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Abbonamento a feed SuperandoI temi delle disabilità trattati con coraggio
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“Fondo Sordità Milano” per progetti rivolti all’inclusione sociale delle persone con disabilità uditiva

16 Giugno 2026 - 2:02pm

È aperto fino al 13 luglio il Bando 2026 del “Fondo Sordità Milano”, iniziativa promossa dalla Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano, insieme alla Fondazione di Comunità Milano, con il sostegno della Fondazione Cariplo, e rivolta a progetti che promuovano l’inclusione sociale delle persone con disabilità uditiva nell’area di Milano e dei 56 Comuni che compongono l’Area Metropolitana del capoluogo lombardo

È aperto fino al 13 luglio il Bando 2026 del Fondo Sordità Milano, iniziativa avviata nel 2019 dalla Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano, insieme alla Fondazione di Comunità Milano, con il sostegno della Fondazione Cariplo e rivolta a progetti che promuovano l’inclusione sociale delle persone con disabilità uditiva nell’area di Milano e dei 56 Comuni che compongono l’Area Metropolitana del capoluogo lombardo.
Nella valutazione delle candidature verranno in particolare ritenuti quali elementi qualificanti l’adozione di approcci e processi concreti ed innovativi, il coinvolgimento diretto nell’ideazione e nella realizzazione progettuale di persone con disabilità uditiva, la collaborazione attiva, con interventi in rete nel territorio, progetti che insistano sul Settore Interventi e Servizi Sociali. (S.B.)

A questo link è disponibile il Bando 2026 del Fondo Sordità Milano, insieme alle modalità per presentare la propria candidatura. Per ulteriori informazioni: info@pioistitutodeisordi.org.

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Gianluca Pedicini e Chiara Lega, Presidente e Vicepresidente dell’AISM

16 Giugno 2026 - 1:39pm

«Diventare Presidente dell’AISM significa assumersi una grande responsabilità e continuare a lavorare per un traguardo tanto ambìto quanto necessario: un mondo libero dalla sclerosi multipla. E non come semplice slogan, ma come idea concreta di un mondo vero, reale, possibile»: lo dichiara Gianluca Pedicini, nuovo Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, che succede a Francesco Vacca e che sarà affiancato alla Vicepresidenza da Chiara Lega Gianluca Pedicini e Chiara Lega, divenuti rispettivamente Presidente e Vicepresidente Nazionale dell’AISM

Quarantatreenne nato a Brescia, ma che ha da sempre vissuto a Foligno (Perugia) Gianluca Pedicini, persona con sclerosi multipla, volontario e dirigente associativo di lunga esperienza, è il nuovo presidente nazionale dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), eletto dal Consiglio Direttivo Nazionale per guidare l’Associazione nel triennio 2026-2029. Al suo fianco, come vicepresidente nazionale, vi sarà Chiara Lega, torinese, giovane donna con sclerosi multipla, volontaria e neo mamma, da anni impegnata nella vita associativa.
Già presidente dell’AISM di Perugia e attualmente presidente della Conferenza Nazionale delle Persone con Sclerosi Multipla, oltreché responsabile dell’AISM di Napoli, Pedicini porta alla Presidenza Nazionale dell’Associazione un’esperienza maturata nella rappresentanza diretta delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate.
«Essere stato eletto Presidente Nazionale dell’AISM – dichiara – significa assumersi una grande responsabilità e continuare a lavorare per un traguardo tanto ambìto quanto necessario: un mondo libero dalla sclerosi multipla. E non come semplice slogan, ma come idea concreta di un mondo vero, reale, possibile».

Nell’agenda del nuovo Presidente, dunque, troveranno posto gli obiettivi dell’Agenda della SM e patologie correlate 2030, il programma costruito insieme alle persone con sclerosi multipla, alle famiglie, ai volontari, alle istituzioni, al mondo della ricerca e della salute, per affermare diritti, promuovere ricerca e innovazione, rafforzare inclusione e partecipazione.
«Arrivo a questo incarico – aggiunge Pedicini – portando con me l’esperienza maturata accanto alle persone con sclerosi multipla che ogni giorno chiedono ascolto, diritti, opportunità e qualità di vita. Continueremo a dare attuazione agli obiettivi dell’Agenda 2030 che rappresenta la direzione da seguire nei prossimi anni. Vogliamo rafforzare il ruolo delle persone con sclerosi multipla come protagoniste delle scelte che le riguardano, promuovere una ricerca sempre più vicina ai bisogni reali delle persone, affermare diritti e opportunità e costruire una società in cui nessuno sia lasciato indietro. È una sfida che riguarda tutti e che possiamo vincere solo insieme».

Con la sua elezione a Vicepresidente Nazionale, Chiara Lega rappresenta dal canro suo una generazione di giovani dirigenti associativi, espressione di una comunità in cui la sclerosi multipla colpisce prevalentemente persone nel pieno della vita, dei progetti e delle scelte per il futuro. «Questo incarico – afferma – rappresenta una grande responsabilità che può essere affrontata solo grazie alla forza di una comunità fatta di persone che condividono esperienze, fragilità e possibilità. L’AISM mi ha insegnato che anche con la sclerosi multipla si può continuare a progettare il proprio futuro e a costruire opportunità per sé e per gli altri».

Pedicini raccoglie il testimone di Francesco Vacca, che ha guidato l’AISM negli ultimi sette anni, accompagnando il percorso avviato con l’Agenda della SM e patologie correlate 2030. «In questi anni – sono le parole del Presidente uscente – ho imparato che la forza dell’AISM non sta soltanto nei suoi progetti, nei risultati raggiunti o nelle battaglie vinte. Sta soprattutto nelle persone che ogni giorno scelgono di esserci. È questa la forza che consegniamo oggi a Gianluca Pedicini, a Chiara Lega e al nuovo Consiglio Direttivo Nazionale [se ne legga la composizione completa in calce a questo link, N.d.R.]. Una comunità viva, competente e appassionata, che sa guardare avanti e costruire il futuro. Continuerò a essere parte di questo cammino come Past President, con la stessa convinzione che mi ha accompagnato fin dal primo giorno, ossia che solo insieme possiamo realizzare un mondo libero dalla sclerosi multipla». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Una malattia rara spesso invisibile agli occhi degli altri, ma assai impattante nella vita di chi ne soffre

16 Giugno 2026 - 1:14pm

Verrà presentata domani, 17 giugno, nel corso di una conferenza stampa online, “Quello che non vedi. Un progetto fotografico sulla Miastenia Gravis”, iniziativa promossa dall’OMaR (Osservatorio Malattie Rare), insieme alle principali Associazioni italiane di pazienti con miastenia gravis, patologia autoimmune rara spesso invisibile agli occhi degli altri, ma profondamente impattante nella vita quotidiana delle persone che ci convivono

Quello che non vedi. Un progetto fotografico sulla Miastenia Gravis: si chiama così l’iniziativa promossa dall’OMaR (Osservatorio Malattie Rare), insieme alle principali Associazioni italiane di pazienti con miastenia gravis, patologia autoimmune rara caratterizzata da debolezza muscolare fluctuante e sintomi che possono compromettere attività essenziali della vita quotidiana: parlare, sorridere, mangiare, respirare, lavorare, mantenere relazioni sociali. Nonostante ciò, però, resta ancora poco conosciuta e frequentemente sottovalutata, anche a causa della sua dimensione “invisibile”. Questo progetto, dunque, intende proprio raccontare una malattia rara spesso invisibile agli occhi degli altri, ma profondamente impattante nella vita quotidiana delle persone che ci convivono. E lo si farà attraverso immagini e testimonianze, «per costruire un linguaggio nuovo – come viene detto dall’OMaR -, in grado di trasformare la conoscenza in comprensione, superando stereotipi, stigma e pietismo. Un percorso narrativo e fotografico che vuole in sostanza restituire centralità alla persona, dando spazio non soltanto alla dimensione clinica della malattia, ma anche all’impatto psicologico, relazionale, sociale e lavorativo di essa».
Il lancio dell’iniziativa è in programma nel corso di una conferenza stampa online, prevista per la mattinata di domani, 17 giugno (ore 11-12.30), durante la quale verranno illustrare le finalità, le attività previste e il valore culturale e sociale del progetto, con il coinvolgimento anche di rappresentanti delle Istituzioni.
Il tutto, va ricordato in conclusione, è realizzato con il patrocinio dell’AIM (Associazione Italiana Miastenia e Malattie Immunodegenerative Amici del Besta), dell’Associazione Miastenia Gravis APS e dell’AM (Associazione Miastenia), oltreché con il contributo non condizionante di Alexion AstraZeneca Rare Disease, Argenx e UCB. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo della conferenza stampa online di domani, 17 giugno (si potrà seguirla in diretta su Zoom e sulla pagina Facebook dell’OMaR). Per ulteriori informazioni e approfondimenti: melchionna@rarelab.eu (Rossella Melchionna).

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C’è la sfida dei passi montani per i tandem della Polisportiva UICI di Torino

16 Giugno 2026 - 12:33pm

Una nuova avventura inedita e appassionante attende il “Gruppo Tandem” della Polisportiva UICI di Torino, se è vero che dal 19 al 22 giugno sei equipaggi – ciascuno dei quali composto da un pedalatore con disabilità visiva e da una guida vedente – si cimenteranno in un nuovoi tour estivo, che li vedrà questa volta toccare diversi passi montani del Piemonte, cari agli appassionati di ciclismo Uno degli equipaggi tandem della Polisportiva UICI di Torino impegnato in una delle “sfide” degli anni scorsi

L’immagine di un ciclista che pedala in montagna ha da sempre un valore simbolico: racconta la sfida dell’uomo ai propri limiti, la resistenza alla fatica, alle asprezze del tracciato, a quell’insistente voce interiore che continua a ripetere “Non ce la farai”. Tutto questo diventa ancora più grande e più bello se a pedalare insieme sono due ciclisti, e uno di essi è una persona cieca.
Dal 19 al 22 giugno il Gruppo Tandem della Polisportiva UICI di Torino (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) si cimenterà in un’avventura inedita e appassionante: un tour in Piemonte, che toccherà diversi passi montani cari agli appassionati di ciclismo. Tra i momenti più emozionanti, la salita a Crissolo, sulle pendici del Monviso, fin quasi a raggiungere le sorgenti del Po.

