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“Noi non ci abituiamo”, perché i diritti fondamentali non sono negoziabili

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«Noi non ci abituiamo e non ci abitueremo mai ad ogni forma di istituzionalizzazione e controllo sociale, agli abusi e al governo delle vite. L’indifferenza rende normali pratiche che non dovrebbero esserlo mai, ma i diritti fondamentali non sono negoziabili»: lo dicono dall’Associazione Diritti alla Follia, lanciando la campagna di sensibilizzazione denominata appunto “Noi non ci abituiamo”

“Noi non ci abituiamo”: la scritta gialla a caratteri cubitali risalta ipnotica sulla foto d’archivio in bianco e nero, scattata da Mario Vaiani nel 1922, che ritrae il dormitorio dell’ex Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia. Un tuffo nel passato, si dirà. L’istituzionalizzazione non era stata abolita? Invece no, essa è più viva che mai!
Noi non ci abituiamo è il nome della nuova campagna di sensibilizzazione promossa dall’Associazione Diritti alla Follia. «Noi non ci abituiamo e non ci abitueremo mai», scandiscono dall’Associazione, prendendo posizione «contro ogni forma di istituzionalizzazione e controllo sociale, contro gli abusi e il governo delle vite».

L’iniziativa condensa in qualche modo tutte le rivendicazioni portate avanti negli ultimi anni da Diritti alla Follia per contrastare la coercizione (non solo in àmbito psichiatrico), la perdita di diritti, l’idea che alcune persone possano essere governate, contenute, amministrate o private della propria voce.
Noi non ci abituiamo esprime la determinazione di chi ha deciso di reagire all’ingiustizia sociale, e di trasformare l’indignazione e la denuncia in presenza collettiva, proposta politica e cambiamento concreto. Il breve video abbinato alla campagna (pubblicato sul canale YouTube dell’Associazione a questo link) condensa, attraverso una pluralità di voci e volti, l’esperienza di chi nella vita ha incrociato in vario modo – sulla propria pelle, sulla pelle di persone care o vicine o per professione – la discriminazione, la violenza e l’abuso.

Noi non ci abituiamo è un’iniziativa promossa in collaborazione con l’APPP (Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici), il Collettivo SLEGA e GdL (Globalità dei Linguaggi) di Stefania Guerra Lisi, nonché insieme alle persone e alle realtà che ne condividono le finalità.
Questa la dichiarazione comune concordata con i soggetti aderenti: «Siamo persone, associazioni, collettivi, studiosi, attivisti e cittadini che provengono da percorsi diversi. Non condividiamo necessariamente ogni analisi, ogni linguaggio o ogni proposta. Ma condividiamo una convinzione fondamentale: non possiamo abituarci alla perdita dei diritti, alla coercizione, all’istituzionalizzazione, al paternalismo e a tutte quelle pratiche che riducono la persona a oggetto di decisioni altrui. Non accettiamo che il controllo prenda il posto dell’ascolto, che la protezione si trasformi in sostituzione della volontà, che l’assistenza diventi amministrazione delle vite. Non ci abituiamo alla contenzione, ai trattamenti imposti, alle pratiche coercitive, alla negazione della privacy, alla compressione dell’autodeterminazione e all’idea che alcune persone debbano vivere con meno diritti e meno garanzie degli altri cittadini. Non ci abituiamo a un consenso informato aggirato, svuotato di significato o ridotto a una formalità. Non ci abituiamo a vedere la parola delle persone direttamente coinvolte ignorata, svalutata o considerata meno credibile di quella di altri. Non ci abituiamo all’idea che una diagnosi, una condizione di vita o un momento di difficoltà possano diventare motivo per limitare libertà che appartengono a tutti. Sappiamo che tutto questo non riguarda soltanto la psichiatria. Riguarda il modo in cui una società guarda alle differenze, alla dipendenza, al dissenso e alla libertà. Riguarda il confine, spesso invisibile, tra sostegno e controllo, tra tutela e limitazione dei diritti. Per questo la nostra non è soltanto una campagna di denuncia. È una campagna che vuole rendere visibili esperienze, racconti e violazioni troppo spesso ignorati. È una campagna che vuole costruire alleanze. È una campagna che vuole trasformare il rifiuto dell’ingiustizia in proposte concrete di cambiamento. Perché ciò che oggi viene presentato come inevitabile può essere discusso. Ciò che viene considerato normale può essere messo in discussione».

L’ideazione della campagna ha preso le mosse dai lavori dell’ottavo congresso di Diritti alla Follia (“Diritti” e “Rovesci”. Psichiatria, giustizia e governo delle vite), svoltosi il 28 e 29 marzo scorsi a Collegno (Torino). Nella pagina web dedicata alla campagna (liberamente fruibile a questo link), oltre ai video del menzionato congresso e a maggiori informazioni sui soggetti che stanno supportando l’iniziativa, sono disponibili tutte le proposte concrete abbinate all’iniziativa, riguardanti la tutela dei diritti e l’introduzione di garanzie nel TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), la promozione dei diritti e dell’autodeterminazione nell’amministrazione di sostegno, una sezione denominata S/Pazzi, che fotografa gli spazi della psichiatria e la Zona Cineforum, una rassegna dedicata alle rappresentazioni cinematografiche della follia.

«Non abituarti anche tu», «L’indifferenza rende normali pratiche che non dovrebbero esserlo mai», «Sostieni le attività delle realtà coinvolte. Iscriviti e aiutaci a costruire un cambiamento concreto. Perché i diritti fondamentali non sono negoziabili»: sono gli inviti conclusivi rivolti a chi legge il materiale di sensibilizzazione. (Simona Lancioni)

Per ogni ulteriore informazione: dirittiallafollia@gmail.com.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Sette giorni per affermare i diritti delle persone sorde

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La Settimana Internazionale delle Persone Sorde coincide quest’anno con il 75° anniversario dalla nascita della Federazione Mondiale dei Sordi, e le celebrazioni per la ricorrenza verranno aperte ufficialmente a Roma, domani, 23 settembre, presso la Camera dei Deputati, alla presenza di Angelo Raffaele Cagnazzo, presidente dell’ENS e di Joseph J. Murray, presidente della Federazione Mondiale. Seguiranno, il 24 e 25 settembre, una conferenza internazionale e il 26 settembre, la parata “Deaf Pride” sempre a Roma Joseph J. Murray, presidente della Federazione Mondiale dei Sordi

Quella in corso è la Settimana Internazionale delle Persone Sorde (International Week of Deaf People), che quest’anno coincide con il 75° anniversario dalla nascita della Federazione Mondiale dei Sordi (WFD-World Federation of the Deaf), fondata a Roma il 23 settembre 1951, oltreché, com’è ben noto, con i vent’anni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Le celebrazioni per l’importante ricorrenza verranno aperte ufficialmente a livello istituzionale domani, 23 settembre, nell’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera a Roma, alla presenza del presidente nazionale dell’ENS (Ente Nazionale Sordi) Angelo Raffaele Cagnazzo e del Presidente della WFD Joseph J. Murray. Seguiranno, il 24 e 25 settembre, una conferenza internazionale e il 26 settembre, nella Giornata Mondiale dei Sordi, la parata a Roma Deaf Pride – Orgogliosi di essere Sordi. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento sui vari eventi, a quest’altro link il programma dell’apertura istituzionale di domani, 23 settembre, alla Camera dei Deputati. Per ogni altra informazione: ufficiostampa@ens.it (Manuela Izzo).
In coincidenza con la Settimana Internazionale delle Persone Sorde, segnaliamo anche, il 24 settembre, la presentazione di Alman LIS, nuovo progetto promosso da Alman Kids e CREI (Cooperativa Sociale di Interpretariato, Ricerca e Formazione LIS), rivolto a bambini sordi e udenti, per far scoprire loro i segni attraverso musica, gioco e movimento. Se ne legga ampiamente a questo link (per ulteriori informazioni: Paola Piovesana, info@mediamover.it).

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“Touch Point”: nuovo spazio aperto alla sperimentazione e alla cultura tiflodidattica

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Inaugurato recentemente dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi di Roma, “Touch Point” è un nuovo punto informativo, che fornisce consulenza tiflodidattica agli insegnanti e agli alunni con disabilità visiva, ma che vuole anche essere un luogo di incontro, dialogo e confronto, nel quale conoscere direttamente gli ausili prodotti e distribuiti dalla Federazione, uno spazio dove sia possibile scoprirli, provarli e comprenderne concretamente l’utilizzo e le potenzialità

Si chiama Touch Point il nuovo spazio inaugurato il 14 settembre scorso dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi di Roma. «Si tratta di un nuovo punto informativo – spiega Simona Cassano, dipendente della Federazione, nonché coordinatrice e referente del progetto -, volto a fornire consulenza tiflodidattica agli insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado e agli alunni con disabilità visiva».
Ma la definizione di punto informativo racconta soltanto in parte il progetto. Touch Point vuole infatti essere anche un luogo di incontro, dialogo e confronto, nel quale conoscere direttamente gli ausili prodotti e distribuiti dalla Federazione. Uno spazio dove è possibile non soltanto ricevere informazioni, ma anche scoprire, provare e comprenderne concretamente l’utilizzo e le potenzialità.
Sono presenti infatti numerosi ausili tiflodidattici multidisciplinari, da quelli che appartengono alla storia dell’educazione delle persone cieche fino ai più recenti: tavolette Braille tradizionali e tascabili, dattilobraille, strumenti per l’apprendimento dell’aritmetica, carte geografiche in rilievo e altri materiali destinati alle diverse attività didattiche.
A questi si aggiunge una piccola biblioteca con una selezione di libri tattili illustrati per la prima infanzia, da sfogliare, leggere e scoprire attraverso la vista e il tatto.

«Siamo solo all’inizio», sottolinea Cassano. E proprio le dimensioni della sede consentono di immaginare per Touch Point un’attività che vada oltre la consulenza individuale. Tra i progetti vi sono incontri e seminari su temi legati alla scuola, laboratori multisensoriali rivolti ad adulti e bambini, giornate informative sul Braille, presentazioni di libri e di nuovi ausili.
L’obiettivo, nelle parole della sua referente, è semplice ma ambizioso: fare di Touch Point «un luogo dinamico, vivo, attivo». Non dunque una semplice esposizione di materiali tiflodidattici, ma uno spazio nel quale strumenti, conoscenze ed esperienze possano essere condivisi.

