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Abbonamento a feed SuperandoI temi delle disabilità trattati con coraggio
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Bene arrivato Filippo, sulla strada di Franco, Antonio e Stefania!

22 Maggio 2026 - 5:02pm

Si presenta alle nostre Lettrici e ai nostri Lettori Filippo Visentin, che da oggi è il nuovo direttore responsabile di Superando, succedendo a nomi illustri del giornalismo sociale, quali Franco Bomprezzi, Antonio Giuseppe Malafarina e Stefania Delendati. A salutarne l’arrivo è anche Vincenzo Falabella, presidente della Federazione FISH, che di Superando è l’editrice Filippo Visentin durante una delle sue numerose esibizioni al pianoforte

Le nostre Lettrici e i nostri Lettori lo conoscono già, come prezioso collaboratore del nostro giornale, ma da oggi Filippo Visentin ne diventa anche il nuovo direttore responsabile, succedendo alla sua grande amica Stefania Delendati, la cui prematura scomparsa, il 30 gennaio scorso, è stata una ferita grave non solo per il mondo della disabilità, ma per la cultura del nostro Paese in generale.
Prima dunque di cedere la parola allo stesso Filippo, nonché a Vincenzo Falabella, presidente della FISH, la Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, che è l’editrice di Superando, ricordiamo che Visentin, persona con disabilità visiva, è nato nel 1970, a Padova, città dove vive e lavora. Sin da bambino si è dedicato allo studio della musica, in particolare del pianoforte, apprendendo il valore della segnografia musicale Braille. Ha conseguito il diploma in pianoforte jazz e tiene recital pianistici, collaborando anche con attori e autori teatrali. Nel 1995 si è laureato in Lettere Moderne e poco più di un mese fa in Scienze Filosofiche. È giornalista pubblicista.
Ne segnaliamo infine tre libri, L’opera di Carlo Rosselli. Contributo bibliografico (1997), I colori del buio, scritto a quattro mani con Laura Boerci (2009) e Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie, scritto a quattro mani con Elena Malagoli (2023), oltre alla collaborazione per il documentario Otto Weidt – Uno tra i Giusti, diretto da Nathalie Signorini su soggetto di Silvia Cutrera. E anche, nel 2022, il suo primo CD pianistico, intitolato Promenade.
Bene arrivato Filippo, sul percorso tracciato dai nostri cari Franco Bomprezzi, Antonio Giuseppe Malafarina e Stefania Delendati. (Stefano Borgato)

Raccogliere un’eredità preziosa: in punta di piedi, per scardinare gli stereotipi
di Filippo Visentin*
Care Lettrici e cari Lettori di Superando, assumere da oggi la direzione di questa testata è per me un onore, un compito che accolgo con grande emozione e senso di responsabilità. Entro in questa che considero una vera e propria “casa” del giornalismo sociale, consapevole della storia che queste pagine portano con sé e delle voci straordinarie che le hanno animate e le animano.
Rivolgo innanzi tutto il mio più sincero ringraziamento all’Editore e al nostro segretario di redazione Stefano Borgato per la fiducia accordatami. Un ricordo va poi a chi mi ha preceduto alla guida di Superando, figure che hanno fatto la storia della comunicazione sui diritti in Italia, come Franco Bomprezzi e Antonio Giuseppe Malafarina, capaci di tracciare un solco indelebile nel modo di raccontare la disabilità.
Ma c’è un pensiero che mi tocca nel profondo, un ricordo intimo che sento il bisogno di condividere con tutti voi: quello rivolto a Stefania Delendati, la nostra Direttrice che ci ha lasciati prematuramente solo pochi mesi fa. A lei mi legava un sentimento di profonda amicizia e di immensa stima, sia personale che professionale. È stato proprio grazie a Stefania che nel 2024 ho accolto il suo invito a riprendere a scrivere e a collaborare con questa testata. Attraverso i suoi articoli, le nostre lunghe conversazioni, i suoi consigli e il suo instancabile impegno editoriale ho potuto toccare con mano cosa significhi davvero fare del Buon Giornalismo. Nel suo lavoro ho trovato sempre un garbo e un rispetto profondi per le vite raccontate, unite alla capacità di entrare dentro ogni storia in punta di piedi. Ma accanto a questa delicatezza c’era anche una volontà ferma, ostinata, di cercare le parole giuste, quelle parole capaci di scardinare una narrazione sulla disabilità fin troppo spesso limitante e stereotipata.
Ed è proprio ragionando sulle parole che vorrei condividere con voi la bussola che guiderà il mio cammino.
Chi mi conosce sa che non nutro una particolare simpatia per la parola “inclusione”, un termine oggi onnipresente, forse persino abusato. Non amo l’idea implicita che vi sia qualcuno nella posizione di decidere chi possa entrare e chi invece debba restare fuori, chi meriti di essere accolto e chi no, dentro un mondo che sembra appartenere sempre di più a pochi.
Proprio questa logica continua invece troppo spesso a manifestarsi anche attraverso la mancanza di accessibilità, che ancora oggi rappresenta una delle forme più silenziose e pervasive di discriminazione. Perché quando un luogo, un servizio, un libro, un sito o uno spazio culturale non sono accessibili, il messaggio che passa è semplice e crudele: qualcuno, lì dentro, non era previsto. Non servono divieti espliciti per lasciare una persona fuori; a volte basta ignorarne l’esistenza.
Mi piace allora pensare un po’ alla musica, mondo da cui provengo e che più di ogni altro mi ha insegnato una prospettiva diversa. Tutti siamo naturalmente parte di qualcosa. Dentro un’orchestra, come in una band, ogni strumento, ogni nota ha una propria voce, un proprio colore, una propria ragione di esistere. Alcune presenze possono sembrare più evidenti, altre più discrete, ma nessuna è davvero irrilevante. Perché anche il suono più piccolo contribuisce a dare senso all’insieme, e senza quella voce la musica, semplicemente, non sarebbe più la stessa.
È da questo insegnamento e da quello preziosissimo di Stefania, che voglio ripartire insieme a voi. Il mio impegno sarà quello di fare di Superando uno spazio in cui non si chiede il permesso di entrare, ma dove esercitare il diritto di esserci, di raccontarsi e di cambiare le cose.
Grazie per la fiducia e buona lettura.
*Direttore responsabile di Superando (visentin@superando.it).

Un nuovo passo nel cammino di Superando
di Vincenzo Falabella*
Ci sono passaggi che non rappresentano soltanto un cambio di direzione, ma segnano la continuità di una visione, di un impegno, di una responsabilità collettiva. Oggi, per Superando, è uno di quei momenti.
Dopo il prezioso lavoro di Franco Bomprezzi, di Antonio Giuseppe Malafarina e di Stefania Delendati, la direzione responsabile del giornale passa a Filippo Visentin. A lui, a nome dell’intera Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, rivolgo un augurio sincero di buon lavoro, con la certezza che saprà proseguire questo cammino con competenza, passione e coraggio.
Filippo Visentin è un giornalista, un uomo di cultura e di informazione. È una persona che conosce profondamente il valore delle parole e il peso che esse assumono quando si affrontano i temi della disabilità. Perché parlare di disabilità significa, prima di tutto, assumersi la responsabilità del linguaggio. Le parole vanno pensate, pesate, comprese, prima ancora di essere pronunciate o scritte. Possono costruire consapevolezza oppure alimentare stereotipi; possono aprire spazi di libertà oppure consolidare barriere culturali.
Filippo questo lo sa bene. Lo sa come professionista dell’informazione e lo sa come persona con disabilità che ha saputo andare oltre ogni riduzione della propria condizione, affermandosi attraverso la competenza, la cultura e la forza delle idee. Non ha mai accettato che la disabilità fosse il confine entro cui essere raccontato. Ha scelto invece di farne uno strumento di consapevolezza, uno sguardo capace di leggere la realtà con profondità e autenticità.
Superando nasce e continua a vivere con una missione chiara: informare, comunicare, denunciare quando serve, proporre quando necessario, dare voce ai diritti e alle persone. Non una comunicazione accomodante o paternalistica, ma libera, rigorosa e coraggiosa. Perché i temi della disabilità non possono essere affrontati con superficialità o retorica. Hanno bisogno di verità, di competenza e anche della capacità di disturbare le coscienze quando occorre. E di coraggio, Filippo Visentin ne ha da vendere.
Siamo certi che saprà guidare Superando mantenendone viva l’identità, continuando a fare dell’informazione uno strumento di emancipazione culturale e civile. In un tempo in cui spesso il dibattito pubblico si consuma nella velocità e nella semplificazione, abbiamo bisogno di giornalismo autentico, capace di approfondire, di ascoltare e di restituire dignità alle persone e ai loro diritti.
A Filippo va quindi la nostra fiducia, il nostro sostegno e il nostro grazie per avere accettato questa sfida importante. Una sfida che riguarda tutti noi, perché il cambiamento culturale passa anche da qui: dalla qualità dell’informazione, dalla forza delle idee e dalla responsabilità delle parole.
Buon lavoro, direttore.
*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), editrice di Superando.

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Corsi formativi su ADHD e DSA per tutti i docenti

22 Maggio 2026 - 1:53pm

«È indispensabile che tutti i docenti di ogni scuola italiana ricevano un’adeguata formazione su ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) e DSA (disturbi specifici dell’apprendimento). Per rispetto verso i nostri figli, che lottano ogni giorno con queste sfide, chiediamo infatti che siano meglio compresi, capiti e aiutati con strumenti adeguati»: così una madre ha lanciato una petizione nel web, per richiedere appunto corsi formativi su ADHD e DSA per tutti i docenti

«La mia storia è come quella di molte altre famiglie che hanno figli con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) o con DSA (disturbi specifici dell’apprendimento). Ho sentito la delusione di molte madri, per l’incapacità di alcuni docenti di capire e sostenere i loro figli in situazioni di difficoltà reale, nonostante questi bambini siano certificati. È quindi indispensabile che tutti i docenti di ogni scuola italiana ricevano un’adeguata formazione su ADHD e DSA. Per rispetto verso i nostri figli, che lottano ogni giorno con queste sfide, chiediamo infatti che siano meglio compresi, capiti e aiutati con strumenti adeguati»: così Sonia Brescianini ha lanciato nel web la petizione (a questo link) denominata appunto Richiediamo corsi formativi su ADHD e DSA per tutti i docenti, che al momento in cui scriviamo ha già raggiunto quasi 13.200 sottoscrizioni e alla quale diamo ben volentieri visibilità. (S.B.)

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Undici anni dopo torna in Italia la principale conferenza europea dedicata ai temi della disabilità intellettiva

22 Maggio 2026 - 1:27pm

Sta per tornare undici anni dopo nel nostro Paese “Europe in Action”, la principale conferenza europea dedicata ai temi della disabilità intellettiva, dell’inclusione e dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Sarà infatti Vicenza ad ospitare dal 25 al 27 maggio la 21^ edizione dell’evento, organizzato dall’ANFFAS Nazionale, insieme a Inclusion Europe, rete europea cui la stessa ANFFAS aderisce

È ormai imminente, e si terrà nel nostro Paese, come già anticipato a suo tempo, Europe in Action 2026, la principale conferenza europea dedicata ai temi della disabilità intellettiva, dell’inclusione e dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Sarà infatti il Vicenza Convention Centre ad ospitare nella città veneta, dal 25 al 27 maggio, la 21^ edizione dell’evento, organizzato dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), insieme a Inclusion Europe, rete europea cui la stessa ANFFAS aderisce.
«Si tratta di un appuntamento di straordinaria importanza – dicono dall’ANFFAS – che, a oltre dieci anni dallo storico evento del 2015 ospitato sempre dalla nostra Associazione [Roma, 21-22 maggio 2015: se ne legga anche nel nostro giornale a questo link, N.d.R.], torna in Italia per riunire persone con disabilità intellettive, famiglie, istituzioni, professionisti, associazioni, autorappresentanti ed esperti provenienti da tutta Europa. Sono attese infatti oltre 500 persone, a conferma della grande attenzione e partecipazione che la conferenza sta raccogliendo a livello nazionale ed europeo. E saranno tre intense giornate di confronto, dialogo e costruzione condivisa di politiche sempre più inclusive, nel pieno rispetto dei princìpi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Partecipare a Europe in Action significa infatti contribuire concretamente alla costruzione di un’Europa più equa, accessibile e capace di garantire pari diritti e opportunità a tutti e tutte».