La Polisportiva torinese, che da oltre quarant’anni promuove l’inclusione delle persone con disabilità visiva attraverso lo sport, non è nuova a iniziative di questo tipo, sempre segnalate e seguite anche da Superando. Da tempo, infatti, gli atleti del Gruppo Tandem sono protagonisti di tour all’interno del Piemonte e non solo: dal 2021 hanno esplorato Langhe, Monferrato, Canavese e lo scorso anno si sono concessi anche uno “sconfinamento”, fino a raggiungere il mare della Liguria. «Questa volta – sottolineano però dall’organizzazione promotrice – la sfida si fa particolarmente ardua, per la difficoltà del tracciato e per la preparazione atletica che richiede. Partendo infatti da Torino, i ciclisti si inerpicheranno dapprima lungo la Valle Po, ma poi proseguiranno in un ampio itinerario che, dopo avere lasciato la provincia di Cuneo, toccherà la Valle di Susa, con un passaggio alla Sacra di San Michele, ma anche le Valli di Viù e di Lanzo, prima di far ritorno a casa. Una sfida davvero impegnativa, dunque, per oltre 330 chilometri complessivi di pedalate in saliscendi».

Saranno esattamente sei gli equipaggi tandem coinvolti, accompagnati da 2 ciclisti singoli e da un furgone che li affiancherà per le necessità logistiche. L’accoglienza avverrà in piccole strutture ricettive e ostelli del territorio, occasione propizia per valorizzare le comunità montane e le eccellenze gastronomiche delle zone attraversate. «Sì – ricordano dalla Polisportiva UICI di Torino -, perché i tour in tandem sono senza dubbio imprese sportive, ma sono anche occasioni di incontro, condivisione, amicizia e convivialità».
In un equipaggio tandem, è opportuno ricordare, entrambi i ciclisti giocano un ruolo di primo piano. La guida vedente, che occupa il posto anteriore, imprime al mezzo la direzione, ma il pedalatore non vedente, seduto dietro, non si limita a lasciarsi trasportare, se è vero che deve contribuire, con i movimenti del proprio corpo, con la forza e la velocità della pedalata, al buon andamento del veicolo. Ecco perché tra i due serve una piena sintonia.

Nel dettaglio, in conclusione , saranno queste le tappe previste dall’iniziativa:
° Venerdì 19 giugno: Torino-Crissolo (Cuneo), 90 chilometri (dislivello 1.200 metri).
° Sabato 20 giugno: Crissolo (Cuneo)-Cantalupa (Torino), 60 chilometri (dislivello 380 metri).
° Domenica 21 giugno: Cantalupa (Torino)-Sacra di San Michele -Bussoleno (Torino)-Avigliana (Torino), 95 chilometri (dislivello 1.200 metri).
° Lunedì 22 giugno: Avigliana (Torino)-Colle del Lys-Lanzo Torinese-Torino, 87 chilometri (dislivello 1.400 metri). (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa UICI Torino (Lorenzo Montanaro), ufficio.stampa@uictorino.it.

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Servizio Civile Universale: leggere e abitare i cambiamenti

16 Giugno 2026 - 12:04pm

La presentazione del XXIV Rapporto della CNESC (Conferenza Nazionale Enti per il Servizio Civile), intitolato “Servizio Civile Universale: leggere e abitare i cambiamenti”, e in programma per il 18 giugno a Roma, si collocherà appunto in un contesto di profonde trasformazioni per il Servizio Civile Universale, alle prese innanzitutto con le novità introdotte dalla nuova Circolare per il deposito di programmi e progetti, nonché con il recente Disegno di Legge Delega, che prevede una revisione organica e il riordino della normativa Un giovane in Servizio Civile insieme a una giovane con disabilità

«Il nostro rapporto annuale ci permette di condividere delle riflessioni a partire da elementi e dati concreti e di leggere i cambiamenti in corso a partire da quello che siamo oggi, per orientarci e capire dove vogliamo e possiamo andare»: a dirlo è Laura Milani, presidente della CNESC, la Conferenza Nazionale Enti per il Servizio Civile, che nella mattinata del 18 giugno presenterà appunto a Roma (Auditorium ExtraLibera, Via Stamira, 5, ore 10-13.30) il proprio XXIV Rapporto, intitolato Servizio Civile Universale: leggere e abitare i cambiamenti. «Si tratta anche di collocare questi cambiamenti – aggiunge Milani – in un particolare momento storico, caratterizzato da conflitti internazionali e tensioni sociali anche a livello nazionale. Con l’obiettivo quindi di mantenere salde le nostre radici nell’obiezione di coscienza e nella nonviolenza, restiamo sempre aperti alle innovazioni, con un’attenzione responsabile alla sostenibilità di tutto il sistema. E l’evento del 18 giugno sarà l’occasione per leggere e abitare insieme queste evoluzioni potenzialmente positive».
La presentazione del nuovo Rapporto della CNESC si colloca, come sottolineato dalla presidente Milani, in una stagione di profonde trasformazioni per il Servizio Civile Universale, alle prese innanzitutto con le novità introdotte dalla nuova Circolare per il deposito di programmi e progetti, nonché con il Disegno di Legge Delega Disposizioni in materia di giovani e servizio civile, che prevede una revisione organica e il riordino della normativa.
Oltre ai rappresentanti della CNESC, interverranno il 18 giugno Giuseppe Pierro, capo dipartimento per le Politiche Giovanili e per il Servizio Civile Universale, Enrico Maria Borrelli, presidente della Consulta Nazionale per il Servizio Civile Universale e Corrado Capasso, rappresentante nazionale degli Operatori Volontari per l’Area Sud. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro del 18 giugno (ne è prevista anche la diretta streaming sul canale YouTube della CNESC). Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa CNESC (Paola Scarsi), paolascarsi@gmail.com.

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Prima della cecità, prima della disabilità, prima di qualsiasi etichetta, c’è sempre una persona

16 Giugno 2026 - 11:43am

«Accanto al lavoro sull’autonomia – scrive Laura Tessari, pedagogista e tecnico dell’orientamento, della mobilità e dell’autonomia personale nell’àmbito della disabilità visiva – è altrettanto importante lavorare sullo sguardo di chi osserva. Perché il modo in cui si guarda la disabilità può aprire o chiudere lo spazio di ciò che si ritiene possibile. Perché prima della cecità, prima della disabilità, prima di qualsiasi etichetta, c’è sempre una persona»

Quando, circa venticinque anni fa, mi sono avvicinata al mondo della cecità, ero una giovane professionista piena di entusiasmo e, allo stesso tempo, profondamente inesperta. Non sapevo ancora quanto quell’incontro avrebbe cambiato il mio modo di lavorare e, soprattutto, il mio modo di guardare le persone.
Ho iniziato osservando. Osservavo i bambini che non vedevano dalla nascita. Osservavo il loro modo di muoversi nello spazio, la diffidenza verso alcuni rumori improvvisi, la difficoltà a toccare oggetti sconosciuti, la paura degli estranei. Osservavo le strategie che mettevano spontaneamente in atto per esplorare l’ambiente e costruire una conoscenza del mondo che non passava attraverso la vista.
In quegli anni pensavo di dover imparare tecniche da insegnare e che cosa significasse non vedere. In realtà stavo imparando qualcosa di diverso: che una persona non può essere definita da ciò che le manca.
Il bambino che nasce senza la vista non è semplicemente un bambino privo di un senso. È un bambino che costruisce il proprio rapporto con la realtà attraverso modalità diverse, facendo affidamento sulle informazioni che arrivano dagli altri canali sensoriali. Per farlo ha bisogno di tempo, di fiducia e di adulti capaci di accompagnarlo senza sostituirsi a lui. Questa è stata una delle lezioni più importanti del mio percorso professionale.

Noi adulti fatichiamo ad attendere. Davanti alla difficoltà siamo spesso tentati di intervenire subito, di fare al posto dell’altro, di proteggerlo dalla frustrazione. Le intenzioni sono buone, ma il rischio è grande: sottrarre esperienze fondamentali alla crescita. Ogni conquista dell’autonomia nasce infatti dall’esperienza concreta e partecipata. Nasce dai tentativi, dagli errori e dalle strategie che si costruiscono nel tempo. Se una persona non può provare, sbagliare, riprovare e trovare una propria soluzione, rischia di conoscere il mondo solo in modo astratto, senza poterlo davvero fare proprio.
Nel corso degli anni ho incontrato molte persone con cecità o grave ipovisione. Ognuna mi ha insegnato qualcosa di diverso. Alcune privilegiavano l’ascolto, altre l’esplorazione tattile, altre ancora costruivano strategie personali che non avrei mai immaginato. È stato allora che ho compreso una verità tanto semplice quanto essenziale: la cecità non rende le persone uguali tra loro. Ogni persona resta un individuo unico, con il proprio carattere, la propria storia, i propri desideri, le proprie paure, i propri talenti e le proprie modalità di apprendimento. La disabilità può influenzare il modo di vivere e di relazionarsi al mondo, ma non può esaurire l’identità di una persona.
Per questo ho imparato a diffidare delle risposte preconfezionate e degli approcci esclusivamente tecnici. Le competenze sono indispensabili, ma non bastano. Nessuna tecnica può sostituire l’ascolto, l’osservazione e la disponibilità a lasciarsi guidare dalla persona che abbiamo davanti.
Ancora oggi considero questo il fondamento del mio lavoro: non partire da ciò che penso sia giusto per l’altro, ma cercare di comprendere come quella specifica persona costruisce il proprio rapporto con il mondo. Sono io che continuo a imparare.