Touch Point ha sede presso la Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi, Centro di Produzione del Libro e del Materiale Didattico, in Via Alberto Pollio, 10, 00159 Roma. Il Centro è aperto dal lunedì al venerdì (ore 10-12.30 e nel pomeriggio previo accordo telefonico). È comunque consigliato un contatto preventivo, anche per evitare la sovrapposizione degli appuntamenti.
Per informazioni è possibile scrivere a libritattili@prociechi.it oppure contattare Simona Cassano a simona.cassano@prociechi.it (o al numero 334 231 0579). (F.V.)

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Abilismo (“benevolo”), segregazione e i diritti che diventano costi da tagliare

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Certe idee espresse recentemente con forza in Italia e fuori d’Italia, ad esempio sulla necessità di separare gli alunni con disabilità dalle classi comuni, «non sono nient’altro che idee di segregazione – scrive Fabrizio Acanfora – frutto di una concezione strutturalmente abilista della società, un abilismo, tra l’altro ,”benevolo”, che si traveste da cura, da protezione e da pedagogia pensata su misura. E quando certe figure parlano di merito, di sacrifici e di chi rallenta gli altri, teniamo bene a mente la storia del Novecento» Una raffigurazione grafica della cosiddetta “piramide dell’abilismo”

Niente esperimenti sui nostri bambini è il titolo con il quale l’AfD della Sassonia-Anhalt ha decretato nel proprio programma di governo la fine dell’inclusione scolastica. Alle elezioni del Land del 6 settembre scorso il partito ha ottenuto il 43,8% dei voti.
In realtà questa posizione non è una novità, infatti, nel programma sassone del 2024 l’AfD già diceva di voler realizzare un’inclusione “con misura”, in cui le scuole speciali avrebbero garantito ai bambini con disabilità il sostegno necessario, in modo da non sovraccaricare gli insegnanti della scuola ordinaria e non ostacolare il progresso degli altri studenti. In quel programma la separazione veniva presentata come una forma di attenzione per le alunne e gli alunni con disabilità.
Nel programma della Sassonia-Anhalt per le elezioni del 2026, invece, l’inclusione viene definita senza mezzi termini come un esperimento fallito. Secondo questa narrazione gli alunni con disabilità non riceverebbero l’attenzione necessaria e non formerebbero legami con i compagni, rallentando le lezioni e rimanendo al di sotto delle proprie possibilità. Anche qui le scuole speciali vengono proposte per il loro bene, perché «proprio i bambini con disabilità hanno bisogno di una pedagogia specificamente adeguata alla loro situazione, che è possibile soltanto nelle scuole speciali».
Solo più avanti si arriva ai motivi reali, e cioè che secondo il partito di estrema destra tedesco, due insegnanti per classe assorbirebbero risorse preziose in tempi di carenza di personale. La conclusione è porre immediatamente fine all’inclusione e potenziare le scuole speciali, dal momento che «la crescente eterogeneità dei gruppi di apprendimento, in assenza di adeguati strumenti di differenziazione, è correlata a una crescente percentuale di studenti con scarso rendimento. La differenziazione in base al rendimento è pertanto una condizione necessaria per migliorare la qualità».

Un discorso simile, in Italia, lo porta avanti il generale Vannacci, che già nel 2024 sosteneva, senza apportare alcuna prova, come le classi con «caratteristiche separate» aiuterebbero «i ragazzi con grandi potenzialità» a esprimersi al massimo e quelli «con più difficoltà» a ricevere un aiuto peculiare. Per lui il punto è mettere insieme persone con prestazioni simili perché altrimenti, a suo dire, il livello di tutti finirebbe per appiattirsi verso il basso. Quest’anno ha riproposto classi distinte per merito e profitto, sostenendo paradossalmente che raggruppare studenti simili sarebbe inclusione e non discriminazione.
Per ora il generale si limita a esprimere queste posizioni nelle interviste, nei comizi e sui social senza averle inserite nel programma pubblicato dal suo partito. Il meccanismo è noto: si lancia una frase qua, una battuta là, si misura l’indignazione che suscita e si aspetta che la “finestra di Overton” si sposti di quel tanto che basta a modificare il confine di ciò che è accettabile dire in pubblico. Così un’idea detta a un comizio o lasciata sfuggire durante un’intervista, col tempo, potrebbe diventare una proposta di governo che non scandalizzerà quasi più nessuno.

Quello che sta accadendo, in realtà, ha un nome: segregazione. E la segregazione è il risultato di una concezione strutturalmente abilista della società. Spesso l’abilismo viene ridotto alla discriminazione delle persone con disabilità, ma questa discriminazione è una conseguenza del fatto che a monte c’è una società organizzata intorno a un ideale di individuo “abile” che non esiste, eppure viene assunto come modello universale.
È la vittoria della normalità, di una media statistica trasformata, nell’arco di oltre centocinquant’anni, in misura dell’essere umano.

I programmi dell’AfD e le dichiarazioni di Vannacci mostrano inoltre che l’abilismo non si presenta sempre in modo ostile, con la violenza del disprezzo, ma a volte si traveste da cura, da protezione e da pedagogia pensata su misura. È l’abilismo benevolo, la cui benevolenza difficilmente nasce da una convinzione caritatevole (che sarebbe già un problema di suo), ma è una narrazione costruita per convincere chi magari appoggerebbe pure certe idee, ma si scandalizza davanti alla tesi nuda.
Basta leggere con attenzione per trovare cosa c’è sotto: la disabilità riduce il rendimento generale, è un peso e ha un costo anche economico per l’intera società. Pietà e contabilità nello stesso discorso, e l’esclusione che prima viene presentata come attenzione e poi viene messa in conto come risparmio.
Dietro questo racconto riemergono un lessico e un immaginario eugenetici ripuliti e presentati come buonsenso. Per questo motivo appellarsi all’umanità di chi propone tali politiche è tempo perso. Per loro la pietà è una vetrina dietro la quale si nasconde la convinzione che alcune vite valgano meno di altre, che siano da nascondere, da gestire separatamente.
E anche con chi li sostiene e li vota, l’appello alla giustizia e all’empatia funziona poco perché quella vetrina è fatta apposta per rassicurarli, per dire loro che stanno dalla parte del bene. Mostrare la nostra sofferenza agli uni e agli altri serve a poco perché i primi la mettono già in conto, e i secondi la leggono come ingratitudine.

Nel frattempo le leggi si muovono. In Italia il Disegno di Legge Zaffini sulla salute mentale propone di portare la durata massima del TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) da 7 a 15 giorni, con possibilità di proroga per effettive esigenze cliniche; prevede inoltre strutture idonee per gli accertamenti sanitari obbligatori e innalza da venti a venticinque il limite dei posti letto nelle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle misure dei Sicurezza). Tra le critiche c’è proprio il rischio di un’espansione delle strutture residenziali e semiresidenziali, che alcune associazioni e attivisti hanno già ribattezzato come “manicomietti”.
Negli Stati Uniti un ordine esecutivo del luglio 2025 ha rilanciato l’internamento civile involontario come risposta alla povertà di strada, in particolare per persone con condizioni mentali o dipendenze ritenute pericolose o incapaci di provvedere a sé stesse.
In Argentina le previsioni di bilancio per il 2026 indicavano circa 155.000 pensioni di disabilità in meno rispetto all’anno precedente. Nel frattempo l’Agenzia Nazionale che le gestiva è stata sciolta, dopo essere stata coinvolta in un’inchiesta su presunte tangenti negli appalti di farmaci destinati alle persone con disabilità.
Rinchiudere o abbandonare sono due strade diverse che portano nello stesso posto, e ogni volta che si annunciano nuove strutture vale la pena chiedersi chi le gestirà, con quali risorse, con quali garanzie di controllo e, in un sistema che privatizza ogni tipo di servizio, chi ne ricaverà profitto.

Torno infine alla questione della carenza di insegnanti e in generale al discorso che fa leva sui costi elevati del sostegno e dell’assistenza, che in Italia viene tirato in ballo soprattutto quando si parla di progetto di vita individuale e partecipato.
La scarsità di insegnanti (ma il discorso vale per la scarsità di risorse in generale e non solo nella scuola) è soprattutto il risultato di anni di disinvestimenti nella scuola pubblica, precarizzazione del lavoro e peggioramento delle condizioni di insegnamento, e l’inclusione non c’entra. Usarla contro gli alunni con disabilità significa alimentare coscientemente una guerra tra poveri.

E chiudo con un suggerimento di lettura utile per comprendere meglio il legame, tutt’altro che nuovo, tra potere economico e destre autoritarie: Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo di Clara Mattei, libro che racconta come, un secolo fa, una parte dell’economia liberale abbia visto proprio nel fascismo lo strumento per rimettere in ordine i conti, cioè per rimettere al loro posto le classi subalterne. L’austerità produce scarsità, disciplina il lavoro e trasforma diritti e servizi pubblici in costi da tagliare, o in merci accessibili solo a chi può permettersi di pagarle.
È così che la disabilità diventa un costo, il sostegno uno spreco, l’inclusione un fallimento e la segregazione buonsenso. Teniamolo a mente quando certe figure parlano di merito, di sacrifici e di chi rallenta gli altri.

Ringraziamo Maurizio Cocchi per la segnalazione del presente contributo.

*Nel suo blog “Eccentrico”, ove il presente contributo è stato pubblicato, Fabrizio Acanfora scrive di sé: «Leggo, suono il clavicembalo, scrivo di disabilità e neurodivergenza come questioni politiche, provando a mettere in luce la dimensione materiale delle oppressioni».

