È un confronto a due voci, questo incontro di Stefania Leone con Sandro Montanari – autore della raccolta di poesie, “La metrica dell’amore” -, che tratteggia un percorso sulla fragilità umana a partire dall’origine del sentimento amoroso, un percorso che si sviluppa intrecciandosi con la poesia, considerata l’arte che più si avvicina al silenzio da cui sgorga il sentimento d’amore. Ne emerge un discorso intimo e profondo, che tiene insieme pensiero, emozione, esperienza e parola poetica
Caro Sandro, nelle tue poesie si legge l’amore declinato in molteplici contesti e nelle sue diverse sfaccettature, ma secondo te amare è una forma di debolezza o di forza?
«Questa domanda riporta lo sguardo alle origini dell’amore, origini antiche. L’amore è una necessità emotiva primaria: nasce dal limite, dalla mancanza, dalla frattura. Affonda le sue radici nella nostra fragilità ontologica, nel nostro essere mortali, e proprio per questo riecheggia d’infinito. Pur nutrendosi della fragilità, l’amore è la forza che ci fa sentire vivi, il legame che ci fa salva, il profumo di un mare di cui non conosciamo i confini».
Perché scrivere un libro sull’amore utilizzando il metro della poesia e non, per esempio, quello della prosa?
«Se l’amore trae origine e nutrimento dalla mancanza, dalla frattura, allora la stessa topografia simbolica del verso – che spezzandosi rimane sospeso nel vuoto – ne custodisce la ragione profonda. La poesia è insieme depositaria e rivelatrice del segreto amoroso; è la forma d’arte che più si avvicina al silenzio da cui sgorga il sentimento d’amore».
Nelle tue poesie ci sono tue esperienze, o sono più che altro il frutto di riflessioni e speculazioni astratte? E come nasce questa tua passione?
«Per me ogni poesia nasce da un vissuto: un ricordo, un’immagine, una domanda, un dettaglio che si espande in modo imprevedibile in una trama di collegamenti interiori. Posso dire di avere incontrato la poesia senza averla cercata, almeno consciamente. Ho sentito l’urgenza di scrivere poesie dopo la morte di una persona amata: le parole hanno cominciato a premere dalle profondità della notte, fino ad aprire un varco e imprimersi sulla pagina».
Come sei ispirato quando scrivi una poesia? Si tratta di un momento in cui stai molto bene o di un momento in cui hai bisogno di trovare un rifugio?
«Non so cosa accada in quel momento, “momento” che per altro può durare giorni, mesi, talvolta anni. So solo che sento un’attrazione irresistibile verso la parola poetica. E così, anche nel silenzio della notte, posso sentire il bisogno di accendere la luce del comodino per annotare il sogno appena passato. Forse gli antichi Greci non erano lontani dalla verità quando dicevano che la poesia è concessa dagli Dei ai poeti “invasi” dalla Musa. A volte la sensazione è proprio questa: sentirmi invaso, privo di controllo. Le emozioni che emergono da questi momenti sono spesso dolorose e difficili da contenere. E allora il movimento della scrittura poetica diventa un tentativo di costruire argini alla furia di un’esondazione».
Hai fatto corsi specifici di scrittura poetica?
«Ho iniziato a scrivere le mie prime poesie senza una preparazione specifica, se non quella connessa al mio percorso di studi. Con il tempo, ho sentito la necessità di approfondire: ho frequentato gruppi di studio, seminari, eventi poetici e ho letto molti autori, studiandone la metrica, le figure retoriche, il messaggio».
Scrivi ogni giorno oppure solo in certi periodi particolari?
«Scrivo solo quando sono “invaso” dalla Musa. Accade spesso che un periodo prolifico sia preceduto da un evento emotivamente coinvolgente, come se il mio inconscio concedesse alla Musa il permesso di entrare per dare forma al caos, alla follia».
In particolare, quest’ultimo libro di poesie, La metrica dell’amore, in quanto tempo è stato realizzato?
«In questo libro sono condensati i miei ultimi quindici anni di vita. L’ho scritto seguendo un flusso non sempre continuo, sostando nei periodi di bonaccia e tornando ai versi quando il vento freddo ingrossava le onde».
Una poesia ti viene spontanea, di getto, o ti capita di rimetterci le mani più volte?
«La prima stesura nasce di getto. Viene poi il tempo della sedimentazione, durante il quale la poesia, ancora grezza, attende il “trattamento” più difficile: l’eliminazione del superfluo. È un lavoro di sottrazione, necessario per arrivare all’essenza. Un lavoro sofferto e lungo, perché implica la limatura o la rinuncia a parole, versi, talvolta intere strofe amate, che però non aggiungono nulla, anzi fanno ombra al nucleo pulsante, al silenzio attorno al quale si dipana la poesia».
Possiamo dire che questo lavoro di sottrazione, di cui parli, ha anche che fare con la relazione amorosa?
«In effetti è così, è un lavoro che ricorda la crescita di una relazione amorosa: nasce spesso di getto, come accade all’innamoramento. Ma il cammino che conduce dall’innamorarsi all’amare è lungo, fragile, mai garantito. Due persone si amano davvero quando hanno saputo eliminare il superfluo, quando dall’esperienza hanno appreso la capacità di andare all’essenza, di rinunciare all’immagine idealizzata dell’altro, riconoscendolo per ciò che è, non per ciò che si desidera diventi. È in questo prendersi cura delle parole – e dei silenzi – che l’amore, come la poesia, trova la sua possibilità di resistere alla polvere del tempo».
Ti ringrazio Sandro. In una società opulenta, veloce e rumorosa, le tue parole sono una luce ferma nella notte, che ci accompagnano a riscoprire il senso profondo del nostro cammino.
*Stefania Leone è presidente dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), Sandro Montanari Sandro è psicologo, psicoterapeuta familiare e dottore di ricerca in Scienze della Comunicazione, autore di vari saggi e recentemente della raccolta di poesie La metrica dell’amore. Ha già firmato per Superando numerosi contributi, soprattutto di àmbito culturale.
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