Oggi, lavorando spesso con le persone per le strade delle città, per sostenerle nella loro autonomia nella mobilità e quindi nel muoversi in sicurezza negli spazi urbani, mi capita di osservare l’incredulità di molte persone vedenti davanti alla possibilità che una persona cieca si muova da sola in un ambiente affollato, pericoloso e ricco di insidie.
Questa incredulità apre spesso uno spazio di riflessione. Col tempo ho capito che deriva, in molti casi, da una difficoltà nel mettersi nella prospettiva dell’altro: cioè nell’immaginare che, senza la vista, sia comunque possibile agire, orientarsi e costruire una propria autonomia attraverso gli altri sensi e attraverso strategie apprese nel tempo.
Chi vede, infatti, tende spesso a immedesimarsi in modo totale nella condizione della cecità, arrivando a pensare: “io, senza la vista, non riuscirei a fare nulla”. È una reazione comprensibile, ma che rischia di diventare un limite, perché trasforma una difficoltà immaginata in un’impossibilità assoluta.
Eppure, sostenendo ogni giorno queste persone, osservandole, rimanendo un passo dietro a loro e soprattutto ascoltandole, ciò che emerge è una realtà molto diversa. Le persone cieche costruiscono modalità alternative di conoscenza e di azione, sviluppano strategie efficaci, possono vivere esperienze piene di autonomia e di relazione, possono raggiungere il loro massimo grado di autonomia, ognuna diversa dall’altra e possono vivere, allo stesso tempo, frustrazioni, rabbia e tristezza come ogni persona al mondo.
Questo non significa negare la complessità e la fatica della quotidianità senza il supporto della vista. Questo rimane il senso per eccellenza della sintesi, con cui ci si approccia al mondo e su cui si fa affidamento per la conoscenza e per tutte le azioni della vita. Significa però riconoscere che esistono molte più possibilità di quelle che, dall’esterno, si è portati a immaginare.
Con il tempo, questa esperienza ha rafforzato in me una convinzione: accanto al lavoro sull’autonomia, è altrettanto importante lavorare sullo sguardo di chi osserva. Perché il modo in cui si guarda la disabilità può aprire o chiudere lo spazio di ciò che si ritiene possibile. Perché prima della cecità, prima della disabilità, prima di qualsiasi etichetta, c’è sempre una persona. Ed è da lì che ogni autentico percorso di crescita, autonomia e inclusione dovrebbe avere inizio.

*Pedagogista e tecnico dell’orientamento, della mobilità e dell’autonomia personale nell’àmbito della disabilità visiva.

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Persone che cercano di emergere fra pari e persone che si confrontano con le realtà circostanti

15 Giugno 2026 - 6:26pm

«Alla luce delle numerose interviste che ho condotto e che tuttora conduco nella mia rubrica “Interviste Inclusive” – scrive Marco Farina -, ho notato che la tendenza è quella di dividersi in due tipologie di persone: una che cerca di emergere fra pari e l’altra che si confronta con le realtà circostanti. Potremmo dunque dire che anche la disabilità è contraddistinta da diversi punti di vista, legati alla formazione e alle storie di vita differenti» “Facets of Rainbow” (“Sfaccettature dell’arcobaleno”)

Ho letto con attenzione l’editoriale di Filippo Visentin pubblicato nei giorni scorsi da Superando con il titolo Il vicolo cieco della visibilità: se i media scelgono quale disabilità raccontare e personalmente l’ho visto diviso a metà, con una prima parte generale e la seconda che entra maggiormente nel particolare. Mi riferisco ovviamente all’episodio citato, relativo alla lezione tenuta all’interno di un corso di formazione dedicato ai temi della disabilità e dei diritti in cui sono emersi tanti stereotipi positivi e negativi, frutto talvolta di una comunicazione distorta da parte dei media e, in altri casi, da una cattiva educazione familiare.
Alla luce delle numerose interviste che ho condotto e che tuttora conduco nella mia rubrica Interviste Inclusive, ho notato che la tendenza è quella di dividersi in due tipologie di persone: una che cerca di emergere fra pari e l’altra che si confronta con le realtà circostanti. Nel primo caso sarà probabilmente più facile emergere perché si parte tutti dallo stesso punto e verrà eletto “il migliore fra i diversi”. Nel secondo caso, invece, quello più inclusivo, ci sarà il tentativo, più o meno riuscito, di confrontarsi con la realtà che ci circonda, irta di ostacoli e difficoltà da superare, che però forgiano il carattere e spingono la persona oltre i propri limiti.
Potremmo dunque dire che anche la disabilità è contraddistinta da diversi punti di vista, legati alla formazione e alle storie di vita differenti. In altre parole dico che purtroppo – o chissà, in alcuni casi per fortuna -, riusciamo a distinguerci in vari tipi di categorie e sottocategorie ed è tutto legato non solo al modo in cui i media raccontano la realtà, ma anche di come la realtà stessa sia lo specchio, talvolta attraverso i ragazzi, altre volte per motivi diversi, di un messaggio che nel tragitto tra mittente e destinatario smarrisce la sua autenticità.
Ad ogni modo, stiamo parlando di un mondo diverso, che sta tentando di sdoganare definitivamente questi argomenti, con scelte talvolta editoriali, estetiche, provocatorie, come una sorta di DisHollywood, mix fra verità e finzione, che però qualcosa semina, in attesa che germogli.

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Un’esperienza completa da allenatore e dirigente di calcio anche per persone con disabilità visiva

15 Giugno 2026 - 5:42pm

Un esempio concreto di come accessibilità e videogiochi possano convivere, offrendo un’esperienza inclusiva e coinvolgente per tutti gli appassionati di calcio manageriale: è “AI Manager”, videogioco calcistico manageriale progettato dal socio dell’Associazione APRI Alessandro Albano con una forte attenzione all’accessibilità

È l’APRI di Torino (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti) a segnalare AI Manager, videogioco calcistico manageriale progettato dal proprio socio Alessandro Albano con una forte attenzione all’accessibilità.
Si tratta di un gioco che nasce con l’obiettivo di permettere anche alle persone con disabilità visiva di vivere un’esperienza completa da allenatore e dirigente sportivo. Esso consente infatti di creare una nuova carriera manageriale, scegliere tra oltre 700 squadre, gestire un database con più di 19.000 calciatori, nonché guidare il proprio club verso vittorie e successi.
«AI Manager – dicono dall’APRI – rappresenta un esempio concreto di come accessibilità e videogiochi possano convivere, offrendo un’esperienza inclusiva e coinvolgente per tutti gli appassionati di calcio manageriale». (S.B.)

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Accessibilità dei musei: non un adempimento, ma un principio strutturale

15 Giugno 2026 - 5:25pm

Verranno presentati il 23 giugno a Milano i primi risultati di una ricerca promossa dall’Associazione Abbonamento Musei, che ha coinvolto 330 musei tra Lombardia e Piemonte, nelle Province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola, indagine che rappresenta uno dei più ampi tentativi di mappatura dedicati all’accessibilità museale in un territorio vasto e articolato, con l’obiettivo non solo di raccogliere dati, ma di costruire una base di conoscenza utile a orientare interventi concreti e politiche culturali più inclusive

Un museo può dirsi davvero accessibile se una persona con disabilità incontra ostacoli lungo il percorso di visita? E quanto sono accoglienti i luoghi della cultura per le famiglie con bambini nella fascia 0-6 anni? Sono alcune delle domande al centro di una ricerca promossa dall’Associazione Abbonamento Musei nell’àmbito dei programmi strategici di Fondazione Cariplo Anita – L’infanzia prima e Destinazione Autonomia, che ha coinvolto 330 musei tra Lombardia e Piemonte, nelle Province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola. I primi risultati saranno presentati il 23 giugno prossimo nel Salone d’Onore della Triennale Milano, durante l’incontro denominato Il museo che accoglie: scenari e sfide dell’accessibilità nei luoghi della cultura, una giornata di studio e confronto dedicata a comprendere come rendere gli spazi culturali più inclusivi e partecipati (a questo link è disponibile il programma completo).
L’indagine rappresenta dunque uno dei più ampi tentativi di mappatura dedicati all’accessibilità museale in un territorio vasto e articolato. L’obiettivo non è soltanto raccogliere dati, ma costruire una base di conoscenza utile a orientare interventi concreti e politiche culturali più inclusive.

Ad aprire i lavori, il 23 giugno, saranno Carla Morogallo, direttrice generale di Triennale Milano, e Alberto Garlandini, presidente dell’Associazione Abbonamento Musei. La ricerca verrà introdotta da Cinzia Portelli, responsabile di Lombardia e Sviluppo AM Family di Abbonamento Musei, che illustrerà obiettivi e metodologia del percorso avviato nell’ambito dei due programmi strategici sostenuti da Fondazione Cariplo. Seguirà l’intervento di Elena Pessina, responsabile per lo sviluppo dei progetti in Lombardia di Abbonamento Musei, che presenterà la risposta dei musei al sondaggio e offrirà una prima fotografia del livello di partecipazione registrato dall’indagine.

Uno dei focus principali riguarda i bambini da 0 a 6 anni, una fascia d’età spesso poco considerata nella progettazione culturale. Attraverso il citato programma Anita – L’infanzia prima, la ricerca analizza bisogni, esperienze e pratiche sviluppate dai musei per accogliere le famiglie con bambini piccoli, evidenziando opportunità e criticità.
A presentare questa parte dell’indagine saranno Paola Borrione, presidente della Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura, insieme a Giulia Avanza e Camilla Lo Schiavo, che illustreranno i dati raccolti e le esperienze emerse dai territori.
L’attenzione alla prima infanzia rappresenta oggi una delle frontiere più innovative delle politiche culturali. Numerosi studi dimostrano infatti come l’accesso precoce alla cultura possa favorire lo sviluppo cognitivo, relazionale ed emotivo dei bambini, contribuendo a ridurre le disuguaglianze educative fin dai primi anni di vita.

L’altro grande tema affrontato dalla ricerca riguarda l’accessibilità per le persone con disabilità, rispetto alla quale non si tratta soltanto di eliminare gli ostacoli architettonici, ma di ripensare l’intera esperienza museale secondo i princìpi del design universale, affinché spazi, contenuti e servizi possano essere fruiti dal maggior numero possibile di persone. A questo tema sarà dedicato l’intervento della museologa ed esperta di accessibilità Maria Chiara Ciaccheri.
Negli ultimi anni, del resto, il concetto di accessibilità si è progressivamente ampliato fino a comprendere dimensioni fisiche, sensoriali, cognitive e relazionali. Un museo accessibile, infatti, non è soltanto un luogo in cui si entra senza ostacoli, ma uno spazio in cui ogni visitatore può comprendere, partecipare e sentirsi accolto.

L’incontro del 23 giugno si concluderà con una riflessione sulle prospettive future dei programmi strategici Anita e Destinazione Autonomia. Andrea Rebaglio, direttore dell’Area Attività Filantropiche Trasversali di Fondazione Cariplo, illustrerà scenari e sviluppi delle iniziative, evidenziando il ruolo della cultura come strumento di inclusione sociale e partecipazione.
Le conclusioni saranno affidate a Simona Ricci, direttrice dell’Associazione Abbonamento Musei.