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“Aut Art Festival 2026”: pensieri, voci, colori e suoni fuori dagli schemi

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Arte, musica, teatro, salute, sport, tecnologia, cultura e formazione come occasioni per incontrarsi e costruire nuove possibilità di partecipazione, in un percorso rivolto a persone di tutte le generazioni, nell’àmbito del quale la conoscenza dell’autismo può trasformarsi in maggiore consapevolezza e in relazioni più autentiche: sarà questo, dal 24 al 27 settembre a Roma, il “4° Aut Art Festival” , a cura dell’Associazione Siamo Delfini – Impariamo l’Autismo, centrato sul messaggio “Pensieri, voci, colori e suoni fuori dagli schemi”

L’Associazione Siamo Delfini – Impariamo l’Autismo è pronta a dare il via alla quarta edizione dell’Aut Art Festival, in programma dal 24 al 27 settembre al Teatro degli Eroi di Roma, centrato sul messaggio Pensieri, voci, colori e suoni fuori dagli schemi.
L’Associazione è nata attorno alla famiglia di Gabriele, giovane con disturbo dello spettro autistico che, dopo anni trascorsi camminando insieme, accanto e vicino all’autismo, ha scelto di fare squadra e di mettere la propria esperienza a disposizione degli altri, per creare conoscenza e consapevolezza sull’autismo, offrendo strumenti utili a comprendere le diverse modalità di funzionamento e a favorire una società più aperta, capace di riconoscere il valore delle differenze.
È da qui che nasce e si sviluppa l’Aut Art Festival, giunto, come detto, alla sua quarta edizione, che mette in relazione linguaggi diversi e offre spazio a pensieri, voci, colori e suoni che non sempre trovano posto nei modelli consueti di comunicazione ed espressione.
Arte, musica, teatro, salute, sport, tecnologia, cultura e formazione diventano così occasioni per incontrarsi, confrontarsi e costruire nuove possibilità di partecipazione. Un percorso rivolto a persone di tutte le generazioni, nell’àmbito del quale la conoscenza dell’autismo può trasformarsi in maggiore consapevolezza e in relazioni più autentiche.

Particolare attenzione viene dedicata alle stesse persone autistiche, alle loro famiglie, ai fratelli e alle sorelle e ai giovani, con l’intento di creare spazi di ascolto, confronto e condivisione. Perché sostenere una persona autistica significa anche accompagnare il contesto umano e sociale nel quale vive.
L’Associazione promuove inoltre l’arte come ponte tra il mondo autistico e quello “neurotipico”, attraverso mostre, libri, teatro, video e altre forme espressive. E anche lo sport rappresenta uno strumento di incontro e collaborazione, capace di valorizzare le abilità di ciascuno e di favorire la condivisione di obiettivi comuni.
Il Festival si concluderà il 27 settembre con l’Aut Art Award Siamo Delfini, dedicato alla presentazione di vari progetti e alla consegna dei riconoscimenti.

Quattro giornate, tanti linguaggi e un unico filo conduttore: creare occasioni nelle quali ogni persona possa esprimersi, partecipare e sentirsi parte della comunità. Perché Pensieri, voci, colori e suoni fuori dagli schemi significa appunto riconoscere che ogni persona ha il diritto di esserci, di esprimersi e di trovare il proprio spazio, con il proprio linguaggio e le proprie abilità. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del 4° Aut Art Festival di Roma. Tra i vari eventi della manifestazione, segnaliamo qui il monologo Le gomme da cancellare che Elena Tomei – apprezzata attrice teatrale, donna con disturbo dello spettro autistico alle cui performance guardiamo sempre con attenzione – interpreterà il 25 settembre (ore 18; a questo link una presentazione della stessa Tomei) e nel pomeriggio del 24 settembre (ore 16.30), la presentazione del libro Una Casa per Vivere dell’Associazione Oikos-Una Casa per Vivere.

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Il diritto di non sapersi difendere

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Autismo, disabilità e il paradosso di dover diventare la propria difesa proprio quando non si riesce più a farlo: ruota attorno a questo la storia raccontata da Federica, una storia molto personale che parte da una situazione sul luogo di lavoro, per diventare la storia di una persona con autismo «davanti alla legge, contro la legge, fuori dalla legge». «E forse – scrive Federica – quando parliamo di accomodamenti e disabilità, dovremmo parlare non solo di come rendere accessibile il lavoro, ma di come rendere accessibile la possibilità di difendersi quando il lavoro ti ha fatto male» Mark Rothko, “Untitled” (“Senza titolo”), 1947, olio su tela, Solomon R. Guggenheim Museum, New York Gift, The Mark Rothko Foundation

C’è una cosa che non avevo capito dei diritti: averli e riuscire a esercitarli sono due condizioni molto diverse. Esistono momenti in cui una persona ha bisogno di tutela proprio perché è fragile, perché qualcosa è già successo, perché sta male, perché le sue capacità di resistere, organizzarsi, decidere o persino raccontare ciò che è accaduto non sono più quelle di prima. Eppure è proprio allora che il sistema può cominciare a chiederle il contrario: lucidità, presenza, capacità comunicativa, memoria, organizzazione, resistenza.
Devi sapere a chi rivolgerti, spiegare cosa è successo, distinguere ciò che hai provato da ciò che puoi dimostrare, conservare messaggi, ricostruire date, trovare eventuali testimoni. Devi capire il linguaggio di avvocati e sindacalisti, presentarti agli appuntamenti, sostenere conversazioni difficili, comprendere le conseguenze di quello che ti viene proposto. Infine devi decidere.
È questo il paradosso che continuo a vedere: una persona può avere bisogno di essere protetta proprio perché non possiede più, almeno temporaneamente, tutte le capacità che il percorso necessario a ottenere quella protezione pretende da lei.
È in questo senso che parlo del diritto di non sapersi difendere: non è il nome tecnico di un diritto previsto dalla legislazione, è una domanda che pongo al sistema: quanto bisogna essere autonomi per avere diritto a essere aiutati? Quanto bisogna essere lucidi per riuscire a dire che non lo si è? Quanto bisogna comunicare bene per spiegare che comunicare, in quel momento, è diventato quasi impossibile? Quanto bisogna funzionare per dimostrare che non si riesce più a funzionare?
La mia storia con il lavoro è diventata anche la storia di queste domande.
Non farò il nome dell’azienda per la quale lavoravo, né quello delle persone coinvolte. Non voglio utilizzare queste pagine per costruire un processo parallelo o attribuire responsabilità giuridiche che spetta eventualmente ad altri accertare. Quello che posso fare è raccontare la mia esperienza e ciò che ha significato attraversarla da persona autistica, con una disabilità riconosciuta e un quadro psicologico che, mentre tutto questo accadeva, diventava progressivamente più complesso.

Prima del diritto vengono le parole
All’inizio non c’erano avvocati, sindacalisti, conciliazioni o segnalazioni. C’erano persone. Alcune le consideravo amiche. E c’erano parole.
Alcune delle cose che hanno preceduto il mio crollo erano persino dette ridendo. È curioso quanto una risata possa complicare retroattivamente il significato di una frase: se qualcuno ride, forse stava scherzando; se stava scherzando, forse non voleva ferirti; se non voleva ferirti, forse non dovresti essere ferita. E se quella persona è anche tua amica, il ragionamento diventa ancora più difficile.
Se è un’amica a essere abilista, fa meno male? Dà meno fastidio? Fa incazzare meno? Bisogna concederle qualcosa in più perché la conosci, perché avete riso insieme altre cento volte, perché sai che probabilmente non si considera una persona cattiva?
Quando una persona con cui hai costruito un rapporto si rivolge a te ridendo e ti chiama «Legge 104», che cosa dovresti fare esattamente? Ridere anche tu? Spiegarle perché non fa ridere? Lasciar perdere? Chiederti se sei diventata improvvisamente troppo sensibile? E quante volte una battuta deve essere ripetuta prima che smetta di essere una battuta?
Su questo ho trovato particolarmente utile una distinzione proposta da Sara Balotta, autrice e attivista del blog In punta di piedini: una cosa è l’autoironia di chi vive una condizione e sceglie di utilizzare la propria esperienza per sdrammatizzarla; un’altra è il black humor; un’altra ancora sono le offese abiliste spacciate per comicità, nelle quali la disabilità diventa il materiale attraverso cui ridurre o inferiorizzare qualcuno.
Per me questa distinzione conta moltissimo. Anch’io posso ridere del mio autismo. Posso raccontare qualcosa di assurdo del mio funzionamento e riderne fino alle lacrime. Posso scegliere l’ironia come modo per prendere fiato da una realtà che qualche volta pesa moltissimo. Ma la mia capacità di ridere di me stessa non costituisce una licenza collettiva. Il fatto che io abbia trasformato una mia vulnerabilità in ironia non significa che quella vulnerabilità sia diventata materiale pubblico. C’è una differenza tra ridere con qualcuno della sua esperienza e utilizzare quella stessa esperienza per costruire la risata su di lui.
Forse la parte più difficile dell’abilismo travestito da umorismo è proprio questa: chi pronuncia una frase può dimenticarsene cinque minuti dopo. Chi la riceve può passare mesi a chiedersi cosa significasse.

Io scavo
Questo è probabilmente uno dei tratti del mio funzionamento che riconosco maggiormente come autistico: “io scavo”. Una cosa, per me, non finisce necessariamente quando è successa. A volte è proprio allora che comincia. Una frase contiene una domanda, la risposta ne contiene altre tre, una contraddizione diventa qualcosa che devo aprire e osservare da tutte le parti finché non trovo il punto in cui smette di contraddirsi. È un movimento della mia mente che può essere bellissimo quando leggo un romanzo, quando scrivo, quando incontro un concetto che mi affascina. Dentro questa storia è diventato una trappola.
Ho scavato nelle parole, nelle conversazioni, nelle espressioni dei volti. Ho ricostruito cronologie, cercato di ricordare chi fosse presente, ripensato a ciò che avevo detto e a ciò che avrei potuto dire diversamente. Soprattutto, ho continuato a mettermi nei panni degli altri: della collega, dell’amica, della responsabile, delle Risorse Umane, dell’azienda, dell’avvocato, del sindacalista.
Ho cercato continuamente una spiegazione che rendesse tutto meno assurdo. Forse non aveva capito. Forse non voleva dire quello. Forse l’azienda non sapeva. Forse qualcuno aveva comunicato male. Forse sono io che non riesco a comprendere una dinamica sociale evidente a tutti gli altri.
Quando sei autistica, quest’ultima possibilità possiede un potere particolare. Sai già che esistono codici sociali che qualche volta non leggi come gli altri e allora, quando qualcosa ti ferisce, puoi finire per mettere sotto processo prima di tutto la tua interpretazione: forse non ho capito, forse era ironia, forse tra amici si fa, forse sul lavoro funziona così, forse sto prendendo letteralmente qualcosa che non era letterale.
Ho passato moltissimo tempo dentro questi forse. Scavare dovrebbe portare verso il fondo. Io ho scoperto che alcune cose non hanno fondo. Diventano vortici.

