante, oltreché sulla app del Teatro stesso, sono disponibili alcuni materiali consultabili prima della fruizione dello spettacolo, ossia un video di approfondimento con audio, sottotitoli e in LIS (Lingua dei Segni Italiana) e la scheda di sala accessibile.
Da segnalare infine che le persone con disabilità avranno diritto al biglietto ridotto e, in caso di necessità, l’accompagnatore potrà entrare gratuitamente. (S.B.)

Per garantire al meglio l’accoglienza, è richiesta la prenotazione via e-mail (biglietteria@teatrostabiletorino.it) o telefonicamente (011 5169555). A questo link è disponibile un approfondimento sullo spettacolo Circle Mirror Transformation. Per ogni ulteriore informazione: accessibilita@teatrostabiletorino.it (Irene Di Chiaro).

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Giardinaggio sostenibile e sensoriale dedicato a persone con disabilità visive: un corso a Torino

7 Aprile 2026 - 5:51pm

11 aprile, 23 maggio e 20 giugno: sono le date delle tre lezioni che comporranno il corso gratuito di giardinaggio sostenibile e sensoriale dedicato a persone con disabilità visive, organizzato a Torino dall’Associazione Amici dell’Orto Botanico, in collaborazione con l’Associazione APRI, per rendere accessibili a chiunque le pratiche di coltivazione e cura del verde, attraverso tecniche sostenibili e un approccio sensoriale che permette di riconoscere e coltivare le piante attraverso tatto, olfatto e gusto Uno scorcio dell’Orto Botanico di Torino

Rendere accessibili a chiunque le pratiche di coltivazione e cura del verde, attraverso tecniche sostenibili e un approccio sensoriale che permette di riconoscere e coltivare le piante attraverso tatto, olfatto e gusto: è l’obiettivo di un’iniziativa decisamente innovativa, quale il corso gratuito di giardinaggio sostenibile e sensoriale dedicato a persone con disabilità visive, organizzato a Torino dall’Associazione Amici dell’Orto Botanico del capoluogo piemontese, in collaborazione con l’APRI (Associazione Pro Retinopatici ed Ipovedenti).
Tre le lezioni in programma, la prima delle quali l’11 aprile (Introduzione al giardinaggio: materiali, tecniche pratiche, esigenze delle piante), seguita da quelle del 23 maggio (La selezione delle specie e delle varietà: ornamentali e da orto) e del 20 giugno (Componiamo il nostro vaso e prendiamocene cura), tutte dalle 10.30 alle 12.30, durante le quali, viene spiegato, «si parlerà di materiali, terricci e vasi, di selezione delle specie ornamentali e da orto, di tecniche di coltivazione sostenibile – dall’orto senza scavo alla gestione dell’acqua – e di metodi empirici per valutare lo stato di salute delle piante».
L’iniziativa rientra nell’àmbito del progetto Natura urbana: pratiche sostenibili per la biodiversità, sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo nel quadro del bando Linee Guida per il sostegno a progetti territoriali di transizione ecologica (Obiettivo Pianeta). (S.B.)

Per ulteriori informazioni: press@lawhite.it.

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Giornata Mondiale della Salute: l’importanza della Sanità territoriale

7 Aprile 2026 - 5:27pm

Nella Giornata Mondiale della Salute di oggi, 7 Aprile, dedicata al tema “Insieme per la Salute. A fianco della Scienza”, guardando alla situazione del nostro Paese, Davide Integlia, amministratore delegato della Società ISHEO, ritiene necessario «passare da una Sanità centrata sulla gestione dell’episodio acuto in ospedale a un sistema capace di accompagnare le persone lungo tutto il percorso della malattia e della vita a livello territoriale» Un disegno dedicato alla Sanità territoriale

«Servono budget dedicati alla Sanità territoriale, serve identificare e promuovere nuove figure professionali in risposta a una crescente e sempre più diversificata domanda di salute, serve una programmazione chiara dei servizi sul territorio e un’altrettanto chiara attribuzione di responsabilità. Serve in sostanza passare da una Sanità centrata sulla gestione dell’episodio acuto in ospedale a un sistema capace di accompagnare le persone lungo tutto il percorso della malattia e della vita»: ad affermarlo è Davide Integlia, amministratore delegato di ISHEO, Società specializzata in ricerca e consulenza nel settore sanitario, operante a livello nazionale e regionale, in occasione della Giornata Mondiale della Salute (World Health Day) di oggi, 7 Aprile.
Quest’ultimo evento è stato istituito nel 1948, durante la prima Assemblea Mondiale della Salute (World Health Assembly) e dal 1950 si celebra appunto nella giornata del 7 Aprile, per ricordare la fondazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità avvenuta il 7 aprile 1948.
Si tratta di un’utile occasione per promuovere a livello globale la sensibilizzazione su argomenti cruciali di salute pubblica di interesse della comunità internazionale, e lanciare programmi a lungo termine sugli argomenti al centro dell’attenzione. Non quindi un evento che si riduce ai lavori di un giorno, ma ogni volta il punto di partenza di un percorso mirato a migliorare le condizioni di salute in tutto il mondo.
Il tema scelto per la giornata di questo 2026 è Together for Health. Stand with Science, ossia “Insieme per la Salute. A fianco della Scienza”.

Tornando al Servizio Sanitario Nazionale del nostro Paese, «esso – aggiunge Integlia – è stato immaginato e costruito intorno al sistema ospedale, una struttura organizzata con protocolli, procedure, sistemi di rimborso ecc. Se dunque l’ospedale è un ambiente controllato, il territorio è un sistema in continua evoluzione, con i bisogni dei cittadini sempre più diversificati. Nella pratica, però, questo modello è ancora in fase di costruzione. Per questo, oggi il Servizio Sanitario Nazionale si trova davanti a un apparente paradosso: se da un lato cresce la popolazione anziana e aumentano le malattie croniche, dall’altro questo fenomeno è proprio il risultato del successo della medicina. Viviamo di più, e, di conseguenza, conviviamo più a lungo con patologie e comorbidità. Non si può considerare questo come un fallimento del Sistema Sanitario bensì al contrario: è la dimostrazione concreta che il sistema ha funzionato. Il vero “problema”, quindi, non è l’aumento dei bisogni di salute in sé, ma la capacità del sistema di adattarsi alla nuova realtà». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore, ampio approfondimento. Per altre informazioni: Anita Fiaschetti (anitafiaschetti@gmail.com).

