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Perché l’Osservatorio Nazionale deve passare a una funzione molto più incisiva di verifica dell’effettività dei diritti
Come componente dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità e componente dell’Osservatorio della Regione Umbria, prendendo spunto dal contributo di Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), pubblicato nei giorni scorsi su queste stesse pagine, vorrei aggiungere alcune considerazioni circa la proroga dello stesso Osservatorio Nazionale, portando alcuni suggerimenti per dare forza ad un organismo importantissimo, riflessioni utili anche per i pochi Osservatori Regionali che sono attivi sul territorio nazionale.
La proroga dell’Osservatorio Nazionale per altri tre anni può essere letta non tanto come un semplice prolungamento delle attività dell’organismo, ma come un’occasione per verificare se la riforma della disabilità stia davvero passando dalle norme ai diritti concretamente esigibili.
Il punto di partenza è importante: la Legge 227/21 ha delegato il Governo a riformare profondamente il sistema, e il Decreto Legislativo 62/24 ha introdotto un nuovo paradigma fondato su valutazione di base, accomodamento ragionevole e soprattutto progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato.
Cosa dovrebbe fare dunque l’Osservatorio nei prossimi tre anni? A mio avviso, dovrebbe spostare il proprio baricentro da una funzione prevalentemente di monitoraggio e proposta a una funzione molto più incisiva di verifica dell’effettività dei diritti.
Ci sono alcune priorità da approfondire:
1. Misurare il diritto alla vita indipendente e al progetto di vita: quest’ultimo non dovrebbe diventare semplicemente un nuovo documento amministrativo. Deve invece tradursi in sostegni effettivamente disponibili: abitare, lavoro, istruzione, salute, mobilità, relazioni sociali, assistenza personale, partecipazione alla comunità. Il Decreto Legislativo 62/24 prevede infatti una valutazione multidimensionale finalizzata proprio alla costruzione e attuazione del progetto di vita.
2. Definire livelli essenziali realmente esigibili: questo è probabilmente il nodo politico più importante. Se una persona ha diritto a un determinato sostegno, non può dipendere dal fatto che viva in una Regione o in un Comune più o meno attrezzato. L’Osservatorio dovrebbe quindi pubblicare annualmente una sorta di “mappa dell’esigibilità dei diritti”, evidenziando le differenze territoriali e indicando quali prestazioni devono essere garantite ovunque.
3. Monitorare che la valutazione multidimensionale non rimanga sulla carta, come denunciato dall’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle persone con disabilità: il nuovo sistema deve coinvolgere la persona e considerare non soltanto la menomazione, ma il rapporto tra persona, ambiente, desideri, bisogni e ostacoli alla partecipazione. La riforma, infatti, mira proprio a superare un sistema frammentato e a mettere la persona al centro.
4. Dare effettività all’accomodamento ragionevole: questa è una delle innovazioni più importanti del Decreto 62/24. L’accomodamento ragionevole dovrebbe diventare uno strumento ordinario per rimuovere gli ostacoli che impediscono alla persona di esercitare concretamente un diritto: nella scuola, nel lavoro, nei servizi pubblici, nella sanità e nella vita sociale. Quindi servirebbe un monitoraggio specifico su quante richieste vengano presentate, quante vengono accolte, quali tempi vengano rispettati e quali siano i motivi dei dinieghi.
5. Verificare la partecipazione effettiva delle persone con disabilità alla definizione del progetto di vita: Niente su di Noi senza di Noi dovrebbe diventare un criterio concreto di funzionamento dell’Osservatorio e di tutta la riforma. Non basta consultare le Associazioni: le persone con disabilità dovrebbero poter incidere sulla definizione degli obiettivi, sugli indicatori e sulla valutazione dei risultati.
6. Collegare i diritti alle risorse: qui c’è una questione decisiva: un diritto, infatti, è realmente esigibile soltanto se esistono responsabilità amministrative, procedure, tempi e risorse per garantirlo. Il Governo indica, nell’attuazione della Delega, 275 milioni di euro annui a regime, sicuramente una cifra non adeguata per dare risposte alla complessa procedura per l’esigibilità di tale diritto; inoltre occorre verificare concretamente come queste risorse si traducano nei servizi e nei sostegni sui territori.
7. Usare i prossimi tre anni per arrivare a un sistema di garanzie: la vera domanda, cioè, dovrebbe essere: “Che cosa può fare una persona con disabilità quando un diritto previsto dalla legge non viene garantito?”. Se la risposta è soltanto “presentare un’altra domanda”, la riforma non è ancora arrivata al risultato. Occorrono procedure semplici di reclamo, tempi certi, responsabilità individuabili e possibilità effettive di ricorso.
Il 2027 sarà quindi un passaggio decisivo e non è casuale che la sperimentazione della riforma sia in corso e che l’INPS indichi il 1° gennaio 2027 come data di entrata a regime nazionale del nuovo sistema. La sperimentazione è partita nel 2025 in nove Province ed è stata successivamente estesa a numerosi altri territori. Per questo, a mio giudizio, la proroga dell’Osservatorio dovrebbe essere accompagnata da un cronoprogramma pubblico 2026-2029, con indicatori verificabili.
Ad esempio:
In sostanza: la Legge 227/21 e il Decreto Legislativo 62/24 hanno creato un’architettura normativa molto più avanzata, ma il rischio dei prossimi tre anni è che il “progetto di vita” diventi semplicemente l’ennesima procedura amministrativa, senza cambiare concretamente la vita delle persone. La stessa fase sperimentale è stata concepita per verificare il nuovo modello prima della sua applicazione nazionale. Perciò l’Osservatorio dovrebbe avere una missione molto chiara: non limitarsi a osservare la condizione delle persone con disabilità, ma osservare se lo Stato, le Regioni e gli Enti Locali stiano rendendo effettivi i diritti riconosciuti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e dalla legislazione italiana.
*Presidente della Fondazione Serena-Olivi di Perugia.
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Approdano a Roma gli “Oscar dell’Inclusione”
Ideati dalla Fondazione Diversity, i Diversity Media Awards, definibili anche come gli “Oscar dell’Inclusione”, sono il primo riconoscimento europeo rivolto a personaggi, opere e contenuti mediali che, nel corso dell’anno precedente, si siano distinti per una rappresentazione valorizzante e inclusiva delle persone per temi di genere, età, etnia, disabilità, LGBT+ e aspetto fisico, sui diversi media nazionali (cinema, televisione, radio, digital, stampa e TG).
