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Nell’ormai lontano 2014 si era presentata anche sulle nostre pagine come una «community di aiutoaiuto di Ciechi a misura di città. News, App e ausili tifloinformatici senza orpelli e gabelli». Via via negli anni, poi, Orbolandia.it, si è resa visibile soprattutto con i propri corsi gratuiti online di informatica, rivolti a persone cieche, ipovedenti e sordocieche, per renderle sempre più autonome nell’utilizzo delle tecnologie assistive, all’insegna non a caso di un motto costante nel tempo, quale Autonomia è libertà!
Anche per questa stagione 2026-2027, dunque, sta per ripartire quella bella iniziativa, fatta di corsi dedicati all’apprendimento di iPhone, Mac e Barre Braille con VoiceOver, svolti online, in modo personalizzato, adattandosi alle esigenze e al livello di esperienza di ogni partecipante.
Le lezioni si terranno online tramite Microsoft Teams, con avvio il 5 ottobre prossimo per il primo gruppo, l’11 gennaio 2027 per il secondo, e con un terzo ciclo di ripasso, recupero e approfondimenti, previsto per il mese di maggio del prossimo anno.
Le lezioni stesse sono tenute esclusivamente da volontari della Community Orbolandia, che mettono gratuitamente a disposizione il proprio tempo e la propria esperienza. La partecipazione, come detto, è completamente gratuita, richiedendo solo un piccolo gesto di solidarietà: qualora cioè la domanda di iscrizione venga accettata e prima dell’assegnazione del docente, ciascun partecipante, secondo le proprie possibilità, effettuerà un’offerta libera a favore di una realtà che opera concretamente nel campo della disabilità visiva, scegliendo ad esempio tra organizzazioni come la Lega del Filo d’Oro, la Scuola Nazionale Cani Guida per Ciechi di Scandicci, una delle altre scuole italiane per cani guida o ulteriori Associazioni che si occupano di offrire servizi e supporto alle persone con disabilità visiva. E la scelta dell’ente beneficiario sarà completamente libera. (S.B.)
L'articolo I corsi gratuiti di informatica promossi da Orbolandia: “Autonomia è libertà!” proviene da Superando.
È già da più di un anno “firma” del nostro giornale, Tetiana Bilokonska, scrittrice ucraina rifugiata in Italia dal 2022, autrice di testi su autismo e neurodiversità, lei stessa persona con disturbo dello spettro autistico. E ne stiamo anche pubblicando una serie di approfondimenti sul tema Donne Asperger: voci adulte nello spettro. Il racconto che ne presentiamo oggi, invece, è molto diverso e racconta del recente ritorno di Tatiana a Kyiv (d’ora in poi Kiev), la capitale dell’Ucraina, insieme al figlio. È per noi una grande emozione e un onore ospitarne questa importante testimonianza e metterla a disposizione di Lettrici e Lettori.
Marc Chagall, “La guerre” (“La guerra”), 1943, Parigi, Centro PompidouQuest’estate sono tornata in Ucraina con mio figlio. Doveva fare alcuni documenti, sottoporsi a controlli medici e seguire delle cure. Cose che in Italia avrebbero richiesto mesi e che in Ucraina siamo riusciti a organizzare in circa una settimana. Questa, però, è soltanto la spiegazione razionale del viaggio. La verità è che volevo tornare a casa.
Lì ci sono i miei genitori, le strade che conosco senza dover guardare una mappa, la mia lingua intorno a me. C’è Kiev e quella strana sensazione di riuscire finalmente a respirare fino in fondo.
Vivo in Sicilia e amo molte cose della mia vita qui. Sono grata all’Italia per averci accolti. Ma l’emigrazione mi ha insegnato che si possono amare due luoghi in modi completamente diversi: uno può diventare il posto in cui vivi, mentre l’altro continua a essere il posto al quale appartieni.
Avevo soltanto dimenticato che durante una guerra perfino la parola “casa” può cambiare significato.
La prima notte a Kiev mi sono svegliata per l’allarme antiaereo. Avevo preparato tutto: i documenti nello zaino, i vestiti vicino al letto, le scarpe pronte. Sapevo perfettamente dove si trovava il rifugio. Abitavo al dodicesimo piano.
Sono uscita dall’appartamento e ho cominciato a scendere, ma non sono arrivata in tempo. Circa tre minuti dopo l’inizio dell’allarme è caduto il primo missile balistico. Tre minuti, nella vita normale, sembrano un intervallo di tempo più che sufficiente. Puoi preparare un caffè, ascoltare metà di una canzone, guardare fuori dalla finestra, rispondere a un messaggio. Dal dodicesimo piano, durante un attacco balistico, tre minuti possono essere meno del tempo necessario per restare viva.
Durante quel soggiorno non sono quasi mai riuscita ad arrivare al rifugio prima della prima esplosione. E ho scoperto qualcosa che prima non sapevo: è impossibile spiegare davvero il rumore di un missile. Non assomiglia a un temporale, ai fuochi d’artificio o alle esplosioni dei film, perché non lo senti soltanto con le orecchie. Lo senti nella terra sotto i piedi, nel petto, nei denti, nelle ossa.
E c’è una notte che probabilmente non dimenticherò mai. Stavo correndo verso il rifugio quando un missile balistico nordcoreano ha colpito la mia zona. Davanti a me il cielo è diventato rosso. Il boato era così potente e innaturale che ho pensato una cosa assurda: sembrava che qualcuno avesse acceso la colonna sonora di un film dell’orrore a un volume impossibile.
Forse, quando la realtà supera ciò che siamo capaci di comprendere, il cervello cerca disperatamente qualcosa che conosce.
Il rifugio era a circa due minuti di corsa, ma quella notte mi sembrò di correre per un’ora. Quando finalmente sono entrata, un uomo mi è venuto incontro gridando: «Perché non ti sei buttata a terra?». Non capivo. Solo dopo ho ricostruito ciò che era accaduto. Pochi secondi dopo il primo missile ne era arrivato un secondo quasi nello stesso punto. Quell’uomo correva dietro di me e mi urlava di buttarmi a terra. Io continuavo a correre.
Non lo avevo sentito. O forse il mio cervello aveva sentito la sua voce, ma non era più capace di trasformare quelle parole in un comando per il corpo.
Prima pensavo che sotto un bombardamento una persona provasse soprattutto paura. Io, invece, la paura quasi non la ricordo. Ricordo l’orrore, l’impotenza, la rabbia e un pensiero molto semplice: da qualche parte, lontano da me, una persona aveva dato un ordine, un’altra aveva premuto un pulsante e adesso io correvo nel buio cercando di non morire.
Un’altra volta i missili sono arrivati quasi senza preavviso. Correvo di nuovo verso il rifugio, sono caduta sulle scale e mi sono fatta male alla spalla. Mi fa male ancora oggi. Sono tornata in Italia, quella notte è finita da tempo e i missili sono lontani, ma quando provo ad alzare il braccio, il mio corpo mi ricorda che tutto questo è accaduto davvero.
Durante un altro attacco sono arrivati circa venti missili balistici. Quando tutto è finito e sono uscita dal rifugio, ho camminato verso casa in silenzio e ho pianto. Solo allora. Durante gli attacchi quasi non riuscivo mai a piangere.
Nei film, davanti alla possibilità di morire, le persone sembrano improvvisamente comprendere il senso della vita e scoprire grandi verità. Io non ho vissuto niente del genere. Per le grandi verità non c’era tempo.
C’era il telefono e c’erano pochi secondi per scrivere alle persone che amo: «Ti voglio bene».
