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Concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado su posto comune e di sostegno, ai sensi del Decreto ministeriale 26 ottobre 2023, n. 205 – D.D.G. n. 2939 del 09 ottobre 2025 ...

Ultime da USR Calabria - 16 Giugno 2026 - 11:26am

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Concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado su posto comune e di sostegno, ai sensi del Decreto ministeriale 26 ottobre 2023, n. 205 – D.D.G. n. 2939 del 09 ottobre 2025 ...

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Concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado su posto comune e di sostegno, ai sensi del Decreto ministeriale 26 ottobre 2023, n. 205 – D.D.G. n. 2939 del 09 ottobre 2025 ...

Ultime da USR Calabria - 16 Giugno 2026 - 9:17am

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Persone che cercano di emergere fra pari e persone che si confrontano con le realtà circostanti

Superando - 15 Giugno 2026 - 6:26pm

«Alla luce delle numerose interviste che ho condotto e che tuttora conduco nella mia rubrica “Interviste Inclusive” – scrive Marco Farina -, ho notato che la tendenza è quella di dividersi in due tipologie di persone: una che cerca di emergere fra pari e l’altra che si confronta con le realtà circostanti. Potremmo dunque dire che anche la disabilità è contraddistinta da diversi punti di vista, legati alla formazione e alle storie di vita differenti» “Facets of Rainbow” (“Sfaccettature dell’arcobaleno”)

Ho letto con attenzione l’editoriale di Filippo Visentin pubblicato nei giorni scorsi da Superando con il titolo Il vicolo cieco della visibilità: se i media scelgono quale disabilità raccontare e personalmente l’ho visto diviso a metà, con una prima parte generale e la seconda che entra maggiormente nel particolare. Mi riferisco ovviamente all’episodio citato, relativo alla lezione tenuta all’interno di un corso di formazione dedicato ai temi della disabilità e dei diritti in cui sono emersi tanti stereotipi positivi e negativi, frutto talvolta di una comunicazione distorta da parte dei media e, in altri casi, da una cattiva educazione familiare.
Alla luce delle numerose interviste che ho condotto e che tuttora conduco nella mia rubrica Interviste Inclusive, ho notato che la tendenza è quella di dividersi in due tipologie di persone: una che cerca di emergere fra pari e l’altra che si confronta con le realtà circostanti. Nel primo caso sarà probabilmente più facile emergere perché si parte tutti dallo stesso punto e verrà eletto “il migliore fra i diversi”. Nel secondo caso, invece, quello più inclusivo, ci sarà il tentativo, più o meno riuscito, di confrontarsi con la realtà che ci circonda, irta di ostacoli e difficoltà da superare, che però forgiano il carattere e spingono la persona oltre i propri limiti.
Potremmo dunque dire che anche la disabilità è contraddistinta da diversi punti di vista, legati alla formazione e alle storie di vita differenti. In altre parole dico che purtroppo – o chissà, in alcuni casi per fortuna -, riusciamo a distinguerci in vari tipi di categorie e sottocategorie ed è tutto legato non solo al modo in cui i media raccontano la realtà, ma anche di come la realtà stessa sia lo specchio, talvolta attraverso i ragazzi, altre volte per motivi diversi, di un messaggio che nel tragitto tra mittente e destinatario smarrisce la sua autenticità.
Ad ogni modo, stiamo parlando di un mondo diverso, che sta tentando di sdoganare definitivamente questi argomenti, con scelte talvolta editoriali, estetiche, provocatorie, come una sorta di DisHollywood, mix fra verità e finzione, che però qualcosa semina, in attesa che germogli.

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Un’esperienza completa da allenatore e dirigente di calcio anche per persone con disabilità visiva

Superando - 15 Giugno 2026 - 5:42pm

Un esempio concreto di come accessibilità e videogiochi possano convivere, offrendo un’esperienza inclusiva e coinvolgente per tutti gli appassionati di calcio manageriale: è “AI Manager”, videogioco calcistico manageriale progettato dal socio dell’Associazione APRI Alessandro Albano con una forte attenzione all’accessibilità

È l’APRI di Torino (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti) a segnalare AI Manager, videogioco calcistico manageriale progettato dal proprio socio Alessandro Albano con una forte attenzione all’accessibilità.
Si tratta di un gioco che nasce con l’obiettivo di permettere anche alle persone con disabilità visiva di vivere un’esperienza completa da allenatore e dirigente sportivo. Esso consente infatti di creare una nuova carriera manageriale, scegliere tra oltre 700 squadre, gestire un database con più di 19.000 calciatori, nonché guidare il proprio club verso vittorie e successi.
«AI Manager – dicono dall’APRI – rappresenta un esempio concreto di come accessibilità e videogiochi possano convivere, offrendo un’esperienza inclusiva e coinvolgente per tutti gli appassionati di calcio manageriale». (S.B.)

