Progetto Studente-Atleta di alto livello – rettifica allegato 2
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Scrivo questo contributo in tre vesti: persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore. Il dibattito sui fatti di Pietralata a Roma e la posizione che stanno prendendo alcuni attivisti con disabilità e giornali mi sta preoccupando e vorrei sottoporre a tutte e tutti noi una riflessione.
Tanti attivisti con disabilità (non tutti) stanno fermamente gridando al “disabilicidio” e alcuni giornali li stanno appoggiando, diffondendo questa lettura dell’evento. Tuttavia parlare di disabilicidio per Pietralata non è solo inesatto, ma rischia anche di polarizzare e appiattire il dibattito e le riflessioni che questo evento ha prodotto e spiegherò perché.
Disabilicidio è un termine che circola da un paio d’anni tra gli attivisti con disabilità italiani, nato da un calco del femminicidio. Indica un crimine d’odio verso le persone con disabilità che ha come movente la repulsione e il disprezzo e la negazione del valore e del diritto alla vita delle stesse persone con disabilità. Nel caso di Pietralata viene applicato in modo inesatto per due motivi. Il primo è che non si tratta di un crimine d’odio: per quanto ne sappiamo dalle lettere lasciate dai genitori di Bianca – la bambina con disabilità uccisa – il movente è stato la solitudine incontrata nell’affrontare il compito di cura. Il secondo motivo è che la decisione dei genitori di uccidere anche Bianca insieme a loro viene automaticamente letta come abilista ovvero legata alla negazione di un’identità indipendente di Bianca da quella dei genitori, che l’avrebbero considerata come una loro estensione, quando non una loro proprietà su cui decidere.
Sia ben inteso, non sto sostenendo che queste dinamiche non esistano, sono ben documentate e studiate nei Disability Studies, quello che sto sostenendo è che la “diagnosi” di alcuni attivisti con disabilità è stata affrettata e non andava applicata a questo episodio.
Non siamo infatti in grado di ricostruire i motivi profondi per cui i genitori hanno deciso di uccidere anche la figlia oltre a se stessi; non sono qui vivi per poterli interrogare e capire se la dinamica dell’omicidio sia riconducibile all’abilismo.
Ci tengo a precisare che questa analisi costituisce un tentativo di comprendere la dinamica del crimine per prevenire una sua ripetizione e non costituisce una negazione dell’esistenza del disabilicidio, dell’abilismo che possono interiorizzare alcuni genitori e tantomeno della gravità dell’omicidio di Bianca. L’atto è gravissimo e ingiustificabile, ma se ci limitiamo a condannare e a gridare slogan anziché tentare di comprendere il fenomeno, saremo condannati a vederlo ricapitare; soprattutto penso sia compito della società e della giustizia tentare di comprendere i fenomeni criminali per prevenirli senza limitarsi a giudicarli e punirli.
Eppure il dibattito sui social e giornali è fermo qui, polarizzato, senza la possibilità di poter affermare che il movente del crimine è da ricercare nella solitudine e nella fatica del caregiver abbandonato dalla società e dallo Stato senza essere tacciati di abilismo o di stare giustificando il crimine.
Sembra diventata un tabù la complessità. Sembra un tabù affermare che dobbiamo avere la lucidità di tenere insieme due aspetti dolorosi: l’omicidio di una bambina di 5 anni e il baratro in cui sono precipitati due genitori.
La prima vittima di questo crimine è senza ombra di dubbio Bianca, che non ha scelto di nascere con una paralisi cerebrale e non ha scelto di morire. Sul fatto che la stampa non abbia parlato abbastanza di lei e non abbia sottolineato abbastanza la gravità del gesto, gli attivisti con disabilità hanno ragione: la persona con disabilità è sempre meno importante e sacrificabile. Tuttavia dobbiamo avere la lucidità di riconoscere ai genitori un doppio status, ambiguo e scomodo, di carnefice e insieme vittima secondaria: vittime di un sistema che li ha lasciati soli davanti ad un compito enorme. Affermare questo non è una giustificazione del crimine, è sempre importante dirlo, così come non toglie niente all’importanza e alla dignità della prima vittima, Bianca. Le due condizioni – vittima primaria e carnefici-vittime secondarie – possono stare insieme.
Dirò di più, devono stare insieme, è importante capirlo e affermarlo perché altrimenti non agiremo preventivamente sulle giuste cause per prevenire altri crimini.
Se infatti spiegassimo il crimine con il movente dell’abilismo e lo etichettassimo come “disabilicidio”, faremmo prevenzione attraverso la sensibilizzazione sugli stereotipi dell’abilismo ai genitori, magari organizzando formazioni, gruppi di incontro e nella migliore delle ipotesi un supporto psico-educativo per i genitori. Questo basterebbe a prevenire altri crimini simili o servirebbe altro?
Se invece capiamo che il movente è stato non solo psicologico e individuale, ma sociale e politico, allora agiremmo diversamente per fare prevenzione: faremmo pressione sulla politica sia locale che nazionale per avere servizi di cura domiciliari per le persone con disabilità non autonome, con infermieri, educatori e assistenti all’autonomia forniti dallo Stato che entrino nelle case e sostituiscano i caregiver nel compito di cura, permettendo sia alla persona con disabilità che ai caregiver di vivere una vita degna di essere vissuta e di qualità.
Pensiamo inoltre all’enorme stigma sui problemi di salute mentale indotti dal Caregiving Burden [“carico del caregiving”, N.d.R.] che questo etichettamento produce: pensiamo a tutti i caregiver che arrivano ad avere pensieri orribili e indicibili e non sanno a chi confessarli o si vergognano terribilmente a farlo. Leggendosi condannati senza appello come “orribili abilisti” saranno ancora più scoraggiati e intimiditi nel parlare dei loro pensieri di morte con qualcuno e nel chiedere aiuto.
Discutere con lucidità di tutto questo sui social è diventato molto difficile, tutto si trasforma in tristi processi sommari e superficiali. Qualsiasi tentativo di parlare della centralità della fatica dei caregiver in questo crimine viene etichettato come abilista. Sembra che l’unica cosa che non sia abilista e possa dare giustizia alla morte di Bianca sia una condanna ferma e senza pietà del gesto dei genitori, con nessuna possibilità di ulteriori considerazioni, approfondimenti e problematizzazioni.