Questa ricerca arriva in un momento in cui il tema dell’accessibilità culturale occupa un posto sempre più centrale nel dibattito pubblico. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce infatti il diritto alla partecipazione alla vita culturale in condizioni di uguaglianza con gli altri cittadini. Allo stesso modo, le più recenti politiche educative sottolineano l’importanza di garantire ai bambini opportunità culturali accessibili fin dalla prima infanzia.
In questo contesto, la mappatura promossa dall’Associazione Abbonamento Musei e dalla Fondazione Cariplo assume un valore che va oltre il settore museale. I dati raccolti, infatti, non raccontano soltanto quanto siano accessibili i luoghi della cultura, ma offrono una misura della capacità delle comunità di includere persone con caratteristiche, bisogni ed esperienze differenti.
La sfida che emerge è chiara: passare dall’accessibilità come adempimento all’accessibilità come principio strutturale. Perché un museo che accoglie davvero non elimina soltanto le barriere, ma riconosce la diversità come parte integrante della propria missione culturale e sociale.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Per ulteriori informazioni sull’incontro del 23 giugno a Milano: maralinda.degiovanni@ddlstudio.net (Mara Linda Degiovanni).

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Valentina Bazzani: una ribelle con le ali ai piedi

15 Giugno 2026 - 4:48pm

Giornalista, autrice, comunicatrice, Valentina Bazzani ha trasformato la propria esperienza in uno strumento di riflessione, senza mai permettere che la disabilità diventasse l’unica chiave di lettura della propria identità. C’è un tema che ne attraversa tutta l’esperienza ed è quello del riconoscimento: essere viste, ascoltate e considerate per ciò che si è realmente. Non persone eccezionali da ammirare, né soggetti fragili da proteggere, ma cittadini, professionisti, donne con desideri, aspirazioni e progetti Valentina Bazzani

Non ama essere raccontata come un esempio di coraggio. E forse è proprio da qui che bisogna partire per raccontare Valentina Bazzani.
Giornalista veronese, autrice, comunicatrice e oggi impegnata nel settore della promozione artistica e dell’organizzazione di eventi, Valentina è una di quelle persone che hanno scelto di trasformare la propria esperienza in uno strumento di riflessione, senza mai permettere che la disabilità diventasse l’unica chiave di lettura della propria identità.
«Sono soddisfatta della mia vita e del mio lavoro», mi dice. La sua voce è pacata e mi ispira una grande serenità. Una soddisfazione la sua, che però non ha nulla di casuale o di scontato. Dietro ai traguardi raggiunti ci sono anni di impegno, studio, determinazione, ma anche difficoltà e delusioni. Porte chiuse in faccia, occasioni negate, silenzi che spesso fanno più rumore di un rifiuto esplicito. Esperienze che molte persone con disabilità conoscono bene e che Valentina non nasconde, pur senza lasciarsene definire.

La sua storia professionale è legata alla comunicazione. Laureata in Giornalismo e iscritta all’Ordine, ha successivamente completato anche un percorso triennale in counseling professionale, un’esperienza che le ha permesso di approfondire l’ascolto e di esplorare più da vicino le dinamiche legate alle relazioni umane. Nel corso degli anni ha collaborato con enti pubblici, associazioni, uffici stampa, testate giornalistiche e realtà culturali, occupandosi di comunicazione digitale, organizzazione di eventi e creazione di contenuti.
Fin da giovanissima ha sentito il bisogno di scrivere e raccontare. Lo ha fatto attraverso articoli, libri, interventi pubblici e, più recentemente, attraverso i social network, diventati uno spazio in cui continuare a proporre riflessioni e stimolare confronti.
Nel 2020, durante il lockdown, ha dato vita anche alla rubrica online Quattro chiacchiere con…, che nel tempo si è trasformata in un luogo di incontro con artisti, scrittori, musicisti, attori e protagonisti della cultura italiana. Un progetto che racconta bene la sua curiosità verso le persone e le loro storie.

Tra le sue opere più note vi è Quattro ruote e tacco 12, un libro che sfugge alle definizioni tradizionali. Non si tratta infatti di una semplice autobiografia, ma di una raccolta di pensieri, racconti, poesie e riflessioni che affrontano temi come l’identità, la femminilità, l’autonomia e il desiderio di essere riconosciuti per ciò che si è.
Il messaggio che ne attraversa le pagine è chiaro: una donna con disabilità è prima di tutto una donna. Può sembrare un’affermazione ovvia, ma non sempre lo è nella realtà quotidiana. Ancora oggi, infatti, molte donne con disabilità si trovano a dover combattere contro uno sguardo sociale che tende a vedere la condizione di disabilità prima della persona, e la persona prima della donna.

All’insegna dell’ironia: una delle vignette pubblicate nel web da Valentina Bazzani

È proprio questo uno dei temi che Valentina continua a portare avanti con convinzione. Non una battaglia combattuta attraverso slogan, ma attraverso il racconto delle esperienze concrete, delle relazioni, delle aspettative e dei pregiudizi che ancora accompagnano la vita di tante persone.
Tra le pagine del suo libro, impreziosito anche dalla prefazione del noto musicista Giovanni Allevi (la si può leggere a questo link) alle cui parole si ispira anche il titolo del presente contributo, emerge un’ulteriore riflessione particolarmente significativa: in uno dei testi raccolti nel volume, la malattia viene descritta come «un’inquilina scomoda entrata nella sua vita senza chiedere permesso». Una presenza che Valentina chiama semplicemente Lei, capace di cambiare molte cose, di sottrarre opportunità e imporre limiti, ma non di cancellare la libertà più importante: quella di scegliere come vivere [il brano “Lei” si può leggere integralmente a questo link, N.d.R.].
«Se anche lei ha cambiato la mia vita, sono io che posso decidere come gestirla», scrive. Una frase che restituisce bene il senso del suo percorso. Non l’attesa di una soluzione miracolosa, né la retorica del “volere è potere” e di tanto pensiero positivo, ma la ricerca quotidiana di uno spazio di autodeterminazione dentro una condizione che non ha scelto.
Anche sui social media, accanto a riflessioni personali, pubblica infatti vignette e contenuti ironici che raccontano episodi della vita quotidiana delle persone con disabilità. L’ironia diventa così uno strumento per smontare stereotipi, evidenziare contraddizioni e mostrare quanto spesso siano i pregiudizi, più che le condizioni individuali, a creare ostacoli.

Nel corso degli anni il suo lavoro ha avuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Menzione Speciale Genio della Donna del Premio Giornalistico Nazionale UCSI (Unione Cattolica della Stampa Italiana) nel 2023 e i riconoscimenti ottenuti negli e-contest promossi da SuperAbile INAIL. Traguardi che testimoniano la qualità del suo impegno professionale e culturale.
Durante la nostra conversazione è emerso con forza un tema che attraversa tutta la sua esperienza: quello del riconoscimento. Essere viste, ascoltate e considerate per ciò che si è realmente. Non persone eccezionali da ammirare, né soggetti fragili da proteggere, ma cittadini, professionisti, donne con desideri, aspirazioni e progetti.
E forse è proprio questa la lezione più interessante che emerge dalla storia di Valentina Bazzani. Non l’idea di una vita senza difficoltà, ma quella di una vita costruita giorno dopo giorno, con fatica e determinazione, senza rinunciare alla propria identità. Una vita che rivendica il diritto di essere raccontata nella sua interezza, al di là delle etichette. Perché, come ci ricorda il titolo del suo libro, una persona può muoversi su quattro ruote e continuare a scegliere liberamente anche il proprio tacco 12.

A questo link è disponibile una nota biografica di Valentina Bazzani, a quest’altro link il testo della sua poesia Dolcissimo vivere.

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Un Master di Secondo Livello in Pedagogia della Sordità

15 Giugno 2026 - 2:02pm

Un percorso teorico-pratico sulle conoscenze specifiche della riabilitazione della sordità infantile in àmbito pedagogico: è la proposta del Primo Master di Secondo Livello in Pedagogia della Sordità avviato dall’Università degli Studi dell’Insubria, in collaborazione con la FAV (Fondazione Audiologica Varese) e con il Servizio di Audiovestibologia dell’ASST Sette Laghi, iniziativa già da noi segnalata qualche mese fa e per le quale le iscrizioni sono aperte fino al 17 luglio

Sono aperte le iscrizioni al Primo Master di Secondo Livello in Pedagogia della Sordità avviato dall’Università degli Studi dell’Insubria, in collaborazione con la FAV (Fondazione Audiologica Varese) e con il Servizio di Audiovestibologia dell’ASST Sette Laghi, iniziativa già da noi segnalata qualche mese fa.
Si tratta di un percorso teorico-pratico sulle conoscenze specifiche della riabilitazione della sordità infantile in àmbito pedagogico, iniziativa rivolta a laureati e laureate in possesso di Laurea Specialistica in Scienze Pedagogiche, oppure Laurea Specialistica in Programmazione e Gestione dei Servizi Educativi, o ancora del Corso di Laurea Magistrale quinquennale a Ciclo Unico in Scienze della Formazione Primaria. Aperto a un massimo di 30 studenti/studentesse, il Master si protrarrà per 12 mesi con inizio indicativamente nel prossimo mese di settembre e le iscrizioni saranno aperte fino al 17 luglio.
Dal canto suo, la Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano ha messo a disposizione alcune borse di studio e facilitazioni per l’alloggio di studenti fuori sede a copertura parziale della quota di partecipazione (per informazioni: attivita@pioistitutodeisordi.org). (S.B.)

Ringraziamo l’Associazione InCerchio per la collaborazione.

Per tutte le informazioni di dettaglio e per scaricare il bando, accedere a questo link.