Nel corso di una conferenza stampa in programma per domani, 15 settembre, a Roma (Sala C onferenze dell’Associazione Stampa Estera in Italia, Palazzo Grazioli, Via del Plebiscito, 102, ore 11.30), ne verrà presentata l’undicesima edizione, che approderà per la prima volta nella Capitale il 18 settembre a La Nuvola. Quest’ultimo evento, tra l’altro, verrà reso accessibile grazie all’audiodescrizione live scritta dalla dialoghista, audiodescrittrice e insegnante Laura Giordani, apprezzata firma frequente anche di Superando, e speakerata dalla stessa Giordani, insieme all’attrice doppiatrice Raffaella Castelli. (S.B.)
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“Spiaggia Facile Alghero”: il mare è di tutte e tutti
Chiara Rosnati nasce a Roma, in un contesto culturale e familiare che le permette fin da giovane di avvicinarsi al mondo del sociale. Per motivi di lavoro, la famiglia si trasferisce poi in Sardegna, ad Alghero, dove rimane per una decina d’anni. Un’esperienza che lascia tracce profonde nel suo percorso personale e professionale e che si intreccia con i suoi studi in Scienze Naturali e con un interesse sempre più marcato per il rapporto tra ambiente e dimensione sociale. Dopo sedici anni trascorsi di nuovo nella Capitale, Chiara sceglie così di tornare ad Alghero e di mettere nuovamente radici in Sardegna.
Nel suo percorso c’è stata anche una breve esperienza politica. Per sua stessa ammissione, tuttavia, non essendo particolarmente incline al compromesso, dopo appena sei mesi ha lasciato la Giunta Comunale di Alghero. Ciò non le ha impedito di continuare a collaborare con le Amministrazioni Locali su diversi progetti.
Le sue esperienze sono molteplici, ma il filo conduttore rimane il sociale e tra le attività alle quali si è dedicata c’è anche il sostegno a studenti provenienti da aree di conflitto, come l’Afghanistan e la Terra Santa, aiutandoli a raggiungere l’Italia per studiare e, nello stesso tempo, ad allontanarsi da situazioni di grave rischio.
Qualche anno fa è arrivata una nuova sfida. L’Amministrazione Comunale di Alghero l’ha contattata per avviare un progetto dedicato all’accessibilità delle spiagge. «L’inizio – racconta – è stato decisamente modesto: un paio di ombrelloni donati e non proprio in perfette condizioni. Ma da quelle prime attrezzature è cominciato un percorso che, passo dopo passo, è cresciuto fino a diventare ciò che oggi è Spiaggia Facile».
Chiara Rosnati, dunque, è la coordinatrice di tale progetto, realizzato attraverso un processo di co-progettazione tra il Comune di Alghero e la Cooperativa Sociale EcoToni, della quale Rosnati è vicepresidente, nell’àmbito degli interventi destinati alla promozione del turismo accessibile e inclusivo per le persone con disabilità.
L’iniziativa è stata presentata dalla Regione Autonoma della Sardegna e finanziata dalla Presidenza del Consiglio (Dipartimento per le Politiche in favore delle Persone con Disabilità).
Anche il nome della Cooperativa coinvolta racconta qualcosa della filosofia di essa. In ecologia, l’ecotono è la zona di transizione tra due ecosistemi, un ambiente particolarmente ricco di biodiversità. Il concetto è stato trasferito alla dimensione sociale: le persone che spesso vengono confinate ai margini della società possono essere portatrici di esperienze, competenze e risorse preziose per l’intera comunità.
L’idea di spiaggia accessibile sviluppata ad Alghero, infatti, non è quella di uno spazio separato o isolato. Spiaggia Facile è uno spazio dedicato alle persone con disabilità, ma pienamente inserito nella continuità del litorale algherese e, in particolare, della spiaggia del Lido. Vi sono presenti postazioni attrezzate e l’accoglienza viene garantita anche grazie a volontari e tirocinanti coinvolti attraverso differenti percorsi. Si tratta di giovani studenti, persone disoccupate o che non avevano mai avuto precedenti esperienze lavorative. «Tra loro – sottolinea con orgoglio Rosnati – ci sono anche persone con disabilità che proprio grazie a questa esperienza hanno firmato per la prima volta un contratto di lavoro, sperimentando concretamente responsabilità, autonomia e riconoscimento delle proprie capacità».
Spiaggia Facile consente di raggiungere il mare e di entrare in acqua anche utilizzando sedie anfibie. Chi ne ha bisogno può chiedere il supporto degli operatori per arrivare fino al bagnasciuga, fare il bagno e, al termine, essere accompagnato nuovamente alla propria postazione.
Nel tempo, però, attorno al servizio è nato qualcosa che va oltre la semplice accessibilità fisica. Si sono create amicizie e molte famiglie hanno cominciato a frequentare insieme la spiaggia, anche grazie alla possibilità di disporre di spazi vicini alla postazione attrezzata. L’obiettivo, infatti, non è separare la persona con disabilità dai familiari o dagli amici, ma permettere a tutte e tutti di condividere l’esperienza del mare.
A utilizzare il servizio possono essere residenti e turisti, comprese le persone che soggiornano negli alberghi e nelle altre strutture ricettive della zona. Proprio per questo si sta lavorando alla costruzione di una rete territoriale che consenta di conoscere e utilizzare il servizio durante tutta la stagione, coinvolgendo sempre più soggetti del territorio.
Tra le novità più recenti vi è anche la sperimentazione della vela. Grazie infatti a un accordo di collaborazione con la Sezione di Alghero della Lega Navale Italiana, è possibile utilizzare la Malupa, un’imbarcazione che può ospitare fino a cinque persone e sulla quale operano istruttori con esperienza nella vela con persone con disabilità.
La particolarità della barca è stata pensata proprio per facilitare l’accesso: l’imbarcazione può arrivare direttamente a riva e una passerella consente anche alle persone che utilizzano una sedia a rotelle di salire a bordo in autonomia o comunque con un’assistenza ridotta. Un risultato reso possibile anche dal lavoro di chi ha progettato e costruito l’imbarcazione nei cantieri navali.