Quanto mai numerosi saranno i temi al centro della conferenza di Vicenza: dal Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato alla riforma italiana della disabilità e ai nuovi sistemi di valutazione, passando per vita indipendente, transizione inclusiva dei servizi, occupazione, istruzione, autorappresentanza, autodeterminazione e contrasto alle discriminazioni.
Ampio spazio, inoltre, sarà dedicato anche ai temi delle giovani famiglie, dei siblings (fratelli e sorelle di persone con disabilità), delle persone ad alta necessità di sostegno, dello sport, del tempo libero e delle nuove tecnologie. Tra queste, verranno presentati e dimostrati strumenti come SAI in ChatBot, assistente digitale basato sui contenuti delle Guide ANFFAS, e InCare62, nuovo software online per la progettazione individualizzata delle persone con disabilità, promosso dalla stessa ANFFAS e dal Consorzio La Rosa Blu.
«Ospitare nuovamente Europe in Action in Italia – sottolinea Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS – rappresenta per noi motivo di grande orgoglio. In un momento storico così delicato, infatti, è fondamentale rafforzare il dialogo tra il movimento per l’inclusione e le Istituzioni europee, mettendo davvero al centro la Persona e garantendo la piena partecipazione delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo alla vita della società».

Da segnalare, in conclusione, che la conferenza sarà anche arricchita da una speciale esposizione artistica, con quadri, sculture, oggetti di artigianato e opere realizzate in alcune delle realtà associative ANFFAS d’Italia. (S.B.)

A questo link sono disponibili tutte le informazioni sulla conferenza di Vicenza, nonché il programma completo della stessa. Per altre informazioni: comunicazione@anffas.net.

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Violenza sessuale: una legge che non tutela le donne con disabilità, non tutela davvero nessuna donna!

22 Maggio 2026 - 12:20pm

 

Diu Luisella

 

 

Leggo da vari siti che «la senatrice Unterberger ha lanciato una sua proposta in merito al Ddl Stupri. Tale proposta introduce un concetto di consenso riconoscibile che però rischia di caricare le vittime dell’onere di provare il proprio diniego. Proposta che ha suscitato forti critiche».

Facciamo a questo punto un passo indietro per ricordare che quando si parla del cosiddetto “DdL Bongiorno”, ci si riferisce a un Disegno di Legge in discussione al Senato (AS 1715), che propone una riforma dell’articolo 609-bis del Codice Penale sulla violenza sessuale, introducendo il “modello del dissenso” (simile a quello tedesco), anziché la necessità di dimostrare l’assenza di consenso. L’emendamento al Disegno di Legge presentato appunto dalla senatrice Bongiorno mira a punire atti compiuti contro la volontà della vittima, ma il concetto di dissenso ha sollevato forti polemiche e critiche facendo sì che fosse istituito un comitato ristretto, con l’obiettivo di superare il braccio di ferro in corso da mesi su quel Disegno di Legge. La nuova mediazione, dunque, sarà proprio sulla proposta della citata senatrice Unterberger e la prossima settimana su quel suo testo si terranno audizioni presso la Commissione Giustizia del Senato.

In questi mesi abbiamo assistito a un confronto acceso, complesso, a tratti polarizzato, sul tema del consenso. L’ultima proposta della senatrice Unterberger prova a tenere insieme approcci diversi: da una parte mantiene il riferimento al “consenso libero e attuale” già approvato alla Camera; dall’altra introduce l’idea di un’assenza di consenso “riconoscibile”, da valutare nel contesto concreto.

È un tentativo di mediazione, e va riconosciuto. Ma è proprio su questa parola – riconoscibile – che dobbiamo fermarci, perché qui si gioca la tutela delle donne, in particolare le donne con disabilità ossia le più esposte alla violenza. Perché? Cosa significa “riconoscibile”? Riconoscibile da chi? Secondo quali codici? Con quali strumenti?

Per molte donne con disabilità, il consenso e il dissenso non si esprimono secondo le forme attese: non sempre sono verbali, lineari, immediati. Possono essere gesti, posture, espressioni, segnali corporei. Possono esserci esitazioni, irrigidimenti, silenzi che non sono mai assenso. Eppure, nella pratica quotidiana, questi segnali vengono spesso ignorati o fraintesi.

E allora il rischio è evidente: se la legge parla di “assenza di consenso riconoscibile”, chi stabilisce cosa è riconoscibile e cosa no? Chi decide se quel dissenso era “sufficientemente chiaro”? Chi interpreta il corpo e la voce di una donna che comunica in modo diverso? Per le donne con disabilità, questo margine interpretativo può diventare una trappola. Perché vivono in contesti dove il loro dissenso è già oggi poco creduto, poco ascoltato, poco riconosciuto. Perché spesso dipendono da chi potrebbe essere l’autore della violenza. Perché la loro comunicazione non è sempre immediata, e non per questo è meno valida.

La “proposta Unterberger” introduce poi un elemento importante: la valutazione del contesto concreto. È un passo avanti, perché riconosce che il consenso non è un atto astratto, ma un’esperienza concreta. Ma non basta. Perché senza una definizione pienamente basata sul consenso, senza una chiara affermazione che l’assenza di un sì è già un no, restiamo in un terreno scivoloso. E per le donne con disabilità, questo terreno scivoloso è pericoloso.

Per questo dobbiamo dirlo con forza: una legge che vuole proteggere davvero tutte le donne deve essere costruita pensando anche – e soprattutto – a chi oggi è meno protetta. Deve essere una legge che non lascia spazi di ambiguità. Che non affida la tutela delle donne alla capacità di “riconoscere” segnali che spesso non vengono riconosciuti. Che non rimette la libertà sessuale nelle mani dell’interpretazione altrui.

Il consenso deve essere libero, attuale, informato, accessibile e verificabile. E l’assenza di esso non può dipendere dalla capacità della donna di gridare, parlare, spiegare, opporsi. Perché ci sono donne che non possono farlo. E sono proprio loro che la legge deve proteggere per prime.

La “proposta Unterberger” apre un confronto che dobbiamo riempire con la voce delle donne troppo spesso ignorate. Dobbiamo ribadire che una legge sul consenso dev’essere una legge per tutte, non per alcune soltanto. E una legge che non protegge le donne con disabilità, non protegge davvero nessuna.

Da parte mia, voglio contribuire a questa discussione non come giurista, perché non lo sono, ma come donna che lavora con ragazze e donne con disabilità, ne ascolta la voce e cerca di rafforzarla. Discutere quella proposta significa quindi provare a offrire una valutazione tecnica del consenso, del dissenso e della tutela partendo dalla prospettiva delle ragazze e delle donne con disabilità.

Come già detto, l’ultima proposta presentata dalla senatrice Unterberger introduce un tentativo di sintesi tra i diversi approcci emersi nel dibattito degli ultimi mesi. Da un lato, mantiene il riferimento al “consenso libero e attuale”, già approvato alla Camera; dall’altro introduce la nozione di assenza di consenso “riconoscibile”, da valutare alla luce della situazione concreta e del contesto fattuale.

Questa impostazione solleva alcune questioni tecniche rilevanti, soprattutto in relazione alla tutela delle donne con disabilità.

Questione 1: la nozione di “consenso libero e attuale” come standard normativo

Il richiamo al “consenso libero e attuale” è coerente con:

° la giurisprudenza europea in materia di libertà sessuale;

° le raccomandazioni del GREVIO (l’organismo indipendente responsabile di monitorare l’attuazione della Convenzione di Istanbul, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica);

° l’evoluzione dei modelli normativi basati sul principio del solo sì è sì.

Tuttavia, la sua efficacia dipende dalla capacità della norma di definire come tale consenso debba essere accertato, soprattutto quando la comunicazione della persona non segue modalità verbali o convenzionali.

Questione 2: l’introduzione dell’“assenza di consenso riconoscibile”

La “proposta Unterberger” introduce un elemento interpretativo nuovo: l’assenza di consenso deve essere “riconoscibile”, e la sua valutazione deve tener conto del contesto concreto.

Questa formulazione presenta due criticità tecniche:

Ambiguità del criterio di riconoscibilità

Il concetto di “riconoscibilità” rischia di introdurre un parametro soggettivo, affidato alla percezione dell’autore o all’interpretazione ex post del giudice. Per le donne con disabilità, questo rappresenta un rischio significativo, perché:

– il loro dissenso può essere espresso in forme non verbali;

– i segnali corporei possono essere erroneamente interpretati;

– la loro comunicazione può essere mediata da strumenti o supporti non sempre presenti.

Un esempio di comunicazione non verbale non riconosciuta: una donna con disabilità intellettiva lieve, durante un rapporto sessuale non desiderato, irrigidisce il corpo, si gira di lato e piange in silenzio. Questi segnali sono un dissenso chiaro secondo la letteratura clinica e le linee guida internazionali. Il rischio, con la formulazione attuale della proposta consiste nel fatto che l’autore della violenza potrebbe sostenere che il dissenso “non era riconoscibile”, perché non vi era stata opposizione verbale o fisica esplicita. E il giudice, in assenza di criteri normativi chiari, potrebbe ritenere che la reazione non fosse “sufficientemente evidente”.

Rischio di regressione rispetto agli standard internazionali

La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e la citata Convenzione di Istanbul richiedono che la valutazione del consenso sia centrata sulla volontà della persona, non sulla capacità dell’altro di “riconoscerla”. Il parametro della riconoscibilità potrebbe dunque spostare l’attenzione dalla volontà della vittima alla percezione dell’autore, indebolendo la tutela.

Un esempio di spostamento dell’attenzione dalla volontà della vittima alla percezione dell’autore: una donna sorda oralista, senza interprete LIS, tenta di dire “no”, ma l’autore non comprende. La donna prova a spingere via la mano dell’uomo, ma lui interpreta il gesto come esitazione. Il rischio, con la formulazione attuale della proposta è che la valutazione si sposti su ciò che l’autore “poteva riconoscere”, non su ciò che la donna ha effettivamente espresso. Questo contrasta con la Convenzione ONU, che richiede la centralità della volontà della persona, non la percezione dell’altro.

 

Questione 3: la valutazione del contesto concreto

L’indicazione di considerare la situazione concreta riconosce che il consenso non è un atto astratto, ma dev’essere valutato nel contesto in cui si forma. Tuttavia, affinché questo criterio sia effettivamente protettivo, occorre chiarire che la valutazione del contesto deve includere:

° le condizioni di vulnerabilità relazionale e strutturale;

° eventuali dipendenze funzionali o assistenziali;

° la presenza o assenza di strumenti di comunicazione adeguati;

° la capacità della donna di esprimere dissenso in forme alternative.

Senza questa specificazione, il riferimento al contesto rischia di essere neutro e quindi inefficace.