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Il progetto di vita per le persone con autismo ad alti livelli di sostegno: un percorso inevitabile

7 Aprile 2026 - 4:54pm

«Diffondere le buone pratiche a sostegno delle persone con autismo e necessità di sostegno elevato per la concreta realizzazione del loro progetto di vita»: è l’obiettivo dichiarato del seminario “Il progetto di vita per le persone con autismo ad alti livelli di sostegno: un percorso inevitabile”, promosso per il 9 aprile a Roma (ma fruibile anche in streaming) dal Servizio Nazionale CEI per la Pastorale delle Persone con Disabilità e dall’OssNA (Osservatorio Nazionale Autismo)

«Diffondere le buone pratiche a sostegno delle persone con autismo e necessità di sostegno elevato per la concreta realizzazione del loro progetto di vita»: è l’obiettivo dichiarato del seminario denominato Il progetto di vita per le persone con autismo ad alti livelli di sostegno: un percorso inevitabile, promosso per la mattinata del 9 aprile a Roma (presso la sede della CEI-Conferenza Episcopale Italiana, Circonvallazione Aurelia, 50, ore 10-12.30, ma fruibile anche in streaming nel canale YouTube della stessa CEI) dal Servizio Nazionale CEI per la Pastorale delle Persone con Disabilità e dall’OssNA (Osservatorio Nazionale Autismo), a seguire di pochi giorni la Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo del 2 Aprile.
«L’evento – spiegano ancora i promotori – si propone di integrare in modo sinergico tre pilastri fondamentali, vale a dire la nuova cornice normativa introdotta dal Decreto Legislativo 62/24, le evidenze scientifiche delle Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità sulla diagnosi e il trattamento degli adulti con autismo, alcune buone pratiche operative già attive sul territorio nazionale. L’inevitabilità del percorso risiede nella necessità di superare approcci frammentari, garantendo a ogni individuo un sostegno personalizzato che ne rispetti la dignità e le aspirazioni, trasformando i diritti formali in percorsi di inclusione sostanziale». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro. Per ulteriori informazioni: pastoraledisabili@chiesacattolica.it.

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Disabilità intellettiva e pratiche infantilizzanti: quali responsabilità per educatrici ed educatori professionali?

7 Aprile 2026 - 4:31pm

«Il riconoscimento della condizione adulta della persona con disabilità intellettiva – scrive Edgar Contesini – è un tema su cui si riporta periodicamente l’attenzione; e giustamente, perché l’azione educativa è ancora intrisa di pratiche e atteggiamenti infantilizzanti. Non si tratta di costruire adulti a nostra immagine e somiglianza, ma di aprire alla persona con disabilità intellettiva delle possibilità di muoversi sulla strada del proprio divenire, che è soggettivo, non di categoria, e che non ha mai un termine» Un giovane adulto con disabilità intellettiva insieme a un educatore

Il riconoscimento della condizione adulta della persona con disabilità intellettiva è un tema su cui si riporta periodicamente l’attenzione; e giustamente, perché l’azione educativa è ancora intrisa di pratiche e atteggiamenti infantilizzanti. Non si tratta di costruire adulti a nostra immagine e somiglianza, universalizzando così una concezione ideologica e normalizzante dell’età adulta, ma di aprire alla persona con disabilità intellettiva delle possibilità di muoversi sulla strada del proprio divenire, che è soggettivo, non di categoria, e che non ha mai un termine, né per età (già lo ricordava Epicuro duemilatrecento anni fa, «[…] giacché nessuno è immaturo, nessuno troppo maturo per pensare alla salute dell’anima», da Lettera a Meneceo, in Scritti morali, Milano, Rizzoli, 2021, p. 57), né per possibilità intellettive, mi permetto di dire dopo trent’anni di lavoro.
Noi, educatori ed educatrici (professionali!), abbiamo allora il dovere deontologico di riconoscere la tensione verso un’autenticità «quale intrinseca esigenza di ogni essere umano in quanto esistente» (Gaetano Mollo, Esistenzialismo pedagogico, in F. Cambi, L. Santelli Beccegato, a cura di, Modelli di formazione. La rete teorica del Novecento pedagogico, Torino, UTET, 2024, p. 107) e di accompagnare, magari di suggerire, di coadiuvare, il movimento di ricerca di sé, in alcuni casi anche vicariando gesti e azioni che l’altro/l’altra non può compiere.

Ci sganciamo qui dalle diagnosi, dalle misurazioni, dagli indici, dalle classificazioni, dalla moda dei talenti, dalle tabelle dei PEI (Piani Educativi Individualizzati) con la positività obbligatoria dei loro obiettivi, con i tempi, le strategie, le tecniche, gli strumenti per raggiungerli; riducendo la vita ad una sequenza di problemi da risolvere. Ci portiamo invece in una dimensione esistenziale (ed esistenzialista), dove incontriamo ben poche certezze, dove vige «il non poter prestabilire esiti e configurare prospettive. Al soggetto esistente è lasciato il compito di aprirsi al mondo delle possibilità, sondandole e rispondendo ad esse attraverso l’esistenza» (Mollo, Esistenzialismo pedagogico cit., p. 108). Uno scarto, questo, che rende il nostro operare difficile, complesso, rischioso, preda del dubbio, della responsabilità di decisioni incerte, di cambi di opinione, di ripensamenti e di errori, della necessità di guardare in noi, di uno studio continuo e di una riflessione incessante. Ma se non ci facciamo carico di questo peso, se rimaniamo cacciatori del problema e della sua illusoria linearità causale, se restiamo fautori dell’apprendimento, gestori della quotidianità, del tempo da colmare con delle proposte, se ci adattiamo a ciò che ci viene dato a livello teorico, pratico, organizzativo, se ci accomodiamo su ciò che all’altro piace, forse hanno ragione le varie deroghe legislative, che permettono un po’ a chiunque di fare il nostro lavoro…

Le pratiche infantilizzanti sono sempre in agguato; prassi che incistano lo sviluppo personale, lo mantengono dentro una rappresentazione rassicurante e controllabile, una sorta di pirandelliana, e reciproca, “Come tu mi vuoi”. Vediamo allora donne con zainetti di Barbie, con felpe delle principesse Disney; quarantenni che vanno dal medico perché hanno problemi agli “occhietti” o che girano con pistole giocattolo alla cintura. O ancora assistiamo alle varie forme che può assumere la negazione della sessualità e della genitalità.
Tutte situazioni facili da notare, che ci appaiono distorte e che forse ci affrettiamo a giudicare se a condurle sono i familiari; che invece andrebbero compresi e accompagnati seriamente e concretamente. Ma quale parte abbiamo noi, educatori ed educatrici professionali, nel promuovere una percezione di sé sempre uguale a se stessa, nel mantenere e divulgare un’immagine cristallizzata nell’infanzia? Magari lavorando compiaciuti, nella quotidianità dei servizi, con adulti che continuano a chiederci il permesso di andare in bagno; un comportamento che sa di aula scolastica e che ci appare normale, ci piace; una conquista educativa nella convivenza (e una conferma del nostro potere).
Cosa dire poi, degli immancabili incontri con chi, mosso da irresistibile tenerezza e dal bisogno di gratificazione, offre “le caramelle per i ragazzi”…?
Sia che si sorrida di quella ingenua simpatia sia che si alzino gli occhi al cielo con insofferenza, quelle caramelle vengono anche da parte nostra. Le abbiamo comprate ogni volta che abbiamo accolto acriticamente, come una sorta legge di natura, la rappresentazione sociale della persona con disabilità intellettiva come bambina, che l’abbiamo perpetuata, coltivata, con quelle scelte di comodo di piccoli gesti, di esperienze apparentemente innocenti e innocue perché divertenti e piacevoli.

