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I successi della Nazionale Italiana FISDIR ai Mondiali di Atletica in Australia

5 Novembre 2025 - 5:44pm

Tra gli eventi che fanno capo a Virtus, organizzazione globale che promuove sport d’élite per atleti e atlete con disabilità intellettive e relazionali, vi sono anche i Campionati Mondiali di Atletica la cui edizione di quest’anno si è tenuta a Brisbane in Australia. E in tale manifestazione la Nazionale Italiana FISDIR (Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali) ha conquistato il primo posto nel medagliere e stabilito numerosi record del mondo

Tra gli eventi che fanno capo a Virtus, organizzazione globale che promuove sport d’élite per atleti e atlete con disabilità intellettive e relazionali, vi sono anche i Campionati Mondiali di Atletica la cui edizione di quest’anno (Virtus World Athletics Championships 2025) si è tenuta nell’ottobre scorso a Brisbane in Australia. E in tale manifestazione, cui hanno partecipato oltre 300 atleti provenienti da più di 30 Paesi, la Nazionale Italiana FISDIR (Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali) ha davvero fatto la parte del leone, conquistando il primo posto nel medagliere, con 41 medaglie complessive (20 ori, 11 argenti e 10 bronzi) e 8 record del mondo.

«Questi Campionati Mondiali – commenta un entusiasta Francesco Ambrosio, presidente della FISDIR – ci consegnano un risultato straordinario, che va ben oltre le medaglie. L’Italia FISDIR ha dimostrato infatti di essere una realtà solida, capace di confrontarsi ai massimi livelli internazionali e di portare avanti con orgoglio la nostra idea di sport paralimpico. Siamo orgogliosi dei nostri atleti, dello staff e dei tecnici che con professionalità e passione hanno contribuito a costruire questo successo. Tornare a casa da Brisbane con il primo posto nel medagliere mondiale e numerosi record del mondo è una soddisfazione enorme, ma la nostra più grande vittoria resta quella di avere mostrato al mondo la forza, la determinazione e i valori del nostro movimento».
«Siamo estremamente soddisfatti dell’andamento della squadra in questi Campionati Mondiali Virtus a Brisbane – dichiara da parte sua Pietro Camporeale, referente tecnico nazionale per l’atletica leggere -. La settimana di gare è stata semplicemente straordinaria: una vera e propria pioggia di medaglie ha premiato il duro lavoro e la dedizione dei nostri atleti, che hanno saputo esprimere al meglio il loro talento in campo internazionale. I record del mondo stabiliti rappresentano poi un traguardo storico e il segnale concreto della crescita costante e dell’eccellenza raggiunta dal nostro movimento. Si tratta di risultati che non sono arrivati per caso, ma sono il frutto di mesi di preparazione, dell’impegno di uno staff tecnico di altissimo livello e del sostegno delle famiglie e delle società. Continuiamo con entusiasmo, determinati a onorare ogni gara con lo stesso spirito e la stessa passione». (S.B.)

Ringraziamo Renata Trevisan per la collaborazione.

Per ulteriori informazioni: stampa@fisdir.it.

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Un gioco educativo per aiutare i bambini con stomia a conoscere e gestire la propria condizione

5 Novembre 2025 - 4:42pm

Videogioco educativo, composto anche da elementi fisici tra cui un accessorio LEGO, “StomyCraft”, che aiuta i bambini con stomia a conoscere e gestire la propria condizione in modo semplice e divertente, sarà al centro di un pomeriggio di gioco e inclusione, rivolto a grandi e piccoli, promosso per l’8 novembre dalla FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati) al Salone Margherita di Roma

StomyCraft è un videogioco educativo che aiuta i bambini con stomia a conoscere e gestire la propria condizione in modo semplice e divertente. È composto anche da elementi fisici, ossia un accessorio LEGO, in grado di trasformare una miniatura in un personaggio con il sacchetto per la stomia, un coprisacca personalizzabile e una consolle di gioco. La dinamica prevede che durante la partita ai bambini vengano proposti diversi alimenti che possono scegliere se mangiare o meno. Se mangeranno un cibo adatto alla loro condizione riceveranno dei bonus, in alternativa dei malus.
L’obiettivo è segnatamente quello di informare il paziente riguardo ai cibi adatti alla specifica condizione medica, allo scopo di indurre una maggiore capacità di “auto-cura” (self-care).

Sarà proprio StomyCraft al centro del pomeriggio di gioco e inclusione, rivolto a grandi e piccoli, promosso per l’8 novembre dalla FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati) al Salone Margherita di Roma. Durante l’evento, infatti, su due turni successivi (ore 14.30 e ore 16.30), sarà possibile costruire con mattoncini LEGO® e DUPLO® la Lupa capitolina, oltre a partecipare alla “corsa dei cavalli” all’interno del mondo di StomyCraft e scoprire come il gioco possa diventare uno strumento educativo e di solidarietà. (S.B.)

L’iniziativa sarà gratuita e aperta a tutti, con prenotazione obbligatoria tramite questo link. Per ulteriori informazioni: anitafiaschetti@gmail.com (Anita Fiaschetti).

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Comunicazione su malattie e tumori rari: ancora pochi giorni per partecipare al 12° Premio OMaR

5 Novembre 2025 - 4:20pm

Si potranno inviare fino al 10 novembre le candidature al dodicesimo Premio OMaR per la comunicazione sulle malattie e i tumori rari, partecipando alle tre categorie previste (“Premio Giornalistico” per contenuti stampa, web, audio e video e “Premi per la Migliore Campagna di Comunicazione”, riservati a professionisti e non professionisti). La cerimonia conclusiva si terrà a Roma nel febbraio del prossimo anno, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2026

Ci sono ancora un po’ di giorni – ed esattamente fino al 10 novembre, tramite il form online dedicato – per inviare le candidature al dodicesimo Premio OMaR per la comunicazione sulle malattie e i tumori rari, che oltre a riconoscere l’eccellenza nella comunicazione in questo àmbito, rappresenta ormai da anni un’importante occasione di confronto tra giornalisti, comunicatori, ricercatori, società scientifiche, associazioni di pazienti, aziende e istituzioni.

Il regolamento del concorso, va ricordato, prevede tre categorie per concorrere, tutte rivolte a valorizzare chi si sia distinto per un’informazione corretta e una comunicazione capace di sensibilizzare il pubblico sul tema delle patologie e dei tumori rari. Si tratta del Premio Giornalistico, per contenuti stampa, web, audio e video, e dei due Premi per la Migliore Campagna di Comunicazione, riservati rispettivamente a professionisti e non professionisti.
I lavori ammessi alla selezione devono essere stati pubblicati tra il 1° marzo 2024 e il 28 febbraio 2025 e ai vincitori di ciascuna categoria sarà assegnato un corrispettivo del valore di 2.500 euro.
La cerimonia di premiazione si terrà a Roma nel mese di febbraio del prossimo anno, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2026, alla presenza degli organizzatori, dei partner, dei giurati, e dei rappresentanti delle istituzioni, del mondo clinico, dei media e delle associazioni di pazienti.

A collaborare con l’OMaR (Osservatorio Malattie Rare) nell’organizzazione dell’iniziativa sono il CnAMC (Coordinamento Nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici e Rari di Cittadinanzattiva), la Fondazione Telethon, Orphanet Italia e la SIMeN (Società Italiana di Medicina Narrativa) e tra i partner vi sono Ability Channel, la FERPI (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) e il Festival Cinematografico Uno Sguardo Raro. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@osservatoriomalattierare.it.

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A Rovigo il Campionato Italiano Assoluto di calciobalilla paralimpico

5 Novembre 2025 - 2:08pm

Si terrà dal 7 al 9 novembre a Rovigo il Campionato Italiano Assoluto di calciobalilla paralimpico, organizzato da Mediterranea Eventi, sotto l’egida della FPICB, la Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla che per l’occasione consegnerà anche i riconoscimenti degli “Omini d’Oro” Un match di “doppio” di calcio balilla paralimpico

Si terrà dal 7 al 9 novembre a Rovigo, negli spazi del CenSer di Viale Porta Adige, il Campionato Italiano Assoluto di calciobalilla paralimpico, organizzato da Mediterranea Eventi, sotto l’egida della FPICB (Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla) e con il contributo del Comune di Rovigo.
Si misureranno dunque nella città veneta le categorie divise per classificazione funzionale TS1, TS2 e TS3, mentre il Campionato di “Doppio” si giocherà con classificazioni miste, come da regolamento federale.
Durante la tre giorni, inoltre, la FPICB assegnerà gli Omini d’Oro, riconoscimento per quelle figure distintesi durante l’anno non solo per meriti agonistici, ma anche per l’impegno dedicato alla disciplina e all’organizzazione degli eventi, senza dimenticare gesti o azioni che meglio hanno incarnato i valori di questo sport. (S.B.)

A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fpicb.it.

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Una proposta programmatica sulla disabilità rivolta a chi governerà la Regione Campania

5 Novembre 2025 - 1:44pm

Si chiama “Il Progetto di Vita: l’agenda strategica per le persone con disabilità in Regione Campania”, il manifesto elaborato dalla FISH Campania, in vista delle prossime elezioni nella propria Regione, documento ripartito in cinque punti (Autodeterminazione e De-istituzionalizzazione; Salute; Inclusione lavorativa e Qualità della Vita; Coerenza della progettazione; Sostenibilità finanziaria), per una serie di impegni definiti come «tassativi e attuabili» da parte della Federazione Una bella foto di gruppo per la Federazione FISH Campania

«La nostra Federazione, cui aderiscono 25 Associazioni di persone con disabilità e di familiari, in vista delle prossime elezioni regionali, chiede a tutti i candidati un concreto impegno per il rispetto dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie, impegno che deve tradursi innanzitutto nella piena e immediata attuazione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, del Decreto Legislativo 62/24 (Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato), attuativo della precedente e della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, Legge 18/09 dello Stato Italiano»: si apre così il Manifesto elaborato dalla FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), in vista delle ormai prossime elezioni della propria Regione, in programma per il 23 e 24 novembre, una proposta programmatica intitolata Il Progetto di Vita: l’agenda strategica per le persone con disabilità in Regione Campania.

«È necessario operare un cambio di paradigma – si legge ancora nel documento -: bisogna passare da una visione che considera la persona unicamente in base a prestazioni e bisogni frammentati, a una che ne abbraccia l’intera esistenza, con l’intento di sostenere la vita indipendente e inclusiva, adottando un approccio olistico e superando la frammentazione dei servizi. Fondamentale è adottare un approccio partecipativo (come previsto dalla Convenzione ONU), dove la persona con disabilità sia protagonista attiva in ogni fase, dalla progettazione alla realizzazione del suo percorso. Per rendere tutto questo realizzabile e attuabile dal prossimo Governo Regionale, proponiamo alcuni impegni programmatici».