Ma allora che cos’è un’amica?
Questa storia mi ha costretta a ripensare anche una parola apparentemente lontanissima dal diritto del lavoro: amicizia. Esiste l’amicizia sul lavoro? Non lo so più. Forse sì. Forse esiste finché il lavoro e l’amicizia non chiedono contemporaneamente alla stessa persona di scegliere da che parte stare. Forse è proprio allora che scopri quale delle due cose fosse più forte.
Ma poi la domanda si allarga. Se l’amicizia sul lavoro non è amicizia, dove bisogna cercarla? Che cosa rende qualcuno un amico? Il tempo trascorso insieme? La confidenza? Essersi raccontati cose private? Aver riso, pianto, essersi cercati fuori dall’orario di lavoro? E quanto abilismo può contenere un rapporto prima che io debba smettere di chiamarlo amicizia?
L’amicizia non rende una parola meno abilista. Semmai può renderla molto più difficile da riconoscere, perché prima di riuscire a dire mi hai ferita, devi smontare tutte le spiegazioni che ti eri costruita per continuare a voler bene alla persona che l’ha pronunciata.
E poi c’è un’altra trappola. Forse qualche volta ho riso anch’io. Forse ho lasciato correre. Forse non ho reagito immediatamente. Questo significa che andava bene? Non credo. Le persone non comprendono necessariamente una violazione nel momento esatto in cui avviene. A volte serve la ripetizione, a volte serve uscire dall’ambiente, a volte serve vedere la stessa parola utilizzata ancora e ancora. A volte serve stare abbastanza male da non riuscire più a convincersi che sia normale.

Quando il problema smette di essere tra persone
A un certo punto la storia è diventata più grande dei singoli rapporti. Non c’era più soltanto una collega, un’amica o una responsabile. C’era un’organizzazione. Che cosa significa dire che hai la sensazione che un’intera azienda si sia schierata contro di te? Non significa necessariamente immaginare centinaia di persone riunite in una stanza a decidere di farti del male. Le organizzazioni non funzionano così. Forse è proprio questo che le rende tanto difficili da affrontare. Un’organizzazione può diventare un muro senza che esista una singola persona che abbia deciso di costruirlo. Una risposta rimanda a qualcun altro; una persona non è competente; un’altra sa qualcosa ma non può dirtelo; qualcuno ti ascolta ma non decide; chi decide non parla direttamente con te. Un ufficio conosce una parte, un altro ne conosce un’altra. Arriva una mail, poi il silenzio, poi una procedura, poi un professionista. E tu continui a essere una persona sola.
Io avevo la mia memoria. Dall’altra parte c’era una struttura. Io dovevo ricordare; la struttura poteva archiviare. Io dovevo spiegare ogni volta chi ero; l’organizzazione non doveva presentarsi. Esisteva già.
Dopo un primo periodo di malessere sono stata assente dal lavoro. Quando sono rientrata, mi sono ritrovata anche a partecipare a una formazione sul mobbing. Ricordo la sensazione paradossale di ascoltare parlare in astratto di dinamiche che mi sembravano terribilmente vicine a ciò che avevo vissuto senza che ciò che era successo a me venisse realmente riconosciuto come tale.
Poi è arrivata anche la richiesta di spiegare agli altri il mio funzionamento neurodivergente: partecipare personalmente a un momento di formazione oppure preparare una sorta di vademecum che spiegasse ai colleghi come rapportarsi con me. Ancora una volta dovevo essere io a trovare le parole. Io stavo chiedendo che l’ambiente riuscisse a sostenere me e mi ritrovavo a dover insegnare all’ambiente come sostenere me.

Ho dovuto chiamarmi un’ambulanza…
Poi il confine fra una vicenda lavorativa e qualcosa di molto più grande è diventato impossibile da ignorare.
A un certo punto mi sono chiusa in un bagno. Stavo male e stavo perdendo i sensi. Ho dovuto chiamare un’ambulanza. Io. Questo dettaglio per me conta moltissimo perché ho problemi a telefonare. Una telefonata che per molte persone rappresenta un gesto quasi automatico può richiedermi preparazione, uno sforzo enorme, il superamento di un blocco. È una delle tante barriere invisibili che fanno parte del mio funzionamento.
Quel giorno non dovevo telefonare per prenotare una visita o chiedere un’informazione. Dovevo chiedere aiuto mentre stavo per perdere conoscenza. Dovevo prendere il telefono, chiamare, spiegare dove mi trovavo e dire che avevo bisogno di soccorso.
Ancora oggi penso a cosa sarebbe successo se non ci fossi riuscita. Sarei rimasta lì, priva di sensi, chiusa in un bagno. È un’immagine che contiene quasi tutta la storia che sarebbe venuta dopo, perché nel momento in cui il mio corpo ha ceduto, ho avuto la percezione terribile che persino procurarmi aiuto dipendesse ancora da me. Dovevo aiutarmi da sola.
Quel giorno significava riuscire a chiamare un’ambulanza. Dopo avrebbe significato trovare qualcuno che mi tutelasse, raccontare, ricostruire, andare dal sindacato, parlare con gli avvocati, comprendere, decidere, firmare. Molto tempo dopo avrebbe significato provare ancora a capire se esistesse un modo per tornare su ciò che era successo.
Sempre la stessa richiesta sotto forme diverse: se stai male, devi comunque riuscire a compiere l’azione necessaria perché qualcuno possa aiutarti.
Non posso stabilire attraverso un articolo chi sia giuridicamente responsabile del fatto che io sia arrivata in quelle condizioni. Posso raccontare ciò che ho vissuto: ero una lavoratrice fragile, mi trovavo in un ambiente che in quel momento percepivo come ostile e nel quale ritenevo di essere stata ferita anche attraverso parole e comportamenti legati alla mia disabilità; la situazione era arrivata a un punto tale che mi sono ritrovata chiusa in un bagno, sul punto di perdere i sensi.
E la persona che ha dovuto procurarmi il soccorso sono stata io.

Io penso prima per iscritto
C’è un altro elemento senza il quale non si può capire quello che è successo dopo: io penso molto meglio per iscritto di quanto riesca a parlare. La scrittura mi permette di costruire il pensiero prima di consegnarlo agli altri. Posso fermarmi, tornare indietro, spostare una frase, accorgermi che quello che sto dicendo non corrisponde esattamente a ciò che volevo dire. Posso prendere qualcosa che nella mia testa esiste tutto contemporaneamente e costringerlo a disporsi in una successione comprensibile.
Quando parlo devo fare tutto insieme: comprendere la domanda, gestire la presenza dell’altra persona, interpretarne il tono, costruire una risposta, decidere quanto raccontare, controllare ciò che sto mostrando, tollerare un’interruzione e prepararmi alla domanda successiva.
Scrivere, per me, incontra meno barriere. Eppure, quando è arrivato il momento più importante della mia vita lavorativa, quello in cui avrei avuto maggiormente bisogno di essere capita, ho dovuto soprattutto parlare. Davanti all’azienda, poi davanti a un primo avvocato, davanti a un sindacalista, davanti a un secondo avvocato. E non una volta o due.
Ogni nuovo interlocutore significava ricominciare. Dovevo prendere qualcosa che dentro di me era diventato rumore e trasformarlo ogni volta in un racconto sufficientemente ordinato da poter essere utilizzato da qualcun altro. Proprio mentre la voce la stavo perdendo.
A un certo punto dissi al mio curante: «Basta. Non voglio più parlare. Voglio diventare muta». Ancora oggi non so se stessi esprimendo un desiderio o descrivendo qualcosa che stava già accadendo. Forse non volevo diventare muta. Forse volevo soltanto che il mondo smettesse di pretendere parole da me.

Il dolore deve diventare un fascicolo
Ho imparato anche che soffrire non basta. Per entrare in un sistema di tutela, la sofferenza deve cambiare forma. Deve diventare cronologia, documento, certificato, messaggio, testimonianza, data, nesso. Devi ricordare chi c’era, quando è successo, quali fossero le parole, a chi lo hai comunicato, se esiste una mail, se qualcuno sarebbe disposto a testimoniare. Il dolore, insomma, deve diventare un fascicolo.
Capisco perché. Il diritto non può funzionare sulla semplice affermazione di una persona. I fatti devono essere ricostruiti, le versioni confrontate, le responsabilità eventualmente accertate. Ma la domanda che continuo a farmi riguarda ciò che succede prima che il diritto possa fare il proprio lavoro. Chi costruisce quel fascicolo quando la persona che dovrebbe costruirlo sta crollando? Chi conserva il filo quando la persona che dovrebbe raccontarlo non riesce più a tenerlo? Chi traduce una sofferenza in linguaggio giuridicamente utilizzabile, quando quella persona non sa nemmeno quale sia la domanda corretta da fare?
Io avevo bisogno di essere difesa. Mi veniva chiesto di essere abbastanza funzionante da rendermi difendibile.