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Genova diventerà il 18 giugno la capitale del turismo inclusivo e accessibile

15 Giugno 2026 - 1:38pm

Il 18 giugno prossimo, approderà a Genova il confronto internazionale sul tema “Destinazioni turistiche inclusive e smart: strategie per l’innovazione”, con la partecipazione di rappresentanti delle Istituzioni europee e nazionali, organismi internazionali, mondo associativo, operatori del settore ed esperti impegnati nella promozione del diritto al turismo per tutte e tutti. A organizzare l’evento l’ENAT, la Rete Europea per il Turismo Accessibile, AccessibleEU, struttura dell’Unione Europea e l’Associazione AISM Si terrà presso l’Acquario di Genova l’incontro internazionale del 18 giugno dedicato al turismo inclusivo e accessibile

Il 18 giugno prossimo, la città di Genova diverrà “la capitale del turismo inclusivo e accessibile”, se è vero che in quella giornata approderà nel capoluogo della Liguria il confronto internazionale su tali temi denominato Destinazioni turistiche inclusive e smart: strategie per l’innovazione, con la partecipazione di rappresentanti delle Istituzioni europee e nazionali, organismi internazionali, mondo associativo, operatori del settore ed esperti impegnati nella promozione del diritto al turismo per tutte e tutti.
Ospitato presso l’Acquario di Genova (Porto Antico, Ponte Spinola 16), l’evento sarà dunque una preziosa occasione di dialogo e confronto sui temi dell’accessibilità, dell’inclusione e dell’innovazione nel turismo, il tutto con l’organizzazione dell’ENAT, la Rete Europea per il Turismo Accessibile, insieme ad AccessibleEU, il Centro dell’Unione Europea dedicato alla promozione dell’accessibilità e all’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla).

Come detto, interverranno per l’occasione rappresentanti della Commissione Europea, di UN Tourism, l’organizzazione mondiale del Turismo, delle città premiate da European Capitals of Tourism, iniziativa dell’Union Europea volta a premiare le pratiche turistiche smart e sostenibili nel nostro Continente, oltreché del Ministero del Turismo, del Ministero per le Disabilità, della Regione Liguria, del Comune di Genova e delle principali organizzazioni impegnate nella promozione del turismo accessibile a livello europeo e internazionale.
Al centro dei lavori vi sarà segnatamente la costruzione di destinazioni sempre più accessibili e inclusive, capaci di garantire a tutte le persone il pieno esercizio del diritto alla mobilità, alla cultura e all’esperienza turistica.

Alle ore 11 del 18 giugno sarà altresì previsto un punto stampa con Anna Grazia Laura, presidente dell’ENAT; Igor Stefanovic, rappresentante di UN Tourism; Luca Lombardi, assessore al Turismo della Regione Liguria; Tiziana Beghin, assessora al Turismo del Comune di Genova; Mario Alberto Battaglia, direttore generale dell’AISM. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’evento, per partecipare al quale è obbligatoria la registrazione (tramite questo link). Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbarerba@gmail.com.

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Accompagnamento al Lavoro e disabilità: il rischio dell’inclusione apparente e la sfida del lavoro vero

15 Giugno 2026 - 1:07pm

«I SAL (Servizi di Accompagnamento al Lavoro) possono essere una risposta all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità – scrive Massimo Rolla in questo suo approfondimento – solo se sono orientati al lavoro vero, se dialogano con il collocamento mirato, se accompagnano anche le imprese, se misurano i risultati e se non si accontentano di percorsi senza sbocco. Altrimenti rischiano di diventare un’altra tappa dell’emarginazione, magari più gentile, più organizzata, più istituzionale, ma pur sempre emarginazione»

Il tema dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità continua ad essere uno dei banchi di prova più importanti per misurare la reale capacità del nostro sistema di trasformare i diritti in opportunità concrete. Non basta, infatti, affermare il diritto al lavoro. Non basta richiamare la Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili). E non basta nemmeno parlare, genericamente, di collocamento mirato. Occorre chiedersi se gli strumenti che abbiamo siano davvero in grado di accompagnare le persone verso un lavoro dignitoso, stabile, coerente con le loro competenze e non ridotto a esperienza occasionale, assistenziale o meramente simbolica.
In questo quadro, i SAL, i Servizi di Accompagnamento al Lavoro, possono rappresentare una risposta importante. Ma occorre essere chiari: non sono la soluzione. Possono essere una soluzione, se inseriti dentro un sistema più ampio, integrato e orientato agli esiti. Se invece restano un percorso separato, non collegato in modo stabile al collocamento mirato, ai Centri per l’Impiego, ai servizi sociali e sanitari, alla formazione professionale e al mondo produttivo, rischiano di diventare l’ennesimo luogo intermedio nel quale la persona con disabilità viene presa in carico, accompagnata, osservata, ma non realmente inclusa.

In direzione virtuosa si colloca anche una recente iniziativa istituzionale che merita attenzione. L’Assemblea del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) ha approvato un Disegno di Legge presentato dal proprio consigliere Vincenzo Falabella (anche presidente della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che interviene sull’articolo 1 del Decreto Legislativo 151/15, con l’obiettivo di rafforzare gli accordi territoriali per l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità [se ne legga già anche su queste pagine, N.d.R.].
Tale proposta punta a rendere più efficace il collegamento tra scuola, formazione, servizi per l’impiego e imprese, favorendo percorsi personalizzati di inserimento lavorativo e una transizione più fluida dalla scuola al lavoro. Al centro del provvedimento vi è il potenziamento della collaborazione tra istituzioni, parti sociali, Terzo Settore e sistema produttivo locale, nella consapevolezza che il collocamento mirato possa esprimere pienamente la propria funzione solo quando opera all’interno di una rete stabile e coordinata.
Si tratta certamente di un passo significativo perché riconosce che l’inclusione lavorativa non dipende da un singolo intervento, ma dalla capacità di costruire percorsi continui e condivisi, riducendo il divario che ancora oggi separa molti giovani con disabilità dall’accesso a un’occupazione stabile, qualificata e coerente con le proprie competenze.
«Il Disegno di Legge approvato al CNEL – ha commentato Falabella in sede di presentazione dello stesso -, è un altro passo in avanti per rendere il sistema Paese sempre più rispondente ai bisogni delle cittadine e dei cittadini con disabilità, intervenendo su uno dei nodi più critici: la transizione dalla scuola al lavoro. L’intervento legislativo mira infatti a sanare quello che viene definito un vero e proprio “baratro inclusivo”, ovvero quella fase critica in cui, conclusa la scuola, molti giovani e le loro famiglie si ritrovano privi di strumenti adeguati all’accesso all’occupazione».

Il lavoro, dunque, per una persona con disabilità, non può essere pensato come concessione, favore o semplice adempimento normativo. All’articolo 27 (Lavoro e occupazione), la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità parla del diritto al lavoro in un mercato e in un ambiente lavorativo aperto, inclusivo e accessibile. È un passaggio decisivo, perché sposta l’attenzione dalla mera occupazione alla qualità dell’inclusione. Non si tratta infatti soltanto di “mettere al lavoro” una persona, ma di consentirle di partecipare alla vita professionale con dignità, possibilità di crescita, relazioni paritarie e riconoscimento delle proprie capacità.
Anche la già citata Legge 68/99, spesso letta in maniera riduttiva come “disciplina delle quote di riserva”, nasce in realtà con un’impostazione molto più avanzata. Il collocamento mirato non è una semplice procedura amministrativa, è, o dovrebbe essere, un insieme di strumenti tecnici e di supporto che consentano di valutare adeguatamente le capacità lavorative della persona e di inserirla nel posto più adatto, attraverso analisi delle mansioni, forme di sostegno, azioni positive e soluzioni dei problemi connessi agli ambienti, agli strumenti e alle relazioni di lavoro.
Qui si colloca il possibile valore dei SAL. La loro funzione migliore è quella di fare da ponte tra la persona e il mondo del lavoro, evitando che l’inserimento sia lasciato al caso, alla disponibilità del singolo datore o alla sola logica dell’obbligo assunzionale. Un buon servizio di accompagnamento al lavoro dovrebbe conoscere la persona, comprenderne competenze, aspettative, limiti, autonomie, desideri, bisogni di supporto e condizioni di contesto. La disabilità, da sola, non dice quasi nulla sulla mansione giusta. In altre parole, non basta conoscere una diagnosi o una percentuale di invalidità. Occorre conoscere la persona.

Questo è un punto centrale. Troppo spesso, infatti, i percorsi di inserimento lavorativo vengono costruiti intorno a categorie: disabilità fisica, intellettiva, psichica, sensoriale, invalidità civile, Legge 104, percentuale, certificazione. Sono elementi importanti, ma non sufficienti. Due persone con la stessa diagnosi possono avere competenze, autonomie, desideri e difficoltà completamente differenti. Il collocamento mirato diventa realmente tale solo quando riesce a superare la logica della scheda e ad arrivare alla progettazione individualizzata.
Allo stesso tempo, però, non basta lavorare sulla persona. Bisogna lavorare anche sull’impresa. Questo è forse uno degli aspetti più trascurati. Spesso si pensa che sia la persona con disabilità a doversi preparare al lavoro, adattare al contesto, dimostrare di essere pronta. Ma l’inclusione richiede anche aziende preparate, tutor formati, colleghi sensibilizzati, mansioni ben analizzate, ambienti accessibili, tecnologie adeguate, flessibilità organizzativa e capacità di gestire eventuali criticità.
Un inserimento lavorativo può fallire non perché la persona “non è adatta”, ma perché il contesto non è stato preparato. Può fallire perché la mansione non è stata pensata correttamente, perché il tutor aziendale non è stato formato, perché i colleghi non hanno compreso il senso dell’inserimento, perché non sono stati previsti accomodamenti ragionevoli, perché nessuno ha mediato nei primi momenti di difficoltà. In questi casi non fallisce la persona. Fallisce il sistema.
Per questo i SAL possono essere utili solo se assumono una funzione dinamica: non semplici gestori di tirocini o borse lavoro, ma soggetti capaci di costruire percorsi, accompagnare le imprese, monitorare gli inserimenti e intervenire quando emergono problemi. Il momento decisivo, infatti, non è soltanto l’avvio dell’esperienza lavorativa. È la tenuta nel tempo. L’inclusione non si misura il primo giorno, ma dopo sei mesi, dopo un anno, quando la persona è ancora lì, riconosciuta come lavoratrice, integrata nel gruppo e messa nelle condizioni di esprimere il proprio potenziale.
Il rischio da evitare, quindi, è quello della “zona grigia” tra assistenza e lavoro. In molti territori esistono esperienze positive, costruite con professionalità e sensibilità. Ma esiste anche il rischio di percorsi che si susseguono senza sbocco: tirocini ripetuti, borse lavoro, attività temporanee, progetti che impegnano la persona ma non la conducono a un contratto, a una stabilità, a un riconoscimento professionale. In questi casi il sistema rischia di produrre inclusione apparente. La persona è coinvolta, ma resta ai margini del lavoro vero.
Per questo servono dati, monitoraggio e valutazione degli esiti. Non basta sapere quanti percorsi sono stati avviati. Bisogna sapere quanti si sono trasformati in rapporti di lavoro, quanti hanno avuto continuità, quanti hanno riguardato persone con maggiori necessità di sostegno, quanti hanno coinvolto il mercato ordinario, quanti hanno previsto accomodamenti ragionevoli, quanti sono stati interrotti e per quali ragioni. Senza questa analisi, ogni valutazione resta incompleta.
La domanda, allora, non dovrebbe essere solo «quante persone abbiamo preso in carico?», ma dovrebbe essere «quante persone abbiamo realmente accompagnato verso una vita lavorativa più autonoma, dignitosa e stabile?». Certo, una domanda più scomoda, ma anche più utile.