Un esempio di dipendenza assistenziale: una donna con disabilità motoria grave dipende dal partner per l’igiene personale. Quando lui avanza richieste sessuali, lei non si oppone verbalmente perché teme ripercussioni sulla cura quotidiana. Il rischio con la formulazione attuale della proposta è dunque che se il contesto non viene definito come elemento strutturale della valutazione, il mancato dissenso può essere interpretato come “consenso non riconoscibilmente assente”, con la dipendenza relazionale che non viene automaticamente considerata come fattore invalidante la libertà del consenso.

Le implicazioni specifiche per le donne con disabilità

Per le donne con disabilità, dunque, la formulazione attuale della proposta presenta tre rischi tecnici:

Invisibilità del dissenso non verbale

Molte donne con disabilità comunicano attraverso:

° segnali corporei,

° posture,

° espressioni facciali,

° strumenti di comunicazione aumentativa.

Se la legge richiede che l’assenza di consenso sia “riconoscibile”, ma non definisce criteri inclusivi, questi segnali rischiano di non essere considerati.

Un esempio di comunicazione aumentativa non utilizzata: una donna con disabilità comunicativa utilizza una tabella di comunicazione aumentativa. Durante un episodio di abuso, la tabella non è disponibile e lei non riesce a esprimere verbalmente il dissenso. Il rischio con la formulazione attuale della proposta è che l’autore della violenza potrebbe sostenere che non vi fosse “dissenso riconoscibile”. La mancanza di strumenti di comunicazione – responsabilità del contesto, non della donna – diventa un fattore che indebolisce la tutela.

Sovrapposizione con stereotipi di incapacità

La storia giudiziaria italiana mostra che il dissenso delle donne con disabilità è spesso interpretato come:

° “non collaborazione”,

° “incapacità di comprendere”,

° “comportamento oppositivo”.

Una norma ambigua può rafforzare queste letture distorte.

Un esempio di dissenso interpretato come “comportamento oppositivo”: una donna con disabilità psicosociale dice “non voglio”, ma lo fa in modo agitato, con tono elevato e movimenti disorganizzati. Operatori e familiari sono abituati a interpretare questi comportamenti come “crisi” o “non collaborazione”. Il rischio, con la formulazione attuale della proposta, è che in sede giudiziaria, la difesa potrebbe sostenere che il dissenso non fosse “riconoscibile” come tale, ma come manifestazione della condizione psichiatrica. Questo riproduce stereotipi già presenti nella prassi.

Rischio di deresponsabilizzazione dell’autore della violenza

Se la norma lascia spazio all’argomento “non potevo riconoscere il dissenso”, si crea una zona grigia che può essere sfruttata in sede processuale, soprattutto nei casi in cui la vittima non comunichi secondo modalità standard.

Un esempio di “non potevo capire” come argomento difensivo: una donna con disabilità intellettiva lieve dice “basta” più volte, ma l’autore della violenza sostiene che lo diceva “ridendo” o “senza convinzione”. Il rischio, con la formulazione attuale della proposta, è che la difesa possa sostenere che il dissenso non fosse “riconoscibile” in modo univoco. La responsabilità si sposterebbe quindi dalla condotta dell’autore della violenza alla capacità della vittima di esprimersi secondo codici standardizzati.

E ancora, un esempio di mancanza di strumenti di comunicazione come fattore di rischio (assenza di interprete o mediatore): una donna sorda segnante è in un contesto dove nessuno conosce la LIS. Lei segna “no”, ma l’autore non comprende. Il rischio, dunque, con la formulazione attuale della proposta, è che l’autore della violenza sostenga che il dissenso non fosse “riconoscibile”, cosicché la mancanza di accessibilità – che è un obbligo dello Stato – diventa un elemento che indebolisce la posizione della vittima.

In conclusione, quindi, diventa necessario un forte chiarimento normativo per garantire una tutela effettiva a tutte le donne, soprattutto alle ragazze e alle donne con disabilità. In sostanza, la norma dovrebbe:

° definire il consenso come manifestazione positiva della volontà, non come assenza di opposizione;

° chiarire che qualsiasi incertezza, ambiguità o impossibilità di accertare il consenso equivale a mancanza di consenso;

° includere esplicitamente forme di comunicazione non verbale e assistita;

° prevedere che la valutazione del contesto tenesse conto delle condizioni personali e comunicative della vittima;

° che la responsabilità dell’autore della violenza non sia attenuata da margini interpretativi.

Se la “proposta Unterberger” rappresenta un tentativo di mediazione, la nozione di “consenso riconoscibile” rischia di introdurre un margine interpretativo incompatibile con gli standard internazionali e potenzialmente dannoso per le ragazze e le donne con disabilità. Una riforma che voglia realmente tutelare tutte le donne deve infatti fondarsi su un principio chiaro: la libertà sessuale si protegge riconoscendo la volontà della persona, non la percezione dell’altro. E una legge che non tutela adeguatamente le ragazze e le donne con disabilità non può dirsi una legge pienamente garantista.

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Il progresso tecnologico è autentico solo quando produce benefìci accessibili a chiunque

21 Maggio 2026 - 6:38pm

«Tecnologie digitali, robotica e intelligenza artificiale possono rappresentare strumenti decisivi per migliorare l’autonomia, l’accesso ai servizi e la partecipazione sociale delle persone con disabilità, ma quando non sono progettate secondo criteri di accessibilità universale, rischiano di produrre nuove barriere»: lo dicono dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, in occasione della Giornata Internazionale per l’Accessibilità Digitale di oggi, 21 maggio

«Richiamiamo l’attenzione sull’importanza di garantire che la trasformazione digitale e lo sviluppo delle nuove tecnologie rappresentino un reale strumento di inclusione, autonomia e pari opportunità»: lo dicono dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, in occasione della Giornata Internazionale per l’Accessibilità Digitale di oggi, 21 maggio (GAAD-Global Accessibility Awareness Day), ricordando come «continuino ad arrivarci segnalazioni che mostrano la presenza di criticità ricorrenti e di situazioni che possono determinare forme di discriminazione indiretta e, in alcuni casi, anche diretta. In particolare, emergono difficoltà legate a procedure di autenticazione complesse, utilizzo obbligatorio di OTP, applicazioni non accessibili, sistemi esclusivamente telematici e percorsi digitali difficilmente gestibili da parte di persone con disabilità intellettiva, anziani, cittadini o caregiver privi di adeguata alfabetizzazione informatica».

«Tecnologie digitali, robotica e intelligenza artificiale – si legge ancora nella nota dell’Autorità Garante – possono rappresentare strumenti decisivi per migliorare l’autonomia, l’accesso ai servizi e la partecipazione sociale delle persone con disabilità e dei cittadini più fragili. Tuttavia, quando non sono progettate secondo criteri di accessibilità universale, rischiano di produrre nuove barriere, soprattutto in àmbiti essenziali come sanità, previdenza, pagamenti, identità digitale e accesso ai servizi pubblici e privati. In altre parole, il progresso tecnologico è autentico solo quando produce benefìci accessibili a tutti. In tal senso, la trasformazione digitale non può diventare una soglia di accesso ai diritti, né può subordinare l’esercizio dei diritti fondamentali alla capacità di utilizzare strumenti complessi o procedure esclusivamente telematiche. L’accessibilità digitale, pertanto, non è un adempimento tecnico, ma una condizione essenziale di uguaglianza sostanziale».

«Secondo l’Autorità – prosegue la nota -, ogni processo di digitalizzazione deve essere accompagnato da una valutazione preventiva dell’impatto reale sulla vita delle persone più fragili, prevedendo strumenti accessibili, comprensibili e concretamente utilizzabili da tutti. Il cosiddetto “canale alternativo” non può essere considerato una misura residuale o una semplice concessione organizzativa, ma deve costituire un elemento strutturale del diritto di accesso ai servizi. In caso contrario si va in contrasto con i princìpi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, con il principio di accomodamento ragionevole, con il divieto di discriminazione indiretta, con l’articolo 3 della Costituzione e con quanto stabilito dalla Legge Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Act)».

«La nostra Autorità Garante – conclude la nota – è impegnata quotidianamente, nei tavoli istituzionali, nei processi di revisione normativa, nei regolamenti relativi ai servizi pubblici e ai trasporti, nonché nelle attività riguardanti l’accessibilità per le persone con disabilità, a promuovere l’accessibilità digitale come strumento fondamentale di inclusione sociale, pari opportunità e piena partecipazione alla vita collettiva. In una società realmente inclusiva, infatti, l’innovazione non può lasciare indietro nessuno e l’accessibilità deve essere integrata fin dalla progettazione di ogni servizio, piattaforma e tecnologia: non come requisito successivo, ma come principio fondativo di una cittadinanza pienamente accessibile». (S.B.)

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Special Olympics è sport, ma è anche un modo nuovo di guardare le persone

21 Maggio 2026 - 6:08pm

Emozione, applausi, colori e tante dichiarazioni di vicinanza hanno caratterizzato a Lignano Sabbiadoro (Udine) la cerimonia di apertura della 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, in corso di svolgimento fino al 24 maggio. Si è trattato infatti di una grande festa dello sport inclusivo che ha visto sfilare ben 190 delegazioni provenienti da tutta Italia, con oltre 3.000 atleti/atlete con e senza disabilità intellettive Partecipanti alla cerimonia di apertura della 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics

Emozione, applausi, colori e tante dichiarazioni di vicinanza hanno caratterizzato a Lignano Sabbiadoro (Udine) la cerimonia di apertura della 41^ edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, in corso di svolgimento fino al 24 maggio e già da noi ampiamente presentati qualche settimana fa. Si è trattato infatti di una grande festa dello sport inclusivo che ha visto sfilare ben 190 delegazioni provenienti da tutta Italia, con oltre 3.000 atleti/atlete con e senza disabilità intellettive protagonisti dell’evento.

Nel corso della cerimonia sono intervenute le principali autorità istituzionali e sportive, tra cui la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, che nel dichiarare ufficialmente aperti i Giochi, ha sottolineato il valore dello sport come strumento di crescita, partecipazione e inclusione sociale: «Special Olympics – ha affermato – è sicuramente sport, ma è molto di più: è un cambiamento in movimento, è cultura, è un modo nuovo di guardare le persone. Ci insegna ogni giorno a vedere in ogni persona le qualità, le competenze e le potenzialità, senza fermarci ai limiti o alle etichette. E sono proprio gli atleti e le atlete di Special Olympics, con la loro forza, la loro determinazione e la loro dignità, a mostrarci ogni giorno come affrontare le sfide della vita e come sia possibile costruire una società più inclusiva e più umana».
Dal canto suo, il vicepresidente e fondatore di Special Olympics Italia Alessandro Palazzotti ha voluto citare le parole di Eunice Kennedy Shriver, fondatrice del Movimento: «Voi atleti di Special Olympics – ha detto – ci entusiasmate sui campi gara e ci insegnate che ciò che conta non è il potere, non sono le armi, non è la ricchezza. Ciò che conta davvero sono la volontà, il coraggio, l’amicizia e la solidarietà. E allora è arrivato il momento di essere voi il segno, voi a dare l’esempio, voi a invitare tutti a dire e a fare la cosa giusta».
Infine, la direttrice nazionale di Special Olympics Italia Alessandra Palazzotti ha sottolineato come «dietro a questi Giochi vi sia il lavoro straordinario di familiari, dirigenti, volontari e organizzatori che ogni giorno mettono il cuore oltre l’ostacolo. Un evento così importante, infatti, può realizzarsi soltanto grazie all’impegno condiviso di una grande comunità che lavora insieme per gli atleti e per i valori di Special Olympics». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per ulteriori informazioni: stampa@specialolympics.it (Giampiero Casale).

