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Storie di “corsetti” improvvisati sul sostegno e di qualità della formazione che si abbassa

21 Ottobre 2025 - 12:36pm

«Cancellate quella norma che ha prorogato quei “corsetti” per il conseguimento della specializzazione per il sostegno, gestiti dall’INDIRE, o almeno aumentate di 10 Crediti Formativi Universitari i contenuti degli stessi. Già la norma era intollerabile per quest’anno, lo diventa ancora di più con il suo rinnovo per il prossimo anno»: così Salvatore Nocera si rivolge ai Deputati che dovranno approvare nei prossimi giorni un provvedimento sui corsi per il sostegno già passato al Senato

Mentre dunque al Senato era in discussione il Decreto Legge sulla riforma degli esami di maturità e il corretto avvio del prossimo anno scolastico, silenziosamente alcuni Senatori della Lega hanno presentato un emendamento di contenuto estraneo al testo in discussione che, con formulazione molto tecnica e letteralmente incomprensibile ai non addetti ai lavori, ha prorogato le contestate norme sui cosiddetti “corsetti” per il conseguimento della specializzazione per il sostegno gestiti dall’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), contenute negli articoli 6 e 7 del Decreto Legge 71/24, convertito nella Legge 106/24.
L’articolo 6 prevedeva il diritto di docenti non specializzati che avessero svolto almeno tre anni di sostegno negli ultimi cinque anni, di prendere la specializzazione nel sostegno con un percorso formativo dimezzato (poi di poco aumentato, grazie al meritorio intervento della FISH), rispetto a quello ordinario dei corsi da sempre gestiti dalle Università. L’articolo 7, invece, prevedeva che i docenti che avessero conseguito un titolo di specializzazione all’estero, potessero averlo convalidato in Italia, rinunciando al contenzioso in atto relativo alla loro validità.
Quei corsi, inoltre, si svolgono online, anche in modalità asincrona, e senza tirocinio indiretto, che è fondamentale poiché fa ragionare i corsisti su come la didattica inclusiva vada correttamente svolta e come vadano corretti gli errori, che possono essere deleteri per gli studenti e le studentesse con disabilità.

Orbene, questo surrettizio emendamento ha prorogato ancora per il prossimo anno quei “corsetti” che erano stati previsti eccezionalmente solo per questo 2025. Ma c’è anche una grave novità: l’arco temporale entro il quale i docenti hanno svolto i tre anni di sostegno, sale da 5 a 8 anni, determinando l’acquisizione agevolata della specializzazione da parte di docenti che da più tempo non vedono uno studente con disabilità, peggiorando ulteriormente la qualità dell’inclusione scolastica.
Va ribadito che tutto questo sconquasso è determinato da un Decreto Legge, il quale provvedimento è notoriamente un atto normativo che costituzionalmente può adottarsi solo in casi «eccezionali di necessità ed urgenza». Per quest’anno la motivazione di necessità e urgenza era stata giustificata con il bisogno di colmare il vuoto di docenti specializzati, pari a circa 70.000, ma tutto il mondo accademico e associativo si era mostrato contrario; poi l’Osservatorio per l’Inclusione Scolastica del Ministero dell’Istruzione e del Merito (d’ora in poi citato come MIM), compresa la citata FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), aveva accettato con la convinzione che, trattandosi appunto di un Decreto Legge, tale rovinosa norma dovesse valere solo per quest’anno.
Come detto inizialmente, quindi, improvvisamente, senza che il MIM avesse informato le Associazioni e l’Osservatorio, alcuni Senatori hanno presentato e fatto approvare questa norma e a nulla è valso l’intervento del mondo accademico e delle Associazioni, specie della FISH, che avevano chiesto il ritiro di quell’emendamento. Ora il testo approvato al Senato è passato alla Camera e se ne prevede l’approvazione per il 27 ottobre prossimo.

Molti docenti universitari e di scuola, insieme a genitori ed esperti, hanno costituito un “Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale, il MUISS, con il quale hanno raccolto in pochi giorni oltre 3.500 firme per chiedere il ritiro o la soppressione di quel “pestifero” emendamento.
Anche la FISH, come accennato, ha pubblicato ben tre comunicati stampa con i quali chiedere il ritiro dell’emendamento e, da ultimo, ha proposto un “accomodamento ragionevole”, secondo quanto stabilito dall’articolo 2 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09, ovvero che almeno si aumentasse ulteriormente il contenuto formativo dei corsi e si rendesse effettivo il tirocinio indiretto da svolgersi in presenza. Anche questa richiesta, però, è stata rigettata e la Commissione Cultura della Camera ha approvato in sede referente l’articolo contenente l’emendamento che verrà discusso con l’intera Proposta di Legge il 27 ottobre in Aula.
Se si riflette sulle motivazioni date quest’anno rispetto al bisogno di colmare il vuoto del numero di docenti specializzati, ci si renderà immediatamente conto che neppure con questi “corsetti speciali” si riuscirà a colmare quel vuoto. Esso, in realtà, non si potrà colmare mai, poiché ad esempio quest’anno il MIM ha bandito circa 7.000 posti di ruolo per il sostegno, ma annualmente è documentato che circa 10.000 docenti di sostegno di ruolo passano dalla cattedra di sostegno a quella disciplinare; pertanto già anche quest’anno si avrà un vuoto ulteriore di 3.000 docenti specializzati di ruolo. E questo vuoto permarrà continuamente con numeri diversi negli anni, dato il costante deflusso di docenti dal sostegno su cattedre disciplinari.
Inoltre, se si guardano i numeri dei frequentanti i corsi di specializzazione ordinari e i “corsetti” INDIRE, si nota che vi è una forte presenza di iscritti ai corsi per le scuole superiori, dove invece il numero dei docenti specializzati è ormai saturo. Ciò sta determinando, specie nel Sud d’Italia, un gran numero di docenti che riempiono le Graduatorie per le Supplenze, creando così un alto numero di disoccupati, mentre al Nord mancano docenti specializzati, poiché molti laureati preferiscono impieghi meglio retribuiti sia in Italia che all’estero. Inoltre al Nord i costi degli alloggi sono divenuti realmente proibitivi, rispetto agli scarsi stipendi dei docenti, e quindi molti che provenivano dal Sud, adesso rinunciano ad emigrare al Nord a causa di quegli stessi costi.
L’eccesso di richiesta di specializzazioni da parte dei docenti delle scuole superiori potrebbe essere, forse, determinata dall’articolo 44 del Decreto Legge 36/22 (convertito nella Legge 79/22), secondo il quale chi è in possesso della specializzazione per il sostegno può acquisire un’altra specializzazione con soli 30 Crediti Universitari Formativi, cioè la metà dei corsi ordinari, e viceversa, mentre, di solito, i corsi ordinari comprendono 1.500 ore di studio.
Più che questi “corsetti” improvvisati, dunque sarebbe opportuno istituire delle scuole di specializzazione presso le Facoltà di Scienze della Formazione, come avviene ad esempio da sempre per le scuole di specializzazione nella Facoltà di Medicina e in altre, in modo tale che esse potessero programmare i corsi di specializzazione sulla base dei bisogni effettivi segnalati dal Ministero. Ovviamente tali corsi dovrebbero avere una capienza massima di 350 o 400 posti ciascuno, per far sì che i corsisti potessero seriamente essere seguiti in presenza dai docenti universitari e dagli esperti, mentre attualmente, specie da Roma in giù, si notano corsi autorizzati anche per 2.500 o 3.000 corsisti. Senza poi parlare delle università online, attualmente autorizzate a gestire corsi anche ordinari sempre a distanza, con quale legittimità non è dato sapere.

Un’altra soluzione, collegata alla precedente, è quella proposta da tempo dalla FISH, concernente l’istituzione di apposite classi di concorso per il sostegno, che prevedano stabilità di organico e continuità didattica per gli studenti con disabilità. Inoltre queste classi di concorso, naturalmente porterebbero a due l’attuale anno formativo per la specializzazione su sostegno, in quanto il primo anno sarebbe costituito dall’apposita abilitazione sul sostegno, aggiungendo all’odierno anno di specializzazione; e questo garantirebbe una maggiore preparazione complessiva, trattandosi, ormai dal 1986, di specializzazioni “polivalenti”, cioè che preparino ad affrontare tutti i bisogni educativi conseguenti alle differenti  tipologie di minorazioni. È risaputo che quando esistevano le tre tipologie di specializzazioni “monovalenti”, per studenti ciechi, sordi e con disabilità intellettive, la durata formativa di ciascuna specializzazione era di due anni; ora le specializzazioni polivalenti durano, come detto, un solo anno, non riuscendo a dare quella necessaria preparazione per tutti.
Ma a questa deriva, si è ora aggiunta pure quella costituita dai “corsetti” gestiti dall’INDIRE; essi, infatti, data la ridotta formazione professionale, si svolgono in pochi mesi, mentre quelli ordinari durano circa un anno; ebbene, dal momento che tali corsi si concentrano in pochi mesi, anche quelli normali stanno seguendo la stessa deriva. Mi si dice infatti, da parte di chi ha frequentato i corsi ordinari e quelli abilitanti (che pure dovrebbero durare un anno), che in agosto e nella prima metà di settembre, tali corsi, analogamente a quelli dell’INDIRE, sono stati concentrati nei giorni di giovedì, venerdì e sabato, dalle 9 del mattino sino alle 8 di sera con una breve pausa per il pranzo.
Ebbene. Questo tipo di gestione riuscirà a dare il tempo di assimilare e sedimentare i concetti appresi e a sistemarli in una logica organica di formazione?

Per di più  un recentissimo Decreto Ministeriale prevede che quanti stiamo frequentando i “corsetti” INDIRE di quest’anno, saranno ammessi con riserva al concorso per posti di sostegno i cui titoli di specializzazione saranno conseguiti dopo la scadenza del termine per presentare la domanda di ammissione al concorso; tale norma è applicata da sempre per i titoli di specializzazione, ma ciò che invece lascia perplessi è il fatto che analoga norma non sia stata emanata pure per i corsi di specializzazione  ordinari i cui titoli verranno conseguiti poco dopo.
Comunque, proprio per garantire la qualità di tutti i corsi di specializzazione, sarebbe importante che il MIM costituisse un gruppo di dirigenti tecnici, specificamente formati sull’inclusione scolastica, come avveniva nel secolo scorso con il gruppo di ispettori come Aldo Zelioli, Laura Serpico, Sergio Neri, Giovanna Cantoni, Franco Fusca, Franco Oliva, Raffaele Iosa e altri, con il compito non solo di controllo ispettivo sulla regolarità di svolgimento dei corsi di specializzazione, ma pure di consulenza itinerante e di formazione. Oggi anche il numero di queste figure professionali preziose si è notevolmente ridotto.
Pertanto, non appena l’Osservatorio Ministeriale sull’Inclusione Scolastica riprenderà a lavorare, sarà necessario che esso svolga un monitoraggio serio sul numero e sulle modalità qualitative di svolgimento dei corsi di specializzazione, monitoraggio che è tra le prime finalità di funzionamento dell’Osservatorio stesso previste dal Decreto che lo istituì; ciò anche perché tali corsi sono totalmente a carico economico dei corsisti ed è fondamentale che quei soldi vengano spesi per raggiungere le specifiche finalità istituzionali e non per produrre corsi raffazzonati e titoli di insufficiente valore professionale.
Sarebbe poi pure importante che l’Osservatorio svolgesse una ricerca sul paradossale fenomeno, segnalato pure dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, consistente nell’enorme aumento del numero di certificazioni di disabilità degli studenti, mentre decresce notevolmente il numero di studenti senza disabilità, a causa del calo delle nascite. Questo fenomeno provoca ovviamente l’aumento della richiesta dei corsi di specializzazione anche con molti iscritti e la richiesta di “corsetti” come quelli gestiti dall’INDIRE e quindi il calo della loro qualità formativa.