Giuseppe Vadalà, nel libro Disability studies, riprende le teorie sulla genesi della rappresentazione sociale e le sue diverse definizioni, evidenziando l’importanza che essa ha nella fondazione di significati culturali condivisi, che a loro volta «organizzano e regolano pratiche sociali, influenzano la nostra condotta e di conseguenza hanno effetti reali e pratici» (Giuseppe Vadalà, in Roberto Medeghini e altri, Disability Studies. Emancipazione, inclusione scolastica e sociale, cittadinanza, Trento, Erickson , 2019, capitolo 4, p. 129).
Ivana Markovà, nel suo capitolo in Paradigmi delle rappresentazioni sociali, dà forza all’affinità tra dialogicità e rappresentazioni sociali, all’interno del loro connaturato processo comunicativo. Una dialogicità per nulla lineare e nella quale possiamo e dobbiamo inserirci, come mediatori della tensione tra la persona con disabilità intellettiva, col suo bisogno di riconoscimento, e la comunità, con la sua conoscenza del senso comune. La rappresentazione sociale della disabilità intellettiva tende a chiudersi in quei casi in cui «[…] la conoscenza del senso comune è più o meno implicitamente data per scontata nelle interazioni e nei discorsi di tutti i giorni, dunque ricevuta senza ulteriori discussioni» (Ivana Markovà, in A. Polmonari, F. Emiliani (a cura di), Paradigmi delle rappresentazioni sociali, Bologna, il Mulino, 2009, p. 227). Dobbiamo accendere e mantenere attiva quella discussione; tra noi, addetti ai lavori ma anche con tutta la cittadinanza.

La riflessione che sottopongo riguarda quegli atti che appunto tendono a sfuggirci, che diamo per scontati; come le proposte, il materiale, le attività a cui noi professionisti consentiamo di permeare nelle vite delle persone con disabilità e nei servizi che frequentano: schede per l’infanzia con disegni da colorare, collaborazioni con scuole elementari e oratori in cui fanno le stesse attività e gli stessi giochi di bambine e bambini; o ancora: laboratori con enti del territorio e professionisti (ad esempio musei, operatori a vario titolo di teatro e musica ecc.), progettate per età di scuola primaria e a cui li facciamo partecipare. In nome della facilità di comprensione, del fatto che “loro si divertono”, che “a loro piace”, che riescono.
Ed è vero: a loro piace. Ma forse, «voglio fare questo» e «questo mi piace» non sono davvero delle scelte tra diverse opportunità. Sono comode manifestazioni di un automatismo, di certezze che nemmeno risentono dell’alito del dubbio: o questo o quello. Perché in realtà, “quello” non esiste davvero; è solo uno sfondo nebbioso per la sicurezza, per il già noto. Non c’è una vera domanda; c’è una risposta solida, già pronta, totalizzante.
Allora questo benevolo ascolto di ciò che piace all’altro, in una sorta di facile democrazia, non è una risposta al suo desiderio autentico, all’espressione della sua natura e delle sue possibilità, ma l’inconsapevole, nostra adesione ad un copione già scritto, una performance sociale in cui atteggiamenti e linguaggi hanno educato la persona con disabilità intellettiva ad aderire all’immagine infantile di sé; immagine che sembra incarnare, in cui sembra stare bene e che noi contribuiamo a perpetuare.

Ma ci accorgiamo di quando la persona, magari senza averne coscienza, avanza la necessità di bucare questa immagine? Di scuotersi da un’esistenza che non ha deciso, che ristagna in un perpetuo stallo e che si è fatta stretta, soffocante. Mancante, essa sì, di qualcosa che il soggetto cerca, annaspando, nel quotidiano, gridando la sua necessità; un grido non sempre metaforico: nervosismo costante, posizioni di rifiuto e opposizione, aggressività, isolamento, atteggiamenti di chiaro riferimento sessuale. È facile, economico, ascrivere tutto questo sempre e comunque all’emergere di condizioni patologiche. E tirarsi fuori, rimandando ad altri, lo psicologo, lo psichiatra, la perturbante e fastidiosa questione, sempre nella speranza che un metodo o un farmaco possano trovare una soluzione, ovviamente in tempi brevi. E se queste manifestazioni così fastidiose fossero a volte l’espressione di una, consapevole o meno, frustrazione esistenziale? Il bisogno di riconoscimento per ciò che si avverte di essere?
Paul Ricoeur, riprendendo Hegel, mette a fuoco il riconoscimento come «elemento pervasivo, imprescindibile e connaturato dell’esistenza di ognuno e che spicca, preme in modo evidente con le persone con disabilità intellettiva (e oso immaginare con chiunque si ritrovi temporaneamente o permanentemente al margine). Inoltre, questo riconoscimento di sé richiede, a ogni tappa, l’aiuto di altri, in mancanza di quel mutuo riconoscimento, pienamente reciproco che […] fa di ciascuno dei partner un essere riconosciuto» (Paul Ricoeur, Percorsi del riconoscimento, Milano, Raffaello Cortina, 2005, p. 85).
L’etica professionale è qui in equilibrio sul filo che collega il mutuo riconoscimento e il riconoscimento di sé, che Ricoeur separa per esigenze di analisi, ma che si tendono dialetticamente come ingredienti di una mutua dipendenza. Perché anche l’educatore ha bisogno dell’altri/altra che lo riconosca. E qui radicano questioni deontologiche, perché il riconoscimento dell’educatore da parte della persona con disabilità non prevede traslazione di potere ma mantenimento. La dissimmetria è connaturata e inevitabile nella relazione educativa, anche solo per la disparità nelle abilità e nelle competenze di poter giostrare con la relazione.
Non si tratta però di guidare la persona con disabilità intellettiva verso un modello di adultità stereotipato, definito per tutti e standardizzato. Perché in tal caso, faremmo ancora una volta riferimento ad una ideale, sedicente normalità, da cui discenderebbero sia la mancanza da colmare sia il famigerato stato di ritardo (parola che, ahimè, ancora sentiamo usare da alcuni professionisti), con la conseguente assimilazione del percorso di vita ad una crescita per tappe predefinite. Come se la disabilità intellettiva fosse una sorta di velo, di siepe che cela la “vera natura” della persona, separandola da noi, in un mondo parallelo.