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Accessibilità dei musei: non un adempimento, ma un principio strutturale

Superando - 15 Giugno 2026 - 5:25pm

Verranno presentati il 23 giugno a Milano i primi risultati di una ricerca promossa dall’Associazione Abbonamento Musei, che ha coinvolto 330 musei tra Lombardia e Piemonte, nelle Province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola, indagine che rappresenta uno dei più ampi tentativi di mappatura dedicati all’accessibilità museale in un territorio vasto e articolato, con l’obiettivo non solo di raccogliere dati, ma di costruire una base di conoscenza utile a orientare interventi concreti e politiche culturali più inclusive

Un museo può dirsi davvero accessibile se una persona con disabilità incontra ostacoli lungo il percorso di visita? E quanto sono accoglienti i luoghi della cultura per le famiglie con bambini nella fascia 0-6 anni? Sono alcune delle domande al centro di una ricerca promossa dall’Associazione Abbonamento Musei nell’àmbito dei programmi strategici di Fondazione Cariplo Anita – L’infanzia prima e Destinazione Autonomia, che ha coinvolto 330 musei tra Lombardia e Piemonte, nelle Province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola. I primi risultati saranno presentati il 23 giugno prossimo nel Salone d’Onore della Triennale Milano, durante l’incontro denominato Il museo che accoglie: scenari e sfide dell’accessibilità nei luoghi della cultura, una giornata di studio e confronto dedicata a comprendere come rendere gli spazi culturali più inclusivi e partecipati (a questo link è disponibile il programma completo).
L’indagine rappresenta dunque uno dei più ampi tentativi di mappatura dedicati all’accessibilità museale in un territorio vasto e articolato. L’obiettivo non è soltanto raccogliere dati, ma costruire una base di conoscenza utile a orientare interventi concreti e politiche culturali più inclusive.

Ad aprire i lavori, il 23 giugno, saranno Carla Morogallo, direttrice generale di Triennale Milano, e Alberto Garlandini, presidente dell’Associazione Abbonamento Musei. La ricerca verrà introdotta da Cinzia Portelli, responsabile di Lombardia e Sviluppo AM Family di Abbonamento Musei, che illustrerà obiettivi e metodologia del percorso avviato nell’ambito dei due programmi strategici sostenuti da Fondazione Cariplo. Seguirà l’intervento di Elena Pessina, responsabile per lo sviluppo dei progetti in Lombardia di Abbonamento Musei, che presenterà la risposta dei musei al sondaggio e offrirà una prima fotografia del livello di partecipazione registrato dall’indagine.

Uno dei focus principali riguarda i bambini da 0 a 6 anni, una fascia d’età spesso poco considerata nella progettazione culturale. Attraverso il citato programma Anita – L’infanzia prima, la ricerca analizza bisogni, esperienze e pratiche sviluppate dai musei per accogliere le famiglie con bambini piccoli, evidenziando opportunità e criticità.
A presentare questa parte dell’indagine saranno Paola Borrione, presidente della Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura, insieme a Giulia Avanza e Camilla Lo Schiavo, che illustreranno i dati raccolti e le esperienze emerse dai territori.
L’attenzione alla prima infanzia rappresenta oggi una delle frontiere più innovative delle politiche culturali. Numerosi studi dimostrano infatti come l’accesso precoce alla cultura possa favorire lo sviluppo cognitivo, relazionale ed emotivo dei bambini, contribuendo a ridurre le disuguaglianze educative fin dai primi anni di vita.

L’altro grande tema affrontato dalla ricerca riguarda l’accessibilità per le persone con disabilità, rispetto alla quale non si tratta soltanto di eliminare gli ostacoli architettonici, ma di ripensare l’intera esperienza museale secondo i princìpi del design universale, affinché spazi, contenuti e servizi possano essere fruiti dal maggior numero possibile di persone. A questo tema sarà dedicato l’intervento della museologa ed esperta di accessibilità Maria Chiara Ciaccheri.
Negli ultimi anni, del resto, il concetto di accessibilità si è progressivamente ampliato fino a comprendere dimensioni fisiche, sensoriali, cognitive e relazionali. Un museo accessibile, infatti, non è soltanto un luogo in cui si entra senza ostacoli, ma uno spazio in cui ogni visitatore può comprendere, partecipare e sentirsi accolto.