Chi scrive ha sempre contrastato sin dall’inizio i corsi gestiti dall’INDIRE, previsti, come detto, dagli articoli 6 e 7 del Decreto Legge 71/24, che oggi stanno appunto per essere replicati per il prossimo anno, mentre ha apprezzato l’articolo 8 di quello stesso Decreto Legge, concernente la continuità didattica per un anno dei docenti di sostegno precari, poiché migliora la qualità dell’inclusione degli studenti con e senza disabilità e non nuoce ai diritti dei docenti inseriti nella prima fascia delle graduatorie per il sostegno, cioè quelli con specializzazione, limitandosi a non consentire per un anno ai docenti di seconda fascia (non specializzati) di ottenere per quel solo anno quella sede, ma avendo assicurato il posto di lavoro.
Ovviamente, così come contesto l’utilizzo pluriennale dei Decreti Legge per i “corsetti” INDIRE, non ritengo valida come fonte normativa per la perpetuazione di tale forma di continuità il citato articolo 8, proprio perché si tratta di una norma contenuta in un Decreto Legge, e dal momento che già una fonte di validità permanente istituzionalmente corretta è presente nell’articolo 14 del Decreto Legislativo 66/17, che sarebbe bene rendere operativo, emanando il regolamento applicativo, che attendiamo ormai da otto anni.
A maggior ragione sono decisamente contrario alla nuova norma di un altro Decreto Legge che ripete per il secondo anno quei “corsetti”, poiché è di assai dubbia costituzionalità. E quindi, data la mia storia di impegno per la qualità dell’inclusione scolastica, sono grato al MUISS e alla FISH per il loro impegno nel chiedere il ritiro o la soppressione di quell’emendamento, che nuocerà a tale qualità, così come i precedenti articoli 6 e 7 dello stesso Decreto Legge 71/24.
Risulta per altro assai strano che il Ministero dell’Istruzione abbia espresso parere favorevole a questa norma, dal momento che esso è pure Ministero del Merito e questa norma sul ripetersi dei “corsetti” certo non assicura il “merito” formativo. Personalmente ipotizzo che il Ministro abbia subito forti condizionamenti da parte del proprio partito o del governo, poiché egli, in tutti gli incontri avuti con le Associazioni delle persone con disabilità e delle loro famiglie, ha sempre affermato che sostiene e sosterrà sempre la qualità dell’inclusione scolastica.
Comunque sia, la norma rischia l’approvazione definitiva e il Parlamento sta deliberando un provvedimento decisamente impopolare.

Onorevoli Deputati, voi che siete i Rappresentanti del Popolo Sovrano (articolo 1 della Costituzione), accogliete la proposta del MUISS di cancellare la norma sui “corsetti” gestiti dall’INDIRE, ma se proprio non ve la sentite, fate propria almeno la richiesta della FISH di aumentare di 10 Crediti Formativi Universitari (CFU) i contenuti di quei “corsetti” che verranno ripetuti per il prossimo anno. Già questa norma era intollerabile per quest’anno, lo diventa ancora di più con il suo rinnovo per il prossimo.
Un antico adagio recita Errare humanum est, perseverare diabolicum.

*Presidente del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie). Aderente, a titolo personale, al MUISS (Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale), “quisque de populo” (“un cittadino qualunque”).

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Quasi 25 anni di terapia occupazionale all’Istituto Montecatone e oltre 6.000 persone trattate

20 Ottobre 2025 - 6:20pm

In vista della Giornata Mondiale della Terapia Occupazionale del 27 ottobre, l’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola, la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita, ricorda di avere avviato tale disciplina nel 2001, consolidandola progressivamente, sino a farla diventare una presenza stabile nei percorsi di cura e trattando da allora oltre 6.000 pazienti Un paziente dell’Istituto Montecatone impegnato nel “Percorso Patente”

In vista della Giornata Mondiale della Terapia Occupazionale, del 27 ottobre prossimo (World Occupational Therapy Day), l’Istituto Riabilitativo Montecatone – la nota struttura di Imola (Bologna) impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita – ricorda di avere avviato tale disciplina da quasi 25 anni, ossia nel 2001, consolidandola progressivamente, sino a farla diventare una presenza stabile nei percorsi di cura.
Oggi a Montecatone il servizio è composto da nove terapisti occupazionali, un infermiere professionale e un coordinatore e ne fanno parte anche il Servizio Ausili, la Riabilitazione tramite il Gesto Sportivo e il Percorso Patente.

Dagli inizi, va detto, sono stati oltre 6.000 i pazienti trattati, con una presa in carico precoce e globale che parte fin dai primi giorni di ricovero. I terapisti occupazionali lavorano in stretta sinergia con medici, infermieri, fisioterapisti e operatori sociosanitari, integrando le loro proposte con strategie, adattamenti e ausili studiati su misura. L’obiettivo è sempre lo stesso, favorire cioè il massimo livello possibile di autonomia, tenendo conto delle potenzialità residue e dei valori della persona, tramite attività che vengono svolte in setting diversificati, spaziando dal reparto (stanza, bagno, palestra) agli spazi specifici del servizio (cucina adattata, vasca e doccia non adattate, postazioni informatiche, banco di lavoro), fino al giardino riabilitativo e agli impianti sportivi cittadini. Importanti sono anche le uscite riabilitative mirate, organizzate sempre con il coinvolgimento dell’intera équipe, che permettono di verificare, in un contesto reale, i progressi delle persone, allenando abilità pratiche e sociali.

«La forza della terapia occupazionale – dichiara Roberta Vannini, coordinatrice a Montecatone della Riabilitazione in Day Hospital, dei Servizi di Terapia Occupazionale, Socio Educativo, Ausili, Riabilitazione tramite Gesto Sportivo e Percorso Patente – è quella di mettere al centro la persona, con i suoi valori e i suoi interessi, proiettandola oltre l’ospedale verso la vita reale. In questa prospettiva, fondamentale è anche la consulenza sugli adattamenti domiciliari e la possibilità di usufruire dell’appartamento pre-dimissione interno all’Istituto, che permette di testare in condizioni protette il rientro a casa».
«Dopo quasi un quarto di secolo – aggiunge – possiamo dire che la terapia occupazionale si è affermata come un pilastro del nostro modello riabilitativo: abbiamo aiutato migliaia di persone a recuperare competenze e dignità di vita e continueremo a farlo con lo stesso impegno e con uno sguardo rivolto al futuro».
«Il cammino verso il venticinquesimo anniversario, nel 2026, della terapia occupazionale nella nostra struttura – afferma dal canto suo Mario Tubertini, commissario straordinario di Montecatone – sarà l’occasione non solo di un ulteriore bilancio, ma anche di un rilancio, nella convinzione che autonomia e inclusione resteranno i cardini di un servizio che ha fatto scuola a livello nazionale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Istituto Riabilitativo Montecatone (Massimo Boni), massimo.boni@montecatone.com.

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La “Galleria Booh!” del Museo Omero, dove il tatto diventa sguardo

20 Ottobre 2025 - 5:53pm

Il 25 ottobre, nel rinnovato Spazio Contemporaneo del Museo Tattile Statale Omero di Ancona, prenderà vita la “Galleria Booh!”, nuovo ambiente permanente dove l’arte si esplorerà con le mani, nel mistero e nella magia del buio La “Galleria Booh!” al Museo Tattile Statale Omero di Ancona

Nel pomeriggio del 25 ottobre (ore 17), nel rinnovato Spazio Contemporaneo del Museo Tattile Statale Omero di Ancona, prenderà vita la Galleria Booh!, nuovo ambiente permanente dove l’arte si esplorerà con le mani, nel mistero e nella magia del buio.
La prima attività sarà Il buio di Booh!, percorso coinvolgente, adatto a tutte le età, dove guidati dallo staff esperto del Museo Omero e da una voce narrante, i partecipanti potranno un percorso coinvolgente, «dove toccare – come viene sottolineato – diventerà pensare e immaginare» (attività gratuita per persone con disabilità e accompagnatori, con prenotazione obbligatoria al 335 56 96 985, telefono e WhatsApp).

«La Galleria – spiegano dalla struttura marchigiana – nasce dalla suggestiva Grotta degli idoli, realizzata in occasione della mostra L’ombra vede di Enzo Cucchi [se ne legga la nostra presentazione, N.d.R.], ora trasformata in un inedito spazio espositivo. Qui il tatto diventa sguardo, e l’esperienza sensoriale si trasforma in un viaggio di scoperta. All’interno dello spazio, lungo sei metri e largo tre, tre opere della nostra collezione, scelte con cura, attendono di essere esplorate nella concentrazione dei sensi. Sono unite da un filo logico e poetico tutto da indovinare e risolvere con le mani».
«Per quanto riguarda il nome Booh! – si aggiunge – esso gioca con il buio e con la sorpresa: è l’esclamazione che accompagna la meraviglia, la curiosità e anche un pizzico di timore. È un invito ad affidarsi all’esperienza sensoriale e a lasciarsi stupire da un modo nuovo, intimo e profondo di vivere l’arte». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: redazione@museoomero.it (Alessia Varricchio).

