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“ExpoAid 2026” a Rimini: in ogni Persona le potenzialità e non i limiti

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Oltre 50 seminari, numerosi corsi e laboratori, per accendere il focus su temi fondamentali quali il lavoro, l’autonomia e la vita indipendente, lo sport, le malattie rare, il Progetto di Vita, le nuove tecnologie, le situazioni di emergenza e molto altro: sarà questo, dal 25 al 27 giugno a Rimini, “ExpoAid 2026 – ‘io, Persona di valore’”, nuova edizione del principale evento nazionale istituzionale che coinvolgerà persone, famiglie, professionisti e il mondo del Terzo Settore e dell’associazionismo italiano che si occupa di disabilità

Oltre 50 seminari, corsi e laboratori con autorevoli moderatori e relatori, per accendere il focus su temi fondamentali quali il lavoro, l’autonomia e la vita indipendente, lo sport, le malattie rare, il Progetto di Vita, le nuove tecnologie, le situazioni di emergenza e molto altro: sarà questo, dal 25 al 27 giugno a Rimini, ExpoAid 2026 – “io, Persona di valore”, nuova edizione del principale evento nazionale istituzionale che coinvolgerà persone, famiglie, professionisti e il mondo del Terzo Settore e dell’associazionismo italiano che si occupa di disabilità, promosso dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. «Una nuova grande sfida – sottolinea la stessa Locatelli – e, al tempo stesso, una straordinaria opportunità per mostrare concretamente il valore di ogni persona. Ci ritroveremo a Rimini per confrontarci e scambiare buone pratiche, ma anche per costruire spazi di partecipazione, dove istituzioni, associazioni, imprese e cittadini possano lavorare insieme per promuovere l’inclusione e il diritto di tutti a partecipare pienamente alla vita delle nostre comunità. Insieme vogliamo cambiare prospettiva e vedere in ogni Persona le potenzialità e non i limiti».

Rimandando Lettori e Lettrici al programma completo della tre giorni in Romagna (a questo link), ricordiamo qui che per quanto riguarda i laboratori (lavorazione della stoffa, costruzione di strumenti musicali, preparazione di biscotti e piadine), essi coinvolgeranno direttamente alcune persone con disabilità che saranno gli insegnanti di tecniche e metodologie per tutti gli iscritti al corso.
Al Palacongressi, inoltre, la ristorazione sarà interamente gestita da Associazioni provenienti da tutta Italia, con il supporto della Federazione Italiana Cuochi, e sarà gratuita per tutti i partecipanti, mentre l’anfiteatro dello stesso Palacongressi ospiterà proiezioni dedicate al mondo del cinema, tra cortometraggi e video, mentre all’esterno sarà allestita una Via dello sport con attività dimostrative e la possibilità di provare discipline come arrampicata, scherma, yoga.
Grazie infine alla collaborazione con l’Ausl Romagna, sarà attiva una rete sociosanitaria strutturata, con punto di primo intervento, assistenza per protesi e ausili e supporto tecnico per eventuali necessità, inclusa la manutenzione delle carrozzine. E nell’àmbito di tale rete ci sarà anche Lo spazio degli amici, dedicato ad attività di intrattenimento e momenti di socialità, anche all’aperto e sulla spiaggia per persone con disabilità. (S.B.)

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il programma completo di ExpoAid 2026 – “io, Persona di valore”.

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“Turismo Autism Friendly”: per rendere la vacanza un’esperienza serena, comprensibile e rassicurante

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Si chiama “Turismo Autism Friendly: inclusivo in ogni luogo, in ogni spazio” ed è un progetto sviluppato nelle Marche con cui si punta a costruire un modello regionale innovativo di turismo accessibile, capace di rispondere concretamente ai bisogni delle persone con disturbo dello spettro autistico, disabilità cognitive e sensoriali e delle loro famiglie. Ne parliamo con la Fondazione ARCA (Autismo Relazione Cultura e Arte) di Senigallia (Ancona) che ha promosso l’iniziativa Un momento della presentazione del progetto “Turismo Autism Friendly: inclusivo in ogni luogo, in ogni spazio”, nello stand della Regione Marche al “BIT di Milano 2026”

È un progetto promosso nelle Marche dalla Fondazione ARCA (Autismo Relazione Cultura e Arte) di Senigallia (Ancona)e punta a costruire un modello regionale innovativo di turismo accessibile, capace di rispondere concretamente ai bisogni delle persone con disturbo dello spettro autistico, disabilità cognitive e sensoriali e delle loro famiglie. Si chiama Turismo Autism Friendly: inclusivo in ogni luogo, in ogni spazio e ne parliamo con la stessa Fondazione ARCA.

Da quale esigenza nasce questa iniziativa?
«Dalla consapevolezza che il diritto alla vacanza e alla piena partecipazione alla vita sociale debba essere garantito a tutti e tutte, superando le barriere che ancora oggi limitano l’accesso a esperienze turistiche serene, sicure e realmente inclusive. Nello specifico delle persone con disturbo dello spettro autistico, esse rappresentano una realtà estremamente eterogenea e numericamente significativa, con esigenze di accesso, comunicazione, orientamento e gestione degli ambienti che variano profondamente da persona a persona, coinvolgendo direttamente anche le famiglie e i caregiver, che spesso rinunciano a esperienze di viaggio o limitano i propri spostamenti a contesti familiari a causa della carenza di strutture realmente preparate ad accogliere bisogni specifici. Per questo motivo abbiamo scelto di investire in un progetto pilota che possa produrre un cambiamento culturale e organizzativo duraturo, intervenendo sulla formazione degli operatori, sull’adattamento degli ambienti e sulla costruzione di una rete territoriale stabile e qualificata».