Da quel primo paio di ombrelloni, dunque, il progetto ha percorso molta strada. Spiaggia Facile è diventata non soltanto un servizio per consentire alle persone con disabilità di vivere il mare, ma anche un luogo di incontro, di lavoro e di sperimentazione di nuove forme di accessibilità. Con un principio semplice alla base: il mare non dovrebbe essere un privilegio, ma uno spazio che tutte e tutti devono poter vivere.
Per ulteriori informazioni è possibile contattare Chiara Rosnati, vicepresidente della Cooperativa Sociale Ecotoni tramite info@ecotonicoop.it (tel. 345 897 1441), oppure attraverso la pagina Facebook Spiaggia Facile Alghero (a questo link).L'articolo “Spiaggia Facile Alghero”: il mare è di tutte e tutti proviene da Superando.
Agli insegnanti di sostegno: prima di aprire il libro, aprite gli occhi!
Quando a settembre un insegnante di sostegno entra in una classe, non comincia semplicemente un nuovo incarico. Per una famiglia comincia un anno durante il quale affida alla scuola la persona più cara e più fragile del proprio nucleo: è questo il messaggio che come Genova Inclusiva rivolgiamo agli insegnanti di sostegno in occasione del nuovo anno scolastico.
Dietro un contratto, anche quando è a tempo determinato, non ci sono soltanto ore, programmi e scadenze. C’è un bambino o un ragazzo. C’è la preoccupazione di un padre, l’ansia di una madre e, spesso, anche quella di fratelli e sorelle che vivono quotidianamente le difficoltà e le conquiste del proprio familiare. Immaginiamo un insegnante che entra per la prima volta in quella classe: per lui è un nuovo alunno. Per quella famiglia, invece, è la persona per cui hanno combattuto, pianto, cercato risposte e costruito, giorno dopo giorno, un percorso. Da qui l’appello agli insegnanti: prima di aprire il libro, aprire gli occhi!
Conoscere l’alunno significa capire come comunica, cosa comprende, cosa lo mette in difficoltà, cosa lo tranquillizza, come chiede aiuto e come manifesta un bisogno. Significa parlare con la famiglia, confrontarsi con chi già lo conosce e soprattutto osservare prima di giudicare.
Un comportamento difficile non è necessariamente un capriccio. Può essere l’unico modo che un bambino ha per comunicare: «Non ce la faccio», «Non ho capito», «Ho bisogno di una pausa».
Routine, anticipazione dei cambiamenti, consegne comprensibili, strumenti visivi quando necessari e la possibilità di comunicare bisogni come “aiuto”, “pausa”, “non ho capito” possono trasformare radicalmente l’esperienza scolastica.
Ma c’è un punto che consideriamo fondamentale: essere nella stessa classe non significa essere inclusi! L’inclusione non consiste nel tenere un alunno fisicamente dentro un’aula mentre viene escluso dalle attività o accompagnato fuori ogni volta che manifesta una difficoltà. L’inclusione significa metterlo nelle condizioni di partecipare, comunicare, imparare e diventare progressivamente più autonomo.
Non chiediamo agli insegnanti di fare miracoli, chiediamo loro di ricordare che prima del programma c’è la persona, prima della verifica c’è la comprensione e prima di insegnare bisogna imparare a conoscere chi abbiamo davanti. Perché il contratto, prima o poi, finirà. L’anno scolastico passerà. Ma il modo in cui un insegnante avrà fatto sentire quel bambino potrebbe rimanere molto più a lungo.
Per questo quando un insegnante firma quel contratto, sappia che non sta semplicemente accettando un lavoro. Per un anno, forse per più tempo, gli viene affidata la persona più cara e più fragile di una famiglia.
*Portavoce di Genova Inclusiva e referente nazionale della Rete Caregiver e Disabilità Italia (marcopompierege@gmail.com).
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Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento
In collaborazione con l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, il FID (Forum Italiano sulla Disabilità), promuoverà per il pomeriggio del 24 settembre (ore 14-18) l’incontro online denominato Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento, dedicato al recepimento della Direttiva Europea 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica.
«L’iniziativa – spiega Francesca Sbianchi , presidente del FID – nasce con l’obiettivo di portare nel processo di recepimento della Direttiva 2024/1385 la prospettiva delle donne e delle ragazze con disabilità, favorendo un confronto tra istituzioni, organizzazioni delle persone con disabilità, mondo accademico e realtà impegnate nella tutela dei diritti delle donne».
A moderare il webinar sarà Susi Ronchi, coordinatrice di GiULiA Sardegna (Giornaliste Unite Libere Autonome) e ad aprire i lavori sarà la stessa Francesca Sbianchi. Detto che all’incontro è stata invitata a partecipare anche la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, i lavori partiranno con la prima sessione riguardante il quadro europeo e il processo di recepimento della citata Direttiva.
Dal canto suo, Giulia Traversi, responsabile per i Diritti delle Donne dell’EDF, approfondirà i contenuti della normativa europea, gli obblighi previsti per gli Stati Membri, i tempi e le fasi del recepimento e il significato della sua attuazione nella pratica.
Il confronto si allargherà quindi al ruolo della società civile, con la partecipazione di Nazaro Pagano, presidente della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), e il coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità, per evidenziare il valore della loro partecipazione nel percorso di attuazione della Direttiva.
La seconda sessione entrerà poi nel merito del recepimento della Direttiva nell’ordinamento italiano, con Irene Pellizzone, delegata della Rettrice alla prevenzione della violenza di genere dell’Università degli Studi di Milano, che si occuperà dell’analisi del quadro normativo nazionale vigente e della situazione attuale del processo di recepimento, mentre Barbara Giovanna Bello dell’Università della Tuscia tratterà dell’impatto che la nuova normativa europea potrà avere sulla legislazione italiana.
Uno spazio specifico sarà poi riservato all’impatto della Direttiva sulle donne e sulle ragazze con disabilità, con Luisella Bosisio Fazzi, componente del Comitato Donne dell’EDF, che analizzerà i punti di forza e le criticità delle disposizioni europee, seguita da Marcella Pirrone di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che porterà il punto di vista delle donne.
Il confronto avrà per altro anche una forte dimensione operativa, con Elisa Marino per il FID che presenterà la progettazione di una griglia di monitoraggio, pensata come strumento per seguire nel tempo il processo di recepimento e valutarne concretamente l’efficacia.