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“Inclusion Job Day”, un luogo virtuale che rende concreta l’inclusione lavorativa

20 Ottobre 2025 - 5:22pm

Un evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità che vogliano dare una svolta al loro futuro professionale e alle aziende che cerchino nuovi profili qualificati: è questo, in estrema sintesi, Inclusion Job Day e a pochi giorni del terzo e ultimo appuntamento di quest’anno, in programma per il 24 ottobre, che vede Superando come media partner, ne parliamo con Sebastiano Scarlata e Roberta Barba dell’agenzia Hidoly

Un evento online che mette in comunicazione la domanda e l’offerta di lavoro, dedicato alle persone con disabilità che vogliano dare una svolta al loro futuro professionale e alle aziende che cerchino nuovi profili qualificati da inserire nell’organico. È questo, in estrema sintesi, Inclusion Job Day (IJD), un’opportunità concreta di inclusione lavorativa per diplomati, laureati e laureandi voluta, progettata e organizzata dalla digital agency Hidoly, che ha realizzato l’infrastruttura tecnologica e che fornisce l’assistenza prima, durante e dopo l’evento, e da Cesop HR Consulting Company, che cura la presenza delle aziende partecipanti.
A pochi giorni dal terzo e ultimo appuntamento di quest’anno, il 24 ottobre, che per la prima volta vedrà Superando come media partner, come abbiamo già segnalato in altra parte del giornale, abbiamo intervistato Sebastiano Scarlata e Roberta Barba dell’agenzia Hidoly, per farci raccontare passato, presente e futuro di questa iniziativa innovativa che, cinque anni dopo il suo lancio, conta oggi su oltre 5.000 iscritti e circa 300 aziende tra medie imprese e multinazionali impegnate in diversi settori che insieme supportano la condivisione di buone prassi inclusive.

Come e quando è nata l’idea dell’evento Inclusion Job Day?
«Inclusion Job day è il nome dell’evento e della piattaforma che è stata creata nel 2020 da due giovani ingegneri: uno ero io – racconta Sebastiano Scarlata, oggi Chief Tecnology Officer di Hidoly – l’altro era Vittorio Fidotta, che dalla Sicilia ho ritrovato al Politecnico di Torino ed è poi diventato business partner. Insieme abbiamo avviato una start up che negli anni è cresciuta e oggi è diventata l’agenzia Hidoly, una realtà con una ventina di collaboratori che coniuga creatività e tecnologie innovative. L’idea dell’Inclusion Job Day è nata nel 2020, quando l’Italia è stata colpita dalla pandemia, costringendo le persone a non spostarsi. Insieme a Cesop HR Consulting Company abbiamo pensato di creare un vero e proprio Career Day online dedicato esclusivamente alle persone con disabilità e appartenenti alle cosiddette “categorie protette” che, più di altre, avrebbero potuto avere difficoltà negli spostamenti, e non solo ai tempi del Covid.
La piattaforma è stata progettata secondo le linee guida internazionali WCAG 2.0 ed è prevista l’interprete LIS per tradurre le presentazioni delle aziende. Anche grazie a queste caratteristiche l’iniziativa ha avuto successo e abbiamo deciso di continuare anche dopo l’emergenza Covid. Oggi come allora la partecipazione è completamente gratuita e offre opportunità di lavoro davvero concrete».

Come viene recepita l’iniziativa dalle aziende che aderiscono?
«Dal 2020 ad oggi circa 300 aziende hanno preso parte alle edizioni dell’Inclusion Job Day, in programma tre volte l’anno a marzo, giugno e ottobre – spiega Roberta Barba che segue il progetto -. Abbiamo imprese molto diverse tra loro sia per dimensioni (dalla piccola media realtà alla multinazionale) sia per settore merceologico. Passiamo dalla grande distribuzione al mondo fashion, dall’industria farmaceutica ai servizi, dall’energia all’automotive. Le aziende che aderiscono sono già molto sensibili e aperte ai temi della DE&I [Diversità, Equità e Inclusione, acronimo con cui si intende un indirizzo gestionale strategico nell’àmbito della gestione delle risorse umane, adottato da organizzazioni pubbliche e private per valorizzare e promuovere un ambiente di lavoro eterogeneo, equo e inclusivo, N.d.R]: non vivono l’inserimento di persone con disabilità al loro interno come un obbligo a cui adempiere, ma come un arricchimento e un fattore di vera competitività.
Ad ogni edizione notiamo sempre nuove aziende di brand molto noti, anche di alto livello, e questo per noi è un segnale assolutamente positivo».

Quali sono i profili professionali più richiesti?
«Guardando alle varie edizioni, le posizioni più richieste riguardano le aree relative a ingegneria e IT [acronimo di Information Technology, ovvero l’insieme delle tecnologie e dei metodi che forniscono l’accesso alle informazioni attraverso le telecomunicazioni, N.d.R], amministrazione, finanza e commerciale, produzione, ma in generale sono coperte le varie famiglie professionali che si possono trovare in un’azienda. C’è quindi un’ampia scelta e la possibilità di trovare una corrispondenza tra i ruoli richiesti e i curricula caricati dagli utenti».

Quante persone con disabilità finora hanno trovato un impiego grazie agli Inclusion Job Day?
«Non abbiamo il numero preciso perché, una volta entrate in contatto con i candidati sulla nostra piattaforma, le aziende concludono i colloqui nei giorni successivi – spiega Barba -. Direi che il solo fatto di vedere nomi di imprese che ogni anno partecipano con nuove posizioni, è per noi un dato significativo dell’efficacia della piattaforma. Inoltre, sul nostro magazine inserito nel portale di Inclusion Job Day, pubblichiamo periodicamente le storie di successo che invito a leggere. Ne scelgo una su tutte: la storia di Federico Mancarella che da candidato, dopo essere stato assunto da una delle aziende partecipanti, è oggi uno dei suoi “reclutatori” (recruiter) che accoglie gli utenti in piattaforma».

Quali sono le maggiori criticità segnalate dalle aziende e dalle persone con disabilità per quanto riguarda l’inclusione lavorativa?
«In generale non abbiamo ricevuto critiche rilevanti da nessuno dei due target – commenta Scarlata -. Può capitare che nelle diverse edizioni, a seconda dei profili offerti e delle sedi di lavoro proposte, ci possa essere una corrispondenza più o meno ampia tra aziende e candidati. Ma parliamo sempre di numeri interessanti: ogni azienda, a ciascun evento, riceve in media ben 200 curricula. E un dato molto positivo riguarda il livello di scolarità degli utenti: il 56% è rappresentato da laureati soprattutto in Economia, Ingegneria, Giurisprudenza e Scienze Umanistiche, che provengono soprattutto da Lazio, Lombardia, Piemonte, Puglia e Campania».

Oltre alle tre giornate annuali dedicate al collocamento, vengono proposte altre iniziative durante l’anno, ad esempio in tema di formazione professionale e/o delle aziende affinché vedano l’inclusione lavorativa come un valore aggiunto e non come un’imposizione legislativa?
«Fin dagli inizi ci siamo posti un obiettivo: non soltanto mettere a servizio delle persone con disabilità una piattaforma efficace, ma anche farci promotori di una cultura dell’inclusione in ogni suo aspetto. Per questo abbiamo dato vita all’Inclusion Job Talk – spiega Scarlata – una tavola rotonda “virtuale” che ospita rappresentanti del mondo accademico, imprenditoriale, istituzionale. In ogni edizione, il talk precede l’evento Inclusion Job Day, portando esperienze positive di aziende, persone e realtà diverse che hanno fatto della diversità e dell’inclusione un driver di crescita e sviluppo. Tema di questa edizione l’abilismo».
Conclude Barba: «Non vogliamo ovviamente fermarci qui con il progetto Inclusion Job Day. Abbiamo in cantiere un programma che porterà a un’evoluzione della piattaforma, integrando una serie di servizi dedicati alle aziende e ai partecipanti. Ma non vogliamo svelare nulla, continuate a seguirci e li scoprirete. Quello che posso dire è che manterremo l’attenzione su tutto ciò che può migliorare e rendere più agevole l’ingresso nel mondo del lavoro di tutte le persone che utilizzano la nostra piattaforma, nessuno escluso».

*Direttrice responsabile di Superando.

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L’educazione all’affettività e alla sessualità è un tema fondamentale in àmbito scolastico

20 Ottobre 2025 - 4:50pm

«L’educazione all’affettività e alla sessualità è un tema fondamentale particolarmente in àmbito scolastico e ci preme sottolineare il ruolo e il significato della sessualità e dell’affettività nella costruzione dell’identità personale di una persona con disabilità intellettiva»: lo scrivono dal CoorDown, commentando l’emendamento approvato dalla Commissione Cultura della Camera che vieta l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole primarie e anche nelle scuole medie inferiori

Riceviamo dal CoorDown (Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down) e pubblichiamo il seguente commento all’emendamento approvato dalla Commissione Cultura della Camera, in sede di discussione del Disegno di Legge Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico, presentato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara, emendamento che vieta l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole primarie e anche in quelle secondarie di primo grado (scuole medie), limitandone la possibilità alle scuole superiori e solo previo consenso scritto dei genitori.

Immagine tratta dalla campagna del CoorDown “L’amore ha bisogno di spazio”

Come CoorDown sentiamo l’obbligo di intervenire su un tema trasversale e indipendente dalla condizione delle persone. In questi anni, ovunque abbiamo avuto occasione di parlare di educazione all’affettività e alla sessualità, all’interno delle nostre Associazioni, per convegni, corsi di formazione, occasioni di confronto e discussione, ogni volta è emersa la necessità di (re)introdurre nelle scuole questa materia formativa.
Ecco perché leggiamo la notizia nell’approvazione di quell’emendamento con stupore ed estremo rammarico. La scuola ha il compito di informare, formare ed educare. Vietare con una legge una materia così importante, ci riporta indietro di secoli.

In un Paese dove abbiamo raggiunto nel 2025 quasi 70 femminicidi e dove assistiamo inermi a episodi di violenza fuori e dentro le mura domestiche, pensiamo che l’educazione all’affettività e alla sessualità sia un tema fondamentale particolarmente in àmbito scolastico a partire dalla scuola primaria. Perché conoscere il proprio corpo e quello altrui, insegnare il rispetto, l’importanza del consenso, della prevenzione dovrebbe essere una priorità, non un tabù.

Proprio in base alle esperienze che nel corso del tempo abbiamo raccolto dai ragazzi e dalle famiglie che fanno capo alle Associazioni in rete con il nostro Coordinamento, ci preme sottolineare quindi il ruolo e il significato della sessualità e dell’affettività nella costruzione dell’identità personale di una persona con disabilità intellettiva. Dal nostro punto di vista la sessualità non può che essere intesa in un’accezione ampia, che è impossibile ricondurre alla sola genitalità.
La sessualità e l’affettività sono parti intrinseche della vita di tutti noi che si esprimono in varie forme: dalla cura di sé, del proprio corpo e del proprio aspetto, alle idee che condividiamo sulle persone che ci circondano e alle modalità con cui entriamo in relazione con loro. Sessualità e affettività sono un aspetto fisico e psichico dell’identità personale, un modo di percepirsi nel mondo e di esprimere la propria interiorità attraverso il linguaggio, la comunicazione e l’intimità.
La sessualità, quindi, è per ciascuno di noi un aspetto inscindibile dell’essere adulti. Un percorso che ha inizio nella primissima infanzia, con un ruolo determinante della famiglia. Ciononostante l’ambiente familiare da solo non è sufficiente ed è necessario, e secondo noi imprescindibile, la sinergia di tutte le agenzie educative che accompagnano la crescita dei nostri bambini e dei nostri ragazzi.