Questa riflessione va infatti distinta da altre reazioni che hanno popolato i social riguardo a questo crimine. Alcune persone hanno definito l’omicidio di Bianca come un “gesto d’amore estremo”, giustificando (in questo caso sì, e anche apertamente) il crimine come un sollievo dato alla bambina la quale non viveva una vita degna di essere vissuta. Questa è una posizione chiaramente abilista, poiché nega alla persona con disabilità l’autodeterminazione e il suo diritto a vivere. Ma è molto diversa dalla riflessione che si sta facendo qui.
Altre persone ancora hanno cercato di riconoscere un’attenuante ai genitori, sostenendo che vadano comprese le loro ragioni, nella fatica enorme che sostenevano nel prendersi cura della figlia. Anche questa è una posizione abilista, che non separa l’identità disabile della bambina dal carico del prendersi cura di lei la cui gravità dipende non dalla bambina stessa, ma dal contesto.
Di nuovo, non è questa la riflessione che si sta portando qui. Non si sta usando comprensione ed empatia ai carnefici, si sta tentando di comprendere la dinamica del fenomeno che è molto più complessa della lettura del “disabilicidio”.
Questa complessità va compresa e gridare al “disabilicidio” ed etichettare ogni dissidenza come abilista appiattisce di molto il dibattito e ci mette fuori strada. In genere a questo punto sui social, per tagliare il discorso qualcuno afferma: «Se non fosse stata disabile non sarebbe morta», quindi è disabilicidio. Ma questa affermazione non prende in considerazione altri fattori (di nuovo, la complessità). Potremmo considerare ad esempio che se questi genitori non fossero stati lasciati soli davanti al compito di cura, Bianca non sarebbe morta. Inoltre, non è detto che Bianca non sarebbe morta se non fosse stata disabile. Sarebbero potuti intervenire altri fattori, ad esempio una grave depressione o psicosi di uno dei genitori, come documenta la letteratura sul figlicidio, termine molto più adatto per questo crimine che il “disabilicidio”.
Paradossalmente etichettare questo crimine come “disabilicidio” commette il grave errore (da manuale, nei Disability Studies) di non separare l’identità disabile della vittima dal carico del prendersi cura di lei, che invece deriva dal contesto – dove infatti va cercato il movente.
Questo gridare inesatto al “disabilicidio” fa pensare che alcuni attivisti con disabilità siano stati affrettati nell’esprimere un giudizio, nonché più inclini al gridare “hanno ucciso una dei nostri” che al tentare di comprendere il fenomeno. E questo mi ha suscitato un’ulteriore riflessione, sul modo di fare attivismo, su chi sia un attivista, sull’importanza dell’intersezionalità delle lotte. E quindi ci tengo a ricordare la mia triplice identità, come persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore cui si aggiunge il mio attivismo nelle scuole e sul territorio milanese sui temi della disabilità, della salute mentale e dell’inclusione sociale.
Fare attivismo non significa creare slogan per i social, significa costruire e diffondere conoscenza del fenomeno, promuovendo dei miglioramenti nella società, sia nella consapevolezza delle persone, sia nelle politiche delle Istituzioni. L’analisi di questo fenomeno, delle reazioni e letture al crimine di Pietralata mi preoccupa, perché mi sembra un esempio di cattivo attivismo, volto più a mettere etichette, azzerare il confronto e il dibattito e ridurre tutto a tifo da stadio.
Questo mi ha ricordato e deve ricordare a tutti e tutte che noi attiviste e noi persone con disabilità siamo persone come tutte le altre: non siamo migliori e non siamo sante perché viviamo una discriminazione e ci battiamo per contrastarla; siamo fallibili, parziali e manchevoli come tutti gli altri, sbagliamo anche noi e siamo soggette alla spietata logica dei social anche noi.
È il motivo per cui di questi temi non dovrebbero parlarne solo le persone che vivono la discriminazione: su questo i progressi che hanno fatto i movimenti per la salute mentale (come la Psichiatria Democratica di Franco Basaglia) hanno fatto scuola. Attorno al tavolo per migliorare la vita delle persone discriminate non possono sedere le persone discriminate da sole. La loro esperienza diretta del fenomeno è imprescindibile, costituisce un sapere altrimenti inaccessibile, e la loro voce va ascoltata per prima. Ma devono anche essere affiancate e confrontarsi con chi studia il fenomeno da professionista e – nel caso delle persone con disabilità – con chi si prende cura di chi tra di loro non è autonomo. In questo modo possiamo confrontare più saperi e avere una visione completa del fenomeno.
Questo discorso applicato al nostro caso ha un importante corollario: un attivista con disabilità è una voce importantissima e imprescindibile, ma non ha la verità in tasca; è importante riflettere e discutere le sue affermazioni con rigore e lucidità senza dargli ragione sulla base di un principio di auctoritas e il dibattito deve essere sia interno a noi attivisti con disabilità che aperto e allargato ad altre figure.
Mi sembra che alcuni giornali abbiano scelto di inseguire le affermazioni di alcuni attivisti con disabilità, magari popolari su social e giornali, senza provare a problematizzare le loro affermazioni. E questo è un problema.
L’ultima riflessione è sull’intersezionalità delle lotte e sul perché il crimine di Pietralata sia stato un’occasione mancata di unire la lotta delle persone con disabilità con quella dei caregiver che è poi un’unica lotta.
Come dicevo prima, la difficoltà nell’analizzare questo crimine sta nel tenere insieme la condizione di vittima primaria di Bianca e la condizione ambigua di carnefici-vittime secondarie dei genitori – il diritto di vita negato di Bianca e il baratro in cui sono sprofondati i genitori. Se riusciamo a tenere insieme questi due piani, capiamo che persone con disabilità e i caregiver devono unirsi per accusare il colpevole dietro le quinte: lo Stato assente che non garantisce qualità della vita alle persone con disabilità e ai loro caregiver. Introducendo invece l’abilismo nel movente e il termine “disabilicidio”, tutto questo sparisce perché devono sparire dalla discussione i genitori, visti unicamente come “carnefici” e non nella doppia veste di carnefice e vittima insieme.
Nell’attivismo si parla tanto di intersezionalità delle lotte, ma poi si perdono occasioni come questa per realizzarla davvero. E questo è un altro enorme problema.
Quello che mi auguro dunque, con questo mio contributo, è di stimolare delle riflessioni lucide, rigorose, non polarizzate e di promuovere maggiore consapevolezza sulla complessità delle discriminazioni sociali, consapevole di avere portato affermazioni impopolari tra i miei colleghi attivisti con disabilità.