Nel dettaglio, dunque, quali sono le principali caratteristiche del progetto?
«Già presentato nel febbraio scorso alla BIT di Milano 2026, presso lo stand della Regione Marche, il progetto si fonda su un approccio integrato che unisce formazione specialistica, accessibilità cognitiva e sensoriale, innovazione tecnologica e partecipazione diretta delle persone autistiche e delle loro famiglie. Un ruolo centrale sarà svolto dalla formazione, rivolta sia agli operatori del settore turistico sia ai familiari e ai caregiver coinvolti nella sperimentazione. I percorsi saranno realizzati da professionisti con competenze specifiche nell’ambito dell’autismo, della CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) e dell’ABA (Analisi Applicata del Comportamento), per consentire di trasferire strumenti concreti utili a migliorare l’accoglienza, la comunicazione e la gestione delle situazioni che possono emergere durante un soggiorno turistico».
Parallelamente verrà avviato un percorso di coprogettazione che vedrà protagonisti gli stessi utenti e le loro famiglie nella definizione di un innovativo Toolkit Turismo Autism Friendly. L’obiettivo è sviluppare strumenti realmente efficaci e personalizzati, capaci di supportare la permanenza nelle strutture ricettive e aumentare il benessere e l’autonomia delle persone coinvolte. In tal senso saranno predisposti ausili in CAA, tabelle di comunicazione, storie sociali, task analysis e risorse digitali dedicate alle autonomie personali, domestiche e sociali. Le strutture aderenti potranno inoltre utilizzare strumenti tecnologici specifici, come il comunicatore Blue(2) e dispositivi digitali destinati a favorire la sicurezza, l’orientamento e la comunicazione».

E per quanto riguarda gli ambienti?
«Anche ad essi sarà dedicata una particolare attenzione. Verranno infatti progressivamente ripensati secondo criteri di accessibilità cognitiva e sensoriale, con l’introduzione di accorgimenti acustici e luminosi, sistemi di comunicazione visiva e linguaggi semplificati, oltre a spazi dedicati al rilassamento e alla regolazione sensoriale.
In poche parole, la vacanza dovrà diventare un’esperienza prevedibile, comprensibile e rassicurante, capace di ridurre situazioni di stress e favorire una partecipazione piena e consapevole.
Un altro elemento qualificante del progetto riguarda poi la comunicazione accessibile. Le informazioni relative alle strutture, ai servizi e alle opportunità del territorio saranno infatti rese disponibili attraverso linguaggi Easy to Read (“facili da leggere e da comprendere”) e strumenti digitali facilmente fruibili, affinché l’esperienza di accoglienza inizi prima dell’arrivo e continui durante e dopo il soggiorno. In quest’ottica saranno realizzati contenuti multimediali, reel, video modeling e materiali informativi che consentiranno alle famiglie di conoscere in anticipo gli ambienti, le attività e le modalità di fruizione dei servizi, contribuendo a ridurre incertezza e ansia».

Nello spazio web dedicato al progetto, si parla anche di inclusione lavorativa delle persone con disturbo dello spettro autistico. Che cosa si intende esattamente?
«Effettivamente l’iniziativa guarda anche all’inclusione sociale e lavorativa delle persone con disturbo dello spettro autistico, attraverso la definizione di protocolli dedicati ai Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento e ai Tirocini di inclusione sociale. Grazie poi al coinvolgimento della figura del disability manager e all’attivazione di percorsi di Job Coaching, sarà possibile favorire esperienze concrete di crescita e partecipazione, valorizzando competenze, interessi e punti di forza delle persone coinvolte e creando opportunità occupazionali sempre più strutturate e sostenibili».

Quante saranno le strutture inizialmente coinvolte?
«Il piano coinvolgerà inizialmente otto strutture ricettive pilota appartenenti a differenti tipologie di ospitalità, tra cui camping, agriturismi, alberghi e family hotel, distribuite in almeno tre Province marchigiane. L’obiettivo è arrivare, entro dodici mesi dalla conclusione della fase sperimentale, alla creazione di una rete stabile di strutture riconoscibili e qualificate attraverso il marchio Marche Autism Friendly, destinato a diventare un punto di riferimento per famiglie, operatori e visitatori».

Qual è dunque il vostro messaggio conclusivo, riguardante questa importante sfida?
«Questo progetto, realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio (Ministra per le Disabilità) e con il co-finanziamento della Regione Marche, rappresenta realmente una sfida innovativa che mette al centro la persona e il suo diritto a vivere pienamente il territorio. Un percorso che intende trasformare l’accessibilità in un valore condiviso e diffuso, contribuendo a fare delle Marche una Regione sempre più accogliente, inclusiva e capace di valorizzare le differenze come una risorsa per tutta la comunità.
Come ricorda Federico De Rosa nel suo volume L’isola di Noi. Guida al Paese dell’autismo, il punto d’arrivo potrebbe essere la società della piena integrazione di tutte le persone autistiche, una società capace di trovare un posto e un ruolo anche per le diversità più estreme. Ed è proprio questa la direzione verso cui il progetto intende accompagnare il territorio marchigiano». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: fondazione@fondazionearca.org.

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Sbloccare l’accesso all’assistenza protesica per le persone del Piemonte con impianto cocleare!

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«Denunciamo una situazione di grave stallo amministrativo che sta compromettendo l’accesso all’assistenza protesica per le persone piemontesi con disabilità uditiva, portatrici di un determinato tipo di impianto cocleare»: lo dicono dall’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare), rinnovando l’appello a tutte le Istituzioni preposte, per far sì «che venga ripristinata e garantita, senza ulteriori ritardi, la continuità assistenziale per tutte le persone interessate» Impianto cocleare