*Il CoorDown è il Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down.

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Caregiving e supporto sociale in Italia

20 Ottobre 2025 - 1:57pm

Riflettere sui risultati e le analisi di un’indagine nazionale sul ruolo dei caregiver in Italia: è l’obiettivo del seminario “Caregiving e supporto sociale in Italia”, in programma per il 23 ottobre a Campobasso, presso la Biblioteca dell’Università del Molise, con la partecipazione anche di alcuni autorevoli rappresentanti di Associazioni impegnate in àmbito di disabilità

Riflettere sui risultati e le analisi di un’indagine nazionale sul ruolo dei caregiver in Italia: è l’obiettivo del seminario denominato Caregiving e supporto sociale in Italia, in programma per il pomeriggio del 23 ottobre a Campobasso, presso l’Aula Fermi della Biblioteca dell’Università del Molise (Via Manzoni, ore 16-19).
Dopo i saluti istituzionali di Giuseppe Peter Vanoli, magnifico rettore dell’Università del Molise e di Giuliana Fiorentino, direttrice del Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione nell’Ateneo ospitante, i lavori verranno introdotti da Donatella Bramanti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e proseguiranno con gli interventi di Lucia Boccacin dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (Il processo di caregiving: verso nuovi scenari interpretativi), Luigi Tronca dell’Università di Verona (La metodologia dell’indagine e il suo valore aggiunto nella conoscenza del social support e del caregiving), Fabio Ferrucci e Giuseppe Monteduro dell’Università del Molise (Il ruolo dei caregiver nella cura delle persone con disabilità).
Discuteranno quindi i risultati della ricerca Edda Fasciano, presidente dell’ANFFAS di Campobasso (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluuppo); Giovanna Grignoli, presidente dell’AIPD Molise (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down); Greta Brullo, psicologa dell’Associazione Insuperabili; Marco Espa, presidente nazionale dell’ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi) e componente della Giunta Nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie); Francesca Palmas, responsabile del Centro Studi della Federazione ABC Italia.
Le conclusioni saranno tratte dal già citato Fabio Ferrucci dell’Università del Molise. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Giuseppe Monteduro (giuseppe.monteduro@unimol.it).

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Per una Nuova Cultura della Disabilità

20 Ottobre 2025 - 1:21pm

La collana di volumi “Per una Nuova Cultura della Disabilità”, diretta da Rodolfo Dalla Mora, che è anche l’autore delle pubblicazioni finora uscite, sarà al centro dell’omonimo incontro promosso per il 22 ottobre a Ponte San Nicolò (Padova), da Confimi Industria Sanità, con la partecipazione dello stesso Dalla Mora e di Stefania Pedroni, presidente nazionale della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) I libri della collana “Per una Nuova Cultura della Disabilità”

La prima uscita, come avevamo ricordato nel settembre scorso, si era avuta alla fine del 2022, con Disabilità: la storia, il linguaggio, la condizione, la Convenzione ONU, ampiamente presentato sulle nostre pagine. Successivamente era stata introdotta l’Equazione delle 4 A, preannunciando la pubblicazione di quattro nuovi volumi, il primo dei quali dedicato all’Autonomia (qui la nostra presentazione). Recentemente, infine, quell’Equazione si è compiuta, con le uscite dedicate rispettivamente all’Accessibilità, agli Ausili e all’Assistenza. Si tratta della collana dell’editore il Prato, denominata “Per una Nuova Cultura della Disabilità”, e diretta da Rodolfo Dalla Mora, che è anche l’autore delle cinque pubblicazioni or ora menzionate.

Quella stessa collana sarà ora al centro dell’omonimo incontro promosso per il pomeriggio del 22 ottobre presso l’Associazione Amici del Mondo di Ponte San Nicolò, in provincia di Padova (Via Sanseverino, ore 17.30), da Confimi Industria Sanità, introdotto da Massimo Pulin, presidente della stessa Confimi Industria Sanità, con la partecipazione del citato Rodolfo Dalla Mora, fondatore e presidente di SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) e AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager), insieme a Stefania Pedroni, presidente nazionale della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).
«Questa iniziativa – dicono da Confimi Industria Sanità – rappresenterà un’importante occasione di sensibilizzazione, confronto e riflessione su un tema di grande impatto sociale e culturale, con l’obiettivo di favorire una nuova consapevolezza sul valore della diversità come risorsa e sulla costruzione di una società realmente inclusiva. Attraverso questo evento intendiamo rinnovare il nostro impegno per la promozione di una cultura imprenditoriale attenta alla persona, capace di coniugare innovazione, responsabilità sociale e valorizzazione delle differenze. In tal senso, nell’àmbito di un contesto economico e produttivo in continua evoluzione, confermiamo la nostra volontà di contribuire attivamente alla crescita di una comunità più equa, accessibile e solidale». (S.B.)

I libri della collana “Per una nuova Cultura della Disabilità” possono essere acquistati tramite questo link. Per confermare la propria partecipazione all’incontro del 22 ottobre a Ponte San Nicolò (Padova), accedere a questo link. Per ulteriori informazioni: associazione@amicidelmondo.191.it.

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È possibile arrivare a una sintesi tra libertà e protezione?

20 Ottobre 2025 - 12:54pm

«Le norme italiane in vigore si preoccupano di garantire la migliore tutela possibile alle persone ritenute non in grado di gestire in autonomia la propria esistenza. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità insiste sul diritto a ricevere il sostegno necessario per esercitare la propria capacità giuridica: sono visioni inconciliabili o è possibile arrivare a una sintesi?»: se ne parlerà il 30 ottobre a Milano, durante il convegno “Tra libertà e protezione”, fruibile anche da remoto

«Le norme italiane attualmente in vigore si preoccupano di garantire la migliore tutela possibile alle persone ritenute non in grado di gestire in autonomia la propria esistenza. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità insiste sul diritto a ricevere il sostegno necessario per esercitare la propria capacità giuridica: sono visioni inconciliabili o è possibile arrivare a una sintesi?»: sarà sostanzialmente questa la domanda al centro del convegno Tra libertà e protezione, in programma per la mattinata del 30 ottobre a Milano (Università di Milano-Bicocca, Edificio U6, 4° piano, Sala Rodolfi, Piazza dell’Ateneo Nuovo 1, ore 9- 13), promosso dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca.

Dopo i saluti istituzionali di Andrea Mangiatordi (Università di Milano-Bicocca) e Vincenzo Falabella (presidente nazionale della FISH), interverranno Massimiliano Verga e Alessia Lovece (Università di Milano-Bicocca), soffermandosi sul Commento Generale n. 1 alla Convenzione ONU, prodotto dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Parteciperà quindi Emer Begley, della Federazione Irlandese sulla Disabilità, che presenterà il contenuto della Legge approvata nel proprio Paese sull’assistenza alle decisioni.
Concluderà l’incontro una tavola rotonda seguita dalle conclusioni di Matteo Schianchi (Università di Milano-Bicocca) e di Alessandro Manfredi (presidente della LEDHA). (S.B.)

La partecipazione all’incontro del 30 ottobre (che verrà sottotitolato e anche diffuso in diretta sul canale YouTube della LEDHA) sarà gratuita (previa iscrizione tramite questo link). Per altre informazioni: comunicazione@ledha.it.

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Perché l’Unione Europea trascura la povertà crescente delle persone con disabilità?

20 Ottobre 2025 - 12:32pm

L’Unione Europea sta per lanciare la sua prima Strategia Anti-Povertà, rischiando però di trascurare uno dei gruppi più a rischio di povertà, ossia le persone con disabilità e le loro famiglie per le quali i livelli di povertà sono aumentati nell’ultimo decennio in 13 Stati Membri dell’Unione. «Anche su questo tema – scrivono dal Forum Europeo sulla Diusabilità – abbiamo bisogno di un’azione forte e decisa da parte dell’Unione Europea, non solo sulla carta, ma anche nella pratica»

Entro breve l’Unione Europea lancerà la sua prima Strategia Anti-Povertà con la quale si punta a garantire che 15 milioni di persone escano da una situazione di povertà entro il 2030. E tuttavia, l’Unione Europea stessa rischia di trascurare uno dei suoi gruppi più a rischio, non ponendo la disabilità al centro di tale Strategia e questo per il semplice fatto che i livelli di povertà tra le persone con disabilità sono aumentati in 13 Stati Membri dell’Unione nell’ultimo decennio.
Circa il 29% delle persone con disabilità nell’Unione Europea è infatti a rischio di povertà ed esclusione sociale, rispetto a poco meno del 18% per quanto riguarda le persone senza disabilità. Una percentuale che sale ulteriormente per le donne con disabilità (29,7%) e il tutto con una tendenza al peggioramento.

Il lavoro è spesso visto come la via d’uscita ideale dalla povertà, ma com’è ben noto, le persone con disabilità affrontano in questo àmbito numerosi ostacoli: molte di esse sono bloccate in lavori part-time e mal retribuiti, ciò che vale ancor più per le donne con disabilità. Un gran numero di persone sono occupate poi in ambienti lavorativi segreganti, subendo pratiche di sfruttamento, tra cui salari inferiori al minimo.
Anche le famiglie che crescono figli o si prendono cura di una persona adulta con disabilità corrono un rischio maggiore di povertà, ciò che in genere è dovuto alla perdita di reddito causata dal tempo dedicato a fornire supporto alla stessa persona con disabilità. Quando poi i servizi di supporto finanziati dallo Stato non sono disponibili, com’è ovvio, il problema peggiora ulteriormente.
Vivere con una disabilità, del resto, comporta una serie di costi aggiuntivi: alloggi accessibili, trasporti adattati, dispositivi di assistenza, persino le bollette energetiche… tutto si somma e rende quasi impossibile vivere con un budget limitato. In Irlanda, ad esempio, uno studio recente stima che il costo della disabilità sia pari al 52-59% del reddito disponibile delle famiglie con membri con disabilità.
E ancora, l’aumento del costo della vita ha colpito duramente le persone con disabilità: oggi, a quanto pare, i costi dell’alloggio ora assorbono il 30,4% del reddito disponibile e il 12,8% non poteva permettersi un pasto a base di carne, pesce o un equivalente vegetariano ogni due giorni.
Sono tutti dati in costante aumento, con l’istruzione che rappresenta un’altra pesante criticità. Nel 2024, infatti, il 24,6% dei giovani con disabilità ha abbandonato precocemente l’istruzione e la formazione, rispetto all’8% dei coetanei senza disabilità. Chi poi consegue un diploma di scuola secondaria o anche una laurea ha migliori prospettive di occupazione, ma a troppi viene negata l’opportunità di raggiungere tale livello.
Gli assegni di invalidità in tutta l’Unione Europea, infine, sono spesso inadeguati e molti Stati Membri penalizzano i beneficiari che tentano di trovare un lavoro retribuito, riducendo o revocando l’indennità di invalidità. Questo non solo scoraggia l’occupazione, ma colpisce anche i familiari che prestano assistenza, che rischiano a propria volta di perdere l’indennità di assistenza.