C’è poi un tema culturale che non può essere ignorato. Ancora oggi, in molte realtà, la persona con disabilità viene vista prima per il suo limite e solo dopo, forse, per le sue competenze. La quota d’obbligo viene percepita come peso, l’accomodamento ragionevole viene scambiato per privilegio e la flessibilità organizzativa viene vissuta come problema. Questa impostazione va ribaltata: l’inclusione lavorativa non è un atto di generosità, ma un investimento in capitale umano, giustizia sociale e qualità dell’organizzazione.
Naturalmente non bisogna cadere nell’errore opposto, cioè raccontare una retorica semplicistica secondo cui ogni inserimento è facile e ogni difficoltà dipende solo dal pregiudizio. Alcune situazioni richiedono sostegni importanti, tempi lunghi, mediazioni complesse, adattamenti significativi. Ma proprio per questo serve un sistema competente, non improvvisato. La complessità non giustifica l’esclusione, impone progettazione.

Per aiutare davvero le persone con disabilità a non essere emarginate nel mondo del lavoro occorrono pertanto almeno cinque condizioni.
La prima è una presa in carico personalizzata, capace di partire dalla persona e non dalla categoria. La seconda è il coinvolgimento attivo delle imprese, che devono essere accompagnate e formate, non solo chiamate a rispettare un obbligo. La terza è l’effettività degli accomodamenti ragionevoli, senza i quali il diritto al lavoro resta spesso formale. La quarta è il monitoraggio dopo l’inserimento, perché l’inclusione va seguita nel tempo. La quinta è la valutazione degli esiti, indispensabile per capire quali interventi funzionano e quali invece producono solo percorsi temporanei.
È in questa prospettiva che i SAL possono avere un ruolo significativo. Non come risposta salvifica, ma come parte di una filiera seria. Non come luogo separato dal lavoro, ma come strumento per arrivare al lavoro. Non come contenitore di fragilità, ma come laboratorio di competenze, relazioni e opportunità.
La vera sfida è passare dalla logica dell’inserimento alla logica dell’appartenenza. Inserire una persona significa farla entrare in un luogo. Farla appartenere significa riconoscerla come parte di quel luogo. Il diritto al lavoro delle persone con disabilità si gioca esattamente qui: non nella presenza formale, ma nella partecipazione reale.

Per questo la domanda iniziale — «i SAL sono la soluzione?» — merita una risposta prudente, ma positiva. I SAL possono essere una soluzione, ma solo se sono orientati al lavoro vero, se dialogano con il collocamento mirato, se accompagnano anche le imprese, se misurano i risultati e se non si accontentano di percorsi senza sbocco. Altrimenti rischiano di diventare un’altra tappa dell’emarginazione, magari più gentile, più organizzata, più istituzionale, ma pur sempre emarginazione.
Il lavoro, invece, dev’essere altro: riconoscimento, autonomia, relazione, cittadinanza. E ogni servizio pubblico, ogni impresa, ogni istituzione dovrebbe essere valutata anche da questo: dalla capacità di non lasciare le persone con disabilità ai margini, ma di costruire con loro un posto reale nella comunità produttiva e sociale. Il vero indicatore di efficacia di qualsiasi politica per l’inclusione non è infatti il numero delle prese in carico o dei progetti avviati, ma la capacità di generare appartenenza, autonomia e partecipazione. È lì che si misura la qualità di una società realmente inclusiva.

*Garante dei Diritti delle Persone con Disabilità della Regione Umbria; componente del Centro Studi Giuridici della FISH (Federazione Italiana per i Diritti dell4e Persone con Disabilità e Famiglie).

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Dieci anni di “Libri per tutti”: un libro in simboli è come una casa in cui tutti possono entrare

12 Giugno 2026 - 6:27pm

«Un libro in simboli è come una casa in cui tutti possono entrare»: è da questa visione che è nato “Libri per tutti”, progetto della Fondazione Paideia di Torino, sostenuto dalla Regione Piemonte, voluto per rispondere in particolare ai bisogni di coloro che vivono una condizione di fragilità comunicativa e linguistica, ma che in dieci anni è stato in grado di coinvolgere biblioteche, scuole, ospedali, ASL, associazioni e famiglie nella diffusione dei libri in simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) Bimbi fruitori del progetto “Libri per tutti”

«C’è un modo di leggere che non esclude nessuno. Un modo in cui le parole si accompagnano ai simboli, le storie diventano accessibili e ogni bambino/bambina può sentirsi parte del racconto»: è questa la visione da cui dieci anni fa è nato Libri per tutti, progetto della Fondazione Paideia di Torino, realizzato con il sostegno di Regione Piemonte, nato appunto nel 2016, per rispondere ai bisogni di tutti i lettori e le lettrici, e in particolare di coloro che vivono una condizione di fragilità comunicativa e linguistica, ma che è stato in grado di costruire nel tempo una rete viva e diffusa sul territorio, coinvolgendo biblioteche, scuole, ospedali, ASL, associazioni e famiglie, nella diffusione dei libri in simboli della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa).
«Oggi quella rete – sottolineano da Paideia – conta oltre 60 Enti partner, 135 scaffali dedicati e una stima di più di 9.000 libri distribuiti in tutto il Piemonte. Ma la crescita di Libri per tutti non si misura soltanto nei numeri: in questi anni, infatti, bibliotecari, insegnanti, operatori sanitari, educatori e famiglie hanno acquisito nuove competenze sulla CAA e sulla lettura multimodale, contribuendo a trasformare biblioteche, scuole e luoghi della cura in spazi sempre più accessibili e inclusivi. Ed è proprio la rete di questo nostro progetto ad averlo reso possibile, trasformando esperienze virtuose individuali in pratiche continuative e condivise sul territorio».

Per celebrare dunque il primo decennio di Libri per tutti e gli ottimi risultati ottenuti, ha preso il via l’omonima mostra itinerante, percorso aperto al pubblico che attraverserà biblioteche e spazi culturali piemontesi nel corso di questo 2026 e anche del 2027, dando vita a un viaggio fatto di storie, simboli e immagini, per raccontare come la lettura possa diventare uno spazio di partecipazione reale, condivisa e quotidiana. La mostra, infatti, invita i visitatori a entrare nel mondo della lettura multimodale e a scoprire come nasce un libro in simboli, ossia dall’incontro tra parola scritta, pittogrammi, illustrazioni, suoni e gesti. «Perché – come dicono da Paideia – un libro in simboli è come una casa in cui tutti possono entrare».

«In questo percorso di dieci anni – spiega Anna Peiretti, responsabile del progetto – abbiamo visto come un libro in simboli possa diventare un ponte. Non è solo uno strumento per chi ha fragilità comunicative, ma è un testo che parla a tutti, che rallenta il ritmo della lettura e permette a ogni bambino di abitare la storia. In questi anni, attraverso i libri in simboli e grazie alle persone che hanno preso parte al progetto, siamo riusciti a trasformare i contesti della lettura, le biblioteche, le scuole, ma anche i luoghi della cura. Siamo orgogliosi del cammino fatto, ma guardiamo anche al futuro, con l’obiettivo di costruire realmente una comunità in cui la cultura sia di tutti e ove tutti possano partecipare ad un’esperienza culturale».

Libri per tutti, va ricordato in conclusione è stato anche protagonista di un momento di confronto al recente Salone Internazionale del Libro di Torino, occasione per ripercorrere i risultati raggiunti insieme a istituzioni, bibliotecari, ricercatori e famiglie coinvolte nel percorso. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: lrondana@maybepress.it (Luna Rondana).

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Antonino Ruggeri, artista geniale, grande uomo di Sardegna, vero “vulcano in eruzione”

12 Giugno 2026 - 5:59pm

Scultore geniale che lavora tanti tipi di materiali, dal granito al legno, dal marmo alla pietra, merita certamente di essere conosciuto dai più Antonino Ruggeri, 80 anni, persona con disabilità visiva progressivamente peggiorata, uomo straordinario, con un amore unico per la sua Sardegna, vero “vulcano in eruzione” Antonino Ruggeri, con alcune sue opere

Antonino Ruggeri, anni 80, scultore, persona con disabilità visiva progressivamente peggiorata, un uomo straordinario sul quale mi soffermerò oggi in questo spazio dedicato all’arte. Di lui mi hanno parlato due persone diverse nel corso del tempo, ma per un motivo o per l’altro, ci siamo sentiti solo di recente.
La prima a parlarmi di questo artista sardo fu l’autrice dell’illuminante progetto online Occhio alla Voce, ossia Silvia Ferrari, pedagogista digitale, laureata in Scienze dell’Educazione, speaker specializzata in audiodescrizioni per non vedenti. In passato lei stessa lo aveva contattato e intervistato personalmente, essendo residente in Sardegna.
La seconda a parlarmi di questo grande uomo è stata una recente conoscenza, legata alla mia rubrica Interviste Inclusive, vale a dire la scultrice non vedente Antonella Bretschneider.
Dato che il tempo non è tantissimo e poi capirete il perché, io e l’artista di Assemini (Cagliari) abbiamo deciso di parlare al telefono, stabilendo le cosiddette “regole di ingaggio”. Antonino Ruggeri, infatti, è un uomo super impegnato, mai fermo e quando esegue un lavoro, sta già pensando ai prossimi. L’artista è geniale, lavora tanti tipi di materiali, dal granito al legno, dal marmo alla pietra, andando sul posto, come si fa in questi casi, per vedere come organizzarsi.