L’incontro del 23 giugno si concluderà con una riflessione sulle prospettive future dei programmi strategici Anita e Destinazione Autonomia. Andrea Rebaglio, direttore dell’Area Attività Filantropiche Trasversali di Fondazione Cariplo, illustrerà scenari e sviluppi delle iniziative, evidenziando il ruolo della cultura come strumento di inclusione sociale e partecipazione.
Le conclusioni saranno affidate a Simona Ricci, direttrice dell’Associazione Abbonamento Musei.

Questa ricerca arriva in un momento in cui il tema dell’accessibilità culturale occupa un posto sempre più centrale nel dibattito pubblico. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce infatti il diritto alla partecipazione alla vita culturale in condizioni di uguaglianza con gli altri cittadini. Allo stesso modo, le più recenti politiche educative sottolineano l’importanza di garantire ai bambini opportunità culturali accessibili fin dalla prima infanzia.
In questo contesto, la mappatura promossa dall’Associazione Abbonamento Musei e dalla Fondazione Cariplo assume un valore che va oltre il settore museale. I dati raccolti, infatti, non raccontano soltanto quanto siano accessibili i luoghi della cultura, ma offrono una misura della capacità delle comunità di includere persone con caratteristiche, bisogni ed esperienze differenti.
La sfida che emerge è chiara: passare dall’accessibilità come adempimento all’accessibilità come principio strutturale. Perché un museo che accoglie davvero non elimina soltanto le barriere, ma riconosce la diversità come parte integrante della propria missione culturale e sociale.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Per ulteriori informazioni sull’incontro del 23 giugno a Milano: maralinda.degiovanni@ddlstudio.net (Mara Linda Degiovanni).

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Valentina Bazzani: una ribelle con le ali ai piedi

Superando - 15 Giugno 2026 - 4:48pm

Giornalista, autrice, comunicatrice, Valentina Bazzani ha trasformato la propria esperienza in uno strumento di riflessione, senza mai permettere che la disabilità diventasse l’unica chiave di lettura della propria identità. C’è un tema che ne attraversa tutta l’esperienza ed è quello del riconoscimento: essere viste, ascoltate e considerate per ciò che si è realmente. Non persone eccezionali da ammirare, né soggetti fragili da proteggere, ma cittadini, professionisti, donne con desideri, aspirazioni e progetti Valentina Bazzani

Non ama essere raccontata come un esempio di coraggio. E forse è proprio da qui che bisogna partire per raccontare Valentina Bazzani.
Giornalista veronese, autrice, comunicatrice e oggi impegnata nel settore della promozione artistica e dell’organizzazione di eventi, Valentina è una di quelle persone che hanno scelto di trasformare la propria esperienza in uno strumento di riflessione, senza mai permettere che la disabilità diventasse l’unica chiave di lettura della propria identità.
«Sono soddisfatta della mia vita e del mio lavoro», mi dice. La sua voce è pacata e mi ispira una grande serenità. Una soddisfazione la sua, che però non ha nulla di casuale o di scontato. Dietro ai traguardi raggiunti ci sono anni di impegno, studio, determinazione, ma anche difficoltà e delusioni. Porte chiuse in faccia, occasioni negate, silenzi che spesso fanno più rumore di un rifiuto esplicito. Esperienze che molte persone con disabilità conoscono bene e che Valentina non nasconde, pur senza lasciarsene definire.

La sua storia professionale è legata alla comunicazione. Laureata in Giornalismo e iscritta all’Ordine, ha successivamente completato anche un percorso triennale in counseling professionale, un’esperienza che le ha permesso di approfondire l’ascolto e di esplorare più da vicino le dinamiche legate alle relazioni umane. Nel corso degli anni ha collaborato con enti pubblici, associazioni, uffici stampa, testate giornalistiche e realtà culturali, occupandosi di comunicazione digitale, organizzazione di eventi e creazione di contenuti.
Fin da giovanissima ha sentito il bisogno di scrivere e raccontare. Lo ha fatto attraverso articoli, libri, interventi pubblici e, più recentemente, attraverso i social network, diventati uno spazio in cui continuare a proporre riflessioni e stimolare confronti.
Nel 2020, durante il lockdown, ha dato vita anche alla rubrica online Quattro chiacchiere con…, che nel tempo si è trasformata in un luogo di incontro con artisti, scrittori, musicisti, attori e protagonisti della cultura italiana. Un progetto che racconta bene la sua curiosità verso le persone e le loro storie.