Alla luce di tutto quanto detto, riteniamo che la Strategia Anti-Povertà dell’Unione Europea dovrebbe certamente includere azioni mirate per affrontare le sfide specifiche riguardanti le persone con disabilità e in particolare:
° Raccogliere dati disaggregati sulla povertà e l’esclusione sociale per tipologia di disabilità.
° Attuare ricerche sui costi aggiuntivi della vita in una società inadeguata per le persone con disabilità e sui benefìci della transizione dagli istituti ai servizi basati sulla comunità.
° Proporre nuovi orientamenti sulla valutazione della disabilità e sull’adeguatezza delle indennità.
° Avviare riforme che consentano alle persone di mantenere l’indennità legata alla disabilità, pur continuando a percepire un reddito o a ricevere un’eredità.
° Destinare maggiori finanziamenti per programmi di istruzione inclusiva, occupazione e bilancio personale.
° Sostenere i caregiver informali, in particolare le donne, incluso il risarcimento per i contributi pensionistici persi.

Abbiamo bisogno di un’azione forte e decisa da parte dell’Unione Europea, per quanto concerne la povertà delle persone con disabilità e il maggior rischio di essa, non solo sulla carta, ma anche nella pratica.

*L’EDF è il Forum Europeo sulla Disabilità. Traduzione e riadattamento a cura della redazione di Superando.

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Il teatro accessibile a Torino: si riparte con l’“Amleto”

17 Ottobre 2025 - 6:25pm

Con grande piacere segnaliamo che anche per la stagione 2025-2026 proseguirà il percorso ideato dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, per consentire anche alle persone con disabilità sensoriale di assistere agli spettacoli mediante nuove tecnologie e materiali di approfondimento. Si ripartirà dal 21 al 26 ottobre con l’“Amleto” di Shakespeare, diretto da Leonardo Lidi, e in totale ci saranno 8 titoli accessibili, per oltre 40 appuntamenti (foto di Luigi De Palma)

È con grande piacere che segnaliamo come anche nella stagione 2025-2026 proseguirà il percorso da noi regolarmente seguito, ideato già da alcuni anni dal Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale e sviluppato in collaborazione con il partner tecnologico PANTHEA e con l’Associazione +Cultura Accessibile, per consentire anche alle persone con disabilità visiva e sensoriale di assistere agli spettacoli mediante nuove tecnologie e materiali di approfondimento. Si parla in totale di 8 titoli, per oltre 40 appuntamenti accessibili.

Ad inaugurare dunque la stagione, dal 21 al 26 ottobre al Teatro Carignano di Torino, sarà il debutto in prima nazionale dell’Amleto di Shakespeare, diretto da Leonardo Lidi.
Le rappresentazioni saranno corredate da sovratitoli in italiano e in italiano accessibile con descrizione dei suoni, attraverso l’uso di dispositivi forniti direttamente dal Teatro, ovvero smart-glasses (occhiali smart) o tablet messi a disposizione dal teatro. All’inizio di ogni recita, inoltre, è prevista la trasmissione in sala di una breve audiointroduzione e verrà resa disponibile l’audiodescrizione in cuffia per tutta la durata dello spettacolo, fruibile attraverso smartphone, sempre messi a disposizione dal teatro.
E ancora, nel pomeriggio del 24 ottobre (ore 18), è previsto l’ormai tradizionale appuntamento gratuito con il tour descrittivo e tattile sul palcoscenico (previa prenotazione, entro il 23 ottobre, scrivendo a accessibilita@teatrostabiletorino.it).
Da ricordare, poi, che in una specifica sezione del sito internet del Teatro Stabile (a questo link), predisposta per la lettura da parte di applicazioni screen reader e con un plug-in facilitante, oltreché sulla app del Teatro stesso, sono disponibili alcuni materiali consultabili prima della fruizione dello spettacolo, ossia un video di approfondimento con audio, sottotitoli in italiano e in LIS (Lingua dei Segni Italiana) e la scheda di sala accessibile.
Da segnalare infine che le persone con disabilità avranno diritto al biglietto ridotto e, in caso di necessità, l’accompagnatore potrà entrare gratuitamente. Vi è altresì la possibilità di abbonarsi alle recite accessibili, con la formula di 5 spettacoli a scelta (a 75 euro). (S.B.)

Per garantire al meglio l’accoglienza, è richiesta la prenotazione via e-mail (biglietteria@teatrostabiletorino.it) o telefonicamente (011 5169555), oppure presso la biglietteria del Teatro Carignano (martedì-sabato, ore 13-19; domenica, ore 14-19). A questo link è disponibile un approfondimento sull’Amleto diretto da Leonardo Lidi. Per ogni ulteriore informazione: accessibilita@teatrostabiletorino.it (Irene Di Chiaro).

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Maltrattamenti? Al massimo “eccesso di mezzi di correzione”. Tappeti contenitivi? “Un presidio di civiltà”…

17 Ottobre 2025 - 5:44pm

«La negazione e il ridimensionamento dei maltrattamenti rappresentano l’ennesimo schiaffo intollerabile alle sacrosante aspettative di giustizia delle vittime e delle loro famiglie»: lo scrivono dal Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, a proposito di quanto detto durante l’udienza del 23 settembre scorso del processo per maltrattamenti avvenuti nel 2016 nella struttura di Montalto di Fauglia (Pisa), destinata a ospitare persone autistiche, e gestita dalla Fondazione Stella Maris

«Definisci bambino»: abbiamo ancora nelle orecchie la sciagurata domanda pronunciata dal Presidente dell’Associazione Amici di Israele, rivolta durante un dibattito televisivo all’allibito interlocutore, per giustificare la strage di minori nella Striscia di Gaza.
Queste parole, che producono sdegno e disgusto, possono essere paragonate a quelle pronunciate dall’avvocato Stefano Del Corso, difensore della dottoressa Masoni, durante l’ultima udienza del processo per maltrattamenti in una struttura gestita dalla Fondazione Stella Maris. L’avvocato, infatti, ha domandato alla giudice e agli astanti di definire la parola “maltrattamenti” in riferimento a quanto accaduto tra le mura della struttura di Montalto di Fauglia (Pisa). E non era la prima volta! Altri avvocati nel corso del processo avevano provato a sminuire e a derubricare gli efferati atti ripresi dalle telecamere dei Carabinieri nell’estate del 2016 nel refettorio della struttura. Secondo i legali degli imputati, quei 284 episodi di botte, vessazioni, umiliazioni, documentati dalle videocamere in quasi quattro mesi di riprese, non erano maltrattamenti, ma un semplice eccesso di mezzi di correzione.
Eppure, alcuni genitori quando sono stati chiamati dai Carabinieri a vedere per la prima volta le immagini dei propri figli malmenati, strattonati e offesi verbalmente, si sono sentiti male; quando i video sono stati presentati al processo, molti astanti sono usciti dall’aula; quando i giornalisti e i tecnici, che hanno prodotto il reportage della Rai sui fatti della Stella Maris, hanno visto quelle immagini, le hanno definite «violenze inaudite su soggetti indifesi e quindi meritevoli di una cura ancora maggiore».
A tutti era parso evidente cosa vuol dire “maltrattamento”, non appariva così complicato definire il termine. Erano bastate le immagini nella loro cruda evidenza, nella loro oggettiva presentazione a spiegare che cosa è un maltrattamento.

Ma per capire il senso di certe affermazioni che sembrano offendere il buon senso, oltreché umiliare ancora una volta i ragazzi e i loro familiari, bisogna riferirsi al Codice Penale e a quello che esso prescrive. È lì che si gioca la vera partita giudiziaria, è lì che il termine assume una valenza valoriale.
Il maltrattamento, secondo il Codice Penale, deve prevedere la presenza di atti abituali o sistematici che cagionano sofferenze fisiche o morali: percosse, violenze fisiche o sevizie; minacce o ingiurie gravi: «Comportamenti ripetuti che arrecano danno morale o psicologico». Queste condotte devono avere come effetto la sofferenza fisica o morale per la vittima anche senza la presenza di lesioni gravi.
Il reato di maltrattamento ha dunque bisogno, per essere definito tale, della “abitualità”, deve cioè essere ripetuto nel tempo, non configurarsi come un episodio isolato.
Da ciò si capisce perché gli avvocati delle difese abbiano teso a parlare di singoli episodi non sistematici, a fare riferimento a condotte isolate, cercando di dimostrare che i maltrattamenti erano solo buffetti, al limite “eccesso di mezzi di correzione” o “ingiurie”: reati che se venissero accolti come plausibili dalla Giudice Messina sarebbero già prescritti da tempo. E tale accoglimento avrebbe dunque l’effetto di ridurre in una bolla di sapone un processo andato avanti per anni con decine di persone implicate tra imputati, parti civili, avvocati, consulenti.

Ma la realtà è un’altra: come aveva scritto il Giudice dell’Udienza Preliminare Giulio Cesare Cipolletta nella Sentenza-Ordinanza del 2019, dopo soli quattro giorni di riprese i video già documentavano «atti di violenza fisica come schiaffi e strattoni oppure minacce ed ingiurie, poste in essere in maniera del tutto gratuita e senza riferimento a pregresse condizioni dei pazienti».
Col passare del tempo, quegli atti reiteratamente compiuti, nell’indifferenza degli operatori che osservavano inerti la scena (a testimonianza di un’abitualità fatta di violenze accettate e condivise,) hanno dimostrato, secondo la requisitoria finale del Pubblico Ministero Pelosi, la presenza di un sistema fortemente radicato.
Nella sua arringa finale, lo stesso Pubblico Ministero ha posto l’accento sull’abitualità delle condotte maltrattanti, sull’atteggiamento indecoroso e poco professionale degli operatori della Stella Maris, sul clima di paura che dominava la struttura, sull’omertà che regnava in quelle stanze. Tutto ciò ha reso possibile il fatto che la Stella Maris abbia potuto assumere l’aspetto di una struttura concentrazionaria (cosa per altro ben esplicitata anche dalla relazione del perito del tribunale Alfredo Verde), dove la brutalità aveva preso il sopravvento, dove le condotte violente erano sistematiche e non episodiche, reiterate anche di fronte a un pubblico inerte. Cosa è accaduto, ci chiediamo, al di là del refettorio, l’unico luogo dove erano state posizionate le telecamere? Cosa poteva succedere nei bagni, nelle camere, nei corridoi? Non è difficile immaginarlo. Il Pubblico Ministero aveva ben definito come maltrattamenti quelle «condotte plurime rivolte a soggetti indifesi e appartenenti alla stessa comunità», e in base a tale convinzione aveva chiesto le relative pene fino a un massimo di cinque anni di reclusione.