E quindi? Per tornare allora alla dialogicità, abbiamo ad esempio la responsabilità di instaurare e tenere aperto un dialogo sia con i soggetti che a vario titolo propongono, ovviamente in buona fede, attività dal sapore infantile, per discuterne il senso e i contenuti, proporre aggiustamenti o cambiamenti radicali; sia, ovviamente, con le persone con disabilità intellettiva, per affiancarle in esperienze difficili, non semplificate per scorrere solo nel divertimento di un momento, senza graffiare l’esistenza con quella fatica che fa sentire di esserci, con quegli ostacoli, quelle difficoltà che obbligano a fermarsi, gratificando nel loro superamento o aprendo a possibilità inattese nella frustrazione dell’errore, del fallimento.
Lo storico della filosofia Pietro Prini, commentando Kierkegaard, scrive: «Dall’amarezza di ogni delusione la vita si salva, trasfigurandosi in puro spettacolo, come fuori dal tempo, nell’infinito della possibilità» (Pietro Prini, Storia dell’esistenzialismo da Kierkegaard ad oggi, Roma, Edizioni Studium, 1989, p. 31). In questo spettacolo, insieme alle persone con cui lavoriamo, siamo attori, non spettatori.
Non vorrei essere frainteso: i momenti di leggerezza, di disimpegno sono importantissimi e necessari. Voglio però portare l’attenzione sul fatto che nel nostro àmbito quei momenti spesso siano offerti con pratiche infantilizzanti che noi dobbiamo selezionare. In questo momento storico, in cui, almeno sulla carta, si prospettano strade di cambiamento per la vita e per i servizi delle persone con disabilità intellettiva, non possiamo lasciar correre, accontentarci di quel che c’è, delle buone intenzioni. Dobbiamo lavorare di bisturi, spaccare il capello in quattro, come si dice.

E se allora l’adultità la tratteggiassimo in uno spostamento continuo, in un andare oltre il costante infantile? Per stare di fronte a delle possibilità, per scegliere, per decidere, con tutta l’aura di ansia e magari di angoscia che questo comporta? Mantenere la vita in movimento, in tensione col futuro, in crisi… che sia questo il nostro ruolo verso degli adulti con disabilità intellettiva? Un accompagnare l’altro/altra ad aver cura di se stesso/stessa nelle sue possibilità. Lungo un’evoluzione che non coincide con l’accumulo di competenze e abilità performative, ma con l’apertura alla corresponsabilità nell’essere artefici della propria esistenza. Allora sì, rientrerebbe nelle opportunità anche lo zainetto di Barbie, come per me del resto, rientrano i gadget di Jeeg Robot d’acciaio. Ma ci sarebbe consapevolezza, ci sarebbe una significazione affettiva e non un modo d’essere senza alternative.
Se non limiamo anche i particolari dell’infantilizzazione, questi rimangono come esempi di pratiche corrette, inevitabili, necessarie; anche agli occhi di chi studia e si affaccia alla nostra professione. Anche nei loro confronti siamo responsabili.

C’è un racconto, brevissimo, di Franz Kafka, Vita in comune (Franz Kafka, Racconti, Milano, Mondadori, 2006, p. 435). Cinque amici che convivono in una routine quotidiana in cui si muovono all’unisono o comunque in un accordo perfetto. Un rapporto spremuto al limite, forse senza più senso «ma oramai siamo insieme e ci rimaniamo». Ebbene, c’è una sesta persona che vorrebbe entrare nel gruppo, ma questo non lo vuole, lo ignora infastidito. «Per quanto torca le labbra, lo respingiamo coi gomiti, per quanto lo si respinga, torna sempre».
Vedo noi, educatori ed educatrici, come quel sesto; entrare in routine che sembrano senza alternative, anche disturbando, certamente perseverando; che non significa accanirsi con continue proposte di attività, ma restare, anche nei silenzi, nelle attese, nell’accettazione dei rifiuti. Nell’apparente paradosso di una presenza che è lì per scalfire, per quanto possibile, quella dipendenza che l’immagine infantile veicola e stabilizza. Per non cedere alla seduzione di quell’avverbio: oramai, che anche Kafka usa nel racconto e cambiarlo in nonostante, una congiunzione.
Se non fosse così, con quali presupposti potremmo inserirci in grandi questioni come l’emancipazione della persona con disabilità intellettiva? Come potremmo parlare di de-istituzionalizzazione?
E in effetti, a pensarci bene, non ne parliamo…

*Educatore professionale, naturalista, animatore teatrale, counselor filosofico in formazione. Lavora in un CSE (Centro Socio Educativo) di Cinisello Balsamo (Milano), coordina gruppi teatrali cosiddetti inclusivi e spazi di pratiche filosofiche, insegna in un corso di formazione per Operatori Socio Sanitari (OSS).

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La qualità della vita non è un obiettivo accessorio della riabilitazione, ma la sua misura più autentica

7 Aprile 2026 - 1:45pm

«La qualità della vita non è un obiettivo accessorio della cura, ma la sua misura più autentica, un traguardo che richiede, insieme, la capacità di affrontare tutte le dimensioni dell’esperienza del paziente e un sistema organizzato per sostenerle nel tempo»: è il messaggio lanciato dall’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola, in occasione della Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale del 4 Aprile, che vivrà il proprio evento centrale il 10 aprile a Roma, con un incontro promosso dalla Federazione FAIP

«C’è una domanda che la riabilitazione moderna non può più eludere: guarire significa tornare a funzionare, o tornare a vivere?»: è il messaggio e la riflessione lanciata dall’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna), in occasione della Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale del 4 Aprile*, con una risposta inequivoca, secondo lo stesso Istituto Montecatone, ossia che «la qualità della vita non è un obiettivo accessorio della cura, ma la sua misura più autentica, un traguardo che richiede, insieme, la capacità di affrontare tutte le dimensioni dell’esperienza del paziente – dal dolore all’autonomia, dalla partecipazione sociale alla continuità del percorso – e un sistema organizzato per sostenerle nel tempo».
«Non possiamo limitarci al recupero funzionale – dichiara a tal proposito Mario Tubertini, commissario straordinario dell’Istituto -: la riabilitazione deve infatti confrontarsi con tutte le dimensioni che incidono sull’esistenza della persona, e il dolore è tra le più rilevanti: condiziona gli esiti, l’autonomia, la partecipazione».

«Per noi quest’ultimo principio – dicono dalla struttura emiliana – non resta enunciazione: si traduce infatti in percorsi strutturati che prendono avvio già nella fase acuta e accompagnano il paziente nel tempo. L’Unità Spinale accoglie ogni anno centinaia di persone attraverso un modello fondato sul lavoro interdisciplinare, sull’impiego di tecnologie avanzate e sulla personalizzazione degli interventi. Accanto al recupero motorio, la gestione del dolore neuropatico e delle complicanze associate alla lesione rappresentano un asse clinico determinante, incidendo sulla capacità di sostenere il percorso riabilitativo e di raggiungere livelli adeguati di autonomia. Per questo il nostro Istituto sviluppa approcci multidimensionali, orientati all’intervento precoce e a un accompagnamento continuativo».