Perché non abbiamo bisogno di condanne esemplari e di caccia alle streghe ma di giustizia riparativa: rinsaldare un patto sociale che si è rotto, prima che crolli tutto.
*Persona con disabilità, caregiver, responsabile dei progetti sociali per Sanga Milano Basket, attivista su inclusione, disabilità e salute mentale.
L'articolo Non un “disabilicidio”, ma un fallimento del patto sociale proviene da Superando.
Aderendo alle Giornate Europee del Patrimonio (European Heritage Days) di questo fine settimana, la Fondazione Alfredo Catarsini 1899, delle cui iniziative già da tempo Superando è media partner, promuoverà nel secondo pomeriggio di domani, 26 settembre, un’iniziativa all’insegna dell’arte accessibile a tutti, vale a dire la consegna (ore 19.15), nella Chiesa di San Martino in Freddana (Lucca), dell’altorilievo scultoreo per la lettura tattile, dell’affresco che Alfredo Catarsini dipinse nel catino absidale della stessa chiesa.
La reinterpretazione tridimensionale è stata realizzata dai tecnici del Museo Tattile Statale Omero di Ancona e costituirà un nuovo, importante laboratorio esperienziale per persone con disabilità visiva lungo il percorso del Cammino I luoghi di Catarsini, grande mostra diffusa – che gode dell’Alto Patronato del Parlamento Europeo – concepita per collegare vari punti significativi del territorio legati alla vita e all’opera di Catarsini e anche l’unico Cammino in Italia interamente accessibile anche a persone con disabilità visiva. Le esperienze già promosse, infatti, alle quali si aggiungerà quella di San Martino in Freddana, sono quelle di Lucca (Palazzo Orsetti e Antica Zecca), Seravezza (Palazzo Mediceo), Forte dei Marmi (Villa Bertelli) e Viareggio (Atelier Catarsini a Villa Paolina e prossimamente Chiesa della Santissima Annunziata), oltre al Liceo Artistico Stagi di Pietrasanta e alle tappe di Camaiore e Massarosa di prossima attivazione.
«Attraverso la capillare presenza di questi laboratori sul territorio – dicono dalla Fondazione – intendiamo offrire occasioni per esercitarsi e sviluppare autonomia nell’esplorazione tattile, affinché le persone con disabilità visiva maturino la dimestichezza necessaria ad affrontare la visita ai musei accessibili, promuovendo così una più ampia e inclusiva divulgazione dell’arte per l’intera comunità».
La cerimonia di consegna dell’altorilievo si svolgerà alla presenza di monsignor Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca, con gli interventi di don Alessandro Gianni, parroco della Comunità della Valfreddana, Palmiro Filippo Bini, direttore dell’Istituto Storico Lucchese, Sezione Valfreddana, Walter Sandri, console del Touring Club Italiano ed Elena Martinelli, presidente della Fondazione Alfredo Catarsini 1899.
L’appuntamento sarà preceduto dal consueto trekking annuale da San Martino in Freddana a Castagnori e ritorno, alla scoperta dei cicli di affreschi delle due chiese. Una passeggiata nel verde alla portata di tutti, della durata complessiva di circa 4 ore, per una distanza complessiva di 8 chilometri, percorribile anche in auto, moto e bicicletta. (S.B.)
L'articolo Prosegue il percorso della Fondazione Catarsini all’insegna dell’arte accessibile proviene da Superando.
È in continua crescita il comparto del para climbing italiano (para arrampicata sportiva), come dimostrerà anche l’ampia partecipazione al Campionato Italiano 2026, in programma domani, 26 settembre e domenica 27 presso il Centro Tecnico Federale di Arco di Trento, cui arriveranno circa 50 atleti italiani e 30 atleti stranieri, provenienti da varie nazioni, fra cui Austria, Germania, Francia, Croazia, e anche Stati Uniti. La manifestazione, infatti, sarà Open per tutte gli atleti delle squadre nazionali di altre Federazioni, formula scelta per favorire un costruttivo confronto e un innalzamento ulteriore del livello agonistico.
In gara saranno presenti numerose categorie di disabilità, alle quali si sono aggiunte da quest’anno le due nuove categorie Open Fisici e Open Visivi, introdotte dalla FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana) per favorire la partecipazione di atleti con disabilità fisica o disabilità visiva che non risultano attualmente classificabili nelle classi ufficiali World Climbing. (S.B.)
L'articolo Il Campionato Italiano di para arrampicata sportiva proviene da Superando.
Eccomi qui, salto fuori dalle mani di Geppetto, il falegname più famoso del mondo, dopo San Giuseppe. Ho avuto un padre fantastico, in tutti i sensi: un genitore, un maestro e un pedagogo. Del resto non era facile avere un figlio come me, nato da un pezzo di legno.
Ah, dimenticavo di presentarmi, ma sicuramente lo avrete intuito: mi chiamo Pinocchio. Il mio nome deriva proprio dall’albero di pino, perché sul suo tronco ci sono dei nodi che sembrano degli occhi.
Sì, sono proprio quel burattino che ha scombinato i piani delle persone e delle realtà che mi hanno circondato durante le mie avventure.
Anch’io sono andato a scuola come tutti i bambini, ma ero un po’ diverso.
Del resto, la scuola è un posto dove tutti dovrebbero avere la possibilità di far emergere le proprie capacità. Invece è uno specchio che riflette i valori culturali della nostra società, dove i cosiddetti “diversi” vengono obbligati a rientrare il più possibile nella norma e anche ad imparare le nozioni che per la società sono utili.
Ma la mia domanda è: «È più importante imparare a memoria le gesta di Napoleone, oppure imparare ad essere persone consapevoli, libere e avere una vita autonoma e indipendente?». Ma soprattutto: «Questo chi me lo dovrebbe insegnare, la scuola o altre figure educative?». È una domanda che è nella mia testa, da quando Geppetto mi ha creato.
In fondo, mi sento come se dovessi percorrere una strada che è già indirizzata da Google Maps per rientrare nei canoni dell’esistenza, ma sono nato burattino, da un papà falegname! Che ci posso fare?!
Che ci posso fare se proprio questa diversità, che mi contraddistingue, mi spinge a essere curioso e a ricercare nuove esperienze che rispondano ai miei dubbi e alle mie domande?
Al contrario, mi sembra che la scuola odierna non sempre mi accetti per quello che sono, che non voglia supportare questa mia identità, impedendomi di spiccare il volo.