«Il più grande processo per maltrattamenti ai disabili in Italia» (come era stato definito dal documentario che la Rai ha messo in onda due anni fa [ci si riferisce all’inchiesta di «RaiNews 24» denominata “Spotlight. Storia di Mattia – Il più grande processo per maltrattamenti ai disabili in Italia”, pubblicata su «Rai Play» il 31 agosto 2023 e visibile a questo link – lunghezza del filmato: 28,35 minuti, N.d.R.]), che sta lentamente volgendo alla conclusione, è anche quello che ha portato alla luce la pratica disumanizzante, degradante, brutale dell’“arrotolamento” degli ospiti ritenuti recalcitranti, oppositori, ingestibili, all’interno di tappeti comperati per l’occasione all’Ikea. E della difesa pubblica di questa pratica da parte di avvocati, testimoni e imputati, che l’hanno rivendicata addirittura come “strumento dolce”, come una normale routine da adottare per il bene dei “pazienti”.
Anche nel corso dell’ultima udienza c’è stato chi ha avuto la spudoratezza di definire il tappeto contenitivo un “presidio di civiltà”. Come Collettivo abbiamo denunciato e ribadito in tutte le sedi che non ci sono ragioni che possano giustificare una violenza del genere. Che non si possono arrotolare esseri umani in un tappeto. Che le pratiche manicomiali non dovrebbero mai trovare spazio. Che le persone non si legano, mai.

La negazione e il ridimensionamento dei maltrattamenti (come purtroppo è accaduto anche nell’ultima udienza) e della loro reiterazione e continuità di fatto, così come il tentativo di ridurre tutto a singoli episodi, decontestualizzandoli e depotenziandoli, rappresentano l’ennesimo schiaffo intollerabile alle sacrosante aspettative di giustizia delle vittime e delle loro famiglie.
Il 4 novembre prossimo, molto probabilmente la Giudice dovrebbe emettere la Sentenza di primo grado. È dunque per questa data che invitiamo tutte e tutti a partecipare al presidio in solidarietà alle vittime dei maltrattamenti, che si terrà alle 10.30, davanti al Tribunale di Pisa, in Piazza della Repubblica.

*https://artaudpisa.noblogs.org.

 Sulla vicenda di cui si parla nel presente testo, segnaliamo anche, sulle nostre pagine, il recente contributo di Autori vari, dal titolo Una nuova udienza (e un nuovo presidio) per il “più grande processo sulla disabilità in Italia”.
Il presente contributo di riuflessione è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, per gentile concessione.

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Tanti giovani con disabilità impegnati in cucina e in sala a Parigi

17 Ottobre 2025 - 5:09pm

Ben 27 Associazioni provenienti da tutta Italia, che si occupano di inclusione lavorativa, con oltre 200 persone, tra giovani con disabilità, educatori e accompagnatori, saranno impegnate nella preparazione di piatti e nel servizio di sala, durante l’evento del 21 ottobre a Parigi “Work Inclusion: Talents and Skills in Italian Cuisine”, promosso dalla ministra per le Disabilità Locatelli, presso l’Unesco Restaurant della capitale francese

Ben 27 Associazioni provenienti da tutta Italia, che si occupano di inclusione lavorativa, con oltre 200 persone, tra giovani con disabilità, educatori e accompagnatori, saranno impegnate nella preparazione di piatti e nel servizio di sala, durante l’evento del 21 ottobre a Parigi denominato Work Inclusion: Talents and Skills in Italian Cuisine (“Inclusione lavorativa: talenti e abilità nella cucina italiana”), promosso dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, presso l’Unesco Restaurant (7th floor, 7t place de Fontenoy, Parigi, ore 19).
«Sarà una bella occasione – sottolinea Locatelli – per mostrare ancora una volta l’importanza di investire nelle persone e nella valorizzazione delle capacità e dei talenti di ciascuno – sottolinea Locatelli -: dobbiamo infatti continuare a dare occasioni e ad offrire opportunità, perché ogni persona ha il suo valore che può e deve mettere a disposizione delle nostre comunità. Ringrazio l’ambasciatore Liborio Stellino, rappresentante permanente d’Italia presso l’Unesco, per avere sposato un’iniziativa che metterà ancora di più in luce le qualità della cucina italiana». (S.B.)

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“Il valore della Cura che resta”: un convegno in Abruzzo organizzato dall’AISLA

17 Ottobre 2025 - 4:48pm

 

Vi sarà il significato profondo dell’ascolto come gesto di cura e relazione, anche di fronte al silenzio imposto dalla malattia, al centro del convegno “Il valore della Cura che resta”, organizzato per il 21 ottobre ad Avezzano (l’Aquila) dall’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), in occasione della Giornata Mondiale dell’Ascolto, avvalendosi del patrocinio della Regione Abruzzo

Il valore della Cura che resta: è questo il titolo del convegno del 21 ottobre (ore 16.30-19) al Castello Orsini di Avezzano (l’Aquila), organizzato dall’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), in occasione della Giornata Mondiale dell’Ascolto, avvalendosi del patrocinio della Regione Abruzzo.
«In Abruzzo – sottolinea Marco Di Norcia, referente per l’AISLA dell’Aquila – vogliamo consolidare una rete capace di rispondere ai bisogni complessi della SLA. La qualità della cura nasce dall’incontro tra professionalità e ascolto: due princìpi che guidano da sempre la nostra associazione. Il nostro impegno è rendere concreto il supporto alle persone e alle famiglie, valorizzando ogni giorno la rete territoriale e il volontariato organizzato dell’AISLA».

Al centro dell’incontro di Avezzano vi sarà dunque il significato profondo dell’ascolto come gesto di cura e relazione, anche di fronte al silenzio imposto dalla malattia. A raccontare una storia di dedizione familiare e resilienza sarà Nazzareno Moroni, insieme alla moglie Angela, attraverso le parole del giornalista Sergio Barducci e il suo libro Nel tuo silenzio, capace di restituire l’impegno quotidiano delle famiglie nel prendersi cura delle persone con SLA.
Il convegno sarà anche l’occasione per presentare il nuovo corso di formazione ECM Prendersi cura della persona con SLA. Percorsi di formazione integrata per la qualità della vita, promosso dall’AISLA in collaborazione con U.P.A.I.Nu.C. Formazione e rivolto ai professionisti sanitari del territorio, per offrire strumenti aggiornati e concreti utili ad affrontare la complessità della SLA (l’avvio è previsto per il 30 ottobre; per informazioni e iscrizioni, accedere a questo link).

La giornata si concluderà con una tavola rotonda che vedrà il confronto tra istituzioni, operatori sociosanitari e associazioni locali, per discutere strategie concrete di prossimità e sostegno alle persone con SLA e alle loro famiglie.
«Con questo appuntamento – concludono dall’AISLA – vogliamo ribadirà il nostro impegno costante sul territorio, riconoscendo il valore dei volontari e delle famiglie, i veri protagonisti di una rete inclusiva e concreta di sostegno alle persone con la SLA». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@aisla.it (Elisa Longo).

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Inclusione difficile: la sfida delle persone autistiche

17 Ottobre 2025 - 4:26pm

«Inclusione – scrive Gianfranco Vitale – non significa solo inserire qualcuno in un contesto già esistente, vuol dire trasformare quel contesto, renderlo nuovo, più giusto, più equo, capace di accogliere e valorizzare davvero le differenze. Non è un atto di generosità né un favore concesso, è un diritto inalienabile, sancito ma troppe volte negato. La vera sfida non è “integrare” le persone autistiche, ma cambiare la società intera perché diventi davvero accogliente» “Oltre il labirinto dell’autismo”

Parlare di inclusione delle persone autistiche significa affrontare un terreno irto di ostacoli, dove i princìpi proclamati nei documenti ufficiali raramente coincidono con la realtà quotidiana. Sulla carta, la società garantisce diritti e uguaglianza; nei fatti, però, questi rimangono spesso parole vuote, brandite come slogan da politici e istituzioni per legittimare un approccio che, nella sostanza, è largamente deficitario.
Ma perché verifichiamo ogni giorno che la parola inclusione è solo una scatola vuota che la politica utilizza per rendere mediaticamente credibile ciò che, nei fatti, non esiste? Perché è così difficile rompere questa cortina di indifferenza che inevitabilmente produce chiusure persino da parte di tanti familiari, spesso restii a mostrarsi e a mostrare all’esterno i propri figli, nel timore che vengano feriti da quel clima di emarginazione che li circonda? Prepongo alla riflessione alcuni esempi.

Diagnosi e presa in carico: il mito della precocità
In Italia si stima che un bambino su 77 nella fascia 7-9 anni rientri nello spettro autistico. Le linee guida parlano di diagnosi precoce e intervento tempestivo, ma la realtà è un’altra: non tutti i centri, infatti, offrono sia la diagnosi che la presa in carico, e molti percorsi terapeutici iniziano con anni di ritardo. Le famiglie, spesso lasciate sole, si trovano a dover affrontare un vero e proprio “pellegrinaggio sanitario”, mentre le leggi che dovrebbero garantire uniformità restano sulla carta (1).

Disparità territoriali e accesso ai servizi
Secondo i dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia esistono 1.214 centri per la diagnosi e la presa in carico dei disturbi dello spettro autistico. Ma la loro distribuzione è tutt’altro che equa: oltre il 54% si trova al Nord, mentre solo un quarto è al Sud e nelle Isole. Questo significa che un bambino nato in Lombardia o Emilia-Romagna ha molte più possibilità di ricevere diagnosi e terapie tempestive rispetto a uno nato in Calabria o Sardegna. L’inclusione, dunque, comincia già ad essere diseguale dal punto di partenza (2).

La scuola: un’inclusione solo sulla carta
La scuola, che dovrebbe essere il primo e più importante laboratorio di cittadinanza, resta uno dei luoghi più contraddittori. L’alunno autistico è presente in classe, ma quante volte è davvero incluso? Molto spesso la sua partecipazione è limitata: compagni che non lo comprendono, insegnanti senza strumenti adeguati, ambienti caotici e non pensati per chi vive una sensibilità sensoriale diversa.
Qui la retorica dell’inclusione si riduce a una pura questione burocratica: ore di sostegno, piani individualizzati, riunioni. Ma la vita scolastica reale resta terreno di un’esclusione silenziosa.