La sede protetta
Alla fine sono arrivata a una conciliazione bonaria con l’azienda, assistita da un avvocato e dal sindacato, in una sede che proprio per questo avrebbe dovuto offrire particolari garanzie. La firma è mia. Nessuno mi ha materialmente preso la mano e non voglio raccontare una storia diversa. È precisamente questo che rende la domanda più difficile.
Io ero arrivata lì dopo mesi di deterioramento psicologico, dopo le assenze, dopo il tentativo di rientrare, dopo avere raccontato e riraccontato, dopo l’ambulanza e il Pronto Soccorso, dopo essere arrivata a dire al mio curante che non volevo più parlare. E dovevo decidere, capire, valutare conseguenze, chiudere, firmare.
Quando oggi qualcuno guarda soltanto l’ultimo fotogramma – la mia firma – io continuo a vedere tutti quelli precedenti. Una firma non nasce nel momento in cui la penna tocca il foglio. Arriva da qualche parte. La mia arrivava anche da un Pronto Soccorso. Ed è per questo che continuo a interrogarmi sul significato della parola protetta. Se la funzione di quella sede era assicurarsi che io comprendessi ciò che stavo facendo e potessi esprimere liberamente la mia volontà, allora vorrei che nel valutare quella decisione fosse possibile guardare anche alla persona che era seduta lì.
Successivamente, proprio la natura protetta di quella sede e l’assistenza che avevo ricevuto sono diventate elementi che rendono molto difficile tornare su quell’accordo: c’era un avvocato, c’era il sindacato, ho firmato, era una sede protetta. Io non nego nessuna di queste cose. La mia domanda è un’altra: essere assistiti mentre si firma ed essere realmente nelle condizioni di decidere sono necessariamente la stessa cosa?
Non so quale risposta possa dare il diritto. Non voglio inventarmela. Voglio però avere il diritto di porre la domanda.

Dopo, i conti non tornano
La conciliazione ha previsto una somma economica che oggi considero irrisoria se la confronto con ciò che questa storia ha significato e continua a significare nella mia vita.
So che sono piani differenti. Una conciliazione economica non equivale automaticamente alla quantificazione clinica di un danno e non voglio sovrapporre concetti che appartengono a discipline diverse. Ma dal punto in cui mi trovo oggi esiste una sproporzione difficile da ignorare. Da una parte c’è una cifra finita. Dall’altra ci sono conseguenze che finite non sono.
Non mi risulta che le persone che avevo indicato abbiano perso il proprio lavoro e non mi è stato comunicato se siano state adottate nei loro confronti sanzioni, richiami o altre misure. Non conosco integralmente ciò che abbiano dichiarato, né quale ricostruzione conclusiva sia stata fatta internamente. Non sto dicendo che qualcuno dovesse necessariamente essere licenziato. Non spetta a me stabilirlo. Sto dicendo che io conosco perfettamente la mia conseguenza e quasi nulla della loro.
Io non lavoro più lì. Ho attraversato un deterioramento psicologico importante. Sono arrivata al Pronto Soccorso. Ho attraversato avvocati, sindacato e conciliazione mentre facevo sempre più fatica a parlare. Continuo a rivolgermi a professionisti e servizi. E oggi il lavoro è diventato per me qualcosa che provoca una paura che prima di questa esperienza non aveva questa forma.
Per questo continuo a chiedermi: che cosa ha prodotto tutto questo dall’altra parte? Qualcuno ha riconosciuto qualcosa? Qualcuno ha detto che determinate parole non avrebbero dovuto essere utilizzate? Qualcuno ha modificato qualcosa? Qualcuno è stato richiamato? Qualcuno si è assunto una responsabilità?
Non lo so. E intanto il resto del sistema ha continuato a funzionare. Io no.

«Le fobie si curano»
C’è chi, quando provo a spiegare la paura che oggi associo al lavoro, mi risponde che le fobie si curano. Sì, le fobie si curano. Ma anche curarsi ha un costo.
Psicoterapia, valutazioni, visite specialistiche, eventuali percorsi traumatologici: quando un danno entra nella vita quotidiana, continua a produrre costi molto dopo l’evento che lo ha generato. Tempo, denaro, autonomia, possibilità.
Non voglio attribuirmi da sola una diagnosi: saranno i professionisti a stabilire quale sia il nome clinicamente appropriato per ciò che provo. Posso però descriverlo. Il lavoro ha smesso di rappresentare per me soltanto fatica, obbligo o stress. È diventato qualcosa da cui il mio organismo cerca di proteggermi.
E allora qualcuno dice: le fobie si curano. Certo. Con quali soldi? Un percorso psicoterapeutico per problemi complessi e radicati può essere lungo, e i percorsi lunghi costano. Se una seduta ha un prezzo e serve ogni settimana, quel prezzo si moltiplica per quattro, poi per dodici mesi, forse per anni.
Ed ecco un altro circolo: per tornare a lavorare dovrei stare meglio; per stare meglio posso avere bisogno di cure; per sostenere determinate cure servono risorse; una delle principali fonti attraverso cui normalmente si ottengono quelle risorse è proprio il lavoro, cioè il luogo dal quale in questo momento il mio corpo mi dice di scappare.
Il denaro della conciliazione ha un numero. La paura no. La psicoterapia avrà una fattura, ogni volta.

Dopo la firma non è finito niente
Pensavo forse che firmare significasse chiudere. Ma il corpo non conosce gli accordi transattivi. La mente non legge una clausola e decide che dal giorno successivo un’esperienza non farà più male. Sono arrivati altri professionisti, altri percorsi, servizi, valutazioni e progetti legati alla disabilità. La storia continuava a produrre conseguenze, mentre, formalmente, una parte della storia era stata chiusa.
E naturalmente io ho continuato a scavare. Ho cercato di capire che cosa fosse stato detto, chi fosse stato ascoltato, se qualcuno avesse verificato, se qualcosa fosse cambiato, quale versione avessero raccontato le altre persone. Ho cercato documenti. Ho scritto. Ho chiesto. Ho ricostruito.
Molto tempo dopo ho aperto una segnalazione interna e ho imparato un’altra parola che prima non apparteneva alla mia vita: whistleblowing [segnalazione spontanea di illeciti, frodi o irregolarità commesse all’interno di un’organizzazione pubblica o privata, scoperta da un lavoratore durante le proprie mansioni, N.d.R.].
Un altro sistema. Un altro gestore. Un altro perimetro di competenza. Altre procedure da capire. Altre domande alle quali qualcuno poteva rispondere e altre per le quali mi veniva spiegato che non era competente.
Io volevo una cosa che nella mia testa era molto semplice: qualcuno può guardare seriamente quello che è successo? Per formularla correttamente ho dovuto imparare un’altra porzione di diritto.
Ed eccomi ancora qui: a scrivere mail, cercare documenti, ricostruire date, leggere procedure, chiedere risposte, cercare qualcuno disposto ad ascoltare una storia che ormai conosco quasi a memoria e che tuttavia ogni volta devo ricomporre.
Per questo spero che questa non sia la fine. Non perché desideri vivere dentro questa vicenda per sempre. Esattamente il contrario. Vorrei poterla lasciare. Non voglio vivere qui dentro.
Qualcuno potrebbe chiedermi perché non lascio perdere. Me lo chiedo anch’io. Forse una parte della risposta sta proprio nel mio modo autistico di pensare. Ho una difficoltà enorme ad abbandonare una contraddizione quando sento che manca un pezzo. Ma sarebbe troppo semplice attribuire tutto all’autismo. C’è anche il bisogno umano di attribuire significato a qualcosa che ha modificato profondamente la propria vita. C’è il bisogno di essere creduti. C’è rabbia. C’è lutto. C’è forse anche l’illusione che, trovando finalmente l’ultimo documento o l’ultima risposta, tutto acquisterà improvvisamente una forma.
Non so se accadrà, e questa è una possibilità che devo imparare a sopportare. Non voglio utilizzare per sempre la mia capacità di scavare per capire cosa mi abbia fatto il mondo in quel posto. Vorrei tornare a utilizzarla per leggere, scrivere, incontrare concetti, capire il mondo. Ma per uscire da un labirinto bisogna almeno sapere dove ci si trova.

Sto ancora cercando la mappa
Quanto bisogna essere abili per avere dei diritti? La legislazione prevede tutele. Esistono sindacati, avvocati, procedure, sedi protette, strumenti contro la discriminazione e canali di segnalazione. Ma una persona con disabilità non incontra il diritto come un soggetto astratto. Ci entra con il proprio corpo, con il proprio modo di comunicare, con le proprie funzioni esecutive, con la capacità che possiede in quel preciso momento di sostenere un conflitto, spostarsi, parlare, ricordare, insistere, aspettare, comprendere e decidere.
Io ci sono entrata da autistica, da persona che scrive meglio di quanto riesca a parlare, che ha difficoltà persino a fare una telefonata, che sotto stress può avere ancora più difficoltà a organizzare pensiero e azione. E ci sono entrata mentre il mio stato psicologico peggiorava.
Eppure continuavano a essermi richieste prestazioni: raccontare, ricordare, presenziare, scegliere, decidere, firmare, contestare, insistere, aspettare, ricontattare, dimostrare. È una cosa sulla quale vorrei riflettessimo quando utilizziamo la parola accessibilità.
Una barriera non è necessariamente una scala davanti a una persona in carrozzina. Può essere una telefonata per qualcuno che fatica enormemente a telefonare. Può essere dover raccontare oralmente cinque volte una storia quando la scrittura è il proprio canale comunicativo più accessibile. Può essere una domanda alla quale bisogna rispondere immediatamente, una riunione nel momento in cui parlare è diventato quasi impossibile, un documento scritto in un linguaggio che non si conosce, una decisione enorme presa nel momento in cui la capacità di decidere è ridotta. Può essere persino una tutela formalmente disponibile che, per essere raggiunta, richiede proprio le capacità che in quel momento non possiedi.
Forse dovremmo cominciare a parlare anche di questo quando parliamo di accomodamenti e disabilità: non soltanto di come rendere accessibile il lavoro, ma di come rendere accessibile la possibilità di difendersi quando il lavoro ti ha fatto male.
Continuo ancora oggi a domandarmi se esista davvero l’amicizia sul lavoro, se una persona che ti vuole bene possa essere abilista, se faccia meno male quando lo è, se avrei dovuto ridere, se avrei dovuto protestare prima, se qualcuno avrebbe dovuto capire senza che fossi io a spiegarglielo. Mi domando cosa significhi essere creduta e cosa significhi, concretamente, sentirsi contro un’organizzazione intera, senza poter indicare un momento preciso nel quale quell’organizzazione abbia deciso di diventare il tuo avversario.
Non ho trovato tutte le risposte. Forse alcune non esistono.