È davvero una scuola, quella che insegna a bambini e ragazzi a rispettare dei programmi prestabiliti? Che non apre i propri confini alle questioni portate avanti dalla collettività, dalle persone “diverse” e marginalizzate, tutte quelle che vogliono attivarsi ed essere libere?
Sarebbe bello se la scuola non solo promuovesse l’idea di inclusione, che è utopica, ma anche quella di partecip-AZIONE che, come dice la parola stessa, implica un’azione, non solo da parte del contesto che include, ma anche dalla persona stessa che ha desiderio di partecipare.
Questo lo dico perché le mie diversità, le mie difficoltà, le mie lotte possono essere comuni e condivise per il benessere di tutta l’umanità.
Io, Pinocchio, non voglio più una scuola che incoraggi solo la competizione. Voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità, perché la felicità va a braccetto con la libertà.
Tutte queste suggestioni sono frutto dei princìpi e dei valori che mi ha trasmesso il mio papà Geppetto e sarebbe bello se anche la scuola promuovesse questo tipo di pensiero, ponendosi in dialogo costante con tutte le persone, promuovendo la cooperazione e la ricerca di possibilità per creare un mondo più accogliente.
Concludo con le parole di una delle canzoni che più amo, La libertà (1972) di Giorgio Gaber: «La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione […]».
E voi, vi sentite liberi e felici? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.
*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di sant’Antonio», con il titolo “Pinocchio tra i banchi di scuola” e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.
Pensiero ImprudenteL'articolo “Pensiero Imprudente”: io, Pinocchio, voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità proviene da Superando.
Nei primi dieci anni di vita di un essere umano si forma, come noto, la maggior parte delle sue capacità, tra cui le principali competenze sociali. Per questo, ferma restando l’importanza della famiglia, già in altra occasione sottolineata su queste stesse pagine, è verosimile che l’inclusione – ovvero la partecipazione sociale, su base di uguaglianza, di tutte le persone – o nasca nella scuola primaria oppure, poi, difficilmente possa vedere la luce nel prosieguo del percorso.
Si tratta di un’asserzione forte, che cercherò ora di argomentare. Non voglio, con essa, scoraggiare gli educatori della scuola secondaria dal provare ogni iniziativa in tal senso, né negare che sia in certa misura possibile diventare inclusivi anche in età avanzata. Rimane, tuttavia, il fatto che la realtà attuale sia strutturalmente escludente nei confronti delle persone con disabilità, e che la scuola, in Italia, pur formalmente inserendo da decenni tutti (o quasi) i bambini in classi comuni, non abbia saputo svolgere una funzione rilevante sul piano inclusivo. In questo e in altri successivi prossimi interventi, cercherò pertanto di delineare alcune considerazioni che spero possano essere utili a chi vive quotidianamente la realtà scolastica, al fine principale di favorire l’inclusione.
La scuola, come ogni organismo sociale, è parte di un intero, e una parte riesce a vivere, in un intero, solo se si conforma alle sue dinamiche. L’intero di cui la scuola è parte è la totalità sociale capitalistica che si struttura in base a modalità competitive, in cui le imprese competono tra loro per massimizzare i profitti, i lavoratori competono tra loro per ottenere gli impieghi più remunerativi, i consumatori competono tra loro per acquisire i beni ai prezzi migliori, e così via.
Si sente spesso dire che la competizione è alla base del progresso moderno. Quest’ultimo, però, insieme all’incremento quantitativo delle merci, ha prodotto anche un drastico deterioramento qualitativo dell’ambiente naturale e sociale, tale da mettere fortemente a rischio la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta. Quasi mai, inoltre, ci si ricorda che molto di ciò che di positivo è stato fatto, è dovuto non tanto alla competizione, quanto al suo contrario, ossia alla collaborazione. Anche nelle imprese private, in effetti, i lavoratori collaborano per produrre i vari beni. E del resto l’articolo 45 della Costituzione afferma giustamente, in merito, che «la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione». Quest’ultima, inoltre, è determinante nell’attività biologica di tutte le specie viventi, principalmente di quelle che nel lungo termine sono risultate più longeve.
Detto ciò, per favorire la nascita di un clima maggiormente cooperativo tra le persone, occorrerebbe cercare di far meglio comprendere alle Istituzioni, come ai docenti – pur all’interno di un sistema scolastico tuttora dominato dall’ideologia competitiva –, come già dalla scuola primaria sia necessario aumentare la collaborazione tra gli studenti. Se infatti, sin da quando sono piccoli, i bambini vengono abituati ad una continua gara individuale a chi ottiene i voti più alti, vi è poca speranza che, in futuro, possa prendere forma una diffusa coesione comunitaria. Nonostante quest’ultima rappresenti il fine naturale di ogni società desiderosa di vivere bene, essa viene in effetti purtroppo osteggiata dall’attuale modo di produzione, il quale è consapevole che le modalità comunitarie si oppongono alle dinamiche competitive che lo caratterizzano.
Poiché, date queste premesse, l’attività educativa scolastica dovrebbe, sul piano della consapevolezza comunitaria, essere reimpostata in maniera radicale, cercherò innanzitutto di argomentare come solo una scuola in grado di favorire la cooperazione possa agevolare, insieme all’apprendimento, anche l’inclusione dei più fragili, nonché come tale processo costituisca un bene per tutti.
Per fare questo, può essere utile prima ricordare che esistono, di massima, due modelli di scuola alternativi, ossia quello “cooperativo”, in cui cooperare significa collaborare, con approccio comunitario, per raggiungere fini comuni a beneficio di tutti, e quello “competitivo”, in cui competere significa gareggiare in opposizione gli uni agli altri, con approccio individualistico, per raggiungere fini propri.
I docenti, tuttora numerosi, i quali ritengono, avendo interiorizzato le abitudini sociali del nostro tempo, che la scuola debba continuare con le modalità competitive attuali – le quali sarebbero anzi, secondo alcuni, da inasprire –, sostengono che, mediante esse, gli studenti siano spinti a dare il massimo, ovvero che le medesime facciano emergere il merito, preparando i giovani alla competizione del mondo esterno. Non credo sia così, ma non si potrebbe dire meglio ciò che l’odierno modo di produzione si aspetta dalla scuola, sul piano della preparazione al lavoro. Peccato però che la scuola dell’obbligo non sia o, meglio, non dovrebbe essere un luogo strumentale di mera istruzione professionale, ossia di fornitura di strumenti tecnici (le famose 3i [inglese, informatica, impresa, N.d.R.]), ma un luogo educativo, ovvero di cultura, di formazione di esseri umani per favorire la realizzazione, sul piano individuale e sociale, della loro buona vita. Tutte le persone, infatti, dovranno sempre collaborare con altre persone, anche con quelle caratterizzate da difficoltà fisiche o intellettive, che nell’attuale sistema scolastico vengono spesso marginalizzate.