Tra le sue opere più note vi è Quattro ruote e tacco 12, un libro che sfugge alle definizioni tradizionali. Non si tratta infatti di una semplice autobiografia, ma di una raccolta di pensieri, racconti, poesie e riflessioni che affrontano temi come l’identità, la femminilità, l’autonomia e il desiderio di essere riconosciuti per ciò che si è.
Il messaggio che ne attraversa le pagine è chiaro: una donna con disabilità è prima di tutto una donna. Può sembrare un’affermazione ovvia, ma non sempre lo è nella realtà quotidiana. Ancora oggi, infatti, molte donne con disabilità si trovano a dover combattere contro uno sguardo sociale che tende a vedere la condizione di disabilità prima della persona, e la persona prima della donna.

All’insegna dell’ironia: una delle vignette pubblicate nel web da Valentina Bazzani

È proprio questo uno dei temi che Valentina continua a portare avanti con convinzione. Non una battaglia combattuta attraverso slogan, ma attraverso il racconto delle esperienze concrete, delle relazioni, delle aspettative e dei pregiudizi che ancora accompagnano la vita di tante persone.
Tra le pagine del suo libro, impreziosito anche dalla prefazione del noto musicista Giovanni Allevi (la si può leggere a questo link) alle cui parole si ispira anche il titolo del presente contributo, emerge un’ulteriore riflessione particolarmente significativa: in uno dei testi raccolti nel volume, la malattia viene descritta come «un’inquilina scomoda entrata nella sua vita senza chiedere permesso». Una presenza che Valentina chiama semplicemente Lei, capace di cambiare molte cose, di sottrarre opportunità e imporre limiti, ma non di cancellare la libertà più importante: quella di scegliere come vivere [il brano “Lei” si può leggere integralmente a questo link, N.d.R.].
«Se anche lei ha cambiato la mia vita, sono io che posso decidere come gestirla», scrive. Una frase che restituisce bene il senso del suo percorso. Non l’attesa di una soluzione miracolosa, né la retorica del “volere è potere” e di tanto pensiero positivo, ma la ricerca quotidiana di uno spazio di autodeterminazione dentro una condizione che non ha scelto.
Anche sui social media, accanto a riflessioni personali, pubblica infatti vignette e contenuti ironici che raccontano episodi della vita quotidiana delle persone con disabilità. L’ironia diventa così uno strumento per smontare stereotipi, evidenziare contraddizioni e mostrare quanto spesso siano i pregiudizi, più che le condizioni individuali, a creare ostacoli.

Nel corso degli anni il suo lavoro ha avuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Menzione Speciale Genio della Donna del Premio Giornalistico Nazionale UCSI (Unione Cattolica della Stampa Italiana) nel 2023 e i riconoscimenti ottenuti negli e-contest promossi da SuperAbile INAIL. Traguardi che testimoniano la qualità del suo impegno professionale e culturale.
Durante la nostra conversazione è emerso con forza un tema che attraversa tutta la sua esperienza: quello del riconoscimento. Essere viste, ascoltate e considerate per ciò che si è realmente. Non persone eccezionali da ammirare, né soggetti fragili da proteggere, ma cittadini, professionisti, donne con desideri, aspirazioni e progetti.
E forse è proprio questa la lezione più interessante che emerge dalla storia di Valentina Bazzani. Non l’idea di una vita senza difficoltà, ma quella di una vita costruita giorno dopo giorno, con fatica e determinazione, senza rinunciare alla propria identità. Una vita che rivendica il diritto di essere raccontata nella sua interezza, al di là delle etichette. Perché, come ci ricorda il titolo del suo libro, una persona può muoversi su quattro ruote e continuare a scegliere liberamente anche il proprio tacco 12.

A questo link è disponibile una nota biografica di Valentina Bazzani, a quest’altro link il testo della sua poesia Dolcissimo vivere.

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Concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado su posto comune e di sostegno, ai sensi del Decreto ministeriale 26 ottobre 2023, n. 205 – D.D.G. n. 2939 del 09 ottobre 2025 ...