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“SexLability”: servizi, ma anche un nuovo sguardo culturale sull’affettività e la sessualità delle persone con disabilità

21 Maggio 2026 - 5:31pm

Ridurre il progetto “SexLability” a una piattaforma di servizi sarebbe limitante. Esso infatti si colloca dentro una questione più ampia, che riguarda il modo in cui la società guarda al corpo, al desiderio e alla disabilità, riportando al centro una verità semplice, ma spesso dimenticata: il diritto alla sessualità è parte integrante dei diritti umani. Non un privilegio, non una concessione, ma una dimensione che deve essere riconosciuta, tutelata e resa accessibile Foto di Andreas Bohnenstengel (©http://andreasbohnenstengelarchiv.de)

È un progetto nato con l’obiettivo di colmare un vuoto strutturale, culturale e professionale ancora troppo spesso ignorato. C’è infatti un’assenza che pesa, ma che raramente viene nominata ed è quella che riguarda la sfera dell’affettività e della sessualità delle persone con disabilità, un territorio tuttora rimasto ai margini del dibattito pubblico, spesso relegato al silenzio o trattato con imbarazzo.
È proprio da questa consapevolezza che ha preso forma SexLability, un progetto che non si limita a offrire servizi, ma prova a ridefinire uno spazio di diritti, dignità e possibilità.
L’idea alla base è semplice quanto radicale: affettività e sessualità non sono dimensioni accessorie dell’esistenza, ma elementi costitutivi dell’identità di ogni persona e questo vale, senza eccezioni, anche per chi vive una condizione di disabilità. Tuttavia, nella pratica quotidiana, queste dimensioni vengono spesso negate o invisibilizzate, come se il corpo disabile fosse privo di desiderio, o non degno di esprimerlo. SexLability intende inserirsi esattamente in questo vuoto, con l’obiettivo di costruire un ponte tra bisogni reali e risposte concrete. Non un’iniziativa simbolica, ma un’infrastruttura che mette in rete competenze, strumenti e percorsi personalizzati, un portale che connette, forma e supporta.

Il cuore del progetto è appunto un portale digitale pensato per facilitare l’incontro tra persone con disabilità e professionisti qualificati. Psicologi, sessuologi, educatori, operatori sociosanitari: figure spesso difficili da individuare, soprattutto quando si cercano competenze specifiche legate alla disabilità. La piattaforma nasce quindi come uno spazio di orientamento e accesso, in cui la persona non sia lasciata sola a navigare tra offerte frammentate, ma trovi riferimenti chiari, affidabili e costruiti su misura.
Questo aspetto è tutt’altro che secondario: la mancanza di interlocutori formati rappresenta infatti uno degli ostacoli principali nell’affrontare questi temi.

Accanto alla connessione tra utenti e professionisti, SexLability sviluppa un secondo asse strategico: la formazione. Il progetto riconosce infatti che il problema non riguarda solo l’accesso ai servizi, ma anche la preparazione di chi quei servizi dovrebbe offrirli. Per questo propone percorsi di aggiornamento rivolti a operatori del settore, con l’obiettivo di colmare lacune culturali e competenze specifiche ancora troppo diffuse.
Parlare di sessualità nella disabilità richiede strumenti adeguati, ma anche un cambio di sguardo: uscire cioè da approcci paternalistici o medicalizzanti, per adottare una prospettiva centrata sulla persona e sui suoi diritti.

Un ulteriore elemento centrale del progetto riguarda il supporto a famiglie e caregiver, che troppo spesso si trovano ad affrontare queste tematiche senza strumenti, riferimenti o accompagnamento.
La sessualità di una persona con disabilità può generare domande complesse, timori, conflitti interiori e senza un adeguato supporto, il rischio è quello di rispondere con la negazione, il controllo o il silenzio. SexLability interviene anche su questo piano, offrendo risorse pratiche, materiali informativi e percorsi di accompagnamento che aiutano a trasformare l’incertezza in consapevolezza. In questo senso, il progetto non si rivolge solo alla persona con disabilità, ma all’intero ecosistema relazionale che la circonda. Perché è proprio all’interno delle relazioni che si gioca la possibilità di riconoscere – o negare – questi diritti.

A questo punto ridurre SexLability a una piattaforma di servizi sarebbe limitante. Il progetto si colloca infatti dentro una questione più ampia, che riguarda il modo in cui la società guarda al corpo, al desiderio e alla disabilità.
Per anni, la narrazione dominante ha oscillato tra due estremi: da un lato l’infantilizzazione, che nega ogni dimensione sessuale, dall’altro la rimozione, che evita il tema per imbarazzo o mancanza di strumenti. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: l’esclusione.
SexLability prova a scardinare questo paradigma, riportando al centro una verità semplice, ma spesso dimenticata: il diritto alla sessualità è parte integrante dei diritti umani. Non un privilegio, non una concessione, ma una dimensione che deve essere riconosciuta, tutelata e resa accessibile.

In un contesto, quindi, in cui si parla sempre più di inclusione, il rischio è che alcune dimensioni restino comunque ai margini, perché considerate scomode o difficili da affrontare. La sfida di SexLability è proprio questa: portare alla luce ciò che è stato a lungo invisibile, trasformando un bisogno taciuto in un tema legittimo, affrontabile, condiviso.
Non si tratta pertanto solo di creare servizi, ma di generare un cambiamento culturale, di costruire un linguaggio nuovo, capace di restituire complessità senza semplificazioni, e dignità senza eccezioni.
Una società inclusiva non è quella che si limita a garantire accessi fisici, ma quella che riconosce, in ogni persona, il diritto pieno di vivere tutte le dimensioni della propria esistenza. Anche – e soprattutto – quelle che per troppo tempo sono state lasciate fuori dal dibattito pubblico.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Servono abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità

21 Maggio 2026 - 4:42pm

«Chiediamo che al centro dell’azione di Governo e Parlamento vi sia l’impegno a garantire abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità, e inserite in quartieri dove esistano servizi di prossimità e di mobilità, assistenza sociosanitaria, spazi pubblici e relazioni sociali»: lo dicono dal Forum del Terzo Settore, commentando il pacchetto di misure presentato dal Governo per contrastare l’emergenza abitativa, definito come “Piano Casa”

«Un “Piano Casa” ambizioso non può significare solo costruire nuove abitazioni o recuperare il patrimonio pubblico inutilizzato, per quanto queste azioni siano comunque necessarie. Bisogna partire dall’analisi della situazione reale del Paese, che vede disagio abitativo diffuso, salari bassi e famiglie con minore potere d’acquisto, e proporre soluzioni integrate e mirate. In altre parole, non basta pensare a “quante” case, ma occorre interrogarsi prima su “dove” e “per chi” realizzarle, tenendo conto in particolare delle esigenze di giovani, persone vulnerabili e anziane»: a dirlo in una nota sono Giancarlo Moretti, portavoce del Forum del Terzo Settore e il referente per lo stesso Forum sulle questioni abitative, Claudio Falasca, commentando il pacchetto di misure presentato dal Governo per contrastare l’emergenza abitativa, definito appunto come “Piano Casa”».

«Il provvedimento del Governo – prosegue la nota – affronta, anche se tardivamente, un fenomeno ormai ineludibile, guardando al medio-lungo termine e pensando anche a strumenti positivi come l’housing sociale. Eppure sembra voler ridurre il tema “casa” a una questione economica e urbanistica, mentre va intesa come servizio integrato, nell’àmbito del più ampio diritto all’abitare, oggi fortemente a rischio a causa di una grave crisi sociale e salariale. Chiediamo dunque che al centro dell’azione di Governo e Parlamento vi sia l’impegno a garantire abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità, e inserite in quartieri dove esistano servizi di prossimità e di mobilità, assistenza sociosanitaria, spazi pubblici e relazioni sociali. Questo significa anche scongiurare che si formino nuove “periferie dormitorio” e allontanare il rischio delle cosiddetta “gentrificazione” che, come sappiamo, tende a espellere dalle aree centrali delle città i residenti a reddito medio-basso».

«Rispetto infine al tema delle risorse – concludono Moretti e Falasca -, derivanti dal taglio di altri fondi, chiediamo che siano vincolate quote significative per interventi rivolti ai più fragili e al cohousing per anziani e intergenerazionale».

Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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Un “Museo Sospeso” per rendere la cultura accessibile alle persone con disabilità

21 Maggio 2026 - 1:36pm

In occasione della recente Giornata Internazionale dei Musei del 18 maggio, e con il patrocinio di ICOM Italia, componente nazionale del Consiglio Internazionale dei Musei, il Gruppo Lavazza ha lanciato l’iniziativa “Museo Sospeso”, che rientra nel percorso già intrapreso con il progetto “IncluVisity”, alla base del quale vi è l’obiettivo di favorire l’accessibilità, ridurre le barriere fisiche e culturali e promuovere le diversità nelle strutture museali

In occasione della recente Giornata Internazionale dei Musei del 18 maggio, centrata sul tema Musei che uniscono un mondo diviso e con il patrocinio di ICOM Italia, la componente nazionale del Consiglio Internazionale dei Musei, il Gruppo Lavazza ha lanciato l’iniziativa denominata Museo Sospeso, allo scopo di rendere la cultura accessibile alle persone in condizioni di vulnerabilità. Proprio dal 18 maggio, quindi, è possibile visitare gratuitamente cinque enti museali partner (il Museo Egizio e il Museo Lavazza a Torino, la Triennale e la Pinacoteca di Brera a Milano e la Collezione Peggy Guggenheim a Venezia), tramite una richiesta da parte di Associazioni e privati cittadini direttamente presso il sito delle strutture coinvolte, secondo i criteri decisi dai singoli enti e fino ad esaurimento biglietti.

L’iniziativa rientra nel percorso intrapreso dallo stesso Gruppo Lavazza con il progetto IncluVisity, alla base del quale vi è l’obiettivo di favorire l’accessibilità, ridurre le barriere fisiche e culturali e promuovere le diversità, ponendo al centro dell’esperienza museale la persona e la sua fruizione culturale.
Avviato nel 2023 con l’adesione di sei realtà espositive in Italia che hanno ideato percorsi di visita dedicati all’accoglienza e a pubblici con diverse esigenze di accessibilità (sensoriale, cognitiva, comunicativa), IncluVisity ha visto ogni museo proporre un’esperienza mirata a soddisfare esigenze specifiche di conoscenza di pubblici differenti. Oggi sono 13 le istituzioni culturali che vi aderiscono, vale a dire, oltre alle cinque già citate per il Museo Sospeso, a Torino il GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea), il Museo Nazionale del Cinema e CAMERA (Centro Italiano per la Fotografia), il Teatro Piccolo di Milano, il MUSE di Trento (Museo delle Scienze), il Palazzo delle Papesse a Siena, la Kunsthalle di Basilea in Svizzera e il Guggenheim a New York (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: giuseppe.fazio@bursonglobal.com.

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Ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano

21 Maggio 2026 - 12:59pm

«Molto spesso – scrive Marie Helene Benedetti – educatrici ed educatori vengono trattati come figure minori. Come presenze accessorie. Quasi come fossero “gli ultimi degli ultimi” del sistema scolastico. Ma nella mia esperienza ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano, entrare in connessione con ragazzi considerati “irraggiungibili”. E quando un educatore sa accendere una luce dentro situazioni dove tutti ormai vedono solo opposizione, rabbia, rifiuto o fallimento, quella persona non va ignorata, ma va ascoltata»

Qualche giorno fa sono stata ad Ascoli Piceno per partecipare a uno dei tanti GLO (Gruppi di Lavoro Operativi per l’Inclusione) in cui vengo coinvolta quando la scuola non riesce più a trovare una strada. Quando i genitori non riescono ad ottenere le necessità per l’inclusione del proprio figlio. Quando c’è bisogno di una mediazione per trovare luce. Quando l’inclusione si blocca. Quando un alunno smette lentamente di sentirsi compreso e andare a scuola diventa ogni giorno una tortura o una battaglia.
Parliamo di un ragazzo di seconda media con una situazione clinica estremamente complessa. Una di quelle situazioni che richiedono sensibilità vera, capacità di osservazione, elasticità mentale, umanità. Perché lì non bastano protocolli imparati a memoria o frasi da manuale. Lì davanti hai un ragazzo che soffre, che fatica, che comunica il disagio in modi difficili da gestire.
Quest’anno, purtroppo, non si è riusciti a costruire un rapporto efficace con l’insegnante di sostegno e con i docenti di classe. Non si è riusciti a trovare quella connessione relazionale indispensabile per permettere a quel ragazzo di vivere la scuola con serenità e sicurezza. E il dato più doloroso, ma anche più significativo, è che il ragazzo ha copertura scolastica su tutte le ore. Eppure ha frequentato praticamente solo le 12 ore settimanali in cui era presente l’educatrice.