«Denunciamo una situazione di grave stallo amministrativo che sta compromettendo l’accesso all’assistenza protesica per i pazienti piemontesi portatori di impianto cocleare Neurelec/Oticon Medical»: lo dicono dall’APIC di Torino (Associazione Portatori Impianto Cocleare), ricordando che «le segnalazioni da noi inviate il 4 e il 15 giugno alla Regione Piemonte, alla Direzione Assistenza Protesica, a Società di Committenza Regione (SRC) Piemonte e a Cochlear Italia, sono tutte rimaste prive di riscontro ufficiale» e che «tale problematica riguarda esclusivamente il Piemonte, l’unica Regione italiana, a quanto risulta, in cui i pazienti portatori di questi dispositivi non riescono ad accedere con regolarità ai processori del suono, ai componenti di ricambio e ai servizi di assistenza necessari al mantenimento della funzionalità dell’impianto».
«L’impianto cocleare – spiegano infatti dall’Associazione torinese – è un dispositivo elettronico impiantabile che consente alle persone con grave perdita uditiva o sordità profonda di recuperare la percezione dei suoni e la capacità di comunicare. Per il corretto funzionamento di esso sono indispensabili processori del suono esterni, componenti di ricambio e un’assistenza tecnica continuativa. Da mesi, però, gli Uffici Protesi delle ASL piemontesi respingono o non evadono le prescrizioni rilasciate dai Centri Regionali di impianto cocleare, motivando il diniego con l’assenza dei fornitori negli elenchi delle gare regionali. Non si tratta per altro di una mera questione burocratica, bensì di una situazione che rischia di configurare una violazione ai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Gli impianti cocleari e i relativi componenti rappresentano infatti dispositivi indispensabili per la comunicazione, l’autonomia personale e la qualità della vita dei pazienti, e rientrano pienamente tra le prestazioni garantite dal Servizio Sanitario Nazionale». «Le conseguenze per le persone coinvolte – si aggiunge – sono particolarmente gravi: isolamento sociale, perdita di autonomia, difficoltà nella vita lavorativa e familiare e, in alcuni casi, l’impossibilità di utilizzare dispositivi pienamente funzionanti».
«Siamo dunque pronti – concludono dall’APIC – a intraprendere ogni iniziativa necessaria a tutela dei nostri assistiti e rinnoviamo l’appello alla Regione Piemonte, alla Direzione Assistenza Protesica, a SCR Piemonte e a Cochlear Italia affinché venga ripristinata e garantita, senza ulteriori ritardi, la continuità assistenziale per tutte le persone interessate». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@apic.torino.it.

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L’approccio multifocale e la disabilità

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«In base al cosiddetto “approccio multifocale” della filosofia – scrive Luca Grecchi -, è evidente che incentrarsi sul deficit, inteso come “ciò che manca ad un soggetto per essere considerato normale”, non costituisce una modalità auspicabile per rapportarsi ad alcun essere umano. Nessuno, infatti, è soltanto “un paraplegico”, “un ipovedente” o “un autistico”, ma ciascuno è anche un figlio, un fratello, un musicista, un amante di certi sport, di determinate letture, un individuo caratterizzato da idee, valori, comportamenti e così via» “Pluralità di prospettive”

Alcuni studiosi e studiose di filosofia antica dell’Università di Macerata, in primis Maurizio Migliori e Arianna Fermani, hanno nel tempo elaborato un paradigma teorico denominato Multifocal Approach. Nel suo nucleo centrale, il modello di approccio multifocale alla realtà è piuttosto semplice. Esso, infatti, argomenta che ogni ente, per essere adeguatamente compreso, affinché non venga tradita la sua costitutiva complessità, deve venire analizzato da una pluralità di prospettive, tutte quelle possibili, in quanto solo in questo modo se ne potrà rendere nella maniera più compiuta l’essenza. Nessuna visione unilaterale, o comunque parziale, di un ente risulta quindi adatta per conoscerlo in modo appropriato, bensì soltanto una prospettiva onnilaterale, che tenga conto insieme della totalità dei suoi aspetti.
Questo approccio integrale alla realtà è appunto quello tipico della filosofia, la quale ha come contenuto, sin dai tempi di Platone e Aristotele, proprio la ricerca della verità dell’intero (ogni ente è sempre, in certo senso, un intero) nell’articolazione delle sue parti.

L’approccio multifocale può, a mio avviso, essere applicato in maniera fruttuosa anche al tema della disabilità. Si può infatti, innanzitutto, “essere disabili” in molti modi, ovvero essere caratterizzati da compromissioni fisiche, sensoriali, psichiche o intellettive di vario tipo, le quali a loro volta impattano in maniera differente, per ogni persona, nei diversi contesti sociali.
Per una comprensione completa del quadro che si trova ad affrontare ogni soggetto, tenere conto della molteplicità complessa delle variabili in gioco risulta dunque fondamentale. Chi, in effetti, si rapporta alle persone con disabilità facendo esclusivo o prevalente riferimento al loro deficit, come purtroppo spesso accade ancora oggi, a partire dalla scuola, non applica certo un paradigma multifocale, bensì uno sguardo assai carente, che può creare parecchi problemi. La persona con disabilità infatti, soprattutto se giovane, viene inevitabilmente segnata dall’approccio riduttivistico che sovente le istituzioni le destinano.
Si tratta del resto, come ho sottolineato nel libro Filosofia, inclusione, comunità, di un paradigma unilaterale analogo, mutatis mutandis, a quello che utilizzava il nazismo per internare negli istituti le persone con disabilità, o per inviare nei lager ebrei, comunisti, omosessuali e rom, considerati pregiudizialmente solo in quanto tali, senza alcuna attenzione alla loro complessiva umanità.