E ancora, la terza sessione sarà dedicata all’attivismo collaborativo e agli strumenti di attuazione, e orientata alla costruzione di un’azione condivisa. Francesca Sbianchi vi presenterà il documento di posizione congiunto, contenente raccomandazioni rivolte al Governo e al Parlamento, mentre Laura Abet del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), presenterà la roadmap nazionale per il recepimento e il monitoraggio della Direttiva Europe.
Un ulteriore momento di confronto sarà dedicato al coordinamento tra le organizzazioni delle persone con disabilità e la rete per i diritti delle donne, con l’obiettivo di consolidare una collaborazione capace di accompagnare il processo di recepimento anche oltre lo stesso incontro del 24 settembre.
«Il recepimento della Direttiva Europea – sottolinea Francesca Sbianchi – rappresenta un’occasione fondamentale per rafforzare la prevenzione e il contrasto alla violenza, ma questo processo non può prescindere dalla partecipazione delle donne con disabilità e delle organizzazioni che le rappresentano. “Niente senza di Noi”, infatti, significa proprio questo, ovvero essere parte delle decisioni, contribuire alla costruzione delle misure e verificarne insieme l’effettiva applicazione».
La sessione conclusiva, infine, affidata a Susi Ronchi e Luisella Bosisio Fazzi, riguarderà la proposta di adozione della griglia di monitoraggio, della roadmap nazionale e all’istituzione di un gruppo di lavoro permanente per il monitoraggio del recepimento della Direttiva. Tre strumenti concreti, questi, attraverso i quali dare continuità al confronto avviato e contribuire affinché il recepimento della Direttiva Europea tenga realmente conto dei diritti e delle esigenze delle donne e delle ragazze con disabilità.
Per garantire la più ampia accessibilità dell’evento, il FID si è avvalso della collaborazione di Accessibility Days, realtà di riferimento sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione digitale e proprio tramite Hub Accessibility Days si potrà partecipare all’evento, accedendo cioè a tale piattaforma e selezionando appunto l’evento Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento, per procedere con l’iscrizione. (S.B.)
Per ogni ulteriore informazione: fid.presidenza@gmail.com.L'articolo Niente senza di noi: le donne con disabilità alla guida del cambiamento proviene da Superando.
Dalla sperimentazione PNRR alla valorizzazione dell’indipendenza co-progettata: un convegno a Udine
Come trasformare le esperienze avviate grazie ai finanziamenti straordinari del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) in servizi capaci di continuare nel tempo? È la Comunità Piergiorgio di Udine a segnalare che sarà questo il tema al centro del convegno denominato Tracciare nuove rotte. Dalla sperimentazione PNRR alla V.I.T.A. co-progettata, in programma per la mattinata del 17 settembre allo Spazio Villalta di Udine (Via Gio Batta Bassi, 1, ore 8.30-13).
Nello specifico, con l’acronimo V.I.T.A. si intende “Valorizzare l’Indipendenza e Tutelare l’Autonomia”, obiettivo che riassume al meglio il senso dell’incontro, dedicato sostanzialmente ai percorsi e alle buone pratiche sviluppate sul territorio a favore delle persone con disabilità.
Il convegno sarà un momento di restituzione pubblica, confronto e riflessione sulle esperienze avviate dal Servizio Sociale dei Comuni dell’Ambito Territoriale Friuli Centrale, rivolgendosi a operatori del settore, amministratori locali, realtà del Terzo Settore e famiglie, con un messaggio ben definito, ossia: «Fare rete significa portare benessere». (S.B.).
A questo link è disponibile un approfondimento sui contenuti e il programma del convegno, all’interno del sito della Comunità Piergiorgio.L'articolo Dalla sperimentazione PNRR alla valorizzazione dell’indipendenza co-progettata: un convegno a Udine proviene da Superando.
Che sia scuola di tutte e tutti per davvero!
La scuola e i diritti delle e degli studenti con disabilità sono stati, di nuovo, al centro di dibattiti pubblici che pensavamo archiviati per sempre. Tra le forze politiche italiane e europee c’è infatti chi minaccia le fondamenta dell’inclusione scolastica, parlando di classi e scuole separate. Provocazioni, forse, ma che hanno un peso reale nella vita delle famiglie e di ragazze e ragazzi con disabilità e non solo con la sindrome di Down.
Per questo il nostro Coordinamento [CoorDown, N.d.R.] lancia un appello alle Istituzioni scolastiche e alla Politica in questi giorni di apertura del nuovo anno scolastico: non accetteremo mai di tornare indietro, chiediamo che siano garantiti i diritti di tutti gli studenti fragili; è il momento di dare attenzione e vegliare più che mai sulla loro inclusione.
Chiediamo al Governo, alla Ministra per le Disabilità, al Parlamento, e a tutto il mondo della scuola, al Ministero dell’Istruzione e del Merito, di vigilare affinché il concreto accesso all’apprendimento sia garantito e condiviso da ciascun insegnante, in qualsiasi ruolo e disciplina, anche riconoscendo, dove necessario, di avere la necessità di integrare la propria di formazione.
Come CoorDown siamo accanto alle persone con disabilità e alle loro famiglie, per sostenerle nel percorso scolastico e anche per tutelarle. Siamo convinti infatti che una scuola davvero inclusiva si possa definire solo “scuola per tutti”, dove l’inclusione sia diventata finalmente un concetto talmente connaturato da apparire superfluo.
Grazie alle sue norme, il sistema scolastico italiano è visto come uno tra i più avanzati al mondo nel perseguire la valorizzazione delle competenze di ciascuno e nel permettere lo sviluppo delle singole personalità, capacità e inclinazioni. Ma l’attuazione dei diritti e delle norme passa attraverso la loro comprensione, accettazione e condivisione. È necessario per questo che ci sia la piena consapevolezza che nelle norme che garantiscono il diritto all’apprendimento di ogni studente è compreso e valorizzato il diritto alla realizzazione personale, al perseguimento della personale felicità e della realizzazione delle aspirazioni di tutte e tutti.
Chiediamo dunque che al diritto di imparare corrisponda un sentito impegno di insegnare a ciascuno, e che ciascuno sia visto e riconosciuto come persona di valore cui relazionarsi con rispetto. Perché il diritto allo studio delle persone con disabilità oggi è presidiato attraverso gli strumenti disposti dalla normativa scolastica; ma tali strumenti vanno rispettati e devono dare vita a una concreta attuazione e non diventare uno stigma o un modo per isolare o, peggio, escludere dall’apprendimento.