Lo scrivevo perché non sapevo se sarebbe stato il mio ultimo messaggio. Non volevo che le mie ultime parole fossero una domanda sulla spesa, una battuta o un normale «ci sentiamo domani». Se quello doveva essere davvero l’ultimo messaggio, volevo che contenesse amore.
Poi mettevo via il telefono e aspettavo. Il mio corpo tremava e a volte producevo involontariamente suoni che non avevo mai fatto prima. La mente sembrava quasi non avere il tempo di avere paura.
Il corpo, invece, sapeva.
In quelle settimane ho imparato cose che non avrei mai voluto sapere. Ho imparato a distinguere il suono di un drone tradizionale da quello di un drone a reazione, a riconoscere rumori diversi associati agli attacchi con missili balistici e ad altri tipi di missili. Dal boato e da come tremava la città avevo cominciato perfino a intuire quanto lontano fosse avvenuto un impatto. Seguendo i canali di monitoraggio e ascoltando ciò che accadeva intorno a me, avevo imparato a capire quando poteva essere imminente un attacco balistico e quando i rumori erano legati alla difesa aerea.
Non sono orgogliosa di nessuna di queste competenze. Non voglio possederle.
Non sono una militare, un’esperta di armamenti o una corrispondente di guerra. Sono una donna che scrive, cresce un figlio, ama il caffè, i libri, il mare, viaggiare e una vita assolutamente normale. Ma la guerra, senza chiedermi il permesso, ha aggiunto un’altra materia alla mia educazione.
E la cosa più terribile non è nemmeno che un adulto possa adattarsi a tutto questo. È che si adattano anche i bambini. Conoscono parole che non dovrebbero esistere nel vocabolario dell’infanzia: “missile balistico”, “Shahed”, “impatto”, “cessato allarme”, “rifugio”. Possono addormentarsi con rumori che farebbero tremare le mani a chi li ascoltasse per la prima volta.
La chiamiamo capacità di adattamento. A volte ammiriamo perfino la loro resilienza. Io penso sempre più spesso che un bambino non dovrebbe essere così resiliente. Non dovrebbe averne bisogno.
Eppure, in mezzo a tutto questo, ricordo una cosa assolutamente quotidiana di quasi ogni notte trascorsa nel rifugio: il profumo del caffè. Non so chi lo portasse in un thermos, ma sentivo quel profumo e improvvisamente desideravo un caffè in modo quasi doloroso. Non volevo realizzare un grande progetto, cambiare la mia vita o esaudire un sogno. Volevo soltanto prepararmi un caffè.
Seduta nel rifugio, ascoltando le esplosioni, pensavo: quando finirà l’allarme tornerò a casa e mi preparerò il caffè. Volevo disperatamente arrivare a quella tazza. Perché se ero nella mia cucina a preparare il caffè, significava che quella notte non mi aveva portata via. Ero sopravvissuta. La vita continuava.
Forse soltanto quando non sai se avrai un altro mattino comprendi il vero valore delle cose più banali.
Nei rifugi c’era anche un piccolo rituale che ogni volta mi sembrava surreale. Entravi nel cuore della notte, magari dopo aver già sentito un’esplosione, e le persone che erano lì alzavano lo sguardo e dicevano educatamente: «Buonasera». E tu rispondevi: «Buonasera».
Ma cosa c’era di buono in quella sera? Sopra la città volavano i missili. Qualcuno aveva appena svegliato il proprio bambino e lo aveva tirato fuori dal letto. Qualcuno era arrivato con un gatto nel trasportino, qualcuno stringeva un cane, qualcuno non aveva avuto neppure il tempo di vestirsi. Eppure ci auguravamo “buonasera”.
In quella parola c’era qualcosa di assurdo e, allo stesso tempo, profondamente umano. Forse anche questo è un modo per non permettere alla guerra di trasformarti definitivamente in un organismo che pensa soltanto a sopravvivere. Sei ancora una persona. Entri e saluti gli altri, anche mentre qualcuno cerca di distruggere la città sopra la tua testa.
Durante una delle notti peggiori furono lanciati più di quaranta missili contro Kiev. Quella volta ero davvero convinta che non avrei visto il mattino. Le pareti del rifugio tremavano. C’erano bambini, anziani, donne, uomini. Qualcuno teneva un gatto in braccio, qualcuno stringeva il proprio cane. Nessuno dormiva e quasi nessuno parlava. Tacevano perfino i bambini e gli animali. Ogni tanto qualcuno pregava sottovoce. Ho visto uomini adulti asciugarsi le lacrime cercando di non farsi vedere.
Lì ho capito quanto diventino piccole tutte le grandi parole quando un essere umano vuole semplicemente arrivare vivo al mattino. Nessuno parlava di NATO, di sfere d’influenza, di confini storici, di interessi strategici o di equilibri geopolitici, argomenti sui quali è così facile discutere per ore quando si è seduti al sicuro. Tutti desideravano la stessa cosa: che arrivasse il mattino.
E il mattino arrivava.
Forse questa è una delle cose più difficili da capire dell’Ucraina di oggi per chi non ci ha mai vissuto. Dopo una notte in cui hai contato le esplosioni e pensato di poter non vedere l’alba, Kiev si sveglia e ricomincia a vivere. Aprono i negozi e i bar. I bambini vanno all’asilo. Le madri accompagnano i figli, fanno la spesa, incontrano un’amica, vanno a farsi le unghie. Le persone lavorano, studiano, litigano per sciocchezze, si innamorano, arrivano in ritardo, fanno programmi.
La sera puoi chiamare un taxi e andare in un ristorante georgiano, giapponese, francese, vietnamita, italiano, ucraino o praticamente di qualsiasi cucina tu abbia voglia. Puoi tornare tardi e ordinare qualcosa dal telefono, perché perfino durante una guerra gli ucraini restano incredibilmente esigenti quando si tratta di servizi.
A volte tutto l’assurdo della nostra vita entra in una sola notifica sullo smartphone: «A causa della distruzione del magazzino durante un attacco, la consegna subirà un ritardo di circa tre ore». Non tre settimane. Tre ore.
Il magazzino è stato distrutto e il sistema si scusa perché il tuo pacco arriverà in ritardo.
Forse una notifica del genere racconta l’Ucraina contemporanea meglio di decine di conferenze sulla nostra “resilienza”.
Perché l’Ucraina che a volte vedo nell’immaginario europeo non assomiglia al Paese che conosco. Non è una terra grigia e arretrata all’estremità orientale dell’Europa da guardare con pietà. È un Paese moderno, estremamente digitalizzato, veloce ed esigente sulla qualità della vita. In molti àmbiti, i servizi che utilizzo in Ucraina sono più semplici, rapidi e tecnologicamente avanzati di quelli che incontro nella mia quotidianità nell’Italia in pace. E tutto questo continua a funzionare mentre cadono i missili.
Non voglio trasformare questa realtà in una bella storia sulla “resilienza ucraina”. A volte detesto perfino quella parola. Non avremmo dovuto essere costretti a diventare resilienti. Volevamo semplicemente vivere.
Nel mese di luglio notti del genere si ripetevano ogni due o tre giorni. Ad agosto sono diventati sempre più frequenti anche i droni a reazione. A volte l’allarme finiva e quindici minuti dopo ricominciava. Giorno e notte.
Vicino alle case dei miei parenti un drone ha colpito un deposito militare. Sono iniziate le detonazioni e l’area circostante è stata devastata.
Quando sono tornata in Italia, il mio autobus è passato vicino a quel luogo. Dal finestrino guardavo i mezzi dei soccorritori, i militari, gli artificieri, la terra bruciata e ciò che restava di un posto dove fino a poco tempo prima le persone vivevano normalmente.