Ultime da USR Calabria - 15 Giugno 2026 - 2:42pm

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Un Master di Secondo Livello in Pedagogia della Sordità

Superando - 15 Giugno 2026 - 2:02pm

Un percorso teorico-pratico sulle conoscenze specifiche della riabilitazione della sordità infantile in àmbito pedagogico: è la proposta del Primo Master di Secondo Livello in Pedagogia della Sordità avviato dall’Università degli Studi dell’Insubria, in collaborazione con la FAV (Fondazione Audiologica Varese) e con il Servizio di Audiovestibologia dell’ASST Sette Laghi, iniziativa già da noi segnalata qualche mese fa e per le quale le iscrizioni sono aperte fino al 17 luglio

Sono aperte le iscrizioni al Primo Master di Secondo Livello in Pedagogia della Sordità avviato dall’Università degli Studi dell’Insubria, in collaborazione con la FAV (Fondazione Audiologica Varese) e con il Servizio di Audiovestibologia dell’ASST Sette Laghi, iniziativa già da noi segnalata qualche mese fa.
Si tratta di un percorso teorico-pratico sulle conoscenze specifiche della riabilitazione della sordità infantile in àmbito pedagogico, iniziativa rivolta a laureati e laureate in possesso di Laurea Specialistica in Scienze Pedagogiche, oppure Laurea Specialistica in Programmazione e Gestione dei Servizi Educativi, o ancora del Corso di Laurea Magistrale quinquennale a Ciclo Unico in Scienze della Formazione Primaria. Aperto a un massimo di 30 studenti/studentesse, il Master si protrarrà per 12 mesi con inizio indicativamente nel prossimo mese di settembre e le iscrizioni saranno aperte fino al 17 luglio.
Dal canto suo, la Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano ha messo a disposizione alcune borse di studio e facilitazioni per l’alloggio di studenti fuori sede a copertura parziale della quota di partecipazione (per informazioni: attivita@pioistitutodeisordi.org). (S.B.)

Ringraziamo l’Associazione InCerchio per la collaborazione.

Per tutte le informazioni di dettaglio e per scaricare il bando, accedere a questo link.

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Genova diventerà il 18 giugno la capitale del turismo inclusivo e accessibile

Superando - 15 Giugno 2026 - 1:38pm

Il 18 giugno prossimo, approderà a Genova il confronto internazionale sul tema “Destinazioni turistiche inclusive e smart: strategie per l’innovazione”, con la partecipazione di rappresentanti delle Istituzioni europee e nazionali, organismi internazionali, mondo associativo, operatori del settore ed esperti impegnati nella promozione del diritto al turismo per tutte e tutti. A organizzare l’evento l’ENAT, la Rete Europea per il Turismo Accessibile, AccessibleEU, struttura dell’Unione Europea e l’Associazione AISM Si terrà presso l’Acquario di Genova l’incontro internazionale del 18 giugno dedicato al turismo inclusivo e accessibile

Il 18 giugno prossimo, la città di Genova diverrà “la capitale del turismo inclusivo e accessibile”, se è vero che in quella giornata approderà nel capoluogo della Liguria il confronto internazionale su tali temi denominato Destinazioni turistiche inclusive e smart: strategie per l’innovazione, con la partecipazione di rappresentanti delle Istituzioni europee e nazionali, organismi internazionali, mondo associativo, operatori del settore ed esperti impegnati nella promozione del diritto al turismo per tutte e tutti.
Ospitato presso l’Acquario di Genova (Porto Antico, Ponte Spinola 16), l’evento sarà dunque una preziosa occasione di dialogo e confronto sui temi dell’accessibilità, dell’inclusione e dell’innovazione nel turismo, il tutto con l’organizzazione dell’ENAT, la Rete Europea per il Turismo Accessibile, insieme ad AccessibleEU, il Centro dell’Unione Europea dedicato alla promozione dell’accessibilità e all’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla).

Come detto, interverranno per l’occasione rappresentanti della Commissione Europea, di UN Tourism, l’organizzazione mondiale del Turismo, delle città premiate da European Capitals of Tourism, iniziativa dell’Union Europea volta a premiare le pratiche turistiche smart e sostenibili nel nostro Continente, oltreché del Ministero del Turismo, del Ministero per le Disabilità, della Regione Liguria, del Comune di Genova e delle principali organizzazioni impegnate nella promozione del turismo accessibile a livello europeo e internazionale.
Al centro dei lavori vi sarà segnatamente la costruzione di destinazioni sempre più accessibili e inclusive, capaci di garantire a tutte le persone il pieno esercizio del diritto alla mobilità, alla cultura e all’esperienza turistica.