Il lavoro: l’illusione dell’inclusione
Secondo le stime delle Associazioni, in Italia vivono circa 600.000 persone autistiche, ma vergognosamente solo l’1,7% di queste è inserito nel mondo del lavoro. Un numero che grida vendetta: nonostante esistano leggi come la 68/99 che obbligano le aziende ad assumere persone con disabilità, l’autismo rimane praticamente invisibile nei contesti professionali.
La conseguenza è una società che continua a relegare le persone autistiche a una condizione di dipendenza e marginalità, negando loro la possibilità di contribuire attivamente e di autodeterminarsi (3).

Sanità: il paradosso più feroce
È nella Sanità che il fallimento dello Stato diventa più evidente. Come fa un Paese civile a parlare di inclusione se, durante una visita medica, ci troviamo di fronte a personale non formato, che confonde la sua mancanza di conoscenza con un problema del bambino stesso? La realtà è che il problema non è l’autistico: è lo Stato che non forma i professionisti, non adatta gli ambienti, non prepara protocolli inclusivi.
E non basta: spesso, se chiediamo giustamente priorità nelle attese, veniamo trattati come privilegiati o maleducati, dimenticando che l’inclusione è un diritto, non una concessione.
Nella Sanità la responsabilità politica si fa macroscopica: non si tratta solo di risorse mancanti, ma di una visione assente. Lo Stato non solo non educa la società, ma la lascia libera di discriminare, di escludere, di etichettare.

Servizi e spazi pubblici: barriere ovunque
La stessa incoerenza si ritrova negli spazi pubblici. Non possiamo frequentare un supermercato se nessuno si preoccupa di offrire, almeno in alcuni orari, condizioni sensorialmente sostenibili, come luci soffuse e riduzione del rumore. Non possiamo portare i nostri figli nei parchi, se mancano giochi inclusivi. Non possiamo iscriverli a centri sportivi, perché molti si rivelano del tutto impreparati ad accoglierli. Persino piscine e centri ricreativi, che dovrebbero essere luoghi per tutti, diventano ostili o inaccessibili.

Che fare?
Noi genitori sopravviviamo a questo sfascio con enormi sacrifici, ma nessuno può accusarci di mentire se affermiamo che sono lo Stato in primis, e a cascata larghi pezzi della società, a disabilitare e ad emarginare. Siamo dentro a un paradosso: una Repubblica che si proclama fondata sull’uguaglianza, non sa tradurre i propri princìpi in azioni concrete. È un Paese, il nostro, che produce leggi avanzate ma non le applica, che proclama diritti ma non li rende esigibili, che celebra l’inclusione nei convegni e nei comunicati, salvo poi disinteressarsene nella vita reale.
Ed è qui che la mancata responsabilità politica diventa causa diretta di una mancata maturazione culturale. Se non educa, se non mostra la via, se non costruisce strumenti e ambienti realmente inclusivi, allora anche la società resta ferma, prigioniera di stereotipi, paure e pietismi. È un circolo vizioso che disabilita due volte: istituzionalmente e socialmente.

E allora, cosa possiamo fare per dare un segnale di cambiamento? Non possiamo nasconderci. Non possiamo rinunciare a portare i nostri figli “nella mischia”. È vero: siamo abbandonati da tutti, è tutto faticoso, è doloroso. Ma se non mostriamo i nostri figli, se non sfidiamo pregiudizi e incomprensioni, come possiamo sperare che la società si abitui a loro?
Come possiamo immaginare un mondo in cui non esista più un “Noi” e un “Loro”, ma un plurale magnificamente diverso? La sfida è questa: costringere la società a fare i conti con ciò che non conosce, educarla a riconoscere la diversità come valore e non come ostacolo.
Inclusione non significa solo inserire qualcuno in un contesto già esistente. Inclusione vuol dire trasformare quel contesto, renderlo nuovo, più giusto, più equo, capace di accogliere e valorizzare davvero le differenze. Non è un atto di generosità, non è un favore concesso. È un diritto inalienabile, sancito ma troppe volte negato.
La vera sfida non è “integrare” le persone autistiche, ma cambiare la società intera perché diventi davvero accogliente. E questo cambiamento parte da una responsabilità politica che deve finalmente tradursi in azioni concrete, in formazione capillare, in spazi accessibili, in leggi rispettate. Ma parte anche da una responsabilità sociale: imparare a guardare senza giudicare, ad accogliere senza pietismo, a condividere senza timore.
E noi familiari anche se siamo stanchi, dobbiamo restare visionari. Perché solo se continuiamo a sfidare gli sguardi, i giudizi, le incomprensioni, apriremo la strada a un futuro in cui inclusione non sia più un miraggio, ma una realtà concreta. Un futuro in cui la politica smetta di riempirsi la bocca di parole e cominci davvero a costruire giustizia. Un futuro in cui la società non si limiti a tollerare la diversità, ma la celebri come la sua più grande ricchezza.

Note:
(1) Nell’età evolutiva, la maggioranza dei centri per l’autismo dichiara di erogare sia diagnosi che presa in carico/riabilitazione. Ma resta una quota significativa che offre solo diagnosi o solo presa in carico: si veda a questo link.

(2) Secondo l’Osservatorio Nazionale sull’Autismo (OssNA) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), a marzo 2024 risultavano esserci 1.214 centri per la diagnosi e la presa in carico delle persone con disturbi dello spettro autistico (ASD) e altri disturbi del neurosviluppo (DNS). La distribuzione risultava fortemente squilibrata, con il 54% dei Centri al Nord, il 21% al Centro e il 24–25% al Sud e nelle Isole.
(3) In questa inquietante disamina gli autistici sono tutt’altro che soli, visto che – ad esempio – soltanto il 13,3% delle persone con sindrome di Down ha un contratto di lavoro (si veda, in proposito, la ricerca Non uno di meno realizzata dal Censis per l’AIPD nel 2022). Il lavoro resta ancora un miraggio per troppi. Eppure, a molte persone con la sindrome di Down non mancano certo il talento o la capacità di mettersi in gioco. E con loro quanti altri?

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Responsabilizzare le famiglie, favorire l’autodeterminazione, ripensare il sostegno

17 Ottobre 2025 - 1:49pm

Sarà Torino, il 20 e 21 ottobre, ad ospitare la conferenza internazionale “Empowering families, enabling self-determination: Rethinking support at every life stage” (“Responsabilizzare le famiglie, favorire l’autodeterminazione: ripensare il sostegno in ogni fase della vita”), promossa dall’EASPD, l’Associazione Europea dei Fornitori di Servizi per Persone con Disabilità, e dalla Fondazione Paideia, per discutere in particolare su come ripensare i modelli di assistenza alle persone con disabilità Heba Hagrass, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, sarà tra gli ospiti della Conferenza di Torino

Il 20 al 21 ottobre il Centro Paideia di Torino (Via Moncalvo, 1) ospiterà l’importante conferenza internazionale Empowering families, enabling self-determination: Rethinking support at every life stage (“Responsabilizzare le famiglie, favorire l’autodeterminazione: ripensare il sostegno in ogni fase della vita”), organizzata dall’EASPD, l’Associazione Europea dei Fornitori di Servizi per Persone con Disabilità e dalla Fondazione Paideia del capoluogo piemontese, incontro che vedrà la partecipazione di esperti e decisori europei, per discutere su come ripensare i modelli di assistenza alle persone con disabilità in un contesto di crescente invecchiamento della popolazione.

Empowerment e autodeterminazione, ovvero come promuovere l’autonomia delle persone con disabilità, garantendo loro il diritto di partecipare attivamente alla vita della comunità; Ruolo delle famiglie, ossia come migliorare la collaborazione tra i servizi rivolti alla disabilità e le famiglie, per garantire supporto continuo e sostenibile durante tutte le fasi della vita; Modelli di supporto basati sulla comunità, vale a dire investimenti in servizi locali di alta qualità che rispondano alle esigenze in evoluzione delle persone con disabilità e dei loro caregiver: questi i principali temi che verranno trattati durante la due giorni di Torino alla quale, tra gli altri ospiti, sono attese Heba Hagrass, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità e Sue Swenson, presidente di Inclusion International.

«Durante la Conferenza di Torino – sottolinea Irene Bertana dell’EASPD, che ne ha coordinato il programma – esploreremo una vasta gamma di tematiche, dall’intervento nella prima infanzia e l’invecchiamento con disabilità, all’empowerment di fratelli, genitori e nonni come partner nell’inclusione. Collegando infatti ricerca, pratica ed esperienza vissuta, miriamo a costruire una visione comune per comunità in cui tutti possano sentirsi parte integrante e prosperare».
«Siamo profondamente orgogliosi che Torino ospiti questa Conferenza dell’EASPD – aggiunge dal canto suo Fabrizio Serra, segretario generale della Fondazione Paideia -, un appuntamento di riferimento a livello europeo per chi lavora ogni giorno per promuovere l’inclusione e i diritti delle persone con disabilità. Accogliere qui esperti, professionisti, rappresentanti istituzionali e organizzazioni provenienti da tutta Europa significa riconoscere il valore delle esperienze e delle buone pratiche sviluppate nel nostro territorio, ma anche aprirci a nuove prospettive e collaborazioni. Questa conferenza rappresenta pertanto un’occasione preziosa per rafforzare reti, condividere visioni e continuare a mettere al centro le persone, le famiglie e i loro diritti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Luna Rondana (lrondana@maybepress.it).

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“MORE”: un progetto per modellare i servizi di mobilità rivolti a persone fragili

17 Ottobre 2025 - 1:15pm

Il progetto di ricerca “MORE”, promosso dal Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Foggia, con un finanziamento del Politecnico di Bari, il supporto del MOST (Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile) e la partnership con la Federazione FISH, punta tra l’altro a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla mobilità, migliorando la fruizione dei servizi essenziali per soggetti vulnerabili, in particolare persone con disabilità visive e motorie

Un’interessante iniziativa in àmbito di mobilità, proveniente dal Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Foggia, grazie a un finanziamento del Politecnico di Bari (bandi a cascata del Next Generation EU e del PNRR-Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), con il supporto del MOST (Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile), ci viene segnalata dall’Associazione Gli Amici di San Pio.
Si tratta del progetto di ricerca denominato MORE (acronimo che sta per MOdelling mobility seRvice for vulnerable pEople, ossia “Modellare i servizi di mobilità per persone in situazione di vulnerabilità”), «che si propone – come viene spiegato – di affrontare l’urgente questione della transizione verso una mobilità sostenibile, con l’obiettivo di contribuire alla realizzazione di una società a zero emissioni, senza trascurare i princìpi di equità e inclusione sociale. In particolare, attraverso l’analisi di un modello MaaS (Mobility as a Service), la ricerca mira a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla mobilità, migliorando la fruizione dei servizi essenziali per soggetti vulnerabili, in particolare persone con disabilità visive e motorie, valutando altresì l’impatto del medesimo modello MaaS sulla riduzione delle barriere economiche, offrendo soluzioni di trasporto più accessibili a tutte le fasce di reddito».