Pensavo che qualche giorno prima qualcuno lì aveva preparato la cena. Qualcuno aveva lasciato una tazza sul tavolo. Qualcuno aveva comprato qualcosa per il giorno dopo. Forse un bambino aveva lasciato un giocattolo sul pavimento, certo che l’indomani sarebbe tornato a prenderlo. È questo che scompare quando la guerra diventa una notizia.
Vediamo un edificio distrutto e dimentichiamo che prima era una casa. Leggiamo il numero dei morti e dimentichiamo che ognuno di quei numeri aveva un nome, una voce, abitudini, programmi per la settimana successiva e qualcuno a cui scrivere «Ti voglio bene».
Da quando sono tornata in Italia penso molto a come raccontiamo qui l’Ucraina. A Modica (Ragusa) c’è un’Associazione ucraina che organizza iniziative, mostre di disegni e piccoli lavori realizzati dai bambini, raccolte di aiuti. Spesso vengo invitata a partecipare, perché gli italiani vedano che gli ucraini sono qui, che il nostro Paese esiste e che la guerra non è finita.
È importante. Ma dopo quest’ultimo viaggio continuo a farmi una domanda scomoda: quanta guerra vera abbiamo il coraggio di mostrare? Un bambino ucraino disegna una bandiera, un girasole, una casa, un cuore. È bello ed è sincero. Ma anche un bambino italiano può disegnare la stessa casa, lo stesso sole, lo stesso cuore. Guardando quel disegno, una persona può davvero capire cosa significhi per un bambino avere paura che domani la propria casa non esista più?
Forse qualche volta dovremmo avere il coraggio di mostrare non soltanto l’Ucraina che è possibile appendere alla parete di una sala espositiva.
Raccontiamo i bambini che hanno visto ciò che nessun bambino dovrebbe vedere durante un’occupazione. Il soldato che torna senza le gambe e scopre che non esistono più né la casa alla quale voleva tornare né la vita che aveva lasciato. Gli adolescenti che quasi non alzano lo sguardo dal telefono quando un missile colpisce il loro quartiere, non perché siano senza paura, ma perché perfino l’orrore, quando dura abbastanza a lungo, può diventare quotidianità.
Raccontiamo i funerali delle famiglie, chi aspetta mentre i soccorritori cercano sotto le macerie le persone che ama, i bambini che sanno distinguere il rumore di un drone da quello di un missile, il soldato che impara di nuovo a camminare con due protesi, la donna che dopo una notte senza sonno apre comunque il suo piccolo negozio perché deve pagare l’affitto e dare da mangiare ai figli.
Non per scioccare e non per trasformare la sofferenza degli altri in uno spettacolo. Ma perché c’è qualcosa di pericoloso nel rendere la guerra troppo bella, troppo simbolica, troppo facile da guardare.
Bandiere, ricami tradizionali, disegni dei bambini, canzoni, parole sulla forza e sull’eroismo: tutto questo è vero ed è anche Ucraina. Ma la guerra non deve diventare bella.
La guerra vera è una madre che alle tre del mattino prende il figlio per mano e corre giù per le scale. È un uomo che piange di nascosto in un rifugio. È un cane che trema. È un «Ti voglio bene» scritto in fretta nel caso sia l’ultimo. È una spalla che continua a farti male settimane dopo, il profumo del caffè al quale vuoi disperatamente sopravvivere, una tazza rimasta sul tavolo in una casa che non esiste più.
Tempo fa ho ascoltato un’intervista a uno scrittore russo che aveva lasciato la Russia dopo il 2022. Gli chiesero come fosse possibile che la storia non ci insegnasse nulla. Rispose che molte persone sopravvissute alla Seconda guerra mondiale non volevano quasi mai raccontarla. Nei giorni della memoria bevevano alla salute di chi non era tornato e avevano un desiderio molto semplice: che almeno i loro figli non avessero mai paura del tuono.
Un tempo quella frase mi sembrava soltanto molto triste. Adesso la capisco.
Come si spiega a una persona che non lo ha mai sentito il rumore di un drone sopra la testa? Come si raccontano i secondi tra il suono di un missile e l’esplosione? Come si descrive quel momento in cui, dopo un boato, passi immediatamente in rassegna le persone che ami cercando di ricordare in quale quartiere si trovi ciascuna di loro?
Forse chi aveva vissuto la Seconda guerra mondiale taceva proprio perché per alcune cose non esistono parole abbastanza grandi. Ma anche il silenzio ha un prezzo terribile.
Quando una generazione smette di ricordare che cosa sia davvero una guerra, la guerra diventa lentamente un’astrazione. Una mappa. Una strategia. Un film storico. Un dibattito televisivo. Frecce rosse che qualcuno sposta attraverso i confini.
E sotto quelle frecce smettiamo di vedere le case. E le persone che vivono dentro quelle case.
Io sono autistica e da molti anni scrivo di autismo, neurodiversità, inclusione, accettazione e del diritto di essere diversi senza dover chiedere scusa per la propria esistenza.
Ma questa storia non parla di autismo. Perché prima di qualsiasi diagnosi esiste qualcosa di molto più semplice: il diritto di essere una persona. Il diritto di vivere. Di decidere chi sei. Di parlare la tua lingua. Di chiamare casa il luogo che senti tuo. Di mettere tuo figlio a letto senza chiederti se fra tre minuti dovrai svegliarlo e correre.
So che la storia è complessa. So che la politica è complessa e che il mondo non è fatto di risposte semplici. Ma la complessità non può trasformarsi in un modo intellettualmente elegante per dimenticare le persone. Perché alla fine di qualsiasi ordine non c’è la geopolitica. C’è una città, una strada, un edificio, una finestra, una camera da letto. E una persona che un minuto prima stava dormendo.
Quando sono tornata in Italia e il confine ucraino è rimasto alle mie spalle, ho provato un sollievo enorme. Poi mi sono sentita in colpa per quel sollievo. Perché io potevo partire. I miei genitori sono rimasti. Milioni di persone sono rimaste.
Ora sono di nuovo in Sicilia. Sto imparando di nuovo a dormire per tutta la notte. A volte un rumore improvviso fa reagire il mio corpo prima che la mente riesca a capire che non sta succedendo nulla.
La mia mente sa che sono in Italia. Il mio corpo, qualche volta, è ancora al dodicesimo piano di Kiev.
Eppure, quando penso all’Ucraina, le prime immagini che vedo non sono i missili. Vedo i miei genitori, le mie strade, Kiev al mattino dopo una notte terribile. Una persona che apre un bar. Una donna che compra dei fiori. Due ragazzi che ridono. Una madre che accompagna il figlio all’asilo. Persone che fanno programmi per il mese successivo come se avessero un diritto incondizionato ad averlo.
Noi non vogliamo essere eroi. Non vogliamo diventare più forti grazie alla guerra. Non vogliamo imparare a distinguere i missili dal rumore. Non vogliamo che i nostri figli vengano definiti “incredibilmente resilienti”.
Vogliamo vivere. Vogliamo annoiarci, litigare per sciocchezze, pensare a cosa preparare per cena, arrivare in ritardo, andare a farci le unghie, innamorarci, ordinare cose inutili e arrabbiarci perché una consegna è in ritardo.
Vogliamo lasciare una tazza sul tavolo sapendo che al mattino sarà ancora lì. Vogliamo fare programmi per la settimana successiva essendo certi che quella settimana arriverà. Vogliamo sentire un tuono di notte e preoccuparci soltanto di aver lasciato una finestra aperta.