Sono esattamente cinque i punti in cui la FISH Campania sintetizza tali impegni, a partire da quello riguardante l’autodeterminazione e la de-istituzionalizzazione, con riferimento diretto all’articolo 19 della Convenzione ONU (Vita indipendente ed inclusione nella società), che viene articolato nelle seguenti azioni: «Sostenere l’autodeterminazione, favorendo la capacità della persona di fare scelte autonome sulla propria vita, in particolare quella di vivere come e con chi desidera. Sostenere i processi di de-istituzionalizzazione, considerando con urgenza le soluzioni per il “Dopo di Noi” non più in una connotazione di emergenza da declinare nelle RSA, ma riflettendo su una nuova stagione che veda per le persone con disabilità il raggiungimento del diritto di vivere la propria età adulta, ove possibile, autonomamente dal proprio nucleo familiare, in un contesto inclusivo e non segregante.
Per quanto poi concerne la salute, la Federazione campana chiede di «potenziare il diritto alla salute e alla riabilitazione, eliminando le liste di attesa definitivamente e sburocratizzando l’accesso ai servizi sanitari e riabilitativi per le persone con disabilità».
Sull’inclusione lavorativa e sulla qualità della vita, quindi, guardando agli articoli 27 e 9 della Convenzione ONU (rispettivamente Lavoro e occupazione e Accessibilità), l’esigenza è quella da una parte «di rafforzare le politiche del lavoro, perché il Progetto di Vita passa attraverso una piena e buona occupazione. È necessario, pertanto, dare continuità all’attuazione di politiche attive per le persone con disabilità (Garanzia INN-Inserimento, Inclusione, Integrazione Lavorativa) e rendere i Centri per l’impiego sempre più a misura per le persone con disabilità». Dall’altra parte, «aumentare la qualità della mobilità, dei trasporti, delle reti comunicative e dell’abitare» e a tal proposito viene ritenuto «fondamentale, per il diritto di cittadinanza, rifinanziare con fondi regionali le norme a partire dalla Legge 13/89 (Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati), nella direzione dell’abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali in edifici privati, che non è finanziata da molti anni dalla Regione Campania».
E ancora, vi è la richiesta di coerenza della progettazione, «da integrare con altri strumenti. In altre parole, il Progetto di Vita deve includere e superare altri strumenti come il PEI (Piano Educativo Individualizzato), ampliando la visione al futuro e a tutte le sfere della vita. È necessario pertanto garantire il coordinamento funzionale tra il tempo scuola, il tempo famiglia, il tempo servizi e il tempo sociale, secondo un’ottica olistica».
E da ultima, ma non certo ultima, la sostenibilità finanziaria: «È imprescindibile garantire la continuità delle risorse dei servizi e dei supporti per un periodo di tempo adeguato a sostenere il percorso di crescita e il raggiungimento degli obiettivi. A tal fine, si propone la costituzione di un fondo unico regionale per la disabilità».

«Chiediamo ai vari candidati – è la conclusione del documento – di assumere questi impegni come tassativi e attuabili, per garantire che i diritti delle persone con disabilità in Campania passino dalla dimensione normativa a quella della realtà quotidiana».

«La disabilità – preme ricordare a Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania – non è un difetto individuale, ma il risultato di un ambiente che crea barriere e non offre supporti adeguati. Anche per questo riteniamo centrale, nella nostra proposta programmatica a chi sarà chiamato a governare la Regione Campania, l’attuazione immediata del Decreto Legislativo 62/24, perché il Progetto di Vita, non servirà solo a “liberare” i caregiver, ma restituirà dignità e autodeterminazione alla persona, creando un contesto finalmente inclusivo. E la dignità non è un favore, ma un diritto». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: fishcampania@gmail.com.

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In Sardegna la più alta incidenza e prevalenza di miastenia gravis

5 Novembre 2025 - 12:44pm

Malattia autoimmune rara e cronica che colpisce le giunzioni neuromuscolari e che si manifesta con una generale debolezza muscolare, la miastenia gravis, secondo recenti studi, ha in Sardegna l’incidenza e la prevalenza più alta al mondo. Anche per questo l’OMaR (Osservatorio Malattie Rare) ha organizzato per il 6 novembre a Cagliari il convegno “Miastenia gravis, la Sardegna al centro”

Malattia autoimmune rara e cronica che colpisce le giunzioni neuromuscolari e che si manifesta con una generale debolezza muscolare, la miastenia gravis non è ereditaria e può insorgere a qualsiasi età, compromettendo in modo significativo l’autonomia di chi ne è affetto. Si tratta di una patologia che in Sardegna, secondo recenti studi, ha l’incidenza e la prevalenza più alta al mondo, «motivo in più – sottolineano dall’OMaR (Osservatorio Malattie Rare), per tenerla al centro dell’attenzione clinica ma anche istituzionale». È stato infatti proprio l’ OMaR, con il patrocinio dell’AIM-Sezione Sardegna (Associazione Italiana Miastenia e Malattie Immunodegenerative Amici del Besta ODV) e con il contributo non condizionante di UCB Pharma, ad organizzare il convegno denominato Miastenia gravis, la Sardegna al centro, in programma per il pomeriggio del 6 novembre a Cagliari (ACP Collection, Viale Regina Margherita, 6, ore 15).

«Sono tante – spiegano ancora dall’OMaR – le questioni strutturali che possono essere affrontate e risolte con l’aiuto dei vari portatori d’interesse: dalla riduzione dei tempi della diagnosi e di certificazione dell’esenzione al miglioramento dei registri, dalla messa a punto di un Piano Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) Regionale che indirizzi i pazienti ai centri di riferimento della nuova Rete Malattie Rare, fino all’attivazione dei PAI (Piani Assistenziali Individualizzati), per dare ad ogni persona ciò di cui ha veramente bisogno, dalle visite ai trattamenti e all’assistenza. Di questi aspetti si parlerà nel corso dell’incontro di Cagliari, grazie alla presenza di rappresentanti dei pazienti, di clinici di diversa specialità e delle istituzioni». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo. Per ulteriori informazioni: info@osservatoriomalattierare.it.

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Verso le nuove azioni da inserire nella Strategia Europea sui Diritti delle Persone con Disabilità

5 Novembre 2025 - 12:24pm

Occcupazione, istituti segreganti, crisi abitativa, il rapporto tra povertà e disabilità, i caregiver, l’attuazione della Convenzione ONU e altro ancora: per la varietà dei temi affrontati è stata particolarmente interessante una recente riunione dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento Europeo, voluta per discutere la prossima fase della Strategia Europea sulla Disabilità, che dovrà essere definita entro la metà del 2026, e vi ha partecipato anche il Forum Europeo suilla Disabilità

Nel corso di una recente riunione dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento Europeo, voluta per discutere la prossima fase della Strategia Europea per i Diritti delle Persone con Disabilità, che dovrà essere definita entro la metà del 2026, nonché la crisi abitativa che colpisce le stesse persone con disabilità, Lucie Davoine, che vi ha partecipato in qualità di responsabile ad interim dell’Unità Disabilità della Commissione Europea, ha presentato i risultati finora ottenuti nell’àmbito della Strategia e ha delineato i prossimi passi da compiere, che dovranno porteranno a nuove azioni e iniziative.
In tal senso, Davoine ha sottolineato che si dovrà tenere conto delle «Raccomandazioni del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità». l’organismo preposto a monitorare l’attuazione della relativa Convenzione ONU, «la relazione del Parlamento Europeo sulla Strategia, adottata dalla Commissione per l’Occupazione e gli Affari Sociali, nonché le conclusioni del Consiglio dell’Unione Europea e la posizione delle organizzazioni della società civile attraverso una consultazione pubblica aperta che verrà avviata a breve».
Davoine ha sottolineato altresì «la necessità di migliorare le statistiche sull’occupazione delle persone con disabilità, rimaste sostanzialmente ferme per un decennio, e di ridurre il numero di persone con disabilità che vivono in istituti segreganti, un numero che purtroppo è aumentato in diversi Stati Membri dell’Unione».

Dopo la relazione di Davoine, vi sono stati gli interventi degli altri presenti alla riunione, a partire dall’eurodeputata polacca Jagna Marczułajtis-Walczak la quale ha segnalato che «gli Stati Membri dell’Unione non stanno attuando in modo adeguato la Convenzione ONU. Ha esortato inoltre la Commissione a ricordare agli Stati i loro obblighi ai sensi dell’articolo 19 della Convenzione stessa (Vita indipendente ed inclusione nella società), chiedendo informazioni sulle statistiche relative alle persone con disabilità che vivono in istituti residenziali.
Sulla Carta Europea della Disabilità (European Disability Card) si è soffermata poi l’eurodeputata tedesca Katrin Langensiepen, affermando che essa «dovrebbe essere come una patente di guida, utilizzabile ovunque». Ha poi aggiunto che «sono ancora troppo poche le persone a conoscere la Carta. Mentre gli Stati Membri non hanno predisposto piani specifici per promuoverla».
Ha concluso sottolineando la necessità che i fondi dell’Unione siano trasparenti e disponibili per l’attuazione della Convenzione ONU.
È intervenuta quindi l’eurodeputata del nostro Paese Chiara Gemma, che sempre sulla Carta Europea, ha affermato come essa «non funzioni perché i servizi non vengono messi in pratica». Per questo ha rilevato la necessità di «un quadro normativo più concreto». Ha quindi concluso riocrdando la situazione delle famiglie e dei caregiver informali delle persone con disabilità.
Di temi importanti quali la povertà e gli alloggi ha parlato l’eurodeputato irlandese Aodhán Ó Ríordáin, avvertendo che una “semplificazione” delle norme esistenti potrebbe portare a indebolire diritti conquistati a fatica. Ha chiesto poi alla Commissione Europea di affrontare l’impatto della crisi abitativa sull’occupazione, sottolineando l’aumento del rischio di senzatetto e dipendenza tra i gruppi vulnerabili, comprese le persone con disabilità.

Sono arrivate a questo punto le risposte di Davoine sui vari temi sollevati, innanzitutto evidenziando un progetto pilota di Eurostat, volto a raccogliere dati sulle famiglie. Nel frattempo, agenzie dell’Unione, come Eurofound, stanno studiando la situazione delle persone con disabilità che vivono in istituti.
Per quanto riguarda la Carta Europea della Disabilità, mentre il recepimento è in corso a livello nazionale, la Commissione si sta concentrando sullo sviluppo degli aspetti tecnici della Carta stessa. La normativa impone inoltre alla Commissione stessa di creare un sito web dedicato per sensibilizzare l’opinione pubblica, supportato da campagne di comunicazione.
E ancora, Davoine ha riconosciuto lo stretto rapporto tra povertà e disabilità e intende collaborare con la task force per l’edilizia abitativa, allestita dalla Commissione, per affrontare la situazione specifica delle persone con disabilità in riferimento all’accessibilità e al costo degli alloggi.

Su tale tema specifico è intervenuto l’eurodeputato spagnolo Borja Giménez Larraz, relatore della Commissione Speciale sulla crisi abitativa, che nel presentare lo stato attuale della relazione in fase di elaborazione su tale problema, ha sottolineato che «la crisi abitativa e la mancanza di alloggi accessibili e a prezzi accessibili rappresentano un problema strutturale da affrontare nel prossimo Piano d’Azione per l’edilizia abitativa a prezzi accessibili della Commissione». «Vi è per altro – ha aggiunto – una diffusa mancanza di consapevolezza sulle norme riguardanti l’accessibilità».
Nel ricordare quindi che «molte persone con disabilità e anziane sono costrette a vivere in istituti», ha affermato che «gli investimenti dell’Unione Europea devono rispettare gli standard di accessibilità per queste fasce di cittadini, con risorse quali quelle derivanti dal Fondo Sociale Europeo e dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, «che dovrebbero essere utilizzati per migliorare l’edilizia abitativa, l’assistenza e i servizi basati sulla comunità, aumentando, in sostanza, l’offerta stessa di alloggi».

Successivamente Davoine ha concluso il proprio intervento tornando sulla questione del riconoscimento dei caregiver informali, ricordando una recente Sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha esteso il divieto di discriminazione al genitore o caregiver di una persona con disabilità (se ne legga già anche sulle nostre pagine). Ha inoltre affermato che il problema dovrebbe essere senz’altro affrontato in coordinamento con la Strategia per la Parità di Genere, poiché sono in maggioranza le donne ad assumersi responsabilità di assistenza.