Inizia la scuola e inizia per tutte e tutti. Che sia scuola di tutte e tutti per davvero!
*Il CoorDown è il Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con sindrome di Down.
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La richiesta di un Fondo Nazionale per i Progetti di Vita, con un miliardo e mezzo di dotazione iniziale
«In questa fase del ciclo di bilancio in cui si prendono le decisioni più rilevanti – come si legge in una nota – individuando le priorità che orienteranno le prossime scelte di finanza pubblica», la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) ha inviato una lettera alla Presidente del Consiglio e ai Ministri competenti, chiedendo al Governo di istituire un Fondo Unico Nazionale per i Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati, con una dotazione iniziale di 1 miliardo e mezzo di euro.
«Chiediamo – è l’istanza della Federazione all’Esecutivo – che vengano garantite risorse adeguate all’attuazione del Decreto Legislativo 62/24 in materia di disabilità. In vista infatti dell’entrata in vigore della riforma stabilita da tale provvedimento su tutto il territorio nazionale, prevista per il 1° gennaio 2027, si registrano ancora sostanziali disomogeneità nell’allocazione dei fondi, complessivamente insufficienti. Il Fondo richiesto dalla nostra Federazione dovrà quindi avere carattere strutturale e pluriennale, crescere in modo progressivo con l’aumentare dei progetti realizzati e non potrà essere finanziato a scapito di altri interventi già destinati alle persone con disabilità e alle loro famiglie. Senza uno stanziamento nazionale specifico, aggiuntivo e vincolato, infatti, il Progetto di Vita rischia di ridursi a un documento formale o alla semplice ricognizione delle prestazioni già disponibili. Nello specifico, le risorse dovranno finanziare i budget di progetto, rafforzare le unità di valutazione multidimensionale, sostenere le prestazioni non coperte dagli attuali Livelli Essenziali e garantire continuità ai percorsi attivati».
«La riforma – sottolinea il presidente della FISH Vincenzo Falabella – ha generato aspettative profonde e legittime. Ora dobbiamo trasformarle in diritti concretamente esercitabili. Non possiamo consentire infatti che l’effettività del Progetto di Vita dipenda ancora dal luogo di residenza, dalla capacità economica delle famiglie o dalla disponibilità dei bilanci regionali e comunali».
In conclusione, la Federazione conferma «la propria disponibilità a un confronto costruttivo con il Governo e con il Parlamento, affinché siano garantite risorse adeguate, continuità dei Progetti di Vita e pari diritti su tutto il territorio nazionale». (S.B.)
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Per un nuovo welfare, integrato e vicino alle persone
Proprio mentre scriviamo, è in corso di svolgimento oggi, 14 settembre, a Roma, presso la sede del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), il convegno denominato Nuovo welfare tra servizi e lavoro, promosso dall’Osservatorio Inclusione e Accessibilità che nello stesso CNEL è presieduto dal consigliere Vincenzo Falabella.
A quest’ultimo cediamo la parola, per parlare dei contenuti di tale appuntamento e a seguire diamo spazio a una testimonianza di Vito Bardascino, ideatore e primo sostenitore a Eboli (Salerno) del progetto e dell’Associazione Il Forno di Vincenzo, iniziativa all’insegna del protagonismo attivo e dell’autodeterminazione delle persone con disabilità, che ha quale primo protagonista il giovane con disabilità Vincenzo Bardascino. Di tale esperienza si parla appunto presso il convegno al CNEL.
Per un welfare più moderno, integrato e vicino alle persone
Il welfare italiano si trova davanti a una trasformazione profonda. L’invecchiamento della popolazione, le nuove povertà, i fenomeni migratori, il disagio giovanile e la crescente complessità dei bisogni sociali ci impongono di ripensare modelli, strumenti e responsabilità.
Non possiamo limitarci a conservare ciò che esiste. Dobbiamo costruire un welfare più moderno, integrato e vicino alle persone, capace non soltanto di intervenire nelle situazioni di emergenza, ma anche di prevenirle e di accompagnare ciascuno lungo tutto il corso della vita.
In questa prospettiva, la cooperazione sociale rappresenta una componente essenziale del sistema di protezione del nostro Paese. Nel corso degli anni ha sviluppato professionalità, competenze e capacità organizzative importanti, assumendo la gestione di servizi socioassistenziali, sociosanitari ed educativi, nonché di strutture e percorsi di inclusione lavorativa sempre più complessi.
Questa funzione deve essere pienamente riconosciuta e valorizzata. Ma qualità dei servizi e qualità del lavoro sono due facce della stessa medaglia. Non può esistere un welfare realmente efficace se chi vi opera è costretto a lavorare in condizioni di precarietà, con retribuzioni inadeguate oppure senza sufficienti garanzie contrattuali e di sicurezza.
Prestare attenzione alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori del settore non significa occuparsi di una questione distinta dalla qualità del welfare. Tutelarne la professionalità, la dignità e la sicurezza significa proteggere, nello stesso tempo, le persone e le famiglie destinatarie dei servizi. La continuità assistenziale, educativa e sociale dipende anche dalla stabilità e dal riconoscimento di chi, ogni giorno, rende concretamente possibili tali interventi.
I servizi alla persona non sono una merce
Negli appalti pubblici assistiamo ancora troppo spesso a una tensione tra l’obbligo delle cooperative di applicare correttamente i contratti collettivi e la difficoltà delle amministrazioni, soprattutto locali, di disporre delle risorse necessarie. Le conseguenze possono essere molto gravi: riduzione degli orari, discontinuità dei servizi, impoverimento della qualità delle prestazioni e compressione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. A pagarne il prezzo sono inevitabilmente anche le persone in situazione di maggiore fragilità e le loro famiglie.
Occorre quindi superare definitivamente la logica del massimo ribasso e riconoscere che i servizi alla persona non sono una merce. Il loro valore non può essere misurato esclusivamente attraverso il costo economico, perché riguarda la dignità, l’autonomia, la partecipazione e la qualità della vita delle persone.
È necessario garantire affidamenti fondati sulla qualità, sulla sostenibilità e sulla continuità degli interventi, prevedendo risorse coerenti con il costo reale del lavoro e con gli standard che devono essere assicurati. Non possiamo pretendere servizi qualificati e, allo stesso tempo, comprimere le condizioni di chi è chiamato a erogarli.