Il progetto vede coinvolti tutti docenti, come detto inizialmente, afferenti al Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Foggia, vale a dire il coordinatore dell’iniziativa, Pasquale Pazienza, la prima ricercatrice Caterina De Lucia e Antonio Lopoliti.
La necessaria raccolta di dati sarà effettuata attraverso la somministrazione di questionari ad hoc, che entro breve verranno distribuiti in tre aree urbane rappresentative del territorio italiano (Nord, Centro e Sud). A questo link sono disponibili tutti i riferimenti dei vari questionari elaborati.

«Un’ulteriore preziosa partnership di MORE – segnalano i promotori – è quella della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e le loro Famiglie) la cui collaborazione costituirà certamente un valore aggiunto, soprattutto per garantire che i questionari raggiungano i destinatari giusti e che la raccolta dei dati sia il più inclusiva possibile, raggiungendo in particolare le persone con disabilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@gliamicidisanpio.org.

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Senza pace, accoglienza e ambiente non c’è salute mentale, senza salute mentale non c’è futuro

17 Ottobre 2025 - 12:19pm

Per accendere i riflettori sull’importanza di garantire il diritto alla salute mentale, sta per tornare a Modena e Provincia “Màt, la Settimana della Salute Mentale”, nove giornate, dal 18 al 26 ottobre, per raccontare appunto l’universo della salute mentale attraverso un ricco programma di dibattiti, conferenze, eventi artistici e culturali, per un totale di oltre 80 appuntamenti, all’insegna delle parole chiave pace, accoglienza e ambiente Partecipanti al “Màt” dello scorso anno

Per accendere i riflettori sull’importanza di garantire il diritto alla salute mentale, a pochi giorni di distanza dalla Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre, sta per tornare a Modena e Provincia la manifestazione Màt, la Settimana della Salute Mentale, nove giornate, dal 18 al 26 ottobre, per raccontare appunto l’universo della salute mentale attraverso un ricco programma di dibattiti, conferenze, eventi artistici e culturali, per un totale di oltre 80 appuntamenti, «con l’obiettivo – come viene detto – di occupare” spazi fisici e ideali delle nostre comunità per riflettere su quanto la salute mentale sia una questione collettiva».
Pace, accoglienza e ambiente sono le parole chiave di questa quindicesima edizione del Màt, parole scelte dai promotori in considerazione della criticità del periodo attuale, «con la consapevolezza – spiegano – che senza di loro non c’è salute mentale e senza salute mentale non c’è futuro». (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per altre informazioni: stampa@mediamentecomunicazione.it.

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Quasi un miliardo di bambini e bambine in condizioni di povertà multidimensionale

17 Ottobre 2025 - 11:57am

«Quasi un miliardo di bambini e bambine vivono in condizioni di povertà multidimensionale e oltre 300 milioni vivono in condizioni di estrema povertà»: lo dicono dall’UNICEF Italia, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della povertà di oggi, 17 ottobre, ed è un messaggio al quale guardiamo con estrema attenzione, ricordando sempre che sono proprio i bambini e le bambine con disabilità ad essere “i più vulnerabili tra i vulnerabili”

«Oggi vogliamo ricordare che a livello globale, quasi un miliardo di bambini e bambine vivono in condizioni di povertà multidimensionale e oltre 300 milioni vivono in condizioni di estrema povertà, lottando per sopravvivere con meno di 2,15 dollari al giorno, mentre oltre 800 milioni di bambini sopravvivono con meno di 3,65 dollari al giorno»: non possiamo non guardare con attenzione alle parole pronunciate da Nicola Graziano, presidente dell’UNICEF Italia, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della povertà di oggi, 17 ottobre, ricordando sempre che sono proprio i bambini e le bambine con disabilità ad essere “i più vulnerabili tra i vulnerabili”.

Per quanto poi riguarda la povertà minorile in Italia, UNICEF Italia ha lanciato già da tempo il Monitoraggio 2025 denominato Le cose da fare: Agenda UNICEF 2022–2027 per l’infanzia e l’adolescenza, con analisi e proposte sulla situazione dei bambini/bambine e degli adolescenti che vivono in povertà, tra le quali:
° Rispettare e attuare il principio di non discriminazione di cui all’articolo 2 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.
° Proseguire nell’attuazione del Piano Nazionale di Azione sulla Garanzia Europea per l’Infanzia.
° Dare priorità alla prevenzione e al contrasto della povertà minorile nei Piani e nelle Strategie Nazionali di Sviluppo.
° Sostenere l’inclusione dei diritti dei bambini nella programmazione politica e delle risorse dedicate all’infanzia e all’adolescenza.
° Misurare e monitorare con regolarità i tassi di povertà minorile.
° Destinare maggiori risorse in servizi sociali, educativi, sanitari e culturali di qualità. (S.B.)

A questo link è disponibile il testo integrale della nota diffusa da UNICEF Italia, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della povertà di oggi, 17 ottobre. Per altre informazioni: press@unicef.it.

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Quando le parole diventano cura concreta

16 Ottobre 2025 - 6:27pm

«La comunicazione è il primo atto di cura»: sarà questo il messaggio portante dell’incontro del 18 ottobre a Trento, denominato “Linguaggi della Cura”, iniziativa promossa dall’Associazione AISLA, insieme alla Fondazione AriSLA e ai Centri Clinici NeMO, per fare emergere come la comunicazione scientifica si configuri essa stessa come uno strumento di cura e responsabilità sociale

È in programma a Trento per il 18 ottobre Linguaggi della Cura, seminario promosso dall’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), insieme all’AriSLA (Fondazione Italiana di Ricerca per la SLA) e ai Centri Clinici NeMO (NeuroMuscular Omnicentre), evento dedicato alla comunicazione in materia di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e alle malattie neuromuscolari.
«La comunicazione è il primo atto di cura», questo il messaggio portante dell’iniziativa che intende fare emergere come la comunicazione scientifica si configuri essa stessa come uno strumento di cura e responsabilità sociale. Le persone che interverranno saranno dunque coinvolte nella ricerca di un linguaggio capace di rendere accessibili contenuti complessi senza perdere rigore, favorire un dialogo circolare tra ricerca, clinica e società civile, e proporre linee guida condivise per un racconto autentico e rispettoso delle persone che convivono con la malattia.
Il seminario è rivolto in particolare a giornalisti/e e professionisti/e della comunicazione, studenti e docenti, ricercatori e ricercatrici, operatori e operatrici sanitari e clinici, persone con la SLA, famiglie, caregiver, volontari e volontarie.

«Linguaggi della Cura nasce con l’intento di unire competenze diverse in una narrazione condivisa, che dia valore tanto alla scienza quanto alla vita delle persone – sottolinea Fulvia Massimelli, presidente nazionale dell’AISLA –. Solo lavorando assieme possiamo trasformare la comunicazione in uno strumento di cura e di prossimità».

La giornata di lavoro prevede letture magistrali affidate a figure di riferimento nazionale e internazionale; sessioni tematiche sulla comunicazione nella ricerca, nella clinica e nel percorso di malattia; workshop interattivi rivolti a studenti, giornalisti e giornaliste, operatrici e operatori sanitari.
L’evento sarà ospitato dall’ITAS Forum (Via Adalberto Libera, 13, Trento, ore 10-16.30), in locali accessibili a persone con disabilità motoria. (Simona Lancioni)

A questo link è disponibile il programma completo, a quest’altro link un ulteriore testo di approfondimento sui contenuti dell’incontro. La partecipazione sarà gratuita, ma con iscrizione obbligatoria, tramite questo link. Per ogni altra informazione: Elisa Longo (elongo@aisla.it); Tiziana Zaffino (tiziana.zaffino@arisla.org); Stefania Pozzi (stefania.pozzi@centrocliniconemo.it).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Dialogo tra la ricerca scientifica e i bisogni delle persone con sindrome di Down

16 Ottobre 2025 - 5:46pm

Mettere in dialogo la ricerca scientifica più avanzata con i bisogni concreti delle persone con sindrome di Down e delle loro famiglie: è l’obiettivo del convegno scientifico nazionale “Sindrome di Down: dalla ricerca alla terapia”, in programma da domani, 17 ottobre, a domenica 19 a Napoli, promosso dalla DS Task Force italiana, con il supporto di AIPD e CoorDown. Vi parteciperanno ricercatori, medici, esperti, associazioni, familiari e persone con sindrome di Down da tutta Italia e non solo

Mettere in dialogo la ricerca scientifica più avanzata con i bisogni concreti delle persone con sindrome di Down e delle loro famiglie: è l’obiettivo e il focus del IX Convegno Scientifico Nazionale sulla sindrome di Down, denominato Sindrome di Down: dalla ricerca alla terapia, in programma da domani, 17 ottobre, a domenica 19 a Napoli (Aula Magna della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II), evento promosso dalla DS Task Force italiana con il supporto di AIPD (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down) e CoorDown (Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down), che potrà contare sulla partecipazione di ricercatori, medici, esperti, associazioni, familiari e persone con sindrome di Down da tutta Italia e non solo. Sono attese infatti oltre 250 persone iscritte, per dare vita a un’occasione unica di unioe, informazione e sensibilizzazione, allo scopo di garantire una qualità di vita sempre più elevata alle persone con sindrome di Down e dare conto delle novità scientifiche con un linguaggio chiaro e diretto.

Rimandando dunque Lettori e Lettrici al programma completo (a questo link), va detto che i lavori si apriranno, come segnalato, nel pomeriggio di domani, 17 ottobre, e si articoleranno in tre intense giornate con sessioni scientifiche, tavole rotonde, testimonianze dirette e momenti di confronto. Tra i temi affrontati: genetica, neurobiologia, nuove terapie farmacologiche e nutraceutiche, stili di vita, prevenzione, invecchiamento, Alzheimer, autonomia e inclusione.
Sabato 18 è prevista anche una sessione dedicata alla ricerca internazionale, con una relazione sulle alterazioni immunitarie di Joaquin Espinosa, autorevole esperto della Linda Crnic Institute for Down Syndrome (Università del Colorado, Stati Uniti).
Il 19 ottobre, infine, il convegno si concluderà con due tavole rotonde divulgative la prima delle quali sul progetto di vita con la partecipazione dei rappresentanti delle Associazioni nazionali, la seconda sul tema Ricerca scientifica e autonomia, con testimonianze di vita e presentazioni sull’intelligenza artificiale come strumento per l’inclusione. (S.B.)

La partecipazione al convegno sarà gratuita, con l’organizzazione affidata al Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche dell’Università Federico II di Napoli. Si potrà anche partecipare online, sia mediante la diretta livestream su Facebook, sia tramite la piattaforma Zoom (collegarsi a questo link; ID riunione: 850 3586 4655 – Codice d’accesso: 710738). Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@coordown.it.

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