Non è auspicabile, pertanto, continuare a strutturare la scuola come un luogo selettivo, tale in sostanza da escludere un elevato numero di giovani da una reale condivisione comunitaria del percorso educativo. La scuola dovrebbe essere impostata in modo da agevolare una maggiore cooperazione tra studenti, base necessaria della loro futura collaborativa partecipazione sociale.
Se la scuola, per il miglioramento del mondo, deve insegnare a cooperare, la cooperazione, come modalità educativa, risulta più utile della competizione, la quale anzi si presenta, sotto diversi aspetti, come disfunzionale a tale fine. La lotta per i voti più alti crea infatti ansia in tutti gli studenti, nonché frustrazione in chi ha maggiori difficoltà, sfavorendo l’inclusione.
In generale, la competizione non realizza un clima di benessere ed è noto a tutti che si impara meglio in contesti in cui regna l’armonia, non in contesti conflittuali. In tali situazioni, in effetti, larga parte delle energie psichiche viene sprecata non per apprendere, o per socializzare, ma per escogitare i mezzi, più o meno leciti, per primeggiare (o per salvarsi). Ciò produce, per altro, sentimenti diffusi di egoismo, invidia, ostilità, ossia l’esatto opposto, sul piano relazionale, di ciò che servirebbe se il fine fosse davvero la costruzione di un mondo migliore per tutti. La cooperazione agevola invece un ambiente inclusivo, in cui le differenze non solo vengono accettate, ma valorizzate, dato che ciascuno, in tale quadro, con le proprie specificità, può dare un contributo utile a sé e agli altri, favorendo la buona vita comune.
La cooperazione, certo, pur essendo un’attitudine naturale per gli esseri umani, in un contesto competitivo come quello attuale non può emergere autonomamente, in nessun àmbito. Essa va pertanto costruita, anche a scuola, attraverso una collaborazione continua tra docenti e studenti.
Il dialogo quotidiano è in merito la necessaria struttura relazionale che, soltanto, può rendere possibili nel tempo efficaci processi di apprendimento. Questi ultimi, in effetti, si rivelano profondi, quindi duraturi, solo se si realizzano mediante una costante elaborazione condivisa delle tematiche trattate.
Un’acquisizione passiva di nozioni tramite mera trasmissione unilaterale del sapere – la quale potrebbe per altro, ormai, essere fruita dagli studenti in maniera autonoma, grazie alle nuove tecnologie –, riesce infatti soltanto a produrre apprendimenti superficiali, dunque temporanei, e come tali rimossi dal cervello non appena divengono inutili ai fini della verifica.
I docenti migliori, realmente insostituibili, sono perciò solo quelli che agevolano la cooperazione dialettica tra studenti, ossia la costruzione comunitaria della conoscenza. Se ogni classe iniziasse a pensarsi come un gruppo con finalità comuni, quale dovrebbe essere anche la società, assisteremmo sicuramente a processi inclusivi molto più marcati, anziché alla sostanziale esclusione di chi è più in difficoltà, come purtroppo accade spesso oggi. Se a scuola, sin da piccoli, si imparasse infatti a cooperare, nella vita si sarebbe maggiormente portati a farlo, ossia a dare – da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni – per il bene proprio e di tutti. Se a scuola, invece, si apprende soltanto a competere individualmente per piazzarsi bene nella “classifica finale”, nella vita si sarà poi indotti a fare la stessa cosa, senza alcuna attenzione verso gli ultimi.
Per questa ragione i docenti hanno un compito fondamentale il quale, per realizzarsi, va tuttavia svolto sapendo che favorire la cooperazione costituisce un fine primario della loro attività educativa, non un mero accessorio opzionale.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
L'articolo Solo la cooperazione può agevolare a scuola un ambiente inclusivo proviene da Superando.
Il mestiere di genitore non s’impara a scuola, specialmente quando si cresce un figlio con fragilità: un bambino che ha dentro di sé tutta la forza per affrontare il mondo, ma non gli stessi strumenti degli altri.
Quando i genitori affidano alla scuola la cosa più preziosa che hanno, cercano dirigenti e docenti con la schiena dritta, capaci di accettare una sfida che faccia la differenza. Insegnanti simili esistono: magari non si trovano nella scuola sotto casa, ma vale la pena cercarli per evitare di imbattersi in personale stanco o demotivato.
I docenti affrontano ostacoli enormi ogni giorno, è vero; eppure, con il giusto entusiasmo, possono farcela e fare emergere il potenziale di ogni studente. Hanno scelto la professione più complessa, ma anche quella che regala le gratificazioni umane più profonde. Nessun bello stipendio vale la luce negli occhi di uno studente che ritrova la motivazione, il sorriso di chi comprende un concetto prima “impossibile”, la gioia di un bambino finalmente accolto dai compagni o l’abbraccio di un genitore riconoscente. È la soddisfazione intima di sapere di aver fatto la differenza e lasciato un segno indelebile.
A volte, porsi come unico limite l’assenza di limiti aiuta a superare i confini apparenti e a scoprire che, oltre la fatica quotidiana, c’è semplicemente la vita.
*Genitore.
L'articolo Porsi come unico limite l’assenza di limiti proviene da Superando.
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Ci sono tragedie davanti alle quali viene spontaneo chiedersi: come è potuto accadere? È una domanda necessaria, ma forse non sufficiente. Perché quando una famiglia vive per anni accanto a una persona con una disabilità grave, il rischio è che il dolore, la fatica, la paura e il senso di solitudine diventino progressivamente una condizione di vita. E quando tutto questo si somma all’assenza o all’insufficienza delle risposte pubbliche, la situazione può diventare drammatica.
Su una cosa, però, non dovrebbero esserci equivoci: lo Stato ha una responsabilità precisa. Non può lasciare le famiglie sole e poi considerare ciò che accade soltanto come una tragedia privata.
Se i servizi non sono sufficienti, se ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto diventa una battaglia quotidiana, se il futuro della persona con disabilità continua a dipendere soprattutto dalla capacità di resistenza dei suoi genitori, quella solitudine ha anche una responsabilità istituzionale.