La qualità della cura, viene inoltre sottolineato, dipende anche da come le strutture del settore dialogano tra loro, si coordinano, mettono a sistema le competenze accumulate ed è su questo piano – quello appunto dell’organizzazione della rete – che Tubertini torna con insistenza, ovvero sulla necessità di costruire una rete nazionale di Unità Spinali capace di garantire omogeneità nella presa in carico e continuità reale tra fase acuta, riabilitazione e territorio. «La complessità clinica delle mielolesioni – afferma infatti – richiede un’organizzazione altrettanto strutturata. Una rete di Unità Spinali significa condividere competenze, ridurre le disuguaglianze e assicurare ai pazienti itinerari di cura coerenti lungo tutte le fasi».

L’urgenza di tale passaggio è ulteriormente amplificata dall’evoluzione del quadro epidemiologico: cresce infatti la quota di lesioni non traumatiche, legate a situazioni di fragilità, portatrici di bisogni più articolati e meno riconducibili a percorsi standardizzati, «una realtà – conclude il Commissario Straordinario di Montecatone – che rende ancora più necessari modelli integrati, capaci di connettere centri ad alta specializzazione, servizi territoriali e traiettorie di lungo periodo. In tal senso, fare rete non è soltanto un obiettivo organizzativo, ma una condizione per migliorare concretamente la qualità della vita delle persone. Significa infatti garantire continuità, appropriatezza e accesso alle competenze migliori, indipendentemente dal luogo di provenienza». (S.B.)

*Indetta per il 4 aprile di ogni anno dal Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) del 28 novembre 2008, su formale istanza della FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), la Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale vivrà quest’anno il 10 aprile a Roma il proprio evento centrale, come abbiamo scritto approfonditamente in altra parte del giornale (a questo link).

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Montecatone (Massimo Boni), massimo.boni@montecatone.com.

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La proiezione in anteprima di “Lo chiamava Rock&Roll”

7 Aprile 2026 - 12:57pm

Una storia che sovverte tutti gli schemi di chi troppo spesso è considerato “ultimo” e diventa invece protagonista, ma anche un passo in avanti nella volontà di proporre un cinema senza barriere, se è vero che si proporrà al pubblico in sala in un’unica versione solo sottotitolata: “Lo chiamava Rock&Roll” verrà proiettato in anteprima domani, 8 aprile, e il 9 aprile, a Cupra Marittima e Ancona, le località delle Marche dove è stato principalmente girato, e poi, dal 16 aprile, in tutta Italia

Verrà proiettato in anteprima domani, 8 aprile, a Cupra Marittima (Ascoli Piceno) e il 9 aprile ad Ancona, i due Comuni in cui è stato principalmente girato e che per primi hanno sostenuto l’opera, poi, dal 16 aprile in tutta Italia. E sia a Cupra Marittima che ad Ancona il cast sarà presente in sala per raccontarsi, continuare il viaggio e condividere con il pubblico il coinvolgimento vissuto: Lo chiamava Rock&Roll, del regista marchigiano Saverio Smeriglio – prodotto da Imago Animae, con la coproduzione di Amaranta e Frame 24, e distribuito da Medusa Film – porta sul grande schermo una storia che sovverte tutti gli schemi di chi troppo spesso è considerato “ultimo” e diventa invece protagonista. Ma non solo: il film fa anche un passo in avanti nella volontà di proporre un cinema senza barriere, dunque realmente attento ad esigenze concrete. Per la prima volta in Italia, infatti, una pellicola si propone al pubblico in sala in un’unica versione solo sottotitolata, garantendo un’accessibilità allargata che risponde a un’esigenza concreta.
Ispirato ad una storia vera, il film racconta di un viaggio come ricerca di sé e della propria libertà, e la musica, scritta appositamente da Stefano Smeriglio, accompagna e ispira il viaggio stesso amplificandone le emozioni. La colonna sonora si impreziosisce grazie a un brano di Mango, e a un pezzo di Elvis Presley registrato in studio da Omar Pedrini.

L’iniziativa è stata realizzata con il patrocinio di varie realtà nazionali come la nostra Associazione [UILDM Direzione Nazionale-Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare], ENS (Ente Nazionale Sordi), CIP (Comitato Italiano Paralimpico), FCI (Federazione Ciclistica Italiana), ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), INAIL, AISA (Associazione Italiana per la Lotta alle Sindromi Atassiche), Babelfamily, COOSS Marche (Cooperativa Sociale per la cura, assistenza e la promozione dell’individuo), OMaR (Osservatorio Malattie Rare) e le Associazioni Ogni giorno per Emma, Per il sorriso di Ilaria di Montebruno e Un petalo per Margherita.
Il soggetto del film è dello stesso regista Saverio Smeriglio, così come la sceneggiatura, scritta insieme a Nicola Nocella, anche attore nel film, per un progetto corale, in cui spicca il nome di Federico Richard Villa, persona affetta da una malattia neurodegenerativa, e protagonista indiscusso della pellicola (oltre che ispiratore dell’intero lavoro), e ancora gli attori Andrea Montovoli (co-protagonista), Ivana Lotito, Caterina Silva e con la partecipazione di Isabel Russinova.

L’opera ha già vinto il primo premio allo SFIFF di San Francisco, il Festival cinematografico statunitense più longevo ancora oggi esistente, è stato selezionato per lo SLIFF (Saint Louis International Film Festival), importante evento internazionale dedicato al dialogo interculturale attraverso l’arte cinematografica, giunto alla 34^ edizione, ha ricevuto la Honorable Mention al Festival di Houston ed è in concorso anche al BARCIIF di Barcellona. (Ufficio Comunicazione UILDM Nazionale)

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Quanto è davvero possibile per le persone con disabilità avere il controllo della propria vita?

7 Aprile 2026 - 12:03pm

«Quanto sono davvero libere le persone con disabilità? Non in teoria, non nei documenti, non nelle dichiarazioni di principio. Ma nella vita quotidiana, concreta, fatta di scelte, relazioni, opportunità e limiti»: da questa domanda nasce il “Periscopio sulla Vita Indipendente”, interessante strumento messo a disposizione dall’Associazione sammarinese Attiva-Mente

È decisamente interessante lo strumento elaborato e messo a disposizione (a questo link) dall’Associazione sammarinese Attiva-Mente, con il nome di Periscopio sulla Vita Indipendente, che viene presentato così: «Quanto sono davvero libere le persone con disabilità? Non in teoria, non nei documenti, non nelle dichiarazioni di principio. Ma nella vita quotidiana, concreta, fatta di scelte, relazioni, opportunità e limiti. Da questa domanda nasce il Periscopio sulla Vita Indipendente, che non è né un’indagine tradizionale, né una raccolta dati fredda e distante, bensì un osservatorio civico che prova a restituire una fotografia in evoluzione della libertà reale, intrecciando numeri, parole e vissuti, un luogo in cui le persone possono raccontare cosa significa, davvero, vivere (o non riuscire a vivere) una vita indipendente».

«Ma qual è l’obiettivo principale dell’iniziativa?», chiediamo ad Attiva-Mente. «Spostare il dibattito dalla dimensione astratta dei diritti alla loro effettiva esigibilità. Perché la libertà non è un concetto dichiarato, ma una condizione da costruire. E per costruirla servono strumenti concreti, politiche coerenti e un cambiamento culturale profondo».