Presente alla riunione in rappresentanza dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, il vicepresidente di tale organismo, Pat Clarke, oltre a congratularsi con gli Eurodeputati per l’adozione della bozza di relazione sulla prossima fase della Strategia sulla Disabilità, che riflette le richieste del movimento per la disabilità, ha sottolineato che «il prossimo Bilancio dell’Unione Europea dovrebbe includere la Convenzione ONU e vietare il finanziamento di istituti segreganti come principio orizzontale. Dovrebbe essere inoltre reintrodotta la destinazione del 25% dei Fondi Sociali all’inclusione sociale».
Per quanto riguarda infine la crisi abitativa, secondo Clarke, «l’accessibilità dev’essere una precondizione per i nuovi edifici e le ristrutturazioni, comprese quelle legate alla sostenibilità e si dovrebbero anche prendere in considerazione misure legislative, quali modifiche alle norme sugli aiuti di Stato, per migliorare l’accessibilità economica degli adattamenti abitativi». (Stefano Borgato)

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Le competizioni artistiche inclusive del progetto “Pythika”

4 Novembre 2025 - 6:31pm

Si chiama “Pythika”, ovvero “Competizioni Artistiche Inclusive”, si ispira ai Giochi Pitici dell’antica Grecia ed è una competizione artistica nazionale (recitazione, danza e canto/musica), aperta a persone con disabilità, ma anche senza disabilità, se i partecipanti si presenteranno in squadre. A promuovere il progetto, a iscrizione gratuita fino al 10 dicembre e con il patrocinio della Ministra per le Disabilità, è l’Accademia romana L’Arte nel Cuore, che tante persone con disabilità ha coinvolto dal 2005

Si chiama Pythika, ovvero Competizioni Artistiche Inclusive, si ispira ai Giochi Pitici, antiche competizioni artistiche che si tenevano ogni quattro anni a Delfi, nell’antica Grecia, in onore del dio Apollo, ed è la prima competizione artistica nazionale nelle discipline della recitazione, della danza e del canto/musica, aperta a persone con e senza disabilità, con il duplice obiettivo di promuovere la normalizzazione della condizione di disabilità e di trovare occasioni di reale inserimento lavorativo nella filiera dello spettacolo per le stesse persone con disabilità. «Un’iniziativa di inclusione sociale e culturale che unisce talento, passione e opportunità concrete nel mondo dello spettacolo», così come viene presentata.
A promuovere l’interessante progetto è l’Accademia L’Arte nel Cuore, la nota iniziativa di formazione artistica lanciata a Roma nel 2005 da Daniela Alleruzzo, di cui ci siamo tante volte occupati anche sulle nostre pagine e che tante persone con disabilità ha coinvolto nel corso di questi vent’anni.

A partecipazione completamente gratuita e realizzato con il patrocinio della Ministra per le Disabilità, Pythika è stato presentato nel settembre scorso presso la Presidenza del Consiglio, con la partecipazione della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, delle ideatrici Daniela Alleruzzo, Claudia Barcellona e Susi Zanon, di alcuni membri della Commissione Pythika (Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa Film, Maurizio Fabrizio, compositore; Enzo Campagnoli, direttore d’orchestra), oltreché dell’attore Samuele Carrino, ambasciatore Pythika per i giovani, e altri sponsor e sostenitori.
Le iscrizioni tramite il sito dedicato – gratuite, come detto – sono aperte fino al 10 dicembre. Successivamente, dopo una fase di selezioni regionali online, i semifinalisti, e poi i finalisti, si sfideranno in presenza a Roma, presso l’Auditorium Parco della Musica, il 10 e 11 aprile 2026.
Le varie performance saranno valutate da giurie composte da esperti di settore di fama nazionale, critici, giornalisti e professionisti dello spettacolo. Nella fase finale è prevista inoltre una Giuria Giovani, formata da studenti per ogni scuola media e superiore della Regione ospitante, che voterà alle finali tramite televoto. Denominati “Ambasciatori per l’uguaglianza”, quegli studenti avranno il compito di riportare l’esperienza nelle scuole anche come azione di contrasto al bullismo.

«Ribaltare la narrazione dominante sulla disabilità – spiegano i promotori, in riferimento all’obiettivo dell’iniziativa -, non per suscitare applausi facili o indulgere in retoriche compassionevoli, ma per portare in scena il talento nella sua essenza più autentica, dove l’abilità e il merito si affermano al di là di qualsiasi etichetta. E la disabilità non presentata come una condizione da assistere, ma come una realtà che, riconosciuta e valorizzata, deve tradursi in autonomia, lavoro, dignità e contributo attivo alla società».
Gli artisti potranno partecipare singolarmente o in squadre, e in quest’ultimo caso un terzo dei componenti potrà essere senza disabilità, in un’ottica di integrazione sostanziale da sempre perseguita dall’Arte nel Cuore.
La manifestazione, infine, sarà arricchita anche da eventi collaterali, il più rilevante dei quali sarà Special Pythika, sezione che vedrà le esibizioni – senza competizione, ma in uno spirito di scambio di esperienze – da parte di vari artisti con disabilità che riceveranno dalla ministra Locatelli un riconoscimento di partecipazione durante la serata finale, prima della premiazione del vincitore. (S.B.)

A questo link è disponibile il regolamento di Pythika. Per ogni ulteriore informazione: pythika@gmail.com (Sofia Nanni).

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Tre Sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea riguardanti anche le persone con disabilità

4 Novembre 2025 - 5:50pm

Nelle scorse settimane la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha prodotto alcune importanti Sentenze in àmbito di diritti, riguardanti anche le persone con disabilità o i loro familiari e caregiver e centrate rispettivamente sul “periodo di comporto” dei lavoratori con disabilità, sulla “discriminazione per associazione” estesa a genitori o caregiver e sulle cure mediche in altri Stati Membri dell’Unione Europea

Nelle scorse settimane la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha prodotto alcune importanti Sentenze in àmbito di diritti, riguardanti anche le persone con disabilità o i loro familiari e caregiver, con la prima delle quali (Causa C-5/24 dell’11 settembre) ha stabilito che una norma nazionale (come il “periodo di comporto” di 180 giorni) che porta al licenziamento per malattia non costituisce, di per sé, una discriminazione indiretta se applicata a un lavoratore con disabilità. E tuttavia, il licenziamento è legittimo solo se non è sproporzionato rispetto all’obiettivo legittimo del datore di lavoro e a condizione che siano stati precedentemente adottati “accomodamenti ragionevoli” per evitare il recesso. Spetta al giudice nazionale verificarne la congruità.

La seconda Sentenza (Causa C-38/24, anch’essa prodotta l’11 settembre) ha riconosciuto che il divieto di discriminazione si estende al genitore o caregiver di una persona con disabilità (discriminazione per associazione). In tal senso, il datore di lavoro ha l’obbligo di adottare “accomodamenti ragionevoli”, come ad esempio la flessibilità oraria, anche per il caregiver che lavora, a meno che non comportino un onere sproporzionato.

Infine, la Sentenza C-489/23del 4 settembre, facendo riferimento alla giurisprudenza più recente e in linea con la Direttiva 2011/24/UE, concernente l’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera, ha rafforzato il diritto dei cittadini e delle cittadine dell’Unione Europea, incluse le persone con disabilità, a ricevere cure mediche in un altro Stato Membro e di ottenere il rimborso dei costi, a patto che le cure richieste rientrino tra quelle coperte nello Stato di affiliazione. (R.A.)

Per ulteriori approfondimenti sulle Sentenze citate, fare riferimento al Centro Studi Giuridici HandyLex rispettivamente a questo, questo e questo link.

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Ripristino dell’assegno di cura per le famiglie con la SLA della Basilicata

4 Novembre 2025 - 5:11pm

L’Associazione AISLA aveva annunciato per il 7 novembre a Potenza una manifestazione di protesta delle famiglie per il mancato ripristino del Fondo Regionale SLA (sclerosi laterale amiotrofica), per gli assegni di cura ancora bloccati e ridotti a 500 euro e per le cure domiciliari senza prospettive di rafforzamento. Quella manifestazione, però, è stata revocata, dopo l’esito positivo di un incontro d’urgenza convocato dall’Assessore alla Sanità della Regione Basilicata Ezio, persona con la SLA dell’AISLA Basilicata

«Con questa decisione, la Regione Basilicata dimostra di saper ascoltare e farsi carico dei bisogni dei più fragili. Il ripristino dell’assegno di cura restituisce infatti respiro concreto alle famiglie e apre la strada a un percorso di sostegno stabile e duraturo»: così l’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) commenta l’esito dell’incontro d’urgenza convocato da Cosimo Latronico, assessore alla Sanità della Regione Basilicata, dopoché la stessa AISLA aveva annunciato per il 7 novembre a Potenza, di fronte al palazzo della Regione, una manifestazione di protesta delle famiglie per il mancato ripristino del Fondo Regionale SLA, per gli assegni di cura ancora bloccati e ridotti a 500 euro e per le cure domiciliari senza prospettive di rafforzamento. «Da mesi – avevano sottolineato dall’Associazione – più di 50 famiglie lucane vivono in un limbo di silenzio e incertezza, con promesse di dialogo e attenzione che non si sono mai concretizzate».

Dopo l’incontro in Regione, dunque, quella manifestazione è stata revocata, poiché, come viene riferito, «durante il confronto è stata condivisa la comune priorità di garantire, fin da subito, la continuità del sostegno economico alle persone affette da SLA secondo i vecchi parametri, grazie all’integrazione di risorse regionali al Fondo Nazionale, per assicurare alle famiglie l’assegno di cura. Dal canto loro, gli uffici regionali procederanno contestualmente con le verifiche tecniche necessarie per individuare, in tempi brevi, risorse e strumenti che possano, in modo strutturale e in continuità, garantire la misura».

All’incontro, insieme all’assessore Latronico, hanno partecipato Domenico Tripaldi, direttore generale per la Salute e le Politiche della Persona, e Antonio Corona, dirigente dell’Ufficio Sistemi di Welfare. Per l’AISLA erano presenti Pina Esposito, segretario Nazionale, e Mimmo Santomauro, referente dell’AISLA Basilicata.
«Continueremo naturalmente a seguire con attenzione – concludono dall’Associazione – l’attuazione del provvedimento e il tavolo di confronto avviato con la Regione». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@aisla.it (Elisa Longo).

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La qualità dell’inclusione scolastica come una barca alla deriva in mezzo al mare

4 Novembre 2025 - 4:43pm

«Assistiamo – scrive Salvatore Nocera – ad un lento declino della qualità dell’inclusione scolastica, tra buone norme paralizzate dalla mancata attuazione dei provvedimenti applicativi e carenza di formazione dei docenti. E dire che quest’anno celebriamo 50 anni del cosiddetto “Documento Falcucci”, che fornì i princìpi fondamentali dell’integrazione scolastica. Celebrare quel Documento con la proroga dei “corsetti” di specializzazione sul sostegno gestiti dall’INDIRE è come oltraggiarne la memoria» René Magritte, “Golconda”, 1953

Negli ultimi giorni di ottobre, mentre l’opinione pubblica era totalmente presa, prima dalle ultime battute sull’approvazione definitiva dell’assai controversa Proposta di Legge sulla separazione delle carriere dei magistrati, poi sull’incontro tra Trump e il Presidente cinese, e infine dal parere negativo della Corte dei Conti sulla costruzione del fantomatico “ponte sullo Stretto”, in totale silenzio, tre “manine senatoriali” hanno inserito con tecnica legislativa degna dei migliori illusionisti, un “emendamentino” alla norma in discussione sulla riforma degli esami di maturità ed il corretto avvio dell’anno scolastico.
Tale emendamento proroga, anche per il prossimo anno, i “corsetti” di specializzazione sul sostegno agli studenti con disabilità, assegnati lo scorso anno, eccezionalmente per la prima volta nella storia della specializzazione in Italia, all’INDIRE (Istituto Nazionale per la Documentazione, l’Innovazione e la Ricerca Educativa), dagli articoli 6 e 7 del Decreto Legge 71/24, convertito nella Legge 106/24; quegli articoli avevano previsto percorsi formativi di 30 CFU (Crediti Formativi Universitari), dimezzati rispetto a quelli ordinari gestiti da sempre dalle Università con ben 60 CFU, corrispondenti a circa 1.500 ore di lezioni, tirocinio e laboratori, da svolgersi tutti in presenza, mentre i citati “corsetti” INDIRE si stanno svolgendo a distanza (e talora anche in modalità asincrona), con la frequenza in contemporanea online di oltre 2.300 docenti.
Tali corsi “speciali” sono aperti ai docenti che abbiano svolto negli ultimi 5 anni (anch’essi prorogati a 8 dal suddetto “emendamentino”) per almeno 3 anni attività di sostegno senza specializzazione, nonché ai docenti che abbiano acquisito all’estero un diploma di specializzazione, risultati non validati in Italia dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, per i quali i titolari hanno in piedi ricorsi per ottenerne la convalida. La motivazione di tutto ciò, fornita lo scorso anno, era stata che occorreva colmare il vuoto di docenti di sostegno specializzati.