Il modello multifocale, applicato al tema della disabilità, richiede invece di considerare la persona nella sua interezza, favorendo soprattutto le migliori potenzialità della medesima, in modo tale che, concentrandosi sulle stesse, la si possa aiutare maggiormente a farle fiorire. I soggetti con disabilità, infatti, sono innanzitutto persone, ciascuna delle quali caratterizzata da qualità specifiche solo in parte attribuibili all’“atipicità”, ovvero alla compromissione funzionale. Distinguere, quindi, le persone come caratterizzate alcune da bisogni “normali”, e altre da bisogni “speciali” – distinzione da cui nasce la differenza, tuttora presente in Università, tra Pedagogia Generale e Pedagogia Speciale –, non è pertanto molto condivisibile. Ogni persona viene infatti compresa nella maniera migliore tenendo conto dell’insieme degli aspetti che la determinano, i quali per altro interagiscono sempre tra loro. Il fine di ogni azione inclusiva, così come di ogni processo comunitario, è in effetti quello di sviluppare al massimo tutto ciò che di buono ogni persona può realizzare, cercando di favorirne l’umanità nella maniera più completa.
Appare dunque evidente, in base all’approccio multifocale, che incentrarsi sul deficit, inteso come “ciò che manca ad un soggetto per essere considerato normale”, non costituisce una modalità auspicabile per rapportarsi ad alcun essere umano.
Ciascuno, ad esempio, dei circa 700.000 studenti con disabilità o con disturbi specifici dell’apprendimento oggi presenti nella scuola italiana, è non soltanto, e nemmeno principalmente, la propria diagnosi, bensì l’unità molteplice delle sue qualità personali, positive come negative. Di tale unità molteplice, ossia della vita di ognuno, l’ambiente scolastico, come poi quello lavorativo, e in genere quello sociale, dovrebbe – se abitassimo in una realtà comunitaria, finalizzata cioè a favorire la buona vita di tutti – tenere conto. Nelle attuali modalità sociali, invece, le persone vengono spesso strumentalmente incasellate in specifiche categorie (104, DSA, BES ecc.), tutte più o meno stigmatizzanti, per una loro mera schematica gestione. Il risultato di tale operazione, anche se non voluto, è che una parte importante della umanità che le rappresenta viene aprioristicamente limitata, in maniera arbitraria, mediante una delle molteplici forme con cui si pone attualmente in essere il meccanismo sociale della “disabilitazione”. La scuola in particolare, ma in genere ogni contesto, dovrebbe viceversa agevolare fin dall’inizio la realizzazione massima delle potenzialità di ogni essere umano, soprattutto di quelli con maggiori difficoltà, poiché questo, non il sottolinearne i limiti, rende la loro esistenza, e insieme l’intero mondo, notevolmente migliore.
Affinché tale processo di complessiva considerazione sociale delle persone con disabilità diventi possibile, occorre agire sul piano culturale – il quale influenza sempre, a lungo andare, il piano politico –, per far comprendere che la realtà che abitiamo è ancora troppo pensata solo a misura dei soggetti “tipici”. Per il bene di tutti occorre quindi non soltanto cercare di eliminare le barriere fisiche visibili, che ostacolano la vita dei soggetti “atipici”, ma soprattutto le barriere culturali, le quali, invisibili agli occhi, risultano per questo ancor più pericolose. Ciò va fatto in una pluralità di modi, tanti appunto quanti sono i contesti in cui si vive, le difficoltà che si affrontano, i pregiudizi coi quali ci si scontra. Per far sì che questo avvenga, però, è necessario un generale mutamento di prospettiva, per il quale un approccio multifocale alla persona risulta sicuramente molto utile. Nessuno è infatti soltanto “un paraplegico”, “un ipovedente”, o “un autistico”, ma ciascuno è anche un figlio, un fratello, un musicista, un amante di certi sport, di determinate letture, un individuo caratterizzato da idee, valori, comportamenti, e così via. Per realizzare questo processo di considerazione sociale complessiva dell’essere umano, occorre però comprendere che tutti, anche i soggetti con gravi disabilità, possono arricchire la vita di tutti, rendendola maggiormente felice, se soltanto si lascia loro la possibilità di farlo. Senza invece eliminare il pregiudizio che, ancora oggi, spesso emargina le persone con disabilità, nessun miglioramento della loro, come della nostra esistenza, potrà essere possibile.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca (luca.grecchi@unimib.it), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.

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L’Autorità Garante e le persone con disabilità nelle strutture sanitarie: il caregiver non è un semplice visitatore!

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«Negare la presenza del caregiver, quando necessaria e in assenza di adeguate misure alternative, può tradursi in una compressione del diritto alla salute e in una forma di discriminazione indiretta»: lo affermano dal Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che ha recentemente prodotto una Raccomandazione dedicata alla presenza del caregiver durante il ricovero e l’accesso alle prestazioni sanitarie delle persone con disabilità

«Quando la presenza del caregiver è necessaria in relazione ai bisogni assistenziali, comunicativi, cognitivi, comportamentali o relazionali della persona con disabilità, essa costituisce una misura di accomodamento ragionevole e può rappresentare una condizione essenziale per rendere effettivo il diritto alla salute. Il caregiver, in questi casi, non è un visitatore: è una figura di supporto che può rendere concretamente possibile l’accesso alle cure, la comunicazione con il personale sanitario, la comprensione dei bisogni della persona e la continuità del percorso assistenziale. Negarne la presenza, quando necessaria e in assenza di adeguate misure alternative, può tradursi in una compressione del diritto alla salute e in una forma di discriminazione indiretta»: lo affermano dal Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che su tale tema ha recentemente prodotto la Raccomandazione n. 3, dedicata appunto alla presenza del caregiver durante il ricovero e l’accesso alle prestazioni sanitarie delle persone con disabilità.
Con quest’ultimo atto, l’Autorità ha richiamato dunque il Ministero della Salute, la Conferenza Stato-Regioni, le Regioni, le Province Autonome, le Aziende Sanitarie, le Aziende Ospedaliere, gli IRCCS e le strutture sanitarie pubbliche e private accreditate, alla necessità di adottare «criteri uniformi, chiari e non discriminatori, superando prassi disomogenee che ancora oggi, in alcune realtà, limitano o negano la presenza del caregiver sulla base di regolamenti interni, interpretazioni non formalizzate o dell’errata assimilazione del caregiver a un semplice visitatore».