I primi risultati del Periscopio, dunque, già restituiti nella sezione Cosa emerge, offrono alcuni segnali chiari, ossia la distanza tra diritti riconosciuti e diritti vissuti, il peso delle barriere, non solo fisiche ma anche sociali e culturali, e la centralità dei sostegni alla vita indipendente, inclusa l’assistenza personale.
«Il Periscopio – concludono dall’Associazione sammarinese – è rivolto a cittadini, famiglie, operatori, istituzioni, che possono: contribuire, osservare, interrogarsi. Perché ciò che emerge non riguarda solo una parte della società, ma il modo in cui una comunità intera decide di misurare se stessa. In un tempo in cui il rischio è ridurre i diritti a enunciazioni formali, questo progetto prova a fare un passo diverso: rendere visibile ciò che spesso resta invisibile. Dare voce a ciò che raramente entra nei dati ufficiali. E, soprattutto, riportare al centro una domanda semplice ma decisiva: quanto è davvero possibile per le persone con disabilità avere il controllo della propria vita?». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link tramite il quale raggiungere il Periscopio sulla Vita Indipendente proposto dall’Associazione sammarinese Attiva-Mente. Per ulteriori informazioni: contatto@attiva-mente.info.

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Buona Pasqua a tutti e tutte con la “fiaba vera” di Becco di Rame, raccontata da Stefania Delendati

3 Aprile 2026 - 6:16pm

Qualche mese fa, come purtroppo abbiamo dovuto riferire, ci ha lasciato la nostra direttrice Stefania Delendati, bravissima giornalista, oltreché cara amica di Superando. Non tutti ne hanno forse seguito i tanti contributi pubblicati sin dal 2010 nel nostro giornale. Vorremo rimediare e far conoscere ancor meglio Stefania, che lo merita, riprendendo una serie di suoi testi. Incominciamo da questa “fiaba vera”, con la quale auguriamo anche Buona Pasqua a tutti i Lettori e le Lettrici! Arrivederci al 7 aprile Becco di Rame e il veterinario Alberto Briganti

Una volta c’era il brutto anatroccolo, giovane pennuto umiliato per l’aspetto poco piacevole, infine accettato quando rivela la sua natura di splendido cigno. Ma anche le favole si aggiornano. Nel 2014, infatti, il brutto anatroccolo si chiama Becco di Rame, non è un personaggio inventato, ma un’autentica oca maschio di razza Tolosa che scorrazza spensierata in una fattoria sulle colline toscane, mostrando orgogliosa il becco di metallo, una “protesi” che l’ha restituita alla vita dopo un incidente.

Becco di Rame è diventata l’idolo dei bambini in ospedale, eroe di un libro in cui attraverso la sua vicenda sorprendente, spiega ai più piccoli la disabilità, la riabilitazione, le terapie e con il suo esempio li aiuta ad affrontare prove difficili.
Ma siccome stiamo parlando di una “favola”, raccontiamola nel modo classico, anche se tutti i protagonisti sono reali, in carne, ossa e… piume.

C’era una volta Gisella, signora con la passione per la campagna che allevava animali da cortile come fossero animali da compagnia. Anche Ottorino, la sua splendida oca di un anno, era trattata come un cane o un gatto, mai sarebbe finita arrosto sulla tavola delle feste.
Una notte di febbraio, una volpe affamata è piombata nel pollaio seminando il panico. Ottorino ha difeso i suoi amici con un coraggio da leone, mettendo in fuga il nemico. Nessuno è stato sbranato dalla volpe, ma nella lotta Ottorino ha perso la parte superiore del becco e quindi la possibilità di mangiare.
Preoccupata più che mai, Gisella l’ha portata dal veterinario del paese vicino, Alberto Briganti. Un uomo sui generis, famoso per avere salvato sei lupi dell’Appennino e un gatto che si era addormentato nella lavatrice e aveva subìto un lavaggio a 90 gradi, che ha tolto un dente all’elefante di un circo ed è stato ostetrico di un bisonte partoriente.

Ebbene, nonostante la gravità della lesione, Alberto non si è dato per vinto e ha deciso di tentare un’operazione mai eseguita al mondo: costruire un becco di metallo da applicare all’oca. Sensibile, ingegnoso e audace, ha preso una lastra di rame, l’ha modellata con due fori in corrispondenza del “naso”, ha arricciato i bordi e, dopo cinque ore di intervento chirurgico, Ottorino si è svegliato con un becco luccicante con il quale ha immediatamente tentato di bucare una scatola, segno che aveva accettato la “protesi”, senza alcun fastidio.
Da quel giorno Ottorino è diventato Becco di Rame e la sua favola non è terminata con il classico «…e vissero tutti felici e contenti», ma con «vedete, piccoli miei, questo racconto dimostra come possa essere straordinaria ed emozionante la vita».

Una storia vera così bella e intensa da sembrare una favola, anzi meglio di una favola. Perché se il vecchio brutto anatroccolo ha dovuto diventare “normale”, anzi bellissimo, per vedersi accolto, Ottorino/Becco di Rame ha fatto della sua “diversità” un punto di forza. Da quella apparente “minorazione” ha saputo infatti ripartire, perfino più forte e sicuro di sé, come dice Gisella che lo vede rincorrere le auto che passano accanto alla fattoria. Ha anche messo su famiglia ed è diventato papà di una covata di allegri anatroccoli.

Mai come oggi, in questo clima generale di degrado, avvertiamo il bisogno di esempi ancorati ai valori veri e alla voglia di vivere. E ben venga se l’esempio arriva da un’oca! Questo deve aver pensato il veterinario Alberto Briganti, che accomuna l’esperienza di Becco di Rame a quella di persone che dopo gravi traumi fisici tirano fuori energie insospettabili.
Sostenitore convinto della necessità di educare le nuove generazioni alla “diversità” e al rispetto degli animali, ha cominciato a far conoscere questa storia ai bimbi ricoverati nell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, ora gira le scuole e i nosocomi in tutta Italia.
Becco di Rame lo segue, avvicina i più piccoli, si lascia accarezzare e crea un rapporto di profonda empatia. La storia dell’oca coraggiosa è un valido sostegno alla Pet Therapy [“terapia con gli animali”, N.d.R.], ottimi risultati si riscontrano dal punto di vista psicologico.
Briganti ricorda ad esempio la telefonata di una mamma di Arezzo, riconoscente perché il figlio autistico, dopo l’incontro con Becco di Rame, si è dedicato al compito in classe con un interesse e una costanza mai mostrati prima di allora.
Sulle pareti della clinica veterinaria di Alberto, a Figline Valdarno (Firenze), si moltiplicano i disegni dei piccoli dedicati a Becco di Rame. Per loro è stata allestita una ludoteca che presto sarà affiancata da un teatrino.