Ma c’è un’altra solitudine, più difficile da vedere. È quella dei genitori che devono imparare ad accettare una realtà che non avevano previsto. La disabilità di un figlio può mettere in crisi l’immagine di futuro costruita durante la gravidanza e negli anni successivi. Non significa perdere il figlio: significa dover elaborare la distanza tra il figlio immaginato e il figlio reale.
È un percorso complesso, che può attraversare incredulità, rabbia, dolore, senso di colpa, paura. E non è necessariamente lineare: può ripresentarsi ogni volta che la vita pone una nuova domanda.
Il problema è che a un certo punto il dolore può trasformarsi in senso di inadeguatezza: “non faccio abbastanza, non sono capace, avrei dovuto trovare un’altra soluzione”. E allora si cercano terapie, risposte, possibilità ovunque, talvolta anche dove non esistono. Si consumano energie, risorse economiche, relazioni.
Per questo non basta dire ai genitori: «Dovete accettare!». Bisogna chiedersi: chi li aiuta ad accettare?
Servono sostegno psicologico, servizi sociali e sanitari efficienti, associazioni, gruppi di auto-mutuo aiuto, sollievo concreto. Serve soprattutto la possibilità di fermarsi, perché nessuno può assistere, organizzare, combattere e preoccuparsi del futuro per anni senza pagare un prezzo.
Anche la coppia può finire sotto pressione. Uno dei due può diventare il caregiver quasi esclusivo, l’altro il principale sostegno economico. Si può smettere di essere compagni per diventare soltanto due persone impegnate a far funzionare una macchina familiare sempre in emergenza. E possono arrivare incomprensioni, accuse, sensi di colpa.
E poi c’è qualcuno che rischiamo di dimenticare ancora più facilmente: i fratelli e le sorelle, i cosiddetti sibling. Anche loro crescono dentro questa realtà. Possono diventare molto presto i “bambini perfetti”: bravi, autonomi, comprensivi, capaci di non chiedere troppo perché percepiscono che la famiglia ha già abbastanza problemi.
Possono provare gelosia per le attenzioni riservate al fratello o alla sorella con disabilità e sentirsi subito in colpa per averla provata. Possono vergognarsi, isolarsi, avere difficoltà a parlare della propria famiglia con gli amici. E soprattutto possono portarsi dentro una domanda che spesso nessuno raccoglie: che cosa accadrà quando i nostri genitori non ci saranno più?
Anche loro hanno bisogno di essere ascoltati. Amare un fratello non significa dover diventare automaticamente il suo futuro caregiver. E costruire la propria vita non significa abbandonarlo.
Una famiglia veramente sostenuta è una famiglia nella quale nessuno è costretto a nascondere la propria sofferenza. La disabilità non è una colpa della famiglia. E la difficoltà di accettarla non è una colpa.
Può diventarlo, però, l’abbandono di quella famiglia. Per questo non dovremmo limitarci a chiederci che cosa abbia portato a una tragedia. Dovremmo avere il coraggio di domandarci anche che cosa avremmo potuto fare prima perché quella tragedia non diventasse nemmeno pensabile. Non per giudicare chi ha sofferto. Non per sostituirci alla giustizia. Ma per prevenire.
Perché se vogliamo davvero evitare che certe tragedie possano ripetersi, dobbiamo imparare ad ascoltare le famiglie molto prima che arrivino al punto di non farcela più. E dobbiamo smettere di considerare la richiesta di aiuto come una dichiarazione di fallimento.
Una famiglia che chiede aiuto non sta ammettendo di aver fallito. Sta chiedendo alla comunità di fare la propria parte.
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Esplorare il mondo sotterraneo superando barriere fisiche e culturali: è lo spirito di Diversamente Speleo, nuova edizione di un’iniziativa che il 27 settembre alle Grotte di Pertosa-Auletta, in provincia di Salerno – uno dei principali complessi carsici della Campania, attraversato dal fiume sotterraneo Negro, navigabile in barca – permetterà a persone con diverse disabilità di vivere l’esperienza dell’esplorazione sotterranea, accompagnate da speleologi, tecnici e volontari lungo il percorso e nel rispetto delle necessarie condizioni di sicurezza.
L’iniziativa è organizzata dalla Sezione di Salerno del Gruppo Speleologico del CAI (Club Alpino Italiano), con la collaborazione della Federazione Speleologica Campana, del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (Servizio Regionale della Campania), della Fondazione MIdA, del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, dell’Associazione Ascoltami, della GOPI Protezione Civile di Caggiano e dei Comuni di Pertosa e Auletta.
«La giornata – sottolineano i promotori – dimostrerà come anche un ambiente naturale apparentemente difficile da raggiungere possa diventare un luogo di partecipazione, condivisione e superamento delle barriere, unendo conoscenza del territorio, inclusione e solidarietà».
L’edizione di quest’anno di Diversamente Speleo sarà dedicata a Samuele, un bimbo di nove anni scomparso lo scorso anno dopo avere affrontato fin dalla nascita una malattia rara e complessa. In tal senso, durante la manifestazione sarà promossa una raccolta fondi per il progetto Il Sorriso di Samuele, nato per sostenere Il Guscio dei bimbi, l’hospice dell’Istituto Gaslini di Genova che accoglie i piccoli pazienti e le loro famiglie durante lunghi percorsi di cura. Nello specifico, l’obiettivo è contribuire all’ampliamento della struttura e aumentare i posti disponibili. (S.B.)
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Nei giorni scorsi il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è tornato a parlare pubblicamente della continuità didattica per gli studenti con disabilità. Il 16 settembre, durante il Question Time alla Camera, ha dichiarato: «Assicurare l’inclusione degli studenti con disabilità è una priorità. La possibilità di conferma del docente di sostegno è un passaggio fondamentale», aggiungendo che «questa misura ha favorito la relazione educativa già avviata con gli studenti. Per l’anno scolastico 2026/2027 le conferme dei docenti supplenti di sostegno sono state 55.814».
Queste sono le parole del Ministro. Io invece voglio raccontare la realtà che stiamo vivendo sulla pelle di mia figlia Aurora, 17 anni, come mamma.
Aurora ha una certificazione ai sensi della Legge 104, articolo 3 comma 3, per la quale necessita della massima tutela. Soffre di una grave forma di ritiro sociale, Hikikomori, e di fobie sociali e, per via del suo disagio, riesce a uscire di casa solo raramente.