Una responsabilità condivisa
Per affrontare queste criticità serve una responsabilità condivisa tra Stato, autonomie territoriali, parti sociali e Terzo Settore. Gli strumenti della co-programmazione e della co-progettazione devono diventare pratiche stabili e concrete, fondate sulla trasparenza, sul rispetto reciproco dei ruoli e sulla valorizzazione delle competenze presenti nei territori.
Non si tratta di sostituire o ridimensionare la responsabilità pubblica, ma di renderla più efficace attraverso una collaborazione strutturata. La Pubblica Amministrazione deve garantire indirizzo, risorse, programmazione e controllo; il Terzo Settore deve poter mettere a disposizione la propria conoscenza dei bisogni, la capacità progettuale e il radicamento nelle comunità.
La collaborazione, tuttavia, non può trasformarsi in una delega impropria né essere utilizzata per compensare la carenza di risorse pubbliche. Deve avere come obiettivo l’effettività dei diritti e la costruzione di risposte personalizzate, continuative e verificabili.
In questo quadro, il CNEL, quale sede costituzionale di confronto tra le forze economiche, sociali e civili del Paese, può offrire un contributo importante, promuovendo il dialogo, raccogliendo e valorizzando le esperienze più significative, individuando le criticità e formulando proposte concrete da sottoporre al Parlamento e al Governo.
Di questi temi discutiamo al CNEL, durante il convegno Nuovo welfare tra servizi e lavoro, insieme al presidente Renato Brunetta, alla viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci e ad autorevoli relatori. Un’occasione, questa, per mettere a confronto competenze ed esperienze diverse e individuare possibili soluzioni capaci di coniugare sostenibilità del sistema, qualità dei servizi e dignità del lavoro.
La sfida è costruire un welfare che non lasci indietro nessuno, che riconosca il valore del lavoro sociale e che sappia trasformare i bisogni delle persone in diritti concretamente ed effettivamente esigibili.
Un welfare più giusto, sostenibile, partecipato e vicino alle comunità non rappresenta soltanto un costo. È un investimento nella coesione sociale, nella dignità del lavoro e nel futuro del Paese.
Vincenzo Falabella – Consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), in cui è Presidente dell’Osservatorio Inclusione e Accessibilità. Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
“Il forno di Vincenzo”: una storia fatta di persone, di dignità, di lavoro e di futuro.
Ci sono inviti che rappresentano molto più di un appuntamento istituzionale. Sono il riconoscimento di un percorso, di una visione e, soprattutto, di una comunità che ogni giorno sceglie di costruire opportunità.
Essere stati invitati a presentare Il Forno di Vincenzo – Forno Sociale di Comunità, nell’àmbito di un importante panel presso il CNEL, è per noi una grande emozione e un immenso onore. Essere ancora una volta accanto a illustri relatori, in un luogo così significativo per il nostro Paese, ci dà la possibilità di raccontare non soltanto un progetto, ma una storia fatta di persone, di dignità, di lavoro e di futuro.
Il Forno di Vincenzo nasce dalla convinzione che il “Dopo di Noi” non debba essere soltanto una risposta al bisogno, ma possa diventare un percorso verso l’autonomia, la partecipazione e l’inclusione. Dietro ogni attività, ogni impasto, ogni gesto quotidiano ci sono persone che hanno diritto a sentirsi protagoniste della propria vita, a sviluppare competenze, a lavorare, a contribuire e a costruire il proprio domani.
Portare questa esperienza al CNEL significa dare voce a un’idea di welfare che mette al centro la persona e che sa unire servizi e lavoro, cura e autonomia, inclusione e progettualità. È un’emozione grande, ma anche una responsabilità ancora più grande: continuare a dimostrare, attraverso i fatti, che quando alle persone vengono offerte fiducia, opportunità e strumenti adeguati, le fragilità possono trasformarsi in risorse e i sogni possono diventare progetti di vita.
Grazie dunque a chi ha creduto e continua a credere nel Forno di Vincenzo. Il riconoscimento dell’invito a questo convegno lo condividiamo con le famiglie, con i volontari, con i ragazzi e con tutte le persone che ogni giorno rendono possibile questa straordinaria esperienza. Perché il “Dopo di Noi” non è un punto di arrivo. È il diritto di continuare a vivere, scegliere, lavorare e sognare. Insieme.
Vito Bardascino – Ideatore del progetto Il Forno di Vincenzo.
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Personale ATA – Pubblicazione avviso di convocazione e disponibilità
Personale ATA – Pubblicazione decreto rettifica GP ATA 24 mesi e immissione in ruolo Assistente Amministrativo
Personale ATA – Pubblicazione Graduatoria ATA II FASCIA – DM 75/2001
Quando una malattia invisibile ruba gli anni degli studi
C’è un banco vuoto che nessun insegnante sa spiegare. C’è un ragazzo che si addormenta sui libri non per pigrizia, ma magari perché la fatica della sclerosi multipla lo consuma da dentro. C’è chi salta le interrogazioni non per evitarle, ma perché è appena uscito da un ricovero. E c’è chi, per paura di essere guardato diverso, non dice nemmeno ai compagni cosa sta affrontando, finendo etichettato come svogliato proprio perché ha scelto il silenzio. Con la riapertura delle scuole, dunque, l’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) lancia un appello: smettiamo di chiamarli svogliati! Dietro infatti un rendimento che cala, un’assenza che si ripete, una difficoltà a concentrarsi, può nascondersi una malattia che spesso arriva già nell’adolescenza o nella prima giovinezza, se è vero che quasi 1 diagnosi su 5 di sclerosi multipla riguarda persone sotto i 25 anni.
È quanto emerge dai dati del Barometro della Sclerosi Multipla e Patologie Correlate 2026 dell’AISM, per cui le persone che già convivevano con la sclerosi multipla durante il percorso scolastico raccontano di avere avuto difficoltà a scuola: è successo al 70% di loro e in particolare il 17% ha perso uno o più anni, il 6% ha dovuto interrompere gli studi. All’università la situazione precipita: l’86% degli studenti con sclerosi multipla ha avuto difficoltà, il 30% ha perso anni di studio, e quasi 1 su 5 ha rinunciato del tutto a studiare. E per chi ha anche difficoltà motorie, alle assenze per cure si sommano spesso le barriere architettoniche che rendono difficile persino raggiungere l’aula.