A quel punto la SIPeS (Società Italiana di Pedagogia Speciale) aveva levato gli scudi contro quelle norma eccezionale e svilente la cultura, così come le Associazioni di persone con disabilità e delle loro famiglie erano state inizialmente del tutto contrarie; a seguito però di una durissima contrattazione da parte della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), si era riusciti ad ottenere una sorta di “riduzione del danno”, con l’aumento di altri dieci Credito Formativi Universitari, e l’impegno del Governo a non ripetere mai più negli anni successivi tale paurosa riduzione della formazione dei docenti che debbono curare, insieme ai colleghi disciplinari, l’inclusione scolastica.
Quale è stata quindi la meraviglia nel vedere comparire questa “normetta”, nascosta tra le pieghe di altre diversissime norme e, per giunta, ancora una volta in una Proposta di Legge di conversione di un Decreto-Legge, ossia di un provvedimento che dovrebbe riguardare solo “casi straordinari di necessità ed urgenza” e che invece si ripeteva dopo l’improvvisa decretazione d’urgenza del 2024.

Di fronte a quell’imprevista operazione, culturalmente al ribasso, simile a quella della “rottamazione delle cartelle esattoriali”, con cui debitori del fisco, se rinunciano al loro contenzioso in corso, ottengono di pagare una somma ben inferiore a quella che avrebbero dovuto, se accertata pienamente al termine delle cause, si è fatta registrare una reazione dell’opinione pubblica. Molti docenti specializzati con i corsi ordinari, genitori, docenti universitari ed esperti hanno costituito due comitati, il primo denominato Collettivo dei Docenti di Sostegno Specializzati (CDSS), l’altro Movimento Unitario per l’Inclusione Scolastica e Sociale (MUISS), che hanno fatto sentire la propria voce, inviando anche ai Parlamentari proteste e richieste di ritiro di quello spurio emendamento.
Dal canto loro, le Associazioni aderenti alla FISH hanno inviato ai Parlamentari, tramite la Federazione stessa, ben tre richieste di ritiro, due al Senato – quando la Legge era in esame in sede referente, l’altra quando è arrivata in Aula – la terza alla Camera, con la richiesta almeno dell’aumento di altri 10 Crediti Formativi Universitari; ma tutto è stato inutile.
E così, il 28 ottobre la Legge, è stata approvata con l’“intruso” emendamento, mentre davanti alla Camera tre giovani professoresse del CDSS, specializzate con i corsi ordinari, si rendevano protagoniste di un presidio vestite di nero con delle maschere bianche e con un altoparlante che scandiva slogan e diffondeva brani musicali, per la curiosità e l’interesse dei passanti [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.].

Ora, questi “corsetti”, come torno a definirli, ripetutisi quest’anno, verranno sicuramente prorogati anche negli anni successivi, dal momento che il “vuoto” di docenti di sostegno specializzati continuerà a permanere per moltissimi anni. Infatti, per il prossimo anno, ad esempio, il Ministero ha bandito un concorso per circa 8.000 posti di sostegno. Il guaio è, però, che ormai da molti anni annualmente transitano da posto di sostegno a cattedra disciplinare circa 10.000 docenti di sostegno di ruolo e quindi, già quest’anno, si creerà un ulteriore “vuoto” di 2.000 docenti specializzati, senza contare quanti andranno in pensione.
Anziché quei “corsetti”, da più parti, e pure dalla FISH, si chiede l’istituzione, presso le Facoltà di Scienze della Formazione, di scuole di specializzazione post-lauream, come avviene ad esempio in Medicina, dotate delle debite risorse finanziarie; esse dovrebbero organizzare corsi di specializzazione, ciascuna per non troppi docenti, in modo da poterne seguire seriamente la formazione e sulla base delle necessità delle scuole individuate dal Ministero. Attualmente, invece, si assiste all’assurdità che in alcune Regioni, specie del Nord Italia, mancano docenti specializzati, mentre in altre, come al Sud, c’è una sovrabbondanza di docenti specializzati, destinati segnatamente alla disoccupazione.
Occorrerebbe inoltre potenziare la formazione iniziale e in servizio dei docenti disciplinari, dal momento che è principio fondamentale dell’inclusione scolastica che essa si realizza da parte dei docenti disciplinari “sostenuti” dai colleghi specializzati.
E infine, da più parti si chiede di portare a 120 i Credito Formativi Universitari e quindi a due anni la specializzazione per il sostegno, attualmente di soli 60 Crediti, dal momento che essa dal 1986 è divenuta “polivalente”, cioè in grado di affrontare i bisogni educativi nascenti dalle diverse condizioni degli alunni con disabilità. L’assurdo è che quando i corsi di specializzazione erano “monovalenti”, ad esempio per alunni ciechi, sordi o con disabilità intellettive, essi duravano ben due anni. Adesso, con i “corsetti INDIRE”, essi sarebbero durati inizialmente addirittura pochi mesi con 30 CFU, portati a 40, come detto, grazie all’intervento non risolutivo della FISH.

In questa disastrosa situazione, dunque, non ci resta che sperare nell’attenta analisi che della Legge appena approvata faranno gli Uffici della Presidenza della Repubblica, così come, ad esempio, è stata effettuata dal Capo dello Stato prima della promulgazione, con la Legge sull’istituzione, della festività nazionale del 4 ottobre, ricorrenza della festa di San Francesco d’Assisi.
E in ogni caso stiamo assistendo nel nuovo millennio ad un lento declino della qualità dell’inclusione scolastica, documentato dall’emanazione di buone norme inclusive paralizzate dalla mancata attuazione dei provvedimenti amministrativi applicativi e dalla carenza di formazione dei docenti, oltreché alla quasi scomparsa di ispettori ministeriali seriamente formati sugli aspetti normativi e didattici dell’inclusione scolastica, come avveniva negli ultimi decenni del secolo scorso. E dire che quest’anno celebriamo i cinquant’anni dall’emanazione del cosiddetto “Documento Falcucci” del 1975, che diede i princìpi fondamentali e una seria normativa iniziale sull’integrazione scolastica. Ebbene, celebrare quella ricorrenza con la proroga dei “corsetti” è veramente un oltraggio alla memoria di quella illuminata Ministra.
Ernest Hemingway ha intitolato un suo famoso romanzo Per chi suona la campana. Dal 28 ottobre scorso possiamo dire che la campana suona per la morte della qualità dell’inclusione scolastica.

*Il presente contributo è già apparso in «La Tecnica della Scuola», con il titolo “Proroga dei “corsetti” per la specializzazione sul sostegno: per chi suona la campana?” e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore e con altro titolo, per gentile concessione.

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“Noi e Matisse” a Pordenone, nuova mostra dei mosaicisti dell’Officina dell’Arte

4 Novembre 2025 - 1:57pm

“Mosaicamente 19”, nuova mostra realizzata presso l’Officina dell’Arte, il centro lavorativo regionale per persone adulte con autismo della Fondazione Bambini e Autismo di Pordenone, sarà dedicata al tema “Noi e Matisse”. L’inaugurazione è previusta per il 7 novembre a Palazzo Mantica di Pordenone e l’esposizione potrà poi essere visitata, a ingresso libero, fino al 21 dicembre

Verrà inaugurata il 7 novembre a Palazzo Mantica di Pordenone (Corso Vittorio Emanuele, ore 18.30), la nuova mostra realizzata presso l’Officina dell’Arte, il centro lavorativo regionale per persone adulte con autismo della Fondazione Bambini e Autismo, che ha prodotto in questi anni numerose iniziative analoghe, denominate Mosaicamente, seguite regolarmente anche sulle nostre pagine.

Mosaicamente 19 sarà dunque sul tema Noi e Matisse, si potrà visitare fino al 21 dicembre a ingresso libero e comprenderà sia opere riconducibili direttamente a dipinti di Henri Matisse, sia opere originali realizzate dalle persone che frequentano l’Officina dell’Arte, partendo da alcuni temi ricorrenti nell’arte dello stesso Matisse.
All’inaugurazione del 7 novembre interverrà Alessandro Del Puppo, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Udine. (S.B.)

L’esposizione di Pordenone sarà visitabile di venerdì (ore 17-19.30), di sabato e domenica (ore 10.30-12.30 e 17-19.30). Per ulteriori informazioni: relazioniesterne@bambinieautismo.org.

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Pieno successo, a Potenza, per l’“Università della Vita Indipendente”

4 Novembre 2025 - 1:26pm

Il progetto dell’Associazione AIPD “Università della Vita Indipendente” ha accompagnato a Potenza 28 persone con disabilità (sindrome di Down e disturbi dello spettro autistico) verso la conquista dell’autonomia e la definizione del proprio futuro, consentnedo loro di acquisire competenze pratiche e relazionali e mettendone alla prova la capacità di autodeterminazione e gestione quotidiana Persone coinvolte nel progetto “Università della Vita Indipendente”, promosso dall’AIPD a Potenza

«L’autonomia non è un privilegio e non è un lusso, non è solo per qualcuno ma è per tutti: in una parola, è un diritto. È partendo da questo principio che abbiamo realizzato a Potenza questo nostro progetto»: lo dicono dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), a proposito del proprio progetto denominato Università della Vita Indipendente, percorso che ha accompagnato 28 persone con disabilità (sindrome di Down e disturbi dello spettro autistico) verso la conquista dell’autonomia e la definizione del proprio futuro, attraverso un cohousing sociale, all’interno di un appartamento appositamente preso in locazione, ove con il supporto costante degli operatori e delle Associazioni partecipanti, le persone hanno potuto acquisire competenze pratiche e relazionali, mettendo alla prova la propria capacità di autodeterminazione e gestione quotidiana.