L’anno scorso, a scuola, si è formata una bellissima squadra: due professoresse straordinarie che, con grande empatia e dolcezza, sono entrate in punta di piedi nella sua vita, creando un legame profondo e speciale.
Ad Aurora piace tanto scrivere, ma non aveva mai espresso veramente se stessa sulla carta. Quando le è stata proposta la partecipazione a un concorso letterario avevamo solo quattro giorni di tempo per consegnare l’elaborato. Una vera corsa contro il tempo. Ma grazie al supporto e alla vicinanza delle sue professoresse, Aurora ha deciso di partecipare. Dopo un mese abbiamo scoperto che aveva vinto. E qui è successo qualcosa di meraviglioso.
La sua professoressa, Luigia Ambrosino, anche se quel giorno non era in servizio, ha voluto accompagnarla fino a Torino. Per mia figlia è stata un’emozione doppia: non solo per il viaggio e la premiazione al Salone del Libro, ma perché per la primissima volta conosceva e stringeva la sua professoressa dal vivo, oltre lo schermo del computer con cui faceva lezione. Un traguardo immenso.
Sapevamo che quest’anno una delle due professoresse non sarebbe potuta tornare. Proprio pochi giorni fa è diventata mamma di una bimba e ci teniamo tantissimo a farle i nostri auguri più sinceri. Ma l’altra insegnante, la professoressa Luigia, poteva rimanere.
Già a marzo scorso avevamo consegnato alla scuola il certificato medico ufficiale nel quale lo specialista scriveva testualmente: «Si raccomanda alla scuola di inserire progressivamente e gradualmente nuove figure didattiche, privilegiando, laddove possibile, l’aumento delle ore delle insegnanti di sostegno con cui la minore ha già instaurato un legame positivo. Così facendo, si garantisce il rispetto dei tempi di adattamento di Aurora».
Anche il suo percorso scolastico e il suo PEI (Piano Educativo Individualizzato) tengono necessariamente conto delle sue fragilità, dei suoi tempi e della necessità di costruire gradualmente le relazioni educative.
Noi, come famiglia, abbiamo fatto quello che pensavamo fosse necessario. Abbiamo chiesto la continuità. La normativa prevede infatti una procedura proprio per favorire la continuità didattica sul sostegno. L’articolo 14, commi 3 e 3-bis, del Decreto Legislativo 66/17, insieme alla procedura prevista dall’articolo 13 dell’Ordinanza Ministeriale 27/26, consente alla famiglia di chiedere appunto la conferma del docente di sostegno a tempo determinato. La valutazione coinvolge anche il dirigente scolastico e il gruppo di lavoro operativo, ma l’esito resta subordinato, tra le altre condizioni, alla disponibilità del posto e alla posizione del docente nelle procedure di nomina.
Io non conosco i codici scolastici dei moduli o tutti i meccanismi della burocrazia. Come penso càpiti a tanti altri genitori, quando compiliamo una domanda ministeriale siamo convinti di aver fatto ciò che dovevamo fare e che, all’inizio dell’anno, nostro figlio possa ritrovare lo stesso punto di riferimento. È per questo che passiamo l’estate tranquilli.
Non avrei perciò mai immaginato di trovarmi davanti a questa brutta sorpresa. Il sistema di assegnazione degli incarichi ha finito per interrompere bruscamente questo percorso.
Ci tengo a chiarirlo con assoluta fermezza: io non ce l’ho con la Dirigente Scolastica, né tanto meno con le nuove docenti che sono arrivate adesso, alle quali auguro sinceramente buon lavoro. La mia protesta non è contro di loro. È contro un sistema che, in casi come questo, rischia di non riuscire a proteggere fino in fondo fragilità così particolari.
Mia figlia è quasi maggiorenne. È molto intelligente e matura, ma allo stesso tempo è tanto fragile. Capisce e comprende questi meccanismi burocratici. Sa benissimo che esistono graduatorie, punteggi, regole e procedure. Ma essere quasi maggiorenne non significa che la sua fragilità sia scomparsa. E comprendere razionalmente perché una cosa succede non significa riuscire emotivamente ad affrontarla. Non ritrovare la sua professoressa e dover ricominciare tutto da capo la spaventa tantissimo.
Il sistema di assegnazione ha guardato alla posizione della professoressa nelle graduatorie e non alla storia umana ed educativa costruita con Aurora. La cattedra è stata assegnata a un’altra docente e, per non perdere la possibilità di lavorare per tutto l’anno, la professoressa Ambrosino ha dovuto accettare un incarico in un altro istituto.
Sono consapevole che ormai ci vorrebbe quasi un miracolo per far ritornare la sua professoressa quest’anno. Ma la mia domanda è: anche il prossimo anno sarà così?
Il ministro Valditara ha detto che la possibilità di confermare il docente di sostegno rappresenta «un passaggio fondamentale» e che questa misura «serve a rafforzare la continuità didattica e la relazione educativa già costruita con i ragazzi». Ed è proprio per questo che mi pongo delle domande.
Se una famiglia chiede la continuità; se uno specialista della Sanità Pubblica raccomanda di rispettare i tempi di adattamento della ragazza e di privilegiare, laddove possibile, le insegnanti con cui ha già costruito un legame positivo; se quel rapporto ha prodotto risultati concreti; se quella ragazza, grazie anche alla fiducia costruita, è riuscita ad arrivare fino a Torino e a vivere un’esperienza che fino a poco tempo prima sembrava impensabile; ebbene, perché tutto questo non riesce ad avere un peso sufficiente quando si arriva all’assegnazione del docente?
E soprattutto: cosa dobbiamo fare oggi, come famiglia, perché il prossimo anno non accada di nuovo? Perché dietro una graduatoria, dietro un punteggio, dietro una procedura informatica, c’è una ragazza. C’è un percorso. C’è una fiducia costruita con enorme fatica. E c’è una famiglia che cerca semplicemente di capire come tutelare sua figlia.
Il Ministro dice che l’inclusione degli studenti con disabilità è una priorità. Io vorrei soltanto che quella priorità riuscisse ad arrivare fino alla vita reale di questi ragazzi. La continuità didattica non può essere solo uno slogan: deve essere un diritto reale. Per Aurora e per tutti i ragazzi che vivono la sua stessa invisibile fragilità.