Alle ore 11 del 18 giugno sarà altresì previsto un punto stampa con Anna Grazia Laura, presidente dell’ENAT; Igor Stefanovic, rappresentante di UN Tourism; Luca Lombardi, assessore al Turismo della Regione Liguria; Tiziana Beghin, assessora al Turismo del Comune di Genova; Mario Alberto Battaglia, direttore generale dell’AISM. (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’evento, per partecipare al quale è obbligatoria la registrazione (tramite questo link). Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbarerba@gmail.com.

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Concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado su posto comune e di sostegno, ai sensi del Decreto ministeriale 26 ottobre 2023, n. 205 – D.D.G. n. 2939 del 09 ottobre 2025 ...

Ultime da USR Calabria - 15 Giugno 2026 - 1:18pm

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Accompagnamento al Lavoro e disabilità: il rischio dell’inclusione apparente e la sfida del lavoro vero

Superando - 15 Giugno 2026 - 1:07pm

«I SAL (Servizi di Accompagnamento al Lavoro) possono essere una risposta all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità – scrive Massimo Rolla in questo suo approfondimento – solo se sono orientati al lavoro vero, se dialogano con il collocamento mirato, se accompagnano anche le imprese, se misurano i risultati e se non si accontentano di percorsi senza sbocco. Altrimenti rischiano di diventare un’altra tappa dell’emarginazione, magari più gentile, più organizzata, più istituzionale, ma pur sempre emarginazione»

Il tema dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità continua ad essere uno dei banchi di prova più importanti per misurare la reale capacità del nostro sistema di trasformare i diritti in opportunità concrete. Non basta, infatti, affermare il diritto al lavoro. Non basta richiamare la Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili). E non basta nemmeno parlare, genericamente, di collocamento mirato. Occorre chiedersi se gli strumenti che abbiamo siano davvero in grado di accompagnare le persone verso un lavoro dignitoso, stabile, coerente con le loro competenze e non ridotto a esperienza occasionale, assistenziale o meramente simbolica.
In questo quadro, i SAL, i Servizi di Accompagnamento al Lavoro, possono rappresentare una risposta importante. Ma occorre essere chiari: non sono la soluzione. Possono essere una soluzione, se inseriti dentro un sistema più ampio, integrato e orientato agli esiti. Se invece restano un percorso separato, non collegato in modo stabile al collocamento mirato, ai Centri per l’Impiego, ai servizi sociali e sanitari, alla formazione professionale e al mondo produttivo, rischiano di diventare l’ennesimo luogo intermedio nel quale la persona con disabilità viene presa in carico, accompagnata, osservata, ma non realmente inclusa.

In direzione virtuosa si colloca anche una recente iniziativa istituzionale che merita attenzione. L’Assemblea del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) ha approvato un Disegno di Legge presentato dal proprio consigliere Vincenzo Falabella (anche presidente della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che interviene sull’articolo 1 del Decreto Legislativo 151/15, con l’obiettivo di rafforzare gli accordi territoriali per l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità [se ne legga già anche su queste pagine, N.d.R.].
Tale proposta punta a rendere più efficace il collegamento tra scuola, formazione, servizi per l’impiego e imprese, favorendo percorsi personalizzati di inserimento lavorativo e una transizione più fluida dalla scuola al lavoro. Al centro del provvedimento vi è il potenziamento della collaborazione tra istituzioni, parti sociali, Terzo Settore e sistema produttivo locale, nella consapevolezza che il collocamento mirato possa esprimere pienamente la propria funzione solo quando opera all’interno di una rete stabile e coordinata.
Si tratta certamente di un passo significativo perché riconosce che l’inclusione lavorativa non dipende da un singolo intervento, ma dalla capacità di costruire percorsi continui e condivisi, riducendo il divario che ancora oggi separa molti giovani con disabilità dall’accesso a un’occupazione stabile, qualificata e coerente con le proprie competenze.
«Il Disegno di Legge approvato al CNEL – ha commentato Falabella in sede di presentazione dello stesso -, è un altro passo in avanti per rendere il sistema Paese sempre più rispondente ai bisogni delle cittadine e dei cittadini con disabilità, intervenendo su uno dei nodi più critici: la transizione dalla scuola al lavoro. L’intervento legislativo mira infatti a sanare quello che viene definito un vero e proprio “baratro inclusivo”, ovvero quella fase critica in cui, conclusa la scuola, molti giovani e le loro famiglie si ritrovano privi di strumenti adeguati all’accesso all’occupazione».