Dodici ore. Le ore in cui riusciva a sentirsi accolto, in cui qualcuno era riuscito davvero ad entrare nel suo funzionamento. Le ore in cui si sentiva abbastanza al sicuro da riuscire a restare a scuola.
Questo dovrebbe far riflettere profondamente tutti. Perché quando un ragazzo con una situazione così delicata riesce a frequentare soltanto nelle ore in cui sono presenti determinate figure educative, non siamo davanti ad un dettaglio trascurabile. Siamo davanti ad un messaggio enorme. E qui mi fermo per non metterci il carico da novanta che ho lasciato su quel sostegno.
Quell’ educatrice, evidentemente, è riuscita a costruire qualcosa che il sostegno non era riuscito a costruire: fiducia, regolazione, serenità, connessione. Ed è qui che apro un discorso che faccio da anni e che continuerò a fare finché avrò voce.

Molto spesso educatrici ed educatori vengono trattati come figure minori. Come presenze accessorie. Quasi come se fossero “gli ultimi degli ultimi” dentro il sistema scolastico. Figure da relegare ai margini, da ascoltare poco o nulla, anche quando passano ore accanto ai ragazzi più complessi. Ed è assurdo. Perché io, nella mia esperienza e come in questo caso, ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano. Ho visto educatori comprendere ragazzi che nessuno riusciva più a leggere. Ho visto educatori entrare in connessione con ragazzi considerati “irraggiungibili”, semplicemente perché possedevano qualcosa che non sempre si insegna nei corsi di formazione: empatia autentica, intuito relazionale, capacità di osservare senza giudicare, amore e passione per il proprio ruolo e per quell’alunno. Quel dono raro di riuscire a sentire l’alunno/alunna prima ancora di volerlo controllare.
Quando un educatore riesce ad ottenere risultati che altri non riescono ad ottenere, dovrebbe diventare una guida da ascoltare. Non una figura da mettere in secondo piano. Chiedere: «Come hai fatto?», «cosa hai capito di lui?», «aiutami a comprenderlo meglio», non è umiliante, è maturità professionale, intelligenza, è voler davvero fare inclusione. Invece troppo spesso nella scuola si entra in logiche tossiche di ruoli, gerarchie e orgoglio professionale. Come se ascoltare un educatore fosse quasi una diminuzione del proprio ruolo. Ma i ragazzi non hanno bisogno dell’orgoglio degli adulti. Hanno bisogno di adulti che collaborano. E quando trovi un educatore capace di accendere una luce dentro situazioni dove tutti ormai vedono solo opposizione, rabbia, rifiuto o fallimento… quella persona non va ignorata. Va ascoltata. Perché a volte la differenza tra un alunno che riesce a restare dentro la scuola e uno che ne viene escluso lentamente, non la fanno i titoli appesi al muro. La fa una persona che è riuscita a farlo sentire finalmente al sicuro e a praticare l’inclusione.

*Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo.

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Parlare di diritti significa parlare anche di corpi, libertà, relazioni, scelta e dignità

21 Maggio 2026 - 12:31pm

Da un recente incontro promosso dall’Associazione sammarinese Attiva-Mente, sul tema Oltre i corpi: il diritto di essere, scegliere, desiderare, è emerso con forza un messaggio preciso, ossia che parlare di diritti significa appunto parlare anche di corpi, libertà, relazioni, scelta e dignità. Significa smettere di raccontare le persone con disabilità come soggetti da proteggere o compatire, iniziando finalmente a riconoscerle come persone complete, complesse, adulte e pienamente titolari della propria esistenza

Ci sono temi che continuano ad abitare i margini del dibattito pubblico. Non perché siano meno importanti. Ma perché obbligano la società a guardarsi davvero allo specchio. Corpo, desiderio, sessualità, autodeterminazione, relazioni, libertà affettiva. Quando questi temi incontrano la disabilità, troppo spesso vengono ancora circondati da imbarazzo, silenzi, paternalismi o paure culturali difficili da scardinare.
È da questa consapevolezza che è nato Oltre i corpi: il diritto di essere, scegliere, desiderare, incontro pubblico promosso dalla nostra Associazione [Attiva-Mente, N.d.R.] in occasione della recente Giornata Europea per la Vita Indipendente [se ne legga la nostra presentazione, N.d.R.]. Una serata pensata non per provocare gratuitamente, ma per aprire uno spazio autentico di confronto su temi che riguardano profondamente la dignità, la libertà e la piena cittadinanza delle persone con disabilità.
Per chi desidera approfondire il progetto, il programma, gli ospiti e i contenuti legati all’iniziativa, è disponibile a questo link la pagina ufficiale dell’evento. Parallelamente, abbiamo scelto di pubblicare anche un focus speciale dedicato a una delle domande centrali emerse durante il percorso di avvicinamento alla serata: «Chi ha davvero accesso ai diritti?».

Nei giorni precedenti all’evento ci siamo chiesti più volte quale fosse il vero senso di questa iniziativa. La risposta, forse, stava tutta in quella semplice, ma scomoda domanda: chi ha davvero accesso ai diritti? E chi invece continua ancora oggi a dover chiedere il permesso di esistere pienamente, di desiderare, di scegliere, di vivere relazioni e affettività senza sentirsi giudicato, infantilizzato o invisibile?
Abbiamo scelto di affrontare pubblicamente questi argomenti perché troppo spesso vengono lasciati ai margini del confronto sociale, culturale e persino istituzionale. Eppure parlare di diritti significa inevitabilmente parlare anche di corpo, identità, autodeterminazione, libertà relazionale e possibilità concreta di vivere la propria vita senza continue limitazioni culturali imposte dagli altri.
La presenza di ospiti autorevoli e profondamente coinvolgenti ha contribuito a creare un clima di ascolto autentico, umano e partecipato. Ingrid Thunem, attivista e atleta internazionale, da anni impegnata sui temi dell’autodeterminazione, del corpo, della sessualità e dei diritti delle persone con disabilità, ha portato una testimonianza intensa e potente, intrecciando esperienza personale, diritti, corpo e libertà con grande sensibilità e lucidità. Allo stesso modo Sofia Righetti Nottegar, tra le figure più interessanti del panorama italiano contemporaneo sui temi della disabilità e del contrasto agli stereotipi, ha offerto uno sguardo critico e profondo sulle narrazioni pubbliche legate alla disabilità, sui linguaggi e sugli stereotipi che ancora oggi influenzano il modo in cui la società guarda ai corpi e alle persone. A moderare il confronto è stata Maria Letizia Camparsi, accompagnando il dialogo con sensibilità, equilibrio e attenzione verso gli interventi del pubblico.

L’incontro è stato intenso, vero, a tratti anche scomodo. Ma proprio per questo necessario. Gli interventi emersi dal pubblico hanno confermato quanto ci sia ancora bisogno di spazi in cui affrontare questi temi senza retorica, senza censura e senza paura di mettere in discussione modelli culturali che troppo spesso continuano a negare complessità, desideri e piena adultità alle persone con disabilità.
Crediamo dunque che il messaggio emerso sia arrivato con forza. Parlare di diritti significa parlare anche di corpi, libertà, relazioni, scelta e dignità. Significa smettere di raccontare le persone con disabilità come soggetti da proteggere o compatire, iniziando finalmente a riconoscerle come persone complete, complesse, adulte e pienamente titolari della propria esistenza.
Un grazie sincero va a tutte le persone presenti, agli ospiti intervenuti, a chi ha collaborato all’organizzazione della serata e a chi continua a credere che una società realmente inclusiva debba avere il coraggio di affrontare anche i temi che troppo spesso vengono lasciati ai margini del dibattito pubblico. La strada verso una piena cultura dei diritti passa anche da qui.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino (attivamentersm@gmail.com).

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Ora quei discussi corsi di specializzazione sul sostegno dovrebbero proprio cessare

20 Maggio 2026 - 6:10pm

Hanno fatto a dir poco discutere, e continuano a farlo, quei corsi di specializzazione sul sostegno affidati dal Ministero all’INDIRE. Sulla legittimità dei Decreti Legge che li hanno sanciti, ma soprattutto sui contenuti dei loro percorsi formativi, torna ad esprimersi sulle nostrte pagine Salvatore Nocera, secondo il quale, «ridottosi ormai di molto il fabbisogno di docenti specializzati, quei corsi potrebbero certamente cessare, consentendo di tornare ai corsi ordinari gestiti dalle Università»

Leggo su «La Stampa» del 5 maggio scorso le lagnanze della mamma di un alunno con disabilità circa i corsi di specializzazione per gli insegnanti di sostegno, gestiti in via eccezionale e straordinaria dall’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa). La mamma lamentava soprattutto un’insufficiente preparazione specifica sul sostegno, con particolare riguardo all’insufficiente numero di ore di lezione ricevute, alla mancanza del tirocinio, e alla conseguente incapacità dei docenti formati da tali corsi di istituire rapporti di relazione che sappiano stimolare la crescita psicologica e di istruzione degli alunni/alunne con disabilità.
A quella lettera ha risposto, sempre sullo stesso numero del giornale, il presidente dell’INDIRE Francesco Manfredi, che difendendo la completezza culturale e di formazione di detti corsi, ha affermato che «il piano didattico è lo stesso dei percorsi ordinari riconoscendo l’esperienza maturata; il tutoraggio è calibrato sulle esigenze di corsisti che sono tutti lavoratori; la direzione dei percorsi è stata affidata a molti dei più importanti studiosi italiani dei processi formativi».

Mi consenta il Presidente Manfredi di intervenire, essendo io un vecchio avvocato e professore di Diritto negli Istituti Tecnico-Commerciali, nonché persona cieca iscritta ad Associazioni di non vedenti, e chi si occupa da oltre cinquant’anni della normativa scolastica inclusiva, con la pubblicazione di monografie e centinaia di articoli sulla stampa specializzata, anche tramite attività di consulenza ventennale presso il Ministero della Pubblica Istruzione.
Pertanto mi permetto di dire la mia in primo luogo sulla legittimità dei corsi INDIRE che ho criticato sin dall’inizio, e sui loro contenuti formativi.