Forse è questo la pace. Non una grande parola scritta in un accordo internazionale, ma una notte in cui tuo figlio dorme. Un caffè che sai con certezza di poter bere al mattino. Un rumore forte che è soltanto un rumore. La possibilità di fare programmi, comprare dei biglietti, aspettare uno spettacolo ed essere certa che, quando arriverà quel giorno, prenderai semplicemente tuo figlio per mano e andrete insieme a teatro.
Perché il momento più terribile di questa guerra, per me, non è legato ai missili. Non al cielo diventato rosso davanti ai miei occhi, non alle pareti di un rifugio che tremavano per le esplosioni e neppure a quella notte in cui ero convinta che non avrei visto il mattino.
Le parole più terribili resteranno per sempre quelle pronunciate da mio figlio.
Il 24 febbraio 2022 dovevamo andare insieme a teatro. Avevamo i biglietti. Li conservo ancora, forse perché sono una piccola prova di carta della vita che quel giorno avrebbe dovuto continuare.
Avremmo dovuto svegliarci, occuparci delle nostre cose, poi prepararci, vestirci e andare a teatro. Una normale giornata di una madre e di suo figlio. Una di quelle giornate che non ricordiamo perché siamo certi che ce ne saranno altre migliaia.
Ma verso le cinque del mattino mi ha svegliata la guerra. E invece di chiedermi a che ora saremmo andati a teatro, mio figlio mi ha detto: «Mamma, io non voglio morire».
Non so se esistano parole più terribili di queste quando a pronunciarle è tuo figlio.
Sono passati più di quattro anni. Mio figlio è cresciuto. Viviamo in un altro Paese. Io ho imparato a distinguere il rumore dei droni e dei missili, a correre verso un rifugio e a prepararmi un caffè dopo una notte durante la quale non ero sicura di vedere il mattino. Ma quei due biglietti del teatro li conservo ancora. Non come ricordo dello spettacolo al quale non siamo mai andati. Li conservo come una piccola prova di carta del fatto che, fino alle cinque del mattino del 24 febbraio 2022, mio figlio, come milioni di bambini ucraini, possedeva ancora una cosa semplicissima. La certezza che il domani sarebbe arrivato.
Per questo, quando parlo di pace, non penso alle dichiarazioni politiche, ai confini sulle mappe o ai grandi discorsi. Penso a una cosa molto più semplice. Vorrei che nessuna madre dovesse mai più sentire, alle cinque del mattino, il proprio figlio dire: «Mamma, io non voglio morire».
L'articolo Che almeno i nostri figli non abbiano paura del tuono proviene da Superando.
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Scrivo questo contributo in tre vesti: persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore. Il dibattito sui fatti di Pietralata a Roma e la posizione che stanno prendendo alcuni attivisti con disabilità e giornali mi sta preoccupando e vorrei sottoporre a tutte e tutti noi una riflessione.
Tanti attivisti con disabilità (non tutti) stanno fermamente gridando al “disabilicidio” e alcuni giornali li stanno appoggiando, diffondendo questa lettura dell’evento. Tuttavia parlare di disabilicidio per Pietralata non è solo inesatto, ma rischia anche di polarizzare e appiattire il dibattito e le riflessioni che questo evento ha prodotto e spiegherò perché.
Disabilicidio è un termine che circola da un paio d’anni tra gli attivisti con disabilità italiani, nato da un calco del femminicidio. Indica un crimine d’odio verso le persone con disabilità che ha come movente la repulsione e il disprezzo e la negazione del valore e del diritto alla vita delle stesse persone con disabilità. Nel caso di Pietralata viene applicato in modo inesatto per due motivi. Il primo è che non si tratta di un crimine d’odio: per quanto ne sappiamo dalle lettere lasciate dai genitori di Bianca – la bambina con disabilità uccisa – il movente è stato la solitudine incontrata nell’affrontare il compito di cura. Il secondo motivo è che la decisione dei genitori di uccidere anche Bianca insieme a loro viene automaticamente letta come abilista ovvero legata alla negazione di un’identità indipendente di Bianca da quella dei genitori, che l’avrebbero considerata come una loro estensione, quando non una loro proprietà su cui decidere.
Sia ben inteso, non sto sostenendo che queste dinamiche non esistano, sono ben documentate e studiate nei Disability Studies, quello che sto sostenendo è che la “diagnosi” di alcuni attivisti con disabilità è stata affrettata e non andava applicata a questo episodio.
Non siamo infatti in grado di ricostruire i motivi profondi per cui i genitori hanno deciso di uccidere anche la figlia oltre a se stessi; non sono qui vivi per poterli interrogare e capire se la dinamica dell’omicidio sia riconducibile all’abilismo.
Ci tengo a precisare che questa analisi costituisce un tentativo di comprendere la dinamica del crimine per prevenire una sua ripetizione e non costituisce una negazione dell’esistenza del disabilicidio, dell’abilismo che possono interiorizzare alcuni genitori e tantomeno della gravità dell’omicidio di Bianca. L’atto è gravissimo e ingiustificabile, ma se ci limitiamo a condannare e a gridare slogan anziché tentare di comprendere il fenomeno, saremo condannati a vederlo ricapitare; soprattutto penso sia compito della società e della giustizia tentare di comprendere i fenomeni criminali per prevenirli senza limitarsi a giudicarli e punirli.
Eppure il dibattito sui social e giornali è fermo qui, polarizzato, senza la possibilità di poter affermare che il movente del crimine è da ricercare nella solitudine e nella fatica del caregiver abbandonato dalla società e dallo Stato senza essere tacciati di abilismo o di stare giustificando il crimine.
Sembra diventata un tabù la complessità. Sembra un tabù affermare che dobbiamo avere la lucidità di tenere insieme due aspetti dolorosi: l’omicidio di una bambina di 5 anni e il baratro in cui sono precipitati due genitori.
La prima vittima di questo crimine è senza ombra di dubbio Bianca, che non ha scelto di nascere con una paralisi cerebrale e non ha scelto di morire. Sul fatto che la stampa non abbia parlato abbastanza di lei e non abbia sottolineato abbastanza la gravità del gesto, gli attivisti con disabilità hanno ragione: la persona con disabilità è sempre meno importante e sacrificabile. Tuttavia dobbiamo avere la lucidità di riconoscere ai genitori un doppio status, ambiguo e scomodo, di carnefice e insieme vittima secondaria: vittime di un sistema che li ha lasciati soli davanti ad un compito enorme. Affermare questo non è una giustificazione del crimine, è sempre importante dirlo, così come non toglie niente all’importanza e alla dignità della prima vittima, Bianca. Le due condizioni – vittima primaria e carnefici-vittime secondarie – possono stare insieme.
Dirò di più, devono stare insieme, è importante capirlo e affermarlo perché altrimenti non agiremo preventivamente sulle giuste cause per prevenire altri crimini.
Se infatti spiegassimo il crimine con il movente dell’abilismo e lo etichettassimo come “disabilicidio”, faremmo prevenzione attraverso la sensibilizzazione sugli stereotipi dell’abilismo ai genitori, magari organizzando formazioni, gruppi di incontro e nella migliore delle ipotesi un supporto psico-educativo per i genitori. Questo basterebbe a prevenire altri crimini simili o servirebbe altro?
Se invece capiamo che il movente è stato non solo psicologico e individuale, ma sociale e politico, allora agiremmo diversamente per fare prevenzione: faremmo pressione sulla politica sia locale che nazionale per avere servizi di cura domiciliari per le persone con disabilità non autonome, con infermieri, educatori e assistenti all’autonomia forniti dallo Stato che entrino nelle case e sostituiscano i caregiver nel compito di cura, permettendo sia alla persona con disabilità che ai caregiver di vivere una vita degna di essere vissuta e di qualità.