In tal senso l’Autorità ha inteso evidenziare che la presenza del caregiver «non deve essere riconosciuta soltanto nei casi di non autosufficienza fisica o sanitaria, ma anche nelle situazioni di disabilità grave in cui il bisogno principale riguardi la sfera cognitiva, comunicativa, relazionale, emotiva o comportamentale». In altre parole, il criterio da seguire deve fondarsi «sul bisogno concreto della persona nel contesto sanitario specifico».
La Raccomandazione dell’Autorità Garante chiede pertanto alle strutture sanitarie «di adottare regolamenti interni chiari e accessibili, procedure di reclamo immediate e percorsi di formazione rivolti al personale sanitario, amministrativo e di accoglienza, affinché sia pienamente compresa la differenza tra visitatore e caregiver e il significato dell’accomodamento ragionevole».

Il documento interviene inoltre sulla necessità di «garantire la continuità della presenza del caregiver durante il ricovero, l’accesso al pronto soccorso, le prestazioni ambulatoriali complesse, gli accertamenti diagnostici invasivi e, ove necessario e compatibile con le condizioni cliniche e di sicurezza, anche nelle fasi di trasporto sanitario, compreso il trasporto in ambulanza». Secondo l’Autorità, infatti, eventuali limitazioni possono essere previste «solo in presenza di esigenze sanitarie od organizzative specifiche, temporanee, proporzionate e adeguatamente motivate», mentre «non sono ammissibili dinieghi fondati su prassi informali, indicazioni verbali, criteri non regolamentati o limiti standardizzati non collegati al bisogno effettivo della persona».

Una particolare attenzione, infine, viene dedicata anche alla Carta Europea della Disabilità (European Disability Card), di cui nel nostro Paese – come abbiamo riferito recentemente in un nostro articolo riepilogativo – esiste già una “versione pilota”, mentre quella definitiva e normata da una specifica legge, dovrà essere pienamente operativa (e accettata) entro il 5 giugno 2028.

Ebbene, l’Autorità Garante raccomanda che la Carta recante l’indicazione “A”, attestante cioè la necessità di un accompagnatore, sia riconosciuta dalle strutture sanitarie «come strumento probatorio semplificato e idoneo ad attestare la necessità della presenza del caregiver, evitando richieste ripetute di documentazione e valutazioni discrezionali non uniformi. E in ogni caso, anche in assenza della Carta o dell’indicazione “A”, la presenza del caregiver deve comunque essere valutata sulla base del bisogno concreto della persona». (S.B.)

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Disabilità un mondo a parte? Attenzione a non rafforzare questo pregiudizio

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«Aggiungere la parola “disabilità” all’articolo 3 della Costituzione – scrive Katia Caravello – rischia di marcare per l’ennesima volta la differenza tra le persone con disabilità e quelle senza disabilità»: un contributo di riflessione cui diamo spazio ben volentieri, con l’augurio di aprire un proficuo dibattito che tenga conto, naturalmente, anche di opinioni diverse sull’importante tema trattato

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo, per aprire un proficuo dibattito che tenga conto, naturalmente, anche di opinioni diverse sull’importante tema trattato.

Quando ho letto su queste stesse pagine l’articolo Per il pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone con disabilità nella nostra Costituzione, sono rimasta perplessa dal fatto che sia vissuta come un successo l’ennesima sottolineatura della differenza tra le persone con disabilità e tutti gli altri cittadini e le altre cittadine.
Sono pienamente d’accordo sulla necessità di aggiornare il lessico della nostra Carta Costituzionale, adeguandolo ai nostri tempi e alla terminologia introdotta dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Non ho quindi nulla da eccepire riguardo alla modifica dell’articolo 38 della Costituzione, sulla sostituzione del termine “minorati” con “persone con disabilità”: trovo infatti che la parola “minorato” sia obsoleta e  che svaluti l’essere umano, facendolo sembrare “meno” rispetto agli altri; al contrario, la locuzione “persona con disabilità” mette al centro la persona nella sua interezza, interezza che comprende, tra le altre caratteristiche distintive, anche la disabilità.

Ma l’articolo 3 della Costituzione, a mio parere, va benissimo così come l’hanno pensato le madri e i padri costituenti! Non ha bisogno di modifiche o di aggiunte… è già un capolavoro!
Per quale motivo, quindi, si ritiene necessario aggiungere la parola “disabilità” al primo comma che recita «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»? Perché marcare per l’ennesima volta la differenza tra le persone con disabilità e quelle senza disabilità? Sì, perché è questo che secondo me accadrebbe modificando l’articolo in tal senso.
E ancora meno capisco perché siano proprio le persone con disabilità che dovrebbero gioire per questa sottolineatura.

La disabilità, essendo una condizione di vita e non una malattia (altro pregiudizio duro a morire), è già formalmente contemplata dalle parole «condizioni personali e sociali». L’aggiunta ad esse del termine “disabilità” non farebbe altro che rafforzare il pregiudizio che la disabilità sia un mondo a parte, abitato da persone diverse dalle altre… mentre noi dobbiamo fare di tutto perché, al contrario, passi il messaggio che la disabilità è parte del mondo e della vita di tutte le persone.
È lo stesso motivo per cui, da cittadina con disabilità, non vedo la necessità di un Ministero per le Disabilità. Ciò che mi aspetto è che la condizione delle persone con disabilità sia contemplata da tutti i Ministeri, da quello dell’Istruzione a quello del Lavoro, da quello della Salute a quello dei Trasporti, da quello delle Finanze a quello della Cultura.
Da cittadina mi aspetto inoltre che in qualsiasi provvedimento governativo sia prestata attenzione alle istanze delle persone con disabilità e delle loro famiglie… non mi basta che lo faccia solo il Ministero per le Disabilità.

Le parole sono importanti, importantissime, e proprio per questo bisogna utilizzarle con molta attenzione, riflettendo profondamente sul messaggio che si veicola con esse… e nel caso di questa modifica dell’articolo 3 della Costituzione, ritengo che il messaggio vada contro l’interesse delle stesse persone con disabilità.

*Psicologa-Psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Le lenti del pregiudizio.