Per quanto riguarda la legittimità, ricordo che, su proposta del Ministro dell’Istruzione e del Merito, il Governo ha emanato il Decreto Legge 71/24, convertito con modificazioni nella Legge 106/24, con il quale si attribuiva all’Ente di ricerca INDIRE il nuovo compito di organizzare corsi di specializzazione per il sostegno didattico agli studenti con disabilità in via eccezionale, straordinaria e di urgenza per il 2025; detto Decreto veniva poi prorogato al 2026, con l’ulteriore Decreto Legge 127/25, convertito con modificazioni nella Legge 164/25.
Mi permetto sommessamente di osservare che la proroga di un Decreto Legge con un altro Decreto Legge palesa la carenza del principio di straordinarietà e necessità, e fa dubitare pure seriamente sulla presenza del requisito di “urgenza” (requisiti, questi, la cui mancanza inficia in via generale la costituzionalità dei Decreti Leggi emanati).
Inoltre, ricordo che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha recentemente promosso l’attivazione di detti percorsi di specializzazione sul sostegno “abbreviati” e online, affidati all’INDIRE, presentandoli come misura necessaria per fronteggiare una presunta carenza di docenti specializzati. Mi permetto quindi di osservare che, se la carenza era effettiva per i corsi autorizzati per il 2025, essa non sembra esistere più in modo drammatico per i corsi prorogati per questo 2026, dal momento che lo stesso Ministero dell’Istruzione e del Merito ha bloccato l’autorizzazione di corsi di specializzazione gestiti dalle Università in molte Province per saturazione delle graduatorie per le supplenze, come risulta espressamente da una recente Nota Ministeriale.
Il Presidente dell’INDIRE dice che ormai il 60% dei docenti di sostegno privi di specializzazione ha acquisito la specializzazione con i corsi già svolti dall’INDIRE. Pertanto, viene da chiedersi se il residuo 40% non potrebbe essere regolarmente formato dai corsi ordinari delle Università, potenziate ove necessario da finanziamenti che sarebbero destinati all’INDIRE per gli anni successivi, che consentirebbero certamente un normale svolgimento dei percorsi formativi.

E vengo ai percorsi formativi. Purtroppo, mi permetto sommessamente di far presente che non è vero che il piano didattico sia «lo stesso dei percorsi ordinari riconoscendo l’esperienza maturata». Inizialmente, infatti, i corsi INDIRE prevedevano solo la metà dell’orario formativo dei corsi ordinari universitari, che sono di 60 CFU (Crediti Formativi Universitari); solo a seguito di un duro braccio di ferro con le Associazioni, gli iniziali CFU sono stati portati a 40.
Il Presidente dell’INDIRE afferma inoltre che «il tutoraggio è calibrato sulle esigenze di corsisti che sono tutti lavoratori». In proposito, mi permetto sommessamente di osservare che, pur dovendosi tener conto delle «esigenze di corsisti che sono tutti lavoratori», il tutoraggio della loro formazione deve basarsi soprattutto sulle capacità operative maturate durante il corso; e tali capacità non sono state vagliate attraverso il tirocinio indiretto, che è escluso dai corsi INDIRE, e che invece è essenziale per far comprendere agli aspiranti docenti eventuali errori compiuti per inesperienza, oltre alle strategie didattiche che solo l’esempio pratico di docenti esperti può insegnare.
Purtroppo, i corsi INDIRE si svolgono tutti online, ma senza la verifica di effettiva presenza davanti ai computer di chi risulta formalmente presente, e spesso in modalità asincrona, quando cioè non è ovviamente possibile dialogare con i docenti esperti che svolgono le lezioni. Ed è anche da considerare che durante le lezioni online si sono collegati sempre almeno un migliaio di docenti in contemporanea, con punte che hanno raggiunto i duemila e oltre. In tali condizioni, un dialogo con i docenti, sia pure online, è praticamente impossibile, ed è invece proprio il dialogo durante e immediatamente dopo le lezioni che fuga dubbi e crea certezze negli apprendimenti formativi.

Per i motivi che ho elencato, ritengo personalmente che, ridottosi ormai di molto il fabbisogno di docenti specializzati, possano cessare i corsi INDIRE che si sono svolti talora in soli tre mesi e in orari incredibili (tutto il sabato e buona parte della domenica di ogni settimana), senza dare quindi la possibilità ai corsisti di sedimentare, ragionare e consolidare gli apprendimenti acquisiti, ciò che invece necessita di tempi più lunghi; infatti, i corsi ordinari universitari durano un anno e siamo in molti a chiedere di riportarne la durata a due anni, come lo erano quando essi valevano addirittura solo per una tipologia di minorazione (o cecità, o sordità, o disabilità intellettive), mentre attualmente, pur essendo formalmente “polivalenti”, cioè valevoli per tutte le tipologie di minorazione, durano solo un anno.
Ribadisco che solo con un valido consolidamento delle Facoltà di Scienze della Dormazione, anche tramite l’istituzione di scuole di specializzazione post-lauream, come avviene per tutte le altre facoltà e come richiesto da tempo dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), una delle più importanti Federazioni tra Associazioni di persone con disabilità e loro familiari, si potrà avere una sufficiente dotazione organica di docenti universitari e di esperti, che possano in via normale e ordinaria svolgere i corsi di specializzazione in modo tale da colmare annualmente il fabbisogno richiesto dalla scuola per la presenza di studenti con disabilità.

Mi scuso con il Presidente dell’INDIRE, in conclusione, se mi sono permesso di non condividere le sue convinzioni, ma confesso che culturalmente non condivido gli orientamenti formativi secondo i quali se si svolge un’attività professionale senza avere la preventiva formazione, l’attività pratica possa in buona parte supplire alle carenze formative, come è avvenuto appunto per i corsi INDIRE, e come – ahimè – sta avvenendo alla Camera per la formazione degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione (ASACOM), rispetto alla discussione della Proposta di Legge AC 2771, già approvata al Senato, e nei confronti della quale la citata Federazione FISH ha diffuso un durissimo comunicato stampa di dissenso il 27 aprile scorso, i cui contenuti sono stati ripresi anche su queste pagine.

*Il presente contributo è già apparsa in «La Tecnica della Scuola» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcune modifiche dovute al differente contenitore, per gentile concessione.

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“Il silenzio degli altri” sarà sottotitolato e audiodescritto in tutte le sale (e due anteprime a Roma e Milano)

20 Maggio 2026 - 5:20pm

Il pluripremiato film spagnolo “Il silenzio degli altri”, che vede al centro della storia Ángela, una donna sorda, e il compagno Héctor, udente, arriverà in Italia dal 28 maggio e in tutte le sale sarà sottotitolato e audiodescritto. E due anteprime gratuite sono in programma per questa sera, 20 maggio, a Roma e per il 22 maggio a Milano

Diretto dalla regista spagnola Eva Libertad e presentato al Festival di Berlino, dove ha vinto il Premio del Pubblico, Il silenzio degli altri (titolo originale Sorda), che ha anche già ottenuto altri riconoscimenti internazionali, vede al centro della storia Ángela, una donna sorda, e il compagno Héctor, udente: la nascita della loro figlia ne mette alla prova la relazione, aprendo nuove fragilità ma anche nuove possibilità di comprensione reciproca.
Ebbene, il film arriverà nelle sale italiane dal 28 maggio e Lucky Red, che lo distribuisce, lo proporrà nella versione originale spagnola e in quella doppiata con sottotitoli descrittivi per persone sorde in tutte le sale, senza eccezioni. Per le persone con disabilità visiva, inoltre, l’audiodescrizione sarà resa disponibile sull’app MovieReading in tutte le sale in cui verrà programmato il film. Ci sarà infatti una traccia con audiodescrizione mixata all’audio italiano, per poter seguire il film in cuffia interamente doppiato e audiodescritto, anche laddove è programmato in versione originale.
La scelta di proporre un’esperienza di cinema per tutti e tutte ha ricevuto il plauso di varie organizzazioni, dall’ENS (Ente Nazionale Sordi), alla Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano e alla Fondazione Istituto dei Sordi di Torino, che insieme ad Audecon, l’Osservatorio su Inclusione e Accessibilità Audiovisiva e a MovieReading, si sono strette intorno alla distribuzione, sostenendo l’organizzazione di due anteprime gratuite del film a Roma e a Milano, entrambe seguite da un dibattito accessibile con sottotitoli in diretta e interpretazione in LIS (Lingua dei Segni Italiana). Questo accadrà nella serata di stasera, 20 maggio (ore 21), al Cinema Quattro Fontane di Roma e il 22 maggio (ore 19.30) ad Anteo Palazzo del Cinema di Milano (la registrazione è obbligatoria per entrambe le date tramite questo link). (S.B.)

A questo link è disponibile il trailer del film Il silenzio degli altri. Per ulteriori informazioni: progetti@pioistitutodeisordi.org (Francesca Di Meo).

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Da 65 anni al fianco delle persone con distrofie e altre patologie neuromuscolari

20 Maggio 2026 - 4:39pm

Come sempre, le sessioni dedicate ai temi sociali e legislativi si alterneranno a quelle di carattere medico-scientifico, ma le Manifestazioni Nazionali 2026 della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) coincideranno anche con i 65 anni dalla nascita dell’Associazione e si terranno il 22 e 23 maggio a Padova, città in cui si trova tuttora la sede nazionale dell’Associazione stessa e dove è ancora vivo il ricordo della presenza di Federico Milcovich, che la UILDM fondò nel 1961 Federico Milcovich (1930-1988), che nel 1961 fondò la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare)

L’edizione 2026 delle Manifestazioni Nazionali UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) si terrà il 22 e 23 maggio all’Hotel Crowne Plaza di Padova (Via Po, 197), città scelta non a caso, poiché tale Associazione ha con essa un legame speciale: vi si trova infatti tuttora la sede nazionale ed è ancora vivo il ricordo della presenza di Federico Milcovich, che nel 1961 fondò l’organizzazione, al quale è intitolato uno dei principali parchi cittadini.
«Le Manifestazioni Nazionali – afferma Stefania Pedroni, presidente nazionale della UILDM – sono l’appuntamento più importante per la nostra Associazione perché si riunisce la comunità UILDM, composta da persone con malattie neuromuscolari, familiari, volontari, clinici, ricercatori e partner. Sarà ancora una volta un’occasione preziosa per rafforzare i legami con le realtà con cui collaboriamo e con i rappresentanti delle Istituzioni, condividere visioni e continuare a costruire inclusione. Quest’anno, inoltre, abbiamo un motivo in più per celebrare: festeggiamo infatti i 65 anni della UILDM al fianco delle persone con distrofie e altre patologie neuromuscolari».

Come sempre le Manifestazioni UILDM daranno vita a una due giorni assai articolata, con sessioni dedicate ai temi sociali e legislativi, legate all’esperienza delle persone con malattie neuromuscolari e delle loro famiglie, insieme a sessioni di carattere medico-scientifico, per fornire tutti gli aggiornamenti sullo stato dell’arte della ricerca scientifica, uniti ad approfondimenti utili per la gestione della quotidianità di chi convive con queste patologie.

Entrando nel dettaglio del programma (quello completo è disponibile a questo link), segnaliamo che la mattinata del 22 maggio sarà aperta da un momento celebrativo dei 65 anni della UILDM, con una serie di saluti istituzionali. Seguirà il panel Insieme per il diritto alla mobilità, anche in aereo, alla presenza di rappresentanti dell’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) e della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) cui la UILDM aderisce.
Nel pomeriggio, invece, oltre all’incontro del Gruppo Giovani UILDM, con la partecipazione di Lisa Noja, consigliera regionale della Lombardia, è in programma Sostegninrete, la piattaforma che crea indipendenza, per raccontare i numeri e i risultati della piattaforma nata per facilitare l’incontro tra persone con disabilità e assistenti personali, lanciata dalla UILDM nell’ottobre dello scorso anno.
E ancora, una sessione scientifica sugli aspetti cardiorespiratori, con l’intervento di esperti e specialisti di respiro internazionale, oltre ad approfondimenti sul ruolo dei registri di patologia in àmbito neuromuscolare e sulla gestione del dolore.