Becco di Rame è diventato anche un libro illustrato per bambini – ma godibilissimo anche dagli adulti -, che narra le sue peripezie a lieto fine, dalla nascita in fattoria alla vita con gli altri animali, dallo scontro con la volpe alla ripresa, quando tutto sembrava perduto.

*Estratto di un testo di Stefania Delendati pubblicato da Superando il 18 aprile 2014.

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Il modello migliore per l’inclusione delle persone con disabilità nel lavoro

3 Aprile 2026 - 4:57pm

«Credo che una reale inclusione delle persone con disabilità – scrive Luca Grecchi -, ossia la loro partecipazione sociale su base di uguaglianza con gli altri, sia reale solo se tutti possono svolgere le proprie attività nei luoghi in cui le svolgono tutti, facendo, pur magari con differenti funzioni, le stesse cose di tutti. A mio avviso, quindi, l’inclusione non è pienamente presente in un qualunque luogo destinato non a tutte le persone, ma soltanto a quelle con disabilità»

Le statistiche relative al lavoro delle persone con disabilità rivelano in Italia un quadro sconfortante. Il loro tasso di occupazione risulta in effetti inferiore al 33%, con percentuali molto più basse per le persone con disabilità intellettiva.
Il problema della forte discriminazione che subiscono queste persone non è solo italiano, ma mondiale. In un sistema economico che ha come fine la massimizzazione del profitto, i soggetti meno efficienti vengono infatti, senza una legislazione stringente, sempre più esclusi dal mercato del lavoro.
Vorrei dunque prendere spunto da quel dato statistico per una riflessione più ampia sulla partecipazione sociale delle persone con disabilità, che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità indica appunto poter avvenire principalmente tramite il lavoro.

Uno dei pregiudizi più diffusi sui soggetti con disabilità, come noto, consiste nel ritenerli degli “eterni bambini”. Quando ci si riferisce a loro, in effetti, anche se si tratta di persone adulte, si tende spesso a parlare di “ragazzi”. Non si riflette abbastanza, tuttavia, sulle cause di tali comportamenti maggiormente infantili (quando essi sono presenti). Se una persona, infatti, è costretta, subito dopo la scuola, a rapportarsi quasi esclusivamente coi genitori, o a frequentare centri per disabili in cui l’atteggiamento degli operatori risulta infantilizzante, tenderà inevitabilmente a comportarsi in maniera un po’ immatura.
Per tale motivo, è stato da più parti sottolineato che, per le persone con disabilità, il passaggio verso la condizione adulta può avvenire principalmente tramite una vera attività lavorativa, svolta negli stessi contesti in cui la svolgono le altre persone. L’inclusione, in effetti – ossia appunto la partecipazione sociale su base di uguaglianza delle persone con disabilità -, è reale se tutti possono svolgere le loro attività nei luoghi in cui le svolgono tutti, facendo, pur magari con differenti funzioni, le stesse cose di tutti. L’inclusione non è dunque pienamente presente, almeno a mio avviso, in un’aula scolastica, o in un locale ricreativo, o in un qualunque altro luogo destinato non a tutte le persone, ma soltanto a quelle con disabilità.
Ciò vale anche, per quanto questo possa apparire paradossale, per quei contesti lavorativi i quali, pur pensati per favorire l’occupazione dei soggetti con disabilità, diventando “contesti speciali” per “persone speciali”, rischiano di riproporre, sotto diverse forme, la medesima separazione presente nelle “classi speciali” o negli “istituti speciali”.

Per evitare incomprensioni, manifesto subito la mia vicinanza a quelle persone che, nella difficoltà estrema di assicurare un futuro lavorativo ad un figlio con disabilità, hanno cercato di creare contesti ad hoc, inserendovi anche altri soggetti con disabilità. Ciò nonostante, vorrei provare ad aprire un dibattito, che reputo necessario per comprendere quali siano le modalità di partecipazione lavorativa più idonee a favorire una migliore inclusione delle persone con disabilità. Sempre più spesso, infatti, sui media, sembra passare l’idea che la soluzione preferibile, per questo fine, sia creare iniziative imprenditoriali composte quasi esclusivamente da lavoratori con disabilità, fornendo ad esse un’elevata visibilità mediatica per promuovere la vendita dei relativi prodotti. Questa situazione, per la comprensibile condivisione emotiva che solitamente convoglia, è oggi considerata, da molti, il migliore modello inclusivo, o forse il solo possibile nell’attuale contesto economico.

Il quadro legislativo in Italia, a cominciare dalla Legge 68/99 sulle cosiddette “categorie protette”, prevede tuttavia che «le istituzioni statali debbano occuparsi di garantire un collocamento mirato alle persone con disabilità, inserendole in contesti lavorativi ordinari, sia pubblici che privati». Personalmente, ritengo corretto questo approccio normativo, proprio in quanto i contesti ordinari, se ben gestiti, a differenza dei contesti speciali, non creano separazione, essendo in linea di principio aperti a tutti.
Chi legge potrà certo pensare che, in un’epoca di crescente disimpegno delle politiche pubbliche – la stessa applicazione della Legge 68 è ormai divenuta molto farraginosa, per carenza di risorse, organizzazione e controlli –, non si dovrebbero neppure esprimere perplessità su questi “contesti speciali”, i quali danno almeno lavoro ad alcune centinaia di persone. Vorrei, però, ugualmente provare a riflettere sul fatto se queste iniziative imprenditoriali producano davvero la migliore possibile partecipazione sociale, ovvero se esse possano realmente essere pensate, sul piano dell’inclusione, come il migliore modello di riferimento. La mia preoccupazione, infatti, è che ci si avvii sempre più, in questo modo, a considerare il burocratico Stato come un organismo da ridimensionare, il che creerebbe, verosimilmente, un ulteriore grave pericolo per la tutela delle persone con disabilità.
Ritenere, inoltre, queste specifiche iniziative imprenditoriali come il principale modello cui ispirarsi, può rivelarsi problematico per almeno tre motivi.
Il primo motivo è quello per cui simili attività economiche, se non accompagnate da una notevole risonanza mediatica – la quale può inevitabilmente concentrarsi solo su poche aziende –, finiscono sovente, nell’indifferenza generale, col fallimento, per la loro minore produttività.
Il secondo motivo è che queste iniziative tendono di solito a costituirsi intorno a figure dalla personalità molto forte, le quali, anche se involontariamente, instaurano spesso con i loro dipendenti rapporti troppo “paternalistici”; tali rapporti sono tuttavia ciò di cui i soggetti con disabilità meno hanno bisogno per svincolarsi dalla condizione “infantile” in cui l’attuale totalità sociale vorrebbe invece mantenerli, forse per lasciarli lontani dai luoghi lavorativi “veri”, i quali non tollerano inefficienze, lentezze, immaturità.
Il terzo motivo, infine, già ricordato, è che se l’inclusione vera si ha solo in contesti aperti a tutti, un contesto “chiuso”, realizzato cioè soltanto per alcuni, non riesce ad essere pienamente inclusivo. Anche i fiori, del resto, crescono meglio all’aperto insieme a tutti gli altri fiori, piuttosto che al chiuso. La vera inclusione, infatti, non predilige i luoghi “speciali”, neanche quando gli stessi vengono ritenuti maggiormente vantaggiosi per le persone “speciali” (che tali, appunto, non sono, essendo semplicemente persone).