Un appello
C’è infine una ragione molto concreta per cui ho deciso di raccontare questa storia. Io sto ancora cercando di capire se sia davvero finita. Ho raccolto documenti, comunicazioni, certificazioni, l’accordo che ho firmato, ciò che ha preceduto quella firma e ciò che è accaduto dopo. Ho provato a ricostruire questa storia molte volte, ma continuo a farlo dall’interno: sono contemporaneamente la persona che cerca di mettere in ordine le carte e quella a cui quelle carte appartengono.
Per questo vorrei permettermi un appello. Se tra le persone che leggeranno queste righe ci fosse un’avvocata o un avvocato giuslavorista, possibilmente con esperienza in materia di disabilità, discriminazione sul lavoro, accomodamenti ragionevoli e conciliazioni, disposto a guardare la mia documentazione e ad aiutarmi a capire se esista ancora qualcosa che possa essere esaminato, sarei grata di poter avere un confronto.
Non sto cercando qualcuno che mi dica che ho ragione. Sto cercando qualcuno disposto a guardare. Qualcuno che legga la storia per intero, compreso ciò che è accaduto prima della firma e le condizioni nelle quali sono arrivata a quella decisione; che mi spieghi con chiarezza quali possibilità esistono e quali invece non esistono; che possa anche dirmi che una strada è chiusa, se è davvero così, ma dopo aver guardato dove conduce.
Per una volta vorrei non dover conoscere in anticipo la parola giuridicamente corretta per riuscire a formulare la domanda giusta. Vorrei poter consegnare a qualcuno le carte e dire semplicemente: questa è la storia. Mi aiuta a capire che cosa posso ancora fare?
Forse anche questo fa parte del diritto di non sapersi difendere: poter arrivare a un certo punto e riconoscere che da soli non si riesce più a farlo.
Ho dovuto parlare per spiegare che non riuscivo più a parlare. Ho dovuto organizzarmi per spiegare quanto fosse diventato difficile organizzarmi. Ho dovuto chiamarmi un’ambulanza mentre stavo perdendo i sensi. Ho dovuto difendermi per dimostrare quanto avessi bisogno di essere difesa. Ho firmato in un luogo che avrebbe dovuto proteggermi e che, nella mia esperienza, è diventato il punto più difficile da oltrepassare.
E poi ho continuato a scavare: nelle parole, nei documenti, nelle amicizie, nelle intenzioni degli altri e nelle mie. Questa storia, almeno, voglio raccontarla nella lingua in cui riesco a esistere meglio.
Io penso prima per iscritto. Quindi scrivo. E forse, dopo essere stata per tanto tempo la persona che doveva continuamente spiegarsi, questa è la prima forma di difesa che sento davvero mia.
E questa volta vorrei che qualcuno mi aiutasse a portarla.

*fedeoak@yahoo.it (pagina Instagram a questo link). Ne segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine, i contributi: intitolato “Ottenere una diagnosi di autismo a 33 anni e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse” (a questo link) e “Non trasformiamo l’autismo in un ‘superpotere’” (a questo link).

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La città per tutti, ovvero L’accessibilità come condizione primaria dell’abitare

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Il libro di imminente uscita “La città per tutti. I PEBA come strumento di diritto, progetto e cura dello spazio urbano”, curato da Alberto Arenghi, riunisce contributi di giuristi, ingegneri, architetti, esperti di beni culturali, data analyst e sociologi attorno all’idea che l’accessibilità non sia un adempimento tecnico da verificare a lavori ultimati, ma una condizione primaria dell’abitare

«Questo libro si rivolge a chiunque abbia a cuore la qualità della vita nelle nostre città e nei nostri spazi aperti: docenti e studenti che si avvicinano ai temi dell’accessibilità e dell’inclusione; professionisti che redigono o valutano i PEBA; amministratori chiamati a tradurre in scelte concrete un principio spesso enunciato, ma raramente praticato fino in fondo; e, non da ultimo, cittadini che ogni giorno sperimentano sulla propria pelle la differenza tra una città che accoglie e una città che si limita a concedere. Se riuscirà a restituire, anche solo in parte, l’urgenza e, insieme, la concretezza operativa di questi temi, questo libro avrà raggiunto il proprio scopo: mostrare che ripensare l’accessibilità non significa occuparsi di una minoranza, ma ridefinire, per tutti, che cosa significhi davvero abitare la città»: lo scrive Alberto Arenghi nell’introduzione di La città per tutti. I PEBA come strumento di diritto, progetto e cura dello spazio urbano, libro in uscita per Marcianum Press curato dallo stesso Arenghi, che è docente associato di Architettura Tecnica all’Università di Brescia, ove dirige il Brixia Accessibility Lab e che su temi analoghi ha già curato altre pubblicazioni.

Nato dal lavoro di valutazione delle politiche sui PEBA (Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche) nella Regione Lombardia, il volume riunisce contributi di giuristi, ingegneri, architetti, esperti di beni culturali, data analyst e sociologi attorno all’idea che l’accessibilità non sia un adempimento tecnico da verificare a lavori ultimati, ma una condizione primaria dell’abitare.
A tal proposito, attraverso i riferimenti dell’Universal Design, dell’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell’Agenda ONU 2030, il libro rilegge il PEBA come dispositivo di conoscenza e di governo della città, capace di rendere visibili le disuguaglianze prodotte dallo spazio urbano stesso. (S.B.)

Alberto Arenghi (a cura di), La città per tutti. I PEBA come strumento di diritto, progetto e cura dello spazio urbano, Marcianum Press, 2026.

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Un’opportunità di finanziamento, per far sì che le donne con disabilità guidino il cambiamento 

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Il Forum Europeo sulla Disabilità prevede l’erogazione di sovvenzioni fino a 3.000 euro per organizzazione o 9.000 euro per coalizione, a sostegno delle organizzazioni componenti del Forum stesso che desiderino intraprendere attività incentrate sui diritti delle donne nell’area del Consiglio d’Europa. L’iniziativa rientra nell’àmbito del progetto triennale “Niente senza di noi: le donne con disabilità guidano il cambiamento” e le candidature devono essere inviate entro il 16 novembre Realizzazione grafica a cura dell’EDF (European Disability Forum)

Niente senza di noi: le donne con disabilità guidano il cambiamento è un progetto promosso dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, allo scopo di sostenere e promuovere la partecipazione di donne e ragazze con disabilità nella difesa dell’uguaglianza di genere e dei diritti delle donne.
L’iniziativa, che ha una durata triennale, è stata avviato il 1° dicembre 2024 e si concluderà il 30 novembre 2027.

In questi giorni, lo stesso Forum rende noto di avere aperto un’ulteriore opportunità di finanziamento nell’àmbito del menzionato progetto. Questa opportunità prevede l’erogazione di sovvenzioni fino a 3.000 euro per organizzazione o 9.000 euro per coalizione, a sostegno delle organizzazioni componenti dell’EDF, dei loro membri e dei partner che desiderino intraprendere attività incentrate sui diritti delle donne nell’area del Consiglio d’Europa. Non sono invece ammesse candidature individuali. Le candidature saranno aperte fino alle ore 18 del 16 novembre.
«Il nostro obiettivo – si legge nella nota informativa diffusa dall’EDF – è quello di dare maggiore autonomia a circa 10 organizzazioni o coalizioni di organizzazioni disposte a intraprendere iniziative sui diritti delle donne, concentrandoci in particolare sulle donne con disabilità e sul loro ruolo di primo piano a livello locale, nazionale o europeo. Queste possono includere: ricerche su questo argomento; sessioni di formazione; organizzazione e partecipazione agli eventi; traduzione di risorse sull’argomento».

La durata dei finanziamenti sarà di 6 mesi e le attività dovranno iniziare a gennaio 2027 per concludersi entro il 30 giugno 2027. I rapporti sulle attività svolte dovranno essere inviati all’EDF entro il 31 agosto 2027.
Il testo del bando e ulteriori informazioni sull’iniziativa sono disponibili nella pagina dedicata (a questo link). Per qualsiasi ulteriore domanda, contattare la responsabile per i Diritti delle Donne dell’EDF, Giulia Traversi, all’indirizzo giulia.traversi@edf-feph.org. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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“Racconti di Cambiamenti”: come rendere accessibili e sicuri gli eventi, i festival e i luoghi culturali

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Si concluderà il 23 settembre a Torino, per parlare di “Festival come spazi sicuri e accessibili”, la rassegna di incontri mensili “Racconti di Cambiamenti”, promossa dalla Fondazione Time2 di Torino, rivolgendosi a persone giovani adulte con e senza disabilità con meno di 35 anni, iniziativa nata come un laboratorio civico e relazionale allo scopo di favorire il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni sui temi di maggiore attualità sociale, culturale e politica

Già ampiamente presentata a suo tempo anche sulle nostre pagine, Racconti di Cambiamenti, è una rassegna di incontri mensili, promossa dalla Fondazione Time2 di Torino, rivolgendosi a persone giovani adulte con e senza disabilità con meno di 35 anni, progetto che nasce come un laboratorio civico e relazionale allo scopo di favorire il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni sui temi di maggiore attualità sociale, culturale e politica.
Nel pomeriggio del 23 settembre, sempre presso gli spazi di Open – Fondazione Time2 (Corso Stati Uniti 62/b, Torino, ore 18), è in programma l’incontro conclusivo della rassegna dedicato al tema Festival come spazi sicuri e accessibili, per dare vita a un confronto aperto su come rendere eventi, festival e luoghi culturali contesti in cui ogni persona possa partecipare, sentirsi al sicuro, esprimere le proprie idee e chiedere aiuto quando necessario. (S.B.)

A questo link è disponibile un ampio approfondimento sull’incontro. Per altre informazioni: Ufficio Stampa Fondazione Time2 (Silvia Bellucci), silviabellucci@bellspress.com.