Segnaliamo anche che è in fase di realizzazione Aurora – Oltre la porta, docufilm diretto da Stefano Ferrari, voluto per raccontare il ritiro sociale attraverso la storia di Aurora e delle persone che in questi anni le sono state accanto. Tra le persone coinvolte ci sarà anche la professoressa Luigia Ambrosino, più volte citata nel presente contributo, che vi racconterà il percorso scolastico e il rapporto di fiducia costruito con Aurora.
Suggeriamo anche la lettura, sulle nostre pagine, del testo Bene la continuità per quello studente, ma quanti casi analoghi esistono? (a questo link).L'articolo La continuità didattica non può essere solo uno slogan: dev’essere un diritto reale proviene da Superando.
Quasi 24.000 euro raccolti attraverso i canali editoriali RAI nel periodo dal 23 al 29 marzo, e fino al 5 aprile con il numero solidale 45585 e il QR Code (esattamente 23.827,61 euro): sono gli esiti della campagna #sfidAutismo 26, promossa nella primavera scorsa dalla FIA (Fondazione Italiana per l’Autismo) e presentata a suo tempo anche sulle nostre pagine.
Insieme dunque ad ulteriori fondi ricevuti o resi disponibili tramite altre fonti, questo porterà al finanziamento di due progetti in àmbito di ricerca di base e applicata per diagnosi, trattamento e sostegno della popolazione con autismo nell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta, ossia di QuASAR (Quality of life in Autism for Service Assessment and Reorganisation), a cura di Maria Luisa Scattoni, dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) di Roma (53.179 euro); e di Identificazione di composti selettivi per la microglia: un approccio innovativo contro la neuroinfiammazione nell’autismo, a cura di Yuri Bozzi del CIMeC (Centro Mente e Cervello) dell’Università di Trento Rovereto (136.750 euro).
Altri due progetti, quindi, potranno essere finanziati in àmbito di ricerca metodologico-didattica ed innovazione nel campo dell’inclusione scolastica, vale a dire Costruire contesti “Autism Friendly”: l’inclusione in primo piano, a cura di Lucio Cottini dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, DISTUM (Dipartimento di Studi Umanistici) (103.000 euro); TUNE-IN – Teachers Using the G-ESDM: Implementation for Inclusion. Adattamento e sperimentazione del Group Early Start Denver Model (G-ESDM) nei servizi educativi 0–3 anni: studio pilota multicentrico sulla fattibilità, l’accettabilità e le strategie di implementazione della formazione degli educatori, con gruppo osservativo di confronto, finalizzato a promuovere lo sviluppo socio-comunicativo dei bambini autistici e la qualità dell’inclusione precoce, a cura di Liliana Ruta del CNR-IRIB (Istituto per la Ricerca e l’Innovazione Biomedica), CNR di Messina (133.000 euro). (S.B.)
L'articolo I progetti finanziati dalla Fondazione Italiana per l’Autismo proviene da Superando.
Che sia estiva o autunnale, torna anche quest’anno l’appuntamento con la School che vede i Centri GLIC (la Rete Italiana, quest’ultima, dei Centri di Consulenza su ausili tecnologici per le disabilità) lavorare assieme per alcuni giorni attorno ai temi più attuali del dibattito sulle tecnologie per le disabilità.
Quest’anno il filo conduttore sarà il Progetto di vita, uno dei cardini principali, se non il principale, dell’annunciata riforma della disabilità (Decreto Legislativo 62/24) e a scandire la tre giorni romana in calendario dal 19 al 21 novembre prossimi, saranno relazioni di esperti, lavori in sottogruppi, incontri con ditte di ausili e tecnologie assistive.
A breve sarà disponibile anche il programma definitivo dell’iniziativa che è riservata ai Centri soci del GLIC e ai partner scientifici, trenta strutture presenti in 14 Regioni italiane.
Qui di seguito segnaliamo alcune delle più recenti iniziative, anche dei Centri GLIC, sul rapporto tra tecnologie e Progetto di vita, tema a cui è dedicata una delle sezioni della rassegna stampa mensile curata dalla rete GLIC e distribuita gratuitamente (si può richiederla tramite questo link).
Risorse bibliografiche e video
° Tecnologie e Progetto di Vita: una leva concreta per l’autonomia, intervista a Evert-Jan Hoogerwerf di Ausilioteca AIAS Bologna, in Superando, 6 maggio 2026.
° Intervento di Evert-Jan Hoogerwerf, Ausilioteca AIAS Bologna, sul tema Il ruolo delle tecnologie nel progetto di vita (di ciascuno), nell’àmbito del convegno promosso dal Comune di Bologna a Exposanità 2026, dal titolo Progetti di vita per le persone con disabilità. Dalla sperimentazione alla attuazione (a questo link la registrazione integrale del convegno: l’intervento citato è a partire da 1h 37’ 58″).
° Luciano Pasqualotto, Angelo Lascioli, Quando il Progetto di vita incontra i servizi. Complessità decisionale, responsabilità istituzionali e supporto dell’intelligenza artificiale nell’attuazione del D.Lgs. 62/2024, in «Welforum», 3 marzo 2026.
° Maurizio Cocchi, A proposito di Intelligenza Artificiale e di Progetto di Vita, in Superando, 24 febbraio 2026.
° Luigi Fenza, IA, disabilità e progetto di vita: nuove prospettive per l’analisi dei bisogni, la quotidianità e la realizzazione del progetto di vita della persona con disabilità, in «Italian Journal of Special Education for Inclusion», vol. XIII, n. 1, pp. 319-330 13.1, 2025.
° Seminario L’evoluzione dei servizi ausili nella transizione dei servizi e degli utenti verso il progetto di vita, a cura di We Care More Aias Bologna, 26 novembre 2025, Bologna, Forum della Non Autosufficienza.
° Ausilioteca AIAS Bologna, Lo Sviluppo Tecnologico a supporto del Progetto di Vita delle Persone con Disabilità, interventi al convegno Lo Sviluppo Tecnologico a supporto del progetto di vita delle persone con disabilità, 17 maggio 2024. Parte 1, Parte 2.
° ASPHI (Accessibilità e Sostenibilità Digitale delle Persone con Disabilità per Habitat Inclusiva), Handimatica 2024, convegno Gli ausili oggi e domani. Il progetto di vita individualizzato e le tecnologie assistive e digitali.
*Rete Italiana dei Centri di Consulenza su ausili tecnologici per le disabilità.
L'articolo Torna l’“Autumn School” della Rete Italiana dei Centri di Consulenza sugli ausili tecnologici per le disabilità proviene da Superando.