Pensiamo inoltre all’enorme stigma sui problemi di salute mentale indotti dal Caregiving Burden [“carico del caregiving”, N.d.R.] che questo etichettamento produce: pensiamo a tutti i caregiver che arrivano ad avere pensieri orribili e indicibili e non sanno a chi confessarli o si vergognano terribilmente a farlo. Leggendosi condannati senza appello come “orribili abilisti” saranno ancora più scoraggiati e intimiditi nel parlare dei loro pensieri di morte con qualcuno e nel chiedere aiuto.
Discutere con lucidità di tutto questo sui social è diventato molto difficile, tutto si trasforma in tristi processi sommari e superficiali. Qualsiasi tentativo di parlare della centralità della fatica dei caregiver in questo crimine viene etichettato come abilista. Sembra che l’unica cosa che non sia abilista e possa dare giustizia alla morte di Bianca sia una condanna ferma e senza pietà del gesto dei genitori, con nessuna possibilità di ulteriori considerazioni, approfondimenti e problematizzazioni.
Questa riflessione va infatti distinta da altre reazioni che hanno popolato i social riguardo a questo crimine. Alcune persone hanno definito l’omicidio di Bianca come un “gesto d’amore estremo”, giustificando (in questo caso sì, e anche apertamente) il crimine come un sollievo dato alla bambina la quale non viveva una vita degna di essere vissuta. Questa è una posizione chiaramente abilista, poiché nega alla persona con disabilità l’autodeterminazione e il suo diritto a vivere. Ma è molto diversa dalla riflessione che si sta facendo qui.
Altre persone ancora hanno cercato di riconoscere un’attenuante ai genitori, sostenendo che vadano comprese le loro ragioni, nella fatica enorme che sostenevano nel prendersi cura della figlia. Anche questa è una posizione abilista, che non separa l’identità disabile della bambina dal carico del prendersi cura di lei la cui gravità dipende non dalla bambina stessa, ma dal contesto.
Di nuovo, non è questa la riflessione che si sta portando qui. Non si sta usando comprensione ed empatia ai carnefici, si sta tentando di comprendere la dinamica del fenomeno che è molto più complessa della lettura del “disabilicidio”.
Questa complessità va compresa e gridare al “disabilicidio” ed etichettare ogni dissidenza come abilista appiattisce di molto il dibattito e ci mette fuori strada. In genere a questo punto sui social, per tagliare il discorso qualcuno afferma: «Se non fosse stata disabile non sarebbe morta», quindi è disabilicidio. Ma questa affermazione non prende in considerazione altri fattori (di nuovo, la complessità). Potremmo considerare ad esempio che se questi genitori non fossero stati lasciati soli davanti al compito di cura, Bianca non sarebbe morta. Inoltre, non è detto che Bianca non sarebbe morta se non fosse stata disabile. Sarebbero potuti intervenire altri fattori, ad esempio una grave depressione o psicosi di uno dei genitori, come documenta la letteratura sul figlicidio, termine molto più adatto per questo crimine che il “disabilicidio”.
Paradossalmente etichettare questo crimine come “disabilicidio” commette il grave errore (da manuale, nei Disability Studies) di non separare l’identità disabile della vittima dal carico del prendersi cura di lei, che invece deriva dal contesto – dove infatti va cercato il movente.
Questo gridare inesatto al “disabilicidio” fa pensare che alcuni attivisti con disabilità siano stati affrettati nell’esprimere un giudizio, nonché più inclini al gridare “hanno ucciso una dei nostri” che al tentare di comprendere il fenomeno. E questo mi ha suscitato un’ulteriore riflessione, sul modo di fare attivismo, su chi sia un attivista, sull’importanza dell’intersezionalità delle lotte. E quindi ci tengo a ricordare la mia triplice identità, come persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore cui si aggiunge il mio attivismo nelle scuole e sul territorio milanese sui temi della disabilità, della salute mentale e dell’inclusione sociale.
Fare attivismo non significa creare slogan per i social, significa costruire e diffondere conoscenza del fenomeno, promuovendo dei miglioramenti nella società, sia nella consapevolezza delle persone, sia nelle politiche delle Istituzioni. L’analisi di questo fenomeno, delle reazioni e letture al crimine di Pietralata mi preoccupa, perché mi sembra un esempio di cattivo attivismo, volto più a mettere etichette, azzerare il confronto e il dibattito e ridurre tutto a tifo da stadio.
Questo mi ha ricordato e deve ricordare a tutti e tutte che noi attiviste e noi persone con disabilità siamo persone come tutte le altre: non siamo migliori e non siamo sante perché viviamo una discriminazione e ci battiamo per contrastarla; siamo fallibili, parziali e manchevoli come tutti gli altri, sbagliamo anche noi e siamo soggette alla spietata logica dei social anche noi.
È il motivo per cui di questi temi non dovrebbero parlarne solo le persone che vivono la discriminazione: su questo i progressi che hanno fatto i movimenti per la salute mentale (come la Psichiatria Democratica di Franco Basaglia) hanno fatto scuola. Attorno al tavolo per migliorare la vita delle persone discriminate non possono sedere le persone discriminate da sole. La loro esperienza diretta del fenomeno è imprescindibile, costituisce un sapere altrimenti inaccessibile, e la loro voce va ascoltata per prima. Ma devono anche essere affiancate e confrontarsi con chi studia il fenomeno da professionista e – nel caso delle persone con disabilità – con chi si prende cura di chi tra di loro non è autonomo. In questo modo possiamo confrontare più saperi e avere una visione completa del fenomeno.
Questo discorso applicato al nostro caso ha un importante corollario: un attivista con disabilità è una voce importantissima e imprescindibile, ma non ha la verità in tasca; è importante riflettere e discutere le sue affermazioni con rigore e lucidità senza dargli ragione sulla base di un principio di auctoritas e il dibattito deve essere sia interno a noi attivisti con disabilità che aperto e allargato ad altre figure.
Mi sembra che alcuni giornali abbiano scelto di inseguire le affermazioni di alcuni attivisti con disabilità, magari popolari su social e giornali, senza provare a problematizzare le loro affermazioni. E questo è un problema.
L’ultima riflessione è sull’intersezionalità delle lotte e sul perché il crimine di Pietralata sia stato un’occasione mancata di unire la lotta delle persone con disabilità con quella dei caregiver che è poi un’unica lotta.
Come dicevo prima, la difficoltà nell’analizzare questo crimine sta nel tenere insieme la condizione di vittima primaria di Bianca e la condizione ambigua di carnefici-vittime secondarie dei genitori – il diritto di vita negato di Bianca e il baratro in cui sono sprofondati i genitori. Se riusciamo a tenere insieme questi due piani, capiamo che persone con disabilità e i caregiver devono unirsi per accusare il colpevole dietro le quinte: lo Stato assente che non garantisce qualità della vita alle persone con disabilità e ai loro caregiver. Introducendo invece l’abilismo nel movente e il termine “disabilicidio”, tutto questo sparisce perché devono sparire dalla discussione i genitori, visti unicamente come “carnefici” e non nella doppia veste di carnefice e vittima insieme.
Nell’attivismo si parla tanto di intersezionalità delle lotte, ma poi si perdono occasioni come questa per realizzarla davvero. E questo è un altro enorme problema.
Quello che mi auguro dunque, con questo mio contributo, è di stimolare delle riflessioni lucide, rigorose, non polarizzate e di promuovere maggiore consapevolezza sulla complessità delle discriminazioni sociali, consapevole di avere portato affermazioni impopolari tra i miei colleghi attivisti con disabilità.