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A Milano in campo sei squadre della Divisione Calcio Paralimpico della Federazione

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Verrà presentato domani, 22 settembre, nel corso di una conferenza stampa a Milano, il Torneo “Fondazione di Comunità Milano”, nell’àmbito del progetto “Alcione4Special”, che il 26 settembre porterà a sfidarsi al Centro Sportivo Kennedy del capoluogo lombardo sei squadre della Divisione Calcio Paralimpico della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio): Alcione Milano, FC Internazionale, AC Fiorentina, Cagliari Calcio, Ass. Calcio Reggiana e Varesina 2010 Una formazione dell’Alcione Milano che fa parte della Divisione di Calcio Paralimpica della FIGC

Verrà presentato domani, 22 settembre, nel corso di una conferenza stampa a Milano (Palazzo Lombardia, ore 11), il Torneo Fondazione di Comunità Milano per Alcione4Special, che il 26 settembre porterà a sfidarsi al Centro Sportivo Kennedy di Milano sei squadre della Divisione Calcio Paralimpico della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio): Alcione Milano, FC Internazionale, AC Fiorentina, Cagliari Calcio, Ass. Calcio Reggiana e Varesina 2010.
Iniziativa di cui ci siamo già occupati ampiamente a suo tempo, il progetto Alcione 4 Special è dedicato ai giovani con disabilità dell’Alcione Milano, società calcistica che milita in Serie C.
Alla conferenza stampa di domani parteciperanno Attilio Fontana ed Elena Lucchini, rispettivamente presidente e assessora della Regione Lombardia; Carlo Marchetti, presidente della Fondazione di Comunità Milano; Nadia Giannetti, responsabile della Comunicazione e Sociale per la Lega Pro di Calcio; Serena Bortolini, presidente di Alcione4Special; Eleonora Bergamotto, vicepresidente dell’Alcione Milano; Carla De Albertis, presidente dei Lions Club Milano (Missione Sport) e madrina del progetto. È prevista anche la partecipazione di una delegazione degli atleti delle sei squadre che parteciperanno al torneo del 26 settembre. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@alcionemilano1952.it.

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Il decimo Festival della Cooperazione Internazionale: investire su ciò che ci unisce!

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«È il tempo del coraggio, del rigetto dell’indifferenza, della custodia attiva dell’umano sempre più avvolto da cupe nubi di ignoranza e di disprezzo»: lo scrive Francesco Colizzi, coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale, presentando la decima edizione dell’evento, in programma dal 5 all’11 ottobre in alcune località della Puglia, con ampio spazio dedicato anche a questioni cruciali per la disabilità

Il nostro giornale segue sin dagli esordi il Festival della Cooperazione Internazionale, evento organizzato dall’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), in collaborazione con la RIDS* (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), di cui dal 5 all’11 ottobre si terrà la decima edizione in alcune località della Puglia (Ostuni, San Vito dei Normanni, Francavilla Fontana e Lucera).
Per il programma completo, che è in via di definizione, si deve fare riferimento alla pagina Facebook della manifestazione (a questo link). Da parte nostra diamo spazio qui di seguito al razionale del Festival, come delineato dal coordinatore Francesco Colizzi.

Un festival per camminare assieme sui sentieri della civiltà dell’amore
Le nove edizioni del Festival, dal 2017 ad oggi, si sono tutte svolte nel tempo di una policrisi, economica, sanitaria, ambientale, geopolitica, vale a dire di una crisi di civiltà nella età planetaria. Il decennale del Festival intende confrontarsi con questa drammatica condizione, sottolineando ancora una volta che è ormai tempo!
È il tempo del coraggio, del rigetto dell’indifferenza, della custodia attiva dell’umano sempre più avvolto da cupe nubi di ignoranza e di disprezzo.
È il tempo in cui chiunque cerca di dare un senso alla propria vita, e chi vorrebbe ritrovarlo dopo anni di oscuramento, può e deve fare la sua parte, riconoscendone la grave necessità e assumendo su di sé, come nel romanzo La peste di Albert Camus, un rinnovato impegno a custodire tutto ciò che è umano.
È il tempo di costruire un nuovo progetto di convivenza, come propone il terzo manifesto internazionale Convivialismo o barbarie, per tutte le persone ed i popoli, mirando a garantire la dignità del vivere e quella di essere pianti dopo morti.
È il tempo di una inedita civiltà della Terra, che sappia far fronte a livelli sempre crescenti di complessità del mondo degli uomini, facendo diffondere una civiltà dell’Amore all’interno di quella Magnifica Humanitas a cui è rivolta la prima enciclica del papa cattolico Leone XIV.
Concretamente, occorre investire su ciò che ci unisce, condividendo dialogicamente idee, scelte, progetti, bilanci economico-finanziari e sentimenti dell’umano.

Questa decima edizione del Festival vuole porsi all’altezza delle sfide di questa epoca, facendo risuonare ancora il monito accorato e profetico di Raoul Follereau: Amarsi o scomparire. Ecco dunque i Dialoghi di Civiltà, un percorso di approfondimento e di discussione, attraverso testi recenti fondamentali, di analisi e di proposta. Un percorso volto a comprendere come respingere le soluzioni coercitive che stanno dominando il pianeta, che restringono l’apertura alle diversità e le libertà, e ad imparare ad abitare l’incertezza e la complessità crescenti con l’approccio convivialista, la cooperazione e un rinnovato multilateralismo.

Nell’acceso conflitto tra oligarchie finanziarie e democrazie, in cui varie potenze, destrutturando il diritto internazionale e ricorrendo alla guerra, spingono il mondo verso una catastrofe geostrategica, rifulge più che mai il valore della Cooperazione Internazionale. I progetti di essa sono sempre progetti di pace, avamposti innovativi di una politica estera di collaborazione e di reciproco riconoscimento tra i popoli. Il Festival offrirà perciò un focus sulla concreta Solidarietà internazionale, proclamando la necessità assoluta di stare sempre dalla parte delle vittime, in Ucraina, in Palestina, in Sud Sudan, ovunque ci siano guerre e violenze, prima causa di morti e di disabilità gravi evitabili nel mondo.

L’attenzione che la RIDS, promotrice del Festival con l’AIFO, ha sempre dedicato alla condizione delle persone con disabilità (circa un miliardo e mezzo sul pianeta) si rivolgerà quest’anno a due enormi questioni.
A vent’anni dall’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, il convegno nazionale Salute e Inclusione ne approfondirà lo stato di attuazione attraverso due focus il primo dei quali sull’articolo 26 della Convenzione stessa (Abilitazione e riabilitazione), con un’iniziativa dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, che, tenendo conto del framework internazionale e della call to action Riabilitazione 2030 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, propone un nuovo approccio agli interventi di sostegno alla piena partecipazione e all’inclusione, abilitando le persone a convivere con una diversità funzionale.
Un secondo focus sarà sui progetti personalizzati e partecipati di vita indipendente previsti in Italia dal Decreto Legislativo 62/24 (attualmente in sperimentazione in varie Province e obbligatori dal gennaio 2027).
E questo sguardo volto alla custodia dell’umano spesso dimenticato verrà anche indirizzato all’esperienza straordinaria, promossa dalla Federazione Alzheimer Italia, delle comunità amiche delle persone con demenza di puglia (in Italia sono circa due milioni le persone che vivono questa condizione), attraverso un incontro di scambio di idee, esperienze e progetti delle sette Comunità pugliesi.

Come sempre, essendo il Festival un grande contenitore di incontri di comunità, non mancheranno momenti di vera e propria Festa dell’Umano. Serate conviviali, animazione di piazza, teatro saranno offerti ai cittadini dei centri coinvolti (Ostuni, San Vito dei Normanni, Francavilla Fontana, Lucera), ai soci e simpatizzanti del Campo studi AIFO che avrà luogo dal 7 al giorno 11 ottobre ad Ostuni, e a chiunque vorrà condividere con noi il senso semplice e profondo del cammino, solo apparentemente utopico, verso la civiltà dell’amore per l’umanità e la nostra Terra.
Francesco Colizzi

*La RIDS è un’alleanza strategica avviata nel 2011 da due organizzazioni non governative, l’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) ed EducAid, insieme a due organizzazioni di persone con disabilità, quali DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), alle quali si è aggiunto successivamente l’OVCI-La Nostra Famiglia (Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale). Il compito di essa è appunto quello di promuovere il protagonismo delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni nei progetti di cooperazione internazionale, come afferma la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
**Psichiatra psicoterapeuta, socio nazionale dell’AIFO, coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale.

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Perché la sintesi migliore sulla disabilità è data dal modello “biopsicosociale”

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«Quando ci si rapporta al tema della disabilità – scrive Luca Grecchi -, si fronteggiano tuttora, sostanzialmente, due modelli, quello “medico” e quello “sociale”. Ciò deriva, in larga misura, dal fatto che la disabilità è il risultato dell’interazione tra due fattori. Ma il modello “biopsicosociale”, che tende a sintetizzare dialetticamente quei due paradigmi, conservandone gli aspetti positivi ed eliminandone quelli negativi, risulta largamente preferibile»

Quando ci si rapporta al tema della disabilità, si fronteggiano tuttora, sostanzialmente, due modelli: “medico” e “sociale”. Ciò deriva, in larga misura, dal fatto che la disabilità è il risultato dell’interazione tra due fattori: da un lato i deficit psicofisici permanenti di una persona, che inducono spesso alla “medicalizzazione”; dall’altro un contesto sociale non sufficientemente inclusivo, che produce sovente “disabilitazione”. La disabilità ha quindi come condizione di partenza un deficit, i cui effetti tuttavia si amplificano all’interno di un ambiente non comunitario, che crea ostacoli partecipativi.

Per questo, come mostreremo alla fine, il modello “biopsicosociale”, che tende a sintetizzare dialetticamente i due paradigmi precedenti, conservandone gli aspetti positivi ed eliminandone quelli negativi, risulta largamente preferibile. La dialettica, del resto, chiarisce filosoficamente che ogni unilateralismo è sempre deleterio: meglio porre le posizioni, per quanto tra loro contrapposte, in reciproca connessione.

Non è questa la sede per un’analisi complessiva dei due modelli, per altro già molto presente nella letteratura specialistica. Dirò soltanto che il principale difetto del modello medico è di basarsi troppo sui deficit psicofisici della persona, mentre il principale difetto del modello sociale è forse di sottovalutare tali deficit, insistendo quasi solo sulla loro ricezione collettiva. Il modello biopsicosociale cerca dialetticamente, come detto, di eliminare, sul piano teorico, ogni approccio unilateralistico. Prima però di giungere a questo paradigma, può essere utile qualche considerazione pratica.