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Distrofia facio-scapolo-omerale: perché nessuno resti indietro

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Malattia genetica rara che provoca una progressiva atrofia muscolare, la distrofia facio-scapolo-omerale (FSHD) colpisce in modo molto diverso e suscita bisogni molto differenti da persona a persona. Non a caso sarà Perché nessuno resti indietro” il motto scelto dall’Associazione FSHD Italia, per il convegno di domani, 20 giugno, a Roma, in corrispondenza con la Giornata Mondiale dedicata a questa malattia, evento organizzato in collaborazione con la UILDM e il Gruppo FSHD dell’AIM

Malattia genetica rara che provoca una progressiva atrofia muscolare, la distrofia facio-scapolo-omerale (FSHD) inizia spesso dai muscoli del volto, delle spalle e delle braccia e può estendersi ad altri distretti, come addome, gambe e muscoli respiratori. Ha una prevalenza di circa 6-7 persone su 100.000 e circa il 20% delle persone affette arriva a perdere l’autonomia nella deambulazione.
Domani, 20 giugno, se ne celebrerà la Giornata Mondiale (World FSHD Day) e per l’occasione, come già negli anni scorsi, anche molti edifici simbolici del nostro Paese si illumineranno di arancione, colore identitario, scelto per richiamare luce, energia e speranza.
Dal canto suo, l’Associazione FSHD Italia ha organizzato per domani, 20 giugno, a Roma (Una Hotels Decósala Campidoglio, Via Giovanni Amendola, 57) il proprio tradizionale convegno annuale (dodicesima edizione), promosso in collaborazione con la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e con il Gruppo FSHD dell’AIM (Associazione Italiana di Miologia), centrato sul motto Perché nessuno resti indietro. «Quest’ultimo – spiegano da FSHD Italia – riflette la consapevolezza che la distrofia facio-scapolo-omerale colpisce in modo molto diverso e suscita bisogni molto diversi da persona a persona: c’è chi chiede una terapia domani, mosso dall’urgenza di salvare il salvabile, chi ha bisogno di ausili e supporto psicologico oggi, non potendo altrimenti convivere con la malattia, chi guarda avanti, molto avanti, vedendo nella rigenerazione muscolare una risorsa per recuperare il molto che ha già perso». (S.B.)

Tutte le informazioni sul convegno di Roma, compreso il programma completo, oltreché sui monumenti che si illumineranno di arancione per la Giornata Mondiale di domani, 20 giugno, sono disponibili a questo link. Per ogni altra informazione: simonettadechiararuffo@gmail.com; uildmcomunicazione@uildm.it.

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Turismo accessibile: un investimento strategico per migliorare in generale la qualità dell’esperienza turistica

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L’accessibilità rappresenta oggi un elemento strategico per migliorare la qualità dell’esperienza turistica, ampliare la platea dei visitatori, favorire la destagionalizzazione e rafforzare la competitività dei territori. Non dunque un costo aggiuntivo, ma un investimento capace di generare sviluppo economico, innovazione e inclusione sociale: è quanto emerso con chiarezza a Genova, durante il convegno internazionale sul tema “Destinazioni turistiche inclusive e smart: strategie per l’innovazione”

Vale oltre 400 miliardi di euro, coinvolge più di 100 milioni di cittadini e cittadine d’Europa e sostiene circa 9 milioni di posti di lavoro: è il turismo accessibile, che si conferma uno dei comparti più dinamici dell’economia turistica europea e una leva strategica per la competitività delle destinazioni, la qualità dei servizi e la piena partecipazione delle persone alla vita sociale.
Di tali temi si è discusso all’Acquario di Genova nel corso del convegno internazionale Destinazioni turistiche inclusive e smart: strategie per l’innovazione, promosso dall’ENAT, la Rete Europea per il Turismo Accessibile, insieme ad AccessibleEU, il Centro dell’Unione Europea dedicato alla promozione dell’accessibilità e all’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), come avevamo ampiamente riferito anche sulle nostre pagine.
L’evento ha riunito rappresentanti della Commissione Europea, di UN Tourism, l’organizzazione delle Nazioni Unite per il Turismo, delle città premiate da European Capitals of Tourism, iniziativa dell’Unione Europea volta a premiare le pratiche turistiche smart e sostenibili nel nostro Continente, oltreché del Ministero del Turismo, del Ministero per le Disabilità, della Regione Liguria, del Comune di Genova e delle principali organizzazioni impegnate nella promozione del turismo accessibile a livello europeo e internazionale. 300 i partecipanti, tra persone in presenza e online, in rappresentanza di 43 Paesi. Il tutto a dare vita a uno dei più importanti momenti di confronto internazionale sul turismo accessibile organizzati in Italia negli ultimi anni, confermando anche il ruolo progressivamente assunto dall’AISM come interlocutore riconosciuto a livello europeo sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione nel turismo.

«Secondo le più recenti stime europee – sottolineano dall’AISM -, il bacino dei viaggiatori con esigenze specifiche di accessibilità supera i 100 milioni di persone. In Italia il turismo accessibile genera 8,8 milioni di arrivi e 38,4 milioni di presenze nelle strutture ricettive, pari all’8,2% del totale nazionale, con un impatto economico che raggiunge quasi 10 miliardi di euro, considerando l’intero indotto. Numeri che dimostrano come l’accessibilità non rappresenti un costo aggiuntivo, ma un investimento capace di generare qualità, innovazione e crescita. Nel corso dei lavori di Genova, dunque, è emersa la necessità di accelerare gli investimenti in accessibilità, mobilità inclusiva, innovazione digitale, formazione degli operatori e accessibilità del patrimonio culturale, favorendo la diffusione di modelli condivisi a livello europeo e di strategie integrate per la costruzione di destinazioni sempre più inclusive».
Il confronto si è svolto tra l’altro in un anno particolarmente significativo: il 2026, infatti, segna, com’è noto, il ventesimo anniversario della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che ha riconosciuto la piena partecipazione alla vita sociale, culturale e ricreativa come un diritto fondamentale da garantire a tutte le persone.