«La riforma in corso della disabilità – spiega Carmela De Vivo, presidente della FISH Basilicata (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) – ci chiede un cambio di sguardo e di cultura. Le persone con disabilità, infatti, non sono più destinatari passivi di servizi, ma protagonisti della propria vita, con il passaggio al modello dei diritti umani, l’introduzione del progetto personalizzato e partecipato e il coordinamento tra istituzioni che segnano una trasformazione profonda. Ora la sfida è fare in modo che questi princìpi diventino concreti e stabili».
L’ Università della Vita Indipendente ha accompagnato dunque i partecipanti attraverso esperienze di vita reale, dalla gestione della casa alle autonomie quotidiane, in situazione di convivenza e relazioni sociali. «Chi era ai primi passi verso l’autonomia – racconta Arianna Ricciardella, operatrice dell’AIPD di Potenza – ha imparato le basi della Vita Indipendente, mentre chi era già avanti ha consolidato competenze per il co-housing».
«Abbiamo accompagnato le persone con disabilità in un percorso di crescita costruito sui loro bisogni e potenzialità – afferma dal canto suo Cesina Russo, presidente dell’ALA (Associazione Lucana Autismo) -, fornendo strumenti concreti per vivere in modo indipendente, esercitare pienamente i propri diritti e partecipare alla comunità con dignità e responsabilità».
«Uscire dalla bolla – spiega quindi Federica Labella, educatrice socio pedagogica – significa superare stereotipi, limiti e barriere che ancora oggi circondano le persone con disabilità. Le nuove norme di questi ultimi anni ci chiamano a costruire comunità inclusive, dove ciascuno possa scegliere e vivere il proprio progetto di vita. Non è un atto di gentilezza: è giustizia, è democrazia. Il nostro impegno è vigilare, accompagnare e costruire, perché nessuno resti ai margini e ogni persona abbia la possibilità di vivere pienamente i propri diritti e le proprie aspirazioni».
E ancora, Rosa Padula, psicologa clinica e operatrice dell’ALA, ricorda che «con questo progetto abbiamo dimostrato che, quando vengono costruiti contesti strutturati e inclusivi, le persone con disabilità possono sviluppare reali competenze per una vita adulta autonoma. I partecipanti, infatti, hanno imparato a gestire la casa, prendersi cura di sé, relazionarsi con gli altri e affrontare la quotidianità con maggiore consapevolezza e responsabilità». «Questa esperienza – aggiunge – conferma che l’autonomia è un percorso graduale, che richiede tempo, continuità e sostegno professionale. Per questo è fondamentale dare stabilità a progetti come questo, perché offrono opportunità concrete di crescita e permettono di superare definitivamente i luoghi comuni sulle persone con disabilità. Ringraziamo dunque l’AIPD Potenza, le Associazioni partner, la Regione Basilicata e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per avere creduto in un percorso che mette al centro la dignità, le capacità e il futuro delle persone».
«Non si tratta solo di acquisire abilità pratiche – sottolinea infine lo psicologo Giovanni Magoni -: ogni competenza, infatti, deve avere una ricaduta concreta nella vita quotidiana e favorire indipendenza, relazioni significative e autodeterminazione. Il progetto di vita non si rimanda: si costruisce giorno dopo giorno».

Le conclusioni sono affidate a Gianfranco Salbini, presidente nazionale dell’AIPD e capofila del progetto. «La metodologia AIPD – ricorda – nasce nel 1989 con i primi corsi per l’autonomia. Oggi, grazie alla rete territoriale con l’ALA, la FISH Basilicata, l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di Persone con Autismo), l’AGESCI e il CAI, rafforziamo un modello di autonomia concreta, reale e possibile».
Tenendo poi conto del sostegno per il progetto avuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Regione Basilicata, che ne hanno riconosciuto il valore innovativo, Salbini chiede con forza «che questi percorsi diventino strutturali e permanenti, poiché l’autonomia non è un esperimento a tempo, ma è un diritto, un percorso di vita e una condizione essenziale per vivere pienamente la cittadinanza».
Con strumenti adeguati, sostegno professionale e contesti inclusivi, dunque, un progetto come Università della Vita Indipendente dimostra realmente che le persone con disabilità possono vivere da adulti autonomi, superare barriere e pregiudizi e costruire la propria vita con consapevolezza e libertà di scelta. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampaaipd@gmail.com; info@aipdpotenza.it.

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La decima edizione del Festival “Uno Sguardo Raro”

4 Novembre 2025 - 12:49pm

Per celebrare la propria decima edizione, il Festival “Uno Sguardo Raro”, la manifestazione internazionale cinematografica dedicata alle malattie rare, alla disabilità e all’inclusione sociale, ha promosso per il 6 novembre a Roma una conferenza stampa durante la quale, oltre alla presentazione della nuova edizione dell’evento, vi sarà anche, tra l’altro, la consegna di un premio speciale alla nota regista Cinzia TH Torrini, già presidente di giuria nelle prime edizioni del Festival

Per celebrare la propria decima edizione, il Festival Uno Sguardo Raro, l’ormai classica manifestazione internazionale cinematografica dedicata alle malattie rare, alla disabilità e all’inclusione sociale, ha promosso per il pomeriggio del 6 novembre a Roma (Fondazione Roma Lazio Film Commission, Via Parigi, 11, ore 17) una conferenza stampa ricca di anteprime, ospiti e nuove visioni, ma innanzitutto occasione per presentare appunto la nuova edizione del Festival, partendo dalla proiezione del trailer del cortometraggio fuori concorso Una vita vera, prodotto da AOP Health, major sponsor dell’edizione 2025. Il tutto alla presenza del cast del cortometraggio stesso e del regista Massimiliano Franciosa.
Seguiranno gli interventi di Claudia Crisafio, direttrice artistica di Uno Sguardo Raro, Leonardo Radicchi di AOP Health Italia e Antonella Barone, presidente dell’AIPAMM (Associazione Italiana Pazienti con Malattie Mieloproliferative).
Quindi è prevista la consegna del Premio Speciale Uno Sguardo Raro 2025 alla nota regista Cinzia TH Torrini, già presidente di giuria nelle prime edizioni del Festival, che riceverà questo riconoscimento «per il suo impegno nel narrare storie che valorizzano la diversità e rendono visibili gli invisibili, perché da loro si può imparare molto». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: unosguardoraro.stampa@gmail.com.

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María Blanchard, il cubismo, la disabilità e l’impegno sociale

4 Novembre 2025 - 12:05pm

Per uno dei tanti “dispetti” della Storia, che accantona qualcuno per far emergere altri, María Blanchard, la prima pittrice spagnola ad adottare l’approccio cubista, è stata grande ma ben poco conosciuta. Grande nonostante fosse nata donna in un’epoca “sbagliata” e nonostante la disabilità che la rese bersaglio di umiliazioni. Due bastoni la sorreggevano, quello tangibile e quello “virtuale” dell’arte che era il supporto dell’anima, infelice ma mai arresa. Andiamo a conoscerla con Stefania Delendati María Blanchard (Santander, Spagna, 1881-Parigi, 1932)

Se siete appassionati di storia dell’arte ma non avete mai sentito parlare di María Blanchard, non dovete sentirvi in difetto. Per uno dei tanti “dispetti” della Storia che accantona qualcuno per far emergere altri, questa donna, esponente delle avanguardie artistiche del primo Novecento, la prima artista spagnola ad adottare l’approccio cubista, è grande quanto misconosciuta, sebbene la complessità formale delle sue tele, il loro carattere innovativo e l’impegno sociale che caratterizzò una parte della sua vita siano stati riconosciuti anche da illustri colleghi.

María Gutiérrez-Cueto y Blanchard nacque nel 1881, lo stesso anno di nascita di Picasso; lei venne alla luce all’una di notte del 6 marzo, lui il 25 ottobre. Quella bimba e quel bimbo si sarebbero incontrati da grandi, nei pennelli e nella tavolozza avrebbero trovato la loro strada, ma con fortuna differente. Se Pablo Picasso diventò un’autentica celebrità e tuttora viene osannato, María, pur avendo un talento cristallino superiore a quello di molti altri pittori cubisti della sua generazione, scontò il fatto di essere donna in un contesto culturale che riteneva il genere femminile inferiore, dovette lottare contro gli stereotipi di genere e anche contro i pregiudizi dovuti alla sua disabilità.
Apparteneva a una famiglia colta dell’alta borghesia di Santander, città nel Nord della Spagna, il padre Enrique era un giornalista, uomo di lettere ed esperto d’arte, segretario del Consiglio dei lavori portuali e fondatore del periodico «El Atlántico». Al secondo piano di Via Santa Lucia 14 vivevano anche la madre, Concepción, una donna molto bella dalla prodigiosa memoria che recitava poesie dei classici francesi, un fratello e tre sorelle, Aurelia, Carmen, Fernando e Ana.
L’ambiente illuminato e privilegiato non le risparmiò un’infanzia dolorosa. María era molto piccola di statura e fin da bambina utilizzava un bastone per camminare, conseguenza della malformazione della spina dorsale già presente alla nascita, si pensava causata da una caduta accidentale della madre mentre cercava di salire in carrozza durante la gravidanza. Soltanto a posteriori si comprese che la doppia curvatura della colonna vertebrale era invece una condizione congenita causata da un’anomalia cromosomica; era infatti la medesima disabilità della cugina Mercedes Blanchard y Plasencia. La cifoscoliosi, questo il nome dell’alterazione morfologica di María e della cugina, rende la spina dorsale con la forma di un panno bagnato e poi strizzato con forza, in un senso e poi nell’altro. Soltanto negli ultimi decenni sono arrivate terapie che ne riducono l’impatto, ma in mancanza di queste, non soltanto il cammino diventa molto difficoltoso, ma compaiono dolori in tutto il corpo e con l’avanzare dell’età insorgono problemi respiratori e cardiaci.

Per i compagni di scuola María era la bruja, la strega, soprannome poco lusinghiero che la angosciava. Aveva dalla sua parte un carattere testardo e ostinato, il bullismo che la faceva tanto soffrire non riuscì dunque ad abbatterne lo spirito. Incoraggiata dal padre, iniziò a prendere lezioni private di disegno a 10 anni, passando poi alla pittura; il papà le costruiva sedie e cavalletti adatti alla sua disabilità.
Al compimento dei 21 anni, la maggiore età di allora, si trasferì a Madrid per studiare presso alcuni pittori e iscrivendosi successivamente alla Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, scuola prestigiosa dove si erano formati alcuni dei più importanti artisti spagnoli. Si appassionò alle nature morte, apprese la precisione e l’uso del colore, esuberante, la predilezione per il verde, il nero e il marrone, una peculiarità che secondo i critici conferisce un carattere fortemente ispanico alle sue prime composizioni. La Real Academia era un luogo conservatore, i lavori di María avevano quindi come soggetti predominanti i temi tradizionali della Spagna di inizio secolo, il ritratto e la mitologia, realizzati con una particolare cura del dettaglio. Ben diversa era la Parigi che a sua insaputa l’attendeva.
Nel 1908 partecipò alla Exposición Nacional de Bellas Artes e vinse il terzo premio, un’altra medaglia arrivò per il dipinto Musa gitana. Non c’era più il padre ad esultare per i primi riconoscimenti ottenuti da María, era venuto a mancare nel 1904, ora era lo zio Domingo ad occuparsi della sua istruzione.
Le estati non trascorrevano più nella tenuta della nonna paterna, ma nella villa di un altro zio, fratello del papà, Fernando. Con la mamma, le sorelle e il fratello lasciò Santander e si trasferì a Madrid, in una casa in affitto al numero 7 di Via Castellò. La famiglia era all’epoca il soggetto delle sue opere, ritrasse una nipote, la sorella Aurelia mentre leggeva, la mamma, la sorella minore Ana e se stessa.
Nessuno poteva più provvedere al finanziamento dei suoi studi e pertanto fu il Comune di Santander a sovvenzionare con una borsa di studio di 1.500 pesetas il proseguimento dell’istruzione di María presso l’Academie Vitti, nella capitale francese.
Prima di trasferirsi, fece in tempo a conoscere Diego Rivera al Museo del Prado, un giovane omone che pesava già 120 chili per un metro e ottanta d’altezza e che accanto a lei sembrava ancora più massiccio. Fu Rivera a tracciare una descrizione di María che ci consente di figurarcela davanti: «Era gobba e alta poco più di un metro e venti. Sopra il suo corpo deforme c’era una bellissima testa. […] Era incredibilmente intelligente. Il suo corpo era come un grande lampadario, leggermente storto, e aveva una testa e delle braccia bellissime che terminavano nelle mani più belle che abbia mai visto. […] non era una bellezza volgare, ma una combinazione di corpo e spirito […]. Evocava purezza e luce». Fu sempre Rivera a coglierne il tocco geniale, arrivando a dire di lei che «nessun colorista del nostro tempo la supera».