«Un ragazzo o una ragazza che fatica a concentrarsi, si assenta per una ricaduta o deve affrontare una terapia non è uno studente svogliato – sottolinea Gianluca Pedicini, presidente nazionale dell’AISM -: dietro quel banco vuoto, infatti, spesso può esserci una difficoltà che nessuno vede. Ma la scuola deve imparare a riconoscerla, e a non lasciare indietro chi la sta affrontando. Non è solo una questione di anni scolastici: un percorso di studi interrotto oggi rischia di diventare un ostacolo al lavoro di domani, in un momento della vita in cui le competenze acquisite fanno la differenza per sempre».
La scuola italiana, per altro, dispone già di strumenti e accomodamenti pensati per l’inclusione degli studenti con disabilità, dal PEI (Piano Educativo Individualizzato) al recupero delle lezioni perse per ricoveri prolungati. Ma tali strumenti presuppongono spesso una certificazione di disabilità che una malattia cronica come la sclerosi multipla non sempre comporta, soprattutto nelle fasi iniziali o quando i sintomi restano invisibili.
Per questo l’AISM chiede oggi un impegno concreto, fatto di docenti e dirigenti formati a riconoscere una malattia che non lascia sempre segni visibili, e che queste stesse accortezze vengano riconosciute e messe a disposizione anche dei giovani che si trovano ad affrontare una patologia cronica come la sclerosi multipla, oggi spesso esclusi da quegli strumenti proprio perché la loro condizione non viene automaticamente ricondotta al mondo della disabilità scolastica.
Si tratta di una battaglia che l’AISM porta avanti anche attraverso la propria Agenda della Sclerosi Multipla e Patologie Correlate 2030 e che deve trovare piena attuazione nella Riforma della disabilità e nel Progetto di Vita individuale, in sperimentazione sino alla fine di quest’anno, che mette proprio il percorso di istruzione tra i propri pilastri.
Come componente stabile dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, l’AISM, inoltre, ha contribuito alla stesura del nuovo Piano di Azione triennale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità, che dedica una specifica linea di intervento proprio al tema dell’educazione e dell’istruzione. L’Associazione lo sta diffondendo negli eventi sui territori e, sempre nel quadro dell’attività dell’Osservatorio, sta lavorando per arrivare a cronoprogrammi condivisi con le amministrazioni responsabili, affinché gli impegni scritti sulla carta si traducano in tempi e risposte concrete.
Perché nessun ragazzo e nessuna ragazza dovrebbe scegliere tra curarsi e restare al passo con i compagni. Perché una malattia non deve mai trasformarsi in una rinuncia al proprio futuro. (B.E. e S.B.)
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Commissione Europea: i diritti non possono comparire il lunedì e scomparire il martedì!
È certamente curioso che, a distanza di sole ventiquattr’ore, l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, si sia trovato prima ad accogliere con favore una proposta della Commissione Europea e subito dopo a criticarne severamente un’altra. Due provvedimenti diversi, d’accordo, ma accomunati da una questione che dovrebbe ormai attraversare in maniera trasversale tutte le politiche dell’Unione: i diritti delle persone con disabilità.
Il 9 settembre, dunque, il Forum ha espresso un giudizio sostanzialmente positivo sulla proposta di revisione delle norme europee in materia di appalti pubblici. Il giorno successivo, invece, commentando la proposta di Affordable Housing Act della Commissione (letteralmente la “Legge sull’edilizia a costi accessibili”), il tono è cambiato radicalmente: a quanto pare, infatti, in un provvedimento che dovrebbe affrontare uno dei problemi sociali più rilevanti del nostro tempo, quello dell’abitare, le persone con disabilità e l’accessibilità sembrano essere state semplicemente dimenticate.
L’accostamento tra le due prese di posizione è interessante perché racconta qualcosa che va oltre i singoli provvedimenti, mostrando cioè quanto i diritti delle persone con disabilità rischino ancora di procedere a velocità diverse, riconosciuti in alcuni àmbiti e quasi invisibili in altri.
Sul fronte degli appalti pubblici, pertanto, i segnali sembrano incoraggianti, se è vero che la proposta della Commissione Europea prevede che l’accessibilità possa assumere un ruolo più rilevante nei requisiti tecnici e che si introduca una maggiore attenzione agli aspetti sociali nell’utilizzo delle risorse pubbliche. Inclusione sociale e occupazione delle persone con disabilità possono entrare nei criteri utilizzati nelle procedure di acquisto, mentre per alcuni servizi sociali, sanitari ed educativi vengono richiamati principi quali il coinvolgimento degli utenti, l’autodeterminazione e l’empowerment.
Non si tratta di una questione marginale. Attraverso gli appalti pubblici, infatti, le amministrazioni europee acquistano beni e servizi, realizzano infrastrutture, finanziano interventi che incidono concretamente sulla vita quotidiana delle persone. Secondo i dati richiamati dallo stesso EDF, stiamo parlando complessivamente di circa 2.500 miliardi di euro ogni anno, pari a circa il 15 per cento dell’intero Prodotto Interno Lordo dell’Unione Europea. Stabilire che una parte così rilevante della spesa pubblica debba tenere conto anche dell’accessibilità e dei diritti sociali significa riconoscere che questi ultimi non possono essere considerati un elemento accessorio.
Ventiquattr’ore dopo, tuttavia, lo scenario, come detto, appare quasi capovolto. Nella proposta europea sull’abitare a costi accessibili, infatti, secondo quanto denunciato dall’EDF, non compaiono riferimenti sufficienti né alle persone con disabilità né all’accessibilità e mancano anche espliciti richiami alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, pur essendo quest’ultima un testo vincolante che dovrebbe disciplinare tutta la normativa dell’Unione Europea.
Ed è proprio qui che la contraddizione diventa difficile da ignorare. Perché se esiste un àmbito nel quale l’accessibilità dovrebbe essere considerata fin dall’inizio, quello è certamente l’abitare. Una casa può essere economicamente accessibile, ma restare completamente inaccessibile a chi utilizza una sedia a rotelle, a chi ha una disabilità sensoriale o a chi necessita di determinate soluzioni per poter vivere autonomamente. Il prezzo, dunque, è soltanto una delle condizioni che rendono realmente disponibile un’abitazione.