Il lavoro, dunque, per una persona con disabilità, non può essere pensato come concessione, favore o semplice adempimento normativo. All’articolo 27 (Lavoro e occupazione), la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità parla del diritto al lavoro in un mercato e in un ambiente lavorativo aperto, inclusivo e accessibile. È un passaggio decisivo, perché sposta l’attenzione dalla mera occupazione alla qualità dell’inclusione. Non si tratta infatti soltanto di “mettere al lavoro” una persona, ma di consentirle di partecipare alla vita professionale con dignità, possibilità di crescita, relazioni paritarie e riconoscimento delle proprie capacità.
Anche la già citata Legge 68/99, spesso letta in maniera riduttiva come “disciplina delle quote di riserva”, nasce in realtà con un’impostazione molto più avanzata. Il collocamento mirato non è una semplice procedura amministrativa, è, o dovrebbe essere, un insieme di strumenti tecnici e di supporto che consentano di valutare adeguatamente le capacità lavorative della persona e di inserirla nel posto più adatto, attraverso analisi delle mansioni, forme di sostegno, azioni positive e soluzioni dei problemi connessi agli ambienti, agli strumenti e alle relazioni di lavoro.
Qui si colloca il possibile valore dei SAL. La loro funzione migliore è quella di fare da ponte tra la persona e il mondo del lavoro, evitando che l’inserimento sia lasciato al caso, alla disponibilità del singolo datore o alla sola logica dell’obbligo assunzionale. Un buon servizio di accompagnamento al lavoro dovrebbe conoscere la persona, comprenderne competenze, aspettative, limiti, autonomie, desideri, bisogni di supporto e condizioni di contesto. La disabilità, da sola, non dice quasi nulla sulla mansione giusta. In altre parole, non basta conoscere una diagnosi o una percentuale di invalidità. Occorre conoscere la persona.

Questo è un punto centrale. Troppo spesso, infatti, i percorsi di inserimento lavorativo vengono costruiti intorno a categorie: disabilità fisica, intellettiva, psichica, sensoriale, invalidità civile, Legge 104, percentuale, certificazione. Sono elementi importanti, ma non sufficienti. Due persone con la stessa diagnosi possono avere competenze, autonomie, desideri e difficoltà completamente differenti. Il collocamento mirato diventa realmente tale solo quando riesce a superare la logica della scheda e ad arrivare alla progettazione individualizzata.
Allo stesso tempo, però, non basta lavorare sulla persona. Bisogna lavorare anche sull’impresa. Questo è forse uno degli aspetti più trascurati. Spesso si pensa che sia la persona con disabilità a doversi preparare al lavoro, adattare al contesto, dimostrare di essere pronta. Ma l’inclusione richiede anche aziende preparate, tutor formati, colleghi sensibilizzati, mansioni ben analizzate, ambienti accessibili, tecnologie adeguate, flessibilità organizzativa e capacità di gestire eventuali criticità.
Un inserimento lavorativo può fallire non perché la persona “non è adatta”, ma perché il contesto non è stato preparato. Può fallire perché la mansione non è stata pensata correttamente, perché il tutor aziendale non è stato formato, perché i colleghi non hanno compreso il senso dell’inserimento, perché non sono stati previsti accomodamenti ragionevoli, perché nessuno ha mediato nei primi momenti di difficoltà. In questi casi non fallisce la persona. Fallisce il sistema.
Per questo i SAL possono essere utili solo se assumono una funzione dinamica: non semplici gestori di tirocini o borse lavoro, ma soggetti capaci di costruire percorsi, accompagnare le imprese, monitorare gli inserimenti e intervenire quando emergono problemi. Il momento decisivo, infatti, non è soltanto l’avvio dell’esperienza lavorativa. È la tenuta nel tempo. L’inclusione non si misura il primo giorno, ma dopo sei mesi, dopo un anno, quando la persona è ancora lì, riconosciuta come lavoratrice, integrata nel gruppo e messa nelle condizioni di esprimere il proprio potenziale.
Il rischio da evitare, quindi, è quello della “zona grigia” tra assistenza e lavoro. In molti territori esistono esperienze positive, costruite con professionalità e sensibilità. Ma esiste anche il rischio di percorsi che si susseguono senza sbocco: tirocini ripetuti, borse lavoro, attività temporanee, progetti che impegnano la persona ma non la conducono a un contratto, a una stabilità, a un riconoscimento professionale. In questi casi il sistema rischia di produrre inclusione apparente. La persona è coinvolta, ma resta ai margini del lavoro vero.
Per questo servono dati, monitoraggio e valutazione degli esiti. Non basta sapere quanti percorsi sono stati avviati. Bisogna sapere quanti si sono trasformati in rapporti di lavoro, quanti hanno avuto continuità, quanti hanno riguardato persone con maggiori necessità di sostegno, quanti hanno coinvolto il mercato ordinario, quanti hanno previsto accomodamenti ragionevoli, quanti sono stati interrotti e per quali ragioni. Senza questa analisi, ogni valutazione resta incompleta.
La domanda, allora, non dovrebbe essere solo «quante persone abbiamo preso in carico?», ma dovrebbe essere «quante persone abbiamo realmente accompagnato verso una vita lavorativa più autonoma, dignitosa e stabile?». Certo, una domanda più scomoda, ma anche più utile.