Pablo Picasso, che nacque nello stesso anno di María Blanchard e che cercò, invano, di instillarle un metodo più efficace per piazzare le sue opere

Giunse a Parigi nel 1909, in tasca aveva una lettera di raccomandazione da consegnare alla superiora di un convento di suore dove avrebbe soggiornato offrendosi come insegnante in cambio di vitto e alloggio. Per tutta la vita avrebbe nutrito risentimento per quel luogo, per la cella spregevole dove fu costretta a vivere, soprattutto per le umiliazioni delle studentesse che la deridevano per il suo aspetto. Ma quel primo periodo parigino rappresentò anche un’esperienza formativa umana, oltreché artistica, realmente irripetibile; con la pittura, infatti, si affrancò dalle paure e dagli affanni che l’accompagnavano da quand’era bambina. Era dotata di ironia, grinta e voglia di vivere, anche se di primo acchito era difficile capirlo, lo sapeva soltanto chi la conosceva bene, come l’amico André Lothe con il quale intratteneva un rapporto epistolare da cui emergono appunto questi tratti del suo carattere.
Nel 1910 prese a frequentare l’accademia della pittrice russa Marie Vissilief; condividevano una stanza e fu lei a introdurre María nel cubismo. A Parigi conobbe il quasi coetaneo Pablo Picasso e il pittore cubista spagnolo Juan Gris; di quest’ultimo diventò amica intima e tale rimase per tutta la vita, con lui intraprese un comune percorso artistico. C’erano anche la pittrice russa Angelina Beloff e il marito, Diego Rivera, pure loro amici sebbene per Diego María nutrisse sentimenti più profondi. Entrò nella Section d’Or, Associazione di pittori e critici d’arte legati al cubismo che ampliò le sue conoscenze tra le personalità più straordinarie dell’epoca.
Insieme ad un’altra artista russa, Angelina Petrovna Belova, detta “Quiela”, strinse una bella amicizia e con lei si recò in Belgio, a Bruges, un centro nevralgico per gli artisti.
Un giorno si trovavano sulla spiaggia di Knokke, stavano dipingendo, quando un gruppo di teppisti iniziò a tirare sabbia e fango sul lavoro di María. Presero di mira il quadro per offendere lei, ancora una volta il suo aspetto fisico le attirò scherno e ingiurie. Si recò dalla polizia che le assegnò un gendarme, una guardia del corpo personale che la seguiva e la proteggeva costantemente durante il soggiorno in città. Fu una giornata lunga quella, Marìa e Quiela sul tardi andarono in un caffè dove c’erano a sorpresa Diego Rivera con un amico. Da quel momento il soggiorno in Belgio diventò un viaggio a quattro, dipinsero insieme, raggiunsero poi Londra.

Al ritorno a Parigi, María affittò una stanza in Rue Vaugirad che lasciò nel 1912 per trasferirsi a casa di Rivera e della moglie a Montparnasse, al civico 26 di Rue de Départ, sempre silenziosamente innamorata di lui. Con lo scoppio della prima guerra mondiale decise di fare ritorno a Madrid, a casa della madre, un luogo più appartato. Portò con sé la pittura e allestì il suo primo atelier che condivise con alcuni degli artisti conosciuti in Francia che nel frattempo l’avevano raggiunta.
Il nome di María iniziava ad imporsi, le sue opere vennero presentate nel 1915 ad un’esposizione al Museo de Arte Moderno di Madrid (oggi Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía) insieme a quelle dei più grandi esponenti internazionali del cubismo. Era la prima volta che il cubismo appariva in Spagna; María c’era e veniva descritta così nel catalogo della mostra: «Una viaggiatrice appena tornata dalla terra delle caverne oscure e dalla terra delle cime radiose». Una postilla diceva «non è femminile, è virilmente maligna», l’ennesimo commento che la fece soffrire.
Continuava a essere “la strega”, i bambini le urlavano contro, le persone anziane non nascondevano repulsione per la sua gobba pronunciata, per la zoppia evidente, i grandi occhiali con le lenti rotte, le basette nere, i suoi abiti logori. «Baratterei tutto il mio lavoro per un po’ di bellezza», disse un giorno davanti allo specchio mentre cercava di nascondere la gobba con un grande scialle. Una sua cugina raccontò che «tanto amava la bellezza che soffriva della sua deformità in modo impressionante». Tutti si soffermavano sull’aspetto esteriore, pochi erano al corrente delle sue sofferenze fisiche, pochi sapevano che non aveva mai dormito in un letto ma sempre in poltrona, reclinata sullo stesso lato, a causa della cifoscoliosi che le impediva di stare sdraiata. Neppure la critica la comprendeva, in questo era come i suoi colleghi artisti, le cui opere erano definite «produzioni di quella strana nuova scuola che ha dislocato regole e precetti e nella sua anarchia raggiunge i limiti del delirio pittorico».

A quegli anni risalgono alcuni dipinti che dimostrano il suo intenso studio dell’anatomia delle cose e dei colori. Sono Donna con ventaglio, Natura morta e Donna con chitarra i quadri che l’hanno resa famosa come esponente del cubismo. Donna con chitarra, in particolare, rielabora un tema classico della tradizione francese, ovvero il personaggio “trasformato” in strumento musicale. La figura dipinta è un’estrema sintesi, non ha volume né prospettiva, gli unici dettagli riconoscibili sono le corde della chitarra, un occhio e tre dita che consentono di riconoscere la donna rappresentata.
Non erano soltanto successi, anzi. La sorella Aurelia la convinse a lasciare la vita bohemienne parigina e a candidarsi come insegnante di disegno a Salamanca. La sua famiglia aveva sempre desiderato per lei un lavoro sicuro, un posto fisso con il quale potesse mantenersi, le scuole magistrali davano uno stipendio annuale di 1.500 pesetas, era l’occasione e María accettò di buon grado.
L’autrice di una sua biografia, la contessa di Campo Alange, che si spese affinché ottenesse la cattedra, affermò che si esercitava davanti ad uno specchio per interpretare il ruolo di insegnante. Non faceva per María, però, quel lavoro alla Scuola Normale Magistrale, si scontrava con i metodi tradizionali che per lei non rappresentavano l’arte, riteneva inutile la copiatura di illustrazioni senza valore artistico. Gli studenti avrebbero dovuto amarla per questo, invece la sbeffeggiavano con commenti crudeli, la preside era meschina. Strinse i denti, ma dopo un anno accademico prese la ferma decisione di lasciare per sempre la Spagna.

María Blanchard, “Donna con chitarra”, 1917

All’inizio di marzo del 1916 tornò a Parigi. Gettato alle spalle il passato, cambiò anche il nome. Per tutti, da allora in poi, diventò María Blanchard, adottando soltanto il cognome materno e arrivando a dire agli amici: «Se andate in Spagna, sputate sulla terra di Spagna e, al ritorno, non dimenticate di pulirvi la polvere dalle scarpe».
Parigi era diversa, il conflitto l’aveva resa irriconoscibile, diverso era ogni aspetto della vita. Ne risentì anche l’arte cubista che abbandonò la sperimentazione delle origini, alla ricerca di creazioni che fossero maggiormente leggibili. Quelle di María lo erano sempre state, non aveva mai smesso di dialogare con il figurativo. Il caffè La Rotonde diventò il suo punto fermo, lì incontrava gli altri artisti che dicevano di lei: «Povera María, pensa di avere successo solo con il talento». Si diede ad un’attività pittorica frenetica, utilizzò il ricavato delle vendite per acquistare uno studio in Rue du Maine, per un po’ di tempo ospitò lo scultore messicano Germán Gutiérrez Vidal, suo cugino, che introdusse nei circoli artistici d’avanguardia. Il suo “istinto commerciale”, tuttavia, non era molto spiccato, Picasso cercò di instillarle un metodo più efficace per piazzare le sue opere, invano, cosicché continuava a campare alla bell’è meglio. Evidentemente non era facile farle cambiare idea, lo racconta Isabelle Rivière, prima biografa di María Blanchard e sua allieva a Parigi: «Per anni e anni ha indossato un orribile vestito con enormi quadrati gialli e verdi di cui non riuscivamo a liberarci, nemmeno con i trucchi più subdoli o gli attacchi più diretti… Quando cercavamo di insinuare, senza dargli troppa importanza, che il nero era davvero il colore che le donava di più, lei rispondeva con il sorriso implorante e accattivante di una bambina che cerca di rubare una caramella. “Adoro travestirmi così tanto!”».
Pur con introiti economici scarsi, ormai era all’apice della carriera, ad un’esposizione a Bruxelles ottenne grande successo di critica La Comulgante. Aveva iniziato a dipingerla intorno al 1914 e continuò a ritoccarla per alcuni anni questa bambina il giorno della prima comunione, usando toni scuri e dolenti. Non c’è nulla di gioioso nella figura massiccia che ricorda i dipinti di Diego Rivera, gli occhi sono pieni di lacrime, la stessa María disse di aver voluto così rappresentare il dolore di non essere diventata madre. Le offrirono un assegno in bianco per il dipinto, lei rifiutò in cambio del patrocinio permanente del mercante d’arte Léonce Rosenberg che nel 1919 le organizzò la prima mostra personale nella sua galleria, L’Effort Modern in Rue Baume. Rosenberg la liquidò con una lettera laconica il 24 febbraio 1920: «[…] è impossibile continuare ad acquistare l’intera vostra produzione a tempo indeterminato. Pertanto, devo consigliarvi oggi di trovare sbocchi per i vostri dipinti, che non acquisterò in futuro se non in base alle mie vendite». Il mercante, d’altra parte, non l’aveva mai compresa del tutto, non si impegnava per vendere bene i suoi quadri, anzi, se ne disfece in toto, piazzandoli ad un prezzo inferiore del loro reale valore.