«Il Ministero del Turismo – ha dichiarato il responsabile di tale Dicastero Gianmarco Mazzi, in un messaggio inviato ai partecipanti all’evento – ha avviato iniziative concrete, tra cui la sottoscrizione di un Fondo Interministeriale da 50 milioni destinato alle Regioni, per sostenere progetti di turismo accessibile, migliorare i servizi e promuovere tirocini e percorsi formativi in favore dell’accoglienza delle persone con disabilità. È fondamentale lavorare insieme, proseguire il lavoro comune, valorizzando esperienze e saperi. Una collaborazione stabile tra Istituzioni, territori, operatori e Associazione del Terzo settore, potrà aiutarci ad affrontare meglio i bisogni delle persone».
«Nella riforma della disabilità – ha aggiunto nel suo videomessaggio Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità – diamo spazio al diritto delle persone con disabilità a fruire come tutti i cittadini di spiagge, mare, montagna, percorsi, culture. Lavoriamoci tutti insieme: istituzioni nazionali e territoriali, mondo privato, servizi turistici, Terzo Settore, anche per fornire le corrette informazioni e conoscenze che rendano accessibile una meta».
«Per la Regione Liguria – ha affermato dal canto suo Luca Lombardi, assessore regionale al Turismo – è motivo di grande orgoglio ospitare questo importante appuntamento internazionale. Desidero ringraziare l’ENAT, i rappresentanti delle Istituzioni europee, le organizzazioni del settore, gli operatori turistici e tutti i partecipanti che hanno raggiunto la nostra Regione da diversi Paesi. Un turismo più accessibile è un turismo migliore per tutti, compresi i residenti che ogni giorno vivono i nostri territori. Per questo esso è tra le priorità della programmazione regionale, con l’obiettivo di sostenere la crescita qualitativa dell’offerta turistica, promuovere la fruizione sostenibile del mare e dell’entroterra e favorire la destagionalizzazione dei flussi. È una politica di sviluppo che rende le destinazioni più attrattive, più sostenibili e più competitive e la Liguria vuole continuare a percorrere questa strada insieme ai propri partner nazionali ed europei, condividendo esperienze, buone pratiche e nuove idee».
«Genova accetta la sfida del turismo del futuro – ha proseguito Tiziana Beghin, assessora al Turismo del Comune di Genova -, un turismo del futuro che non può che essere inclusivo, sostenibile e a misura di tutti. Ospitare questo prestigioso confronto internazionale dimostra la ferma volontà della nostra Amministrazione di trasformare la città in un modello d’avanguardia per l’accoglienza smart». «L’accessibilità – ha aggiunto – non si limita al pur fondamentale abbattimento delle barriere fisiche e architettoniche, ma si traduce nella creazione di un vero e proprio ecosistema urbano, culturale e digitale in grado di accogliere ogni visitatore con soluzioni fluide e personalizzate. Investire in una destinazione senza ostacoli non è solo una risposta doverosa in termini di equità sociale, ma rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo economico: significa infatti elevare gli standard qualitativi di tutta la nostra filiera dei servizi, intercettando un mercato globale in forte espansione e ad altissimo potenziale. Il nostro obiettivo, pertanto, è fare in modo che l’innovazione tecnologica e la pianificazione strategica camminino di pari passo, garantendo a chiunque il diritto di scoprire e vivere appieno lo straordinario patrimonio artistico, storico e naturale del nostro territorio».
È intervenuta quindi Anna Grazia Laura, presidente dell’ENAT, affermando che «le destinazioni turistiche più innovative sono quelle che riescono a integrare l’accessibilità nella pianificazione, nei servizi e nell’esperienza dei visitatori. Questo confronto internazionale promosso a Genova dimostra quanto sia importante mettere in rete competenze, esperienze e buone pratiche per accelerare il cambiamento e costruire un turismo realmente inclusivo per tutti».
A seguire, Igor Stefanovic, coordinatore tecnico per l’Etica, la Cultura e la Responsabilità Sociale presso l’Agenzia delle Nazioni Unite UN Tourism, ha sottolineato che «l’accessibilità rappresenta oggi una delle principali opportunità per rendere il turismo più sostenibile, inclusivo e competitivo. Le destinazioni che investono nell’accessibilità migliorano infatti la qualità dell’offerta per tutti e rafforzano la propria capacità di generare sviluppo economico e benessere per le comunità locali. È del resto proprio questa la direzione che UN Tourism promuove insieme ai suoi 160 Paesi membri».
«Il turismo accessibile – ha concluso Mario Alberto Battaglia, direttore generale dell’AISM – è uno strumento concreto di partecipazione, autonomia e cittadinanza. Per questo rappresenta un tema centrale della nostra Agenda della SM e patologie correlate 2030, che punta a garantire piena inclusione e partecipazione sociale alle persone con sclerosi multipla e patologie correlate. Con questo confronto internazionale l’Italia conferma il proprio impegno nel promuovere un modello di sviluppo che unisce accessibilità, innovazione e qualità delle destinazioni».

Particolare attenzione, durante il convegno, è stata dedicata alle migliori pratiche europee nel campo delle destinazioni turistiche accessibili e smart e «le esperienze presentate – spiegano dall’AISM – hanno evidenziato come l’accessibilità rappresenti oggi un elemento strategico per migliorare la qualità dell’esperienza turistica, ampliare la platea dei visitatori, favorire la destagionalizzazione e rafforzare la competitività dei territori. Un approccio che conferma come l’accessibilità non sia un costo aggiuntivo, ma un investimento capace di generare sviluppo economico, innovazione e inclusione sociale. Tra le esperienze presentate, tra l’altro, vi sono stati anche percorsi di formazione e sviluppo delle competenze professionali nel turismo inclusivo, a conferma di come l’accessibilità richieda non solo infrastrutture adeguate ma anche nuove conoscenze e professionalità».
«Questo convegno internazionale – concludono dall’Associazione – ha confermato quindi il ruolo crescente del turismo accessibile nelle politiche europee per la sostenibilità, la competitività e la piena partecipazione delle persone alla vita sociale e culturale delle comunità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Nessun bambino è una percentuale, ovvero dall’essere ammessi all’essere attesi