Ad oggi, in Italia, il modello medico risulta ancora, per vari motivi, predominante. A scuola, ad esempio, il primo documento che viene sollecitato ai genitori di alunni con disabilità è la certificazione medica, ponendo sin dall’inizio la difficoltà in capo al soggetto anziché al contesto. Nel mondo del lavoro, per iniziare a svolgere una professione, la prima cosa che viene richiesta al futuro lavoratore, affinché l’impresa possa fruire delle agevolazioni previste dalla legge, è di farsi determinare la propria percentuale di invalidità; quest’ultima, per altro, aumenta di solito al crescere del numero dei certificati medici presentati. Infine, anche per l’inserimento nei centri residenziali per persone con disabilità, in cui si svolge tuttora, purtroppo – scandita da varie attività definite “terapeutiche”, anche se sono soltanto “passatempistiche” –, la vita adulta di tante persone, la documentazione sanitaria risulta imprescindibile.

Il modello medico, dunque, prevale ancora ampiamente nel nostro Paese, in tutte le principali fasi della vita delle persone con disabilità. Ciò accade, come detto, per una pluralità di ragioni. Una di esse è che tale modello, a differenza di quello sociale, il quale imporrebbe un rapporto con la realtà di tipo collettivo, promuove un rapporto di tipo individuale, in larga parte delegabile a professionisti privati a pagamento.

In un’epoca, quindi, in cui la totalità socio-economica tende a relazionarsi con le persone in quanto consumatori privati, il modello medico è sicuramente più conforme, per cui risulta favorito, non richiedendo appunto interventi politici, che a loro volta presupporrebbero fondate riflessioni culturali di matrice progettuale per poter modificare la realtà in maniera comunitaria.

Questa tendenza individualistica trova conferma, per altro, nelle stesse modalità con cui, nel settore pubblico, viene sempre più spesso attivata l’assistenza sociale, ovvero con contributi personali da richiedere, card nominative da ottenere, agevolazioni specifiche da conseguire, in base a determinate condizioni tutte da corredare con adeguati certificati medici.

Le Istituzioni che stanno gestendo questo passaggio del Welfare State da funzionalità collettive a fruizioni individuali, non si rendono forse conto – o forse sì, e ciò viene fatto apposta, per distribuire meno fondi pubblici e favorire soluzioni private – che rendere più complesse le richieste di servizi può creare problemi a molte persone con disabilità, soprattutto intellettiva. Non si considera inoltre che strutture pubbliche disponibili per tutti sarebbero di vantaggio all’intera collettività, oltreché meno portatrici di stigma per coloro che le utilizzano.

Modello medico individuale e modello sociale comunitario sembrano porsi, pertanto, in alternativa. I due paradigmi, in realtà, presentano, come detto, aspetti dialetticamente complementari, in quanto l’inclusione si realizza meglio coniugando insieme l’attenzione alle caratteristiche psicofisiche della persona e al contesto sociale che la ospita. Pensiamo, ad esempio, all’autismo. Si discute tuttora se esso debba essere considerato principalmente un disturbo del neurosviluppo, ossia un deficit da affrontare in sostanza con il modello “medico”, oppure una naturale neurodiversità della persona, da accogliere all’interno di un modello sociale maggiormente inclusivo.

In merito, essendo lo spettro autistico molto ampio – e il discorso vale, mutatis mutandis, per tutto il composito àmbito della disabilità –, si può dire che, per alcune situazioni, risultano ancora necessari interventi tipici del modello medico. In generale, tuttavia, il modello sociale è certamente più utile per far vivere in maniera comunitaria (quindi migliore) tutte le persone, comprese quelle neurodivergenti. Molti, infatti, di quelli che si ritengono essere sintomi di un “disturbo” dello spettro autistico, ovvero alcuni comportamenti disfunzionali che si attribuiscono ad una presunta “patologia”, regrediscono fortemente se le persone si trovano a vivere in un contesto adeguato. Ciò mostra come l’autismo, in particolare, rappresenti una condizione le cui manifestazioni maggiormente problematiche sono spesso dovute alla non inclusività dell’ambiente sociale, che è assai difficile da modificare, ma anche determinante.

Detto questo, come ricordato, non si deve considerare eliminabile l’intero approccio medico, che in alcuni casi rimane necessario, almeno nei vari àmbiti in cui una competenza farmacologica, fisiatrica logopedica, ecc. si mostri utile. Sempre infatti assumendo come esempio l’autismo nelle sue forme più severe, esso costituisce davvero una neurodiversità caratterizzata da problematicità elevate, quale che sia l’ambiente in cui la persona viene inserita, spesso anche all’interno della stessa famiglia. Non è un caso che il modello ICF (la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute), stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001, la cui validità viene generalmente riconosciuta, raccomandi certamente una prospettiva biopsicosociale integrata, ossia di attribuire maggiore importanza al modello sociale, ma al contempo anche di non abbandonare il modello medico, ovvero di fare interagire i due paradigmi, per favorire la migliore possibile inclusione delle persone con disabilità.

Anche con riferimento a questa tematica, apparentemente lontana, la filosofia mostra dunque che la composizione dialettica di modelli apparentemente antitetici può produrre una sintesi in grado di unire gli aspetti positivi di entrambi, eliminandone solo le unilateralità manchevoli.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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Il Gruppo Asperger Puglia mira a diventare un punto di riferimento stabile per la Sanità e le Istituzioni della propria Regione

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La nascita del Gruppo Asperger Puglia ha segnato il punto d’arrivo di un percorso più lungo, che ha visto l’impegno congiunto delle famiglie, di Gruppo Asperger APS e della Cooperativa Sociale Giuliaparla, e che ha trasformato una rete informale attiva da tre anni in un’Associazione che mira a diventare punto di riferimento stabile per la Sanità e le Istituzioni pugliesi L’intervento di Matteo Leone, vicepresidente del Gruppo Asperger Puglia, durante l’evento di fine luglio che ha coinciso con la nascita dello stesso Gruppo Asperger Puglia

Non un convegno accademico né una cerimonia formale, ma un incontro dal vivo sulla scogliera di Santa Maria al Bagno di Nardò (Lecce), tra musica e aperitivo al tramonto. Il 25 luglio scorso, nell’àmbito dell’evento Autism Beach Party organizzato dalla Cooperativa Sociale Giuliaparla, da Gruppo Asperger APS e con il patrocinio del Comune di Nardò, dieci soci fondatori hanno firmato l’Atto Costitutivo di Gruppo Asperger Puglia, nona Associazione Regionale della compagine nazionale e la seconda al Sud Italia.
Lo stile della serata ha costituito esso stesso una scelta sostanziale: raccontare cioè l’autismo allontanandosi dalla narrazione pietistica con cui viene ancora troppo spesso descritto, per mettere al centro dignità, diritti e autodeterminazione.
L’Associazione preferisce parlare di “convivenza ampia” piuttosto che di “inclusione”: non un adattamento unilaterale della persona autistica al contesto, ma la costruzione condivisa di spazi e contesti capaci di accogliere ogni modo di essere e di funzionare. Lo ha ricordato anche chi scrive [Stefania Scarpulla] nell’intervento da Presidente dell’Associazione, tracciando lo stato dell’arte dell’autismo in Puglia: diagnosi tardive per mancanza di professionisti formati sui profili senza disabilità intellettiva, servizi pubblici insufficienti, un modello di finanziamento a bandi incompatibile con la natura permanente dei diritti. Un diritto, però, non può avere una data di scadenza ed è pertanto necessario rivendicare controlli, formazione e interventi psicoeducativi calibrati sulle caratteristiche individuali, che accompagnino le persone autistiche in tutti i contesti di vita.

Tra le numerose testimonianze di giovani autistici raccolte durante la serata, un momento centrale si è avuto con l’intervento di Matteo Leone, vicepresidente dell’Associazione, che ha ripercorso anni di diagnosi errate, mascheramento sociale e burnout, prima della diagnosi corretta arrivata solo dopo i vent’anni. «Sono qui per rivendicare il diritto ad una vita autonoma e autodeterminata», ha dichiarato, rimarcando un principio di autorappresentanza che veda le persone neurodivergenti protagoniste a pieno diritto delle decisioni che le riguardano.
Un altro momento intenso e denso di contenuti ha coinciso con l’intervento di Patrizia Ventura, neuropsichiatra infantile del Policlinico di Bari e Segretario della SINPIA Apulo-Lucana (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza). Con parole chiare e nette, Ventura ha invitato a superare la contrapposizione tra modello medico e modello sociale dell’autismo, spiegando inoltre come il mascheramento prolungato porti quasi sempre a sofferenza psicologica, indipendentemente dalla diagnosi. «La vera risorsa – ha detto – è avere consapevolezza di come si funziona», rivolgendo infine un appello alle Associazioni di famiglie affinché facciano fronte comune nei tavoli istituzionali, invece di presentarsi divise davanti alla Sanità Pubblica.
Presenti anche i saluti della compagine nazionale, portati da Rita Valentini del Consiglio Direttivo di Gruppo Asperger APS a nome del presidente Ruggero Mason. Valentini ha ricordato come i grandi cambiamenti nascano sempre dall’impegno diretto delle famiglie.
In video è arrivato poi il saluto del Garante Regionale dei diritti delle persone con disabilità della Puglia, Antonio Giampietro, che h affermato: «La barriera più grande che resta oggi è quella culturale». Giampietro ha confermato inoltre l’impegno a incontrare i rappresentanti dell’Associazione presso il proprio Ufficio in Regione.

Condotto dalla Cooperativa Sociale Giuliaparla, l’evento ha alternato momenti musicali e testimonianze spontanee rendendo tangibile ciò che altri avevano raccontato con le parole.
Si è trattato di una serata che ha segnato il punto d’arrivo di un percorso più lungo, un parent training che ha visto l’impegno congiunto delle famiglie, di Gruppo Asperger e di Giuliaparla, e che ha trasformato una rete informale attiva da tre anni in un’Associazione che mira a diventare punto di riferimento stabile per la Sanità e le Istituzioni pugliesi.

*Presidente di Gruppo Asperger Puglia (stefaniascarpulla@gmail.com).

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