C’è poi un problema ulteriore. Costruire oggi abitazioni senza criteri adeguati di accessibilità significa creare le barriere di domani, che dovranno essere eliminate successivamente, spesso con interventi costosi e complessi. Per questo l’EDF chiede che i programmi europei prevedano standard di accessibilità sia per le nuove costruzioni sia per le ristrutturazioni, senza dimenticare l’enorme patrimonio abitativo già esistente.
Ma la questione non riguarda soltanto rampe, ascensori, porte o dimensioni degli spazi. Il diritto all’abitare ha una relazione profonda con la possibilità di scegliere la propria vita. Poter decidere dove vivere, con chi vivere e in quale contesto costruire le proprie relazioni costituisce una delle condizioni fondamentali dell’autodeterminazione. Non a caso la stessa Convenzione ONU riconosce il diritto delle persone con disabilità a vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta delle altre persone.
I due documenti europei, pertanto, letti uno accanto all’altro, finiscono allora per porre una domanda più ampia: possiamo ancora permetterci politiche nelle quali i diritti delle persone con disabilità vengono attentamente considerati in un provvedimento e dimenticati in quello immediatamente successivo?
Negli ultimi anni l’Unione Europea ha compiuto passi importanti sul terreno dell’accessibilità e dei diritti. Ma proprio per questo la disabilità non dovrebbe più essere una materia da aggiungere successivamente, quando qualcuno fa notare che manca, come in questo caso, tra l’altro, ha dovuto fare l’EDF, auspicando successivi interventi sulla proposta da parte della Presidenza irlandese della Commissione Europea e dell’Europarlamento. Dovrebbe invece diventare uno dei criteri attraverso i quali una politica pubblica viene pensata fin dall’origine.
È questa la lezione più interessante che arriva dai due comunicati pubblicati a distanza di appena un giorno. Non basta che la disabilità trovi posto in alcune buone politiche. Il vero passaggio culturale avverrà quando non sarà più necessario ricordarsi ogni volta di inserirla. Perché i diritti, se sono davvero tali, non possono comparire il lunedì e scomparire il martedì.
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Personale ATA: Interpello per il conferimento di incarico di DSGA sul posto vacante e non disponibile presso il Convitto Nazionale “Telesio” per l’A.S. 2026/2027 – prot. n. 13489 dell’8.09.2026. Avviso pubblicazione graduatoria
Personale Docente – Supplenze a.s. 2026/2027 – II Bollettino nomine
Personale Docente- Supplenze as 2026/2027 – Pubblicazione Disponibilità Secondo Turno di Nomina
Un crescente impegno per l’accessibilità digitale a tutti i livelli e progettata a priori
Si è avuto nei giorni scorsi un incontro centrato sul tema dell’accessibilità digitale, tra l’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), che ha consentito di approfondire le principali criticità che ancora impediscono alle persone con disabilità di utilizzare pienamente siti internet, applicazioni e servizi digitali, tanto nel settore pubblico quanto in quello privato. Nello specifico, un’attenzione particolare è stata riservata non soltanto all’accessibilità tecnica delle piattaforme, ma anche alla fruibilità dei documenti pubblicati online, troppo spesso incompatibili con le tecnologie assistive.
«Tra i temi affrontati – come si legge in una nota diffusa dalla FISH -, anche la possibilità per i cittadini e le cittadine di accedere all’apposita piattaforma per la presentazione dei reclami per eventuali problemi di accessibilità riscontrati in un servizio digitale elencato nel Decreto Legislativo 82/22 [“Attuazione della direttiva (UE) 2019/882 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 aprile 2019, sui requisiti di accessibilità dei prodotti e dei servizi”, N.d.R.] ed erogato da un soggetto privato. Si tratta di un’opportunità importante affinché ogni cittadino/citttadina, con la presentazione di un reclamo, possa contribuire a individuare e rimuovere concretamente le barriere digitali. Questo si affianca pertanto alla possibilità, già prevista dalla Legge 4/04 (“Legge Stanca”), di presentare le segnalazioni sulla non conformità ai requisiti di accessibilità di siti web, applicazioni o documenti digitali».
Durante l’incontro, le Federazioni FISH e FAND hanno ribadito dal canto loro che «l’accessibilità non può essere considerata un adempimento meramente tecnico o formale, ma rappresenta un diritto fondamentale e una condizione indispensabile per garantire pari opportunità, autonomia e piena partecipazione alla vita sociale».
«La digitalizzazione – hanno dichiarato per l’occasione Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH e Nazaro Pagano, presidente nazionale della FAND – può semplificare la vita delle persone, ma se non viene progettata secondo criteri di accessibilità rischia di creare nuove e più profonde discriminazioni. Né basta rendere accessibile la struttura di un sito: devono esserlo anche i documenti, i moduli, i servizi e tutte le procedure presenti al suo interno. È inoltre fondamentale che le persone conoscano gli strumenti disponibili per segnalare le inaccessibilità e ottenere risposte e interventi tempestivi».
«L’AgID – ha affermato il direttore generale dell’Agenzia Mario Nobile – è impegnata da anni nel promuovere una cultura dell’accessibilità attraverso attività di indirizzo, monitoraggio e supporto alle amministrazioni e ai soggetti erogatori di servizi digitali. In questo percorso si è inserito anche il progetto da 80 milioni di euro finanziato dal PNRR dedicato al miglioramento dell’accessibilità dei servizi pubblici digitali, che ha rappresentato un’opportunità strategica per rafforzare competenze, strumenti e processi. Continueremo quindi ad affiancare le organizzazioni affinché l’accessibilità sia sempre più un elemento strutturale della trasformazione digitale del Paese».
In conclusione, l’incontro ha confermato la volontà di proseguire il dialogo tra AgID, FISH e FAND, promuovendo una maggiore informazione, il monitoraggio delle criticità e il coinvolgimento diretto delle organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità. «Il tutto – si legge ancora nella nota della FISH – con l’obiettivo condiviso di rendere l’accessibilità digitale un principio effettivo fin dalla progettazione di ogni servizio, superando la logica degli interventi successivi e delle correzioni tardive per una Pubblica Amministrazione realmente digitale e utilizzabile da tutte e da tutti, senza ostacoli e senza esclusioni». (S.B.)
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