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«Nel dibattito sull’inclusione scolastica – scrive Giorgio Sama – c’è un numero che molti agitano come una bandiera: oltre il 96 per cento degli studenti/studentesse con disabilità, in Italia, frequenta una classe comune. Una cifra così alta invita a fermarsi, a scambiarla per un traguardo. C’è chi la sventola come prova definitiva di civiltà e chi la rovescia per riaprire il discorso sulle scuole speciali. Due usi opposti dello stesso dato finiscono per cancellare ciò che dovrebbero illuminare: la vita concreta dei bambini e dei ragazzi»

Nel dibattito sull’inclusione scolastica c’è un numero che molti agitano come una bandiera: oltre il 96 per cento degli studenti/studentesse con disabilità, in Italia, frequenta una classe comune. È una conquista reale, e proprio per questo seducente: una cifra così alta invita a fermarsi, a scambiarla per un traguardo. C’è chi la sventola come prova definitiva di civiltà e chi la rovescia per riaprire il discorso sulle scuole speciali. Due usi opposti dello stesso dato finiscono per cancellare ciò che dovrebbero illuminare: la vita concreta dei bambini e dei ragazzi.
Nello Zibaldone, Leopardi descrive una crudeltà minima e quotidiana: chiamare il prossimo con il nome del suo difetto, fino a far coincidere una persona con la sua mancanza. Certe allusioni al ritorno delle scuole speciali nascono anche da lì, dal sollievo antico di chi trasforma la fragilità altrui in distanza.
Quel numero, prima di entrare in un grafico o in un discorso pubblico, passa attraverso giornate concrete: visite, attese, appuntamenti, paure, progressi minimi. Dietro ogni ragazzo c’è una storia che il dato non restituisce, e quasi sempre una famiglia che ha imparato a misurare il tempo in un altro modo.

Anche la scuola può cadere nella stessa crudeltà descritta da Leopardi: vedere prima la diagnosi e poi il ragazzo, prima il fascicolo e poi la storia. Lo stigma nasce così, quando una differenza, invece di restare un tratto, diventa tutta la persona. L’inclusione comincia quando quell’ordine si rovescia.
Lo si vede nelle classi. Ragazzi con disabilità complesse attraversano istituti affollati, compaiono in ogni documento e in ogni riunione, e restano ai margini della vita dei coetanei. La forma assegna un posto in fretta, i legami chiedono tempo. Un gruppo si unisce durante l’intervallo, nei gesti che si ripetono, nella confidenza che cresce senza proclami.
A scuola gli altri sono sempre una prova: possono ferire, ignorare, ridurre a difetto, oppure riconoscere, attendere, dare posto. La differenza resta distanza o diventa occasione di crescita comune a seconda dello sguardo degli adulti e della grammatica dei gesti.
Gli strumenti contano: la rampa, le ore di sostegno, i certificati, i piani educativi. Preparano l’incontro, ma da soli non bastano. L’essenziale comincia un gradino più in là, nel contatto quotidiano che chiede presenza e che nessun algoritmo sa imitare: come una carezza, che nessun like sostituisce.

C’è un segnale che sfugge anche ai grafici sociometrici: il compagno che, quando manchi, chiede dove sei finito. Il Piccolo Principe lo direbbe con parole semplici: si diventa importanti per qualcuno attraverso il tempo che gli si dedica.
È qui che il valore dell’inclusione cambia nome: dall’essere ammessi all’essere attesi. Sapere che, quando il tuo banco resta vuoto, qualcuno se ne accorge. A ogni bambino serve almeno un adulto capace di credergli oltre ogni misura; a un adolescente serve anche un coetaneo a cui la sua presenza importi. Si è inclusi quando, per qualcuno, la propria assenza pesa.
Certo, attorno a questi studenti si muove ogni giorno una rete di persone (genitori, insegnanti, educatori, clinici) che tiene insieme competenze, fatica e cura dentro un sistema che, nei princìpi, resta tra i più avanzati. Eppure troppo spesso l’inclusione ricade quasi per intero sull’insegnante di sostegno, in un’auletta separata: una misura per il singolo, non una responsabilità dell’intera comunità scolastica. È un limite del sistema prima che delle persone, nato dalla solitudine organizzativa più che dalla mancanza di cura.
Serve altro: costruire occasioni, alleanze, abitudini; fare del gruppo una risorsa, non una cornice. Anche chi non parla, chi comunica con tempi, gesti o codici diversi, deve poter trovare qualcuno che impari a riconoscerlo, e la classe scoprire che si cresce anche grazie a lui.

La fatica dell’inclusione genera sempre una nostalgia dell’ordine: l’idea che separare semplifichi e protegga. Ma chiamare “tutela” il ritorno alle scuole speciali significa dimenticare la strada percorsa dalla scuola italiana: l’uscita dalle classi differenziali, il passaggio dall’inserimento all’integrazione e infine all’inclusione. Una storia che ha spostato il centro della domanda: non quanto l’alunno riesca ad adattarsi, ma quanto la scuola sappia cambiare per accoglierlo.
L’altra tentazione è fermarsi alla percentuale: contare gli iscritti, applaudire, chiamarlo successo. Ma includere significa dare continuità al gesto iniziale, fino a trasformare un banco assegnato in un posto riconosciuto. Altrimenti una presenza può restare per anni dentro la classe: un’isola vicina a tutti, ma senza ponti verso nessuno.
La scuola, prima di un programma, è un destino quotidiano: mette insieme ragazzi che non si sono scelti e affida agli adulti il compito paziente di favorire legami, custodire passaggi, rendere possibile una vicinanza. Le percentuali servono quando orientano lo sguardo; tradiscono quando oscurano i volti. Un bambino smette di essere un numero nel momento in cui qualcuno, in quella classe, comincia ad aspettarlo.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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