C’è poi un tema culturale che non può essere ignorato. Ancora oggi, in molte realtà, la persona con disabilità viene vista prima per il suo limite e solo dopo, forse, per le sue competenze. La quota d’obbligo viene percepita come peso, l’accomodamento ragionevole viene scambiato per privilegio e la flessibilità organizzativa viene vissuta come problema. Questa impostazione va ribaltata: l’inclusione lavorativa non è un atto di generosità, ma un investimento in capitale umano, giustizia sociale e qualità dell’organizzazione.
Naturalmente non bisogna cadere nell’errore opposto, cioè raccontare una retorica semplicistica secondo cui ogni inserimento è facile e ogni difficoltà dipende solo dal pregiudizio. Alcune situazioni richiedono sostegni importanti, tempi lunghi, mediazioni complesse, adattamenti significativi. Ma proprio per questo serve un sistema competente, non improvvisato. La complessità non giustifica l’esclusione, impone progettazione.

Per aiutare davvero le persone con disabilità a non essere emarginate nel mondo del lavoro occorrono pertanto almeno cinque condizioni.
La prima è una presa in carico personalizzata, capace di partire dalla persona e non dalla categoria. La seconda è il coinvolgimento attivo delle imprese, che devono essere accompagnate e formate, non solo chiamate a rispettare un obbligo. La terza è l’effettività degli accomodamenti ragionevoli, senza i quali il diritto al lavoro resta spesso formale. La quarta è il monitoraggio dopo l’inserimento, perché l’inclusione va seguita nel tempo. La quinta è la valutazione degli esiti, indispensabile per capire quali interventi funzionano e quali invece producono solo percorsi temporanei.
È in questa prospettiva che i SAL possono avere un ruolo significativo. Non come risposta salvifica, ma come parte di una filiera seria. Non come luogo separato dal lavoro, ma come strumento per arrivare al lavoro. Non come contenitore di fragilità, ma come laboratorio di competenze, relazioni e opportunità.
La vera sfida è passare dalla logica dell’inserimento alla logica dell’appartenenza. Inserire una persona significa farla entrare in un luogo. Farla appartenere significa riconoscerla come parte di quel luogo. Il diritto al lavoro delle persone con disabilità si gioca esattamente qui: non nella presenza formale, ma nella partecipazione reale.

Per questo la domanda iniziale — «i SAL sono la soluzione?» — merita una risposta prudente, ma positiva. I SAL possono essere una soluzione, ma solo se sono orientati al lavoro vero, se dialogano con il collocamento mirato, se accompagnano anche le imprese, se misurano i risultati e se non si accontentano di percorsi senza sbocco. Altrimenti rischiano di diventare un’altra tappa dell’emarginazione, magari più gentile, più organizzata, più istituzionale, ma pur sempre emarginazione.
Il lavoro, invece, dev’essere altro: riconoscimento, autonomia, relazione, cittadinanza. E ogni servizio pubblico, ogni impresa, ogni istituzione dovrebbe essere valutata anche da questo: dalla capacità di non lasciare le persone con disabilità ai margini, ma di costruire con loro un posto reale nella comunità produttiva e sociale. Il vero indicatore di efficacia di qualsiasi politica per l’inclusione non è infatti il numero delle prese in carico o dei progetti avviati, ma la capacità di generare appartenenza, autonomia e partecipazione. È lì che si misura la qualità di una società realmente inclusiva.

*Garante dei Diritti delle Persone con Disabilità della Regione Umbria; componente del Centro Studi Giuridici della FISH (Federazione Italiana per i Diritti dell4e Persone con Disabilità e Famiglie).

L'articolo Accompagnamento al Lavoro e disabilità: il rischio dell’inclusione apparente e la sfida del lavoro vero proviene da Superando.

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