La giornata del 23 maggio, quindi, si aprirà con l’incontro Confindustria Dispositivi Medici e accesso agli ausili alla presenza dell’Associazione Ausili di Confindustria Dispositivi Medici.
Seguirà uno spazio dedicato alla Fondazione Telethon e alle strategie e azioni per l’anno 2026/2027, mentre in parallelo verrà proposta una sessione di aggiornamento alle famiglie su temi legati alla gestione dell’insufficienza respiratoria, alle sperimentazioni di nuove terapie, agli screening neonatali e alle tecniche diagnostiche di ultima generazione, ai nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), agli ausili di ultima generazione, ai dispositivi Wearable e all’intelligenza artificiale.
Quindi vi sarà la tavola rotonda con le Associazioni di pazienti, sul tema Il paziente al centro della valutazione del farmaco: che valore dare a innovatività, benessere e qualità della vita?, mentre a concludere le manifestazioni sarà l’Assemblea dei Soci UILDM. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: uildmcomunicazione@uildm.it (Alessandra Piva e Chiara Santato).

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La risposta ai bisogni dev’essere prima di tutto una possibilità di vita: un appello alla Regione Marche

20 Maggio 2026 - 3:52pm

«Si garantisca alle persone la possibilità di scelta. La programmazione dell’offerta di sostegni non può essere concentrata esclusivamente sulle strutture»: è la richiesta presente in un documento/appello inviato alla propria Regione da 19 organizzazioni delle Marche, in vista della prossima uscita del nuovo Piano di Fabbisogno Sociosanitario Regionale, documento che ridefinirà l’offerta di servizi diurni e residenziali per disabilità, demenze, anziani non autosufficienti, salute mentale e dipendenze

«Si garantisca alle persone la possibilità di scelta. La programmazione dell’offerta di sostegni non può essere concentrata esclusivamente sulle strutture»: è la richiesta presente in un documento/appello inviato alla propria Regione da 19 organizzazioni delle Marche (a questo link il testo integrale, con l’elenco delle organizzazioni firmatarie), in vista della prossima uscita del nuovo Piano di Fabbisogno Sociosanitario Regionale, documento che sostituirà la programmazione del 2017, ridefinendo l’offerta di servizi diurni e residenziali per disabilità, demenze, anziani non autosufficienti, salute mentale e dipendenze.
Come si legge nel documento/appello, in riferimento all’imminente Piano, «la risposta continua a concentrarsi esclusivamente su modelli “residenziali” (strutture e posti letto), spesso contenitori indifferenziati, e non “abitativi” (case) e dall’assenza di qualsiasi forma di potenziamento di sostegno alla domiciliarità. Il principio della possibilità di scelta e di autodeterminazione delle persone esula dal percorso programmatorio così come il potenziamento di quei modelli abitativi, nei quali la casa non è solo un luogo, ma parte integrante del sostegno alla persona».

«Il “progetto di vita” e la centralità di esso – si legge ancora nel testo – deve riguardare ogni essere umano che ha necessità di sostegni. L’obiettivo è dunque il superamento di proposte standardizzate a favore di sostegni personalizzati, nei quali la persona abbia possibilità di scelta».
Le organizzazioni chiedono dunque alla propria Regione un cambio di impostazione e di prospettiva, «evitando di reiterare modelli che richiamano ad un passato che deve essere urgentemente superato». «Rifiutiamo infatti l’idea – conclude il documento/appello – che le mutate esigenze delle persone e le conseguenti richieste di sostegni transitino attraverso modelli che non rispecchiano le scelte delle persone. La risposta ai bisogni non può essere automaticamente un nuovo posto letto. Deve essere, prima di tutto, una possibilità di vita». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: grusol@grusol.it.

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L’impegno della Lega del Filo d’Oro per l’accessibilità digitale in un mondo di inaccessibilità digitale

20 Maggio 2026 - 2:14pm

«L’accessibilità digitale è una delle sfide più urgenti, se è vero che oltre il 95% dei siti web più visitati a livello globale presenta ancora errori di accessibilità rispetto agli standard internazionali, mentre l’84% degli utenti in Italia ha interrotto un processo digitale perché inaccessibile. Per questo abbiamo scelto di investire con continuità su questo fronte»: lo dicono dalla Fondazione Lega del Filo d’Oro, alla vigilia della Giornata Internazionale per l’Accessibilità Digitale di domani, 21 maggio Utilizzo di display Braille

L’accessibilità digitale è ancora certamente una delle sfide più urgenti, se è vero che, secondo stime accreditate, oltre il 95% dei siti web più visitati a livello globale presenta ancora errori di accessibilità rispetto agli standard internazionali WCAG, mentre l’84% degli utenti in Italia ha interrotto un processo digitale perché inaccessibile. «Si tratta di un tema – sottolineano dalla Fondazione Lega del Filo d’Oro – che riguarda milioni di cittadini e cittadine con disabilità e che assume un ruolo centrale alla luce della normativa europea, che riconosce il diritto universale ad accedere in modo equo a informazioni e servizi digitali. Ne emerge quindi la necessità di un impegno concreto da parte di Istituzioni e organizzazioni nella progettazione di ambienti digitali realmente inclusivi. È in tale contesto che, alla vigilia della Giornata Internazionale per l’Accessibilità Digitale di domani, 21 maggio (GAAD-Global Accessibility Awareness Day), confermiamo il nostro impegno verso l’inclusione digitale, presentando il percorso di accessibilità del nostro sito istituzionale, basato su un progetto che mette al centro gli utenti sordociechi e con pluridisabilità psicosensoriale, con l’obiettivo di garantire a tutti e tutte un accesso semplice, sicuro e inclusivo alle informazioni della nostra Fondazione».

«L’accessibilità digitale – sottolinea Rossano Bartoli, presidente della Fondazione Lega del Filo d’Oro – è oggi una delle frontiere più concrete dell’inclusione. Infatti, non si tratta soltanto di rendere un sito accessibile, ma di garantire che la trasformazione digitale della società non lasci indietro nessuno e diventi, al contrario, uno strumento di partecipazione reale. Abbiamo scelto quindi di investire con continuità su questo fronte, consapevoli che l’accesso alle informazioni e ai servizi digitali incide direttamente sulla qualità della vita delle persone con sordocecità che seguiamo ogni giorno. Il percorso che abbiamo avviato è un impegno strutturato che si evolve nel tempo, in dialogo con l’innovazione tecnologica e con l’obiettivo di rendere sempre più concreto il diritto all’autonomia e all’inclusione». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di ulteriore approfondimento. Per altre informazioni: v.matteucci@inc-comunicazione.it (Virginia Matteucci).

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La progettazione educativa sostiene le persone a recuperare il potere di progettare la loro esistenza

20 Maggio 2026 - 1:06pm

«La progettazione educativa – scrive Natascia Curto, ricercatrice in Pedagogia Speciale all’Università di Torino – deve restituire alla persona il potere sulla propria direzione, affinché questa possa progettare la propria vita come una spirale nella quale si susseguono diversi cerchi e non come una ruota nella quale si gira senza meta» Carlos Casamayor, “Time Stopped” (“Tempo fermo”)

Uno degli argomenti di cui il nostro gruppo di ricerca si occupa è la progettazione educativa. Quando si sente questa espressione si potrebbe pensare alla scuola, oppure all’organizzazione di attività educative: laboratori e progetti per imparare o migliorare qualcosa di sé. Ma la progettazione educativa, in realtà, è soprattutto un modo per restituire il tempo.
Se ci pensiamo, la progettazione, in tutti gli àmbiti in cui si può declinare, è sempre un gesto che si intreccia con il tempo, perché si rivolge al futuro: il progettare, per definizione, non può avvenire nel presente né nel passato, perché comprende il modellamento di un qualcosa che non c’è ancora. È così quando si progetta una casa, quando si progetta una vacanza e anche quando si progetta la propria esistenza. Il tempo, nella progettazione, è quindi sempre una dimensione cruciale.
Quella educativa è un tipo particolare di progettazione perché sostiene le persone a recuperare il potere di progettare la loro esistenza.

In certi momenti della vita accade, per diverse ragioni o a causa di alcuni accadimenti, di ritrovarsi privi di un orizzonte temporale a cui tendere con fiducia: è come si fosse perso “il grip” sulla propria esistenza. Queste situazioni possono essere diversissime – da una famiglia che si dissolve alla fuga da una guerra, dallo svantaggio connesso alla disabilità, alla perdita della casa o del lavoro – ma hanno in comune il fatto che lo sguardo verso il futuro di chi le attraversa ha un tiro corto. Ci si trova in un tempo chiuso su un presente non desiderabile, un presente che fa fatica.
È qui che interviene la progettazione educativa, che ha il compito di ricostruire con quella persona un orizzonte di futuro e accompagnarla nella strada per arrivarci.
La possibilità di guardare un tempo che non c’è ancora e la sensazione di poterlo modellare è un qualcosa che non tutti gli individui hanno a disposizione: il futuro è un privilegio. Non è un’attitudine interna della persona, ma una possibilità determinata socialmente: dipende dall’esperienza avuta, da come si viene percepiti, da quello che sembra faccia chi si trova nella stessa situazione.
Quando una persona attraversa un periodo particolarmente negativo, a volte “non vede un futuro”. Con questa espressione si intendono due cose: non vede un futuro diverso da quello che adesso è il presente oppure un futuro su cui agire, da orientare. Queste due forme di rapporto con il tempo – sentire di avere un futuro e di poterlo maneggiare – sono le componenti di base di desideri e aspirazioni, ovvero di ciò che guida la nostra esistenza. La mancanza di queste due componenti è ciò a cui la progettazione educativa tenta di rimediare.

Ma allora a cosa serve la ricerca su questo tema? Serve perché non è stato sempre così. Fino a pochi anni fa il tempo nei servizi socioeducativi era completamente diverso: un tempo fermo, senza futuro, senza punti a cui agganciare un progetto.
Una delle declinazioni del lavoro del nostro gruppo di ricerca è il contrasto all’istituzionalizzazione. Istituzionalizzazione significa chiudere in uno spazio ma anche deformare il tempo. Perché il tempo, nelle vite istituzionalizzate, è fermo, non cammina, manca della dimensione progettuale. È un tempo ciclico, schiacciato su un presente che rimarrà sempre uguale a se stesso e non andrà in nessun’altra direzione, letteralmente da nessun’altra parte. Le attività e le occupazioni del tempo in una vita istituzionalizzata, per esempio all’interno di un manicomio, servono a intrattenere, cioè a tenere in quel tempo e in quello spazio, non a delineare possibilità future.

Un importantissimo studioso, Benedetto Saraceno, ha scritto un libro che si intitola La fine dell’intrattenimento [Rizzoli, 1995, N.d.R.]. L’intrattenimento è stato storicamente uno degli elementi più dannosi dei servizi educativi anche dopo la chiusura dei manicomi. Siccome non si sapeva bene ancora come fare, i percorsi di vita per persone in situazione di marginalità hanno continuato a basarsi principalmente sull’occupare il loro tempo, cioè sull’intrattenerle. Questo modo di lavorare, che oggi superiamo grazie alla ricerca, sottraeva a chi stava attraversando una situazione di discriminazione e di marginalità, proprio la dimensione del tempo che tende al futuro e a una possibile emancipazione.
Le persone libere che vivono vite autodeterminate, invece, indipendentemente dall’età o dalla situazione, abitano sempre due tempi: un tempo ciclico della quotidianità, e un tempo progressivo, come una freccia che va verso il futuro.
Possiamo immaginarci l’intersezione tra queste due dimensioni come una spirale composta da una parte ciclica, ma allo stesso tempo da un’uscita, dal collegamento con un altro circolo possibile. Se manca la dimensione futura, la spirale si schiaccia e diventa un cerchio che intrappola, all’interno del quale si ha la percezione di girare a vuoto.