L’opera “Variegata umanità” di Antonino Ruggeri nasce da un tronco di leccio alto più di due metri, scolpito per l’Associazione Sant’Andrea di Assemini

È una persona molto spontanea, assai ricca di aneddoti e parlando con lui, ho avuto la sensazione di uno che da sempre avesse questa idea nel cassetto, anche quando aveva qualche grado di vista in più e svolgeva altri lavori.
La passione però, quella vera, prevale sempre. Infatti, in un bel giorno alla fine degli Anni Ottanta (quelli “magnifici” per tanti, compreso il sottoscritto), decise di “personalizzare un mattone”, rendendolo scultura. Stiamo parlando di un qualcosa di 60 centimetri e oggi lui esegue opere che sono alte più di 2 metri e distribuite, sovente donate, a conventi, ospedali e persone che lui ritiene speciali.
Stiamo parlando di un uomo generoso, che non disdegna entrare in profondità, quando si racconta, di una persona che affronta gli episodi della vita di petto e che non ha mai smesso di produrre, anche quando più recentemente, nel 2021, la sua vista e ulteriormente calata.
Come riferisce egli stesso, «magari qualcuno mi dà anche del pazzo, del folle, perché non mi conosce», chiosa sorridendo. «In verità sono un uomo dalle mille idee, che non sono solamente parole, ma diventano realtà concrete, visibili, tangibili e visitabili».
C’è un particolare che contraddistingue molte delle sue opere, ovvero descrizioni e poesie in sardo. «Questa scelta – racconta – è legata ad un amore unico per la nostra Sardegna, ma anche al fatto che, per motivi personali, fino ad una certa età non ho potuto parlare il sardo». Ma nessuno si preoccupi, Antonino ha abbondantemente recuperato, poiché nelle sue oltre mille opere, dal momento in cui ha iniziato, non ha più smesso di esprimersi in sardo. Ogni opera, infatti, è accompagnata da una poesia nella nostra lingua, scelta che rende fieri tutti quelli che la conoscono in giro per il mondo. Noi, del resto, siamo sparsi un po’ ovunque e, sapere che c’è qualcuno che in ogni sua scultura ci rende omaggio, è un onore, un grande piacere, ma sicuramente per lui un’ulteriore nota di merito.
Grazie Antonino per la persona che sei, un uomo di ieri, semplice, garbato, gentile, un vero vulcano in eruzione. Continua il tuo percorso con questo entusiasmo contagioso, noi saremo sempre con te!

Marco Farina
È scrittore di poesie, racconti, saggi e narrativa, divulgatore su YouTube di messaggi inclusivi, grazie alla rubrica Interviste Inclusive di cui è autore e ideatore e nella quale ha pubblicato fino 140 interviste, fra le più disparate, all’interno delle quali ho raccontato le vicende di amici ciechi e ipovedenti, persone con disabilità motorie, operatori del settore educativo e altri/altre che hanno avuto a che fare in un modo dell’altro con situazioni difficili nell’arco della loro vita.

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Investimenti strutturali, programmazione e valorizzazione delle competenze professionali: così si costruisce l’inclusione scolastica

12 Giugno 2026 - 5:23pm

«L’inclusione scolastica – scrivono dal Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati – non si costruisce attraverso scorciatoie formative, ma mediante investimenti strutturali, programmazione e valorizzazione delle competenze professionali. La scuola italiana dispone già di migliaia di docenti specializzati che attendono di poter mettere stabilmente a servizio degli alunni e delle alunne con disabilità il patrimonio di conoscenze e competenze acquisito ed è da queste professionalità che occorre ripartire»

Esprimiamo forte preoccupazione per le recenti scelte adottate in materia di formazione sul sostegno e per la persistente mancata attuazione di importanti aspetti del Decreto Legislativo 66/17, che avrebbe dovuto rappresentare il punto di svolta per una scuola realmente inclusiva. A distanza infatti di quasi dieci anni dall’approvazione di quel Decreto, restano ancora irrisolte questioni fondamentali quali il pieno raccordo tra scuola, servizi sanitari ed enti locali, la concreta realizzazione del Progetto di Vita degli alunni con disabilità, il monitoraggio della qualità dell’inclusione scolastica e il ruolo propulsivo dell’Osservatorio Ministeriale Permanente per l’Inclusione Scolastica.

In questo quadro, desta particolare preoccupazione la scelta di investire risorse ed energie in percorsi formativi straordinari affidati all’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), mentre continuano a rimanere irrisolti i problemi strutturali del sistema. Il rischio è quello di trasmettere l’idea che la specializzazione per il sostegno possa essere ridotta a un percorso semplificato, quando invece l’inclusione scolastica richiede competenze pedagogiche, didattiche, normative e relazionali altamente qualificate, costruite attraverso una formazione rigorosa e approfondita.
Il sostegno non può essere considerato una soluzione emergenziale né un settore nel quale sia possibile abbassare gli standard formativi. Gli alunni e le alunne con disabilità hanno diritto a docenti adeguatamente preparati, selezionati e formati secondo criteri di qualità che garantiscano competenze professionali solide e certificate.

Particolarmente contraddittorio appare altresì il ricorso a percorsi straordinari in una fase storica in cui gli ultimi dati ISTAT segnalano un costante aumento del numero di docenti specializzati sul sostegno. Cresce infatti la platea di professionisti che hanno investito anni di studio, formazione universitaria e tirocinio specialistico, ma che continuano a essere impiegati in condizioni di precarietà.
Si rischia così di generare un duplice effetto negativo: da una parte un progressivo aumento della disoccupazione e della precarizzazione dei docenti specializzati; dall’altra una svalutazione del percorso di specializzazione universitario che rappresenta oggi il principale presidio di qualità nella formazione degli insegnanti di sostegno.

È per tali ragioni, dunque, che chiediamo al Ministero dell’Istruzione e del Merito di riportare al centro del dibattito le finalità originarie del citato Decreto Legislativo 66/17, dando concreta attuazione alle disposizioni ancora trascurate e rilanciando una politica dell’inclusione fondata sulla qualità della formazione, sulla valorizzazione delle professionalità specializzate e sul rafforzamento degli strumenti di monitoraggio e coordinamento previsti dalla legge.
L’inclusione scolastica non si costruisce attraverso scorciatoie formative, ma mediante investimenti strutturali, programmazione e valorizzazione delle competenze professionali. La scuola italiana dispone già di migliaia di docenti specializzati che attendono di poter mettere stabilmente a servizio degli alunni e delle alunne il patrimonio di conoscenze e competenze acquisito. È da queste professionalità che occorre ripartire per garantire il diritto all’istruzione e alla piena inclusione degli studenti e delle studentesse con disabilità.

*collettivodocentispecializzati@gmail.com.

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La rappresentanza istituzionale italiana alla Conferenza dell’ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

12 Giugno 2026 - 5:01pm

«Dobbiamo passare da una visione legata al mero assistenzialismo al sostegno concreto delle capacità e del valore di ogni persona»: lo ha affermato la ministra per le Disabilità Locatelli nel suo discorso in seduta plenaria, durante la giornata di apertura della 19^ Conferenza degli Stati Parti per la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, tenutasi presso il Palazzo delle Nazioni Unite di New York, evento che ha visto la rappresentanza istituzionale italiana impegnata in una fitta agenda di incontri Foto di gruppo per la ministra Locatelli all’inaugurazione della mostra itinerante “Inclusion and Disability: The Solfagnano Charter ‘Nothing about us, without us’”, presso il Palazzo delle Nazioni Unite di New York

«Dobbiamo passare da una visione legata al mero assistenzialismo al sostegno concreto delle capacità e del valore di ogni persona. L’inclusione non è un costo, ma un investimento e serve l’impegno di tutti per invertire l’ordine delle priorità politiche nei nostri Paesi»: lo ha affermato la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli nel suo discorso in seduta plenaria, durante la giornata di apertura della diciannovesima Conferenza degli Stati Parti per la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (COSP19), tenutasi nei giorni scorsi presso il Palazzo delle Nazioni Unite di New York, come avevamo riferito sulle nostre pagine, un evento che, nonostante una serie di intralci causati da recenti decisioni dell’Amministrazione Trump, come avevamo ampiamente spiegato in altra parte del giornale, ha in ogni caso assunto un particolare rilievo istituzionale, coincidendo con il ventesimo anniversario dall’approvazione della Convenzione, avvenuta, com’è noto, nel 2006.
Proprio della Convenzione, nel suo discorso Locatelli ha ricordato alcuni princìpi fondamentali, oltre ai princìpi della Carta di Solfagnano, documento finale del G7 Inclusione e Disabilità tenutosi in Umbria nell’autunno del 2024. «Ma come sempre – sottolinea la Ministra – abbiamo portato, oltre alle parole, la concretezza delle attività svolte da tante realtà italiane. Quest’anno sono stati con noi a New York anche vari atleti del mondo paralimpico e di Special Olympics Italia [la componente nazionale del movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, N.d.R.] e agli eventi collaterali da noi promossi hanno partecipato moltissimi rappresentanti dei Paesi di tutto il mondo».

La partecipazione istituzionale dell’Italia alla Conferenza è stata aperta dunque dal taglio del nastro della mostra itinerante Inclusion and Disability: The Solfagnano Charter “Nothing about us, without us”, ispirata alla già citata Carta di Solfagnano, esposizione che ha già fatto tappa a Ginevra, Londra, Parigi e Berlino.
Nel giorno di apertura dei lavori, poi, Locatelli ha partecipato all’evento Advancing the enhanced EU Disability Strategy: Promoting inclusion, autonomy and supported decision making (“Promuovere un rafforzamento della Strategia Europea in materia di disabilità: favorire l’inclusione, l’autonomia e il supporto al processo decisionale”), organizzato dalla Presidenza di turno cipriota dell’Unione Europea, incontro durante il quale si sono chieste ai Paesi Membri dell’Unione «maggiori occasioni di confronto sulle politiche e sul rispetto dei diritti delle persone con disabilità».

Nella seconda giornata, invece, vi sono stati i due eventi collaterali organizzati dall’Italia, vale a dire I talenti sportivi nel Progetto di Vita e Il cambiamento di prospettiva: vedere le potenzialità e non i limiti anche attraverso le attività ricreative e sportive.
Il primo di essi è stato co-sponsorizzato dal Regno Unito e dall’IDA (International Disability Alliance) e ha visto la partecipazione, tra gli altri, degli atleti Veronica Plebani e Alessandro Brivio. Il secondo, invece, è stato co-sponsorizzato ancora dall’IDA e dalla Lega Araba e vi sono intervenuti, tra gli altri, gli atleti Dong Dong Camanni, Monica Boggioni e Federico Correzzola.
Al termine si è tenuta un’esibizione di danza paralimpica dell’Associazione Gabry Dance e diverse altre Associazioni italiane hanno mostrato ai partecipanti le attività ricreative e i prodotti da esse realizzate.