Perché non abbiamo bisogno di condanne esemplari e di caccia alle streghe ma di giustizia riparativa: rinsaldare un patto sociale che si è rotto, prima che crolli tutto.
*Persona con disabilità, caregiver, responsabile dei progetti sociali per Sanga Milano Basket, attivista su inclusione, disabilità e salute mentale.
L'articolo Non un “disabilicidio”, ma un fallimento del patto sociale proviene da Superando.
Aderendo alle Giornate Europee del Patrimonio (European Heritage Days) di questo fine settimana, la Fondazione Alfredo Catarsini 1899, delle cui iniziative già da tempo Superando è media partner, promuoverà nel secondo pomeriggio di domani, 26 settembre, un’iniziativa all’insegna dell’arte accessibile a tutti, vale a dire la consegna (ore 19.15), nella Chiesa di San Martino in Freddana (Lucca), dell’altorilievo scultoreo per la lettura tattile, dell’affresco che Alfredo Catarsini dipinse nel catino absidale della stessa chiesa.
La reinterpretazione tridimensionale è stata realizzata dai tecnici del Museo Tattile Statale Omero di Ancona e costituirà un nuovo, importante laboratorio esperienziale per persone con disabilità visiva lungo il percorso del Cammino I luoghi di Catarsini, grande mostra diffusa – che gode dell’Alto Patronato del Parlamento Europeo – concepita per collegare vari punti significativi del territorio legati alla vita e all’opera di Catarsini e anche l’unico Cammino in Italia interamente accessibile anche a persone con disabilità visiva. Le esperienze già promosse, infatti, alle quali si aggiungerà quella di San Martino in Freddana, sono quelle di Lucca (Palazzo Orsetti e Antica Zecca), Seravezza (Palazzo Mediceo), Forte dei Marmi (Villa Bertelli) e Viareggio (Atelier Catarsini a Villa Paolina e prossimamente Chiesa della Santissima Annunziata), oltre al Liceo Artistico Stagi di Pietrasanta e alle tappe di Camaiore e Massarosa di prossima attivazione.
«Attraverso la capillare presenza di questi laboratori sul territorio – dicono dalla Fondazione – intendiamo offrire occasioni per esercitarsi e sviluppare autonomia nell’esplorazione tattile, affinché le persone con disabilità visiva maturino la dimestichezza necessaria ad affrontare la visita ai musei accessibili, promuovendo così una più ampia e inclusiva divulgazione dell’arte per l’intera comunità».
La cerimonia di consegna dell’altorilievo si svolgerà alla presenza di monsignor Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca, con gli interventi di don Alessandro Gianni, parroco della Comunità della Valfreddana, Palmiro Filippo Bini, direttore dell’Istituto Storico Lucchese, Sezione Valfreddana, Walter Sandri, console del Touring Club Italiano ed Elena Martinelli, presidente della Fondazione Alfredo Catarsini 1899.
L’appuntamento sarà preceduto dal consueto trekking annuale da San Martino in Freddana a Castagnori e ritorno, alla scoperta dei cicli di affreschi delle due chiese. Una passeggiata nel verde alla portata di tutti, della durata complessiva di circa 4 ore, per una distanza complessiva di 8 chilometri, percorribile anche in auto, moto e bicicletta. (S.B.)
L'articolo Prosegue il percorso della Fondazione Catarsini all’insegna dell’arte accessibile proviene da Superando.
È in continua crescita il comparto del para climbing italiano (para arrampicata sportiva), come dimostrerà anche l’ampia partecipazione al Campionato Italiano 2026, in programma domani, 26 settembre e domenica 27 presso il Centro Tecnico Federale di Arco di Trento, cui arriveranno circa 50 atleti italiani e 30 atleti stranieri, provenienti da varie nazioni, fra cui Austria, Germania, Francia, Croazia, e anche Stati Uniti. La manifestazione, infatti, sarà Open per tutte gli atleti delle squadre nazionali di altre Federazioni, formula scelta per favorire un costruttivo confronto e un innalzamento ulteriore del livello agonistico.
In gara saranno presenti numerose categorie di disabilità, alle quali si sono aggiunte da quest’anno le due nuove categorie Open Fisici e Open Visivi, introdotte dalla FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana) per favorire la partecipazione di atleti con disabilità fisica o disabilità visiva che non risultano attualmente classificabili nelle classi ufficiali World Climbing. (S.B.)
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Eccomi qui, salto fuori dalle mani di Geppetto, il falegname più famoso del mondo, dopo San Giuseppe. Ho avuto un padre fantastico, in tutti i sensi: un genitore, un maestro e un pedagogo. Del resto non era facile avere un figlio come me, nato da un pezzo di legno.
Ah, dimenticavo di presentarmi, ma sicuramente lo avrete intuito: mi chiamo Pinocchio. Il mio nome deriva proprio dall’albero di pino, perché sul suo tronco ci sono dei nodi che sembrano degli occhi.
Sì, sono proprio quel burattino che ha scombinato i piani delle persone e delle realtà che mi hanno circondato durante le mie avventure.
Anch’io sono andato a scuola come tutti i bambini, ma ero un po’ diverso.
Del resto, la scuola è un posto dove tutti dovrebbero avere la possibilità di far emergere le proprie capacità. Invece è uno specchio che riflette i valori culturali della nostra società, dove i cosiddetti “diversi” vengono obbligati a rientrare il più possibile nella norma e anche ad imparare le nozioni che per la società sono utili.
Ma la mia domanda è: «È più importante imparare a memoria le gesta di Napoleone, oppure imparare ad essere persone consapevoli, libere e avere una vita autonoma e indipendente?». Ma soprattutto: «Questo chi me lo dovrebbe insegnare, la scuola o altre figure educative?». È una domanda che è nella mia testa, da quando Geppetto mi ha creato.
In fondo, mi sento come se dovessi percorrere una strada che è già indirizzata da Google Maps per rientrare nei canoni dell’esistenza, ma sono nato burattino, da un papà falegname! Che ci posso fare?!
Che ci posso fare se proprio questa diversità, che mi contraddistingue, mi spinge a essere curioso e a ricercare nuove esperienze che rispondano ai miei dubbi e alle mie domande?
Al contrario, mi sembra che la scuola odierna non sempre mi accetti per quello che sono, che non voglia supportare questa mia identità, impedendomi di spiccare il volo.
È davvero una scuola, quella che insegna a bambini e ragazzi a rispettare dei programmi prestabiliti? Che non apre i propri confini alle questioni portate avanti dalla collettività, dalle persone “diverse” e marginalizzate, tutte quelle che vogliono attivarsi ed essere libere?
Sarebbe bello se la scuola non solo promuovesse l’idea di inclusione, che è utopica, ma anche quella di partecip-AZIONE che, come dice la parola stessa, implica un’azione, non solo da parte del contesto che include, ma anche dalla persona stessa che ha desiderio di partecipare.
Questo lo dico perché le mie diversità, le mie difficoltà, le mie lotte possono essere comuni e condivise per il benessere di tutta l’umanità.
Io, Pinocchio, non voglio più una scuola che incoraggi solo la competizione. Voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità, perché la felicità va a braccetto con la libertà.
Tutte queste suggestioni sono frutto dei princìpi e dei valori che mi ha trasmesso il mio papà Geppetto e sarebbe bello se anche la scuola promuovesse questo tipo di pensiero, ponendosi in dialogo costante con tutte le persone, promuovendo la cooperazione e la ricerca di possibilità per creare un mondo più accogliente.