Sebbene ammirata, anche se non come i colleghi uomini, per molti era la “strega del cubismo”, quell’etichetta non riusciva a togliersela di dosso. Dopo la mostra al Salon des Indépendants, dove presentò tre dipinti cubisti e uno figurativo, nel 1921 espose alla Society of Independent Artists a New York e la richiesta delle sue opere aumentò in maniera considerevole. Era in una fase in cui le esperienze di vita diventavano colore, il cubismo le andava ormai stretto e se ne discostò. Cambiò il repertorio tematico, la scelta di rappresentare la quotidianità delle madri, gli interni domestici, bambini e bambine al lavoro rifletteva la sua profonda preoccupazione per la vulnerabilità della condizione umana nelle classi sociali più povere. Temi malinconici che mostravano l’asprezza della vita e sempre il rimpianto per la mancata maternità, esaltati da una tecnica impeccabile che si riavvicinava allo stile di Cézanne.
Il successo di quei brevi anni fu effimero, l’Europa era attraversata da una crisi economica che influenzava il mercato dell’arte. I guadagni sperati non arrivarono mai e María diventò economicamente dipendente da amici e mecenati, una condizione che non l’abbandonerà più. Frank Flausch era il suo finanziatore più convinto, quello che la sostenne fino alla di lui morte nel 1926. L’anno dopo se ne andò a soli quarant’anni l’amico di sempre, Juan Gris. Se Diego Rivera per María era stato un fuoco appassionato ma vacuo, Juan aveva rappresentato la certezza di un calore duraturo e rassicurante. La sua scomparsa, unita alla partenza di Diego Rivera per il Messico e il suo nuovo matrimonio con Guadalupe Marin, sprofondò la donna nella depressione, uno stato d’animo che l’avvicinò alla religione. Proprio lei, cresciuta in una famiglia agnostica e ribelle ad ogni attrattiva verso il divino, fu pervasa da un impeto mistico che la faceva partecipare a messe quotidiane. Arrivava in chiesa con difficoltà crescenti, zoppicando, ascoltava rapita i sermoni e donava quanto più poteva agli indigenti e all’orfanotrofio. Non era più “la strega”, presero a chiamarla “insetto da sagrestia”, pensò di lasciare i suoi pochi beni e le sue opere in eredità agli istituti psichiatrici, prendere i voti e ritirarsi in convento. A farla desistere dal proposito di abbandonare tutto, famiglia, amici e pittura, fu il suo confessore, il benedettino padre Alterman, che la riportò alla ragione e alla realtà. Contribuì a distoglierla dall’ossessione religiosa l’arrivo della sorella Carmen che si stabilì nella sua casa parigina, portando con sé il marito e i due figli. Voleva trasferirsi anche la madre, María la rifiutò. Aveva sempre mantenuto una fredda distanza da lei, in fondo non si era mai sentita accettata.
La presenza della famiglia della sorella, comunque, ne alleviò la tristezza e riprese a dipingere. «Se vivrò, dipingerò molti fiori», disse, lei che non aveva mai dipinto fiori. Il riconquistato fervore artistico andò di pari passo con il collasso economico. Riusciva a vendere qualche quadro, ma gli esigui profitti erano investiti nel mantenimento delle nuove bocche da sfamare che risiedevano con lei. Pressata dalle spese, inutilmente impegnò gli oggetti d’argento. Era più che mai «un uccello selvaggio rinchiuso in una triplice gabbia: il suo corpo torturato, il suo cuore avido e il mondo ostile», per usare le parole di Isabelle Rivière.
Morì in completa povertà il 5 aprile 1932, forse per il riacutizzarsi della tubercolosi. Aveva appena 51 anni, vissuti non senza dolori fisici e morali. Ad accompagnarla nell’ultimo viaggio verso il cimitero parigino di Bagneux c’era un piccolo corteo composto da pochi parenti, alcuni amici, il suo primo allievo César Jenaro Abin, la prima moglie di Rivera. Il gruppo più nutrito era composto da vagabondi, poveri, mendicanti ed emarginati d’ogni tipo, persone con cui María aveva stretto un legame forte, aiutandole in silenzio e arrivando a vendere i suoi dipinti a prezzo stracciato per sostenerle. Per loro, ultimi tra gli ultimi, non era “la strega” né “l’insetto da sagrestia”, era “la gobba angelica”.
Quella sepoltura semplice, una lapide e una croce, richiedeva il rispetto di obblighi finanziari per il mantenimento. Nessuno se ne occupò e il corpo di María sarebbe finito in una fossa comune se non fosse intervenuto il sindaco di Santander, Juan Hormaechea, che la fece seppellire più dignitosamente. Ora la pittrice dimenticata riposa nella divisione 88, quinta fila, seconda fossa del cimitero. Si ventilò l’ipotesi di trasferire la salma in Spagna, si opposero i parenti paterni, realizzando il desiderio di María che non voleva tornare neppure da morta nella sua patria che le aveva negato il diritto di essere felice.

María Blanchard, “La Comulgante” (iniziato nel 1914 e ritoccato varie volte negli anni successivi)

Nell’Ateneo di Madrid, il 1° giugno 1932, a pochi mesi dalla morte, si tenne una serata commemorativa voluta dall’Unione Repubblicana delle Donne, un modo per ricordarla e renderle omaggio, ma anche per farla conoscere, visto che rimaneva a torto una figura marginale nella storia dell’arte. Toccante il discorso di Federico García Lorca che in quell’occasione lesse Elegia a María Blanchard che aveva scritto per lei: «[…] La lotta di Maria Blanchard era dura, aspra, nodosa, come un ramo di quercia, eppure non mostrò mai risentimento, ma al contrario, fu sempre dolce, pia e vergine. Ha sopportato la pioggia di risate che ha causato, involontariamente, il suo corpo, da buffone d’opera, e le risate che le sue prime mostre hanno provocato […]. Il combattimento tra angelo e demonio è stato espresso matematicamente nel tuo corpo. […] Strega e fata, tu eri un esempio rispettabile di lacrime e chiarezza spirituale. […] Ti ho sempre chiamato “gobba” e non ho detto nulla dei tuoi occhi belli e pieni di lacrime, con lo stesso ritmo con cui il mercurio sale attraverso il termometro, né ho parlato delle tue mani magistrali. […] Gli uomini capiscono le cose poco e io ti dico, María Blanchard, come amico della tua ombra, che hai i capelli più belli che siano mai stati visti in Spagna».
I primi a voler far cadere nell’oblio la sua memoria furono i familiari che ritirarono molte sue opere, condannandole a un lungo periodo di oscurità. Per anni nessuno parlò più di María Blanchard, soltanto nel 1937 si tenne una mostra che la fece di nuovo conoscere e il mercato dell’arte ricominciò a guardare con interesse questa artista che univa con abilità motivi geometrici a composizioni figurative, il che conferiva alle sue rappresentazioni un carattere unico e originale, una sensibilità profonda per i drammi umani che si riflette nella potenza evocativa delle emozioni quando si osservano le sue opere.
Nel catalogo di una mostra curata dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid si legge: «Anche se è vero che il suo aspetto è stato un fattore determinante nella sua esistenza, il suo carattere forte e ostinato le ha fatto guadagnare il rispetto dei colleghi, che l’hanno sempre trattata alla pari, in un ambiente che all’epoca era comunque dominato culturalmente dagli uomini».
Saremmo curiosi di sapere cosa penserebbe María oggi del fatto che i suoi quadri, così difficili da capire e vendere quando era in vita, sono stati addirittura rubati due volte. La prima nel 1978, cinque dipinti spariti dalla casa della sorella Carmen, la seconda nel 1998, sull’autostrada nei pressi di Figueres, in Spagna. Cosa penserebbe del “litigio” che nel 2021 ha visto contrapposti il Reina Sofía e il Museo del Prado, quando quest’ultimo acquistò un’opera del 1929 della Blanchard, La Boulonnaise. Per il Reina Sofía si trattò dello sconfinamento in un arco temporale non di competenza del Prado, tanto più che il Reina Sofía possiede un nucleo di 15 quadri della Blanchard, aveva organizzato anni addietro una mostra antologica dell’artista e pubblicato il catalogo ragionato delle sue opere, considerandola parte centrale della sua collezione dedicata all’arte moderna.
Sorriderebbe, forse, della “gelosia” che ha scatenato tra due così famose istituzioni museali, e anche sapendo di aver ottenuto un importante momento di riconoscimento al Museo Picasso di Málaga, “la casa” del suo vecchio amico che le voleva insegnare a piazzarsi sul mercato. Nel 2024 quel Museo le ha dedicato una retrospettiva, María Blanchard, una pittrice nonostante il cubismo, che ha offerto una panoramica cronologica delle diverse fasi della sua vita artistica, riunendo 85 tra dipinti a olio, pastelli e disegni. Nonostante il cubismo, è vero, perché se vi aderì restò sempre una outsider; nonostante il fatto di essere nata donna e nonostante la disabilità che la rese bersaglio di umiliazioni. María Blanchard attraversò tutto questo sorretta da due bastoni, quello tangibile che agevolava i suoi passi sulla terra, e il bastone “virtuale” dell’arte che era il supporto dell’anima, infelice ma mai arresa.

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Una chiamata all’azione per abbattere barriere, valorizzare diversità e costruire comunità inclusive

3 Novembre 2025 - 6:14pm

«Questa nostra Campagna nasce per stimolare la coscienza collettiva, sensibilizzare le Istituzioni e mobilitare la società civile affinché nessuno sia lasciato indietro, nella convinzione che l’inclusione delle persone con disabilità non sia una concessione, ma un diritto umano fondamentale»: così l’Associazione AIFO ha presentato la propria Campagna per l’Inclusione 2025 e il relativo Manifesto che raccoglie una serie di princìpi, insieme alle richieste rivolte a Istituzioni, Comunità e Cittadini Una realizzazione grafica americana dedicata all’inclusione delle persone con disabilità

Nel presentare il nono Festival della Cooperazione Internazionale, organizzato nelle scorse settimane in Puglia dall’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), in collaborazione con la RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), avevamo già avuto modo di accennare alla Campagna per l’Inclusione 2025 dell’AIFO stessa, organizzazione che da oltre sessant’anni lavora in Italia e nel mondo per garantire accesso alle cure, riabilitazione e inclusione sociale alle persone con disabilità e fragilità, sempre con un approccio integrato e partecipativo.
«Questa nostra Campagna per l’Inclusione – viene sottolineato dall’Associazione promotrice – nasce per stimolare la coscienza collettiva, sensibilizzare le Istituzioni e mobilitare la società civile affinché nessuno sia lasciato indietro, nella convinzione che l’inclusione delle persone con disabilità non sia una concessione, ma un diritto umano fondamentale. La Campagna rappresenta dunque un’occasione per rendere visibile questo percorso e, soprattutto, per chiedere un cambiamento profondo: non si tratta infatti solo di offrire assistenza, ma di trasformare mentalità, sistemi e pratiche, in modo che l’esclusione non sia più tollerata».

Il cuore della Campagna è il Manifesto dell’Inclusione, che raccoglie una serie di princìpi, insieme alle richieste rivolte a Istituzioni, Comunità e Cittadini, concludendosi con parole decisamente significative, ossia «Unisciti a noi. Il futuro è uno, ed è inclusivo». Un documento, quindi, che rappresenta un appello a impegnarsi concretamente per politiche più giuste, accessibili e inclusive, affinché la giustizia sociale diventi un orizzonte condiviso.
Già dalla fine di settembre, dunque, vi sono stati, e continueranno ad esserci fino a dicembre, eventi, incontri e iniziative culturali dedicati al tema dell’inclusione, con riflessioni anche sulla guerra e sulle conseguenze di essa, «perché – dicono dall’AIFO – crediamo che una società veramente inclusiva non possa prescindere dal rifiuto di ogni forma di violenza, emarginazione e conflitto armato: per questo la nostra organizzazione si dichiara fermamente contraria alla guerra, che non solo genera nuove disabilità fisiche e psicologiche, ma produce anche processi di emarginazione per milioni di persone costrette a vivere ai margini».
Tutti e tutte possono fornire il proprio contributo alla Campagna, sia attraverso la firma del Manifesto, sia condividendone il messaggio o anche partecipando agli eventi. «Alle Istituzioni – concludono dall’AIFO – chiediamo che gli impegni si traducano in azioni concrete nei campi della salute, dell’accessibilità, dell’istruzione, del lavoro e della vita sociale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: federica.dona@aifo.it.

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Capacità giuridica della persona straniera con disabilità

3 Novembre 2025 - 5:41pm

Liberamente scaricabile nel web, il libro “Psiche e immigrazione. Studi sulla capacità giuridica della persona straniera con disabilità”, di cui è autore Paolo Morozzo della Rocca, docente di Diritto Privato all’Università per Stranieri di Perugia, affronta in prospettiva intersezionale il riconoscimento dei diritti delle persone straniere con disabilità, sanciti dalla normativa nazionale e internazionale

Segnaliamo con piacere la pubblicazione del volume di Paolo Morozzo della Rocca, ordinario di Diritto Privato nell’Università per Stranieri di Perugia, Psiche e immigrazione. Studi sulla capacità giuridica della persona straniera con disabilità (Editoriale Scientifica, 2025, “Collana di Diritto e Migrazioni), opera liberamente scaricabile dal sito della casa editrice a questo link. Ne riportiamo di seguito la nota di presentazione.
«Gli istituti di protezione dell’adulto tradirebbero la propria funzione se ne determinassero l’esclusione dalla possibilità di acquisire status oggettivamente vantaggiosi e diritti, in ragione della natura personale degli interessi coinvolti. Ciò può avvenire sia negando a terzi la legittimazione a compiere attività giuridica nel loro interesse (e pur sempre nel rispetto del loro concreto volere) sia sovrapponendo acriticamente i concetti di incapacità e di disabilità. In tal modo la capacità di autodeterminazione del soggetto, invece di essere sostenuta e valorizzata nella sua fragilità o residualità, viene invece negata nella sua dignità. Le vulnerabilità delle persone straniere con disabilità psichica o affette da patologie psichiche vengono aggravate dal loro status migratorio ma nel contempo aggravano la loro condizione, giuridica e sociale, di stranieri sin dal loro arrivo alla frontiera, con effetti moltiplicatori dello svantaggio e della discriminazione. L’indagine ospitata in questo volume si interroga, con approccio intersezionale, sull’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità in alcune delle discipline maggiormente impattanti sulla condizione giuridica dei migranti e dei residenti con cittadinanza straniera, contestualizzandone le direttive nel quadro del diritto civile italiano in materia di protezione degli adulti. Ne emerge, complessivamente, un profilo assai critico, ma in evoluzione, della normativa e delle prassi nazionali riguardo al riconoscimento dei diritti delle persone straniere con disabilità affermati dalla Convenzione, con particolare riferimento alle procedure riguardanti i permessi di soggiorno; alle norme e alle procedure di riconoscimento, conferma o nomina del rappresentante legale; all’accesso al diritto all’asilo e alla ponderata valutazione del loro diritto al non refoulement [“non respingimento”, N.d.R.]; alla stabilizzazione dei diritti di residenza legale; nonché, last but not least, all’accesso alla cittadinanza [grassetti nostri nella citazione, N.d.R.]».