Nella giornata conclusiva della Conferenza, infine, Locatelli ha partecipato all’evento collaterale organizzato dalla Lega Araba, sul tema Resilient and inclusive societies: regional action to protect and empower persons with disabilities towards national implementation of the CRPD and enhanced civic engagement (“Società resilienti e inclusive: azioni regionali per proteggere e responsabilizzare le persone con disabilità in vista dell’attuazione a livello nazionale della Convenzione ONU e di un maggiore coinvolgimento civico”), nel corso del quale ha sottolineato l’intensa collaborazione tra il proprio Ministero e i Paesi della Lega Araba, per arrivare alla definizione di un Memorandum d’Intesa.

Da ricordare in conclusione che a margine dei lavori della Conferenza vi sono stati incontri bilaterali della rappresentanza italiana con il Regno Unito, il Canada, la Germania, il Qatar, la Giordania, l’IDA e una delegazione della Lega Araba. (S.B.)

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Si presenta al pubblico la scultura sonora ambientale vincitrice del primo “Premio Omero”

12 Giugno 2026 - 4:25pm

Verrà presentata il 14 giugno, presso il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, la scultura sonora ambientale “RMN” di Alberto Tadiello, opera vincitrice della prima edizione del “Premio Omero”, iniziativa voluta dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e dallo stesso Museo Omero, per sostenere e valorizzare pratiche artistiche contemporanee capaci di esplorare la dimensione multisensoriale e di promuovere forme di fruizione accessibili e inclusive La scultura sonora ambientale “RMN” di Alberto Tadiello, che ha vinto la prima edizione del “Premio Omero”

Nel pomeriggio del 14 giugno (ore 17), presso il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, verrà presentata al pubblico RMN di Alberto Tadiello, l’opera vincitrice della prima edizione del Premio Omero, voluto, quest’ultimo, dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e dallo stesso Museo Omero per sostenere e valorizzare pratiche artistiche contemporanee capaci di esplorare la dimensione multisensoriale e di promuovere forme di fruizione accessibili e inclusive.
«Realizzata nel 2005, RMN è una scultura sonora ambientale – come spiegano dal Museo Omero – che si fruisce attraverso la diffusione di suoni a basse frequenze che generano vibrazioni percepibili direttamente dal corpo. L’opera sollecita la propriocezione e instaura una relazione sensoriale diretta con il visitatore, superando la centralità della dimensione visiva e proponendo un’esperienza accessibile fondata sulla percezione fisica e spaziale. Il progetto è alimentato da un sistema collegato alla Rete Mareografica Nazionale, che traduce in tempo reale l’andamento delle maree in frequenze sonore. Le vibrazioni, emesse da subwoofer appositamente configurati, trasformano lo spazio espositivo in un ambiente dinamico e sensibile, in dialogo continuo con il contesto naturale circostante. L’opera, inoltre, stabilisce una relazione particolarmente significativa con il nostro Museo, ospitato presso la Mole Vanvitelliana di Ancona, isola artificiale situata nel porto e circondata dall’acqua. In questo contesto, infatti, RMN rende percepibili le variazioni dell’ambiente naturale, configurandosi come un sistema in costante trasformazione, in cui il visitatore diviene parte integrante dell’esperienza».
La Commissione che ha designato RMN quale opera vincitrice del primo Premio Omero l’ha giudicata come «una proposta artistica di elevato valore, capace di coniugare tecnologia e dimensione ambientale, contribuendo allo sviluppo di nuove prospettive nel campo dell’arte contemporanea e dell’accessibilità culturale».

All’incontro del 14 giugno, che coinciderà con l’ingresso permanente dell’opera nella collezione del Museo Omero, porterà i saluti istituzionali Marta Paraventi, assessora alla Cultura del Comune di Ancona e insieme all’artista Alberto Tadiello, interverranno Aldo Grassini, presidente del Museo Omero; Andrea Socrati, referente per l’accessibilità del museo; Daniela Vasta della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Saranno presenti inoltre Loretta Secchi del Museo Tattile di Pittura Antica e Moderna Anteros di Bologna; Guido Vettorel dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale; Giovanni Pittori, vicepresidente dell’ENS di Ancona (Ente Nazionale Sordi).

Da ricordare infine che nelle scorse settimane il Museo Omero ha ricevuto dal Ministero della Cultura l’incarico di provvedere anche alla realizzazione della seconda edizione del Premio, alla luce dell’eccellente riscontro ottenuto dalla prima edizione dello stesso. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: redazione@museoomero.it.

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Giornata dell’Albinismo: il progetto di solidarietà internazionale “Sotto lo stesso sole”

12 Giugno 2026 - 2:02pm

«Con questa iniziativa intendiamo farci ponte tra il territorio sammarinese e una realtà lontana, ma attraversata da temi universali quali la salute, la dignità, i diritti, l’inclusione e le pari opportunità»: lo dicono dall’Associazione sammarinese Attiva-Mente, alla vigilia della Giornata Internazionale dell’Albinismo del 13 giugno, presentando il progetto “Sotto lo stesso sole”, rivolto a persone con albinismo della Repubblica del Congo, uno dei tanti Paesi dove quelle stesse persone sono vittime di gravi discriminazioni

In occasione della Giornata Internazionale dell’Albinismo di domani, 13 giugno, introdotta il 18 dicembre 2014 dalla Risoluzione 69/170 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e della quale ci siamo già ampiamente occupati nei giorni scorsi in altra parte del nostro giornale, grazie a un approfondimento di Laura Bonanni, l’Associazione sammarinese Attiva-Mente promuove il progetto di solidarietà internazionale denominato Sotto lo stesso sole, finalizzato a sostenere la produzione e la distribuzione gratuita di creme solari per persone con albinismo nella Repubblica del Congo.
«L’albinismo – ricordano da Attiva-Mente – è una condizione ereditaria, non contagiosa, caratterizzata dall’assenza o dalla riduzione della melanina, il pigmento che contribuisce al colore della pelle, dei capelli e degli occhi. Questa condizione comporta ipovisione, forte sensibilità alla luce e una particolare vulnerabilità ai raggi solari, con un rischio elevato di ustioni e tumori della pelle. Ma in molti contesti del mondo l’albinismo non rappresenta soltanto una questione sanitaria. Alla fragilità fisica, infatti, si aggiungono spesso stigma, isolamento, discriminazione, bullismo, esclusione dalla scuola e dal lavoro. In alcune aree, false credenze e superstizioni arrivano addirittura ad alimentare violenze gravissime contro le persone con albinismo, fino a trasformare il loro corpo in oggetto di sfruttamento criminale. Questo progetto nasce dunque per dare una risposta concreta a un bisogno essenziale: proteggere la pelle, infatti, significa proteggere la vita, la salute, la dignità e il futuro delle persone».

L’iniziativa sostiene l’Unità AJCA di Brazzaville, promossa dall’Associazione Jhony Chancel pour les Albinos, impegnata da anni nella tutela delle persone con albinismo nella Repubblica del Congo. Il tutto si sviluppa in collaborazione con partner locali e istituzionali, tra cui il Consolato Onorario della Repubblica di San Marino nella Repubblica del Congo, il Ministero degli Affari Sociali, della Solidarietà e dell’Azione Umanitaria della Repubblica del Congo e la Fondation Pierre Fabre, con supporto tecnico-scientifico.
«Con questo progetto – concludono da Attiva-Mente – intendiamo farci ponte tra il territorio sammarinese e una realtà lontana, ma attraversata da temi universali quali la salute, la dignità, i diritti, l’inclusione e le pari opportunità». (S.B.)

A questo link vi sono tutte le notizie sul progetto Sotto lo stesso sole e le modalità per contribuirvi. Per altre informazioni: attivamentersm@gmail.com.

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Per la prima volta in Italia la “Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti”

12 Giugno 2026 - 1:39pm

Da domani, 13 giugno, e fino a sabato 20, si terrà per la prima volta in Italia, ed esattamente a Rimini, la “28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti”, prestigioso torneo internazionale, organizzato dall’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani), evento che coniugherà sport di alto livello, inclusione, cultura e cooperazione internazionale, portando nel nostro Paese una delle più importanti manifestazioni europee dedicate agli scacchisti ciechi e ipovedenti

Da domani, 13 giugno, e fino a sabato 20, si terrà per la prima volta in Italia, ed esattamente all’Admiral Art Hotel di Rimini, la 28ª Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti, prestigioso torneo internazionale, organizzato dall’ASCID (Associazione Scacchisti Ciechi e Ipovedenti Italiani).
Per una settimana, dunque, la città romagnola ospiterà le rappresentative nazionali di diversi Paesi europei, diventando il punto di riferimento continentale degli scacchi per persone con disabilità visiva. L’evento coniugherà dunque sport di alto livello, inclusione, cultura e cooperazione internazionale, portando nel nostro Paese una delle più importanti manifestazioni europee dedicate agli scacchisti ciechi e ipovedenti.
«Ospitare per la prima volta in Italia la Coppa delle Sei Nazioni di Scacchi per Ciechi e Ipovedenti – sottolinea Bersan Vrioni, presidente dell’ASCID – rappresenta per la nostra Associazione un traguardo storico e un motivo di profondo orgoglio. Da oltre cinquant’anni promuoviamo gli scacchi come strumento di crescita personale, autonomia e inclusione, e poter accogliere a Rimini alcuni dei migliori giocatori europei significa dare visibilità non soltanto all’eccellenza sportiva, ma anche ai valori che questa disciplina sa trasmettere. La Coppa delle Sei Nazioni, infatti, è un’occasione di incontro tra persone provenienti da Paesi e culture diverse, unite dalla stessa passione e dal desiderio di confrontarsi in un clima di rispetto e amicizia. Sono certo che Rimini saprà accogliere al meglio i nostri ospiti e che questa edizione lascerà un ricordo positivo in tutti i partecipanti, rafforzando ulteriormente i legami di amicizia e collaborazione che da sempre caratterizzano la comunità internazionale degli scacchisti ciechi e ipovedenti. La generosità e la disponibilità dimostrate da istituzioni, associazioni, sponsor e partner rappresentano un segnale importante di fiducia verso il nostro movimento e verso i valori che esso promuove». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore, ampio approfondimento. Per altre informazioni: info@ascid.it.

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