Gli antichi filosofi greci, di cui solitamente mi occupo, dicevano che tutto ciò che non è necessario è spesso dannoso, e l’inserimento di queste persone in contesti “speciali” non è, quasi mai, realmente necessario per la loro migliore partecipazione sociale.
Spero che i lettori e le lettrici comprendano le ragioni di queste mie parole, finalizzate soltanto a favorire una migliore inclusione delle persone con disabilità, anche in àmbito lavorativo.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Un utile servizio online rivolto soprattutto ai caregiver familiari e personali

3 Aprile 2026 - 4:36pm

Servizio online gratuito e accessibile, lo Sportello Cura UBI è stato ideato e realizzato dall’Area Cura dell’Unione Buddhista Italiana, per fornire supporto ai caregiver familiari e professionali, nonché agli operatori sanitari. Attivo in Abruzzo, Lazio, Lombardia, Piemonte e Sicilia e mirato ad oncologia, Alzheimer e disturbo dello spettro autistico in età pediatrica, si punta entro la fine del 2026 ad allargarlo a tutte le Regioni e, progressivamente, a garantirlo anche per altre malattie e conseguenti disabilità

Servizio online gratuito e accessibile, lo Sportello Cura UBI è stato ideato e realizzato dall’Area Cura dell’UBI (Unione Buddhista Italiana), grazie ai fondi dell’8 per mille, per offrire informazioni, mappatura dei servizi socio-sanitari e di sostegno psico-emotivo disponibili sul territorio e risposte personalizzate, fornendo supporto a chi si occupa in modo continuativo della cura di una persona fragile non autosufficiente, in una parola ai caregiver.
L’iniziativa si rivolge infatti soprattutto ai caregiver familiari e professionali, ma anche agli operatori sanitari. Al momento è attiva in Abruzzo, Lazio, Lombardia, Piemonte e Sicilia ed è mirata a tre settori di patologie, oncologia, Alzheimer e disturbo dello spettro autistico in età pediatrica. Entro la fine di questo 2026, tuttavia, è prevista la copertura di tutte le Regioni italiane e, progressivamente, l’obiettivo è garantire l’assistenza anche per altre malattie e conseguenti disabilità.

È grazie alla collaborazione con la Fondazione The Bridge, che l’UBI ha potuto mappare e individuare oltre 650 organizzazioni che si occupano di assistenza, cura e supporto a pazienti e famiglie, raccogliendo informazioni pratiche e un’ampia gamma di servizi offerti sul territorio.
Lo Sportello sostanzialmente su tre livelli: entrando sul portale, il caregiver ha la possibilità di accedere in modo semplice e immediato a una serie di informazioni, articoli, video e testimonianze, utili a rispondere a domande e bisogni, quali ad esempio cosa significa essere caregiver e quali sono i diritti, cos’è il burnout, come si comunica la malattia al proprio familiare. Se ha poi bisogno di informazioni più specifiche, può compilare una serie di campi pensati appositamente per profilare al meglio la richiesta per patologia e area geografica e lo Sportello restituisce una risposta con le informazioni richieste. Infine, nel caso in cui abbia bisogno di informazioni più specifiche e personalizzate che non abbiano trovato risposta negli step precedenti, è a disposizione un numero di telefono, attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, cui risponde un team di professionisti esperti formati dall’Unione Buddhista Italiana.

«Prendersi cura di una persona malata – dichiara Anna Li Vecchi dell’Area Cura dell’Unione Buddhista Italiana – è un atto profondo di amore che può però mettere alla prova le risorse fisiche, emotive e relazionali di chi se ne fa carico. Da qui la scelta di creare lo Sportello Cura UBI per garantire ai caregiver un supporto adeguato e uniforme, l’accesso a informazioni chiare e aggiornate sui diritti, le agevolazioni e i servizi disponibili. Questo servizio si ispira al principio buddhista del prendersi cura attraverso la compassione, l’attenuazione della sofferenza e il rispetto dei diritti e della dignità di ciascun essere senziente. Nasce come spazio virtuale di ascolto e accoglienza dedicato ai caregiver, con l’obiettivo di offrire un supporto qualificato e contribuire, in spirito collaborativo, a un welfare capace di riconoscere e valorizzare il loro ruolo».

Da ricordare, in conclusione, che nella fase di ideazione e progettazione, lo Sportello Cura UBI ha ricevuto anche il supporto strategico di Wisedāna Foundation, fondazione filantropica laica e internazionale ispirata ai valori della filosofia buddhista nata su impulso dell’UBI, il cui obiettivo è amplificare l’impatto positivo di organizzazioni e progetti. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Alessandra Tonini (alessandra.tonini@leacrobate.it).

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Una petizione per garantire esami equi agli studenti con Bisogni Educativi Speciali

3 Aprile 2026 - 4:09pm

Il Gruppo Normativa Inclusione, nato per rispondere ai quesiti, posti in particolare da genitori e insegnanti, sulle norme che regolano l’inclusione scolastica in Italia, ha lanciato una petizione nel web per chiedere la modifica di una Nota Ministeriale del 2019 che penalizza gli studenti con BES (Bisogni Educativi Speciali) all’Esame di Stato del primo ciclo, consentendo l’uso di strumenti compensativi solo in presenza di certificazione clinica, e non per motivi sociali, economici o linguistici

«La Nota Ministeriale n. 5772 del 2019 penalizza gli studenti con BES (Bisogni Educativi Speciali) all’Esame di Stato del primo ciclo. Essa consente infatti l’uso degli strumenti compensativi solo in presenza di certificazione clinica, escludendo così gli alunni riconosciuti come BES per motivi sociali, economici o linguistici, nonostante abbiano utilizzato tali strumenti durante l’anno scolastico. Si tratta di una limitazione in evidente contrasto con quanto avviene nel secondo ciclo, dove è invece garantito l’utilizzo degli strumenti già adottati nel percorso didattico»: è con tale motivazione che il Gruppo Normativa Inclusione (Flavio Fogarolo, Anna Maria Giarolo e Stefania Vannucchi), nato per rispondere ai quesiti, posti in particolare da genitori e insegnanti, sulle norme che regolano l’inclusione scolastica in Italia, ha lanciato una petizione nel web (raggiungibile a questo link), che il MUISS (Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale), rivolgendosi a docenti, dirigenti scolastici, educatori, studenti, genitori e cittadini, invita a firmare e a diffondere, «con l’auspicio che già dall’esame del primo ciclo del 2026 si possa arrivare a un cambiamento concreto». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile la petizione di cui si parla nella presente nota. Per ulteriori informazioni: muiss.segreteria@glin.it.

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