Concludo con le parole di una delle canzoni che più amo, La libertà (1972) di Giorgio Gaber: «La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione […]».
E voi, vi sentite liberi e felici? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.
*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di sant’Antonio», con il titolo “Pinocchio tra i banchi di scuola” e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.
Pensiero ImprudenteL'articolo “Pensiero Imprudente”: io, Pinocchio, voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità proviene da Superando.
Nei primi dieci anni di vita di un essere umano si forma, come noto, la maggior parte delle sue capacità, tra cui le principali competenze sociali. Per questo, ferma restando l’importanza della famiglia, già in altra occasione sottolineata su queste stesse pagine, è verosimile che l’inclusione – ovvero la partecipazione sociale, su base di uguaglianza, di tutte le persone – o nasca nella scuola primaria oppure, poi, difficilmente possa vedere la luce nel prosieguo del percorso.
Si tratta di un’asserzione forte, che cercherò ora di argomentare. Non voglio, con essa, scoraggiare gli educatori della scuola secondaria dal provare ogni iniziativa in tal senso, né negare che sia in certa misura possibile diventare inclusivi anche in età avanzata. Rimane, tuttavia, il fatto che la realtà attuale sia strutturalmente escludente nei confronti delle persone con disabilità, e che la scuola, in Italia, pur formalmente inserendo da decenni tutti (o quasi) i bambini in classi comuni, non abbia saputo svolgere una funzione rilevante sul piano inclusivo. In questo e in altri successivi prossimi interventi, cercherò pertanto di delineare alcune considerazioni che spero possano essere utili a chi vive quotidianamente la realtà scolastica, al fine principale di favorire l’inclusione.
La scuola, come ogni organismo sociale, è parte di un intero, e una parte riesce a vivere, in un intero, solo se si conforma alle sue dinamiche. L’intero di cui la scuola è parte è la totalità sociale capitalistica che si struttura in base a modalità competitive, in cui le imprese competono tra loro per massimizzare i profitti, i lavoratori competono tra loro per ottenere gli impieghi più remunerativi, i consumatori competono tra loro per acquisire i beni ai prezzi migliori, e così via.
Si sente spesso dire che la competizione è alla base del progresso moderno. Quest’ultimo, però, insieme all’incremento quantitativo delle merci, ha prodotto anche un drastico deterioramento qualitativo dell’ambiente naturale e sociale, tale da mettere fortemente a rischio la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta. Quasi mai, inoltre, ci si ricorda che molto di ciò che di positivo è stato fatto, è dovuto non tanto alla competizione, quanto al suo contrario, ossia alla collaborazione. Anche nelle imprese private, in effetti, i lavoratori collaborano per produrre i vari beni. E del resto l’articolo 45 della Costituzione afferma giustamente, in merito, che «la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione». Quest’ultima, inoltre, è determinante nell’attività biologica di tutte le specie viventi, principalmente di quelle che nel lungo termine sono risultate più longeve.
Detto ciò, per favorire la nascita di un clima maggiormente cooperativo tra le persone, occorrerebbe cercare di far meglio comprendere alle Istituzioni, come ai docenti – pur all’interno di un sistema scolastico tuttora dominato dall’ideologia competitiva –, come già dalla scuola primaria sia necessario aumentare la collaborazione tra gli studenti. Se infatti, sin da quando sono piccoli, i bambini vengono abituati ad una continua gara individuale a chi ottiene i voti più alti, vi è poca speranza che, in futuro, possa prendere forma una diffusa coesione comunitaria. Nonostante quest’ultima rappresenti il fine naturale di ogni società desiderosa di vivere bene, essa viene in effetti purtroppo osteggiata dall’attuale modo di produzione, il quale è consapevole che le modalità comunitarie si oppongono alle dinamiche competitive che lo caratterizzano.
Poiché, date queste premesse, l’attività educativa scolastica dovrebbe, sul piano della consapevolezza comunitaria, essere reimpostata in maniera radicale, cercherò innanzitutto di argomentare come solo una scuola in grado di favorire la cooperazione possa agevolare, insieme all’apprendimento, anche l’inclusione dei più fragili, nonché come tale processo costituisca un bene per tutti.
Per fare questo, può essere utile prima ricordare che esistono, di massima, due modelli di scuola alternativi, ossia quello “cooperativo”, in cui cooperare significa collaborare, con approccio comunitario, per raggiungere fini comuni a beneficio di tutti, e quello “competitivo”, in cui competere significa gareggiare in opposizione gli uni agli altri, con approccio individualistico, per raggiungere fini propri.
I docenti, tuttora numerosi, i quali ritengono, avendo interiorizzato le abitudini sociali del nostro tempo, che la scuola debba continuare con le modalità competitive attuali – le quali sarebbero anzi, secondo alcuni, da inasprire –, sostengono che, mediante esse, gli studenti siano spinti a dare il massimo, ovvero che le medesime facciano emergere il merito, preparando i giovani alla competizione del mondo esterno. Non credo sia così, ma non si potrebbe dire meglio ciò che l’odierno modo di produzione si aspetta dalla scuola, sul piano della preparazione al lavoro. Peccato però che la scuola dell’obbligo non sia o, meglio, non dovrebbe essere un luogo strumentale di mera istruzione professionale, ossia di fornitura di strumenti tecnici (le famose 3i [inglese, informatica, impresa, N.d.R.]), ma un luogo educativo, ovvero di cultura, di formazione di esseri umani per favorire la realizzazione, sul piano individuale e sociale, della loro buona vita. Tutte le persone, infatti, dovranno sempre collaborare con altre persone, anche con quelle caratterizzate da difficoltà fisiche o intellettive, che nell’attuale sistema scolastico vengono spesso marginalizzate.
Non è auspicabile, pertanto, continuare a strutturare la scuola come un luogo selettivo, tale in sostanza da escludere un elevato numero di giovani da una reale condivisione comunitaria del percorso educativo. La scuola dovrebbe essere impostata in modo da agevolare una maggiore cooperazione tra studenti, base necessaria della loro futura collaborativa partecipazione sociale.
Se la scuola, per il miglioramento del mondo, deve insegnare a cooperare, la cooperazione, come modalità educativa, risulta più utile della competizione, la quale anzi si presenta, sotto diversi aspetti, come disfunzionale a tale fine. La lotta per i voti più alti crea infatti ansia in tutti gli studenti, nonché frustrazione in chi ha maggiori difficoltà, sfavorendo l’inclusione.
In generale, la competizione non realizza un clima di benessere ed è noto a tutti che si impara meglio in contesti in cui regna l’armonia, non in contesti conflittuali. In tali situazioni, in effetti, larga parte delle energie psichiche viene sprecata non per apprendere, o per socializzare, ma per escogitare i mezzi, più o meno leciti, per primeggiare (o per salvarsi). Ciò produce, per altro, sentimenti diffusi di egoismo, invidia, ostilità, ossia l’esatto opposto, sul piano relazionale, di ciò che servirebbe se il fine fosse davvero la costruzione di un mondo migliore per tutti. La cooperazione agevola invece un ambiente inclusivo, in cui le differenze non solo vengono accettate, ma valorizzate, dato che ciascuno, in tale quadro, con le proprie specificità, può dare un contributo utile a sé e agli altri, favorendo la buona vita comune.
La cooperazione, certo, pur essendo un’attitudine naturale per gli esseri umani, in un contesto competitivo come quello attuale non può emergere autonomamente, in nessun àmbito. Essa va pertanto costruita, anche a scuola, attraverso una collaborazione continua tra docenti e studenti.