La ricerca pedagogica attuale mostra, dunque, come siano necessari gli strumenti che in gergo tecnico si chiamano “di capacitazione”: perché il loro scopo è restituire alle persone la capacità e il potere per aspirare e per vedere se stessi in un altrove in cui quello che oggi ci fa soffrire si è modificato.
La progettazione educativa deve quindi restituire alla persona il potere sulla propria direzione, affinché questa possa progettare la propria vita come una spirale nella quale si susseguono diversi cerchi e non come una ruota nella quale si gira senza meta.

*Natascia Curto è ricercatrice in Pedagogia Speciale nel Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino e coautrice, insieme a Cecilia Marchisio, del volume “I diritti delle persone con disabilità. Percorsi di attuazione della Convenzione ONU” (nuova edizione, Carocci Editore, 2025). Entrambe le Autrici sono anche componenti e fondatrici del Centro Studi per i diritti e la Vita Indipendente (DiVI) dell’Università di Torino. Il presente contributo è già stato pubblicato da «Frida» (Storie di ricerca dall’Università di Torino), e ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, da Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli. Lo riprendiamo a nostra volta, per gentile concessione.

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Le diverse forme di diseguaglianza e discriminazione che si intrecciano e si rafforzano reciprocamente

20 Maggio 2026 - 12:25pm

“Pensare, vedere e praticare l’intersezionalità”: è il titolo di un simposio che si terrà il 22 maggio a Trento, nell’àmbito della quinta edizione del convegno internazionale Erickson “Sono adulto!”. A partire dall’intersezione tra genere e disabilità, ma ampliando lo sguardo anche ad altre forme di discriminazione, come quella che colpisce le persone con background migratorio, il simposio intende approfondire le sfide attuali sul piano culturale, sociale e dei diritti (Credits: cottonbro studio / Pexels)

Pensare, vedere e praticare l’intersezionalità, questo il titolo del simposio che si svolgerà a Trento, il 22 maggio, nell’àmbito della quinta edizione del Convegno, targato Erickson, Sono adulto! [se ne legga un’ampia presentazione in altra parte del nostro giornale, N.d.R.].
«L’intersezionalità rappresenta una chiave di lettura fondamentale per comprendere la complessità delle identità sociali e le dinamiche attraverso cui le diverse forme di diseguaglianza e discriminazione si intrecciano e si rafforzano reciprocamente – è scritto nella nota di presentazione –. Guardare la realtà attraverso questa lente consente di cogliere il carattere stratificato delle esperienze individuali e di riconoscere come molteplici fattori – genere, disabilità, origine, condizione socioeconomica – agiscano simultaneamente anche nella vita quotidiana. A partire dall’intersezione tra genere e disabilità, ma ampliando lo sguardo anche ad altre forme di discriminazione come quella che colpisce le persone con background migratorio, il simposio intende approfondire le sfide attuali sul piano culturale, sociale e dei diritti. I e le partecipanti rifletteranno su cosa significhi, in concreto, “praticare l’intersezionalità”, ossia riconoscere appieno le varie soggettività e tutelarne effettivamente i diritti».

L’evento, che si svolgerà nel pomeriggio del 22 maggio (ore 16.30- 18.30), sarà coordinato da Maria Giulia Bernardini, professoressa associata di Filosofia del Diritto presso l’Università di Ferrara.
Sono previsti i seguenti interventi: Marta Migliosi (Coordinamento Nazionale PERSONE, Movimento Antiabilista); Pamela Crepaldi (Università di Torino); Souad Maddahi (Community e Disability Manager – Fondazione di Comunità Porta Palazzo), e chi scrive, Simona Lancioni (Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli-Pisa). (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@erickson.it.
Il presente contributo è il riadattamento di un testo già apparso in Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa). Per gentile concessione (anche per l’immagine utilizzata).

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“Sono adulto!”: dalla protezione assistenziale all’esercizio dei diritti soggettivi

20 Maggio 2026 - 12:04pm

«Questa edizione del nostro convegno si inserisce in un momento di profonda trasformazione normativa e culturale per il settore della disabilità in Italia, con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 62/24, che sposta l’asse dell’intervento sociale dalla protezione assistenziale all’esercizio dei diritti soggettivi»: lo dicono da Erickson, presentando la quinta edizione del proprio convegno internazionale “Sono adulto!”, in programma presso la propria sede di Trento, ma anche online, il 22 e 23 maggio

«Questa edizione del nostro convegno si inserisce in un momento di profonda trasformazione normativa e culturale per il settore della disabilità in Italia, con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 62/24, che sposta l’asse dell’intervento sociale dalla protezione assistenziale all’esercizio dei diritti soggettivi»: lo dicono da Erickson, presentando la quinta edizione del proprio convegno internazionale Sono adulto! (sottotitolo di quest’anno Disabilità e Progetto di Vita), in programma presso la propria sede di Trento, ma anche online, il 22 e 23 maggio, spazio di incontro e confronto tra studiosi, professionisti, famiglie e persone con disabilità, allo scopo di costruire insieme una cultura della disabilità fondata su diritti, dignità e piena cittadinanza.
«L’attuale trasformazione normativa e culturale – sottolineano infatti i promotori della due giorni – è destinata a incidere concretamente sulla vita di 3,1 milioni di persone con disabilità e sul lavoro di circa 730.000 operatori del settore, dando attuazione alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, con l’obiettivo di costruire percorsi di vita realmente inclusivi, personalizzati e orientati all’autodeterminazione. Ed è proprio su questa sfida che intende concentrarsi l’edizione di quest’anno del convegno: trasformare cioè il concetto di Progetto di Vita, non più inteso come adempimento burocratico, ma come strumento concreto di libertà, per costruire lo spazio per i diritti delle persone con disabilità e restituire alle persone la possibilità di scegliere, progettare e costruire il proprio futuro».

Rimandando Lettori e Lettrici al programma completo del convegno (disponibile a questo link), segnaliamo qui di seguito alcuni tra i temi principali che vi verranno trattati, così come evidenziati da Erickson.
«Abitare il territorio: abitare significa rivendicare il diritto alla vita indipendentemente dalla disabilità, svincolando il concetto di “casa” da quello di semplice posto letto in una struttura. Il tema si sposta dunque verso la creazione di una comunità capacitante, dove le soluzioni abitative siano l’esito di una scelta personale e di una progettazione centrata sull’individuo. In questo quadro, il territorio diventa il luogo dove intrecciare relazioni significative e alleanze tra famiglie, enti locali e terzo settore.
Dare voce e riconoscere la complessità: riconoscere la dignità di ogni persona significa imparare ad ascoltare anche le voci più silenziose, sfidando l’idea che l’istituzionalizzazione sia l’unica risposta per le disabilità gravissime. L’approccio deve essere intersezionale, capace di vedere come disabilità, genere e origini migratorie si intreccino creando discriminazioni stratificate. Supportare la partecipazione e le decisioni di ognuno non è solo una pratica professionale, ma un diritto umano sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Affettività e sessualità: l’affettività e la sessualità sono diritti umani fondamentali spesso trascurati o limitati da forti resistenze culturali nel mondo della disabilità intellettiva. Il convegno affronterà questo tabù, promuovendo un’educazione rispettosa della soggettività e dei desideri di ciascuno. Superare la frammentazione degli interventi significa includere questi bisogni nel Progetto di Vita, garantendo una visione integrale della persona e del suo benessere esistenziale.
Famiglie, quotidianità e futuro: l’empowerment delle famiglie è la chiave per passare da un welfare protettivo a un welfare che libera, permettendo di immaginare percorsi di vita “oltre la diagnosi”. Il Progetto di Vita diventa lo strumento per sognare e costruire un futuro felice, evitando che la persona sia intrappolata in una visione puramente assistenziale. Il ruolo del caregiving familiare viene riconosciuto come cruciale, ma inserito in una rete che promuove la piena cittadinanza». (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il programma completo. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@erickson.it (Lisa Oldani).

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Superare gli attuali modelli di protezione giuridica è una questione di diritti umani, civiltà e cittadinanza

19 Maggio 2026 - 6:24pm

L’ANFFAS Nazionale ha richiamato l’attenzione del Governo e dei Ministeri competenti sull’urgenza di dare piena e tempestiva attuazione alla Legge che delega il Governo stesso alla revisione delle misure di protezione giuridica, ossia l’abolizione dell’istituto dell’interdizione e dell’inabilitazione e la contestuale revisiuone e rafforzamento dell’istituto dell’amministrazione di sostegno. «Non è una questione tecnica – dicono dall’Associazione -, ma una questione di diritti umani, civiltà e cittadinanza»

Tramite una nota inviata nei giorni scorsi, l’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo) ha richiamato l’attenzione del Governo e dei Ministeri competenti sull’urgenza di dare «piena e tempestiva attuazione all’articolo 17 della Legge 167/25, che delega il Governo alla revisione delle misure di protezione giuridica (abolizione dell’istituto dell’interdizione e dell’inabilitazione, con contestuale rafforzamento dell’istituto dell’amministrazione di sostegno)».
«Tale riforma – spiegano infatti dall’ANFFAS – rappresenta un passaggio fondamentale per l’adeguamento dell’ordinamento italiano ai princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, con particolare riferimento al riconoscimento della capacità giuridica, al diritto all’autodeterminazione e al superamento dei modelli basati sulla sostituzione della persona nelle decisioni che la riguardano. Allo stesso tempo chiediamo di rivedere la Legge 6/04 sull’amministrazione di sostegno, anche in termini di semplificazione, sia per quanto riguarda l’individuazione delle figure nominate per tali funzioni che le connesse modalità e regole di rendicontazione e relativi costi».
«Parliamo di una riforma – dichiara Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS – che incide direttamente sulla vita, sulla dignità e sui diritti fondamentali delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Non è più possibile rinviare l’attuazione di una delega già approvata dal Parlamento nel novembre 2025, coerentemente con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia, che rischia di rimanere nel nulla se l’iter non viene immediatamente avviato».

Nella nota trasmessa alle Istituzioni che la Legge 167/25 individua quali competenti a darne attuazione (tra cui la Presidenza del Consiglio, i Ministeri della Giustizia, per le Disabilità, dell’Economia e delle Finanze, della Salute, per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, oltre al Ministero per le Riforme Istituzionali e la Semplificazione Normativa e quello per la Pubblica Amministrazione), l’ANFFAS ha evidenziato dunque come «non sia più rinviabile l’esigenza di dare attuazione alla delega, realizzando una riforma organica del sistema, e registrando, tra l’altro, un’ampia convergenza tra alcune Istituzioni e il mondo associativo sulla necessità che tale riforma veda al più presto la luce. Una convergenza che trova riscontro anche nelle posizioni espresse da organismi quale l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che ha presentato pubblicamente una proposta proprio insieme alla nostra Associazione, il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) e il Consiglio Nazionale del Notariato, che hanno richiamato appunto la necessità di un sistema fondato sul rispetto della volontà, della dignità e delle preferenze della persona».

L’ANFFAS – che, va ricordato, aderisce sia alla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) che al Forum Nazionale del Terzo Settore -, ha sottolineato, inoltre, come il processo di riforma «si collochi nel quadro degli obblighi internazionali assunti dall’Italia in sede ONU, avendo ratificato con la Legge 18/09 la citata Convenzione ONU e il Protocollo Opzionale, e come il suo effettivo avanzamento rientri nei meccanismi di monitoraggio della Convenzione stessa».
«Il superamento degli attuali modelli di protezione giuridica – conclude Speziale – non è una questione tecnica, ma una questione di diritti umani, civiltà e cittadinanza. È quindi fondamentale che l’Italia proceda con determinazione e senza ulteriori ritardi nell’attuazione della riforma, impedendo che la delega cada nel nulla». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@anffas.net.

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