Come accennato, l’autore, Paolo Morozzo della Rocca, è ordinario di Diritto Privato nell’Università per Stranieri di Perugia, presso cui dirige il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Internazionali. Egli è inoltre autore di diverse monografie e di numerosi saggi scientifici inerenti prevalentemente ai temi del diritto civile, della cittadinanza, delle discipline demografiche (con particolare riguardo al loro impatto sui diritti civili) e del diritto dell’immigrazione.
Nell’àmbito della “Collana di Diritto e Migrazioni” ha curato anche, con Marco Benvenuti, il volume Università e studenti stranieri.
È componente del Comitato Editoriale della rivista «Diritto Immigrazione e Cittadinanza» e socio dell’ADiM (Accademia Diritto e Migrazioni). (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Nuove tecnologie e servizi: un corso a Bologna rivolto a persone con disabilità visiva

3 Novembre 2025 - 5:17pm

Ci si potrà iscrivere fino al 18 novembre al corso base di iPhone con VoiceOver promosso presso la propria sede dall’UICI di Bologna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) per tre sabati consecutivi (29 novembre, 6 e 13 dicembre) presso la propria sede

Sono aperte fino al 18 novembre le iscrizioni al corso base di iPhone con VoiceOver promosso dall’UICI di Bologna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) per tre sabati consecutivi (29 novembre, 6 e 13 dicembre), presso la propria sede (Via Dell’Oro, 1, Bologna).
A condurre il corso saranno i soci dell’Associazione Francesco Aleotti, impegnato presso la Fondazione ASPHI come formatore senior, e Vainer Broccoli di NvApple 2.0, che da anni si occupano di formazione e accessibilità per le persone con disabilità visiva. (S.B.)

Il percorso formativo avrà un costo di 150 euro per i soci UICI e di 180 euro per i non iscritti. A questo link è disponibile un testo di approfondimento. Per informazioni e modalità di iscrizione: Catia Barigazzi (catia.barigazzi@uicibologna.it).

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Forum del Terzo Settore: le luci e le ombre del Disegno di Legge di Bilancio

3 Novembre 2025 - 4:50pm

Apprezzabile, secondo il Forum Nazionale del Terzo Settore l’aumento del tetto sul 5 per mille, contenuto nel Disegno di Legge di Bilancio, pur auspicando, il Forum stesso, l’abolizione di quel tetto. Se poi rispetto alle misure sulla povertà, viene sottolineata la mancanza dei necessari interventi strutturali, si ritiene sia un passo avanti l’attenzione finalmente rivolta ai caregiver, anche se il fondo a loro sostegno sarà alimentato solo dal 2027 Il nuovo portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore Giancarlo Moretti

«Apprezziamo che il Disegno di Legge del Bilancio per il 2026 preveda l’aumento, da 525 a 610 milioni, del tetto sul 5 per mille, perché lo interpretiamo come un segnale di ascolto del mondo del Terzo Settore, che negli ultimi mesi ha sottolineato con forza la necessità di ridurre la forbice tra ciò che i contribuenti destinano attraverso questo istituto e ciò che effettivamente arriva agli enti beneficiari»: a dirlo è Giancarlo Moretti, nuovo portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore aggiungendo tuttavia che «continuiamo a chiedere, come facciamo da anni, l’eliminazione del tetto: con solo due terzi dei contribuenti che oggi utilizza il 5 per mille, infatti, è facile aspettarsi uno sforamento anche del nuovo limite. E insistiamo anche sulla richiesta di eliminare l’IRAP al Terzo Settore (Imposta Regionale sulle Attività Produttive), una tassa iniqua che paradossalmente pesa molto di più sul mondo del non profit che su quello delle imprese profit».

«Tra le misure di welfare che guardiamo con maggior interesse vi sono quelle che riguardano la povertà – prosegue Moretti – e in tal senso è positivo l’aumento delle risorse per l’Assegno di inclusione, ma l’impegno rimane comunque insufficiente, considerando la gravità del fenomeno che vede 2 milioni e 200.000 famiglie in povertà assoluta. Più in generale, sul sistema di welfare ci si limita a misure temporanee, mentre mancano e sarebbero assolutamente necessari interventi strutturali, in grado di incidere sulle cause delle fragilità e disuguaglianze e migliorare la condizione di vita delle persone nel medio-lungo periodo».
«Consideriamo comunque un importante passo in avanti – conclude il Portavoce del Forum – l’attenzione rivolta, finalmente, ai caregiver, con il riconoscimento del loro ruolo e un fondo a loro sostegno – che sarà alimentato, però, a partire dal 2027». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa@forumterzosettore.it.
A questo link vi è l’elenco completo di tutti i soci e degli aderenti al Forum Nazionale del Terzo Settore, tra cui anche la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).

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Il Manifesto per una cura che include

3 Novembre 2025 - 4:22pm

Durante il convegno di Bologna “Il ruolo del caregiver nella gestione delle persone con gravi cerebrolesioni acquisite: bisogni, diritti e prospettive future”, la Fondazione Gli Amici di Luca-Casa dei Risvegli Luca De Nigris, che ha promosso l’incontro, ha presentato il “Manifesto per una cura che include”, basato su dieci princìpi con cui dare voce, dignità e strumenti ai caregiver familiari di persone con gravi cerebrolesioni, un invito ad agire e non solo a comprendere

1. Il caregiver è parte della cura. 2. La casa è un luogo di cura, non di solitudine. 3. La relazione è terapia. 4. La cura è un progetto condiviso. 5. Il tempo del caregiver è valore sociale. 6. Il sollievo non è un privilegio, è un diritto. 7. La fragilità non è invisibile. 8. La formazione è alleanza. 9. La comunità è co-terapeuta. 10. Ogni storia merita ascolto: sono i dieci punti del Manifesto per una cura che include (a questo link il testo integrale), presentato da Fulvio De Nigris, presidente della Fondazione Gli Amici di Luca-Casa dei Risvegli Luca De Nigris, durante il recente convegno di Bologna denominato Il ruolo del caregiver nella gestione delle persone con gravi cerebrolesioni acquisite: bisogni, diritti e prospettive future (se ne legga la nostra presentazione), «dieci princìpi per dare voce, dignità e strumenti ai caregiver familiari di persone con gravi cerebrolesioni – come ha sottolineato De Nigris -, un Manifesto che è un invito ad agire e non solo a comprendere, perché il caregiver è parte integrante della cura e la casa deve essere un luogo di vita, non di isolamento. Prendersi cura di chi cura è quindi una responsabilità condivisa che continua ogni giorno, oltre l’ospedale, nelle nostre case».

Di fronte a un cospicuo pubblico, l’incontro di Bologna ha riunito istituzioni, professionisti sanitari, associazioni e famiglie, tutti uniti dal desiderio di riconoscere e valorizzare il ruolo – spesso invisibile ma fondamentale – dei caregiver familiari. «Il caregiver non è solo una figura privata: è una questione di cittadinanza e di giustizia», ha affermato per l’occasione Matilde Madrid, assessora al Welfare del Comune di Bologna, sottolineando l’impegno della propria Amministrazione nel costruire reti di prossimità e sostegno. «Il diritto alla cura – ha aggiunto – deve essere accompagnato dal diritto di chi cura ad avere tempo, sollievo e ascolto».
Nel ricordare poi gli undici anni dalla Legge Regionale dell’Emilia Romagna 2/14, prima in Italia a riconoscere la figura del caregiver, Lalla Golfarelli, presidente di CARER (Associazione caregiver familiari), ha affermato che «il caregiver non è un aiuto informale, ma parte del welfare comunitario. In tal senso la cura non può essere un privilegio, ma è un diritto».
Successivamente, Maria Vaccari, vicepresidente della Fondazione Gli Amici di Luca, si è soffermata sull’esperienza della Casa dei Risvegli Luca De Nigris, dicendo che «dopo il risveglio inizia il cammino più lungo, quello del “dopo” e le famiglie non devono sentirsi sole: la comunità deve diventare co-terapeuta. L’obiettivo è la buona vita, non solo la sopravvivenza».
Accanto a lei, Elena Merlini, educatrice della Cooperativa perLuca, ha parlato di formazione e prossimità: «Un familiare diventa caregiver lungo un percorso di apprendimento reciproco. Il nostro compito è accompagnarlo con strumenti e ascolto».
E ancora, dall’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna), Pamela Salucci e Cristina Salomoni hanno descritto la presa in carico dei familiari lungo tutto il percorso riabilitativo, ricordando che «la cerebrolesione colpisce un’intera famiglia» e che «il caregiver va sostenuto e formato fin dal primo giorno».
Quindi, Cristina Ceretti, consigliera del Comune di Bologna, ha sottolineato come il tema della cura attraversi la vita di tutte le famiglie e debba tornare al centro delle politiche pubbliche: «Essere accanto ai caregiver – ha dichiarato – significa costruire una città più giusta, che riconosce la fragilità come parte della comunità e non come una condizione da nascondere. La politica deve tornare a essere una tessitura paziente di relazioni, capace di unire persone, esperienze e responsabilità attorno alla cura».
È seguito l’intervento di Roberto Piperno, direttore scientifico della Fondazione Gli Amici di Luca, che ha presentato Cristian Sacchetti, definendolo la “persona paziente zero” della Casa dei Risvegli di Bologna, il primo ad essere accolta e simbolo concreto di un nuovo modo di intendere la cura: «Cristian ci ha insegnato che la riabilitazione non è solo un percorso sanitario, ma una storia umana e relazionale che coinvolge chi cura e chi è curato. Da lui abbiamo imparato che la persona e la famiglia sono al centro di ogni processo di guarigione: la cura continua ogni giorno, nella casa e nella comunità».

Dopo l’intensa e commovente testimonianza di Morena Bergonzoni, una mamma che con la propria storia di coraggio e dedizione, ha restituito ai presenti la forza quotidiana della cura vissuta in famiglia, è intervenuta la deputata Ilenia Malavasi, componente della Commissione Affari Sociali della Camera, che ha rilanciato l’urgenza di una legge nazionale: «Serve una normativa quadro – sono state le sue parole – per riconoscere il valore sociale e umano dei caregiver. Dietro ogni cura c’è una storia, e ogni storia merita ascolto».
Ha ricordato inoltre come in Parlamento siano già in discussione diverse Proposte di Legge che vanno in questa direzione, invitando «a fare presto, perché ogni giorno perso pesa sulla vita di chi assiste e di chi è assistito».
«Il riconoscimento legislativo – ha concluso – non è solo un atto di giustizia sociale, ma un investimento nel futuro del nostro sistema di welfare e nella dignità delle persone». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@amicidiluca.it.

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