Il dialogo quotidiano è in merito la necessaria struttura relazionale che, soltanto, può rendere possibili nel tempo efficaci processi di apprendimento. Questi ultimi, in effetti, si rivelano profondi, quindi duraturi, solo se si realizzano mediante una costante elaborazione condivisa delle tematiche trattate.
Un’acquisizione passiva di nozioni tramite mera trasmissione unilaterale del sapere – la quale potrebbe per altro, ormai, essere fruita dagli studenti in maniera autonoma, grazie alle nuove tecnologie –, riesce infatti soltanto a produrre apprendimenti superficiali, dunque temporanei, e come tali rimossi dal cervello non appena divengono inutili ai fini della verifica.
I docenti migliori, realmente insostituibili, sono perciò solo quelli che agevolano la cooperazione dialettica tra studenti, ossia la costruzione comunitaria della conoscenza. Se ogni classe iniziasse a pensarsi come un gruppo con finalità comuni, quale dovrebbe essere anche la società, assisteremmo sicuramente a processi inclusivi molto più marcati, anziché alla sostanziale esclusione di chi è più in difficoltà, come purtroppo accade spesso oggi. Se a scuola, sin da piccoli, si imparasse infatti a cooperare, nella vita si sarebbe maggiormente portati a farlo, ossia a dare – da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni – per il bene proprio e di tutti. Se a scuola, invece, si apprende soltanto a competere individualmente per piazzarsi bene nella “classifica finale”, nella vita si sarà poi indotti a fare la stessa cosa, senza alcuna attenzione verso gli ultimi.
Per questa ragione i docenti hanno un compito fondamentale il quale, per realizzarsi, va tuttavia svolto sapendo che favorire la cooperazione costituisce un fine primario della loro attività educativa, non un mero accessorio opzionale.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
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Il mestiere di genitore non s’impara a scuola, specialmente quando si cresce un figlio con fragilità: un bambino che ha dentro di sé tutta la forza per affrontare il mondo, ma non gli stessi strumenti degli altri.
Quando i genitori affidano alla scuola la cosa più preziosa che hanno, cercano dirigenti e docenti con la schiena dritta, capaci di accettare una sfida che faccia la differenza. Insegnanti simili esistono: magari non si trovano nella scuola sotto casa, ma vale la pena cercarli per evitare di imbattersi in personale stanco o demotivato.
I docenti affrontano ostacoli enormi ogni giorno, è vero; eppure, con il giusto entusiasmo, possono farcela e fare emergere il potenziale di ogni studente. Hanno scelto la professione più complessa, ma anche quella che regala le gratificazioni umane più profonde. Nessun bello stipendio vale la luce negli occhi di uno studente che ritrova la motivazione, il sorriso di chi comprende un concetto prima “impossibile”, la gioia di un bambino finalmente accolto dai compagni o l’abbraccio di un genitore riconoscente. È la soddisfazione intima di sapere di aver fatto la differenza e lasciato un segno indelebile.
A volte, porsi come unico limite l’assenza di limiti aiuta a superare i confini apparenti e a scoprire che, oltre la fatica quotidiana, c’è semplicemente la vita.
*Genitore.
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Ci sono tragedie davanti alle quali viene spontaneo chiedersi: come è potuto accadere? È una domanda necessaria, ma forse non sufficiente. Perché quando una famiglia vive per anni accanto a una persona con una disabilità grave, il rischio è che il dolore, la fatica, la paura e il senso di solitudine diventino progressivamente una condizione di vita. E quando tutto questo si somma all’assenza o all’insufficienza delle risposte pubbliche, la situazione può diventare drammatica.
Su una cosa, però, non dovrebbero esserci equivoci: lo Stato ha una responsabilità precisa. Non può lasciare le famiglie sole e poi considerare ciò che accade soltanto come una tragedia privata.
Se i servizi non sono sufficienti, se ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto diventa una battaglia quotidiana, se il futuro della persona con disabilità continua a dipendere soprattutto dalla capacità di resistenza dei suoi genitori, quella solitudine ha anche una responsabilità istituzionale.
Ma c’è un’altra solitudine, più difficile da vedere. È quella dei genitori che devono imparare ad accettare una realtà che non avevano previsto. La disabilità di un figlio può mettere in crisi l’immagine di futuro costruita durante la gravidanza e negli anni successivi. Non significa perdere il figlio: significa dover elaborare la distanza tra il figlio immaginato e il figlio reale.
È un percorso complesso, che può attraversare incredulità, rabbia, dolore, senso di colpa, paura. E non è necessariamente lineare: può ripresentarsi ogni volta che la vita pone una nuova domanda.
Il problema è che a un certo punto il dolore può trasformarsi in senso di inadeguatezza: “non faccio abbastanza, non sono capace, avrei dovuto trovare un’altra soluzione”. E allora si cercano terapie, risposte, possibilità ovunque, talvolta anche dove non esistono. Si consumano energie, risorse economiche, relazioni.
Per questo non basta dire ai genitori: «Dovete accettare!». Bisogna chiedersi: chi li aiuta ad accettare?
Servono sostegno psicologico, servizi sociali e sanitari efficienti, associazioni, gruppi di auto-mutuo aiuto, sollievo concreto. Serve soprattutto la possibilità di fermarsi, perché nessuno può assistere, organizzare, combattere e preoccuparsi del futuro per anni senza pagare un prezzo.
Anche la coppia può finire sotto pressione. Uno dei due può diventare il caregiver quasi esclusivo, l’altro il principale sostegno economico. Si può smettere di essere compagni per diventare soltanto due persone impegnate a far funzionare una macchina familiare sempre in emergenza. E possono arrivare incomprensioni, accuse, sensi di colpa.
E poi c’è qualcuno che rischiamo di dimenticare ancora più facilmente: i fratelli e le sorelle, i cosiddetti sibling. Anche loro crescono dentro questa realtà. Possono diventare molto presto i “bambini perfetti”: bravi, autonomi, comprensivi, capaci di non chiedere troppo perché percepiscono che la famiglia ha già abbastanza problemi.
Possono provare gelosia per le attenzioni riservate al fratello o alla sorella con disabilità e sentirsi subito in colpa per averla provata. Possono vergognarsi, isolarsi, avere difficoltà a parlare della propria famiglia con gli amici. E soprattutto possono portarsi dentro una domanda che spesso nessuno raccoglie: che cosa accadrà quando i nostri genitori non ci saranno più?
Anche loro hanno bisogno di essere ascoltati. Amare un fratello non significa dover diventare automaticamente il suo futuro caregiver. E costruire la propria vita non significa abbandonarlo.
Una famiglia veramente sostenuta è una famiglia nella quale nessuno è costretto a nascondere la propria sofferenza. La disabilità non è una colpa della famiglia. E la difficoltà di accettarla non è una colpa.
Può diventarlo, però, l’abbandono di quella famiglia. Per questo non dovremmo limitarci a chiederci che cosa abbia portato a una tragedia. Dovremmo avere il coraggio di domandarci anche che cosa avremmo potuto fare prima perché quella tragedia non diventasse nemmeno pensabile. Non per giudicare chi ha sofferto. Non per sostituirci alla giustizia. Ma per prevenire.
Perché se vogliamo davvero evitare che certe tragedie possano ripetersi, dobbiamo imparare ad ascoltare le famiglie molto prima che arrivino al punto di non farcela più. E dobbiamo smettere di considerare la richiesta di aiuto come una dichiarazione di fallimento.
Una famiglia che chiede aiuto non sta ammettendo di aver fallito. Sta chiedendo alla comunità di fare la propria parte.
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